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Questo è un mio sonetto un po' sbolenfio e un po' leporeambo. Il nome deriva sia da Ludovico Leporeo (1582-1655), straripante poeta satirico e faceto, sia da Argia Sbolenfi,alias Olindo Guerrini (1845-1916).
Consta di 3 rime interne per ogni verso e rime sdrucciole a fine verso. Le parole sdrucciole sono talvolta rese con neologismi creati alla bisogna.

Prece sbolenfia e leporeamba
O Tu, che su e quaggiù compi miracoli,
fa' che per tua bontà qua e là non specoli
colui per cui furono bui nei secoli
i tempi e sempre empi e scempi e ostacoli

addusse e poi distrusse e incusse a bacoli
terrori e orrori-e-orrori. Non trasecoli
l'Uno se l'importuno e aduno precoli
ma il mondo tondo è moribondo e ha macoli.

Aver dover è davver ammennicoli
divini e trini ai fini non da ciucoli,
ché, forti, i torti asporti e li sventricoli.

Io vivo e scrivo, privo, i miei versicoli
ma Tu, lassù, nel blu, odi i poetucoli
e fai che mai e mai il mal veicoli.
Lorena Turri

-consigliata in lettura da Piero Colonna Romano
 

Lettera d'amore alla solitudine
Amica solitudine, mia cara,
un altro giorno insieme con il sole
fuori dalla finestra e le viole
stampate sul pigiama. Dulcamara,

la vita, di carezze e abbracci avara,
solamente riserva le parole
più silenziose e se anche un po' mi duole,
alla tua mano stretta non è amara

- mai - la tazza di tutte le speranze.
Un sorso di caffè prima che ghiacci
poi muta vagherò per queste stanze.

Sulle pareti guardo i calcinacci
antichi, che ci fecero incontrare.
Soltanto te - adesso - io so amare.
Lorena Turri

-consigliata da Piero Colonna Romano

 

Poesia prima classificata nel XIII° Concorso Internazionale "Voci città di Roma"

Io non lo so
Al guindolo dei giorni l'incertezza
è un'accia di filato resistente.
Quanto tempo trascorso impenitente
vanificò di vita la carezza
in maglie di sconforto, nella brezza
della paura che in futuro niente
sarà concesso, inevitabilmente!
Se una forbice esiste di salvezza
da questa angoscia che ci cuce i cuori,
io non lo so. Sono un poeta e campo
alla giornata a un sogno avviluppato
con l'allegra follia del dissennato.
Dispersa la saggezza, non ho scampo:
rubo agli insetti recidendo fiori.
Lorena Turri

Questa la motivazione della giuria:

"Echi di filosofia esistenziale erompono da questa splendida composizione di Lorena Turri, in cui la poetessa esprime, attraverso un uso efficace del linguaggio da lei sapientemente amalgamato in felici metafore, la grande amarezza che le procura la vita, destinandola a un avvenire denso di angosciose incertezze, anche se esiste comunque un sogno a cui può aggrapparsi. Metafore che scorrono limpide negli endecasillabi, cui molti collegati tramite enjambement, e vanno a comporre un ispirato sonetto, la cui perfezione sta a dimostrare l'assoluta padronanza stilistica e formale raggiunta dall'autrice."

Roma, 3 giugno 2018

consigliata da Piero Colonna Romano
 

La Risurrezione
È risorto: or come a morte
La sua preda fu ritolta?
Come ha vinte l'atre porte,
Come è salvo un'altra volta
Quei che giacque in forza altrui?
Io lo giuro per Colui
Che da' morti il suscitò.

È risorto: il capo santo
Più non posa nel sudario
È risorto: dall'un canto
Dell'avello solitario
Sta il coperchio rovesciato:
Come un forte inebbriato
Il Signor si risvegliò.

Come a mezzo del cammino,
Riposato alla foresta,
Si risente il pellegrino,
E si scote dalla testa
Una foglia inaridita,
Che dal ramo dipartita,
Lenta lenta vi risté:

Tale il marmo inoperoso,
Che premea l'arca scavata,
Gittò via quel Vigoroso,
Quando l'anima tornata
Dalla squallida vallea,
Al Divino che tacea:
Sorgi, disse, io son con Te.

Che parola si diffuse
Tra i sopiti d'Israele!
Il Signor le porte ha schiuse!
Il Signor, I'Emmanuele!
O sopiti in aspettando,
È finito il vostro bando:
Egli è desso, il Redentor.

Pria di Lui nel regno eterno
Che mortal sarebbe asceso?
A rapirvi al muto inferno,
Vecchi padri, Egli è disceso;
Il sospir del tempo antico,
Il terror dell'inimico,
Il promesso Vincitor.

Ai mirabili Veggenti,
Che narrarono il futuro
Come il padre ai figli intenti
Narra i casi che già furo,
Si mostrò quel sommo Sole
Che, parlando in lor parole,
Alla terra Iddio giurò;

Quando Aggeo, quando Isaia
Mallevaro al mondo intero
Che il Bramato un dì verria,
Quando, assorto in suo pensiero,
Lesse i giorni numerati,
E degli anni ancor non nati
Daniel si ricordò.

Era l'alba; e molli il viso
Maddalena e l'altre donne
Fean lamento sull'Ucciso;
Ecco tutta di Sionne
Si commosse la pendice,
E la scolta insultatrice
Di spavento tramortì.

Un estranio giovinetto
Si posò sul monumento:
Era folgore l'aspetto,
Era neve il vestimento:
Alla mesta che 'l richiese
Diè risposta quel cortese:
E risorto; non è qui.

Via co' palii disadorni
Lo squallor della viola:
L'oro usato a splender torni:
Sacerdote, in bianca stola,
Esci ai grandi ministeri,
Tra la luce de' doppieri,
Il Risorto ad annunziar.

Dall'altar si mosse un grido:
Godi, o Donna alma del cielo;
Godi; il Dio cui fosti nido
A vestirsi il nostro velo,
È risorto, come il disse:
Per noi prega: Egli prescrisse,
Che sia legge il tuo pregar.

O fratelli, il santo rito
Sol di gaudio oggi ragiona;
Oggi è giorno di convito;
Oggi esulta ogni persona:
Non è madre che sia schiva
Della spoglia più festiva
I suoi bamboli vestir.

Sia frugal del ricco il pasto;
Ogni mensa abbia i suoi doni;
E il tesor negato al fasto
Di superbe imbandigioni,
Scorra amico all'umil tetto,
Faccia il desco poveretto
Più ridente oggi apparir.

Lunge il grido e la tempesta
De' tripudi inverecondi:
L'allegrezza non è questa
Di che i giusti son giocondi;
Ma pacata in suo contegno,
Ma celeste, come segno
Della gioia che verrà.

Oh beati! a lor più bello
Spunta il sol de' giorni santi;
Ma che fia di chi rubello
Torse, ahi stolto! i passi erranti
Nel sentier che a morte guida?
Nel Signor chi si confida
Col Signor risorgerà.
Alessandro Manzoni

- consigliata da giuseppe gianpaolo casarini
 

Canto d'aprile
O amore, amore, amor!... Tutto ti sento
Divinamente palpitar nel sole,
Nei soffii larghi e liberi del vento,
Nel mite olezzo trepidante e puro

De le prime vïole!

Come linfa vital, caldo e ferace
Vivi e trascorri nei nascenti steli;
Con le allodole canti; angelo audace
Fra mille atomi d'ôr voli, e cospargi

Di luce i mondi e i cieli.

O amore, amore, amor!... Tutto ti sento
Nell'esultanza de l'april risorto;
Dai profumi a le rose ed ali al vento,
Copri la terra di raggi e di baci...

Ma nel mio cor sei morto..
Ada Negri

-consigliata da giuseppe gianpaolo casarini
 

Mia giovinezza
Non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo
all’essere. Sei tu, Ma un’altra sei:
senza fronda né fior, senza il lucente
riso che avevi al tempo che non torna,
senza quel canto: Un’altra sei, più bella,

Ami, e non pensi esser amata: ad ogni
fiore che sboccia o frutto che rosseggia
o pargolo che nasce, al Dio dei campi
e delle stirpi rendi grazie in cuore.
Anno per anno, entro di te, mutasti
volto e sostanza. Ogni dolor più salda
ti rese: ad ogni traccia del passaggio
dei giorni, una tua linfa occulta e verde
opponesti a riparo. Or guardi al Lume
che non inganna: nel suo specchio miri
la durabile vita. E sei rimasta
come un’età che non ha nome:
umana tra le umane miserie, e pur vivente
di Dio soltanto e solo in Lui felice.

O giovinezza senza tempo, o sempre
rinnovata speranza, io ti commetto
a color che verranno: - infin che in terra
torni a fiorir la primavera, e in cielo
nascan le stelle quand’è spento il sole.
Ada Negri

-consigliata da giuseppe gianpaolo casarini
 

Un destino
Lumi e capanne
ai bivi
chiamarono i compagni.

A te resta
questa che il vento ti disvela
pallida strada nella notte:
alla tua sete
la precipite acqua dei torrenti,
alla persona stanca
l’erba dei pascoli che si rinnova
nello spazio di un sonno.

In un suo fuoco assorto
ciascuno degli umani
ad un’unica vita si abbandona.

Ma sul lento
tuo andar di fiume che non trova foce,
l’argenteo lume di infinite
vite – delle libere stelle
ora trema:
e se nessuna porta
s’apre alla tua fatica,
se ridato
t’è ad ogni passo il peso del tuo volto,
se è tua
questa che è più di un dolore
gioia di continuare sola
nel limpido deserto dei tuoi monti

ora accetti
d’esser poeta.

13 febbraio 1935
Antonia Pozzi

-consigliata da giuseppe gianpaolo casarini
 

Meriggio
(a L.B.)

In questa doratura di sole
io sono
una gemma pelosa
legata crudelmente con un filo di refe
perché non possa sbocciare
a bagnarsi di luce.
Accanto a me tu sei
una freschezza riposante d’erba
in cui vorrei affondare
perdutamente
per sfrangiarmi anch’io
in un ebbro ciuffo di verde –
per gettare in radici sottili
il mio più acuto spasimo
ed immedesimarmi con la terra.

Milano, 19 aprile 1929
Antonia Pozzi

-consigliata da giuseppe gianpaolo casarini
 

I musaici di Messina
Sola
nella notte di rovina e di spavento
restavi tu
Maria –
incolume nell’abside
della tua cattedrale –
curva sul crollo orrendo
con il figlio ravvolto
nel tuo manto celeste –

Sopra il lamento
dei non uccisi –
sopra il fumo e la polvere
delle case degli uomini distrutte –
sopra il muglio del mare –
sognavi tu
un’altra dolce casa
vegliata
da un’altra azzurra Maria
in riva a un altro mare
dormente
tra le isole erbose –

La chiesa di Torcello sognavi
e l’oro pallido dei tramonti
sulla laguna
e la tranquilla via delle barche
nelle sere serene.

Di quell’oro nutrivi tu –
di quel sereno
Maria
nella spaventevole notte
la solitudine tua
materna
e più fulgente il tuo serto di stelle
più turchino il tuo manto
più soave il tuo figlio
levavi
dal fondo della chiesa crollata
sulle madri dei morti
Antonia Pozzi

-consigliata da giuseppe gianpaolo casarini
 

L’alcione
Al nocchier dell’Argolide che il fine
D’ingrati ozî saluta e si dispone
3Correre i porti dell’egee marine,

Dolce la melanconica canzone
Sciogli, o vago augellin, che lungo i lidi,
6Già serenati, alla miglior stagione

Sui muschi e le natanti alighe i nidi
Pensili intessi e li accomandi ai mari
9Che tante volte hai pur trovati infidi.

Anche appiè del Vesuvio i casolari
Atterrati ricerca e pon le mura
12Forse sulle ossa di sepolti cari,

Il villanel che più gagliarda cura
Avvince al suol che nascere lo vide
15E più sacro gli ha fatto or la sventura.

Piano, come cristallo, il mar sorride;
E tu sovresso il nido e della spuma
18Poco curando che il tuo dorso intride,

Con occhio immoto e con immota piuma
Osservi il pesciolin che l’esil testa
21Riscalda al sol che il pelaghetto alluma.

Mite Alcïòne! Te solinga e mesta
Di scogli abitatrice i naviganti
24Dissero un giorno: e te della tempesta

Chiamâr foriera di Parnaso i canti
Che del nembo ti dier mente divina,
27Vedovil gonna e di un mortale i pianti.

Perocchè della florida Trachìna
Presso il maliaco seno e la pendice
30Öetea ti cantavano regina

Di porpore e d’immenso oro felice;
Ma che nullo tesor ti fu più caro
33Che gli occhi vagheggiar del tuo Ceice.

Ben le ginocchia un dì ti vacillaro,
E tramortita reclinasti il collo,
36Quando il tuo sposo navigando a Claro

Per consultar gli oracoli di Apollo,
Al tuo cor si togliea che anco non era
39De’ primi baci d’imeneo satollo.

Sciro aveva trascorso; e già si annera
Il ciel tutto e fracassa arbori e prora
42Di traverso ruggendo la bufera.

Ceice colla gente il mar divora,
Ceice che con labbra moribonde
45Alcïòne, Alcïòn chiamava ancora.

Son deserte le sale un dì gioconde
D’inni e di danze. De’ suoi fati ignara,
48Pur accorata Alcïone le bionde

Chiome discioglie e di Giunone all’ara
D’inesaudita lagrima cospersi
51Doni tributa; e di sua man prepara

Bello di seta e di color diversi
Per le membra dilette un manto adorno,
54Per le membra che a’ mostri esca già fersi.

Già due fïate rinnovato il corno
Avea la luna, e la dolente a Giuno
57Chiedea con raddoppiata ansia il ritorno

Di Ceice che intanto lungo il bruno
Di Lete fiumicel colà movea
60Onde si nega che ritorni alcuno.

Allor dello stellato etra la Dea
Commiserando i lai della donzella
63Che pianti e preghi inutili spargea,

A sè l’alidorata Iride appella
E, Vanne, dice, alla magione ombrosa
66Vanne del Sonno, o mia fidata ancella;

E dilli che l’immagine dogliosa
Appresenti del naufrago consorte
69A quella abbandonata e non più sposa.

Iride entrò le tenebrose porte.
Al repente fulgor ch’empie la grotta,
72De’ lievi Sogni fluttua la coorte,

Che riversati, svolazzando in frotta
Senz’altra voce che il fruscìo dell’ali,
75Fuggon tremando ove ancor l’antro annotta.

Co’ papaveri al crin, sovra guanciali
Oscuri più dell’ebano sbadiglia
78Il domator de’ numi e de’ mortali,

Che sollevando le gravose ciglia
E sovra il sen ricadendo col mento,
81Tende l'orecchio alla taumanzia figlia.

Tu dormivi, Alcïòn; ma tratto a stento
Il tuo respir gemea; dall’egro aspetto
84Traluceva dell’anima il tormento.

Ed ecco appiè del doloroso letto,
Squallido, ignudo, ma col suo sembiante
87Starsi, orribile immago, il tuo diletto.

Di verde acqua la barba avea stillante,
Stillante il crine: il labbro illividito;
90Tumida l'epa e tumide le piante.

Or che dirò come correndo al lito
E sovra l'onde galleggiar la spoglia
93Mirando dell’esanime marito,

Ella cieca d’amor, cieca di doglia
Si perigliava in mar? Come la Diva
96Cui di fiori solea cinger la soglia,

L’agil omero di ali le vestiva
E le donava l'amorosa nota
99Che fa de’ mari risentir la riva?

È pur dolce all’argolico pilota
Che fra l’isole egee drizza le vele,
102Quando sull’alba è la marina immota,

Salutar le costiere, a cui fedele
L’aura dell’Ellesponto ancor ripete
105L’ardente inno di Saffo e le querele.

Dolce è pur torsi ad un’età che sete
Sol ha di lucro e fredda intende al vero;
108E seguir l’ombre dilettose e liete

Che a’ spenti lumi sorridean di Omero.
Giacomo Zanella

-consigliata da giuseppe gianpaolo casarini
 

Fresco ruscel, che dal muscoso sasso
Precipiti tra i fiori e la verzura,
E mormorando tristamente al basso
Ratto dilegui per la valle oscura,

Rammenti ancor, quando assetato e lasso
Del vagar lungo e dell’estiva arsura
Io giovinetto ratteneva il passo
Tacito a contemplar l’onda tua pura?

Era quello l’april de’ miei verdi anni,
Degli anni miei sereni che fuggiro
Su’ veloci del tempo invidi vanni,

Al modo stesso, che le dolci e chiare
Tue linfe, amabil rio, di giro in giro
Dal patrio colle van fuggendo al mare.
Giacomo Zanella

-consigliata da giuseppe gianpaolo casarini


Le ore della notte
Con bruni sandali
E taciturne
Scendono, passano
4L’ore notturne,

E nel lor transito
All’universo
Mobile imprimono
8Volto diverso.

Tornano i vomeri;
Fumano i tetti;
L’Ave ripetono
12I pargoletti;

Appena è vespero,
E già tranquilla
Sotto le coltrici
16Posa la villa.

L’ombre si addensano:
In auree stanze
Specchi rifulgono,
20Erran fragranze;

Scalpita e smania
La giovinetta
Che il velo roseo
24Pel ballo aspetta.

Triste sollecita
L’opera altrove
E l’egra lacrima
28Sovra vi piove

Orfana vergine
Che nell’accesa
Gota funereo
32Morbo palesa.

Tace di popolo
Sgombro il viale;
Tra l’erme acacie
36Langue il fanale;

Pari la reggia
Al casolare
Nell’ampie tenebre
40Scende e scompare.

Remoto vicolo
Empion di canti
Fra nappi e cembali
44Scinte baccanti;

Tende l’orecchio
Da semiaperta
Finestra e palpita
48Sposa deserta.

Lo stame attenua
Della lucerna,
Computa, novera,
52Fogli squaderna,

Mida famelico
Che dell’erede
Dietro sè l’ilare
56Ghigno non vede;

Mentre da’ fulgidi
Covi del gioco,
Lo sguardo vitreo,
60L’anima in foco,

Esce il patrizio
Che della zolla
Ultima Cerbero
64Plebeo satolla.

Profondo e lucido
L’aër traspare;
Ïadi e Pleiadi
68Fansi più chiare;

Sbadiglia, abbrivida,
Scote di brine
Vigile astronomo
72Rorido il crine.

Con ala nivea
Per l’aure brune
I sogni or piovono
76Sovra le cune;

Ridon l’inconscie
Alme leggiadre;
Ridono agli Angioli,
80Chiaman la madre.

Sommessa mormora
Un caro nome;
Scorrer d’un bacio
84Sulle sue chiome

Sente l’anelito
Vergin, che desta
Con alto tremito
88Volge la testa:

Vede distendersi
Sulla cortina
Il raggio argenteo
92Della mattina.

Trilla sugli embrici
La rondinella;
Sull’aia crocita
96La gallinella;

Scoppia dall’ardua
Torre la squilla;
Ridesta all’opere
100Torna la villa.
Giacomo Zanella

-consigliata da giuseppe gianpaolo casarini
 

Marzo
Marzo: una lacrimetta
che una ventata asciuga,
e qualche nuvoletta
che il sole mette in fuga.

Minaccia di bufera

e poi, tutto ad un tratto,
riso di primavera.
Oh! marzo, marzo matto
angiolo silvio novaro

-consigliata da giuseppe gianpaolo casarini
 

I doni
Primavera vien danzando
vien danzando alla tua porta.
Sai tu dirmi che ti porta?

- Ghirlandette di farfalle,
campanelle di vilucchi,
quali azzurre, quali gialle
e poi rose, a fasci e a mucchi.

E l'estate vien cantando
vien cantando alla tua porta,
sai tu dirmi che ti porta?

- Un cestel di bionde pèsche
vellutate, appena tocche;
e ciliege lustre e fresche
ben divise a mazzi e a ciocche.

Vien l'autunno sospirando
sospirando alla tua porta,
sai tu dirmi che ti porta?

- Qualche bacca porporina,
nidi vuoti, rame spoglie,
e tre gocciole di brina,
e un pugnel di morte foglie.

E l'inverno vien tremando.
vien tremando alla tua porta,
sai tu dirmi che ti porta?

-Un fastel d'aridi ciocchi,
un fringuello irrigidito;
e poe neve, neve a fiocchi,
e ghiacciuoli grossi un dito.
Angiolo Silvio Novaro

-consigliata da giuseppe gianpaolo casarini
 

Che dice la pioggerellina di Marzo?
Che dice la pioggerellina
di marzo, che picchia argentina
sui tegoli vecchi
del tetto, sui bruscoli secchi
dell’orto, sul fico e sul moro
ornati di gèmmule d’oro?

Passata è l’uggiosa invernata,
passata, passata!
Di fuor dalla nuvola nera,
di fuor dalla nuvola bigia
che in cielo si pigia,
domani uscirà Primavera
guernita di gemme e di gale,
di lucido sole,
di fresche viole,
di primule rosse, di battiti d’ale,
di nidi,
di gridi,
di rondini ed anche
di stelle di mandorlo, bianche...

Che dice la pioggerellina
di marzo, che picchia argentina
sui tegoli vecchi
del tetto, sui bruscoli secchi
dell’orto, sul fico e sul moro
ornati di gèmmule d’oro?

Ciò canta, ciò dice:
e il cuor che l’ascolta è felice.
Che dice la pioggerellina
di marzo, che picchia argentina
sui tegoli vecchi
del tetto, sui bruscoli secchi
dell’orto
Angiolo Silvio Novaro

-consigliata da giuseppe gianpaolo casarini
 

Le città del silenzio

PERUGIA

I.

Maschia Peroscia, il tuo Grifon che rampa
in cor m'entrò col rostro e con l'artiglio,
onde tutto il mio sangue acro e vermiglio
delle immortali tue vendette avvampa.

Certo segnato fui della tua stampa
un dì, tra ferro e fuoco io fui tuo figlio
ancor vivo, qual fecemi il Bonfiglio,
là sul muro ove Totila s'accampa.

Le catene spezzai nelle tue strade,
precipitai gli uccisi per isfregio
dalle tue torri, usai spiedo e roncone.

Brillar vidi tra il rugghio delle spade
il mio sogno di re nell'occhio regio
di Braccio Fortebraccio da Montone.

II.

Dal Palagio non scendono, o Peroscia,
i tuoi Priori le solenni scale?
L'acqua, che ai gradi della Cattedrale
terse il sangue degli Oddi, ancóra scroscia.

Tace la piazza. Il Gonfalon s'affloscia.
Vento d'odio o d'amor più non l'assale?
Ecco Astorre Baglione, a Marte eguale,
che cavalca con l'asta in su la coscia!

Anco viene Gismondo a piè, con tanta
levità che assimiglia presta lonza:
lo scolare alemanno i passi ammira;

e Grifonetto, il figlio d'Atalanta,
senza elmo, come il sole che l'abbronza
bello: valletti ha il Tradimento e l'Ira.

III.

Il magnifico Astorre a Porta Sole
mena la donna sua del sangue Ursino.
Monna Lavinia in veste d'oro fino
danza a suono di piffari e viuole.

La mensa d'ogni frutto e fior redole,
reca d'ogni ragion confetti e vino.
In quell'ora il signor di Camerino
soffia a Carlo Barciglia sue parole.

E il gobbo invesca Filippo di Braccio.
Mastro d'inganni è il bastardo: ei sghignazza
pensando a Giovan Pavolo e a Zenopia.

E, mentre Astorre nel fraterno abbraccio
sorride, su Peroscia che gavazza
versa una negra iddia la Cornucopia.

IV.

Dorme col suo bagascio Simonetto
che in vita non conobbe mai paura
ed Astorre non sa che in sepoltura
è per mutarsi il nuzial suo letto.

"Griffa! Griffa!" Il perduto giovinetto
apre tutte le porte alla congiura.
Ecco primo il bastardo. Ei raffigura
il grande Astorre al grande ignudo petto.

Questi urla: "Misero Astorre che more
commo poltrone!". E spira sotto i colpi
ciechi d'Ottaviano dalla Corgna.

Ma Gian Pavolo, il suo vendicatore
che tornerà lione tra le volpi,
escito è in salvo per la Porta Borgna.

V.

Giacciono su la via come vil soma
gli occisi. Or qual potenza li fa sacri?
Nei corpi è la beltà dei simulacri
che custodisce l'almo suol di Roma.

Sembrano infusi in un sublime aroma,
se ben privi de' funebri lavacri.
Quasi letèi papaveri son gli acri
grumi, serto di porpora alla chioma.

Traggono allo spettacolo le genti,
percosse di stupore. Il Maturanzio
sogna Achille Pelìde e il Telamonio.

Ma nella cerchia di quegli occhi intenti,
o Peroscia, è un divino testimonio:
talun nomato Rafaele Sanzio.

VI.

Coi fanti e con le lance alle Due Porte
Iovan Pavolo vien sul suo morello.
Nitrire ode il corsiero del fratello
tradito; e il cor gli rugge: "A morte! A morte!".

Di repente rivolgesi la sorte.
"Addosso a Corgna! A me Monte Sperello!"
D'ogni banda cavalcano al macello
i partigiani in arme con le scorte.

Entra il gran falco da Sant'Ercolano
e incontra il figlio d'Atalanta. "Addio,
traditore Grifone: sei pur qua!

Non t'ammazzo. Non vo' metter la mano
io nel mio sangue. Vattene con Dio."
E sprona innanzi a prender la città.

VII.

Cade reciso il bello infame fiore.
Filippo Cencie con Messer Gintile
l'abbatte in su le selci. "O Grifon vile,
or tu griffa se puoi, vil traditore"

Portato è in piazza su la bara, ad ore
ventidue, come Astorre! Il grido ostile
tacesi a un tratto. Ecco la giovenile
madre china sul figlio che si muore.

Ecco Atalanta, la viola aulente,
ecco Zenopia, la soave rosa,
più belle nell'orror della gramaglia.

Inondano di pianto il moriente.
E intorno alla bellezza dolorosa
sospeso arde il furor della battaglia.

VIII.

Ben è che dal tuo vertice selvaggio
tu guardi a valle il sacro fiume nostro,
maschia Peroscia che con l'ugne e il rostro
sì togli preda e vendichi l'oltraggio.

Dalla Lupa il tuo Grifo ebbe il retaggio.
Sempre il tuo sangue splende come l'ostro.
Per dardo in torre e per flagello in chiostro
sanguina fiammeggiando il tuo coraggio.

O Turrena, città pontificale,
grande arce guelfa, al Papa e a Dio ribelle,
ligia al Sole, devota all'Aquilone,

non odi su la porta comunale,
nell'irto bronzo contra l'evo imbelle,
l'urlo del Grifo e il rugghio del Leone?


ASSISI

Assisi, nella tua pace profonda
l'anima sempre intesa alle sue mire
non s'allentò; ma sol si finse l'ire
del Tescio quando il greto aspro s'inonda.

Torcesi la riviera sitibonda
che è bianca del furor del suo sitire.
Come fiamme anelanti di salire,
sorgon gli ulivi dalla torta sponda.

A lungo biancheggiar vidi, nel fresco
fiato della preghiera vesperale,
le tortuosità desiderose.

Anche vidi la carne di Francesco,
affocata dal dèmone carnale,
sanguinar su le spine delle rose.


SPOLETO

Spoleto, non la Rocca che ti guarda
ghibellina dal Guelfo tuo nemico,
né la grandezza di Teodorico
che pensosa nel vespro vi s'attarda,

non la Borgia onde par che tu riarda
subitamente del trionfo antico,
né dal vasto acquedotto all'erto vico
segno romano ed orma longobarda

cerco, ma ne' silenzii dell'Assunta
l'arca di Fra Filippo che dai marmi
pallidi esala spiriti d'amore

mentre nel muro pio la sua defunta
Vergine, sciolta dalla morte, parmi
piegar sul petto dell'Annunciatore.


GUBBIO

Agobbio, quell'artiere di Dalmazia
che asil di Muse il bel monte d'Urbino
fece, l'asprezza tua nell'Apennino
guerreggiato temprò con la sua grazia.

Or tristo e spoglio il tuo Palagio spazia
tra l'azzurro dell'aere e del lino.
Ma ne' tuoi bronzi arcani il tuo destino
resiste alla barbarie che ti strazia.

E, se teco non più ridon le carte
di Oderisi cui Dante sotto il pondo
vide andar chino tra la lenta greggia,

l'argilla incorruttibile per l'arte
di Mastro Giorgio splende; e in tutto il mondo
l'alta tua nominanza ne rosseggia.


SPELLO

Spello, qual canto palpita nei petti
delle tue donne alzate in su la Porta
di Venere? La Dea che non è morta
l'arco nudo t'adorna di fioretti.

E par che il pafio pargolo saetti
nel sol novo ai precordii con accorta
ferocia strali dell'antica sorta,
come solea negli élegi perfetti.

Non l'amico di Cynthia oggi sospira
dai prati d'asfodelo i suoi patemi
campi che Ottavio diede al veterano?

Nelle tue torri imitan quella lira
i caldi vènti, mentre negli Inferni
sogna l'Umbria il Callimaco romano.


MONTEFALCO

Montefalco, Benozzo pinse a fresco
giovenilmente in te le belle mura,
ebro d'amor per ogni creatura
viva, fratello al Sol, come Francesco.

Dolce come sul poggio il melo e il pesco,
chiara come il Clitunno alla pianura,
di fiori e d'acqua era la sua pintura,
beata dal sorriso di Francesco.

E l'azzurro non désti anche al tuo biondo
Melanzio, e il verde? Verde d'arboscelli,
azzurro di colline, per gli altari;

sicché par che l'istesso ciel rischiari
la tua campagna e nel tuo cor profondo
l'anima che t'ornarono i pennelli.


