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Raccontami la notte in cui sono
nato.
Basta! Ad un certo punto abbiamo detto "basta", lo adotteremo.Ci abbiamo
messo un anno per convircerci, per convincermi.Nel frattempo ci siamo
sposati. Adesso la casa è invasa da giochi:sembra che ci vivano sei
bambini, non una bambina, Natalia.Ogni angolo della casa è occupato.La
settimana scorsa , mentre le facevo il bagno, mi ha chiesto perchè io non
l'ho tenuta nella pancia, e allora,la sua vera mamma chi è?Le ho detto che
di mamme ne ha due:una mamma di pancia e una mamma di cuore, proprio come
dice quel libro.Mi si piegavano le ginocchia intanto.Allora l'ho portata
in camera sua, l'ho vestita e ci siamo messe a leggere una storia che
avevo tenuto da parte per questo momento, s'initola "raccontami ancora la
notte che sono nato".Comincia così, è il bambino che parla:"Raccontami
ancora la notte che sono nato.Raccontami ancora che tu e papà stavate
dormendo e papà russava, raccontami ancora che è suonato il telefono nel
mezzo della notte e vi hanno detto che ero nato.Raccontami di come ti sei
messa a gridare:raccontami ancora di quando hai chiamato i nonni mentre ti
vestivi, ma loro non hanno sentito il telefono perchè dormivano come
ghiri. Raccontami ancora di quando avete preso l'areeo con il mio orso di
pezza,raccontami di come tu non potevi fare un figlio con la tua pancia, e
una altra donna mi ha fatto con la sua, di pancia ma era troppo giovane
per prendersi cura di me.Raccontami ancora di quando mi avete visto, che
tu e papa vi tenevate per mano e non potevate credere che una cosa così
piccola vi facesse ridere tanto.Raccontami ancora della prima volta che mi
hai preso in braccio e mi hai detto "amore"di come piangevi di felicità.
Raccontami ancora della prima sera che sei stata mia madre e mi hai
cantato la canzone che ti cantava tua madre.Raccontami di quando mi hai
messo nel letto.Dai mamma, racconta un'altra volta da capo la notte in cui
sono nato."
Vedi Bambina mia, la mia pancia era rotta ed io soffrivo per questo:la tua
mamma non poteva tenerti e tu soffrivi per quello.Abbiamo messo insieme i
nostri dolori per provare a farne una felicità:alla pari.Quando mi viene
da piangere mentre leggo questa storia,sento che la mia bambina mi stringe
un po',se ne accorge benissimo e poi, quando il libro finisce,mi
dice"ancora, ricomincia ,leggilo ancora".
Da "Una madre lo sa"di Concita di Gregorio
Racconto consigliato da Tinti Baldini
Il Principe felice -
Oscar Wilde (1888)
Alta sopra la città, su una lunga, esile colonna, sporgeva la statua del
Principe Felice. Era tutto dorato di sottili foglie d'oro fino, i suoi
occhi erano due lucenti zaffiri, e un grande rubino rosso luccicava
sull'elsa della sua spada. Tutti lo ammiravano. "È bello come una
bandierina mossa dal vento," osservò un giorno uno degli assessori di
città che ambiva farsi una reputazione d'uomo di gusto "però è meno
utile", si affrettò a soggiungere, per timore che la gente lo giudicasse
privo di senso pratico, il che non era affatto vero.
"Perché non sai comportarti come il Principe Felice?" chiese una madre
piena di buon senso al suo bambino che piangeva perché voleva la luna. "Il
Principe Felice non si sogna mai di piangere per nulla". "Sono contento
che a questo mondo ci sia qualcuno veramente felice", borbottò un uomo
disilluso ammirando la splendida statua. "Assomiglia un angelo", dissero i
Trovatelli uscendo dalla cattedrale nei loro lucenti mantelli scarlatti e
nei loro lindi grembiulini candidi. "Come fate a dire questo?" osservò il
professore di matematica, "se non ne avete mai veduti!". "Oh, sì, che ne
abbiamo visti, nei nostri sogni!" risposero i bambini, e il professore di
matematica aggrottò la fronte e fece la faccia scura, perché non trovava
giusto che i bambini sognassero.
Una sera volò sulla città un Rondinotto. I suoi amici se n'erano andati in
Egitto sei settimane innanzi, ma egli era rimasto indietro perché si era
innamorato di una bellissima Canna. L'aveva conosciuta al principio di
primavera mentre volava giù per il fiume in caccia di una grossa falena
gialla, ed era stato talmente attratto dalla sua vita sottile che si era
fermato a parlarle. "Vuoi che m'innamori di te?" le aveva chiesto il
Rondinotto, cui piaceva venir subito al sodo, e la Canna gli aveva fatto
un profondo inchino. Così egli le volò più volte intorno, sfiorando
l'acqua con le ali, e increspandola di cerchi argentei. Questa fu la sua
corte, e durò tutta l'estate. "È un attaccamento ridicolo", garrivano le
altre Rondini, "È senza un soldo, ma in compenso ha un sacco di parenti",
e a dire il vero il fiume era zeppo di Canne. Poi, non appena venne
l'autunno, le Rondini volarono via tutte. Quando se ne furono andate il
Rondinotto si sentì solo, e incominciò a stancarsi della sua bella. ' Non
sa conversare, ' si disse ' e temo sia una civetta poiché seguita a
frascheggiare col vento '. E infatti, ogni volta che il vento spirava, la
Canna si piegava con inchini graziosissimi. "Riconosco che è casalinga,"
proseguì il Rondinotto "ma a me piace viaggiare e di conseguenza anche a
mia moglie dovrebbero piacere i viaggi". "Vuoi venir via con me?" le
chiese infine, ma la Canna scosse la testa, era troppo affezionata alla
sua casa. "Tu mi hai preso in giro!" gridò il Rondinotto. "Me ne vado alle
Piramidi. Addio!" e volò via.
Volò tutto il giorno, e a sera giunse alla città. ' Dove alloggerò? ' si
disse. ' Spero mi abbiano preparato dei festeggiamenti. ' Ma poi notò la
statua sull'alta colonna. "Andrò ad abitare lì", esclamò. "La posizione è
bellissima, e ci si deve respirare dell'ottima aria fresca". Così si posò
proprio tra i piedi del Principe Felice. "Ho una camera da letto tutta
d'oro", mormorò sottovoce tra sé e sé, guardandosi attorno e preparandosi
per la notte, ma giusto mentre stava mettendo la testa sotto l'ala gli
cadde addosso una grossa goccia d'acqua. "Che cosa strana!" esclamò. "In
cielo non c'è neanche la più piccola nuvola, le stelle sono chiare e
luminose, eppure piove. Il clima del Nord Europa è semplicemente
spaventoso. Alla Canna la pioggia piaceva, ma questo era dovuto unicamente
al suo egoismo". In quella cadde un'altra goccia. "A che serve una statua
se non riesce a riparare dalla pioggia?" brontolò; "bisogna che mi cerchi
un buon comignolo", e fece per volarsene via. Ma proprio mentre stava per
aprire le ali una terza goccia cadde, ed egli allora alzò gli occhi e
vide... ah, che cosa vide? Gli occhi del Principe Felice erano gonfi di
lagrime, e lagrime rigavano le sue guance dorate. Il suo viso era così
bello sotto la luce della luna che il piccolo Rondinotto si sentì invadere
da una profonda pietà. "Chi sei?" chiese. "Sono il Principe Felice".
"Perché piangi, allora? Mi hai inzuppato tutto". "Quando ero vivo e avevo
un cuore umano," rispose la statua "non sapevo che cosa fossero le lagrime,
perché abitavo nel Palazzo di Sans-Souci, dove al dolore non è permesso di
entrare. Durante il giorno giocavo coi miei compagni nel giardino, e la
sera guidavo le danze nella Grande Sala. Intorno al giardino correva un
muro altissimo, ma mai io mi curai di sapere che cosa si stendesse al di
là di esso, ogni cosa intorno a me era così bella! I miei cortigiani mi
chiamavano il Principe Felice, e se il piacere è felicità, io ero
veramente felice. Così vissi, e così morii. E ora che sono morto mi hanno
messo qui tanto in alto che adesso vedo tutta la bruttezza e tutta la
miseria della mia città, e sebbene il mio cuore sia di piombo altro non mi
resta che piangere". "Come mai? Non è d'oro massiccio?" si chiese
mentalmente il Rondinotto, perché era troppo educato per rivolgere ad alta
voce domande di carattere personale. "Lontano lontano," proseguì la statua
con la sua dolce voce musicale "lontano in una stradina c'è una povera
casa. Una finestra di questa casa è aperta e attraverso vi vedo una donna
seduta a un tavolo. Ha il viso magro e sciupato, e le sue mani sono rosse
e ruvide e tutte bucherellate dall'ago, poiché fa la cucitrice. Sta
ricamando passiflore su un abito di raso che la più bella tra le damigelle
d'onore della Regina indosserà al prossimo ballo di Corte. A letto, in un
angolo della stanza, il suo bambino giace ammalato. Ha la febbre e
vorrebbe mangiare delle arance, ma sua madre non ha nulla da dargli,
fuorché acqua di fiume, perciò il bambino piange. Rondinotto, piccolo
Rondinotto, non gli porteresti il rubino che luccica sull'elsa della mia
spada? I miei piedi sono attaccati a questo piedistallo e io non mi posso
muovere". "Sono aspettato in Egitto", rispose il Rondinotto. "I miei amici
in questo momento volano sul Nilo, e discorrono con i grandi fiori di
loto. Tra poco andranno a dormire nella tomba del gran Re, dove il Re
stesso riposa nel suo sarcofago dipinto. È avvolto in gialli lini e
imbalsamato con aromi. Ha il collo adorno di una collana di giada verde
pallida, e le sue mani assomigliano a foglie avvizzite". "Rondinotto,
Rondinotto, piccolo Rondinotto," disse il Principe "non vuoi restare con
me per una notte soltanto, ed essere il mio messaggero? Il bambino ha
tanta sete, e la madre è così triste!" "Non credo che mi piacciano i
bambini", replicò il Rondinotto. "L'estate scorsa, quando stavo sul fiume,
c'erano due ragazzi maleducati, i due figliuoli del mugnaio, che mi
tiravano sempre sassi. Naturalmente non mi hanno mai preso, si capisce:
noi rondini voliamo troppo bene per lasciarci colpire, e del resto io
vengo da una famiglia famosa per la sua agilità; comunque però era una
grave mancanza di rispetto". Ma il Principe Felice aveva un viso così
doloroso che il Rondinotto ne provò pena. "Qui fa molto freddo," disse "ma
per farti piacere resterò ancora una notte e sarò tuo messaggero".
"Grazie, piccolo Rondinotto", disse il Principe.
Così il Rondinotto colse il grande rubino che ornava la spada del Principe
e volò sopra i tetti della città, tenendo stretto il gioiello nel becco
appuntito. Passò accanto alla torre della cattedrale, su cui erano
scolpiti i grandi angeli di marmo. Passò accanto al palazzo e udì un suono
di danze. Una fanciulla bellissima si affacciò al balcone col suo
innamorato. "Guarda che stelle meravigliose," egli le disse, "e come è
meraviglioso il potere dell'amore!". "Spero che il mio vestito sarà pronto
per quando ci sarà il ballo di Stato", rispose la fanciulla. "Ho ordinato
che sia ricamato a passiflore, ma le cucitrici sono talmente pigre!".
Passò sopra il fiume, e vide le lanterne appese agli alberi delle navi.
Passò sul Ghetto, e vide i vecchi Ebrei che contrattavano tra di loro, e
pesavano il danaro su bilance di rame. E finalmente giunse alla povera
casa e vi guardò dentro. Il bambino si agitava febbrilmente sul letto,
mentre la madre si era addormentata: era tanto stanca! Saltellò nella
stanza e posò il grosso rubino sul tavolo, accanto al ditale della donna.
Poi volò piano attorno al letto, e accarezzò con le sue ali la fronte del
piccolo, facendogli vento dolcemente. "Come mi sento fresco!" disse il
bambino. "Forse incomincio a star meglio", e si addormentò di un sonno
tranquillo. Allora il Rondinotto rivolò dal Principe Felice e gli raccontò
quello che aveva fatto. "Strano," osservò "ma benché faccia un freddo cane
adesso ho caldo". "Perché hai compiuta una buona azione", gli disse il
Principe: il piccolo Rondinotto incominciò a pensare, ma subito si
addormentò: il pensare gli metteva sempre addosso un gran sonno.
Quando il giorno spuntò, volò giù al fiume e prese un bagno. "Che fenomeno
straordinario!" esclamò il Professore di Ornitologia che passava in quel
momento sul ponte. "Una Rondine d'inverno!" E mandò al giornale locale una
lunga lettera in proposito. Tutti la citarono: era costellata di un sacco
di vocaboli che nessuno capiva.
"Questa sera parto per l'Egitto", disse il Rondinotto, e questa previsione
lo mise di ottimo umore. Visitò tutti i monumenti pubblici, e rimase a
lungo seduto in cima al campanile della chiesa. Dovunque andava i Passeri
cinguettavano e pispigliavano tra di loro: "Che forestiero distinto!",
cosicché il Rondinotto si divertì un mondo. Quando la luna sorse rivolò
dal Principe Felice. "Hai qualche commissione da darmi per l'Egitto?"
disse. "Sono di partenza". "Rondinotto, Rondinotto, piccolo Rondinotto,"
disse il Principe "non vuoi restare con me ancora una notte?" "In Egitto
mi aspettano", rispose il Rondinotto. "Domani i miei amici voleranno fino
alla Seconda Cateratta. Laggiù tra i giunchi, se ne sta accovacciato
l'ippopotamo, e su un grande trono di granito siede il Dio Memnone. Tutta
la notte egli contempla le stelle, e quando risplende la stella del
mattino proferisce un unico grido di gioia, e poi tace. A mezzogiorno i
leoni fulvi scendono a bere all'orlo dell'acqua. Hanno occhi simili a
verdi berilli, e il loro ruggito è più forte del ruggito della cateratta".
