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1 Marzo


 

In absentia

di Mara Motta

Edizioni Tabula Fati

Poesia

Pagg. 144

ISBN 979-12-5988-225-7

Prezzo Euro 12,00

 

In punta di penna

Quando ho cominciato a esaminare questa silloge sono stato immediatamente impressionato in modo favorevole per il fatto che la poetessa ha espresso i suoi sentimenti e le sue emozioni in modo semplice, così che, messo al bando qualsiasi problema di comprensione, scevra dalla cripticità che caratterizza molti autori, ci si può dedicare a una lettura che ricerca le sensazioni insite nei versi. Non si creda però che la semplicità stilistica corrisponda a povertà strutturale, anzi è ricchezza di mezzi di comunicazione che consente a chi vi si accosta una piacevole esperienza di lettura. Come esempio di ciò che ho scritto si veda la poesia Tu donna Anse morbide / gallerie / di sabbia calda / sentieri di luce / fra conchiglie e spuma. / / Donna tu... fra le onde avvolta / eterna visione / di immortale bellezza.”. I versi sono pochi, ma anche le parole sono misurate, perché sono mirate. Il ritratto di una femmina, un’Afrodite che nasce dal mare, ha una luce sua che si irradia e colpisce il lettore, così che le parole si trasformano in immagini e le emozioni della poetessa traslano con immediatezza, suscitano sensazioni in grado di appagare la curiosità, ma anche la ricerca di bellezza di chi legge.

Sebbene la poesia di Mara Motta abbia un’indole e un carattere intimistico, trova nella natura che ci circonda le idee con cui realizza le sue composizioni. Sa bene che la bellezza del creato, se proposta avvedutamente, è in grado di comunicare quella serenità che ha dentro di sé e alla cui ricerca e conservazione ha uniformato la sua vita alla ricerca di un senso non banale dell’esistenza. E’ così che possono spiegarsi versi come questi: Da Neve sul mareSogno… / incanto soffice sul mare morbido. / / Mattina insolita / con la neve bianca / sulle rocce solitarie / sembrano attendere sguardi stupiti / di anime che vagano / cercano fra le onde / l’azzurro dell’estate.”. Questa composizione è talmente armonica che si desidererebbe che avesse un accompagnamento musicale, che potesse diventare un canzone. E non è finita, perché l’aspetto della natura si ritrova di continuo, basti pensare a Minuti: “Ancora minuti di luce / sorgente di acqua / nel cielo vestito /  di morbida spuma./ / Fluttuano nell’aria rossa / i sogni che arriveranno. / Il cielo raccoglie il miracolo / di pittori smarriti / che nelle ombre / della sera invadente / lasceranno il dono / di questa luce fiammante.

Come sempre, prima di leggere le poesie di un autore che non conosco sono un po’ titubante, non prevenuto, ma con quell’incertezza che deriva dal timore di incontrare qualcosa che non soddisfa e invece Mara Motta, almeno con questa silloge, che mi risulterebbe essere la sua seconda pubblicazione, è stata una piacevole sorpresa. Delicatezza, leggerezza di esposizione, ricchezza di contenuti, capacità di instaurare una sorta di dialogo con il lettore solleticandogli la sua fantasia, sono tutti pregi che ho riscontrato.

Non c’è nulla di troppo, né di troppo poco, c’è invece il piacere di aprire il proprio animo, di mostrare i sentimenti e penso che a chiusura di questa mia recensione, il cui giudizio è ovviamente positivo, sia  doveroso, come la classica ciliegina sulla torta, riportare una poesia d’amore, un amore descritto in punta di penna (Fra cielo  e mare: Cuore sospeso fra cielo e mare / dolce imbrunire / accompagna / il rientro serale. / / Mi acquieto in attesa / del tuo saluto per la notte / che lenta verrà a riunire / i nostri respiri.)

Mara Motta nasce a Pescara e nella città  adriatica trascorre la prima giovinezza. Compie studi umanistici, tesi ad assecondare il suo interesse per la riflessione sul mondo e sull´essere umano. Spende a Milano le prime esperienze lavorative che si concentrano, con sicurezza, sull´insegnamento, idoneo a valorizzare la passione per le lettere e la riflessione. La nostalgia per la sua città  e per gli affetti famigliari favorisce il suo rientro in Abruzzo con un frammento di cuore lasciato nella città  meneghina. A Pescara conclude l’esperienza lavorativa punteggiata dall´impegno di moglie, madre e nonna.

Renzo Montagnoli

 

 

25 Febbraio

Macaronì

Romanzo di santi e delinquenti

di Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli

Arnoldo Mondadori Editore S.p. A.

Narrativa

Pagg. 344

ISBN 9788804727521

Prezzo Euro 14,00 

Appennino in giallo

Che in poco tempo in un paesino dell’Appennino ci siano quattro morti sospette è già di per sé una serie di eventi insolita, ma che poi si tratti di omicidi ha addirittura dell’incredibile. Il maresciallo dei carabinieri Santovito, esiliato lì  per uno sgarro che probabilmente aveva a che fare con il fascismo all’epoca al potere, brancola nel buio e l’unica ipotesi che gli sembra plausibile è che si tratti delitti collegati a opera di una sola persona. Peraltro trova non poche difficoltà nel corso delle indagini a causa di una certa omertà che vede gli abitanti del paese tacitamente uniti. C’è chi qualcosa sa, c’è chi certamente sa molto, come il parroco di un vicino paese, ma sta di fatto che nessuno vuole parlare. E’ questo silenzio, è questa diffidenza che soprattutto fanno andare in bestia il tutore della legge che si mette a fare la voce grossa, ma che soprattutto cerca di entrare nella psicologia degli abitanti, fra i quali ci sono una contessa che fa una vita ritirata, c’è una sua bella cameriera che fa girar la testa agli uomini e particolarmente all’appuntato dei carabinieri, c’è Bleblè il compagno del maresciallo al tavolo delle carte in osteria, insomma un campionario di varia umanità in cui troveremo due delle vittime, mentre le altre due, un parroco e il precedente maresciallo dei carabinieri, sono già cadaveri a inizio romanzo.

In realtà c’è qualcosa che sembra accomunare gli assassinati che per un motivo o per l’altro sono stati in Francia, dove i nostri emigranti (un tempo eravamo noi a cercare di scappare dalla miseria) erano chiamati dai locali Macaroni, anzi Macaronì, con l’accento sulla i.

Sarà un’indagine difficile, legata a un paio di fatti accaduti molti anni prima, tanto che per buona parte del libro ricorrono capitoli flashback, però molto ben inseriti, tanto che non danno fastidio e anzi si fanno apprezzare, però, come in ogni giallo che si rispetti, nella partita combattuta fra la legge e il colpevole questo finirà con il soccombere con una conclusione forse imprevedibile, ma perfettamente logica.

Con Macaronì abbiamo a che fare con un poliziesco che non scimmiotta le analoghe produzioni americane, ma che è strettamente legato al nostro paese, con ambientazione nostrana e protagonisti che sono schiettamente italiani. Non ci saranno scene di violenza, inseguimenti e sparatorie, ma l’atmosfera tesa di un paese che scopre dentro di sé un assassino e che pur tuttavia non vuole ammetterlo è resa in modo splendido.

E’ proprio per questo che la lettura, assai piacevole, è senz’altro consigliata.