NARNI

Narni, qual dorme in Santo Giovenale
su l'arca il senatore Pietro Cesi,
tal dormi tu su' massi tuoi scoscesi
intorno al tuo Palagio comunale.

Sogni il buon Nerva in ostro imperiale?
o Giovanni tra gli odii in Roma accesi?
Io di secoli, d'acque e d'elci intesi
murmure che dal Nar fino a te sale.

E vidi su la tua Piazza Priora,
ove muto anco dura il cittadino
orgoglio, alzarsi una grand'ombra armata:

grande a cavallo il tuo Gattamelata,
sempiterno in quel bronzo fiorentino
che gli invidian lo Sforza ed il Caldora.


TODI

Todi, volò dal Tevere sul colle
l'Aquila ai tuoi natali e il rosso Marte
ti visitò, se il marzio ferro or parte
con la forza de' buoi le acclivi zolle.

Ebro de' cieli Iacopone, il folle
di Cristo, urge ne' cantici; in disparte
alla sua Madre Dolorosa l'arte
del Bramante serena il tempio estolle.

Ma passa, ombra d'amor su la tua fronte
che infoscan gli evi, la figlia d'Almonte,
il fior degli Atti, Barbara la Bella.

E l'inno del Minor si rinnovella:
"Amor amor, lo cor si me se spezza!
Amor amor, tramme la tua bellezza!".


ORVIETO

I.

Orvieto, su i papali bastioni
fondati nel tuo tufo che strapiomba,
sul tuo Pozzo che s'apre come tomba,
sul tuo Forte che ha mozzi i torrioni,

su le strade ove l'erba assorda i suoni,
su l'orbe case, ovunque par che incomba
la Morte, e che s'attenda oggi la tromba
delle carnali resurrezioni.

Gli angeli formidabili di Luca
domani soffieran nell'oricalco
l'ardente spiro del torace aperto.

Stanno sotterra, ove non è che luca,
oggi i Vescovi e il gregge. Solo un falco
stride rotando su pel ciel deserto.

II.

Uman prodigio dell'artier da Siena,
nel ciel deserto il Duomo solitario
risplende come nel reliquiario
il Corporal sanguigno di Bolsena.

Di grandezze la sua fulva ombra è piena,
piena di Dio, piena dell'Avversario.
O Angelico, Ugolin di Prete Ilario,
Gentile, il respir vostro odesi appena!

Sola il vòto dei marmi bianchi e neri
occupa e turba la tremenda ambascia
dell'artier da Cortona, come un vento.

Ruggegli nel gran cor Dante Alighieri;
e però di sì dure carni ei fascia
il Dolore la Forza e lo Spavento.

III.

Sfolgorati procombono i Perduti,
salgon gli Eletti a ber l'alme rugiade;
e gli Arcangeli snudano le spade
mentre i Musici toccano i leuti.

Ma i re spirtali degli inconosciuti
mondi, Empedocle che le vie dell'Ade
sforza, l'amor dell'api e delle biade
Vergilio che apre al Teucro i regni muti,

e l'Alighier grifagno che con ira
in foco in sangue in fanghe in ghiacce inerti
i peccatori abbrucia attuffa asserra,

cantano all'Uomo un inno senza lira
dall'alto; e il Tosco ha due volumi aperti,
Libro del Cielo e Libro della Terra.

Da Elettra
Gabriele D'Annunzio

-consigliata da Giuseppe Gianpaolo Casarini


Le città del silenzio.

Arezzo.

I.
AREZZO, come un ciel terrestro è il lino
cerulo, il vento aulisce di viola.
Ove sono Uguccion della Faggiuola
e il cavalier mitrato Guglielmino?

5Non vedo Certomondo e Campaldino,
né Buonconte forato nella gola.
Alla tua Pieve il balestruccio vola;
in San Francesco è Piero, e il suo giardino.

Non vedo nella polve i tuoi pedoni
10carpone sotto il ventre dei cavalli
con le coltella in mano a sbudellarli.

Van sonetti del tuo Guitton, canzoni
del tuo Petrarca per colline e valli;
e con voce d’amore tu mi parli.


II.
Bruna ti miro dall’aerea loggia
che t’alzò Benedetto da Maiano.
Fan ghirlanda le nubi ove Lignano
e Catenaia e Pietramala poggia.

5E fànnoti ghirlande i tralci a foggia
di quelle onde i tuoi vasi ornò la mano
pieghevole del figulo pagano
quando per lui vivea l’argilla roggia.

Or rivive pel mio sogno il liberto
10grèculo intento a figurar le tigri
l’evie i tripodi i tirsi le pantere.

Arar penso i tuoi campi e, nell’aperto
solco da’ buoi di Valdichiana impigri,
discoprir l’ansa infranta del cratere.


III.
Aste in selva, stendardi al vento, elmetti
di cavalieri, Costantin securo,
Massenzio in fuga, Cosra morituro,
e le chiare fiumane e i cieli schietti!

5Come innanzi a un giardin profondo io stetti,
o Pier della Francesca, innanzi al puro
fulgor de’ tuoi pennelli; e il sacro muro
moveano i fiati dei pugnaci petti.

Ma il Vincitore e il Labaro e Massenzio
10e la bella reina d’Asia oblìa
il mio cor; ché levasti più grand’ala!

Presso l’arca del crudo Pietramala
vidi il fiore di Magdala, Maria.
E un greco ritmo corse il pio silenzio.


IV.
Forte come una Pallade senz’armi,
non ella ai piè del mite Galileo
si prostrò serva, ma il furente Orfeo
dissetò arso dal furor dei carmi.

5Qui da tristi occhi profanata parmi,
mentre a specchio del Ionio o dell’Egeo
degna è che s’alzi in bianco propileo
come sorella dei perfetti marmi.

Ellade eterna! Non il vaso d’olio
10odorifero è quel di Deianira,
ov’essa chiuse il dono del Biforme?

Per lei Ristoro ode cantar le torme
degli astri, come il Samio; e su la lira
Guido Monaco tenta il modo eolio.


Cortona

I.
O CORTONA, l’eroe tuo combattente
non è già quel gagliardo che s’accampa
giuso in Inferno alla penace vampa
ove si torce la perduta gente?

5Pur le Vergini crea la man possente
e i Chèrubi, usa all’affocata stampa,
come l’Etrusco orna la dolce lampa
e di macigni alza la porta ingente.

Chiusa virtù d’antiche primavere,
10urbe di Giano, irrompe nel tuo Luca.
Maravigliosamente in lui tu vigi.

Forza del mondo è il tuo robusto artiere.
Sparvero come in vortice festuca
i tuoi tiranni Uguccio ed Aloigi.


II.
O Corito, perché la Lampa è priva
di nutrimento? Io vidi messaggera,
grande come Calliope, leggera
come Aglaia, recar l’olio d’oliva.

5Ecco, nel bronzo la Gorgóne è viva;
nuota il delfino, corre la pantera;
segue le melodíe di primavera
Sileno su la fistola giuliva.

Bacco e gli aspetti delle Essenze ascose
10fan di fecondità ricco il metallo.
Or versa nel suo cavo l’olio puro!

La vital Lampa in cui l’arte compose
tra mostri e iddii l’Onda marina e il Phallo,
tu sospendila accesa al dio futuro.


III.
Dirompendo col vomere l’antica
gleba etrusca il bifolco, a Sepoltaglia,
all’Ossaia, la spada e la medaglia
scopre laddove ondeggerà la spica.

5Chi sa, nell’ansia della sua fatica
sotto l’ignea fersa, non l’assaglia
un sùbito furore di battaglia
a trionfar la sorte sua nemica!

Muzio Attèndolo Sforza nella rovere
10di Cotignola gitta il suo marrello
e ferrato cavalca al gran destino.

Sono le glebe tue fatte sì povere,
o Italia, che non sórgavi un novello
Eroe dall’aspro sangue contadino?


Bergamo.

I.
BERGAMO, nella prima primavera
ti vidi, al novel tempo del pascore.
Parea fiorir Santa Maria Maggiore
di rose in una cenere leggera.

5E per l’aer volar pareano a schiera
i chèrubi fuggiti da Trescore,
quei che Lorenzo Lotto il dipintore
alzò fra i tralci della Vigna vera.

Davanti la gran porta australe i sassi
10deserti verzicavano d’erbetta,
quasi a pascere i due vecchi leoni.

Dolce correa per la città dei Tassi
la melode a destar la verginetta
Medea sepolta presso il Coleoni.


II.
Destarsi la dormente, qual la pose
su l’origlier di marmo l’Amadeo:
gli occhi aprirsi, le labbra lavs deo
clamare, le due mani sparger rose:

5quest’opere vid’io meravigliose
del lene April; ma in vetta al mausoleo,
tutt’oro l’arme, il gran Bartolomeo
pronto imperar tra le Virtù sue spose.

Non diemmi forse l’alto Condottiere,
10benigno a’ suoi ed a’ nimici crudo,
col suo gesto il segnal della riscossa?

Oh seme delle nostre primavere!
Triplice egli ebbe nell’invitto scudo
il carnal segno della maschia possa.


III.
L’ombra canuta del Guerrier sovrano
a Malpaga erra per la ricca loggia,
mutato l’elmo nel cappuccio a foggia,
tra i rimadori e i saggi in atto umano.

5E tu, Bergamo, il suo sepolcro vano
chiudi. Ma all’aspro vento che da Chioggia
sìbila è vivo! Ancor di strage ha roggia
l’unghia e la pancia il suo stallon romano.

Stretto nel pugno il fólgore di guerra,
10i fanti contra Galeazzo ei sferra
tonando co’ mortaro e la spingarda.

Arcato il duro sopracciglio, ei guarda
di su la manca spalla irta di piastra;
e, bronzo in bronzo, nell’arcion s’incastra.


Carrara.

I.
CARRARA, morti son vescovi e conti
di Luni, e son dispersi i loro avelli;
gli Spinola e Castruccio Antelminelli
son morti, e gli Scaligeri e i Visconti;

5ed Alberico che t’ornò di fonti,
gli antichi tuoi signori ed i novelli.
Ma su quante città regnano i belli
eroi nati dal grembo de’ tuoi monti!

Quei che li armò di soffio più gagliardo,
10quei fa su te da vertice rimoto
ombra più vasta che quella del Sagro.

E non il santo martire Ceccardo
t’è patrono, ma solo il Buonarroto
pel martirio che qui lo fece magro.


II.
Su la piazza Alberica il solleone
muto dardeggia la sua fiamma spessa;
e, nel silenzio, a piè della Duchessa
canta l’acqua la rauca sua canzone.

5Dalla Grotta dei Corvi al Ravaccione
ferve la pena e l’opera indefessa.
Scendono in fila i buoi scarni lungh’essa
l’arsura del petroso Carrione.

S’ode ferrata ruota strider forte
10sotto la mole candida che abbaglia,
e il grido del bovaro furibondo,

ed echeggiar la bùccina di morte
come squilla che chiami alla battaglia,
e la mina rombar cupa nel fondo.


III.
Arce del marmo, in te rinvenni i segni
che t’impresse la forza dei Romani;
sculti al sommo adorai gli Iddii pagani;
e dissi: "O Roma nostra, ovunque regni!"

5Dissi: “O mio cuore, or fa che tu m’insegni
la rupe che foggiar volea con mani
di foco il grande Artier, sì che i lontani
marinai la vedesser dai lor legni.„

E dal Sagro alla Tecchia, da Betogli
10al Polvaccio, da Créstola alla Mossa
cercai l’arcana imagine scultoria.

Tutta l’Alpe splendea d’eterni orgogli.
“O cuor„ dissi “il tuo sangue sì l’arrossa!„
E in ogni rupe vidi una Vittoria.

Da Elettra
Gabriele D'Annunzio

-consigliata da Giuseppe Gianpaolo Casarini


Il vento scrive
Su la docile sabbia il vento scrive
con le penne dell'ala; e in sua favella
parlano i segni per le bianche rive.

Ma, quando il sol declina, d'ogni nota
ombra lene si crea, d'ogni ondicella,
quasi di ciglia su soave gota.

E par che nell'immenso arido viso
della pioggia s'immilli il tuo sorriso.

Da Alcyone
Gabriele D'Annunzio

-consigliata da Giuseppe Gianpaolo Casarini


Innanzi l'alba
Coglierai sul nudo lito,
infinito
di notturna melodìa,
il maritimo narcisso
per le tue nuove corone,
tramontando nell'abisso
le Vergilie,
le sorelle oceanine
che ancor piangono per Ia
lacerato dal leone.

Andrem pel lito silenti;
sentiremo la rugiada
lene e pura
piovere dagli occhi lenti
della notte moritura,
tramontando nel pallore
le Vergilie,
le sorelle oceanine
minacciate dalla spada
del feroce cacciatore.

Forse volgerò la faccia
in dietro talvolta io solo
per vedere la tua traccia
luminosa,
e starem muti in ascolto,
tramontando in tema e in duolo
le Vergilie,
le sorelle oceanine
a cui l'Alba asciuga il volto
col suo bianco vel di sposa.

Da Alcyone
Gabriele D'Annunzio

-consigliata da Giuseppe Gianpaolo Casarini
 

Merope

La canzone di Umberto Cagni

Cagni, colui che a te negli anni eguale
patì l'ignavia delle vane carte,
morso il cuore dall'aquila immortale,

e vendicò nello stridor dell'arte
la forza che sognar faceagli il fato
e il pallore del giovin Bonaparte

quando credea nel suo silenzio armato
essere il messo della nova vita
e della nova gloria il primo nato,

colui t'onora come la scolpita
imagine del sogno suo più forte,
si ch'ei disdegna l'opera fornita

e, gittando sul vólto della sorte
le sfrondate corone, or solo spera
nell'ultima bellezza della morte.

Non per la forza, o anima guerriera,
non pel fàscino invitto onde rapivi
ltre la forza l'èsile tua schiera

quando fendevan quattro cuori vivi
l'immensa ghiaccia, e più del buio trista
la notte senza tènebra era quivi;

non pel fertile ardire onde fu vista
una manata d'uomini discesa
dalle navi tenére la conquista

della terra ed accrescersi, sospesa
nel pericolo come nel bagliore
d'un nume, onnipresente alla difesa;

ma per l'amore, ma pel solo amore
onde due volte già trasumanasti,
eroe, t'invidio sopra il tuo valore.

Eroe di due deserti, dei più vasti
geli e delle più vaste sabbie, in quali
eroiche immensità l'Italia amasti!

Ogni altro umano amor sembra senz'ali
e senza lena e inglorioso e impuro,
congiunto alla viltà dei nostri mali.

Come il fiore d'un mondo nascituro
il tuo fu, schiuso all'orlo d'un'estrema
Tule che dentro te, nell'uomo oscuro,

avevi, incognita. E la man mi trema,
quasi eternassi la mia smania ignava
celebrandoti, eroe, nel mio poema.

Penso la mano tua che dolorava
cominciando a morire, il ferro atroce,
l'anima indenne su la carne schiava;

la volontà spietata e senza voce
che ti facea lo sguardo come il taglio
della piccozza; il piede più veloce

come più duro era il cammino; il maglio
invisibile che schiacciava i blocchi
enormi, con un tuono ed un barbaglio

di prodigio pel bianco Ade ove gli occhi
seguivano i silenzii oltre i fragori;
le dighe che rompevano i ginocchi

e i gomiti; le slitte tratte fuori
dalle crepe improvvise; la costretta
man dolorosa ai ruvidi lavori;

e la fame in attesa della fetta
crudigna presso il cane ancor fumante
scoiato su la neve, la galletta

muffita per panatica, all'ansante
sete il sorso dell'acqua fetida, ogni
penuria, ogni miseria; e, se il sestante

segnava il punto suo, tutti i bisogni
conversi in riso lieve e nelle stanche
ossa inserte le invitte ali dei sogni.

Ti sovviene? Su le pianure bianche
una vita recondita bruiva,
nel gran giorno di Dio. Le dighe bianche

s'alzavano, crollavano; la riva
si saldava alla riva, il monte al monte.
Tutta la solitudine era viva

di ghiacci sino all'ultimo orizzonte,
fulgida sotto il sol di mezza notte.
Tra l'infinito e le tue brevi impronte

era la prova, augusta fra le lotte
dell'uomo. E tu dicevi a te: "Più oltre".
L'Oceano era un bàratro di rotte

isole. E tu dicevi a te: "Più oltre".
Sparivano i due solchi in un tumulto
raggiante informe immenso. E tu: "Più oltre!".

Ché ti parea da uno scalpello occulto
nell'eterno cristallo solitario
quell'altro nome ovunque fosse sculto:

lo scandinàvo. "Non è necessario
vivere, sì scolpire oltre quel termine
il nostro nome: questo è necessario."

E la virtù dei quattro uomini inermi
fu per un'ora il vertice del mondo.
Ti sembrò tutto fervere di germi

immortali l'Oceano infecondo.
Sommosso ti sembrò tutto il deserto
artico dal tuo palpito profondo.

Poi fu silenzio, sotto il segno certo.
Fu la cerchia terribile del gelo
alla tua gioia adamantino serto.

L'anima tua su te diffuse il cielo
d'Italia. Fosti immemore e sparente
come l'Ombra sul prato d'asfodelo.

Allora, come l'inno fa presente
l'iddio, l'amor creò l'imagin vera
della Patria. Nel gran silenzio algente

parve con l'alito una primavera
sublime ella diffondere. Il tuo santo
amore volse in luce la preghiera.

Piangesti. Ed ogni lacrima del pianto
eroico rilucea più che il polare
meriggio. Sol per una, ecco il mio canto.

O messo della gesta d'oltremare,
o precursore degli eroi rinati
sul lido ove rosseggia il nostro altare,

o tu che primo fosti ai primi agguati,
l'indice tronco della man virile,
quel che impone i comandi o addita i fati,

non fu debole all'elsa. E il puro aprile
della tua gloria parve ad altra ebrezza
rifervere nel sangue tuo gentile.

Ah, da qual sacro mare di bellezza,
da qual divino anello d'orizzonte,
da qual non vista aurora escì la brezza

vigile che soffiava su la fronte
de' tuoi, là presso i Pozzi dove forse
Roma avea coronata la sua fonte?

Nella notte d'ottobre ardevan l'Orse
alte coi sette e sette astri fatali
su i marinai, quando la luna sorse.

Tutta bella tra il golfo dei corsali
e il Deserto, levava al gran ritorno
l'Oasi le sue palme trionfali.

Simile all'invocata alba d'un giorno
mistico era il notturno effuso lume;
e l'annunzio e l'attesa erano intorno.

Parea, spirato dall'antico nume,
intra il libico monte e l'apennino
spander il ciel di Dante il suo volume.

Da qual nascosto vortice marino
la colonna rostrale era polita
perché splendesse al novo eroe latino?

Quali mai braccia avean diseppellita
da secoli di sabbia e di barbarie
Minerva, chiarità di nostra vita?

Di sotto l'oro della sua cesarie
spiava ella gli imberbi, dalla vetta
cerula delle palme solitarie?

Era forse Ebe la parola detta,
come nella battaglia di Micale
vinta col nome d'Ebe giovinetta?

Tutto era senza limite, eternale
ed imminente, nell'abisso cieco
del tempo e in sommo della vita frale.

Carme romano ed epinicio greco
passavano con tuono di tempesta,
e la canzone italica era teco.

E la canzone italica di festa
e di guerra, di vóto e di riscossa,
la sua face scotea su la tua testa.

Tu, come le midolle son nell'ossa
eri in quel pugno d'uomini. L'odore
del coraggio era nella sabbia smossa,

Ferìan la notte fasci di splendore
dalle grandi pupille delle navi
insonni; e la potenza delle prore

pareva entrar nei parapetti cavi
a rendere invincibili i tuoi pochi.
In piedi tu, come sul ponte, stavi.

Tutta l'Oasi rossa era di fuochi
scroscianti. I cani urlavano alla morte.
L'assalto era un inferno d'urli rochi.

La città senza spalti e senza porte
avea l'inespugnabile cintura:
te, giovinezza, amore della sorte!

Ti canto, aurora; e la tua mano pura
come la rosa, piena di semente.
Ti canto, eroe, per l'anima futura;

e la battaglia presso la sorgente.

Da Laudi del cielo della terra e degli eroi. Libro Quarto
Gabriele D'Annunzio

-consigliata da Giuseppe Gianpaolo Casarini
 

MEROPE

La canzone dei trofei

O Pisa, or tu sei vedova del mare,
che stavi notte e dì per tener fronte
in Tersanaia a fare, a racconciare,

quando un bando di Chìnzica o di Ponte
valeva a trarre in corso dai sessanta
scali ben unti le galere pronte!

Pende dal muro la catena infranta
nel chiostro dove Andrea pinse Rinieri
e i tuoi morti fiorìan la terra santa.

La Porta a Mare è triste. Ma pur ieri
nel tuo Vescovo il cor di Daiberto
balzò, verso i trofei de' Cavalieri.

O Salerno, nel duomo dove offerto
ti fu da Gian di Procita l'avorio
e l'oro sovra i marmi di Ruberto,

nell'ombra dove il settimo Gregorio
grandeggia, non fanal di capitana,
non stendardo d'emiro pel mortorio,

non insegna, non spoglia musulmana
hai, che tu orni in nome de' tuoi grandi
al tuo giovine eroe la coltre vana?

Non egli è su la bara che inghirlandi;
ma tu lo vedi, quasi fosse apparso.
E lo chiami per nome e l'addimandi.

Verginità del primo sangue sparso!
Ne bevano le sabbie un più gran flutto;
ma pur quel primo che sembrò sì scarso

risplenderà sul giubilo e sul lutto
più vermiglio e più fervido a Colei
che sa pianger gli eroi con viso asciutto.

O Gaeta, se in Sant'Erasmo sei
a pregar pe' tuoi morti, riconosci
il Vessillo di Pio ne' tuoi trofei,

toglilo alla custodia perché scrosci
come al vento di Lepanto tra i dardi
d'Ali, mentre sul molo tristi e flosci

sbarcano i prigionieri che tu guardi
e che non puoi mettere al remo. O Cagliari,
i quattrocento archibusieri sardi,

che Don Giovanni d'Austria alla battaglia
sotto il Vessillo nella sua Reale
s'ebbe per incrollabile muraglia,

hanno veduto verso il mare australe
ardere il fuoco sopra Teulada
e nella sera accorrono al segnale;

ché vien pel mare d'Africa e dirada
l'ombra con la bellezza della morte
un che fu degno della lor masnada.

Egli ha per buon compagno, o Carloforte
che il ferro e il fuoco sai del predatore
e la sferza e la stanga e le ritorte,

un de' tuoi figli che nel suo furore
se ne sovvenne e, per i mille schiavi
di quel settembre, ebbe di mille il cuore.

Marinai, marinai, sopra le navi
e dentro le trincere, a bordo e a terra,
in ogni rischio e con ogni arme bravi,

fatti dalla tempesta per la guerra,
nel silenzio mirabili e nel grido,
infaticati sempre, a bordo e a terra,

di voi s'irraggi e palpiti ogni lido
d'Italia mentre per la mia più grande
Italia qui la vostra gloria incido.

Non le piagge che adorna di ghirlande
amare il flutto ove le sue melodi
Undulna dea dal piè d'argento scande,

ma oggi loderò con le mie lodi
l'acqua oleosa lungo le banchine
sonanti per gli imbarchi e per gli approdi,

l'acqua opaca ove colan le sentine
e nuotano i tritumi del carbone,
le fecce dei cavalli, le farine

delle sacca sventrate, il bariglione
rotto, la buccia putrida, la lorda
schiuma che ingialla il piede del pilone,

mentre alla gru che cigolando assorda
l'aria imbracato il bove da macello
pencola come botte che sciaborda.

Canto l'acqua dei porti. Odo l'appello
rude, il commiato, il grido. I reggimenti
partono. Ogni uomo armato è il mio fratello.

Veggo gli occhi brillare, veggo i denti
rilucere. Odo il lastrico del molo
rombar sotto la marcia. Sono ardenti

i vólti come se li ardesse un solo
riverbero, o il sorriso d'una sola
madre, di quella grande. Ogni figliuolo

oggi ha sol quella, e in cuore la parola
che alfine irruppe dalla bocca forte.
Guerra! È il croscio dell'Aquila che vola.

Guerra! Una gente balza dalla morte,
s'arma, s'assolve nell'eucaristia
del mare, e salpa verso la sua sorte.

Non più si volge indietro. Guerra! Sia
per giorni, sia per mesi, sia per anni
ella combatterà nella sua via.

Canto la libertà. Quali tiranni
furono uccisi? quali mostri vinti?
Qual forza li atterrò? di quanti inganni,

di che frodi senili erano cinti?
Chi diede al falso tempio il grande crollo?
Le colonne piegarono su i plinti.

Il precone stampato fu col bollo
rovente nella palma della mano
e nel dosso restìo, sino al midollo.

Strascicandosi contra l'uragano
gioioso che lo tratta come balla
di cenci, or vocia nella piazza in vano.

E marchiatelo ancóra su la spalla
e su la fronte! Poi gli sia concessa
la buona greppia nella buona stalla.

Altra parola è data, altra promessa.
Canto il domani e canto la canzone
dei secoli; ché l'anima è trasmessa.

A mira di balestra o di cannone
l'occhio è ben quello, che non batte ciglio.
Dritto è il silùro come lo sperone.

Canto la forza antica e nova, figlio
d'una carne vivente e d'infinita
progenie. O tu che m'odi, io ti somiglio.

Ma il balestriere, chino alla bastita
o alzato sul carroccio, anco in me vive.
L'anima eterna è il vaso della vita.

Canto le stive, le profonde stive
piene d'armi, di viveri, di tende,
di bottame; le maestranze attive

su i ponti apparecchiati ove risplende
forbito ogni metallo. I battaglioni
giungono. Il cielo è prode, con vicende

di nubi e di chiarìe, con padiglioni
immensi, con falangi impetuose.
E tutta la città par che si doni.

E diffuso è l'amore su le cose
come un ciel più vicino, simigliante
al vólto delle madri coraggiose.

Non sul vólto, nell'anima son piante
le lacrime divine e trionfali,
mentre il silenzio fa le labbra sante.

Gloria della città! Passano l'ali
ripiegate dell'uomo, i grandi ordegni
di Dedalo, le macchine campali

fatte di tesa canape e di legni
lievi, che porteran l'uomo e l'atroce
sua folgore su i fragili sostegni.

E le gole d'acciaio senza voce
passano, che laggiù nel lor linguaggio
conciso parleranno, dal veloce

affusto tratte al ciglio del villaggio,
lungo il palmeto, sopra le trincere,
davanti ai pozzi. Romba il carriaggio

su la selce. Seduto è l'artigliere
sul cofano. Conduce a coppia a coppia
i cavalli gagliardi il cavaliere.

L'applauso scroscia, un gran clamore scoppia.
Repente il sole batte su la faccia
giovenile, sul pezzo, su la doppia

groppa. E l'affusto trascinato a braccia
nella sabbia ove il mare s'impantana
vedo! Chi mai cancellerà la traccia

dentro le dune della Giuliana?
Il vento, il flutto, l'uomo, il tempo? È immota.
Gloria a te, batteria siciliana!

Canto il selvaggio anelito, la gota
che gronda, il lungo sforzo a testa bassa,
i polsi tra le razze della rota,

le spalle che sollevano la cassa
e la portano, l'ordine del fuoco,
la mira, il primo colpo nella massa

nemica, il suolo raso, l'urlo roco
delle strozze riarse ad ogni schiera
abbattuta, l'allegro ardor del gioco;

o Ameglio, e il ferro freddo; e la bandiera
tua vecchia, o Quarto Reggimento, issata
su la Berca nel soffio della sera.

Canto la Morte, alata e illuminata
come la prima legge della luce.
La vita è meno fertile. È rinata

da lei l'alta bellezza. Ella produce
le semenze che noi nella ruina
seminerem cantando. Ella conduce

le Muse, conduttrice più divina
d'Apollo. Non ha tombe ma trofei.
È tutt'avvolta d'aria mattutina

come la messaggera degli dei.
I più giovini eroi sono i suoi gigli.
O Gloria, ed ella è là dove tu sei.

O Primavera, e tu le rassomigli.
Mentre che soffia il vento del Deserto,
ella infiamma gli anemoni vermigli.

Canto la Gloria cerula, dal serto
alternato di rostri e di muraglie,
che ride se il combattimento è incerto.

Immune dall'orror delle battaglie,
è bella come Roma nel suo trono
e Siracusa nelle sue medaglie.

Come sul mar risponde il tuono al tuono,
il presente al passato in lei risponde;
e la mia corda duplice è il suo dono.

Conculcate le stirpi moribonde
ella fa dell'Italia dai tre mari
la grande Patria dalle quattro sponde.

Quando nei nostri porti gli alti fari
s'accendono, ella sfolgora da ostro
sola nelle foschie crepuscolari.

E, vòlto verso lei notturna, il nostro
sogno ansioso vigila il mattino.
E il mattino per noi sorge da ostro.

Sorge con uno strepito marino,
tra le grida gioiose dei messaggi
che gridano il gentil sangue latino:

gridano i reggimenti e gli equipaggi,
gridano i morti, gridano i feriti
le vittorie da' bei nomi selvaggi,

gli eroi dai nomi oscuri ingigantiti.
Bu-Meliana, Sidi-Messri, Sciara-
Sciat, Henni! Par che al lauro si mariti

la palma. Tutta l'oasi è un'ara
fumante. Verri, Granafei, Briona,
Orst, Bertasso, Gangitano, Fara,

Moccagatta, Spinelli! Un nome suona
la morte, l'altro la vita. E la morte
e la vita son come una corona

sola composta di due fronde attorte.
Severo dal suo grande Arco sorride:
il battaglione è come la coorte.

