Poesie di Rosa Notarfrancesco


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Rosa Notarfrancesco (Salerno 13 luglio 1984) è originaria di Montecorvino Rovella (SA).

Fin da bambina si dimostra attenta al linguaggio della poesia e dell’arte. All’età di otto dedica un libro di poesia -una piccola silloge poetica- alla sua insegnante di italiano della scuola elementare Maria Pia Di Savoia.

A Battipaglia partecipa alle lezioni di teatro di Nunzio Zuzio, dietro iniziativa dell’insegnate di italiano e storia della scuola media Romualdo Trifone di Montecorvino Rovella e contestualmente su dedica ad un percorso di potenziamento degli studi umanistici.

Intorno al 2000 vince un premio di critica letteraria indetto dalla Libreria Guida di Salerno e inizia a  frequentare l’ambiente letterario dello scrittore Domenico Notari, dietro invito dell’insegnante di lettere del Liceo Artistico Andrea Sabatini di Salerno.

Nel 2003 si diploma in Rilievo e Catalogazione dei Monumenti al Liceo Artistico Statale “Andrea Sabatini” di Salerno (adesso Sabatini-Menna). 

Nel 2005 partecipa ad un breve ciclo di incontri nell’ambito di un seminario teatrale svoltosi presso il Teatro san Genesio di Salerno.

Dal 2007 vive ad Arezzo, dove si esercita nell’ibridazione dei codici dell’arte, portando avanti il suo apprendistato poetico e letterario in dialogo con la cultura artistica del territorio.

A Firenze, nel 2008 si avvicina ai mestieri dell’editoria attraverso un seminario organizzato dalla Scuola di Editoria.

Il 12 febbraio del 2022 la giuria del premio Ossi di Seppia, del comune di Taggia, provincia di Imperia, le conferisce il Premio Speciale Nazionale Sezione “A” del 28° Premio di poesia Inedita <<Ossi di Seppia>>.

Già autrice di molti versi nel 2021 pubblica la silloge E poi dimenticarsi, in FLUIRE 8 (Alla Chiara Fonte Editore).

Nel 2022 pubblica Il miglior posto possibile (Lfa Publisher Editore), Decalcomania (Porto Seguro Editore) e la partecipa con una poesia ed un contributo grafico al numero speciale “Osare la pace” (Alla Chiara Fonte Editore).

Con Arduino Sacco Editore nel 2023 pubblica Anima sociale.

Nel luglio del 2023 riceve un Attestato di Partecipazione alla V Edizione del Concorso Nazionale di Poesia "Dantebus" e ad agosto le viene rilasciato un  Attestato di Merito, in riconoscimento del lavoro di ricerca ed espressione poetica sul tema della bellezza dalla giuria del premio Internazionale di Poesia "La bellezza rimane" [Santa Margherita Ligure (GE)].

Nel Novembre del 2023 pubblica Dixit (Lupi Editore).

Nel Febbraio del 2024, sulla rivista Cultura Oltre viene pubblicato il testo inedito di una sua poesia.

A Luglio riceve un Attestato di Partecipazione alla VI Edizione del Concorso Nazionale di Pittura “Dantebus Bazart” e partecipa al n. 7 del magazine Fifteen (Psicografici Editore).

Ad Agosto esce la raccolta di poesie Caso necessario (Scudo Editore). A Settembre partecipa alla Rassegna d’arte Contemporanea del Festival di Arte e Cultura di Montecorvino Rovella ed entra a far parte dell’Antologia di Poesie d’Amore della casa editrice La Rosa. A Ottobre torna in libreria con il romanzo Acrobati (Nonsolopoesie Edizioni) e pubblica due poesie sul blog Poetrydream del dottor Antonio Spagnulo.

Di recente ha pubblicato due racconti (“Casa 69” e “Le grandi matite della gratitudine”) con Arduino Sacco Editore, con cui ha pubblicato anche “Piero della Francesca (Il tempo della grazia).


 

Una dichiarata emergenza di vita
L' amore sa solo dire
che è tardi quando si ama:
quando ci si decide ad amare
questo resto di niente, caduto
tra tante guerre
e altrettante buone ragioni
che l' amore ignora
perché è solo amore
e non conferma nulla
di ciò che si fa per amore.

Tutto smentisce di sé
l' amore
in presenza
di ogni umanissima ragione
nostra.

E allora cos'è l' amore?

È solo amore, l' amore;
come spesso dice di sé,
quando ci pensa
per dispetto
al contrario in certi giorni
di poca speranza
e di tante inutili cose
da fare quando usciamo.

E nei ritorni delusi
l' amore non asseconda
l' umano bisogno
di sentire il bene. No,
sa farsi ottuso, allora,
l' amore. Può essere duro
con la vita delusa,
ma è solo il pensiero
di un vecchio malessere
nostro che va cercando
per tornare in armonia
con il vuoto assoluto
delle comuni incertezze
e di ogni bene inteso male.

L' amore è solo amore,
ma non ha paura di essere
per noi un fatto umano,
una dichiarata emergenza
di vita
da aggiungere alla vita
che ci sta stretta
quando tace nel mondo
la noia dei santi
e l' universo appare sempre
malvestito, e sempre di corsa
dietro
la smania di un drappo
da sventolare
per chiamare in scena
uno di quei giorni
facili da dimenticare.
 

Le carezze dell' amore
L' amore non ha rimedio.

È così necessario
da esserci sempre, l'amore.

Eppure il cuore
non sempre lo trova
perché la mente ha fretta
di cambiare stato
all' angoscia
dei nervosi affanni
del tempo ruvido
della storia che graffia
il soffitto delle chiese
coperte di incenso
e di teneri affreschi
della pietà che ispira
le carezze dell' amore.
 

Ogni verso muta
La poesia non è ancora,
e non si direbbe. È
un luogo di intese
che meditano la pace
in tempo di guerra.

Ogni verso muta
come la Ragione raccolta
nell'amoroso incanto
del tempo
scoperto dal vivo
dei pensieri più nobili
del parlare contemporaneo,
vivo abbastanza
da riuscire ad esistere
solo per un momento
nella memoria
di una stagione
pronta per essere
conosciuta
e presto dimenticata
dall' epoca stanca.
 

Come un lontano miraggio
Come ogni bene, la felicità
sa farsi in quel niente
che attraversa di corsa
l' aria primitiva
dei pensieri morti
sul giornale stampato
con la fatica e le lacrime
della pazienza arcana
di un tempo misterioso
che ci stringe
le costole e pesa i silenzi
dei pensosi inverni
della primordiale speranza
degli uomini in ascolto
degli avveniri floridi
della storia vissuta
come un lontano miraggio.
 

Un luogo di promesse
È un desiderio di cose buone
l' incontro
con la sublime armonia
dell' amore; ed è freddo
il suo presente; è un tormento
curioso,
che allieta le primavere
di ogni sconosciuto avvenire.

Non ha luogo la compagnia
sottratta all' ignoto.

Il suo presente è la certezza
di non aversi
per vedere apparire
tutto nella fine intonata
alla vita discesa
dall' arte incantata
dagli acuti clamori
dell' opera moderna
che illustra
ai poveri contemporanei
il volto della vita nuova
che si affaccia
nel timore acceso dei miti.

Appare scostante
il presente
che si oppone
all' illusione trascesa
nel reale in forma
di arte mista
alla Ragione dei lumi.

Non fa male, in realtà,
ma lo racconta
il male,
come una via Crucis
senza alcun rimedio.

È una fede estinta.

Ed è nobile
il suo parlare fiero,
che dà forza
agli oppressi
da ogni ingiustizia
che preme
sull' altro presente muto,
dei versi arrabbiati
con il tempo dei conti
fatti male
dall' epoca spettinata
che vive in noi, ma ci sfugge
come ogni cosa
che vive in comunione
con l' umanità
e passa veloce,
per non intimorire il giudizio
che scuote
il principio intellettuale
dov'è nascosta
la vita sottile al ricordo
delle scelte dovute all' età
in conflitto con il vero,
negli anni sempre
in così rapida ascesa
nelle discese ripide
del respiro attorcigliato
ai dolorosi pendii
del parlare occulto degli echi
di vita nascosta.
 

Si cambia
È sempre adesso
che si può essere felici.

Non mai prima.

E neanche dopo.

La felicità spaventa
l' amore;
dunque ci lascia,
e siamo spesso soli
in ciò che accadrà
in almeno dieci anni.

Ed è in questo il bene
della modernità.

Nel solo bisogno di te
in desolate certezze
che arrabbiano il vero
e muovono insieme
una parvenza
di lusso e di storia
in dimenticate vicinanze
toccate dall' ora
che le rende bellissime.

E diventa felice ogni parola,
messa lì senza giudizio.

Ogni parola difficile
e onesta,
consegnata al parer tuo
nella serenità degli occhi
che allietano la memoria
di noi che poco intendiamo
di queste cose assurde
della noia che si affretta
a lasciarci finire
le ultime cose da dire,
quel che il cuore non sente
si dire e soffre in segreto.

Ciò che neanche la felicità
non può ascoltare
perché già intesa
nel lungo successo
confessato
dai miti contemporanei
che le sono immensamente
devoti.

Ogni felicità è insieme
dove eravamo e dove siamo:
il paradosso
del contemporaneo, esatto
a com'era: un altro. Uno.

Quel tale a cui pare
di cambiare il tempo.
L' illuso
che vede cambiare solo
i giorni della festa
per attirare tutto l' amore
in un'altra favola
che vede il presente
bellissimo da raccontare
a chi fa i giornali
e lo vede da parte sua,
mentre lui ignaro
se ne va via confidando
nell' infantile purezza
di un tempo che promette
ciò che piace
alla politica
che aspira a certi fastidi
per conoscere
il disincanto della vita
dei giorni feriali
e rendere più onesta
e sincera la domenica.
 

Pasolini
Non è l' attesa del nostro
numero, la scoperta,
ma l' inizio di un incontro
che fu certamente
il nostro esistere
nell' interesse esclusivo
della religione
ricevuta in eredità
da un amico assoluto
che mai si meraviglia
della meraviglia
che splende in noi:
bagliori di età scomparse.
 

Tenersi per mano
D'estate, il sonno
del giorno
confonde
le nuvole spente
dei vecchi e timorosi
incontri che fecero eco
alla scoperta
di noi in realtà
mute al saluto
rimasto straniero,
ma non alla paura mite
della pallida fine
che procede in letizia
tra i pensieri gaudenti.

E tutto ritorna stanco.
Tutto si perde
nel perfetto credere
a ciò che ricorda e tace
la vergogna di non essere
nel presente accanto
ai passati perduti
nella fretta della storia
di concedere
tempo al tempo
dei verdi e solitari
cipressi di poemi
che non sembrano
avere ansia
di conoscere l' uomo
del mio tempo.
 

1.
Una linea dedicata

Fino a un certo punto
si vede
ciò che il cuore
non osa conoscere.

