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20 Luglio

Racconti di Provincia

di Vincenzo D’Alessio

Copertina di Giacomo Ramberti

Fara Editore

www.faraeditore.it

Narrativa racconti

 

Le prose del cantore del Sud

Vincenzo D’Alessio è nato a Solofra in provincia di Avellino, un paese, non una grande città, e come tale è in grado di parlare di una piccola realtà più a misura d’uomo, dove ancora i rapporti e le conoscenze hanno il sapore delle relazioni non impersonali di un’antica comunità. Ma Vincenzo è anche uomo del Sud, che osserva, che cerca di capire e che lancia il suo, se pur sommesso, grido di dolore per una condizione sociale che da anni cerca inutilmente il suo riscatto. Non a caso ha scritto una silloge poetica come La valigia del meridionale e altri viaggi, nonché la successiva Dopo l’inverno, raccolte indubbiamente tipiche di un poeta stanziale, ma anche veri e propri atti di accusa a un sistema che condanna il meridione a un perenne immobilismo.  D’Alessio, però, non è solo poeta, ma è anche capace di misurarsi positivamente con la narrativa, come dimostra questa raccolta intitolata Racconti di Provincia. Si tratta di storie di epoche diverse, che l’autore ha opportunamente suddiviso in due parti, di cui la prima ha chiamato Scritti su carta di Amalfi. Al riguardo è apprezzabile l’escamotage adottato per parlarci di fatti di moltissimi anni fa, presumibilmente del XVIII secolo, inventando il reperimento di alcuni articoli scritti da un anonimo cronista dell’epoca sulla pregiata e ormai quasi introvabile carta di Amalfi. Sono storie sapientemente strutturate con un linguaggio arcaico tanto che il lettore si convince che possano essere vere. Di epoca più recente e anche quasi attuale sono le prose della seconda parte intitolata Nei paesi del sud; cambia lo stile, cambia il periodo, ma sempre rimane un atto di accusa per quanto nei secoli ha dovuto patire la povera gente, una dolorosa rivelazione di un cristiano che cerca per i suoi conterranei la possibilità di un Paradiso anche in terra, integrando così perfettamente le già succitate sillogi. In ogni caso da questi racconti emerge il Sud che un osservatore non superficiale ben conosce, fatto di tribolazione quotidiana, ma con latente o anche esplicita voglia di riscatto, di ingiustizie che fanno piegare il capo, ma non spezzano la schiena, di un mondo che, nonostante tutto, si affanna non solo per non restare troppo indietro, ma per portarsi alla pari con la parte dell’Italia più avanzata, di un sogno per un mondo più giusto e più equo che non muore mai, perché il Meridione è così, un insieme di superstizioni e di genialità, di miseria e di nobiltà.

Da leggere, pertanto.

Vincenzo D’Alessio è nato a Solofra nel 1950. Laureato in Lettere all’Università di Salerno è stato l’ideatore del Premio Città di Solofra, nonché il fondatore del Gruppo Culturale “Francesco Guarini” e dell’omonima casa editrice. Acuto e attento critico letterario, ha pubblicato anche saggi di archeologia e storia (v. bibliografia Polo SBN di Napoli). Diverse le raccolte poetiche che hanno ricevuto premi e riconoscimenti, fra le più recenti: La valigia del meridionale ed altri viaggi (Fara 2012, seconda edizione 2016). Nel 2014 con Il passo verde si classifica II al concorso Pubblica con noiLa tristezza del tempo è inserita nell’antologia Emozioni in marcia (Fara 2015). Con Alfabeto per sordi è tra i vincitori del concorso Rapida.mente ed è stato inserito nell’omonimo volume (Fara 2015). Queste ultime sillogi sono riproposte anche in appendice alla raccolta Immagine convessa(Fara 2017), opera finalista al concorso Versi con-giurati. A fine 2017, sempre con Fara, è uscita la raccolta premio Dopo l’inverno, II classificata al concorso Faraexcelsior, che ha già ricevuto nel 2018 il III premio del Concorso Terra d’Agavi(Gela, AG), la segnalazione al Premio Civetta di Minerva (Summonte, AV) ed è risutata finalista al Premio Tra Secchia e Panaro (Modena).
Renzo Montagnoli 
 

 

14 Luglio

Il Teutone. La croce perduta

di Guido Cervo

Edizioni Piemme

Narrativa romanzo storico

 

Con la spada e con la preghiera

L’espansione mongola a occidente degli Urali iniziò nel 1236, abilmente condotta da Batu, nipote del grande Gengis Khan. Dopo aver soggiogato la Russa e l’Ucraina le orde selvagge si riversarono nel centro dell’Europa, sconfiggendo eserciti, saccheggiando e compiendo ogni genere di nefandezze.

Queste tribù di guerrieri nomadi, che i Cristiani chiamarono tartari, sembrò non avessero ostacoli e che per loro tutto fosse possibile, perfino la conquista dell’intera Europa. In questo contesto si narra la vicenda che vede protagonista Eustachius von Felben, monaco guerriero dell’ordine dei cavalieri teutonici che ritorna dalla Terrasanta con pochi compagni, scortando altresì un mercante veneziano, latore di un importante messaggio del Doge per il Gran Maestro dell’ordine in Prussia, nonché, di un dono di inestimabile valore religioso, oltre che intrinseco, rappresentato da una  croce ricoperta di gemme, già di proprietà di Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino. Il viaggio, di per sé non facile in periodo di pace, diventerà quasi un incubo a causa delle continue incursioni dei cavalieri tartari che arriveranno anche a sottrarre il prezioso carico del mercante veneziano.  Fra combattimenti all’ultimo sangue, battaglie che registrano le sconfitte dei cristiani, in un turbinio di eccidi, di crudeli torture e anche di sorprese, spesso gradite, la missione di von Felben arriverà a felice conclusione, con il recupero peraltro della preziosa reliquia. Guido Cervo ha fatto del romanzo storico la massima espressione del suo talento artistico, ambientando vicende in epoche diverse, ma sempre supportate da preziose ricerche storiche che danno alle opere la parvenza di veridicità, come se questo Eustachius von Felben fosse esistito veramente, e forse può esserci stato un personaggio con caratteristiche simili, visto che i cavalieri dell’Ordine Teutonico, dei veri e propri monaci guerrieri, presentavano la particolarità di una totale dedizione alla causa comune, simili ai Templari, ma per lo più di origine tedesca. E’ un romanzo in cui è preponderante  la trama, ma molto curata appare sia la caratterizzazione dei personaggi, che l’atmosfera, ricreata sapientemente; se pur inferiore a mio giudizio a I ponti della Delizia e a Bandiere rosse, aquile nere, opere ambientate in epoca assai più recente, è in grado di essere apprezzato dal lettore per la continua tensione e l’indubbio coinvolgimento, che avviene fin quasi da subito. In buona sostanza, invito a leggere Il Teutone. La croce perduta, perché sono sicuro che non potrete che esserne  soddisfatti.

Guido Cervo vive e lavora a Bergamo. È autore di romanzi di successo, tutti pubblicati da Piemme, tra cui "La trilogia del Legato romano", che ora viene riproposta, nel suo primo volume, in una nuova versione, la serie Il Teutone e due romanzi che affrontano i tragici conflitti mondiali del Novecento: Via dalla trincea e Bandiere rosse, aquile nere...
Renzo Montagnoli 

 

11 Luglio

Almeno il cappello

di Andrea Vitali

Garzanti Libri

Narrativa romanzo

 

L’affabulatore

Sono tentato di aprire e, contemporaneamente, chiudere il discorso a proposito di questo Almeno il cappello scrivendo semplicemente che si tratta del solito Andrea Vitali, cioè che presenta le caratteristiche di tutti i suoi numerosi romanzi, non pochi e forse anche troppi, che hanno una trama che si svolge prevalentemente a Bellano, sul lago di Como, con tanti personaggi tipici di una piccola realtà sempre meno evidente in una società impersonale come la nostra. Sono tentato anche per pigrizia perché in fin dei conti le opere di questo autore lasciano ben poca traccia nell’animo del lettore, ma sono un ottimo mezzo per trascorrere piacevolmente alcune ore. Però, se mi astenessi dal comprendere il perché del successo di Vitali, di questa smania che prende chi legge a passare da un suo romanzo all’altro benché consapevole del modesto spessore letterario, non tributerei all’autore il giusto risalto che dovrebbe avere. Questa sua innata capacità di tessere una tela principale, non evanescente, anzi fitta, in cui confluiscono altre storie, semplici, ma non banali, con personaggi caratterizzati da una ben precisa personalità non è cosa che si possa incontrare facilmente, così come l’indubbio talento di narrare in modo convincente, per non dire affascinante, storie inventate e in fondo poco dotate di credibilità, sono tutti elementi per un giudizio che non deve essere superficiale. Certo in Almeno il cappello questo ragionier Geminazzi, in preda al sacro furore della musica, che fra mille difficoltà vuole trasformare una semplice fanfara in una banda di paese, sembrerebbe di primo acchito un protagonista un po’ sciapo, se Vitali non avesse l’abilità di porgli accanto delle spalle ancor più interessanti e interpreti di storie proprie. E’ forse questo il segreto del narratore comasco, cioè percorrere un sentiero principale, con brevi e rapide variazioni di percorso, che procedono quasi in parallelo, per poi confluire in un’unica strada a conclusione di un lavoro che forse non è convincente, ma è capace di attrarre in modo continuativo. 

Credo che Vitali più che essere definito un romanziere possa essere soprattutto considerato un affabulatore, peraltro un abile affabulatore, qualità che fra alti e bassi, ma con un livello complessivamente più che discreto caratterizza tutta la sua produzione, pure per questo Almeno il cappello, capace di strappare qualche risata, ma anche di commuovere, insomma un libro senz’altro da leggere.

Dopo aver frequentato «il severissimo liceo Manzoni» di Lecco, Andrea Vitali si laurea in medicina all'Università Statale di Milano ed esercita la professione di medico di base nel suo paese natale. 
Scrittore molto prolifico, ha esordito nel 1990 con il romanzo breve Il procuratore, ispiratogli dai racconti di suo padre; nel 1996 ha vinto il Premio letterario Piero Chiara con L'ombra di Marinetti, ma il grande successo lo ha ottenuto nel 2003 con Una finestra vistalago (Premio Grinzane 2004). 
Nel 2006 ha vinto il Premio Bancarella con il romanzo La figlia del Podestà; nel 2009 il Premio Boccaccio e il Premio Hemingway. 
Tra i numerosi romanzi, ricordiamo: nel 2011 La leggenda del morto contento e Zia Antonia sapeva di menta. Nel 2012 Galeotto fu il collier e Regalo di nozze. L'anno successivo escono Le tre minestre, lungo racconto autobiografico edito da Mondadori-Electa e Di Ilide ce n'è una sola. Nel 2014 Quattro sberle benedettePremiata ditta Sorelle Ficcadenti e Biglietto, signorina!; nel 2015 La ruga del cretino, scritto con Massimo Picozzi, Le belle Cece, La verità della suora storta, Quattro schiaffi benedetti, Un amore di zitella (tutti editi da Garzanti). Nel 2016 Nel mio paese è successo un fatto strano (Salani), Le mele di Kafka (Garzanti) e Viva più che mai (Garzanti).
Da ricordare che con il romanzo Almeno il cappello (edito nel 2009 da Garzanti) Andrea vitali ha vinto il Premio Casanova, il Premio Isola di Arturo Elsa Morante, il Campiello sezione giuria dei letterati ed è stato finalista al Premio Strega.
I suoi libri, pubblicati in Italia da Garzanti, sono stati tradotti in molti paesi, tra cui la Turchia, la Serbia e il Giappone. 
Renzo Montagnoli 

 

8 Luglio

La vita davanti a sé

di Romain Gary

Neri Pozza Editore

Narrativa romanzo

Più forte di un legame di sangue

Che cosa abbia spinto Romain Gary a scrivere La vita davanti a sé (e non solo questa, ma altri tre romanzi) con lo pseudonimo di Emile Ajar non è ben chiaro, tanto più che di questa attribuzione effettiva siamo venuti a conoscenza solo dopo il suicidio dello scrittore. Infatti, in forza della pubblicazione postuma di Vita e morte di Emile Ajar, si venne a sapere che quell’Emile Ajar vincitore cinque anni prima del prestigioso Premio Goncourt con La vita davanti a sé altri non era se non Romain Gary.  A onor del vero, se pur la psiche di Gary fosse particolarmente complessa, non è improbabile che la scelta di un altro nome da dare come paternità della sua produzione fosse anche dovuta al fatto che, in parte a ragione, si riteneva perseguitato dalla critica letteraria, che dopo  l’attribuzione del Premio Goncourt 1956 con Le radici del cielo  lo incolpava  di non essere stato capace di ripetersi con libri di eguale valore. Per ironia della sorte anche La vita davanti a sé ottenne, come ho già scritto,  il prestigioso premio Goncourt e la cosa più strabiliante è che riviste di critica letteraria che avevano bersagliato Gary si dimostrarono entusiaste per Ajar. A parziale giustificazione di questo comportamento incongruente devo dire che per stile e argomenti il romanzo in questione sembra effettivamente scritto da un autore diverso, anche se alcuni aspetti tipici di Gary, come per esempio una certa vena poetica, ogni tanto affiorano, nonostante un linguaggio meno ricercato e più crudo.  

Ciò premesso, è arrivato il momento di una disamina di quest’opera che, a onor del vero, alla sua uscita ha suscitato opinioni contrastanti e anch’io, benché mi sia piaciuta, ho comunque formulato delle riserve perché in bocca a un bambino certe frasi e certe riflessioni a volte sembrano artificiose,  trattandosi di discorsi propri di uomini maturi. Però devo ammettere che il piccolo Momò ha una sua naturale simpatia, una tenerezza nella sua fanciullesca innocenza che coinvolge emotivamente. Periferie squallide dove vivono emarginati gli immigrati, le famose banlieues sono lo scenario, il palcoscenico su cui si svolge una vicenda tutto sommato semplice ma che è un grande romanzo d’amore, non dell’amore fra un uomo e una donna, ma del forte legame affettivo fra il bambino e la donna ebrea a cui è stato affidato, a dimostrazione che non esistono solo i vincoli di sangue e che nel bene e nel male l’esistenza può essere anche motivo di gioia, purché si abbia il desiderio di vivere, concetto molto bello, ma strano in un uomo che poi si suiciderà.

Non era facile da scrivere, era anzi difficile proprio per l’ambientazione, per i personaggi, rappresentanti di un mondo di reietti in cui abbondano protettori, drogati, prostitute, e far uscire da quel letamaio un giglio come Momò per dimostrare che in qualsiasi circostanza la vita comunque vale pena di essere vissuta deve avere quasi provocato nell’autore un’ossessiva ricerca del suo originario e ormai trascorso spirito infantile.

La vita davanti a sé non è un capolavoro come Educazione europea, benché toccato dalla grazia, incline però un po’ troppo, nonostante la rudezza dell’esposizione, a un sentimentalismo neppure tanto velato; è però quel che si dice un romanzo eccellente, dalla gradevole lettura e che lascia un’intensa commozione, facendo nascere un istintivo desiderio di protezione, la voglia di stendere una mano per carezzare il viso piangente di Momò. 

Romain Gary (Pseudonimo di Romain Kacev) nacque nel 1914. Lituano di nascita, nel 1928 si trasferì a Parigi. A trent'anni, Gary è un eroe di guerra (gli viene conferita la Legion d'honneur) e scrive il suo primo romanzo, Formiche a Stalingrado (1945), ispirato alla resistenza polacca contro i tedeschi, e che Sartre giudica il miglior testo sulla resistenza; comincia a lavorare come diplomatico per la Francia. Nel 1956 vince il Gouncourt con Le radici del cielo, ambientato in Africa, sulla lotta generosa di pochi volonterosi contro la decimazione degli elefanti, cui seguono, tra gli altri: La promessa dell’alba (1959), dedicato alla memoria della madre; Cane bianco (1970), di contenuto antirazzista; La vita davanti a sé (con lo pseudonimo di Émile Ajar, 1975, Premio Goncourt); Gli aquiloni (1980). 
Fu il marito della scrittrice Lesley Blanch e dell'attrice americana Jean Seberg, dalla quale divorziò. Poco più di un anno dopo il suicidio di questa (settembre 1979, per ingestione di barbiturici), si diede la morte nella sua casa a Parigi. In Italia i suoi romanzi sono pubblicati da Neri Pozza.
Renzo Montagnoli 

 

5 Luglio

Dal Monte Nero a Caporetto

Le dodici battaglie dell’Isonzo 1915 - 1917

di Fritz Weber

Ugo Mursia Editore

Storia

 

La guerra sull’Isonzo vista dall’altra parte

Undici grandi battaglie sull’Isonzo si conclusero con un quasi nulla di fatto, se si eccettua la presa di Gorizia, ma con gravissime perdite e, soprattutto, con pesanti strascichi sul morale delle nostre truppe, i cui effetti negativi, unitamente a gravi responsabilità dei comandanti, si sarebbero visti in occasione della dodicesima battaglia, quella nata dall’offensiva austriaco-tedesca e che si concretizzò nella disfatta di Caporetto. Fritz Weber che durante la Grande Guerra era tenente d’artiglieria sul fronte italiano, autore di altre celebri opere come  Guerra sulle Alpi (1915-1917) e Tappe della disfatta, con questo volume in cui predomina l’aspetto storico sulle vicende personali parla appunto delle dodici battaglie dell’Isonzo e lo fa con quella sostanziale imparzialità presente anche negli altri suoi due libri. Certo ha un occhio di riguardo per l’esercito imperiale, di cui faceva parte, ma non lesina giudizi negativi sulla condotta delle operazioni, né si esime da apprezzamenti sul valore del nemico; in ogni caso la sua penna è guidata da un profondo senso di pietà per chi combatté disperatamente, morendo o restando gravemente ferito, lungo quel fiumiciattolo che risponde al nome di Isonzo e che negli intendimenti del nostro Stato Maggiore avrebbe dovuto rappresentare il punto di partenza per l’invasione dell’impero asburgico. Da un lato Cadorna mandava all’attacco frontale i suoi soldati, con conseguenti immani perdite, dall’altro Borojevic imponeva alle sue truppe di resistere a oltranza, contrattaccando ove era possibile. Questa tattica militare spiega pertanto l’elevato numero di caduti sugli opposti fronti, e senza che ci potesse essere una soluzione definitiva, perché se gli italiani non sfondavano, era altrettanto vero che gli austriaci, peraltro inferiori di numero, non potevano sperare in una vittoria determinante con una tattica d’arresto. Era una situazione di stallo, imposta dal terreno e dagli elementi contingenti, ma le cose avrebbero potuto essere molto diverse se, nei primi giorni di guerra, Cadorna avesse osato un po’, visto che il fronte austriaco era difeso da un velo di truppe; né mai al generale italiano venne in mente una mossa geniale come quella inventata da Conrad von Hotzendorf nella primavera del 1916 con la famosa Strafexpedition, fermata sì dall’eroismo dalle nostre truppe, ma soprattutto dal ritiro di numerosi reparti imperiali per essere avviati al fronte orientale onde contrastare una profonda offensiva russa, peraltro reclamata a gran voce dal nostro Stato Maggiore, messo alle strette dalla dirompente avanzata nemica sugli altipiani. Non dico che Cadorna avrebbe dovuto necessariamente attaccare sulla direttrice Asiago – Lavarone, ma ci fu più di un’occasione in cui un’azione ben congegnata in Valsugana avrebbe potuto portarci rapidamente a Bolzano e da lì al Brennero, minacciando di avvolgimento lo schieramento austriaco postato lungo l’Isonzo.

In Dal Monte Nero a Caporetto l’esperienza bellica di Fritz Weber ha un peso piuttosto modesto e a prevalere è invece la ricerca storica, a tutto beneficio della comprensione di certi eventi, fra i quali appunto lo sbandamento del nostro esercito in occasione della dodicesima battaglia, ed è importante sentire il suono dell’altra campana, la quale ribadisce l’incapacità dei nostri comandi a comprendere il senso di un’azione congiunta e manovrata di ampio respiro, che avrebbe potuto giustificare le grandi perdite con la conquista di vaste zone e con la minaccia non certo velata di puntare su Vienna. Quindi rispetto e onore per i nostri soldati e critiche, non infondate, per i nostri comandanti; per quanto concerne poi l’esercito austriaco c’è una partecipata commozione alla sorte di tanti militari di diversa nazionalità, ma tuttavia fedeli a un impero agonizzante ancor prima dell’inizio del conflitto; per i comandanti imperiali in genere c’è rispetto e anche stima, pure loro vittime di un regime morente. Per chi vuole conoscere un po’ di più la storia della nostra Grande Guerra Dal Monte Nero a Caporetto rappresenta un saggio utile e per niente greve, un’opera quindi che mi sento di consigliare anche perché dalla lettura di fatti che ci riguardano scritti da un ex nemico si possono solo trarre apprezzabili insegnamenti e ragionevoli metri di giudizio.

Fritz Weber, ufficiale dell’esercito austro-ungarico durante la Prima guerra mondiale, ha raccolto la sua testimonianza sul conflitto in memoriali che rappresentano uno dei punti di riferimento della storiografia militare. Ricordiamo Guerra sulle Alpi (1915-1917) e Tappe della disfatta, entrambi editi da Mursia.
Renzo Montagnoli 

 

30 Giugno

Un matrimonio mantovano

di Giovanni Nuvoletti

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Narrativa romanzo storico

 

I maneggi per arrivare all’altare

C’è qualcuno che ha voluto vedere dei richiami manzoniani in quest’opera che si può tranquillamente definire un romanzo storico, ma mi sembra francamente eccessivo e, soprattutto, non corretto, giacché del lavoro del grande Manzoni non ha assolutamente nulla, nemmeno, magari anche solo in parte, la trama. Un matrimonio mantovano è invece una testimonianza storica di quella che è stata la civiltà contadina, con i suoi riti e le sue superstizioni, emblemi probabilmente indispensabili in un mondo legato alla terra a tal punto da esserne parte, soggetto ai capricci del tempo e all’oneroso lavoro proprio del contadino.

La vicenda è quella relativa al matrimonio di Felicita, figlia di un coltivatore della terra che è riuscito a elevarsi al rango di padrone. Ma, prima dello sposalizio, c’è tutto un periodo di tempo necessario per la ricerca del futuro sposo e, una volta trovato, per riuscire ad accalappiarlo.

I maneggi, gli artifici, le piccole trappole poste in essere sono la parte migliore di un libro che si fa anche apprezzare per la capacità dell’autore di descrivere un piccolo borgo e i suoi abitanti. Il paese, sito nel mantovano, si chiama Gazzuolo, dove appunto Nuvoletti è nato e dove il padre, ingegnere, nonché conte, aveva diversi fondi agricoli. I nuovi Renzo e Lucia come potremmo definire, sono figli del popolo, per quanto diventati abbienti in forza del duro lavoro dei genitori, e sugli stessi è imbastita l’intera struttura, con il corollario di una serie di personaggi che si possono trovare solo nelle piccole realtà. Dunque, in questa Italia del 1912, epoca della storia, l’autore, ovviamente conte pure lui come il padre, preferisce rendere protagonisti due individui che si potrebbero definire della nuova borghesia, non omettendo però la peculiarità dei nobili e quindi inserendo nella vicenda le figure di una vecchia marchesa vedova e di un conte avanti con gli anni, smaliziato per i trascorsi giovanili, ma paternamente benevolo. E se da un lato l’attribuzione di una certa benevolenza alle figure degli aristocratici rientra in un comprensibile desiderio dell’autore di farli apparire  diversi, protettivi, autorevolmente presenti, dall’altro sembra volerci dire che si tratta delle ultime figure di una classe sociale in decadenza e che il turbine della seconda guerra mondiale avrebbe spazzato via.

La mano dell’autore è leggera, la lingua italiana è utilizzata come si deve, la trama è avvincente e la lettura, sempre gradevole, corre veloce, pur necessitando di qualche sosta per opportune riflessioni, per un tentativo di paragone fra un mondo così lontano e il nostro, fra un’epoca in cui il tempo pareva scorrere lento e la nostra in cui le lancette girano troppo velocemente.  Quello era un mondo in cui i contatti fra giovani degli opposti sessi dovevano seguire un rigido cerimoniale, fatto agli inizi di occhiate, di pudici e brevissimi sorrisi, per arrivare con gradualità al fatidico giorno del matrimonio, dopo il quale tutto era concesso.

Un matrimonio mantovano, la cui lettura all’inizio incuriosisce, ma che poi, procedendo sempre più celermente, appassiona è quello che si potrebbe definire un autentico gioiellino.

Giovanni Nuvoletti (Gazzuolo, 16 ottobre 1912 – Abano Terme, 4 aprile 2008) è stato uno scrittore, nonché attore cinematografico e televisivo. Fra le sue opere letterarie famosi sono i romanzi Un matrimonio mantovano (1972) e Un adulterio mantovano (1981), nonché i saggi Vestire una bambina (1997) e Elogio della cravatta (1982).
Renzo Montagnoli 

 

25 Giugno

Il fuoco e il gelo.

La grande guerra sulle montagne

di Enrico Camanni

Laterza Editore

Storia 

 

Montagne insanguinate

Prima guerra mondiale, la Grande Guerra: il fronte italo-austriaco va grosso modo dallo Stelvio all’Adriatico, un po’ prima di Trieste. Di questa linea irregolare ben 640 chilometri sono in montagna, corrono su ghiacciai, su creste, su cenge, su altipiani, su brevi tratti di pianura. Ci sono rilievi notevoli, che si avvicinano ai 4.000 metri e ci sono le più belle montagne del mondo, le Dolomiti. Gli scenari sono incantevoli, ma anche mozzafiato, con guglie che si inerpicano verso il cielo e altissime colonne di giaccio. In questo ambiente, estremo, surreale, ma anche di sublime bellezza combatterono per tre anni e tre terribili inverni i nostri Alpini da una parte, i Kaiserjager dall’altra, nemici, ma accomunati dal fatto di essere appassionati di questo mondo, tanto bello e incantato, ma anche capace di essere crudele con i suoi rigidissimi inverni, con le valanghe che seppelliscono interi reparti, provocando morti in larga misura, quasi e forse di più di quelli degli scontri veri e propri che, per la natura del terreno, non videro mai impegnate grandi masse di combattenti come invece accadeva a est sul Carso.  Di questi eroi ci parla Enrico Camanni; sulla base di diari e di testimonianze, riferisce di episodi che hanno visto protagonisti sia dell’una che dell’altra parte, senza mai enfasi, ma soprattutto riesce a non cadere mai nella retorica, pregio non indifferente, data la materia trattata. L’autore non toglie nulla all’aureola dei protagonisti, ma è chiaramente un pacifista, come traspare non poche volte. Fra gli Alpini e i Kaiserjager Camanni non sceglie nessuno, ma parlando di alcuni di loro sceglie la pace, in una narrazione che anche per gli scenari magistralmente descritti si rileva estremamente affascinante, riuscendo a cogliere, accanto all’orrore di un conflitto, la sublime emozione della natura. Non tutti sono personaggi come Damiano Chiesa e Cesare Battisti, o come Sepp Innerkofler, ma sono protagonisti di storie, vere, che restano indimenticabili, e non solo per le azioni belliche vere e proprie, ma per le capacità alpinistiche che dimostrarono nell’adempimento del loro dovere, arrivando al punto di inaugurare nuove, spericolate vie. Ci si può commuovere di fronte alla vicenda dell’ufficiale mantovano Arnaldo Berni, tanto coraggioso quanto sfortunato, e il cui corpo non verrà mai ritrovato, imprigionato sotto tonnellate di ghiaccio, o a quella del sergente Sepp Innerkofler, nota guida, che si immola per difendere il suo paese, ma ciò che resta è l’immagine di uomini che, pur essendo contro, non furono mai effettivamente nemici, troppo uniti dal comune amore per quella montagna che li volle con sé per sempre. Furono a lungo vicini agli angeli e angeli stessi divennero; combattevano per pochi sassi, per speroni di roccia così scoscesi che non di rado lasciavano cadere, travolgendo chi stava sotto, gigantesche valanghe. Se nella guerra ci può anche essere un barlume di logica, lì mancava del tutto, perché si soffriva, si moriva, ci si disperava in  uno dei posti più belli del mondo.

Il fuoco e il gelo è un rigoroso libro di storia, ma ha il sapore di un romanzo, di un racconto irripetibile e avvincente come pochi.