Foss'io come colui che i nomi incide
col ferro aguzzo nella nuda stele
ad eternar la gesta ch'egli vide!

O Roma, almen quello del tuo fedele
inciderò nel fulvo travertino,
e il tuo modo: "Coi remi e con le vele".

O Roma, e mentre al giovine Latino
"Velis remisque" nella pietra intaglio,
scorgo l'Ombra del grande suo vicino.

Guarda la fresca tomba l'Ammiraglio,
quegli che fece co' suoi nervi soli
a San Giorgio di Lissa il suo travaglio.

"Gittai buon seme" ei dice. Si consoli
per quell'Ombra e s'inebrii del suo pianto
la madre di Riccardo Grazioli.

E tu resta, o Canzone, in camposanto.
Annotta. Sta fra l'una e l'altra tomba;
e veglia, incoronata d'amaranto.

Alla diana sonerai la tromba.

Da Laudi del cielo della terra e degli eroi. Libro Quarto
Gabriele D'Annunzio

-consigliata da Giuseppe Gianpaolo Casarini


Merope

La canzone d'oltremare

I miei lauri gettai sotto i tuoi piedi,
o Vittoria senz'ali. È giunta l'ora.
Tu sorridi alla terra che tu predi.

Italia! Dall'ardor che mi divora
sorge un canto più fresco del mattino,
mentre di te l'esilio si colora.

Oggi più alta sei che il tuo destino,
più bella sei che la tua veste d'aria;
e di lungi il tuo vólto è più divino.

Odo nel grido della procellaria
l'aquila marzia, e fiuto il Mare Nostro
nel vento della landa solitaria.

Con tutte le tue prue navigo a ostro,
sognando la colonna di Duilio
che rostrata farai d'un novo rostro.

E nel cuore, oh potenza dell'esilio,
il nome tuo m'è giovine e selvaggio
come nel grido delle navi d'Ilio.

Italia! Italia! Non fu mai tuo maggio,
nella città del Fiore e del Leone
quando ogni fiato era d'amor messaggio,

sì novo come questa tua stagione
maravigliosa in cui per te si canta
con la bocca rotonda del cannone.

Questa è per te la primavera santa
che - dice il dio - "d'ogni semenza è piena
e frutto ha in sé che di là non si schianta".

Oggi nova tu sei per ogni vena
sopra l'oblìo dell'onta; e nelle Sirti
ucciderai l'ultima tua sirena.

Come vivremo, o bella, per servirti?
come morremo, o fior delle contrade,
perché tu c'inghirlandi de' tuoi mirti?

Del miglior sangue fa le tue rugiade
e serba la promessa d'Oriente,
se il paradiso è all'ombra delle spade.

Siamo cinti d'oblìo. Siamo una gente
fresca e spedita, immemore dei giorni
squallidi, paziente e impaziente,

immemore dei sonni e degli scorni
quand'ella mendicava il suo preconio
dal ciompo, tempestando il pan ne' forni,

e la pace era femmina da conio
che per ruffian s'avea qualche Bonturo
e un Zanche per mezzano al mercimonio.

Giorni senz'alba, il rullo del tamburo,
lo squillo della tromba, e questa sorte
che turbina alle soglie del futuro,

vi disperdono. Tuonano sì forte
le volontà, che nella rossa aurora
non s'ode il crollo delle cose morte.

Ecco il giorno, ecco il giorno della prora
e dell'aratro, il giorno dello sprone
e del vomere. O uomini, ecco l'ora.

È venuta col rombo del tifone
pel Mar Mediterraneo, più fiera
che l'astro su la spalla d'Orione,

più colorata che la messaggera
della Celeste. E al grido "Issa! Issa!"
già tutta l'aria è sola una bandiera.

Emerge dalle sacre acque di Lissa
un capo e dalla bocca esangue scaglia
"Ricòrdati! Ricòrdati!" e s'abissa.

E il Mar Mediterraneo, che vaglia
le stirpi alla potenza ed alla gloria,
in ogni flutto freme la battaglia.

"Ch'io mi discalzi" dice la Vittoria,
simile a grande mietitrice albana,
fosca sotto la fronda imperatoria

"Ch'io mi discalzi presso la fiumana
di Rumia bella, dove il suo meandro
nutre l'olivo a Pallade romana.

Ch'io pieghi e chiuda un ramo d'oleandro
in Lebda, nella cuna di colui
che suggellò la tomba d'Alessandro.

Ch'io m'abbeveri là dove già fui,
non per l'umide argille alla caverna
onde il Lete discende i regni bui,

ma per l'aride sabbie alla cisterna
di Roma, che nell'ombra una silente
linfa conserva e una memoria eterna.

Con me, con me verso il Deserto ardente,
con me verso il Deserto senza sfingi,
che aspetta l'orma il solco e la semente;

con me, stirpe ferace che t'accingi
nova a riprofondar la traccia antica
in cui te stessa ed il tuo fato attingi,

con me là dove chi combatte abbica,
perché nella corona io ti connetta
la foglia della quercia con la spica!

Se tu mi veda oggi nell'armi eretta
sopra la prua, tu mi vedrai domani
da presso curva al suolo che t'aspetta,

quando pacata come i Decumani
acerrimi, con nude ambe le braccia,
tu rempierai di semi le tue mani.

Troppo vegliai, avverso la minaccia
del sonno e della febbre, in Ostia morta,
volta al limo del Tevere la faccia,

tra gli stipiti alzati della Porta
Marina dove a vespero s'aduna
luce fatale dalle pietre assorta,

io sola con l'anelito, se alcuna
ombra d'iddio scorgessi o udissi entrare
nella foce la Nave e la Fortuna.

Ah, se tanto vegliai sul limitare
terribile, ch'io dorma un sonno lene
e breve, sotto l'Arco d'oltremare!

Ch'io sogni il greco sogno di Cirene,
sotto l'Arco del savio Imperatore
sgombro della barbarie e delle arene,

schiuso al Trionfo, mentre dalle prore
splende la pace in Tripoli latina,
recando i dromedarii un sacro odore.

O incenso del Deserto alla marina,
profumo delle incognite contrade
fulvo come la giubba leonina;

aròmati e metalli, armenti e biade,
e Berenice dalla chioma d'oro!
Il paradiso è all'ombra delle spade.

La palma è la sorella dell'alloro."
Dice la grande Vergine che squilla
simile a Clio nel grande aonio coro.

E per noi dalla libica Sibilla,
sotto il cielo voltato dal Titano,
la sentenza di Dio si disigilla.

Preparate l'aratro cristiano,
preparate la falce per la mèsse,
il frantoio e la macina al Soldano,

l'ascia il piccone e il palo ch'ei dilesse,
i gran magli e le macchine forbite
simili a moltitudini indefesse;

i forni vasti come le meschite
pel ferro dissepolto, le magone
ov'aspro strida nell'assidua lite;

le fornaci per cuocere il mattone
dei costruttori, in cui porrem l'impronta
che piacque a Nerva: Roma col timone.

Ogni tristezza dietro a noi tramonta.
Chi latra ancóra nella lorda fossa,
quando il fato con l'anima s'affronta?

Italia, alla riscossa, alla riscossa!
Ricanta la canzone d'oltremare
come tu sai, con tutta la tua possa,

come quando sorgeva sopra il mare
in sangue e in fuoco un sol clamor selvaggio
"Arremba! Arremba!" e ne tremava il mare,

scrosciando la galèa, preso il vantaggio
e infisso il cuor del capitano al rostro,
con le vele e coi remi all'arrembaggio.

"Dienai', Dienai' e 'l Signor nostro!
Dienai', Dienai' e 'l San Sepolcro!"
cantava la galèa sul Mare Nostro.

Nel croscio de' tuoi secoli io t'ascolto.
"Dienai', Die n'aìti in mare e in terra!"
Alza nel grido il tuo raggiato vólto,

e in terra e in mare tieni la tua guerra.


Da Laudi del cielo della terra e degli eroi. Libro Quarto
Gabriele D'Annunzio

-consigliata da Giuseppe Gianpaolo Casarini


Ricordo di Guido Boggiani

Così pregai nel mio cuore;
e ciascun dei dolci compagni
forse anche pregò nel suo cuore
segreto, perché non s’udiva
parola. Ed èramo tutti
a poppa raccolti, in silenzio.
5131Ed uno di noi, che taceva
con fronte ostinata, era sacro
a morte precoce, più caro
d’ogni altro agli iddii come eletto L’Ulissìde
a perir giovine e in atto
di compier l’impresa cui s’era
devoto con anima salda.
5138Or quegli nella memoria
più fortemente mi vive;
e lui vedo presso la ruota
del timone in quel punto,
ritto su le gambe sue snelle

e nervose di corritore
del lungo stadio, guatare
5145con gli occhi chiarissimi il solco.

In verità, fra i compagni
egli era il più pallido. Quasi
esangue appariva il suo vólto;
ma i suoi biondi capelli
sorgevano senza mollezza
su la robusta ossatura
5152della fronte nata a cozzare
contra l’impedimento;
e di virtuoso rilievo
su’ chiarissimi occhi era l’arco
dei sopraccigli, sobria
la bocca e di netto discorso,
agile il collo se bene
5159la nuca sì ferma paresse
ch’io le comparai la cervice
d’Eràcle che l’Etra sostiene
tra la bella Espèride e Atlante
nella metòpe d’Olimpia.
Ei ne sorrise. Ma certo
gli sovrastava continua
5166l’imagine immensa d’un cielo.

Veduto avea splendere nuove
stelle in un cielo incurvato
su selve più vaste che tutta
l’Ellade, su fiumi più larghi

che gli ellesponti e gli eurìpi,
nel Continente australe,
5173tra fosche incognite stirpi
dall’anima ancóra constretta
nell’inviluppo terrestre
come gli iddii primitivi
dell’Ellade erano ancor misti
agli elementi del Cosmo.
Condotto avea su le notturne
5180correntie la spaziosa
rate carica di tronchi
centenni e mirato il volume
infinito dell’acque
palpitar d’astri qual cielo
irriguo e l’alba levarsi
dai silenzii possente
5187come per un giorno eternale.

Un Ulissìde egli era.
Perpetuo desìo della terra
incognita l’avido cuore
gli affaticava, desìo
d’errare in sempre più grande
spazio, di compiere nuova
5194esperienza di genti
e di perigli e di odori
terrestri. Come le schiave
di Bitinia o di Frigia
recavano in letto corintio
l’indelebile aroma

natale, così le sue patrie
5201remote nell’anima sua
voluttuosamente
odoravano. Ei sorridea
dinanzi all’olivo d’Atena
pensando la smisurata
fronda opulenta di fiori
di frutti di piume che tutti
5208vincono i monili di Serse.

L’Ilisso e il Cefìso ruscelli
sassosi pareangli, che varca
il salto d’un uomo; l’Imetto,
un alveare declive;
il Pentèlico, un tempo
dal lungo tìmpano, senza
5215intercolunnii; tutta
l’Attica pareagli dal cinto
aureo di Afrodite conclusa.
O dolce compagno, ebro e folle
d’immensità, ti rivedo
àlacre all’alba sul ponte,
il primo ai risveglio e ai lavacri
5222mattutini, vigile come
il gallo, sempre operoso,
Ulissìde! Il tuo piede scalzo
rivedo sul nitido ponte,
il piè dalla pianta ampia e certa,
dal maschio e divergente
pollice, il piè corritore

5229del lungo stadio, o Ulissìde.

Tu eri il più sobrio e il più casto;
e, se il compagno avea sete,
perché quegli bevesse
tu non bevevi, contento.
E nei polverosi cammini,
per l’erte difficili, amavi
5236portare l’ingombro dei pesi,
né per ciò mutavi il tuo passo
espedito; ché il tuo bel corpo
era immune d’adipe ignavo,
come l’ottime spiche
arente sotto il mai curvo
tuo capo d’oro, Ulissìde.
5243Intento a disciplinarti
eri sempre, anco ne’ piaceri
fugaci, e ad apprendere molto,
ad essere industre tu solo
come uomini molti; e sapevi
apprestarti il tuo cibo
e rimendar la tua veste
5250come la tua vela, Ulissìde.

Compagno diletto, che mai
mi fosti grave e mai con l’ombra
tua mi togliesti il mio sole,
non più dunque presso il timone
seduto su fascio di corde
io ti leggerò l’avventura

5257del Re di tempeste Odisseo
che dopo le nove giornate
ventose approdò nella terra
dei mangiatori di loto,
che mangiano il fiore del loto
che fa obliare il ritorno
a chi la dolcezza ne prova?
5264Ahimè, ti scordasti il ritorno
tu anche, ma non per quel fiore
soave, e mai più tornerai
col tuo passo certo e leggero
verso di noi che t’attendemmo
sì lungamente e sperammo
di udir la tua limpida voce
5271narrar la conquista lontana!

Sotto la clava del selvaggio
predone cadesti, senza
vìndici, nell’umida ombra;
mentre tu, svelto odiatore
di salmerìe e di scorte,
con silenzioso ardimento
5278t’addentravi nella foresta
letale, obbedendo al tuo fato
che ti spingea senza tregua
più oltre più oltre nel nuovo.
Prono cadesti, e il tuo sangue
ottimo, il sangue del capo,
bagnò l’erbe e i fiori dell’umo
5285di là dall’ultima orma

che stampata avevi col piede
veloce; sicché procombendo
andasti pur sempre più oltre:
il tuo corpo, ove spegneasi
il pronto vigore latino,
occupar valse anco un tratto
5292di terra ignota, o Ulissìde.

Gloria a te! Ricordato

sarai se non muoia il mio canto
fra l’itala gente. A te gloria!
E ti rivedo, sul Mare
Mirtòo, presso la ruota
del timone in quel punto,
5299ritto su le gambe tue snelle

e nervose di corritore
del lungo stadio, guatare
con gli chiarissimi il solco.
E t’era non molto discosto
un altro compagno di stirpe
migrante, dei vizii umani L’altro Ulissìde
5306esperto e del valore,

e degli odii, duro in oprare
e combattere, aspro in trattare
la pelle infetta dei greggi,
occhio aguzzo, collo taurino,
fermo pugno, pensier destro
a ogni lotta come compiuto
5313atleta al pancrazio e al pentàtlo.

E questi avea seco, qual pegno
d’amore, la sferza untuosa
tagliata nel cuoio ferrigno
del pachidermo fiumale,
fatta untuosa dai dorsi
negri stillanti di sevo
5320fetido. E amava d’amore
anch’egli una terra lontana,
la terra ignìta ove la Sfinge
all’urto dell’uomo ritratta
s’è dalle sabbie del Nilo
ad altre piagge crudeli

Da Maia
Gabriele D'Annunzio

-consigliata da Giuseppe Gianpaolo Casarini
 

Meriggio
A mezzo il giorno
sul Mare etrusco
pallido verdicante
come il dissepolto
bronzo dagli ipogei, grava
la bonaccia. Non bava
di vento intorno
alita. Non trema canna
su la solitaria
spiaggia aspra di rusco,
di ginepri arsi. Non suona
voce, se ascolto.
Riga di vele in panna
verso Livorno
biancica. Pel chiaro
silenzio il Capo Corvo
l'isola del Faro
scorgo; e più lontane,
forme d'aria nell'aria,
l'isole del tuo sdegno,
o padre Dante,
la Capraia e la Gorgona.
Marmorea corona
di minaccevoli punte,
le grandi Alpi Apuane
regnano il regno amaro,
dal loro orgoglio assunte.

La foce è come salso
stagno. Del marin colore,
per mezzo alle capanne,
per entro alle reti
che pendono dalla croce
degli staggi, si tace.
Come il bronzo sepolcrale
pallida verdica in pace
quella che sorridea.
Quasi letèa,
obliviosa, eguale,
segno non mostra
di corrente, non ruga
d'aura. La fuga
delle due rive
si chiude come in un cerchio
di canne, che circonscrive
l'oblìo silente; e le canne
non han susurri. Più foschi
i boschi di San Rossore
fan di sé cupa chiostra;
ma i più lontani,
verso il Gombo, verso il Serchio,
son quasi azzurri.
Dormono i Monti Pisani
coperti da inerti
cumuli di vapore.

Bonaccia, calura,
per ovunque silenzio.
L'Estate si matura
sul mio capo come un pomo
che promesso mi sia,
che cogliere io debba
con la mia mano,
che suggere io debba
con le mie labbra solo.
Perduta è ogni traccia
dell'uomo. Voce non suona,
se ascolto. Ogni duolo
umano m'abbandona.
Non ho più nome.
E sento che il mio vólto
s'indora dell'oro
meridiano,
e che la mia bionda
barba riluce
come la paglia marina;
sento che il lido rigato
con sì delicato
lavoro dell'onda
e dal vento è come
il mio palato, è come
il cavo della mia mano
ove il tatto s'affina.

E la mia forza supina
si stampa nell'arena,
diffondesi nel mare;
e il fiume è la mia vena,
il monte è la mia fronte,
la selva è la mia pube,
la nube è il mio sudore.
E io sono nel fiore
della stiancia, nella scaglia
della pina, nella bacca,
del ginepro: io son nel fuco,
nella paglia marina,
in ogni cosa esigua,
in ogni cosa immane,
nella sabbia contigua,
nelle vette lontane.
Ardo, riluco.
E non ho più nome.
E l'alpi e l'isole e i golfi
e i capi e i fari e i boschi
e le foci ch'io nomai
non han più l'usato nome
che suona in labbra umane.
Non ho più nome né sorte
tra gli uomini; ma il mio nome
è Meriggio. In tutto io vivo
tacito come la Morte.

E la mia vita è divina.

Da Alcyone
Gabriele D'Annunzio

-consigliata da Giuseppe Gianpaolo Casarini
 

Versilia
Non temere, o uomo dagli occhi
glauchi! Erompo dalla corteccia
fragile io ninfa boschereccia
Versilia, perché tu mi tocchi.

Tu mondi la persica dolce
e della sua polpa ti godi.
Passò per le scaglie e pe' nodi
l'odore che il cuore ti molce.

Mi giunse alle nari; e la mia
lingua come tenera foglia,
bagnata di sùbita voglia,
contra i denti forti languìa.

Sapevi tu tanto sagaci
nari, o uomo, in legno sì grezzo?
Inconsapevole eri, e del rezzo
gioivi e de' frutti spiccaci

e dell'ombre cui fànnoti gli aghi
del pino, seguendo il piacere
de' vènti, su gli occhi leggiere
come ombre di voli su laghi.

Io ti spiava dal mio fusto
scaglioso; ma tu non sentivi,
o uomo, battere i miei vivi
cigli presso il tuo collo adusto.

Talora la scaglia del pino
è come una palpebra rude
che subitamente si schiude,
nell'ombra, a uno sguardo divino.

Io sono divina; e tu forse
mi piaci. Non piacquemi l'irto
Satiro sul letto di mirto,
e il panisco in van mi rincorse.

Ma tu forse mi piaci. Aulisce
d'acqua marina la tua pelle
che il Sol feceti fosca. Snelle
hai gambe come bronzo lisce.

Offrimi il canestro di giunco
ricolmo di persiche bionde!
Poiché non mi giovano monde,
riponi il tuo coltello adunco.

Io so come si morda il pomo
senza perdere stilla di suco.
Poi co' miei labbri umidi induco
il miele nel cuore dell'uomo.

Riponi il ferro acre che attosca
ogni sapore. Tu non pregi
i tuoi frutti. I peschi, i ciriegi,
i peri, i fichi in terra tosca

son di dolcezza carchi, e i meli,
gli albricocchi, i nespoli ancora!
E tu li spogli in su l'aurora
velati dei notturni geli.

Da tempo in cuor mio non è gaudio
di tal copia. Ahimè, sono scarsi
i doni. E tu vedi curvarsi
i rami del susino claudio!

Ma io non ho se non la terra
pigna dal suggellato seme.
E a romper la scaglia che il preme
non giovami pur una pietra.

O uomo occhicèrulo, m'odi!
Lascia che alfine io mi satolli
di queste tue persiche molli
che hai nel cesto intesto di biodi.

Ti priego! La pigna malvagia
mi vale sol per iscagliarla
contro la ghiandaia che ciarla
rauca. Non s'inghiotte la ragia.

Ma se le mastichi negli ozii,
quantunque ha sapore amarogno,
allor che il tuo cuore nel sogno
si bea lungi ai vili negozii,

certo ti piace, o uomo; ed io
te ne darò della più ricca.
Tu la persica che si spicca,
e ne cola il suco giulìo,

dammi, ch'io mi muoio di voglia
e da tempo non ebbi a provarne.
Non temere! Io sono di carne,
se ben fresca come una foglia.

Toccami. Non vello, non ugne
ricurve han le tue mani come
quelle ch'io so. Guarda: ho le chiome
violette come le prugne.

Guarda: ho i denti eguali, più bianchi
che appena sbucciati pinocchi.
Non temere, o uomo dagli occhi
glauchi! Rido, se tu m'abbranchi.

Abbrancami come il bicorne
villoso. La frasca ci copra,
i mirti sien letto, di sopra
ci pendano l'albe viorne.

Ma come, Occhiazzurro, sei cauto!
Forse amico sei di Diana?
Ora scende da Pietrapana
il lesto Settembre col flauto,

se cruenta nel corniolo
rosseggi la cornia afra e lazza.
Odo tra il gridìo della gazza
il richiamo del cavriuolo.

Sei tu cacciatore? Sei destro
ad arco, esperto a cerbottana?
Ora scende da Pietrapana
Settembre. Tu dammi il canestro.

Eh, veduto n'ho del pél baio
verso il Serchio correre il bosco!
Tu dammi il canestro. Conosco
la pesta se ben non abbaio.

Accomanda il nervo alla cocca.
Ne avrai della preda, s'io t'amo!
Imito qualunque richiamo
con un filo d'erba alla bocca.

Da Alcyone
Gabriele D'Annunzio

-consigliata da Giuseppe Gianpaolo Casarini
 

Stabat nuda aestas
Primamente intravidi il suo piè stretto
scorrere su per gli aghi arsi dei pini
ove estuava l'aere con grande
tremito, quasi bianca vampa effusa.
Le cicale si tacquero. Più rochi
si fecero i ruscelli. Copiosa
la résina gemette giù pe' fusti.
Riconobbi il colùbro dal sentore.

Nel bosco degli ulivi la raggiunsi.
Scorse l'ombre cerulee dei rami
su la schiena falcata, e i capei fulvi
nell'argento pallàdio trasvolare
senza suono. Più lungi, nella stoppia,
l'allodola balzò dal solco raso,
la chiamò, la chiamò per nome in cielo.
Allora anch'io per nome la chiamai.

Da Alcyone
Gabriele D'Annunzio

-consigliata da Giuseppe Gianpaolo Casarini
 

Lungo l'Affrico
nella sera di giugno dopo la pioggia

Grazia del ciel, come soavemente
ti miri ne la terra abbeverata,
anima fatta bella dal suo pianto!
O in mille e mille specchi sorridente
grazia, che da nuvola sei nata
come la voluttà nasce dal pianto,
musica nel mio canto
ora t'effondi, che non è fugace,
per me trasfigurata in alta pace
a chi l'ascolti.

Nascente Luna, in cielo esigua come
il sopracciglio de la giovinetta
e la midolla de la nova canna,
sì che il più lieve ramo ti nasconde
e l'occhio mio, se ti smarrisce, a pena
ti ritrova, pel sogno che l'appanna,
Luna, il rio che s'avvalla
senza parola erboso anche ti vide;
e per ogni fil d'erba ti sorride,
solo a te sola.

O nere e bianche rondini, tra notte
e alba, tra vespro e notte, o bianche e nere
ospiti lungo l'Affrico notturno!
Volan elle sì basso che la molle
erba sfioran coi petti, e dal piacere
il loro volo sembra fatto azzurro.
Sopra non ha sussurro
l'arbore grande, se ben trema sempre.
Non tesse il volo intorno a le mie tempie
fresche ghirlande?

E non promette ogni lor breve grido
un ben che forse il cuore ignora e forse
indovina se udendo ne trasale?
S'attardan quasi immemori del nido,
e sul margine dove son trascorse
par si prolunghi il fremito dell'ale.
Tutta la terra pare
argilla offerta all'opera d'amore,
un nunzio il grido, e il vespero che muore
un'alba certa.

Da Alcyone
Gabriele D'Annunzio

-consigliata da Giuseppe Gianpaolo Casarini
 

La sera fiesolana
Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscìo che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s'attarda a l'opra lenta
su l'alta scala che s'annera
contro il fusto che s'inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sé distenda un velo
ove il nostro sogno si giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.

Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pe' tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l'acqua del cielo!

Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lacrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l'aura che si perde,
e su 'l grano che non è biondo ancóra
e non è verde,
e su 'l fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.

Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!

Io ti dirò verso quali reami
d'amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne e l'ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s'incùrvino come labbra che un divieto
chiuda, e perché la volontà di dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l'anima le possa amare
d'amor più forte.

Laudata sii per la tua pura morte
o Sera, e per l'attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!

Da Alcyone
Gabriele D'Annunzio

-consigliata da Giuseppe Gianpaolo Casarini
 

Sant'Ambrogio
Vostra Eccellenza che mi sta in cagnesco
Per que' pochi scherzucci di dozzina,
E mi gabella per anti-tedesco
Perchè metto le birbe alla berlina,
Or senta il caso avvenuto di fresco,
A me che girellando una mattina,
Capito in Sant'Ambrogio di Milano,
In quello vecchio, là, fuori di mano.

M'era compagno il figlio giovinetto
D'un di que' capi un po' pericolosi,
Di quel tal Sandro, autor d'un Romanzetto
Ove si tratta di Promessi Sposi......
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l'ha letto?
Ah, intendo: il suo cervel, Dio lo riposi,
In tutt'altre faccende affaccendato,
A questa roba è morto e sotterrato.

Entro, e ti trovo un pieno di soldati,
Di que' soldati settentrïonali,
Come sarebbe Boemi e Croati,
Messi qui nella vigna a far da pali:
Difatto, se ne stavano impalati,
Come sogliono in faccia a' Generali,
Co' baffi di capecchio e con que' musi,
Davanti a Dio diritti come fusi.

Mi tenni indietro; chè piovuto in mezzo
Di quella maramaglia, io non lo nego
D'aver provato un senso di ribrezzo
Che lei non prova in grazia dell'impiego.
Sentiva un'afa, un alito di lezzo;
Scusi, Eccellenza, mi parean di sego,
In quella bella casa del Signore,
Fin le candele dell'altar maggiore.

Ma in quella che s'appresta il Sacerdote
A consacrar la mistica vivanda,
Di subita dolcezza mi percuote
Su, di verso l'altare, un suon di banda.
Dalle trombe di guerra uscian le note
Come di voce che si raccomanda,
D'una gente che gema in duri stenti
E de' perduti beni si rammenti.

Era un coro del Verdi; il coro a Dio
Là de' Lombardi miseri assetati;
Quello: O Signore, dal tetto natio,
Che tanti petti ha scossi e inebriati.
Qui cominciai a non esser più io;
E come se que' côsi doventati
Fossero gente della nostra gente,
Entrai nel branco involontariamente.

Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello,
Poi nostro, e poi suonato come va;
E coll'arte di mezzo, e col cervello
Dato all'arte, l'ubbíe si buttan là.
Ma cessato che fu, dentro, bel bello
Io ritornava a star, come la sa;
Quand'eccoti, per farmi un altro tiro,
Da quelle bocche che parean di ghiro,

Un cantico tedesco lento lento
Per l'äer sacro a Dio mosse le penne:
Era preghiera, e mi parea lamento,
D'un suono grave, flebile, solenne,
Tal che sempre nell'anima lo sento:
E mi stupisco che in quelle cotenne,
In que' fantocci esotici di legno,
Potesse l'armonia fino a quel segno.

Sentía nell'inno la dolcezza amara
De' canti uditi da fanciullo: il core
Che da voce domestica gl'impara,
Ce li ripete i giorni del dolore:
Un pensier mesto della madre cara,
Un desiderio di pace e d'amore,
Uno sgomento di lontano esilio,
Che mi faceva andare in visibilio.

E quando tacque, mi lasciò pensoso
Di pensieri più forti e più soavi.
Costor, dicea tra me, Re pauroso
Degl'italici moti e degli slavi,
Strappa a' lor tetti, e qua senza riposo
Schiavi gli spinge per tenerci schiavi;
Gli spinge di Croazia e di Boemme,
Come mandre a svernar nelle Maremme.

A dura vita, a dura disciplina,
Muti, derisi, solitari stanno,
Strumenti ciechi d'occhiuta rapina
Che lor non tocca e che forse non sanno:
E quest'odio, che mai non avvicina
Il popolo lombardo all'alemanno,
Giova a chi regna dividendo, e teme
Popoli avversi affratellati insieme.

Povera gente! lontana da' suoi,
In un paese qui che le vuol male,
Chi sa che in fondo all'anima po' poi
Non mandi a quel paese il principale!
Gioco che l'hanno in tasca come noi. -
Qui, se non fuggo, abbraccio un Caporale,
Colla su' brava mazza di nocciolo,
Duro e piantato lì come un piolo.
(Giuseppe Giusti 1809/1850)

-consigliata da Piero Colonna Romano
 

  Laus vitae

I.

