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Poesie e racconti pubblicati il 14-15 Dicembre 2019
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Poesie d'esordio


Nel mezzo del tavolo
un groviglio inestricabile
di fogli,
in cui annoto pensieri e riflessioni.
Non sono altro che una rassegna
di eventi marginali, di foglietti volanti,
di appunti dettati mentalmente
da una nuova alba.
Le mani e le unghie,
perfino le mezzelune,
ingiallite di nicotina.
Contemplo le volute di fumo.
Non faccio altro
che picchettare la cicca
sull'orlo del posacenere.
Tengo gli occhi bassi,
lo sguardo perso
nella geometria delle piastrelle
della mia stanza.
La mente si perde
nelle diramazioni del torpore.
Può succedere di
avere in superficie
un tuttoniente da scandire
in un giorno che non ha più
niente da dire.
Evidda

Poesia pubblicata il 10 giugno 2003




Un fatto, una poesia
da Fanpage.it, 8 dicembre 2019
'Comedian' è un'opera d'arte del valore di 120mila dollari realizzata da Maurizio Cattelan: si tratta di nient'altro che una banana attaccata al muro dell'Art Basel di Miami con dello scotch. David Datuna, un altro artista, ha mangiato quella banana dopo averla staccata dal muro e ha filmato quella che ha definito come una performance.
"Un artista che mangia un altro artista". Una performance singolare che prende di mira un'opera discussa da giorni, 'Comedian' di Maurizio Cattelan. L'opera consiste in una banana (vera) attaccata al muro con lo scotch. È esposta alla fiera d'arte contemporanea Art Basel di Miami ed è stata venduta per 120mila dollari. Poi è arrivato un altro artista, David Datuna, che l'ha staccata dal muro e mangiata. Ovviamente consapevole del valore di quell'opera, tanto da farsi riprendere per spiegare che la sua altro non era che una performance artistica, e non di certo una protesta o una contestazione nei confronti di Cattelan. La sua performance è stata intitolata 'Hungry Artist', ovvero artista affamato. "Posso mangiare la banana e il concetto di banana solo perché sono un artista anche io. Rispetto Cattelan, lo adoro. Ma io sono un artista che mangia un altro artista", ha spiegato Datuna dopo la performance

Cose da…Museo!

La Banana
qualità cattelan

…llì…na banana…La dovevi véde!...
Che Michelangelo se l'inzognava!
Na meravìja, a Ro'!..Me devi créde…
E più llì stava…e più se maturava….

Infinacché un bèr giorno un zoticone,
però tant'affamato de… curtura,
la stacca…se la capa e in d'un boccone
la butta in panza …pe na svojatùra.

Nu' resta che aspettà che la ricachi
così che pur'er culo sii l'artista
de n'opera che ancora nun s'è vista,
che illummini sti tempi griggi e opachi…

"L'arte mia è idea!" - mo' st'a ffà l'artista.
Ma … ce volete propio piàcce in giro!
L' "idea"?...Embeh…è idea sballata!...Nu inzista!
Si è idea…pìji n fòjo…pìi na biro…

Così ar Museo n ce viè … tazza…e cacata…
Quànn'è che metteranno le mutànne
che…tèngheno la…procreazzione?…Grànne!
Ma…st'Arte…n va n pochetto ripenzata?!
Armando Bettozzi


Pioggia autunnale
Lacrime di cielo scorrono
lungo il vetro nel grigio
di una stagione che mai
dona un po’ di gioia.

Chiuso fra quattro mura
mi lascio addormentare
dalla monotonia delle ore
senza nulla a cui pensare.

Un fradicio airone volteggia
lassù, forse a casa vuol tornare,
ma il grigio uniforme disorienta

non sa dove andare.

Non so dove andare

in queste ore senza domani
non riesco più nemmeno a volare
attendo l’inverno che dovrà arrivare.