"Rondinotto, Rondinotto, piccolo Rondinotto," disse il Principe "lontano
lontano, dall'altra parte della città, vedo un giovane in una soffitta,
appoggiato a una scrivania ingombra di carte, e in un boccale accanto a
lui c'è un mazzolino di viole appassite. Ha i capelli bruni e crespi, le
sue labbra sono rosse come una melagrana, e i suoi occhi sono grandi e
sognanti. Sta sforzandosi di terminare una commedia per il Direttore del
Teatro, ma ha troppo freddo per poter seguitare a scrivere. Non c'è fuoco
nel suo camino, e la fame lo ha fatto svenire". "Va bene, aspetterò presso
di te un'altra notte", disse il Rondinotto, che aveva proprio un cuore
d'oro. "Devo portargli un altro rubino?" "Ahimè, non ho più rubini,
ormai," disse il Principe, "tutto ciò che mi è rimasto sono i miei occhi,
ma sono fatti di zaffiri rari, e furono portati dall'India più di mille
anni fa. Strappane uno e portaglielo. Lo venderà al gioielliere, e si
comprerà legna da ardere, e finirà la sua commedia". "Caro Principe,"
disse il Rondinotto "io non posso fare questo", e incominciò a piangere.
"Rondinotto, Rondinotto, piccolo Rondinotto," disse il Principe
"ubbidiscimi".
Così il Rondinotto strappò l'occhio del Principe e volò fino alla soffitta
dello studente. Era facile entrarvi, perché nel tetto c'era un buco. Il
Rondinotto vi sfrecciò attraverso, e penetrò nella stanza. Il giovane
aveva il capo affondato tra le mani, perciò non avvertì il frullio d'ali
dell'uccello, e quando alzò gli occhi vide il bellissimo zaffiro adagiato
in mezzo alle viole appassite. "Incominciano ad apprezzarmi!" gridò;
"certo me lo manda qualche grande ammiratore. Adesso potrò finalmente
terminare la mia commedia!". Ed era tutto felice.
Il giorno dopo il Rondinotto volò giù al porto. Si posò sull'albero di una
grossa nave e stette a osservare i marinai che a forza di funi alavano su
dalla stiva pesanti casse. "Issa-oh!" si gridavan l'un l'altro a mano a
mano che le casse salivano. "Io vado in Egitto!" garrì il Rondinotto, ma
nessuno gli badò, e quando spuntò la luna volò ancora una volta dal
Principe Felice. "Sono venuto a salutarti", gli disse. "Rondinotto,
Rondinotto, piccolo Rondinotto," disse il Principe "non vuoi rimanere con
me ancora per questa notte?" "È inverno ormai," rispose il Rondinotto "e
fra poco arriverà la fredda neve. In Egitto il sole è caldo sulle verdi
palme, e i coccodrilli riposano nel fango e si guardano attorno con occhi
pigri. I miei compagni stanno costruendo un nido nel Tempio di Baalbec, e
le colombe rosee e bianche li guardano, e tubano tra loro. Caro Principe,
debbo lasciarti, ma non ti dimenticherò mai, e la prossima primavera ti
porterò due gemme bellissime, al posto di quelle che tu hai regalate. Il
rubino sarà più rosso di una rosa rossa, e lo zaffiro sarà azzurro come il
vasto mare". "Nella piazza qua sotto," disse il Principe Felice, "ci sta
una piccola fiammiferaia. I fiammiferi le sono caduti nella cunetta del
marciapiedi, e si sono tutti bagnati. Suo padre la picchierà se non
porterà a casa un pò di danaro, e perciò la piccola piange. Non ha né
calze né scarpe, e la sua testolina è nuda. Strappa l'altro mio occhio e
portaglielo, così suo padre non la batterà". "Resterò con te ancora per
questa notte," disse il Rondinotto "ma non posso strapparti l'altro
occhio. Rimarresti completamente cieco". "Rondinotto, Rondinotto, piccolo
Rondinotto," disse il Principe "fà come ti dico". Così il Rondinotto
strappò l'altro occhio del Principe e sfrecciò giù nella piazza. Passò
roteando accanto alla piccola fiammiferaia e le fece scivolare il gioiello
nel palmo della mano. "Che bel pezzettino di vetro!" esclamò la bambina, e
corse a casa ridendo. Poi il Rondinotto ritornò dal Principe. "Adesso sei
cieco," disse "perciò io resterò con te per sempre". "No, piccolo
Rondinotto," mormorò il povero Principe "tu devi andare in Egitto".
"Resterò con te per sempre", ripeté il Rondinotto, e dormì ai piedi del
Principe.
Poi tutto il giorno seguente se ne stette appollaiato sulla spalla del
Principe, e gli raccontò quello che aveva veduto in paesi lontani. Gli
parlò dei rossi ibis, che sostano in lunghe file sulle rive del Nilo e col
becco acchiappano pesciolini dorati; gli parlò della Sfinge, che è vecchia
quanto il mondo, e vive nel deserto, e conosce ogni cosa; gli parlò dei
mercanti che viaggiano piano al fianco dei loro cammelli e recano tra le
mani rosari d'ambra; gli parlò del Re della Montagna della Luna, che è
nero come l'ebano, e adora un enorme cristallo; gli parlò del grande
serpente verde che dorme in un palmizio ed è nutrito da venti sacerdoti
con focacce di miele; gli parlò infine dei pigmei che veleggiano su un
grande lago sopra larghe foglie piatte e sono sempre in guerra con le
farfalle. "Caro Rondinotto," disse il Principe "tu mi parli di cose
meravigliose, ma più meraviglioso di qualsiasi cosa è il dolore degli
uomini e delle donne. Non vi è Mistero più grande della Miseria. Vola
sulla mia città, piccolo Rondinotto, e raccontami quello che vedi".
Così il Rondinotto volò sopra la grande città, e vide i ricchi
gozzovigliare nelle loro splendide dimore, mentre i poveri sedevano fuori,
ai cancelli. Volò in bui vicoli, e vide i visi bianchi dei bambini
affamati che fissavano con occhi assenti le strade oscure. Sotto l'arcata
di un ponte due ragazzini si stringevano l'uno all'altro cercando di
riscaldarsi a vicenda. "Che fame, abbiamo!" dicevano. "Non potete dormire
laggiù", gridò la guardia, e i due bambini si allontanarono sotto la
pioggia. Allora il Rondinotto tornò indietro e raccontò al Principe quello
che aveva veduto. "Sono tutto ricoperto d'oro fino," disse il Principe "tu
devi togliermelo di dosso, foglia per foglia, e darlo ai miei poveri: i
vivi credono che l'oro possa renderli felici". Il Rondinotto piluccò via
foglia dopo foglia del fine oro, finché il Principe Felice divenne tutto
opaco e grigio. Foglia per foglia del fine oro egli portò ai poveri, e le
facce dei bambini si fecero più rosate, ed essi risero e giocarono giochi
infantili nelle strade. "Abbiamo pane, adesso!" gridavano.
Poi venne la neve, e dopo la neve venne il gelo. Le strade sembravano
pavimentate d'argento, tanto erano lucide e scintillanti; lunghi
ghiaccioli, simili a lame di cristallo, pendevano dalle gronde delle case;
tutti giravano impellicciati e i ragazzini indossavano cappucci scarlatti
e pattinavano sul ghiaccio. Il povero piccolo Rondinotto aveva sempre più
freddo, ma non voleva lasciare il Principe; gli voleva troppo bene.
Raccoglieva briciole fuor dell'uscio del fornaio quando questi aveva la
schiena voltata, e cercava di scaldarsi battendo le ali. Ma alla fine capì
che era prossimo a morire. Ebbe giusto la forza di volare un'ultima volta
sulla spalla del Principe. "Addio, caro Principe," mormorò "mi permetti
che ti baci la mano?". "Sono contento che tu vada in Egitto, finalmente,
piccolo Rondinotto," disse il Principe "sei rimasto qui anche troppo
tempo, ma tu devi baciarmi sulle labbra, perché io ti amo". "Non è in
Egitto che io vado," disse il Rondinotto "vado alla Casa della Morte. La
Morte non è forse la sorella del Sonno?". E baciò il Principe Felice sulle
labbra, e cadde morto ai suoi piedi. In quel momento si udì nell'interno
della statua uno strano crac, come se qualcosa si fosse rotto. Il fatto è
che il cuore di piombo si era spaccato netto in due. Certo faceva un
freddo cane.
Il mattino seguente per tempo il Sindaco andò a passeggiare nella piazza
sottostante in compagnia degli Assessori. Nel passare dinanzi alla colonna
alzò gli occhi verso la statua: "Dio mio! Com'è conciato il Principe
Felice!", esclamò. "Davvero! Com'è conciato!" esclamarono gli Assessori
che ripetevano sempre quel che diceva il Sindaco, e andarono tutti su per
vedere meglio. "Gli è caduto il rubino dall'elsa della spada, gli occhi
non ci sono più, e la doratura è scomparsa," disse il Sindaco "insomma,
sembra poco meno che un accattone!". "Poco meno che un accattone",
ripeterono in coro gli Assessori civici. "E qui, ai piedi della statua,
c'è persino un uccello morto!" proseguì il Sindaco. "Dobbiamo
assolutamente emanare un'ordinanza che agli uccelli non sia permesso di
morire qui!". E lo Scrivano Pubblico prese appunti per la stesura del
decreto. Così tirarono giù la statua del Principe Felice. "Dal momento che
non è più bello non è nemmeno più utile" osservò il Professore di Belle
Arti dell'Università. Quindi fusero la statua in una fornace e il Sindaco
indisse un'adunanza della Corporazione per decidere quel che si doveva
fare del metallo. "Dobbiamo costruire un'altra statua," disse "e sarà la
mia statua". "La mia", ripeté ciascuno degli Assessori, e litigarono.
L'ultima volta che ebbi loro notizie stavano ancora litigando. "Che cosa
curiosa!" disse il sorvegliante degli operai della fonderia. "Questo rotto
cuore di piombo non vuole fondersi nella fornace. Bisogna che lo gettiamo
via". E 1o gettarono infatti su un mucchio di spazzatura dove avevano
buttato anche il Rondinotto morto.
"Portami le due cose più preziose che trovi nella città", disse Dio a uno
dei Suoi Angeli; e l'Angelo Gli portò il cuore di piombo e l'uccello
morto. "Hai scelto bene," gli disse Dio "poiché nel mio giardino del
Paradiso questo uccellino canterà in eterno, e nella mia città d'oro il
Principe Felice mi loderà".
-Consigliato da Claudio Agostini-
Waunsilapi (Compassione)
A qualche anziano Lakota piace raccontare come il suo popolo sia emerso da
una fenditura nella terra, nella parte meridionale delle Black Hills.
Questo è un racconto della creazione.
Quello che sto per riferire è un racconto della ri-creazione e non avrebbe
avuto un lieto fine se non ci fosse compassione nel mondo.
Tanto tempo fa un popolo viveva in una terra dai tanti laghi. Nelle
foreste c'erano molti animali, come caprioli e alci, da cacciare per
ottenerne cibo e vestiti. I laghi erano pieni di pesci di ogni tipo, di
anatre e oche. Quel popolo era forte, i suoi nemici lo temevano e quindi
regnava la pace. La vita era piacevole. Poi arrivò un inverno
particolarmente duro. La neve era profonda. Arrivò presto e durò a lungo.
Finalmente tutta la neve si sciolse in maggio, "la luna delle bacche
mature". L'estate portò molta pioggia ed i laghi e i fiumi cominciarono a
straripare- La pioggia continuava a cadere. La gente sapeva che la
stagione umida passa sempre. Rattopparono le loro abitazioni rotonde fatte
di corteccia e paglia per evitare che filtrasse l'acqua e aspettarono che
la pioggia diminuisse. Ma non successe. I laghi ed i fiumi si riempivano
sempre di più sino a rompere gli argini e la pioggia continuava a cadere.
Il cielo continuava ad essere scuro e nuvoloso. Le acque continuavano a
salire sempre di più, cacciando via le persone dalle loro case. Trovarono
terreni più elevati e costruirono nuove case, ma l'acqua continuava ad
arrivare. Presto non ci fu più riposo dalla grande alluvione, la gente
dovette continuare a muoversi verso le colline e le creste più alte. Anche
gli animali fuggivano dalle acque. Il cibo divenne scarso perché i
cacciatori non potevano cacciare. Molti beni furono abbandonati alle acque
che aumentavano. La gente pativa il freddo perché non si trovava legna
secca per accendere il fuoco.
I primi a morire furono gli anziani, troppo deboli per affrontare il
freddo e la fame. Presto molte persone si ammalarono di polmonite. Molti
si indebolirono ancora di più e morirono perché non c'erano medicine per
aiutarli. Poi arrivarono i venti. Dal nord arrivarono venti fortissimi,
furiosi. Trasformarono le acque in un essere scuro e meschino che scovava
la gente ovunque provasse a fuggire, trascinando le creature nelle sua
fredde tenebre. In pochi giorni tutte le persone tranne una furono morte.
Una giovane donna aggrappata alle rocce di un'alta collina.
Aveva cominciato ad arrampicarsi con la sua famiglia, ma la piena guidata
dai venti aveva travolto tutti. Ora era rimasta sola, affamata e
infreddolita, presa da una vertigine di dolore, raggomitolata sulle rocce
in attesa di morire. Indebolita dalla fame e dalla tristezza si addormentò
e dormì per molti giorni. I venti che avevano trasformato la piena in un
parossismo dispersero anche le nubi temporalesche. Per la prima volta dopo
quasi un mese il sole inondò la terra con il suo calore curativo e
rasserenante. I forti venti lasciarono il posto a gentili brezze che
carezzarono la terra con il loro dolce soffio. La grande inondazione era
finita ma il suo passaggio aveva lasciato morte. Sul suo tragitto alberi
spezzati e sradicati, colline devastate pascoli e cespugli divelti.