O Vita, o Vita,
dono terribile del dio,
come una spada fedele,
come una ruggente face,
come la gorgóna,
come la centàurea veste;
o Vita, o Vita,
dono d'oblìo,
offerta agreste,
come un'acqua chiara,
come una corona,
come un fiale, come il miele
che la bocca separa
dalla cera tenace;
o Vita, o Vita,
dono dell'Immortale
alla mia sete crudele,
alla mia fame vorace,
alla mia sete e alla mia fame
d'un giorno, non dirò io
tutta la tua bellezza?
Chi t'amò su la terra
con questo furore?
Chi ti attese in ogni
attimo con ansie mai paghe?
Chi riconobbe le tue ore
sorelle de' suoi sogni?
Chi più larghe piaghe
s'ebbe nella tua guerra?
E chi ferì con daghe
di più sottili tempre?
Chi di te gioì sempre
come s'ei fosse
per dipartirsi?
Ah, tutti i suoi tirsi
il mio desiderio scosse
verso di te, o Vita
dai mille e mille vólti,
a ogni tua apparita,
come un Tìaso di rosse
Tìadi in boschi folti,
tutti i suoi tirsi!

Nessuna cosa
mi fu aliena;
nessuna mi sarà
mai, mentre comprendo, mondo
Laudata sii, Diversità
delle creature, sirena
del mondo! Talor non elessi
perché parvemi che eleggendo
io t'escludessi,
o Diversità, meraviglia
sempiterna, e che la rosa
bianca e la vermiglia
fosser dovute entrambe
alla mia brama,
e tutte le pasture
co' lor sapori,
tutte le cose pure e impure
ai miei amori;
però ch'io son colui che t'ama,
o Diversità, sirena
del mondo, io son colui che t'ama.

Vigile a ogni soffio,
intenta a ogni baleno,
sempre in ascolto,
sempre in attesa,
pronta a ghermire,
pronta a donare,
pregna di veleno
o di balsamo, tòrta
nelle sue spire
possenti o tesa
come un arco, dietro la porta
angusta o sul limitare
dell'immensa foresta,
ovunque, giorno e notte,
al sereno e alla tempesta,
in ogni luogo, in ogni evento,
la mia anima visse
come diecimila!
È curva la Mira che fila,
poi che d'oro e di ferro pesa
lo stame come quel d'Ulisse.

Tutto fu ambìto
e tutto fu tentato.
Ah perché non è infinito
come il desiderio, il potere
umano? Ogni gesto
armonioso e rude
mi fu d'esempio;
ogni arte mi piacque,
mi sedusse ogni dottrina,
m'attrasse ogni lavoro.
Invidiai l'uomo
che erige un tempio
e l'uomo che aggioga un toro,
e colui che trae dall'antica
forza dell'acque
le forze novelle,
e colui che distingue
i corsi delle stelle,
e colui che nei muti
segni ode sonar le lingue
dei regni perduti.

Tutto fu ambìto
e tutto fu tentato.
Quel che non fu fatto
io lo sognai;
e tanto era l'ardore
che il sogno eguagliò l'atto.
Laudato sii, potere
del sogno ond'io m'incorono
imperialmente
sopra le mie sorti
e ascendo il trono
della mia speranza,
io che nacqui in una stanza
di porpora e per nutrice
ebbi una grande e taciturna
donna discesa da una rupe
roggia! Laudato sii intanto,
o tu che apri il mio petto
troppo angusto pel respiro
della mia anima! E avrai
da me un altro canto.


II.

Io nacqui ogni mattina.
Ogni mio risveglio
fu come un'improvvisa
nascita nella luce:
attoniti i miei occhi
miravano la luce
e il mondo. Chiedea l'ignaro:
"Perché ti meravigli?".
Attonito io rimirava
la luce e il mondo. Quanti
furono i miei giacigli!
Giacqui su la bica flava
udendo sotto il mio peso
stridere l'aride ariste.
Giacqui su i fragranti
fieni, su le sabbie calde,
su i carri, su i navigli,
nelle logge di marmo,
sotto le pergole, sotto
le tende, sotto le querci.
Dove giacqui, rinacqui.

Mi persuase i sonni
il canto della trebbia,
il canto dei marinai,
il canto delle sartie al vento,
l'odore della pece,
l'odore degli otri,
l'odore dei rosai,
il gemitìo del siero
giù dai vimini sospesi
nella cascina, la vece
delle spole nei telai
notturna, il ruggir cupo
dei forni accesi,
il favellar leggero
dell'acque pei botri,
il battere della maciulla
nell'aia. E parvemi talora
su quei familiari
suoni farsi un alto silenzio
e riudire il lontano
canto della mia culla.

Mi destò il Sole
raggiandomi la faccia.
Vidi per le trame
delle mie palpebre il fulgore
del mio sangue. Il mozzo
pendulo dal cordame
gittò a me supino
il suo grido, il suo grido
annunziatore;
e rise il lieve lido
come un labbro su la bonaccia.
Le secchie all'alba nel pozzo
traboccanti d'acqua ghiaccia
con lor croscio argentino
suscitaron nel mio vigore
nudo il brivido salubre
del lavacro mattutino.
Le allodole gloriose
in alto in alto in alto
dalla rocca dell'Azzurro
mi chiamarono al grande assalto.

I poledri violenti
su la prateria molle,
irsuti il pel selvaggio,
coperti di rugiade
come i bruchi villosi
in fondo alle corolle,
m'annitrirono su i vènti
che parean recarmi il sentore
degli ippòmani favolosi
forte come un beveraggio.
Cantò: "Ben venga maggio!"
dal colle di ginestre
chiaro la teoria
coronata di canestre
votive, e per le contrade
e per l'anima mia
trionfò Prosèrpina in veste
tosca obliando Ade.
Quante voci, quanti richiami,
quanti inviti nell'aurore
belle! Ma ebbi altri risvegli.

Ebbi un letto vasto,
sacro all'amor cieco
e al perspicace
odio; vasto sì che giacersi
potessero con meco
e con la mia donna
la forza e la grazia,
la crudeltà e la froda,
la voluttà e la morte.
Tra l'una e l'altra colonna
pendeva una cortina
grave che copria d'ombra
il rito infecondo
e la carne sazia,
quando la concubina
seduta su la proda
mi guatava in silenzio
con i suoi occhi instrutti
nella cui notte ingombra
io vedea passar gli antichi
mostri e gli eterni lutti.

Io t'abbandonai,
O mia carne, t'abbandonai
come un re imberbe abbandona
il suo reame alla guerriera
che s'avanza in armi
tremenda e bella,
ond'ei teme e spera.
Ella s'avanza
vittoriosa,
tra moltitudini in festa
che di tutti i lor beni
fan conviti al suo passare.
Attonito trasale
il re dolce, e la sua speranza
ride al suo timore;
ché non sapea di tanta
gioia e di tanta fame
ricchi i suoi schiavi,
non sé tanto possente
né di tanto feroci spini
pieno il suo dolce cuore.

Io ti saziai,
o mia carne, ti saziai
come l'alluvione
sazia la terra
che più non la riceve
ed è sommersa.
Fiumi perigliosi
precipitarono ruggendo
sopra di te perduta.
Fosti talora
come uva premuta
da fiammei piedi;
talora come neve
segnata di vestigia
cruente, d'impronte oscure;
talora come inerte
gleba; e parvemi ch'io sentissi
in te serpere ignote
radici e udissi lunge
stridere su la cote
forse una scure.

Furonvi donne serene
con chiari occhi, infinite
nel lor silenzio
come le contrade
piane ove scorre un fiume;
furonvi donne per lume
d'oro emule dell'estate
e dell'incendio,
simili a biade
lussurianti
che non toccò la falce
ma che divora il fuoco
degli astri sotto un cielo immite;
furonvi donne sì lievi
che una parola
le fece schiave
come una coppa riversa
tiene prigione un'ape;
furonvi altre con mani smorte
che spensero ogni pensier forte
senza romore;

altre con mani esigue
e pieghevoli, il cui gioco
lento parea s'insinuasse
a dividere le vene
quasi fili di matasse
tinte in oltremarino;
altre, pallide e lasse,
devastate dai baci,
riarse d'amore sino
alle midolle,
perdute il cocente
viso entro le chiome,
con le nari come
inquiete alette,
con le labbra come
parole dette,
con le palpebre come
le violette.
E vi furono altre ancóra;
e meravigliosamente
io le conobbi.

Conobbi il corpo ignudo
alla voce, al riso,
al passo, al profumo. Il suono
d'un passo sconosciuto
mi fece ansioso
quasi melodìa che s'oda
giungere nella remota
stanza per chiuse porte
a quando a quando, e il cuore anela.
Risa belle, io già dissi il vostro
numero, io vi lodai diverse
come le sorgenti
della terra, come le piogge
nelle stagioni!
Io dissi la vostra essenza
invisibile, profumi,
le vostre mute effusioni
che pur vincono i torrenti
nella rapina! Ma la voce
avrà da me un canto
più glorioso.

Furonvi città soavi
su colli ermi, concluse
nel lor silenzio
come chi adora;
furonvi palagi
snelli su logge aperte
ad accoglier l'aria
come chi respira,
sacri alle Muse;
furonvi orti irrigui,
paradisi recinti
come labirinti
con una porta sola
e mille ambagi,
ove l'aura piega
ogni stelo e s'invola
come chi fa ghirlande
e non le lega;
vi furono bevande,
frutti, musiche pe' nostri agi;
e le melancolie.


III.

O notte d'estate fra l'altre
memoranda per la bellezza
indicibile onde rifulse
nell'ombra la mia persona
mortale, quasi fosse in lei
espressa l'effigie divina
del Desiderio, sotto i muti
baleni che facean del cielo
estremo una fucina ardente!
Nessuno comprenderà mai
perché nel semplice atto umano
io mi sentissi così bello
per tutto l'esser mio: l'eguale
dei Giovini trasfigurati
nei miti eterni della grande
Ellade. Per un'ora fui
l'eguale dei trasfigurati
Giovini alle soglie dei boschi
e sul margine delle fonti:
nell'ombra calda e sotto i muti
lampi bello indicibilmente.

La luna era trascorsa;
dietro le opache cime
vanito era il suo breve incanto.
L'orrore medusèo
parve impietrare
la faccia sublime
della notte. Non canto,
non grido s'udiva. Rare
gemevan l'aure. Boote
guardava l'Orsa;
e lacrimava il coro
delle Pleiadi belle
ai ginocchi del Toro;
ed Orione in corsa
veniva armato d'oro
su le tristi sorelle;
ed Erigone pura,
in disparte e con elle,
versava anche il suo pianto.
Così viveva la gran notte,
qual la mirò dai monti Orfeo.

Viveva d'una vita
altissima taciturna
e sacra, come quando
l'apollinea prole
invocò: "M'odi, o iddia,
desiderabile, di negro
peplo vestita, cinta
di astri, inspiratrice degli inni,
madre dei sogni, urania
e terrestre, generatrice
di tutte le cose,
ricchissima, oblìo delle cure,
persuasiva, m'odi!".
Eran nel mio petto gli inni.
Ma intenti i miei occhi
erano all'orizzonte
ultimo che fervea come
se vi sfavillasse ignìto
e vivido su la vulcania
incude un cuor di titano
con un palpito immenso.

"O cuore titanico" dissi
"formidabile, palpitante
al confine del cielo,
te anche arde e torce
il desiderio onde anelo
come s'io morissi?
Per quale amante?
Per quale dominio?
Per quale morte?
Che vuoi? che vuoi?
Ovunque il tuo affanno
apre solchi d'arsura
che all'alba le rugiade
non addolciranno.
Ah che anch'io questa notte
saprei morir come gli eroi,
uccidere un re nel suo letto
o tra le spade,
sciogliere una cintura forte
come quella che alla Terra
cingono gli antichi mari!"

Immobile su la soglia
io guatava con occhi arsi,
sentendo in me parole alzarsi
confuse, come chi delira.
Dietro di me la casa umana,
spenta e di cure ingombra,
ove dormivano i servi,
gemeva a quando a quando vana
come una lira senza nervi.
E parve a un tratto, lontana
con la sua doglia
senza ritorno, lasciarmi
nella solitudine solo.
Il mio palpito stesso
e la rapidità dei lampi
si confusero allora;
furono una forza concorde
che lottò con la più alta ombra,
toccò Galassia e i campi,
agitò il sonno dell'Aurora,
svegliò tutte le corde.

E io dissi: "O mondo, sei mio!
Ti coglierò come un pomo,
ti spremerò alla mia sete,
alla mia sete perenne".
E d'essere un uomo
più non mi sovvenne,
poi che il mio cuor palpitava
su la terra e nel cielo
con un palpito sì grande.
E io dissi: "O figlie d'Atlante,
Atlantidi, corona ardente
delle Pleiadi, o Taigete,
o Elettra, o Celeno,
Merope fosca, e tu, Maia
dall'affocata faccia,
Asterope, Alcyone,
scendete ai miei giardini!".
E così dicea vanamente
per tendere le braccia,
per volontà di chiamare,
per amor dei nomi divini.
Il silenzio era vivo
come un'anima sparsa
che ascolti e attenda
senza respiro.
Un'ala si mosse,
una foglia cadde,
un calice si schiuse,
traboccò una fonte,
una lingua lambì l'acqua,
un'orma calcò l'erba,
un balzo ruppe uno stelo,
un foco vano rigò l'aria,
un odor si diffuse
umido nella caldura.
Tutti i miei sensi
vigilavano, nell'attesa
della gioia oscura.
Una bellezza
indicibile io sentìa
spandersi per le mie membra,
come chi trasfigura.

"Che vuoi? che vuoi?"
Immobile stetti
come i simulacri esangui;
poiché ogni cosa
attraeva il mio gesto
ma il mondo parea vanire.
"Che vuoi? che vuoi?"
Dalle mie stesse vene
pareami essere attorta
l'anima come da mille angui
con torride e gelide spire,
"Che vuoi? che vuoi?"
E un lampo discoperse
la vite meravigliosa,
gravida di grandi
grappoli, frondosa
di fosche fronde,
con le radici immerse
nelle virtù profonde.
"Morire o gioire!
Gioire o morire!"

Ah, poter di côrre
dal ciel più lontano
un pugno d'astri
pareami fosse
nella mia mano
fatta onnipossente
dal cor che in me fervea!
E il grappolo più grande
colsi avidamente,
che pesava d'ambrosia
come la mammella
ineffabile d'una dea
data all'adolescente
per gioire e morir quivi.
Gli acini eran vivi
d'inesausto calore
alle mie dita di gelo.
Sentii ne' precordii l'odore
del pampino lacerato
come d'un velo
arcano che si fendesse.

O Vita, quel parvemi il primo
e l'ultimo tuo dono,
e che i miei giovini denti
mai polpa d'opimo
frutto avesser morso
né mai bevuto agreste
sorso le mie labbra sanguigne.
L'odore di tutte le vigne
sentii ne' precordii capaci
e di tutti i mosti il sapore,
ebbi le vendemmie spumanti
di tutti gli autunni feraci
nel cuore, e le feste i canti
l'urto dei piè danzanti il suono
dei flauti frigi, e Lesbo
rossa di faci pel natale
del vino e l'onda corale
e il passo del lidio coturno,
o Vita, quando la mia bocca
vergine di baci
diedi al tuo grappolo notturno.

Allora, come una statua
dalla voluttà della Notte
espressa, una forma
silenziosa
biancheggiò nell'ombra
terribile; e trasalii.
Una luce fatua
sorse come una colonna
tremante nell'ombra
soffocata; e trasalii.
Non dissi: "O donna,
chi sei tu?". Non chiesi:
"D'onde venuta,
di quali iddii
messaggera?". Ma la conobbi
subitamente, muta
ed eloquente.
Per sentieri profondi
tratta me l'avea sola
dall'armonia dei mondi
il Desiderio.

Non dissi: "Parla!".
Ma mi volsi a ghermire
il suo corpo discinto,
che fresco sentii quasi fosse
balzato da polle rupestri.
Né per baciarla
la bocca detersi
dal succo del grappolo molle;
ché il divino Istinto mi volle
dei due beni diversi
comporre una gioia infinita.
O Vita, o Vita!
O notte d'estate fra l'altre
memoranda, in cui la mia carne
compì l'umano atto fugace
sotto la specie dell'Eterno!
O notte in cui viver mi parve
figurato nel violento
mito che divennemi un segno
sacro per le vie della terra
ove tolsi tutti i miei beni!


IV.

E come l'esule torna
alla cuna dei padri
su la nave leggera:
il suo cor ferve innovato
nell'onda prodiera,
la sua tristezza dilegua
nella scìa lunga virente:
io così sciolsi la vela,
coi compagni molto a me fidi,
in un'alba d'estate
ventosa, dall'àpula riva
ove ancor vidi ai cieli
erta una romana colonna;
io così navigai
alfin verso l'Ellade sculta
dal dio nella luce
sublime e nel mare profondo
qual simulacro
che fa visibili all'uomo
le leggi della Forza
perfetta. E incontrammo un Eroe.

Incontrammo colui
che i Latini chiamano Ulisse,
nelle acque di Leucade, sotto
le rogge e bianche rupi
che incombono al gorgo vorace,
presso l'isola macra
come corpo di rudi
ossa incrollabili estrutto
e sol d'argentea cintura
precinto. Lui vedemmo
su la nave incavata. E reggeva
ei nel pugno la scotta
spiando i volubili vènti,
silenzioso; e il pìleo
tèstile dei marinai
coprivagli il capo canuto,
la tunica breve il ginocchio
ferreo, la palpebra alquanto
l'occhio aguzzo; e vigile in ogni
muscolo era l'infaticata
possa del magnanimo cuore.

E non i tripodi massicci,
non i lebeti rotondi
sotto i banchi del legno
luceano, i bei doni
d'Alcinoo re dei Feaci,
né la veste né il manto
distesi ove colcarsi
e dormir potesse l'Eroe;
ma solo ei tolto s'avea l'arco
dell'allegra vendetta, l'arco
di vaste corna e di nervo
duro che teso stridette
come la rondine nunzia
del dì, quando ei scelse il quadrello
a fieder la strozza del proco.
Sol con quell'arco e con la nera
sua nave, lungi dalla casa
d'alto colmigno sonora
d'industri telai, proseguiva
il suo necessario travaglio
contra l'implacabile Mare.

"O Laertiade" gridammo,
e il cuor ci balzava nel petto
come ai Coribanti dell'Ida
per una virtù furibonda
e il fegato acerrimo ardeva
"o Re degli Uomini, eversore
di mura, piloto di tutte
le sirti, ove navighi? A quali
meravigliosi perigli
conduci il legno tuo nero?
Liberi uomini siamo
e come tu la tua scotta
noi la vita nostra nel pugno
tegnamo, pronti a lasciarla
in bando o a tenderla ancóra.
Ma, se un re volessimo avere,
te solo vorremmo
per re, te che sai mille vie.
Prendici nella tua nave
tuoi fedeli insino alla morte!"
Non pur degnò volgere il capo.

Come a schiamazzo di vani
fanciulli, non volse egli il capo
canuto; e l'aletta vermiglia
del pìleo gli palpitava
al vento su l'arida gota
che il tempo e il dolore
solcato aveano di solchi
venerandi. "Odimi" io gridai
sul clamor dei cari compagni
"odimi, o Re di tempeste!
Tra costoro io sono il più forte.
Mettimi alla prova. E, se tendo
l'arco tuo grande,
qual tuo pari prendimi teco.
Ma, s'io nol tendo, ignudo
tu configgimi alla tua prua."
Si volse egli men disdegnoso
a quel giovine orgoglio
chiarosonante nel vento;
e il fólgore degli occhi suoi
mi ferì per mezzo alla fronte.

Poi tese la scotta allo sforzo
del vento; e la vela regale
lontanar pel Ionio raggiante
guardammo in silenzio adunati.
Ma il cuor mio dai cari compagni
partito era per sempre;
ed eglino ergevano il capo
quasi dubitando che un giogo
fosse per scender su loro
intollerabile. E io tacqui
in disparte, e fui solo;
per sempre fui solo sul Mare.
E in me solo credetti.
Uomo, io non credetti ad altra
virtù se non a quella
inesorabile d'un cuore
possente. E a me solo fedele
io fui, al mio solo disegno.
O pensieri, scintille
dell'Atto, faville del ferro
percosso, beltà dell'incude!
E contemplai, di contro
a Same dai foschi cipressi,
Itaca petrosa,
il Nèrito aspro nudato,
la patria angusta
di quella incoercibile Forza.
E veder parvemi il tetto
securo, la soglia polita,
le stanze purgate dai morbi
con fumido solfo,
le fanti dai cinti vermigli
intente a forbir seggi e deschi
con le spugne lor cavernose
o a torcere i lor fusi
versatili o a scardassare
le lane, e la tarda nutrice
Euriclèa che valse già venti
tauri, e l'economa Eurinòme,
e Femio il cantore, e nell'orto
cinto di pruni Laerte
curvo a rincalzare l'arbusto.

Or la figlia d'Icario
guatava la torma dell'oche
clamose beccare dal truogo
il biondo fromento, e niuna
aquila calata dal monte
franger la cervice alle imbelli
come nel sogno antico.
Ma il talamo vasto,
tutto di legno d'olivo
lavorato di man dello sposo,
confitto con chiovi d'argento
saldamente al ceppo natìo
che abbarbicato era con ferme
stirpi alla durezza terrestre,
il talamo antico d'Ulisse
anco una volta deserto
si stava, e per sempre,
sotto la pelle bovina
cui rodean le vigili tarme.
"Deh, un qualche iddio mi rapisca,
O mi fieda Cintia d'un telo!"

Rammaricavasi acerba
la moglie incorrotta. E la casa
di strepitosi chieditori
sonante e di danze e conviti
ripensava ella nel tristo
suo petto. E improvviso a rancore
pestifero cedea
la più che ventenne costanza!
Fatta era l'alta reina
simile a femmina ancella,
poiché queste dicea parole:
"Deh, avess'io scelto a marito
il più ricco e valente
dei Proci, accolto avessi il figlio
di Polibo Eurìmaco o il figlio
d'Eupite Antinòo,
e seco passata io fossi
ad altra dimora, più tosto
che attendere l'uomo cui solo
è talamo grato la tolda
a sciogliervi il cinto dell'onda!".

E il savio Ulissìde
Telemaco dal suo seggio
coperto di velli manosi
governava i porcari.
E il pallido adipe, onde un disco
recato avea Melanzio ai Proci
con la panca e la pelle
e la brace perché si scaldasse
e ugnesse e ammollisse il nervo
dell'arco nel dì della strage,
l'adipe grave su l'epa
cresceva e pe' lombi e nel collo
del savio Ulissìde.
E partiva il suo letto
di belle coltrici adorno
con una florida fante
ei che, ospite imberbe, mirato
avea splendere Elena a Sparta
e ricevuto il bel peplo
da Elena e bevuto il nepente
di Elena alla mensa ospitale.

"Contra i nembi, contra i fari,
contra gli iddii sempiterni,
contra tutte le Forze
che hanno e non hanno pupilla,
che hanno e non hanno parola,
combattere giovami sempre
con la fronte e col pugno
con l'asta e col remo
col governale e col dardo
per crescere e spandere immensa
l'anima mia d'uom perituro
su gli uomini che ne sien arsi
d'ardore nell'opre dei tempi.
Sol una è la palma ch'io voglio
da te, o vergine Nike:
l'Universo! Non altra.
Sol quella ricever potrebbe
da te Odisseo
che a sé prega la morte nell'atto."
Tali volgea pensieri
il Re sul ponto oscurato.

O Itaca dura di rupi,
l'ombra che tu protendesti
nell'occaso del Sole
tal fu per l'anima mia
qual pel figlio della dogliosa
nereide lo stigio lavacro!
Caduto era ogni soffio.
Nelle anse di Same sonore
placavasi il rombo
come nelle ritorte
bùccine quando il dio cessa
d'enfiarle col labbro salino.
Simili a sarisse di bronzo
nel macigno confitte
i lacrimabili cipressi,
interrotto il gemito amaro,
parevano pronti a ferire.
Scorgeasi la glauca Zacinto
lungi, e il Cillene, e la costa
crassa cui nutre di molta
rapina il selvaggio Achelòo.

Salir vidi un placido fumo
allora, di tra gli oleastri
che coronan col segno
del buon lottator la Petrosa;
e dolsemi il cor dentro al petto,
ché pel sangue mi corse
pensier della madre lontana,
pensier delle dolci sorelle
e del mio focolare.
E m'apparve il bel fiume ove nato
fui di stirpe sabella,
Aterno di rossa corrente
cui cavalca il ponte construtto
di carene di travi
d'ormeggi, spalmato di pece,
in vista al monte nevoso
che ha forma d'ubero pieno.
E la tomba m'apparve sul poggio
chiomante di pini, ove il padre
riposa le sue grandi ossa
ond'io m'ebbi tempra sì dura.

E dissi nell'ombra: "O sorelle,
tre come le porte del tempio,
tre come il trifoglio dei paschi,
tre come le Càriti leni,
la prima dai floridi ricci
salubre qual cespo di menta
in docile rio, la seconda
a me simigliante nel vólto
ma quasi d'un velo soffusa
argenteo sì ch'io mi creda
specchiarmi in sul fare dell'alba
a un fonte di acque serene,
la terza dagli occhi bovini
robusta qual fu giovinetta
la figlia di Rea, della madre
sostegno ridente, o mie dolci
sorelle, non io vi obliai
e di me voi favellate
nel vespero forse, dal tetto
arguto di nidi guardando
verso l'Adriatico Mare.

Pur, se taluna di voi
improvviso mirasse
l'aspetto della mia
Libertà, d'orror tremerebbe
e di spavento, perduto
credendo il fratello suo caro,
per sempre perduto;
né più oserebbe toccarmi
né dirmi parola di pace.
E bagnerebbe di pianto
le incolpabili mani
materne, alla misera donna
pregando l'oblìo del suo nato.
E lo stranier che merca
e froda al publico sole,
il falso mendico che ostenta
nel trivio l'ulcera immonda,
il marinaio rissoso
che batte il fanciullo e il vegliardo
parrebbero a quella men empii
del caro fratello perduto!

Gèniti d'un grembo, d'un sangue,
d'un atto d'amore noi siamo,
sorelle. E, se penso le vene
su la vostra tempia non cinta
più cerule e tenui dell'ombre
cui le frondi pie dell'ulivo
fan sul vello dell'agna
che pasce da presso, io sorrido
d'una tremante dolcezza
e le medesime vene
guardo ne' miei pallidi polsi,
che battono sì violente
di desiderio implacato.
E le mie virtù, i miei vizii,
i miei delitti, i miei gaudii
letiferi, i miei operosi
tormenti, le occulte mie glorie,
i sogni indicibili, tutto
il fiume rapace del mio
essere tingemi i polsi
di quel vostro azzurro sì lieve!

O consanguinei fiori,
o pure ghirlande sospese
alla fronte del focolare,
s'io torni ove nacqui,
in tema starò sorridente
dinanzi alla vostra allegrezza
come il viandante che sosta
e parco è di chiare parole
ché agli ospiti cela il suo stato.
Ma tu, o madre mia forte,
che mi generasti con tante
grida nel mese fecondo
che da Marte si noma,
entrando il Sole nel segno
dell'Ariete durocozzante,
mentre passavan sul nostro
tetto col volubile nembo
i pòllini di primavera,
tu subitamente svelato
m'accoglierai tutto qual sono
nella luce del tuo dolore.

Qual sono, per te sarò sacro,
per te gloriosa in patire
e resistere, o madre!
E tu, che immota rimani
a costringer nelle tue braccia
come in ferrea zona la casa
fenduta dai fulmini, il soffio
dell'immenso mondo
in me sentirai vorticoso,
senza terrore, e tutto
saprai, pur quello che ignoto
mi sta nel profondo, pur quello
che sta nel Futuro, inspirata
di conoscenza celeste.
E mi dirai: "O figlio,
t'ho fatto di vita sì breve
e d'insaziabile cuore!
Giusto è che tanto t'affretti
a cercare a lottare a volere,
lontan dalla madre
che farti non seppe immortale".

Gloria al tuo capo, o madre!
Sii tu testimone sublime
di mia verità sotto il cielo.
O Solitaria,
o Dolorosa,
o Paziente,
non sono io forse il tuo grido?
Il tuo inconsapevole grido
che, riconosciuto, si spande
su gli uomini e reca ai più puri
la tua speranza divina.
O madre, sia gloria al tuo capo!".
Queste la mia tristezza
diceva parole, nell'ombra
d'Itaca aspra di rupi.
E parve dal mare profondo
salirmi al petto una forza
silente, in cui palpitavan le amiche
Pleiadi, quando a notte
supino, col vólto alle stelle,
giacqui presso l'Occhio di prua.


V.

Dal golfo corintio,
dal cuore dell'Ellade il vento
soffiò contra l'Occhio di prua,
cangiò gli oleastri
d'Itaca, piegò i cipressi
di Same, fe' simile il mare
all'irta di fiocchi
egida cui Pallade scuote.
Ed era il meriggio,
l'ora di Pan, l'ora grande.
Il Sole era al colmo dei cieli
ignudo; e tutto era chiaro
d'intorno, presso e lontano;
e l'anima mia come l'orbe
dell'incorruttibile Etra
tutta era di cristallo
e d'oro sospesa in su l'acque.
E il grido sonò: "Sciogli! Allarga!
Su le scotte di randa! Borda
randa! Su le drizze di fiocco!
Issa fiocco!". E il legno garriva.

Il legno gemeva cricchiava
rombava; la verga bicorne
strideva alla trozza:
la forte ralinga batteva
l'aere qual furia pennata
di libertà sotto pugni
di ghermitori tenaci;
sinché contra l'albero a pioppo
ghindata fu tra fondo
e testiera, ordita la scotta
al paranco. E l'àurica vela
fu gonfia d'un alito immenso,
più bella di tutte le cose
d'intorno apparite,
più di noi che l'aprimmo
libera, più pura e innocente
del cielo, una vergine forza,
un desiderio pudìco,
un arco acceso d'amore
pel suo segno, un candido spirto
tra il duplice Azzurro tutt'ala!