È come una dote
questo senso del cuore
di restare amico
della pallida speranza
che accompagna
il pensiero alla sera.

E l' anima
durante il giorno
nulla prende,
e non conosce
l' ora tondeggiante
dei tramonti nostri
più difficili.

Solo la grazia
di un ricordo furtivo
salva le piccole ore
della gentilezza
dal furore dei tempi
resi inutili
dal vivo disincanto
dell' epoca sfuggente
e senza cuore.

-Come va?-

È una linea dedicata
l' incoscienza
dell' amare senza sé.
 

2.
Significati

È cemento la sera
che non ci appartiene.

Si gira intorno
al ritmo gravitazionale
delle cose sparse
nel disordine del dubbio.

E non arriva altro
sul viso
che l' arena petrosa
delle solite preoccupazioni
che non cambiano nulla.

Poi basta un sorriso nel petto
a convertire il dubbio
in qualche antica illusione.

E subito incalza la necessità
di un nulla che dia l' idea
del richiamo affettuoso
del tempo che ci ha significati
nell' amore che muove
ogni verità di bene sulla terra.
 

Festa della Liberazione
La voce di tutti, oggi
è forse
un po' più consapevole
nelle strade
e nelle piazze,
che si chiamano
da tutta Italia
all' infinita semplicità
di un saluto scambiato
senza chiedere scusa
a chi ascolta il resoconto
ad personam
delle pratiche commerciali
dei nostri pensieri
ottimizzati dalla rete
talvolta impressionata
dal dubbio che rende
facile non credere a niente
mentre appare l' ovvio
di ogni falsa ragione
che in tutta buonafede
richiama alle piccole cose.

E risulta così innegabile
che si vive all' opposto
e si soffre per niente
quando tace la verità
sostenuta dalla vulnerabilità
che vive in noi
e non cessa di misurarsi
nell' attesa
delle lettere antiche
di chi giunge nel cuore
ad una risposta
eppure ancora resta
con la domanda di bene
che ci consegna
in un pensiero a caso,
un saluto
venuto per compagnia
ad ascoltare
nel silenzio la pace
così assente dal cuore
quando lo tocca l' inverno
delle parole facili,
cui pare fondato
il distacco ragionato
dalla cordialità che fece
così grande e così bella
la generazione
della nostra Resistenza.
 

Inchiostro rosso
Un nome scritto a penna
sul braccio,
mi ricordo bene, il tempo
in cui tu eri
con rispetto il presente
opposto a ogni mia idea.

Ogni mio pensiero ti era
già noto, come fosse
la copia dei fogli
dei menù di un autogrill.

Mi bastava non pensare
per me
a chiarire
con il garbo dovuto
la cosa che avevo in mente,
la stessa in cui era
una discussione di secoli
aperti alle cose d'arte.

Poi la casualità volle
che fosse
la caparbietà del dovere
di fare daccapo
le dovute le conoscenze,
a fare di noi nuovi amici
a causa di amici
e di non essere nemici
per modo di dire
e per uno sbaglio
non nostro. Uno scrupolo
della tradizione rimasta
a guardia di certi tempi
in cerca di nuovi amici
con le idee corrette
dal lavoro che ci vuole
per chiudere la porta
delle miserie passate.
 

La gioia si eclissò
Non era più per me
il coraggio dei cani:
la loro fedele
attesa
di un passo uguale
al passo.
Ma un' altra fedeltà
dovuta al mio silenzio
si fece avanti, così
per forza di cose,
come un tramonto,
come la solitudine
in cui è bello stare.

Passò qualcosa
come qualche anno
prima che in me
emigrasse l' inverno
delle inospitali attese
nei pensieri ottusi
delle cose astanti
nella pena del tempo
dei rapidi saluti, amici
della contrarietà
risanata
da altri nomi attori
della carità di un tempo
senza fine
in cui passa solo
l' amicizia
con Dio, e non altro
delle cose date per certe
dal cuore fedele
a certi giusti valori, tutti
devoti alla pazienza
come ad ogni virtù
che concede la grazia
di abitare la retorica
di certe emozioni
rese forse un po' ridicole
dal sorriso breve
della muta speranza
che ancora attende
la costanza riposta
nelle vicinanze
della solita storia
in cui si torna ad essere
medesimi
nella medesima gioia
in cui passa la vita
e ci trova
forse un po' cambiati,
ma sempre uguali,
sempre gli stessi
nella fantasia del cuore.
 

Napoli

A Napoli,
si insegue il successo
per restare amici,
e qualche volta
si generalizza sopra la media
solo per il piacere
di continuare a scambiarsi
un saluto nell' andirivieni
delle stagioni di passaggio.

Napoli,
come sei antica e come sei bella
città
amica di ogni cosa fatta dopo
le tutte le altre cose
rese più importanti dalla storia.

Quanta critica
fatta poesia dal tuo immenso
cuore di bambina
mai stanca di vivere a memoria
il bene come lo sa
e come lo conosce
nell'eco del sacrificio
di tutti i secoli che si amarono
senza guardare lontano,
e senza pensare
a quanto poco sarebbe stato
in noi l'amore
- perché è sempre poco l'amore-
che cura le ferite
di un tempo amaro,
giunto sino a te
per cercare una parola, un attimo,
un giorno da ricordare
per non essere in solitudine di Dio,
dopodomani -e forse, chissà?-
per sempre, per l' eternità.
 

Versi fuoricampo
Sei un ricordo rapace,
rapito e capace,
un verso
morso dal rimorso
acceso dallo starnuto
della cornacchia.

...

E così, tu pure prendi
e lasci parole come musica
del tempo ove inciampo
fuoricampo.

Nel tormento
invadente
del "crai&crai"
dell' ora che aspetta il suo volo
ti sento passare,
amico, tra i pensieri
nuovi come scarpe dedicate
oggi
all' entusiasmo di domani
tanto attesi
dalla vita degli scolari
di ieri e di sempre. Come noi
un giorno consegnammo
la stessa gioia agli oggetti
che ci ispiravano la fede
e anche la fiducia
di ritrovarla
nella sua integrità, così
come la sapevamo, vera.


Lo senti questo freddo?
È già dicembre. Il prodigio
si ripete, e tu nel giardino stai
<<...crai, Crai... CRAI...!>>
 

Una vita sola non ci basta
L' eternità illumina il nostro tempo.
Una vita sola non ci basta.

Non basta niente all' amore
che si fa strada nell' ultimo ingresso
della vita rimasta ignota al tempo.

Una vita sola non ci basta.

Servono occhiali da vista
e scarpe invernali al sentimento
che medita l' amore in altre età.

Come la prima volta in cui ci fu
tra di noi la speranza
di ritrovarsi nell' attimo
in cui era stato il primo incontro
da cui altri noi erano stati iniziati
all' amore della scena
che un giorno li avrebbe avuti
in sé per sé. Non più divisi
dall' ignoto che regola l' ignoranza
per lasciare alla scena il lusso
di quel nobile anonimato
che ancora lascia speranza
a chi si amò con tutto l' essere
che non può morire e trema
d'amore e di rabbia nel senso
di un più alto e sommo modo
di sentire davvero l' Arte.

L' Arte come attesa di vero amore
e mai come puro divenire
nella vita che chiama al dovere
di essere qualcosa di più importante.

Una vita sola non ci basta,
perché la morte è un inganno
per chi la osserva entrando
nella prospettiva dell' eternità
che vede la morte
come un passaggio
mistico e mitologico
dall' interno all' esterno
della luce fredda dei pensieri
che circondano la paura
di essere già stati un' altra volta
in un'altra vita tutta da vedere.

Una vita sola non ci basta.
Restiamo stranieri in questo viaggio.
Non basta una cosa. Non basta
niente. Non una supplica,
non un pianto. Nessuna cosa,
che sia una cosa, basta. È alta
la felicità, e il dolce disincanto
non arriva fino al mare. Si ferma prima,
in mezzo al resto della vita che sa
come far male. E forse, questo debole
nostro, si abitua a cercare il bello
per darci la misura di ciò che più conta
per noi. Per spiegare l'amore nostro
alla nostra stessa indifferenza.
E dunque accade. Una volta, in noi,
si fa sentire il rovello che dà certezza
alla volontà propria dell' essere
per indicarci il nostro limite, e insieme
per preparare l' attesa del dono
che ci riunisce insieme nella vita vera.
 

A mio padre
C'è ancora tutta questa vita...

... è un aquilone la tortorella
che riempie di grazia
il nostro guardare in alto...

È una domenica spenta
di un novembre adagiato
sopra gli allori
di qualche estate fa,
che mi fa sentire l' abbraccio
dell' immensità di inverni passati
nella gioia tua e mia:
di chi ancora sono quando appare
chi sono adesso davanti a mia madre
nell' aura di chi mi ha veduto
bambina.

Ed è passata già una vita
da quella lode,
e anche la mamma ricorda
talvolta il colore
della nostra esistenza animata
dai bagliori delle scoperte
di un nulla
che appariva nelle scelte
più semplici e meno necessarie
per generare in noi la speranza.

Ciò che non passa è l' amore
che mi resta e la nostalgia dell' ora
in cui torna il passo amoroso
d' ognuno dei miei cari scomparsi
alla lode del giorno,
ma sempre presenti nella preghiera.

Credo, e non è facile
credere, in un dolore del genere,
che lascia solo alcuni nomi
al posto loro, mentre tutto tace
e si avvicina al ritorno a casa.

E si capisce come tutto questo
sia giusto, mentre io resto
ancora un poco assieme a te
per immaginare cos'altro sarà
dopo questa vita terrestre
che chiama a seguire l'intelletto
e tace la rabbia che c' osserva
dal cielo, sempre più pieno d' acqua
e di gloria nell' infinito dell' amore.
 

L’amore si lascia sperare

Ha un vestito solo l’amore.

E forse, ogni mattina, trema

perché non è certo

di trovarlo asciutto

nel primo momento, visto già

dal mattino di ieri.

Ogni giorno è una conquista.

 

Eppure stabile è

l’amore. E dà buone possibilità

a chi spera sempre

e non si arrende

quando la vita lo mette davanti

a ciò che solo l’amore sa negare,

quando il tempo è

un inganno della fantasia

di attimi lasciati un po’ andare. 

 

Solo allora l’amore si chiude.

 

E non permette a nessuno

-ma proprio a nessuno-

di capire le reali possibilità

sue, che fanno bene al cuore.

 

Perché l’amore incontra.

L’amore non smette mai

                           d’incontrare

la verità che placa l’angoscia

di saperlo fuori da tutto.

 

In questa verità l’amore

si va facendo

felice del successo:

di ciò che è successo

e non ha

mai bisogno di replicanti.

 

Perché l’amore si lascia sperare

anche nella rassegnazione

che protegge gli anni della fine.

