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Poesie e saggio pubblicati il 20 Ottobre 2019
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Poesie d'esordio

Ti prego non sorridere
mi ricordi
gli allegri giorni della primavera
Ti prego non cantare
mi ricordi
la felicita dell'estate
ti prego non serbare il broncio
mi ricordi
i temporali dell'autunno
Ti prego non fremere
mi ricordi
i geli dell'inverno
Ti prego continua
mi ricordi
un anno trascorso accanto a te.
Mario Ius

Poesia pubblicata il 12 giugno 2007




Le sofferenze dell’anima
Sognavo da piccola
Un mondo pieno di colori
È un bellissimo drago che mi venisse
a liberare dal mio dolore
I miei occhi tristi non avevano
una luce nuova come gli altri bambini
Soffrivano in silenzio
Ogni giorno riuscivo solo a sognare di volare
Come un aquilone lontano...lontano
Diventando poi una magica stella dorata
e infinita
Indiana    


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Il tuo detrattore

come a dire quello
del "tu pensa per te"
l'alterego che
va col lupo seguendo
la pista del sangue
lo stesso che ti seduce e
lo sguardo svia dagli occhi
forti della luce

Da Frammenti di luce indivisa, 2014
Felice Serino



Anima
Tu voli dove vuoi
Vai oltre l'universo
Ti posi
Sulle dolci ali dell'amore
Ti nascondi
Nel cielo di stelle
Intorno a te
Sollevi respiri di poesia
Voli
Nell'immenso creato
Ritorni a me

Anima
Tu sei la mia vita
Carlo Tella
 

Il mio spirito
Oggi ho pianto, sospirando amori che vanno,
amori mai nati e delusioni quotidiane di vita
che non m'appartiene.

Il mio spirito sta cedendo
La forza m'abbandona

Oggi cercherò il sorriso dentro buone parole,
pensieri positivi, bolle d'aria immerse in acquari
e piccoli grandi gesti.

Il mio spirito, col caldo soffio del vento,
volando libero poté risalire la cruda parete
sino all'orlo e guardandosi allo specchio disse:

Io valgo! Io valgo!
Ce la posso fare! Ce la posso fare!
Io ce la farò! Io ce la farò!

OOHH! Mio spirito, audace narratore:

La mia fantasia sono i miei sogni
e i miei sogni sono la realtà
che vorrei vivere.

La sicurezza è come un pesce nelle mani,
quando si prende tende sempre a scappare.

Alla fine penso che:
Il buon umore, il senso di felicità
e la gioia di sentirsi arrivati, in pratica lo
stare bene con se stessi, è un diritto o una questione per pochi.

Non c'è vita dove non c'è lotta.

Ora il mio spirito incarna la pace e il
canto d'un cantante di lodi.

OOHH! Mio spirito allegro e ballerino,
fermati, metti in fila le frasi, i sogni e poi
una ad una dille, falle valere e poi,
realizzali tutti…e mi raccomando, sorridi
che la felicita è tutta intorno a tè.
Filippo Genini


Non si smette mai
Non si smette mai
di essere sorpresi dalla vita,
di essere interrogati,
non si smette mai
di essere ignoranti,
di andare oltre,
di arrivare.
Non si smette mai
di avere dubbi,
di essere tormentati,
non si smette mai
di cercare delle soluzioni,
di attendere l'alba,
di cambiare.
Non si smette mai
di essere sorpresi dagli imprevisti,
di essere messi alla prova,
non si smette mai
di avere paura,
di esitare prima di agire,
prima di scoprire.
Carlo Festa


24) Immemore
Credo che il tempo scavi il suo corso,
dove scorrere imperturbabile da ogni intemperia.
Se sono non credibile sono incredibile…
Perché il mio carattere è tutt’uno con la malattia;
quando mentiamo, siamo la malattia.
Quando seduciamo, siamo la malattia.
Il mostro alberga in me tutte le notti,
parzialmente di giorno.
Il demone onnisciente accarezza ed abbraccia,
e poi stilla sangue prezioso
senza che tu te ne accorga.
Giorgia Deidda


Il vecchio castagno
Dopo anni torno a riveder questo luogo amato
dove dall’alto dalla costa tra i verdi boschi
felice tu scorgevi l’ansa del Ticino, del leccio
i profumi del castagno delle felci dei mughetti
nel vento respiravi forte e da giù sentivi venir
della lodola il canto lieto il gorgheggio dei merli
dei fringuelli prolungato dei tordi dei ravarini
il cinguettio ch’a quei faceva poi eco in lontananza
quello ripetuto e ritmato cucù cucù cucù del cuculo:
struggente il ricordo la nostalgia pur tanto forte.
Tutto cambiato qui intorno e in parte cancellato
non più lì il vecchio castagno dal maestoso fusto
che sul ciglio della strada qual sentinella guardia
faceva alle campagne quel tempo andato di mio nonno
quelle campagne dai filari lunghi e nell’autunno
di macchie ricchi di grappoli dai colori intensi accesi
ai quali i ciliegi lì presso davan loro amica compagnia
e a metà giugno poi avanzandoli con vellutati dolci
rubin frutti in quella nelle stagion correnti tavolozza
cangiante di colori, non più la stradina polverosa
che quelle divideva percorsa spesso di corsa
con la bicicletta ch’allora accompagnava
quella mia perduta come l’amato luogo giovinezza.