Egidarmata Atena,
ben tu ci volesti avverso
il vento perché nell'approdo
alla tua terra natale
io memore fossi
che sol nella lotta è la gioia.
Parea che l'aspra
tua verginità palpitasse
presente nell'ombra
della gran randa solare
e che tu vigilassi
co' tuoi occhi cesii l'alterna
opra dei naviganti
e tu le imprimessi in silenzio
la tua misura divina.
Obliqua la nave, inclinata
sul fianco, in un solco di spume
fervide, prueggiava
giugnendo l'altura del vento
avverso qual carro la cima
di ripido monte. "Orza! Poggia!"

E la verga biforca
passava rombando fischiando
sopra le nostre fronti
chine; e tutta la ben costrutta
compagine sotto lo sforzo
risonava come una cetra.
percossa; e l'opposto
bordo attignea quasi l'acqua
come avido labbro che sia
per bevere il sale. Era l'opra
agevole e lieve qual gioco.
Aperto era il novo
cammino alla rapida prua,
come nel coro segue
l'epòdo alla duplice strofe.
Itaca Same Zacinto
s'inazzurravano a poppa,
cangiate in elisia corona;
Oxia pareva un'ara
ancor rosea della ecatombe,
l'Àraxo un trofeo di Titani.

Oh perìstrofe gioiosa
verso la pampìnea Patre!
Ora meridiana
d'inimitabile vita!
Levità della carne,
freschezza dell'anima nova,
rinascimento argentino!
Non rugiada al solstizio
su prato di salvie e di timi
fu mai sì gemmante
come l'anima mia che il Sole
beveva inesausta. "O dio Sole,
tu la bevi ed ella rinasce,
tu l'ardi ed ella s'irrora.
Antico tu sei, ella è sempre
recente. Tu due e due volte
trasmuti la faccia del mondo,
ma la stagione che in lei
cresce è diversa: non estate
non primavera, ma una
felicità più novella."

L'aroma dei canti
futuri parea nel respiro
alitarmi. E io dissi:
"O Ineffabile, o Ignoto,
il nome per te troveranno
i miei canti futuri,
il nome e la lode per sempre!".
E la nave era parte
di me, la vela erami ala
su l'òmero, la prua
era la cima del cuore
sagliente, il lungo proteso
bompresso era il segno
della fecondante potenza.
E come a un amplesso d'amore
io tendeva al lito ricurvo,
portato dal cielo e dal mare.
O Ellade, e io credetti
che dal tuo grembo di marmo
avuto avrei finalmente
il figlio che invoco immortale!

Torrido soffio affocante
qual fiato di mille fornaci
su l'acqua del porto oleosa
e corrotta; lezzo di tetre
cloache, di putridi frutti,
di torbidi fumi, di fecce,
di sevi, di spezie, di vini,
d'acri fermenti, d'umani
sudori; terribili pietre
consunte dal traffico immondo,
riarse da Sirio, insozzate
dall'escremento dell'ebre
ciurme, dei cavalli, dei buoi
stupiti ancor barcollanti
in lungo rullìo di tempesta;
tristi anelli di nero ferro,
ormeggi più tristi
che vincoli di prigionieri;
man tese di mendicanti,
riso ambiguo di prossenèti,
e frode e fame in agguato:

tale m'apparve all'approdo
l'antica città degli Achei
artefice di diademi
e di vestimenta soavi.
Per le vie bianche, sotto
nembi di polve una bara
misera fra roche preghiere
recava il cadavere esangue
dal vólto scoperto
simile al giallore del croco.
Alzato il teologo macro
su la piazza pulverulenta
a lenoni e vinai disvelava
con stridula voce il mistero
del dio senza muscoli. E i preti
scaltri, nelle tuniche sparse
d'untume nauseabondi,
al loquace inesperto
sorridean d'un perfido riso
pettinando con l'unghie
ricurve le luride barbe.

Diana Lafria, scomparso
era il tuo tempio agile a specchio
del golfo. Correa per ladre
mani pecunia dolosa,
più vile del cencio e del timo.
Oh effigie di gloria
nel chiaro metallo battuto,
quadriga trionfale,
deità astata, spica
opima, prora invitta,
terrestre e marina potenza
nel fermo rilievo inconsunto,
propagata bellezza
di acropoli vittoriose!
Non gli Apolloniasti
su le triere dipinte,
né i mercatanti di Tiro
nel segno d'Eràcle, né i Coi,
né i Rodii, né gli Ateniesi
di belle parole eran quivi;
ma frode e fame in agguato.

E nella notte illune,
quando s'accesero i fari
e il libico soffio si spense
e i siderei fochi
incoronarono i monti
e s'udi lontana la voce
del mare di là dai macigni
dei moli, noi tristi ridendo
e cantando seguimmo
il prossenèta per cupi
angiporti graveolenti
in cerca di meretrici.
E disse un de' cari compagni,
mentre un gabbier fulvo e nerbuto
receva il suo vin resinato
alla soglia del lupanare
tra afa d'amaro sudore:
"La résina geme dai pini
dell'Ida, ove Paris pascendo
i buoi sogna Elena di Sparta
che ancóra ei non vide, promessa!".

I marinai dal collo
ignudo, gli stradiotti
bracati, i battellieri
dal braccio di bronzo e dal dorso
incurvo, le flosce bagasce
dalle guance rosse di fuco
vile, i bardassoni più molli
delle femmine esperti
in muovere l'anca, la schiuma
del porto, la melma del trivio,
i nativi e i metèci
e gli stranieri approdati
da un'ora, accesi di foia,
tumultuavano al lume
fumido delle lucerne
grasse, tracannavano il vino
malvagio e la mastica arzente,
mercavano copula e lue
per mezza dramma. E gli sguardi
come i getti della saliva
lucean sul carnaio in fermento.

Quivi, al dir del buon prossenèta,
giunta era una donna di Pirgo
formosa, nel fiore degli anni.
Ma non degnava ella beare
di sua forma l'ebra ciurmaglia
nella fumosa taverna
aspra d'urli rauchi e di pugni
percossi. In penetrale
remoto, su candido letto,
ella attendea lo straniero
opulento, il navarca
magnanimo, o l'alto signore
dei latifondi patrensi.
Salimmo allora la scala
di putrido legno, varcammo
la soglia segreta; e la donna
di Pirgo ci apparve nell'ombra
del letto, piccola e pingue,
simile a gravida capra
dalle molte mammelle
olente dell'irco suo sposo.

Niuno di noi appressarsi
ardiva alla femmina elèa.
Ma uno dei cari compagni
le parlò con attico accento:
"O femmina elèa,
non nel Minyeio d'Omero,
nell'ingiocondo Anigro
che scorre tra il Minthe e il Lapitha,
bagnasti il fior di tue membra?".
Ridemmo in giovine coro.
Ella gustar l'attico sale
non seppe, e scagliò contra noi
l'ingiuria e i sandali. Allora
ci ritraemmo, con nari
occluse giù per la scala
di putrido legno. Repente
brancolò nell'acre
tenebra ver noi una mano
ignota. Qual voce d'antico
sepolcro imprecava per fame
novella? Ristemmo, perplessi.

Al breve bagliore
scorsero i nostri occhi mortali
l'eterna tartarea faccia
d'Atropo che taglia lo stame,
dell'inevitabile Mira?
Sparvero l'inganno dell'ora
presente, l'angustia del luogo,
il turpe clamore degli ebri;
e tutti i secoli muti
che avean travagliato quel vólto,
incanutito quel crine,
sfatto quella bocca vorace,
smunto quel seno infecondo,
curvato quel dorso di belva,
scarnito quell'avida branca,
sepolto nell'orbita cava
quell'occhio ancor semivivo
senza cigli ingombro di sanie
e lacrimoso di sangue,
i millennii d'onta e di lutto
oppressero il cuor mio vivente.

E l'anima mia nel mio cuore
tremò d'infinita tristezza,
come innanzi all'aspetto senile
d'una già cognita gente,
di sùbito apparsomi in fondo
al funebre specchio dei tempi.
Ma risero i cari compagni.
E nell'artiglio proteso
dalla famelica lèna
io posi ridendo una dramma.
Mormorò ella parole
buie tra le vacue gengive
con la sua voce di tomba.
La grande sua bianca criniera
si dileguò nella notte.
E noi scendemmo la scala
di putrido legno. Cedette
un de' gradi all'urto del piede,
s'infranse con gemito. Oh dolce,
dalla soglia del lupanare,
mirar le vergini stelle!

E disse un de' cari compagni
tornando alla nave ancorata:
"Aedo, tu désti la dramma
a Elena figlia del Cigno,
che fatta è serva millenne
d'una meretrice di Pirgo".
Vidi il pastor frigio su l'Ida
pascere col flauto l'armento
all'ombra dei pini chiomosi,
innanzi che in talamo eburno
ei s'avesse Elena di Sparta.
E disse il compagno: "L'estremo
Eroe cui ella soggiacque
nomavasi, come l'idèo
rapitor suo primo, Alessandro.
Su quella zona terrestre
che si protende arenosa
tra il Mediterraneo Mare
e il Mareotide Lago,
il giovine Eroe la premette;
e fu la lor prole Alessandria".

Alessandria! Alessandria!
La forza la gioia la gloria
del trionfatore d'imperi
e il van balbettìo faticoso
del calvo grammatico! Io dissi
meco: "Se ancóra l'impronta
dei lombi divini rimane
laggiù nella sabbia palustre,
io andrò andrò adorante".
Parlava la voce del sogno.
"Votò l'Eroe la sua vasta
coppa. Meditò taciturno.
Votare la coppa ei soleva
dopo sovrumane fatiche.
Da lui stanco il vino traeva
una onniveggente potenza.
Ei vide le Forze immortali
salir dalla terra e dal ponto.
Tra il Mediterraneo e il Lago
segnò taciturno le sorti
della Città nascitura.

I Continenti oscurati
eran sotto l'ombra degli alti
pensieri. Ei vedea la ricchezza
dei regni versarsi infinita
su l'Arcipelago azzurro,
dalla Città nascitura
come da corno inesausto.
E vennegli Elena per l'acque
dai lidi argivi incurvati
secondo la forma del labbro
ledèo; sorridendo gli venne
Elena di Sparta che Achille
bramò; venne a lui col nepente
la bianca Tindaride; venne
recando nel cinto il profumo
dell'Ellade caro al signore
dell'Asia. E il Macedone scosse
la figlia di Zeus nudata
su le fondamenta fatali.
E fu quegli l'estremo
Eroe cui ella soggiacque.

Poi fu polluta per notti
e notti, tra il sangue e l'incendio,
dai centurioni di Roma,
premuta fu sotto le squamme
delle loriche pesanti.
Punsero l'ispide barbe
la sua mammella rotonda
che dava la forma alle coppe
d'avorio pei conviti
dei re. Nel suo ventre convulso
ruggire s'udì la lussuria
come rombo in conca marina.
Da sola ella fu la suburra
aperta all'esercito in foia.
Fu manomessa dai servi,
dai ladroni, dagli omicidi,
dai profanatori di tombe,
dai mercenarii fuggiaschi.
Calpesta in polvere e in fango,
lambì con la lingua lasciva
le calcagna dei violenti.

Soffiò dovunque il suo fiato
come insanabile peste.
Accrebbe i nomi del vizio.
Fece innumerevoli i nomi
e i modi, maestra di spintrie
pei Cesari enfii di murene
e roscidi di purulenza.
Vecchia d'indicibil vecchiezza,
tentò se le mille sue rughe
servir potessero a qualche
più mostruosa lascivia;
ma, come in solchi di sabbia
sol cresce la crambe marina,
crebbevi sol la vergogna.
E fu di postriboli cencio,
nettò dai vòmiti i letti,
gittò nel rigagno del vico
le rosse urine e lo sterco,
spezzò il suo ultimo dente
per rodere gli ossi ed i tozzi
contesi alla cagna scabbiosa.

Or tu la vedesti alla porta
di quella femmina elèa,
crinita di grande canizie.
Fu sua sapienza la frode,
sudore di opere infami
ne' secoli fu suo lavacro;
e tuttavia biancheggiare
or noi la vedemmo nell'ombra!
Come neve su volutabro
sta su lei la grande canizie:
attonito l'occhio la mira.
Ahi fior di bianchezza sublime
che alle Scee mirarono i Vegli!
Aedo, tu désti la dramma
a Elena figlia del Cigno."
Così, questo sogno sognando
nell'amarissimo cuore,
tornammo alla nave ancorata.
E poi ci colcammo sul ponte,
il sonno invocammo dall'Orse.
Tal fu la notte di Patre.


VI.

Il fiato degli uomini vili
fuggimmo, l'odore e il clamore
degli Efimeri imbelli
che quivi apparivano come
la lebbra sul sen di Afrodite,
la stupidità su la fronte
di Pallade, negli occhi
di Febo la sanie cruenta.
O vigne immense eguali,
pascoli d'api, coi verdi
pampini illanguiditi
dall'aridità presso il mare
ceruleo dove Zacinto
ignuda natava in silenzio
come la sirena delusa
che virtù non ebbe d'attrarre
ai carmi la nave d'Ulisse!
O grappoli sparsi in su l'aie
quadrate per cuocersi al sole,
densi e violacei come
il crine sul collo di Saffo!

Cipresso, e parvemi allora
soltanto conoscer la tua
meditabonda bellezza,
commisto al palmite ricco,
sul fianco dei colli silenti,
su le correnti dell'acque,
in contro al zaffiro sublime
dei monti creati alle soglie
dell'aria dal flauto di Pan!
Oleandro, e allora t'elessi
in riva ai ruscelli fiorito
per inghirlandar la mia Musa
che ama danzare e lottare,
che tratta l'incudine e il sistro,
che onora la grazia e la forza,
che loda il pastore e l'eroe;
t'elessi, oleandro, ti colsi
per redimir le mie tempie
di rose e d'alloro in un ramo.
Non mai parso m'eri sì bello!
E un altro da me canto avrai.

Peregrinammo da Patre
alla città santa d'Olimpia,
al tempio di Zeus Cronide
con chiusa l'offerta nel cuore.
E tacita era la via;
e il Sole inclinavasi all'onda
occidua, con riaccesa
divinità, Elio nomato
per noi, Elio d'Eurifaessa.
Ed èramo senza parola,
tacenti, ma d'una celeste
melodìa pieni il petto
mortale. E talora dai monti
aerei venivan messaggi
per l'aere; e noi rendevamo
l'orecchio, attoniti, ai suoni
di Pan. Disse un de' cari
compagni: "Nel plenilunio
che segue il solstizio d'estate
la Festa ha principio". S'udiva
dietro a noi fragore di carri.

E d'improvviso tutta
la valle echeggiò di fragore
come d'un émpito d'acque
irrompenti da cataratte
aperte su l'Elide. E il grido
umano e il nitrito anelante
squillavano sopra il fragore.
"Per vincere vincere vincere!"
E ci volgemmo. E vedemmo
tra nembi di splendida polve
una moltitudine immensa
d'uomini, di cavalli,
di carri condotta da mille
Vittorie che armavano il cielo
d'un fremito aquìleo, nube
di penne di pepli di chiome
impetuosa volante
in aura di giovinezza.
"Per vincere vincere vincere!"
E tutto il Peloponneso
tremò come foglia di gelso.

Era su la via santa
la forza dell'Ellade, mossa
da un ramo d'ulivo selvaggio!
Era il fior della stirpe
quadruplice, la concorde
e discorde anima ellèna
protesa verso il serto
leggiere d'ulivo selvaggio!
Ionii e Dorii, Eolii ed Achei,
il sangue d'Atene di Sparta
di Tebe d'Elice d'Ege;
le genti insulari di Nasso
di Sèrifo d'Andro, di tutte
le Cicladi; e i potenti
di terra lontana, i tiranni
sicelii, i re di Cirene,
i grandi oligarchi
delle città di Tessaglia
e quei di Metaponto di Velia
di Sibari di Posidonia
ambivan l'ulivo selvaggio!

E gli alti carri dipinti
recavan le offerte votive:
le decime tolte al bottino,
le arche di cedro e d'avorio,
le tavole i tripodi i vasi
le lampade d'oro e d'argento,
i tori e i cavalli di bronzo,
i rudi colossi di pietra
avvolti in lini trapunti,
e le spugne il nitro la cera
la pece gli aròmati gli olii.
E tutti, città, re, strateghi,
atleti, sacravan le offerte
per vincere o per aver vinto
nello stadio o in pugna campale.
Gli Eretrii i Sicionii i Messenii
grondavano ancóra di sangue.
Le prede raccolte a Platèa
eran fuse in un simulacro.
La strage l'onta il servaggio
facean trionfali i metalli.

O Temistocle insonne,
del gran Laertiade alunno,
spada battuta a freddo,
noi ti vedemmo sul carro
che Atene ti diede, ben saldo
come su trireme rostrata;
e in te l'acuto sorriso
era qual tempra nel ferro.
E te, Pericle, anche vedemmo,
o artefice della saggezza,
te nato d'occulta sirena
e di colui che a Micale
fu vincitore nel nome
d'Ebe giovinetta ridente;
te anche vedemmo, che avevi
nel gesto nel passo nel verbo
nella cesarie ornata
l'ordine divino onde fulge
la pura colonna
nei Propilèi di Mnesìcle,
nel Partenone d'Ictìno.

Ma Alcibiade, lo snello
pantère versicolore
che Diòniso amico
èccita col batter del piede,
l'auriga che al carro dall'asse
d'oro agitava i cavalli
più rapidi, chiamammo
per nome. Grandissime offerte
ei seco recava, ricchezze
insigni, per dare
per dar grandemente. Io gli chiesi:
"E alla Vita che tanto
ti diede, or tu che darai?".
"Darò la mia statua scolpita
dalle mie mani." "E qual gioia
ti parve più fiera?" "La gioia
d'abbattere il limite alzato."
"Qual fu il tuo buon dèmone?" "Il rischio,
il rischio dagli occhi irretorti."
"La buona virtù?" "Il piè leggero,
Ospite, il mio piè leggero!"

E gli strateghi i navarchi
gli arconti passavano in carri
dall'aureo timone, e i cantori
i sapienti gli alunni
di Clio gli artefici esperti
di tutte le forme, coloro
che foggiavan la sorte
d'un popolo vivo, coloro
che animavan l'umida argilla
col pollice nudo, coloro
che trasfiguravan gli aspetti
dell'Essere con l'eloquenza.
E vedemmo Erodòto
dagli occhi d'intento fanciullo,
che seco recava al consesso
dell'Ellade i rotoli gravi
di gloria come i fiari
son pregni di miele. Vedemmo
Ippia e Gorgia, vedemmo
Demòstene Isòcrate Lisia;
invocammo Pindaro invano.

Ma splendean come astri nell'etra,
come le Pleiadi e l'Orsa,
nella moltitudine immensa
quattordici atleti. Il fulgore
dei sette e sette epinicii
ardea nell'eroico sangue.
Perpetuavasi il ritmo
dell'olimpica Ode
nei polsi del pùgile. L'ala
della triade sagliente
armava i mallèoli certi
al corritore del lungo
stadio. Ecco il bello Efarmosto
d'Opunte, Ergotèle d'Imera,
Psaumida di Camarina.
Ecco Agesia Siracusano
della profetica gente
iamide, di Sòstrate prole.
Ecco Alcimedonte egineta,
d'Egina dai grandi navigli,
della blepsiade gente.

E d'improvviso apparve
fiammeo di porpora coa,
pari a inestinguibile vampa,
nella moltitudine solo,
più solo dell'aquila a sommo
del monte, il monarca degli Inni.
"Aquila, aquila" io dissi
"onde torni sì radiante?
M'odi! Rispondi! Per gli astri,
pei vulcani, pei lampi,
per le meteore, per tutto
ciò che arde, per la sete
del Deserto e il sale del Mare,
odimi, volgiti all'ansia
pedestre. Ch'io senta il tuo sguardo
e il tuo grido fendermi il petto!
Aquila, onde vieni?" "Dal Sole.
Battei l'ali su la cervice
del suo corsiere più bianco
per affrettar la sua corsa
all'ultimo Vertice azzurro."


VII.

Non templi non are non tombe
non statue votive, non greggi
di vittime, non teorie
solenni lungh'esso il Pecile,
né il coro dei bronzei fanciulli
sacrato al Dio da Messana
né l'opra di Càlami offerta
da Agrigento, né il toro
degli Eretrii, né la Vittoria
di Naupatto ammirammo
giungendo ai piedi del Cronio
pinifero; ma una bellezza
virginea come un canto
partènio, diffusa
nella placida sera,
c'indusse una sùbita pace
nel cuore, e il tumulto si tacque.
E sol riudimmo vegnente
dai gioghi d'Arcadia il messaggio
di Pan che conduce
ne' tempi il Ritorno eternale.

Arcadi monti, alpe d'Acaia,
messenie cime, o chiostra
della valle sacra,
vivere mi sembraste
voi contenendo la voce
della placida sera,
vivere come i seni
delle vergini intatte
che cantano il canto partènio!
Un melodioso respiro
parea muovere i grandi
lineamenti all'intorno
e, come per una bocca
dischiusa, il visibile suono
volgersi al ciparissio golfo
in figura di fiume
declive e l'Alfeo violento
inebriato d'amore
con Aretusa giacersi
quivi in sul medesimo letto
obliando il corso rapace.

Eternità del Canto!
Concava tutta la valle
come la testudine d'Erme,
d'innumerabili corde
fatta immensa, cantava
ancóra il callinico inno
ai Giovini vittoriosi.
La lotta dell'invide stirpi
placavasi nella bellezza.
Nell'armonia numerosa
posava la rapida forza.
L'orma dei cursori
avea la forma del plettro.
Il disco lanciato
cangiavasi in ala robusta.
Il pentatlo e il pancrazio
erano i fulcri dell'Ode,
come il tripode solido regge
lo spirto prenuncio dei fati.
"O Ellade" io dissi "il tuo Coro
è più delle stelle perenne!"

E, poi che al Cronio la notte
gemmò di stelle la fronte,
solo discesi là dove
il Clàdeo breve si mesce
all'Alfeo tortuoso,
verso le pietre infrante
che mute dormivan sul suolo
augusto, simili a torme
di atleti dalle bianche
clamidi nella vigilia
dei Giuochi sotto il plenilunio
d'ecatombeone giacenti.
Quasi un baglior d'occhi insonni
parea palpitar nelle moli
dissepolte; e d'orrore
tremavami l'anima in petto,
andando, ché toccar temea
col piede incauto la vita
eroica meditante
al conspetto degli astri
lo sforzo per l'alba ventura.

Tra le mozze colonne
del tempio di Era m'apparve
la tavola d'oro e d'avorio
opra del sottile Colòte,
ove gli Ellanodici
ponean le corone d'ulivo
selvaggio. Alle nari
mi giunse l'odor delle calde
ceneri sacrificali
che faceano un tumulo ingente.
Vestito di lino era il mio
silenzio. Giammai nei perigli
l'anima mia s'era armata
di sì vigile ardire
come in quell'ora di sogni
tra quelle notturne ruine;
ma quasi un marmoreo rigore
parea m'occupasse la carne
mortale. Guardai le mie mani
ignude e di pallido marmo
le conobbi al lume del cielo.

E l'ambiguità della morte
e della vita, fra i templi
abbattuti, fra i dubii
aliti, fra i sogni creati
e distrutti, fra le parvenze
intermesse, mi fece
immobile innanzi alle accolte
ceneri delle ecatombi
che insanguinato aveano l'ara
di Zeus nelle remore
olimpiadi e nudrito
il suo inesplebile fuoco.
"O Zeus, Tiranno più grande,
sei dunque caduto per sempre?
Te sire di tutte le voci
terribili il grido iterato
dalla scitica rupe
sconvolse? Lo scaltro ti vinse,
che il muscolo e l'adipe ascosi
avea nella pelle del toro
per sottrarre l'ostia al Potente?

Gli Efimeri onorano il càuto
Ribelle, obliosi del tuo
Ordine puro che solo
generò l'Universo!
La piaga che sanguina e pute
nell'egro fegato, sotto
il rostro del vùlture adunco,
ai lamentevoli figli
del Rimorso e della Paura
la piaga la piaga stridente
ahi più venerabile sembra
che la solitaria tua fronte
onde balzò l'unica nata
Pallade Atena dagli occhi
chiari vergine prode
artefice meditabonda
patrona dei vertici forti
nemica del cieco tumulto
lucida regolatrice
del combattimento ordinato
che reca al sicuro trionfo!

L'odor della carne corrotta,
del sudore anèlo,
della febbre, dell'agonia,
della putredine ha vinto
l'ambrosia della tua chioma
su' tuoi grandi pensieri
ondeggiante, o Generatore
incorruttibile. E i servi,
i liberati servi
inclini al sentier consueto
del fango, che ne' lor cuori
ignavi agognan pur sempre
il servaggio, scagliano contro
a te la saliva e l'ingiuria.
E il lor fiato perverso
appesta fin l'aer montano
intorno alla scitica rupe
onde il tuo Nemico furace
nauseato vomisce
su loro. E l'Oceano lava
la graveolente lordura.

O Zeus, padre del Giorno
sereno, quanto più bello
del vincolato ululante
Giapètide parveti il monte
silenzioso, di vaste
vertebre, fresco di polle
invisibili, aulente
d'inespugnabili fiori!
Numerava il piagato
con rauca voce i tuoi molti
delitti; e tu sorridevi,
nella tua superbia, più puro
dell'aerea rugiada
però che ciascun tuo desìo
si mirasse perfetto
nell'atto e ciascuna tua stilla
di sangue fosse un'eterna
volontà protesa a un supremo
Ordine e sol d'armonia
si nudrisse la creatrice
tua gioia, d'aurora in aurora.

Zeus, se più bella ti parve
dell'Uom vincolato la rupe
alta silente nell'etra,
più bella dell'Uom crocifisso
è la croce, segno del Fuoco
primiero ch'espressero gli Arii
dal ramo duplice attrito.
Deposto il cadavere molle
fu di sul segno infamato;
ma i cinerei servi
moltiplicarono il tristo
simulacro in tutte le vie
della Terra ove i carri
falcìferi della Potenza
profondato aveano le rote
sonore e le falci corusche
nel carname dei vinti.
O Zeus, o Zeus, t'invoco.
Risvégliati, afferra il domani!
La fiamma urania ti sia
vomere a solcare la Notte.

Travaglia travaglia la Notte,
o Re folgorante! Sovverti
la tenebra! Fendi il pallore!
Tu solo mondare la Terra
dal cumulato escremento
puoi, come la noce dal mallo
se per la tua grandezza
è come la stilla di latte
espressa dal fico immaturo
Galassia che immensa biancheggia.
O Zeus, Tiranno più grande,
tu carico di delitti
e d'oltraggi, ingombro di prede,
tu solo sei l'alta Innocenza.
Risolleva l'Olimpo
e poi risorridi alla Terra.
E, come a sua donna l'amato
offre una cintura più bella,
rinnova per lei l'orizzonte
cui volgere io possa la prora
scolpita cantando il mio canto!"

Così pregai nel mio cuore
notturno, fra i dischi
delle colonne atterrate
che un dì avean chiuso il portento
fidiaco. "FIDIA FIGLIUOLO
DI CARMIDE ATENIESE
MI FECE." E, come il tremante
artefice innanzi al compiuto
simulacro, attesi nel tuono
il consentimento divino.
Ma silenzioso fu il cenno
del dio che vivea nel mio petto
e nella olimpica notte.
E della notte remota
sovvennemi, del giovinetto
deliro che s'ebbe i due doni
da Libero e da Citerea,
il tumido grappolo e il seno
femineo, quando
laggiù su l'incude celeste
sfavillava il cuor del titano.

E dissi: "O Zeus, tu anche
tu anche mandami un segno
su le vie della Terra.
Per togliere tutti i miei beni,
per cogliere tutti i miei pomi,
improbe fatiche sopporto,
mostri multiformi combatto
che mi precludono i varchi,
ma più terribili quelli,
ahi, ch'entro me di repente
insorgono dalle profonde
oscurità dove torpe
il fango delle geniture!".
E, movendo i passi per l'Alti,
scorgere parvemi l'ombra
dell'indovino di Zeus,
il responso udire improvviso
"Combattere e vincere i mostri
non ti varrà su la Terra
se trasfigurarli non sai,
Aedo, in fanciulli divini".

E i campani d'un gregge
sonavan tra i marmi abbattuti.
Subitamente si tacque
in me l'audace tumulto,
come se la preghiera
accolta mi fosse e compiuto
il desiderio e mutato
già l'orizzonte in cintura
più bella e mondata la Terra
e disvelata la faccia
di Pan che conduce
nei tempi il Ritorno eternale.
E un fanciullo pastore
m'apparve, il pastore del gregge:
simile a riflesso di stella
in tremule acque m'apparve
il puerile sorriso.
Al lume dei cieli
biancheggiar vidi i suoi denti
puri nel saluto venusto:
sentii la rugiada cadere.

Volto avea Boote l'obliquo
timon del plaustro fra i Trioni.
Sì lucida era la notte
che gli arbori su le colline
leggere di là dall'Alfeo
segnavano l'ombre
visibili. Tanto era dolce
il lineamento dei gioghi
che parea, come il fiume,
continuamente fluire.
Giaceva sul dorico tempio
il gregge lanoso;
gli umili velli ed i marmi
augusti in tepore spirante
parean convivere. Tutto
era plenitudine e pace:
non morte, non ruina:
armonia di forme perfette,
concordia del Coro infinito.
Necessità, come l'urto
del piè nella danza tu eri!