 

E, intanto, sta bene attento

alla forma degli occhi 

che va a cercare, e che trova

quando ha bisogno di quel pathos

di farsi vedere “individuo”,

senza perdere il suo fascino.

 

Quando, cioè, se ne è già andato.

Ed è lontano. E noi siamo soli

nel vuoto delle ipotesi del tempo

che subito chiama a essere nuovi

all’amore venuto dall’aria 

                       e rimasto nei secoli

fermo sulla porta.

 

Sorride entusiasta, l’amore

che non può chiamarsi amore

nell’attimo vestito di niente.

 

Quell’attimo che non ricorda

neanche il bene della povertà.

 

Quell’attimo che ha l’onore

di dirci la meraviglia d’essere

amati proprio in questo caso,

ed in questo tempo, che va via.

 

Questo tempo che ci lascia

solo la memoria

dell’abito altrui. Il nostro

abito, che ci vede distinti

nell’amore annunciato in volo

dall’ancor viva coscienza

delle leggi che misero fine

a qualche guerra lontana

attraverso l’arte di andare via,

che tutto sa dare a chi si ama.

 

Eccolo un attimo prima

dell’incontro

che lo vide

marcatamente ebete.

 

Perché in quell’attimo

vedeva, o gli sembrava di vedere

tutta la vita passargli davanti

agli occhi impietriti.

 

E lui, sulla pietra, poteva

lasciare di sé, solo allora, solo

in quegli occhi, il pensiero angelico

di quel grande viaggio che lo chiama

ad annunciare lo stesso miracolo,

sceso così, dal cielo fatto compagno

alla terra che già si è ristretta

per entrare nel segno della luna di oggi.
 

Dire amore
Ho quarant'anni,
e ringrazio
la vita che mi ascolta, tacendo
il riso,
sopravvenuto nel sonno,
e cantando,
l'assenza, nella poltrona grande
dove spesso mi siedo
con una cosa in mano.

Una cosa che causa sentimenti,
che bastano
a ridere o a piangere. Una cosa
come se ne vedono di cose.

Una tazza, alla mia età, vale
la riflessione su un fatto del giorno
e tante altre cose di questa vita
che resta nascosta
nelle pretese di ciò che si vuole
fare, senza pensare
a chi è lontano da noi, e resta
nelle infinite lontananze
di ieri da denunciare
come se fosse un nostro diritto
dimenticare chi non vive
sulle altezze dei nostri sogni .

Ogni cosa è un tipo già visto.
Ogni cosa è una storia.

Ci sono storie con il soprabito
e storie senza cappello;
perché le cose
spiegano il sapere avanti a noi,
e non hanno bisogno
di spiegare il tempo che le vede
costrette nel parlato cattivo
che allontana la gioia di domani,
dove la cultura è
la cosa più bella a cui si rivolge
la persona umana
che spiega la cultura così com'è
senza altro aggiungere
a come o a perché
la pensa oggi il bisogno
di "dire amore" nelle solite cose.
 

Dove tutto è a metà
Vado verso gli inizi più vivi,
che vivono sempre
e non vivono mai
per continuare il pic nic nelle scale
che portano su, dove sono
le soffitte di un'altra età
e la moda che ci fa impazzire.

Da quell'altezza, questa smania
del tempo rimasto
senza ascensore
sembra solo un trucco degli inverni
che ci rincorrono
come aquile
per ricordarci che siamo solo
una goccia nell'infinito mare
dei tramonti
a cui l'umanità aspira
nel solito egoismo che la destabilizza.
 

Dove sei?
Si nega al tempo ed è, com'è
ciò che vive solo
in una piccolissima parte del cuore.

Questo amore è così. E ti chiama,
ma non ti cerca più dove sei
perché vola con te, e torna presto
per chiamarti la sera. Dove sei?
 

Forse avevi ragione tu

La nostra amicizia fu breve,

ma lasciò il segno d’una mancanza.

 

Ci conoscevamo da poco,

appena qualche mese. Forse un anno.

 

E non una cosa ci era sfuggita di noi,

tra le ipotesi del catechismo

finito per sbaglio nei libri usati

che ti piaceva passare a me, come io

facevo con le mie letture.

 

Poi venne per noi il tempo della prova.

 

Quella pizza, all’epoca significava

tanto. Tutto ciò che d’esclusivo

appariva nella tua ipotesi

                         di portare Dio con te

in una vita che sola ti pareva

essere un’immagine della visone

in cui Dio c’era una volta, ed è

ancora e sempre lo stesso

delle favole, che non ti fanno paura.

 

L’incantesimo della nostra comitiva

sparì nell’Epoca,

solo per una pizza. Una pizza insieme.

Assurdo. Mi sembra assurdo,

solo a pensarci. Eppure così andarono

le cose mischiate al resto delle cose.

 

Nessuno di noi lo poteva sapere,

ma chi lo aveva posto nel tuo cuore

sperava di conquistare il mondo

in cui tutto resta appeso per sempre

alla messa in scena di attimi di gloria.

 

E in effetti, così bene, ci trovammo

nel momento di tornare a casa.

Forse era arrivata l’ora di scegliere

ciò che realmente assomiglia a noi

in quel sogno sparito dall’età

di chi si cerca per essere come se

non fosse com’è nell’impressione

che arreda le scelte con ricordi modesti

che non attirano giorni più lontani.

 

Arrivarono nuove amicizie e nuovi giorni,

ma più nulla si seppe di te.

 

Per nessuna ragione al mondo,

avrei pensato di trovarti, oggi, al mercato.

 

Che gioia il nostro saluto. La vita lo esigeva.
 

La coscienza di Dio
Non ti nascondere. Me ne andai
perché tu potessi mostrare
ciò che il mondo non vuole vedere.
Ciò che tu portavi nel cuore,
e che un giorno sparì con te
perché da te aspetta il perdono
per non aver saputo evitare il tempo
che conquistò l'amore ch'era
in te un frammento della meraviglia
di Dio stesso, tornato sulla strada.
 

Spiegarsi e non spiegarsi (o ciò che alla fine l’amore)

                                                Riaversi nell’emozione

Chissà che effetto fa? E non pare vero

questo tempo di rimozione

della scoperta di una vita a cui manca

quel particolare che faceva vivere.

 

Non pare vera

questa età terribilmente sorpresa

                                                    di vederci

dove fummo unica ragione

posta a fondamento delle buone possibilità. 

 

Questa età che non c’accompagna,

ma ci lascia sprofondare, senza costrizioni

nella completa piacevolezza

dell’assoluto che trasforma in bellezza

le mute incomprensioni del tempo.

 

Forse il destino non c’entra con tutto.

 

Forse da strada a strada è potuto mancare,

come spesso manca,

l’udito

a chi alza il naso all’insù per giudicare

chi annega nella fissità

del pensier suo per nutrirsi di altra meraviglia.

Per avere pace, insomma.

 

Ma in ben altra vita, si capisce. Quando manca

l’ideale che suppone quel destino

che pare così evidente

                                             nella mente di Dio

che attira a miglior ragione, pagando da sé

come si farebbe per amore, e non si fa

perché accecati dalle solite ragioni

della più bieca e ostile indifferenza. Che no,

proprio non capisce. O finge di non capire

il tempo esotico di chi cerca Dio

a ogni costo. E lo fugge, e lo insegue.

E, a ogni costo, offre la vita a chi c’è

nella scena dov’è mancato

                                                      lui nel  bene 

che l’epoca gli chiede in quella forma,

per farlo apparire nella visone abituale

del credente rimodernato da un colossal

chiamato ragione

                                        dalla stessa Ragione

che impone nomi al passare degli anni

e alienazione come accoglienza

della richiesta del perdono. Che impiega

tempo per arrivare nel momento

di chi vive solo

                                     nell’odore di sè stesso.
 

L'armocromia, mi dicevi?
C'è qualcosa che ci sfugge del tempo.
Sempre accade. Ci sfugge l'eroismo.
Ci sfugge l'amore romantico. L'io
che vuole essere felice, ci sfugge.
Come pure le ragioni dell'anarchia.
Naturalmente noi, ci sfuggiamo
nel sangue, sotto la pelle. E sfugge
pure il pensiero nostro, fugge presto
dalla visone nitida del bene promesso,
che regolarmente finisce. Al cinema
comincia questo nostro mondo. Questo
sguardo rivolto all'eroismo che prende
al petto. E accidenti se prende al petto!
Si nutre della nostra stessa passione
e apre vecchie ferite, che si fanno notare
nel naso sempre troppo lungo. Ti pare?

I colori che dominano la stagione nostra
non sono mai gli stessi colori della moda.

La nostra vita è il tempo in cui appare
il bene che ci dobbiamo, e non possiamo
nascondere nessun pensiero d'egoismo
o di commozione, quando l'amore passa
lasciando indifferenti gli altri che sanno
cose che risultano abituali per l'amore
che ci apparecchia in una versione nuova
e così borghese, se ci pensi. Adesso che
la pace impone, suo malgrado, un limite
ai soprassalti della gioia che deconcentra
il tutto in cui ci ha immersi l'ultima guerra.
 

L'altalena del mondo secolarizzato (o l'ennesima visone)

Quando non voglio volare
                                               vado lontano da me,
dove non servono ali
                          per sedermi in una sala d'aspetto.

E non m'importa dove mi sveglio.
Purché la mente sia qui
e l'animo cosmopolita accenda in me
la speranza
che mi fa sentire
il corpo nel mezzo della vita
                                                 che m'appartiene.

Non è tempo per me di volare.
E non è la paura a fermare l'attimo
in cui arrivai quando bisognava giungerci
per credersi simile alla vita
                                     che si restituisce alla vita
negli obblighi del tempo
che ci vede incamminati su sentieri sentiti
dall'età che sopravanza e ci scansa
nel viaggio che piccoli ci accompagna
nella visone di ciò che saremo.
E offre fiori al vento per allestire il ritorno
a cui consegna le nostre memorie.
Tutte quelle piccolezze, di noi pura dolcezza
che bisognerà ricordare per restare piccoli
alla fine di queste Olimpiadi della vita
che lenta scorre fino all'eternità, e poi torna
                                                                 indietro
nell'assoluto che il Nulla produce
per lasciarci ancora qualcosa del ricordo di Dio.
 

Ti trovai felice nella "coincidenza-seduta"
 
Alla fine della cena ci salutammo,
                senza sapere cosa era stato tra noi.
Cosa era stato, tra le nostre sedie
vicine a un buon ricordo
che ci fece conoscere agli altri
come idealità vicina
a qualche vecchia esperienza.
Eravamo già noi.
Ma ignoravamo cosa fossimo stati
 nel buon tempo andato, che era stato
          così contento di vederci alla nostra età.

Presto sarei partita per Arezzo,
e tu saresti rimasto ancora un po' al mare
con i nostri amici, con il tuo eritema
e il solito problema dei treni,
                                 di cui ti sentivo parlare.

E fu come se non ti avessi mai visto.

