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18 Marzo

Tentativo di dialogo sul comunismo

di Ferdinando Camon e Pietro Ingrao

a cura di Alberto Olivetti

Edizioni Ediesse

www.ediesseonline.it

Saggistica politica 

Un confronto serrato

Pietro Ingrao è l’uomo politico che ha visto, nella sua lunga vita, l’ascesa e poi la caduta del comunismo, un’ideologia che per lui ha rappresentato una vera e propria fede, in una inossidabile coerenza che lo ha portato a superare e probabilmente anche a digerire bocconi amari come la rivolta di Ungheria e la primavera di Praga, duramente represse da quel paese che rappresentava e ha rappresentato il tentativo di mettere in pratica l’ideologia marxista. Lo sfaldamento del suo partito, che a un certo punto ha deciso di ricostituirsi abbandonando nella denominazione il termine “comunista”  ormai diventato scomodo e che per Ingrao ha rappresentato sicuramente un dolore tale da comportare anche lacrime, ha finito, complice anche l’età, per portare questa figura di primo piano in un esilio volontario, a rinchiuderla in un bozzolo intorno al quale ha costruito una barriera onde impedire che almeno la speranza di una rinascita non potesse venire meno.

In questo contesto nessuno meglio di lui avrebbe potuto fornire la spiegazione  sul fallimento della realizzazione dell’ideologia comunista e così Ferdinando Camon ha  provato a intervistarlo. Ci sono stati tre incontri durante i quali sono state poste domande e sono state ricevute risposte, ma il libro che le avrebbe dovute riportare nella loro integrità è uscito solo da pochissimo e postumo, perché all’epoca non ne volle la pubblicazione proprio Ingrao, che lamentò la difficoltà di spiegare bene i concetti  con un’intervista e non con un saggio ponderato. E’ merito del dottor Alberto Olivetti, condirettore della collana Carte Pietro Ingrao della Ediesse aver riscoperto le pagine di quell’intervista e di averle ritenute meritevoli di essere date alle stampe. Io, per quanto contrario al comunismo, e comunque a ogni ideologia che per imporsi abbia bisogno della forza, togliendo la libertà, avevo tuttavia sempre apprezzato la coerenza del politico laziale, ma dal tono delle risposte alle domande sempre incalzanti di Camon, e anche dal loro contenuto, ho ritratto l’impressione di un individuo complesso, cosciente degli errori imperdonabili commessi nell’applicazione pratica della sua ideologia e ciò nonostante irremovibile, abbarbicato come un glicine al pensiero che la colpa dei fallimenti non fosse propria dell’idea, ma della sua traduzione in pratica, senza tener conto che ci possono essere idee in apparenza valide, ma del tutto impraticabili. Messo a volte alle strette si arrampica sugli specchi non tanto per difendere se stesso, ma i tanti anni di militanza, onde evitare di considerare la sua una vita gettata al vento. Eppure, pur avendo acclarato che Pietro Ingrao in fondo non era così coerente, dalla lettura di questa intervista ho potuto constatare in quest’uomo una virtù ormai rara: la fede in un’idea, quella comunista, la cui realizzazione, almeno in prospettiva, avrebbe dovuto assicurare a tutti una vita serena, a ognuno quanto gli sarebbe stato necessario e un lavoro atto allo scopo. Si tratta indubbiamente di utopie, ma ciò che mi ha colpito è quel credere, pur fra tanti tentennamenti, più dell’uomo che del politico Ingrao. In un’epoca in cui sembra che non esistano più ideologie e nemmeno idee, ma si seguono i suonatori di piffero che procedono per slogan, ecco, in un’epoca falsa e vuota, un essere umano che ancora spera in un’ideologia, per quanto sbagliata essa sia, è merce rara, è un seme che sotto terra aspetta che passi la bufera per affacciarsi fulgidamente sul mondo.

Da leggere, senza dubbio.

Ferdinando Camon è nato in provincia di Padova. In una dozzina di romanzi (tutti pubblicati con Garzanti) ha raccontato la morte della civiltà contadina (Il quinto statoLa vita eternaUn altare per la madre – Premio Strega 1978), il terrorismo (OccidenteStoria di Sirio), la psicoanalisi (La malattia chiamata uomoLa donna dei fili), e lo scontro di civiltà, con l’arrivo degli extracomunitari (La Terra è di tutti). È tradotto in 22 paesi. Il suo ultimo romanzo è La cavallina, la ragazza e il diavolo (2004). Nel 2016 ha vinto il premio Campiello alla Carriera.

Pietro Ingrao (Lenola, 30 Marzo 1915 – Roma, 27 settembre 2015) nel 1936, in seguito all'aggressione franchista alla Repubblica spagnola, diviene membro attivo dell'organizzazione clandestina comunista. 
Alla cacciata dei nazifascisti da Roma, entra nell'esercito di Liberazione. Deputato del Pci dal 1948 al 1992, è stato presidente della Camera dal 1976 al 1979. È stato parlamentare per dieci legislature. 
Direttore del quotidiano «l'Unità» nella prima metà degli anni Cinquanta, è anche autore di numerosi saggi, tra i quali ricorderemo Masse e potereLe cose impossibiliAppuntamenti di fine secolo
 (con Rossana Rossanda e altri) e di alcune raccolte di poesie tra cui Il dubbio dei vincitori Variazioni serali.
Nel 2011 pubblica un pamphlet dal titolo Indignarsi non basta, che risponde al fortunatissimo libello di Stéphane Hessel Indignatevi!
In seguito escono Le cose impossibili. Un'autobiografia raccontata e discussa con Nicola Tranfaglia (Aliberti 2011), Un sentimento tenace. Riflessioni sulla politica e sul senso dell'umano
 (Imprimatur 2013, con Goffredo Bettini), La «Tipo» e la notte. Scritti sul lavoro (1978-1996) (Ediesse 2013), Crisi e riforma del Parlamento. Con un Dialogo epistolare sulle istituzioni con Norberto Bobbio e un saggio di Luigi Ferrajoli (Ediesse 2014), Masse e potere crisi e terza via (Editori Riuniti Univ. Press 2015).

Alberto Olivetti, professore di Estetica, Università di Siena. Membro del consiglio scientifico del Centro studi e iniziative per la riforma dello Stato - Archivio Pietro Ingrao. Direttore della Collana Carte Pietro Ingrao insieme a Maria Luisa Boccia.
Renzo Montagnoli

 

 

15 Marzo

Il Quartiere

di Vasco Pratolini

Edizioni BUR

Narrativa romanzo

 

Il rifugio

Il romanzo è ambientato in un quartiere di Firenze durante gli anni Trenta, con protagonisti alcuni ragazzi che vivono la loro adolescenza con gli entusiasmi e le paure tipiche dell’età; sono anni caratterizzati dal regime fascista che culmineranno nella tragedia della guerra. Palcoscenico della storia è un quartiere proletario, una sorta di rifugio, di tana, in cui i giovani trovano la ragion d’essere e avvertono, nonostante tutto, una protezione offerta da vincoli di amicizia e di solidarietà. Il Quartiere non è solo un agglomerato di case, di vie e di piazzette, è la gente che vi abita, accomunata da un unico status economico e sociale che in fondo la porta ad accettarsi, pur con tutti i suoi difetti, bilanciati da un pregio di umana comprensione. A prima vista potrebbe sembrare un ghetto, ma non lo è, poiché chi vi sta può anche essere libero di andarsene, anche se poi finisce per accorgersi che il mondo dall’altra parte non è il mondo per il quale si è fatti e allora è meglio pensare come Giorgio, uno dei personaggi, più maturo della sua età, che dice: “Insomma, a me pare che occorra resistere nella propria casa, nel proprio Quartiere, aiutare ed essere aiutati a migliorarci fra la nostra gente. Se si stesse ciascuno al proprio posto, che è sempre il posto che ciascuno conosce meglio, si sarebbe meno complicati."   Queste parole potrebbero sembrare espresse da uno che non vuole uscire dalla sua condizione, più un conservatore che un rivoluzionario, ma sono di una saggezza antica, di chi è consapevole che la lunga evoluzione, con la ricerca di un accrescimento della propria dignità sociale, non può prescindere dal tenersi legati alle radici, a pena di stravolgere la propria vita. Nel perdere il senso di appartenenza al quartiere si perde anche la propria identità, si rompono quelle catene di amicizia che alla fine sopravvivono a tutto, anche al progetto di abbattere le vecchie e fatiscenti case per dare vita a un quartiere nuovo.

Il Quartiere è un romanzo non certo facile, ma al termine della lettura ci si accorgerà di quanto sia bello.

Vasco Pratolini (Firenze, 19 ottobre 1913 – Roma, 12 gennaio 1991). Di famiglia operaia, è costretto a interrompere gli studi e svolge mestieri diversi per potersi mantenere.
Autodidatta, entra in contatto con l’ambiente degli artisti e degli scrittori che gravitano attorno al pittore Ottone Rosai, frequentandone la casa.

Pratolini comincia a collaborare al periodico «Il Bargello» e diviene redattore con Alfonso Gatto, nel 1938, della rivista «Campo di Marte». Nel 1951 si trasferisce a Roma, città nella quale vivrà da allora in poi.
Le sue prime esperienze narrative ("Il tappeto verde", 1941; "Via de’ magazzini", 1941; "Le amiche", 1943; "Cronaca familiare", 1947) compongono il ritratto di un'infanzia e di una giovinezza piuttosto picaresche.

Il registro adottato, sin da quelle prime prove, si pone a mezza via fra il realistico e il lirico.

"Il quartiere" (1943) è un affresco corale che narra della presa di coscienza del sottoproletariato urbano. 
Gli stessi temi sono riproposti, con tono appena più svagatamente satirico, ne "Le ragazze di San Frediano" (1949), e trasposti poi in una più approfondita lettura psicologica in "Cronache di poveri amanti" (1947).

Pratolini svolge con successo, in questi anni, anche un'attività di sceneggiatore e soggettista cinematografico, e intraprenderà in seguito una carriera di autore di testi teatrali ("La domenica della povera gente", 1952; "Lungo viaggio di Natale", 1954).

Nel 1955 pubblica Metello (premio Viareggio), primo romanzo di quella che diverrà la trilogia "Una storia italiana", essendo completata da "Lo scialo" (1960) e da "Allegoria e derisione" (1966).
Nella trilogia, la vita dei fiorentini, descritta attraverso la caratterizzazione di personaggi emblematici del proletariato e della borghesia, diviene il microcosmo in cui analizzare lo svolgimento di dinamiche sentimentali e politico-sociali.

Alla città e al mondo dell’adolescenza sono dedicati ancora un romanzo, "La costanza della ragione" (1963), e le poesie raccolte in "La mia città ha trent’anni" (1967). Alcune «cronache in versi e in prosa», scritte dal 1930 al 1980, sono riunite nel volume "Il mannello di Natascia" (1984, premio Viareggio).
Renzo Montagnoli

 

 

10 Marzo

La profezia dei Gonzaga

di Tiziana Silvestrin

Scrittura & Scritture Edizioni

www.scritturascritture.it

Narrativa romanzo giallo storico

 

La scomparsa della mummia

Con una cadenza mediamente biennale vengono date alle stampe le avventure del capitano di giustizia Biagio dell’Orso, un personaggio assai indovinato che è riuscito a entrare nel cuore dei lettori, desiderosi di vederlo risolvere casi particolarmente complicati, come anche di sapere le novità del suo tormentato rapporto con la bella e gelosa Rosa. Questo nuovo episodio si sviluppa nell’anno 1596, in autunno, un autunno che si presenta per i Gonzaga foriero di sventure, visto che la loro stella avrebbe continuato a brillare in cielo finché avessero conservato a palazzo il corpo mummificato di Rinaldo Bonacolsi, detto il Passerino, colui che, nella congiura ordita per sottrargli il potere, fu ferito a un fianco e cercò di riparare a cavallo nel Palazzo del Capitano, ma cadde, battendo il capo contro uno stipite del portone e morì per il grave trauma patito; quanto agli altri suoi familiari non fecero miglior fine perché rinchiusi nel castello di Castel d’Ario vi furono lasciati morire di fame. La profezia, del resto, segna l’inevitabile declino del casato nella malaugurata ipotesi che la mummia non resti dentro il Palazzo Ducale, da cui qualcuno che agisce nell’ombra l’ha sottratta. Non solo, ma gli stessi duchi, Vincenzo ed Eleonora, i loro figli sono oggetto di ripetuti attentati che il Capitano di giustizia riesce a sventare anche con un po’ di fortuna. E’ diabolico chi sta tessendo una fitta tela di ragno volta a spodestare i Gonzaga e, visto che è informato di tutto, è più che logico supporre che si tratti di uno che vive o lavora a palazzo. Perfino Biagio dell’Orso rischia molto, quando ingiustamente accusato, viene chiuso nelle segrete con il solo scopo di togliergli la vita, ma riuscirà a venirne fuori, questa volta grazie al fattivo interessamento di Rosa e della moglie di Marcello Donati, l’amico  consigliere del duca di Mantova. I colpi di scena si susseguono, la vicenda addirittura approda alla corte imperiale di Praga per cercare di scoprire chi è che sta tramando; le congetture e le ipotesi si sprecano, i sospetti si appuntano ora sull’uno, ora sull’altro, ma alla fine il capitano di giustizia riuscirà  a scoprire il colpevole che, manco a farlo apposta, fra tutti i papabili è il meno sospettabile.   