Francesco Guccini (Modena, 14 giugno 1940) cantautore mito di più di una generazione, anche la sua attività di scrittore si configura come una delle esperienze più originali e suggestive della scena letteraria italiana dell'ultimo decennio. Sporadicamente anche attore, autore di colonne sonore e di fumetti. Fino alla metà degli anni Ottanta ha insegnato lingua italiana al Dickinson College di Bologna, scuola off-campus dell'Università della Pennsylvania. Ha anche lavorato come docente presso la sede bolognese della Johns Hopkins University (Washington, DC, USA). La sua vita si è svolta tra Modena, Pàvana e Bologna. Tra i suoi libri si ricordano: Cronache epifaniche (Feltrinelli 1989, ripubblicato da Mondadori nel 2013), Vacca di un cane (Feltrinelli, 1993), Storie d'inverno (Mondadori 1994), La legge del bar e altre comiche (Comix, 1996), Un altro giorno è andato (Giunti 1999), Cittanova Blues (Mondadori, 2003), L'uomo che reggeva il cielo (Libreria dell'orso 2005), Icaro (Mondadori 2008), Non so che viso avesse la storia della mia vita (Mondadori 2010), Dizionario delle cose perdute (Mondadori 2012) e Il piccolo manuale dei giochi di una volta (Mondadori 2015), Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto (Mondadori 2015), Magnifici malfattori. Storia illustrata dei briganti toscani (Baldini + Castoldi 2018), Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto (Giunti Editore 2019). Con Loriano Macchiavelli ha scritto per Mondadori la raccolta di racconti Lo spirito e altri briganti (2002) e numerosi romanzi tra cui Macaronì (Mondadori 1997), Un disco dei Platters (Mondadori 1998), Questo sangue che impasta la terra (Mondadori 2001), Tango e gli altri (2007), Malastagione (Mondadori 2011), La pioggia fa sul serio (2014), e per Giunti Tempo da elfi. Romanzo di boschi, lupi e altri misteri (Giunti Editore 2017), Non so che viso avesse. Quasi un'autobiografia (Giunti 2019), con Loriano Macchiavelli Che cosa sa Minosse (Giunti 2020) Storie liete, fiabe nere e tempi andati (Giunti 2021), Tre cene (l'ultima invero è un pranzo) (Giunti 2021) e Vola golondrina (Giunti 2023).

Loriano Macchiavelli (Bologna, 12 marzo 1934) ha frequentato l'ambiente teatrale come organizzatore, come attore e, infine, come autore; alcune sue opere teatrali sono state rappresentate da varie compagnie italiane. Dal 1974 si è dedicato al genere poliziesco e ha pubblicato numerosi romanzi divenendo uno degli autori italiani più conosciuti e letti. 
Da un suo romanzo (Passato, presente e chissà) è stato tratto lo sceneggiato televisivo per Rai Due Sarti Antonio brigadiere andato in onda nell'aprile del 1978. In seguito ha curato il soggetto e la sceneggiatura del film per la TV L'archivista, andato in onda su Rai Uno nel settembre del 1988. Il film porta sul piccolo schermo uno dei suoi personaggi letterari più riusciti: Poli Ugo, interpretato per la TV da Flavio Bucci. Il film presenta una Bologna attuale e viva, ben lontana dalla solita vecchia iconografia, e anticipa drammaticamente le mutazioni successive della città.  A fine '87 e primi mesi del 1988 è andata in onda una lettura radiofonica in 13 puntate dei suoi racconti, dal titolo I misteri di Bologna. Nel 1988 Rai Due ha prodotto una serie di 13 telefilm, tratta da suoi romanzi e racconti, i cui esterni sono stati girati interamente a Bologna e dintorni. La serie ha per titolo L'ispettore Sarti - un poliziotto, una città ed è andata in onda su Rai Due a partire dal 12 febbraio 1991 e replicata nel 1993. La serie televisiva di Sarti Antonio è proseguita (sempre su Rai Due) con una coproduzione italo tedesca (Rai-NDR) di sei film di un'ora e trenta, ancora tratta dai suoi romanzi, e andati in onda nell'aprile e maggio del 1994. Il suo personaggio più conosciuto, Sarti Antonio, è entrato anche nel fumetto (Orient Express) con una serie di avventure tratte dai romanzi. I disegni sono di Gianni Materazzo. Numerosi romanzi sono stati tradotti all'estero: Francia, Germania, Portogallo, Spagna, Ungheria, Cecoslovacchia, Unione Sovietica, Giappone, Romania...  Nel 1974 ha vinto, con il romanzo Fiori alla memoria, il premio Gran Giallo Città di Cattolica; nel 1980, con il romanzo Sarti Antonio, un diavolo per capello, ha vinto il premio Tedeschi; nel 1992 ha vinto la XIV edizione del Premio di letteratura per l'infanzia con il romanzo Partita con il ladro; nel 1997, con il romanzo Macaronì (scritto assieme a Francesco Guccini), ha vinto il Premio letterario Alassio, un libro per l'Europa, dopo essere stato nella rosa dei finalisti nel Premio Ennio Flaiano e nel Premio città di Ostia.
Lo stesso romanzo ha vinto l'edizione 1998 del Police film festival. Con il romanzo Tango e gli altri (scritto sempre con Francesco Guccini) ha vinto l'edizione 2007 del Premio Scerbanenco (Courmayeur, Mistfest). Ha pubblicato e pubblica con i maggiori editori italiani. Ha collaborato e collabora con quotidiani e periodici. Altri romazi da ricordare sono I sotterranei di Bologna (Mondadori, 2002), Delitti di gente qualunque (Mondadori, 2010), L'ironia della scimmia (Mondadori, 2012) e Sarti Antonio, rapiti si nasce (Einaudi, 2014). Insieme a Francesco Guccini ha scritto per Mondadori la raccolta di racconti Lo spirito e altri briganti (2002), Un disco dei Platters (1998), Questo sangue che impasta la terra (2001), Malastagione (2011) e La pioggia fa sul serio (2014), oltre ai già citati Macaronì e Tango e gli altri. Assieme a Marcello Fois e Carlo Lucarelli ha fondato il "Gruppo 13" e con Renzo Cremante ha fondato e dirige la rivista Delitti di Carta che si occupa esclusivamente di poliziesco italiano. Nel 1987 ha tentato di uccidere Sarti Antonio, sergente. Non c'è riuscito. Nel 1990 ha avuto una quantità di guai con il romanzo Strage, ritirato dalla circolazione per ordine dell'Autorità Giudiziaria. Assolto da ogni accusa, il romanzo sarà ripubblicato da Einaudi solo nel 2010. Nel 2001 Rai Sat Fiction è riuscita a farlo recitare in una serie di sei minidrammi dal titolo Bologna in giallo, rapsodia noir, assieme a Carlo Lucarelli. A causa dello straordinario successo ottenuto dalla coppia, l'esperienza si è ripetuta nel 2002 con 12 minidrammi in Corpi di reato. L'Arma contro il crimine. Nel 2019 per Mondadori pubblica Delitti senza castigo e La bambina del lago. Nel 2020 scrive con Francesco Guccini Che cosa sa Minosse (Giunti) e nel 2023 Vola golondrina (Giunti).

Renzo Montagnoli

 

 

 

 

19 Febbraio

Il fango sotto le scarpe

di Santosh Alex

Traduzione di Claudia Piccinno

Prefazione di Alessandro Ramberti

Edizioni Il Cuscino di Stelle

Poesia

Pagg. 66

ISBN 9791280659620

Prezzo Euro 10,00

 

Un grande messaggio di fratellanza

Devo ringraziare Claudia Piccinno per avermi fatto avere questo libriccino di poesie, grazie al quale ho potuto avere un assaggio della poesia indiana, a me del tutto sconosciuta con l’eccezione di quella di Tagore. E non a caso ho fatto il nome di questo grande poeta bengalese perché, per certi aspetti, come vedremo, Santosh Alex sembra procedere nella sua scia, soprattutto per quel rapporto, tipico della filosofia orientale, con cui l’essere umano si accosta alla natura. C’è una palpabile tenerezza con cui Santosh Alex sembra dialogare con il mondo che lo circonda, dove tutto è vita, perfino il fango che si crea con la pioggia e si rapprende con il sole. La sua è una poesia che rivela un misticismo frutto di un mondo immutato nei secoli fino a qualche lustro fa e che ora è avviato a un repentino, e non sempre incruento progresso. Il poeta del Kerala, stato dell’India meridionale, riesce a cogliere questa transizione da un mondo arcaico a un altro moderno, e lo fa con tenerezza, con la stessa tenerezza con cui un figlio vede il proprio genitore anziano. Il tutto è all’insegna della semplicità, dell’immediata comprensione, come  da Progresso (L’albero che era solito / baciare la terrazza di casa sua / non c’è più. / Il piccolo sentiero che conduce / alla scuola si è allargato. / Le risaie sono diventate terra. /…). In pochi versi, mirati, ci sono gli effetti di un cambiamento epocale, con un passato che si rammenta e che nel raffronto con il presente provoca una malinconia con la sensazione di aver perso qualcosa, di essere stati derubati di un pezzo della nostra vita.