Enrico Camanni, nato a Torino nel 1957, ha conseguito il diploma di maturità scientifica al liceo Gobetti in clima post sessantottino e ha frequentato il corso di indirizzo storico alla facoltà di Scienze Politiche.Alpinista molto attivo sulle Alpi, dove ha aperto una decina di vie nuove e ripetuto circa cinquecento itinerari di roccia e ghiaccio, è stato membro del Gruppo Alta Montagna, istruttore della Scuola nazionale di Alpinismo Giusto Gervasutti e direttore della Scuola nazionale di Scialpinismo della Sucai Torino. Attraverso la passione per l’alpinismo, è approdato al giornalismo di montagna, alternando lo studio con il lavoro di redazione. È stato redattore capo della “Rivista della Montagna” dal 1977 al 1984. Nel 1985 ha fondato il mensile “Alp”, che ha diretto per tredici anni. Dal 1999 al 2008 ha diretto la rivista internazionale di cultura alpina “L'Alpe” (edizione italiana), nata da un accordo di cooperazione con il Musée Dauphinois di Grenoble. Dal 1999 collabora con il quotidiano “La Stampa”, nelle pagine culturali e in cronaca. Dal 2008 al 2011 ha diretto il mensile “Piemonte Parchi” della Regione Piemonte. Ha scritto circa mille articoli, commenti, saggi, introduzioni sulla storia dell’alpinismo, l’ambiente e le tematiche alpine, collaborando con numerosi giornali quotidiani e periodici tra cui “Airone”, “Il Sole 24 ore”, “La Stampa”, “L’Unit à”, “Meridiani”, “Specchio”, “L’Indice”,"Giornale dell'Architettura". In trent’anni di attività pubblicistica e di ricerca, ha gradualmente allargato i suoi studi dall’alpinismo alla storia delle Alpi e alle problematiche dell’ambiente alpino, in particolare dal punto di vista umano, unendo più discipline e una vasta gamma di competenze. Si è contemporaneamente dedicato alla narrativa, pubblicando cinque romanzi ambientati in diversi periodi storici. Ha diretto e curato l’edizione italiana del Grande Dizionario Enciclopedico delle Alpi (2007). Ha affrontato il problema della museografia alpina contemporanea, curando la progettazione scientifica del Museo della Montagna di Torino, del Museo delle Alpi al Forte di Bard (Opera Carlo Alberto) e delle Alpi dei Ragazzi al Forte di Bard (Opera Vittorio). Ha collaborato alla progettazione e alla realizzazione dell’esposizione permanente “Montagna in movimento” al Forte di Vinadio (Valle Stura). È stato progettista e direttore culturale di “Alpi 365 Expo”, il rinnovato salone della montagna di Torino (2007). Dal 2009 è vicepresidente dell’associazione “Dislivelli, ricerca e comunicazione sulla montagna”. 
fonte: www.enricocamanni.it
Renzo Montagnoli 
 

 

22 Giugno

Il segreto di Ortelia

di Andrea Vitali

Garzanti Libri

Narrativa romanzo 

 

Un’insperabile ironia

Si è spesso detto che Andrea Vitali per certi aspetti è il successore di quel grande narratore che è stato Piero Chiara; personalmente non sono d’accordo, perché troppa è la differenza di classe artistica fra l’uno e l’altro, e non basta certo la medesima ambientazione di piccolo paese della provincia per colmarla.  Tuttavia, almeno in questo Il segreto di Ortelia, il romanziere di Bellano si avvicina a quello di Luino, in una prova dall’esito felice e in cui si narra di una sorta di piccola “Dynasty”.  La vicenda di Amleto Serva, giovane garzone senza arte né parte di un commerciante di bestiame che grazie a un matrimonio intraprende una carriera senz’altro rilevante è di per sé motivo d’interesse, ma se a ciò aggiungiamo il carattere sanguigno del soggetto, la voglia smodata di prestazioni sessuali che la moglie, purtroppo, per un difetto fisico non può soddisfare si comprende come la creatività questa volta abbia messo in campo più di un argomento a favore di un’opera attraente.  E’ necessario anche precisare che l’unica volta che Amleto è riuscito a congiungersi con la moglie Cirene, nonostante i dolori indicibili della stessa, c’è stato il concepimento di una figlia, Ortelia appunto. L’ambizione dell’uomo, succeduto nel negozio di macelleria del suocero, lo porta a raggiungere traguardi sempre più alti, ma gli rende anche la vita quasi intollerabile al punto che, su consiglio del medico di famiglia, decide di entrare a far parte di una congrega di crapuloni e puttanieri, altro argomento di potenziale interesse.   E in effetti, vuoi per il dipanarsi senza intoppi della vicenda, vuoi per un’insperata ironia che accompagna la narrazione, Il segreto di Ortelia è uno di quei libri che paiono ispirati a una delle opere di Piero Chiara, e non solo per le caratteristiche della trama. In queste pagine Vitali ha forse profuso il meglio di stesso, in un particolare momento di grazia, con una pacatezza, e senza mai un eccesso, che sono assai probabilmente le grandi qualità del romanzo. Inoltre, a differenza di altre sue opere, non è lunga, direi anzi che è breve, così che tutta la storia è un riuscito concentrato che non potrà che risultare gradito al lettore.

Dopo aver frequentato «il severissimo liceo Manzoni» di Lecco, Andrea Vitali si laurea in medicina all'Università Statale di Milano ed esercita la professione di medico di base nel suo paese natale. 
Scrittore molto prolifico, ha esordito nel 1990 con il romanzo breve Il procuratore, ispiratogli dai racconti di suo padre; nel 1996 ha vinto il Premio letterario Piero Chiara con L'ombra di Marinetti, ma il grande successo lo ha ottenuto nel 2003 con Una finestra vistalago (Premio Grinzane 2004). 
Nel 2006 ha vinto il Premio Bancarella con il romanzo La figlia del Podestà; nel 2009 il Premio Boccaccio e il Premio Hemingway. 
Tra i numerosi romanzi, ricordiamo: nel 2011 La leggenda del morto contento e Zia Antonia sapeva di menta. Nel 2012 Galeotto fu il collier e Regalo di nozze. L'anno successivo escono Le tre minestre, lungo racconto autobiografico edito da Mondadori-Electa e Di Ilide ce n'è una sola. Nel 2014 Quattro sberle benedettePremiata ditta Sorelle Ficcadenti e Biglietto, signorina!; nel 2015 La ruga del cretino, scritto con Massimo Picozzi, Le belle Cece, La verità della suora storta, Quattro schiaffi benedetti, Un amore di zitella (tutti editi da Garzanti). Nel 2016 Nel mio paese è successo un fatto strano (Salani), Le mele di Kafka (Garzanti) e Viva più che mai (Garzanti).
Da ricordare che con il romanzo Almeno il cappello (edito nel 2009 da Garzanti) Andrea vitali ha vinto il Premio Casanova, il Premio Isola di Arturo Elsa Morante, il Campiello sezione giuria dei letterati ed è stato finalista al Premio Strega.
I suoi libri, pubblicati in Italia da Garzanti, sono stati tradotti in molti paesi, tra cui la Turchia, la Serbia e il Giappone. 
Renzo Montagnoli 
 

 

16 Giugno

Bandiere rosse, aquile nere

di Guido Cervo

Edizioni Piemme

Narrativa romanzo storico

 

Senza retorica, solo pietà

E’ passato ormai ben più di mezzo secolo da quei quasi 4 anni (1942 – 1945) così gravidi di eventi e di sofferenze per il nostro paese, in pratica dalla sconfitta delle truppe dell’Asse a El Alamein, all’invasione della Sicilia, alla defenestrazione di Mussolini nel corso della seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943, all’armistizio dell’8 settembre 1943 con conseguente occupazione tedesca del nostro suolo, alla nascita della Repubblica Sociale Italiana, ai lunghi mesi di una guerra civile che finì solo con la liberazione degli alleati il 25 aprile 1945. Più trascorre il tempo da un periodo storico, più si raffreddano gli animi, più il raziocinio prende il sopravvento sulla passione e quindi meno difficile, ma ancora tutt’altro che facile, è imbastire un romanzo storico ambientato in un periodo così travagliato. Guido Cervo ha voluto cimentarsi in proposito e mi sento di dire che il risultato è ampiamente positivo. Questo narratore ha capacità di profonde analisi storiche, sa sapientemente accostare personaggi realmente esistiti a frutti della sua creatività, è in grado sempre di trasmettere al lettore la sensazione che quanto scritto sia una cronaca reale, e questo grazie a uno stile non ridondante e all’abilità di descrivere i protagonisti con pochi e sicuri tratti di penna. Bandiere rosse, aquile nere si riallaccia, idealmente, a I ponti della Delizia, stupendo romanzo di Cervo sulla ritirata di Caporetto nella Grande Guerra. Infatti troviamo tre dei protagonisti di quell’opera, la maestra Ersilia che si è sposata con l’ex tenente degli arditi Ferruccio Martinelli, pure lui presente e diventato seniore della milizia fascista, nonché l’allora piccola Anna, dagli stessi adottata, ma cresciuta con idee politiche totalmente contrapposte a quelle dei genitori, fuggita da casa seguendo il sogno comunista. La famiglia Martinelli è composta anche dai figli avuti dopo il matrimonio, un’altra femmina, molto giovane e che nel romanzo è quasi una comparsa, due maschi, Alberto tenente dei bersaglieri che ritornerà dall’Africa gravemente ferito e menomato, ed Eugenio, impulsivo, desideroso di battersi e che aderirà fra i primi alla X Mas. Il lungo e tormentato periodo dalla guerra darà luogo a tante vicende in cui oltre a vedere come attori principali i membri della famiglia Martinelli registrerà la partecipazione di tanti personaggi, alcuni dei quali di grande spessore, come il terrorista dei Gap Stefano Zanderighi, una figura apparentemente minore, ma a cui viene demandato il compito, non certo facile, di precipitare nella disumanizzazione per poi tentare con fatica di riemergere, di cercare una vita propria lontana da tensioni adrenaliniche e da ogni violenza.

Ci siamo sempre chiesti il perché, dopo l’8 settembre 1943, ci siano state scelte così contrastanti e che portarono alla guerra civile. Indubbiamente, in un frangente come quello dell’improvviso armistizio, non fu facile prendere una decisione, anche se fu certamente più difficile quella di prendere la via della montagna per combattere gli occupanti tedeschi e poco dopo anche i Repubblichini. Privi di organizzazione all’inizio, quasi disarmati, con pochi viveri non fu certamente una scelta a cuor leggero quella di diventare partigiani, anche perché si trattava di sconvolgere un modo di vita instillato da anni di dittatura, in un regime progressivamente inviso con il progredire di una guerra sanguinosa. Dall’altro lato, posso capire chi accampò motivi di onore, di  coerenza di comportamenti, decisioni forse rispettabili, tanto più che ben si sapeva, o comunque si intuiva, che la guerra era persa. Questi dilemmi, queste lacerazioni interiori sono parte della narrazione e non potrebbe essere diversamente, perché a parte i fanatici, gli approfittatori, coloro che vedevano una possibilità per esprimere il loro animo criminale, gli altri si trovarono di fronte a una scelta assai difficile. Il romanzo non fa sconti a nessuno, né alle violenze della Guardia Nazionale Repubblicana, né a quelle dei partigiani che soprattutto a guerra finita insanguinarono il paese. Cervo però ha un pregio, racconta, non prende le parti di nessuno, ci mostra così come è stato un lungo orrore e lo fa senza enfasi, così come da cronista attento e indipendente descrive con grande abilità i bombardamenti aerei su Milano, con una prosa talmente realistica che si avverte la tensione, sembra di udire il suono della sirena d’allarme, si avverte il crescente sibilo delle bombe che cadono, si assiste impotenti alle distruzioni.  Devo dire che francamente questo romanzo mi ha stupito per la capacità di comprendere e di far comprendere le opposte motivazioni, perché non c’è odio, ma solo tanta pietà per un dolore immenso che ha sconvolto l’Italia più di mezzo secolo fa.

Da ultimo, ho ritratto l’impressione che giunto all’ultima pagina sia rimasta una certa sospensione, quasi che possa essere sottesa l’ipotesi di un terzo romanzo, che credo potrebbe andare dal dopo guerra fino al termine del secolo scorso, un periodo di estremo interesse per tutti, ma soprattutto per chi come me l’ha vissuto.

Da leggere, mi sembra ovvio. 

Guido Cervo vive e lavora a Bergamo. È autore di romanzi di successo, tutti pubblicati da Piemme, tra cui "La trilogia del Legato romano", che ora viene riproposta, nel suo primo volume, in una nuova versione, la serie Il Teutone e due romanzi che affrontano i tragici conflitti mondiali del Novecento: Via dalla trincea e Bandiere rosse, aquile nere...
Renzo Montagnoli 
 

 

13 Giugno

A cantare fu il cane

di Andrea Vitali

Garzanti Libri

Narrativa romanzo

 

Nulla è ciò che sembra

Quando un romanzo di Vitali, che è sostanzialmente una commedia degli equivoci, parte bene si può essere certi che l’autore riesce a condurlo con mano sicura fino all’ultima pagina. Se poi alla consueta ambientazione (il grazioso paese di Bellano) e a personaggi che sembrano delle caricature si accompagna la figura del maresciallo dei Regi Carabinieri Maccadò, dando una punta di giallo all’intera trama, si può star sicuri che il divertimento è assicurato. In A cantare fu il cane accade di tutto, con un tentativo di furto che serve però a coprire ben altre cose e che fa da fil rouge, e con la ricerca di un rampollo di una famiglia borghese che pare sia fuggito con l’ammaliante Omosupe, illusionista ed escapologa, l’effettiva grande attrazione del circo Astra, famosa per l’esibizione del suo ombelico che tanto fa eccitare i maschi del paese.

Tutto quanto è non ciò che sembra e Maccadò avrà il suo bel da fare per venire a capo delle sue indagini, coadiuvato dai suoi due carabinieri dai nomi indovinatissimi (Grafico e Virgola) e dall’appuntato Misfatti che incapperà in una disavventura da far sbellicare dalle risate.

Di più non posso dire, o meglio non riesco a dire, perché il romanzo non vive su un unico equivoco, ma su molti altri che nascono pagina dopo pagina grazie all’inesauribile vena dell’autore.

A Vitali qualche volta la torta non riesce bene, nel senso che l’opera, fragile sin dall’inizio, si ammoscia pagina dopo pagina, ma in questo caso, con A cantare fu il cane, non è così e assicuro che il libro consente di trascorrere alcune ore di sereno svago.

Dopo aver frequentato «il severissimo liceo Manzoni» di Lecco, Andrea Vitali si laurea in medicina all'Università Statale di Milano ed esercita la professione di medico di base nel suo paese natale. 
Scrittore molto prolifico, ha esordito nel 1990 con il romanzo breve Il procuratore, ispiratogli dai racconti di suo padre; nel 1996 ha vinto il Premio letterario Piero Chiara con L'ombra di Marinetti, ma il grande successo lo ha ottenuto nel 2003 con Una finestra vistalago (Premio Grinzane 2004). 
Nel 2006 ha vinto il Premio Bancarella con il romanzo La figlia del Podestà; nel 2009 il Premio Boccaccio e il Premio Hemingway. 
Tra i numerosi romanzi, ricordiamo: nel 2011 La leggenda del morto contento e Zia Antonia sapeva di menta. Nel 2012 Galeotto fu il collier e Regalo di nozze. L'anno successivo escono Le tre minestre, lungo racconto autobiografico edito da Mondadori-Electa e Di Ilide ce n'è una sola. Nel 2014 Quattro sberle benedettePremiata ditta Sorelle Ficcadenti e Biglietto, signorina!; nel 2015 La ruga del cretino, scritto con Massimo Picozzi, Le belle Cece, La verità della suora storta, Quattro schiaffi benedetti, Un amore di zitella (tutti editi da Garzanti). Nel 2016 Nel mio paese è successo un fatto strano (Salani), Le mele di Kafka (Garzanti) e Viva più che mai (Garzanti).
Da ricordare che con il romanzo Almeno il cappello (edito nel 2009 da Garzanti) Andrea vitali ha vinto il Premio Casanova, il Premio Isola di Arturo Elsa Morante, il Campiello sezione giuria dei letterati ed è stato finalista al Premio Strega.
I suoi libri, pubblicati in Italia da Garzanti, sono stati tradotti in molti paesi, tra cui la Turchia, la Serbia e il Giappone. 
Renzo Montagnoli 
 

 

10 Giugno

Santa Maria delle Battaglie

di Raffaele Nigro

Rizzoli Editore

Narrativa romanzo storico

 

Il miracolo delle parole

Fra i soppalchi di una libreria c’è una statua lignea del XVI secolo raffigurante la Madonna, e per la precisione Santa Maria delle Battaglie. In quella camera c’è anche un letto dove dorme, in attesa di un quasi impossibile, ma tanto bramato risveglio Federica, una ragazza vittima di un incidente stradale che l’ha ridotta in quello stato comatoso. Tutto si fa perché esca da quell’immutabile torpore: la televisione sempre accesa, l’infermiera che continua a parlarle, ma c’è anche chi comunica con lei in silenzio, in ciò pregata dalla madre dell’inferma: è quella statua che le narra dei suoi avi, una storia stupenda che ha appreso dai versi del cantastorie Colantonio Occhiostracciato.  Quella camera fa parte di una villa in cui vivono, separati dalle loro passioni, i genitori di Federica, lui un filosofo, per sua natura portato a una vita quieta e riflessiva, lei una giornalista, continuamente in prima linea.

In pratica là si consumano due drammi: quello di una giovane bellissima che ormai vegeta e quello di un uomo e una donna uniti solo dall’incomunicabilità.

Per quanto diverse le cause, uguali sono gli effetti; il silenzio fra i coniugi si intuisce, pare un fatto ormai assodato e assolutamente impossibile da sanare; poca speranza c’è per il risveglio di Federica, ma nondimeno la Madonna delle Battaglie continua a parlarle, perché in ciò è stata pregata da Magdalena, la madre della ragazza. Le vicende degli avi, di quel figlio, che da scapestrato diventerà un difensore della cristianità, figlio nato da una relazione pressoché incestuosa fra zio e nipote, gli scontri inevitabili fra gli spagnoli che comandano in meridione e i francesi che vorrebbero soppiantarli con l’aiuto dei Turchi, hanno un ritmo incalzante, proprio dei romanzi d’avventura, ma non tralasciano tuttavia di soffermarsi sul senso della vita, su quella ricerca affannosa che anima e divora non pochi uomini. E in questo contesto prende corpo una tenzone fra Braccio Cacciante (questo è il nome del figlio del peccato) e il famoso pirata Khair ed-Din, il Barbarossa, dapprima per una donna, ma poi per dare un senso alle loro esistenze. La sfida continuerà, una volta morto Braccio, con suo figlio Belisario, diventato un virtuoso dei fuochi pirotecnici, ma anche in questo caso senza che uno prevalga sull’altro, perché è troppo importante avere nella vita qualcuno con cui misurarsi.

Se I fuochi del Basento mi aveva impressionato, entusiasmandomi, questo Santa Maria delle Battaglie é stata un’emozione continua e crescente, perché, al di là della vicenda narrata, non si può restare indifferenti alla creatività visionaria di Raffaele Nigro che porta perfino davanti agli occhi del lettore lo spettacolo mozzafiato dei fuochi d’artificio, grazie a uno stile di rara efficacia, con una scrittura che sembra scivolare sul foglio. La capacità descrittiva è quasi incredibile, tanto che le scene si susseguono come in una pellicola cinematografica. Ci sarebbe da dire che a ogni pagina si attende il miracolo della Madonna, ma il miracolo, così come auspicato, cioè la guarigione non ci sarà, eppure possiamo parlare tuttavia di miracolo, di un qualcosa di speciale che risiede nella forza delle parole, capaci di far ricordare il passato e quindi  di consentire agli uomini di essere artefici del proprio presente e del futuro.

Mi piacerebbe aggiungere qualche altra considerazione, perché il romanzo merita tanto, ma per quanto cerchi dentro di me sono sopraffatto da un’emozione intensa, da quel senso di entusiastico appagamento che mi coglie quando ho la certezza di aver letto un capolavoro.

Raffaele Nigro (Melfi, Potenza, 1947) scrittore e saggista italiano. La ricca produzione saggistica riguarda soprattutto la storia e la cultura di Basilicata e Puglia (Basilicata tra Umanesimo e Barocco, 1981). I toni dell’epopea popolare si affermano nel romanzo storico I fuochi del Basento (1987, premio Campiello); mafia e corruzione sono invece i temi di Ombre sull’Ofanto (1992, premio Grinzane); corposo romanzo che rivisita i «cunti» fantastici seicenteschi è Dio di Levante (1994); Diario mediterraneo (2000) affronta il tema dell’incontro-scontro tra le culture che si affacciano sul «mare nostrum»; Malvarosa (2005) dipinge un meridione nel difficile passaggio alla modernità. È autore anche della raccolta di racconti I piantatori di Lune (1991).
Renzo Montagnoli 

 

6 Giugno

Il comunista in camicia nera

Nicola Bombacci tra Lenin e Mussolini

di Arrigo Petacco

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Biografia 

 

Un socialista particolare

Soprattutto dopo aver letto questa interessante biografia sono più che mai convinto che certi personaggi possano nascere solo in Italia. Perché? Basta leggere la vita di Nicola Bombacci, romagnolo purosangue, amico fraterno di Mussolini, prima fervente socialista, poi fondatore del partito comunista italiano, da cui fu espulso per il suo non allineamento alle direttive della segreteria, non perseguitato durante il ventennio e che addirittura, all’indomani della liberazione di Mussolini dalla sua prigione sul Gran Sasso e successiva fondazione della Repubblica Sociale Italiana, si fiondò a Gargnano, dove dimorava il duce e si mise a sua disposizione. Credo che una vita così avventurosa e anche piena di controsensi sia pressoché unica, vita che come sappiamo si conclude il 28 aprile 1945 sul lungolago di Dongo con la morte per fucilazione, unitamente ad altri gerarchi fascisti, fra i quali Pavolini. Il libro di Petacco è ben scritto e ben documentato, finisce inoltre con il ripercorrere la storia del partito socialista italiano dagli anni antecedenti la Grande guerra fino a quello in cui si conclude la seconda guerra mondiale. Non c’è la pretesa di dire tutto e di parlare di tutto, resta però il fatto che con un personaggio come il mite Bombacci è impossibile esaurire il tema in poche pagine, perché ci troviamo di fronte a un uomo che, oltre a provocare la famosa scissione di Livorno nel partito socialista con la fondazione del partito comunista,  è stato un testimone d’eccezione dei primi anni anni della Russia sovietica, frequentando a Mosca Lenin  e costituendo un ponte ideale fra la rivoluzione russa e quella fascista, in ciò stimolato dalla dirigenza del Comintern e con il compiaciuto assenso di Mussolini. Oratore di indubbie capacità (i suoi comizi erano sempre un successo e lo furono anche nel breve periodo della Repubblica Sociale Italiana), un po’ narcisista, era uomo politico più teorico che pratico e ciò lo si nota anche negli articoli della Carta di Verona, le cui basi, strutture e indirizzi  furono senz’altro sue e approvate da Mussolini; questo manifesto della RSI è sostanzialmente socialista, ma, se gli intenti sono ottimi, le modalità per raggiungere uno stato che vedesse paritetici capitale e lavoro nel comune interesse sono alquanto fumose e di difficile realizzazione, soprattutto in un periodo come quello, con l’Italia invasa e la guerra civile in corso. Prima di cadere sotto i colpi del plotone di esecuzione pare abbia gridato “Viva Mussolini! Viva il socialismo!” e c’è da credere che sia vero, perché l’uomo, pur non avendo dei concetti ben precisi di quello che dovrebbe essere una democrazia socialista, tuttavia intimamente apprezzava e desiderava un mondo in cui il lavoro e i lavoratori potessero trovare dignità di protagonisti non subordinati. Il suo corpo, come quelli degli altri fascisti giustiziati a Dongo e di Mussolini e della Petacci, eliminati a Giulino di Mezzegra, finì appeso a Milano a Piazzale Loreto e nel documento che attestava la fucilazione sotto il suo nome c’era scritto “Supertraditore”, perché tale era considerato dai suoi ex compagni comunisti.

Da leggere.

Arrigo Petacco (Castelnuovo Magra, 7 agosto 1929 – Portovenere, 3 aprile 2018). Giornalista, inviato speciale, è stato direttore della «Nazione» e di «Storia illustrata », ha sceneggiato film e realizzato programmi televisivi di successo. Nei suoi libri affronta i grandi misteri della storia, ribaltando spesso verità giudicate incontestabili. Fra gli altri ricordiamo, pubblicati da Mondadori:Dear Benito, caro Winston, I ragazzi del '44, La regina del Sud, Il Prefetto di ferro, La principessa del Nord, La Signora della Vandea, La nostra guerra. 1940-1945, Il comunista in camicia nera, L'archivio segreto di Mussolini, Regina. La vita e i segreti di Maria José, Il Superfascista, L'armata scomparsa, L'esodo, L'anarchico che venne dall'America, L'amante dell'imperatore, Joe Petrosino, L'armata nel deserto, Ammazzate quel fascista!, Il Cristo dell'Amiata, Faccetta nera, L'uomo della Provvidenza, La Croce e la Mezzaluna, ¡Viva la muerte!, L'ultima crociata, La strana guerra, Il Regno del Nord, O Roma o morte, Quelli che dissero no, Eva e Claretta, A Mosca, solo andataNazisti in fugaLa storia ci ha mentito e Ho sparato a Garibaldi.
Renzo Montagnoli 

 

3 Giugno

Banda randagia

di Vincenzo Pardini

Fandango Libri

www.fandangoeditore.it

Narrativa racconti noir

 

Bestie, e non animali

Pardini ci ha abituato, con i suoi romanzi e con i suoi racconti, a descrivere un tempo in cui uomini e natura, ma soprattutto uomini e animali erano capaci di interagire, di convivere in una posizione sostanzialmente paritaria; non è un’Arcadia di cui ci parla, ma è una realtà che attualmente, presi da interessi secondari che riteniamo invece primari, ci sfugge e non vedendola ci priviamo della facoltà di essere liberi in un mondo di liberi. E’ stato quindi con un certo stupore che, leggendo i racconti di questa raccolta intitolata Banda randagia,  ho trovato argomenti ben diversi e soprattutto svolgimenti di temi che non ricordano lo stile di scrittura tipica dell’autore lucchese. Si è infatti in presenza di noir, che non di rado sfiorano l’horror, ma soprattutto c’è una violenza sotto tutti gli aspetti che mi ha invero sconcertato. Il Pardini misurato di Il postale, tanto per citare una sua opera, lascia spazio qui a una inusuale tensione emotiva che esplode in una aggressività rabbiosa, in un eccesso che probabilmente si ritrova nei delinquenti psicopatici o paranoici, quali sono quasi tutti i protagonisti dei racconti. E questo eccesso è presente pure sotto l’aspetto sessuale, in cui i rapporti non sono per niente sfumati, ma sbattuti sotto gli occhi di tutti con descrizioni che non sono proprie della scrittura erotica, ma vanno oltre, sfiorando la pornografia. Mi riferisco in tal caso a due racconti, La moglie del serpente, con rapporti saffici, e Lo chiamavano orso, intriso di passioni omosessuali. Questione di gusti, ma questi due non mi sono piaciuti, a differenza di altri due che da soli valgono la pena di acquistare questo libro. Mi riferisco a Banda randagia, che dà il titolo all’opera, e che è tutto sommato un normale noir con la figura di uno psicopatico che diventa un serial killer, uccidendo a destra e a manca, ma il crescente disagio psichico è descritto felicemente, tanto che l’attesa nel lettore di arrivare alla fine cresce di pari passo con il delirio di onnipotenza tipico di questi soggetti; ed è l’unico racconto in cui ritrovo il Pardini capace di far parlare gli animali, di dare loro una personalità quasi da homo sapiens che così tanto ho apprezzato in altri suoi lavori; è un racconto bellissimo, quasi un piccolo romanzo breve, da cui ho ritratto impressioni positive su un senso di giustizia universale che non è dell’uomo, ma della natura. L’altra prosa che ha incontrato i miei favori è Ferrovia parallela, un viaggio da incubo in un incubo, la parabola di un uomo che si accorge di non poter definire la propria esistenza, perché altri, dal volto ignoto, decidono per lui senza che possa interloquire; in questo treno che viaggia senza mai fermarsi c’è tutta la vita di ognuno di noi, c’è il nostro destino che non possiamo cambiare. Mi è piaciuto, ma in misura minore, anche Il Roero, con un altro viaggio in treno, dove un uomo che rincorre il suo psicanalista si trova in una situazione di pericolo allucinante, partecipe di un giallo breve di cui non intendo dire altro per non anticipare troppo.