Nonostante che già su Biagio dell’Orso Tiziana Silvestrin abbia scritto con questo cinque corposi romanzi il personaggio non è ancora venuto a noia, tanto che giunti all’ultima pagina di La profezia dei Gonzaga sorge spontaneo il desiderio di poter leggere un altro episodio; in questa affezione indubbiamente ha la sua importanza la felice scelta del protagonista, le sue caratteristiche, il suo modo di procedere con razionalità da investigatore sì capace, ma non certamente fenomenale, insomma un uomo del tutto normale con i suoi pregi e i suoi difetti, in cui il lettore tende a identificarsi; peraltro, i personaggi di contorno sono tutti felicemente riusciti, come la gelosa Rosa o l’amico Donati, oppure il capitano delle guardie Giò Morisco; aggiungo che l’ambientazione e l’atmosfera sono resi splendidamente con uno stile particolarmente efficace, semplice, ma in grado di avviluppare, di avvincere chi legge, teso a scorrere le pagine per assaporare l’evolversi di una vicenda che, per quanto intricata, l’autore riesce a proporre in modo accattivante.

Quindi, viste le qualità dell’opera, un invito a leggerla è quasi d’obbligo.

Tiziana Silvestrin vive e lavora a Mantova. Entrata a far parte di una compagnia di teatro amatoriale, inizia a scrivere commedie. Alla passione per la recitazione e per la lettura, si aggiunge la curiosità per la storia. Quando, con un racconto, vince un premio letterario, le viene il sospetto che forse può mettere a frutto le sue ricerche per scrivere gialli storici. Così, mescolando fantasia, storia, personaggi reali e non, ha scritto I leoni d’Europa (2009), Le righe nere della vendetta (2011), Un sicario alla corte dei Gonzaga (2014), Il sigillo di Enrico IV (2017) e La profezia dei Gonzaga (2018). Tutti pubblicati da Scrittura & Scritture.
Renzo Montagnoli  

 

 

7 Marzo

Le persiane verdi

di Georges Simenon

Traduzione di Federica Di Lella e Maria Laura Vanorio

Edizioni Adelphi

www.adelphi.it

Narrativa romanzo

Il grande Emile Mauguin

La casa editrice Adelphi si è assunta il compito di ripubblicare l’intero considerevole repertorio di Georges Simenon, un lavoro enorme che ha portato agli occhi dei lettori per lo più opere di elevata qualità, anche se alcune si devono giudicare onestamente mediocri; è stato dopo la delusione di due sue raccolte di racconti che mi sono imbattuto in questo romanzo, che non è giallo e nemmeno noir, è semplicemente la storia di un uomo, passato dalla miseria alla ricchezza, che fugge non sa nemmeno lui da cosa, ma che cerca disperatamente di dare un senso alla sua vita. Emile Mauguin è un celebre attore teatrale e cinematografico, idolatrato e temuto, un uomo che, venuto dal nulla e dalla fame, può ora disporre di tutto ciò che desidera, tranne che della serenità. E’ uno che prende, e se dà lo fa facendo cadere la sua elemosina come un dono del cielo, e perciò, proprio per questo, non ha in pratica amici, insomma è un uomo solo. Dopo diversi rapporti con non poche donne ha sposato una molto più giovane di lui, con una bambina che ha avuto da un altro uomo, e benché la moglie gli possa apparire fedele lui non ha perso l’abitudine  di avere rapporti con altre, ivi compresa la cameriera; un altro vizio a cui si abbandona con eccesso, in una vita di tutta di eccessi, è il vino, quello rosso, non necessariamente di qualità. La visita di un medico specialista, un famoso luminare, gli porta la ferale notizia che, nonostante lui abbia quasi sessant’anni, ha il cuore di uno di settantacinque e quindi se vuole avere la speranza di andare avanti deve necessariamente limitare o eliminare gli eccessi. E’ più facile da dire che fare per uno che, grande attore, ha finito con il mescolare  le sue caratteristiche di uomo con quelle dei personaggi interpretati, in cui sono inconfondibili i tratti autoritari che lo contraddistinguono. Riesce a contenere l’abuso del vino, ma è evidente che non basta, che occorre darsi una calmata, gratificarsi di un po’ di riposo ed è così che, memore del desiderio della sua prima moglie di una casetta, lontana dalla ribalta e con le persiane verdi, prende in affitto una villa ad Antibes, con vista sul mare, ma con le persiane azzurre. Si accorge che è tempo per fare un bilancio della propria vita, quello che prima saltuariamente gli riusciva in sogno immaginando di essere l’imputato di un processo i cui giudici erano tutte le persone che aveva conosciuto. In realtà questo è il frutto di una sua costante paura della morte e del desiderio, quasi inconsapevole, della pace dell’anima, simboleggiata da una casetta con le persiane verdi. Non si può tornare indietro, però, e si arriva così prima o poi al momento in cui ciò da cui si fuggiva, andandovi inconsciamente incontro, diventa vicinissimo e allora non ci si può sottrarre alla sconfitta, ci si lascia andare e tutto ha una fine e un fine, perché, come scriveva Ungaretti (Sono una creatura -Valloncello di Cima Quattro il 5 agosto 1916),la morte si sconta vivendo.

Il romanzo è semplicemente bello, ma le ultime pagine sono altamente struggenti, finiscono con il commuovere e nell’ingenerare nel lettore un profondo senso di pietà per questo uomo massiccio, spigoloso, scorbutico, ma infinitamente solo.

Georges Simenon, nato a Liegi nel 1903, morto a Losanna nel 1989, ha lasciato centonovantatre romanzi pubblicati sotto il suo nome e un numero imprecisato di romanzi e racconti pubblicati sotto pseudonimi, oltre a volumi di «dettature» e memorie. Il commissario Maigret è protagonista di 75 romanzi e 28 racconti, tutti pubblicati fra il 1931 e il 1972. Celebre in tutto il mondo, innanzitutto per le storie di Maigret, Simenon è anche, paradossalmente, un caso di «scrittore per scrittori». Da Henry Miller a JeanPauhlan, da Faulkner a Cocteau, molti e disparati sono infatti gli autori che hanno riconosciuto in lui un maestro. Tra questi, André Gide: «Considero Simenon un grande romanziere, forse il più grande e il più autentico che la letteratura francese abbia oggi»; Walter Benjamin: «… leggo ogni nuovo romanzo di Simenon»; Louis-Ferdinand Céline: «Ci sono scrittori che ammiro moltissimo: il Simenon dei Pitard, per esempio, bisognerebbe parlarne tutti i giorni».
Renzo Montagnoli  

 

4 Marzo

Jutland

31 maggio 1916: la più grande battaglia navale della storia

di Sergio Valzania

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Saggistica storica

 

Vittoria strategica della Gran Bretagna

Non so se la battaglia navale dello Jutland (31 maggio – 1 giugno 1916) sia stata, come asserisce l’autore, la più grande della storia, so invece che è stata l’ultima che ha visto contrapposti schieramenti composti solo da corazzate, incrociatori e cacciatorpediniere, con l’assenza quindi di portaerei, che invece nella seconda guerra mondiale saranno sempre presenti e determinanti. L’intenzione dei tedeschi di rompere il blocco dei rifornimenti marittimi imposto dalla Gran Bretagna fu senz’altro la causa di questo epico scontro i cui esiti, se ci limitiamo alle sole perdite di navi e marinai, furono senz’altro sfavorevoli agli inglesi; tuttavia, nel quadro più generale della guerra condotta sul mare, poichè i tedeschi non riuscirono a cogliere una vittoria determinante, volta a interrompere l’assedio, con perdite sì inferiori all’avversario, ma consistenti se raffrontate con le forze disponibili, li vide strategicamente sconfitti, tanto che da allora non uscirono più in mare aperto  per dare battaglia alla flotta nemica. L’interessante saggio di Valzania, nel ripercorrere le ore di quell’epico scontro, va anche oltre, cercando di spiegare i motivi per i quali il II Reich, che mai aveva avuto ambizioni sul mare decise invece di dotarsi di una flotta ragguardevole, in diretta competizione con quella inglese, che in ogni caso crebbe in misura superiore a quella tedesca, con contemporaneo incremento delle velocità e dei calibri dei cannoni installati. Quanto a qualità si equivalevano, ma le navi da battaglia tedesche avevano una migliore ripartizione dei comparti stagni e questo spiega anche perché, nonostante i colpi subiti, affondassero meno facilmente di quelle inglesi. Comunque fu un epico combattimento e vide contrapposte da parte inglese 28 navi da battaglia, 9 incrociatori da battaglia, 8 incrociatori corazzati, 26 incrociatori leggeri, 78 cacciatorpediniere, e da parte tedesca 16 navi da battaglia, 5 incrociatori da battaglia, 6 pre-dreadnoughts, 11 incrociatori leggeri e 61 torpediniere. In pratica era presente la pressoché totalità del naviglio da guerra dei due paesi, con quello germanico nettamente inferiore come forza e già questo può spiegare come le perdite subite (1 incrociatore da battaglia, 1 pre-dreadnoughts, 4 incrociatori leggeri e 5 torpediniere), benché inferiori in numeri assoluti a quelle inglesi (3 incrociatori da battaglia, 3 incrociatori corazzati e 8 cacciatorpediniere), abbiano avuto un’incidenza ragguardevole sul complesso della loro arma navale di superficie a tal punto da sconsigliare ulteriori iniziative per tutto il seguito della guerra. Appare quindi evidente che dallo scontro la posizione della Gran Bretagna si rafforzò, restando di fatto padrona assoluta del mare, in cui tuttavia riuscirono a operare con brillanti risultati i sommergibili tedeschi. 

Il libro è interessante, per niente greve e la lettura è quindi indubbiamente piacevole.

Sergio Valzania, storico e studioso della comunicazione, autore radiofonico e televisivo, dal 2002 al 2009 ha diretto i programmi radiofonici della Rai. Dal 2001 insegna all'Università di Genova e dal 2010 alla Luiss di Roma. Ha scritto su «La Nazione», «Avvenire», «la Repubblica», «il Giornale», «L'Indipendente», «Liberal». 
Fra le sue opere di storia militare pubblicate con Mondadori ricordiamo: Jutland (2004), Austerlitz (2005), Le radici perdute dell'Europa (con Franco Cardini, 2006), Wallenstein (2007), I dieci errori di Napoleone (2012), U-Boot. Storie di uomini e sommergibili nella seconda guerra mondiale (2011), I dieci errori di Napoleone. Sconfitte, cadute e illusioni dell'uomo che voleva cambiare la storia (2012), La scintilla. Da Tripoli a Sarajevo: come l'Italia provocò la prima guerra mondiale (2014, scritto con Franco Cardini) e Cento giorni da imperatore (2015). Per Sellerio esce nel 2006 Sparta e Atene. Il racconto di una guerra, nel 2011 Napoleone e nel 2012 La bolla d'oro. Nel 2008 esce per Longanesi La via Lattea, scritto con Piergiorgio Odifreddi, mentre nel 2015  Il Mulino pubblica Andar per le cattedrali di Puglia.
Renzo Montagnoli  

 

2 Marzo

Martin Eden

di Jack London

Edizioni Einaudi

Narrativa romanzo

 

Barriere invalicabili

Ecco un romanzo cult della letteratura nordamericana, un’opera fatta di dolore, rabbia, tenerezza e malinconia espresse in modo immediato proprio di chi ha vissuto certe situazioni e non a caso Martin Eden può essere considerato in buona parte autobiografico. La storia del marinaio poco istruito, rozzo, invitato a pranzo in una famiglia dell’alta borghesia, grazie a un occasionale piacere che ha prestato, è una di quelle che, per gli inevitabili contrasti esistenti fra i personaggi, affascina immediatamente. Martin è come un pesce fuor d’acqua che ha persino paura a muoversi; impacciato lo sarà di più conoscendo una ragazza, Ruth, figlia del padrone di casa e che per lui da subito diventa l’inarrivabile oggetto del desiderio. Lei sembra turbata, lui lo intuisce e si rende conto che per avere qualche possibilità di fare una breccia definitiva nel suo cuore deve darsi da fare, con urgenza, per colmare il divario culturale esistente. La sua forza di volontà è spaventosa in un corso accelerato che lo porterà a comprendere progressivamente il significato di libri sempre più complessi, infondendogli una sicurezza tale da pensare da poterne scrivere egli stesso, in modo che con il successo e i diritti d’autore gli sia possibile mantenere Ruth  nel tenore di vita della sua classe sociale. Non vado oltre perché il piacere della lettura non sta tanto nella trama pur interessante, ma nella descrizione, superlativa, della progressiva trasformazione del rozzo marinaio. Ciò che mi preme evidenziare è il significato dell’opera, tutta incentrata su un’illusione amorosa che porta a un acceso desiderio di riscatto e di elevazione sociale. Sappiate solo che Martin diventerà un eccellente scrittore, ma la sua è la storia di un successo e insieme di un fallimento, perché l’innalzamento sociale è illusorio, portando invece a una progressiva autodistruttiva regressione.  Martin, come si suol dire, diventa né carne né pesce, la velocissima istruzione lo allontanano dal mondo proletario in cui era nato e aveva vissuto la sua giovinezza e i cui valori gli diventano del tutto estranei, ma non può nemmeno accettare il corrosivo conformismo borghese, caratterizzato da una vergognosa ipocrisia. Siamo quel che siamo, ci portiamo dietro le abitudini e i valori dell’ambiente in cui siamo nati e cresciuti, possiamo anche migliorare la nostra condizione, ma perché ciò avvenga, senza che perdiamo la conoscenza delle nostre radici che ci consente di impostare correttamente la nostra vita, il miglioramento deve essere necessariamente lento e progressivo; altrimenti corriamo il rischio di avventurarci in un mare in tempesta senza sapere di un porto sicuro.