Fosti un pensiero da evitare
                                  sul treno per Bologna.
Non arrivava più
l'ora della "coincidenza-seduta" sul binario
                                                    dove ti vidi
ritornare negli occhi come il passato
che si avvicina per rendere più familiare
la scoperta di quel pugno nello stomaco
che certi incontri sanno lasciare
quando è tardi per trovare
                            qualcosa di nuovo da dirsi.
 

Che bravo!
              Mi dici qualcosa.
Qualcosa che succede,
insieme
ad una già accaduta
anni fa. E poi
mi parli di domani,
con una faccia simpatica.
Non ti fai proprio mancare niente.
 

T'eri messo in testa di partire
Come un razzo te ne andasti,
così senza pensarci. Per tornare
subito nella certezza d'impiegato.

Una certezza che mi ricordo.

La porto davanti agli occhi,
perché mi credo simile a te,
nelle idee aperte che sanno
chiamare a sé gli argini
                                        necessari
all'entusiasmo che ci lascia soli
nelle nostre umane specialità
commosse dal silenzio dei giorni
che ci fermano il morale
                           e lo lasciano fisso
sul sentire del tempo gualcito,
                     che inventa speranze
da raccontare al momento seduto
accanto all'indifferenza
di chi fugge senza mai alzarsi
                                         dal posto.

Era in te, a quanto pare,
una speciale forma di compassione
verso quel momento
che si presenta ad ogni costo
in quel pieno di vita che porta via
dall'epoca abituale.
E tu presto ritornasti,
come il sabato sera
per inventarti di nuovo
nel solito film
                    dell'americano a Roma.
 

Arezzo di primo mattino
              Di colpo si fa giorno.

Sarà che la notte
per spaventarlo ha sorriso!
Perché, serio serio,
s'affacciasse al balcone
che ci guarda da secoli,
senza speranza, per dire
qualcosa che è
                     tutta la speranza
che ci resta. Come un thè
alla vaniglia è la speranza
che cammina sui marciapiedi.

                           E noi saliamo
lungo il Corso Italia
con una scarpetta da ginnastica.

E restiamo ignari
                   osservatori dei mesi
                  che ci girano intorno
e ci vogliono bene
ma non ci tengono
                 perché il bene si sente
solo nella vertigine dell'età.

L'effetto della gelosia
Un sorriso d'intesa
fece scomparire
il dubbio sollevato
dal nasino
che chiedeva di te,
come si comincia
a raccontare la storia
di c'era una volta.
 

L'effetto della gelosia
Un sorriso d'intesa
fece scomparire
il dubbio sollevato
dal nasino
che chiedeva di te,
come si comincia
a raccontare la storia
di c'era una volta.
 

Quando la storia è a un passo

Ritrova il sorriso la scena dell'Arno
gelato
                                       dal respiro dell'inverno.

Dov'era la più pietosa delle piante
abbandonate allo sconforto
in cui si curva
                                               la gioia prediletta
dalla bella stagione, adesso appare
quella casa, e poi la casa vicina.

Siamo in festa, ciascuno nel suo modo.
E il modo di ogni casa è il respiro
che torna in lei nel susseguirsi delle stagioni
che si alternano
                                         in tutto questo niente
che talora sconvolge la fede in ciò che pare.

E sembra assurda ogni cosa.
                                                          Ogni cosa
muore senza la certezza d'essere mai stata.

Solo il profumo visto
                                 nello specchio dell'acqua
basta a chiarire le cose come stanno.

Ed eccoci, vedi?
Siamo nascosti nell'aria che si sente
                         in quei sorrisi umidi di marzo.
  
Allora non mi ero sbagliata?

Ci siamo e nulla soffre la vista del dolore
che può insegnare la storia
                                       quando è a un passo.
 

Il tuo silenzio d'ordinanza
Ha un volto parigino
il tuo silenzio d'ordinanza.
.
E non nasconde
nessun dispiacere.

Nessun tormento nasconde.

Solo una specie
                di considerazione
di ciò che pare e non è.
E non ti pare vero niente
di ciò che pure sai amare
con il solito preavviso
che l'amore cerca
per farsi trovare impeccabile
nel suo idillio rosato.

E t'amo improvvisamente,
ogni volta.
E improvvisamente
non t'amo più, dato il ruolo
che si ripensa da sé
quando ci chiama a essere
protagonisti del nostro amore.

Eppoi l'amore torna dove sa,
e dove non ci fu mai dato
di sapere perché non odia
                     come il mondo
che dall'odio vede sorgere
intese non comuni.

E forse l'odio dovette
                   pur essere tra noi.
Come l'odio sa essere dov'è
perduto un respiro solo
e basta quel respiro
a invocare la sapienza
che subito accorre
                                 per portare amore.
   

Si trattò di un odio blando.
Una sorta di
                               fastidio repentino,
che ci mise l'uno di fronte all'altra
nel preavviso che il destino
aveva scritto
per questo ricordo di noi
che mi pare solo una piccola variante:
un dettaglio dell'eternità.
 

Il nostro giorno più lungo
Non ti trovo. A sentirti parlare
mi porto
per vicoli con il pensiero
che trova di te la musica
dell'avvenire. E sono io stessa
ciò che si cerca
nello sgomento già visitato
dalla durezza di certe miei idee
in cui tardi mi trovasti
ed io lì ti trovo, seduto
a pensare con me l'alba irriducibile
del nostro giorno più lungo.
 

Qualcosa doveva cambiare
Non avremo solitudine da dissimulare.

Siamo ciò che siamo. L'urgenza
che si deve fare in noi è presenza
di rilanci emozionali della gioventù
che forse si trasformò presto in giorni
                                                   precedenti
agli insegnamenti che la vollero elusa
nel contesto in cui
                                                   tardi e confusa
appariva senza azione e senza finalità.
 

Una nuova espressione
Mi colse di soprassalto
il tuo nome mutato presto
in impegno civile, udito
in una forma così impaziente
da simulare competizioni
che mal sopportano la sera
dei giudizi in cui scompare
il verso dell'età che ci prende
nel crepuscolo del suo ideale.

Commozione, forse, fu
la commozione,
a lasciare in me il giudizio
di ciò a cui sarei stata
incapace di tacere a lungo
l'assiduità di un interesse
difficile da convertire
in abitudine nelle cose mie.

Si apriva per me un altro tempo.

E mi sembrò così ridicolo
credere nella possibilità
di tornare indietro.
                          E ancora resto,
dove
non avrei saputo stare
senza questa commozione
da nascondere,
quando arriva a sporgere
nel parlato conteso
              dal cinema e dalla vita.
 

Come mi sentivo
Dove ti ho visto, immagino
le sciocchezze in cui è
la paura di non riuscire
a dimostrare la sola ragione
che la vita ci lascia morendo,
ovvero la diversa idea di noi
che anticipa ciò che saremo
tornando in un'altra vita.

Ci frena questa paura.
E ci mette in ginocchio
davanti a lei.

Quella paura che è simile
a un tarlo dell'adolescenza,
che considera
più importanti gli altri che noi.

E a ragione, nel buio
ce ne lascia per anni
la sicurezza
per guardare
la nostra importanza
quando è divenuta
così piccola.

Perché posiamo osservarla
solo attraverso la luce della grazia
che guarda ciò che porta
con la tipica espressione dell'amore.
 

La sera quaratina
E subito il lampo
incontra la voce del tuono
che rallegra lo spirito.

E l'aria pare in festa,
insieme al lume
che riscalda le occhiate
sature di interrogativi
su questo nostro tempo.

La sedia mi guarda
e, timidamente, cinge
la meraviglia delle voci
della campagna sconvolta
dal timore appena accennato
dal passaggio della luce
nella stanza illuminata
dalle abitudini nostre.

S'acquatta l'anima, così
in una parola, e il corpo
cerca il tepore d'una tazza
dove sa di trovare qualcosa
di caldo in questo freddo
che ora va a incontrarsi
con il divano lasciato muto
dal temporale
che impietrisce la quiete
della sera quaratina.
 

Non hai nulla dell'indomani
Sei così buono,
e non hai nulla del bene
ostile dell'indomani
che mi piace ricordare
negli inganni eletti dall'arte.

Non hai nulla
di quegli artifici adottati
come stratagemmi dal tempo
per celebrare l'allegria
che tu stesso evochi
nel culto antiquario dell'amore.

Soprattutto quando l'amore è
quell'amore offeso,
dai tempi ingannati
eppure tenuti in grande stima
dall'antichità di passaggio,
che viene a noi senza vergogna,
e con la solita punta di cattiveria
che tu non dimostri,
subito così
in un amen; perché ti passa
e non torna a te, ma resta chiusa
nelle mie speranze,
comprese, intuite
e un po' sofferte nell'ora
in cui resto
a supporre la gioia da mettere
fra le mani
degli inverni soffocati
dalla mancanza d'attenzione.

Eh no, tu non hai
la passione che si riceve
direttamente dai tempi
che vengono a te per guarire
nelle cose dell'arte
che le piange nei suoi occhi
e ci lascia pagine
di vuota letteratura
da riempire con la meraviglia
di aver creduto d'amare
qualcosa che non c'è,
e che vive per sé stessa
in ciò che sappiamo
di un attimo fuggente
che la poesia non dimostra.

La tua cattiveria ha due rampe.

Una sale la scala del biasimo.
E l'altra scende l'inganno
che non ti accusa per il debole
che rende subdolo il sorriso
che porti scritto sul tuo viso
per imparentarmi al tuo giorno.
 

Dell'amore il tempo
Nel dirupo dei pensieri,
appoggiati al pendio
dell'idea caduca
di qualcosa di noi
da lasciare nel tempo,
sale la fretta terribile
dell'amore,
che di noi salva
l'oggi interrogato
dalle verità del tempo.

E siamo in questi giorni,
sempre,
siamo più di ciò che pare.
 

Sempre a metà
E siamo sempre a metà.
E non prima, nei pensieri
venuti di soppiatto a noi
per riportare qui altri tempi,
completamente felici di sé
e di ciò che s'era creduto.
 

Già visto
E fu felicità senza misura,
in mezzo a tanti preamboli,
il più serio dei momenti
che ci raccontava la fortuna
delle miti riappacificazioni
rese un po' amare dal cocktail
che mi versasti sulle scarpe.

Come potevo, non averti
già visto? Se non sbaglio.
Per carità! Dove comincia
il resto della nostra vita
non uno sbaglio è la causa
dell'indugio che ci separa.
 

In realtà
Ha sempre quel sorriso
tra di noi, il perdono, coperto
dall'orgoglio tuo: sempre così
coinvolgente, come vita a sé
che mi fa ridere tanto, lo sai.
E sempre nelle solite distanze
meditate dallo scoraggiamento.
 

Di nuovo insieme
Timida è la tenerezza
del perdono che subito rianima
l'idea sua, nata fuori da noi
e fuori dalla paura di perdersi:
nel disincanto del non aversi
e di tutti i mai e poi mai, scritti
a chiare lettere dal tuo orgoglio
sulla mia aria inconsapevole.
 