Mi sono chiesto il perché di questi racconti così diversi dalla consueta produzione dell’autore e non ho trovata altra risposta se non nell’attività svolta in precedenza; forse l’essere stato guardia giurata e magari qualche esperienza legata a questa professione hanno fatto scattare la molla della creatività, anche se credo – la mia però è un’ipotesi – che Pardini, uso a parlare di rapporti fra uomini e animali,  abbia inteso questa volta narrare di bestie, cioè di quel che diventa l’uomo quando delinque. 

Sono dell’opinione che, per quanto Banda randagia mi sia sembrata un’opera minore nella eccellente produzione di Pardini, sia comunque meritevole di lettura per le motivazioni che ho sopra esposto, nonché per la capacità di sondare l’animo umano, scoprendo il suo lato più oscuro.

Vincenzo Pardini è nato a Fabbriche di Vallico (Lucca) nel 1950. Collabora al Quotidiano Nazionale e alle riviste Nuovi Argomenti e Paragone. Tra le sue opere ricordiamo Jodo Cartamigli (Mondadori, 1989), Giovale(Bompiani, 1993), Rasoio di guerra (Giunti, 1995), Tra uomini e lupi (peQuod, 2005, premio Viareggio-Rèpaci), Il postale (Fandango, 2012) e Grande secolo d’oro e di dolore (Il Saggiatore, 2017)
Renzo Montagnoli 

 

27 Maggio

L’Italia invasa

1943 – 1945

di Gianni Rocca

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Storia

 

La Campagna d’Italia degli Anglo-americani

Nel corso della seconda guerra mondiale gli alleati sbarcarono in Sicilia il 10 luglio 1943, prima indispensabile fase dell’operazione Husky e che segnò l’inizio della Campagna d’Italia, una vera e propria invasione che avrebbe portato gli angloamericani, risalendo la penisola, alla completa conquista del nostro paese, con la resa delle truppe tedesche avvenuta formalmente il 29 aprile 1945. Si trattò quindi di ben ventidue mesi di battaglie cruente con inevitabili ripercussioni sulla popolazione civile, già stremata da una guerra che ci aveva visto sempre in estrema difficoltà. Peraltro, ad aggravare situazione, dopo l’armistizio italiano dell’8 settembre 1943 ci fu la pesante occupazione tedesca e la nascita della Repubblica Sociale Italiana che diede l’avvio a una crudele e sanguinosa guerra civile. Se è indubbio che il fronte italico era da considerarsi secondario nell’ottica del grande sbarco preparato e poi realizzato in Normandia, e che quindi le truppe alleate impegnate nello stivale non erano né particolarmente consistenti, né di rilevante qualità, fatte salve alcune divisioni, non si trovano giustificazioni logiche per un così lungo periodo di combattimenti, se non in due aspetti che possono ben spiegare la circostanza: il comandante tedesco, il maresciallo Albert Kesserling, riuscì, con notevole abilità, a ritardare l’avanzata alleata, nonché a contrastare efficacemente le due operazioni di sbarco, la prima nel golfo di Salerno, la seconda ad Anzio; contro un simile avversario i comandanti dei corpi di spedizione americano e inglese, rispettivamente i generali Mark Ckark e Harold Alexander (quest’ultimo responsabile delle operazioni), pur di capacità non inferiori e con mezzi senz’altro superiori, mostrarono ampie carenze dovute soprattutto alla rivalità esistente fra di loro. Per spiegare quanto di negativo abbia comportato la litigiosità fra i comandanti alleati basta ricordare che Clark venne meno all’incarico ricevuto nell’ambito del grande attacco alle linee tedesche imperniate su Cassino solo per arrivare primo a Roma, impedendo così l’accerchiamento di una rilevante entità delle forze nemiche. Comunque vi furono anche errori involontari, ma indubbiamente assai perniciosi, come quello, una volta sbarcati ad Anzio, di non procedere celermente verso l’interno, attesa l’assenza di tedeschi, ai quali fu lasciato tutto il tempo necessario per organizzarsi e intervenire.

Purtroppo, la guerra, che è già un’orrenda realtà, è fatta dagli uomini e quando  i capi di questi non sono adeguati, oppure non vanno d’accordo, inevitabilmente se ne pagano le conseguenze, conseguenze che si tradussero in grosse perdite degli alleati e nelle migliaia di vittime della popolazione civile.

Il saggio storico di Gianni Rocca parla appunto di questa invasione, del lento progredire dell’avanzata alleata, delle sofferenze degli italiani che si accentuarono  indicando eventi, personaggi, cause, risultati. Si tratta di uno dei periodi più tragici della nostra storia che i giovani oggi sovente non conoscono e di cui invece dovrebbero essere resi edotti, perché il nostro cammino verso la libertà non fu una passeggiata, fu un percorso di lacrime e sangue.

Gianni Rocca (Torino22 ottobre 1927 – Roma20 febbraio 2006) è stato un  giornalista italiano, fra i fondatori del quotidiano La Repubblica. A partire dagli anni ottanta si è dedicato anche a scrivere opere di riflessione storica che hanno avuto grande successo. Al riguardo, fra le più note, si ricordano Cadorna, il generalissimo di Caporetto; Fucilate gli ammiragli. La tragedia della Marina italiana nella seconda guerra mondiale; L’Italia invasa: 1943 – 1945; Stalin: quel “meraviglioso georgiano”; Caro revisionista, ti scrivo….
Renzo Montagnoli 
 

 

25 Maggio

Le Case del malcontento

di Sacha Naspini

Edizioni e/o

Narrativa romanzo
 

Un grande piccolo borgo

Mi corre l’obbligo di effettuare una doverosa premessa relativa all’autore, da me conosciuto una decina di anni fa in occasione della pubblicazione di un mio libro con un comune editore, Il Foglio Letterario, piccola, ma solo a dimensioni, realtà imprenditoriale; in quella circostanza, oltre a conversare piacevolmente con Naspini, ho ritratto la sensazione di trovarmi di fronte a un narratore di grandi speranze, sensazione che ha trovato poi una conferma nella lettura delle sue prime opere, vale a dire I sassi, un noir che privilegia gli approfondimenti di carattere psicologico, e L’ingrato, una storia di paese che è il pretesto per una spietata denuncia della maldicenza. Soprattutto quest’ultimo presenta caratteristiche e peculiarità proprie di un artista esperto e consumato, elementi positivi che si ritrovano in genere al culmine di una lunga carriera letteraria e non certo ai suoi inizi, a inequivocabile prova che in Naspini non c’è solo talento, ma quello stato di grazia proprio dell’artista a tutto tondo. Sono seguite poi altre opere, di cui l’ultima, Il gran diavolo, è un romanzo storico incentrato sulla figura di Giovanni dalle Bande Nere, un genere che non è peculiare del narratore toscano, ma il cui risultato è stato tuttavia ampiamente soddisfacente. Ritorna ora, in un certo senso sulle orme dell’Ingrato, questo  Le case del malcontento, un’opera di per sé quasi ciclopica con le sue 464 pagine (romanzi così corposi non frequenti al giorno d’oggi), ma non gli si può certo imputare di aver voluto tirare in lungo o di essere stato dispersivo, anzi ho l’impressione che si sia frenato, perché avrebbe potuto scrivere ancora di più.

Le Case è un paese, un borgo della Maremma toscana, un insieme di abitazioni e di rocce, di cave, di strade con grandi curve, insomma una piccola realtà talmente a sé stante da considerarla quasi un enclave nell’ambito di uno stato assai più esteso; eppure, riflette, nei suoi personaggi, e pur con le tipicità di un mondo provinciale, le presenze quotidiane in cui normalmente ci imbattiamo e di cui noi stessi siamo parte. E di questo agglomerato Naspini narra una storia, o meglio racconta tante piccole storie che finiscono con il fondersi in un racconto assai più grande, un racconto corale che porta il lettore da casa in casa, dal termine della guerra alla fine del secolo scorso. Peraltro l‘impostazione strutturale è di una originalità particolare, perché l’opera inizia con la pianta del borgo e ogni casa ha il suo nome e ognuno di questi nomi, congiuntamente ad altri, è uno dei narratori, così che ogni capitolo comincia con un nome che racconta, che spazia dal passato al presente; ogni nome è protagonista, racconta di sé, ma anche di sprazzi della vita di altri, che possono benissimo essere smentiti o visti in altro modo, insomma una complessa realtà in cui tutti sono dipendenti l’uno dall’altro, e ognuno è tutto e il contrario di tutto. Ciò che in realtà Naspini narra è un mondo che sta in piedi con fragili puntelli, caratterizzato da inganni e da segreti, destinato, e non potrebbe essere altrimenti, prima o poi a implodere. Mi pare evidente che se si pensa all’attuale realtà non è difficile comprendere che è tutta la nostra Società a dare vita alle case del malcontento.

Le Case è pertanto una metafora di un realtà che non vogliamo vedere, come se a nascondere la verità la menzogna potesse diventare verità, atteggiamento che inevitabilmente prima o poi finirà con il travolgerci.  

Lo stile è fresco, scorrevole, la tensione è in costante crescita, pagina dopo pagina, così da risultare il romanzo piano piano avvincente, avviluppando il lettore in una rete in cui la commistione di diversi generi, anziché risultare sgradita, affascina, convince ed è un altro dei motivi di pregio del libro. A voler cercare un difetto è un po’ difficile trovarlo, anche se c’è il rischio concreto, di perdersi, di fare confusione con tanti personaggi che quasi si spintonano per mettersi in luce, ma è un peccato da poco, quello che si potrebbe definire veniale, perché in fondo che sfugga un nome, o si confonda l’uno con un altro poco importa, perché determinante è l’immagine che viene a crearsi di una piccola e chiusa realtà, coincidente però con il mondo intero di cui essa stessa è parte. Forse gridare al capolavoro può sembrare eccessivo, ma se non è tale, e al riguardo ho più di un dubbio,  Le case del malcontento è almeno di un elevato livello di eccellenza. 

Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976. Collabora come editor e art director con diverse realtà editoriali. È autore di numerosi racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo L’ingrato (2006), I sassi (2007), I Cariolanti(2009), Le nostre assenze (2012), Il gran diavolo (2014). Scrive per il cinema.
Renzo Montagnoli 
 

 

23 Maggio

I fuochi del Basento

di Raffaele Nigro

BUR Biblioteca Universale Rizzoli

Narrativa romanzo storico 

 

Un grandioso affresco

Scrivere un romanzo storico riguardante l’ultimo travagliato periodo del regno borbonico, mostrando attraverso le vicende di una famiglia, i Nigro, le lotte aspre e sanguinose volte al riscatto dei cafoni, in un contesto di profonda miseria per la stragrande maggioranza della popolazione del Regno di Napoli e delle Due Sicilie, non deve essere stato facile, perché si apprezzano la minuziosa ricerca delle fonti e le descrizioni dei personaggi, pressoché tutti realmente esistiti.  Grosso modo il periodo in questione va dall’imminenza della rivoluzione francese alla spedizione dei Mille, un lasso di tempo non breve, caratterizzato da turbolenze, da confusi moti popolari in cui era difficile distinguere i rivoltosi dai briganti e dove sovente le parti finivano per invertirsi, generando un caos in cui era difficile comprendere i ruoli dei protagonisti. Furono le idee liberali che accesero la miccia e che fecero pressioni affinché il Borbone concedesse almeno una costituzione e brigasse per non far morir di fame i suoi sudditi, ponendo fine a contrasti, a epidemie, a un banditismo che nasceva e si sviluppava in un tessuto di particolare miseria, in cui era più facile morire che vivere. Non si trattava quindi del Regno ricco tanto osannato dai neo borbonici, era un regime assolutista che assai probabilmente, anche senza la spedizione di Garibaldi e il soccorso dei piemontesi, avrebbe finito per dissolversi.

Raffaele Nigro narra le vicende dei suoi avi, le racconta come fosse una saga nordica, in cui tuttavia la predominante epica viene smussata da un verismo simile, anche se non uguale, a quello di Giovanni Verga. Ne nasce un’opera che affascina e stupisce, un grande affresco di un Meridione che ancor oggi è in attesa del suo riscatto, un romanzo corale con tanti protagonisti, ognuno ben inserito nel contesto, e di questi vorrei ricordarne qualcuno, perché si tratta di individui dotati di forte personalità, che si affacciano prepotenti sulla scena e che se ne vanno, mestamente, in punta di piedi.  

Francesco Nigro, un povero bracciante analfabeta, ma con un naturale talento per la poesia, costretto dalle circostanze a diventare brigante, abbraccia la causa della povera gente, dei contadini, diventando generale e morendo per sostenere quell’idea di riscatto che accompagna la ribellione dei cafoni; Concetta Libera Palombo, moglie di Francesco, donna devota e fedele alle tradizioni, sarà un giunco nella tempesta, con i figli che le daranno non pochi grattacapi, tranne uno, Raffaele Arcangelo Nigro che, avviato alla vita monacale, combatterà una sua personale guerra, del tutto pacifica, per soccorrere i miseri e i deboli, forte delle sue convinzioni e toccato dalla grazia divina, da cui tuttavia riuscirà a non essere schiacciato, a non vivere dell’aureola di santo che tanti gli vogliono porre sul capo; Padre Ferdinando Paolino Tortorelli, un sacerdote che non si chiude nelle mura della chiesa, ma che è sempre in giro, a proprio agio fra i contadini, uomo saggio e studioso, uno scienziato con la tonaca; Don Tommaso Maria Bindi, un liberale, un avvocato, che sostiene la causa dei contadini, pagandone le conseguenze, un puro e disinteressato, pacifico e tuttavia coinvolto in una guerra di cui non riuscirà a vedere la fine. Ambientato tra Puglia e Lucania, in terre per lo più aride, ma in cui sono presenti due fiumi ricorrenti nella narrazione, il Basento e l’Ofanto, è un romanzo in cui cruda realtà e utopia, speranze spezzate, solitudini e rassegnazioni si alternano in una narrazione che avvince, che rende partecipi delle tragedie e delle poche effimere gioie, un quadro che la mano dell’autore ha saputo dipingere con rara abilità, tanto che, giunti alla fine, è impossibile non essere travolti dalla commozione.

Raffaele Nigro (Melfi, Potenza, 1947) scrittore e saggista italiano. La ricca produzione saggistica riguarda soprattutto la storia e la cultura di Basilicata e Puglia (Basilicata tra Umanesimo e Barocco, 1981). I toni dell’epopea popolare si affermano nel romanzo storico I fuochi del Basento (1987, premio Campiello); mafia e corruzione sono invece i temi di Ombre sull’Ofanto (1992, premio Grinzane); corposo romanzo che rivisita i «cunti» fantastici seicenteschi è Dio di Levante (1994); Diario mediterraneo (2000) affronta il tema dell’incontro-scontro tra le culture che si affacciano sul «mare nostrum»; Malvarosa (2005) dipinge un meridione nel difficile passaggio alla modernità. È autore anche della raccolta di racconti I piantatori di Lune (1991).
Renzo Montagnoli 
 

 

21 Maggio

Il meccanico Landru

di Andrea Vitali

Garzanti Libri

Narrativa romanzo 

 

Tutto ebbe inizio con i telai

Corre l’anno 1930 quando un pomeriggio di un freddo gennaio scendono alla stazione di Bellano sei uomini, vestiti poveramente e con la barba lunga, lì convocati per montare una linea di telai elettrici del cotonificio. E’ un periodo di crisi e la proprietà, per contenere i costi, non trova di meglio che procedere a una parziale automazione che però comporterà il licenziamento di una ottantina di dipendenti. Da quell’arrivo di un campionario umano tipico del sottoproletariato di cui fa parte anche un giovante prestante dal nome famigerato di Landru Angelici, non certamente un assassino, ma nemmeno uno stinco di santo, nasce un’intricata vicenda in cui Vitali si butta a capofitto, muovendo pedine e incastri, tutti direttamente o indirettamente collegati al cotonificio. Il direttore dello stabilimento, il competente e umano ing. Galimberti, la sua impeccabile e desiderabile  segretaria Emilia Personnini, il capostazione e confidente dei carabinieri Amedeo Musante, la bella e astuta Mirandola Gilardoni, il segretario del locale fascio Aurelio Pasta, tanto intraprendente quanto facile agli smacchi, Eumeo Pennati, fascista con non nascoste mire di prendere il posto di Pasta, il buon parroco Don Ascani – tanto per citare i personaggi almeno più importanti del romanzo, ma ne ve sono molti altri in veste di comprimari – si agitano, in verità ben diretti da quell’abile burattinaio che è Andrea Vitali e che sembra divertirsi nel proporre continuamente nuovi inserimenti, nuove vicende nell’ambito di quella originaria della famosa installazione dei telai che non avverrà mai e non vado oltre. Spasimi d’amore, più o meno ricambiati, screzi, vecchie rivalità, piccinerie di una piccola realtà come Bellano, ma che assumono generali caratteristiche di un popolo che da sempre sembra vivere alla giornata sono il companatico di questo racconto, che presenta talmente tanti spunti che un altro autore, invece di scrivere un solo romanzo, probabilmente ne avrebbe stilati almeno due. E del resto sono 370 pagine, non certo poche, ma che si leggono, se non proprio d’un fiato, comunque alla svelta, soprattutto per la curiosità di sapere come verrà sbrogliato il nodo di tanti gomitoli. E’ ovvio che tutto finirà per aggiustarsi, anche per il contributo, del tutto involontario, di Landru. Il romanzo si chiude il giorno dopo dell’avvenuta liberazione, in cui già i fascisti si sono abilmente riciclati con un veloce cambio di camicia, da nera a rossa, facendo così venire in mente l’insegnamento del Gattopardo, e cioè che da noi tutto cambia per ritornare poi sempre uguale.

Da leggere, anche per trascorrere gradevolmente alcune ore.    

Dopo aver frequentato «il severissimo liceo Manzoni» di Lecco, Andrea Vitali si laurea in medicina all'Università Statale di Milano ed esercita la professione di medico di base nel suo paese natale. 
Scrittore molto prolifico, ha esordito nel 1990 con il romanzo breve Il procuratore, ispiratogli dai racconti di suo padre; nel 1996 ha vinto il Premio letterario Piero Chiara con L'ombra di Marinetti, ma il grande successo lo ha ottenuto nel 2003 con Una finestra vistalago (Premio Grinzane 2004). 
Nel 2006 ha vinto il Premio Bancarella con il romanzo La figlia del Podestà; nel 2009 il Premio Boccaccio e il Premio Hemingway. 
Tra i numerosi romanzi, ricordiamo: nel 2011 La leggenda del morto contento e Zia Antonia sapeva di menta. Nel 2012 Galeotto fu il collier e Regalo di nozze. L'anno successivo escono Le tre minestre, lungo racconto autobiografico edito da Mondadori-Electa e Di Ilide ce n'è una sola. Nel 2014 Quattro sberle benedettePremiata ditta Sorelle Ficcadenti e Biglietto, signorina!; nel 2015 La ruga del cretino, scritto con Massimo Picozzi, Le belle Cece, La verità della suora storta, Quattro schiaffi benedetti, Un amore di zitella (tutti editi da Garzanti). Nel 2016 Nel mio paese è successo un fatto strano (Salani), Le mele di Kafka (Garzanti) e Viva più che mai (Garzanti).
Da ricordare che con il romanzo Almeno il cappello (edito nel 2009 da Garzanti) Andrea vitali ha vinto il Premio Casanova, il Premio Isola di Arturo Elsa Morante, il Campiello sezione giuria dei letterati ed è stato finalista al Premio Strega.
I suoi libri, pubblicati in Italia da Garzanti, sono stati tradotti in molti paesi, tra cui la Turchia, la Serbia e il Giappone. 
Renzo Montagnoli 

 

 

19 Maggio

Educazione europea

di Romain Gary

Neri Pozza Editore

Narrativa romanzo 

Un pacifismo non di maniera

Educazione europea è il romanzo con cui ha esordito nel 1945 Romain Gary, dopo l’esperienza bellica come aviatore della Francia libera e nel corso della quale si meritò la Legion d’Onore. Dunque ci troviamo di fronte a un eroe di guerra che scrive una storia di guerra finalizzata però a un pacifismo non di maniera. Gary racconta le vicende di un gruppo di partigiani polacchi assillati dalla fame e dal freddo, oltre che dalla crudele e sempre presente repressione nazista. Fra questi il personaggio di primo piano è Janek, un ragazzino che ha già perso i fratelli e che perderà anche il padre, strappato troppo presto alle fantasie di una gioventù e precipitato nel baratro della violenza e dell’orrore, in una serie di esperienze in cui apprende che gli uomini hanno due facce, che se c’è il tradimento ci può anche essere l’altruismo, che se c’è l’odio può esserci anche l’amore. Così la sua maturazione, il passaggio dall’età della pubertà a quella adulta avverrà in brevissimo tempo, durante il quale tuttavia apprenderà l’autentico significato della parola libertà e nascerà in lui la speranza per un mondo migliore, per un’Europa unita e pacifica. Dopo due lunghi, interminabili inverni di fame e di freddo, dopo aver visto morire tanti compagni, dopo avere avuto l’orrore e la necessità di uccidere Janek fa il conto di quell’esperienza con queste semplici parole, che tuttavia sono stilettate nell’animo di chi legge: “In Europa abbiamo le cattedrali più antiche, le più vecchie e celebri università, le più grandi biblioteche, ed è qui che si riceve l’educazione migliore, sembra che vengano in Europa da tutti gli angoli del mondo per istruirsi. Ma alla fine, quel che ti insegna tutta questa famosa educazione europea è come trovare il coraggio e delle buone ragioni, valide e convenienti, per ammazzare un uomo che non ti ha fatto nulla e che se ne sta seduto sul ghiaccio a testa china, ad aspettare la fine”.

Sinceramente il nome di Romain Gary non mi diceva niente fino a quando mi sono imbattuto in un suo romanzo, Gli aquiloni; si è trattato di un’autentica scoperta, l’opera mi è piaciuta moltissimo, così ho voluto leggere qualcosa d’altro, soprattutto questo Educazione europea che mi è stato consigliato da un’amica. Aveva ragione a dirmi che era qualcosa di straordinario, quasi di indescrivibile, tanto le era piaciuto; concordo pienamente con quel giudizio, perché difficilmente ci si può imbattere in un’opera in cui la cruda e tragica realtà e la purezza dell’animo convivono sullo stesso piano, in cui è possibile verificare come in ogni uomo sia presente il male e il bene, ma senza condannarlo definitivamente e senza appello se prevale il primo, perché basta spesso poco perché quel buio che è dentro possa essere rischiarato dalla limpida luce di un umano sentimento.

Romain Gary (Pseudonimo di Romain Kacev) nacque nel 1914. Lituano di nascita, nel 1928 si trasferì a Parigi. A trent'anni, Gary è un eroe di guerra (gli viene conferita la Legion d'honneur) e scrive il suo primo romanzo, Formiche a Stalingrado (1945), ispirato alla resistenza polacca contro i tedeschi, e che Sartre giudica il miglior testo sulla resistenza; comincia a lavorare come diplomatico per la Francia. Nel 1956 vince il Gouncourt con Le radici del cielo, ambientato in Africa, sulla lotta generosa di pochi volonterosi contro la decimazione degli elefanti, cui seguono, tra gli altri: La promessa dell’alba (1959), dedicato alla memoria della madre; Cane bianco (1970), di contenuto antirazzista; La vita davanti a sé (con lo pseudonimo di Émile Ajar, 1975, Premio Goncourt); Gli aquiloni (1980). 
Fu il marito della scrittrice Lesley Blanch e dell'attrice americana Jean Seberg, dalla quale divorziò. Poco più di un anno dopo il suicidio di questa (settembre 1979, per ingestione di barbiturici), si diede la morte nella sua casa a Parigi. In Italia i suoi romanzi sono pubblicati da Neri Pozza.

Renzo Montagnoli 

 

17 Maggio

La figlia del podestà

di Andrea Vitali

Garzanti Libri

Narrativa romanzo

 

Oggi come ieri

Il romanzo è ambientato a Bellano nel ventennio, ma per certe sue caratteristiche è senz’altro attuale in una provincia che, ampliata al quadro nazionale, evidenzia vizi (molti) e virtù (poche).  Si deve dare atto a Vitali che, senza scrivere opere di grandissimo pregio, riesce ad avvincere il lettore come pochi autori sanno fare, tanto che  i suoi libri, come le droghe, finiscono con il creare dipendenza e io stesso, benché scettico agli inizi, ne sono la prova. Sarà per la sua abilità nel congegnare una commedia degli equivoci, sarà per la sua fantasia, che sembra non avere limiti, ma sta di fatto che una volta preso in mano un suo libro è difficile staccarsene. In questo La figlia del podestà accade di tutto: un matrimonio in cui, al momento della domanda di rito, anziché sillabare il fatidico “sì”  la sposina pronuncia un laconico “no” , il testimone dello sposo che, dopo un po’ di tempo, impalma la fanciulla che aveva così impedito la cerimonia, il figlio di loro due che si innamora della figlia del podestà (che altri non è se non lo sposo del matrimonio andato in fumo), il podestà stesso che briga per un colossale affare (una linea di idrovolanti per collegare alcuni paesi del lago) che si rivelerà una truffa,  insomma un’Italia in miniatura, tale e quale doveva essere all’epoca il nostro paese e come è anche adesso. Se a volte ho imputato a Vitali una mancanza di coraggio per non aver colto occasioni per una satira, limitandosi al più a una bonaria ironia, con questo romanzo e, almeno limitatamente allo stesso, mi devo ricredere. La figura del podestà, del politico fascista tronfio, abituato a essere obbedito, con la naturale inclinazione a far ciò che torna gradito senza porsi tante remore è disegnata in modo perfetto e assomiglia tanto a non pochi politicanti del giorno d’oggi.  Insomma, da qualsiasi lato lo si voglia vedere, sotto tutti i piani di lettura, La figlia del podestà avvince e diverte e soprattutto nei trascorsi giorni di tempo pessimo ha rappresentato per me un eccellente mezzo di svago.

Dopo aver frequentato «il severissimo liceo Manzoni» di Lecco, Andrea Vitali si laurea in medicina all'Università Statale di Milano ed esercita la professione di medico di base nel suo paese natale. 
Scrittore molto prolifico, ha esordito nel 1990 con il romanzo breve Il procuratore, ispiratogli dai racconti di suo padre; nel 1996 ha vinto il Premio letterario Piero Chiara con L'ombra di Marinetti, ma il grande successo lo ha ottenuto nel 2003 con Una finestra vistalago (Premio Grinzane 2004). 
Nel 2006 ha vinto il Premio Bancarella con il romanzo La figlia del Podestà; nel 2009 il Premio Boccaccio e il Premio Hemingway. 
Tra i numerosi romanzi, ricordiamo: nel 2011 La leggenda del morto contento e Zia Antonia sapeva di menta. Nel 2012 Galeotto fu il collier e Regalo di nozze. L'anno successivo escono Le tre minestre, lungo racconto autobiografico edito da Mondadori-Electa e Di Ilide ce n'è una sola. Nel 2014 Quattro sberle benedettePremiata ditta Sorelle Ficcadenti e Biglietto, signorina!; nel 2015 La ruga del cretino, scritto con Massimo Picozzi, Le belle Cece, La verità della suora storta, Quattro schiaffi benedetti, Un amore di zitella (tutti editi da Garzanti). Nel 2016 Nel mio paese è successo un fatto strano (Salani), Le mele di Kafka (Garzanti) e Viva più che mai (Garzanti).
Da ricordare che con il romanzo Almeno il cappello (edito nel 2009 da Garzanti) Andrea vitali ha vinto il Premio Casanova, il Premio Isola di Arturo Elsa Morante, il Campiello sezione giuria dei letterati ed è stato finalista al Premio Strega.
I suoi libri, pubblicati in Italia da Garzanti, sono stati tradotti in molti paesi, tra cui la Turchia, la Serbia e il Giappone. 
Renzo Montagnoli 

 

15 Maggio

La macchina divina

Storia di Federica e altri

di Luigi Panzardi

Nulla Die Edizioni

www.nulladie.com

Narrativa raccolta di racconti

 

Predestinati

Non è possibile di certo affermare che Luigi Panzardi sia un ottimista, ma d’altra parte, di questi tempi, in cui economia, politica e finanza sembrano complottare contro le misurate aspirazioni di gran parte degli individui, non è  strano che in ognuno di noi prevalga un più o meno accentuato pessimismo. L’autore, in verità, in un racconto (Il mio medico) sembrerebbe lasciare spazio a una certa vena di speranza, con la vicenda grottesca, ma a lieto fine dei coniugi Saposdelli, ma a ben guardare lo scopo non è quello di narrare di una storia in sé e per sé, bensì  di porre in risalto i pericoli insiti in una società ipertecnologica, in cui l’uomo e il suo intelletto sono soffocati da un razionalismo, ma sarebbe meglio dire irrazionalismo, di tipo meccanico, accompagnato non di rado da un approccio deontologico piuttosto carente.  