Questo ritorno al passato è presente nell’autore che pure ricorre alle invenzioni del presente, frutto di un rapido e incontrollato progresso, ma comunque c’è un rimpianto per cose passate, per azioni che si svolgevano differentemente, che imponevano una nostra partecipazione che non è avvertibile con i mezzi elettronici (Speranza:  Ho carta e penna / nell'era di internet, / E anche un computer. / So che le / e-mail diffonderebbero / rapidamente il mio messaggio. / Ancora / scrivo una lettera / con la speranza che  / Se sarà una lettera / raggiungerà sicuramente / il destinatario. ).

Rimpianto, quindi, per un mondo che non tornerà più, ma c’è anche un proposito, tenace, ed è quello di conservare la memoria di ciò che è stato, di come era l’uomo prima del trascinante progresso e lo esprime bene, anzi molto bene (da Non voglio essere . …./ Non voglio essere un uomo / voglio essere un essere umano / nel mondo pazzo di oggi / In modo che la tradizione, la storia / e la società siano in mani sicure.). 

E’ straordinaria la sensibilità di questo autore, capace di criticare con toni sommessi, di rimpiangere senza versare lacrime, di vivere nella modernità rimanendo attaccato al suo passato. Non c’è argomento o tema della sua poesia dal quale non riesca a emergere una vena sentimentale che non è passione, ma è pudico amore, come in Lei (Era come un fiore selvatico / Che sbocciò su una roccia / Le presi la mano nella mia / e mi tuffai nei suoi occhi /…). In India, quando le sensazioni ed emozioni sono autentiche, è come in Italia, in Francia, ovunque, a testimonianza che non esistono razze, ma persone e questa mia considerazione nasce dal fatto che nel leggere questa silloge ho avuto l’impressione che il messaggio sia universale e cioè che l’uomo, ovunque, senza distinzioni, sia parte, spesso inconsapevole, della grande famiglia del genere umano, un invito alla fratellanza di cui si avverte ogni giorno un crescente bisogno.

Ne raccomando la lettura, perché lo merita.  

Santosh Alex, poeta, scrittore e traduttore multilingue, nato nel 1971 in Kerala.
Ha fatto un dottorato di ricerca sulla poesia di K. Satchidanandan e Kedaranath Singh della VIT University, Chennai. Autore di 63 libri che includono poesie, traduzioni e critiche.

Le sue poesie sono state tradotte in 32 lingue in tutto il mondo e pubblicate in antologie internazionali, come Sunrise from the Blue Thunder (America), Hudson View (Sudafrica), Indo Australian Poetry Anthology (Australia), Poems for Hazara (Afghanistan), XX1st Century Literature (India), Salt Boundaries (Turchia) e altre riviste inglesi rinomate. Le sue poesie sono apparse su Hudson View (Sudafrica), Best Poems Encyclopedia (New York), The Single Hound (USA), Rahapen (Norvegia), The Enchanting Verse e Indian Ruminations. È stato invitato per il programma 2012 dell'Hyderabad Literary Festival, come traduttore nel 2009 per il Translation Literary Skills organizzato dalla Sahitya Academy e dal British Council, nonché al seminario per giovani scrittori condotto dalla Sahitya Academy a Vijayanagaram nel 2011. Ha ricevuto il premio Pandit Narayan Dev Puraskaar (2004), Dwivageesh

Puraskaar (2008), Thalashery Raghavan Memorial Poetry Award

(2015), Sirjanlok Poetry Award (2015), Sahitya Ratna Puraskaar (2016), e P.C.

Joshy, Shabd Sadak Anuvadak Samman (2018).

Lavora come ufficiale hindi in un istituto di ricerca a Cochin, Kerala.

 Claudia Piccinno, insegnante, poetessa, traduttrice.

Nasce a Lecce e vive a Castel Maggiore nei pressi di Bologna, dove ha ricevuto una benemerenza civica per meriti culturali. I suoi libri sono stati tradotti in inglese, spagnolo, serbo, turco, francese, arabo, polacco, macedone. Ha vinto prestigiosi riconoscimenti nazionali e internazionali, ha all' attivo circa 50 sillogi poetiche in varie lingue, l'ultima in Italia è uscita per Fara editore nel 2023 e

si intitola Implicita missione.

È redattrice della Gazzetta di Istanbul e della rivista turca Papirus. Collabora a

varie riviste letterarie e a diverse giurie di concorsi poetici nazionali e internazionali.

Tiene seminari e convegni sul valore pedagogico della poesia.

Renzo Montagnoli

 

 

 

 

12 Febbraio

Malastagione

di Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Narrativa

Pagg. 308

ISBN 9788804724261

Prezzo Euro 14,00 

Una lettura piacevole e senza pensieri

Un bracconiere sta in attesa della preda, un cinghiale commissionatogli dalla trattoria locale,  ma quando questa arriva ed è a portata di un colpo sicuro, non riesce a premere il grilletto perché la bestiaccia ha in bocca qualcosa che si rivela essere un piede umano. Inizia così Malastagione, un romanzo giallo scritto da una coppia affiatata, e cioè il cantautore Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli. E’ ambientato sull’Appennino emiliano, a Casedisopra, tutto attaccato, mentre esiste un Case di Sopra presso Castelnovo de’ Monti e nulla vieta che si tratti della stessa località. L’ambiente naturale e le stesse genti che lo abitano fanno da palcoscenico e attori di questa rappresentazione, in cui la fantasia non manca, ma senza eccessi, nel senso che la trama, ben congegnata, scorre sotto gli occhi lettore come un fiume tranquillo. Peraltro i due narratori sono capaci di avvincere senza angosciare il lettore, privilegiando a scene di violenza o truculente una cronaca nera che sembra smorzare le tensioni in un paesaggio montano rassicurante e perfino idilliaco. Il personaggio principale è il detective di turno, vale a dire l’ispettore della forestale Marco Gherardini, detto Poiana, capace di indagare con rigorosa logica; intorno a lui si affannano tanti altri attori, ognuno con caratteristiche ben definite, anche se la descrizione psicologica resta in superficie. Così si va dalla ragazza di città ribelle, Francesca Bordini, che instaura anche una storia amorosa con l’ispettore, al vecchio bracconiere Adumass, e non sto a elencarli tutti, per ovvi motivi di spazio. Come ogni giallo che si rispetti ci sono dei morti ammazzati e ovviamente chi ha commesso questi omicidi e che alla fine sarà assicurato alla giustizia.  I due narratori sono bravi a confondere le acque, a far balenare una motivazione dei delitti che si rivelerà poi sbagliata, sostituita da un’altra di ineccepibile logica. Il piccolo mondo di paese, una comunità montana, l’Appennino con le sue basse cime, ma popolato da tanti animali sono tutti elementi che rientrano nel mio apprezzamento; anche la trama nel complesso mi ha soddisfatto, così come una certa ironia che affiora qua e là, una vera e propria chicca. Di certo non mi aspettavo qualcosa di particolarmente profondo, e così è stato; comunque per per trascorrere piacevolmente un po’ di tempo Malastagione è senz’altro adatto.

