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Narrar di fiori
Narrar di fiori
è far pornografia.
Di piante sono
organi sessuali.
Col lor mostrarsi
adescano i vogliosi
che orgasmi appagan
pollini dispensando.
Narrar di fiori
è compier traviamento
di pure menti
che poi vorran perdono.
Narrar di fiori
e dir del lor profumo
inganno certo
di lor natura prava.
Per questo un fiore
anch'io vorrei donare
a donna amata
che un parroco assolverà.
Conca d'oro
Percorsi valli e monti .
Gente dal duro idioma,
d'umanità impregnata
e di cultura antica.
Sovente ostacolavan
armenti il mio cammino
e il tempo io passavo
ad ammirar quei siti.
Lucenti erano i cieli,
di grano le campagne,
colline ricoperte
di pochi alberi spogli.
Frinivan le cicale
sotto impietoso sole,
un asino arrancava
sotto il suo basto grave.
Quindi da una collina
scendevo verso il piano
e innanzi a me s'apriva
col suo respiro il mare.
Di zagara l'aroma
allora m'inebriava,
tappeto verde scuro
la conca ricopriva.
Monti di rosso bruno
facevano cornice.
D'aranci e di limoni
giardini profumati.
E sullo sfondo azzurre
danzavano le onde
a completare un quadro
degno d'un paradiso.
Così passaron gli anni
e ancor con quel ricordo
nell'isola tornai,
cercando un perso sogno.
Quel bel tappeto verde
cemento divenuto.
Di zagara il profumo
in pizza già mutato.
Dei monti la cornice
in gabbia trasformata.
E quel brillante cielo
dal fumo già oscurato.
Persino il mare amato
allontanarsi sembra.
E il sogno ch'era un tempo
nell'oggi naufragato.
Il
pensiero
Vola così lontano
cercando la tua mano.
Vola da un bosco avito
che dei han consentito.
Vola cercando ancora
porta quel che ristora.
Vola sulla tua strada
trovata ha la contrada.
Vola e a te s'avvicina
vedendoti supina.
Vola con il mio dono
che desideri sono.
Vola e su te riversa
speranza ch'era persa.
Vola e ti porta amore
che riempirà tue ore.
Tempo di treni
Parto da una stazione
viaggio senza opinione.
Vado senza sapere,
guardo senza vedere.
Senza desiderare,
ore sento passare.
Torno con miei ricordi
a giorni che non scordi.
Meglio è il tempo obliare,
giunto è quello d'andare.
Bisbigli di sale
(ouverture, suite, èpilogue)
Dolci ricordi
alla mente affannata
portan lamento.
Furon tuoi baci di scaglie dorati,
davan chiarore, coprivan le stelle.
Furon tuoi baci granelli di sabbia,
scorrevan tra dita e vento disperse.
Furon tuoi baci ricordi d'allora,
fatti d'inganni, di false illusioni.
Furon tuoi baci frazioni di tempo,
che col suo passare sogni cancella.
Furon tuoi baci, che amari sospiri !
Bisbigli di sale sciolti nel niente.
Stelle malate
al mio mondo malato
luce cancellan.
Un rifiuto
Il decrepito vecchietto
voglia ha sol d'andare a letto.
Con la mente un po' acciaccata
passerà questa nottata.
Fu un errore o forse sbaglio,
preda forse d'un abbaglio,
che negò ciò che voleva
a chi, certa, lo chiedeva.
Sognerà quell'angioletto,
agitata nel suo letto,
con rimorso la mattina
penserà alla poverina.
Rimediare si promette
e verran notti perfette.
Appagati i desideri,
passeran brutti pensieri.
Un sogno
Ti cerco, nei miei sogni angosciosi.
C'è un posto nel mio cuore,
forse nella mia mente,
buio e freddo.
Baratri di solitudine,
dolore e pena infinita
senza te,
che sola puoi colmarla.
Parole che pesano come piombo,
roventi come fuoco.
dolci come miele,
quelle tu dicevi.
Per la mia disperazione,
il mio dolore impotente,
la mia punizione,
ti cerco nei miei sogni angosciosi.
L'isola
Dall'acqua, improvvisamente
sorge.
Turgida come i tuoi seni,
vivida come il tuo volto.
Da un mare azzurro, radioso,
come radiosi sono i tuoi occhi,
appare incantata,
stupita dalla tua bellezza.
Sei inno all'amore,
di tutti e per tutti.
Favola dolce e concreta,
di te soltanto ci si può innamorare.
Gabbiano
Disperatamente
dal mio cuore
ricerca il suo cielo
il gabbiano.
Tra sterpi roventi
costretto
non vede
il suo mare.
Soltanto l'azzurro
d'un sogno vissuto
aprire potrà
quelle ali.
Così
verso il sole
in cerca d'amore
si libra
lontano.
redev ierroV
Vorrei veder vestito
modello di pittore
e nuda una pittrice
sua immagine fissare.
Vorrei veder le navi
con chiglia al sol portarsi
e pesci in cielo messi
e uccelli in mar nuotare.