S’ergeva maestoso quel secolar,
d’autunnal doni nascosti generoso,
il vecchio castagno là sul curva
che alla ripida discesa poi portava
ad abbracciar laggiù con l’occhio
l’azzurro fiume il mio “canal”, il mio
Ticino: strada ripida sterrata polverosa,
ciotoli bianchi a farla da padroni,
che in salita presa a me ai compagni
portava, fatta in bici, a lieta fantasia
d’epiche nostre imprese e sogni
i nostri quali il momento poi dettava
Pordoi Falzarego Stelvio Tourmalet
Aspin Aubisque Ventoux Izoard Vars
e noi in veste di campioni Bartali
Coppi Bobet Robic Kubler Koblet
Gaul Bahamontes Buratti “giusipin”
immagini sogni memorie cancellati
da una grossa scure e da un manto di catrame.
giuseppe gianpaolo casarini


Fermerò questa ruga, che solca la linea sottile del mio viso, che non so riconoscere.
Roberto Luzi

 

''Un giorno o l'altro''
Un giorno o l'altro, cadrai ai miei piedi
Amore che piangi, Amore che siedi:
saranno i fiori, saranno i ceri
Amore di oggi, Amore di ieri.

Un giorno o l'altro, a me t'inchinerai
Amore che togli, Amore che dai:
saranno le rose, saranno le spine
Amore ch'è vita, Amore ch'è fine.

16ottobre19
Ben Tartamo


cantore
sono invisibile
feribile
fragile se colpito da pioggia
cannibale sulla tua bocca
ma quando nudo il brivido
io sono sogni
altro non essere
che il cantore
d’immaginario

"Poets and Lovers"
Jacqueline Miu


Poesia consigliata
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La muta.
Settembre, ora nel pian di Lombardia
è già pronta la muta dei segugi,
de' bei segugi falbi e maculati
dall’orecchie biondette e molli come
foglie del fiore di magnolia passe.
La muta dei segugi a volpe e a damma
or già tracciando va per scope e sterpi.
Erta ogni coda in bianca punta splende.

Presso il gran ponte sta Sesto Calende.
Corre il Ticino tra selvette rare,
verso diga di roseo granito
corre, spumeggia su la china eguale,
come labile tela su telaio
cèlere intesta di nevosi fiori.
Chiudon le grandi conche antichi ingegni,
opere del divino Leonardo.

Il sorriso tu sei del pian lombardo,
o Ticino, il sorriso onde fu pieno
l’artefice che t’ebbe in signoria;
e il diè constretto alle sue chiuse donne.
Oh radure tra l’oro che rosseggia
dello sterpame, tiepide e soavi
come grembi di donne desiate,
sì che al calcar repugna il cavaliere!

Vanno i cani tra l’èriche leggiere
con alzate le code e i musi bassi,
davanti il capocaccia che gli allena
per mezz’ottobre ai lunghi inseguimenti.
S’ode chiaro squittire in que’ silenzii.
Il suon del corno chiama chi si sbanda
e chi s’attarda e trae la lingua ed ansa.
Già la virtù si mostra del più prode.

Il buon mastro dell’arte sua si gode:
talor gli ultimi aneliti esalare
sembra l’Estate aulenti sotto l’ugne
del palafren che nel galoppo falca.
E, fornito il lavoro, ei torna al passo
per la carraia ingombra di fascine:
con la sua muta va verso il canile,
va verso Oleggio ricca di filande.

Vapora il fiume le sterpose lande.
Gabriele D'Annunzio, Sogni di terre lontane, Alcyone

- consigliata da giuseppe gianpaolo casarini
 


 

Racconti e testi vari

Cesare Angelini e Il Ticino: Elegia del Ponte Rotto. Parte seconda.
 

 “Congiungeva le due rive -come dire la città e la campagna- con un senso vivo di umana solidarietà. E i boschi vicini, rimbiondendo in primavera, gli mandavano vento di giovinezza. Giunta qui, l’acqua del fiume-nato in alto e lontano- rimormorava attonita: “Nel mio percorso non ho visto cosa più bella”; e si metteva a giocare fanciullescamente coi piloni, coi sette archi, che parevano un invito alla danza. Poi più a valle, si cancellava nel Po, ma consolata d’aver visto tale maraviglia. Da piazza Leonardo, da via luigi Porta lo guardavano le torri coetanee con compiacenza di sorelle superstiti; e il tiburio di San Michele e di San Teodoro ogni giorno allungavano il collo per meglio vedere e assicurarsi che era sempre lì.