Con neppure larvati riferimenti alla teoria dell’evoluzione di Darwin e con le indubbie suggestioni  del Superuomo di Nietzche, Martin Eden si rivela ben più di un romanzo di assoluto valore, ma è anche una denuncia delle stratificazioni sociali, della divisioni in classi della società, comparti stagni in cui a chi sta in basso è pressoché impossibile salire più in alto.

Aggiungo una doverosa annotazione: nel romanzo c’è forse il più bel suicidio della storia della letteratura, un profondo senso di annullamento, una volontà indomita di scomparire senza lasciare traccia.

Da leggere questo che ritengo possa essere definito senza alcuna remora un capolavoro.

Jack London, pseudonimo di John Griffith London, scrittore statunitense (San Francisco, 12 gennaio 1976 – Glen Ellen, 22 novembre 1916). 
La sua figura è una delle più singolari e romanzesche della letteratura americana: figlio illegittimo di un astrologo, cresciuto dalla madre e dal suo secondo marito John London, abbandona la scuola a 13 anni e diventa rapidamente adulto tra Oakland e San Francisco con ladri e contrabbandieri, praticando vari mestieri non sempre legali tra cui strillone di giornali, pescatore clandestino, cacciatore di foche, operaio, lavandaio, venditore porta a porta, avventuriero alla ricerca dell'oro in Klondike. Nel 1897, infatti, Jack London lasciò San Francisco per l'Alaska sulla scia della febbre dell'oro scoppiata in quegli anni. Tra mille peripezie raggiunse il Klondike, e proseguì al di là delle montagne, fino a Dawson City in Canada e lungo il fiume Yukon. Non trovò l'oro che cercava ma riportò a casa qualcosa di più prezioso: un immenso tesoro di osservazioni e di ricordi che trasformò poi nelle sue opere più famose. 
Pur avendo abbandonato gli studi, fu un gran divoratore di libri di ogni genere, e riuscì a diventare per circa un quindicennio uno degli scrittori tra i più famosi, prolifici (49 volumi) e meglio retribuiti che si ricordino, per finire poi suicida, distrutto dall’uricemia indotta dall’alcool. 
Scrisse romanzi di vario genere, da quelli avventurosi: Il richiamo della foresta (The call of the wild, 1903), Il lupo di mare (The sea wolf, 1904), Zanna Bianca (White fang, 1906); a quelli autobiografici: La strada (The road, 1907), Martin Eden (1909), John Barleycorn (1913); a quelli fantapolitici, come Il tallone di ferro (The iron heel, 1908); scrisse anche racconti, tra cui spiccano Il silenzio bianco (The white silence, 1900) e Farsi un fuoco (To build a fire, 1910), e si dedicò al reportage (come quello, del 1904, sulla guerra russo-giapponese) e alla saggistica e trattatistica politica (Il popolo dell’abisso, The people of the abyss, 1903, celebre inchiesta, condotta di prima mano, sulla povertà nell’East End di Londra). 
Nell'opera di Jack London si riflettono le sue pluriformi esperienze di vita: nel capolavoro Il richiamo della foresta e in Zanna bianca, come nei racconti dedicati alla corsa all'oro nelle desolate vastità del Grande Nord americano, risuonano tutti i temi e le atmosfere a lui cari: la lotta per la sopravvivenza, la legge dura e inflessibile della natura che accomuna esseri umani e animali, la solidarietà e il coraggio. E sono storie di sogni impossibili, di indiani e cercatori d'oro, di uomini soli con se stessi nel momento della prova più difficile. Quando poi le desolate distese ghiacciate cedono il posto alle calde correnti del Pacifico, London accoglie nei suoi racconti insoliti eroi provenienti da civiltà diverse, abitanti di isole incantate, portatori di nuovi valori, che affrontano le loro prove sfidando il mare. Ma c'è un'altra violenza contro cui bisogna lottare, stavolta dentro la società civile: London incita alla rivolta contro le convenzioni e le ingiustizie, alla ricerca di un'autenticità perduta e di un ideale sociale intuito attraverso l'esperienza della propria e altrui ribellione. È il tema di Martin Eden - considerato il suo romanzo di maggior respiro, scritto tra l'estate del 1907 e il febbraio del 1908 mentre Jack London navigava per i mari tropicali ai bordo dello Snark e pubblicato nel 1909, prima in rivista e quindi in volume - e del Tallone di ferro.
Renzo Montagnoli  

 

27 Febbraio

Il morto in piazza

di Ben Pastor

Sellerio Editore Palermo

Narrativa romanzo giallo 

 

Buona la trama, meno la conclusione

Kaputt Mundi finisce con gli alleati che entrano a Roma e con il tenente colonnello von Bora che per ultimo lascia la città per raggiungere il reggimento che comanderà. Se questa era la grande aspirazione dell’ufficiale tedesco viene però subito frustrata dalla necessità impellente e inderogabile di raggiungere uno sperduto paesino abruzzese alla ricerca di un  confinato e, soprattutto, di alcune lettere che il Duce gli avrebbe consegnato, relative al carteggio Churchill – Mussolini, dalla portata esplosiva immensa, assai pericolose per diversi alti ufficiali dell’Abwehr,  ma soprattutto per l’Italia  con le dure norme dell’occupazione nazista che potrebbero inasprirsi a livello tale da provocare un genocidio. Trova l’esiliato politico e ha la certezza che conservi questa pericolosa corrispondenza da qualche parte, anche se sarà difficile convincerlo a metterla a sua disposizione; inoltre c’è un fatto nuovo che giunge a ingarbugliare ancor più una matassa già di per sé difficile da sbrogliare: sulla piazza del paese viene rinvenuto il cadavere di un giovane sconosciuto morto ammazzato. Inizia così Il morto in piazza, quarto volume della serie con protagonista von Bora che ho letto con interesse e con il consueto piacere, anche se questa volta ho un appunto da fare, pur essendo la vicenda in grado di attrarre notevolmente; infatti,  se il contrasto fra i caratteri dell’avvocato confinato, più in linea con la sua deontologia morale, e l’ufficiale tedesco, eternamente combattuto fra la sua coscienza e il dovere del soldato, percorre l’intera opera dandole sostanza e se, come al solito, paesaggi e atmosfere sono perfettamente ricreati,  tuttavia la soluzione del giallo del morto ammazzato, con l’identificazione del colpevole, reo di altri due precedenti omicidi, non è del tutto convincente, tanto più che nello stringere le indagini, accelerando il ritmo,  è facile perdere il filo del discorso, quando invece il lettore dovrebbe essere messo nella condizione di assaporare, goccia a goccia, il piacere della scoperta.

Ciò che intendo dire, per farla breve, è che questa volta, a differenza delle precedenti, la trama gialla non è ben congegnata  e arrivati all’ultima pagina forse si può convenire con l’autore che il colpevole sia proprio quello, ma che certo la via per arrivare a tale conclusione è talmente aggrovigliata da far sembrare che più il caso che la logica portino alla soluzione.

In ogni caso, chi legge non ha molto da lamentarsi, perché permangono l’eccellente stile di una narratrice che sembra aver trovato nel giallo storico il modo per esprimersi al meglio.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi(2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017) e La notte delle stelle cadenti (2018).
Premio Flaiano 2018
Renzo Montagnoli

 

 

21 Febbraio

L’ultimo arrivato

di Marco Balzano

Sellerio Editorte Palermo

Narrativa romanzo

In cerca di fortuna

In un’epoca di grandi migrazioni, dall’Africa alle nostre coste, non poteva mancare un libro che parlasse di un fenomeno analogo, proprio degli anni cinquanta quando masse di mano d’opera si trasferirono dal nostro meridione al nord in cerca di lavoro, e fra questi abbastanza di frequente c’erano dei minori in compagnia di un parente o di un paesano.  L’emigrazione infantile pertanto costituisce un’altra caratteristica di questo flusso sud-nord, coinvolgendo migliaia di ragazzini che spinti dalla miseria e sorretti dalla speranza lasciavano i genitori e la piccola realtà in cui fino ad allora avevano vissuto per approdare alle metropoli dell’Italia settentrionale.

In questo contesto Marco Balzano ci racconta la storia di Ninetto Giacalone, conosciuto da tutti come “pelleossa” per la notevole magrezza dovuta agli stenti patiti, ma ciò nonostante sostanzialmente sano, a differenza della madre che, vittima di un ictus cerebrale, non è mai riuscita a tornare alla normalità ed è condannata a vivere, anche per decisione del marito, in un ospizio. Di questo incidente di salute vittima indiretta è stato anche Ninetto, costretto ad abbandonare la scuola per lavorare nei campi e infine partito per Milano insieme con il paesano Giuvà, un bonaccione che non si tira mai indietro quando c’è da faticare. A causa della sua minore età gli inizi sono difficili, con lavori precari fino alla grande occasione, cioè l’assunzione all’Alfa Romeo. Ovviamente la storia non si ferma qui, ma prosegue con tanti eventi, fra cui uno che segnerà in modo indelebile la sua esistenza, ma ritengo non siano necessarie altre notizie in merito, lasciando al lettore il piacere di scoprirle.

Devo dire che, dopo aver letto Resto qui, mi attendevo di più, soprattutto speravo che l’autore non cadesse in certi stereotipi dell’immigrazione meridionale al nord, ma si vede che è difficile raccontare qualcosa di nuovo in proposito, così che il romanzo, fra l’altro commovente anche oltre misura, si presenta come un prodotto ben confezionato, ma incapace di lasciare una traccia significativa in chi legge. Se la trama appare più gratificante dei contenuti, perché maggiori approfondimenti avrebbero non poco giovato all’opera, di pregevole resta lo stile, snello, immediato, una caratteristica dell’autore che ho riscontrato anche in Resto qui. L’ultimo arrivato è stato premiato con il Campiello e non a caso, perché è un’opera per certi versi furba e accattivante, che tuttavia riesce superiore, come qualità, a quella media, invero modesta, dei libri editi attualmente.