Il fil rouge che unisce le altre sei prose è la predestinazione, cioè l’impossibilità per molti esseri umani di reagire a quelli che sono gli eventi più importanti del loro destino, è quell’inerzia, quell’abbandono al vento della vita da cui, più che lasciarsi trasportare, si viene travolti. E’ cosi che la giovane Federica di La ragazza del mercato non riuscirà mai a uscire dal mondo della malavita, alle cui regole ferree non ci si può ribellare se non a patto di pagare pesanti conseguenze, e in un mondo chiuso l’aver subito una violenza carnale (Lucia di La pecora) non solo non dà diritto di protezione, ma finirebbe, nel caso il fatto fosse risaputo, con il provocare l’emarginazione sociale della vittima.

Non è immune da questo fato, anzi è il primo a sperimentarlo dalla nascita Corrado, il down di Il custode del canile; in questo caso non c’è l’emarginazione da parte di quelli del paese, che anzi gli vogliono bene, ma c’è la perdita di un animale, una cagnetta, a cui si è affezionato in modo quasi morboso; invece per Fiore (Il gemello virtuale) la fermata in cui ogni mattina attende l’autobus per andare al lavoro diventa l’occasione per un autoritratto, impietoso, prima del salto nel buio; in un periodo di profonda crisi economica la vicenda di Dino (La recessione per Dino), appena promosso capo reparto e subito licenziato per la chiusura della fabbrica dove lavora, porta all’eterno dilemma fra lo stare al proprio paese, dove non c’è lavoro e facendo quindi la miseria,  e andare invece dove c’è la richiesta, in una storia kafkiana in cui chi si lascia travolgere dal vento dell’avversità sarà ormai senza speranza.

Ho lasciato per ultimo La macchina divina, da cui il titolo all’intera opera, poiché di tratta di un racconto piuttosto lungo (65 pagine)  e anche perché il dramma che coinvolge il protagonista, Silvestro, dirigente d’azienda stimatissimo e che d’improvviso perde la memoria, ha un’origine diversa dalle altre prose: non si tratta di ambiente, di recessione, ma dell’insorgenza di una malattia di carattere cerebrale, peraltro inguaribile. Panzardi è bravo nel descrivere i sintomi, le reazioni, l’angoscia che piano piano prende il sopravvento e la conclusione, per quanto logica e auspicabile, è un colpo da maestro.

So per esperienza che i racconti non sono molto appetiti dai lettori italiani, che però sbagliano, perché quando la prosa breve ha un inizio e una fine, quando i personaggi sono ben delineati e la loro analisi psicologica risulta approfondita, tutti elementi positivi riscontrabili in questa raccolta di Luigi Panzardi, meritano senz’altro di essere letti; se poi aggiungiamo lo stile non ridondante, ma nemmeno scarno, la capacità di ricreare ambientazioni del tutto plausibili, direi che ce n’è più che a sufficienza per caldeggiare quest’opera. 

Luigi Panzardi vive a Taranto, per Nulla Die ha pubblicato la silloge Passioni e poesie.
Renzo Montagnoli 

 

13 Maggio

La leggenda del morto contento

di Andrea Vitali

Garzanti Libri

Narrativa romanzo

 

Contento il morto, contento il lettore

Per Vitali aver abbandonato per la sua narrazione il periodo del “ventennio” per  inventare una storia datata circa un secolo prima deve essere stato quasi un trauma, ma, ciò nonostante, i risultati sono stati più che positivi.  Bellano in piena dominazione austriaca (ma del periodo asburgico si ha solo un vago sentore) è sempre il ridente paesino che si affaccia sul lago di Como, uno specchio d’acqua questa volta traditore, visto che imprudentemente vi si avventurano con una barca il figlio dell’uomo più ricco del paese in compagnia di un giovane milanese, unico rampollo di un ingegnere dell’Alto Adige.  La giornata sembra propizia per una gita, vista la calma piatta, ma c’è chi, appassionato di meteorologia e presente al molo per caso, è quasi certo di un prossimo e improvviso cambiamento del tempo, con vento forte, anzi fortissimo. Cerca di dissuadere i due giovani, ma si sa che a quell’età poco si ascoltano quelli un poco più in là con gli anni e così partono per quello che sarà il loro ultimo viaggio. Questo potrebbe essere definito l’antefatto perché la storia vera, la trama avvincente comincia lì ed è una di quelle narrazioni in cui Andrea Vitali pare divertirsi, quasi fosse partecipe della vicenda e forse con la non recondita intenzione di rendere tale anche il lettore. Così ci troviamo di fronte a un campionario di varia umanità che finisce con il rappresentare gli emblemi della società, personaggi pennellati, descritti una volta tanto con dovizia, curando perfino una certa analisi psicologica. La descrizione del paesaggio e la riproduzione di certe atmosfere sono già qualità innegabili dell’autore e così  poco a poco, pagina dopo pagina si sviluppa una storia allettante, perché con quel titolo si è desiderosi di sapere come andrà a finire, che sorprese ci saranno riservate. E Vitali non delude, è capace di far stare sulle corde chi ha gli occhi incollati alle pagine, strappando di tanto in tanto ben più di un sorriso.

Insomma, La leggenda del morto contento mi è piaciuto, anche perché, a differenza di altri romanzi dell’autore comasco, mi è rimasto dentro qualcosa, c’è una morale perseguita fin dall’inizio e che dimostra che passano i secoli, cambiano gli amministratori degli stati, ma l’animo umano è cristallizzato dalle origini e che la ricerca del proprio tornaconto prevale sempre su tutto.

Dopo aver frequentato «il severissimo liceo Manzoni» di Lecco, Andrea Vitali si laurea in medicina all'Università Statale di Milano ed esercita la professione di medico di base nel suo paese natale. 
Scrittore molto prolifico, ha esordito nel 1990 con il romanzo breve Il procuratore, ispiratogli dai racconti di suo padre; nel 1996 ha vinto il Premio letterario Piero Chiara con L'ombra di Marinetti, ma il grande successo lo ha ottenuto nel 2003 con Una finestra vistalago (Premio Grinzane 2004). 
Nel 2006 ha vinto il Premio Bancarella con il romanzo La figlia del Podestà; nel 2009 il Premio Boccaccio e il Premio Hemingway. 
Tra i numerosi romanzi, ricordiamo: nel 2011 La leggenda del morto contento e Zia Antonia sapeva di menta. Nel 2012 Galeotto fu il collier e Regalo di nozze. L'anno successivo escono Le tre minestre, lungo racconto autobiografico edito da Mondadori-Electa e Di Ilide ce n'è una sola. Nel 2014 Quattro sberle benedettePremiata ditta Sorelle Ficcadenti e Biglietto, signorina!; nel 2015 La ruga del cretino, scritto con Massimo Picozzi, Le belle Cece, La verità della suora storta, Quattro schiaffi benedetti, Un amore di zitella (tutti editi da Garzanti). Nel 2016 Nel mio paese è successo un fatto strano (Salani), Le mele di Kafka (Garzanti) e Viva più che mai (Garzanti).
Da ricordare che con il romanzo Almeno il cappello (edito nel 2009 da Garzanti) Andrea vitali ha vinto il Premio Casanova, il Premio Isola di Arturo Elsa Morante, il Campiello sezione giuria dei letterati ed è stato finalista al Premio Strega.
I suoi libri, pubblicati in Italia da Garzanti, sono stati tradotti in molti paesi, tra cui la Turchia, la Serbia e il Giappone. 
Renzo Montagnoli 
 

 

11 Maggio

I ponti della Delizia

di Guido Cervo

Edizioni Piemme

Narrativa romanzo  

Non tutto è perduto

Nelle ultime pagine del libro c’è una nota dell’autore, unitamente ai ringraziamenti, che a mio parere meriterebbe di essere visionata prima di procedere alla lettura del romanzo vero e proprio. Cosa dice in pratica Guido Cervo? Parla delle difficoltà di scrivere un’opera avente per tema la tragica vicenda di Caporetto, il che giustifica la poca narrativa al riguardo, mentre invece, pur non molta, ma comunque di discreta entità sono la saggistica e la memorialistica; in effetti la ritirata dell’esercito italiano dalle posizioni dell’Isonzo, avvenuta per la quasi totalità dell’evento in modo disordinato, perché si trattò di una vera e propria rotta, si è  concretizzata in un numero piuttosto rilevante di episodi, di atti di eroismo, in alcuni casi di viltà, e che non potendo essere descritti tutti possono falsare la visione d’insieme. Aggiungo poi, e questa è una mia opinione, che c’è una naturale ritrosia ad affondare il bisturi in una ferita che, a distanza di un secolo, se non ancora viva, risulta però sempre bruciante. Al di là delle difficoltà oggettive e soggettive Cervo, con questa sua opera, è riuscito nell’intento di far conoscere al lettore quel tragico evento, con una prosa asciutta, per nulla retorica e scegliendo di privilegiare, pur senza trascurarne altre, due vicende con dei protagonisti azzeccati che destano immediata simpatia. Troviamo così la giovane e graziosa maestra Ersilia, vedova di guerra, che nella fuga da Udine prossima a essere occupata dagli austriaci si lega e si accompagna ad Anita, una bimba del locale brefotrofio. E’ una vera e propria odissea, sotto la pioggia incessante, con presente sempre la fame e in cui si fanno tanti incontri, fra cui uno con un tenente degli arditi che lascia sperare che possa aver un seguito di natura sentimentale. L’altro protagonista è un sergente, Tarcisio, un contadino bergamasco, pure lui in fuga con alcuni soldati del suo reparto. Anche qui  pioggia a catinelle e tanta fame, a cui si aggiungono frequenti scontri con un nemico incalzante (a proposito, molto belle sono le pagine in cui si descrivono i fatti bellici). L’obiettivo per i soldati in rotta e per i civili in fuga è il fiume Tagliamento e i suoi ponti, per passare dall’altra parte, certi che il corso d’acqua sarà una difesa naturale (sappiamo che poi invece si dovette arretrare fino al Piave, peraltro meglio difendibile). E in prossimità di uno di questi ponti le vicende di Ersilia e di Tarcisio si incroceranno, anche se per pochissimo tempo in quelle che sono le pagine più toccanti del romanzo, che stempera la tensione del lettore in vera e propria commozione. Non aggiungo altro, il libro mi è piaciuto  molto perché l’autore non si limita alle sole vicende vere e proprie, ma tenacemente, pagina dopo pagina, lancia un sincero messaggio di pace, che senza essere urlato, entra piano piano nei nostri cuori, perché in fondo le storie di Ersilia e di Tarcisio, due persone del tutto normali, ma nel loro piccolo autentici eroi, sono la ragione e l’amore che prevalgono sull’insensatezza e sulla ferocia.

Da leggere, pertanto.    

Guido Cervo vive e lavora a Bergamo. È autore di romanzi di successo, tutti pubblicati da Piemme, tra cui "La trilogia del Legato romano", che ora viene riproposta, nel suo primo volume, in una nuova versione, la serie Il Teutone e due romanzi che affrontano i tragici conflitti mondiali del Novecento: Via dalla trincea e Bandiere rosse, aquile nere...
Renzo Montagnoli 

 

10 Maggio

Gli alunni del sole

di Giuseppe Marotta

BUR Biblioteca Universale Rizzoli

Narrativa romanzo 

La forza del mito

Dopo due volumi (L’oro di Napoli e San Gennaro non dice mai no) con cui Giuseppe Marotta è riuscito a mostrare al lettore l’autentico spirito di Napoli  e più ancora il carattere peculiare e unico dei suoi abitanti, pagine che in alcuni casi possono anche strappare più di un sorriso, ma che in ogni caso sono venate da una malinconia di fondo, ecco un’opera la cui finalità, pur restando sempre nell’ambito partenopeo, è umoristica. 

Federico Sòrice, per ben trent’anni bidello del liceo di Piazza Dante, da cui in seguito era stato forzatamente allontanato a causa di un suo particolare vezzo che consisteva nel ritocco con tenui inchiostri dei disegni della stoffa dei logori soprabiti degli insegnanti, forte delle conoscenze acquisite ascoltando sui malgrado, o anche per suo piacere, le lezioni, partecipa la cultura così conquistata a un eterogeneo pubblico. E’ così che ogni giorno raduna intorno a sé, dove capita, e sempre per la strada, il fattorino telegrafico Vincenzo Aurispa, il barbiere don Antonio Pagliarulo, il calzolaio don Catello Debbiase, il  gobbo don Rosario Nèpeta e il fruttivendolo guappo e becco Salvatore Cademartori.

Di che parla Federico Sòrice?  Racconta, in forma colorata, la mitologia greca e romana, dalle origini del tutto, cioè da Saturno in avanti. E non è un caso se si ride, sia per degli ameni accostamenti che per gli interventi degli alunni, interessati alla narrazione forse più dei liceali, ma che di tanto in tanto trovano che c’è qualcosa che non quadra, qualcosa che sfugge alla logica.  A ben guardare è proprio questo l’insegnamento del libro, vale a dire che per la comprensione della mitologia occorre ricordare che la logica corrente del mondo non è l’unica esistente, perché con la mitologia appunto è ancora possibile credere che un toro rapisca una fanciulla e che attraversi tutto il mar Mediterraneo per poi giacere con lei. E don Federico racconta, come in preda a un’ossessione, fino all’ultimo giorno, quando muore, con gli amici-alunni intorno al suo letto che s’aspetterebbero una sorta di miracolo, magari che un cocchio celeste irrompa dal soffitto e se lo porti via. Ovviamente non accade nulla di tutto questo, ma “ e il Tondo di Capodimonte, poi il suo guanciale, come la sfera di cristallo dei negromanti, si screzia di varie immagini che sembrano navigarvi. Don Federico, è Napoli. Sono via Cagnazzi e il Tondo di Capodimonte, Piazza Dante e il Carmine, San Ferdinando e Santa Lucia, ...”. La mitologia, il sogno che ci permette di volare, ma sempre con i piedi per terra, non abbandona mai il mondo reale.

Grazie, don Federico Sòrice, per averci portato un po’ con te nei tuoi sogni a occhi aperti.

Giuseppe Marotta (1902-1963) nasce a Napoli, che rimane l’eldorado del suo immaginario, e si trasferisce a Milano a 25 anni. È un’epoca di boom giornalistico e culturale, che frutta a Marotta una prestigiosa collaborazione al «Corriere della Sera», mentre scrive anche sulle testate satiriche più celebri del tempo, il «Bertoldo» e il «Guerin Meschino». Fluviale nell’invenzione narrativa, è autore di romanzi memorabili (tra cui A Milano non fa freddo e Gli alunni del sole) e di raccolte di racconti che sfiorano la leggenda, come appunto L’oro di Napoli, traslata su grande schermo dal genio cinematografico di Vittorio De Sica.
Renzo Montagnoli 
 

 

18 Aprile

1913. L’anno prima della tempesta

di Florian Illies

Marsilio Editori

Storia 

L’ultimo anno della Belle Époque

Il 1913 è l’anno che precede quello dello scoppio del primo conflitto mondiale ed è anche l’anno in cui finisce la Belle Époque, quel periodo  di inebriante vivacità in cui tutto sembrava possibile e che sarà spazzato via dalla Grande Guerra. Florian Illies, un giovane storico dell’arte tedesco, ha voluto ripercorrere il 1913 dal primo gennaio al 31 dicembre, elencando, in ordine cronologico (l’opera è divisa in tanti capitoli quanti sono i mesi) vicende, notizie, anche chiacchiere che si susseguono, soprattutto in Europa, e che hanno come protagonisti artisti, letterati e scienziati. Ci sono personaggi dall’improvvisa ed effimera apparizione e altri invece che l’autore seguirà per tutto l’anno, in un turbine, peraltro ben ordinato, di accadimenti anche di modesta rilevanza, ma che sono utili per comprendere meglio il carattere di chi ne è parte. Se l’aspetto storico è predominante, ciò non evita di lasciare spazio a una innocente fantasia e che vuole essere anche tale nelle intenzioni di Illies, come quando lancia l’ipotesi che Stalin e Hitler, entrambi presenti a Vienna in quel periodo e amanti di lunghe passeggiate al parco di  Schönbrunn abbiano avuto magari l’opportunità di incrociare i loro passi, in pratica di vedersi, proprio loro protagonisti e nemici nella storia del secondo ventennio del secolo scorso.  Sono tanti i personaggi che si affacciano sulla scena e del resto non si deve dimenticare che la Belle Epoque fu un periodo proficuo per le arti e per la scienza e così sul palcoscenico si affacciano Freud perennemente in lite con Jung, il timido Franz Kafka, uno scrittore che scopre una sua naturale inclinazione sessuale, vale a dire Thomas Mann, uno spiantato irlandese che vive dando lezioni di inglese a Trieste e che risponde al nome di James Joyce, Robert Musil, che perde il posto da bibliotecario per un accertato disturbo mentale, ma che così avrà tanto tempo a disposizione per poter scrivere “L’uomo senza qualità”, Gabriele D’annunzio, in perenne fuga in quanto inseguito dai creditori, e una miriade di artisti, di intellettuali che qui sarebbe impossibile anche solo nominare. Gli episodi, gli aneddoti sono innumerevoli e hanno il pregio di essere descritti dall’autore con leggerezza e ironia, il che rende la lettura per nulla affaticante e particolarmente gradevole. Si potrebbe anche dire che Illies mescola abilmente il sacro al profano, arte e pettegolezzi salottieri, grande storia e particolari di miserie vissute da grandi protagonisti del secolo nel bene e nel male. Ne esce un campionario di varia umanità, capace di far rivivere un’epoca, anzi la Bella Epoca, quella che da lì a poco, nel corso dell’anno successivo si sfalderà con le prime carneficine sui fronti occidentale e orientale,  con quella tempesta di fuoco e di acciaio che strapperà le illusioni dell’umanità, richiamandola brutalmente a una realtà di lacrime e sangue.

Ci si domanda solo se il 1913 sia stato un anno particolare, un anno da ricordare per qualche cosa di eccezionale e la risposta è che fu solo l’anno prima della tempesta, l’ultimo anno della Belle Époque .

Da leggere, ne vale la pena.

Florian Illies (1971) è storico dell'arte. Editorialista della «Frankfurter Allgemeine Zeitung», è stato anche direttore delle pagine culturali della «Zeit» ed è tra i fondatori della rivista d'arte «Monopol». I suoi libri, tradotti in tutto il mondo, hanno venduto più di un milione di copie.
Renzo Montagnoli 

 

15 Aprile

Pablo

Storie di Sicilia

di Aurelio Caliri

Edizioni Arte e Musica

Narrativa racconti 

Sogni di gioventù

Tipo strano questo Aurelio Caliri, e non solo perché si cimenta nella letteratura, nella musica e nel disegno, in ogni caso con risultati di eccellenza, ma soprattutto perché, nonostante non sia più giovane, affronta la vita con l’entusiasmo e l’ingenuità di un bambino. E’ un vulcano di idee e non fa in tempo a tradurne in pratica una che già si danna per un’altra maturata all’improvviso. Come ho già avuto modo di scrivere di lui, in un articolo che nelle mie intenzioni tendeva a delinearne l’aspetto psicologico, Caliri vive perennemente in un sogno che gli offre gli spunti per mettere in pratica le sue tendenze artistiche e se la musica resta la principale e il disegno una piacevole variante, la letteratura e in particolare la narrativa finiscono con il diventare una testimonianza di questa vita in sogno. E’ anche questo il caso di Pablo Storie di Sicilia, una raccolta di racconti che potremmo definire i risultati dei flussi di memoria dell’autore e che se letti e osservati con particolare attenzione rivelano nei protagonisti le caratteristiche salienti del loro ideatore. Si tratta per lo più di persone che cercano di dare un senso alla propria vita, che tentano di percorrere una strada e quando questa viene interrotta non demordono, perché sembrano dire, pur provati dalla delusione, che domani è un altro giorno e che perciò si deve ricominciare. Tuttavia, se qualcuno pensa che si tratti di confessioni, con l’inevitabile pathos intimistico, si sbaglia, perché sono storie che forse, partendo magari da una minuzia, si sviluppano sull’onda della creatività in una narrazione che ha il pregio di essere agile e leggera, e quindi mai stancante. In questi racconti non pochi sono quelli in cui si parla di una ricerca dell’amore da parte di protagonisti giovani, il che mi fa supporre che il tema, più o meno sentito da tutti, abbia avuto un peso particolare nella vita  di Caliri, né una mania, né un’ossessione, ma comunque un argomento di grande rilevanza che viene trasfuso in tutte le sue implicazioni nei personaggi, che, guarda caso, spesso e volentieri maturano un sogno d’amore. Non mancano comunque altre tematiche e in proposito credo che qualcuno, speranzoso di trovare le classiche storie siciliane (indicate nel sottotitolo) di passioni, di drammi, di infruttuose ribellioni resterà deluso, perché della Sicilia abbiamo poche tracce, delineate dai paesaggi ben descritti e da rari spunti di classica atmosfera locale, in quanto l’autore non solo ha privilegiato l’aspetto intimistico degli attori, ma ci ha mostrato una Sicilia in divenire, già lontana dagli stereotipi, in buona parte fondati, degli anni ante 1968. Si assiste così a una carrellata di protagonisti, per lo più timidi e speranzosi, che in non pochi casi destano tenerezza per i loro insuccessi amorosi e per gli atteggiamenti impacciati con i quali cercano di contattare il soggetto del desiderio. Se esce un’immagine della Sicilia non è pertanto quella classica, di cui ho prima cennato, ma di un luogo che va superando ristrette mentalità per cercare di stare al passo con i tempi o comunque di rincorrere l’evoluzione dei costumi.

Alla formazione di questa immagine non poco concorrono i disegni dell’autore che rappresentano invece una Sicilia antica, un contrasto che accentua lo spirito moderno della parte narrativa, circostanza che risulta  ancora più evidente per il fatto che Caliri ha riportato anche gli spartiti delle musiche create nel tentativo di far rivivere atmosfere lontane nel tempo, di quando per le strade girava il pianino a manovella; comunque, per chi, come me e penso molti altri, non è in grado di leggere la musica non c’è da avere paura, perché l’autore ha pensato anche a questo, allegando al libro il cd con la sua esecuzione personale, tranne per il brano La danza del tuono, eseguito dal figlio Federico e dal noto pianista Bruno Canino.

Sono dell’idea che Pablo Storie di Sicilia meriti di essere letto, specialmente se qualche volta sorge il desiderio di abbandonarsi al sogno, quando la vita si fa più dura o comunque quando si avverte venir meno la speranza di un cambiamento.

Nativo di Buscemi (SR),  Aurelio Caliri si è laureato in Filosofia all’Università di Messina ed ha insegnato materie letterarie nelle scuole Medie. Nell’86 ha lasciato l’insegnamento per dedicarsi a tempo pieno all’attività musicale e al disegno, con particolare attenzione ai paesaggi siciliani. Prima dell’avvento del cd, ha pubblicato quattro album; quindi il libro “Sicilia ieri e oggi”, una storia inusuale dell’Isola vista attraverso testi, musiche, immagini e racconti, tradotto in lingua tedesca e diffuso dalla Società Italiana “Dante Alighieri” in Germania.
Le sue molteplici composizioni sono state eseguite in Italia e all’estero e illustri interpreti, tra cui il tenore Giuseppe Di Stefano, hanno cantato le sue canzoni. Ha tenuto concerti per le reti Rai ed ha composto dei brani strumentali che hanno fatto parte delle colonne sonore di diverse trasmissioni televisive e dei film “Nerolio” e “Il macellaio”, per la regia di Aurelio Grimaldi.
Ha collaborato per molti anni col pittore-poeta Salvatore Fiume di cui ha musicato alcune poesie d’amore. Questo lavoro ha dato vita ad un concerto e a un cd, “Ballate d’amore”, di prossima pubblicazione.
Nel 96 ha conosciuto la poetessa Alda Merini e da questo incontro è nato un sodalizio artistico che si è concretizzato in una rappresentazione teatrale molto delicata e intensa. Proprio in questo periodo sta per essere pubblicato il cd “Canto alla luna”, che contiene 13 poesie d’amore, musicate da Caliri e interpretate da Gabriella Rolandi, la quale per anni ha collaborato con il pianista Giorgio Gaslini.

Artista eclettico, scrive anche poesie e racconti, presenti, oltre che in antologie collettive, anche in La voce del vento, un’autobiografia, e appunto in Pablo Storie di Sicilia.
Renzo Montagnoli 

 

13 Aprile

La verità su Bébé Donge

di Georges Simenon

Traduzione di Marco Bevilacqua

Edizio Adelphi

www.adelphi.it

Narrativa romanzo

Collana gli Adelphi 
 

Il rimorso

E’ una domenica d’estate, si pranza e i commensali sono i due fratelli Donge con le rispettive famiglie. La moglie di Francois Donge, Bébé versa i caffè per tutti, compreso quello per il marito che, appena l’ha bevuto, si precipita fra le mura domestiche in preda a violenti dolori. Si tratta di avvelenamento, con l’arsenico, e la vittima la scampa per miracolo; fin da subito è evidente che l’avvelenatrice è la moglie che, tradotta in carcere, rende ampia confessione, senza tuttavia spiegare i motivi del suo gesto. Del resto, anche Francois, mentre è ricoverato in ospedale, si arrovella per comprendere cosa possa aver scatenato la furia omicida della moglie e anticipo che troverà la risposta alle sue domande, al punto da perdonare la consorte, condannata a cinque anni di lavoro forzati, di cui lui attenderà con ansia la fine, sempre più convinto che l’insano gesto sia da attribuire al suo comportamento, in un matrimonio da subito fatto di abitudini, di gesti ripetuti con una passione solo iniziale.

Con queste premesse definire un giallo La verità su Bébé Donge mi appare inappropriato, perché in effetti ciò che interessa all’autore è di far capire al lettore il perché del tentato omicidio e così pagina dopo pagina, con ricorrenti flashback sul passato della coppia, emerge una storia di profonda solitudine, quella di una donna ridottasi ormai a essere un soprammobile e di un marito che non è mai riuscito a comprenderla perché non si è mai comportato da marito, né ha mai cercato di appurare i motivi della sua ritrosia nei rapporti sessuali. Solo dopo il tentato omicidio, casualmente, appurerà dalla sorella di lei di un fatto traumatizzante per Bébé quando era ancora bambina che da solo può spiegare tante cose e in primis la sua frigidità.  La capacità di Simenon di sondare l’animo femminile trova anche in questo romanzo conferma, mentre la figura del protagonista, che disperatamente cerca di rimediare agli errori passati, può sembrare per certi versi una sorta di pubblica confessione. É noto, infatti, che l’autore è sempre stato un impenitente donnaiolo, incapace di un legame affettivo completo. In ogni caso, su qualsiasi piano di lettura la si voglia vedere, è un’opera di indubbio valore, forse non uno dei molti capolavori a cui Simenon ci ha abituato, ma comunque valida e a un livello, se non di assoluta eccellenza, di ampia e riscontrabile qualità.

Georges Simenon, nato a Liegi nel 1903, morto a Losanna nel 1989, ha lasciato centonovantatre romanzi pubblicati sotto il suo nome e un numero imprecisato di romanzi e racconti pubblicati sotto pseudonimi, oltre a volumi di «dettature» e memorie. Il commissario Maigret è protagonista di 75 romanzi e 28 racconti, tutti pubblicati fra il 1931 e il 1972. Celebre in tutto il mondo, innanzitutto per le storie di Maigret, Simenon è anche, paradossalmente, un caso di «scrittore per scrittori». Da Henry Miller a Jean Pauhlan, da Faulkner a Cocteau, molti e disparati sono infatti gli autori che hanno riconosciuto in lui un maestro. Tra questi, André Gide: «Considero Simenon un grande romanziere, forse il più grande e il più autentico che la letteratura francese abbia oggi»; Walter Benjamin: «… leggo ogni nuovo romanzo di Simenon»; Louis-Ferdinand Céline: «Ci sono scrittori che ammiro moltissimo: il Simenon dei Pitard, per esempio, bisognerebbe parlarne tutti i giorni».
Renzo Montagnoli 

 

10 Aprile

Processo a Rolandina

La storia vera di una transgender condannata al rogo

nella Venezia del XIV secolo

di Marco Salvador

Fernandel Editore

www.fernandel.it

Narrativa romanzo storico 

Processo alla diversità

Essere diversi ha sempre comportato una serie di svantaggi, di cui il principale è senza dubbio l’emarginazione, la cosiddetta morte civile, ma in passato, complice anche una distorta morale religiosa che non riusciva ad ammettere che ci potessero essere individui al di fuori della norma per quanto attiene l’inclinazione sessuale, la morte non era solo l’isolamento individuale, ma poteva anche essere fisica, con la condanna al rogo per il reato di sodomia. Di questo e di un fatto accaduto veramente ci parla Marco Salvador con la consueta precisione storica, non disgiunta da un umano senso di pietà, in questo  Processo a Rolandina, pubblicato da una una piccola, ma dinamica e competente casa editrice, Fernandel.  L’autore, basandosi sugli atti del processo, ci narra la vicenda accaduta nel lontano 1353 a Venezia e di cui protagonista e vittima è un transessuale, tale Rolandino Roncaglia, più conosciuto come Rolandina, che di giorno vive a stento vendendo uova e alla sera si prostituisce facendo intendere d’essere donna, atteggiamento che gli riesce con facilità, alla luce dei tratti fisici, della voce e delle movenze che sono proprie di una femmina. Nel segreto dell’alcova, poi, con vari artifici vede di soddisfare i clienti in modo che gli stessi continuino a credere di avere a che fare con una donna. L’implacabile giustizia di Venezia, forte con i poveri diavoli e benevola con i nobili, non si lascia scappare l’occasione per imbastire un processo per sodomia, che prevede una condanna con un supplizio feroce che si conclude con la morte fra le fiamme del rogo. Rolandina forse potrebbe salvarsi facendo i nomi dei clienti, passibili di condanna per lo stesso reato, ma non lo fa e allora è il tribunale che cerca di conoscerli in altro modo e tutto ancora non sarebbe perduto se non emergessero fra i frequentatori dei nobili influenti, fra cui un figlio del Doge. Occorre allora mettere tutto a tacere e l’unico modo di farlo è sopprimendo il soggetto più debole, cioè Rolandina.

