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Poesie  pubblicate il 25 Aprile 2017
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Antologia poetica

L'amore - La donna - Morte dei propri cari - Affetto per i propri cari- Tristezza e solitudine - Il dolore - La nostalgia - Racconto di un episodio - La natura - Gli animali - Gli oggetti - I desideri - I ricordi - Il poeta e se stesso - Il poeta e i luoghi - Il poeta si diverte -


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Poesia a tema
Ricordi nostalgici

 

 

Träumerei am Abend
Wo einer abends geht, ist nicht des Engels Schatten
Und Schönes! Es wechseln Gram und sanfteres Vergessen;
Des Fremdlings Hände tasten Kühles und Zypressen
Und seine Seele faßt ein staunendes Ermatten.

Der Markt ist leer von roten Früchten und Gewinden.
Einträchtig stimmt der Kirche schwärzliches Gepränge,
In einem Garten tönen sanften Spieles Klänge,
Wo Müde nach dem Mahle sich zusammenfinden.

Ein Wagen rauscht, ein Quell sehr fern durch grüne Pfühle.
Da zeigt sich eine Kindheit traumhaft und verflossen,
Angelens Sterne, fromm zum mystischen Bild geschlossen,
Und ruhig rundet sich die abendliche Kühle.

Dem einsam Sinnenden löst weißer Mohn die Glieder,
Daß er Gerechtes schaut und Gottes tiefe Freude.
Vom Garten irrt sein Schatten her in weißer Seide
Und neigt sich über trauervolle Wasser nieder.

Gezweige stießen flüsternd ins verlaßne Zimmer
Und Liebendes und kleiner Abendblumen Beben.
Der Menschen Stätte gürten Korn und goldne Reben,
Den Toten aber sinnet nach ein mondner Schimmer.
Georg Trakl

Fantasticheria della sera
Dove si va di sera, l'ombra dell'angelo non appare
né la beltà! Segue alla pena dolce smemoratezza;
mani di ignoto tastano il fresco e una stanchezza
avvolge i cipressi e l' anima sua di stupore.

Il mercato è vuoto di frutti rossi e corone.
È un cheto accordo il nero fasto della chiesa,
da un giardino esala una sonata silenziosa,
là dopo cena stanche si raccolgono persone.

Un carro stride, una fonte lontana fra verdi pozze.
Qui si mostra un'infanzia sognante e conclusa,
le stelle di Angela, pia, in mistica forma chiusa,
e quieto perde il fresco della sera le sue asprezze.

Il bianco papavero le membra al solitario pensatore
discioglie, a che veda il giusto e la gioia profonda
di Dio. Per il giardino in bianca seta, vagabonda,
la sua ombra si piega su acque piene di dolore

Fronde fruscianti penetrano vuote camere
con amore e tremore di fiori della sera.
Cingon le case dell'uomo il grano e l'aurea
vigna, ma i morti sognano un barlume lunare.
Georg Trakl      Traduzione Nino Muzzi

Premurose penombre
Quante strade
ho calpestato,
quante cittá indifferenti
quante campagne.

Sono così stanco
di vagare di paese
in paese
di questi interminabili viali.

Oggi voglio rimanere qui
acciambellato
tra queste mura dolcissime
ad annusare l'odore buono del silenzio.

A cercare nelle ombre di casa
gli intimi profili di chi mi dava amore,
senza parlare,
soltanto con un gesto.

Tra questi orli di premurose penombre
mi lascerò cullare dalla malinconia
e disciolto in languide memorie
finalmente accoglierò la notte
Dario Menicucci

Chi non è felice non ama abbastanza.
Simone Magli

Dalle cronache: è un continuo di fogli di via che in mano all'utente, cambiano uso…
Chissà quanto se la sta ridendo, Totò…!...Altro che le macchiette che faceva lui…Queste qui sono proprio migliori assai! E il bello (che sta per…brutto) è che …sono vere!!!