Marco Balzano è nato a Milano nel 1978, dove vive e lavora come insegnante di liceo. Ha esordito nel 2007 con la raccolta di poesie Particolari in controsenso (Lieto Colle, Premio Gozzano). Nel 2008 è uscito il saggio I confini del sole. Leopardi e il Nuovo Mondo (Marsilio, Premio Centro Nazionale di Studi Leopardiani). Il suo primo romanzo è Il figlio del figlio (Avagliano 2010, finalista Premio Dessì 2010, menzione speciale della giuria Premio Brancati-Zafferana 2011, Premio Corrado Alvaro Opera prima 2012), tradotto in Germania presso l’editore Kunstmann.
A questo primo romanzo hanno fatto seguito Pronti a tutte le partenze (Sellerio 2013), L'ultimo arrivato (Sellerio 2014), con il quale vince nel 2015 il premio Campiello, Resto qui (Einaudi, 2018), finalista al premio Strega e vincitore del Premio Bagutta 2019.
Renzo Montagnoli
 

 

16 Febbraio

La nemica

di Brunella Schisa

Neri Pozza Editore

Narrativa romanzo storico

 

La grande truffa

L’affare della collana è stata una truffa architettata in Francia nella seconda metà degli anni ‘80 del XVIII secolo, crimine organizzato e realizzato dalla contessa Jeanne de Saint-Remy de Valois, o anche de la Motte, dal nome del marito, con il concorso di altri, fra cui il celebre Cagliostro, ai danni della regina Maria Antonietta e del cardinale di Rohan. Il processo, che ne seguì, i suoi esiti, le vicende successive alle sentenze infiammarono l’opinione pubblica francese che prese a detestare la consorte del proprio sovrano. Del fatto non aggiungo altro perché altrimenti sarei costretto a rivelare in anticipo la trama del romanzo “La nemica”, che rappresenta, pur con alcuni spunti di fantasia, quel che fu la vicenda, intricata, ricca di tensione, con risvolti anche erotici che all’epoca appassionò il popolo come francamente ne sarebbe attratto anche oggi. In un fatto che, banalizzandolo, potrebbe sembrare solo una semplice truffa in effetti si innestano altri elementi, soprattutto di carattere politico, viste le notevoli difficoltà economiche della Francia e la crescente disaffezione dei francesi per i loro monarchi, aspetti interdipendenti che porteranno da lì a qualche anno allo scoppio della rivoluzione. Premetto che la vicenda riveste caratteristiche di complessità, perché la personalità stessa dell’imputata non è per niente semplice  e quindi come una matassa il filo del racconto tende naturalmente ad aggrovigliarsi ogni tanto, per poi arrivare a una semplificazione che riesce a svelare i retroscena; il compito della Schisa è stato quindi piuttosto arduo, ma l’impegno profuso dall’autore ha dato i suoi frutti e, grazie anche a uno stile sobrio, conciso, a un linguaggio mai ridondante il lettore finisce con l’appassionarsi alla storia, congegnata come un giallo in cui già si sa chi è il colpevole, il quale,  se pur condannato al carcere perpetuo,  mantiene un atteggiamento più da vittima che da reo, usando sapientemente le sue arti femminili per ottenere la liberazione. Tengo a precisare che quasi tutti i personaggi sono esistiti veramente e al riguardo la Schisa ne fornisce ritratti assai convincenti, la crescente tensione del popolo affamato che accumula odio nei confronti della regina è ben esposta, così come ben delineate sono le contraddizioni di una grande potenza amministrata in modo del tutto inadeguato. Il protagonista di fantasia di maggior spessore è un giovane giornalista, Marcel de la Tache, ben descritto dall’autore ed è per il suo tramite che possiamo conoscere le tragiche e rocambolesche avventure della donna che si fece beffe della corte francese alla vigilia della rivoluzione; il contrasto di caratteri fra i due personaggi, lui timido, ingenuo e irretito dalla donna, lei opportunista, scaltra, mendace che lo utilizza per i suoi scopi costituisce un altro motivo di interesse del romanzo che, nonostante la sua lunghezza, si riesce a leggere velocemente anche perché la vicenda, i suoi contorni e lo sfondo sono narrati in modo tale che non si può non restare avvinti. E da ultimo, quasi una ciliegina sulla torta, l’autore, in forza della professione di giornalista svolta da Marcel de la Tache, professione che gli impone di seguire per la sua Gazzetta gli avvenimenti caotici che iniziano nel 1789, provvede a narrarci le prime vampate della rivoluzione, con una descrizione quasi cinematografica della presa della Bastiglia; i disordini, le violenze, il pathos sono ricreati abilmente in una confusione di avvenimenti, di tripudi, di scoramenti, di rapidi e improvvisi cambi di rotta che furono proprio di quel periodo, con l’affacciarsi alla ribalta di tanti personaggi di cui abbiamo memoria per gli studi scolastici, quali La Fayette, Marat, Mirabeau e Robespierre.

Di conseguenza l’opera è senz’altro meritevole di essere letta.

Brunella Schisa è nata a Napoli. Dopo aver lavorato come traduttrice, esordisce nella narrativa nel 2006 con il romanzo La donna in nero(Garzanti), che ha vinto numerosi premi tra cui il Premio Letterario Frignano-Opera Prima, il Premio Letterario Città di Bari e il Premio Rapallo. Giornalista di «Repubblica», ha curato per anni la rubrica dei libri sul Venerdì, cui adesso collabora. Tra le sue opere Dopo ogni abbandono (Garzanti, 2009), La scelta di Giulia (Mondadori, 2013) e La nemica (Neri Pozza 2017).
Renzo Montagnoli 

 

11 Febbraio


 

10 Febbraio

Il Saladino

di Franco Cardini

Edizioni Piemme

Storia biografia

 

Il feroce (?) Saladino

C’è stato un tempo, all’incirca verso la fine degli anni ‘30, che il Saladino, o meglio il feroce Saladino è stato a lungo ricercato, perché tutti lo volevano per completare la raccolta delle figurine Panini; chissà in quell’occasione se almeno qualcuno dei collezionisti si sia chiesto chi fosse mai questo Saladino e il perché di quell’aggiunta, quel feroce che sembrava farne uno spauracchio. In passato, ma anche in epoche meno lontane, si è sempre teso a demonizzare figure che potevano rappresentare un pericolo per un ordine costituito, per esempio ad Alessandro VI, il papa Rodrigo Borgia, si è sempre accomunata l’immagine di una belva assetata di sangue per il semplice motivo che nei suoi scopi vi erano anche quelli di riunire tutta l’Italia in un unico stato sotto la guida del figlio Cesare; non era un uomo magnanimo, ma quanto a efferatezze non era peggio degli altri potenti dell’epoca che sul suo conto misero in giro voci quasi sempre infondate. Nel caso del Saladino piuttosto il problema fu un altro, perché questo principe dell’aristocrazia militare  curda fu quello che riuscì a strappare per sempre il Santo Sepolcro ai cavalieri cristiani e al loro comandante Riccardo Cuor di Leone. Per il resto, Salah  al-Din, questo era il suo nome, poi volgarizzato in Saladino, se non era un esempio di bontà, non era però dissimile dai suoi stessi nemici. L’onta però fu tale che i Cristiani che, non dimentichiamolo, strapparono ai mussulmani una Gerusalemme a cui tutti prima potevano accedere, anche per giustificare lo smacco pensarono bene di attribuirgli crudeltà e nefandezze di ogni genere, in larga parte inventate, che lo fecero diventare il feroce Saldino. Tanto per dare un’idea di come un epiteto possa prendere forza, da allora quando le madri dovevano riprendere i figli per qualche marachella li minacciavano di far intervenire il feroce Saladino.

Certo, ogni epoca ha le sue violenze e anche nel XII secolo non si scherzava, si era ancora nel medioevo, un periodo però non così buio come i precedenti, visto che cominciò a riprendersi lentamente l’economia e le genti riacquistarono un po’ di quella voglia di vivere che l’ossessivo “memento mori” più volte ripetuto dai monaci negli anni più oscuri aveva quasi cancellato.

Franco Cardini, nel parlarci di questo grande personaggio, che perfino Dante stimò al punto da inserirlo nella Divina Commedia nel limbo (non era battezzato) anziché sbatterlo, come si sarebbe potuto ipotizzare, all’inferno, in effetti ci porta a conoscere un’epoca., con le idee dominanti, gli usi, i costumi, cercando anche di evidenziare quelle connessioni sempre esistite fra mondo cristiano e mondo mussulmano. Ne scaturisce un grande affresco in cui la figura del Saladino, pur senza essere sminuita, assume le caratteristiche di un pretesto per parlare dei nostri legami con l’Islam, più che due religioni con non pochi punti di contatto, due culture, non diametralmente opposte come si potrebbe pensare. L’epoca in questione poi vedeva addirittura un predominio intellettuale dei cosiddetti arabi, che già due secoli prima avevano avuto un medico, filosofo e matematico del calibro di Avicenna e che contemporaneo del Saladino e di Riccardo Cuor di Leone potevano presentare una stella di prima grandezza come il medico, filosofo e astronomo Averroè.

Quindi, la lettura è senz’altro consigliata.

Franco Cardini è professore ordinario di Storia medievale presso l'Università di Firenze, e come giornalista collabora alle pagine culturali di vari quotidiani. Professore Emerito dell'Istituto Italiano di Scienze Umane alla Scuola Normale Superiore di Pisa, da mezzo secolo si occupa di crociate, pellegrinaggi, rapporti tra Europa cristiana e Islam, anche trascorrendo lunghi periodi di studio e insegnamento all'estero.

Ha fatto parte dei consigli d'amministrazione di Cinecittà e della Rai. 
La sua produzione di saggi storici, sia specialistici che divulgativi, è copiosissima. Tra questi ricordiamo L'avventura di un povero crociato(Mondadori, 1998), Giovanna D'Arco (Mondadori, 1999), I Re Magi. Storia e leggende (Marsilio, 2000), Il Medioevo (Giunti Junior, 2001), Carlo Magno. Un padre della patria europea (Laterza, 2002), Europa e Islam. Storia di un malinteso (Laterza, 2002), Astrea e i Titani. Le lobbies americane alla conquista del mondo (Laterza, 2003), Il Barbarossa (Mondadori, 2006), Lawrence d'Arabia (Sellerio, 2006), La vera storia della Lega Lombarda(Mondadori, 2008), I templari (Giunti, 2011), GerusalemmeUna storia (Il Mulino, 2012) Alle origini della cavalleria medievale (Il Mulino, 2014), L'appetito dell'Imperatore. Storie e sapori segreti della Storia (Mondadori, 2014), Il califfato e l'Europa. Dalle crociate all'ISIS: mille anni di paci e guerre, scambi, alleanze e massacri (UTET, 2015), Un uomo di nome Francesco. La proposta cristiana del frate di Assisi e la risposta rivoluzionaria del papa che viene dalla fine del mondo (Mondadori, 2015), Onore (Il Mulino, 2016), I Re Magi (Marsilio 2017).
Firma inoltre molti libri di storia per i licei e numerose monografie sulla sua città natale, Firenze.
Renzo Montagnoli 
 

 

6 Febbraio

La strana guerra.

1939-1940: quando Hitler e Stalin erano alleati e Mussolini stava a guardare

di Arrigo Petacco

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Storia

 

La stasi del fronte occidentale

Venne all’epoca definita, e non a torto, la strana guerra quello stato di ostilità dichiarato fra la Germania e gli alleati anglo-francesi e che cominciò il 1° settembre del 1939 dopo che le forze tedesche si erano impadronite di mezza Polonia (l’altra metà invece fu occupata dall’Unione Sovietica, legata al Terzo Reich da un patto di non aggressione). In effetti, sul fronte occidentale, con i francesi insediati dentro le fortificazioni della linea Maginot, che si sbandierava invalicabile, con gli inglesi acquartierati alla fine di questa lungo una linea che arrivava fino al mare del Nord e un numero assai più ridotto di truppe tedesche a fronteggiarli, era logico pensare, più che a uno stato di guerra, a una tregua armistiziale. In realtà, se lì non si combatteva, in altri luoghi c’erano gli scontri, battaglie, anche furiose, sul mare fra la marina da guerra inglese e le navi corsare naziste.  Se questo periodo di pace apparente durò fino al maggio del 1940, allorché le forze corazzate tedesche dilagarono in Francia all’improvviso, su terra e in altri posti si combatté, e non poco, come l’epico scontro fra la piccola Finlandia e il gigante russo che incredibilmente rischiò di soccombere, o come l’occupazione primaverile della Danimarca e della Norvegia, che si risvegliarono ai passi degli scarponi chiodati tedeschi. Perché questa apparente tregua? Quali furono i reali motivi e gli scopi? Arrigo Petacco cerca di rispondere a queste domande, senza tuttavia riuscire a sciogliere il nodo intricato dell’apparenza che ha nascosto chissà quali calcoli, non ultimo quello ipotizzato secondo il quale Hitler intendeva assicurarsi l’alleanza con Francia e Inghilterra per una guerra congiunta contro il comunismo sovietico. Siamo certamente nel campo delle illazioni, non ci sono prove documentali, né testimonianze di rilievo che possano avvalorare questa motivazione, così come si brancola nel buio cercando di dare una spiegazione logica alla decisione del dittatore nazista di fermare la corsa delle sue armate corazzate onde consentire agli inglesi, ristretti nella sacca di Dunkerque, di poter tornare in patria. Voleva dare un segnale di rispetto per un popolo di origine tedesca? Intendeva arrivare a una spartizione dei poteri, con la Gran Bretagna a dominare i mari, e il folle dittatore, terragno per natura, a regnare incontrastato sull’Europa continentale? Come è possibile notare in questo saggio di Petacco ci sono tante domande senza risposte, o al massimo con delle formulazioni di ipotesi; di conseguenza, non c’è da sperare di avere notizie in grado di chiarire atteggiamenti e scopi di un uomo ormai preda del suo delirio di onnipotenza e tanto meno non è possibile avere qualche definitiva delucidazione dai comportamenti del suo alleato Benito Mussolini, ormai irrealisticamente portato a giocare d’azzardo con la pelle degli altri.