La penna di Salvador, come sempre, descrive in modo perfetto l’ambiente, i calli sporchi e puzzolenti, i bordelli dove consumano le loro esistenze le prostitute, il clima di continuo sospetto tipico della Repubblica di Venezia, la sventura di un individuo nato anagraficamente maschio, ma che psicologicamente e anche in parte anatomicamente è femmina, una doppia identità a cui ha cercato invano di sfuggire con un matrimonio giovanile non consumato.

La vicenda di Rolandina è una storia triste, di dolore, di sopraffazione, di ricerca di una propria identità che avrà termine solo fra le fiamme del supplizio, una storia antica, ma che, per certi aspetti, presenta caratteristiche di attualità. Sì, certo al giorno d’oggi i transgender non hanno paura di finire sul rogo, sono anche legalmente presenti, ma  accettarli senza remore, come fatti naturali non è ancora pratica diffusa, così che in effetti c’è una emarginazione, meno evidente che in passato, ma esiste, è lì che sta a ricordare a questi diversi la loro differenza, una pregiudiziale tale da condizionare tutta una vita.

La lettura di Processo a Rolandina è quindi senz’altro consigliata.

Marco Salvador, oltre a essere scrittore tradotto in varie lingue, è uno studioso del medioevo. Per Piemme ha pubblicato sette opere che sono uno specchio lontano del presente e che, dietro la facciata del romanzo storico, nascondono un feroce attacco al potere. 
Per Fernandel ha già pubblicato 
La casa del quarto comandamento (2004), un romanzo dedicato alla condizione degli anziani costretti in case di riposo, e Il maestro di giustizia(2007), romanzo d’amore e di spionaggio che affronta in modo anticonformista il tema dell’eutanasia. 
Wikipedia gli dedica una pagina.
Renzo Montagnoli 

 

7 Aprile

Il viaggio dell’orsa

di Vincenzo Pardini

Edizioni Fandango Libri

Narrativa raccolta di racconti

 

Uomini o bestie?

Animali o bestie, anzi animali e bestie è quello che viene da chiedersi leggendo questi racconti da cui l’homo sapiens, per lo più, non esce bene, vera bestia in un campionario di esseri viventi in cui gli animali rappresentano un’atavica purezza, nell’uomo ormai da tempo definitivamente dimenticata. Tuttavia sono attribuiti a quattro zampe e anche a bipedi reazioni che sono tipicamente nostre, ma che hanno origini diverse, nel senso che le nostre sono quasi sempre frutto di un’azione in cui c’è un do ut des, una volontarietà che implica una relativa reazione. Anche noi ci vendichiamo per i torti subiti, dimenticando però che sovente ci macchiamo della stessa colpa; nell’animale questo non accade, perché nel suo comportamento non ci sono secondi fini. Ecco allora che la vendetta, per esempio dell’orsa, ha connotazioni diverse, è la reazione del tutto naturale di una madre a cui hanno sottratto il cucciolo ed è proprio l’orsa che dà il nome all’intera raccolta, questo vecchio plantigrado che fa un lungo viaggio per ritrovare il suo piccolo e per vendicarlo, in una battaglia finale che ha un dono cinematografico, nel senso che si materializzano le immagini davanti agli occhi del lettore. Di diversa tematica, ma non per questo meno bello è il commovente Serague, la storia di una mula bianca che lavora tutta una vita, cambiando più volte padrone, e che quando è ormai vecchia e inadatta a faticare viene venduta a dei macellai per una fine impietosa, quasi la metafora di alcuni anziani che quando non sono più in grado di dare vengono di fatto scaricati.

E’ indubbio che il rapporto con la natura di Pardini sia paritario, nel senso che lui sia convinto, e mi trova d’accordo, di essere solo una parte dell’immensità del creato, in cui ogni essere vivente ha una sua funzione, ben delineata e insostituibile; in quest’ottica pertanto noi non siamo né più né meno degli animali, con questi però che, a differenza dell’uomo, non vengono mai meno al loro ruolo. Sta nel reciproco rispetto delle parti il segreto affinché l’equilibrio naturale non venga sconvolto, sta nella consapevolezza della precisa identità del proprio ruolo la chiave per interpretare e dare un senso alla vita, parti di un universo a cui noi siamo indispensabili, come indispensabili sono gli altri esseri viventi. Sotto questo aspetto Pardini ha pertanto una sua visione che non trova riscontro in nessun altro autore e che, partendo da un microcosmo dimensionalmente ridotto, è però estensibile all’intero pianeta, con un proprio  messaggio non legato a qualche cosa di ristretto, a un fenomeno endemico, ma  ben più ampio nella sua universalità. Se nel leggere questi racconti, tutto preso dalle vicende notevolmente avvincenti, non me ne ero accorto, adesso, a mente lucida e a libro chiuso mi rendo conto di quanto pregnante sia l’insegnamento dell’autore, per nulla retorico, ma capace di scuotere la coscienza, di mostrarci come la nostra incrollabile fede di sentirci superiori a tutto e a tutti sia un vuoto atto di vanità, il risultato di un’inconscia frustrazione che ci porta a non rispettare nulla e men che meno noi stessi, fragili parti di una natura che ci illudiamo di soggiogare, venendo però inevitabilmente puniti per quest’atto di superbia.

Il viaggio dell’orsa e gli altri sette racconti (per me il migliore è Il fratello del lupo, relativamente corto, ma dalla preziosa atmosfera crepuscolare) che compongono questa raccolta sono quindi senz’altro meritevoli di lettura.

Vincenzo Pardini è nato a Fabbriche di Vallico (Lucca) nel 1950. Collabora al Quotidiano Nazionale e alle riviste Nuovi Argomenti e Paragone. Tra le sue opere ricordiamo Jodo Cartamigli (Mondadori, 1989), Giovale(Bompiani, 1993), Rasoio di guerra (Giunti, 1995), Tra uomini e lupi (peQuod, 2005, premio Viareggio-Rèpaci), Il postale (Fandango, 2012) e Grande secolo d’oro e di dolore (Il Saggiatore, 2017)
Renzo Montagnoli 

 

5 Aprile

Il procuratore

di Andrea Vitali

Garzanti Libri

Narrativa

 

Un lenone non spregevole

Il termine procuratore potrebbe far intendere che si tratta del magistrato inquirente che perseguita i criminali o al massimo che è riferito alla figura di una persona che agisce in nome e per conto di un’altra sulla base di un preciso mandato scritto; non è così, perché Marco Perini, il personaggio principale di questo romanzo, procura ragazze giovani e molto disponibili sia per le case chiuse che per l’esercizio del meretricio in proprio. Un tipo così potrebbe essere definito giuridicamente come un protettore, un lenone, un magnaccia;  la differenza è che lui non rischia di essere incriminato, perché siamo nel ventennio virile del fascismo in cui il perfetto italiano doveva essere considerato come un toro da monta e quindi qualsiasi attività volta al raggiungimento dello scopo non poteva essere considerata illecita. Il romanzo, il primo dell’autore comasco, trae origine, come specificato dallo stesso nella prefazione, da un episodio raccontatogli dal padre e da lui, grazie alla innata creatività, ampliato con soluzioni, situazioni ed eventi volti a descrivere un certo mondo in una ben precisa epoca. In effetti, di tutte le opere di Vitali che ho fino a ora letto, questa, pur con certe carenze rivenienti da una naturale inesperienza, mi sembra forse la migliore, perché ha il pregio di soffermarsi sulle caratteristiche dei protagonisti, descrivendoli in modo chiaro con semplici e concise parole, tutti attori ben inseriti in una vicenda tutto sommato non trascendentale, ma che è proprio nella riproduzione dell’ambiente e dell’atmosfera che trae il maggior pregio. Intendiamoci, se è vero che si sorride, anche perché la satira politica non è nelle corde dell’autore, non è che a lettura ultimata ci si lasci trascinare dall’entusiasmo per i particolari contenuti, o per il messaggio portato, no, sarebbe pretendere troppo, mentre invece la valenza va cercata nella capacità di far trascorrere piacevolmente alcune ore, che è poi la caratteristica dei lavori di questo autore, un buon artigiano della penna, ma non di certo un artista di particolare spessore.  Del resto, costretto in casa da una fastidiosa bronchite, ho trovato una via di fuga al tedio giornaliero proprio in questo romanzo, ripromettendomi di leggerne altri dello stesso autore quando avrò la necessità di staccare, quando riterrò opportuno non impegnarmi in letture difficili, bensì di abbandonarmi al puro e semplice piacere di un teatrino frivolo e rasserenante. 

Dopo aver frequentato «il severissimo liceo Manzoni» di Lecco, Andrea Vitali si laurea in medicina all'Università Statale di Milano ed esercita la professione di medico di base nel suo paese natale. 
Scrittore molto prolifico, ha esordito nel 1990 con il romanzo breve Il procuratore, ispiratogli dai racconti di suo padre; nel 1996 ha vinto il Premio letterario Piero Chiara con L'ombra di Marinetti, ma il grande successo lo ha ottenuto nel 2003 con Una finestra vistalago (Premio Grinzane 2004). 
Nel 2006 ha vinto il Premio Bancarella con il romanzo La figlia del Podestà; nel 2009 il Premio Boccaccio e il Premio Hemingway. 
Tra i numerosi romanzi, ricordiamo: nel 2011 La leggenda del morto contento e Zia Antonia sapeva di menta. Nel 2012 Galeotto fu il collier e Regalo di nozze. L'anno successivo escono Le tre minestre, lungo racconto autobiografico edito da Mondadori-Electa e Di Ilide ce n'è una sola. Nel 2014 Quattro sberle benedettePremiata ditta Sorelle Ficcadenti e Biglietto, signorina!; nel 2015 La ruga del cretino, scritto con Massimo Picozzi, Le belle Cece, La verità della suora storta, Quattro schiaffi benedetti, Un amore di zitella (tutti editi da Garzanti). Nel 2016 Nel mio paese è successo un fatto strano (Salani), Le mele di Kafka (Garzanti) e Viva più che mai (Garzanti).
Da ricordare che con il romanzo Almeno il cappello (edito nel 2009 da Garzanti) Andrea vitali ha vinto il Premio Casanova, il Premio Isola di Arturo Elsa Morante, il Campiello sezione giuria dei letterati ed è stato finalista al Premio Strega.
I suoi libri, pubblicati in Italia da Garzanti, sono stati tradotti in molti paesi, tra cui la Turchia, la Serbia e il Giappone. 
Renzo Montagnoli 

 

28 Marzo

Sul Grappa dopo la vittoria

di Paolo Malaguti

Santi Quaranta Editrice

www.santiquaranta.com

Narrativa romanzo

Un piccolo “grande” libro

Delle volte credo di essere proprio strano, talmente pregno di soddisfazione da essere quasi incapace di spiegarne la ragione; non accade di frequente, ma capita ed è successo proprio nel momento in cui, arrivato all’ultima pagina, ho chiuso il libro. Il cuore palpitava, davanti a me si succedevano, nitide, le immagini dei protagonisti, con sullo sfondo Lui, il monte sacro, l’ultimo baluardo della patria, il Grappa.  A ripensare a quel momento mi emoziono ancora, il mio corpo è percorso da un fremito lieve che sembra irradiarsi dal cuore, una sensazione unica che solo un libro così bello come questo è stato capace di darmi. E pensare che il mio primo contatto con questo autore non era stato per nulla soddisfacente, poiché La reliquia di Costantinopoli, di cui avevo lamentato l’eccessiva verbosità, non mi era piaciuto. Ma questo libro è tutta un’altra cosa, è una di quelle opere che presenta più di un piano di lettura, ma tutti egualmente validi e confezionati in modo impeccabile. L’esodo delle famiglie di Bassano a seguito della ritirata di Caporetto, la provvisoria residenza nel ferrarese, il ritorno alla propria casa alla fine della guerra, la miseria opprimente, il padre che scampa al conflitto, torna alla sua famiglia profondamente ferito nell’animo, il figlio che gli chiede notizie di quella guerra, lui che non risponde per non soffrire ulteriormente, ma anche perché non ci sono parole che possano spiegare l’orrore, il padre che, con la scusa di recuperare quanto di possibilmente utile,  accompagna il figlio fino alle prime balze del Grappa, invitandolo a proseguire da solo, sono tutte immagini in bianco e nero, virato seppia, che scorrono implacabili davanti agli occhi.  Ma queste pagine non potrebbero ancora spiegare  il pathos che creano nel lettore; è invece il percorso in solitario del giovane sulla montagna che si incide profondamente nell’animo, con le trincee divelte, il puzzo nauseabondo e dolciastro dei cadaveri in putrefazione, i corpi, spesso smembrati, raggruppati quasi in cataste, il dramma che, nella tensione del combattimento non si svela in pieno, assume ora, nel silenzio di una pace ritrovata, l’aspetto di un’ecatombe. Girare in un terreno martoriato, dove non cresce più nemmeno un filo d’erba, imbattersi in crani dalle occhiaie vuote, ma che ancora conservano qualche ciuffo di capelli, quella natura così violata da apparire per sempre distrutta mi hanno fatto venire in mente un grande capolavoro della cinematografia, il giapponese L’arpa birmana.  Ci si commuove, ci si emoziona, ma Malaguti è abile nel non tirare troppo la corda e quindi passa a epoche, anche se di poco, successive, a quella descrizione del mondo contadino di cui il giovane protagonista, benchè studente, è intima parte.  E così ci vengono mostrati il difficile periodo del dopo guerra, l’avvento del fascismo con una felice annotazione, in una delle poche e opportune digressioni (Il nostro modo di essere fascisti, perché lo eravamo, era essenzialmente formale. L’Italia era fascista, il paese era fascista, noi eravamo fascisti. Non esserlo significava porsi al di fuori di una condizione forse non condivisa, ma accettata da tutti, almeno in superficie.), i primi turbamenti amorosi e infine l’amore vero e proprio. Tutto procede secondo un ordine logico, gli avvenimenti si susseguono, il mondo cambia, tranne Lui, il monte sullo sfondo, il Grappa, ritornato a verdeggiare e ad accogliere mandrie sui suoi pascoli. 

Paolo Malaguti ha una mano sicura, procede per gradi senza incertezze, è capace perfino di interessare quel lettore che non conosce il dialetto veneto (non è il mio caso, ma penso che qualcuno avrà difficoltà a comprendere dei colloqui in volgare, beninteso più che mai opportuni in un ambiente rurale dove l’analfabetismo era assai diffuso), insomma riesce a completare un’opera che nelle sue 168 pagine dice tanto e lo dice bene.

Di conseguenza, reputo che la lettura sia non solo consigliata, ma anche raccomandata, visto che ci si trova di fronte a un autentico capolavoro.

Paolo Malaguti è nato a Monselice (Padova) nel 1978. Attualmente vive ad Asolo e lavora come docente di Lettere a Bassano del Grappa. Con Neri Pozza ha pubblicato La reliquia di Costantinopoli (2015), finalista al Premio Strega 2016. Tra le sue opere Nuovo sillabario veneto (BEAT, 2016) e Prima dell'alba (Neri Pozza, 2017).
Renzo Montagnoli 

 

25 Marzo

Caporetto

di Alessandro Barbero

Editori Laterza

Saggistica storica 

Una disfatta non inattesa

Credo che sia difficile trovare un evento nella ancor pur breve storia dell’Italia che abbia colpito il nostro popolo in modo così evidente, al punto di definire ogni risultato particolarmente negativo come “una Caporetto”. Del resto, in quelle giornate di fine ottobre del 1917 poco ci mancò perché le truppe tedesche e austriache arrivassero a dilagare nella pianura padana, determinando di fatto la fine del nostro stato.

Ma come è potuto accadere che un esercito come il nostro, quasi sempre in numero ben superiore all’avversario e dotato di moltissime artiglierie venisse di fatto ridicolizzato da un nemico che dopo undici battaglie sull’Isonzo si riteneva incapace di sostenerne una dodicesima? Proprio per questo motivo, nel timore di un crollo con un altro scontro diretto,  l’alto comando austriaco si risolse di chiedere aiuto all’alleato tedesco e insieme elaborarono un piano che, se nelle intenzioni era volto ad alleggerire la tensione sul fronte, di fatto arrivò quasi a ottenere una nostra irreparabile sconfitta, insomma una Waterloo o una Stalingrado. Data la tematica non pochi storici hanno provato a dare una risposta, più o meno convincente, ma comunque non così attentamente elaborata come ha invece fatto il prof. Alessandro Barbero. L’impegno nell’opera è stato notevole, se si considera che il volume, edito da Laterza,  consta di ben 645 pagine, ivi comprese quelle dedicate alle carte geografiche, poche in verità, ma utilissime; non mancano poi alla fine corpose parti dedicate alle indispensabili note e alla ragguardevole e ben scelta bibliografia. Il lavoro è stato ben strutturato in XIII capitoli, che vanno dall’ideazione dell’offensiva alla nostra ritirata in Friuli, affrontando tutta una specificità di aspetti che se non riescono a dare una risposta certa al 100% su chi fu colpevole del disastro, chiariscono però non poche cose. In particolare, e qui Barbero è piuttosto esplicito, ritiene che la colpa non può essere attribuita solo a Cadorna, a Badoglio o al suo comandante dell’artiglieria colonnello Cannoniere, perché la responsabilità, come esposto nel saggio storico, è condivida da tantissimi altri. Lo sfacelo del fronte, con il collasso del nostro esercito, fu il fallimento di un’organizzazione posticcia,  in cui le direttive erano a dir poco nebulose, le decisioni importanti erano prese in modo intempestivo, la professionalità latitava, la paura di assumere provvedimenti, con l’assunzione quindi di responsabilità, era la norma, la stanchezza di quasi tutti i soldati era giunta a un punto tale da far preferire loro la fuga o la resa. Inoltre, il distacco fra comandanti e militari semplici era tale da lasciar chiaramente intendere che i primi costituivano una casta, mentre i secondi erano solo carne da macello, e del resto in quest’ottica si preferiva nominare ufficiali, dopo un corso affrettato, giovani inesperti, ma figli della borghesia, invece di ricorrere ai subalterni (sottufficiali) che avevano maturato una grande esperienza in anni di guerra. Cadorna, che non era uno stratega scadente, anzi era un buon comandante sotto questo aspetto, aveva poi il difetto di considerare i componenti del suo esercito come semplici strumenti in mano a lui, artigiano della guerra, strumenti da spremere senza alcun riguardo. E pensare che aveva avuto a portata di mano la possibilità di vincere  la battaglia risolutiva, se avesse preceduto, di poco, l’offensiva nemica, cogliendola nella fase di attesa, quella più delicata, con tutte le truppe in prima linea. Il nostro Servizio informazioni gli aveva detto dove sarebbero avvenuti  gli attacchi, le forze utilizzate, i mezzi che sarebbero stati impiegati, il giorno e l’ora, ma come già accaduto in passato il comandante supremo non si fidò del nostro spionaggio, con le conseguenze che tutti conosciamo.

Quindi, ricapitolando, l’opera di Barbero, ben strutturata organicamente, è in grado di offrire una visione a 360° dell’intero evento, e ciò viene fatto con rigore storico, ma anche con dinamismo e a volte con quelle punte di ironia che sono proprie dell’autore, così che la lettura risulta agevole e anche avvincente, tanto di avere sovente l’impressione di essere presenti, come spettatori, sul palcoscenico che ospita il tragico fatto. Tale coinvolgimento è di particolare rilievo ove si consideri che l’analisi comprende anche la situazione della grande massa di prigionieri che fecero le forze nemiche, nonché gli aspetti, meno strettamente militari, di quella che può essere considerata la più grande ritirata della storia, in cui non pochi soldati in fuga diedero sfogo agli istinti più repressi. Si accenna appena, invece, ai motivi per i quali migliaia di militari sconfitti e demoralizzati riuscirono da subito, giunti sulla linea del Piave, ad arrestare l’offensiva nemica; infatti, e giustamente, Barbero scrive che per far questo occorrerebbe un altro corposo libro.

Mi sembra superfluo aggiungere che la lettura di questo approfondito saggio storico non solo è consigliata, ma è da me vivamente raccomandata per la completezza con cui viene trattato l’argomento e per l’equilibrio dell’autore nella ricerca delle colpe, da cui emerge anche una caratteristica italica, quell’improvvisazione, non disgiunta da menefreghismo, che purtroppo ci portiamo dietro e che nei momenti più delicati emerge chiaramente, come anche avvenne nella seconda guerra mondiale.

Alessandro Barbero, nato a Torino nel 1959, è professore ordinario presso l’Università del Piemonte Orientale a Vercelli. Studioso di storia medievale e di storia militare, ha pubblicato fra l’altro libri su Carlo Magno, sulle invasioni barbariche, sulla battaglia di Waterloo, fino al recente Caporetto  (2017). È autore di diversi romanzi storici, tra cui: Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle gentiluomo (Premio Strega 1996) e Gli occhi di Venezia(2011). 
Renzo Montagnoli 

 

22 Marzo

Maigret e il signor Charles

di Georges Simenon

Trasduzione di Laura Frausin Guarino

Edizioni Adelphi

www.adelphi.it

Narrativa romanzo

Collana gli Adelphi – Le inchieste di Maigret 

 

L’ultimo Maigret

Questo romanzo ha una particolarità: stilato agli inizi del 1972 è l’ultimo in assoluto scritto da Simenon. E che l’ultima fatica dell’autore belga abbia come protagonista il celebre commissario Maigret non penso proprio sia un caso; il personaggio che lo fece conoscere al grande pubblico nel lontano 1931 chiude, nel migliore dei modi, una carriera letteraria ricca di successi e di soddisfazioni. Devo anche dire che il cosiddetto canto del cigno è senza ombra di dubbio uno dei migliori gialli scritti da Simenon, una vicenda strana, una storia di solitudini, con il commissario che, nel consegnare alla giustizia il colpevole di un omicidio non prova soddisfazione, anche per la pietà che ha nei confronti del reo e forse, ipotesi per nulla trascurabile, perché è consapevole che quella che ha appena concluso è stata la sua ultima indagine.

La vicenda, ambientata nei quartieri alti di Parigi, è quella di una coppia che si ignora, lui un ricco e famoso notaio che frequenta assiduamente i locali notturni, assentandosi da casa a volte anche per diversi giorni con una entraineuse che ha rimorchiato, lei, la moglie, una delle sue conquiste notturne, che si stordisce con l’alcool. Il marito non torna da una delle sue avventure, la moglie si preoccupa e interessa la polizia, e infine l’uomo viene ritrovato, morto ammazzato. Non vado oltre per non togliere il piacere della scoperta, ma ho dovuto anticipare questo succinto parziale riassunto per far comprendere l’ambiente e l’atmosfera in cui opera Maigret, un Maigret prossimo alla pensione e che rifiuta l’ambitissimo posto di direttore della polizia giudiziaria, un lavoro più da burocrate  che da investigatore, in cui un peso non trascurabile ha la capacità di saper mediare, di essere diplomatici. Che il nostro commissario non accetti l’offerta mi appare scontato, perché è impossibile figurarselo dietro una scrivania tutto il giorno, a firmare carte, a distribuire incarichi, a tenere i rapporti con il ministro degli Affari interni. No, lui è un uomo d’azione, ama quel piacere perverso che prova chi indaga nel seguire una traccia, nel braccare un delinquente. Poi, come peraltro è accaduto altre volte, è uomo che non solo non ama infierire su chi assicura alla giustizia, ma rivela un profondo senso di pietà che se non ammette la possibilità di ignorare la verità e di lasciare andar libero un colpevole, tuttavia nemmeno lo induce a trarre motivo di soddisfazione dall’esito positivo della sua indagine. Direi, anzi, che questa caratteristica di Maigret lo rende unico fra i tanti investigatori creati dagli autori del genere, un brevetto quasi che gli dona una carica di umana simpatia.

Maigret e il signor Charles è un romanzo molto bello, venato da una malinconia frenata a a stento, la malinconia che può prendere chi sta per lasciare una persona amica, una sua creatura che l’ha accompagnato per una quarantina di anni, meglio di una moglie, assai meglio di un figlio, perché in fondo non è altro che lo specchio dell’anima del suo autore.

Georges Simenon, nato a Liegi nel 1903, morto a Losanna nel 1989, ha lasciato centonovantatre romanzi pubblicati sotto il suo nome e un numero imprecisato di romanzi e racconti pubblicati sotto pseudonimi, oltre a volumi di «dettature» e memorie. Il commissario Maigret è protagonista di 75 romanzi e 28 racconti, tutti pubblicati fra il 1931 e il 1972. Celebre in tutto il mondo, innanzitutto per le storie di Maigret, Simenon è anche, paradossalmente, un caso di «scrittore per scrittori». Da Henry Miller a Jean Pauhlan, da Faulkner a Cocteau, molti e disparati sono infatti gli autori che hanno riconosciuto in lui un maestro. Tra questi, André Gide: «Considero Simenon un grande romanziere, forse il più grande e il più autentico che la letteratura francese abbia oggi»; Walter Benjamin: «… leggo ogni nuovo romanzo di Simenon»; Louis-Ferdinand Céline: «Ci sono scrittori che ammiro moltissimo: il Simenon dei Pitard, per esempio, bisognerebbe parlarne tutti i giorni».
Renzo Montagnoli 
 

 

19 Marzo

L’impero del male

I crimini nascosti da Truman a Trump

di Gianluca Ferrara

Introduzione di Ferdinando Imposimato

Dissensi Edizioni

www.dissensi.it

Storia 

Il volto del potere

Credo che sia opportuna una premessa, onde evitare di cadere in un facile equivoco: l’autore, Gianluca Ferrara, non è un vetero comunista, tanto più che è un senatore fresco di nomina facente parte del movimento 5 stelle; dunque se il titolo può sembrare roboante, tipico di una certa sinistra estremista di diversi anni fa, e l’argomento trattato è scottante, non c’è nulla di strano, non c’è nessun partito preso, perché Ferrara ha scritto numerose opere di rottura con cui ha messo in luce insanabili contrasti di tante istituzioni, da quelle finanziarie a quelle religiose, in ciò perfettamente in linea con le finalità di Dissensi, la casa editrice di cui è il principale esponente e che è nota per pubblicare libri che affrontano in modo serio e organico temi non facili, o addirittura tabù.

Inoltre, credo anche necessario evidenziare che io sono quasi sempre delle stesse opinioni dell’autore; per quanto concerne il saggio in argomento, pur condividendolo in toto nei suoi contenuti, ritengo opportuno fare tuttavia una considerazione: è nell’animo umano la prevaricazione e uno stato, per diventare una potenza, quasi sempre lascia dietro di sé una scia di cadaveri, morti, anche figurate, che continuano per il mantenimento del potere raggiunto, e se un tempo era l’impero romano, oggi c’è quello americano, in futuro, forse, quello cinese, ma nulla cambia nei metodi, se non gli affinamenti dovuti all’esperienza.

