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Poesie e racconti pubblicati il 25-26 Gennaio 2020

Commenti, recensioni, ecc. saranno pubblicati il 26 Gennaio


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Antologia poetica

L'amore - La donna - Morte dei propri cari - Affetto per i propri cari- Tristezza e solitudine - Il dolore - La nostalgia - Racconto di un episodio - La natura - Gli animali - Gli oggetti - I desideri - I ricordi - Il poeta e se stesso - Il poeta e i luoghi - Il poeta si diverte -


 
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Poesie d'esordio


Sarò felice...
sarò felice, quando un giorno riuscirò...
ad alleviare il dolore di qualcuno...
a trovare amore per qualcuno...
quando riuscirò...
a controllare le mie ansie...
a non aver timore degli altri...
a credere nell' amicizia...
quando riuscirò...
a non aver paura della vita...
a non aver paura di me stesso...
quando riuscirò...
ad apprezzare le cose che di ogni giorno...
a soffocare tutti i timori...
a seminare qualcosa di buono...
ad assaporare la vita...
sarò felice sopratutto quando...
riuscirò finalmente ad amare me stesso.
Tomas

Poesia pubblicata il 30 settembre 2004


 

Il mio pianto
oggi piango ne ho il tempo-
domani avrò un rimedio-
se così non fosse ne aspetterò la mezzanotte-
a mezzanotte forse potrei anche trasmettere l'ultimo segnale-
in infrarosso-
è che è andato già troppo giù il calore della notte-
e nella stanza il freddo mi fa male-
col rigido passaggio della Luna raggelata dalle stelle-
tanto lontane-
nei Gemelli ...
... sopra la collina che tanto cara mi fu-
calano stormi di tempi in migrazione_
enrico tartagni


La musica della mente
Quando dentro le note
del corpo nella mente
corre vera la sensibilità
del giorno, quella musica
ti porta altrove, là
nel silenzio del bosco
dove le idee sovrastano
la voglia del non fare
e la vita trascorre
oltre la tua realtà.
Mi scompare il trascorso,
tutto è nuovo e m'illudo
d'esser così diverso
nel saltare da un ramo
all'altro per trovare
cibo nuovo tra i frutti
di quelle gemme verdi
che nel pensiero sono
nate solo per caso.
Morire suona male,
finire suona meglio
conferma il principio
di poter ricominciare dal nulla.
Claudio Badalotti
 

La vita
All'improvviso toglie,
all'improvviso dà,
quando meno te l'aspetti
qualcosa succede,
qualcosa cambia.
All'improvviso toglie,
non capisci perché,
all'improvviso un vuoto da colmare,
con cui convivere,
andare avanti,
un vuoto che tormenta,
che nessuno può immaginare.
All'improvviso dà,
ti sorprende,
all'improvviso una possibilità,
un'occasione da sfruttare,
da non sprecare,
all'improvviso un volo da prendere,
un orizzonte da raggiungere.
Carlo Festa


Composizioni agresti
Per la campagna volano le note
d’un pianoforte con la coda antica
e tra gli ulivi verdi il suono intrica
mentre le chiome a tratti smuove e scuote.

Vola sul campo verde un dolce canto
tra gialli girasoli si disperde
una donna compone dolcemente
al cuore parla e forse lei non mente.

Vanno le note a intenerir la mente
sullo spartito legge un sol-fa-do
ed armonie compone nel silenzio
scioglie l’amaro in bocca dell’assenzio.

Vola lontano quel suono e par ristori
un cuore che un giorno ha tanto amato
pei campi or s’aggira disperato
schiacciato sotto il peso dei suoi errori.