E’ evidente che Petacco, storico coerente e preciso, non poteva che riferire le ipotesi, magari sostenendo una piuttosto che un’altra e così La strana guerra (così è intitolato il suo saggio storico) finisce con il diventare un’opera di completa e minuziosa descrizione di quello che fu parte del primo anno della seconda guerra mondiale, un lavoro che si fa apprezzare anche perché non risulta mai tedioso, anzi è di facile e gradevole lettura.

Arrigo Petacco (Castelnuovo Magra 1929 - Porto Venere 2018), è stato un giornalista e inviato speciale, direttore della «Nazione» e di «Storia illustrata». Scrittore e saggista molto prolifico, ha sceneggiato numerosi film e scritto diverse trasmissioni televisive a tema storico per la Rai. Nel suo lavoro di giornalista, per il quale nel 1983 ha vinto il Premio Saint Vincent, ha avuto modo di intervistare alcuni tra i protagonisti della Seconda guerra mondiale. Tra i suoi libri, in cui affronta tematiche storiche spesso intrise di mistero e ribalta verità giudicate incontestabili, ricordiamo Joe Petrosino (1978, da cui è stato tratto uno sceneggiato Rai), Dear Benito, caro Winston. Verità e misteri del carteggio Churchill-Mussolini (1985), La nostra guerra. 1940-1945 (1997), Regina. La vita e i segreti di Maria Josè di Savoia (1998), L'esodo. La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia (1975 e 2000), L'armata nel deserto. Il segreto di El Alamein (2002), Il prefetto di ferro. L'uomo di Mussolini che mise in ginocchio la mafia (1977 e 2004, da cui è stato tratto un film), L'uomo della provvidenza. Mussolini, ascesa e caduta di un mito (2006), La strana guerra. 1939-1940: quando Hitler e Stalin erano alleati e Mussolini stava a guardare (2008), Il regno del Nord. 1859: il sogno di Cavour infranto da Garibaldi (2009), La principessa del Nordla misteriosa vita della dama del Risorgimento: Cristina di Belgioioso (1993 e 2009), L'ultima crociata. Quando gli Ottomani arrivarono alle porte dell'Europa (2009), Quelli che dissero no. 8 settembre 1943: la scelta degli italiani nei campi di prigionia inglesi e americani (2011), Eva e Claretta. Le amanti del diavolo (2012), A Mosca, solo andata. La tragica avventura dei comunisti italiani in Russia (2013), La storia ci ha mentito. Dai misteri della borsa scomparsa di Mussolini alle «armi segrete» di Hitler, le grandi menzogne del Novecento (2014) e Nazisti in fuga. Intrighi spionistici, tesori nascosti, vendette e tradimenti all'ombra dell'Olocausto (2014), tutti editi da Mondadori. Inoltre, ha scritto i monumentali volumi de La seconda Guerra Mondiale (1979), Storia del Fascismo (1982) e Storia d'Italia dall'Unità ad oggi (1987) per Curcio.  Nel 1986 gli è stata conferita l'onorificenza di Commendatore, su proposta dell'allora Presidenza del Consiglio.
Renzo Montagnoli 
 

 

3 Febbraio

Il cielo di stagno

di Ben Pastor

Sellerio Editore Palermo

Narrativa romanzo giallo 

 

Alta tensione

Di ritorno dall’inferno di Stalingrado il maggiore Martin von Bora è inviato nell’Ucraina Nord orientale, dove sta provvedendo a costituire il suo reggimento, con la scelta selettiva degli ufficiali e della truppa, ma nel suo ruolo di appartenente all’Abwehr, il servizio segreto militare, si deve occupare di due ingombranti presenze, due generali dell’Armata Rossa, Platonov catturato quando il suo aereo ha dovuto atterrare oltre le linee, e Tibyetsky, detto Khan, che si è consegnato direttamente al nemico con il suo nuovissimo carro armato T34. Si devono interrogare i due  personaggi, ma non sono per niente ciarlieri, anche il Khan, lontano parente di Martin e che almeno in apparenza sembrerebbe dimostrare una certa disponibilità. Il nostro ufficiale investigatore, inoltre, intende occuparsi di feroci omicidi che vengono commessi nella vicina foresta, eventi che sembrano al momento del tutto indipendenti, ma che finiranno per correlarsi quando i due generali prigionieri verranno assassinati. Chi è stato? Perchè? Sono le due domande che si pone von Bora, che all’inizio gira a vuoto senza nemmeno trovare il più piccolo indizio, ma poi, un po’ per fortuna, un po’ per intuito si solleva il velo di nebbia e in un crescendo di tensione (così elevata non l’ho mai riscontrata nei romanzi di Ben Pastor con protagonista l’ufficiale tedesco) si troverà una spiegazione al tutto con la giusta punizione dei colpevoli.

Se devo essere sincero questa serie con protagonista von Bora, a cui mi sono accostato con curiosità, mi sta appassionando veramente, perché nella scrittura di Ben Pastor si trovano trame convincenti, uno stile mai greve, atmosfere e ambientazioni ricreate al meglio, senza dimenticare l’incessante e approfondita analisi psicologica dei personaggi. In particolare von Bora si rivela sempre di più un individuo quotidianamente combattuto fra la sua coscienza e il suo dovere di militare, con il secondo che prevale immancabilmente, perché dominante è il senso dell’onore derivante dalla divisa indossata. Non c’è alcuna simpatia per le SS per i crimini che commettono, ma nel maggiore dell’Abwehr prevale sempre il dovere, così che non mancano le rappresaglie nei confronti dei partigiani e delle popolazioni, ma a differenza delle SS tali azioni sono svolte nella convinzione di fare qualcosa di spiacevole, ma necessario, e non per trarne gusto e soddisfazione. 

Quindi la lettura è senz’altro consigliabile.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi(2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017) e La notte delle stelle cadenti (2018).
Premio Flaiano 2018
Renzo Montagnoli 

 

31 Gennaio

I racconti, le poesie

di Giovanni Piubello

a cura di Mario Artioli e Vladimiro Bertazzoni

Sometti Editoriale

www.sometti.it

Narrativa racconti

 

Anche poeta

I curatori Mario Artioli e Vladimiro Bertazzoni, nel proporre l’opera omnia di Giovanni Piubello, hanno deciso di riunire in un unico volume i racconti e le poesie, scelta a prima vista opinabile, vista l’evidente difformità tipologica, ma che ha un senso ove si tenga presente che i primi sono di gran lunga maggiori di numero delle seconde, non poche, ma comunque nemmeno tante da giustificare una pubblicazione a se stante. Dell’abilità di narratore dell’autore già ho ampiamente riferito in occasione della stesura della nota critica ai suoi due romanzi Matti beati e Gli ubbidienti, e quindi non c’è da meravigliarsi se anche nei racconti si riscontrino i pregi che sono propri di Piubello, come una linearità espositiva, ma comunque non priva di originalità, una struttura sempre sicura, vicende che affondano per lo più nei ricordi dell’infanzia, descrizioni di paesaggi, di ambienti e di atmosfere puntuali, precise, accompagnate ogni tanto da una certa verve poetica e con sullo sfondo sempre una garbata e gradevole ironia. Viene proprio da pensare che lui non abbia avuto in vita i meriti che gli spettavano, insomma il successo  che anche per una sua refrattarietà al clamore, all’essere al centro dell’attenzione, aveva lui stesso ostacolato. Forse è il caso di dire che Piubello scriveva pressoché esclusivamente per il piacere di scrivere, per farne oggetto di quelle conversazioni alla bancarella con cui lui trascorreva beatamente la sua giornata. Parte di queste prose, peraltro, non era sconosciuta ai mantovani perché il locale quotidiano La Gazzetta di Mantova aveva pubblicato a puntate i racconti, che alla fine furono riuniti in un volume intitolato Zingara (dal titolo di uno degli stessi, forse il migliore) che incontrò un notevole interesse, tanto da arrivare alla terza ristampa. I Curatori, con felice scelta, nel presente libro hanno suddiviso la narrativa breve in due grandi capitoli, di cui il primo dedicato unicamente alle prose che vennero racchiuse appunto nella pubblicazione intitolata Zingara, mentre le altre sono state tutte riunite con il generico titolo “Altre storie”. Come sempre accade in questi casi ci sono brani che possono più o meno piacere, ma è indubbio come il livello medio sia più che buono. Si tratta di storie semplici, niente di epico, trame che vedono coinvolta, a vario titolo, quasi sempre povera gente, frutto di indubbia creatività che tuttavia – è una mia ipotesi – nascondono un fondo di verità, e d’altra parte stando tutti i giorni sotto i portici si poteva osservare un campionario umano vario e a volte anche di particolare interesse, individui sconosciuti (e che tali spesso rimanevano) che si fermavano a curiosare e magari a conversare con Piubello.

Più sorprendente è la parte del volume dedicata alla poesia, sorprendente perché, per quanto nella narrativa sia possibile riscontrare una sua verve poetica, non è detto che poi l’autore possa andar oltre scrivendo addirittura dei versi, e invece si scopre, e con piacere, anche la sua attitudine poetica. Che i titoli dati alle due raccolte qui pubblicate siano I gobbi, questa a suo tempo auto pubblicata, e poi Altri gobbi dimostra in modo chiaro il legame affettivo fra l’autore e la città di Mantova, poiché è notorio che la dinastia dei Gonzaga ebbe di sovente a scontare la tara ereditaria della gobba, frutto del matrimonio con una Malatesta. Ma i protagonisti di queste liriche non sono membri della schiatta gonzaghesca, bensì mantovani, gente colta e osservata nella serali vasche, deambulante per far venire l’ora della cena. E’ l’ironia che prevale, mai feroce, né cattiva, anzi a volte con un sottofondo di pietà, e così si possono cogliere personaggi, protagonisti loro malgrado di versi da trasmettere ai posteri, figure che altrimenti non avrebbero lasciato il segno se non fossero incorse nell’acuto spirito di osservazione di Piubello. Adesso che ne scrivo, mi pare di rivederlo e quando vado a Mantova, che passo di lì, d’istinto guardo, come se ci fosse ancora, come se quest’uomo, tanto umile quanto grande, osservasse il continuo passeggio, pronto a cogliere aspetti, pronto a far nascere idee, non un semplice libraio, ma un artista della penna talmente presente da essere quasi un’istituzione. Piubello era una di quelle persone alla cui presenza ci si abituava, quasi ormai da non notarlo, ma di cui si avvertì immediatamente la mancanza quando venne meno.

Da leggere, non c’è dubbio.

Giovanni Piubello (San Bonifacio, 24 giugno 1921 – Mantova, 16 giugno 1983) trascorse l'infanzia nel paese natale, e si trasferì a Mantova nel 1928 dove conseguì il diploma di perito industriale, ma volle diventare scrittore, libraio ed editore.

La sua prima opera, pubblicata in proprio, fu Zingara e poi diede alle stampe numerosi volumetti di racconti, prose, lettere in piazza e A proposito di gobbi, in versi.

Nel 1967 l'editore Rizzoli pubblicò il romanzo Matti beati, con il quale vinse il premio nazionale Duomo. Il romanzo è autobiografico e racconta l'infanzia dello scrittore nel paese di San Bonifacio (Sambonifacio), descrivendo un quadro suggestivo della vita contadina e di paese negli anni Venti, in un contesto di sostanziale povertà vissuto tuttavia con allegria.

Il successo fu di breve durata e Piubello continuò a stampare in proprio, nelle Edizioni di Bancarella, le sue storie, le sue lettere e i suoi dialoghi con lettori veri o presunti.

Fu straordinario osservatore della vita cittadina nella sua patria d'adozione, e fu amato dai mantovani che trovavano nella bancarella sotto i portici Broletto un dimesso ma profondo uomo di cultura.
Renzo Montagnoli 
 

 

27 Gennaio

Metello

di Vasco Pratolini

Edizioni BUR

Narrativa romanzo storico

 

La boje

La boje, vale a dire bolle, era parte del motto che i contadini adottarono in occasione della rivolta popolare del periodo 1882 – 1885. Nel caso di Metello, invece, si tratta del primo grande sciopero degli edili avvenuto più tardi, nel 1901, ma in ogni caso si trova pure in questa occasione l’esasperazione di lavoratori quasi alla fame che, prendendo piano piano coscienza dei loro diritti, rivendicano, in uno con un congruo aumento salariale, il riconoscimento della propria dignità di uomini.