Fòji …de via
"A Sòr Questo'…Già me l'avete dato…
E questo ce lo so…Però, vedete,
quer giorno, essènno tutto… 'mbarazzàto
me sò appartato, e…Mbeh…mo', si potete,
quer fòjo llì…ma ssì…'r fòjo-de-via,
potréssivo ridàmmene quarcuno…?
Nun so…du'tre…anche quattro…o quer che sia,
Chisà…pònno servìmme, sarvognuno!
Così…si me succede 'n'artra vòrta
che devo fà 'n bisogno a l'improvìso,
lo fò tranquillo, avènno quela scorta…
Me scusi tanto…si me sò deciso…
Ah!...Grazzie…Grazzie tante, Sòr Questo'…
Lo so che 'n se dovrebbe usà così…
Devo annà via…ma si nu' lo fò,
nun c'è nisuno che me viè a spedì.
Pe cui 'na quarche cosa l'ho capita…
Ma ssì!...Ho capito che 'nde sto paese
c'è 'na bontà…c'è un'anima infinita…
che ama er delinguente…Er che è palese!
Perciò, che resto qua!…E me ce 'ntìgno!
Più fòi de via me date, e più sto qua…
Perché 'ndove àrtro pòsso fà er maligno,
co tanta comprenzione, e…in libbertà…?!..."
Armando Bettozzi

"Estote parati!"
"Estote parati!" "Siate pronti, siate!"
sì, è questa, la Parola di congedo
del nostro divin Maestro - che, crediate
o meno -, altro, io non comprendo nè vedo
che, necessità d'esser pronti in attesa.
Preparati come soldati all'attacco
ché, vita o libertà ne faccian poi spesa
e, per ignavia, si resti sotto scacco.
Sì, anime snelle come sentinelle
cuor di leoni, con sorrisi rocciosi
che, nelle infìde avversità, come stelle
brillino per fede e audacia, vittoriosi!
E, se Egli, ci vuol così, forse non anche
la nostra materna Patria? Su, Fratelli!
Risollevate membra e spade ormai stanche:
su, raccogliete forza e coraggio, oh imbelli!
Urlate ancor l'antico Inno per l'Italia
per donarle Onore e Gloria imperitura.
Questo il nostro Destin: morir in battaglia
poiché siam stirpe d'Eroi, senza paura!

17.04 17 h 01:00
Ben Tartamo

La mia ombra
Io e la mia ombra
l'unica amica che non m'inganna mai,
riposa, se riposo,
risponde al mio gesticolare,
io a volte urlo,
lei apre la bocca
ma non parla mai.
Muove appena le labbra
ma suono alcun non emette
si ferma insieme a me,
riflette.

Ancor meglio d'un cane,
non abbaia,
non mi disturba,
non mangia croccantini
e non ha sete,
non ha bisogno d'uscir di sera,
neppure di mattino,
mi sta sempre vicino.

Non mi costa poi nulla
ed è fedele,
sempre attaccata a me
fissa ai miei piedi,
ubbidiente risponde ai miei comandi
senza mai brontolare.

Non la vedo arrabbiare
solo le braccia agitare
quando un problema serio mi colpisce
sono io ad inveire
lei mai inveisce.
Quando le dico che sono un po' stanco,
che non ho voglia alcuna di esternare,
aspetta che una nuvola pigra copra il sole
e per un po' scompare.