 Francesco Guccini (Modena, 14 giugno 1940) cantautore mito di più di una generazione, anche la sua attività di scrittore si configura come una delle esperienze più originali e suggestive della scena letteraria italiana dell'ultimo decennio. Sporadicamente anche attore, autore di colonne sonore e di fumetti. Fino alla metà degli anni Ottanta ha insegnato lingua italiana al Dickinson College di Bologna, scuola off-campus dell'Università della Pennsylvania. Ha anche lavorato come docente presso la sede bolognese della Johns Hopkins University (Washington, DC, USA). La sua vita si è svolta tra Modena, Pàvana e Bologna. Tra i suoi libri si ricordano: Cronache epifaniche (Feltrinelli 1989, ripubblicato da Mondadori nel 2013), Vacca di un cane (Feltrinelli, 1993), Storie d'inverno (Mondadori 1994), La legge del bar e altre comiche (Comix, 1996), Un altro giorno è andato (Giunti 1999), Cittanova Blues (Mondadori, 2003), L'uomo che reggeva il cielo (Libreria dell'orso 2005), Icaro (Mondadori 2008), Non so che viso avesse la storia della mia vita (Mondadori 2010), Dizionario delle cose perdute (Mondadori 2012) e Il piccolo manuale dei giochi di una volta (Mondadori 2015), Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto (Mondadori 2015), Magnifici malfattori. Storia illustrata dei briganti toscani (Baldini + Castoldi 2018), Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto (Giunti Editore 2019). Con Loriano Macchiavelli ha scritto per Mondadori la raccolta di racconti Lo spirito e altri briganti (2002) e numerosi romanzi tra cui Macaronì (Mondadori 1997), Un disco dei Platters (Mondadori 1998), Questo sangue che impasta la terra (Mondadori 2001), Tango e gli altri (2007), Malastagione (Mondadori 2011), La pioggia fa sul serio (2014), e per Giunti Tempo da elfi. Romanzo di boschi, lupi e altri misteri (Giunti Editore 2017), Non so che viso avesse. Quasi un'autobiografia (Giunti 2019), con Loriano Macchiavelli Che cosa sa Minosse (Giunti 2020) Storie liete, fiabe nere e tempi andati (Giunti 2021), Tre cene (l'ultima invero è un pranzo) (Giunti 2021) e Vola golondrina (Giunti 2023).

Loriano Macchiavelli (Bologna, 12 marzo 1934) ha frequentato l'ambiente teatrale come organizzatore, come attore e, infine, come autore; alcune sue opere teatrali sono state rappresentate da varie compagnie italiane. Dal 1974 si è dedicato al genere poliziesco e ha pubblicato numerosi romanzi divenendo uno degli autori italiani più conosciuti e letti. 
Da un suo romanzo (Passato, presente e chissà) è stato tratto lo sceneggiato televisivo per Rai Due Sarti Antonio brigadiere andato in onda nell'aprile del 1978. In seguito ha curato il soggetto e la sceneggiatura del film per la TV L'archivista, andato in onda su Rai Uno nel settembre del 1988. Il film porta sul piccolo schermo uno dei suoi personaggi letterari più riusciti: Poli Ugo, interpretato per la TV da Flavio Bucci. Il film presenta una Bologna attuale e viva, ben lontana dalla solita vecchia iconografia, e anticipa drammaticamente le mutazioni successive della città.  A fine '87 e primi mesi del 1988 è andata in onda una lettura radiofonica in 13 puntate dei suoi racconti, dal titolo I misteri di Bologna. Nel 1988 Rai Due ha prodotto una serie di 13 telefilm, tratta da suoi romanzi e racconti, i cui esterni sono stati girati interamente a Bologna e dintorni. La serie ha per titolo L'ispettore Sarti - un poliziotto, una città ed è andata in onda su Rai Due a partire dal 12 febbraio 1991 e replicata nel 1993. La serie televisiva di Sarti Antonio è proseguita (sempre su Rai Due) con una coproduzione italo tedesca (Rai-NDR) di sei film di un'ora e trenta, ancora tratta dai suoi romanzi, e andati in onda nell'aprile e maggio del 1994. Il suo personaggio più conosciuto, Sarti Antonio, è entrato anche nel fumetto (Orient Express) con una serie di avventure tratte dai romanzi. I disegni sono di Gianni Materazzo. Numerosi romanzi sono stati tradotti all'estero: Francia, Germania, Portogallo, Spagna, Ungheria, Cecoslovacchia, Unione Sovietica, Giappone, Romania...  Nel 1974 ha vinto, con il romanzo Fiori alla memoria, il premio Gran Giallo Città di Cattolica; nel 1980, con il romanzo Sarti Antonio, un diavolo per capello, ha vinto il premio Tedeschi; nel 1992 ha vinto la XIV edizione del Premio di letteratura per l'infanzia con il romanzo Partita con il ladro; nel 1997, con il romanzo Macaronì (scritto assieme a Francesco Guccini), ha vinto il Premio letterario Alassio, un libro per l'Europa, dopo essere stato nella rosa dei finalisti nel Premio Ennio Flaiano e nel Premio città di Ostia.
Lo stesso romanzo ha vinto l'edizione 1998 del Police film festival. Con il romanzo Tango e gli altri (scritto sempre con Francesco Guccini) ha vinto l'edizione 2007 del Premio Scerbanenco (Courmayeur, Mistfest). Ha pubblicato e pubblica con i maggiori editori italiani. Ha collaborato e collabora con quotidiani e periodici. Altri romazi da ricordare sono I sotterranei di Bologna (Mondadori, 2002), Delitti di gente qualunque (Mondadori, 2010), L'ironia della scimmia (Mondadori, 2012) e Sarti Antonio, rapiti si nasce (Einaudi, 2014). Insieme a Francesco Guccini ha scritto per Mondadori la raccolta di racconti Lo spirito e altri briganti (2002), Un disco dei Platters (1998), Questo sangue che impasta la terra (2001), Malastagione (2011) e La pioggia fa sul serio (2014), oltre ai già citati Macaronì e Tango e gli altri. Assieme a Marcello Fois e Carlo Lucarelli ha fondato il "Gruppo 13" e con Renzo Cremante ha fondato e dirige la rivista Delitti di Carta che si occupa esclusivamente di poliziesco italiano. Nel 1987 ha tentato di uccidere Sarti Antonio, sergente. Non c'è riuscito. Nel 1990 ha avuto una quantità di guai con il romanzo Strage, ritirato dalla circolazione per ordine dell'Autorità Giudiziaria. Assolto da ogni accusa, il romanzo sarà ripubblicato da Einaudi solo nel 2010. Nel 2001 Rai Sat Fiction è riuscita a farlo recitare in una serie di sei minidrammi dal titolo Bologna in giallo, rapsodia noir, assieme a Carlo Lucarelli. A causa dello straordinario successo ottenuto dalla coppia, l'esperienza si è ripetuta nel 2002 con 12 minidrammi in Corpi di reato. L'Arma contro il crimine. Nel 2019 per Mondadori pubblica Delitti senza castigo e La bambina del lago. Nel 2020 scrive con Francesco Guccini Che cosa sa Minosse (Giunti) e nel 2023 Vola golondrina (Giunti).