Protagonista principale di questo grande affresco storico è Metello Salani, nato a Firenze nel 1875 e rimasto nel giro di pochissimo tempo orfano dei propri genitori, tanto che di fatto viene adottato dalla donna che lo teneva a balia.

Il romanzo ripercorre la vita di questo bambino che diventerà uomo prima del tempo per la necessità di sopravvivere, un uomo che non ha avuto la guida di un padre, ma che troverà in un compagno di lavoro, l’anarchico Betto, colui che gli insegnerà a leggere e a scrivere e che lo introdurrà alla vita degli adulti. Metello ha un’intelligenza pronta, impara presto, lavora bene come muratore, poco a poco diventa un esempio per gli altri che faticano tutto il giorno, fra mille pericoli, a tirar su muri e a coprire con i tetti. Non è esente da difetti, è sostanzialmente fedele a chi ama, ma è privo di remore quando si tratta di rispondere alle sollecitazioni della carne. Comunque è un uomo in cui matura, senza che lui se ne accorga, il desiderio di rivendicare per la propria categoria tutti quei diritti naturali da tempo negati e senza essere un sindacalista riesce comunque ad assurgere alla figura di capo popolo, una guida per tanti altri che  cominciano ad alzar la testa. Si chiedono migliori condizioni di lavoro, un aumento della paga che consenta di vivere, ma è netta la chiusura dei padroni, tanto che, ob torto collo, i muratori sono costretti a indire uno sciopero a oltranza. E’ bellissima la descrizione dell’atmosfera, di questa povera gente che è di fatto obbligata a indebitarsi per tirare avanti, nella speranza che sopraggiunga un accordo. Tutto sembra complottare contro di loro e chi ha il potere ricorre anche alla forza della polizia e dell’esercito, ma alla fine, quando gli animi sono esasperati, quando il fronte degli scioperanti comincia a incrinarsi, quando scoppiano i tafferugli e ci scappa anche il morto, si giunge al tanto agognato accordo, che accoglie solo in parte assai ridotta le richieste economiche, ma che ha un significato che esula dalla materialità del denaro: è sorto uno spirito di categoria, un popolo di cenciosi si è unito per riscattare la propria dignità. Il lavoro può ricominciare, funestato subito da un tragico incidente, in cui periscono un vecchio muratore e un giovane manovale, perché le condizioni di sicurezza sono inadeguate e per di più non esiste un’assicurazione sugli infortuni. Ecco quindi una materia su cui discutere con i padroni, ecco un altro traguardo da raggiungere di quella lunga corsa a tappe che è l’emancipazione di una classe lavoratrice taglieggiata dal padronato. Il romanzo non ha una fine vera e propria, perché Metello esce dal carcere dove è stato tenuto in attesa di giudizio per i fatti di quello sciopero, giudizio che lo assolve pienamente, e ad attenderlo in strada trova la moglie Ersilia con il figlioletto. Si incamminano verso casa, ma prima si fermano in un caffè, dove lei prende un corretto e lui un grappino. Davanti a loro un grande specchio riflette la loro immagine e Metello dice “La Sacra Famiglia”; al che lei lo invita a non bestemmiare e lui replica “Ma d’ora in avanti.”. Gli fa eco lei: “D’ora in avanti cosa?”.  Sembrerebbe di capire che Metello da ora in avanti si interesserà solo della famiglia e che non si occuperà più di battaglie politiche, ma entrambi sanno che non è possibile, perché un uomo come lui non può restare sempre a capo chino e la lotta, per quanto lunga e difficile sia, non può essere per lui che pane quotidiano.

Scritto splendidamente, coinvolgente, emozionante, a volte anche commovente, Metello è il romanzo che mi sento di definire un capolavoro.

Da ultimo, nel 1970 uscì nelle sale cinematografiche una felice trasposizione cinematografica dal titolo Metello, un film diretto da Mauro Bolognini e interpretato da un giovanissimo e convincente Massimo Ranieri e da una brava Ottavia Piccolo che ottenne il premio per la migliore interpretazione femminile al Festival di Cannes.

Vasco Pratolini (Firenze, 19 ottobre 1913 – Roma, 12 gennaio 1991). Di famiglia operaia, è costretto a interrompere gli studi e svolge mestieri diversi per potersi mantenere.
Autodidatta, entra in contatto con l’ambiente degli artisti e degli scrittori che gravitano attorno al pittore Ottone Rosai, frequentandone la casa.

Pratolini comincia a collaborare al periodico «Il Bargello» e diviene redattore con Alfonso Gatto, nel 1938, della rivista «Campo di Marte». Nel 1951 si trasferisce a Roma, città nella quale vivrà da allora in poi.
Le sue prime esperienze narrative ("Il tappeto verde", 1941; "Via de’ magazzini", 1941; "Le amiche", 1943; "Cronaca familiare", 1947) compongono il ritratto di un'infanzia e di una giovinezza piuttosto picaresche.

Il registro adottato, sin da quelle prime prove, si pone a mezza via fra il realistico e il lirico.
"Il quartiere" (1943) è un affresco corale che narra della presa di coscienza del sottoproletariato urbano. 
Gli stessi temi sono riproposti, con tono appena più svagatamente satirico, ne "Le ragazze di San Frediano" (1949), e trasposti poi in una più approfondita lettura psicologica in "Cronache di poveri amanti" (1947).

Pratolini svolge con successo, in questi anni, anche un'attività di sceneggiatore e soggettista cinematografico, e intraprenderà in seguito una carriera di autore di testi teatrali ("La domenica della povera gente", 1952; "Lungo viaggio di Natale", 1954).

Nel 1955 pubblica Metello (premio Viareggio), primo romanzo di quella che diverrà la trilogia "Una storia italiana", essendo completata da "Lo scialo" (1960) e da "Allegoria e derisione" (1966).
Nella trilogia, la vita dei fiorentini, descritta attraverso la caratterizzazione di personaggi emblematici del proletariato e della borghesia, diviene il microcosmo in cui analizzare lo svolgimento di dinamiche sentimentali e politico-sociali.

Alla città e al mondo dell’adolescenza sono dedicati ancora un romanzo, "La costanza della ragione" (1963), e le poesie raccolte in "La mia città ha trent’anni" (1967). Alcune «cronache in versi e in prosa», scritte dal 1930 al 1980, sono riunite nel volume "Il mannello di Natascia" (1984, premio Viareggio).
Renzo Montagnoli 

 

23 Gennaio

Mi bolle il cuore

di Debora Rienzi

Prefazione di Alessandro Barban

Postfazione di Alessandro Ramberti

Fara Editore

www.faraeditore.it

Poesia

Teopoesia

In tutta sincerità, scorrendo il catalogo on line dell’editore, sono stato colpito da questo strano titolo, nonché dall’indicazione di poesia non religiosa, bensì teopoetica, riportata nella quarta di copertina e rappresentate da un breve periodo della prefazione di Alessandro Barban.

Strano titolo, certo, forse in apparenza eccessivo per una silloge dai cui versi è lecito attendersi musicalità, dolcezza, pacata esposizione, ma questo non è significativo, perché come un abito non fa il monaco, così un titolo non fa una raccolta; molto più complesso è il discorso in ordine a quel termine, teopoetico di cui non trovi la definizione si Internet nemmeno cercandola con il lanternino e allora è giocoforza affidarsi a quanto precisato dal prefatore che scrive:non si tratta di poesia religiosa, ma di teopoetica, cioè di quello spazio interattivo teologico-spirituale di corpo, di intelligenza psichica e di anima spirituale proveniente dalla stessa esistenza dell’autrice, in cui la poesia diventa espressione di Dio e affermazione della propria vita.”. Non è che se ne sappia molto di più e allora è evidente che bisogna andare a leggere le poesie di questa raccolta, lettura che in ogni cosa è da fare se si vuole provvedere a scrivere una nota critica; dunque occorre passare alla lettura, non una lettura semplice e a sé stante, ma volta anche comprendere il significato di teopoesia. E tutto diventa più facile e si chiarisce fin dai primi versi (Spirito segreto / riflesso nel silenzio, / brucia la pula dei nostri pensieri / e prepara l’anima al parto ormai prossimo. / T’inserisci inadatto / nelle fessure del nostro tempo / e parli inascoltato / a vite già fissate… / ma non desisti. E torni / a suggerire levità a cuori appesantiti, / e risciacquare con premura / occhi duri impolverati…). C’è infatti una sorta di colloquio fra la divinità e il soggetto, tanto che mi viene da dire che la dimensione è senz’altro spirituale, mentre l’aspetto religioso, almeno in senso stretto, è appena abbozzato. In fin dei conti in tutti noi, credenti o meno, c’è la possibilità e la necessità di porsi delle domande, perché non siamo solo carne, ma anche e soprattutto spirito. È proprio questa nostra parte immateriale, evanescente a porsi o alla ricerca di Dio o a interagire con Lui, come nel caso di questa raccolta poetica, la cui novità, se così vogliamo definirla, è questa espressività in versi di un dialogo muto e intimo che è più frequente di quanto si possa immaginare, a volte scientemente, altre inconsapevolmente. Proprio per questa tipicità, per il sentire diverso in ogni soggetto e per quell’ancorarsi e disancorarsi, quell’abbracciarsi e quello sciogliersi, quel desiderio di comunicare e nel cercare risposte alle domande, la poesia di Debora Rienzi ha una tale valenza che la rende di non immediata comprensione, richiedendo invece più riletture, onde – elemento indispensabile – entrare in empatia con l’autrice. Poi, tutto diventa più semplice, è come se una luce scendesse dentro a noi a scaldare il cuore e allora anche il titolo appare pertinente.  

Nata a Padova nel 1974, Debora Rienzi ha studiato Filosofia a Padova e Medicina a Bologna. Dal 2004 al 2017 svolge attività missionarie con l’Ami (Associazione Missionaria Inter-nazionale) facendo servizio in Italia, Africa e India, poi entra nel monastero Camaldolese di Poppi (Arezzo): www.camaldolesidipoppi.it
Renzo Montagnoli 

 

 

18 Gennaio

Gli ultimi passi del Sindacone

di Andrea Vitali

Garzanti Libri

Narrativa romanzo

 

Una Vigilia movimentata

Arrivati all’ultima pagina verrebbe da dire “E’ il solito Vitali”, cioè un libro che si lascia leggere senza che resti qualcosa dentro, insomma un puro innocente ed effimero svago, e invece no, perché questa volta il narratore comasco è riuscito a imbastire una storia di piacevole lettura, ma che ha più di un significato, con richiami vari, perfino ai complessi freudiani. Che Attilio Fumagalli, un uomo che soffre di obesità androide, susciti immediata simpatia è senz’altro vero, perché è notorio che gli individui pingui sono le per lo più di indole buona, ma il nostro protagonista, sindaco del paese, soprannominato per le sue caratteristiche, in senso bonario e non spregevole, il sindacone è uno di quei personaggi che lasciano il segno e nel caso specifico per tutto il libro, anche se è presente attivamente solo nella parte iniziale. E’ un uomo ligio ai suoi doveri di amministratore, una brava persona non c’è che dire che ha tuttavia la disavventura di morire nel letto dell’amante la sera della vigilia di Natale. Al fine di evitare uno scandalo, che non avrebbe senz’altro meritato, si avvia una procedura grottesca e che muove anche al riso, coinvolgente una varia umanità, descritta in modo encomiabile e con una punta d’affetto, come se Vitali parlasse dei suoi figli. Così, accanto al rag. Veniero Gattei, vicesindaco e regista dell’intera operazione, si muovono in sincronia il complessato pizzicagnolo Amelio Stoppani, le due giunoniche gemelle Perlina e Luisetta Cesetti, la maestra Pericleta Beregini, zitella per vocazione e bigotta, l’ambiguo geometra Enea Levore, il viveur ormai attempato Emilio Allegretti e tutta una serie di figure azzeccatissime con dei nomi assai indovinati, delle comparse non anonime, ma quasi delle opportune spalle. La vicenda del sindacone un po’ perché di si dipana nella notte della Vigilia, un po’ perché lascia un messaggio di pace e di serenità ha il sapore di una favola, beninteso per adulti e non certo per bambini, a causa di certe situazioni non proprio adatte alla loro età, per quanto molto ben sfumate. 

Non è che ci sia la possibilità di gridare al capolavoro, ma Gli ultimi passi del Sindacone ci propone un Vitali più maturo, forse anche desideroso di mostrare le sue più recondite capacità, che in quest’opera fanno appena capolino, quasi che ci fosse il timore di interrompere il modesto, ma proficuo tran tran delle produzioni precedenti.

E questo è senz’altro un motivo in più per leggere il romanzo.