Vorrei veder radici
d'alberi centenari
all'aria esposte e a venti
e i rami in terra stare.
Vorrei veder spartiti
letti da fondo a cima
godere d'un concerto
la parte d'aspettare.
Vorrei veder malati
uccidere dottori
e lor parenti in festa
pazienti ringraziare.
Vorrei veder i fiumi
recuperar la fonte
e nuvole che aspiran
e neve fanno alzare.
Vorrei veder anziani
al fin tornar bambini
trovando la purezza
d'un tempo da invidiare.
Vorrei veder un mondo
d'amor per l'altro pieno
per vivervi sereni
e più non disperare..
(ringrazio, riconoscente, Sandra Greggio per l'immagine poetica di fiumi e
neve suggeritami)
Fahrenheit 451
Risplendono fiamme
nell'est del paese.
Ritorna il ricordo
di roghi passati,
accesi da chiese
nefaste ed oscure.
D'Egitto Cirillo
bruciò biblioteca
e santo lo fece
il clero di poi.
Così come tutti
tiranni del mondo
Benito con Adolf
bruciarono libri
assieme a Francisco,
temendo cultura.
Così anche oggi
ripete la storia
la lega padana.
Distorce il passato,
inventa regioni.
Di scomodi libri
farà delle pire.
Ma ancora son vivi
quegli uomini libro,
memoria di tutto
sapere del mondo
e ultimo sogno
d'un viver civile.
Lo specchio
Sei vecchio e decadente,
il cuor già si raffredda,
la mente tua si svaga,
ricordi sol nei sogni.
Allor ,per le mie brame,
narrami l'avvenire,
nulla tieni nascosto,
per mio futur capire.
Futuro tuo conosci
guardando al tuo passato.
Tu là l'hai costruito,
d'errori l'hai riempito.
Che cosa poss'io fare
per questo rimediare,
non certo per mio bene,
spezzar quelle catene.
Non v'è ricetta al mondo
che il tempo indietro porti.
Per tuo sconforto dico:
l'amor che tu hai donato
di certo fu scordato.
Attenti al buffone
D'un' etica aggiornata il portatore
di merda ha ricoperto il mio paese.
Da stipendiati servi fu appoggiato,
la mente di noi tutti ha obnubilato.
Prebende a destra e manca egli ha elargito
e in testa v'è romana e santa chiesa
che chiude gli occhi e pur le orecchie tappa.
E' duro rinunciare a tanta pappa !
Trovavan posizione in chiuse case
eserciti di donne compiacenti
oggi, per il voler di quel buffone,
del parlamento occupan poltrone.
Ma pare che il giochino sia finito
e il decaduto ras a pena muove.
Ritornerà in ricchi suoi castelli
e i cieli torneranno un po' più belli.
Ma le macerie di quest'era infame
ardua fatica son per chi s'appressa.
Dover scartare e poi ripristinare
un'era intera tutta da scordare.
Blasfema riflessione
Infinite sono
le vie
del Signore.
Molte lastricate
di buone intenzioni,
per prevedibile calcolo,
saranno.
E dritte
all'Inferno
condurranno.
Minotauro
Cerco nei meandri
scuri della mia mente
Cerco in mezzo a
contrapposti specchi
Cerco una luce
che mille abbaglianti
sprazzi
spezza
Cerco e non vedo
Accecato
Nova
da nana bianca
Quantiche galassie
dove precipitare
sciolgono
memorie
Spazio e tempo
contorti
in circolo
Spazio e tempo
retta infinita.
Scelgo.
Teseo
carnefice lucente
appare.
A Sandra Greggio, riconoscente.
Il velo di Maya
Bambini che anelan carezze da mani
e dietro un cespuglio già s'amano amanti,
e migrano stormi in paesi lontani.
Convegni d'amore con scambi agognati,
con teneri frasi e poi giuramenti,
s'esalta il futuro nei loro disegni.
Ma offuscan la vista quei fili sottili,
inganna la mente volerli passare.
Se brami stracciarli, incollan le mani.
Un'ultima fiamma consuma candela,
riporta alla mente un tempo insicuro,
già fatto d'inganni, d'amare illusioni.
Così per quel velo il ver si confonde
ed Arthur sprofonda nel suo pessimismo.
Col dubbio t'avvolge la trama d'oriente.
Vorrei vorrei
Come elastico
che teso s'avvicina
e subitaneamente sfugge.
Come mongolfiera
che l'elio al cielo spinge
e solide funi
a terra inchioda.
Così tu sei.
Vorrei cesoie
per tranciar quel filo
e sveller quelle funi.
Vorrei donarti ali
che aiutino il tuo volo,
per liberar pensieri
e toglier restrizioni.
Così io sono.
Forse in un altro tempo
ed in altro spazio, forse,
capovolgere sogni
e realtà abolire.
In amaca cullarsi,
col respiro del mare
e carezze di venti.
Così saremo.
(L'immagine dell'amaca mi è stata porta da una squisita poetessa del sito. A
lei il mio ringraziamento.)