Neanche un filo di voce, resta
Com'è ordinato il tuo silenzio.
Ci passo il tempo, a scrivere
insieme al mio cuore impaziente.

E ti trovo ancora più in basso,
nel fiume del muto ragionare
della gelosia ipocrita dell'elogio
dell'amore che pare avere ali
e più piacevoli rende le catene
del pensiero che non sa nulla
degli egoismi che nasconde
l'intelletto seducente d'ogni età.
 

Io poi
Con te voglio conoscere meglio
l'eterna età in cui mi cerchi
con le tue parole, nascoste
nei brutti pensieri in cui si cade
quando non si parla e si pensa
a ciò che è sicuro, e tutto finisce.
 

Sempre a metà
E siamo sempre a metà.
E non prima, nei pensieri
venuti di soppiatto a noi
per riportare qui altri tempi,
completamente felici di sé
e di ciò che s'era creduto.
 

Già visto
E fu felicità senza misura,
in mezzo a tanti preamboli,
il più serio dei momenti
che ci raccontava la fortuna
delle miti riappacificazioni
rese un po’ amare dal cocktail
che mi versasti sulle scarpe.

Come potevo, non averti
già visto? Se non sbaglio.
Per carità! Dove comincia
il resto della nostra vita
non uno sbaglio è la causa
dell’indugio che ci separa.
 

In realtà
Ha sempre quel sorriso
tra di noi, il perdono, coperto
dall’orgoglio tuo: sempre così
coinvolgente, come vita a sé
che mi fa ridere tanto, lo sai.
E sempre nelle solite distanze
meditate dallo scoraggiamento.
 

Di nuovo insieme
Timida è la tenerezza
del perdono che subito rianima
l’idea sua, nata fuori da noi
e fuori dalla paura di perdersi:
nel disincanto del non aversi
e di tutti i mai e poi mai, scritti
a chiare lettere dal tuo orgoglio
sulla mia aria inconsapevole.
 

Neanche un filo di voce, resta
Com’è ordinato il tuo silenzio.
Ci passo il tempo, a scrivere
insieme al mio cuore impaziente.

E ti trovo ancora più in basso,
nel fiume del muto ragionare
della gelosia ipocrita dell’elogio
dell’amore che pare avere ali
e più piacevoli rende le catene
del pensiero che non sa nulla
degli egoismi che nasconde
l’intelletto seducente d’ogni età.
 

Io poi
Con te voglio conoscere meglio
l’eterna età in cui mi cerchi
con le tue parole, nascoste
nei brutti pensieri in cui si cade
quando non si parla e si pensa
a ciò che è sicuro, e tutto finisce.
 

Come un poeta
Nel buio raccolgo
le parole della solitudine.

Dopo mi dirai.
Dopo se ne riparlerà molto.
Ed io cancellerò tante parole
dimenticate tra gli sguardi.

E tu mi guarderai come sempre.
Come mai. Come un poeta.
 

È impossibile
Non ha parole umane, la grazia
in cui siamo
per dire la felicità che mi strinse a te,
e alla tua onestà
che sa scrivere ciò che non riuscirò mai
a confidarti nel segreto dell’amore.

E quando ti guardo e per sbaglio si perde
in me la lealtà al giorno in cui fummo
nel sorriso incredulo della sera, mi pento
per l’autobiografia di quel momento
avvertito in ciò che ci lasciammo alle spalle.


Ecco, tu
È così pallido il mondo
dove mi lascia l’emozione
in cui ti parlai
molto e a malapena
del cambiamento del mio cuore.

E fu amore, come se
sempre ti avessi avuto con me.

Come se mai due fossimo stati,
ma una sola espressione
del nuovo silenzio degli innamorati.

Eppure due siamo. E se ti avessi
con me per come ti credo,
e mi perdo nella simbiosi dei pensieri,
penso che non sarei mai la stessa.

A pensarci, a questi anni
ricevuti in cambio
delle nostre povere parole,
mi vien da piangere, lo sai?

Ne avremo cura, lo sento.
Comunque vada, ne avremo cura
di questa speranza illuminata
dal passaggio da una festa all’altra.

E solo per sparire nel pensiero.
Solo per trovarci in mezzo a tante parole,
come due che si sanno guardare
nella particolare emozione che fu per noi
la più costosa delle scoperte.

Questo amore che da tempo era per noi
e che, adesso, ordina e inventa
l’umiltà di credere nell’attenzione
e nella gentilezza dei giorni di festa. 
 

I miei primi quarant’anni
Salendo l’età, un po’ si dimentica
l’espressione del tempo lasciato andare.

Quel tempo in cui si poteva sperare.

Quel tempo che, continua a sorridere:
compagno, con cui ci scontrammo
ed incontrammo, nelle quattro chiacchiere
delle verdi stagioni, che prendono l’aria
direttamente, da un passato che è già,
e che ha fatto, in tempo ad avere in noi
la certezza, di un avvenire che si fa sentire
quando le parole, del momento infuriano
e iniziano a pesarci, e si capisce che non ha
età l’amore che, adesso, il sentimento circonda
di una decorosa invidia, per essere ancora
attirato con noi, nella causa primaria
di tutte quelle cose, sempre giovani
che, solo l’amore, osa sperare, una vita intera.
 

Il nostro antico ragionare
Ho appena guardato l’ora. E poi
mi sono avvicinata alla sera,
definitivamente, lo sai? Perché
tante cose sono cambiate, ed io
pure cambio, un poco al giorno.

E ogni giorno è ancor più sorpreso
da questo amore per nulla cambiato
da ciò che si può dire di nuovo
non potendo altro avere in cambio
dall’età presente, che ci nega
il momento atteso e non amato
a cui segue la gioia folle che mi dai.
 

Pioveva da giorni sul mio divano
Ed era la tua paura di essere
una cosa diversa da noi, rimasti
dall’altra parte del sabato sera.

Non feci caso a voi, e ai vostri domani
vissuti per così
con una minore meraviglia nel presente
venuto a chiederci un po’ d’allegria.

Oh, sapessi che rabbia questa tua pena!

Ma veniva solo verso sera, lo sai?
Per rendere panciuto il mio verso.
Ed è così che mi apparisti, un po’ trasandato
nella mia confusione. Ma non eri tu.

Era l’ombra, cattiva e sensuale, del dubbio
che mormora alle pareti, per attirarci
dolcemente e senza pregiudizio
nella colpa tranquillità del tempo bello
in cui il bene non si discute
perché ama farsi nel dispotismo
delle illuminazioni della Ragione ottusa
degli anni che non si spiegano.

Al massimo fanno cigolare qualche porta,
questi diavolo di anni. Capisci? Ah…

E passano nel frigo
con la precipitosità di un lampo
che avviluppa concetti per assemblare le voci
e rendere giustizia ai corpi mortificati
dai giudizi passati tra le mani della storia
mai rassegnata al presente
in cui mormora il capriccio
della parola impaziente dei pensieri addolorati.

Si fece più seria la cosa, negli occhi dritti
che sfiorarono l’impressione di averti in quel brivido
che attraversò le mie tempie
per indicare al cuore la misura del tuo ricordo grande.
 

Come dire?
Quando mi hai nei pensieri
e fugge la pioggia di quei giorni
in cui mi vedevi molto contenta
per cose mie, e tu non eri con me,
sulla mia strada, perdi l’attimo
dove ancora mi avevi negli occhi
e ti bastava avermi riconosciuta.
 

E più ci penso
Dove tu sei, è felicità nuova.

Perché già sai.
Conosci già a memoria
certe mie buone ragioni
per fuggire l’attimo ingenuo
ove tutto mi pare reale
del bene che mi trafigge
la voce simile a un bottone.

Conosci già la meraviglia
e senza indugio,
cogli nel pensiero
quello che mi aspetto, di bene
che è così difficile da spiegare
al cuore che invoca
ciò che tu stesso sai
ed hai chiamato amore,
al primo sguardo
e senza toglierti il cappotto.
 

Avrei potuto

Cosa mi domanda questo tempo?

Avrei potuto innamorarmi subito.
Del resto, sei tu stesso l’istante
che non domanda, convinzioni nuove,
per consigliarsi, in anticamera
con la “santa” ragione del tempo,
che indica, il perdono, dove non può
passare la grazia che ascolta
e comanda giochi, sempre nuovi
all’ingegno, dei poeti confusi
dalle lacrime, rimaste nella voce
di chi si pente, e per questo vuole
sentire, palesemente, la festa irritata
nelle occasioni, dov’è l’amore
convalescente, e non ancora guarito,
ma pronto, per i giochi dell’arte.
 

In silenzio, mi stringi la mano
In silenzio, mi stringi la mano,
e non so più evitare
d’essere tranquilla
nel tuo palmo
d’aria, pensosa e principe
di una sollecitudine che fa sperare
ancora,
in quell’amore novello
che continua
l’attesa in cui siamo;
forse, per spiegare il senso
ricevuto in compenso
dalla sorte che ci unisce
all’anima raminga
di un bene rimasto incompreso
in altre vite
rimesse all’arte; che ci chiamò
per compassione
al giudizio di passate delusioni
di un poema già noto ai più
e per questo indispettito
dalla libertà dello stile
in cui si sciolse la prima parola
di amori affrettati.
 

Perché mi ami? Forse
Perché mi ami? Forse,
mi conduce a una storia
passata per da qui,
questo tuo credere,
con occhi fissi, la parola.

Ed io non voglio invano pensare
ciò che non è stato, per dirlo
così, al presente illuso dalla scena.
 

Poema del caso e del tempo

I
Forse, avrei
un convenevole,
o, non so che cosa.

Magari qualcosa.

Una cosa, almeno
una cosa da raccontare
per essere dove sei.

II
Mi capisci?

Avrei qualcosa
da "pensare in grande".

Come in grande si deve pensare
-lo sai!-
per ricordare
ogni stagione,
ogni estate
nella sua impeccabile vanità.

III
Eppure, niente
nel tempo massimo io sento.

IV
Nulla mi dispiace
delle retrospettive insegne
dov'eravamo insieme,
ma nulla resta
del ricordo di un ignoto
che crea meraviglia
dov'è la fama di un essere
sincero nell' incontro
dell' età miracolosa:
letteratura senza soccorso
e senza rete.

V
Come ci era bello credere
nel rispetto
delle attese svagate nostre:
nei soliti cliché
in cui si dava corso
all' odissea delle personalità
fragili nell' arte
di dissimulare gli amori
che ci uniscono al Cielo,
per non dimenticare chi è solo
nell' attesa dell' incontro
col Cielo che ci osserva
e ci vede nella colpa e nell' aria
di distratte beneficienze.

VI
Cosa mi dici?
Cosa mi racconti?