Dopo aver frequentato «il severissimo liceo Manzoni» di Lecco, Andrea Vitali si laurea in medicina all'Università Statale di Milano ed esercita la professione di medico di base nel suo paese natale. 
Scrittore molto prolifico, ha esordito nel 1990 con il romanzo breve Il procuratore, ispiratogli dai racconti di suo padre; nel 1996 ha vinto il Premio letterario Piero Chiara con L'ombra di Marinetti, ma il grande successo lo ha ottenuto nel 2003 con Una finestra vistalago (Premio Grinzane 2004). 
Nel 2006 ha vinto il Premio Bancarella con il romanzo La figlia del Podestà; nel 2009 il Premio Boccaccio e il Premio Hemingway. 
Tra i numerosi romanzi, ricordiamo: nel 2011 La leggenda del morto contento e Zia Antonia sapeva di menta. Nel 2012 Galeotto fu il collier e Regalo di nozze. L'anno successivo escono Le tre minestre, lungo racconto autobiografico edito da Mondadori-Electa e Di Ilide ce n'è una sola. Nel 2014 Quattro sberle benedettePremiata ditta Sorelle Ficcadenti e Biglietto, signorina!; nel 2015 La ruga del cretino, scritto con Massimo Picozzi, Le belle Cece, La verità della suora storta, Quattro schiaffi benedetti, Un amore di zitella (tutti editi da Garzanti). Nel 2016 Nel mio paese è successo un fatto strano (Salani), Le mele di Kafka (Garzanti) e Viva più che mai (Garzanti).
Da ricordare che con il romanzo Almeno il cappello (edito nel 2009 da Garzanti) Andrea vitali ha vinto il Premio Casanova, il Premio Isola di Arturo Elsa Morante, il Campiello sezione giuria dei letterati ed è stato finalista al Premio Strega.
I suoi libri, pubblicati in Italia da Garzanti, sono stati tradotti in molti paesi, tra cui la Turchia, la Serbia e il Giappone.
Renzo Montagnoli 

 

15 Gennaio

Papà Goriot

di Honoré de Balzac

BUR Biblioteca Universale Rizzoli

Narrativa romanzo

 

Una società malata

Se per esprimere un giudizio ci dovessimo basare solo sulla trama, Papà Goriot sarebbe un romanzo anonimo che tratteggia la fine di un padre che ha un amore patologico per le due figlie al punto di cadere in miseria per alimentare la loro sete di ricchezza. L’uomo, anziano, vive in una pensione in cui dapprima lo credono un riccone (e in effetto lo è), avaro e solitario, a cui di tanto in tanto fanno visita due belle signore che lui dice essere le figlie, ma che gli altri, malignamente, definiscono come donne prezzolate da quello che ritengono erroneamente un gran porcone. Insomma, non viene creduto e l’uomo trascina la sua esistenza in una progressiva condizione di indigenza fino al momento del trapasso, dopo che morente nel letto ha atteso invano una visita delle figlie. Una trama quindi modesta, senza particolari colpi di scena, per un’opera che, se ci si basasse solo sullo sviluppo della vicenda, potrebbe apparire modesta, ma che invece è un capolavoro; sono altri infatti gli elementi di giudizio e tutti soggetti a valutazioni ampiamente positive. Balzac già solo nel descrivere la pensione dove alloggia Papà Goriot offre un esempio della sua elevata capacità di proporre al lettore un ambiente, tanto che pagina dopo pagina si ha netta l’impressione di essere lì presenti. Ciò, se pur valido, sarebbe tuttavia poco se non considerassimo anche i vari piani di lettura, che vanno dalle relazioni familiari  alla bramosia dell’ascesa sociale, grazie a un’irrefrenabile ambizione; e non poteva mancare il male endemico presente in ogni epoca, in misura maggiore o minore, e al tempo della vicenda maggiore, vale a dire la corruzione. Quello che però stupisce maggiormente è l’approfondita analisi psicologica dei personaggi, perché Papà Goriot, il cui affetto smisurato per le figlie non è adeguatamente corrisposto, anzi è vittima delle stesse, è il ritratto di un uomo fondamentalmente buono e onesto, la cui esistenza viene stravolta dalla sete di denaro di una società in cui le sue discendenti bramano di figurare sempre al massimo livello; la signora Vauquer, che è la proprietaria della pensione, vedova e che aveva messo gli occhi su Papà Goriot agli inizi del suo soggiorno è una persona che vive per il denaro, un tipo dozzinale nonostante professi una incerta patente di nobiltà; Eugene de Rastignac è un giovane universitario, che studia da avvocato, dalle modeste risorse finanziarie, ma che ambisce primeggiare nella bella società parigina, ricorrendo anche a una relazione con una donna più vecchia di lui; Vautrin è il male in persona, un criminale che per raggiungere i suoi scopi ricorre anche al delitto, un uomo inattaccabile dalla corruzione, perché lui è corrotto dalla nascita; e poi ci sono le due figlie di Papà Goriot, la maggiore Anastasie de Restaud, che ha un’amante, accanito giocatore e perennemente indebitato, soccorso di continuo  con il denaro del sempre più povero Papà Goriot, e la minore Delphine de Nucingen, che sembrerebbe la migliore, ma che anche lei ha un amante che lascia per il più giovane Eugene de Rastignac.

Papà Goriot insomma è un ritratto crudele, indubbiamente realistico della società francese dell’epoca, ma presenta dei personaggi che è possibile trovare in ogni società, spesso individui dal latente carattere che nelle occasioni offerte da un modo vita nazionale finiscono per rivelarsi.

Direi che parlare di stile è superfluo, l’opera si presenta da sé per quel che è, vale a dire un capolavoro, un classico, un romanzo sempre e ovunque valido.

Honoré de Balzac nacque a Tours il 20 maggio 1799 in una famiglia della media borghesia e solo dal 1830 aggiunse il «de» al suo cognome; suo padre, che era stato segretario del consiglio del re durante l’Ancien Régime, fu poi capo della sussistenza della 22a divisione militare di Tours; la madre proveniva da una famiglia di commercianti. Dal 1807 al 1813 studiò come interno nel Collège de Vendôme. Quando la famiglia si trasferì a Parigi, iniziò gli studi di giurisprudenza e seguì alla Sorbona i corsi di Cousin, Guizot, Villemain. 
Nel 1819 i genitori gli concessero un periodo di prova per saggiare la sua vocazione letteraria. In una mansarda del quartiere della Bastiglia, in rue Lesdiguières, scrisse le sue prime opere, una tragedia in versi, Cromwell, e un romanzo filosofico, Sténie. L’insuccesso lo spinse a cercare nel giornalismo e nella letteratura spicciola un mezzo per assicurarsi l’indipendenza. 
Dal 1821 al 1829, pubblicò, da solo o in collaborazione e sotto vari pseudonimi, opere narrative spesso ispirate al «romanzo nero» inglese, e un gran numero di saggi e articoli. Oltre che giornalista, fu anche editore e tipografo, ma senza successo e si ritrovò, a trent’anni coperto di debiti. 
Fu allora che pubblicò un romanzo storico sulla ribellione della Vandea, Gli Sciuani (Les Chouans, 1829), che ottenne un discreto successo; a esso seguì quasi subito il saggio La fisiologia del matrimonio (La physiologie du mariage, 1830), che fece scandalo e rese noto lo scrittore presso il grande pubblico. Pubblicò le novelle che compongono le Scene della vita privata (Scènes de la vie privée, 1830), poi La pelle di zigrino (La peau de chagrin, 1831), Il colonnello Chabert (Le colonel Chabert, 1832), Il curato di Tours (Le curé de Tours, 1832), Louis Lambert (L’histoire intellectuelle de Louis Lambert, 1832), Il medico di campagna (Le médecin de campagne, 1833), La ricerca dell’assoluto (La recherche de l’absolu, 1834), Le sollazzevoli istorie (Contes drolatiques, 1832-37). 
Degli stessi anni sono Eugénie Grandet (1833) e Papà Goriot (Le père Goriot, 1834), le sue due opere più famose e forse più perfette.
Fu allora che Balzac concepì l’idea, destinata a sfociare nella Commedia umana (La Comédie Humaine), di fondere tutti i suoi romanzi in un’opera unica, facendo riapparire in nuove vicende gli stessi personaggi delle opere precedenti e organizzando i vari romanzi e racconti in modo da presentarli come parti autonome, ma complementari, di un quadro d’insieme. 
Nel 1833 ebbe inizio, con uno scambio di lettere, la sua relazione con una ricchissima nobildonna polacca Eve (Eveline) Háska, che lo scrittore sposò solo dopo molti anni. Le lettere che egli le scrisse sono il documento più completo sulla sua vita, descrivendo le rovinose imprese economiche dello scrittore e la sua straordinaria volontà.
Nel 1841 firmò il contratto per la grande edizione delle sue opere narrative, illustrata da pittori come Gavarni, Meissonnier, Daumier, per la quale ben quattro editori si erano consorziati e alla quale egli premise il famoso Avant-propos del 1842. 
Dopo questa data, continuò a produrre (ricordiamo fra l’altro I contadini, Les paysans, del 1844, e il ciclo I parenti poveri, Les parents pauvres, del 1846-47), ma il fisico dello scrittore era logorato, il suo morale era minato dai continui rifiuti dell’Académie française e dall’ostilità di critici e giornalisti invidiosi del suo successo. Nel 1850 sposò la Háska, ma lo scrittore non sopravvisse che qualche mese alle nozze. Morì a Parigi, nella casa lussuosamente arredata di rue Fortunée (ora rue Balzac), la sera del 18 agosto.
Renzo Montagnoli 
 

 

13 Gennaio

La valle dei Cavalieri

di Raffaele Crovi

Marsilio Editori

Narrativa romanzo storico

 

Romanzo storico e antropologico

La valle dei Cavalieri è una zona di antichi borghi medievali fortificati  e si trova sull’Alta Val d’Enza e Val Cedra, fra le odierne province di Parma e di Reggio Emilia. Lì è ambientato l’omonimo romanzo di Raffaele Crovi con cui viene narrata, dal punto di vista di Lino Lodi, la storia di quasi un secolo della nostra nazione, dal disastro di Dogali del 1887, in cui le nostre truppe furono massacrate dagli etiopici, al tragico periodo degli anni di piombo. In questo arco di tempo piuttosto lungo  il protagonista, ormai novantenne, rievoca, fa riemergere il ricordo degli eventi salienti della sua lunga vita, indubbiamente personali, ma che si innestano e si intrecciano con vicende nazionali, sì che la piccola storia dell’individuo confluisce nella grande storia di un paese.

Nulla di nuovo, si potrebbe dire, perché già diversi narratori hanno inteso raccontare gli avvenimenti di rilievo della nostra nazione parlando della vita di altri, come per esempio Sebastiano Vassalli con i suoi riuscitissimi romanzi Cuore di pietra e Le due chiese; tuttavia, Crovi, che si nasconde dietro l’io narrante Lino Lodi (ma la trama non è autobiografica), ne approfitta per portare avanti un discorso sul senso della vita, sulle immancabili  connessioni con la realtà di ogni giorno, che si riflette su di noi, ma che anche è un nostro riflesso. Il personaggio è un uomo che si è fatto da sé, da umile garzone a ricco possidente, da autentico credente a politico che vuole improntare alla religione stessa le sue scelte, un essere umano con diversi pregi, ma non immune da difetti, un Signore lo si potrebbe anche definire, cioè un degno discendente di quei vassalli dei Canossa per conto dei quali amministravano nei borghi della Valle dei Cavalieri. Peraltro è presente una moltitudine di personaggi, quasi tutti locali, ognuno con le sue caratteristiche e peculiarità, tuttavia accomunati dal fatto di essere nati o di risiedere nella valle dei Cavalieri, una vera e propria comunità che, per quanto comprimaria nell’economia del racconto, ravviva la scena e diviene indispensabile per delineare ancora meglio la figura del protagonista.

Lo stile dell’autore è determinante nella qualità dell’opera, di per se stessa non eccelsa, ma comunque piacevole assai da leggere per la narrazione snella, mai greve, accompagnata anche da uno spunto di mistero, giacché si vuole arrivare a sapere chi, con lettere minatorie, minaccia la morte o la rovina di Lodi, un protagonista che desta un’immediata simpatia per la sua semplicità e per la capacità di restare sempre se stesso, costi quel che costi.

Le pagine così scorrono veloci, ripassando anche un po’ della nostra storia, un’opportuna rinfrescata per sprofondare ulteriormente le nostre radici e per cercare di gettare le basi del futuro su ciò che è stato e per ciò che siamo ora.