(Boccheggiano 5.8.2019 – 1,31)
Salvatore Armando Santoro


Rosso o Nero…Nero o Rosso…
Che sia rosso…Che sia nero,
l'importante è che è sincero.
Questo, certo, a tutti piace,
ma…dev'essere capace!
Se capace non lo è,
sta lì…chi lo sa perché…
Il politico, si sa,
non sta lì per carità.
È lì in cerca di potere,
pur con male-assai maniere;
di guadagni niente male;
pe' inseguire un ideale…
Ma assai spesso non va bene:
ché il suo fare porta pene!
Che sia nero…Che sia rosso,
spesso è un cane intorno all'osso,
e se un altro si avvicina
ringhia…azzanna…lo rovina...
Per lo meno assai ci prova,
ma non sempre ciò gli giova.
Quello nero, pei giornali
non è men dei criminali;
quello rosso gode più
democratica virtù.
In politica ogni cosa
vale, pur se è vergognosa…
La più brutta è per davvero,
quando toga attacca il nero,
ciò che al rosso mai non tocca:
ché è maligna…non è sciocca.
Nero…Nero…Rosso…Rosso…
Chi più all'altro zompa addosso…
Rosso…Rosso…Nero…Nero…
Chi è più alea…Chi è più vero…
Tutto questo lo racconta
l'aria stessa, che confronta…
E d'entrambe i due colori
bene sa rancori e onori,
ben capisce il giusto peso
d'ogni azione, ed il suo reso.
Armando Bettozzi


129
Lettere amo indorare


finché loro ci sono
e hanno le mani nel sangue
quasi presenze

percezioni inconsce a ravvivarle
come in padella a fuoco vivo
galleggianti in olio bollente
dagli scoppiettanti schizzi

insieme a parentesi a guisa
di unghie-di-luna appena
scottate

ecco che il cuore
madido di luce
ci si nutre

invaghito di lettere appena
pescate
dall'inferno dell'olio

Da La composizione della luce, 2015
Felice Serino

 

LA CIUTA

I Non Poemi

Dopo aver perso la vista, Dio disse: “Si spengano tutte le stelle.”


il Diavolo
Ho paura.
Paura.
Io ho paura.
Di imputridire
marcire
essere divorato dall’impotenza terrena.
Oggi caldo domani cadavere
oggi bello
domani scheletro senza fama tra altri e senza corona.
Io ho paura del dolore che continui nel violento silenzio.
Che i rimpianti e i ricordi restino
ma senza un corpo
vagare imprigionato dal nulla e per sempre.
La mia fede nell’ora si sgretola …
Serafica scintilla di speranza che m’abbandoni
appena la mente scappa dal martirio del Tempo
torna a chi t’ha creato e digli
digli delle mie continue lotte contro i serpenti del futuro
contro le anime rimpiante
contro ciò che avrei voluto ma non avrò mai tempo di continuare …
datemi una patria d’inchiostro,
una fiaba con molte pagine
e un libro senza un mai fine
datemi ciò che mai è stato per chi respira.
Ho paura.
Paura.
Con tutta questa neve,
i miei occhi vanno ai sogni mentre il corpo trema freddo.
Una gelida sibilla incontra il me dolce sulle labbra
e ne sento il bacio che non ha nulla del torpore umano … porta solo morte,
eppure nel sogno la seguo,
seguo il suo abbracciarmi
nei mondi dove i soli non bruciano affatto
e dove il vento,
è un kanji sull’invisibilità dell’aria.
Non v’è speranza di credere nelle scintille dei cristalli di ghiaccio.
Blunotte per guardiani dell’amore
e per chi non vede
beh …
tremito e gelo dell’inverno
come la morte

“Deemoni”
Jacqueline Miu


Oltrepassamento
Io muoio tutti i giorni
e tutti i giorni vivo:
le partenze son ritorni,
ogni partenza: un arrivo …

Son qui con la mia assenza:
da assente son presente
io sono il Con e il Senza
son l’essere ed il niente…

un solo mio: “ Si” , nega!
Un mio: No”, afferma!
Son l’alfa son l’omega:
son Mare e Terraferma.

Io sono amore e Odio:
Paradiso e Inferno
Son solo un episodio
Di un romanzo eterno.
Carlo Chionne


Lasciatemi guardare
lasciatemi guardare
la magnifica notte
tra fronde e alti pioppi
ascolto il vento
e un'antica melodia
agli scalini dell'amore
silvia trabanelli


Rime Invertite dal Petto
Nell'ombra della luce, proiettata
dalla corrente, scrivo silente del dolore
che accomuna il vivente creato.