Il libro ha una bella introduzione di Ferdinando Imposimato, scomparso agli inizi del corrente anno, e che in poco, cioè in termini succinti, e pur in modo esauriente, dice tutto di questo saggio, ovviamente in quelle che sono le linee generali e che partono dal sanguinoso inizio degli Stati Uniti per arrivare ai giorni nostri, lasciando questo lasso di tempo costellato da innumerevoli tragici eventi, quali guerre, cospirazioni, il tutto in nome della democrazia, parola che non è nemmeno citata nella costituzione americana. Per ironia della sorte il termine Impero del male fu coniato da Ronald Reagan per definire l’Unione Sovietica, che non era certamente il regno del bene, ma che non era al livello di cinismo degli USA  che alla stessa epoca finanziavano in Nicaragua i Contras, famosi terroristi, e in Afganistan i radicali islamici. Fu comunque al termine della seconda guerra mondiale che la vocazione di stato egemone contagiò gli Stati Uniti, tanto che da allora sono intervenuti in una settantina di paesi, condizionandone pesantemente la politica nazionale, come, tanto per citare un caso, il colpo di stato di Pinochet con cui fu rovesciato il legittimo governo di Allende in Cile, ma ce ne sono molti altri, altrettanto eclatanti. Fra l’altro, se per l’espansionismo sovietico si può dire che alla base ci fosse un’ideologia, cioè un’interpretazione sbagliata del marxismo, nel caso americano c’è indubbiamente un fondamento di carattere economico che sta dilagando (il neoliberismo), ma non è estranea a certi comportamenti anche una concezione religiosa calvinista secondo la quale la ricchezza di alcuni è un segno della volontà di Dio; da qui l’assenza, o comunque la limitatezza di uno stato sociale, e il continuo aumento della miseria nel paese, perché è bene precisare che gli americani non sono tutti ricchi, come l’abile propaganda ci ha induce a credere. Con due soli partiti e una élite economico-finanziaria in grado di sconvolgere il mercato non solo nazionale, è evidente che la democrazia piena non esiste e che è una chimera. Secondo i principi neoliberisti un paese “deve” accrescere la propria ricchezza, altrimenti muore (il motivo di questa necessità è in realtà un altro, nel senso che tutta l’economia poggia su una illimitata fiducia dei consumatori, stimolati continuamente ad acquistare; se cade la fiducia, perché per esempio le banche non sono più in grado di erogare ai privati i prestiti necessari per consumare, l’impalcatura crolla); per questo motivo, anche per impedire l’inevitabile caduta della notevole produzione bellica una volta finito il secondo conflitto mondiale, è stato scelto di alimentare nuove guerre esterne, in modo da evitare una consistente riduzione degli ordini alle industrie degli armamenti. Ovviamente sono continue le pressioni affinché i paesi amici, ma è meglio dire sottomessi, acquistino frequentemente nuovi strumenti bellici, magari coinvolgendoli nelle cosiddette missioni di pace volte, ufficialmente, a portare la democrazia dove non c’è, ma dove sono comunque presenti rilevanti interessi economici o geo-politici. Quindi, se pur Abramo Lincoln abolì la schiavitù, gli americani ne hanno imposto un’altra agli europei e comunque a tutti i paesi del globo: o essere in diverse misure asserviti, o diventare teatri di guerre.

E’ un ritratto impietoso quello di Ferrara che magari può anche trovare il lettore non in sintonia, ma è innegabile che correlati tutti gli eventi citati dall’autore, peraltro documentati, la conclusione a cui si arriva è che gli Stati Uniti si comportano come padroni assoluti, quindi dimostrando che la democrazia, più volte dagli stessi osannata, è una vuota parola.

Agli scettici, che non sono pochi, perché siamo cresciuti a pane e America, dico solo che ognuno fa sempre i propri interessi, anche quando dice di fare quelli degli altri; lo stato egemone non è una novità, la novità è che in passato si conquistava solo militarmente, oggi si conquista anche psicologicamente, si indottrina senza che ce ne accorgiamo e quindi siamo in fondo schiavi senza saperlo.

Leggete questo libro, per acquisire un po’ di consapevolezza, per comprendere che il percorso dell’uomo verso un’autentica libertà e una completa democrazia è ancora lungo e ben lontano dall’essere compiuto.

Gianluca Ferrara è nato a Portici in provincia di Napoli nel 1972, ma da circa 20 anni frequenta la Versilia e da quasi 10 risiede a Viareggio. 
Laureato a pieni voti in Scienze Politiche, nel 2005 ha dato vita alla casa editrice Dissensi Edizioni di cui è direttore editoriale, è convinto che la grande sfida da vincere sia quella contro "la fabbrica del consenso" che mira a renderci tutti consumatori obbedienti e disinformati. Il suo obiettivo invece è quello, per tramite dei  libri editi da Dissensi, di creare una coscienza e una consapevolezza critica.
Ha scritto diversi libri, tra cui "99% Banche, multinazionali e Partiti VS cittadini" introdotto da Vandana Shiva, "Nonostante il Vaticano", introdotto da Beppe Grillo, "Derubati di sovranità", "La società del Benessere comune" scritto con Francesco Gesualdi e l'ultimo libro "L'Impero del male" introdotto da Ferdinando Imposimato. 
E’ blogger de Il Fatto Quotidiano che  dicono sia tra i più letti, dove si occupa di politica internazionale.
Renzo Montagnoli 

 

 

15 Marzo

Le otto montagne

di Paolo Cognetti

Edizioni Einaudi

Narrativa

 

Crescere insieme

Ammetto di aver affrontato un po’ prevenuto la lettura di questo libro, a causa delle delusioni che ho provato con non pochi altri testi premiati allo Strega. Prevenuto sì, ma non pregiudizialmente avverso, anche perché l’idea che si parlasse della montagna, che così tanto amo, mi stimolava ed è perciò con interesse che ho proceduto nella lettura, che dopo le prime pagine è divenuta avvincente grazie a un incipit che, pur senza essere trascendentale, già confermava le mie aspettative. Le otto montagne, nonostante il titolo, non è un libro sulla montagna, che peraltro è il palcoscenico in cui si misurano gli attori, è la storia invece di due ragazzi, Pietro il cittadino e Bruno il montanaro, che crescono insieme, così diversi e al tempo stesso così uguali; diversi ho detto, eppure uguali, perché le loro anime denotano un’affinità che quasi li fa sembrare fratelli. Il primo è soggiogato da un padre che vede nelle escursioni in montagna una continua sfida con se stesso, il secondo è già svezzato da una vita dura e di fatica, con un genitore violento e per nulla paterno, in un confronto fra una piccola borghesia che può permettersi anche le vacanze sui monti e un sottoproletariato, in cui ferie è un termine sconosciuto. Finiranno con il crescere insieme, sia pure nel breve periodo delle vacanze estive, in un’amicizia che li cementerà per tutta la vita. Assieme affronteranno le escursioni fra panorami talmente belli e così ben descritti che fanno venire le lacrime agli occhi; non sarà tuttavia sempre così, perché trascorsa la pubertà ognuno andrà per la sua strada, Bruno sempre legato intimamente alla montagna, Pietro a cercare un suo percorso, un senso da dare alla vita. Sarà la morte improvvisa del padre di Pietro a riavvicinarli, a farli sentire un unico individuo e insieme cercheranno di dare una svolta alle loro vite: Bruno sempre legato alla sua montagna, Pietro in giro per altre montagne, nel lontano Nepal; qui gli giungerà una tragica notizia, che preferisco non svelare per rispetto di chi leggerà, ma che è la indovinata conclusione di un’opera senz’altro convincente.  Mi limito, pertanto, a dire che Pietro continuerà a cercare lo scopo della sua esistenza, probabilmente su e giù per altre montagne, quello scopo che Bruno ha da tempo e definitivamente trovato.

Il romanzo è scritto benissimo, con uno stile per niente ampolloso, ma nemmeno scarno, venato sovente  da una malinconica nota poetica; in sé non sembrerebbe particolarmente degno di nota, ma, come mi era capitato per Stoner, tutti gli equilibri strutturali sono stati raggiunti con un’apparente facilità che stupisce ed entusiasma il lettore, ora accompagnato dal sottofondo del rumore di un ruscello alpino, ora immerso nel silenzio delle alte cime.

Le otto montagne è senz’altro un bel romanzo, una di quelle opere che, pur non facendo gridare al capolavoro, lasciano al termine della lettura completamente soddisfatti e, ciò che più conta, pervasi da un grande senso di serenità.

Paolo Cognetti (Milano, 1978) ha realizzato per minimum fax la serie Scrivere / New York, nove puntate su altrettanti scrittori newyorkesi, da cui è tratto il documentario Il lato sbagliato del ponte, viaggio tra gli scrittori di Brooklyn. La sua passione per New York si è concretizzata in due guide: New York è una finestra senza tende(Laterza 2010) e Tutte le mie preghiere guardano verso ovest (edt 2014). Per Einaudi ha curato l'antologia New York Stories (2015) e ha pubblicato il romanzo Le otto montagne (2016).
Il suo blog è 
paolocognetti.blogspot.it. 
Renzo Montagnoli 

 

 

12 Marzo

La mamma del sole

Due donne, due misteri

di Andrea Vitali

Garzanti Libri

Narrativa romanzo

Una piacevole lettura

Da un libro si può pretendere molto o poco, ma in ogni caso quello che gli si richiede è che sia capace di interessare, magari facendo trascorrere piacevolmente alcune ore.

Questo breve preambolo è solo per dire che le opere di Andrea Vitali non saranno di quelle che restano impresse e indelebili nella storia della letteratura, ma che talvolta hanno invece il pregio, mai scontato, di divertire il lettore.

Anche questo La mamma del sole si legge che è un piacere, le pagine scorrono veloci con ambienti e personaggi ben delineati, anche se non è mai presente un particolare approfondimento e l’analisi psicologica è appena abbozzata.

Il paese della storia è sempre quello, Bellano, l’epoca è il Ventennio, i protagonisti principali sono i carabinieri della stazione di paese, la vicenda, o meglio le vicende, perché sono due, hanno solo il sapore del giallo, perché non sono di questa tinta, con due donne al centro dell’attenzione che sembrano personaggi usciti da una pagina di fumetti, ma che pur con le loro caratterizzazioni fin troppo accentuate destano simpatia.

Un’anziana signora che sbarca a Bellano e di cui si perdono le tracce, salvo poi trovarla cadavere nel bagno della motonave Nibbio avviata alla demolizione, un’altra donna più giovane, di conclamata dubbia reputazione, madre di 14 figli che diventa l’attrattiva principale del fascio provinciale, un caldo torrido che implacabile soffoca gli abitanti, un vetraio che muore dalla voglia di lavorare e che quando gli viene l’estro opera a orari impensabili, un sacerdote, ormai anziano, custode di un segreto, il locale federale, uomo tutto d’un pezzo, ma con insospettabili gusti sessuali sono gli attori di una commedia in cui gli equivoci scandiscono gli eventi. Si potrà dire che  i romanzi di Vitali hanno una matrice comune, e anche più di quella, ma è altrettanto vero che questa, se ben lavorata – e non è detto che sempre lo sia, anzi… - può dare i suoi frutti e così è stato, almeno in questo caso, per quanto continui a restare scettico sulle qualità letterarie dell’autore, un po’ troppo frettolosamente definito da certa critica come l’erede di Piero Chiara; infatti, almeno con La mamma del sole, posso dire, senza remore, di essermi divertito, di aver trascorso alcune ore piacevolmente anche se, chiuso il libro, non mi è rimasto nulla dentro, ma questo è un altro discorso, perché se avessi riscontrato un mio accrescimento culturale avrei dovuto, necessariamente, rivedere il mio giudizio sull’autore, di discreto stile, buona fantasia, ma piuttosto superficiale e comunque mai capace di dimostrare di essere un grande della letteratura.

Dopo aver frequentato «il severissimo liceo Manzoni» di Lecco, Andrea Vitali si laurea in medicina all'Università Statale di Milano ed esercita la professione di medico di base nel suo paese natale. 
Scrittore molto prolifico, ha esordito nel 1990 con il romanzo breve Il procuratore, ispiratogli dai racconti di suo padre; nel 1996 ha vinto il Premio letterario Piero Chiara con L'ombra di Marinetti, ma il grande successo lo ha ottenuto nel 2003 con Una finestra vistalago (Premio Grinzane 2004). 
Nel 2006 ha vinto il Premio Bancarella con il romanzo La figlia del Podestà; nel 2009 il Premio Boccaccio e il Premio Hemingway. 
Tra i numerosi romanzi, ricordiamo: nel 2011 La leggenda del morto contento e Zia Antonia sapeva di menta. Nel 2012 Galeotto fu il collier e Regalo di nozze. L'anno successivo escono Le tre minestre, lungo racconto autobiografico edito da Mondadori-Electa e Di Ilide ce n'è una sola. Nel 2014 Quattro sberle benedettePremiata ditta Sorelle Ficcadenti e Biglietto, signorina!; nel 2015 La ruga del cretino, scritto con Massimo Picozzi, Le belle Cece, La verità della suora storta, Quattro schiaffi benedetti, Un amore di zitella (tutti editi da Garzanti). Nel 2016 Nel mio paese è successo un fatto strano (Salani), Le mele di Kafka (Garzanti) e Viva più che mai (Garzanti).
Da ricordare che con il romanzo Almeno il cappello (edito nel 2009 da Garzanti) Andrea vitali ha vinto il Premio Casanova, il Premio Isola di Arturo Elsa Morante, il Campiello sezione giuria dei letterati ed è stato finalista al Premio Strega.
I suoi libri, pubblicati in Italia da Garzanti, sono stati tradotti in molti paesi, tra cui la Turchia, la Serbia e il Giappone. 
Renzo Montagnoli 

 

9 Marzo

San Gennaro non dice mai no

di Giuseppe Marotta

Avagliano Editore

Narrativa raccolta di racconti

 

L’anima di Napoli

E’ l’immediato dopo guerra, in un Italia distrutta, povera e affamata, e Giuseppe Marotta ritorna alla sua Napoli, sconvolta dalle bombe, in attesa di una ricostruzione che non si sa quanto lunga sarà, con la gente che si arrangia con quel poco che ha per sopravvivere, ma sempre con la speranza che possa cambiare.

In questo contesto gli occhi dell’autore colgono realtà disarmanti, ma al tempo stesso uniche, in cui il dramma non arriva mai al suo acme, perché c’è sempre  qualcosa che permette di stemperare l’atmosfera, che consente persino al derubato di accennare a un timido sorriso.  I vetturini, che in mancanza di clienti, si portano a spasso l’un altro, per dare al loro lavoro quella parvenza di normalità che impedisce di arrivare alla disperazione, e che per rimediare ai miseri incassi se trovano un cliente sprovveduto gli fanno pagare per dieci; i borseggiatori di penne stilografiche, quasi sempre cenciosi monelli, imperversano nei vicoli, ma nel caso che la vittima li impietosisca restituiscono il maltolto; il mercato nero domina sovrano, si compra e si vende di tutto, ma in un certo senso non è illegale, perché si svolge alla luce del sole  ed è il toccasana per una città che altrimenti si spegnerebbe. I percorsi per le vie, per i viottoli, lo sfondo del mare, le caratteristiche trattorie, i venditori ambulanti, tutto fa meraviglia in questa città e Marotta ha la straordinaria abilità di renderci in uno stile impeccabile una serie di quadri che uniti consentono di vedere Napoli, ma soprattutto di capire il carattere dei suoi abitanti, di immergerci in un’atmosfera unica che non è possibile trovare in nessun altro agglomerato urbano, quell’atmosfera che ha tanto incantato i turisti nordici, precisi, ordinati, ma privi di fantasia. E’ un microcosmo questo così variegato che credo sia impossibile descriverlo tutto, un microcosmo animato, pieno di vita, in cui l’amarezza di fondo è stemperata da una speranza, dalla speranza che San Gennaro ritorni, un San Gennaro che non può mancare di venire incontro alle preghiere dei suoi fedeli, perché altrimenti non sarebbe un santo.

San Gennaro non dice mai no è una raccolta di racconti di elevata qualità, che si leggono con vero piacere e che lasciano molto dentro, facendoci anche capire che la vita può essere bella, nonostante tutto.

Giuseppe Marotta (1902-1963) nasce a Napoli, che rimane l’eldorado del suo immaginario, e si trasferisce a Milano a 25 anni. È un’epoca di boom giornalistico e culturale, che frutta a Marotta una prestigiosa collaborazione al «Corriere della Sera», mentre scrive anche sulle testate satiriche più celebri del tempo, il «Bertoldo» e il «Guerin Meschino». Fluviale nell’invenzione narrativa, è autore di romanzi memorabili (tra cui A Milano non fa freddo e Gli alunni del sole) e di raccolte di racconti che sfiorano la leggenda, come appunto L’oro di Napoli, traslata su grande schermo dal genio cinematografico di Vittorio De Sica.
Renzo Montagnoli

 

4 Marzo

Gli aquiloni

di Romain Gary

Neri Pozza Editore

www.neripiozza.it

Narrativa romanzo

 

La speranza non deve morire

La prima emozione, quel primo sentimento che è ancora impossibile definire amore, ma semplicemente trasporto verso altri è per un bambino francese di dieci anni un’occasione irripetibile, unica, in cui i suoi turbamenti sono di gioiosa trepidante felicità e di quella sensazione avrà sempre memoria, ma non solo ricordo, perché è in un giorno d’ombra e di sole degli anni ‘30 che Ludo, orfano di entrambi i genitori e che vive con uno zio un po’ picchiatello che si diverte a fabbricare aquiloni, conosce Lila, una biondissima ragazzina polacca.

Non si tratterà di un’infatuazione passeggerà, perché la promessa d’amore di Ludo finirà con il costituire la ragione stessa della sua esistenza, gli imporrà scelte decisive, lo aiuterà a maturare nonostante gli eventi che vedono la Francia occupata e l’assenza di notizie da parte di Lila, ritornata precipitosamente in Polonia a seguito di un tracollo finanziario del padre.

Ludo diventa partigiano e verrà coinvolto nella guerra spietata fra i maquis e i nazisti, ma senza mai perdere quel senso di umanità che gli è proprio, che gli impedisce di odiare e che lo induce a credere fermamente che l’amore non potrà che trionfare. E infatti la Francia tornerà libera, la guerra che ha sconvolto l’Europa finisce, chi era dovuto scappare, chi era stato disperso ritorna e così ritorna anche Lila. Il cerchio si chiude; era tutto iniziato in quel giorno d’ombra e di sole con l’incontro di due bimbi, ora cresciuti, diventati adulti, provati dalla guerra, ma non sconfitti. Gary sembra volerci dire che quando tutto si fa nero, quando il nostro mondo crolla, non si deve mai perdere la speranza, soprattutto se alla base di questa c’è un amore da coltivare, da difendere, da raggiungere.

La mano dell’autore è lieve, muove i personaggi con dolcezza, ma non si creda che sia un romanzo d’amore, perché è un romanzo sull’amore, su quel sentimento che dovrebbe affratellare gli uomini.

Gli aquiloni mi è parso senz’altro meritevole di lettura, anche se un’amica mi ha fatto presente che ha scritto di meglio e considerato il livello di questo romanzo il meglio può essere solo quello del capolavoro.

Romain Gary (pseudonimo di Romain Kacev) nacque nel 1914. A trent’anni, Gary è un eroe di guerra (gli viene conferita la Legion d’honneur), scrive un romanzo, Educazione europea (Neri Pozza, 2006), che Sartre giudica il miglior testo sulla resistenza, gli si aprono le porte della diplomazia. Nel 1956, vince il Goncourt con Le radici del cielo (Neri Pozza, 2009). Nel 1960 pubblica uno dei suoi capolavori La promessa dell’alba (Neri Pozza, 2006). Nel ’62 sposa Jean Seberg, l’attrice americana di Bonjour tristesse, l’interprete di A bout de souffle. Nel 1975 pubblica, con lo pseudonimo di Émile Ajar, La vita davanti a sé (Neri Pozza, 2005) che, nello stesso anno, vince il Prix Goncourt. Il pomeriggio del 2 dicembre 1980, Gary si uccide, nella sua casa di place Vendôme a Parigi. Con un colpo di pistola alla testa.
Renzo Montagnoli

 

1 Marzo

L’uomo di Kiev

di Bernard Malamud

Minimum Fax Edizioni

www.minimumfax.com

Narrativa romanzo

 

L’assurdità del pregiudizio

Fra i difetti degli esseri umani vi è anche il pregiudizio, cioè quel voler etichettare negativamente un altro gruppo di individui sulla base esclusiva dell’appartenenza al gruppo stesso. In proposito, ne sanno qualcosa gli ebrei che nei secoli sono stati quasi sempre discriminati e talvolta massacrati per il solo fatto di essere ebrei. Anche Yakov Bok, il protagonista di L’uomo di Kiev, è un ebreo, un uomo tranquillo, un po’ succube, e che, abbandonato dalla moglie, riesce a trovare lavoro come sorvegliante in una fabbrica di un industriale che lui ha salvato da sicura morte. Nel suo nuovo ruolo viene a inserirsi in uno specifico contesto e ambiente, così che provoca invidia, accentuata dal suo stato di ebreo. Ma ciò sarebbe sopportabile, perché da centinaia di anni gli ebrei, pur non essendo diversi dagli altri, sono emarginati, se non accadesse uno di quegli eventi capaci di scuotere e infiammare l’opinione pubblica: vicino alla fabbrica viene ritrovato  il cadavere dissanguato di un bambino. Da lì ad associare il delitto a un presunto, e mai dimostrato, sacrificio rituale proprio degli ebrei il passo è breve e quale migliore rappresentante degli ebrei si può trovare se non il sorvegliante Yakov Bok, così invidiato e anche temuto dagli operai? Nella Russia zarista del 1911 il colpevole non può essere che lui, perché è il capro espiatorio ideale, l’essere capace di far emergere le pulsioni più sfrenate e inclementi dell’animo umano. Inizia così una vicenda kafkiana, perché da una parte c’è un magistrato, ammiratore di Spinoza come  Bok e perciò improntato al senso della ragione che cerca di contrastare un’accusa impietosa, attirata da un possibile sviluppo di carriera e sostenuta dalla voce stridula del popolo, e dall’altra c’è lui, l’imputato, l’ebreo segnato a dito, colpevole in effetti di aver lasciato il ghetto per immergersi nel mondo dei “gentili”. Ci sarebbe da impazzire, e in effetti poco ci manca, in quella discesa nell’inferno, ma è proprio in questa occasione che Yakov si riscopre ebreo, e trova conforto nella recita dei salmi, ma, soprattutto, nella lettura dei Vangeli, laddove comprende che la sua posizione è come quella del Cristo in croce abbandonato dal suo Dio.  Questa consapevolezza di essere l’ultimo degli uomini, senza l’appiglio di una divinità soccorrente, anziché abbatterlo, gli impone la ricerca di nuovo di Dio e questo gli permette di sopravvivere ad anni di dura detenzione, di isolamento, di sofferenze fisiche e psichiche, fino a quando, venuta meno quella pressione politica che lo spingeva a confessare un delitto non commesso, viene posto in libertà. Da questa esperienza Yakov Bok uscirà senza danni, oppure no? L’autore volutamente non si pronuncia, lasciando al lettore la decisione; per parte mia credo che quella ricerca di Dio che l’ha salvato, che ha rappresentato un lumicino di speranza,  non potrà che essere benefica, perché l’uomo che aveva creduto e auspicato di essere accolto nel mondo degli altri, ha ritrovato se stesso, non in quanto ebreo, ma come essere pensante e dotato di coscienza, il presupposto indispensabile per sentirsi parte non minoritaria del genere umano.

L’uomo di Kiev, premiato fra l’altro con il Pulitzer, è senz’altro un libro da leggere.

Bernard Malamud (1914/1986) è considerato uno dei più grandi narratori del secondo dopoguerra, e un maestro nell'arte del romanzo quanto in quella del racconto. Ha vinto due volte il National Book Award e una volta il Premio Pulitzer.
Renzo Montagnoli

 

25 FEbbraio

Tra uomini e lupi

di Vincenzo Pardini

Edizioni Pequod

Narrativa raccolta di racconti

Un mondo che non c’è più

E con questa sono tre le opere di Vincenzo Pardini che ho letto, il che mi consente anche, in corso di analisi critica della presente, di parlare un po’ di più di questo autore toscano.

In questa raccolta di racconti si respira l’atmosfera di Il postale e di Gran secolo d’oro e di dolore, un’atmosfera che sa di un tempo andato in cui si stava peggio economicamente rispetto a ora, ma anche in cui c’era una diversa tipologia di rapporti fra gli uomini, e soprattutto fra gli uomini e la natura. Un essere umano non più dominante sul mondo che lo circonda, ma capace di interagire con esso, di recepire i messaggi che spesso la natura ci manda, in possesso ancora di una parte di quel sesto senso che nell’evoluzione della specie, con l’accentuazione della conoscenza, si è persa per strada. C’è un aspetto favolistico nelle opere di Pardini, visto il rilievo che assumono gli animali, ma non mi lascerei tentare di pervenire a definizioni avventate, poiché sono dell’opinione che, nonostante una rilevante presenza del mondo animale, nella scrittura dell’autore toscano fulcro centrale sia l’uomo e la sua condizione di essere privilegiato, ma imperfetto, superiore, ma pieno di paure, personaggio, ma anche comparsa che si lascia trascinare dal destino, protagonista di un viaggio sulla terra lungo come un battito dì ali di farfalla se confrontato con l’infinito tempo dell’universo. Sì, Pardini è portatore di un suo pensiero filosofico che si ripete, si evolve, assume forme diverse, ma è sempre lo stesso in tutte le sue opere. Prendiamo questa raccolta di racconti e cerchiamo di comprendere i personaggi di un mondo che emerge a stento dalle nebbie dei ricordi, tanto da apparire fantastico, proprio di una mitologia di un’epoca forse felice che non è solo di qualche anno fa, ma è propria di un periodo ben preciso, e assai lungo, quello che precede la seconda guerra mondiale, quel conflitto dopo il quale il mondo non fu più lo stesso, il modo di pensare cambiò radicalmente, un antica civiltà, quella contadina, venne a sparire.

Il mondo di Pardini è un mondo di montanari, di gente talmente radicata sulla terra da esserne parte, un microcosmo che va dal pastore al tipico balordo di paese, una realtà purtroppo scomparsa in una umanità che corre sempre più veloce senza un perché; il mondo di Pardini ha ritmi lenti, più a misura d’uomo e infatti non emergono nei personaggi problemi psicologici, quali le depressioni; il mondo di Pardini è un mondo che non abbiamo mai conosciuto o che nella migliore delle ipotesi abbiamo dimenticato, un modo di vivere, una civiltà, oserei dire, improntata alla sacralità della natura, scandita dal ritmo delle stagioni.

I racconti sono in tutto sedici, qualcuno breve, altri assai più lunghi, e, come sempre succede in questi casi, pur a fronte di un livello qualitativo di eccellenza ce ne sono che piacciono di più,  o di meno. Dal mio punta di vista dico che se dovessi scegliere mi troverei in imbarazzo anche se, in fondo, preferisco una prosa in cui siano presenti tutte le caratteristiche dell’autore, quel suo fil rouge che ripropone sotto svariate forme, e allora sono dell’opinione che quello che più mi ha colpito sia uno abbastanza breve, Il carrettiere dei monti, che scorre davanti agli occhi come un dipinto sfumato, un qualcosa di semplice, ma al tempo stesso pregno di significato perché, a ben guardare, nella vicenda di Sassie, che da una vita trasporta il carbone con il carro trainato dal cavallo e con la compagnia di un cane, si intromette nel tempo il cosiddetto progresso che lo porterà a concludere, non solo come constatazione, che la sua vita non ha più un senso. Mancherei, tuttavia, di rispetto all’autore se non ponessi in opportuna evidenza l’ultimo racconto del libro, La morte del mulo, poiché questo sancisce in modo inequivocabile il legame con la natura, e in particolare con gli animali, che è sempre presente in ogni opera di Pardini; è una prosa che scandisce l’ultimo periodo di vita di un compagno silenzioso con cui fin dall’origine è stata avviata un’azione  di reciproca comprensione; Giovale, così si chiama il mulo, con il suo silenzio e il suo comportamento parla molto di più di un individuo ciarliero e le pagine dedicate ai suoi ultimi giorni di vita, mai tese a ingenerare commozione, tuttavia lasciano il segno, tanto che, almeno a me, è capitato di affezionarmi quasi che fosse lì davanti a me; Pardini non sollecita lacrime facili, il suo è un dolore intimo, ma è inevitabile che nel vedere spegnersi un amico, un compagno di esistenza, si sia presi da un sentimento non facilmente definibile, un misto di commozione, di pietà e anche un po’ di dolore.