Ahi serva Italia di dolore ostello,
nave senza nocchiero in gran tempesta,
non donna di province,
ma bordello !
(Dante -Purgatorio VI- Sordello-)
ORANITALIA
Da fetide fogne, da umide forre
rivedon la luce quei musi appuntiti.
Parea s'evolvesse il nostro destino,
a cieli radiosi aprimmo lo sguardo,
il turpe passato gettato alle spalle.
Ma ancora squittiscon, non fur sterminati,
nel nostro giardino diffondon bubboni.
Le strade si riempion di gente malata,
la peste già segna quell'anime ignave,
quei liberi voli soggioga in catene.
Non vedo un Rieux che possa salvarci,
non odo d'un piffero il magico suono.
Nel ciel s'allontana, s'offusca una stella,
e ha nome Speranza quell'astro sognato,
che torme di ratti han già cancellato.
(Albert Camus, lucido profeta, scrisse e pubblicò "La peste" nel 1947.
Questo libro dovrebbe essere letto e commentato nelle scuole d'ogni ordine e
grado,
unitamente alla Costituzione della Repubblica Italiana)
Silente un piano
Nell'angolo più oscuro,
accosto a una parete,
giaci dimenticato,
ambisci le mie dita.
Vibravano le corde,
per rapide carezze,
gemmavan melodie,
fondendosi con l'aria.
Ora sugli spartiti
le chiavi di violino
son punti di domanda
su ciò che fu il passato.
Ed era in tempi lieti
che davi le tue note,
sorte da sentimenti
e dolcemente amate.
Così resta il ricordo
con forte nostalgia,
per ciò che più non torna,
pensosa anima mia.
Ma quella tua presenza
mi rassicura ancora.
Centellino speranza
che cresce d'ora in ora.
Ritornerò a sfiorare
quei tasti neri e bianchi.
Quei suoni, nel lor volo,
profumeranno il tempo,
l'anima addolciranno.
Amore, lascivia, liscivia
Ho
so
gna
to
di
ssssssssssssssssssssssssss
co
pa
re.
ooohooohooohoooh
sciacsciacsciacsciacsciac
iiihiiihiiihiiihiiihiiih
Al
ri
sve
glio
la
ca
sa
e
ra
brrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr
il
lan
te.
Aiaiaiaiaiaiaiaiaiaia
mociomociomociomocio
perchèperchèperchè
mi duole la schiena?
Dedicata a Cristina Palisi
L'ultima nota
(omaggio a Ludovico Einaudi)
Sigillo fiabesco, memoria d'un canto,
rimane nell'aria una nota sospesa
e ancora riporta del mare l'incanto
a folla silente, rapita in attesa.
Quel piano sfiorato da dita preziose,
che intrecciano suoni di mille colori,
come arpa risuona, a ricordo di cose,
di luoghi vissuti e nostalgici amori.
La sua melodia in cerchio si chiude,
son gravi ed acuti i suoi toni cangianti,
quel lieve ondeggiare risacca dischiude,
carezzan la sabbia quell'onde vaganti.
E pare d'udire l'urlar dei gabbiani,
nel mentre quel cielo s'infiamma al declino.
Poi nasce la spuma, che bagna le mani,
da un'onda che avvolge l'ambiente vicino.
Di salso il profumo, di sale il sapore,
ubriacan quei suoni che scavano a fondo
e dai nostri cuori cancellan dolore.
Ci danno la pace, donandola al mondo.
Così è questa voce che assolve peccati.
E alfin, nel silenzio, rimangon nel cuore
magia di quei suoni, momenti fatati
che dentro han lasciato intenso stupore.
Trascendenza
Quei tuoi grandi occhi mi accendono il cuore
e quei tuoi sorrisi mi bruciano dentro.
Si muovon le mani, son lente e affamate,
respiro si fonde con lingue incollate.
Nel tuo apparire ritrovo l'amore
che placa e ricrea che appaga appagando.
Se guardo il tuo viso, di luce diffuso,
mi par di volare in cielo confuso.
E il cielo stupito raccoglie il tuo grido,
ci manda un fulgore che abbaglia e frastorna.
Son fili di pioggia quei raggi di sole
pervadono tutto e mancan parole.
Così è questa fiamma, scambiata con gioia,
donarsi, fremendo, di questo languore.
Poi resta il silenzio e un rotto ansimare,
un tenero abbraccio il tempo a fermare.
Di cose perdute rimane l'inganno,
visioni dissolte, memorie avvilite.
Trascende il reale quel tempo fatato,
incanto vissuto o solo sognato.
Gerundiade
(sollazzo poetico con licenze)
Amando l'amor per l'amore,
badando a non perdere il cuore,
cantando quel che forse accosta,
donando ben oltre il dovuto,
essendo alla fine cornuto.
Facendo di legge dovere,
godendo dell'altrui piacere,
habendo una pena nascosta,
iellando chiunque io possa,
lasciando frementi le ossa.