Solingo scrivente, abbandonata
gioventù, brizzolato
il ciglio cantore.

Un tempo distratto. Illuso
fanciullo
dove i resti mortali sono raminghi.

Rima invertita dal petto schiuso.
Pensieri guardinghi
del poeta il trastullo.

La solitudine del cuore
acre malore, di rimpianto,
di pallore. Delle ore il silenzio.

Cerco una rima nello stelo del fiore;
l'aroma della sofferenza, aroma dell'assenzio.
Nell'ombra della notte, il costato resta affranto.
Alessio Romanini


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Racconti e testi vari


Il cuore danza con i ricordi.

Dedico questo racconto alla mia adorata moglie Isabella, compagna della mia vita.

Quella notte Rocco non riuscì a dormire. Pensò a come sarebbe stato ritornare alla “normalità”, nei rari momenti cui si appisolò, sognò l’immagine di suo padre senza volto. Lo sognò andare via dalla casa e camminare per la strada, arrampicato sui ponteggi mentre lo chiamava e lo incitava a fare presto e poi mentre lo picchiava. Lo vide poi di spalle andare via, attraversare i campi vicino alla ferrovia mentre sua madre a terra sporca di sangue lo malediva. Quando il sonno finalmente lo rapì, era già giorno. Lo svegliò il carrello della colazione che percorreva come ogni mattina rumorosamente il lungo corridoio. La notizia si era diffusa nel reparto e tutti quelli che quel giorno passarono davanti alla sua camera, lo salutarono chiamandolo per nome. Sara tornò in seguito almeno due volte il giorno portando notizie fresche. La commissione si riunì il mercoledì dell’ultima settimana del mese e diede finalmente parere positivo alla dimissione di Rocco. Questa doveva essere perfezionata alla presenza dei genitori. Sara, riuscì a mettersi in contatto con Vittoria e le spiegò a grandi linee i fatti e che era urgente la sua presenza per il rilascio.

***

La storia stava prendendo una svolta che ci piaceva e andammo a letto pensando alla tappa del giorno seguente con un altro spirito.

Ultima tappa: Santiago de Compostela

La sveglia era alle otto del mattino, ci alzammo, preparammo lo zaino timbrammo la Compostela, “il documento che certifica il pellegrinaggio e che va timbrato in ogni posto dove si dorme per essere presentato all’ufficio del pellegrino a Santiago, per ricevere la pergamena personale che attesta il completamento del pellegrinaggio”. Riprendemmo a camminare e in breve superammo Pedrouzo e ci addentrammo in un bosco di eucalipto. Mentre camminavamo, raramente il sole riuscì a superare il fogliame. Scendemmo di quota abbastanza velocemente poi risalimmo leggermente, percorrendo in piano circa tre chilometri e uscendo all’aperto ci dirigemmo verso Lavacolla, (anticamente qui i pellegrini sostavano per lavarsi prima di entrare a Santiago). Superato il piccolo corso d’acqua e percorrendo la strada asfaltata, salimmo verso il Monte do Gozo. Giungemmo in cima e per la prima volta dopo circa ottocento chilometri vedemmo le guglie della cattedrale di Compostela. Un pizzico d’emozione ci assalì e restammo ad ammirare la città che tanto avevamo pensato lungo il cammino. Frotte di pellegrini avanzavano verso Santiago noi prolungammo quel momento ai piedi del monumento che ricorda la visita di Giovanni Paolo II e poi via verso la città. Ci inoltrammo nel centro abitato mentre iniziò a piovere e quando fummo sulla piazza che si apre davanti alla cattedrale, lentamente ci sedemmo al centro per ammirarla. S’intravedeva la sua imponenza ma purtroppo era in fase di restauro, coperta quasi completamente dai ponteggi. Restammo in terra per almeno mezzora stretti uno all’altra, intorno a noi continuarono ad affluire i pellegrini, la piazza si gremì di persone che ridevano, piangevano, pregavano sotto la pioggia davanti alla loro meta. Arrivarono i ragazzi genovesi, (a uno di loro avevo donato i bastoncini per continuare il pellegrinaggio), giunse anche il giovane atleta e poi con la telecamera si avvicinarono Simone e tanti altri che conoscemmo lungo il cammino. Troppi e di tutte le nazionalità per essere nominati. Idealmente ci abbracciammo in un gruppo che diventò sempre più folto. Poi, silenziosamente mi allontanai dalla folla e pensai a Rocco, cercandolo tra quella moltitudine di gente. Dopo poco mi raggiunse Isabella e mi disse che aveva guardato anche lei e non lo aveva visto, mi prese la mano e mi portò davanti all’entrata della cattedrale. Provammo a entrare e ci bloccarono perché avevamo gli zaini. La sicurezza c’indicò un posto per depositarli, la casa del pellegrino. Assolto quel compito, entrammo passando sotto il Portico della Gloria, raggiungemmo e pregammo davanti al sepolcro dell’Apostolo Giacomo, dopo uscimmo lentamente e appena fuori restammo ancora a fissare la piazza gremita. Recuperammo gli zaini e ci dirigemmo all’albergo. Raggiunta la stanza dormimmo profondamente, il mattino seguente volevamo partecipare alla funzione e ci dovevamo alzare presto.