I periodi sembrano scaturire dalla penna dell’autore con assoluta naturalezza, poiché è sua la stessa lingua dei personaggi che popolano i racconti, è suo lo stesso ritmo del tempo che scandisce le loro esistenze, sono suoi gli occhi che si addentrano nella nebbia del tempo  per mostrarci ciò che è stato e che mai ritornerà. Ed è per questo che la lettura, oltre che gradevole, è densa di significati, piano piano coinvolge chi ha la fortuna di scorrere queste pagine, di immergersi in una realtà sconosciuta di cui, giunti a fine libro, non potremo che avere nostalgia.

Vincenzo Pardini è nato a Fabbriche di Vallico (Lucca) nel 1950. Collabora al Quotidiano Nazionale e alle riviste Nuovi Argomenti e Paragone. Tra le sue opere ricordiamo Jodo Cartamigli (Mondadori, 1989), Giovale(Bompiani, 1993), Rasoio di guerra (Giunti, 1995), Tra uomini e lupi (peQuod, 2005, premio Viareggio-Rèpaci), Il postale (Fandango, 2012) e Grande secolo d’oro e di dolore (Il Saggiatore, 2017).
Renzo Montagnoli

 

21 Febbraio

La signorina Tecla Manzi

di Andrea Vitali

Garzanti Libri S.p.A.

Narrativa romanzo

 

Il furto del Sacro cuore

Più volte paragonato a quel gran narratore che è stato Piero Chiara, Andrea Vitali tuttavia non ne è che una pallida imitazione; sì, certo, entrambi scrivono del piccolo mondo della provincia italiana, il primo di Luino sul lago Maggiore, il secondo di Bellano sul lago di Como, ma, a parte questa caratteristica, non c’è nulla che li accomuna. Piero Chiara rivela un acume particolare nel parlare di vizi e virtù di un piccolo mondo, sondando l’animo umano e restituendoci un quadro sovente ilare, ma che viene descritto con affetto, come di un qualcosa che nel tempo si è perso e che mai più ritornerà. Anche Andrea Vitali  descrive personaggi che sono tipici di una realtà circoscritta, ma resta in superficie, non approfondisce, preferendo invece narrarci di fatti e circostanze particolari e cercando di invogliare il lettore al riso. Anche in La signorina Tecla Manzi, una sorta di giallo senza omicidi e assassini, ambientato in epoca fascista, intesse una trama che a tratti scorre liscia, mentre in altri si inceppa. C’è uno spiccato intento di far ridere, ma al più sono arrivato al sorriso, proprio perché la discontinuità del ritmo, i capitoli particolarmente brevi e, se vogliamo dirlo, anche un intreccio non particolarmente avvincente di più non riescono a fare. Con ciò non intendo dire che il romanzo sia mediocre, ma che non ha molte pretese, se non forse quelle di far trascorrere alcune ore senza pensieri, soprattutto se si cerca di arrivare di persona alla soluzione, fra i patemi d’animo di un brigadiere innamorato, l’invidia di un appuntato che si sente vessato dai superiori, la timidezza di un carabiniere semplice che ha sempre paura di sbagliare e lei, il personaggio più riuscito, la signorina Tecla Manzi, la cui descrizione fatta dall’autore merita di essere riportata: “Secca da far paura e non più alta di un metro e cinquanta, stava compostamente seduta sulla sedia, la schiena bella diritta e la borsetta afferrata con due mani. Aveva un leggero tremito del capo e il vezzo di contrarre a intervalli regolari le ali del naso, dopodiché emetteva uno sbuffo, rumoroso e singolare”.

Spero che altri romanzi di Vitali che avrò l’opportunità di leggere possano appassionarmi maggiormente, fermo restando che questo, come ho sopra precisato, consente comunque di essere classificato come un innocuo e tutto sommato gradevole passatempo.

Dopo aver frequentato «il severissimo liceo Manzoni» di Lecco, Andrea Vitali si laurea in medicina all'Università Statale di Milano ed esercita la professione di medico di base nel suo paese natale. 
Scrittore molto prolifico, ha esordito nel 1990 con il romanzo breve Il procuratore, ispiratogli dai racconti di suo padre; nel 1996 ha vinto il Premio letterario Piero Chiara con L'ombra di Marinetti, ma il grande successo lo ha ottenuto nel 2003 con Una finestra vistalago (Premio Grinzane 2004). 
Nel 2006 ha vinto il Premio Bancarella con il romanzo La figlia del Podestà; nel 2009 il Premio Boccaccio e il Premio Hemingway. 
Tra i numerosi romanzi, ricordiamo: nel 2011 La leggenda del morto contento e Zia Antonia sapeva di menta. Nel 2012 Galeotto fu il collier e Regalo di nozze. L'anno successivo escono Le tre minestre, lungo racconto autobiografico edito da Mondadori-Electa e Di Ilide ce n'è una sola. Nel 2014 Quattro sberle benedettePremiata ditta Sorelle Ficcadenti e Biglietto, signorina!; nel 2015 La ruga del cretino, scritto con Massimo Picozzi, Le belle Cece, La verità della suora storta, Quattro schiaffi benedetti, Un amore di zitella (tutti editi da Garzanti). Nel 2016 Nel mio paese è successo un fatto strano (Salani), Le mele di Kafka (Garzanti) e Viva più che mai (Garzanti).
Da ricordare che con il romanzo Almeno il cappello (edito nel 2009 da Garzanti) Andrea vitali ha vinto il Premio Casanova, il Premio Isola di Arturo Elsa Morante, il Campiello sezione giuria dei letterati ed è stato finalista al Premio Strega.
I suoi libri, pubblicati in Italia da Garzanti, sono stati tradotti in molti paesi, tra cui la Turchia, la Serbia e il Giappone. 
Renzo Montagnoli
 

 

18 Febbraio

Il vecchio della montagna

di Grazia Deledda

Ilisso Editore

www.ilisso.it

Narrativa romanzo

 

Sacrificio rituale

Il vecchio della montagna apparve nell’anno 1900 edito da Roux e Viarengo e quindi prima di altre opere che potremmo definire maggiori come Elias Portolu, Cenere, Marianna Sirca e soprattutto Canne al vento. All’epoca Grazia Deledda aveva 29 anni, ma si era già fatta apprezzare per alcune novelle ispirate alla vita solitaria dei pastori e in effetti anche questo romanzo è di ambientazione e di atmosfera pastorale, in una drammatica vicenda di amore e di gelosia, nonché di morte, che si svolge fra Nuoro e le montagne intorno. Pur se è indubbio che l’aspetto folcloristico costituisca un elemento di attrazione dell’opera, delineando un mondo che era sconosciuto senz’altro a chi risiedeva sul continente, tuttavia a partire da questo scritto l’analisi dell’autore va più in profondità, scoprendo i collegamenti esistenti in un particolare contesto sociale con le pulsioni proprie di ogni essere umano. Se i personaggi sono pochi, questo va tutto a vantaggio di una loro più dettagliata descrizione, in uno sviluppo in cui l’eterno contrasto fra Eros e Thanatos raggiunge aspetti simbolici di notevole effetto, come nel caso del vecchio cieco che, per essere utile al figlio e quindi per testimoniare in suo favore per discolparlo dell’accusa di abigeato, si mette in moto da solo per scendere dalle montagne e raggiungere Nuoro. In un ambiente già di per sé ostile a chi vede bene la cecità costituisce un ostacolo insormontabile, tanto che, vagando fra le rocce, precipita in un burrone. Questa morte, normalmente considerata un incidente, assume tuttavia una valenza del tutto particolare, cioè quella di un rito purificatore, come se il vecchio avesse offerto la sua vita affinché le tensioni venissero meno e le passioni, così estreme, finissero con il placarsi. Quindi, in una storia d’amore travolgente, culminata in una tragedia, si passa dal fortunale alla bonaccia, con la tempesta placata da un sublime atto d’amore, quello di un padre per il proprio figlio, disposto a tutto, anche a morire pur di salvarlo.

Il romanzo appare come una linea di demarcazione fra le sperimentazioni precedenti e le strutturazioni successive sempre improntate a tematiche ben precise, quali la fatalità o il destino che regolano ogni evento della vita, la potenza atavica della passione che conduce inevitabilmente alla colpa, il sacrificio estremo, eroico, disinteressato che rimette le cose a posto. Ecco perché Il vecchio della montagna se può essere considerato un romanzo minore di Grazia Deledda è tuttavia importante, costituendo una pietra miliare nella produzione della narratrice sarda.

Il tal senso e anche per meglio comprendere le opere successive la lettura di questo libro è a mio avviso senz’altro consigliata, con l’avvertenza che è inutile attendersi un capolavoro, ma che già è possibile valutare l’opera sulla base di quei criteri che portano a considerare la narrativa di Grazia Deledda di un livello di eccellenza che non a caso ha costituito la prerogativa per il conferimento del premio Nobel per la letteratura, avvenuto nel 1926, e che fino a ora rappresenta l’unico caso dello specifico riconoscimento per una scrittrice italiana. 

Grazia Deledda (Nuoro 1871-Roma 1936), segnata dalla determinante influenza della sua famiglia «un po’ paesana e un po’ borghese», e dalla comunità agro-pastorale del natio borgo barbaricino, frequentò le scuole fino alla quarta elementare per poi dedicarsi ad una appassionata e proficua esperienza di “lettrice autodidatta”. Appena diciassettenne, iniziò a collaborare con le più importanti riviste e periodici dell’epoca. L’11 gennaio del 1900 si sposò con Felice Madesani e, qualche mese dopo, si trasferì a Roma. Nel 1927, il 10 di dicembre, l’Accademia Svedese le conferì il Premio Nobel per la letteratura per l’anno 1926. È considerata una delle più grandi scrittrici del ’900, la cui sterminata produzione letteraria è formata da innumerevoli racconti, romanzi, prove teatrali e da oltre quattrocento testi novellistici.
Renzo Montagnoli
 

 

14 Febbraio

 

Assassinio all’Étoile du Nord

e altri racconti

di Georges Simenon

Traduzione di Marina Di Leo

Edizioni Adelphi

www.adelphi.it

Narrativa racconti

Collana gli Adelphi – Le inchieste di Maigret

 

L’ironia di Maigret

Nel 1933 Georges Simenon, autore ormai noto per sua fortunata serie di polizieschi con protagonista il commissario Maigret, consapevole delle sue qualità di narratore, decide di cimentarsi con altri generi, insomma di diventare uno scrittore più maturo e più autorevole. Per far questo deve sbarazzarsi di quell’ingombrante investigatore non scrivendo più di lui e, dato che il momento delle scelte decisive è arrivato, abbandona addirittura quell’editore che fino ad allora aveva pubblicato i suoi lavori e si affida a un mostro sacro, quale era e quale è ancora, Gallimard. L’abbandono però di un personaggio che gli ha tenuto compagnia e che gli ha dato anche fama deve essere stato tuttavia doloroso, tanto è che decide che è sempre possibile farne ancora oggetto di pubblicazione, però limitatamente a racconti da far apparire sulla stampa periodica. Ed è appunto di quel periodo il fiorire di tante prose brevi che, riunite a gruppi di 4 o 5, a volte anche più, vengono riproposte da Adelphi. Peraltro, questo  taglio non definitivo con Maigret farà sì che in seguito il corpulento commissario ritorni oggetto di produzioni più consistenti, ovvero  di romanzi.

Assassinio all’Etoile du Nord, unitamente ad altre prose brevi, risale appunto a quel periodo di transizione; peraltro tutti e quattro i racconti sono accomunati dal fatto che il commissario è diventato l’ex commissario, essendo andato in pensione. A onor del vero, e mi scuso per l’imprecisione, il primo (Assassinio all’Etoile du Nord) vede ancora Maigret al Quai des Orfèvres, a a 48 ore dal suo definitivo congedo, allorché, nel suo ufficio, ha l’imprudenza di rispondere a una telefonata, avviando e concludendo quella che sarebbe stata la sua ultima indagine ufficiale.

In Tempesta sulla Manica l’ex commissario, in villeggiatura con la moglie in un alberghetto in riva al mare, aiuterà un collega a risolvere un non facile caso di omicidio;  con La signorina Berhte e il suo amante avrà modo di sfoderare ancora una volta la sua fine indagine psicologica e di favorire l’unione fra un uomo e una donna che si amano; infine in Il notaio di Chateauneuf si vedrà costretto, suo malgrado, nelle intricate vicende della famiglia di un notaio.

I quattro racconti sono anche accomunati da una sottile vena di ironia con l’ex commissario che sembra fare la parodia del commissario Maigret, gigioneggiando, ma mettendo in ombra, oltre che altri poliziotti, anche ogni personaggio, fatta eccezione per la moglie, tuttavia sempre disponibile a farsi da parte per accontentare il marito.

La lettura risulta veramente gradevole, anche perché non è raro sorridere,  con questo ingombrante protagonista che non ha nessuna intenzione di fare la vita del pensionato, pronto a cogliere le occasioni che gli si presentano per rientrare, sia pure ufficiosamente, nei panni del grande investigatore.         

Georges Simenon, nato a Liegi nel 1903, morto a Losanna nel 1989, ha lasciato centonovantatre romanzi pubblicati sotto il suo nome e un numero imprecisato di romanzi e racconti pubblicati sotto pseudonimi, oltre a volumi di «dettature» e memorie. Il commissario Maigret è protagonista di 75 romanzi e 28 racconti, tutti pubblicati fra il 1931 e il 1972. Celebre in tutto il mondo, innanzitutto per le storie di Maigret, Simenon è anche, paradossalmente, un caso di «scrittore per scrittori». Da Henry Miller a Jean Pauhlan, da Faulkner a Cocteau, molti e disparati sono infatti gli autori che hanno riconosciuto in lui un maestro. Tra questi, André Gide: «Considero Simenon un grande romanziere, forse il più grande e il più autentico che la letteratura francese abbia oggi»; Walter Benjamin: «… leggo ogni nuovo romanzo di Simenon»; Louis-Ferdinand Céline: «Ci sono scrittori che ammiro moltissimo: il Simenon dei Pitard, per esempio, bisognerebbe parlarne tutti i giorni».
Renzo Montagnoli

 

10 Febbraio

Prima dell’alba

di Paolo Malaguti

Neri Pozza Editore

Narrativa romanzo storico

 

Due eroi piccoli piccoli

In occasione del centenario della ritirata di Caporetto si avvertiva la necessità che qualcuno si prendesse la briga di scrivere un romanzo su questo tragico evento ed era da troppo tempo che durava l’attesa, quasi esistesse un timore reverenziale di ideare una trama che facesse ben comprendere, oltre a quello che fu la realtà storica così ben tracciata in Caporetto di Alessandro Barbero, come accadde e anche perché avvenne. Non nascondo che le difficoltà di realizzare un’opera simile sono notevoli, un po’ per la naturale ritrosia nell’ammettere una nostra sconfitta, un po’ per il rischio di scrivere, anziché un romanzo corale, la massificazione di un evento disperso in tanti rivoli, tali da non consentire al lettore di farsi almeno un’idea.  Bravo è stato Malaguti, anche grazie a un’impostazione che vede in alternanza capitoli ambientati in quei tragici giorni di fine 1917 e altri spostati nel tempo di non pochi anni, addirittura nel 1931, in cui si dipanano le indagini sulla misteriosa morte (incidente o omicidio) di un generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, rinvenuto cadavere lungo i binari della linea ferroviaria Firenze – Bologna. L’autentico colpo di genio è però di aver trovato, per ognuno di questi capitoli, un personaggio, un protagonista, il Vecio che è un militare ormai rotto alla guerra e l’ispettore di polizia Ottaviano Malossi, a cui è stato affidato il caso, una patata bollente che può sancire il suo avanzamento di carriera, come può anche travolgerlo. Si tratta di personaggi indovinati, assai ben descritti, con una analisi psicologica fine e approfondita, due individui che si riveleranno, pagina dopo pagina, dei piccoli eroi, gente che compie atti di grande significato in totale silenzio, senza enfasi e che soprattutto non avrà medaglie. Nei capitoli relativi alla ritirata, ognuno dei quali è dedicato a una vittima della repressione poliziesca  che ha rappresentato una delle caratteristiche della Grande Guerra, la figura del Vecio, nel suo silenzio, esprime tutta la sofferenza di chi è rassegnato a morire ogni giorno; ci sono pagine che riescono a trasmettere al lettore, palpabilmente, lo sfacelo di quelle giornate di fine ottobre e inizi novembre, le nefandezze di cui l’uomo può essere capace quando tutto si disgrega, la carne da cannone che si ribella per ridiventare subito di nuovo bestia destinata al macello. Nelle parti invece spostate nel tempo si riesce a percepire tangibilmente l’atmosfera oppressiva di una dittatura, capace di distruggere i suoi strumenti, uno dei quali è appunto l’ispettore, per fini oscuri e comunque non nell’interesse del popolo. Sembra quasi un destino, e infatti lo è, che questi due personaggi vengano a incontrarsi, a trasmettersi i reciproci dolori, lo sdegno per aver compreso che la loro vita è quella di pedine manovrate da altri. Sono pagine stupende, che mi hanno commosso profondamente, e che concludono nel migliore dei modi un romanzo che non ha nulla da invidiare a due capolavori della letteratura sulla prima guerra mondiale: Niente di nuovo sul fronte occidentale e Un anno sull’altipiano.

Non credo sia necessario che aggiunga altro, se non la raccomandazione a leggerlo, per comprendere che in guerra ci sono anche eroi della pace.   

Paolo Malaguti è nato a Monselice (Padova) nel 1978. Attualmente vive ad Asolo e lavora come docente di Lettere a Bassano del Grappa. Con Neri Pozza ha pubblicato La reliquia di Costantinopoli (2015), finalista al Premio Strega 2016. Tra le sue opere Nuovo sillabario veneto (BEAT, 2016) e Prima dell'alba (Neri Pozza, 2017).
Renzo Montagnoli

 

7 Febbraio

Le campagne hanno bocche

di Andrea Biondi

Note critiche dei giurati Antonio Vittorio Guarino, Cesare Davide Cavoni, Germana Duca e Teresa Armenti

Copertina di Giacomo Ramberti

Fara Editore

www.faraeditore.it

Poesia 

Un anelito di speranza

Da sempre convinto assertore della necessità che l’uomo, nella sua sfrenata corsa al progresso, si fermi un attimo per pensare a quanto abbia perso della sua umanità privilegiando la civiltà delle macchine, non potevo restare insensibile a una silloge in cui si vagheggiano i ricordi di un tempo andato, allorché le relazioni con il mondo circostante, soprattutto con la terra, erano alla base di un’esistenza certamente più avara di benessere economico, ma più prodiga di accrescimento spirituale. Ma se è evidente il richiamo bucolico o comunque a una poesia agreste di illustri predecessori quali Pavese e Bertolucci, la visione delle campagne di Biondi non è fine a se stessa, ma è improntata a una più generale stratificazione di una società in cui l’influsso del pensiero religioso cristiano è una determinante per niente secondaria. Al riguardo ci sono simboli che evidenziano quanto ho appena detto e mi riferisco alla poesia L’agnello errante ( / sta l’agnello / col vello sbiancato nel sangue / e canta: consolate l’agnello, consolate il mio popolo” ), agnello che ritorna anche in altre liriche e che, come ben sappiamo, simboleggia il Cristo. Ma la terra non è necessariamente proprietà di una religione o di un’altra, perché proprio essa, nella sua natura primigenia, è stata fonte ispiratrice di diverse fedi, ed è la stessa terra delle Bucoliche di Virgilio e della Sora nostra madre terra di San Francesco. Con questa visione in cui predomina l’attenta analisi, non semplicemente idillica, delle manifestazioni di tutto quanto vive sulla terra e della terra stessa, emergono una serie di immagini che ben possono far comprendere quel Le campagne hanno bocche, titolo della silloge. In realtà, benché l’autore ci venga a proporre il ricordo, magari dilatato nel fantastico, di un mondo che è stato nostro fino a poco tempo fa, lascia trapelare un desiderio inconscio di recupero che prelude a un’attesa che sembra far spazio a una certezza. Sebbene  le visioni prospettate siano intensamente oniriche, con una estensione fantastica di un ricordo sbiadito e ancora velato, non è possibile non notare che questi fantasmi che si agitano sono sì i nostri rimorsi per un mondo perduto, ma anche la base indispensabile per un recupero delle nostre radici e con esso di quel mondo. Quindi la poesia di Biondi non è, come potrebbe invece apparire di primo acchito, la dolorosa testimonianza di uno spasimo lacerante per qualcosa che mai più ritornerà, per un valore così elevato da rendere gramo o addirittura insopportabile il futuro, è invece una presa di coscienza grazie alla quale può nascere una speranza, ma che anche consente di ripescare nel ricordo quanto può essere utile per andare avanti.

La silloge non è certamente di facile comprensione, ma ritengo che ciò che vale possa meritare una più che attenta disamina e quindi non mi resta che augurare una buona e approfondita lettura.

Andrea Biondi (Rimini 1986) si è laureato in Lettere presso l’Università di Urbino nel 2009; nel medesimo anno e presso lo stesso ateneo ha conseguito il diploma in Scienze Religiose. Dal 2011 è docente di religione cattolica nella scuola pubblica italiana. Nel 2014 si trasferisce a Treia (MC) con moglie e figli. Insegna nella diocesi di Macerata. Ha scoperto la poesia leggendo la raccolta poetica Il ramarro di Paolo Volponi. Questa è la sua opera prima.
Renzo Montagnoli

 

4 Febbraio

Le nostre anime di notte

di Kent Haruf

Traduzione di Fabio Cremonesi

Nneditore

www.nneditore.it

Narrativa romanzo 

Voglia di tenerezza

«Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me»

Una donna che propone a un uomo una cosa del genere fa supporre che in caso di accettazione ci si debba imbattere in pagine di erotismo sfrenato. Non è così, però, perché Addie, la donna che fa questa strana proposta, e Louis, il destinatario, sono due vedovi, avanti con gli anni, anzi decisamente anziani, il che non esclude però un risvolto sessuale, ma comunque lo rende poco probabile. In effetti, la solitudine di chi ha raggiunto una certa età impone che si debba trovare una via d’uscita, che si debba porre accanto alla propria persona un’altra, con cui colloquiare, scambiare opinioni, avere un piccolo, ma significativo contatto fisico. Non sarà amore nel senso più ampio del termine, ma di certo è affetto, è convivere i giorni di un’età che non consente di fare programmi a lunga scadenza. Il tema deve essere stato particolarmente sentito da Haruf perché ha scritto l’opera in pochi giorni, prima di morire, dipartita della cui imminenza doveva avere conoscenza, atteso che è riscontrabile nella scrittura una certa fretta che, se nulla toglie al piacere della lettura, però appare inusuale, considerata anche l’età dei protagonisti, più propensi naturalmente a tempi lenti. La stessa sensibilità riscontrata nei tre romanzi del ciclo del Canto della pianura è presente anche in questo testo, un’opera che, per quanto ambientata come le altre nell’immaginaria città di Holt, non può essere assimilata alle stesse, perché nel racconto della breve relazione fra Addie e Louis si avverte l’esigenza di imperniare tutto su di loro, nel senso che non ci sono tante storie parallele, ma un’unica storia, quei giorni, soprattutto quelle notti, trascorse insieme, a dispetto dei pregiudizi degli altri e che verranno interrotte solo dall’esigenza egoista e sciocca di un figlio adulto, ma che non diventerà mai maturo. Può darsi che il libro possa essere più compreso da chi ha una certa età, sta di fatto però che mi è parso che in questo ultimo canto l’autore abbia profuso tutta la sua energia, spremendo fino all’ultima goccia l’estro creativo. Lo stile è quello consueto, sobrio, per certi aspetti distaccato, ma questa volta nei personaggi di Addie e di Louis si avverte un po’ di partecipazione, una più marcata traccia dell’artista che ha vissuto con loro gli ultimi giorni della sua esistenza.

Haruf non vide stampata la sua fatica, perché il libro uscì postumo, e ciò accentua quella sensazione di umana pietà che si prova leggendo quelle pagine, in cui due esseri umani vogliono illuminare l’ultimo tratto di strada, mano nella mano, una voglia di tenerezza che possa dare ancor un senso a quel che resta da vivere.

Indimenticabile. 

Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize.
Renzo Montagnoli

 

29 Gennaio

Il pensionante

di Georges Simenon

Traduzione di Laura Frausin Guarino

Edizioni Adelphi

www.adelphi.it

Narrativa romanzo

Collana Biblioteca Adelphi

 

L’apatia dell’omicida 

Elie Nagear, un trentacinquenne di origine turca, arriva a Bruxelles con la speranza di far fortuna, ma gli affari non vanno bene. E’ accompagnato da Sylvie, che fa l’entraineuse, ma fra i due non c’è amore, solo tolleranza. Bisognoso di denaro, nel corso di un viaggio notturno in treno da Bruxelles a Parigi uccide barbaramente un olandese, derubandolo di una ingente somma in franchi francesi. Per mettersi al sicuro, accetta il consiglio di Sylvie e si nasconde in una pensioncina familiare di Charleroi, gestita dalla madre della donna. 

Questo, in breve, è l’antefatto, necessario per costituire il presupposto indispensabile per narrare una storia in cui il protagonista non è solo Elie, ma anche la variegata e variopinta umanità che popola la pensioncina di Charleroi, un rifugio a tutti gli effetti, dove il giovane turco, per sua natura apatico, si crogiola nel calore della stufa, mentre fuori si gela e il paesaggio è monotonamente rappresentato dall’alternarsi del bianco del ghiaccio con il nero della polvere di carbone. In questa tana, perché in effetti di tana si tratta, Elie, la belva, che ha ucciso con freddezza e che non avverte sensi di colpa, si accorgerà ben presto di non essere così al sicuro come crede e spera; intorno a lui il cerchio si stringe e non basterà l’affetto quasi materno che gli mostra la madre di Sylvie per salvarlo dalla giusta punizione. Del resto l’apatia che lo caratterizza, quel lasciarsi trasportare dal vento della vita gli impediranno perfino di trovare soluzioni alternative, di cercare di sfuggire alla cattura. Ma anche gli altri personaggi, i pensionanti così ben descritti da Simenon, sembrano presenze che solo si sfiorano, sanno che il ragazzo si è macchiato di un orrendo delitto, ma continuano nella solita monotona vita quotidiana come se nulla fosse. Questo fa pensare che lo scrittore belga con questo suo romanzo intendesse stilare un preciso atto di accusa verso una società anonima, dominata dall’indifferenza, e forse è anche così, soprattutto se guardiamo ai nostri tempi dove questo disinteresse per ciò e per chi ci circonda  è forse il peggiore dei nostri difetti. Come ho prima accennato l’unica che si dimostra interessata alla sofferenze esistenziale di Elie è la signora Baron, la madre di Sylvie, che è attratta dai racconti del lontano mondo turco fatti dal ragazzo, unica possibilità di evasione dal grigiore opprimente di una vita sempre rinchiusa fra quattro mura, e che testimonierà, a sorpresa, questa specie d’affetto in un finale in cui emergono le grandi capacità descrittive di Simenon.

La trama è quella del noir, ma lo svolgimento rappresenta un tentativo di Simenon, in larga parte riuscito, di cimentarsi non esclusivamente come scrittore di genere e Il pensionante è un po’ il romanzo d’esordio di un autore che non si accontentava più di scrivere di Maigret, che desiderava fare un salto di qualità, lasciando un segno indelebile in campo letterario. Non era ancora il tempo per grandi opere come I fantasmi del Cappellaio o Il Presidente, tanto per citarne solo alcune, ma già si nota che  l’autore è sulla buona strada, che quella capacità incredibile di sondare l’animo umano qui c’è, anche se è solo in nuce. Per concludere sono dell’idea che la lettura di questo romanzo sia senz’altro consigliabile e che anzi rappresenti il presupposto indispensabile per poter passare in seguito alle grandi opere di Georges Simenon. 