VII
E, nota bene, per il resto
mi ricordo di ciò che fu
per noi la pena
di dover essere altro
in ciò che fummo
perché ci voleva talento
ad amare tanto la vita
dei ripensamenti
delle seicentesche età
delle lettere scandite
dall' onore del tempo
di certi poeti
che non eravamo noi.

VIII
Noi, studiosi di parole.

E quante parole!

Parole difficili, quante ne vuoi!

E tante le ho scordate
di parole
della storia titolata dei miti
che si fanno bastare lo spettacolo
dei nomi cacciatori
delle asprezze dei ricordi
dove cade amore in disgrazia
per veder in un lampo
sorgere infiniti i trionfi del cuore
che avvicinano alla gloria
dei beati inverni.

IX
Ma, dimmi, su
cosa ti manca di me?

Dimmelo pure,
perché ti sfiori
il mio ricordo
tutte le volte
che la ricca estate
degli acerbi motivi
torna a vivere
in quel fiero grazie
che ti porto
nell' illusione
di quel raro bene
dato come antidoto
dallo stesso dolore
programmato
dai proponimenti
della Ragione che insegna
a tacere certi sacrifici
che si danno all' Epoca
per fare le cose per bene;
per dare lustro maggiore
alla vita che se ne và
negli svariati motivi
che ci lasciano sempre da soli,
alla fine. Soli, pure noi
alieni
del tempo venuto sì a ragione,
ma fuori:
nei pensieri
prossimi alla conclusione
di ogni passato
che si conserva in unità
con i giorni distratti dai giochi
fatti per deludere
ogni speranza di mezzogiorno.

X
Aspetta l' autobus
quell' elettiva corrispondenza
delle umane nostre speranze.

XI
Senza sosta il giorno torna
dove avrebbe potuto fermarsi
il giorno prima. E se ne va
in un mondo che non si può
capire nella sua bellezza.

XII
Ma è solo commozione
la lacrima in cui risorge
l' attimo di soprassalto
che incontra la comunione
nel mondo libero
dalle costrizioni dell' arte
e dai vincoli
del privilegio di essere
primi in qualche cosa;
come tutti siamo primi
in verità di scienza
o di naturale anarchia
delle iniziative remote
della solita storia che incalza.

E già mi pare di vederti
nel ritratto tanto austero
degli anni vissuti in pieno
e senza le parole confidenziali
che pure mi furono amiche
nell' altrove della filosofia,
che sedimenta pensieri sottili
da paragonare alla delusione
afferrata, forse, troppo tardi.


Perché, drasticamente
la vita si ripete e lascia
nell' epifania della prima illusione
che fa bello il ritorno al sabato.
 

Pret-à-porter
Puoi fare tutto quello che vedi,
vediamoci anche domani,
e poi non so cosa accadrà,
cosa vedremo ancora. Tu aspetta.

Mi sa che aspetterò io. Che dici?

Cosa io vedrò non so, lo sai.
Cosa tu vedrai si sente già
perché è fuori la paura
che abbassa le difese,
e già si sente di nuovo il nulla.

Questo niente che ci annienta
dove siamo, ed è di nuovo
un' altra vita, un' altra dimensione
e non importa cosa siamo,
già si sa; e si capisce
che bisogna andarci piano
con la guerra, che non si vede
anche quando c'è. La vita continua
e si tende inevitabilmente
a starsi stretti davanti al mondo,
davanti a ciò che si sente
nella muta trasmissione dei principi
e nella rivolta colorata dei valori
che non sono mai concilianti
con chi sembra
cogliere il vantaggio del dominio
delle occasioni
che si offrono sul piatto d'argento
al disincanto dei nostri pensieri.
 

25 aprile
E ancora mi domando
come stai. E che fai stasera.
Se tutto il male che fu
finisce, o se ancora resta
l' illusione che forse il male
non possa essere ciò che può.

Chissà se nel vento ti arrivò
la poesia d' un ignoto,
e se già mi credesti così
come io sono adesso
che ti penso e non capisco
se è possibile dimenticare
almeno ciò che ti tiene qui
dove il mondo non arriva
e la memoria condivisa
è solo una parte del mondo
in cui rimani in ascolto
del dettato del ricordo
che ti vede già preso
dai doveri della memoria,
a scuola, maestro
in accoglienza del pensiero
che continua a parlare
della bellezza delle cose,
e non è arte la distanza
che ti vede vento di collina.

Al mio tempo lascia una parola.

Che almeno una parola resti
dell'eternità dei pensieri tuoi!

Perché voglio con te vedere
ciò che non siamo, e poi
tradurre l' ispirazione ciò ch'è
spirituale dell' essenza
che in realtà siamo stati
prima che tutto fosse inutile.

E sia ancora la stessa musica,
il bene fatto con la certezza
di tornare a prendere il sorriso
che sa della mutevolezza
delle cose
e spera nella prossima vita,
come una favola sì cerca
d'inverno.
 

A Papa Francesco

Caro Francesco, te ne prego:

ricordaci quando saremo lontani
dall' uomo e dal tempo
in cui tutto non è niente
e conta solo l' amore.

Di questo amore evoca
la velocità del volo,
e sarà a un tiro di schioppo
il paradiso delle meraviglie
a cui ci ha condotto
la tua propensione alla modernità
che aspetta solo la pace
da ciò che vive, ed è perennemente
nella povertà delle opere
della scienza del mondo,
a cui sovente manca il tempo
di rendere all' ordinario
l' esattezza dei principi eletti.

Di questo amore canta
l' arte del cambiamento
che sempre ci chiede il futuro.

E noi ci illuderemo così
di riuscire a cambiare,
almeno un po'. Anche se non è vero.

Perché infondo alla modernità
è il mito della tradizione
che ci riconduce presto alla fine,
in quella storia all' aperto
dei giornali che ci vedono
come spezie esotiche
che devono dare gusto ai tempi
dell' ingegno nazionale
e del progresso mondiale.

E sempre gli stessi torniamo
nel cuore che non può tradire
l' inganno del nostro tempo.

Di questo amore, allora
non manchi nulla,
perché noi, stanne certo
saremmo come morti
nella finzione del presente.

Grazie per l'assiduità del tuo sguardo

che anche nella morte
non cessa di aggiungere
verità ai nostri giorni.

E possiamo ancora credere
nell' uomo e nella sua ragione.

E possiamo ancora
amare il simile
dopo aver fatto conoscenza
della mutevolezza dei cuori.

Possiamo ancora andare,
come tu ci hai insegnato
ad andare
dove ci manchi, e dove sarai
presto
nella gloria della chiesa
che hai servito e amato per amore,
senza fermarti, e senza stancarti
fino all' ultimo giorno
che ha iniziato a contare
i giorni della gioia che ci rivedrà
ancora insieme nel momento
del commiato più sofferto.
 

Ciò che la vita vuole

Ogni cosa passa in fretta.

Che sia la pace nel profondo
di ogni contrasto
che la vita impone per essere
da sé conquista
di un nulla da far risplendere
nei giorni incompresi
dal giorno della festa!

Che sia la pace il dolce gioco
in cui siamo
nel frattempo una cosa
e l' altra nel senso
che la vita, al solito
insegue per muovere tutto
verso la sua eterna arte,
che pigra si piglia il pane
della speranza di apparizione
delle futilità che ingannano
attimi di assolutoria
tensione ideale tra le cose mute
della storia che non sente
né ragione né altro del motivo
che fa bello il giorno!

Bisogna saperlo. La vita lo impone.
Deve essere importante,
a quanto pare deve esserlo.

Perché infondo la nostra età vive
ed è vitale nel suo stato.

Non cessa in noi la vita
che passa nel corridoio del tempo
e bussa alla porta del cuore
per affacciarsi sul terrazzo
delle comuni incertezze
e guardare in basso, nel cortile
del tempo vuoto degli addii.

A nostro modo lo sentiamo.
La nostra spiritualità è una cosa
che attira al bello
nel particolare dell' eternità
che ci rende subito noti nel cuore
di chi arriva nella sua notorietà,
con un altro colore che cancella
ogni singola traccia
dell' una o dell' altra vita
che in noi si fa attesa di tutto.

Questo è il bello della vita,
e non pare più a nessuno.

La vita è così. Non vede l'ora
di passare nel silenzio
e di riemergere dalle meraviglie
del caso più strano
che ci vede differenti
nel particolare che sappiamo.

Tutto ciò che abbiamo le basta.

Basta al fuori e al dentro
che hanno la stessa natura
e si mostrano come sono
con lo stesso orgoglio,
che non si cura del meglio
che sembra tardare a venire,
ma si compiace di nuovo
di ciò che presto si fa
del buono che basta
giorno per giorno.

Allora cosa è venuto meno
all' umanità di questi anni?

Cosa? Forse, la visita
di un altro tempo certo
che si va facendo insieme
per quello che ci è concesso
a chiarire i contrasti,
e non a spiegarli vanamente.

Un tempo caro dove non si cessa
di apparire sotto il profilo
di quell' amore che muove il sole
e pure le altre stelle.

Forse, a me pare manchi
questa "logica del costruire".

Manca la fede
che crea nel contrasto
il cuore dell' armonia,
quella parola
che unisce nel profondo
ciò che nel mondo
è diviso dalle ore
che battono altre e diverse
altezze d' aria e di luce.

Manca la spensieratezza,
si capisce dai gesti
che la evocano
nel pensiero di massa,
rendendola virale
per cause esterne al bene
che si sceglie da sé
per la prossima vita,
e ci parla e ci domanda
un bene più grande
per amarla così com'è,
questa vita che ci porta
nel mestiere delle cose d'arte.

Non si può trattenere la vita,
perché la vita vuole
farsi sentire. Ed è un attimo.
Un altro attimo del giorno
iscritto regolarmente
nel giudizio del tempo
che abbiamo preso, fatto
e deciso, oltre il tempo
che è successo con noi
nell' annuncio della scoperta
in cui fummo l' evento
che si ripete con giudizio.

E questo giudizio è sempre
causa di un certo timore.

Eppure passa, come l' ansia
che si fa scommessa
di gioie future, e così attese
dal cuore che spera
e dà coraggio di credere
al domani, che ha tanto bisogno
di pazienza e di coraggio
per farsi strada nel bel mezzo
delle delusioni più comuni
che attendono da noi
solo pace e giustizia.
 

Giovedì santo
È mezzanotte. Giovedì
porterà un po' di pioggia.

E, intanto, il cielo stellato
aspetta
a pochi centimetri
dagli alberi in fiore, l' acqua
e la ragione.

Sarà breve il temporale. Arriverà
solo. In alternativa al buio,
e si farà tra il blu e l' arancio
dei pensieri della terra meditabonda.