Su l'erba colcato il pastore
poggiava il florido capo
al tronco d'un platano. E quivi
io vigile stetti al suo fianco
in silenzio. Ed èramo volti
ai monti d'Arcadia, all'indizio
del di nascituro. E il fanciullo
mordeva mentastro odoroso,
scendendogli il fiore del sonno
su' cigli virginei. Caddegli
il ramicello selvaggio
dalla bocca aulente che al fiato
eguale si schiuse. La valle
parve tutta allora una cuna
divina per quella innocenza.
Vidi su i vertici l'Alba
avvolgere al piè della Notte
il lembo del suo primo velo.
D'amore tremai come s'ella
ver me si piegasse e dicesse:
"O tu che m'attendi, io ti cerco!".


VII.

Non templi non are non tombe
non statue votive, non greggi
di vittime, non teorie
solenni lungh'esso il Pecile,
né il coro dei bronzei fanciulli
sacrato al Dio da Messana
né l'opra di Càlami offerta
da Agrigento, né il toro
degli Eretrii, né la Vittoria
di Naupatto ammirammo
giungendo ai piedi del Cronio
pinifero; ma una bellezza
virginea come un canto
partènio, diffusa
nella placida sera,
c'indusse una sùbita pace
nel cuore, e il tumulto si tacque.
E sol riudimmo vegnente
dai gioghi d'Arcadia il messaggio
di Pan che conduce
ne' tempi il Ritorno eternale.

Arcadi monti, alpe d'Acaia,
messenie cime, o chiostra
della valle sacra,
vivere mi sembraste
voi contenendo la voce
della placida sera,
vivere come i seni
delle vergini intatte
che cantano il canto partènio!
Un melodioso respiro
parea muovere i grandi
lineamenti all'intorno
e, come per una bocca
dischiusa, il visibile suono
volgersi al ciparissio golfo
in figura di fiume
declive e l'Alfeo violento
inebriato d'amore
con Aretusa giacersi
quivi in sul medesimo letto
obliando il corso rapace.

Eternità del Canto!
Concava tutta la valle
come la testudine d'Erme,
d'innumerabili corde
fatta immensa, cantava
ancóra il callinico inno
ai Giovini vittoriosi.
La lotta dell'invide stirpi
placavasi nella bellezza.
Nell'armonia numerosa
posava la rapida forza.
L'orma dei cursori
avea la forma del plettro.
Il disco lanciato
cangiavasi in ala robusta.
Il pentatlo e il pancrazio
erano i fulcri dell'Ode,
come il tripode solido regge
lo spirto prenuncio dei fati.
"O Ellade" io dissi "il tuo Coro
è più delle stelle perenne!"

E, poi che al Cronio la notte
gemmò di stelle la fronte,
solo discesi là dove
il Clàdeo breve si mesce
all'Alfeo tortuoso,
verso le pietre infrante
che mute dormivan sul suolo
augusto, simili a torme
di atleti dalle bianche
clamidi nella vigilia
dei Giuochi sotto il plenilunio
d'ecatombeone giacenti.
Quasi un baglior d'occhi insonni
parea palpitar nelle moli
dissepolte; e d'orrore
tremavami l'anima in petto,
andando, ché toccar temea
col piede incauto la vita
eroica meditante
al conspetto degli astri
lo sforzo per l'alba ventura.

Tra le mozze colonne
del tempio di Era m'apparve
la tavola d'oro e d'avorio
opra del sottile Colòte,
ove gli Ellanodici
ponean le corone d'ulivo
selvaggio. Alle nari
mi giunse l'odor delle calde
ceneri sacrificali
che faceano un tumulo ingente.
Vestito di lino era il mio
silenzio. Giammai nei perigli
l'anima mia s'era armata
di sì vigile ardire
come in quell'ora di sogni
tra quelle notturne ruine;
ma quasi un marmoreo rigore
parea m'occupasse la carne
mortale. Guardai le mie mani
ignude e di pallido marmo
le conobbi al lume del cielo.

E l'ambiguità della morte
e della vita, fra i templi
abbattuti, fra i dubii
aliti, fra i sogni creati
e distrutti, fra le parvenze
intermesse, mi fece
immobile innanzi alle accolte
ceneri delle ecatombi
che insanguinato aveano l'ara
di Zeus nelle remore
olimpiadi e nudrito
il suo inesplebile fuoco.
"O Zeus, Tiranno più grande,
sei dunque caduto per sempre?
Te sire di tutte le voci
terribili il grido iterato
dalla scitica rupe
sconvolse? Lo scaltro ti vinse,
che il muscolo e l'adipe ascosi
avea nella pelle del toro
per sottrarre l'ostia al Potente?

Gli Efimeri onorano il càuto
Ribelle, obliosi del tuo
Ordine puro che solo
generò l'Universo!
La piaga che sanguina e pute
nell'egro fegato, sotto
il rostro del vùlture adunco,
ai lamentevoli figli
del Rimorso e della Paura
la piaga la piaga stridente
ahi più venerabile sembra
che la solitaria tua fronte
onde balzò l'unica nata
Pallade Atena dagli occhi
chiari vergine prode
artefice meditabonda
patrona dei vertici forti
nemica del cieco tumulto
lucida regolatrice
del combattimento ordinato
che reca al sicuro trionfo!

L'odor della carne corrotta,
del sudore anèlo,
della febbre, dell'agonia,
della putredine ha vinto
l'ambrosia della tua chioma
su' tuoi grandi pensieri
ondeggiante, o Generatore
incorruttibile. E i servi,
i liberati servi
inclini al sentier consueto
del fango, che ne' lor cuori
ignavi agognan pur sempre
il servaggio, scagliano contro
a te la saliva e l'ingiuria.
E il lor fiato perverso
appesta fin l'aer montano
intorno alla scitica rupe
onde il tuo Nemico furace
nauseato vomisce
su loro. E l'Oceano lava
la graveolente lordura.

O Zeus, padre del Giorno
sereno, quanto più bello
del vincolato ululante
Giapètide parveti il monte
silenzioso, di vaste
vertebre, fresco di polle
invisibili, aulente
d'inespugnabili fiori!
Numerava il piagato
con rauca voce i tuoi molti
delitti; e tu sorridevi,
nella tua superbia, più puro
dell'aerea rugiada
però che ciascun tuo desìo
si mirasse perfetto
nell'atto e ciascuna tua stilla
di sangue fosse un'eterna
volontà protesa a un supremo
Ordine e sol d'armonia
si nudrisse la creatrice
tua gioia, d'aurora in aurora.

Zeus, se più bella ti parve
dell'Uom vincolato la rupe
alta silente nell'etra,
più bella dell'Uom crocifisso
è la croce, segno del Fuoco
primiero ch'espressero gli Arii
dal ramo duplice attrito.
Deposto il cadavere molle
fu di sul segno infamato;
ma i cinerei servi
moltiplicarono il tristo
simulacro in tutte le vie
della Terra ove i carri
falcìferi della Potenza
profondato aveano le rote
sonore e le falci corusche
nel carname dei vinti.
O Zeus, o Zeus, t'invoco.
Risvégliati, afferra il domani!
La fiamma urania ti sia
vomere a solcare la Notte.

Travaglia travaglia la Notte,
o Re folgorante! Sovverti
la tenebra! Fendi il pallore!
Tu solo mondare la Terra
dal cumulato escremento
puoi, come la noce dal mallo
se per la tua grandezza
è come la stilla di latte
espressa dal fico immaturo
Galassia che immensa biancheggia.
O Zeus, Tiranno più grande,
tu carico di delitti
e d'oltraggi, ingombro di prede,
tu solo sei l'alta Innocenza.
Risolleva l'Olimpo
e poi risorridi alla Terra.
E, come a sua donna l'amato
offre una cintura più bella,
rinnova per lei l'orizzonte
cui volgere io possa la prora
scolpita cantando il mio canto!"

Così pregai nel mio cuore
notturno, fra i dischi
delle colonne atterrate
che un dì avean chiuso il portento
fidiaco. "FIDIA FIGLIUOLO
DI CARMIDE ATENIESE
MI FECE." E, come il tremante
artefice innanzi al compiuto
simulacro, attesi nel tuono
il consentimento divino.
Ma silenzioso fu il cenno
del dio che vivea nel mio petto
e nella olimpica notte.
E della notte remota
sovvennemi, del giovinetto
deliro che s'ebbe i due doni
da Libero e da Citerea,
il tumido grappolo e il seno
femineo, quando
laggiù su l'incude celeste
sfavillava il cuor del titano.

E dissi: "O Zeus, tu anche
tu anche mandami un segno
su le vie della Terra.
Per togliere tutti i miei beni,
per cogliere tutti i miei pomi,
improbe fatiche sopporto,
mostri multiformi combatto
che mi precludono i varchi,
ma più terribili quelli,
ahi, ch'entro me di repente
insorgono dalle profonde
oscurità dove torpe
il fango delle geniture!".
E, movendo i passi per l'Alti,
scorgere parvemi l'ombra
dell'indovino di Zeus,
il responso udire improvviso
"Combattere e vincere i mostri
non ti varrà su la Terra
se trasfigurarli non sai,
Aedo, in fanciulli divini".

E i campani d'un gregge
sonavan tra i marmi abbattuti.
Subitamente si tacque
in me l'audace tumulto,
come se la preghiera
accolta mi fosse e compiuto
il desiderio e mutato
già l'orizzonte in cintura
più bella e mondata la Terra
e disvelata la faccia
di Pan che conduce
nei tempi il Ritorno eternale.
E un fanciullo pastore
m'apparve, il pastore del gregge:
simile a riflesso di stella
in tremule acque m'apparve
il puerile sorriso.
Al lume dei cieli
biancheggiar vidi i suoi denti
puri nel saluto venusto:
sentii la rugiada cadere.

Volto avea Boote l'obliquo
timon del plaustro fra i Trioni.
Sì lucida era la notte
che gli arbori su le colline
leggere di là dall'Alfeo
segnavano l'ombre
visibili. Tanto era dolce
il lineamento dei gioghi
che parea, come il fiume,
continuamente fluire.
Giaceva sul dorico tempio
il gregge lanoso;
gli umili velli ed i marmi
augusti in tepore spirante
parean convivere. Tutto
era plenitudine e pace:
non morte, non ruina:
armonia di forme perfette,
concordia del Coro infinito.
Necessità, come l'urto
del piè nella danza tu eri!

Su l'erba colcato il pastore
poggiava il florido capo
al tronco d'un platano. E quivi
io vigile stetti al suo fianco
in silenzio. Ed èramo volti
ai monti d'Arcadia, all'indizio
del di nascituro. E il fanciullo
mordeva mentastro odoroso,
scendendogli il fiore del sonno
su' cigli virginei. Caddegli
il ramicello selvaggio
dalla bocca aulente che al fiato
eguale si schiuse. La valle
parve tutta allora una cuna
divina per quella innocenza.
Vidi su i vertici l'Alba
avvolgere al piè della Notte
il lembo del suo primo velo.
D'amore tremai come s'ella
ver me si piegasse e dicesse:
"O tu che m'attendi, io ti cerco!".


IX.

E l'Erme prassitelèo
sul fulcro quadrato mi parve
men virile, quasi fior molle
di grazia feminea, quasi
desiderabile amàsio,
andrògina forma venusta,
poi che saziato mi fui
di grandezza e di lutto.
Il torace il ventre ed il pube
non marmo erano ma carne
cedevole. Il nitido capo
dai riccioli corti, recline
verso Diòniso infante,
nella levità del sorriso
e dell'ombre era ambiguo
tra il sogno e la vita, siccome
quel del pastor duplice alato
che guida le anime all'Orco
e il rapito armento al suo antro.
Dai ginocchi agli òmeri in ritmi
leggeri saliva la forza.

Ma, poi che da banda mi trassi
e riguardai, la forza
si palesò nella guisa
che l'arco allentato si tende.
I lombi gagliardi, le cosce
nervose, le reni falcate
e salde, la cervice
robusta eran degni del dio
enagònio. Gravando
sul piè manco il peso del corpo
divino, ei reggeva col braccio
inflesso il pargolo ignudo.
Ei giovine assunto alla forma
perfetta portava il nascente
germe inteso a spandersi in gioia,
a sorgere nella pienezza
dell'essere e della potenza.
Così per visibili segni
raffigurata mi parve
nel Divenire Eterno
l'immortalità della Vita.

"O figlio di Maia" pregai
"figlio dell'Atlantide Maia
dall'affocata faccia,
che onoro notturna fra gli astri
Pleiade dai sandali belli
dal crin di giacinto, che invoco
fra le sue sorelle celesti,
odimi, o Criseotarso,
Amico degli uomini. Scendi
dal fulcro quadrato,
àrmati del pètaso il capo,
allaccia gli aurei talari
ai mallèoli, teco togli
la verga di tre rampolli,
la lunga clamide, l'arpe
lunata, la borsa capace,
e vieni tra gli uomini. Sei
pur sempre il lor nume operoso,
il dio dal gran cuore, l'artiere
infallibile. Vieni!
Udrai e vedrai maraviglie.

O Agorèo, cui piacque
trattar con vólto benigno
i mercatori in piazza
solleciti intorno alle biade
dell'Attica magra, la Terra
è oggi un'àgora immensa
ove non si tendono reti
di belle parole ma guerra
si guerreggia furente
per la ricchezza e l'impero.
Duci di genti son fatti
i tuoi mercatori ingegnosi,
duci inesorabili e insonni
dal breve motto che scrolla
cumuli enormi di forza.
Sul flutto dell'oro
ondeggian le sorti dei regni.
Come l'aere l'acqua ed il fuoco,
fatto è l'oro un periglioso
elemento che ha i suoi nembi,
i suoi vortici, le sue vampe.

O Infaticabile, e sonvi
terre novelle, agitate
dall'alito aspro dell'antico
Ocèano, dove l'umana
opera è qual rabida febbre.
Il vento è qual bronzo che squilli,
il vento è qual riso che rida
qual gioia che canti
su la magnificenza e l'onta
degli atti. Il verbo è una lama
aguzzata a duplice taglio.
La gara, che tu proteggevi
nelle fulve palestre,
divora le vie strepitose.
Gli uomini dalla mascella
belluina e dal mento
di selce màsticano l'ansia
qual foglia amara d'alloro.
La Volontà reca intrecciati
a sé il Dominio e il Piacere
come i serpi al tuo caducèo.

L'Istinto è un impeto sagliente,
un ariete caloroso
dalle inesauste reni,
che si precipita sopra
la vita e l'assale
e la copre e sì la feconda
reluttante o sommessa.
Passan talora su le rosse
città nuvole di speranze,
quasi tempesta di ali;
e s'empion d'un rombo gli orecchi
degli uomini maraviglioso,
ch'è il rombo degli inni futuri.
Le mammelle irrìgue
della Terra moltiplicarsi
paiono alla cresciuta
avidità della prole.
Il Destino toglie da tutti
gli spazii i suoi limiti, vinto
e respinto per sempre
dalla libertà degli eroi.

O Macchinatore, e una stirpe
di ferro, una sorta di schiavi
foggiata nella sostanza
lucente de' clìpei dell'aste
degli schinieri, una serva
moltitudine di Giganti
impigri obbedisce ai fanciulli
e alle femmine, meglio
che su triere veloce
al celeùste la ciurma
unta di olio d'oliva.
E non il flauto né il canto
regola il moto con ritmo
eguale; ma una potenza
che non falla, simile al sano
cuore nel petto dell'uomo,
pulsa in quelle ossature
polite e circola in ogni
membro con giro iterato
accelerando il lavoro.
Gran fremito scuote le case.

M'odi. Il gesto del paziente
ilota, che trita la spelta
o il latte agita nel secchio
o scardassa le lane,
s'immilla ne' ferrei bracci
nelle ruote dentate
ne' lunghi cuoi serpentini
che per girevoli dischi
trascorrono propagando
l'impulso ai congegni sottili
onde l'informe sostanza
esce trasfigurata
come da industria sagace
d'innumerevoli dita.
O Erme, i telai della lidia
Aracne diurni e notturni,
ove come rondini argute
volavan le spole,
travagliano senza canzone
di vergine e senza lucerna,
soli in ordin lungo strependo.

Il sudore d'Efèsto
su la piastra imposta all'incude
profuso, è ormai vano
o Erme, ché nelle fucine,
come la man puerile
incide la tenera canna
o divide le fibre
del cortice lieve, l'ordigno
facile taglia distende
assottiglia fóra contorce
per mille guise il metallo
ammassato in solidi pani.
Odimi, o Inventore.
E i magli, i magli più vasti
delle rupi che il lacertoso
Ciclope scagliò contra Ulisse
tuo caro, invisibile pugno
solleva e precipita in ritmo
agevolmente come
il fanciullo manda e ribatte
volubile palla per gioco.

Gioco di fanciullo era a poppa
del nautico pino il chenisco,
l'anitrella scolpita
nella curva trave spalmata
perché galleggiasse in eterno.
O Erme, nave catafratta
or galleggia e naviga senza
vele né remi. Discende
pel pendìo dello scalo
nel mare compagine eccelsa
come cittadella munita,
corbame e fasciame di ferro
testudinato di piastra
a martello più salda
che orbe di settemplice scudo.
Gran torri soperchiano il vallo.
La carena ha un cuore di fuoco
onde creasi la propulsante
virtù dell'ali marine
che tùrbinan sotto la poppa
tra ruota e timone sommerse.

Atto alla guerra e alla pace,
minaccioso d'armi tonanti
o dei doni onusto che all'uomo
fa la veneranda Demetra,
il colosso equoreo solca
pèlaghi ed ocèani, varca
gli eurìpi i bòsfori i sacri
istmi che l'uom frale recise
come tu dio con l'arpe
il collo d'Argo tutt'occhi.
Oltre le Caspie Porte,
oltre l'Atlante ove il coro
delle Esperidi per sempre
si tace, oltre la piaggia
del Cinnamomo trapassa.
Lascia l'iperbòreo lito
ove non più danza e canta
Apolline dall'equinozio
di primavera insino
al levar delle Pleiadi
re dei conviti soavi.

Di Taprobane a Ierne
di Cerne all'Ocèano Eoo
la sua scìa grande orla i lembi
di quel mondo che t'appariva
nel volo, o Alipede, quale
macedone clamide stesa.
Ma di là dalla piaggia d'Eea,
di là dall'estremo Occidente,
ove Elio sommerge i cavalli,
trapassa ad attingere un altro
mondo che sotto altre stelle
si giace in duplice forma,
simile a un'ala d'uccello
e simile a un'orsa poggiata
le zampe nell'artico gelo.
E il certo piloto
disegna nell'acque un cammino
ben cognito a tutte le prore,
sì che traccia su traccia
persistevi qual nelle vie
frequenti il solco dei carri.

O Egemonio, m'odi.
Nel mare è il certame dei regni.
Il mare implacabile prende
e scevera, senza fallire,
le virtù delle stirpi
nel tempo. Più della terra
antico, nudrito di morti
ma di nascimenti fecondo,
più della terra è bello,
più della terra è sicuro.
I morti non rende, ma rende
l'amore a chi l'ama tenace.
La Speranza che stette
al fianco dell'uomo animoso
curva su la rate pelasga,
la selvaggia compagna
cui contra l'occhio aguzzato
la palpebra rossa
arrovesciavano i vènti,
or fatta è donna imperiale
Thalassia nomata su i vènti.

Nel trono ella sta d'Amfitrite.
Catenata sembra la Gloria
tra le sue tempie. Il suo seno
è una primavera anelante.
Il suo palpito si ripercuote
dai golfi e dai bòsfori azzurri
del Mediterraneo Mare
sino ai promontorii nimbosi
della barbarica Ierne.
Bùccine di mille Tritoni
non vincono il chiaro clangore
della sua tromba di bronzo.
L'odono i popoli forti:
cantando l'inno dei Padri,
spingon rivali nel flutto
ruggente le navi di ferro;
ché necessario è navigare,
vivere non è necessario.
Polèna a ogni prora novella
è il cuore vermiglio dell'uomo
inalzato sopra la Morte.

Odimi, o Enagonio.
Il Taigeto ha i segugi
più ardenti; ha Sciro le capre
dalle mamme irrigue di latte
più pingue; Argo, le armi;
Tebe, i carri; ma la Sicilia
ferace dà le quadrighe
magnifiche, i bene bardati
corsieri dal piè di tempesta.
Ne' tuoi stadii l'asse tutt'oro
guizza come folgore in nube.
La Rapidità dalle nari
di fiamma par su le tue mete
lasciar vestigia d'incendio.
Ierone di Siracusa,
Senòcrate di Agrigento,
Cromio d'Etna, fior di Sicilia,
contendon la palma agli Elleni.
Pindaro diademato
offre agli eroi trionfali
la grande coppa dell'inno.

Non l'ebrietà della strofe
né fronda di quercia d'olivo
di pino s'attendono, o Erme,
i conduttori dei carri
igniti cui circo e vittoria
è l'Orbe terrestre! Nel pugno
non reggon le redini anguste,
non figgono alle cervici
dei cavalli lo sguardo.
Governano ordigni più snelli
che il tèndine equino
ma possenti più ch'epitagma
scagliato nella battaglia.
Scrutano lo spazio ventoso,
i piani i fiumi i monti
che valicheranno. Obbedisce
il pulsante metallo
al tocco infallibile. Foschi
son gli intenti vólti, notturni
come il vólto di Ade re d'Ombre
che trae Persefóne piangente.

Traggono il pianto e l'affanno
degli uomini i lor negri carri,
il male degli uomini stretti
e misti nell'alito impuro,
il dolore e tutti i suoi frutti
sopportano, o Erme, il piacere
e i suoi fiori senza radici,
e l'avida gioia
e il desiderio feroce
e gli inestricabili nodi
delle anime chiuse nei corpi
ignavi, e gli intorpiditi
crimini dall'unghie rattratte,
e le volontà rilucenti
nei sogni come in guaine
diàfane, e l'opere nate
da ieri, e i messaggi dei cuori
fraterni, e la copia dei beni
giocondi trasportano, o Erme:
le rose dei liti solari
al gelo dell'Isole Scàndie.
Tonando passano, in lungo
ordin su cento e cento ruote
concordi, con nubi e faville
per traccia, passano a vespro
nei piani onde fuma sommossa
dal diurno travaglio
la fecondità delle glebe.
Sùbita s'aderge in orgoglio
la stanchezza dell'uomo
e guata la porpora immensa
del cielo, ove come in sanguigna
promessa di vita più bella
par che s'addentri col peso
la creatura dell'uomo.
Cade la notte. O perla,
o lacrima d'Espero ardente!
S'accendono i fari. Nei porti
le ciurme si scagliano all'orgia.
Le città splendono di febbri
come un astro è cinto di aloni.
Col rombo il tràino amplia la notte.

Odimi, precipite Nunzio,
alto Messaggero celeste.
L'aere notturno e diurno
palpita di umani messaggi.
Commessa al silenzio dell'Etra
la parola attinge i confini
remoti. Serpeggia silente
pei bàratri equorei, sotto
i nettunii pascoli; emerge
lungi perfetta nei segni,
narra gli eventi, conduce
le imprese, congiunge le stirpi,
infèrvora i forti alla gara.
La voce, la voce sonora,
formata dal labbro spirante,
in cavo artificio s'ingolfa,
di sillaba in sillaba vibra
tacitamente lontana,
ravvivasi come in profonda
bùccina e favellare
l'ascolta l'orecchio inclinato.

O Viale, come le vene
per entro ai marmi di Sparta
e del Tènaro folte
son le vie frequenti e insuete
ond'è variegata la Terra.
Ma la mobile fiamma,
che tu eccitavi nel petto
del viatore, divampa
e grandeggia in cuor dell'eroe
novello che vede la Gloria
accosciata come la Sfinge
nell'immensità dei deserti
o presso le occulte sorgenti
dei fiumi o su i mari di gelo.
Non di parole tebano
enigma propone la belva
ma chiede, o Erme, la chiave
sacra che vedesti nel pugno
dell'antichissima Gea!
D'ossa lùcono i milliari
degli spaventosi cammini.

O Citaredo primo,
tu il bene che supera tutti
désti all'uomo quando la cava
testudine nata nei monti
facesti sonora, le canne
trasverse inserendo nei fóri
tra l'un margine e l'altro,
poi sul graticcio spandendo
la pelle di bue, configgendo
a sommo del guscio i due bracci,
questi poi giugnendo col giogo.
Tra l'osseo giogo e l'estremo
labbro della scaglia montana,
come il nervo tra i corni
dell'arco, tendesti minuge
di agnelli bene attorte.
Sette ne tendesti, o figliuolo
di Maia, per onorare
le Pleiadi belle nell'Etra.
E la tua cheli selvaggia
fu compagna al canto dell'uomo.
Or l'uomo, emulando gli audaci
tuoi spiriti, seppe di legni
di nervi di crini di pelli
d'avorii di metalli
una multiforme crearsi
e multànime gente
canora che popola e gonfia
la profonda orchestra occultata,
ove non più la thyméle
santa òccupa il centro del cerchio
né più presso l'ara l'aulete
dalla phorbéia di cuoio
col duplice flauto accompagna
le strofe e la danza corale.
E non il cristallo del cielo
né il sinuoso velario
acceso dai raggi s'allarga
su la moltitudine intenta;
ma simile ad alto sepolcro
è il notturno teatro
concluso e in sé stesso rimbomba.

Come nei mari le prime
onde squammose all'urto
dell'euro inarcan le schiene,
s'ergono e spumano, il rugghio
e il tuono avvicendano a corsa,
di procella tumide in vasti
cumuli precipitando
con un rapimento improvviso;
come nei boschi le prime
faville accendono i coni
aridi, le morte frondi,
crescono in pallide fiamme,
serpeggian pe' vepri, gli arbusti
mordono, il cuor selvaggio
attingono carco d'aromi,
conflagrano subitamente
fragorose verso la nube,
irraggian per tutta la valle
il fulgore e il terrore;
così dall'orchestra prorompe
l'impeto sinfoniale.

O Maestro dei Sogni,
m'odi. E i Sogni inani, i tuoi lievi
simulacri della quiete,
le tue mute imagini erranti,
giganteggiano a un tratto
con vólti di bragia,
s'armano d'una ossatura
erculea, grande hanno il fiato
e polsi hanno violenti
per stringere l'anima umana
e scuoterla dalle radici
e svèllerla e darla al ludibrio
dei desiderii! E l'Amore,
o Erme, il giovinetto cnidio
triste come un rogo consunto
ascolta per entro a' capegli
che sono un unguento stillante;
languisce in un freddo sudore;
poi vuota la tazza che gli offre
la Morte, ove tutti i piaceri
spremuti fanno un sol tòsco.

Padre d'Ermafrodito,
non tu creasti l'oscuro
Andrògino al far della notte,
ebro di melodìa
in un torrente di suoni
premendo l'amata da tutti
Anadiomene d'oro?
Noi anche, ahi sì brevi, sul lito
d'Eternità sognammo
le mescolanze vietate,
sdegnando di saziarci
pur sempre con la dolcezza
dei consueti giacigli.
L'opera attendemmo diversa,
nata da un'incognita febbre,
fatta di dolore e di gioia,
pallida di ricordanze
ma di presagi animosa,
recante in sé la promessa
e il compimento, sorella
delle Stagioni divine.

O Psicagogo, se all'Ade
squallido condurre dovessi
tu l'anima mia, se condurre
dovessi tu l'Ombra del mio
canto su l'asfòdelo prato
incontro a Saffo sublime
dal crin di viola che forse
m'attende, alla riva del Lete
t'indugeresti, io penso,
vedendo in me trasparire
queste tante ignote ricchezze.
E direbbemi alate
parole la tua maraviglia:
"Ombra, per la luce soave
onde vieni, sosta, ch'io miri
da presso la tua opulenza.
Come arbore sei, che curvato
abbia lungamente i suoi rami
nel lidio Pattòlo e gravato
ne sorga e si mesca il metallo
regale alla polpa dei frutti.

Tanto adunque sopra la Terra
deserta d'iddii può la vita
anco esser ricca, Ombra d'aedo?
Parte alcuna in te riconosco
di ciò che fu nostro, se indago;
ed è la tua parte di gioia,
la tua purità sorridente.
Ma innumerevoli sono
le cose novelle che ignoro,
e le geniture dei mostri
che pur non sembran pesare
alla levità del tuo passo.
Ombra, non sarà che tu getti
questa abondanza all'oblìo.
Non varcherai la riviera.
Qui farai sosta con meco.
Proteggerti vuole il Parente
della Cetra; ché forse
talor ti sovvenne del dio
Intercessore ed alcuna
dottrina apprendesti da lui.

Di congiugnimenti maestro
fui, di concordie divine
compositore sagace,
perito d'innesti immortali,
per moltiplicar la mia forza,
aedo, e la mia conoscenza.
Penetrabile fui e fecondo.
Come nella mia dolce Arcadia,
dopo il verno, ai tepidi giorni
quando muovon le gemme,
il colono fende la scorza
dell'arbore e v'incastra la marza
acciocché in essa si alligni:
la pianta inframmessa le vene
sparge nell'altra e s'appiglia;
vigoreggia il succhio, il sapore
del frutto si fa generoso:
così, con arte inserendo
nella mia sostanza diverse
deità, m'accrebbi di varia
potenza, molteplice ed uno.

La verginità cruda e invitta
di Pallade a me collegata
mi fece più destro in trar prede,
e nella tetràgona pietra
io fui pe' mortali Ermatena.
Al Cintio lungescagliante
ond'ebbi la verga trifoglia,
cui diedi la cheli soave,
mi strinsi con patto fraterno;
e quindi Ermapòlline fui.
Infondermi il sangue feroce
dell'uccisore di mostri,
dell'eroe muscoloso
dalla fronte angusta, volli io
Argicida; e fui Ermeràcle.
E con altri iddii mi confusi;
né sdegnai gli iddii bestiali,
dalla testa di cane, dal becco
di sparviere, dalle mascelle
di leone, estrani, onde fui
Ermanubi, Ermitra, Ermosiri.