Georges Simenon, nato a Liegi nel 1903, morto a Losanna nel 1989, ha lasciato centonovantatre romanzi pubblicati sotto il suo nome e un numero imprecisato di romanzi e racconti pubblicati sotto pseudonimi, oltre a volumi di «dettature» e memorie. Il commissario Maigret è protagonista di 75 romanzi e 28 racconti, tutti pubblicati fra il 1931 e il 1972. Celebre in tutto il mondo, innanzitutto per le storie di Maigret, Simenon è anche, paradossalmente, un caso di «scrittore per scrittori». Da Henry Miller a Jean Pauhlan, da Faulkner a Cocteau, molti e disparati sono infatti gli autori che hanno riconosciuto in lui un maestro. Tra questi, André Gide: «Considero Simenon un grande romanziere, forse il più grande e il più autentico che la letteratura francese abbia oggi»; Walter Benjamin: «… leggo ogni nuovo romanzo di Simenon»; Louis-Ferdinand Céline: «Ci sono scrittori che ammiro moltissimo: il Simenon dei Pitard, per esempio, bisognerebbe parlarne tutti i giorni».
Renzo Montagnoli

 

20 Gennaio

Grande secolo d’oro e di dolore

di Vincenzo Pardini

Edizioni Il Saggiatore

Narrativa romanzo storico 

L’ultima dei Longobardi

All’inizio di questo romanzo l’autore riporta la genealogia di Leonide dei Longobardi, principale personaggio dell’opera stessa; si tratta di un numero rilevante di nomi, alcuni dei quali saranno propri di semplici comparse, ma altri invece corrisponderanno a individui capaci di brillare di una luce propria. Se devo essere sincero tutti questi personaggi mi hanno subito portato a un senso di disorientamento, memore dei racconti che mi faceva ogni tanto mia nonna, membro di una famiglia patriarcale assai numerosa, in cui abbondavano fratelli, sorelle, genitori, zii, nipoti, cugini, un vero e proprio esercito di cui lei ben conosceva i nomi che mi sciorinava e che più delle volte mi lasciavano perplesso per la confusione che mi veniva ingenerata. Poi, pensandoci bene, mi sono tolto ogni remora e mi sono detto di leggere senza preoccuparmi tanto di vedere come si ricollegavano i nomi, ma seguendo puramente e semplicemente le vicende, con particolare attenzione a quelle di Leonide Lusetti, la cui scomparsa avvenuta nel 1983 ha posto fine alla casata dei Longobardi. E’ una scelta di lettura, peraltro, che è quasi imposta perché il personaggio è del tutto particolare e intorno a lui ruotano i fatti, piccoli e grandi, di un secolo, il XX. Non è una novità narrare di un’epoca sulla base delle vicende di una famiglia, ma parlarne  e riuscire a rendere avvincenti fatti in sé normali e non eclatanti non è facile, anzi denota una grande capacità, tanto più che a fronte di queste piccole storie sullo sfondo si muove la grande storia, la Grande guerra, l’avvento del fascismo, la seconda guerra mondiale, il dopoguerra di fame e di speranza, il benessere economico. Però la chiave di lettura dell’opera non è solo questa, perché prevede anche la descrizione della fine di una civiltà che non tornerà più, quella contadina, con quel legame profondo con la terra che fra timori e superstizioni in individui più sensibili, come appunto Leonide, porta a scoprire  facoltà paranormali, ben oltre le asserite capacità di un medium, in quel confine indefinito fra vita e morte in cui tutti si agitano.  La creatività di Pardini è indubbia, perché riesce a raccontare tanti fatti, imprigionandoli in una patina  di tempo andato, una serie di fotogrammi che sollecitano il lettore ad andare avanti, per sapere, per conoscere.  Quella che a un esame superficiale potrebbe sembrare una telenovela, in realtà sono le testimonianze di un’epoca non lontana in termini di tempo, ma ormai antichissima come modo di vita.

Credo che Pardini, con quel suo stile semplice e pur efficace, che definirei da naif, con questo romanzo sia riuscito a dare il meglio di se stesso, realizzando un’opera di sicuro interesse e che merita ampiamente di essere letta, anche perché, nonostante tanti personaggi, è riuscito a differenziarli perfettamente, sempre però facendoli apparire come propri della loro epoca, con i loro difetti, i loro pregi, i loro sogni e le loro speranze.

Per quanto concerne il tema della natura, da sempre ricorrente nelle opere dell’autore, in questa ha assunto un rilievo del tutto particolare, presentata a volte come diabolica, altre come mite e sereno corollario, il tutto solo ed esclusivamente secondo quello che in un determinato momento è lo stato d’animo dei personaggi; in ogni caso la descrizione dei panorami assume toni poetici e le atmosfere sono rese così bene da ottenere la partecipazione del lettore.

Ritornare indietro nel tempo, di cui solo in parte si è avuta esperienza diretta, è un po’ ricercare le proprie radici che non sono dissimili, nella zona toscana in cui è ambientato il romanzo, dalla zona lombarda in cui sono nato e abito. Al riguardo ho notato  che, nel ricordo dei racconti di mia nonna, ci sono tanti punti di contatto, per quanto concerne per esempio la superstizione, ma anche per quanto riguarda certe figure che, in possesso di una vena poetica e di uno spirito acuto di osservazione, tanti anni fa vergavano delle pasquinate riferite per lo più a questioni di corna, operette satiriche anonime, ma di cui era possibile intuire il nome dell’autore; ebbene,  anche nel romanzo ce ne sono diverse, stilate da Pardini,  e devo dire che mi hanno divertito, cogliendo anche il loro scopo o di rafforzare una proposizione, oppure di stemperare la tragicità di certi eventi.

Non aggiungo altro, perché non ce n’è bisogno; l’opera vale molto di per se stessa, come potrà constatare chi avrà il piacere di leggerla.

Vincenzo Pardini è nato a Fabbriche di Vallico (Lucca) nel 1950. Collabora al Quotidiano Nazionale e alle riviste Nuovi Argomenti e Paragone. Tra le sue opere ricordiamo Jodo Cartamigli (Mondadori, 1989), Giovale(Bompiani, 1993), Rasoio di guerra (Giunti, 1995), Tra uomini e lupi (peQuod, 2005, premio Viareggio-Rèpaci) e Il postale (Fandango, 2012).
Renzo Montagnoli

 

16 Gennaio

Dopo l’inverno e altre poesie

di Vincenzo D’Alessio

Copertina di Eliana Petrizzi

Fara Editore

www.faraeditore.it

Poesia 

Sotto la cenere il fuoco arde ancora

E’ da un po’ di tempo ormai che ho l’opportunità di leggere la produzione poetica di Vincenzo D’Alessio, produzione che pur presentando tematiche affini denota una continua ricerca di uno stile che sia definitivo e non in continua, e pur positiva, evoluzione. Direi che ciò tuttavia poco importa poiché il poeta campano, pur senza disprezzare la forma, che anzi a tratti è ricercata, è uno che va alla sostanza, in quei continui strali verso una situazione di immobilismo storico di cui la malavita organizzata ha larghe e preponderanti colpe. La tendenza, quindi, è quella di realizzare una poesia civile, sempre dolente, ma mai arrendevole, ben inserita in un contesto territoriale che senza far identificare l’autore come un poeta stanziale, in ogni caso lo fa apparire come notevolmente influenzato da fatti e da atmosfere locali. E così che ritroviamo questo filo comune anche in questa raccolta (Dopo l’inverno e altre poesie), uscita come sempre per i tipi di Fara, tanto più ove si consideri la circostanza che l’opera si è classificata al secondo posto nel concorso Faraexcelsior 2017.  Non si smentisce anche questa volta Vincenzo D’Aessio che sembra quasi portare sulla schiena l’eterno malanno dell’immobilismo meridionale, con quella rabbia a stento soffocata per i continui tradimenti subiti, per quella sofferenza talmente radicata che sembra escludere ogni speranza di miglioramento. Eppure, D’Alessio ha un sogno che è concretizzabile ed è quello di un mondo in cui ognuno possa essere artefice di se stesso, senza impedimenti, senza imposizioni da parte di chi si arroga il diritto di decidere della vita d’altri. Ed è per questo motivo che in questa raccolta, forse più sofferta di altre, si passa da versi come questi (Ho visto incedere / nelle loro casacche / tronfi i servi dello Stato / hanno lo sguardo / sprezzante di chi è arrivato / non arrossiscono / hanno pane per i figli / vivono giorni sereni / nell’avvenire / hanno potere senza giustizia / odiano i vinti / tolgono loro il respiro.), in cui lo sdegno, più che la rabbia, è a stento trattenuto, a questi altri (L’estate ritorna / nel fresco mattino, / la nebbia che ovatta. / La gente, i passi, / riprende un lavoro. / Vita in campagna. / In città una noia. / In campagna la vita. / Ogni estate più bella. / Tetti, spicchi d’arancio, / aprono fiati di torri. / Lavoro per sopravvivere. / Ogni anno un’ estate. / Vivere una nuova estate.) in cui è presente una situazione di normalità da cui traspare un senso di bucolica serenità. Appare quindi evidente che la speranza, morta ormai in molti, ancora cova sotto la cenere dei sogni infranti di Vincenzo D’Alessio, che continua imperterrito e mai domo nella sua missione volta a impedire che ci si dimentichi di questa terra che potrebbe essere altra cosa con una presenza forte e decisa dello stato, quello stato così lontano da udirne a malapena la voce fatta di vuota e insana retorica.

Da leggere, ovviamente.

Vincenzo D’Alessio è nato a Solofra nel 1950. Laureato in Lettere all’Università di Salerno è stato l’ideatore del Premio Città di Solofra, nonché il fondatore del Gruppo Culturale “Francesco Guarini” e dell’omonima casa editrice. Acuto e attento critico letterario, ha pubblicato anche saggi di archeologia e storia (v. bibliografia Polo SBN di Napoli). Diverse le raccolte poetiche che anno ricevuto premi e riconoscimenti, la più recente è La valigia del meridionale ed altri viaggi (Fara 2012, seconda edizione 2016 ). Nel 2014 vince con Il passo verde la pubblicazione in Opere scelte (Fara 2014). La tristezza del tempo è inserita in Emozioni in marcia(Fara 2015). Con Alfabeto per sordi è tra i vincitori del concorso Rapida.mente ed è stato inserito nell’omonima antologia (Fara 2015). Queste ultime raccolte sono riproposte in appendice a Immagine convessa. (Fara 2017), opera finalista al concorso Versi con-giurati
Renzo Montagnoli

 

13 Gennaio

L’oro di Napoli

di Giuseppe Marotta

BUR Biblioteca Universale Rizzoli

Narrativa racconti 

Un sogno per vivere

Il libro consta di 36 brevi racconti, degli autentici quadri in cui l’autore ritrae splendidamente paesaggi e atmosfere di una città che ogni giorno muore per poi rinascere. Credo che nessun altro libro sia in grado di descrivere così precisamente l’autentico spirito dei napoletani, legati indissolubilmente alla loro città tanto che viene da pensare che Napoli non ci sarebbe se non ci fossero i napoletani. E’ un vincolo talmente stretto che induce la gente a vivere in ristrettezza o quasi di niente per il puro piacere di vivere lì; certo ci sono racconti che sembrano ben poco realistici, tanto dall’indurre a pensare che l’autore se li sia inventati, e invece sono veri, anche laddove possono sembrare falsi, perché in questa eterna città tutto ciò che altrove pare parto di fantasia si realizza sotto gli occhi e se proprio non è esistito l’abitante di una casa bombardata che si è adattato a vivere nella buca provocata dall’esplosione della bomba, si può star certi che nell’arte di arrangiarsi i napoletani sono insuperabili. La Napoli dei miracoli, veri o falsi, in cui tanto la gente vuole credere per fuggire l’amara e dolorosa verità di ogni giorno,  la Napoli delle viuzze, delle piazzette dove il sole con estremo sforzo riesce ad arrivare, questa è Napoli: miseria e splendore, intensa sofferenza interiore che esplode in quelle che riteniamo originalità, ma che di fatto rappresentano uno sfogo, come quella dimestichezza con la morte che, se serve a esorcizzarla, consente comunque di rendersi conto che non è altro che una tappa della vita. In tal senso richiamo l’attenzione su Ninna nanna a una signora, in cui Don Alfonso Corrado Mazzullo conversa con la morte e le dice queste profonde parole:   “Volevo morire quando nacqui, per  avvolgimento del cordone ombelicale intorno al collo, mi fu  concesso? Volevo morire di emottisi a tredici anni, ne ebbi  maniera? Volevo morire cento altre volte. Ora spetta a me  decidere: ora sono io che non voglio.” E’ un capovolgimento dei ruoli, è l’illusione di poter diventare artefici del proprio destino e che nella sofferta condizione di predestinati fa sì che nei napoletani ci sia un filo di speranza, sempre e ovunque presente, con quel  desiderio di potersi rialzare dopo ogni caduta, non disgiunto da una pazienza infinita che consente di sopportare tutto pur di non perdere questa speranza. Sono trentasei racconti, sono pagine che, oltre che appassionare, entusiasmano, anche quando si tratta di ricordi personali dell’infanzia povera dell’autore, come nel caso di I parenti ricchi, parenti serpenti verrebbe da dire nel leggerlo, ma la prosa che più di tutte spiega così bene lo spirito dei napoletani è proprio L’oro di Napoli, con Don Ignazio Ziviello che riesce a rialzarsi dopo ogni caduta della vita, che ogni volta sembra sia quella buona, ultima, definitiva, un’autentica morte morale civile, da cui tuttavia ne esce, risorge, come un’ araba fenice.

Da leggere, è più che consigliato.

Giuseppe Marotta (1902-1963) nasce a Napoli, che rimane l’eldorado del suo immaginario, e si trasferisce a Milano a 25 anni. È un’epoca di boom giornalistico e culturale, che frutta a Marotta una prestigiosa collaborazione al «Corriere della Sera», mentre scrive anche sulle testate satiriche più celebri del tempo, il «Bertoldo» e il «Guerin Meschino». Fluviale nell’invenzione narrativa, è autore di romanzi memorabili (tra cui A Milano non fa freddo e Gli alunni del sole) e di raccolte di racconti che sfiorano la leggenda, come appunto L’oro di Napoli, traslata su grande schermo dal genio cinematografico di Vittorio De Sica.
Renzo Montagnoli

 

10 Gennaio

La Locanda degli Annegati

e altri racconti

di Georges Simenon

Traduzione di Marco Bevilacqua

Edizioni Adelphi

www.adelphi.it

Narrativa racconti

Collana gli Adelphi – Le inchieste di Maigret 

Non solo annegati

A Georges Simenon non si può di certo rimproverare una scarsa creatività, visto che solo per le prose che hanno come protagonista il commissario Maigret ha scritto 75 romanzi e 28 racconti. Questi ultimi non sono delle semplici e succinte narrazioni, bensì sono piuttosto lunghi e completi, poiché sono relativi a indagini complete, tanto che, molto spesso, mi sono chiesto il motivo per cui l’autore belga non abbia ampliato maggiormente il discorso raggiungendo la dimensione   del romanzo vero e proprio. Al riguardo credo che in taluni casi sia subentrata una certa dose di stanchezza, non improbabile in uno scrittore così fecondo. E’ pertanto da affrontare con i soliti criteri di lettura utilizzati per Simenon anche questa raccolta di racconti (in tutto quattro) di cui uno, la Locanda degli Annegati dà il titolo all’intera opera.

Il primo, L’innamorato della signora Maigret è quel che si può definire una spy-story, con il commissario che, quando riesce a trovare il bandolo della matassa, deve passare il caso ai servizi segreti francesi. Si fa apprezzare perché all’indagine partecipa anche la signora Maigret ed è divertente vedere come la collaborazione fra moglie e marito presenti dei risvolti se non proprio comici, almeno ironici.

Nel secondo, La vecchia signora di Bayeux, c’è l’omicidio di un’anziana signora, assai danarosa, con una sostituzione di cadavere, al fine di realizzare un delitto perfetto. E’ ovvio, però, che nulla sfugge al celebre commissario che arriverà pressoché subito alla soluzione del caso.

Il terzo, La Locanda degli Annegati, è un po’ atipico, poiché sotto la parvenza di un incidente automobilistico si cela un efferato delitto. Tutto sembra difficile, per non dire impossibile, e anche Maigret pare annaspare nel vuoto, ma poi lo soccorre la sua straordinaria intuizione e anche questo caso viene risolto.

Il quarto, Stan l’Assassino, conclude malamente una raccolta fin qui di buon livello; in effetti, sembra che in questo racconto Simenon si sia lasciato prendere la mano, esagerando con la fantasia, e presentando personaggi che sono al di fuori di ogni contesto logico.

In conclusione un libro buono per una lettura d’evasione, per essere di compagnia in un viaggio in treno o in aereo, insomma un gradevole passatempo e nulla di più.

Georges Simenon, nato a Liegi nel 1903, morto a Losanna nel 1989, ha lasciato centonovantatre romanzi pubblicati sotto il suo nome e un numero imprecisato di romanzi e racconti pubblicati sotto pseudonimi, oltre a volumi di «dettature» e memorie. Il commissario Maigret è protagonista di 75 romanzi e 28 racconti, tutti pubblicati fra il 1931 e il 1972. Celebre in tutto il mondo, innanzitutto per le storie di Maigret, Simenon è anche, paradossalmente, un caso di «scrittore per scrittori». Da Henry Miller a Jean Pauhlan, da Faulkner a Cocteau, molti e disparati sono infatti gli autori che hanno riconosciuto in lui un maestro. Tra questi, André Gide: «Considero Simenon un grande romanziere, forse il più grande e il più autentico che la letteratura francese abbia oggi»; Walter Benjamin: «… leggo ogni nuovo romanzo di Simenon»; Louis-Ferdinand Céline: «Ci sono scrittori che ammiro moltissimo: il Simenon dei Pitard, per esempio, bisognerebbe parlarne tutti i giorni».
Renzo Montagnoli

 

7 Gennaio

Terre d’acqua

di Donatella Nardin

Nota critica di Annalisa Ciampalini

Postfazione di Nazario Pardini

Fara Editore

www.faraeditore.it

Poesia

Un mondo d’acqua

Confesso che più passa il tempo, e più mi accorgo che il mondo è sommerso da un’ondata di materialismo che soffoca emoziona e sentimenti, sono tentato non solo di non scrivere più poesie, ma addirittura di non leggerne ancora. A che pro aprire il proprio animo? Che senso può avere trasmettere sensazioni e sentimenti? E invece è proprio quando l’umanità viene compressa, appiattita che si avverte maggiormente il bisogno della poesia e allora caccio i cattivi pensieri e cerco di trovare un po’ di serenità con i versi di qualche poeta. Non sempre ci riesco, perché, pur riconoscendo l’impegno che un autore profonde nella sua opera, i risultati non sempre sono corrispondenti; però, quando il lavoro è eccellente si avvera il miracolo, si entra in sintonia con il poeta e ci si immerge in un oceano di trepidanti emozioni, come nel caso di questa raccolta di Donatella Nardin. Terre d’acqua è una silloge stanziale, cioè è in dipendenza del luogo in cui l’autore vive e in questo non c’è nulla di strano, perché l’ispirazione è sempre data dal mondo che ci circonda, l’abilità invece è nel saper cogliere e, soprattutto trasmettere, le emozioni che quel mondo suscita in chi è capace di osservarlo e di coglierne l’essenza. Cavallino Treporti, dove è nata e vive Donatella Nardin, è una lingua di terra bagnata dall’Adriatico e dalla laguna nord veneziana, un dito che emerge dalle acque. Se questa superficie liquida può talora dare l’impressione di in una indeterminazione degli spazi, una distesa che si perde in un orizzonte che appare sempre più lontano, pur tuttavia consente a chi lì vive di cercare spazi più ristretti o anche più ampi, ma comunque non piatti, scavando all’interno di se stessi, in una condizione che si può ritrovare anche negli isolani. In buona sostanza, non distolti da un variegato panorama, c’è più ampio spazio per la fantasia che poi si concretizza nella creatività, con visioni magari oniriche ( Ho passato la notte ad ascoltare / il silenzio. Brillava ai vetri la luna. / Era una giovane luna nata / da una terra d’acqua e di sogni, tangibile emblema d’invisibili / pluralità./...) o comunque in un’osservazione incantata di ciò che gli occhi possono cogliere, soprattutto nelle caratteristiche di certe stagioni  (Beltà dei geli e delle invernali figure: / a passi brinati, leggeri si muove / il pomeriggio invernale / verso tramonti sempre più corti / punteggiati da un’insanabile / inanità. ). La sua è una poesia evocativa, non disgiunta tuttavia da elementi correnti di concretezza che finiscono per dare meglio risalto a una ben precisa tendenza naturalistica, capace di mostrare paesaggio esterno ed interno, il panorama di un istmo, quale è Cavallino Treporti, e ciò che l’autore porta in sé, frutto di un lavorio spesso inconsapevole e che lui stesso scopre nel momento del travaso di una sensazione, di un’emozione in versi. E’ una poesia d’acqua, sempre presente, avvolgente direi, e l’acqua è sempre stata simbolo di purezza, purezza che qui diventa di sentimenti, in un afflato con il liquido elemento che riesce a rendere partecipe il lettore.

Ne consiglio quindi la lettura.

Donatella Nardin è nata e vive a Cavallino Treporti (Venezia). Appassionata da sempre di lettura e scrittura, soprattutto poetica, solo negli ultimi anni ha deciso di dare visibilità ai suoi scritti partecipando a vari concorsi letterari con risultati gratificanti. Le sono stati infatti attribuiti numerosi premi e riconoscimenti – un centinaio – nelle varie graduatorie concorsuali. Nel 2014 ha pubblicato la sua prima silloge poetica In attesa di cielo (Ed. Il Fiorino), nel 2015, con la stessa Casa Editrice, la raccolta di liriche Le ragioni dell’oro. Molte sue poesie e alcuni racconti sono stati inseriti in Antologie di Concorsi Letterari, in raccolte collettanee di Case Editrici come LietoColle e Fara (cfr. la recente antologia dei vincitori del concorso Pubblica con noi 2107 intitolata Gymnopedie, Architetture e altre opere belle in cui si trovano alcune poesie della presente raccolta), in riviste del settore e in siti on line dedicati.
Renzo Montagnoli

 

5 Gennaio

Crepuscolo

di Kent Haruf

Traduzione di Fabio Cremonesi

NNEditore

www.nneditore.it

Narrativa romanzo 

La storia siamo noi

Secondo volume della Trilogia della pianura, Crepuscolo, come per gli altri, è ambientato nel Colorado, a Holt, immaginaria cittadina rurale che, pur tuttavia, appare notevolmente realistica, riassumendo caratteristiche di numerosi analoghi insediamenti americani. Ancora una volta Kent Haruf dimostra le sue straordinarie qualità di narratore, capace di rendere avvincenti fatti che sono per lo più del tutto ordinari. Lo stile asciutto, ma non povero fa sì che il romanzo avvinca il lettore dalla prima all’ultima pagina, grazie a un’ambientazione che si potrebbe definire quasi perfetta e a personaggi, che pur nella loro normalità sono portatori di storie e situazioni di straordinaria umanità. Non c’è un preciso filo conduttore, ma ci sono storie, all’apparenza del tutto autonome, che poi finiscono per l’incrociarsi, una serie di racconti accomunati solo dal luogo, appunto Holt, e dalla volontà dell’autore di farci conoscere personaggi che finiscono con il diventare protagonisti, come è il caso del ragazzino DJ Kephart che vive con l’anziano nonno, unico parente rimastogli, essendo orfano e che ha un disperato bisogno di comunicare con qualcuno della sua età, trovandolo in una coetanea vicina di casa, o i coniugi Luther e Betty Wallace, e i loro due giovani figli, che vivono ai margini della società a carico della pubblica assistenza, o ancora la vicenda dei fratelli anziani e scapoli Harold e Raymond McPheron che un giorno hanno accolto e assistito Victoria Roubideaux, una giovane con la sua bambina piccola.  Sono figure che normalmente potrebbero apparire anonime, ma occorre considerare che ognuno di noi ha una sua storia, unica e irripetibile, che molto probabilmente non sarà mai conosciuta. Ecco, Haruf vuol far conoscere le storie per niente straordinarie di gente come noi e che tuttavia rivela qualità insospettabili, sovente non note agli stessi interessati.  Per lo più aleggia una certa malinconia, ma l’abilità dell’autore sta nello stemperarla, di accennarla e, soprattutto, di lasciare spazi, magari dopo tanto dolore, alla speranza. E’ questo il caso dei McPheron, che, poco dopo che la ragazza che avevano ospitato li ha lasciati, unitamente alla sua bambina, per seguire i corsi universitari, vanno incontro a quello che avevano sempre temuto, cioè l’assoluta solitudine, assoluta perché Harold muore ucciso da un toro e, benché i vicini e anche Victoria Roubideaux  stiano per quanto possibile accanto  al superstite Raymond la vita non è più la stessa e l’uomo ha bisogno di ben altro, non di affetto, ma di amore, ed è bello vedere quanto si presti una famiglia amica affinché ciò avvenga. I primi approcci di un uomo anziano, che mai aveva avuto donne, sono di una bellezza incredibile e inevitabilmente emozionano e commuovono.

A Holt, che a prima vista può sembrare un agglomerato urbano in cui regna la monotonia, invece si nasce, si vive, si ama e si muore, certamente come in tutto il mondo, ma ciò che conta è che la storia di ognuno, con  suoi pregi e con i suoi difetti, è lo specchio di un’umanità di cui siamo parte. Altri luoghi, certo, altre latitudini, ma non c’è nulla di più bello di accorgersi che la storia non è tanto quella scritta sui libri di scuola, non è quella dei personaggi famosi, perché la storia siamo noi.

Un capolavoro.

Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize.
Renzo Montagnoli

 

2 Gennaio

Federico il Grande

di Alessandro Barbero

Sellerio Editore Palermo

www.sellerio.it

Storia biografia

 

Una biografia stupenda

Si è abituati al fatto che normalmente i testi di storia sono ponderosi e comunque di non gradevolissima lettura. Questo è in generale, ma se il saggio è scritto da Alessandro Barbero tutto cambia e così, pur nel rigoroso rispetto delle tracce storiche, si innesta uno stile, non privo di una salutare ironia, con il quale personaggi, vicende politiche, fatti militari diventano piacevolissimi da leggere. E’ anche questo il caso di Federico il Grande, una stupenda biografia del Re di Prussia del XVIII secolo che gettò le basi di quella che poi, un centinaio di anni dopo, sarebbe diventata la Germania. E’ indubbio che la politica espansiva di Federico II di Hohenzollern meritasse un’attenta analisi storica, se non altro perché, con il senno di poi, in tutto l’Otto-Novecento si sono confrontate due posizioni diverse, e cioè Federico che ha lasciato un’eredità avvelenata alla Germania con il suo completo assolutismo, il suo militarismo, il suo vero e proprio culto, fanatico, del dovere che sovrasta la questione morale; oppure, all’opposto, Federico è la leggenda intorno alla quale si è costruita l’identità tedesca. Ma al di là di queste posizioni antitetiche che, pur tuttavia, presentano anche dei punti comuni, non mi sembra che a Federico II si abbia da imputare la nascita del nazismo e del terzo Reich; in fondo di monarchi assoluti ce ne sono stati tanti, magari di minor spessore, ma non per questo hanno gettato i semi di quella che sarebbe stata la tragedia del XX secolo. Eventualmente, se di colpe si può parlare, queste dovrebbero essere attribuite al Kaiser Guglielmo, che non contento di aver riunificato i tedeschi in una grande Germania voleva anche espandere in grande i confini della stessa. Ci può essere solo una certa assonanza fra la politica di Federico e quella di Hitler in quella volontà di trovare un nuovo spazio vitale a Est, ma le coincidenze finiscono qui. Quello che è interessante in Federico il Grande è Federico stesso che ci viene mostrato da Barbero nel corso della sua esistenza dall’adolescenza alla morte, un adolescenza che lo vide contrapposto decisamente al padre, salvo poi subentrato lui sul trono adeguarsi a quanto pretendeva il genitore. Era un uomo di controsensi: filosofo, amante dell’illuminismo, ma sovrano assoluto, di un assolutezza completa e rigida, amava leggere e scrivere, era un buon suonatore di flauto e un buon compositore di musica classica, l’altro sesso gli interessava ben poco, ma ciò non significa che fosse un omosessuale, era un gran lavoratore, entrava in ogni questione amministrativa e infine era qualcosa che all’epoca e anche in seguito delineò la sua leggenda, cioè era un grande condottiero. Ma non vinceva sempre, perdeva anche, spesso per ingenuità, e quando vinceva invece rivelava un intuito incredibile. Insomma un personaggio così non può che interessare gli storici, ma anche incuriosire i profani, i lettori alla ricerca di una conoscenza del passato. Barbero, con questo saggio, è in grado di accontentare chiunque voglia sapere chi fosse Federico II, chiamato il Grande, un protagonista assoluto della sua epoca, ma il cui influsso, come ho accennato in precedenza, si è esteso anche ai secoli successivi.

Non mi resta che augurare buona lettura, certo che “buona” lo sarà senz’altro.   

Alessandro Barbero, nato a Torino nel 1959, è professore ordinario presso l’Università del Piemonte Orientale a Vercelli. Studioso di storia medievale e di storia militare, ha pubblicato fra l’altro libri su Carlo Magno, sulle invasioni barbariche, sulla battaglia di Waterloo, fino al recente Lepanto. La battaglia dei tre imperi (2010). È autore di diversi romanzi storici, tra cui: Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle gentiluomo (Premio Strega 1996) e Gli occhi di Venezia(2011).  Con Sellerio ha pubblicato Federico il Grande (2007, 2017) e Il divano di Istanbul (2011).
Renzo Montagnoli

 


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