Da La pietà
Renzo Montagnoli


Freccia
Al semaforo
sempre più spesso
il vicino
ti guarda cupo
con volto acre
ed occhi da gufo
e ti domandi
se hai fatto
qualcosa.
non dovevi forse...
poi, girando intorno
ovunque
presenze
contratte,
assenti
di fretta inutile
senza vita.
Tinti Baldini
 

neve
sui miei ricordi di vetro
rotti
spaccati
frantumati
fredda seta bianca cadi
e le sue parole copri silente
vincenzo celli


101
La separazione

alla fine del tempo
è come ti separassi da te stesso
in un secondo ineluttabile strappo
simile alla nascita
quando
ti tirarono fuori dal mare
amniotico
luogo primordiale del Sogno
stato che
è casa del cielo

Da Trasfigurati aneliti, 2014
Felice Serino


Stravaganze
Il sol che sorge abbraccia un nuovo giorno
che non è mai lo stesso e sempre cambia
però, quando al mattino guardo intorno
mi accorgo allora che c’è sempre sabbia.

E se la sera il ciel di voli è adorno,
se l’animo è sereno o pien di rabbia
il vento sparge sol polvere intorno
che il sudore in maschera poi scambia.

Il sol resiste e il vento non l’asciuga
silenti stan cambiando le stagioni
a volte dove andiamo mi domando

ma sempre nello spazio stiam volando:
non è più strana la neve sui barconi
neppure in mare lungo il bagnasciuga.

- Sonetto
(Boccheggiano 12.7.2019 – 20,56)
Salvatore Armando Santoro


"Ti attendo"
Ti attendo,
come la sera
fa la luna col mare.
Ti aspetto,
come la rugiada
su ogni bocciolo in fiore.
Non tarderai,
non tarderò ad abbracciarti...
come le nuvole e il sole
come il mare e la sabbia
come il sogno e la notte.
Come ogni primavera
trattiene l'estate.

12dicembre19
Ben Tartamo
 

Principessa Fiocco di Neve
tutto quello di cui ho bisogno è di un sogno
e di un amore marea calma oltre gli argini di ogni limite
di Bing Crosby dall’Eden del swing
che canti a sta città maledetta dal fumo e dal traffico
“Im dreaming of a lost Christmas”
mentre reduce di un sonno straordinario
su strade in pioggia ma col cuore a neve
io aspetterò
bruco nel bozzolo le mie ali farfalla

quello che brucia in me per te mi consuma
saranno per te tutti i gradini verso la vetta
di quelle impo9ssibili cose da superare se innamorati
cose mai scritte nei libri ma sempre sottintese
tra la parole “per sempre” e “fine”
tra copertine e pagine
sospiro di animo partito
per lasciarle a noi mortali

chiamato a consumare il giorno con cose che odio
finché sera
quando torno alla fattura che ci lega
spingendomi a cercarti
come furia berniniana di gelo
inconsciamente colpevole
del bisogno
dei no detti a bisbiglio
degli “stringimi forte”
quelli che si gridano quando troppo presi
nella rete di una fiamma che accalda il petto
notte e giorno
giorno e notte
del possederti sebbene amore non sia una catena
e nemmeno un voglio


tutto quello di cui tutti hanno bisogno è di un sogno
frutto dei poteri di una Principessa chiamata Fiocco di Neve
un atto di magia per il buio
che teme la forza della luce
al pari di un incendio che teme la pioggia
qualcosa che invogli gli occhi dei sognatori a fissare il cielo
nei suoi strati rosa
nelle sue nuvole gravide di cristalli
che inviti gli uomini a cercarsi
e i cuori all’amore

cammino contro i rami spogli
con la certezza che vi sia sempre una speranza
per i piccoli nel mondo
per i perdenti
persino per i peccatori
per tutti una strada verso un genitore
una sorella
un fratello
un amico
verso casa

e non v’è notte in cui non pensarti
non v’è pensiero a cui non portarti
tra mille vetrine Jingle Bells Ho Ho Ho è Natale
mille diamanti e Santa Klaus di ori
mille troni
regni e potere
sei solo tu quello che voglio


avesse il mio aspettarti
il prezzo della vita
arcane o divine siano le forze che spingono a neve
sarò
per i tuoi occhi
sotto i tuoi piedi
alla tua finestra
dono d’amore
poiché è di una sola cosa hai bisogno

un sogno

"Lovers and Poets"
Jacqueline Miu


O Inverno
O inverno, fra scheletri di corteccia
e rugiada di ghiaccio. Una grigia cornacchia
vola sopra lo sciabordare del rivo;
gelida acqua.

O inverno, dai plumbei occhi.
Grigio cielo, simile a brizzolati capelli.
Morti campi, a maggese abbandonati.
Strade solitarie, dalla pioggia illuminate.