Dall'alto della collina la giovane poteva osservare ciò che la piena aveva
causato. Non avrebbe mai dimenticato che le aveva portato via padre,
madre, fratello e sorella.
Per lei ormai non aveva più senso che il sole splendesse di nuovo e che
cominciassero a riapparire gli animali. Era sola. Il suo lamentoso gemito
di dolore si levò sulla terra costringendo i quadrupedi e gli alati a
fermarsi e ascoltare. La giovane donna non abbandonò la collina. Giorno
dopo giorno, notte dopo notte sedeva sopraffatta da dolore, disperazione e
solitudine, diventando sempre più debole per mancanza di cibo e di acqua.
Un pomeriggio si riscosse, accorgendosi di una grande aquila appollaiata
su una roccia non distante. Era molto grande, con le penne di un marrone
scuro, quasi nero. La giovane si impaurì perché sapeva che le aquile sono
grandi predatori, con potenti artigli che avrebbero potuto squarciare la
sua carne, e lei non aveva alcun modo per difendersi. La giovane donna fu
attratta dai miti occhi marroni dell'aquila. La stava guardando con
curiosità. La giovane aspettò, percependo improvvisamente che non c'era
pericolo. Quindi l'aquila parlò.
"Mi sono accorto che sei sola" disse.
Lei iniziò a singhiozzare sommessamente, poi smise. "Si" rispose. "La
piena ha trascinato via la mia famiglia, tutta la mia gente, i bipedi.
Sono sola".
"Sei triste. Ho sentito che piangevi".
"La mia famiglia è sparita. La mia gente è sparita. Sono rimasta io sola e
tutto ciò che mi è rimasto è la tristezza. E' con me giorno e notte".
"Allora diventerò tuo amico" disse l'aquila "dimmi cosa posso fare per
te".
"Tu non puoi far nulla" si lamentò lei." Io sono sola. Io morirò sola".
"Questo non è vero" replicò l'aquila "guardati intorno. I tuoi parenti, i
quadrupedi, gli alati come me e coloro che strisciano. Loro sono qui.
Siamo tutti qui."
"Ma la mia gente è sparita. Io sono l'ultima" singhiozzò " non c'è rimasto
nessun altro uguale a me. Quindi sto aspettando di morire per raggiungere
la mia gente."
"Se tu muori, non resterà più nessuno come te sulla Terra" Non ci sarà
altro che il vuoto dove la tua specie viveva una volta. Questo non può
essere. Tu devi vivere." Allargò le ali e si alzò nell'aria.
"Dove vai?" chiese la giovane " stai andando via?"
"Solo per portarti del cibo" disse "Ritornerò"
E così fece, portandole un grande pesce.
"Devo accendere un fuoco" lei disse "non posso mangiarlo senza cucinarlo"
"Di cosa hai bisogno per il fuoco?" chiese l'aquila
"Legna" rispose "Legna secca"
L'aquila, ovviamente, può volare molto velocemente e dopo parecchi voli
nella foresta aveva accumulato per lei una grande catasta di legna.
Per prima cosa la giovane preparò un'esca per il fuoco, di legno e fune,
quindi accese il fuoco e cucinò il pesce. Perfino un piccolo morso le
sembrò ridarle forza; poteva sentirla circolare dentro di lei. Per tutto
il tempo l'aquila stette appollaiata dietro, perché aveva paura del fuoco.
"Voi bipedi avete il potere di fare una cosa veramente straordinaria"
Disse " Potete accendere il fuoco. Ma, ovviamente, noi alati e i
quadrupedi non abbiamo bisogno di una tale abilità".
"Si, il fuoco cuoce il nostro cibo così che noi possiamo mangiarlo. Ci
tiene caldi. Non c'è nient'altro come un fuoco caldo per cacciare via le
tenebre. Un buon fuoco è come un buon amico."
L'aquila portò ancora della legna così che la giovane potesse tenere il
fuoco acceso durante la notte e rimanere al caldo. Al mattino, quando lei
si svegliò l'aquila se n'era andata ma il fuoco stava ancora mandando
fumo. Ravvivò il fuoco e si chiese dove potesse essere l'aquila. Per un
momento aveva alleviato la sua solitudine e lei gliene era grata. Quando
si fece giorno e l'aquila non era ancora tornata pensò che fosse stato
solo un sogno. Tuttavia c'era il fuoco e c'erano gli avanzi di pelle
rinsecchita del pesce.
La giovane donna fu lieta del ritorno dell'aquila. Spellò il coniglio, lo
cucinò. Lo mangiò mentre l'aquila la osservava con grande interesse.
" C'è una bellissima valle nella direzione verso cui tramonta il sole- un
buon posto dove costruire un riparo. C'è acqua ed è riparata dai forti
venti invernali. Forse potresti andare lì" disse.
"No" replicò lei "Sono qui e rimarrò qui. Potrei costruire un riparo qui
se lo volessi."
L'aquila poteva percepire la sua grande tristezza. Sapeva anche che
sarebbe sempre stata triste perché lei era l'ultima della sua specie.
L'aquila aveva volato per lunghe distanze, sopra laghi e valli ma non
aveva trovato altri bipedi. Lei sarebbe invecchiata e morta da sola.
Continuò a portarle cibo e legna per il fuoco giorno dopo giorno. E
avrebbe sorvolato in circolo la sua collina per preservarla da ogni
pericolo. Una volta riuscì ad allontanare un orso dalla collina scendendo
in picchiata su di lui più volte.
La giovane donna diventava più forte giorno dopo giorno e cominciò a
preoccuparsi del suo aspetto. Si spazzolò l'abito e fece un pettine per
pettinarsi i capelli. Prima dell'inondazione era stata la giovane donna
più incantevole tra quelle di tanti villaggi e i giovani venivano da
ovunque per corteggiarla. Ora, ovviamente era rimasta in assoluto la più
bella giovane donna.
Un giorno, mentre stava aspettando l'aquila, si arrampicò fino alla cima
più alta della sua collina. Da lì potè vedere una vasta vallata e vari
laghi. C'era bellezza ovunque. Con il tempo le ferite lasciate dalla
grande inondazione sarebbero scomparse. Ma cosa poteva fare lei da sola?
Come ogni donna giovane aveva sognato di sposare un bravo e bel giovane e
di avere dei bambini. Sarebbero vissuti non lontano dall'abitazione di sua
madre e suo padre, nel loro villaggio vicino al lago. Lui sarebbe andato a
caccia e lei si sarebbe occupata della loro abitazione, e sarebbero
invecchiati insieme. Ora lei si trovava su una collina, una gelida,
terribile verità dentro di lei. Era l'ultima della sua specie. Che cosa
poteva fare?
Una delle sottili macchioline nel cielo sopra di lei iniziò a diventare
sempre più grande e presto sentì la corrente di vento sotto le grandi ali
dell'aquila. L'aquila atterrò. La giovane si meravigliò per l'estensione
delle sue ali potenti e della loro forza. Ma l'aquila aveva anche un altro
potere, il potere di scacciare la sua solitudine.
La donna chiese " Che potrei fare? Senza te non avrei nulla. Se solo fossi
un'aquila. Volerei con te. Potrei vedere ciò che tu vedi da così tanto in
alto nel cielo. E non sarei l'unica della mia specie."
"Vieni" disse l'aquila " noi voleremo. Aggrappati alle mie zampe e io
salirò in aria"
Fece così e si alzarono sopra la collina. All'inizio la donna aveva paura
e si aggrappò stretta stretta. Ma appena volarono ancora più in alto vide
la terra come non l'aveva mai vista prima e tremò dal timore. Si sentì più
forte man mano che ogni cosa sulla terra si rimpiccioliva. Si trattava di
una vista che non avrebbe mai immaginato. Sebbene tutto sulla terra -
alberi, colline, laghi e fiumi - divenissero più piccoli al loro
allontanarsi, la terra stessa diventava più grande e si sentì umile a
quella vista straordinaria. Volarono fino a che ebbe stanche le braccia ma
era riluttante a tornare sulla collina.
"Grazie" gli disse " Invidio ciò che sei."
"Sono tuo amico e lo sarò sempre" replicò l'aquila.
La loro amicizia divenne più forte. L'aquila le portava il cibo e lei
incideva sue immagini sulle rocce. Ogni giorno lei si allontanava sempre
più dal suo campo e presto iniziò a parlare di costruire un riparo da
qualche parte, forse sulla cima più alta della collina. L'aquila vedeva la
giovane donna sorridere più spesso. Tuttavia poteva notare la tristezza
nei suoi occhi.
In un bel giorno di tarda estate l'aquila volò in alto sulla scia dei
venti, alta sopra la collina della giovane donna. L'autunno era in arrivo
e l'inverno non avrebbe tardato. Già arrivavano brezze gelate dal nord. La
giovane donna avrebbe avuto bisogno di prepararsi per affrontare l'inverno
o non sarebbe sopravvissuta. L'aquila era preoccupata.
"Grandfather" invocò " Tu che sei il più potente, perché non ti sei
preoccupato del suo benessere?" chiese.
"L'ho fatto" rispose una voce"ho mandato te a lei"
"L'ho aiutata perché ne aveva necessità ed è una buona creatura" replicò
l'aquila" Posso solo portarle del cibo. Non posso darle ciò di cui ha
veramente bisogno. Ha bisogno di altri della sua specie".
"C'è un modo" la voce replicò.
"Dimmi Grandfather" disse l'aquila "l'aiuterò in ogni modo possibile".
"Anche tu sei una buona creatura, hai un cuore gentile e meriti il posto
che occupi nel Grande Cerchio della Vita" disse la voce "Pochi hanno il
tuo potere. Potrebbe essere difficile lasciare il tuo posto, perché questo
è ciò che deve accadere se realmente vuoi aiutare i bipedi."
"Non capisco, Grandfather"
"Per aiutarla tu devi diventare un bipede. Se lo farai non potrai più
cavalcare i venti. Non vedrai più la Terra dall'alto delle montagne più
alte. La scelta è tua. Puoi diventare un bipede e come maschio e femmina
insieme potete dare alla terra più esseri della sua specie. O puoi
rimanere quale sei."
L'aquila rimase molto quieta quella notte mentre sedeva con la giovane
donna, era preoccupata. Lei si rese conto che i suoi occhi bruni avevano
perso il loro usuale scintillio. " Hai qualcosa in mente?" chiese lei.
"Sì" replicò "Devo andare via. C"è molto a cui devo pensare "
"Ritornerai?" chiese lei " Non potrei sopportare tutto questo se ti perdo"
"Tornerò" promise "Non importa cosa può accadere, sarò sempre tuo amico.
Ti porterò del cibo prima di partire. Rimani sulla collina; non
allontanarti. " ammonì.
Il giorno successivo la giovane donna si arrampicò sulla cima della
collina e osservò il cielo. C'erano alcuni falchi e qualche aquila. Si
domandò quale tra quelle alte, nere macchioline fosse il suo amico. Il
giorno successivo fu lo stesso e così il giorno dopo. Era impaziente per
il suo ritorno perché la solitudine la perseguitava come un nemico nella
notte.
L'aquila salì più in alto di quanto non avesse mai volato e vide più cose
della terra di quanto non avesse mai veduto. Era una visione che non
avrebbe mai voluto dimenticare.
"Grandfather " invocò "Sono qui",
"Grandson" replicò la voce "So cosa c'è nel tuo cuore. Sei stato
angustiato per tutti questi giorni, Ora hai fatto una scelta.
"Si" disse l'aquila. "So cosa devo fare".
"La scelta che farai è una strada dalla quale non potrai mai tornare
indietro" Disse la voce.
"Ci sono molte creature della mia specie" disse l'aquila. "Lei è solo una
e non può rimanere l'unica della sua specie. La Terra e ogni cosa su di
essa ne sentirà la mancanza. Non vedo altro modo"-
"Allora sia" disse la voce "Ti dico questo: I bipedi troveranno un posto
nei loro cuori per la tua specie. La terranno in alta considerazione".
L'estate stava finendo, la giovane donna lo sapeva. Dal nord soffiavano
venti gelidi. Percorse la collina per raccogliere legna per il suo fuoco.
Di quando in quando guardava il cielo, il suo amico non aveva fatto
ritorno.
"Stai cercando qualcuno?" Disse una voce dietro di lei.
Era una voce familiare, una che conosceva molto bene. Aveva fatto ritorno.
La giovane donna si girò con un sorriso che divenne una smorfia. Non
poteva vedere nessuno.
"Sono qui" disse la voce familiare. La giovane donna quasi svenne quando
un bel giovane alto comparì da dietro una roccia.
"Come può essere" gridò " Ho pensato che tutti fossero stati travolti
dall'inondazione al di fuori di me!"
"E' vero" disse il giovane uomo.
"Allora da dove vieni?"
"Dal cielo" replicò il giovane.
La giovane donna rimase shockata in silenzio e incredula. Eppure la voce
del giovane era familiare: era la voce dell'aquila. Allontanando
confusione e paura fece qualche passo per avvicinarglisi. C'era qualcosa
di familiare in quei profondi occhi bruni.
"Ricordi il giorno in cui abbiamo volato insieme?" Domandò lui." Ti ho
condotta in alto distante dalla Terra"
"Non può essere! " gridò "Sei tu!"
"Ho promesso che sarei tornato e l'ho fatto . Non sei felice di vedermi?"
La giovane donna corse tra le sue braccia, provando qualcosa che non
pensava potesse esistere. E sentì anche qualcos'altro: ogni volta che si
avvicinava più a lui si sentiva come se spiccassero il volo.
Prima dell'inverno costruirono un riparo alla base della foresta e in
breve divennero padre e madre di vari bimbi, e di una nuova razza di
bipedi. Lei raccontò ai suoi figli chi fosse il loro padre e chi fosse
stato.