Muovendo così questa vita,
narrando alla gente assopita,
offrendo per loro risposta,
pensando che hanno iattanza,
quotando la lor stravaganza.
Rendendo normato il piacere,
sognando quel suo bel sedere,
tornando di nuovo ove sosta,
uscendo col viso poi bianco,
vedendo nessuno al mio fianco.
Zappando…. alla fine…. un po'…. stanco.
S e n z a t i t o l o
Son com' antiche ossa
quegli occhi supplicanti.
Flaccidi e neri seni
di vita inganno danno.
Il sole già arroventa
drammatici silenzi.
In nugoli d'insetti
galleggiano quei corpi.
Svagati noi vediamo
volti emaciati e smorti
che bramano soltanto
un'esistenza umana.
Laggiù vi son ricchezze,
predate dai più forti.
Tristi figuri indegni
violato han quelle terre.
Rimbombano gli spari,
si stupra in ogni dove.
Godiam quell'abbondanza,
lo sguardo distogliamo.
Da quelle pietre viene
l'arcobalen di luci
che riempion di colori
dimore di mercanti.
E stanno in ricche stanze,
comodamente assisi,
color che, decidendo,
destini affosseranno.
Ed ecco all'orizzonte
barconi fatiscenti.
Da scuri teschi ornate,
navi da guerra avranno.
Pare che dallo spazio
un dio tutto ciò vede,
ma in altro affaccendato,
per lunga tradizione,
non fermerà il peccato.
C a r e z z a
Era con le mie dita
che il viso accarezzavo.
Scorrevo quella seta,
sfioravo il suo bel collo,
scoprivo la sua gola.
Il colle del suo mento,
per poi trovar la bocca
socchiusa in un sospiro
e, come meta ambita,
alfine riposare.
Un lieve bacio dato,
con tenera intenzione,
poi con le mani a coppa
raccogliere quel volto,
lambire quelle labbra.
E freme di passione
tutto il suo caldo corpo
vibrante nell'amore.
In gemiti mutati
quei dolci suoi sospiri.
Per noi fu poi riposo.
Protetta dalle braccia,
il capo a me appoggiato.
Sentire il suo profumo
goder del suo sorriso.
Sinite parvulos venire ad me
( Matteo c. XIX v.14 )
Refuso d'un refuso
Qui smentisco immantinente
quanto ieri ho già smentito
e perciò, probabilmente,
da nessuno fui capito.
I nemici m'hanno in odio,
il mio cuore s'intristisce.
Nera è come quel petrolio
la lor mente che marcisce.
Evangelico è il mio fare,
ed al mondo destinato.
Che cos'altro poss'io dare?
Sentimento ho delicato.
E l'amore che vi dono
certo voi non meritate.
Su chiedete il mio perdono
e per voi sarò gran vate.
Che saranno mai le sere,
canti e balli permeate,
se ritornan primavere
per me ormai già trapassate?
Per fortuna che il buon viagra,
ch'è compagno al bunga bunga,
rende vita meno agra,
la farà di molto lunga.
Imparate la lezione,
cari sudditi ossequienti,
alla storia l'attenzione
su ponete consenzienti.
Fu tragedia nel trascorso.
Grazie a questa mia presenza,
divien farsa nel percorso,
sol con qualche flatulenza.
Haiku in libertà
Pane fragrante
ai miei baci serrate
son le tue labbra.
********************
Vide l'amore
in un sogno notturno
cupo risveglio.
********************
Il tempo fugge
cerca un traguardo vuoto
trova la fine.
********************
Cercava l'uomo
con la lanterna accesa
e nulla vide.
********************
Caparbiamente
cercare la verità
stolta illusione.
********************
Acqua di fiume
perenne movimento
nel mar dei sogni.
********************
Con l' inseguire
nuvole passeggere
ora ti perdo.
********************
Quel puffo osceno
che i suoi danar nasconde
farci servi vorrebbe.
********************
Profuma l'aria
quella spuma di mare
di salso e sabbia.
********************
Il vento porta
tenero il canto tuo
oggi t'aspetto.
********************
"per Sarah, di una
lunga teoria, ultimo
fiore reciso"
Senza fine
Chi è debole soggiaccia
alla violenza bruta!
Da belva, spoglia d'uomo,
altra crudeltà viene.
Ed ecco che all'elenco
un fiore oggi s'aggiunge.
Radio, tv, giornali
analisi faranno.
E dotti d'ogni risma,
tra spot pubblicitari
e canzonette gaie,
il fatto illustreranno.
E poi verrà qualcuno
che invocherà il perdono,
così che di Sanremo
godere noi potremo
e con coscienza monda,
sereni dormiremo.
Guardandoci allo specchio
noi arrossir dovremmo
chè a questa oscenità,
d'indifferenza figlia,
scordata la notizia,
altre ne seguiranno.
Già salgono alti lai:
"ma io che cosa c'entro ?"
"io credo nel buon dio !"
"e se nel suo apparire
sfrontata lei sembrasse ?"
"la colpa è di suo zio !"
Disgusto senza fine
da 'sta vicenda atroce.