Il giorno seguente il sole non fece mai capolino, la pioggia cadde insistentemente per tutta la giornata (me lo aveva detto la dottoressa a Ponferrada che il cielo a Santiago piange spesso), partecipammo alla messa e come promesso mi confessai, presi l’Eucarestia per la prima volta dopo trentasette anni. Assistemmo al rito del Botafumero, che diffonde l’incenso penzolando fino a un’altezza vertiginosa. Dopo la messa uscimmo e ci recammo al centro della piazza e accanto a una scultura di Piero Manzoni (La base del Mondo) come avevo detto a Isabella, lessi l’ultima parte del quaderno.

***

Sara l’amica d’infanzia, come si diceva nel precedente capitolo, riuscì a mettersi in contatto con Vittoria e lei si apprestava a raggiungere Rocco.

Vittoria era appena rientrata dal lavoro e trovò Gianni che armeggiava sul terrazzo, gli arrivò alle spalle senza che lui notò la sua presenza, lo afferrò per le braccia e lo girò verso se. Lo baciò intensamente mentre pensava: “Lo amo, l’amo quest’uomo, desidero che questo non finisca mai”. I brutti ricordi con la morte di Aldo erano svaniti e con il passare del tempo le paure sopite. Lui la prese in braccio e si diresse verso la stanza da letto e fecero l’amore come se fosse stata la prima volta. Restarono abbracciati in silenzio fino a quando lei si alzò e gli chiese:─lo vuoi il caffè? Vittoria camminava per la stanza e lui la guardava rapito dalla sua bellezza e rimase per un attimo in silenzio poi: ─si lo prendo volentieri e fai presto che ho già nostalgia di te. Mentre lei usciva ridendo dalla stanza lui pensò quanta forza d’animo celasse, quanta voglia di vivere avesse Vittoria.

Da quando aveva ricevuto la telefonata di Sara, lei non faceva altro che contare le ore che la dividevano da Rocco. Quella sera avrebbe preso il traghetto per l’isola, aveva chiesto a Gianni di mandarla da sola. Lui la accompagnò al porto e prima che salisse sulla nave, la abbracciò e le disse: ─torna presto amore mio, manca solo tuo figlio per completare la nostra felicità.

Sulla nave cercò di non pensare al momento che avrebbe rivisto Rocco. La stanchezza prese il sopravvento, si addormentò sulla poltrona e sognò quando lui era bambino e giocava intorno alla casa con i randagi che rincorrevano il verdone che volava. Lo vedeva con gli occhi sbarrati mentre guardava il treno passare e sferragliare verso il mare.