Avrebbero guardato il cielo ogni volta che ci fossero state in volo le
aquile. Ovviamente avrebbero osservato i loro parenti. Insegnarono ai loro
figli a fare lo stesso e questi a loro volta lo insegnarono ai loro figli
e così via…
Forse ora puoi comprendere perché le penne d'aquila per noi sono sacre. Da
quel giorno e sino ad oggi noi Lakota proviamo reverenza per le penne
dell'aquila, e ogni volta che ne vediamo una in cielo ci fermiamo per
rendere grazie a questi nostri parenti per la loro compassione.
Tratto da "The Lakota way " di JOSEPH M. MARSHALL III
-Consigliato da Massimo Reggiani-
Questa leggenda araba è
riportata sul romanzo “Appuntamento a Samarra” di John O’ Hara; è stata
raccontata da Tiziano Terzani nel suo libro “Un altro giro di giostra” e
infine ( per quanto ne so io) ripresa da Roberto Vecchioni nella canzone
“Samarcanda”.
Parla la Morte: C’era a Bagdad un mercante che mandò il suo servo al
mercato per far provviste. E il servo ritornò ben presto, pallido e
tremante, e disse:”Padrone, poco fa, mentre ero al mercato, fui urtato da
una donna nella folla, e quando mi volsi mi accorsi che era stata la Morte
a urtarmi. Mi guardò e fece un gesto minaccioso. Te ne supplico, prestami
il tuo cavallo ed io abbandonerò questa città per sfuggire al mio destino.
E andrò a Samarra, dove la Morte non potrà trovarmi”. Il mercante gli
prestò il suo cavallo, e il servo montò in sella e, spronando a sangue
l’animale, partì al galoppo. Allora il mercante si recò alla piazza del
mercato e mi scorse tra la folla. “ Perché hai fatto un gesto minaccioso
al mio servo, stamani ? ”, mi chiese, avvicinandosi. “ Il mio gesto non
era di minaccia, bensì di sorpresa”, risposi. “ Fui stupita di vederlo a
Bagdad poiché avevo appuntamento con lui questa sera a Samarra”.
W. Somerset Maugham, Sheppey
-Consigliato da Arcangela Cammalleri-
Twaktrie, il dio
“Vulcano” della mitologia indù, ha preso la leggerezza della foglia e lo
sguardo del cerbiatto, la gaiezza dei raggi del sole e le lacrime della
rugiada, l’incostanza del vento, la vanità del pavone e la morbidezza
delle piume della rondine. Vi aggiunse, poi, la durezza del diamante, il
dolce sapore del miele, la crudeltà della tigre, il calore del fuoco e il
freddo della neve. Ha aggiunto, ancora, il cinguettio della cingallegra e
il tubare della colomba. Ha fuso tutto questo ed ha formato la donna. Poi,
l’ha regalato all’uomo e l’uomo ha detto: “ Ringrazio te, o Signore, che
mi hai fatto questo magnifico regalo”.
Autore anonimo
-Consigliato da Arcangela Cammalleri-
Mio Figlio
Erano tutti molto gentili. Quando sono arrivato una giovane ragazza,
un’infermiera, credo, mi ha accompagnato da Daniele prendendomi
sottobraccio. A dir la verità mi stringeva un po’ troppo, così mi è
sembrato, come se avesse paura che scappassi via, o che cadessi. Certo
ormai non cammino più tanto bene e si vede, ma non ho certo bisogno che
qualcuno mi sostenga, a meno che non ci sia un pericolo. Ad ogni modo mi
ha portato da lui. Mio figlio era in un letto particolare, che non avevo
mai visto. Era grande e con un sacco di comandi elettrici a fianco, sapete
no? Con quei comandi che fanno di tutto: alzano, spostano di lato, solo la
schiena, ora la testa e così via. Poi aveva un monitor, (mi pare si chiami
così) sopra la testa che faceva il tipico rumore del cuore. Daniele
sembrava dormire. Infatti non si è accorto che ero arrivato. Ho capito
subito che era per le medicine che stava così. Ho fatto l’infermiere sotto
le armi e qualcosa ne so. Certo non ero veramente infermiere. Io aiutavo
soltanto, ma certe situazioni, certe facce, certi momenti me li ricordo
ancora, anche se sono passati…sono passati…beh, accidenti! Sessantasei
anni? Dio mio! Comunque me li ricordo ancora, sì. Per questo mi sono un
po’ preoccupato quando la signorina, sì insomma, l’infermiera giovane e
carina, gli si è avvicinata e, scuotendo la testa, ha interrotto il flusso
della flebo. Ma che ne so io, in fondo faccio il falegname, cioè, lo
facevo, e quindi, mi sono detto che non era certo perché non ce ne era più
bisogno. Forse, mi sono detto, era perché dovevano cambiargliela. Comunque
Daniele dormiva. Mi sono avvicinato e gli ho detto “Dani, papà è qui con
te, va tutto bene, mi senti Dani?” Era per le medicine che stava così,
infatti non mi ha risposto. E’ rimasto immobile. Allora mi sono ricordato
di quando giocavamo insieme alla guerra. Lui faceva il nemico ed io quello
che gli aveva sparato. Lo so che di solito un padre e un figlio non
giocano a queste cose, ma a Dani piaceva tanto. Così lui si lasciava
cadere a terra e io gli urlavo “alzati sporco tedesco, alzati che voglio
ucciderti di nuovo” ma lui rimaneva immobile, fino a che non gli veniva da
ridere e si alzava. Ecco. A un certo punto però è arrivato un dottore
anziano. Non come me, più giovane certo. Avrà avuto una sessantina d’anni.
Mi prende per un braccio e mi fa “Signor Clementi, venga, venga con me.”
Io volevo restare con Dani, volevo essere lì quando si risvegliava, ma lui
mi voleva per forza portare via da lì. Alla fine gliel’ ho detto “no
dottore, io resto qui, con mio figlio. Voglio essere vicino a lui quando
si sveglia. Vede dottore è lui che pensa a me ormai, da quando la mia
Ester se n’è andata, è lui che mi è sempre vicino. Mi coccola come fossi
un bambino. E’ tanto caro e perciò ora voglio stargli vicino. Se si
sveglia e non mi vede si sente solo, ne sono sicuro, certo lo so che non è
più un bambino. Ha quasi cinquantanove anni, ma non vuol dire sa? Siamo
rimasti solo lui ed io ormai. Non abbiamo più nessuno che badi a noi.” E
quel dottore mi sorride, un po’ tristemente, e mi dice che ormai Dani non
ha più bisogno di niente. “Vede?” mi fa “vede il monitor?” e io vedo che
non c’è che una linea e il battito del suo cuore…ma sono le medicine…”sono
le medicine vero dottore?”
Sono tornato a casa. L’infermiera, tanto cara, oltre che carina, mi ha
voluto a tutti i costi accompagnare e, non ci crederete, ha voluto
addirittura farmi la camomilla, quella che Dani mi preparava tutte le sere
prima di mettermi al letto. Ero tanto stanco e così ho subito chiuso gli
occhi. Prima di addormentarmi però ho pensato che sono davvero tutti molto
gentili in quell’ospedale, tanto. Ma domani vado a riprendermi il mio
Dani. Ora basta tenerlo lì. Sta bene ormai ed è ora che esca. Ce ne
andremo via insieme e magari, perché no? Lo convinco ad andarcene al mare,
a vedere le barche al molo, come piace a lui e come piace anche a me. Sì:
domani vado e me lo porto via…me lo porto via…con me!
E’ veramente un gran bravo ragazzo Dani, credetemi, ed è… mio figlio!
Sandro Orlandi
-Racconto consigliato da Maristella Angeli-
Le pietre preziose
Tempo fa, un uomo camminò sulla spiaggia in una notte di luna piena...
Pensò che se avesse avuto una macchina nuova sarebbe stato felice,
se avesse avuto una grande casa sarebbe stato felice
Se avesse avuto un lavoro eccellente sarebbe stato felice
se avesse avuto una donna perfetta sarebbe stato felice...
In quel momento inciampò in una borsa piena di pietre.
Cominciò a giocare con le pietre, gettandole nel mare, una per ogni volta
che aveva pensato:
Se avessi...sarei felice...
Finchè rimase solo con una pietra nella borsa e decise di tenerla
Quando arrivò a casa notò che quella pietra era un diamante molto prezioso
Ripensò a quanti diamanti aveva gettato per gioco nel mare, senza
accorgersi che erano pietre preziose
Così fanno le persone...
Sognano quello che non hanno senza dare valore a quello che hanno vicino
Se osservassero meglio, noterebbero quanto sono fortunati...
La felicità è molto più vicina di quello che si pensa...
Ogni pietra dovrebbe essere osservata meglio...
Ogni pietra potrebbe essere un diamante prezioso!
Ogni nostro giorno potrebbe essere un diamante prezioso e insostituibile.
..
Ognuno di noi può decidere se apprezzare ogni pietra o gettarla in mare...
E tu, stai giocando con le pietre?
Amici, famiglia, lavoro e sogni?
La morte non è la più grande perdita della vita.
La più grande perdita della vita è morire dentro mentre viviamo.
Vivi pienamente ogni giorno...
E soprattutto sii felice per quello che hai…
Buon fine settimana
Un abbraccio dal Cuore
Giuseppe Bufalo
http://lucideimaestri.altervista.org
-Racconto consigliato da Ida Guarracino-
Il cappellino
Se non me lo lasci fare non potrò andare a scuola! Mi vergognerei
troppo...
È terribilmente importante, mamma!".
Elena scoppiò a piangere. Era la sua arma più efficace.
"Uffa, fa' come vuoi..." brontolò la madre, sbattendo il cucchiaino nel
lavello.
"Sembrerai un mostro. Peggio per te!".
In altre 23 famiglie stava avvenendo una scenetta più o meno simile.
Erano i ragazzi della Seconda B della Scuola Media "Carlo Alberto di
Savoia".
Per quel giorno avevano preso una decisione importante. Ma gli allievi
della Seconda B erano 25.
In effetti, solo nella venticinquesima famiglia, le cose stavano andando
in un modo diverso.
Elisabetta era un concentrato di apprensione, la mamma e il papà cercavano
di incoraggiarla.
Era la quindicesima volta che la ragazzina correva a guardarsi allo
specchio.
"Mi prenderanno in giro, lo so. Pensa a Marisa che non mi sopporta o a
Paolo che mi chiama "canna da pesca! Non aspetteranno altro!".
Grossi lacrimoni salati ricominciarono a scorrere sulle guance della
ragazzina.
Cercò di sistemarsi il cappellino sportivo che le stava un po' largo.
Il papà la guardò con la sua aria tranquilla:
"Coraggio Elisabetta. Ti ricresceranno presto. Stai reagendo molto bene
alla cura
e fra qualche mese starai benissimo".
"Sì, ma guarda!".
Elisabetta indicò con aria affranta la sua testa che si rifletteva nello
specchio,
lucida e rosea.
La cura contro il tumore che l'aveva colpita due mesi prima le aveva fatto
cadere tutti i capelli.
La mamma la abbracciò:
"Forza Elisabetta! Si abitueranno presto, vedrai...".
Elisabetta tirò su con il naso, si infilò il cappellino, prese lo zainetto
e si avviò.
Davanti alla porta della Seconda B, il cuore le martellava forte.
Chiuse gli occhi ed entrò.
Quando riaprì gli occhi per cercare il suo banco, vide qualcosa di strano.
Tutti, ma proprio tutti, i suoi compagni avevano un cappellino in testa!
Si voltarono verso di lei e sorridendo si tolsero il cappello esclamando:
"Bentornata Elisabetta!"
Erano tutti rasati a zero, anche Marisa così fiera dei suoi riccioli,
anche Paolo, anche Elena e Giangi e Francesca...
Tutti! Ma proprio tutti!
Si alzarono e abbracciarono Elisabetta che non sapeva se piangere o ridere
e mormorava soltanto:
"Grazie...".
Dalla cattedra, sorrideva anche il professor Donati, che non si era rasato
i capelli,
semplicemente perché era pelato di suo e aveva la testa come una palla da
biliardo.
La com-passione (soffrire-insieme a) è amare gli
altri con il cuore di Dio...
-Tratto da
www.qumran2.net.-
-Racconto consigliato da Ida Guarracino-
La vita
Era caldo, le fronde degli alberi riparavano il sentierino di campagna dai
raggi del sole che, con la loro irruenza, tentavano in ogni modo di
penetrare ed invadere il sottobosco.
Io e la nonna camminavamo con estrema tranquillità, gustando ad ogni passo
l'aria pulita e sgomberando la mente da tutti i pensieri che s'impegnavano
con ogni mezzo a rompere quella splendida atmosfera che la circostanza
aveva fatto nascere dal nulla.
Parlavamo dell'estate, dei progetti e dei lavori che ci attendevano
nell'orto, dei cambiamenti nelle zone da semina e di quante uova le
galline avessero fatto durante la giornata.
Ciuffi d'erba corposissima sbucavano fra le radici degli abeti e, tra i
delicati steli color smeraldo, si facevano spazio dei piccoli e
coloratissimi fiori di bosco.
"Tu devi essere come questi fiori; devi crescere solo dove trovi il
terreno buono. Se il tuo seme casca in un posto inadatto, non ti devi
lasciar morire, ma devi avere pazienza e soprattutto determinazione così,
appena un soffio di vento accarezzerà la punta del tuo involucro, ti
lascerai trasportare via, finchè troverai il luogo adatto per crescere e
sbocciare…."
Era bellissimo esprimere le proprie idee, esternare le angosce, un poco
alla volta, così da poter rendere più intenso e costruttivo quel dialogo
che si dilungava, senza mai però diventare scomodo o pesante.