Renzo Montagnoli

 

 

 

7 febbraio

Puertas, Boleros y Cenizas

Porte, Boleri e Cenere

di Yurai Tolentino Hevia

Traduzione di Claudia Piccinno

Edizioni Il Cuscino di stelle

Poesia

Pagg. 89

ISBN 9791280659897

Prezzo Euro 12,00

 

Un canto malinconico

Provo sempre una certa emozione nell’iniziare a leggere un libro di poesie e anche questo che mi ha inviato l’amica di penna Claudia Piccinno nella sua bella traduzione dallo spagnolo è riuscito da subito a farmi palpitare il cuore. Questa poetessa cubana ha messo in versi il suo piccolo grande mondo, lei e la sua famiglia. E lo fa con pudore, tanto che con il primo verso mostra la sua umiltà dicendo “Non sono Cafavis o Bilitis”, due noti poeti greci, di cui la seconda forse non è mai esistita, ma appunto per questo, evidenziando due miti, mette le mani avanti, quasi a scusarsi per quella che ritiene la sua inadeguatezza. In questo titolo che nel mio assai modesto spagnolo traduco in “Porte, Boleros e Cenere” c’è racchiusa una visione dell’esistenza che non riesce a celare una profonda vena malinconica, dove fra versi che parlano dei familiari si inserisce anche l’aspirazione di poter andar via da un mondo chiuso che se da un lato la soffoca, dall’altro la rassicura. E’ un po’ il tormento degli isolani, difesi dal mare, anelanti a scorgere cosa ci sia all’orizzonte. Peraltro, vi si aggiunge la dolenza per vita che sembra senza sbocchi e che si trascina con morta speranza alla sua fine. C’è tutta la disillusione per un regime che tanto ha promesso e nulla ha mantenuto, per quel senso di inutilità che ti prende ben sapendo ormai che tutto ciò che hai studiato non ti ha avvantaggiato. E la malinconia, verso dopo verso, diventa un dolore lancinante, lascia il posto a un insopportabile senso di vuoto che stringe lo stomaco anche a chi legge. Sono tre le sillogi, appunto Porte, Boleros e Cenere, ma la lacerazione dell’animo che la poetessa lascia trasparire è presente in tutte, richiama una sensazione di ineluttabilità di una condizione con tutto il fragoroso silenzio dell’impotenza della vittima.

La lettura, appagante, non è forse per tutti perché occorre preliminarmente staccarci dalle nostre realtà, cercando di entrare in quella di Yuray, e allora, solo allora, potremo essere in sintonia con la poetessa, un’onda lunga di emozioni a cui sarà impossibile sottrarci.

Yuray Tolentino Hevia (Güira de Melena, 1975, Cuba). Poeta, sceneggiatrice, curatrice, critica d'arte e produttore. Il suo lavoro è stato pubblicato in varie riviste, periodici e antologie di poesia e narrativa a Cuba e in più di 20 paesi. Ha curato più di 40 mostre personali e collettive, come curatrice ha partecipato alla Biennale Internazionale dell'Avana del 2009, 2015 e 2019. 3° Premio X Edizione del Premio Internazionale di Eccellenza "Città di Galateo-Antonio De Ferrariis", Italia, Primo posto del Premio internazionale The Feathers of the Quetzal of a Thousand Minds di Mexico International, 2023. Selezionato tra i 43 semifinalisti del 49° Concorso ACO Karamanov Poetry Award 2022, Macedonia, 2022.  Menzione d'onore al I Concorso Internazionale di Letteratura "Carlos Hugo Garrido", 2022. III e IV Premio Mondiale César Vallejo, Modalità di Eccellenza Artistica, Perù-Messico, rispettivamente 2022 e 2023.Premio VIII Edizione del Premio Internazionale di Eccellenza "Città di Galateo-Antonio De Ferrariis", Italia, 2021. Premio Internazionale "Tulliola - Renato Filippelli", Miglior Libro in Lingua Spagnolo, 2020, Italia. Primo Premio in Poesia del Concorso Internazionale della Fondazione Letteraria Internazionale, Paesi Bassi, 2021. Finalista del I Hyperbrief Literature Competition Canibaal, Spagna,

Ha pubblicato 3 libri di poesia: "Doors, Boleros and Ashes" (2019) e "I Am Them Too" (2019), entrambi della Primigenios Publishing House, Miami e "90 Miles: Diary of an Immigrant" (2023), Stockholm Project 2033 Global Leader e uno dei Fine Arts Chronicles "Between the Helmet and the Bad Idea" (2021), Argosis Iberoamericana Publishing House, Miami.

Renzo Montagnoli

 

 

31 Gennaio

Francesco e Isabella.

L’età d'oro dei Gonzaga

di Luca Sarzi Amadè

Laterza Editori

Storia

Pagg. 344

ISBN 9788858148419

Prezzo Euro 25,00

La strana coppia

Che Francesco II Gonzaga e Isabella d’Este siano stati due personaggi di tutto rilievo nell’Italia del Rinascimento è ormai da tempo assodato e tutti gli storici sono concordi al riguardo, anche Luca Sarzi Amadè che ha dissertato di queste due eminenti figure con questo libro che a tratti potrebbe sembrare un romanzo storico, ma che per la completezza delle informazioni, gli approfondimenti assai frequenti ha più le caratteristiche di un saggio storico, scritto però con una scorrevolezza e una capacità di attrazione che è propria normalmente della narrativa. I due personaggi sono completamente diversi, lui un uomo d’armi che ama anche la bellezza dell’arte, restando tuttavia in superficie, lei una gran dama, letterata, colta, conscia di essere in grado, nonostante il suo sesso, di essere la protagonista di un’epoca; ma la diversità in due figure che sono l’emblema di un’epoca fa sì che si integrino, così che lui si lascia consigliare da lei e lei supplisce al pragmatismo del marito con le sottigliezze di una politica consumata.

E’ grazie a Francesco e a Isabella se Mantova  diventa una delle grandi capitali europee e non muore nei miasmi della palude di una pianura altresì gratificante di messi ubertose. 

Luca Sarzi Amadè riesce a mettere bene in luce queste differenze che tuttavia non stridono, anzi diventano complementari per accrescere il prestigio del marchesato e per difendere la propria libertà in un’epoca in cui i grandi regni cercavano di divorare anche le piccole signorie, come appunto Mantova. Tuttavia la loro storia, per quanto ben descritta, non porterebbe a comprendere la loro importanza se non fosse inserita perfettamente in quel contesto storico, se non emergessero altre figure, direttamente o indirettamente collegate ai Gonzaga, e allora è un continuo susseguirsi di personaggi del tempo, fra i quali, solo per citarne alcuni, Leonardo, Raffaello, Mantegna, Ludovico Ariosto, Baldassarre Castiglione, tutte figure che escono dalle tenebre del passato e che illuminano con la loro luce i due protagonisti. E’ bravo l’autore, però a volte si lascia prendere la mano e fa cadere in un vortice di personaggi, beninteso tutti interessanti, ma che complicano un po’ la lettura, rischiando di perdere il filo. E’ l’unico appunto a un’opera la cui completezza è indubbiamente notevole e la cui lettura permette non solo di conoscere meglio Francesco e Isabella, ma anche di comprendere i meccanismi, il senso logico di quella grande epoca che è stata il Rinascimento.

Luca Sarzi Amadè ha collaborato con alcuni tra i maggiori quotidiani e periodici nazionali (La Repubblica, Il Giorno, Famiglia Cristiana, L’Espresso) e, per la televisione, con la Rai. La sua passione per l’indagine storica e per la scrittura si è sviluppata lontano da congreghe accademiche e politiche. Ha svelato (in parte) i suoi segreti di indagatore nel suo manuale di ricerca genealogica (di cui sta curando un’edizione aggiornata). Ha dedicato vari libri alla sua città come: la guida Milano fuori di mano, con prefazione di Jannacci, e il divertente Milano in periferia. Tra le sue opere: Il duca di Sabbioneta. Guerre e amori di un europeo errante (Mimesis, 2013), L' antenato nel cassetto. Manuale di scienza genealogica (Mimesis, 2015), Scipione Gonzaga. Vita burrascosa e lieta di un aspirante cardinale del Cinquecento (Odoya, 2017).