(Donnas 2.1.2017 - 16,25)
Salvatore Armando Santoro

La prima volta
La prima volta sotto il cielo d’Agosto.
Ti ho detto resta mentre andavo via.
Ti tradivo dentro un sorriso.
Il colpo unico e a bruciapelo.
Mi guardo intorno spesso ma non ti cerco.
Hai la mia parola ma sono muto,
hai le mie scarpe ma sono scalzo,
hai il mio corpo ma sono e resto nudo.
La prima volta io me la ricordo,
è l’ultima quella che ho dimenticato.
Maria Attanasio

 

Luce nella via, e non sulla via.
Pargolo di luce
il mattino

giovinezza di luce
il meriggio

saggezza di luce
la sera,

apro il libro della mia vita
ogni giorno è un giorno di luce
che nasce, cresce e matura,

ed io, di luce mi riempio l’anima
sorrido prima di chiudere gli occhi
nel giaciglio della notte in ombra della luna:
la serenità mi invade
il senso di pienezza della vita nel suo travaglio
è ciò che percepisco
nella luce di questo mondo.
laura toffoli

Ricoloriamo
l’Italia
che la pace irradia

I bei colori sono ormai sbiaditi
i sentimenti affievoliti
gli animi sono avviliti
e gli uomini sembrano impazziti
nulla più dura
la felicità abiura
Gridiamolo forte quell’ inno avvinto
ai “Fratelli d’Italia “ con il capo cinto
di speranza , amore e pace
che spesso tra gli uomini tace
Sconfiggiamo la morte
cambiamo la nostra sorte
da quelle menti distorte
e stringiamo forte
chiudiamo le porte
alle anime malaccorte

25 Aprile 2017
Ricoloriamo l’Italia
che alla pace ci avvia

Ma resisteremo ?
Oggi , domani , sempre…?
Antonia Scaligine

Ci sono posti o cose visibili soltanto ai sognatori.

(Ermione di Lorenor)
Jacqueline Miu

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Maia
XIX

Certo, una inattesa bellezza
balenar talora mi parve
nella chimerosa figura
del popolo unanime intenta;
e l'ingluvie sua flatulenta
e il vociar suo forsennato
e l'enormità del suo dosso,
la caudale giuntura
delle sue mille e mille
vertebre che traversa, come
fólgore, l'insano sussulto;
e il Pànico, l'occulto
suo dio che gli schiaccia la coglia;
e la sua furia e la sua doglia
e la sua miseria infinita,
tra le inesorabili mura,
mi diedero fremiti avversi.
E talor discopersi
in alcun vólto infoscato
dalla filiggine o adusto
l'armonia del bronzo vetusto.

Ma, dopo, il Deserto di sabbia
inospite fu la mia gioia
sublime, fu il mio rapimento.
E tedio mi prese del verde
albero, e il solco del novo
grano mi fu a noia
per la memoria dell'uomo;
e ogni vestigio di piede
umano mi parve lordura.
E l'immensa aridità pura
del Deserto senza vie
e senza òasi, il suo fiore
ineffabile che illude
la sete nudrito di brace,
le sue mammelle nude
e sterili che fanno
di bassura in bassura
ombre d'inganno, il muto
tremar del suo vento focace
quasi battito di febbre,
furono il mio rapimento.

E la luce m'entrò pei pori
della pelle, m'impregnò d'oro
le vene le ossa e le midolle,
mi fece il cuore lucente
come il quarzo e lo schisto.
E ogni umor tristo
fu inaridito, riarsa
ogni sovrabbondanza molle,
ogni pesantezza alleggiata,
ogni ingombro distrutto.
E nel mio corpo asciutto
la felicità del mio spirto
fu più agile che fiamma
appresa ad arbusto di mirto.
E tutti i miei pensieri
furon come corde di cetra
aridi; e le volontà belle
sonarono in me constrette
come le aguzze asticelle
dei dardi a quattro alette
suonano nella faretra.

E la mia coscia nervosa
aderì così forte
al fianco del mio caval sauro
ch'io divenni il mostro biforme,
lo snello centauro
d'ugne senza ferro,
di levità senza orme.
E ne' miei occhi umani
sentii la bellezza dei grandi
ardenti umidi occhi inumani
del corsiere d'Arabia
che parea sangue di pardo.
Ed ebbi così nel mio sguardo
l'inconsapevolezza
della purità bestiale,
in me ebbi tutto il Deserto.
E, scendendo in corsa le dune
verso la bassura fallace
d'aereo incantamento,
correre credetti alla Nube
materna vestito di vento.