Tuttavia quel silenzio, il caldo torpore reso insostenibile dal ronzio
interminabile degli insetti, non mi lasciavano scampo, così cominciavo a
pensare…
- Che peccato! Fra qualche mese tutto questo sarà finito….perché l'estate
non dura per sempre?!…
Potremmo fare queste chiacchierate ogni giorno; invece ricomincerà la
scuola ed io sarò costretto a scendere tutte le mattine in città.
Solo qui mi sento a mio agio, fra gli alberi e l'erba, con tutte le
creature che mi hanno fatto compagnia fin da quando ero piccolo.
Non sono abituato a convivere con tanta gente estranea o che conosco a
malapena; per strada non ci si guarda in faccia, tutto intorno si pensa
solo a non tardare e a non farsi stirare da qualche automobilista
impazzito.
Qui nel nostro paesino invece è tutto diverso; tutti si conoscono, ogni
volta che si incontra qualcuno lo si saluta con affetto e l'atmosfera che
si respira riempie tutto e tutti di tranquillità - .
"L'inverno viene per tutti, per noi, per gli animali e anche per le
piante.
Questi sopraggiunge ogni anno non per cattiveria, ma per mettere alla
prova.
In natura seleziona gli animali e le piante più resistenti, ma anche noi
siamo sottoposti agli effetti forse non sempre piacevoli di questa dura
stagione.
L'inverno di cui ti parlo lo puoi vedere in quella città che non riesci a
sopportare, in quelle persone che non mandi giù, in tutte le difficoltà
che ogni giorno ti si presentano davanti; e la prova che devi superare sta
nel cercare di mitigare queste circostanze.
Ti assicuro che, se ti ci metterai d'impegno e riuscirai nel tuo intento,
tutto diventerà più allegro…"
Seduti su una panchina a riposare e quasi accecati dall'intenso bagliore
del sole, scrutavamo un prato racchiuso all'interno del bosco e ammiravamo
le coppie di passeri che, di tanto in tanto, facevano capolino fra i
lunghi steli per nutrirsi dei semini caduti a terra.
Chiudendo gli occhi sentivo meglio tutti i suoni del bosco: le cortecce
degli alberi che scricchiolavano rinsecchite dal calore, il frusciare di
qualche foglia secca mossa dai merli e le rondini con i rondoni che
garrivano nel cielo.
Ma perché litigano in una così bella giornata quelle rondini?! Con tutto
il cibo a disposizione devono per forza rovinarsi il pomeriggio?! -
"Non stanno litigando! Stanno soltanto cercando di sopravvivere. Tuttavia
esse, a differenza di noi uomini, aspettano solo ciò che serve loro per
condurre avanti la propria esistenza; una volta trovatolo dedicano
l'intera giornata ai loro simili, allevandoli e mettendoli in volo.
L'uomo, invece, non sempre si accontenta di vivere una vita dignitosa, ma
va alla ricerca di continui accessori, piaceri e comodità per avere, avere
ed avere sempre di più.
Non si dà preoccupazione se qualcun altro dovrebbe "crescere ed imparare a
volare" ma non ne ha la possibilità. Ed è così che nascono ingiustizie,
discordie, egoismi che sfociano poi in proteste, vendette e guerre.
Tutto questo in natura non esiste. Se tutti si comportassero come queste
rondini e questi rondoni, ogni persona riuscirebbe a volare in cielo,
disporrebbe di cibo e nessuno soffrirebbe più di qualsiasi male…"
Un aereo passa sopra le nostre teste e il suono incompatibile con il resto
degli elementi mi fa arrivare con la mente all'interno della mia classe
durante una lezione di filosofia.
Mi sento strano, perché avrei tanta voglia di svegliarmi da quella sorta
di stato d'incoscienza che mi assale, ma qualcosa di più forte me lo
impedisce.
Un finissimo strato di tensione ricopre le pareti del mio animo e riesco a
calmarne i fastidiosissimi effetti soltanto per un attimo, pensando al mio
paesino che mi aspetta, al suono dell'ultimo campanello.
- Chissà cosa starà succedendo a Vattaro, probabilmente il nonno sta
andando a prendere una cesta di legna, indossando il suo cappello e la
giacca di velluto blu; la nonna sta preparando il pranzo e una signora
suona al loro campanello per comperare le solite 10 uova.
Ogni mezz'ora la campana della chiesa rintocca e diffonde nell'aria che
comincia a profumare di polenta un suono allegro e felice.
Quanta nostalgia…..quando finirà questa lezione? -
Sento nuovamente il sole che colpisce il mio viso e mi rendo conto di
essere "ritornato" sulla panchina.
Nonna, ho appena sognato di trovarmi improvvisamente a scuola, a Trento.
Non ero felice e non voglio tornarci veramente a settembre….sentirò di
nuovo nostalgia di tutto ciò che in questo momento mi sta attorno,
compresa te. -
"Stai rovinando tutto! Continui a pensare al futuro e alle cose brutte che
ti aspettano, così in compenso non riesci a goderti questi momenti che io
e te stiamo vivendo adesso!
Che cosa ti resterà al termine della vita se pensi solo al domani e non
vivi il presente?!
I tassi costruiscono la tana non per possedere una casa il prossimo anno,
ma per proteggere se stessi ed i loro piccoli questa notte.
In questo modo quando lasceranno questa loro vita avranno fatto nascere
tanti cuccioletti e li avranno fatti crescere belli e forti; se anche tu
non rivolgerai lo sguardo al presente e non ti sforzerai di viverlo
intensamente e con razionalità, non farai mai né nascere, né crescere
nulla e tutto il tuo cammino non sarà servito a niente!…"
Il sole è ormai alto nel cielo e i suoi raggi hanno già occupato il loro
posto; attraverso i rami del boschetto che circonda il sentierino
ciottoloso si sentono dei passi che da subito fanno battere il cuore con
un ritmo diverso.
L'emozione, che è già arrivata agli eccessi, si blocca quanto io e la
nonna scopriamo che quel rumore spaventoso, ma soprattutto misterioso, non
è altro che il passo di Chiara, una nostra conoscente.
Giusto te, Michele! L'altro giorno ho trovato questo giornalino, è un
concorso organizzato qualche anno fa da Madre Teresa di Calcutta e penso
tu possa farci un pensierino, dal momento che sei in vacanza…. Il tema che
dovresti sviluppare è incentrato sul significato della vita di noi
giovani; fammi sapere! -
L'incontro inaspettato aveva steso un velo di curiosità e strana, ma
piacevole effervescenza.
Qualcosa di nuovo, un'avventura misteriosa, una sfida, si erano sistemate
davanti a quella panchina. Era come l'inverno che la nonna poco prima mi
aveva descritto: una messa alla prova per crescere ed imparare a volare
nel cielo della vita. Stava a me prendere l'iniziativa per affrontarla.
Sai, nonna, questa passeggiata mi è servita….la vita è una sfida che va
affrontata come lo fanno i semi dei fiori; bisogna lasciarsi trasportare
dal vento fino a trovare il giusto posto dove mettere radici e fiorire.
Prima o poi arriverà l'inverno, una due e più volte, ma l'importante è
essere forti ed avere speranza per superare questa dura prova.
Non sempre però ci si riesce da soli ed è proprio per questo che è
necessario affidarsi agli altri per trovare aiuto e conforto proprio come
i pulcini nel nido. Ma se non si trovasse qualcuno disposto a dare una
mano, nessuno riuscirebbe più a imparare a volare, quindi ci deve essere
lo sforzo da parte di tutti, così da creare quelle condizioni per cui
tutti dispongano di uguali risorse.
Nella foresta della vita l'albero della gioia è grande e molti i suoi
frutti, ma se non si prende una scala e non si comincia a percorrerne la
salita per raccoglierli aspettando inermi l'occasione in cui essi caschino
da soli e in gran quantità ai nostri piedi, così da non fare fatica, non
ci resterà nulla perché la felicità va conquistata, come le rondini
garriscono e si inseguono per assicurarsi il cibo necessario.
La vita è ovunque, ma la frenesia e l'egoismo la offuscano, facendoci
chiudere in un cubo di vetro scuro.
Essa si trova nelle piccole cose, anche nei piccoli paesi come il mio.
Aspettare che suoni l'ultimo campanello a scuola, la gioia provata nel
pensare al nonno che raccoglie la legna, la nonna che cucina e le sue
amiche che vanno a comprare le uova; la campana della mia chiesa ed il
gruppo di amici del coretto che il sabato sera cantano la messa, questa è
la vita.
La vita è la gioia che all'improvviso si prova nel vedere un albero che
ricorda quelli di casa, questa è la vita.
La vita è l'abbraccio che sto per darti, nonna….-
……….Era caldo, le fronde degli alberi
riparavano il sentierino di
campagna dai raggi del sole;
io e la nonna camminavamo
con estrema tranquillità
stretti in un abbraccio…..
Michele C.
-Racconto consigliato da Fata Morgana-
Ho appreso ieri
Ho saputo ieri
(ci sarebbe da credere che sia rimasto indietro, o è una falsa voce, uno
di
quegli immondi pettegolezzi che si propagano tra lavandini e latrine nel
momento
in cui si svuotano le tinozze dei pasti una volta di più ingurgitati),
ho saputo ieri
di una delle più sensazionali pratiche ufficiali
delle scuole pubbliche americane
che fanno sì che questo paese si creda all'avanguardia del progresso.
Sembra che, tra gli esami e le prove che si impongono a un bambino che per
la
prima volta entra in una scuola pubblica, abbia luogo la prova detta del
liquido
seminale o dello sperma,
che consiste nel chiedere a questo bambino un po' del suo sperma per
inserirlo
in un boccale
e preparalo in questo modo per ogni tentativo di fecondazione artificiale
che
potrebbe in seguito aver luogo.
Poiché sempre più gli americani pensano di non aver abbastanza braccia e
bambini,
non operai,
ma soldati
e vogliono con tutta la forza e con tutti i mezzi possibili fabbricare
soldati
in vista di tutte le guerre planetarie che potrebbero in futuro aver
luogo,
e che sarebbero destinate a dimostrare attraverso
le virtù schiaccianti della forza
la sovraeccellenza dei prodotti americani,
e dei frutti del sudore americano su tutti i campi dell'attività e del
possibile
dinamismo della forza.
Perché bisogna produrre,
bisogna con tutti i mezzi d'attività possibili sostituire la natura
ovunque
possa essere sostituita,
bisogna trovare all'inerzia umana un campo maggiore,
bisogna che l'operaio abbia di cosa occuparsi,
che siano creati nuovi campi d'attività,
questo duventerà nfine il regno di tutti i falsi prodotti fabbricati,
di tutti gli ignobili surrogati sintetici,
con cui nulla ha a che fare la natura bella e vera,
e deve cedere una volta per tutte e vergognosamente il posto ai trionfanti
prodotti di sostituzione,
dove lo sperma delle fabbriche di fecondazione artificiale
farà miracoli
per produrre eserciti e corazzate.
Niente più frutti, né alberi, né legumi, né piante farmaceutiche o no, né
di
conseguenza alimenti,
ma prodotti di sintesi a sazietà,
nei vapori,
negli umori insoliti dell'atmosfera, su particolari assi delle atmosfere
strappate con la forza e la sintesi dalle resistenze di una natura che
della
guerra non ha conosciuto altro che la paura.
Evviva la guerra, non è così?
Perché , in questo modo, è la guerra che gli americani hanno preparato e
preparano senza sosta.
Per difendere questa fabbricazione insensata da tutte le resistenze che si
solleverebbero per ogni dove,
occorrono soldati, eserciti, aerei, corazzate,
da tutto ciò lo sperma
al quale sembrerebbe che i governi dell'America abbiano avuto la faccia di
merda
di pensare.
A. Artaud (scritto per spettacolo per la radio del 1946)
-Scritto consigliato da Esilio Campostorto-
Sorelle
In un giorno molto caldo una giovane donna sposata andò in visita a casa
di sua madre e, insieme, si sedettero su un sofà a bere the ghiacciato.
Mentre parlavano della vita, del matrimonio, delle responsabilità e degli
obblighi, dell'età adulta la madre pensosa fece tintinnare i suoi cubetti
di ghiaccio nel bicchiere e lanciò un'occhiata serena e intensa alla
figlia: "Non dimenticare le tue Sorelle!" raccomandò, facendo turbinare le
sue foglie di the sul fondo di vetro "Esse saranno sempre più importanti
man mano che invecchierai.
Non importa quanto amerai tuo marito,né quanto amerai i bambini che potrai
avere: avrai sempre bisogno di Sorelle. Ricordati di viaggiare con loro
ogni tanto:ricordati di fare delle cose con loro... ricordati che
'Sorelle' significa TUTTE le donne... le tue amiche, le tue figlie, e
tutte le altre donne che ti saranno vicine.
Tu avrai bisogno di altre donne, le donne ne hanno sempre bisogno.
"Ma che strano consiglio!" pensò la giovane donna "Non mi sono appena
sposata? Non sono appena entrata nel mondo del matrimonio? Adesso sono una
donna sposata, per fortuna! Sono adulta! Sicuramente mio marito e la
famiglia cui stiamo dando inizio saranno tutto ciò di cui ho bisogno
per realizzarmi!".
Ma la giovane donna ascoltò sua madre e mantenne contatti con altre donne
ed ebbe sempre più 'sorelle' ogni anno che passava.
Un anno dopo l'altro venne gradualmente a capire che sua madre sapeva
molto bene di cosa stava parlando: stava parlando di come, mentre il tempo
e la natura operano i loro cambiamenti e i loro misteri sulla vita di una
donna, le sorelle sono il suo sostegno.
Dopo più di cinquanta anni vissuti in questo mondo, questo è tutto ciò che
ha imparato, È TUTTO QUI:
Il tempo passa.
La vita avviene.
Le distanze separano.
I bambini crescono.
I lavori vanno e vengono.
L'amore scolorisce o svanisce. Gli uomini non fanno ciò che speriamo.