Renzo Montagnoli

 

 

26 Gennaio

L’inferno di Treblinka

di Vasilij Grossman

Edizioni Adelphi

Storia

Pagg. 79

ISBN  9788845924842

Prezzo Euro 7,00

Un pugno nello stomaco

Vasilji Grossman durante la seconda guerra mondiale fu un corrispondente di grande popolarità, i cui reportage erano pubblicati sull’organo ufficiale dell’Armata Rossa Krasnaja zvezda (Stella rossa). Nell’ambito di questo incarico scrisse nell’autunno del 1944 L’inferno di Treblinka, subito dopo la liberazione del campo, grazie alle testimonianze dei pochissimi superstiti, degli abitanti del circondario e addirittura delle stesse guardie.

Treblinka era il vero e proprio campo della morte, in cui gli ignari ebrei entravano per essere pressoché immediatamente eliminati. In questo senso era una struttura perfetta, perché impostata come un ciclo produttivo, quello che oggi viene definito un macello o mattatoio, ma in cui vengono soppressi solo animali. Lì invece erano esseri umani, a cui con una diabolica perversione era paventata l’orribile fine gradualmente, facendo sorgere il sospetto passo dopo passo fino ad arrivare alla certezza degli ultimi metri. Percorrevano un viale senza ritorno, nudi, verso le camere a gas, ma lungo il percorso c’era chi si divertiva a usare altri metodi, come martellate sul cranio, o aizzando cani feroci che dilaniavano le carni.

Si inorridisce, ovviamente, perché si sa che non è un romanzo di fantasia, ma è la verità; ci si preoccupa anche perché Treblinka è il risultato di una politica dello sterminio nata in uno stato che avrebbe dovuto essere civile, che non avrebbe dovuto partorire simili aberranti idee, né mettere al suo servizio individui che nel commettere il crimine facevano emergere anche le loro folli inclinazioni, tendenze omicide che venivano incentivate, anziché essere condannate.

Sarebbe troppo comodo dare la colpa solo a Hitler, perché il dittatore senza il supporto di molti altri nulla avrebbe potuto fare e questi molti altri si erano costruiti una filosofia della superiorità che consentiva loro di considerare quelli diversi da loro delle bestie, quando invece le bestie erano quegli uomini che nel teorizzare una razza superiore dimostravano con i fatti tutta la loro enorme inferiorità.

A Treblinka venne eliminato un numero imprecisato, ma notevolissimo di uomini, donne, bambini, esseri umani accomunati dalla stessa religione.

Comunque, alcuni degli addetti alla bassa manovalanza, costretti a collaborare con le SS, certi che prima o poi sarebbero stati uccisi, decisero di ribellarsi, dando vita a un comitato che con un po’ di fortuna si procurò le armi dallo stesso deposito del campo e il 2 agosto del 1943 scoppiò la rivolta, che ebbe successo, anche se i ribelli, fuggiti nelle campagne circostanti, furono braccati ed uccisi, tranne un piccolo gruppo. Da allora Treblinka cessò di funzionare e si fece di tutto per cancellarla in modo che non rimanesse traccia, un’operazione impossibile, perché non si poteva costringere al silenzio chi era sopravvissuto. E poi, nonostante il ricorso ai forni crematori, troppi erano ancora i cadaveri sotto terra e bastava scavare, di qua e di là, per rendersi conto dell’orrendo scempio.

Grossman è bravo, e questo già lo si sapeva dagli altri suoi libri, ma in questo mette una partecipazione che è contagiosa, tanto che scorrono davanti agli occhi le immagini dell’orrore, un vero e proprio pugno nello stomaco che si contorce fino alla fine delle, per fortuna, solo 79 pagine.

Vasilij Grossman (Berdyciv, 12 dicembre 1905 – Mosca, 14 settembre 1964) è stato un giornalista e scrittore sovietico di origine ebraica.
Diventò ingegnere e dopo essere cresciuto a Ginevra e aver studiato a Kiev, all'epoca dei piani quinquennali credette talmente nella costruzione dell' "uomo nuovo" da abbandonare i cantieri minerari del Donbuss, dove lavorava, per mettersi a raccontare l'epopea dell'Unione Sovietica. 
Fu corrispondente di guerra per il quotidiano dell'esercito "Stella rossa" e seguì il fronte fino alla Germania. 
In quel periodo cominciò a comporre una grande opera sulla guerra, incentrata sulla Battaglia di Stalingrado, e diede alle stampe "Il popolo è immortale" (1943), esaltazione dei sacrifici sofferti dai popoli dell'Unione Sovietica durante l'invasione tedesca del 1941. 
Tra il 1944 e il 1945 lavorò a un'opera che documentava i crimini di guerra nazisti nei territori sovietici contro gli ebrei ("Il libro nero"). 
Grossman, ebreo sovietico, scrittore e giornalista, conobbe perciò direttamente le devastazioni della seconda guerra mondiale, la lotta contro i nazisti, la sconfitta di Hitler quindi l’ascesa di Stalin. 
Dopo aver assistito alla campagna antisemita (fra il 1949 e il 1953) si trovò in dissidio con il regime e cadde in disgrazia. 
Così la stesura finale della sua grande opera, Vita e Destino, venne sequestrata e non avrebbe mai visto la luce se qualcuno non avesse conservato e fatto pervenire clandestinamente una o due copie a Losanna, dove fu stampato nel 1980.

Renzo Montagnoli

 

 

 

19 Gennaio

Conclave

di Robert Harris

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Narrativa

Pagg. 265

ISBN 9788804682189

Prezzo Euro 12,50

L’elezione di un nuovo Papa

Dopo l’ultima pagina, nei ringraziamenti, Robert Harris precisa opportunamente che, all’inizio delle indispensabili ricerche per scrivere il romanzo, di aver chiesto e di aver ottenuto il permesso per visitare i luoghi in ci si svolge il conclave; aggiunge inoltre di aver avuto conversazioni con diversi eminenti cattolici per poter avere ulteriori notizie, senza dimenticare le opere di altri autori in proposito e che cita testualmente.

In effetti il lavoro preparatorio deve essere stato molto intenso perché nel libro si ha netta l’impressione di essere presenti a un conclave e che, al di là della trama di fantasia, tutto il resto corrisponda a realtà, un risultato indubbiamente notevole ed encomiabile. 

Quando muore un pontefice c’è una procedura particolare per eleggere il suo successore e questa è il conclave e il romanzo del resto inizia con l’intervenuto improvviso decesso del Santo Padre e di conseguenza, una volta terminato il periodo per le esequie, con l’avvio della procedura per l’elezione del successore, compito del cardinale decano, l’italiano Lomeli. Inizia così una fase in cui si confrontano opposte fazioni per arrivare a designare il vincitore delle votazioni, il tutto senza esclusione di colpi. Premetto che ne accadono di tutti i colori, già dall’inizio con l’aumento di una unità dei cardinali votanti, a seguito dell’arrivo dell’arcivescovo di Bagdad, Benitez,nominato cardinale in pectore dal defunto pontefice.

I colpi bassi non mancano, ma Lomeli è un uomo che ama la verità e che persegue con ogni mezzo, visto anche che non ha ambizioni per diventare Santo Padre, ma poco mancherà che lo diventi.

Ad uno ad uno i candidati che sembrano prossimi a giungere al risultato cadranno, vittime di loro segreti inconfessabili, e non mancano fattori esterni, quali un’autobomba che esplode poco lontano dalle mura vaticane e altri attentati indirettamente rivolti alla Chiesa cattolica che provocano numerosi morti.

Eppure lo Spirito Santo finisce con lo scendere sul capo dei cardinali votanti e alla fine ci sarà un plebiscito per un nome nuovo, una persona indubbiamente meritevole, molto pia e degna di rappresentare l’Istituzione della Chiesa Cattolica. Si tratta di un uomo del tutto privo di difetti, tranne uno…

Il romanzo si legge come un thriller, anche se di morti ammazzati non ce sono, ma è anche vero che le parole a volte possono ferire più di una spada.