Nidi infreddoliti, intrecciati fra le fronde.
Nidi ignudi, petti solitari abbandonati.
Uno zefiro di indifferenza, gela i cuori.

Comignoli spargono fumo candido.
Nebbia ghiacciata, dal profumo di verno.
O inverno, il costato di gente hai gelato!
Alessio Romanini


43. Più del tutto
Più del tutto che avanza
con mutevole esistente
che si trasforma sempre
e l'infinito che danza,
il cuore e la scienza
uniti nel fervore
d'una simile bellezza
che m'appare nel guardare
al mio perenne apprendere,
sapere di non sapere
eppure amare
il continuo curiosare
la conoscenza vasta
della nostra civiltà,
cosa verrà scoperto
sperimentando la realtà
assetati d'infinito?
Francesco Soldini


Poesia consigliata
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Racconti e testi vari

Il cuore danza con i ricordi.

Dedico questo racconto alla mia adorata moglie Isabella, compagna della mia vita.

Prima tappa: Roncisvalle
San Jean, partenza del cammino francese, è una località situata sui monti Pirenei a 250 metri sul livello del mare. Per raggiungere Roncisvalle (la nostra prima meta) quel giorno avremmo dovuto superare il confine tra la Francia e la Spagna e dopo circa due chilometri valicare il passo (1400 metri sul livello del mare). Ancora non era giorno e la nebbia avvolgeva il paese quando iniziammo a camminare e nonostante consultassimo la cartina, non riuscivamo a trovare la direzione giusta. Alcuni pellegrini ci superarono con passo deciso e decidemmo di seguirli perché ci sembrarono più svegli di noi. Giunti sul ponte che attraversava un fiume quei pellegrini si fermarono e noi due, approfittammo per informarci se quella era la direzione giusta. Il rumoroso drappello era composto d'italiani, francesi e tedeschi e durante la conversazione capimmo che quei pellegrini si erano conosciuti la sera prima. Tra loro c'era anche il giovane romano che ci trovò l'alloggio e quando ci riconobbe, ci salutò con entusiasmo, poi ci disse che la strada era quella giusta bisognava salire e salire verso il passo, scendere nel versante opposto per altri sei chilometri e comunque seguire la freccia gialla o la concia (il guscio della capasanta) il simbolo del Camino de Santiago. I pellegrini ripresero il cammino e noi due nonostante tentassimo di tenere il loro passo in breve li vedemmo sparire lungo la strada.