I cuori si spezzano.
I genitori muoiono.
I colleghi dimenticano i favori.
Le carriere finiscono.
MA...le Sorelle sono là! Non importa quanto tempo e quante miglia ci siano
fra voi.
Un'amica non è mai così lontana da non poter essere raggiunta.
Quando dovrai camminare per quella valle solitaria - e dovrai camminare da
sola - le donne della tua vita saranno sull'orlo della
valle,incoraggiandoti, pregando per te, tenendo per te, intervenendo a tuo
favore ed attendendoti con le braccia aperte all'estremità della valle.
A volte, infrangeranno persino le regole e cammineranno al tuo fianco.
O entreranno e ti strapperanno da lì.
Amiche, figlie, nuore, sorelle, cognate, madri, nonne, zie, nipoti,
cugine e famiglia estesa, tutte benedicono la tua vita!
Il mondo non sarebbe lo stesso senza donne.
Quando abbiamo cominciato questa avventura denominata femminilità
non avevamo idea delle gioie o dei dispiaceri incredibili che avremmo
avuto davanti, né sapevamo quanto avremmo avuto bisogno le une delle
altre.
Ogni giorno, ne abbiamo ancora bisogno.
-Racconto consigliato da Ida Guarracino-
E il gufo disse:
Un uomo saggio camminava per un sentiero di campagna,
quando sul margine di esso, tra l'erba, scorse qualcosa,
forse un sasso, dalla forma strana.
«È un serpente», pensò.
TI serpente si srotolò, scattò e lo morse a morte.
Un altro uomo saggio camminava per quel sentiero,
anche lui scorse il sasso dalla forma strana.
«È un uccello», pensò.
In un frullo d'ali, l'uccello volò via.
Ti piaccia o no, sono i tuoi pensieri a tracciare la rotta del viaggio che
si chiama vita.
Se hai in mente la depressione e il fallimento, è lì che ti troverai.
Se pensi di essere goffo e sgradevole, così ti comporterai.
Se pensi di potercela fare ce la farai...
(dal sito web i pensieri del gufo)
-Racconto consigliato da Ida Guarracino-
Donne in rinascita
Più dei tramonti, più del volo di un uccello, la cosa meravigliosa in
assoluto è una donna in rinascita.
Quando si rimette in piedi dopo la catastrofe, dopo la caduta.
Che uno dice: è finita.
No, non è mai finita per una donna.
Una donna si rialza sempre, anche quando non ci crede, anche se non vuole.
Non parlo solo dei dolori immensi, di quelle ferite da mina anti-uomo che
ti fa la morte o la malattia.
Parlo di te, che questo periodo non finisce più, che ti stai giocando
l'esistenza in un lavoro difficile, che ogni mattina è un esame, peggio
che a scuola.
Te, implacabile arbitro di te stessa, che da come il tuo capo ti guarderà
deciderai se sei all'altezza o se ti devi condannare.
Così ogni giorno, e questo noviziato non finisce mai.
E sei tu che lo fai durare.
Oppure parlo di te, che hai paura anche solo di dormirci, con un uomo; che
sei terrorizzata che una storia ti tolga l'aria, che non flirti con
nessuno perché hai il terrore che qualcuno s'infiltri nella tua vita.
Peggio: se ci rimani presa in mezzo tu, poi soffri come un cane.
Sei stanca: c'è sempre qualcuno con cui ti devi giustificare, che ti vuole
cambiare, o che devi cambiare tu per tenertelo stretto.
Così ti stai coltivando la solitudine dentro casa.
Eppure te la racconti, te lo dici anche quando parli con le altre: "Io sto
bene così. Sto bene così, sto meglio così".
E il cielo si abbassa di un altro palmo.
Oppure con quel ragazzo ci sei andata a vivere, ci hai abitato Natali e
Pasqua.
In quell'uomo ci hai buttato dentro l'anima ed è passato tanto tempo, e ne
hai buttata talmente tanta di anima, che un giorno cominci a cercarti
dentro lo specchio perché non sai più chi sei diventata.
Comunque sia andata, ora sei qui e so che c'è stato un momento che hai
guardato giù e avevi i piedi nel cemento.
Dovunque fossi, ci stavi stretta: nella tua storia, nel tuo lavoro, nella
tua solitudine.
Ed è stata crisi, e hai pianto.
Dio quanto piangete!
Avete una sorgente d'acqua nello stomaco.
Hai pianto mentre camminavi in una strada affollata, alla fermata della
metro, sul motorino.
Così, improvvisamente. Non potevi trattenerlo.
E quella notte che hai preso la macchina e hai guidato per ore, perché
l'aria buia ti asciugasse le guance?
E poi hai scavato, hai parlato, quanto parlate, ragazze!
Lacrime e parole. Per capire, per tirare fuori una radice lunga sei metri
che dia un senso al tuo dolore.
"Perché faccio così? Com'è che ripeto sempre lo stessoschema? Sono forse
pazza?"
Se lo sono chiesto tutte.
E allora vai giù con la ruspa dentro alla tua storia, a due, a quattro
mani, e saltano fuori migliaia di tasselli. Un puzzle
inestricabile.
Ecco, è qui che inizia tutto. Non lo sapevi?
E' da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti così, scomposta in
mille coriandoli, che ricomincerai.
Perché una donna ricomincia comunque, ha dentro un istinto che la
trascinerà sempre avanti.
Ti servirà una strategia, dovrai inventarti una nuova forma per la tua
nuova te.
Perché ti è toccato di conoscerti di nuovo, di presentarti a te stessa.
Non puoi più essere quella di prima. Prima della ruspa.
Non ti entusiasma? Ti avvincerà lentamente.
Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un
diesel.
Parte piano, bisogna insistere.
Ma quando va, va in corsa.
E' un'avventura, ricostruire se stesse. La più grande.
Non importa da dove cominci, se dalla casa, dal colore delle tende o dal
taglio di capelli.
Vi ho sempre adorato, donne in rinascita, per questo meraviglioso modo di
gridare al mondo "sono nuova" con una gonna a fiori o con un fresco
ricciolo biondo.
Perché tutti devono capire e vedere: "Attenti: il cantiere è aperto,
stiamo lavorando anche per voi.
Ma soprattutto per noi stesse".
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande
meraviglia.
Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre.
Quando meno te l'aspetti...
Jack Folla
- Testo consigliato da Ida Guarracino -
L'antifascismo dell'anima
A rafforzare, in me e in tanti amici e colleghi, quel nostro connaturato
individualismo borghese contribuì, negli anni Venti e Trenta, il fascismo.
Se qualcuno mi avesse domandato allora che cosa ero politicamente, avrei
risposto che ero antifascista, e la stessa risposta avrebbero data i miei
genitori e fratelli, la stessa gli amici: quelli di Reggio prima, di Alba
e Venezia più tardi. Eravamo insofferenti del regime, estranei ai suoi
principi, sprezzanti dei suoi miti. Solo nel '33, quando scrissi un saggio
sulla nostra cultura a un terzo di secolo, la mia prima acerba analisi
della poesia più recente, pensai che il fascismo fosse ormai così radicato
nella vita italiana che sarebbe stato necessario, in futuro, fare i conti
con esso: non negarlo solo, ma prenderne atto, e tentare, collaborando
criticamente, di condizionarlo. Era stato firmato il cosiddetto Patto a
Quattro, si era concluso un accordo con il Vaticano, Mussolini si era
fatto, pareva essersi fatto, banditore di pace... Ma fu la tentazione di
un'ora, e presto tornai al mio rifiuto. Poi venne la guerra d'Abissinia,
poi quella di Spagna; poi vennero le più stolte e sciagurate "campagne",
le polemiche grossolane contro l'Inghilterra e la Francia, l'alleanza con
la Germania nazista, i provvedimenti razziali... Il tragico si mescolava
al ridicolo: il divieto della stretta di mano e del lei; le veline che
mettevano al bando Greta Garbo e Charlot, il dialetto e le parole
straniere; i gerarchi che saltavano il cerchio di fuoco; Mussolini che a
torso nudo mieteva il grano a Pontinia... L'insofferenza si mutò in
sdegno, in astratti furori, avrebbe detto presto Vittorini.
Ma in nome di che? Rifiutavo, rifiutavamo, il fascismo e il regime perché
limitavano la nostra libertà di intellettuali borghesi, o, semplicemente,
di intellettuali, grandi o piccoli che fossimo, e pretendevano di imporci
miti e riti ridicoli. Ci ripugnava il conformismo servile che si
richiedeva da noi: l'iscrizione al partito, la camicia nera, il distintivo
all'occhiello, le cartoline-precetto, le adunate: un misto di chiesa e
caserma. Ci offendevano il culto del Duce, sbandierato in ogni occasione,
e il suo magistero esteso a ogni questione; lo sprezzo per le convinzioni
nelle quali eravamo stati educati, il ripudio grossolano di una tradizione
di cultura - l'Illuminismo, certo Risorgimento - in cui credevamo. Ma in
nome di chi e di che ci opponevamo? Che sognavamo la domenica mattina,
quando al liceo Marco Polo a Venezia ci incontravamo il preside e sei o
sette colleghi? Quando ci radunavamo la sera in casa dell'uno e dell'altro
- i Necco, i Trombatore, Dazzi, i Grimaldo, i Baratto - e discutevamo di
letteratura e politica, ci scambiavamo le ultime barzellette sul regime e
sul Duce? Del resto, anche Croce (quel Croce di cui ogni due mesi ci
contendevamo al liceo il fascicolo della "Critica" appena arrivava, fresco
di stampa) che alternative ci offriva se non il miraggio di una libertà
alta ma astratta, che trascurava, o ignorava, gli aspetti concreti della
vita associata: le distinzioni fra le classi, la distribuzione ineguale
della ricchezza, le scienze e la tecnica? Che ci insegnava l'altro
Maestro, quel Giovanni Gentile da cui, ora che si era fatto ideologo del
regime, ci tenevamo lontani, ma da cui pure, una volta, eravamo stati
attirati? Non ci ripeteva, anche lui, che la cultura è un privilegio di
pochi, inutile, diceva, per i tanti fruges consumere nati: nati a
consumare granaglie? Così tutti e due, maestri discordi e nemici, nel
momento stesso in cui proponevano mete alte di cultura e di vita morale,
dissuadevano concordi dalla vita reale, inducevano a rinchiudersi negli
studi e nelle biblioteche, quasi che fuori non ci fossero uomini, e lotte
in cui fosse bello e doveroso impegnarsi.
Io, da ragazzo mi ero creduto e detto socialista. Nel primo dopoguerra,
fra le agitazioni sociali e il fascismo nascente, avevo scoperto il
socialismo: su un giornaletto per ragazzi, che per qualche tempo mi
sostituì il "Corriere dei piccoli", nelle cronache dei giornali che
divoravo con interesse precoce. Ma "socialismo" era allora, per me, una
parola, affascinante ma vaga; un'aspirazione generica, propria degli anni
in cui, senza sapere perché, ci si fa un idolo di Robin Hood e Sandokan,
del conte di Montecristo e Gavroche, in un fermentare confuso di
vagheggiamenti di giustizia e in una sentimentale solidarietà con i deboli
e i poveri, per chiunque insorga e combatta. Io ne parlavo e parlavo con
mia madre, e lei mi obiettava che i poveri ci sono stati e ci saranno
sempre, che il mondo è andato e andrà sempre così, e cambiarlo è
impossibile: il credo malinconico di chi, frustrato, si consola difendendo
i suoi magri privilegi di classe e di casta, cercando qualcuno che stia, e
debba stare, più in basso di lui. Io mi sforzavo di confutarla come
potevo, e mi accendevo. Ma era, la mia, l'accensione passionale, più che
razionale, tipica dell'adolescenza, quando inclinazioni native, credi
domestici, suggestioni di libri, brandelli di conversazioni raccolti qua e
là, confluiscono insieme senza comporsi in un organismo unitario. Eppure,
quel mio "socialismo" era la spia di un qualcosa che era una parte di me;
le scelte che un giovane compie rivelano, nel loro tumultuare confuso,
tendenze profonde, germi che possono restare a lungo sepolti ma continuano
a vivere sotto la neve, e ne erompono un giorno con primaverile rigoglio.
Lontano, intanto, il primo dopoguerra infuriava, sconvolgendo l'Italia. Ma
Reggio era abbastanza appartata, e noi ne seguivamo le vicende da un
angolo relativamente tranquillo. Anche se le seguivamo con passione, e
qualche volta vi eravamo coinvolti anche noi. Mio padre, per il suo
ufficio, aveva diritto al telefono a casa. Un pomeriggio, nei giorni della
Marcia su Roma, un gerarca fascista chiamò, pretendendo non so più quale
adesione collaborante. Gli ero vicino mentre rispondeva, e lo vedo ancora,
minuto, la gamba malferma, addossato alla parete (era un telefono a muro,
con manovella e cornetta, come si vedono ancora nei film in costume)
mentre teso ma fermo, con il suo eloquio forbito dei grandi momenti,
ribatteva che lui era un funzionario dello Stato, e non poteva ubbidire
che alle autorità dello Stato.
Poche volte, credo, mi sono sentito così orgoglioso di lui.
Poi fu il delitto Matteotti, e furono mesi di febbre. Nel giugno del '24
era stato eletto alla Camera, per i socialisti, il fratello di un mio
compagno di scuola, e Mario e io eravamo tra la folla che lo acclamava
sotto il balcone. A dicembre nacque a Messina e si divulgò rapidamente
anche a Reggio il movimento che dicevano "del soldino": quale muta
protesta contro il fascismo si portava all'occhiello, come un distintivo,
una monetina di rame da un soldo, fissata con stagno fuso a una spilla. Ce
ne costruimmo uno anche noi, Mario ed io, e lo ostentavamo per strada come
una professione di fede. Una sera, quando più acute erano tensioni e
passioni, mi cercai un'antologia di Mazzini che avevo fra i miei libri, e
rilessi, fremendo, la lettera del '32 a Carlo Alberto: nella mia
immaginazione una lettera che indirizzavo io a Vittorio Emanuele. Ho
ancora il libro; l'ho ripreso, e con commozione vi ho ritrovato le
sottolineature nervose a matita, e sbiadite, nei margini, parole esaltate
di esecrazione e speranza.