Ma da due comunanze
m'ebbi più gran copia di forze
segrete e di gioie profonde
e di visioni sublimi,
Ombra d'aedo che ascolti.
M'accomunai con l'Amore,
col nume che fu nel principio,
che sarà nella fine.
Con Eros confusi il mio sangue,
col bellissimo fiore
cui era devota la schiera
sacra degli efebi tebani;
e fui pe' mortali Ermeròte.
M'accomunai col Silenzio
io signor del discorso
ornato, dell'insidiosa
facondia. Ermarpòcrate fui,
col dito premuto sul labbro
eloquente; ma tenni
ai miei piedi il vigile gallo
che col grido annunzia l'aurora.

Così tutto attrassi e composi
in me, tutto abbracciai,
di congiugnimenti maestro,
perito d'innesti immortali.
Or io mi penso, Ombra d'aedo,
che ben conoscesti quest'arte
tra gli uomini se cumulata
hai tanta ricchezza
nell'anima tua giovenile.
Per ciò ti concedo che sosti
sul lito del fiume torpente
e d'umane cose favelli
col dio. Non bevere l'onda
obliosa, ma, se la sete
ti arda, io voglio offerirti
il pomo granato che aperse
Core, di Demetra la figlia
pura, con le chiare sue dita.
Ne prese tre soli granelli:
Aidòneo re sorridea.
Bella era la bocca di Core".

E io ti direi rispondendo:
"O Intercessore benigno,
poiché tu concedi ch'io teco
favelli alla riva del Lete
io tutte le cose dell'uomo
ti svelerò, esule dio.
Ma soffri che un'Ombra d'aedo
interroghi l'alto Parente
della Cetra! Ermerote
io ti chiamerò, Ermerote,
bel sangue commisto d'Amore.
Tu conducevi Euridice
per mano su i violetti
asfodilli, e Orfeo t'era innanzi
coronato di cipresso
e di mirto il capo suo d'oro.
E intorno era sacro silenzio
ma ad ogni passo silente
gemere s'udia la gran cetra
sospesa al fianco d'Orfeo...
Non così fu, Ermerote?

Sentisti tu tremare
la man di colei che traevi
dall'Ade su i cari vestigi?
E obliato non hai ogni altro
tremito di carne mortale
tu che i miseri uomini ignudi
avvincevi ai supplizii?
Intorno era sacro silenzio,
ma s'udia nel Tartaro lungi
rombare la ruota aspra d'angui
cui tu avvincesti Issione.
Ed ei si volse, ei si volse,
Orfeo si volse! La donna
perduta fu, dallo sguardo
perduta! Ritrarla dovevi
nelle inesorabili fauci.
Mirasti i due vólti, e quegli occhi?
Euridice! Orfeo! Notte eterna.
Ah parlami di quel dolore,
di quella bellezza, Ermerote!
E poi fa ch'io beva l'oblìo."


X.

Tornammo alla nave ancorata.
La salutammo nel porto
con ilare grido vedendo
il candido fianco apparire.
Tra le Onerarie ventrose
più snella ci parve, leggera
come fasèlo o liburna.
L'albero la verga le sàrtie
la gran randa i piccoli fiocchi
il bompresso trincato
le commessure del ponte
le boccaporte e le cùbie
e le caviglie e i bozzelli
e tutti gli attrezzi minuti,
canape legno metallo,
amammo di vigile amore
come vena per vena
e nervo per nervo le membra
viventi di fragile amica.
Più che l'odor del mentastro
ci piacque l'odor della nave.
Or un de' cari compagni
recato avea prigioniera
in una gabbia intesta
di giunco una bella cicala
del regno di Pelope Eburno.
E cautamente sospeso
avea quella nassa terrestre
a poppa, e sópravi steso
un ramoscello di pino
reciso nell'Alti; e si stava
in ascolto avendo nel cuore
l'anacreontica lode.
Ma la regina del Canto,
l'ebra di rugiada e di luce,
su l'acqua oleosa del porto
tacevasi attonita all'ombra
dell'ingannevole fronda;
ché il suo luogo è la cima
dell'arbore o l'asta di Atena.
E noi ridevamo il deluso.
"Or téntala dunque col dito!"

Salpammo l'àncora all'alba.
Patre era avvolta di sonno
torbido; ma l'alpi d'Etolia
sorgevano in veste di croco,
quasi Grazie pronte a danzare
sul fiore del Ionio, fasciate
dalla stephàne d'oro.
"Forse, a piè del letto ove giace
la meretrice di Pirgo
invano aspettando il navarca,
Elena figlia del Cigno
s'accoscia e ronfia, nascosta
le mille sue rughe per entro
la grande sua bianca criniera"
pensava taluno di noi
sciogliendo la randa solare
che ben da noi stessi tramata
ci parve, col filo dei sogni.
E vidi il fanciullo nell'Alti,
in mezzo alla strage dei marmi,
ignaro di quella vecchiezza.

Il mattutino spiro
ci volse alla porta del golfo
corintio, tra i due promontorii
affrontati come molossi
che senza latrare protesi
già fossero all'impeto ostile
ma d'improvviso irretiti
in non so qual divina
ambage di rosei veli.
E un amore dei monti
indicibile era nei nostri
petti, e riconoscerne i vólti
ignudi e chiamarli per nome
desiderammo. Ogni lume
ogni ombra ogni solco ogni asprezza
ci parve il segno d'un dio,
l'orma d'un eroe, la fatica
d'un uomo, lo sforzo d'un mostro.
E dicevamo: "È il Coràce
forse? è l'Aracinto? il Timfresto?
o il Bomi onde sgorga l'Eveno?".

Il vento gonfiava la randa;
e tanto la vela era bella
d'armoniale virtude
che parea la scotta sua forte
dovesse, pulsata da un plettro,
rendere un suono di lira.
E ad ogni istante gli aspetti
dei monti eran nuovi, più dolci
o più aspri. E se un'argentina
conca appariva o un anfratto
ceruleo, l'anima nostra
vi si profondava per gli occhi
bramosa d'attingerne l'imo
come il natatore si scaglia
dall'alto nell'onda ch'egli ama
e sommerso tocca la sabbia
o la radice dell'alga.
Tuttavia perché, nella gioia
e nell'avidità, ci saliva
ai precordii un'ansia intermessa
piegando al cammino ritroso?

O amore, amore mai sazio
di conoscere e d'adorare!
Taluno de' cari compagni
dicea: "Non vedremo la bocca
dell'Eveno, e non il suo guado;
non il regno di Deianira,
non in Calidóne la caccia
né la tomba ove corse
delle Meleàgridi il pianto".
Volgevansi a poppa gli sguardi
per la scìa lunga virente.
E l'odore dell'ecatombe
sentimmo, vedemmo l'Etolia
accesa di fùnebri roghi,
la forza di Meleagro
avvinta al tizzo dal Fato,
e Deianira nel fiume
torcersi abbrancata da Nesso,
Eràcle con la saetta
intrisa nel fiele dell'Idra
passare il polmone ferino.

E dicemmo: "O Ellade, tutto
in te vige, splende e s'eterna.
Come le barbe degli olivi
per le tue piagge e i tuoi colli,
come i filoni della pietra
ne' tuoi monti, le geniture
dei Miti ancor tengono presa
l'antica virtù del tuo suolo.
La gente che sega le magre
tue messi, o abita le case
vili a piè delle deserte
acropoli, ti disconosce;
e t'è più strània di quella
che tolse i tuoi numi alle fronti
de' tuoi templi in ruina
per trarli mùtili e freddi
nella sua caligine sorda.
Ma i Miti, foggiati di terra
d'aria d'acqua di fuoco
e di passione furente,
sono il tuo popolo vivo.

Vivi palpitar li sentimmo
sul nostro cuore umano
stringendoli; e ancóra in segreto
ci dissero qualche inattesa
parola e ci diedero un'arme
per meglio combattere o un ritmo
ci appresero novo
per meglio gioire. Verremo
di gleba in gleba, di selce
in selce noi pellegrini
inchinando il cuor nostro umano
su la deità che l'assempra?
Ahi, l'ora è breve e il vento
volubile, ed è necessario
compiere altri perìpli
finché la carena sia salda;
e a consumabile tizzo
la nostra sorte anco è avvinta.
Ma ad ogni approdo intera
tu sarai nel nostro fervore
qual sei nel tuo triplice mare!".

E, come già il Sole era presso
all'ultimo vertice azzurro,
scomparsa a ponente Naupatto
dei Locri, a ostro Egio achea,
ci apparve su l'acque
il promontorio Andromàche
simile a un leone sopito
nel fulvo oro della sua giuba.
Il vento languiva. Bonaccia
grande era intorno. Udivamo
a quando a quando la vela
floscia battere e trepidare
come un cuor moribondo,
il legno per tutte le fibre
alide dell'alidore
celeste risponder con lungo
gemito, guizzare i delfini
sotto la poppa, i falchi
stridere per entro i forami
della rupe aurata. E la voce
di prua mise un grido: "Il Parnasso!".

E tutti balzammo a guatare
la faccia d'Apollo apparita;
però che sul tacito specchio
il Monte Castalio, sublime
e roseo, dominatore
d'ogni altra grandezza e pur lene
come se l'onda perenne
del canto spetrata ne avesse
la mole terrestre, assemprava
ai nostri occhi attoniti e puri
l'apparizione diurna
del dio musagète vivente
non qual nella vena del pario
marmo dagli artefici è sculto
a similitudine d'uomo
ma qual forse il videro un tempo
sul verde limite dei paschi
i primi pastori
proteggere i tauri e i cavalli
misteriosa bellezza
levata in sostanza serena.

Cadde il vento. Noi tutti
èramo senza parola
fissi alla gran maraviglia.
Sospeso era il Giorno sul nostro
capo. Tutte le cose
tacevano con un aspetto
di eternità. L'occhio solo
era vivo e veggente.
O tregua apollinea, Meriggio!
Qual coro avea chiuso il suo canto
remoto negli echi del mare?
Qual coro traeva il respiro
per dare principio al suo canto?
Coro di Sirene o di Parche?
di Tiadi o di Muse? Il silenzio
era come il silenzio
che segue o precede le voci
delle volontà sovrumane.
Tutta la vita era a noi
quasi tempio lieve senz'ombra,
ch'entrammo non più morituri.

O soffio etèsio, respiro
meridiano del grande
Mediterraneo contra
il violento Cane,
sùbito bàttito chioccante
della vela, balzi d'un cuore
che un flutto di sangue riempia,
arco teso un'altra volta
verso inarcati seni,
alacrità delle forze,
fame e sete carnali,
sapore del pane e del vino,
allegrezza dei corpi,
dopo la pausa infinita!
Oltrepassammo Andromàche,
volgendoci al seno crisèo.
Come dietro la negra
nave dei Cretesi di Gnosso
eletti dal Pitio al suo culto,
un delfino agile balzava
nel nostro solco veloce.

Disse il Pitio lungescagliante
ai navigatori cretesi:
"Non prèndevi brama del cibo
i precordii, come agli stanchi
uomini suole avvenire
quando negra nave s'ormeggi?".
Seduti a poppa in corona
noi avemmo ulive addolcite,
pesci pescati col giacchio
spiranti salsedine, caci
molli che serbavano ancóra
l'impronta dei vimini, fichi
degni d'aver patria in Egina
con l'ombelico melato
di gomma, bionde uve sugose,
vini chiari aulenti di pino
rinfrescati in vasi d'argilla
appesi alle sàrtie, e la calda
màstica che dentro una goccia
ha tutte le estati di Chio
ricca in dolci donne e in lentischi.

All'ombra della gran randa
giocondamente mangiammo
e bevemmo, in conspetto
del gèmino Monte che il muto
splendor del meriggio velava.
Non era visibile a noi
l'altra cima: quella ch'è sacra
al Semelèio effrenato,
alla deità delirante:
Nisa, la cima notturna.
Ma l'allegrezza nel sangue
fervere sentimmo sì forte
che per le nostre membra
pieghevoli corse improvvisa
inquietudine, quasi
desiderio di danza
furente e d'insano clamore.
E due dei cari compagni
sorsero e balzaron sul bordo
co' piedi nudi a gara
di destrezza in giochi rischiosi.

Ed io pensai nel mio cuore
gli antichi portenti appariti
ai corsali tirreni
quando per la còncava nave
gorgogliò vino odorato
e per la vela si sparse
alta racemìfera vite
e l'edera l'albero avvolse
di corimbi e s'ebbe corona
ogni scalmo. "O Cirra, o Nisa,
vertici dell'anima umana,
sommità del canto sereno,
culmine dell'acre delirio,
in breve ora noi v'attingemmo!
Il chiaro silenzio adorammo
ove l'ultima nota
tremava del coro febèo.
L'impeto selvaggio, che rende
immemori l'Evie nell'orgia,
or ecco sentiamo in confuso
rompere dal torbido sangue."

E, la mia frenesia
nel petto profondo constretta,
io stava pensoso dell'uno
e dell'altro mistero;
quando udii stridor lieve l'aria
fendere. Tesi l'orecchio
in ascolto; e vennemi al labbro
il sorriso, ché noto il suono
m'era. "O Apollo, nel giorno
tu vinci!" E la stridula voce
oscillò qual canna fenduta
nel vento; poi prese più forza,
palpitò, si fece canora,
da poppa a prua chiaramente
s'udì sopra il croscio dell'acque.
"La cicala! Udite, compagni,
la cicala che canta!"
gridai divenuto fanciullo
nell'allegrezza. E tutti
accorsero i cari compagni
intorno alla gabbia di giunco.

E, senza strepito, quivi
stemmo intenti come dinanzi
a famoso aedo; sì nova
ci parve sul mare la voce
agreste e sì novo l'aspetto
della creatura vocale
che non ha carne e non sangue
e ignora i mali e il dolore,
simigliante quasi ai Superni.
Negra ma d'una cinerina
lanugine ell'era coperta,
che lucea qual serica veste;
e grand'occhi avea due, protesi,
ma tre più piccoli, rossi
come le bacche cruente
d'autunno, in esiguo corimbo
a sommo del capo; e lunghe ali
di tenue vetro nervute
di foschi rilievi, il torace
sparso di màcule, fatto
di anella il mirabile addòme.

Ognuno guatar la silvana
ospite della nave
parendo com'àugure incerto,
facea più fraterni
più giovani e vividi i vólti
l'ingenuità del sorriso
inclinato. Io l'àugure finsi.
"Compiremo il periplo
nel segno e nel nome d'Apollo;
e guiderà la Cicala
sacra, dal golfo crisèo
insino alle acque di Delo,
gli Apolloniasti d'Italia.
Si nutrirà di glauca
salsedine, appesa alla prora,
in cella di giunco marino."
E sul lido ricurvo
la Fòcide piena del nume
era vaporata d'olivi
come di tripodi mille,
dinanzi alla nostra allegrezza.

XI.

Con un alberetto volante
e sue sartiette arridate
a mano, il palischermo
attrezzammo a vela latina.
Ciascun de' compagni a vicenda
governò la scotta o il timone.
Le baie le conche i recessi
del parnassio mare esplorammo,
or chini su l'acqua ove l'ombra
nostra era un miracolo verde,
or sottovento seduti
fuori banda sopra gli scalmi
coi piedi immersi nel sale,
or tratti per la gomenetta
dell'àncora dietro la poppa
nella scìa che ci levigava
la carne con una carezza
innumerevole, or al fondo
sopra le stuoie supini
in un sonno ch'era ogni volta
una voluttà sconosciuta.

Acqua marina, mollezza
di cinti insolubili, sguardo
venereo della segreta
profondità, riso d'abisso,
lasciva sorella dell'aria,
madre della nuvola, come
ti loderò? Ogni baia
ogni conca ogni recesso
ci parve più bello. Dicemmo:
"Ah chi mai vide ne' giorni
una maraviglia più lieta?".
E desiderammo ancorare
per quivi obliar nostri amori
scrutando le mille figure
dell'acqua. Ma l'ancoraggio
contiguo ebbe più dilettose
figure, colori più novi,
odori più freschi. Dicemmo:
"Ecco il limite. I sensi
non gioiranno più oltre".
E il limite fu superato.

Arene gemmee come
tritume di gemme, ceppaie
d'alghe, chiari coralli,
fuchi di porpora, negre
ulve, tra fango e sabbia
flessibili intrichi di lunghe
erbe ove abbonda la greggia
dei pesci, io compresi quel nome
che i pescatori tirreni
usan per lode alla valle
del mare onde traggono prede
più ricche: Armonia!
Noi non gittammo le reti,
non adoprammo le nasse;
non prendemmo il grongo di carne
soave, né lo scombro
tondo di cerula pelle
sospendemmo con le sue branchie
al vimine, pei delicati
sacerdoti di Delfo.
Ma di voi gioimmo, Armonie!

Chi mi consolerà, mentre
vivo sotto cieli pur dolci,
chi mi consolerà dei soli
spenti, dei giorni caduti?
Poggi di Fiesole, chiari
sono i vostri ulivi e foschi
i vostri cipressi, e i ciriegi
i mandorli i meli son bianchi
son rosei negli orti di Verde-
spina e di Laudòmia murati,
oggi che la Primavera
improvvisa coglie alle spalle
il lanoso Febbraio
e con la sua tepida forza
rivèrsagli il capo e gli chiude
le palpebre con le sue dita
che auliscono di rosmarino,
per baciarlo in bocca e fuggire.
Bellosguardo, io certo dimane
verrò ne' rosai che tu porti
carichi di rose ancor chiuse.

Ben so che i bocciuoli saranno
come i capézzoli gonfii
della pubescente. Ma forse
bianca sarà la tua prima
rosa fiorita su pel ferro
onde pende nel pozzo
la secchia loquace. O collina
dell'Incontro, per la finestra
ti veggo tutta rosata
non come le rose ma come
i fiori dell'erica, tanto
sono leggere le selve
de' tuoi querciuoli vestite
ancor della fronda autunnale
che un poco rosseggia e per entro
vi si scorge il tenero verde!
O Poggio Gherardo, le vecchie
tue mura gialleggiano come
su i nodi delle viti
il lichene. E sta Vincigliata
morta in un negrore di lance.
Odo i colpi iterati
dei ronchetti, odo le cesoie
dei potatori. Uomini veggo
poggiar le scale ai tronchi,
salire, attendere all'opra.
Tanta è la bontà della terra
che forse i sermenti recisi
a piè degli arbori mondi
non periranno ma forse
faranno radici. Pur fende
la terra ancor qualche aratro,
e splendono i buoi tra gli olivi
e tra gli oppi: chiuse han le froge
nelle gabbie di giunco
perché ghiotti son di germogli
e cimare osano i rametti
se passan rasente, bramosi
fors'anco di quelle vermene
che sorgon per nesto in corona
dalle piaghe dei tronchi
spalmate di màstice roggio.

Il bifolco gli incìta;
e certo egli è roco, già vecchio.
Ma oggi la voce dell'uomo
è d'una dolcezza infinita
in questo silenzio: ogni suono
ha una risonanza infinita
quasi che non tanto nell'aere
vibri ma e nelle glebe
e in tutte le specie dei corpi.
Odo talor stridore
come di lima sottile
che ferro morda. È colei
dai piedi azzurrigni? colei
che su ciascuna sua tempia
ha un candido segno, una nera
zona a mezzo il petto pugnace?
la cingallegra selvaggia?
Nel cavo dell'arbore aduna
già le lanugini molli
ma par che in aerea fucina
l'amor suo duri aspro travaglio.

San Miniato, ora il Sole
si piega verso la tua faccia
graziosa e abbaglia il dolente
tuo dio che non l'ama. Si leva
dall'Arno un vapore di perla
e si diffonde pe' campi
ove rilucono i fossi
colmi dell'acqua piovana;
ma il fumo dei tetti campestri
ceruleo par tuttavia.
L'Incontro s'indora e invermiglia:
cangia le sue querci in coralli;
ma la Vallombrosa remota
è tutta di violette
divina, apparita in un valco
che tra due colli s'insena
ah sì dolce alla vista
che tepido pare e segreto
come l'inguine della Donna
terrestra qui forse dormente,
onde quest'anelito esala.

E odo, se ascolto, venire
di Rovezzano il rombo
delle mulina che il vecchio
fromento convertono in fresca
farina, ma pe' solchi
tremano i fili del novo
fromento e con lor treman l'ombre,
e non si distingue il fil verde
dall'ombra sua cerula, e tutto
è un tremolio verdazzurro
che parmi aver quasi ai precordii.
E certo la noce bronzina
che nel cipressetto riluce
m'è cara, e l'orma essiccata
nella redola verde
che ieri fu molle di pioggia,
e la pendula chiave
che più non mi chiude il verziere
dal dì che nel suo rugginoso
cannello mellificò l'ape
come in celletta di bugno.

Molto al mio cuore son care
le cose che odo, che veggo;
e forse tutti i roseti
tralascerò per quel solo
anèmone aperto sul ciglio
del campo! E le campane
della preghiera servile,
il suono che vien di Rimaggio
di Candeli di Monteloro,
anche amerò per una nova
imagine, o Primavera,
che or mi nasce guardando
te sopra le file degli oppi.
Simili a concave mani
di nodose dita son gli oppi,
che reggono tenui sfere
cristalline; e tu vi trascorri
sopra e le tocchi traendo
da ciascuna fila un accordo
sì dolce che dal ciel sgorgar fa
Espero, la lacrima prima.
O Primavera, o Poesia,
in questa dolcezza m'indugio
per consolarmi e sorrido.
E certo laggiù, nella casa
che biancheggia a mezzo del colle,
gli infermi sorridono anch'elli
beati con povere vene
al davanzale che il Sole
riscalda, e dietro hanno i letti
ove si giacquero in doglia
e l'odor dei farmachi amari.
Ma la ricordanza immortale
d'una bellezza più maschia,
d'una voluttà più possente,
mi brucia, mi crucia. E il rinato
pane che trema ne' retti
solchi non mi vale quel lembo
di suol rossastro fra crudi
sassi, ove struggemmo col fuoco
la stoppia e gli aròmati forti
per profumar nostra sera.

Biancheggiano gli escrementi
dei falchi su pe' macigni
di quella caverna montana
ricovero ai greggi e agli uccelli
rapaci, dove sitibondi
scoprimmo la vena dell'acqua?
Sì chiara che n'ebbi certezza
sol quando v'immersi le mani,
si fredda che quando la bevvi
mi dolse la nuca pel gelo.
O Fedriadi ardenti
come due scaglie cadute
da Sirio, la vostra sublime
aridità nel meriggio
m'accecò gli occhi del vólto
ma tutti i miei spirti agitati,
come sul vaporante
spiracolo i capri dell'ansio
Coreta, balzarono in fiero
tumulto e qual sangue d'aurore
videro il vermiglio avvenire.

Fumano ancor sul Cirfi
i roghi? La sfinge di Nasso
decapitata ma alata
protende le branche sul sacro
cammino? Le tre danzatrici
dalle mammelle corrose
danzano ancóra intorno
alla colonna fogliuta
di acanti? Filano ancóra
sotto i due platani vasti
le donne focesi, dinanzi
al Fonte Castalio, vestite
d'azzurro? Non la pietra
umbilicale dell'Orbe
ma invano cercai nella polve
la tomba del figlio d'Achille!
E non volli altro letto
per la mia delfica notte
se non la terra presàga
tra i due platani vasti
chiomati di fronde e di stelle.

Vedute io le avea, nella sera
purpurea, silenziose
emergere dalla durezza
dell'antro. Miste alla roccia,
come le imagini sculte
nelle metòpi dei templi,
si tacevano in cerchio
le Castàlidi; e gli occhi
lor grandi eran fisi, il Passato
il Presente il Futuro
con un solo sguardo abbracciando.
Prigioni del sasso per sempre
eran elle? I piedi leggeri
che tessuto aveano in figure
di danza la fresca bellezza
del mondo, i bei piedi leggeri
di Terpsicòre constretti
eran nell'inerzia rupestre?
Dal nudo macigno agguagliate
mi sparvero. Ma le rividi
libere nel sogno ch'io m'ebbi.

Venivan per le vie de' vènti
com'aquile senza nido
nell'alba a volo, nell'alba
crepitante di mille
e mille fiaccole accese
che i Distruttori e i Creatori
squassavano in pugno gridando
di gioia coi lordi capelli
coperti di bianca rugiada,
con le calcagna gravi
d'umida zolla e di foglie.
Come stuol d'aquile senza
nido, venivan le nove
Castàlidi a volo nell'alba,
lacere i pepli, sconvolte
le chiome, odorate di sangue
e d'incendio, ebre di risa
e di pianti, tumultuose
di forze atroci e d'amori
ineffabili, piene
i polsi di ritmi discordi.

Venivano dai porti
inferni ove tutte le lingue
umane suonan fra tutti
i gemiti e i rùgghii del ferro
domato; venivano dalle
città di lucro ove la vita
cupida senza schiuma
e senza sudore s'affretta
su le rotaie corusche,
stride su la gèmina lama
che non ha guaina né punta.
Visitato aveano le folte
moltitudini, udito
aveano i canti feroci
della fame e della vendetta,
bevuto aveano gli inni
di libertà, gli epinicii
dell'Uomo non coronato
che con salde rèdini intorno
all'Orbe conduce in trionfo
la quadriga degli Elementi.

E nella rossa fornace
ove struggevasi un fiume
di bronzo pel simulacro
d'un eroe senza clava
liberatore del Mondo,
nella fornace di gloria
gittato avea Calliòpe
le tavolette cerate
e lo stilo, Melpomène
la maschera dalla gran bocca,
Urania la sfera celeste,
Euterpe i due flauti eburni,
Terpsicòre il chiaro eptacordo,
Tàlia l'ellera, Èrato il mirto,
l'annunziatrice Clio
il breve infinito volume,
Polinnia una foglia d'alloro
già morduta nella sua corsa
per temprar con l'aonio
aroma il lezzo febbroso
delle moltitudini folte.

E venivano a stormo
le Vergini figlie di Zeus
com'aquile senza nido,
affaticate dal peso
delle bellezze raccolte
ne' lor vasti seni, agitate
dalle forze novelle
che facean tremar come l'alte
colonne d'un tempio crollante
i lineamenti solenni
del Passato nel lor pensiere
verecondo. Ed erano ardenti
di fecondità, agognanti
di generare una gioia
una potenza e un amore
sovrumani per l'Uomo,
di trarre una vita divina
dalla faticosa materia
che gorgogliava nell'Orbe
come quel fiume di bronzo
in quella fornace di gloria.

E su la cima d'un'alpe,
che non era Libètro
né Parnasso né Elicona,
si posarono ansanti
nell'imminenza dell'opra.
Non intonarono l'inno.
Il Coro d'Apolline stette
silenzioso nell'alba,
fiso allo spettacolo immenso.
Passavano senz'ombre
su le inviolabili fronti
le nubi in cui la certezza
del Sol nascituro
era già luce, era già fiamma.
Pel grembo intatto dell'alpe,
che chiudea le moli profonde
del marmo, sacre ai colossi
ai templi ai teatri novelli,
crosciavan le sorgenti,
aulivano i cèspiti, i covi
i favi i nidi parlavano.

"Euplete! Eurètria!" S'udiva
sul grido dei Portatori
di fuoco irrompere a quando
a quando un nome invocato
come il benefico nome
d'una deità imminente.
"Energèia!" Fuggito
dagli occhi umani era il sonno
bestiale della stanchezza.
Libere eran tutte le braccia
dal travaglio servile,
libere per l'ornamento
del mondo. La cieca materia,
animata dal ritmo
esatto, operava indefessa
su la cieca materia;
l'ordegno tenea su l'ordegno
la vece dell'uomo. Il supplizio
carnale era bandito
per sempre, il Dolore assumendo
l'aspetto d'un re soggiogato.
L'ebrietà della forza
chiedea di placarsi nei riti
dell'Arte, nelle preghiere
unanimi verso le Forme
perfette, nell'innocenza
del rivelato Universo,
nel giovenile fonte
dei Miti innovati. Un immenso
desiderio di festa
traeva gli uomini, franchi
dalla notte e dalle fatiche,
alle pianure ove i morti
eran sepolti, lungh'essi
i fiumi paterni che al mare
portano su l'onda perenne
l'immortalità delle stirpi
feraci. Tutte le braccia,
pronte a crear la bellezza,
volsero le fiaccole al suolo
spegnendole innanzi alla Luce
raggiante per tutte le cime.

E un rombo confuso di canti
inauditi sonava
nelle moltitudini asperse
di rugiada. E l'attesa
della Poesia palpitava
nelle moltitudini come
l'innumerevole riso
del desìo marino che s'alza
con le mille labbra dell'onda
verso il Sole per divenire
aere, altezza, via di luce,
luce egli stesso infinita.
E le nove antiche Sorelle
non intonarono l'inno!
Sotto le nubi infiammate
dall'aurora, non con argilla
ma con la sostanza sublime
che nata era in elle dall'urto
del conoscimento vitale,
crearon per l'uomo una Voce
più bella del Coro castalio.

Aquile senza nido
ripresero il volo, dall'alpe
balzarono a sommo del cielo,
un attimo stettero immote
simili a costellazione
vermiglia; poi contra il fulgore
del Sol nascente, verso il Mare
virgineo come la prima
foglia del giovinetto salce
(oh soavità dell'eterna
grandezza!) si volsero avvinte
per le flessibili mani
in quell'atto lor consueto
che usavan danzando al cospetto
di Apolline. E niuno vide
se risero o piansero. Vidi
ben io ma tacere m'è caro.
Inclinate il fianco sul vento,
alte melodie non udite,
senza traccia sparvero in coro
le nove antiche Sorelle.