                                                                             * * *
La nostra lunga preparazione fisica sembrava non sortire nessun effetto, la salita verso il passo si rivelò più dura del previsto. La pioggia non accennava a diminuire e la temperatura quel giorno non salì sopra i dieci gradi. I k-way ci proteggevano dal temporale tuttavia non consentivano al sudore di uscire e dopo circa cinque chilometri eravamo completamente bagnati dalla condensa che si era formata all'interno dell'anti-pioggia. Gli zaini iniziarono a pesare come se dentro ci fossero mattoni. Eppure prima di partire, avevamo selezionato il minimo indispensabile da portare con noi: una tuta leggera, due magliette termiche, tre paia di calze tecniche, due slip, un pantalone corto, un maglioncino di pile, ciabatte per la doccia, un paio di scarpe aperte tipo sandali, più il sacco a pelo leggerissimo. Inoltre il necessario per l'igiene personale poche cose:(un pezzo di sapone Marsiglia, dentifricio, spazzolino e un asciugamano di pile, il tutto diligentemente pesato prima, d'infilarlo nello zaino perché il carico sulle spalle non doveva superare gli otto chili. Un capitolo a parte lo meriterebbero i medicinali che portavamo per tenere a bada i nostri malanni. La nebbia ci avvolgeva e non si capiva bene, se a bagnarci fosse quest'ultima o la pioggia. Le scarpe che avevamo scelto con tanta cura, ben presto si rivelarono non adatte a quel tipo di sforzo. Qualche doloretto iniziò ad affacciarsi, a ogni passo si presentava una nuova fitta, guardai Isabella e gli dissi: ?a circa otto chilometri da Saint Jean dovrebbe esserci un posto per riposare che ne pensi ci fermiamo? Lei rispose: ? Si credo sia meglio; non pensavo di faticare in questo modo, sarà a causa della pioggia, o forse stiamo andando troppo veloci? Subito a smentire questa domanda sono un gruppo di pellegrini giapponesi sbucati dalla nebbia, ci superarono silenziosi come fossero fantasmi, per sparire pochi metri più avanti a noi. Ci scambiammo una rapida occhiata e non potemmo fare a meno di ridere: ?forse siamo un po' più anziani dobbiamo trovare il nostro ritmo e vedrai che dopo andrà meglio. Questa frase ironica ci accompagnò per tutto l'itinerario e nonostante lo avessimo cercato con zelo questo famigerato passo adatto a noi, non lo trovammo mai.
Mentre ironizzavamo sulla nostra condizione fisica, come d'incanto vedemmo sbucare tra la foschia una scritta in francese: Refuge Auberge Orisson. I giapponesi erano già seduti, intorno a delle botti che fungevano da tavoli sistemati fuori dal rifugio, con le tazze di the caldo tra le mani. Sembrò che qualcuno ci avesse catapultato, in una località turistica delle Alpi. Entrammo e il locale era pieno di pellegrini che si affollavano davanti alla toilette. Isabella ed io tolti gli zaini e l'antipioggia, dopo ordinammo due cappuccini caldi e ci mettemmo seduti intorno a un piccolo tavolo, anche quello ricavato da una botte. Rapidamente demmo un'occhiata intorno a noi e quasi tutti quelli che stavano seduti, avevano tolto le scarpe. Dopo un breve sguardo ci togliemmo le scarpe e i piedi iniziarono a pompare e a gonfiarsi. Alzammo le gambe sopra a una sedia ci togliemmo i calzini e per la prima volta notammo qualcosa che ci accompagnò per tutto il cammino: vesciche belle grosse e doloranti. Nel corso della preparazione al cammino avevamo letto in una guida che bisognava forarle con ago sterilizzato e filo lasciando quest'ultimo all'interno consentendo al liquido di drenare. Ci spostammo in un angolo appartato e praticammo per la prima volta quell'operazione. Con nostro grande sollievo la cosa funzionò. Disinfettammo i piedi proteggendoli con del cerotto e rincalzammo le scarpe. Nel frattempo la fila alla toilette si era sfoltita e noi ne approfittammo prima che giungesse un altro gruppo. Uscimmo dal locale e i giapponesi erano ancora lì che scattavano fotografie. Con nostro grande piacere la pioggia era terminata e un timido sole apparve da dietro le nuvole. Mentre anche noi scattavamo qualche foto ricordo, vidi arrivare l'uomo che notai la sera prima sulla coincidenza per San Jean. Per un attimo i nostri sguardi s'incrociarono e abbozzai un sorriso, allungai verso lui la mano, dove tenevo la macchina fotografica e gli chiesi se poteva scattarci una foto. Senza dire una parola, l'uomo si avvicinò facendosi consegnare la compatta, Isabella ed io ci mettemmo in posa sotto l'insegna del rifugio, scattata la foto, gli chiesi se potevo offrirgli qualcosa al bar. Lui accettò ed entrammo di nuovo nel rifugio. La curiosità fu tanta, la voglia di sapere chi fosse mi spinse a dire: ?da quando ti ho visto sul bus non ho fatto altro che pensare che tu fossi un viso conosciuto. L'uomo mentre mi fissava rimase in silenzio. Guardandolo bene pensai che avesse oltre i sessanta, forse più vicino ai sessantacinque. Aveva il fisico asciutto e il viso scavato, gli occhi tendenti all'azzurro, i capelli bianchi e abbastanza folti, la barba rada gli copriva parzialmente il viso. Lui dopo averci squadrato a lungo ci disse: ?da dove provenite? ? Roma, risposi aggiungendo subito dopo Ostia per la precisione. ?Anche io provengo da quella zona. Dentro di me pensai,"lo sapevo che era un viso a me noto". Comunque non ricordavo, dove l'avessi conosciuto. Isabella domandò all'uomo: ?come mai sei in cammino? Con un sorriso lui rispose: ?cercherò di capirlo mentre vado verso Santiago e voi invece perché? Io gli dissi: per colpa di un film e scoppiammo a ridere tutti e tre attirando l'attenzione dei presenti. A quel punto perfezionammo la nostra conoscenza con le presentazioni e una stretta di mano: ?lei è Isabella, dissi indicando mia moglie, ed io sono Maurizio. Quando lui pronunciò il suo nome: ? Rocco. Un'immagine si affacciò nella mia mente. Prima sfocata poi sempre più nitida: Una lunga strada che portava alla foce del Tevere e tante case basse senza soluzione di continuità sui due lati della via.
Mentre cercavo di riesumare i ricordi dell'infanzia vissuta su quella strada, si affacciò nella mia mente un fatto che per molti versi cambiò la mia vita e il mio modo di pensare.