Poi fu la dittatura, e nessuno di noi, familiari e amici, fu "fascista",
né, si diceva allora, militante né simpatizzante. Poi ero cresciuto; avevo
preso la licenza liceale, ero stato studente a Napoli e a Roma, avevo
vinto il concorso, avevo insegnato ad Alba e a Venezia, mi ero sposato;
sempre ostile al regime, e tuttavia sempre più estraneo alla politica. In
quegli anni, il problema economico e quello della carriera (ma erano un
solo problema) mi avevano impegnato in pieno, sbiadendo qualsiasi altro
interesse. Nel '25, l'anno che si instaurò la dittatura, decisi di
saltare, come si diceva in gergo scolastico, una classe, e presentarmi
alla maturità con un anno di anticipo. Perciò mentre frequentavo la
seconda liceale svolsi a casa da solo, senza l'aiuto di lezioni private,
il programma di terza. Fu dura, ma ce la feci, avvicinando di un anno la
laurea e l'accesso alla cattedra, anche se, finiti gli esami, mi ritrovai
con un forte esaurimento nervoso, che per tutta l'estate mi tenne lontano
dai libri, in una inerzia accidiosa.
Poi furono i quattro anni di università, vissuti anch'essi sotto l'incubo
del fare presto, del laurearmi quanto prima potevo. Laureatomi, fu
l'incubo del concorso da vincere il prossimo anno. E durante l'estate, ma
non solo l'estate, c'erano lezioni private... Tempo per altro, tranne che
per le mie fantasie di arte e di amore, non ce n'era.
Ma ce ne fosse stato? La mia cultura e l'ambiente cospiravano, assieme al
fascismo, a rinchiuderci, me e tanti altri, in un distacco dalla vita
pubblica, riottosi ma inerti; una rassegnazione sterile che si sfogava in
mute rivolte interiori e in mugugni irridenti, e ci rinserrava ognuno in
se stesso, nei suoi interessi privati, nel suo lavoro solitario. A questo
stato d'animo contribuivano tutti e tutto: la struttura stessa del mondo
in cui vivevamo. Ignoravamo quasi tutto di ciò che succedeva fuori
d'Italia, e se ne venivamo a conoscenza era nelle versioni distorte della
stampa e della radio, manipolate dal regime. E ignoravamo tanto di ciò che
accadeva in Italia. E ignoravamo quasi del tutto l'esistenza - l'esistenza
concreta, vissuta - di quel mondo di contadini e operai da cui la storia
tutta del nostro Paese ci teneva lontani. C'erano contadini e operai, ma
chi erano? Quali erano la loro vita, i loro bisogni, il loro sentire?
Finché abitammo in baracca, stemmo gomito a gomito con un piccolo mondo di
proletariato borghese; passati in via Ventiquattro Maggio, nella Reggio
bene, unico nostro rapporto col "popolo" erano le donne di servizio
inurbatesi dalla campagna e i contadini al mercato: "villani", a cui
guardavamo con sufficienza, superbi della nostra cultura, del nostro
parlare italiano, delle nostre abitudini tanto diverse.
Di socialismo, di questione operaia, di problemi del Sud, non se ne
parlava più; nessuno dei miei professori ce ne fece parola, tranne uno, un
avvocato fallito, chiamato ogni tanto per qualche breve supplenza. Alto,
robusto, una bionda barba fluente, il vocione tonante. Intelligente e
colto ma poco interessato a quelle lezioni episodiche, ci tenne qualche
discorso confuso di economia politica, e fece anche il nome di Marx; ma
non era il nostro insegnante, non sapeva mantenere la disciplina: non
lasciò traccia. Per il resto, il liceo trasmetteva, ormai stancamente,
valori astratti, senza rapporti con la vita reale: un carattere che la
riforma Gentile aveva consapevolmente ribadito.
Della letteratura contemporanea, al liceo ma anche all'università, appresi
poco, quasi niente: Verga e Pirandello erano più o meno dei nomi; Saba e
Svevo non esistevano. Ad Alba, e soprattutto a Venezia, cominciai a
interessarmene, Verga mi diventò presto un tema appassionante di studio,
misi assieme dei saggi sui Crepuscolari, allora quasi dei contemporanei,
li pubblicai su una rivista parecchio diffusa e li raccolsi in volume. Nel
'32 passammo, Dazzi ed io, qualche settimana a leggere assieme Ungaretti,
cercando di interpretare quei testi composti in un codice che ci era
straniero. Svevo, Saba, Gadda, Montale, "Solaria", le riviste e le opere
che oggi paiono essere state la letteratura italiana di quegli anni, ci
erano sconosciuti; leggevamo, io e i miei amici, scrittori di minore
tensione intellettuale e stilistica, oppure altri già più o meno arrivati
alla fama: Alvaro, Moravia, Gatti, Viani, o quelli che oggi diremmo di
consumo borghese: Zuccoli, D'Ambra, narratori stranieri, i grandi
dell'Ottocento, gli americani contemporanei, certi ungheresi allora di
moda, tedeschi e austriaci che Necco traduceva o ci indicava. Io per mio
conto, portato come ero a ciò che genericamente potrei dire realismo, ebbi
una cotta per Bontempelli e per Betti. Ma erano scelte o rifiuti confusi,
e non c'era, dietro, un gusto sicuro. Negli anni Trenta leggemmo anche
scrittori che in un modo o nell'altro cercavano di dire con linguaggio
nuovo i loro e i nostri problemi; quelli che oggi consideriamo i "grandi"
di quell'età, gli interpreti di una crisi storica che in essi però, come
in tanti altri, assumeva i tratti di una crisi esistenziale. Erano, quegli
scrittori, italiani o stranieri, narratori o poeti, le voci di un disagio
diffuso di cui partecipavamo anche noi; ma essi pure, se ci dicevano
parole alte e umane, persuadevano a rassegnazione, non a ribellione.
Parlavano della pena dell'uomo, del male di vivere, dell'illusione che
basta a dare coraggio, della divina indifferenza che può essere l'unico
bene; nessuno suggeriva che il mondo si potesse cambiare, e che spettasse
a noi, intellettuali, contribuire a cambiarlo. Chiusi nelle loro torri di
avorio, non potevano che indurre a isolarci, con sterile orgoglio, nel
nostro lavoro accademico, e a me, quando la sera tentavo di mettere
assieme versi, novelle, romanzi, suggerivano temi e toni di malinconia
rassegnata.
Era un limite, e presto, scoppiata la guerra, lo capimmo; ma fu anche, per
alcuni anni, una forza; contribuirono, quegli scrittori e quei libri, a
dare un senso al nostro antifascismo istintivo e al nostro rifiuto,
egualmente istintivo, di tanta cultura del tempo. E quel programma di vita
che mi ero costruito nella prima giovinezza (vivere da borghese, pensare
da semidio) si sostanziò allora, in me e negli amici, di una sua dignità:
insegnare, fare critica, scrivere, potevano, pensavamo, surrogare quell'attività
pubblica che il destino ci aveva negata, e se svolti con serietà
laboriosa, potevano giustificare, davanti agli altri e a noi stessi, il
nostro essere uomini.
C'era poi Croce, maestro ambiguo anche lui, che (può parere, ma non è un
paradosso) ci affascinava proprio per i suoi limiti: per quelli che più
tardi riconoscemmo suoi limiti. È che essi erano anche i nostri, e lui
era, al livello più alto, il rappresentante di un'Italia colta e pulita ma
provinciale, provinciale anche lui nonostante l'orizzonte europeo delle
sue sterminate letture, fermo ai valori risorgimentali, e perciò
umorosamente antifascista, antiavanguardista, antimodemo, chiusamente
borghese, sordo e cieco ai problemi sociali, incline per natura,
interessi, cultura, a guardare non avanti ma indietro.
Da ciò il suo antifascismo fermo ma astratto, e, in letteratura come in
politica, la sua funzione ambigua: una lezione di dignità, di riserbo, di
rifiuto delle camevalate chiassose, degli slogan verbosi, della retorica
asmatica che era il fascismo, ma una lezione però che mitizzava "il mondo
di ieri", come presto lo avrebbe detto un altro Maestro, Stefan Zweig. Da
ciò la necessità, a un certo momento, di liberarcene, con una insofferenza
ingenerosa, quasi con rabbia.
Da ciò, anche, un altro apparente paradosso. Oggi, a tanti anni di
distanza, dopo tante esperienze, io sono convinto che proprio l'essere
stati "crociani" abbia favorito più tardi, e reso meno traumatico, il
nostro approdo a Marx e a Gramsci. Questi infatti ci offrivano una visione
del mondo e tavole di valori del tutto diverse, ma erano anch'essi uomini
della nostra cultura, eredi della civiltà del passato: la "filosofia
classica tedesca", sensibili alla grande poesia di ogni età. Erano dunque
l'antitesi dei piccoli borghesi fascisti, beceri e incolti, ma anche dei
tanti intellettuali chiassosi - i futuristi, i Papini, gli avanguardisti
senza passato - che noi per istinto disprezzavamo e odiavamo. E, credo, fu
anche per quella reduplicata lezione, per quell'innestarsi di Marx e di
Gramsci sul tronco di Croce, che tanti di noi sono stati preservati,
ancora più tardi, da altri avanguardismi egualmente chiassosi e cafoni,
egualmente negatori della ragione, egualmente sordi alla storia.
Da questo grigiore si usciva solo per caso: se il destino metteva sulla
nostra strada qualcuno o qualcosa - una persona, un libro, un evento - da
cui si capisse che c'erano anche altre prospettive. Fu questa la storia di
tanti fra i giovani della nostra generazione e di quella che seguiva la
nostra; ma noi, io e i miei amici, non avemmo questa sorte, forse non
sapemmo meritarcela. Anche se già c'erano in noi germi che si sarebbero
schiusi, ma più tardi, in circostanze diverse.
Giuseppe Petronio, tratto da: G. Petronio, Le baracche del Rione
Americano, Edizioni Unicopli, Milano 2001.
- Brano consigliato da Salvatore Armando Santoro -
Un monaco, disturbato nella
sua preghiera dal gracidare di una rana, le intimò di tacere.
Poiché era un santo, la rana tacque.
Ma nel profondo silenzio una voce sussurrò al monaco:
"E chi può mai dire se il gracidio della rana non sia gradito a Dio quanto
il tuo salmodiare?".
Pentito, il monaco invitò allora la rana a riprendere il canto e, per la
prima volta, il monaco si sentì in armonia con l'intero universo: capì
finalmente che cosa significasse pregare
Saggezza dell'Oriente
- Racconto consigliato da Ida Guarracino -
I buoi e l'asse del carro
Mentre i buoi trascinavano un carro, l'asse strideva.
Allora quelli, voltandosi indietro, gli dissero: - Ohi, amico! il carico
lo portiamo tutto noi, e quel che si lamenta sei tu? -.
Così, anche tra gli uomini, c'è chi finge d'esser stanco quando sono gli
altri che lavorano.
Esopo, trad. E. Ceva Valla
- Racconto consigliato da Angelo Taraschi -
Il dio della Guerra e la Violenza
Gli dei tutti presero moglie e ciascuno si ebbe colei che gli
assegnava il sorteggio. Il dio della guerra fu l'ultimo del turno e non
trovò più che la Violenza. Preso da un'ardente passione per lei, la sposò.
Per questo, dovunque essa vada, egli le tien dietro.
Dove compare la violenza, sia in una città, sia tra i popoli, guerra e
battaglie tosto la seguono.
Esopo, trad. E. Ceva Valla
- Racconto consigliato da Angelo Taraschi -
La luna sul lago
C’è la luna sul lago stanotte.
Il vento che lievemente increspa la superficie, ormai priva di luce, dello
specchio fra i monti, divide il pallido astro celeste in mille lamelle che
danzano sull’acqua, immerse in un argenteo scintillio.
Chiudo gli occhi e sovrappongo il tuo volto all’immagine della luna
danzante e indugio a guardarti consapevole che il riportarti alla mente mi
avrebbe recato ancora un misto di gioia e sofferenza.
Desidero accarezzarlo quel volto, posare le mie labbra su quelle labbra
dischiuse in un sorriso e respirare il tuo soffio vitale; voglio quegli
occhi dentro la mia anima perché riescano a leggere quanto è stato scritto
dall’illusione di un sogno; vagheggio di tuffarmi fra quei capelli e
inanellarmeli fra le dita lentamente mentre, accostando la mia guancia
alla tua ti sussurro la storia di un fiore che all’improvviso è nato tra
le rocce in mezzo ad una pietraia desolata là dove non c’era terra per
accoglierlo né raggi di sole per riscaldarlo.
A volte un semino, sfuggendo alla sorveglianza del vento, durante la
migrazione verso i giusti terreni, finisce per cadere in un luogo che mai
avrebbe pensato di essere abbellito da un fiore, troppo impervio ed
inospitale per una simile grazia del creato.
Me ne accorsi all’improvviso durante una di quelle mie escursioni in
montagna alla ricerca, attraverso un contatto con la natura non
contaminata da sovrastrutture che finiscono per falsarne i contorni, di
pace e silenzio, di solitudine e pensiero per cercare di ritrovare un po’
di me che mi desse la forza di proseguire lungo il cammino di questa mia
assurda esistenza.
C’era già ieri?
Forse sì.
Ma ancora non era venuto fuori con tutta la sua prepotenza di vita.
Passando infatti non me ne ero accorta.