Delirio dei profeti
saziàti di locuste
e beveràti con l'acqua
lotosa dell'otre sozzo,
visione di dolore
e d'orrore innanzi alla Morte,
il mio delirio fu più forte,
la mia visione più bella.
Dov'era il dio di procella
che seccò il mare, le acque
del grande abisso? che ridusse
le profondità del mare
in un cammino di fuoco
per i dromedarii di Efa
e per i cammelli di Seba
carichi del suo incenso?
Quivi, nel fuoco immenso,
non era alcun che gridasse
per la giustizia né alcuno
che per la verità facesse
lite e contesa e digiuno.

Fin l'ossa dei dromedarii
su la sabbia eran più monde
di tal giustizia e più pure
di tal verità, sotto il Sole.
E non v'eran parole
se non quelle del vento
incorruttibile, che è il Messo
della Libertà per i prodi
e per i solitarii, quivi.
E il vento dicea: «Tu che vivi,
guarda il mio palpito incessante
d'amore su i corpi che foggio!
Il Mar glauco, il Deserto roggio
io li travaglio d'amore
indefesso e li trasfiguro
in bellezza infinita
che una pare e sempre disvaria.
O Vita! Non odi nell'aria
clangor delle mie mille trombe?
Or ora laggiù seppellita
ho la Sfinge presso le tombe».

Seppellita ho anch'io la mia Sfinge
co' suoi enigmi nodosi,
e seppelliti anco gli avelli
con la lor putredine inclusa.
Risa di fanciulli, effusa
gioia puerile, croscianti
risa d'innocenza selvaggia
furono l'inno funerale
alla covatrice di tombe,
risa volubili come
avvolgimenti d'aura, roche
di troppa allegrezza talora
come i canti delle colombe,
come i murmuri dei ruscelli.
Volontà, Vittoria senz'ale
in me ferma sempre! Nudrita
di rai, Voluttà, calda e ascosa
come sotto il pampino l'uva!
Orgoglio, uccisor dispietato!
Istinto, fratello del Fato,
dio certo nel tempio carnale!

Volontà, Voluttà,
Orgoglio, Istinto, quadriga
imperiale mi foste,
quattro falerati corsieri,
prima di trasfigurarvi
in deità operose
come le Stagioni, che fanno
le danze lor circolari
e compagne son delle Grazie
e delle Parche in ricondurre
Prosèrpina ai giorni sereni:
quadriga che con freni
difficili resse l'auriga,
con rèdini tese nei pugni
ove serpeggiava la fiamma
del sangue sagliente pei fermi
cùbiti ai bicìpiti duri:
quadriga negli Atti più puri
coniata come l'antica
nel rovescio del tetradramma,
segno di potenza ai futuri.

Con quanto ardimento
trapassammo i termini d'ogni
saggezza e corremmo su l'orlo
dei precipizii, lungh'essi
gli alti argini delle fiumane
vorticose, in vista
del duplice abisso
pel crinale aguzzo dei monti
ove la vertigine afferra
subitamente colui
che crede al pericolo, e senza
scampo lo sbatte sul sasso,
gli spezza la nuca e la schiena!
O ebrietà d'ogni vena,
occhio gelido e chiaro
nella faccia ardente!
A levante, a ponente,
per ovunque guardai
quell'adamàntina cima
del rischio,
e sempre mi chiesi:
«Ove debbo ancóra salire?».

Ma il meridiano delirio
nel Deserto l'oblìo
d'ogni cima più perigliosa
mi diede e d'ogni demenza
più lucida e d'ogni divieto
abbattuto. E l'alta quadriga
e lo sforzo dei freni
e la chiara audacia e la lunga
esperienza dei mali
e la gioia immite del rischio,
tutta l'opra d'odio e d'amore
dietro di me sparve, fu come
sabbia ventosa, fu nulla.
E l'anima mia dalla culla
dell'eternità parve alzata
in quell'ora, con l'innocenza
dell'elemento, nova
e pur compiuta da un'arte
più fiera che qualsìa nostr'arte.
E corsero a lei d'ogni parte
moltitudini di bellezze.