Alle prime luci dell’alba la nave attraccò. Una strana sensazione la assalì, un bagaglio di dubbi s’insinuarono nella sua testa: “Mi avrà perdonato?” “ Come sarà adesso?” “Un uomo, sarà diventato un uomo”, “ l’ultima volta che l’ho visto, era poco più che un adolescente”, lo ricordava di spalle, mentre andava via senza salutarla, lo vedeva con la testa china attraversare il ponte appena uscito dal carcere.

Scese la ripida rampa di scale lentamente ingombrando il passaggio guardando se riconoscesse qualcuno sul molo. Un uomo che scendeva dietro di lei, impaziente di sbarcare si offerse di aiutarla: ─le serve aiuto signora? Lei si girò a guardarlo e per un attimo avrebbe voluto dirle di no, poi con un sorriso gli porse la valigia e gli disse: ─grazie è molto gentile, la scala è ripida e temo di cadere. Senza il peso della valigia poté cercare meglio nella folla che era in attesa. Quando fu a terra recuperata la valigia dal passeggero frettoloso, rimase ferma, poi si sedette sulla valigia. Sara era a pochi metri da lei, le due non si conoscevano, fu Vittoria ad azzardare: ─tu sei Sara? L’amica di Rocco? La giovane le fece un sorriso e le andò incontro chiedendole: ─Signora Vittoria! Lei è la madre? Sara stese il braccio e le porse la mano, con la vitalità propria dei giovani, le disse che era felice di conoscerla e di slancio le chiese: ─posso abbracciarla? ─Lei la abbracciò e si litigarono per chi avrebbe dovuto portare la valigia. Vittoria lasciò che fosse lei a portarla e mentre si dirigevano verso il bus, le chiese:─ perché Rocco non è con te? ─Lei dovrà dimostrare di conoscerlo! Ha portato qualche documento? Dovranno attestarne l’identità, come le ho detto al telefono. Vittoria cercò nella borsa e mostrò a Sara i fogli che tirò fuori e le disse: ─questi sono i soli documenti che ho con me, il foglio di scarcerazione, l’estratto di nascita e lo stato di famiglia. ─Stia tranquilla, saranno sufficienti a dimostrare l’identità di Rocco e cosa più importante, che è suo figlio, poi sbrigate le formalità potrà finalmente portarlo a casa. Nel breve tragitto che le avrebbe portate alla residenza, le due parlarono poco. La tensione crebbe sempre più a ogni fermata. Quando giunsero davanti all’ospedale, Vittoria prese Sara per la mano e come una bambina si fece condurre verso l’ingresso. Era l’ora delle visite dei parenti, l’atrio era affollato di gente, le due cercarono Rocco tra i visitatori, poi, salirono al piano superiore e lo cercarono nella sua stanza. Domandarono agli infermieri se lo avessero visto, poi un paziente riconobbe Sara, l’aveva vista nei giorni scorsi in giardino con Rocco: ─lo sta cercando? Poi fece un sorriso pieno di sottintesi, Sara annuendo gli chiese ─lo ha visto andare da qualche parte? ─Le ha delle monete? Le due donne si guardarono, poi frugarono nelle borse e insieme tirarono fuori le monete porgendole all’uomo. Lui prese le monete con una mano e con l’altra indicando verso l’alto disse:─ è andato in cima. ─Dove? ─In terrazza. ─Come si va sulla terrazza? In quel momento giunse il medico che si era interessato della dimissione del giovane. ─I documenti li avete portati? Disse rivolgendosi alle due donne. ─Vittoria sventolò i fogli mostrandoli al medico. ─ Eccoli! Sara rivolgendosi al medico: ─Rocco è sulla terrazza dell’ospedale! ─Venite con me si va a prenderlo. Rocco era seduto a gambe incrociate sul parapetto della terrazza e guardava sotto di lui la città che brulicava di gente. Nel porto i fumaioli delle navi attraccate gli sembrarono cosi vicini da poterli sfiorare con le dita. Quello era un giorno speciale per lui e avrebbe lasciato per sempre questo luogo che era stato un rifugio sicuro dopo la fuga. Qui si era fermato e questa era diventata la sua casa. Vittoria lo vide e per un attimo pensò al peggio, Sara si avvicinò e gli sfioro il braccio domandandogli: ─c’è una bella veduta da lassù? Rocco si girò e scese dal parapetto: ─avevo bisogno di fissare questa città nella mia mente, non l’aveva mai vista così dall’alto. Andò incontro alla madre le prese la mano, poi delicatamente la strinse a se. La sentì così fragile nel momento in cui lei si appoggiò al suo petto, la coccolò come faceva lei quando era bambino. Nel viaggio di ritorno tra Vittoria e Rocco sembrò che ci fosse stipulato un patto. Non parlare del passato fino a che non fossero certi che questo non li dividesse nuovamente. Dovevano abituarsi l’uno all’altra, alle modifiche che il tempo aveva portato al loro aspetto esteriore e interiore. Vittoria lo fissava, oramai lui era un uomo, pensò a quanto avesse lasciato in quegli anni lungo la strada dell’infanzia di suo figlio. Si distese sullo sdraio era felice che in quel momento fosse lì con lei, volle credere che quel giorno fosse il più importante di sempre. Non aveva senso pensare al passato, quanto non lo era del futuro, voleva gioire del presente, se fosse possibile cristallizzare quell’attimo per l’eternità. Si girò verso Rocco e lo vide fissare la scia della nave mentre l’isola diventò un punto all’orizzonte.