Ribrezzo per quell'atto.
Per la bambina pena.
Ma orbare le coscienze
ben altro orrore crea.
Orrore senza fine,
orrore senza fine,
orrore senza fine,
orrore senza fine,
orrore senza fine,
orrore senza fine.
haiku
Così si nasce
malati terminali
senza speranze.
"vos et ipsam a Salvatore Armando
Santoro
civitatem
benedicimus" ed a tutti i poeti calabresi.
Magna Grecia e dintorni
Il Pollino imbiancato
innanzi mi compare.
Su un arido terreno,
contorti come ulivi,
quei pini loricati
profumano già l'aria.
E querce e faggi e cerri
compongon boschi eterni.
Vestigia d'un maniero,
a coronar la cresta,
sovrastano la strada.
La nebbia che m'avvolge
dissolve selve e prati.
Corro una galleria,
cerco la luce in fondo,
neve e rifugio trovo.
Poi verso sud m'appresso.
Svelta la strada scorre
tra forre e casolari
di quell'antica Sila,
prospera di foreste,
da valli lacerata.
Delle megar le timpe
comprendo il lor'arcano.
L'ampio respir del mare
un tuffo al cuor mi dona:
Falerna v'è distesa
e il nome a lei deriva
da quella dolce ambrosia
che consolò Pilato
quando emanò, perplesso,
all'unto ostil sentenza
Quell'acque basse e chiare
risplendono di raggi,
e rendon sfumature
d'ogni color turchese.
Scintilla all'orizzonte
la vela d'una barca
e gridano i gabbiani,
dal vento sostenuti.
Si snoda poi la riva
fino alla Costa Viola,
con Pizzo a quell'estremo
che domina quel lido.
Scendendo l'erta china,
ad ogni suo tornante,
precipitar mi sembra
in quel lucente mare.
E' qui che Gioacchino,
di Napoli re breve
e condottier valente,
da Ferdinando quarto
fu vinto e condannato.
Murat, borbon spregiando,
in un comando estremo
volle il ploton guidare.
Volare su quel mare,
correndo su quei ponti,
m'inebria la ragione
e di stupore colma.
Così, lontana, arriva
Scilla col suo castello.
Innanzi a lei Cariddi,
col suo proteso artiglio.
In quell'acque cobalto
Ulisse spiar volle
quelle, che un tempo ninfe,
la gelosia di Circe
in mostri trasformò.
Perciò si fè legare,
con cera nelle orecchie,
per ingannar sirene.
In Reggio alfin riposo.
Le voci di mercanti
ridestan la città.
E' come un dolce canto
"A 'stura v'arrifrisca".
Panieri giù calati,
ossequio al nuovo giorno,
colgono fichi e gelsi.
Da strade strette e scure,
tra voci concitate
e clacson impazziti,
all'improvviso appare
del duomo la gran luce.
Romanico si sposa
con gotico ispirato.
Risplende il suo candore.
Ed eccomi al museo.
Fu forse Policleto
oppure il sommo Fidia
che i bronzi un dì crearon ?
Svettanti in una sala,
dal mar guerrier risorti,
benignamente guardano
folle da tutt'il mondo.
Quel lungomar ch'è sogno,
percorro un po' stordito
e nelle ville ammiro
del liberty il retaggio.
Trinacria ora mi chiama.
Il ventre d'una nave,
all'urbe, un tempo felix,
doman mi condurrà.
E lascio la Calabria
con nostalgia nel cuore,
terra dimenticata
da tutti i governanti.
Nessuno più ricorda
di Campanella il libro,
nè Repaci od Alvaro.
Da 'ndrangheta avvilita.
PS.: questa, come tutte le altre poesie, è dedicata a tutti i
sitani, oltre che ai calabresi. Ma per chi calabrese non è, credo necessiti un
sintetico chiarimento su alcuni suoi passaggi:
"Pino loricato": è una conifera, non autoctona ma importata dalla Spagna,
presente soltanto in Basilicata. Cresce su terreni di tipo carsico, normalmente
in cima ad una montagnola. Albero basso (3, 4 metri) ha l'aspetto contorto
dell'ulivo, rami penduli e corteccia particolarmente dura.
"Delle megar le timpe": la Sila è solcata da numerosi valloni che corrono
perpendicolarmente all'autostrada. Timpa = vallone, megara = maga, strega.
Sull'A3 un cartello avverte che stiamo passando accanto alla "Timpa delle
megare".
"a 'stura v'arrifrisca": significa "a quest'ora vi rinfrescano" ed è il canto
col quale, in ore molto vicine al sorgere del giorno, gli ambulanti offrono
gelsi bianchi e fichi. Dai balconi scendono i panieri con dentro i soldi per
l'acquisto. E' un mio ricordo palermitano dell'immediato dopoguerra, e l'ho
risentito a Reggio qualche anno fa.
"vos et ipsam civitatem benedicimus": è la scritta incisa ai piedi d'una stele,
al vertice della quale è posta la statua d'una madonna, all'ingresso del porto
di Messina. E' un saluto a tutti i viaggiatori ed un segnale di fratellanza.