Ed ella taceva, profonda
del suo più profondo silenzio.
Ma parole erano dette
in lei, alla gran luce
del mezzodì, chiare parole
che non pur nel già fatto
vespero furon mormorate
mai dal timor delle labbra
né mai nel mistero notturno.
E il suo coraggio taciturno
le suggeva cupidamente
come il fanciullo vorace
che sugge gli acini gonfii
di miel solare e inghiotte
la pelle che il sol fece d'oro
e trita i fiòcini e il raspo,
ché tutto gli piace.
E quel ch'è angoscia spavento
miseria tra gli uomini, quello
le si trasmutò pel Deserto
in felicità senza nome.

Felicità, non ti cercai;
ché soltanto cercai me stesso,
me stesso e la terra lontana.
Ma nell'ora meridiana
tu venisti a me d'improvviso,
coi piedi scalzi e col viso
velato d'un velo tessuto
di quei fili che talora
brillano impalpabili all'aere
opere d'aeree fusa.
Ed ecco tu torni! E la Musa
t'ode mentre tu t'avvicini,
se bene i tuoi piedi
sien più delicati
del guaime che nasce
nei prati dopo la falce,
più tenui delle prime
foglie che spuntan nel salce,
e più lievi sieno i tuoi passi
che scorrer di talpa sotterra
o di lucertola in sassi.

Tu torni e tu tornerai,
come l'aura intermessa
che manca perché va più lungi,
forse sopra un letto di musco,
forse in una tremula stanza
di capelvenere, forse
dietro una cortina rosata
di madreselva, a vestirsi
di freschezza novella
da recare a colui che l'ama.
Il mio cor non ti chiama
né ti attende. Tu repentina
entri e mi guardi con occhi
negri d'un negrore velluto
come quel degli occhi onde occhiuto
è il fior della fava nel mese
di marzo tra pioggia e chiarìa.
E tu m'assempri l'iddia
parrasia, Carmenta dai lunghi
riccioli, che portava
ghirlande di foglie di fava.

Tu sei visibile, tu hai
la specie divina e selvaggia,
il primo odore del campo
di marzo, i denti di brina.
Ti guardo; e la prima peluria
della mandorla nova
è men dolce della tua guancia.
Ti guardo; e le tue dita chiuse
son come lo spicanardo
che chiuso è in mazzi pei forzieri
colmi di nivei lenzuoli;
e i petali dei giaggiuoli
nel piegarsi non han la grazia
de' tuoi capelli che piega
su le tue tempie il favonio;
e come il nido alcionio
che palpita a fiore del sale
col palpito lento e infinito
di tutto il mare placato,
e il tuo sen verginale
mosso dal profondo tuo fiato.

Di cose fugaci e segrete
sei fatta, di silenzii
e di murmuri, lieve
come i frutti piumosi
della viorna, come
le lane del cardo argentino,
o Felicità del cor prode.
Ed ecco tu torni a me! T'ode
la Musa; e il suo vólto divino
nel volgersi ti rassomiglia,
se non che tra le ciglia
sembra ell'abbia il fiore del lino
ma in vero è il colore marino
che rimasto è per sempre
nel suo sguardo amico dei flutti.
Che ci porti? Quali bei frutti
di paradiso insulare
per invogliarci a largare
novamente le vele
umide ancor di tempesta?
Che ascondi nella tua vesta?