E la nomata nel grido
Euplete Eurètria Energèia,
la nomata nel grido
umano coi nomi divini
delle plenitudini e delle
virtù, l'invocata da tutti
nell'alba, la decima Musa
apparì, discese dal monte
in mezzo agli uomini. E da prima
non tutti la videro quivi;
ma credetter forse che il fiato
d'una primavera improvvisa
li soffocasse d'amore,
e ne tremarono. Io
la vidi. E mi parve che il sangue
m'abbandonasse e corresse
fumido sotto i piedi
della vegnente a invermigliarne
i vestigi, e che spoglia
dell'ossa quest'anima mia
s'ergesse qual candida fiamma.

Dissi: "Euplete, decima Musa,
piena come l'onda che giunge
dopo l'onda nona sul lido,
gagliarda come il flutto
decumano, o Antica, o Novella,
m'odi per i giorni e per l'opre,
m'odi per le mie notti insonni
già calde di te non creata!
Per la mia febbre, per gli astri,
pei vulcani, pei lampi,
per le meteore, per tutto
ciò che arde, per la sete
del Deserto e il sale del Mare,
odimi, Eurètria, Energèia!
Io son teco il supplice, senza
pianto e senza ramo d'ulivo.
Toccarti i ginocchi non oso.
Chiederti non oso che m'abbi
per l'aedo tuo primo
ma sol per il tuo messaggero.
Io sarò colui che t'annunzia".
E, com'ella un poco inclinava
la fronte accennando, sì forte
fu nel mio petto il sussulto
del cuore, ch'io trasalii
come quei che sente la vita
partirsi con sùbito balzo
verso il mistero dell'ombra.
E da me partito era il sogno;
ché mormorare il vento
dell'alba nei platani vasti
intesi, le pallide stelle
scorsi tramontare nel cielo
della Fòcide, dietro
le bianche Fedrìadi. Oh pronto
risveglio! M'alzai dalla terra
leggero, con limpidi occhi.
Lavai la mia fronte nell'acqua
castalia, ne bevvi nel cavo
delle mie mani; alacre e puro
salii pel cammino solenne
verso le ruine del Tempio.

E i galli cantarono. Presso
e lungi, nelle case
di Delfo e nei porti lontani,
su i pianori dei monti,
lungh'esse le vie lapidose,
per tutte le rive del golfo
i galli cantarono l'alba.
Oh canti, fratelli dei raggi,
ond'era accresciuta la luce
nel cielo continuamente!
Voci di virtù mattutina,
che attendevate ogni volta
le risposte ai vostri richiami
per chiamare taluno
ancor più distante! Fragranza
del mar taciturno! Ombra e polve
dell'arcana chiostra ove inerte
pietra è oggi l'Ònfalo santo!
Se una Volontà si sollevi
armata d'un grande disegno,
solo in essa è il centro dell'Orbe.

Da Maia
Gabriele D'Annunzio

 

-consigliata da Giuseppe Gianpaolo Casarini
 

Tanto per rispondere a chi, tra un ombretta e l'altra, disquisisce sul '68, non essendo capace di vedere quanto di buono, in termini di visione della libertà e di negazione dell'autoritarismo ha portato, propongo la lettura di una considerazione di Umberto Eco sul fascismo e, perché non si dimentichi, una poesia di Franco Fortini:
"Ritengo sia possibile indicare una lista di caratteristiche tipiche di quello che vorrei chiamare l' Ur-fascismo, o il fascismo eterno. L'Ur-fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: "Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camice nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!"
Ahimè, la vita non è così facile. L'Ur-fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti.
Il nostro dovere è smascherarlo e di puntare l'indice su ognuna delle sue nuove forme, ogni giorno, in ogni parte del mondo." (anche qui, in Poetare - aggiunta di PCR-)
Umberto Eco (da Umberto Eco "Il fascismo eterno" La nave di Teseo" editore -2018-)


Canto degli ultimi partigiani
Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell'acqua della fonte
La bava degli impiccati.

Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull'erba secca del prato
I denti dei fucilati.

Mordere l'aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d'uomini
Mordere l'aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d'uomini.

Ma noi s'è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l'hanno stretta i pungi dei morti
La giustizia che si farà.
(Franco Fortini)

Proposte in lettura da Piero Colonna Romano

 

Il sonetto è tratto da: G. Tesio, Stantesèt Sonèt, Centro Studi Piemon.tesi, 2015

consigliata da Roberto Soldà

 

Ecco una poesia che rievoca un fatto increscioso, successo in Iran nel 2009, e che in questi giorni, di nuovo,
dimostra quanto in quel Paese la libertà del popolo viene soffocata dalla violenza, arrecando sofferenza e morte.
 

Neda
Se senti ora una voce nel notturno buio
mossa come dal vento e portata da lontano
ascolta Neda sono che fu, “ I am Neda”
recava allor la scritta sul fatal cartello
a me vicino morta vilmente assassinata,
non lasciare questo nome cadere nell’oblio
straniero amico sconosciuto al mondo
ancor di me porta ti chiedo conoscenza
se con cuor tenero e commosso tu mi ascolti.
Quale la colpa mia? Contro un iniquo crudel
tiranno alzai il mio grido quel giorno sì forte
deciso, voglia di libertà dove vien negata, ma
un vil cecchino così il mio bel sorriso spense
la giovinezza mia al giogo non servile, al grido
forte un forte anelito di patrio amor mi spinse.
Spento ormai tace non sanguina, no, no, non batte,
non batte più questo giovane cuore come farlo
ancor forte, forte pulsare mi chiedi tu che senti?
Con il ricordo con il pensiero gridando il mio nome
con un sussurro al vento. Ed io Neda dolce amica
ragazza iraniana di bellezza bella amico italiano
sconosciuto grido nel pianto forte il tuo bel nome Neda.

Il 20 giugno 2009 la studentessa di filosofia Neda Salehi Agha-Soltan (persiano: ندا آقاسلطان) era in compagnia del suo insegnante di musica e stava partecipando alla protesta contro l'esito sospetto delle elezioni: un cecchino membro della milizia armata la uccise sparandole vilmente un colpo al cuore.
giuseppe gianpaolo casarini
 

Il Natale
Qual masso che dal vertice
di lunga erta montana,
abbandonato all'impeto
di rumorosa frana,
per lo scheggiato calle
precipitando a valle,
barre sul fondo e sta;

là dove cadde, immobile
giace in sua lenta mole;
né, per mutar di secoli,
fia che riveda il sole
della sua cima antica,
se una virtude amica
in alto nol trarrà:

tal si giaceva il misero
figliol del fallo primo,
dal dì che un'ineffabile
ira promessa all'imo
d'ogni malor gravollo,
donde il superbo collo
più non potea levar.

Qual mai tra i nati all'odio,
quale era mai persona
che al Santo inaccessibile
potesse dir: perdona?
far novo patto eterno?
al vincitore inferno
la preda sua strappar?

Ecco ci è nato un Pargolo,
ci fu largito un Figlio:
le avverse forze tremano
al mover del suo ciglio:
all' uom la mano Ei porge,
che sì ravviva, e sorge
oltre l'antico onor.

Dalle magioni eteree
sgorga una fonte, e scende,
e nel borron de' triboli
vivida si distende:
stillano mele i tronchi
dove copriano i bronchi,
ivi germoglia il fior.

O Figlio, o Tu cui genera
l'Eterno, eterno seco;
qual ti può dir de' secoli:
Tu cominciasti meco?
Tu sei: del vasto empiro
non ti comprende il giro:
la tua parola il fe'.

E Tu degnasti assumere
questa creata argilla?
qual merto suo, qual grazia
a tanto onor sortilla
se in suo consiglio ascoso
vince il perdon, pietoso
immensamente Egli è.

Oggi Egli è nato: ad Efrata,
vaticinato ostello,
ascese un'alma Vergine,
la gloria d'lsraello,
grave di tal portato
da cui promise è nato,
donde era atteso usci.

La mira Madre in poveri
panni il Figliol compose,
e nell'umil presepio
soavemente il pose;
e l'adorò: beata!
innazi al Dio prostrata,
che il puro sen le aprì.

L’Angel del cielo, agli uomini
nunzio di tanta sorte,
non de' potenti volgesi
alle vegliate porte;
ma tra i pastor devoti,
al duro mondo ignoti,
subito in luce appar.

E intorno a lui per l'ampia
notte calati a stuolo,
mille celesti strinsero
il fiammeggiante volo;
e accesi in dolce zelo,
come si canta in cielo
A Dio gloria cantar.

L’allegro inno seguirono,
tornando al firmamento:
tra le varcare nuvole
allontanossi, e lento
il suon sacrato ascese,
fin che più nulla intese
la compagnia fedel.

Senza indugiar, cercarono
l'albergo poveretto
que' fortunati, e videro,
siccome a lor fu detto
videro in panni avvolto,
in un presepe accolto,
vagire il Re del Ciel.

Dormi, o Fanciul; non piangere;
dormi, o Fanciul celeste:
sovra il tuo capo stridere
non osin le tempeste,
use sull'empia terra,
come cavalli in guerra,
correr davanti a Te.

Dormi, o Celeste: i popoli
chi nato sia non sanno;
ma il dì verrà che nobile
retaggio tuo saranno;
che in quell'umil riposo,
che nella polve ascoso,
conosceranno il Re.
Alessandro Manzoni

consigliata da poetare.it

 

Courmayeur
Conca in vivo smeraldo tra fóschi passaggi dischiusa,
o pia Courmayeur, ti saluto.
Te da la gran Giurassa da l’ardüa Grivola bella
il sole piú amabile arride.4

Blandi misteri a te su’ boschi d’abeti imminente
la gelida luna diffonde,
mentre co ’l fiso albor da gli ermi ghiacciai risveglia
fantasime ed ombre moventi.8

Te la vergine Dora, che sa le sorgive de’ fonti
e sa de le genti le cune,
cerula irriga, e canta; gli arcani ella canta de l’alpi
e i carmi de’ popoli e l’armi.12

De la valanga il tuon da l’orrida Brenva rintrona
e rotola giú per neri antri:
sta su ’l verone in fior la vergine, e tende lo sguardo,
e i verni passati ripensa.16

Ma da’ pendenti prati di rosso papavero allegri
tra gli orzi e le segali bionde
spicca l’alauda il volo trillando l’aerea canzone:
io medito i carmi sereni.20

Salve, o pia Courmayeur, che l’ultimo riso d’Italia
al piè del gigante de l’Alpi
rechi soave! te, datrice di posa e di canti,
io reco nel verso d’Italia.24

Va su’ tuoi verdi prati l’ombría de le nubi fuggenti,
e va su’ miei spirti la musa.
Amo al lucido e freddo mattin da’ tuoi sparsi casali
il fumo che ascende e s’avvolge28

bigio al bianco vapor da l’are de’ monti smarrito
nel cielo divino. Si perde
l’anima in lento error: vien da le compiante memorie
e attinge l’eterne speranze.32
Giosuè Carducci

consigliata da Giuseppe Gianpaolo Casarini
 

  7 Novembre 1917 – 7 novembre 2017
Io sono comunista
Io sono comunista Perché non vedo una economia migliore nel mondo che il comunismo.
Io sono comunista Perché soffro nel vedere le persone soffrire.
Io sono comunista Perché credo fermamente nell'utopia d'una società giusta.
Io sono comunista Perché ognuno deve avere ciò di cui ha bisogno e dare ciò che può.
Io sono comunista Perché credo fermamente che la felicità dell'uomo sia nella solidarietà.
Io sono comunista Perché credo che tutte le persone abbiano diritto a una casa, alla salute, all'istruzione,
ad un lavoro dignitoso, alla pensione.
Io sono comunista Perché non credo in nessun dio.
Io sono comunista Perché nessuno ha ancora trovato un'idea migliore.
Io sono comunista Perché credo negli esseri umani.
Io sono comunista Perché spero che un giorno tutta l'umanità sia comunista.
Io sono comunista Perché molte delle persone migliori del mondo erano e sono comuniste.
Io sono comunista Perché detesto l'ipocrisia e amo la verità.
Io sono comunista Perché non c'è nessuna distinzione tra me e gli altri.
Io sono comunista Perché sono contro il libero mercato.
Io sono comunista Perché desidero lottare tutta la vita per il bene dell'umanità.
Io sono comunista Perché il popolo unito non sarà mai vinto.
Io sono comunista Perché si può sbagliare, ma non fino al punto di essere capitalista.
Io sono comunista Perché amo la vita e lotto al suo fianco.
Io sono comunista Perché troppe poche persone sono comuniste.
Io sono comunista Perché c'è chi dice di essere comunista e non lo è
Io sono comunista Perché lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo esiste perché non c'è il comunismo.
Io sono comunista Perché la mia mente e il mio cuore sono comunisti.
Io sono comunista Perché mi critico tutti i giorni.
Io sono comunista Perché la cooperazione tra i popoli è l'unica via di pace tra gli uomini.
Io sono comunista Perché la responsabilità della miseria nell'umanità è di coloro che non sono comunisti.
Io sono comunista Perché non voglio potere personale, voglio il potere del popolo.
Io sono comunista Perché nessuno è mai riuscito a convincermi di non esserlo.
Nazim Hikmet poeta turco (1901-1963)

consigliata da Carlo Chionne
 

 

Sul Matrimonio
Allora Almitra di nuovo parlò e disse:
Che cos'è il Matrimonio, maestro?
E lui rispose dicendo:
Voi siete nati insieme e insieme starete per sempre.
Sarete insieme quando le bianche ali della morte disperderanno i vostri giorni.
E insieme nella silenziosa memoria di Dio.
Ma vi sia spazio nella vostra unione,
E tra voi danzino i venti dei cieli.
Amatevi l'un l'altro, ma non fatene una prigione d'amore:
Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.
Riempitevi l'un l'altro le coppe, ma non bevete da un'unica coppa.
Datevi sostentamento reciproco, ma non mangiate dello stesso pane.
Cantate e danzate insieme e state allegri, ma ognuno di voi sia solo,
Come sole sono le corde del liuto, benché vibrino di musica uguale.
Donatevi il cuore, ma l'uno non sia di rifugio all'altro,
Poiché solo la mano della vita può contenere i vostri cuori.
E siate uniti, ma non troppo vicini;
Le colonne del tempio si ergono distanti,
E la quercia e il cipresso non crescono l'una all'ombra dell'altro.
Kahlil Gibran

consigliata da Carlo Festa
 

Il Ponfo
Il Ponfo non smorbilla e non varisce
rosseggia e derma, rascia e poi s'acquatta
e quando il savalente lo ghermisce
esanto e matico, sovente schiatta
.
Rossolio è il ponfo e pieno di liquello
sbercia imbolloso, luspo, mai dermiente,
e in compagnia sgraffendo questo e quello,
sbrucia e sbrucia con grattico furente.

Eppure il vecchio ponfo scarlattino
che papuloso invéscica prudello,
se istaminchiando scurtichi eczemìno

t'abbandona, ti tira lo sgramello
crostico, e nello spazio d'un mattino
resti sperduta in fondo al varicello.
Fosco Maraini

(proposta da Piero Colonna Romano)
 

Inniò
E cuan’ che tu sarâs già muart, ma muart
chês tantis voltis dentri une vite
ch’a si à di murî, alore slargje ben i tiei vôi
a la cjavece dal sium
e clame cun te ogni bielece ch’a ti bisugne
e intal rispîr di chel mont, met dentri il to:

cjamine pûr cun pîts lizêre e sporcs
come chei di chel che sivilant al va par strade
ma tant che cjaminant su un fîl di lame fine
e al indulà che tu i domandis
lui, ridint, a ti rispuint
cence principi o pinsîr di fin:
«Jo? Jo o voi discôlç viers inniò»,
i siei vôi il celest, piturât di un bambin.
Pierluigi Cappello

In nessun dove
E quando tu sarai già morto, ma morto
quelle tante volte dentro una vita
che si deve morire, allora allarga bene i tuoi occhi
alla cavezza del sogno
e chiama con te ogni bellezza di cui hai bisogno
e nel respiro di quel mondo, metti dentro il tuo:

cammina pure con piedi leggeri e sporchi
come quelli di chi fischiettando va per strada,
ma come camminando su un filo di lama sottile,
e al dove vai che tu gli chiedi,
lui, sorridendo, ti risponde
senza inizio o pensiero di fine:
«Io? Io vado scalzo verso inniò»,
i suoi occhi il celeste, pitturato da un bambino.

consigliata da Roberto Soldà


La Poesia
Nella mia mente è scolpita una poesia
che esprimerà la mia anima intera
La sento vaga come il suono e il vento
eppure scolpita in piena chiarezza.

Non ha strofa, verso né parola
non è neppure come la sogno.
E' un mero sentimento, indefinito,
una felice bruma intorno al pensiero.

Giorno e notte nel mio mistero
la sogno, la leggo e riprovo a sillabarla,
e sempre la parola precisa è sul bordo di me stesso
come per librarsi nella sua vaga compiutezza.

So che non sarà mai scritta.
So che non so che cosa sia.
Ma sono contento di sognarla,
e una falsa felicità, benché falsa, è felicità.
Fernando Pessoa

consigliata da Carla Malerba
 

2 ottobre 2017
Ieri ci ha lasciati Pierluigi Cappello, probabilmente il più grande poeta a noi contemporaneo.
Così siamo più soli senza la sua poesia e la poesia è più sola senza di lui.
Mandi Pier.

Sonno estivo
Seduti, le gambe allungate nel silenzio,
uno a uno ci siamo portati i nostri giorni
solitudine con solitudine, impazienza e attesa;
e adesso che le tue spalle sono vicine alle mie
che il mio calore è il tuo,
quanto so dimenticare è nell'indugio
delle dita avventurate sulla tua pelle bionda,
sui tuoi capelli scuri,
nella paura che avvicina il nostro corso di scampati
senza rumore e senza appello, come quando
il verde di marzo spinge dai rami
e si fa abbracciare dal mondo,
come quando l'aria vive nello screzio
degli alberi carichi di luce
e c'è penombra nella stanza,
e la pace del prato è nei tuoi occhi,
ci perdona, si stringe intorno a noi.
Pierluigi Cappello

(proposta da Piero Colonna Romano)
 

A mio fratello bianco
Caro fratello bianco, quando sono nato ero nero,
quando sono cresciuto ero nero,
quando sto al sole, sono nero.
Quando sono malato, sono nero,
quando io morirò sarò nero.
Mentre tu, uomo bianco, quando sei nato eri rosa,
quando sei cresciuto eri bianco,
quando vai al sole sei
rosso, quando hai freddo sei blu,
quando hai paura sei verde,
quando sei malato sei giallo,
quando morirai sarai grigio.
Allora, di noi due, chi è l'uomo di colore?
Léopold Sédar Senghor
(I° presidente del Senegal dal 1960 al 1980 e accademico di Francia)

proposta da Piero Colonna Romano

 

27 agosto 2017

Oggi ci ha lasciati Nanni Svampa, cantore della Milano dei diseredati, dei senza casa pieni d’amore e di compassione. Ed era a questi che Nanni guardava con tenerezza ed amore, regalandoci indimenticabili, commoventi canzoni.

Ci mancherà, assieme a quella Milano ch’era un tempo e che si perpetua tutt’oggi.

Ciao Nanni.

Canzon per el Rotamatt

(Chanson pour l'Auvergnat )

 

Canti per tì la mia canzon

tì el rotamatt, tì el mè barbon

che te m'hee daa on poo de mangià

quand s’eri restaa senza cà

che te m'hee daa on tòcch de pan dur

quand i barbònn che gh'avevi in gir

i sciori e la gent per ben

m’aveven trattaa pesg d'on can

 

L'era domà on tòch de pan

ma l'è sta asse de tirà là

el sò profumm el senti anmò

me par de ves 'dre anmò a sgagnal.

 

Rit. :

Tì el mè barbon quand te veet de là

quand el Signor el te ciamarà

te 'ndareet drizz tì e i tò barbis

a stà in Paradis.

 

Canti per tì la mia canzon

tì el rotamatt, tì el mè barbon

che te m'hee daa el tò paltò vecc

quand s’eri strasciaa e pien de frecc

Che te m'hee faa scaldà on poo i òss

quand sont restaa con nagòtt adòss

quand hann brusaa anca i panchett

e mì seri senza calzett

 

L'era domà on tòcch de strasc

ma l'è staa assee de tirà là

el sò calor el senti anmò

me par de vess 'dree a mettel sú.

 

Tì el mè barbon....

 

Canti per tì la mia canzon

ti el rotamatt, tì el mè barbon

che t'hee piangiuu e te m'hee vardaa

quand s’eri sconduu e m'hann ciappaa

Che te m'hee daa on poo del tò coeur

quand i padroni e i commendator

hann faa e desfaa in fra de lor

e mì m’hann menaa a San Vittor

L'era domà on poo d'amor

ma l'è staa assee de tirà là

el tò sorris el vedi anmò

compagn s'el fudess pitturaa

 

Tì el mè barbon.. ...

 

 

Canzone per il Rigattiere

 

 

 

Canto per te la mia canzone

tu il rigattiere, tu il mio barbone,

che m'hai dato un po’ da mangiare

quando sono rimasto senza casa

che mi hai dato un pezzo di pane duro

quando le barbone che avevo in giro

i signori e la gente per bene

mi avevano trattato peggio di un cane

 

Era soltanto un pezzo di pane

ma è stato sufficiente per tirare avanti

ed il suo profumo lo sento ancora:

mi sembra di stare ancora a morsicarlo.

 

Rit.:

Tu il mio barbone, quando andrai di là

quando il Signore ti chiamerà

andrai dritto, tu e i tuoi baffoni

a stare in paradiso.

 

Canto per te la mia canzone

tu il rigattiere, tu il mio barbone,

che mi hai dato il tuo cappotto vecchio

quando ero stracciato e pieno di freddo

che mi hai fatto scaldare un po' le ossa

quando sono rimasto con niente addosso

quando hanno bruciato anche le panchine

ed io ero senza calze

 

Era soltanto un pezzo di straccio

ma è stato sufficiente per tirare avanti

ed il suo calore lo sento ancora

mi sembra ancora di indossarlo.

 

Tu il mio barbone...

 

Canto per te la mia canzone

tu il rigattiere, tu il mio barbone

che hai pianto e mi hai guardato

quando ero nascosto e mi hanno preso

che m'hai dato un po' del tuo cuore

quando i padroni ed i commendatori

hanno fatto e disfatto fra di loro

ed hanno portato me a San Vittore

Era soltanto un po' d'amore

ma è stato sufficiente per tirare avanti

ed il tuo sorriso lo vedo ancora

come se fosse dipinto.

 

Tu il mio barbone ...

(Nanni Svampa traduce Georges Brassens)

(Proposta da Piero Colonna Romano)


Città dai bastioni d'onice,

città del tramonto,
nell'intrico delle tue vie
si è smarrito il mio volto:
e il sole sta calando,
sulle tue mura d'amaranto.

Così il vento
ti rapisce in una nuvola,
che svanisce nell'aria.
Ma il vento è pena atroce
e scuote la folla degli spiriti
infranti, che racchiude la tua voce.

In te la notte è un manto delicato
che riposa sulle tiepide braccia,
mentre osservi l'imago
che muove da te stessa
e attraversa il tuo corpo addormentato.

E vorrei vivere nella tua forma,
vorrei vivere in te
che sei nella mia mente,
come un velo del niente,
sul niente del mio niente.

Da Lo spirito della fuga, Collana
"I PIOMBI", Edizioni del Leone, Venezia 1990.
Attilio Bettinzoli

consigliata da Roberto e Antonella Soldà


 

Alle Fonti del Clitunno
Ancor dal monte, che di foschi ondeggia
frassini al vento mormoranti e lunge
per l’aure odora fresco di silvestri
salvie e di timi,

scendon nel vespero umido, o Clitumno,
a te le greggi: a te l’umbro fanciullo
la riluttante pecora ne l’onda
immerge, mentre

ver’ lui dal seno del madre adusta,
che scalza siede al casolare e canta,
una poppante volgesi e dal viso
tondo sorride:

pensoso il padre, di caprine pelli
l’anche ravvolto come i fauni antichi,
regge il dipinto plaustro e la forza
de’ bei giovenchi,

de’ bei giovenchi dal quadrato petto,
erti su ‘l capo le lunate corna,
dolci ne gli occhi, nivei, che il mite
Virgilio amava.

Oscure intanto fumano le nubi
su l’Appennino: grande, austera, verde
da le montagne digradanti in cerchio
L’Umbrïa guarda.

Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte
nume Clitumno! Sento in cuor l’antica
patria e aleggiarmi su l’accesa fronte
gl’itali iddii.

Chi l’ombre indusse del piangente salcio
su’ rivi sacri? ti rapisca il vento
de l’Appennino, o molle pianta, amore
d’umili tempi!

Qui pugni a’ verni e arcane istorie frema
co ‘l palpitante maggio ilice nera,
a cui d’allegra giovinezza il tronco
l’edera veste:

qui folti a torno l’emergente nume
stieno, giganti vigili, i cipressi;
e tu fra l’ombre, tu fatali canta
carmi o Clitumno.

testimone di tre imperi, dinne
come il grave umbro ne’ duelli atroce
cesse a l’astato velite e la forte
Etruria crebbe:

di’ come sovra le congiunte ville
dal superato Cìmino a gran passi
calò Gradivo poi, piantando i segni
fieri di Roma.

Ma tu placavi, indigete comune
italo nume, i vincitori a i vinti,
e, quando tonò il punico furore
dal Trasimeno,

per gli antri tuoi salì grido, e la torta
lo ripercosse buccina da i monti:
tu che pasci i buoi presso Mevania
caliginosa,

e tu che i proni colli ari a la sponda
del Nar sinistra, e tu che i boschi abbatti
sovra Spoleto verdi o ne la marzia
Todi fai nozze,

lascia il bue grasso tra le canne, lascia
il torel fulvo a mezzo solco, lascia
ne l’inclinata quercia il cuneo, lasci
la sposa e l’ara;

e corri, corri, corri! Con la scure
e co’ dardi, con la clava e l’asta!
Corri! Minaccia gl’itali penati
Annibal diro.-

Deh come rise d’alma luce il sole
per questa chiostra di bei monti, quando
urlanti vide e ruinanti in fuga
l’alta Spoleto

i Mauri immani e i numidi cavalli
con mischia oscena, e, sovra loro, nembi
di ferro, flutti d’olio ardente, e i canti
de la vittoria!

Tutto ora tace. Nel sereno gorgo
la tenue miro salïente vena:
trema, e d’un lieve pullular lo specchio
segna de l’acque.

Ride sepolta a l’imo una foresta
breve, e rameggia immobile: il diaspro
par che si mischi in flessuosi amori
con l’ametista.

E di zaffiro i fior paiono, ed hanno
dell’adamante rigido i riflessi,
e splendon freddi e chiamano a i silenzi
del verde fondo.

Ai pié de i monti e de le querce a l’ombra
co’ fiumi, o Italia, è dei tuoi carmi il fonte.
Visser le ninfe, vissero: e un divino
talamo è questo.

Emergean lunghe ne’ fluenti veli
naiadi azzurre, e per la cheta sera
chiamavan alto le sorelle brune
da le montagne,

e danze sotto l’imminente luna
guidavan, liete ricantando in coro
di Giano eterno e quando amor lo vinse
di Camesena.

Egli dal cielo, autoctona virago
ella: fu letto l’Appennin fumante:
velaro i nembi il grande amplesso, e nacque
l’itala gente.

Tutto ora tace, o vedovo Clitunno,
tutto: de’ vaghi tuoi delùbri un solo
t’avanza, e dentro pretestato nume
tu non vi siedi.

Non più perfusi del tuo fiume sacro
menano i tori,vittime orgogliose
trofei romani a i templi aviti: Roma
più non trionfa.

Più non trionfa, poi che un galileo
di rosse chiome il Campidoglio ascese,
gittolle in braccio una sua croce, e disse
Portala, e servi -.

Fuggîr le ninfe a piangere ne’ fiumi
occulte e dentro i cortici materni,
od ululando dileguaron come
nuvole a monti,

quando una strana compagnia, tra i bianchi
templi spogliati e i colonnati infranti,
procede lenta, in neri sacchi avvolta,
litanïando,

e sovra i campi del lavoro umano
sonanti e i clivi memori d’impero
fece deserto, et il deserto disse
regno di Dio.

Strappâr le turbe a i santi aratri, a i vecchi
padri aspettanti, a le fiorenti mogli;
ovunque il divo sol benedicea,
maledicenti.

Maledicenti a l’opre de la vita
e de l'amore, ei deliraro atroci
congiungimenti di dolor con Dio
su rupi e in grotte;

discesero ebri di dissolvimento
a le cittadi, e in ridde paurose
al crocefisso supplicarono, empi,
d’essere abietti.

Salve, o serena de l’Ilisso in riva,
intera e dritta ai lidi almi del Tebro
anima umana! I foschi dì passaro,
risorgi e regna.

E tu, pia madre di giovenchi invitti
a franger glebe e rintegrar maggesi
e d’annitrenti in guerra aspri polledri
Italia madre,

madre di biade e viti e leggi eterne
ed inclite arti a raddolcir la vita,
salve! A te i canti de l’antica lode
io rinnovello.

Plaudono i monti al carme e i boschi e l’acque
de l’Umbria verde: in faccia a noi fumando
ed anelando nuove industrie in corsa
fischia il vapore.
Giosuè Carducci

consigliata da giuseppe gianpaolo casarini

 

Io non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all'orecchio degli amanti....
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.
Alda Merini

consigliata da poetare.it




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