E la prudenza, per natura
apparirà nel cielo, tra il giallo e il viola
dell' alba di domani. Un venerdì
che adesso si limita
ad allontanarsi da un' altra estate,
nascosta dal rosso e dal verde
dei tetti della valle dei nostri alberi
rassegnati alla contemplazione
del mistero che ci porta altrove,
dove sono ancora tutti insieme
i nostri anni, che soffrono il tempo
di tutte le cose
che l' età grande deve lasciare
alla poesia dedicata
alla propria contrada, dov'è
raccolto il dato recente del libro
che invita a riprendere l'uso
richiamato dalla storia nelle vite
passate sul ponte
della serie infinita di armonie
della ragione cresciuta da Vasari
nell'antica maestà
di un certo dottissimo silenzio.

...

Ad Arezzo, adesso, l' aria pare
più tenace del giudizio
che rende oggettivo lo strazio
della terra che osserva
il calvario dell' innocente d'oggi
come quello d'ogni tempo.

È un' aria che già pensa
alla resurrezione. -A domenica
pensa l' aria di Arezzo, eh già!-

È così cosciente l' aria
dell' ingegno dell' amore,
che bello si fa nel freddo
quando è freddo; e non sa
di nulla, e non ha nulla
l'amore nostro
quando si oppone
al silenzio di questo bene
che tutto, in sé, muta.

Il bene della consistenza
di ogni cosa che ci manca
nel tempo caduto
eppure tornato a noi
dalla porta del silenzio
dei pensieri spalancati
all' arte del conoscersi
nell' incontro con il visibile
e quotidiano lato
di certe eredità
dove si incammina il Verbo.

...

Non insisterà la pioggia,
si capisce dall' aria lucente
di questo vento di scirocco.

Mi tengo ancora un po'
nella multisensorialità
del ricordo di altri oggi
che non sono uguali a oggi.

E poi niente più sarà uguale,
perché uguale è in me
la noia che si comunica
con la creatività del dono
della brezza d'aria che soffia
parole di miele sul cuore
che vede tutto come sempre,
come ci pare bello pensare
e credere nel paradiso
delle nostre prime speranze.

Buona Pasqua.
 

Come va?
Tarda, è prudente, oggi
il mattino.

Anche il cielo, che sconfina
nella sua immensità,
non accenna a fiorire di albe
di entusiastica accoglienza.


Non arriva alla libertà
il fiato della terra di Sumy,
che trattiene memoria
di ogni nuova emozione
che si fece nel bene
che ancora si vede,
e che si professa estraneo
a ogni fatto storico permesso
dall' immenso niente, al varo
dell' inutile verità
di ogni guerra inscenata
dagli errori nascosti
come guerre dietro le palme.

Trema la mente
davanti alla certezza
della "non-storia"
che trapassa e trascende
ogni resistenza umana
posta da noi
a difesa dei termini
del giudizio che ci vede
stabili nel senso
che ci rinnova il cuore
mentre tutta la vita passa
e ripassa nel suo centro
di dolore:
in quel mistico annuncio
fatto di paura e di dolcezza.

Lo sguardo, intanto
cerca il Crocifisso
oggi che l' oggi si fa
così: al contrario.


E l' aria intorno torna
a sapere d'amore, come la vita
che gira intorno all' enigma
l' Eterno che si lascia
nella discussione del secolo
che assiste la vita caotica
della città plurale eppure solitaria
nel suo assoluto passato
di grandezze e di civiltà in viaggio
da Oriente a Occidente per anni
e anni, ancora da scrivere.

I ricordi scossi dall'orrore
restano in piedi, come le case
nello scambio continuo
di cadute poste in alternanza
dallo spirito della religione offesa
di proposito per aumentare
l' attesa di beni da interpretare
davanti al nuovo assente.

Perché c'è sempre qualcuno
destinato a restare sempre uno,
per sempre uno qualsiasi:
l'originale nel fenomeno
del tempo in sovraimpressione.

Quel tempo caduto dalle cose
capite male dai giorni andati,
che scrivono altre cose a caso
per non dire nulla. Solo per sapere
se va bene come va. Così e così.

Il bene che porta lontano da ieri,
insomma.

Un bene che inorgoglisce
e cade, senza le illusioni della fede.

Un bene così raro, così difficile.

Eppure si fa attendere. Come si vede
in ogni guerra di religione.

Questo tempo ostile
delle voci che si inseguono
vanamente e senza senso
davanti agli sguardi divisi
in attesa della grazia vissuta
nell' eloquio atteso da tempo
solo per sapere come va?

E senza garbo non si resta in piedi.

Ma anche questo è un ricatto
della paura che la ragione rifiuta
e si veste di rivolta e di sfoggio
in polemica con il solito buon senso.
 

L' anima della sera
In silenzio qualcosa
alla finestra
ascolta un filo di voce
trasportato dal vento.

È una cosa che corre,
forse una moneta
scivolata tra la biancheria.

Ascolta l' ora passata,
al solito posto.

Non è più nel tormento:
è contenta la tenda, lì
dov'è, pallida nel vento,
come un sorriso
arrivato in tempo,
prima della partenza.

Una liberazione, in mezzo
alle ore incapaci di sé,
mezze cadute
sotto il peso del tempo
che fugge il temporale.


È cordiale ed affranta la luna
nel mistero di certi incontri
che la vita
ci lascia solo immaginare.

Posso solo fantasticare
ciò che esiste nel cielo
per la felicità del dubbio.

Mentre prendo la tazza
e rimetto a posto
lo strofinaccio,
che non guarda nessuno,
mi sento più bella così:
nascosta nel timore
della benedizione della sera.


La giornata è quasi finita
e mi aspetta con molta calma
tra le ultime parole del giorno.

E il pensiero già tende a domani,
non ne vuole sapere
di andare a dormire. Ascolta
i resoconti delle partenze
che continuano ad aspettare,
mentre la pioggia
già comincia a battere sulla porta,
ed io vedo la tua parola
seduta nell' anticamera del sonno
che viene incontro alle cose
impazienti di entrare nel sogno
che scrive circostanze
per colorare le parole spente
con la luce di nuove idee.
 

10 Aprile
È come un abbraccio forte
il chiaroscuro dei pensieri.

I colori intorno sono la vita
in cui siamo solo un verso
già creato
da altre mute felicità sole,

come isole mai abitate
dalla finzione
delle parole scritte invano
e pronunciate sempre a caso
pure quando ci pare
vero il contrario,

perché il destino
veste di futilità l' inganno
del presente; e solo
perché si "parli amore"
e non si tema nulla
di ciò che il fato ama
passare al setaccio
della "storia del troppo amore"
che tanto amore nega
all' umanità nostra,
quando entra solitaria
nelle vicinanze della guerra,
e la pace cerca giustizia
nella sola verità dell' amore
che sopravvive al parlato.

Parla il cuore con la pietra.

E la pietra resta assorta
nei suoi pensieri
perché il cuore resti un cuore,
e non di pietra si faccia il tempo
in cui la vita cerca il suo senso.

Non è un' illusione il meriggio
davanti a un cuore che aspetta.

Arezzo mi appare oggi
nel classico aroma di agrumi,

come la speranza d'incontro
delle stagioni perdute
in questo tempo duro
che si fa un vanto
di ogni primavera che ritorna
a fiorire nell' ortensia
e nel mughetto che fa sorridere
anche il freddo delle parole
addormentate nei cuori delusi.
 

L'attesa non sente, fa finta
Nulla mi resta di certi inverni
a cui ho saputo sorridere
prima che fosse tardi. Prima
di veder mattina. Nell' espressione
di una grande idea
che aspettavo da tanto, e poi
si è presentata, così, a quella festa
perché io
la confondessi nei pensieri
con il resto
delle cose vissute
nello stesso tempo in cui passo
per risalire ad un particolare
che allieta il tempo dove sono.

Cosa mi volesse dire, non so.

Cercava forse occhi per piangere
o una bocca in cui ridere
dell' assurdità di ciò che manca
del futile che dà il coraggio
di guardare in faccia al tempo.

Ma è andata. E non era
la prima volta a sparire prima
che io facessi in tempo
ad immaginarmi come fossi
a casa, tra qualche cassetto,
a continuare a guardare
il pensiero
dov'era la felicità insolita
di abitare una nostalgia nuova.

Una nostalgia che mi tenesse
sulla bocca del caso
quando non è il caso
e il tempo si perde per salvare
almeno ciò che resta
del senso di certi silenzi
in cui tutti s'appare e si scompare
nel pensiero di chi ci è caro.
 

Piccolo mondo
S'andava studenti al tempo
che bello e buono
cambiava la rotta del passo
delle nostre acerbe speranze.

Era in primavera,

e già parevano mature le ore
del tempo a venire:

di tutto e del resto
di ciò
che sarebbe stato di noi
in realtà e coscienza.

Oltre a quello che si poteva
certo dire
in quel che di grande la storia
vede e scrive
nel poema del caso,
senz'aura e senza senso
ma con tutto l' onore che tutto
riceve del tempo
e del mondo nostro
fratello e figlio
di certezze comuni che brillano
nelle cose che servono
per un po' a rendere tutto
più reale e più tardo nel secolo
delle cose unite alle cose
e ad altre cose del genere.

"Tipo noi". "Tipo una cosa così",
"per esempio".

In questa comune libertà
e quiete del secolo errante,
ma fermo nella sua vita
lontana da ogni dove
eppure così presente
in ciò che manca e già è.

Già è arrivato a indicare
la crisi e le possibilità dell' Epoca
delle tante epoche nostre
costrette ad andare e a tornare
sempre in qualche scuola.

Ma la scuola per noi era fuori
dal tempo delle molte epoche
di un uomo che vede la vita
passargli di continuo accanto,
vicino alla spalla, e andare
a cercare altri tempi per vedere
ciò che già conosce e ignora
per il gusto della scoperta.


La scuola era solo la nostra scuola.

Il nostro liceo, dove il tempo
osservava la moda
di nascosto, tra le personalità
che si scambiano
e si accomunano alla persona
per lasciarla da esempio.


L' artistico a Salerno, nel duemila
significava per noi
ogni cosa per mostrarcela
come nessuno osa vederla,
e per essere, per noi, sempre lì,
come un faro:
in forma reale e tarda
sia pure nelle giovani e ideali
apparenze, che lo imparentavano
a qualcosa che spiega all' uomo
che non può vivere solo di sé.

I giorni professionali effigiati
per un istante in un saluto
anticipavano ciò che infondo
ad un abbraccio resiste
della speranza di poter restare
uniti in qualche cosa, come mai
come sempre, e del resto poi
chissà come l' amore vorrà
dire in quegli incontri della vita
che rendono all' arte la capacità
di saper essere così attraente
anche in un pomeriggio qualsiasi.

Già si preparava questo tempo
così cosmopolita nelle idee.

Già si leggeva il profilo
di questo tempio di tempi
e di parole nuove
discese apposta dal momento
delle contese dell' arte
per non lasciarci nella vanità
di credere nell' importanza
del vuoto delle cose
cresciute nella solita retorica
a cui sovente tende il pensiero
per dissociarsi dall' idea
della muta persistenza del tempo
di sconosciuti pensieri
che rendono schiavi
di nuove e moderne convenzioni.