Tornare a casa lentamente un passo dopo l’altro, mentre i primi raggi del sole rapiscono le gocce di rugiada e le foglie libere vibrano nell’aria. Il canto della terra è imponente, mentre la marea a ondate avanza e colma l’anima. In così tanta bellezza c’è la fragilità di ogni essere nell’universo. La mente si perde nell’immensità dello spazio, è un granello di sabbia portato via dal vento.  

***

Giungemmo all’epilogo di quel viaggio durato trenta giorni, attraversando parte della Spagna, percorrendo circa ottocento chilometri a piedi. Restava il tentativo di metabolizzare tante emozioni, molte immagini. Visitammo altre chiese quel giorno, nella Chiesa dedicata a San Francesco, partecipammo a una coinvolgente preghiera dedicata alla pace, recitata da ognuno dei presenti nella propria lingua. Visitammo la città per quanto possibile, visto il poco tempo a disposizione prima della partenza. Il giorno dopo preparammo gli zaini prendemmo il bus alla stazione dei treni, direzione aeroporto Santiago de Compostela. Mentre il bus passò tra le strade della città, vidi alcuni pellegrini che giungevano dal cammino, guardai per riconoscere il nostro compagno di viaggio tra loro, poi dissi dentro di me, che ognuno di loro poteva essere Rocco, un pellegrino che non aveva mai smesso di viaggiare. Rientrato a Roma, chiesi qualche informazione in giro. Qualcuno mi disse che Vittoria era diventata titolare di un’importante azienda di trasporti e che viveva con il suo compagno Gianni a Roma. Lucia la maga, la nonna materna di Rocco) era morta da molti anni, anche Pietro e Ada i genitori di Aldo morirono dopo che gli abbatterono la casa in via dell’Idroscalo e furono trasferiti nell’abitazione popolare assegnata dal comune. Per quanto riguardava Rocco, dopo un periodo tranquillo vissuto con la madre, andò via di casa e nessuno l’ha più visto d’allora. Tornai con Isabella sul cammino l’anno dopo, attraversai l’Aragona partendo da Sonport, (passo sui Pirenei, al confine tra la Francia e la Spagna) ogni volta che vidi un pellegrino che mi precedeva, cercai di affiancarlo sperando che fosse Rocco il mio caro compagno di viaggio che era tornato a camminare libero nel mondo.

Fine
Maurizio Mazzotti
 


 

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