Noi abbiamo un canto novello
perché tu l'oda, questo grande
Inno che edificar ci piacque
a simiglianza d'un tempio
quadrato cui demmo per ogni
lato cento argute colonne
tutto aperto ai vènti salmastri.
Ai raggi del sole e degli astri
notturni l'artefice insonne
operò con puro fervore,
quasi fosse questa l'estrema
opera di sé morituro,
il monumento al suo spirto
liberato e liberatore.
Ei le materie sonore
con ìmpari numero, oscuro
e inimitabile,
vinse.
Le sette Pleiadi ardenti
e le tre Càriti leni,
le stelle dell'Orsa e le Parche,
in rapido giro costrinse.

Tre volte sette: la strofe
qual triplicata sampogna
di canne ineguali risuona
con l'arte di Pan meriggiante.
Io tagliai le canne lungh'essi
i fiumi, sovr'esse le fonti
frigide, nel loto febbroso
delle paludi, sul ciglio
dei botri, nelle ruine
delle città venerande.
Per giugnerle insieme, la cera
separai dal nettare flavo
con la mia bocca ingorda
ma non sì che non rimanesse
nella masticata sostanza
l'odor del cefisio narcisso.
Trassi il refe da una sagena
logora per lungo esplorare
i fondi pescosi, ancor lorda
di scaglie, pregna di salso,
esperta del tacito abisso.

Il Dèmone dai mille nomi,
il vagabondo Orgiaste,
il Dio circolare, il Maestro
delle visioni, l'Amico
dei suoni, Colui che conduce
la melodìa del Tutto,
m'insegnò quest'arte nascosta.
Ebbi acuto l'orecchio
al rombo del ponto remoto,
allo sciame lene strepente,
al vado pulsare del sangue,
ai movimenti segreti
dell'anima vigile, a ogni
dimanda, a ogni risposta.
Il suono si fece acque foglie
glebe rupi nuvole marmi,
scroscio di doglienza, sorriso
di pace, grido di brama,
combattimento ordinato,
danza revoluta, solenne
coro, sicìnnide incomposta.

Ah, che mai sanno gli schiavi
faticosi intenti a mestare
con lor mestole ed assi
ne' vecchi truoghi di pietra
consunta lor polte ed imbratti,
come i ciechi servi di Scizia
posti in buon ordine ai vasi
della mungitura, or che sanno
eglino della potenza
e dello splendore dei suoni?

O parole, mitica forza
della stirpe fertile in opre
e acerrima in armi, per entro
alle fortune degli evi
fermata in sillabe eterne;
parole, corrotte da labbra
pestilenti d'ulceri tetre,
ammollite dalla balbuzie
senile, o italici segni,
rivendicarvi io seppi
nella vostra vergine gloria!

Io vi trassi con mano
casta e robusta dal gorgo
della prima origine, fresche
come le corolle del mare
contràttili che il novo lume
indicibilmente colora.
Io vi disposi nei modi
dell'arte così che la vita
vostra rivelò le segrete
radici, le innùmere fibre
che legano tutta la stirpe
alla Natura sonora.
Io feci apparire tra l'una
e l'altra sillaba i mille
vólti del Passato tremendi
come sembianze di morti
che un'anima sùbita inondi.
Io dal vostro cozzo faville

sprigionai, baleni d'amore
che illuminarono l'ombra
del Futuro pregna di mondi.

Splendete e sonate, o parole,
in questo Inno che è il vasto
preludio del mio novo canto.
Converse io v'ho novamente
in sostanza umana, in viva
polpa, in carne della mia carne,
in vene di sangue e di pianto.
Splendete come l'aurora
su l'alpe nutrice di fiumi,
onde scese al suo messaggero
Euretria la Decima Musa.
Risonate come le trombe
del vento che avea seppellito
laggiù nelle sabbie di fuoco
l'ancìpite Sfinge camusa.
Ma, prima che l'ora sia chiusa,
io voglio al Maestro sublime
alzare il saluto figliale;
poi, colcato sopra la terra
munifica, gli ultimi vóti
volgere alla Madre immortale.
Gabriele D'Annunzio - Maia (1903)

consigliata da Cesare Giuseppe Casarini
 


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