Ringrazio chi avrà avuto la pazienza di leggermi e saluto caramente tutti i
sitani.
Piero Colonna Romano
I n f e r n o ?
Le gobbe d'una strada
seguì velocemente.
Venia d'altra contrada
altri rapidamente.
In ciel si ritrovarono
per cominciar la lite.
I santi l'arbitrarono
col lor guardare mite.
Però dall'incidente
i due oltre passarono
e non c'entrava niente
ma i cuori rivelarono.
Fu subit' un subbuglio:
"La moglie tua vendesti."
"Ma senti un po' che raglio:
la mamma tu potresti."
"Con te i pargoletti
sicuri non staranno
e chiuderan gli occhietti,
temendo qualch'inganno."
"Che c'è di te poi dire?
col fisco non sei onesto
e facile è predire
che finirai nel cesto."
"A larghe mani spandi
sogni ed infamità,
la droga a tutti quanti
tu vendi in libertà."
I santi, inver stupiti
da tale esibizione,
restarono allibiti
da simile tenzone.
Riuniti in un conclave
a lungo discettarono,
un pater nostro, un ave,
sentenza alfin vergarono.
"Non v'è infernal girone
che accogliervi vorrebbe.
Quest' è la punizione
che certo converrebbe.
Ma in terra tornerete,
peggior che nell'averno
così la vita avrete.
Per voi sarà l'inferno !
Tornarono a lor siti
e qui perseguitati,
da crudeltà avviliti
e pur sodomizzati.
Scontarono il lor fio
con lacrime roventi,
pregarono il lor dio
di renderli redenti.
Impietositi i santi
in ciel li richiamarono
e nei calor fiammanti
poi li precipitarono.
L' I l l u m i n a t o
Verità vanno cercando,
sulla strada della seta,
e cavalli cavalcando,
cercheran chi li disseta.
Questi candidi destrieri,
oro e azzurro finimenti,
porterann'i forestieri
verso mete convenienti.
"Cara Amal, amica mia,
su raccogli il tuo sitar,
canta per la nostra via,
rendi lieve questo andar."
La violenza del deserto,
la durezza del percorso,
li stremarono di certo
anelando ultimo sorso.
Ed alfin all'orizzonte,
sopr' un monte, sulla cima,
la città di tutte l'onte,
Samarcanda s'avvicina.
Quivi giunti chiederanno,
destra e manca ansiosamente,
"chi alla sete non fa danno,
chi disseta veramente ?"
Ricevuti nel castello,
dal sultan della regione,
ecco il re di quel bordello
che impartisce la lezione:
"Quei che qui non vo' restare,
esecrando 'sto mercato,
scelse solo il meditare
fino all'ultimo suo fiato.
Con la vaga tua compagna,
guadar l'Oxus voi dovrete
e scalando la montagna
nella grotta il troverete."
Si rimisero in cammino,
gonfio il cuore d'emozione,
certi del loro destino
di trovar la soluzione.
Grande gioia fu per loro
la caverna rinvenire,
nella mente quasi un coro
per l'auspicio divenire.
E così, dinanz'a loro,
ecco appare il gran vegliardo,
vestimenta prive d'oro,
tant'affetto nello sguardo.
"Whaid altri m'han chiamato
sin da quando rinunciai
a restare in quel mercato,
fonte di primieri guai.
Quell' è un luogo di vergogna,
di Babel la confusione
e vi regna la menzogna
quale unica ragione.
So che voi state cercando
Verità, unico bene
e per questo, camminando,
qui giungeste dopo pene.
Tu bruciasti tuo passato
ricercando savi esperti,
ora in luogo malfamato,
ora andando per deserti.
Non v'è saggio, qui nel mondo,
che rispondere saprebbe,
quel che chiedi, vagabondo,
dentr'il cuor albergherebbe.
E nel cuore dell'onesto
ben nascosta c'è una luce,
guarda là con un pretesto
sol' il ben ti ci conduce.
Quest'io dico alla partenza:
Verità, suprema dea,
accompagna l'esistenza
di chi amor ognor si bea."
Piero Colonna Romano
Wahid di Piero Colonna Romano: So che non è usuale commentare le
proprie poesie e, forse, neppure opportuno. Ma questo, più che un commento, è
una spiegazione che credo di dovere. E' per capirci meglio, nipotina mia!
I nomi arabi Amal, Oxus e Wahid corrispondono rispettivamente a : la speranza,
il fiume nei pressi di Samarcanda e l'ineguagliato.
I cavalli simboleggiano la mente ed i finimenti la fantasia che la orna. Così
come il deserto simboleggia il mondo in cui viviamo e la durezza del percorso,
il vivervi. L'ultimo sorso, ahimè, è la morte, desiderata per gli stenti subiti.
Samarcanda è stata scelta perché punto centrale della via della seta, quindi
luogo frequentato da un'umanità fatta di mercanti, notoriamente non proprio
sinceri.
Tutto il resto è trasparente.