Raffaele Crovi (Paderno Dugnano, Milano, 1934 - Milano 2007) scrittore italiano. Le sue opere, ispirate da un cristianesimo anticonformista, esprimono una costante polemica contro ogni omologazione - politica, culturale, ideologica - del nostro tempo. È autore di romanzi (da La valle dei cavalieri, 1993, premio Campiello, a Cameo, 2006) che indagano il cambiamento del Paese Italia; parabole narrative (da Il franco tiratore, 1968, a Nerofumo, 2007), in cui esplora la violenza del potere, e storie milanesi (tra cui L’indagine di via Rapallo, 1996). Nelle raccolte poetiche (da La casa dell’infanzia, 1959, a La vita sopravvissuta, 2007), vicende etiche individuali si trasformano in metafore della vita sociale.
Renzo Montagnoli 
 

 

10 Gennaio

Lumen

di Ben Pastor

Hobby & Work Publishing

Narrativa romanzo giallo
 

Delitto al convento

A Cracovia, nel 1939, nella Polonia da poco invasa dall’esercito tedesco viene uccisa Madre Kazimierza, badessa del convento di Nostra Signora delle Sette Pene, religiosa in odore di santità, a cui vengono attribuite profezie e miracoli.

Le indagini sull’omicidio vengono svolte dal capitano Martin von Bora dei Servizi Segreti dell’esercito di occupazione e dal sacerdote americano di origine polacca padre John Malecki, che da tempo, su incarico del Vaticano, cerca di appurare se le straordinarie proprietà della suora siano o meno vere. Fra mille difficoltà, con la presenza opprimente delle famigerate SS che già stanno dando corso ai massacri per cui diventeranno tristemente famose, riusciranno alla fine a scoprire il colpevole.

Per sommi capi è questa la trama di Lumen, termine latino che tradotto in italiano significa luce, e che è il primo romanzo scritto da Ben Pastor della fortunata serie che vede come protagonista l’ufficiale tedesco Martin von Bora, personaggio complesso, ma affascinante, eternamente combattuto fra il senso del dovere e la sua coscienza. Benché si sia di fronte a un giallo storico, l’aspetto investigativo non è prioritario, anzi costituisce semplicemente il fil rouge per narrare le vicende di una certa epoca (quelle della seconda guerra mondiale) e le atmosfere che hanno caratterizzato questo periodo bellico, con l’aggiunta di riflessioni per nulla scontate e spesso assai profonde che sono proprie del protagonista e non di rado di personaggi utili alla trama, sovente esistiti veramente. In questa prima opera è già possibile apprezzare lo stile preciso, ma snello, dell’autore e la sua non indifferente capacità di attrarre progressivamente il lettore, la cui attenzione non è volta solo a conoscere l’esito dell’indagine, ma a svelare anche e soprattutto il carattere del protagonista.

La lettura, quindi, è particolarmente piacevole, ma non è solo svago, perché il coinvolgimento comporta frequenti considerazioni su temi primari, in primis su ciò che ci viene imposto di fare e su quello che invece è dettato dalla nostra coscienza. 

Ben Pastor, scrittrice italo americana, all'anagrafe Maria Verbena Volpi, nata a Roma ma trasferitasi ben presto negli Stati Uniti, ha insegnato Scienze sociali presso le università dell'Ohio, dell'Illinois e del Vermont. Oltre a Lumen, Luna bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò,  Il cielo di stagno, - ovvero il ciclo del soldato-detective Martin Bora (pubblicati da Hobby&Work a partire dal 2001 e poi da Sellerio) - è autrice di I misteri di Praga (2002), La camera dello scirocco, omaggi in giallo alla cultura mitteleuropea di Kafka e Roth (Hobby &Work), nonché de Il ladro d'acqua (Frassinelli 2007), La voce del fuoco (Frassinelli 2008), Le vergini di pietra La traccia del vento (Hobby & Work 2012), una serie di quattro thriller ambientata nel IV secolo dopo Cristo. 
Nel 2006 ha vinto il Premio Internazionale Saturno d'oro come migliore scrittrice di romanzi storici. Le sue opere sono pubblicate negli Stati Uniti e in numerosi Paesi europei.
Un suo racconto è incluso nell'antologia Un Natale in giallo (Sellerio 2011).
Nel 2014 esce La strada per Itaca
Renzo Montagnoli 
 

 

7 Gennaio

Austerlitz.

La più grande vittoria di Napoleone

di Sergio Valzania

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Storia
 

Il sole splendette ad Austerlitz

Austerlitz è stata senza dubbio la più grande vittoria di Napoleone, irripetibile perché unica nel suo svolgimento e nelle conseguenze del suo esito. Detta anche la battaglia dei tre imperatori, per l’appunto Napoleone Bonaparte, Alessandro I di Russia e Francesco II d’Asburgo – Lorena, fu combattuta il 2 dicembre 1805 nelle vicinanze della cittadina di Austerlitz in quella che è l’attuale Repubblica Ceca fra l’esercito francese, forte di 73.000 uomini con 139 cannoni e la coalizione Russa – Sacro Romano Impero con circa 86.000 effettivi e 278 cannoni. Le perdite furono particolarmente rilevanti (25.000 fra morti e feriti e 12.000 prigionieri) per gli avversari di Napoleone, ma le conseguenze maggiori furono politiche e territoriali, con la potenza asburgica ampiamente ridimensionata e l’orso russo praticamente ammansito. Di questo epico scontro parla Sergio Valzania nel suo interessante saggio intitolato appunto Austerlitz La più grande vittoria di Napoleone proponendo ai lettori i prodromi, i preparativi, lo svolgimento della battaglia e le conseguenze. L’autore se pone giustamente l’accento sul piano militare non trascura però l’importanza del risultato dal punto di vista dell’effetto nel territorio europeo, poiché grazie al successo Napoleone si presentò definitivamente come colui la cui potenza risiedeva nell’invincibilità e se poi questa pregiudiziale così importante per gli avversari venne meno fu solo per la disastrosa campagna di Russia, voluta da Napoleone stesso più che convinto, sbagliando, della sua impossibilità di essere sconfitto. Del resto all’aspetto psicologico il Bonaparte dava somma importanza, visto che la vera chiave del successo di Austerlitz era consistita nel far presupporre agli avversari di essere impreparato, cioè in difficoltà sia tattica che strategica; incautamente abboccarono e quasi certi della loro vittoria commisero errori tattici che determinarono la loro sconfitta.

Come è possibile immaginare ampio risalto viene dato allo svolgimento della battaglia, offrendo così un magistrale esempio di storia militare, un risultato che potrà risultare gradito anche ai profani per lo stile snello e per nulla pedante dell’opera.

Da leggere.

Sergio Valzania, storico e studioso della comunicazione, autore radiofonico e televisivo, dal 2002 al 2009 ha diretto i programmi radiofonici della Rai. Dal 2001 insegna all'Università di Genova e dal 2010 alla Luiss di Roma. Ha scritto su «La Nazione», «Avvenire», «la Repubblica», «il Giornale», «L'Indipendente», «Liberal». 
Fra le sue opere di storia militare pubblicate con Mondadori ricordiamo: Jutland (2004), Austerlitz (2005), Le radici perdute dell'Europa (con Franco Cardini, 2006), Wallenstein (2007), I dieci errori di Napoleone (2012), U-Boot. Storie di uomini e sommergibili nella seconda guerra mondiale (2011), I dieci errori di Napoleone. Sconfitte, cadute e illusioni dell'uomo che voleva cambiare la storia (2012), La scintilla. Da Tripoli a Sarajevo: come l'Italia provocò la prima guerra mondiale (2014, scritto con Franco Cardini) e Cento giorni da imperatore (2015). Per Sellerio esce nel 2006 Sparta e Atene. Il racconto di una guerra, nel 2011 Napoleone e nel 2012 La bolla d'oro. Nel 2008 esce per Longanesi La via Lattea, scritto con Piergiorgio Odifreddi, mentre nel 2015  Il Mulino pubblica Andar per le cattedrali di Puglia.
Renzo Montagnoli 

 

 

5 Gennaio

Il cavaliere dei Rossomori.

Vita di Emilio Lussu

di Giuseppe Fiori

Edizioni Il Maestrale

Storia biografia

 

Un uomo perbene

Se avete l’ardire di chiedere a un gruppo di studenti chi sia Emilio Lussu, non meravigliatevi se vedrete dei volti con espressioni stupite, o peggio ancora sfuggenti, tipiche di chi non è in grado di dare una risposta. Al più, se si è particolarmente fortunati, può darsi che qualcuno, pescando nella memoria, risponda che si tratta dell’autore di Un anno sull’altopiano, un libro contro la guerra, ma anche in questo caso non potrete mai avere un ritratto, almeno abbozzato, di quest’uomo.

Sì, è certamente l’autore di Un anno sull’altopiano, romanzo assai riuscito tanto da poter essere accostato a Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, opere entrambe che  si pongono in un atteggiamento critico e  costruttivo del fenomeno della guerra in generale, pur partendo dalle diverse esperienze degli autori. A differenza del narratore tedesco Lussu è un protagonista di un secolo, quello trascorso, in cui ha potuto manifestare tutte le sue indubbie qualità di uomo e di politico, sempre in prima persona, sia quando da acceso interventista partecipa alla Grande Guerra, chiaro esempio per i soldati a lui sottoposti, sempre primo nell’affrontare il nemico, sempre ultimo nel retrocedere, tanto da meritarsi, oltre a promozioni sul campo, anche ben quattro medaglie al valore. La guerra, gli scontri, le carneficine forgiano l’uomo Lussu, gli fanno comprendere il senso immane di quella tragedia, indirizzano la sua vita alla difesa delle classi più deboli ed è ciò che farà nel ritorno alla sua Sardegna, organizzando i contadini e i pastori nel Partito Sardo d’Azione, che aveva per emblema i quattro mori. Sono gli anni in cui sorge e impera il fascismo, che trova nello scrittore sardo un fiero e valido oppositore. Lui non si tira mai indietro, affronta di petto i facinorosi e, per legittima difesa, ne uccide uno. Viene prosciolto dal Tribunale, ma i fascisti non sono d’accordo e lo mandano cinque anni al confino, a Lipari, da cui riesce a fuggire rocambolescamente con Rosselli e Nitti. Inizia così il lungo pellegrinaggio da esule all’estero, tanto che rientrerà in Italia solo dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e si dedicherà anima e corpo alla nuova Italia, a quella che nascerà con la Repubblica e la costituzione, diventando anche ministro, per il Partito Socialista, nei primi governi; uomo di sinistra, ma autonomo da ogni condizionamento esterno uscirà poi dal partito nel 1964, aderendo al Psiup, per ritirarsi definitivamente dalla vita politica nel 1968.

Coerente, mai estremizzante, libertario, Lussu è uno di quei rari uomini che si possono definire “perbene”, ma è anche un acuto osservatore del suo tempo, con quella sua particolare capacità di analizzare fenomeni di grande ampiezza, pur dal suo punto di vista particolare. E allora non è un caso se ha scritto Un anno sull’altopiano, e poi Marcia su Roma e dintorni, sull’avvento del fascismo, e infine La catena, sul consolidamento del regime. A leggere questi libri si apprende parecchio su uno dei periodi più bui della nostra storia e una sua biografia appare quindi, oltre che opportuna, soprattutto doverosa; a ciò ha provveduto, con un’opera di notevole pregio, Giuseppe Fiori, sardo pure lui e ideologicamente vicino a Lussu. L’ambiente, la giovinezza, gli studi, la guerra, il fascismo, la resistenza, la nascita della repubblica, il dopo sono gli argomenti di queste pagine che, nel fornirci un quadro puntuale della storia del nostro paese, tratteggiano in modo esemplare la figura di un uomo che seppe essere tale in ogni frangente, nei momenti di fortuna e in quelli più neri, sempre coerente, mai domo, con lo sguardo proteso oltre gli avvenimenti contingenti, capace di vedere quella nuova Italia che sulle alture dell’altopiano di Asiago, fra scontri e carneficine, aveva cominciato ad abbozzare.

Da leggere, mi sembra ovvio.  

Giuseppe Fiori  (Silanus, Nuoro, 1923 - Roma 2003) giornalista e biografo italiano. A un’intensa attività giornalistica in televisione (e di televisione si è occupato anche in sede parlamentare) ha affiancato una nutrita produzione di inchieste e biografie. Tra queste ultime si ricordano quelle di A. Gramsci (1966), dell’anarchico Michele Schirru (1983), di E. Lussu (1985), di E. Berlinguer (1989), di S. Berlusconi (Il venditore, 1995), di Ernesto Rossi (1997). Del 1993 è Uomini ex, romanzo-inchiesta su un gruppo di partigiani rifugiatisi a Praga dopo la guerra per sfuggire alla giustizia italiana.
Renzo Montagnoli 

 


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