E in altre conversazioni, allora
si andava correndo
sotto il nobile cielo di Salerno.

Ma un certo giorno si faceva
per distinguere ciò ch'è umano
discutere nel senso della società
dai clamori minuti di un passato
che si faceva grande nelle attese
nostre di compagni di scuola
in attesa del venerdì della fiera
che celebra a Salerno il tempo
della speranza quaresimale.

Una speranza che fu per me
il ricordo di un pomeriggio d'aria
e di attesa di qualcosa di nuovo,
come ispirava il clima dello stadio
avvolto nel clima internazionale
dei mercati tipici di ogni città
di questo nostro piccolo mondo.

Piccolo mondo a cui nulla sfugge
delle nostre comuni speranze,
ancora ti chiamo e ti aspetto
con la felicità che mi condusse
al tardo pomeriggio sull'autobus
per ritornare nella casa di Rovella.
 

"Altro dal solito"
Sono le idee altrui
a turbare le buonissime parole
della nostra convivenza
con ciò che non si mostra
in primo luogo.


In quei momenti
è così facile riempire l' assenza
con alcuni particolari
della vita. In accordo
con idee di presenza e di affetto,
che aprono alla festa,
seguiamo gli altri. Perché
è comprensibile uscire.

Più difficile è viversi accanto
coi pensieri rivolti alla differenza
che rende oggettivo l'incontro.

Fu onesto e bellissimo
quel nostro tempo impaziente
d'ogni attenzione.

Le solite idee ci confondevano
per evitare che noi potessimo
guardare il desiderio di vedere
di ciò che non appare, ed è
sostanza stessa di verità:
fosse anche solo
la dispersa memoria del divino!

... Fosse anche
quel senso che sconvolge
ciò che in noi non sente,
e che fuori cerca ogni ascolto,
ogni maniera per potersi dire.

E che c'è di male? Certo, così
si direbbe: -che c'è di male?-


Ma forse il campanello
suonerà. Forse, qualcuno
arriverà, e anche il telefono
porterà una buona notizia.

Perché ciò ch'è spirituale in noi
non conosce storia passata
ed è altro ancora.

"Altro dal solito",

che non ama
sembrare, e pare parecchio
quando siamo
incerti nelle strettezze.

E trabocca di nuovo senso.

Parla molto, anche a sproposito
e a lungo si pente
della parola facile.

Perché è uno "stato difficile"
l' amore proprio, fatto nel tempo
che non ci appartiene, e lo vede
fuggire nei richiami,
-ora tristi, ora gaudenti-
della vita letteraria dell' esistenza
ch'è già in noi coscienza dell' arte
di cui è impastata
questa nostra stessa vita.

Questa vita nuova.

Questo "continuo crescere"
che non sarebbe altro che noia,
se l' arte non ci attirasse
dov'è parola di muto ragionare,
che fermo tiene il tempo buono
per dirsi ancora tra noi.

E con gli altri qui
si ragiona il silenzio, e si parla
con le lacrime asciutte
che leggono pensieri leggeri
per la voce e l' udito,
che si fanno in una parola
difficile da conoscere.

Perché non basta
mettersi a parlare, e neanche sentire.

Si parla e si sente
come meglio viene, si fa. Tacendo
si tratta l' arte della banalità,
e si sente di potere qualcosa in più.


E incontriamo tutti i pensieri
che ci avvicinano all' illusione
del tempo costretto a vivere
nelle espressioni cattive
del presente inventato
dalla spontaneità
di certi racconti abbandonati
sulla terra delle meraviglie
contemporanee, dove trova casa
la necessità di escogitare qualcosa
per riempire d'amore e di gratitudine
il silenzio dei morti pensieri.
 

Lontani e futuri
Un grande niente sento
senza le parole care
di chi mi accompagna.

Il parlare nuovo è arte.
Come si fa arte la vita.

E il tempo aumenta,

ma sono solo momenti
in realtà,
in cui il sentimento muta
gli affetti in un altro modo
di vivere la distanza in sé.

E il silenzio si fa coscienza,

mentre restiamo gli stessi
eppure -eppure- a pensarci
diventiamo qualcosa
di nuovo, nella compagnia
che si allarga ad altri tempi,
ad altri confini, e circostanze
altre, nel mondo nuovo
dell'epoca così deserta
nel deserto pensare
le stagioni in anticipo
sulle stagioni
del tempo programmato
per le solite mode informatiche
del sapere unito alle cose
dove corre ciò che è in noi
il nostro silenzio, il tempo
ottuso della felicità
che non osiamo, fuori
dalla massa.


Come siamo, stiamo
e ci sentiamo contenti così.
Non è male. Così pare.

La stanchezza è il confine
di ogni contrasto,
che alla fine cade, davanti
all' obbligo di averci cari,
e di sentirci
gli uni con gli altri, fuori:
visti da fuori,
mentre la nebbia oscura
il nostro parlare assiduo
a cui pare assurdo credere
che la pace sia in questa
continua contraddizione.
 

A Salerno
Dai sogni, l' arte giunge
all' incontro,
e non c'è ragione
nel mezzo
di questa nostra delusa età,

che deve arrivare
a qualcosa: a una cosa,
come in volo,
come il consiglio viene
e ci pare contrario
a ciò a cui il coraggio
non si nega. Ed è
per noi un altro giorno,
l' abbraccio del mattino,
il passo della sera.

Il consiglio del primo sguardo
può fare paura, alle volte.

Il consiglio è sempre inatteso
e sempre inconsapevole
di muovere come un senso
di inappartenenza, che ci vede
uniti agli altri solo a metà strada.

Come se la comunione,
nella sua essenza di vita,
lo rendesse così necessario.

E pare assurdo, certo, pare
come ci pare. Un disastro,
un abbraccio e poi si vola.

Com'è strano, e come ci serve
questo gioco del pensiero.

E per cosa? Se non per trovare
qualcosa, un niente
da affidare al caso.

Per rendere conto alla memoria
di chi siamo. E per conoscenza
alla conoscenza stessa,
che sembra spiegare da sé
il resto della questione
che ci riguarda
tutti, nella stessa maniera ovvia.

Eppure siamo tra noi,
conosciuti,
in ciò che si fa controcorrente:

in ciò che non teme la paura,
perché già conosce il porto
dov'è un sorriso di marinaio
ad accogliere la nave di rientro
nella tacita festa dei santi.

E non manca niente.
Non manca
né parola né vivanda.

Sotto la tenda, la concordia
lascia alla certezza
delle nostre comuni delusioni,
quel luccichio di stelle
che anche la fede ammette
in certi giorni a cui manca
la fede, e si cerca invano
quel tanto di futile che serve
a vincere la paura di volare.

Ed eccomi nuovamente
in quei ricordi dove rimango
cancellata, talora, come mai
fosse possibile qualcosa
di simile, in fondo
al silenzio degli anni
andati via or' ora, alla scoperta
di ciò che appare di me
inspiegabile, dove sono scritta
con le parole nuove
del mio sguardo fermo
su ciò che il tempo ignora
della vita che si fa estate intorno
a me, e ai miei occhi intenti
a scrutare il cielo
e a fotografare questo sole,
così timido, di un marzo
che mi chiama lontano,
fino alla storia vissuta
sotto il nobile cielo di Salerno.

E non mi ricordo come mai
il pensiero mio arrivò sino a te,
città amata. Pietra d' antichi
stupori, e verso della sera
temuta e vissuta oltre le mura
invisibili dell' ispirazione
che abbraccia l'arte
come il carico di speranza
degli anni in cui tutto accade
per amore, e per amore
torna nel tuo parlare silenzioso.

Salerno, sei ancora com'eri.
Sei attesa nella dimenticanza
dei passati che t' immaginarono
corona dello stato felice de' poeti.
 

Ogni giorno
Possiamo sperare il possibile
e farci da parte dove siamo.

Perché tutto è deciso, e passa
proprio da qui, dove siamo
e dove tutto cambia, del resto.

Nulla sfugge alla vita.

In ogni istante nulla
sfugge al ragionare della letteratura,
che resta sola sulla soglia
con i buoni motivi dell' arte,
e l' intuito della poesia,
che osserva e nasconde
l' amore a cui crede solo il sonno,
da cui nuovamente appare
questo amore
che ci pare venuto da poco:
per durare in eterno nella fede,
come l' amore ascoltato in silenzio.

Solo l'impossibile, la vita non osa
mutare in senso di sé.

Questo compagno dell' epoca!

L' impossibile ci cammina accanto,
lungo la salita dei letterati: tutti
consegnati all' occasione,
tutti maniscalchi della felicità,
citata a sproposito, per restare
nel guazzabuglio degli amori
che si stupiscono per ogni cosa
per assicurarsi la carrozza
nei sentieri tortuosi, dove l' ideale
dei primi tempi è tutto.

<<Tutto in ciò che resta>>.

Coraggio. Ci vuole coraggio!
Ma è paura, questo coraggio
che non è in saldo, e mite si fa
in noi tenace speranza.

Perché ha misura di tutto, ed è poco
quello che realmente basta

Mentre, ogni volta, si solleva
l' infelicità effimera dei pensieri
di certe ore di noia perenne
e pure benedetta dall' abitudine
che fa risaltare in antipatia l' eterno
amore di un'età vissuta così,
senza capire nulla e senza chiedere
nessuna sciocca spiegazione
alla nostalgia nata lontano,
dove la vita è coerente
con quella curiosa e strana
arte della banalità
che imita la vanità, in brutto,
e sul più bello esprime
la gioia e la grazia
delle domande più bonarie,
a cui la mente affida
le solite dorate speranze del libro
impiegato dal tempo in uno stile
seriamente allegro, e così convinto
di ciò che dice la sera.


Ed è così benvenuta al ricordo
questa vanità...

ridicola speranza, bene

che ricorda la natura,
così allegra e maldestra
nel suo entusiasmo, dimesso
e cordiale, quando occorre,
e non le pare l' ora
di smascherare
il mistico incanto in cui si dice
in preghiera:
nell' ora così sacra e confidente
della vita passata,
dove onesto il passo corre
verso l' amore rimasto alla finestra.
 

Bisognava conoscersi
Forse, mi pareva d' aria
l' attesa, dell' improvviso
tempo
che non ha nulla di suo,
perché chiama in disparte
per illuminare
il collo, e stupire la mente
quando ha saputo capire
la circostanza minima
dove realmente è apparso
il consiglio che spiega la vita.
E invece, era d'aprile la dolcezza
di quel tempo tranquillo,
che origlia l' aria
per lenire il dolore che passa
da lucenti sguardi di usignoli
per prenderci al cuore
e renderci favorevoli all' affetto
dormiente nel caso anomalo
dell' età subito dimenticata,
perché troppo politica nei motivi
sposati generalmente parlando.
 



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