Roma, (Ostia Lido, via dell'Idroscalo)
In quel periodo spesso giungeva sul lungomare di Ostia, Pier Paolo Pasolini, noi, un poco come facevano gli scugnizzi di Napoli che si vedevano sui film di De Sica, lo accerchiavamo per rimediare qualche lira. Un giorno uno di quelli caldi, in piena estate, il poeta scese dall'auto, cosa che faceva di rado, e con la sua voce teneramente stridula ci invitò a salire, promettendoci un premio se lo avessimo seguito. A gruppi di quattro ci stipammo sulla sua auto e lui fece la spola più volte, dal mare all'argine del Tevere, in un luogo, dove un tempo cresceva un boschetto di pioppi e pini, oggi non c'è più, sacrificato per fare posto al depuratore di Ostia. Quando ormai nel boschetto eravamo circa una ventina, ci chiese di sederci in terra e formare un circolo. Dal bagagliaio dell'auto tirò fuori delle tuniche bianche che noi indossammo. Dopo averne indossata una anche lui, si collocò al centro del circolo e iniziò a declamare versi a noi incomprensibili. Solo oggi ripensandoci posso dire che fossero versi in latino. Se pur non capendo niente di quello che declamava, rimasi incantato dalla musicalità della sua voce, prima soave, poi dura, in un'altalena di toni che mi stregarono. Da quel giorno andai spesso, dove lo avevo incontrato la prima volta, con la speranza che tornasse per ripetere quell'esperienza. Gli anni trascorsero e in più occasioni ebbi l'opportunità di parlare con lui, più che altro ogni volta sembrava che m'intervistasse. La sua curiosità era infinita, volle sapere, dove abitavo, indagò sulla mia storia personale, e si appuntava tutto, anche le frasi dialettali che gli propinavo. Lo faceva divertire il mio modo di parlare sguaiato. Poi quello che previde sulla mia sorte futura se non avessi cambiato stile di vita, accadde, e qui mi riservo un poco di privacy. Lo persi di vista ma ricordandolo sempre come un vanto personale l'aver conosciuto un uomo come lui. Alcuni anni dopo, nel millenovecentosettantacinque, nel mese di novembre, spenti gli echi della stagione balneare, le strade del quartiere erano umide e silenziose ed io trascorrevo parte della giornata al bar della piazza, con la speranza che a qualcuno gli servisse un operaio. Quando all'improvviso il suono lamentoso delle sirene, squarciò il silenzio sonnacchioso che mi circondava, mentre numerose auto della polizia a folle velocità si dirigevano verso via dell'Idroscalo. Pensai a chissà quale guaio fosse accaduto da quelle parti, (Nuova Ostia) in quel tempo non era raro che scoppiassero tumulti tra residenti e quindi non me ne preoccupai molto. Poi come un fiume in piena la terribile notizia si diffuse rapidamente per il quartiere: il poeta Pasolini era stato assassinato. Isabella ed io ci dirigemmo sul luogo, dove era stato trovato il corpo. La folla si era assembrata sulla via e i poliziotti a fatica tenevano lontana la gente. Lì ascoltai molte persone dire oscenità di tutti tipi e non sto qui a ripeterle quelle parole ingenerose. Restai a lungo nei pressi della tragedia, così la definii, con un pensiero che mi torturava la mente: la voce delle borgate non avrebbe più raccontato al mondo quei luoghi emarginati e forse da quel giorno in poi sarebbe stato l'oblio per molti di noi. La storia di quel brutto fatto di cronaca è di dominio pubblico, anche se ancora non si è fatta luce del tutto sui fatti realmente accaduti quella notte, per mio conto ho sempre pensato che fu un'esecuzione.
Con la mente sono tornato lì tra il fiume e il mare, dove il gentile poeta ha smesso di cantare.
Sono tornato tra i fiori d'aglio selvatico che decorano il monumento eretto tra il fiume e il mare.

Continua
Maurizio Mazzotti
 

 
 

 


 

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