L’abilità di Robert Harris è fuori discussione e il libro si legge quasi tutto d’un fiato, avvincendo dalla prima all’ultima pagina..

Robert Harris (Nottingham, 7 marzo 1957), laureato alla Cambridge University, è stato giornalista alla BBC, e uno dei più noti commentatori dell'"Observer" e del "Sunday Times".È diventato famoso in tutto il mondo nel 1992 con Fatherland, il cui successo lo ha inserito a pieno titolo nel ristretto gruppo di autori che hanno ridefinito e ampliato i confini del thriller. Successo confermato da Enigma (1996), Archangel (1998), Pompei (2003), Imperium (2006), Il ghostwriter (2007), da cui è stato tratto un film diretto da Roman Polanski, Conspirata (2010), L'indice della paura (2011), L'ufficiale e la spia (2014), Conclave (2016), Monaco (2018), Il sonno del mattino (2019). Prima di dedicarsi interamente alla narrativa ha scritto numerosi saggi, fra cui una celebre inchiesta sui falsi diari del Führer, I diari di Hitler (2002). Tutte le sue opere sono edite in Italia da Mondadori.

Renzo Montagnoli

 

 

12 Gennaio

Schiavi di Hitler.

I militari italiani nei lager nazisti

di Mimmo Franzinelli

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Storia

Pagg. 432

ISBN 9788804771388

Prezzo Euro 25,00

La Resistenza disarmata

L’armistizio dell’8 settembre 1943  da un lato pose fine al conflitto fra le truppe alleate e quelle italiane, ma dall’altro determinò la tragedia dell’occupazione tedesca e della guerra civile con la nascita della Repubblica di Salò. Si è sempre messo in risalto, giustamente peraltro, il movimento partigiano, un fenomeno di grande rilevanza a livello europeo e che indubbiamente diede il suo contributo, non trascurabile, alla vittoria degli anglo americani, mentre, pur riconoscendone l’importanza, non è stato a lungo attribuito il giusto merito ai tanti soldati italiani catturati dai nazisti e rinchiusi nei lager tedeschi. Ebbene, nonostante che a essi (all’incirca 750 mila) fosse offerta l’opportunità di arruolarsi nell’esercito tedesco, di far parte del nascente apparato militare fascista, oppure di diventare lavoratori volontari, solo una minoranza aderì. Gli altri, una maggioranza schiacciante, per quanto debilitati dalla fame, dalla pressoché totale assenza di cure mediche e dai vincoli della restrizione, tanto più evidenti ove si consideri che non furono trattati come militari prigionieri – e questo come ritorsione per il maldestro tradimento del re e di Badoglio – non accettarono e in una sorta di reazione necessariamente senza armi non intesero collaborare per portare vantaggi allo stato nazista. Molti morirono, altri contrassero malattie che li segnò per il resto della loro vita, ma questa torma di scheletri cenciosi diede una dimostrazione di resistenza passiva quale non si ebbe modo di vedere in tutto quel conflitto. Non bastarono le lusinghe, come gente che pranzava lautamente davanti agli affamati, né furono sufficienti le minacce, così che in un atteggiamo non certo preorganizzato, bensì spontaneo, gli internati militari italiani diedero prova di grande coesione, nonché, soprattutto, di una maturità impensabile per gente che era stata allevata a “libro e moschetto”. 

Quindi mi sembra che parlare di loro sia un valido modo non solo per portare a conoscenza dei posteri il valore del loro grande gesto, ma anche per tributare in tal modo il riconoscimento che è più che doveroso; furono partigiani senza armi, esseri umani che non si piegarono, un fulgido esempio di eroismo silenzioso. Mimmo Franzinelli ha fatto bene a scriverne con questo libro dove riporta tutto, proprio tutto, dall’armistizio allo sfacelo del Regio Esercito, dalle catture dei nostri militari in Italia e nelle zone di occupazione all’impatto con il Lager, dal collaborazionismo alla totale impunità degli aguzzini degli IMI (Internati militari italiani), insomma non si tratta di un volume in cui ci si limita a fornire qualche notizia, restando in superficie, perché quando necessario, e la cosa è frequente, l’autore va in profondità. Non manca, come si addice a uno storico, l’elenco delle fonti ed è possibile trovare perfino un piccolo corredo fotografico inerente la vita concentrazionaria, oltre a testimonianze scritte, come i diari di prigionia. Di conseguenza si riesce ad avere un quadro ampio e preciso di quel  che fu un’autentica tragedia, attese le sofferenze patite, a dispetto delle false notizie diffuse in Italia dalla Repubblica di Salò, secondo le quali i nostri militari internati sembrava dovessero trovarsi in villeggiatura.

Purtroppo, come è abitudine consolidata nel nostro paese, questi coraggiosi soldati non hanno avuto il riconoscimento dell’importanza del loro gesto, e questo nonostante i reduci si siano resi parte attiva; quindi il libro di Franzinelli, unitamente ad altri che hanno parlato solo abbastanza recentemente dell’argomento, ha il grande merito di aver sollevato la polvere di un tempo, che è trascorso tacendo ai posteri fatti della nostra storia di rilevantissima importanza, come è proprio questo.

Da leggere, senz’altro. 

Mimmo Franzinelli (Cedegolo, 1954) studioso del fascismo e dell´Italia repubblicana, componente del comitato scientifico dell'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione "Ferruccio Pari", è autore di numerosi libri, fra cui: per Bollati Boringhieri, I tentacoli dell´Ovra (1999, premio Viareggio 2000), Rock & servizi segreti (2010) e Autopsia di un falso. I Diari di Mussolini e la manipolazione della storia (2011); per Mondadori, L´amnistia Togliatti (2006), Il delitto Rosselli (2007), Beneduce. Il finanziere di Mussolini, con Marco Magnani (2009), Il Piano Solo (2010), Il prigioniero di Salò (2012), Tortura (2018); per Rizzoli, La sottile linea nera (2008). Con Feltrinelli ha pubblicato: La Provincia e l´Impero. Il giudizio americano sull´Italia di Berlusconi, con Alessandro Giacone (2011), Delatori. Spie e confidenti anonimi: l´arma segreta del regime fascista (UE 2012), Il Giro d'Italia. Dai pionieri agli anni d'oro (Feltrinelli, 2013), - per gli Annali della Fondazione Feltrinelli - Il riformismo alla prova. Il primo governo Moro nei documenti e nelle parole dei protagonisti (ottobre 1963-agosto 1964), con Alessandro Giacone (2013) e Fascismo anno zero (Mondadori 2019).

Renzo Montagnoli

 

 

7 Gennaio

La Resistenza delle donne

di Benedetta Tobagi

Edizioni Einaudi

Storia

Pagg. 376

ISBN 9788806253660

Prezzo Euro 22,00

La Resistenza al femminile

Sono state almeno settantamila le donne che hanno partecipato, in diversi ruoli, alla Resistenza; benché il numero sembri elevato, non è gran cosa se rapportato alla popolazione femminile dell’epoca, ma, come rilevato nel saggio di Benedetta Tobagi intitolato La Resistenza delle donne, queste furono senz’altro di più se vi si ricomprendono le centinaia di migliaia che nei giorni immediatamente successivi alla dichiarazione d’armistizio dell’8 settembre 1943 si adoperarono, spesso con grave rischio per la loro vita, a soccorrere i nostri soldati fuggiaschi, fornendo loro gli indispensabili abiti civili. Quest’ultimo fenomeno è quasi sempre trascurato, ma è di notevole importanza, perché in tal modo molti nostri militari evitarono la cattura e la deportazione, andando poi spesso a ingrossare le file dei partigiani; c’è da rilevare, inoltre, che fu un comportamento spontaneo, che non vi fu nulla di organizzato, dato tanto più rilevante ove si consideri che l’Italia era già stremata dalla guerra e che le donne italiane erano più condizionate degli uomini nell’assumere decisioni, e non solo per l’indottrinamento fascista, ma anche per una radicata convinzione di subalternità, frutto di una mentalità maschilista e di una visione ecclesiastica tendenti a ritenere la femmina inferiore al maschio.