Ed era sempre lì; un po’ vecchio, un po’ stanco, con quelle sue forme a dorso di mulo. Ma il mulo è sempre più tenace che stanco. E quella schiena curva che portava la dolcezza d’una chiesa fatta a barca, vinceva il peso e il passo dei secoli. In pace temevano che i suoi nemici fossero le piene che d’autunno aggredivano i piloni e invadevano gli archi ponendo quasi storcerli e ruinarli. Ma poi era niente.

Le onde sfogavano le forze radunate a Sesto Calende e qui,rompendosi contro il tagliamare, scoppiavano in una fragorosa orchestra di tuoni sommersi. Ma in guerra i suoi nemici furono i mostri precipitanti da cieli apocalittici; e ne hanno slogato le vertebre, sciancate le arcate, mutilato il canto.”

“Congiungeva le due rive -come dire la città e la campagna”, ecco la sua  funzionalità   sociale e di comunicazione, quindi  non solo balaustra di freschezza per i poveri in estate, non solo monumento simbolo da ammirare e ammirato, ma quell’unire  le due rive  quel andirivieni di persone, di  merci, di  mezzi di trasporto di vario genere. un tempo impedito o difficoltoso , ora diventa  possibile grazie a lui che agisce  “ un  senso vivo di umana solidarietà” tra due mondi diversi, fin qui separati, l’opulenza della città e la povertà della campagna. E  nel commento giunge in soccorso, grazie a quanto inviato da  un suo pronipote, il Dr. Fabio Maggi, Angelini stesso che  nel capitolo “Pavia sotto la neve” così scrive “Dal Ponte vecchio arrivano lenti i carretti insaccati in tendoni carichi di neve; scendono dai paesi di collina dove ne è caduta di più, e ne sono una memoria poetica. Ma fate che un gregge di pecore, sceso da Zavatarello, da Varzi, passi lento sul Ponte coperto; Pavia prende l’aria d’essere ancora nella favola, o appena uscita da una stampa del nostro Giovita Garavaglia o del suo maestro Fausto Anderloni, incisori d’alta statura, che nel grande Ottocento, come i poeti, sapevano ancora commuoversi davanti a queste scene cosmiche, a queste nevi cristiane, vantamento e ricchezza dei nostri siti settentrionali.” Poi ti par di sentire anche tu e di essere sfiorato come il ponte da quel vento di giovinezza che arriva dai boschi in quanto son queste  due righe di pura poesia! Acqua che nel suo lungo percorso, circa 200 km, prima di giungere a Pavia, il Ticino nasce nella lontana Svizzera, dalle due sorgenti dei passi di Novena e del Gottardo, ne bagnate di meraviglie con  il figlio suo il lago Maggiore ( Intra, Pallanza, le isole Borromee e altro )  ha da lontano visto  monumenti, torri, castelli, piazze,  abbazie delle lontane Stalvedro e Bellinzona o delle vicine Vigevano e Morimondo. ma…  “Nel mio percorso non ho visto cosa più bella”  acqua che poi  gioca “fanciullescamente coi piloni, coi sette archi, che parevano un invito alla danza” non è anche questa poesia? Acqua che infine muore, muore nel Po ma dolcemente e serenamente  dopo aver visto tanta “maraviglia” ! Bello quel animarsi, prender vita delle torri, delle chiese di Pavia che, come piene di timore, vogliono  tranquillizzarsi  e assicurarsi che sia sempre lì.

 E l’Elegia diventa elegia: stupenda la similitudine con il mulo: po’ vecchio, un po’ stanco”. ma “sempre più tenace che stanco”, “quella schiena curva che portava la dolcezza d’una chiesa fatta a barca, vinceva il peso e il passo dei secoli.” Sì le sue battaglie vinte vittoriosamente nei secoli e in tempo di pace durante le piene d’autunno che ” aggredivano i piloni e invadevano gli archi ponendo quasi storcerli e ruinarli. Ma poi era niente. Le onde sfogavano le forze radunate a Sesto Calende e qui, rompendosi contro il tagliamare, scoppiavano in una fragorosa orchestra di tuoni sommersi.” Vittorioso nei secoli e  in tempo di pace poi, in un sol giorno e in soli  pochi minuti, in guerra, “ i suoi nemici… i mostri precipitanti da cieli apocalittici.. ne hanno slogato le vertebre, sciancate le arcate, mutilato il canto.”

Tutta la sofferenza di questo passo dell’Elegia è raccolta in questo  “mutilato canto.”

Da Ticino Notizie
Giuseppe Gianpaolo Casarini

 


 

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