E termino con due aforismi sulla verità: "Non uscire fuori di te, rientra in te
stesso; la verità sta nell'intimo dell'anima umana" (sant'Agostino) e "Tutto è
divenuto; non ci sono fatti eterni: così come non ci sono verità assolute" (F.
Nietzsche). A voi la scelta.
Un ben ritrovati ed un caro saluto a tutti. P. Colonna Romano
Topante
(apologo allegorico, retoricamente figurato)
Un giorno un topo vide,
s'era di primavera,
un'elefanta al bagno,
scendeva già la sera.
Fu galeotto il stagno
e magici i colori,
all'elefanta il topo
narrò questi dolori:
O dolce mia piccina
di te m'innamorai,
del cuor la mia regina
un giorno tu sarai.
La dolce elefantessa,
invero già stupita,
rispose un pò' perplessa:
vorretti per la vita.
M'ahimè topino bello
diggià promessa fui.
Voler di mio fratello
ed anche dell'altrui.
Ma la tenzone amara,
tra cuore ed il dovere,
io scioglierò stasera.
Branco deve sapere !
Scese nella radura,
vide tutti gli astanti.
Nel cuore la paura,
ma col dover davanti.
In cerchio tutti quanti,
al centro la gran rea,
udirono vocianti
quello che dir volea.
Poi cominciò un tumulto:
che credi tu di fare,
da che paese arriva,
non vedi ch'è foresto,
la pelle ha pien di peli,
in Rha egli non crede,
non mangia le banane,
persino boscaioli
a lui la caccia danno,
e la foresta è piena
di simili furfanti.
Quel pugno di briganti,
via così dicendo,
la testa le confuser.
Lacrime van scendendo.
E si levò il gran saggio:
elefantessa rogna,
tu sai che a noi fa aggio
che sposi chi t'agogna.
Al branco un grande dono
quel giorno porterà.
Deh chiedi il suo perdono,
d'amor ti riempirà.
E poi non ti scordare,
siamo la razza pura,
con quello che vuoi fare
tu ne farai lordura.
Perciò quest'io ti chiedo,
curvo su mie ginocchia,
non darci questo spiedo,
cessa di far la 'ntrocchia.
Sdegnata ed avvilita
abbandonò il consesso,
s'arrampicò in salita
tornand'al suo possesso.
Questi che l'attendea,
di molto trepidante,
chiese con voce tesa
sentenza, esitante.
E quando alfin sapette
la storia dall'amata,
d'acchito promettette:
l'avrebbe mai lasciata.
Per cieli puri andaron
cercando loro mondo.
A lungo essi s'amaron
felici a tutto tondo.
E giunse poi l'inverno.
Vibrava del suo amore
la coda d'una stella.
La neve era un candore.
Un suono allor si spanse,
nell'aria tersa e chiara,
un tenero vagito
salì da quella cara.
E verso il cielo sale,
quel morbido sospiro,
a traforar quegli astri
portando il suo respiro.
Topante ei fu nomato,
accolto fu da un coro:
tu toglierai peccato,
amore avrai per loro.
Il cielo allor s'aperse,
le stelle palpitaron,
il vento poi disperse
nequizie e infamità.
Le trombe del giudizio
sonaron inquietanti,
nell'ora del solstizio,
cercando i lestofanti.
Ma quel sublime amore
tutto avea mondato
e il fosco trombettiere
a casa fu mandato.
Occhi di luna
Occhi di luna,
velati d'azzurro
lampi di gelo
a nascondere il cuore.
Occhi di cielo,
velati d'amore
occhi di mare
sereni, ridenti.
Labbra corallo
perle splendenti
bocca che dici
soavi armonie.
Labbra dischiuse
esitanti, assetate
teneri fiori
che baci sospiran.
Mani preziose
di dolci carezze sperate
mani gentili
sottili profumi inebrianti.
Immagini lievi
d'un sogno d'amore
vissuto.
Correndo la vita
Grigio
d'asfalto un nastro
rapido si svolge.
Traguardi di dolore
all'eterno orizzonte.
E questo nastro
che non vuol
finire.
Ascolta
Dal mare sale una canzone
e copre la mia voce.
Dentro ammaliante penetra
rapisce e tutto incanta.
D'amore parla e di dolore
e rende dolce la sera.
Ispira musici e poeti
per carmi e sinfonie.
Il mare, che cuori vuole
per addolcirne battiti,
suoi messaggi d'amor manda
perché nostri divengano.
In quegli azzurri onirici
da gravità affrancati
immergersi, così, lentamente
e in un sogno volare.
Se la sua essenza intendi
tu troverai la pace
nel mar che dei suoi riti
sacerdoti ci vuole.
Ascolta
Dal mare sale una canzone
e copre la mia voce.
Lorenzo to day
(manipolazione azzardata di "Bacco e Arianna" di Lorenzo de' Medici)
Quant'è bella corruzione
che permane tuttavia!
Chi vuol esser lieto sia:
sul doman v'è una certezza.