Di libri che spiegano il fenomeno della Resistenza, le sue origini, le sue caratteristiche con rigore scientifico non ce ne sono molti e quindi non si può che plaudire a questo saggio della Tobagi anche se è limitato alla figura femminile, che però fu di non poca importanza. La maggior parte delle donne svolgevano il lavoro di staffetta, portavano giornali antifascisti, opuscoli, armi, munizioni, esplosivi, passando per i posti di blocco e non poche furono scoperte, arrestate, sottoposte a sevizie, fucilate oppure inviate nei lager in Germania. Se per un uomo la cattura voleva dire tortura certa e forse anche la morte, per le donne purtroppo quasi sempre c’era lo stupro, un’esperienza che segnò per sempre le vittime, le cui superstiti spesso non osarono raccontarlo nel dopo guerra vista la mentalità vigente soprattutto allora  e che additava quasi al pubblico rimprovero la femmina disonorata.

Benedetta Tobagi per la stesura del libro si è avvalsa di interviste, di fotografie reperite negli archivi, di testimonianze di terzi, arrivando a completare un grande quadro che vede le donne protagoniste, riuscendo perfino a parlare di alcune che, per indubbie capacità, finirono con il comandare dei reparti misti, o di soli uomini, un che di impensabile in un paese che riconobbe al sesso femminile il diritto di voto solo nel 1946.

Risulta così un quadro abbastanza completo relativamente alla presenza e all’importanza delle donne nella resistenza, con una narrazione che a volte presenta la tipicità del saggio storico, mentre in altre sembra lasciare un certo spazio alla creatività pur partendo da dati effettivi; questo dualismo non nuoce all’opera, anzi è in grado di rendere snella la scrittura, a tutto beneficio di chi legge. Tuttavia, Benedetta Tobagi qualche volta si lascia prendere la mano e appare ripetitiva, circostanza che rende noiose alcune pagine e finisce con il distogliere l’attenzione.

Nel complesso l’opera appare meritevole di lettura e in questo senso penso che il riconoscimento che ha avuto con il Premio Campiello 2023 sia meritato.

Scrittrice e storica, la milanese Benedetta Tobagi è nata nel 1977. Laureata in filosofia PhD in storia, ricercatrice indipendente, è stata conduttrice radiofonica per la Rai e collabora con “Repubblica”. Si occupa di progetti didattici e formazione docenti sulla storia del terrorismo e degli anni Settanta. Nel 2009 pubblica il suo primo libro Come mi batte forte il tuo cuore (Einaudi) dedicato alla memoria del padre Walter, ucciso da un gruppo terroristico di estrema sinistra, che vince numerosi premi letterari. Nel 2011 per la sua attività giornalistica riceve il “Premiolino”. Nel 2013 esce Una stella incoronata di buio. Storia di una strage impunita, sempre edito da Einaudi, nel 2016 La scuola salvata dai bambini (Rizzoli). Nel 2019 con Einaudi escono Piazza Fontana. Il processo impossibile e l’edizione aggiornata di Una stella incoronata di buio. Nel 2020 pubblica Giona nella collana “I libri della Bibbia” dell'editore Piemme. Nel 2022, sempre con Einaudi, La Resistenza delle donne, vincitore del Premio Campiello 2023, e nel 2023 Segreti e lacune. Le stragi tra servizi segreti, magistratura e governo.

Renzo Montagnoli

 

 

3 Gennaio
 

La casa di Giulio Romano

di Edgarda Ferri

Tre Lune Edizioni

Storia

Pagg. 112

ISBN 9788831904063

Prezzo Euro 13,00

 

La ricerca della bellezza

Edgarda Ferri ha la straordinaria abilità di far rivivere i personaggi di cui scrive la biografia; che si tratti di Letizia Bonaparte, la madre di Napoleone, o di Baldassarre Castiglione, il fine diplomatico dei Gonzaga, emergono prepotenti dalle righe, si delineano davanti ai nostri occhi, tanto da apparire presenti, quasi figure che prendono corpo poco a poco accanto a noi. E’ anche questo il caso di Giulio Pippi, detto Romano, il più capace allievo di Raffaello Sanzio, che da Roma, aderendo all’invito di Federico Gonzaga, si recò a Mantova, città che lui abbellirà e che divenne la sua nuova patria, coniugandosi con una mantovana e lì dimorando in una casa, tuttora esistente e di proprietà privata, costatagli mille scudi d’oro, come nelle prime pagine dice a Giorgio Vasari giunto nella città lombarda per prendere appunti per il suo libro “Le vite dei più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani” e fra questi artisti non poteva mancare il più grande, proprio lui Giulio Romano.

Per un genio come il prediletto fra gli allievi di Raffaello il periodo mantovano fu il più fecondo della sua esistenza, con la possibilità di concretizzare il suo grande genio creativo, in un flusso continuo di idee che derivava anche dalla comunione con il carattere del Signore di Mantova, tutto teso alla ricerca del bello. Ed è così che nacque dalle vecchie scuderie il palazzo di rappresentanza, ma anche luogo d’amore con l’amante Isabella Boschetti; il Te, così verrà chiamato prendendo il nome dall’isola, poi resa unica con la terraferma, su cui fu eretto, da un lato è l’emblema di una signoria che vuole distinguersi non tanto per la potenza quanto invece per l’amore per le arti, dall’altro è un laboratorio in cui Giulio Romano dà sfogo alla sua creatività, realizzando, con l’aiuto dei pittori della sua scuola, affreschi di una bellezza incredibile, quali la celeberrima sala dei Giganti. Indubbiamente Federico II molto aveva preso dalla madre Isabella d’Este in ordine alla passione per le arti, con la differenza che aveva un carattere più impetuoso che riflessivo, e così s’imbarcava in imprese piuttosto onerose, tanto che per le tasse i mantovani si immiserirono; in particolare una grande uscita di denaro ci fu per i festeggiamenti per la venuta dell’imperatore Carlo V, festeggiamenti organizzati e realizzati ovviamente da Giulio Romano, che alla morte del suo amato duca, avvenuta nel 1540 per colpa del “mal francese”, ebbe l’intenzione di tornarsene a Roma, ma trovò la ferma opposizione del reggente, il cardinale Ercole Gonzaga, che continuò a commissionargli lavori senza discutere sul prezzo, analogamente a quanto aveva fatto il fratello Federico II.

Impreziosito da numerose fotografie delle opere realizzate dall’architetto e pittore romano, il libro, anche per il numero ridotto di pagine, si legge velocemente e con grande piacere, consentendo un’escursione in un mondo lontano i cui monumenti testimoniano la grandezza di una casata ormai estinta.

Edgarda Ferri è nata a Mantova e vive e lavora a Milano. Scrittrice, saggista, giornalista ha esordito nel 1982 con Dov´era il padre, un romanzo che rimane tuttora un ritratto fondamentale e un punto di riferimento per un´intera generazione. Ha pubblicato inoltre, Contro il padre (1983), La tentazione di credere (1985), Il perdono e la memoria (1988), Luigi Gonzaga (1991), Quello che resta di Cristo dopo 2000 anni (1996) e, per Mondadori, Maria Teresa (1994), Giovanna la Pazza (1996), Io, Caterina (1997), Per amore (1998), L'ebrea errante (2000), Piero della Francesca (2001), La grancontessa (Le Scie, 2002), Letizia Bonaparte (2003), L'alba che aspettavamo (2005), Il sogno del principe (2006), Rodolfo II (2007), Uno dei tanti (2009).

Renzo Montagnoli

 

 


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