Ma oggi eccolo mostrarsi in tutta la sui rigogliosa bellezza, i suoi
petali di quella sfumatura d’azzurro che assume il cielo qualche attimo
prima di essere ingoiato dal buio, si protendono verso il sole, come a
reclamare il loro diritto a vivere, lo stelo di un verde intenso, ritto e
immobile s’innalza, sfidando l’infinito.
E’ bellissimo ma non vivrà.
Lui lo sa.
Lo sanno le pietre che non possono offrirgli nutrimento, lo sa il sole che
non trova spiraglio per raggiungerlo, lo sa il cielo che non ha decretato
la sua nascita, lo sa il vento che cerca di fare piano, passandogli
accanto.
Ma non serve.
Era divelto e morto quando passai il giorno dopo.
Non volli più fare quel percorso.
C’eri già ieri?
Forse sì.
Ma ancora non conoscevo tutta la forza del mio amore.
Poi un semino, sfuggendo al controllo della ragione, durante la migrazione
verso il logico e il sensato era finito nel mio cuore con una sorprendente
voglia di germogliare.
Non mi accorsi quando entrò.
Soltanto quando il fiore dai petali dell’azzurro che ha il cielo prima di
diventare il custode della notte, esplose verso il sole, per reclamare il
suo diritto all’amore, mi accorsi della tua presenza, della tua invasione,
del tuo significato.
E’ un fiore bellissimo ma non vivrà.
Lui lo sa.
Lo sa il mio cuore che non vuole arrendersi, lo sa la mia anima che
ascolta i tuoi silenzi, lo sa la mia pelle che respira la tua assenza, lo
sa la mia solitudine che uccide la follia.
Cerco ancora il tuo volto sovrapposto alla luna.
M’incammino nell’acqua: voglio raggiungere il tuo volto, è troppo forte e
intensa la voglia di accarezzarlo, di sentirlo vivo sotto le mie
dita….chissà, l’acqua del lago riuscirà a ricoprirmi tutta, sono tanto
stanca, riuscirei a riposare il cuore accanto al tuo volto.
Ora sul lago c’è solo la luna danzante, scomposta in mille lamelle
argentate, che custodisce il segreto di un fiore che non poteva vivere.
Diana 3 settembre 2004
- Racconto consigliato da Ida Guarracino -
Parabola insegnata dal Buddha
(dedicata a tutti coloro che credono nella fortuna e nella sfortuna, nella
positività e nella negatività, nel bene e nel male e in tutte le altre
concezioni dualiste dell'esistenza.)
Un contadino possedeva un cavallo. Era tutto ciò che aveva, oltre alla sua
modesta capanna.
Un giorno questo cavallo fuggì. Tutti gli abitanti del villaggio vollero
andare da questo contadino per consolarlo: in quei tempi, perdere l'unico
cavallo che si possedeva era una vera tragedia. Ma a coloro che gli
dicevano "che tremenda sfortuna ti ha colpito" lui rispondeva: "può
darsi".
Il cavallo fuggito si unì ad un branco di cavalli selvaggi. Venne
l'inverno, con l'inverno venne la neve, e per i
cavalli allo stato brado diventò difficile trovare da mangiare.
Il cavallo fuggito si ricordò del cibo che ogni giorno mangiava presso il
suo padrone e decise di tornare.
Il branco lo seguì.
Il contadino si ritrovò proprietario di un branco di ben dodici cavalli.
Praticamente era diventato il più ricco
del suo villaggio. Tutti vennero a complimentarsi per questa grande
fortuna, ma ancora una volta lui rispose a chigli domandava se non si
ritenesse fortunato: "può darsi".
Passarono alcuni anni, il figlio del contadino divenne un giovane forte ed
esuberante.
Essendo figlio di un proprietario di cavalli volle imparare a cavalcare e
si divertiva a galoppare a tutta velocità. In una delle sue cavalcate,
cadde da cavallo, le gambe rimasero paralizzate.
Era l'unico figlio maschio del contadino, e questo rendeva la disgrazia
ancora più terribile: chi avrebbe mandato avanti la casa quando i genitori
fossero diventati troppo vecchi per lavorare nei campi?
Tutto il villaggio tornò dal contadino per consolarlo per questo terribile
avvenimento, ma a chi affermava "che grande disgrazia ti ha colpito!" lui
rispondeva con il solito "può darsi...."
L'anno seguente passarono dal villaggio le guardie dell'Imperatore per
reclutare soldati da mandare in guerra. Tutti i giovani furono portati
via, tranne naturalmente il figlio del contadino, dato che non poteva
camminare.
Solo dopo alcuni anni si seppe che erano morti tutti.
Il contadino era dunque l'unico padre del villaggio ad avere ancora un
figlio vivo, sebbene invalido. Inoltre, non dovette soffrire per anni in
attesa di notizie del proprio figlio, come gli altri padri del
villaggio.
Uno di questi padri gli fece visita per dirgli: in fondo è stata una
fortuna che tuo figlio sia diventato invalido: ha evitato una morte quasi
certa. Il contadino rispose: "può darsi".
- Racconto consigliato da Ida Guarracino -
I tre filtri
Nella Grecia antica Socrate era apprezzato da tutti per la sua saggezza.
Si racconta che un giorno incontrasse un conoscente che gli disse:
"Socrate, sai che cosa ho appena sentito di un tuo studente?
"Aspetta un momento," rispose Socrate. "Prima che tu me lo dica vorrei che
tu sostenessi un piccolo esame che è chiamato "Esame dei tre filtri".
"Tre filtri?"
"Esatto," continuò Socrate. "Prima che tu mi parli del mio studente,
filtriamo per un momento ciò che stai per dire.
1° filtro, Filtro della Verità: Ti sei accertato al di là di ogni dubbio
che ciò che stai per dirmi è vero?"
"No" disse l'uomo "in effetti me lo hanno raccontato."
"Bene," disse Socrate. "Quindi tu non sai se sia vero o meno.
2° filtro, Filtro della Bontà : Ciò che stai per dirmi sul mio studente è
una cosa buona?"
"No, il contrario"
"Allora" Socrate continuò "tu vuoi dirmi qualcosa di male su di lui senza
esser certo che sia vero?"
L'uomo si strinse nelle spalle un po' imbarazzato.
Socrate proseguì:" Puoi ancora passare l'esame perché c'è il 3° filtro, il
Filtro dell'Utilità: Ciò che vuoi dirmi circa il mio studente mi sarà
utile?"
"Veramente…… non credo "
"Bene," concluse il Saggio , "se ciò che vuoi dirmi non è Vero, non è
Buono e neppure Utile, perché me lo vuoi dire?"
- Racconto consigliato da Ida Guarracino -
Per comprendere bisogna mostrarsi
comprensivi
Mi ha incuriosito apprendere che il derivato del verbo inglese to
understand, “comprendere” è letteralmente “osservare stando in piedi, da
sotto in su”. Mi sembra che questo sia molto sensato. Per comprendere
davvero qualcosa, occorre conoscerlo a fondo, scrutandolo dal basso verso
l’alto.
A noi esseri umani piace moltissimo correre alle conclusioni. Abbiamo
opinioni su tutto, anche quando di un argomento siamo affatto digiuni.
Sprechiamo un sacco di tempo a prevedere, reputare, congetturare,
criticare, decretare, per lo più con scarsi fondamenti o addirittura senza
elementi di sorta. Ciò si verifica per solito in quanto siamo confinati
entro la nostra comprensione dei fenomeni da ciò che sappiamo di noi
stessi, il che molto spesso si riduce a ben poco.
Ne consegue che una miglior comprensione di noi sfocerà in una maggior
comprensione degli altri. Se saremo in grado di accettare le vie non di
rado imprevedibili che ci inducono a pensare e a comportarci in un certo
modo, potremo intendere il motivo per cui altri pensano ciò che pensano,
fanno ciò che fanno.
Un antico adagio indo-americano dice che non possiamo capire nessuno se
prima non abbiamo trascorso un mucchio di tempo nei suoi mocassini. A
questo vorrei aggiungere che dovremmo sforzarci di sentirci a nostro agio
dentro i nostri mocassini prima di tentare d’infilarci in quelli altrui.
Accingerci a risollevare qualcuno da terra:
è il solo motivo che ci autorizzi a guardare qualcuno dall’alto in basso.
(Jesse Jackson)
- Testo consigliato da Ida Guarracino -
Ballate come se nessuno vi
guardasse
Siamo convinti che la nostra vita sarà migliore quando saremo sposati,
quando avremo un primo figlio o un secondo.
Poi ci sentiamo frustrati perché i nostri figli sono troppo piccoli per
questo, o per quello,
e pensiamo che le cose andranno meglio quando saranno cresciuti.
In seguito siamo esasperati per il loro comportamento di adolescenti.
Siamo convinti che saranno più felici quando avranno superato questa età.
Pensiamo di sentirci meglio quando il nostro partner avrà risolto i suoi
problemi, quando cambieremo l'auto. Quando faremo delle vacanze
meravigliose, quando non saremo più costretti a lavorare.
Ma se non conduciamo una vita piena e felice ora, quando lo faremo?
Dovrete sempre affrontare delle difficoltà di qualsiasi genere. Tanto vale
accettare questa realtà e decidere di essere felici, qualunque cosa
accada.
Una delle mie citazioni preferite ha per autore Alfred Souza : Per tanto
tempo, dice, ho avuto la sensazione che la vita sarebbe presto cominciata,
la vera vita! Ma c'erano sempre ostacoli da superare strada facendo,
qualcosa di irrisolto, un affare che richiedeva ancora del tempo , dei
debiti che non erano stati ancora regolati. In seguito la vita sarebbe
cominciata. Finalmente ho capito che questi ostacoli erano la mia vita.
Questo modo di percepire le cose mi ha aiutato a capire che non c'è un
mezzo per essere felici, ma che la felicità è il mezzo. Di conseguenza,
gustate ogni istante della vostra vita, e gustatelo ancora di più perché
lo potete dividere con una persona cara, una persona molto cara per
passare insieme dei momenti preziosi della vita, e ricordatevi che il
tempo non aspetta nessuno.
Allora smettete di aspettare di finire la scuola, di tornare a scuola, di
perdere cinque chili, di prendere cinque chili, di avere dei figli, di
vederli andare via di casa.
Smettete di aspettare di cominciare a lavorare, di andare in pensione, di
sposarvi, di divorziare. Smettete di aspettare il venerdì sera, la
domenica mattina, di aver una nuova macchina o una casa nuova. Smettete di
aspettare la primavera, l'estate, l'autunno, l'inverno?.
Smettete di aspettare di lasciare questa vita, di rinascere nuovamente, e
decidete che non c'è momento migliore per essere felici che il momento
presente.
La felicità e le gioie della vita non sono delle mete, ma un viaggio.
Un pensiero per Oggi: Lavorate, come se non aveste bisogno di soldi,
Amate, come se non doveste mai soffrire,
Ballate, come se nessuno vi guardasse "Daisaku Ikeda"
- Testo consigliato da Ida Guarracino -
La piccola fiammiferaia
Era la fine dell'anno faceva molto freddo. Una povera bambina camminava a
piedi nudi per le strade della città.
La mamma le aveva dato un paio di pantofole, ma erano troppo grandi e la
povera piccola le aveva perdute attraversando la strada.
Un monello si era precipitato e aveva rubato una delle pantofole perdute.
Egli voleva farne una culla per la bambola della sorella.
La piccola portava nel suo vecchio grembiule una gran quantità di
fiammiferi che doveva vendere. Sfortunatamente c'era in giro poca gente:
infatti quasi tutti erano a casa impegnati nei preparativi della festa e
la poverina non aveva guadagnato neanche un soldo.
Tremante di freddo e spossata, la bambina si sedette nella neve: non osava
tornare a casa, poiché sapeva che il padre l'avrebbe picchiata vedendola
tornare con tutti i fiammiferi e senza la più piccola moneta. Le mani
della bambina erano quasi gelate. Un pochino di calore avrebbe fatto loro
bene!
La piccola prese un fiammifero e lo sfregò contro il muro. Una fiammella
si aceese e nella dolce luce alla bambina parve di essere seduta davanti a
una grande stufa!
Le mani e i piedi cominciavano a riscaldarsi, ma la fiamma durò poco e la
stufa scomparve.
La piccola sfregò il secondo fiammifero e, attraverso il muro di una casa,
vide una tavola riccamente preparata. In un piatto fumava un'oca
arrosto....
All'improvviso, il piatto con l'oca si mise a volare sopra la tavola e la
bambina stupefatta, pensò che l'attendeva un delizioso pranzetto.
Anche questa volta, il fiammifero si spense enon restò che il muro bianco
e freddo.
La povera piccola accese un terzo fiammifero e all'istante si trovò seduta
sotto un magnifico albero di Natale. Mille candeline brillavano e immagini
variopinte danzavano attorno all'abete. Quando la piccola alzò le mani il
fiammifero si spense.
Tutte le candele cominciarono a salire in alto verso il cielo e la piccola
fiammiferaia si accorse che non erano che stelle.
Una di loro tracciò una scia luminosa nel cielo: era una stella cadente.
La bambina pensò alla nonna che le parlava delle stelle.
La nonna era tanto buona! Peccato che non fosse più al mondo.
Quando la bambina sfregò un altro fiammifero sul muro, apparve una grande
luce. In quel momento la piccola vide la nonna tanto dolce e gentile che
le sorrideva. -Nonna, - escalmò la bambina -
portami con te! Quando il fiammifero si spegnerà, so che non sarai più là.
Anche tu sparirai come la stufa, l'oca arrosto e l'albero di Natale!
E per far restare l'immagine della nonna, sfregò uno dopo l'altro i
fiammiferi.
Mai come in quel momento la nonna era stata così bella.
La vecchina prese la nipotina in braccio e tutte e due, trasportate da una
grande luce, volarono in alto, così in alto dove non c'era fame, freddo né
paura.
(Hans Christian Andersen)
- Racconto consigliato da Elisabetta Robert - |