Questa gente svaporata
ama solo il suo presente,
perché 'l tempo fugge e inganna
e nell'oggi è il godimento.
Queste ninfe ed altre genti
son felici tuttavia.
Chi vuol essere lieto sia:
sul doman v'è una certezza.
Quel paffuto satirello,
delle ninfe innamorato,
per lettoni e per palazzi,
ha lor posto cento agguati.
E, dal viagra riscaldato,
balla e salta tuttavia.
Chi vuol esser lieto sia:
sul doman v'è una certezza.
Le ministre hanno anche caro
da lui essere ingannate,
non pon dare a amor riparo,
pena al posto rinunciar.
Ed allora, con letizia,
sì, la danno tuttavia.
Chi vuol esser lieto sia:
sul doman v'è una certezza.
Questa soma che vien dietro,
sopra l'asino, è un seguace.
Così vecchio è ebro e lieto,
già di carne e gotta pieno;
se non può star ritto, almeno,
nel suo scranno al parlamento,
ride e gode tuttavia.
Chi vuol esser lieto sia:
sul doman v'è una certezza.
Mida vien sopra a costoro:
ciò che tocca oro diventa.
Ma che giova aver tesoro
se altri poi non s'accontenta ?
Ma che cosa vuoi che provi,
quel paffuto satirello,
tormentato da una sete
che s'accresce tuttavia.
Chi vuol esser lieto sia:
sul doman v'è una certezza.
Ed è questa la lezione
che da Mida ci proviene:
ciascun apra ben gli orecchi,
del doman nessun si paschi,
oggi siam, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi,
ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto sia:
sul doman v'è una certezza.
E prosegue allegramente:
donne e giovinetti amanti,
viva Bacco e viva Amore!
Ciascun suoni e canti e balli!
Arda di dolcezza il core,
non fatica, non dolore tuttavia.
Chi vuol esser lieto sia:
sul doman v'è una certezza.
Ed è questa la certezza:
ecco, un giudice fetente,
dagli eccessi un po' allarmato,
vuol veder fino a che punto
tutto ciò sia confacente.
E scavando e riscavando
spuntan fuori le magagne
e le rogne e le menzogne
di re Mida ormai spogliato
e da tutti abbandonato.
Nel dolore tuttavia.
Chi vuol esser lieto sia:
ciò c'ha esser convien sia.
Duetto
Un conto
ti conto
per accanto
restarti.
Un canto
ti canto
per la mente
assonnarti.
Il volto
ti volto
per dopo
ammirarti.
Il velo
poi svelo
per meglio
scoprirti.
Non qui ho adoprato
il termine adatto
se no la censura
mi arriva dal matto.
Aperti quegli occhi
di molto assonnati
pronunci parole
di molto impastate.
E questo racconto
un po' pigramente
rivolgi a me stesso
ancora fremente.
Un conto
ti conto
per accanto
restarti.
Un canto
ti canto
per la mente
assonnarti.
Il volto
ti volto
per dopo
ammirarti.
Il velo
poi svelo
per meglio
scoparti.
Qui ecco adoprato
il termine adatto
l'infame censura
sarà per quel matto.
Censura non vuole
l'amore sincero
e questo lo dico
perché questo è vero.
La regola eterna
per tutti poi conta:
donate davvero
…così si racconta.
Estremo finire
Infiammati angeli
scagliati nello Stige
e turpi demoni
al cielo ascesi trionfanti.
Smarrito l'umano sentire
nel rumore assordante
dei propri egoismi
confuso dalla fame del tutto.
Cancellati i dolci silenzi
ciechi d'amore e di giustizia
assetati di pace, flebilmente andiamo
in un mondo che non possediamo.
Così, soltanto
vedo la pace
nell'estremo finire.
I silenzi
Del mare ho ascoltato la voce
e del mare ho bevuto l'amaro.
Torri di spuma, d'arcobaleni trafitte
e folli gabbiani la loro fame urlano.
Nel mare ho cercato la pace
e nel mare ho trovato i colori
che drogano l'anima
e straziano il cuore.
Dal mare in dono t'ho avuta
e nel mare la vita s'è schiusa.
Rivedo quegli occhi velati d'azzurro
quei lampi di gelo a nascondere il cuore.
Ed i silenzi
i silenzi
i silenzi
i silenzi.
I tuoi con quelli del mare
in loro immergersi
in loro annullarsi
cercando la pace.
Questo sole
E' questo il sole che illuminava Orfeo
quando per Euridice
il suo canto cantava ?
E' questo il sole
che la sua trasgressione vide
e non volle impedire ?
Questo sole che indifferente ci guarda
vede i nostri peccati, di questi ride
ed il nostro tempo batte.
Oscurato dai nostri egoismi
appeso al suo cielo,
sempre più s'allontana.
Altrove donerà il suo amore.
Poesie
Per te scrivevo poesie,
in un tempo dove poesia era
averti.
Poesie che dalla tua danza nascevano
e dai tuoi occhi e dal tuo
dolore.
Poesie scrivevo per te,
quando il mio spazio ed il tuo, assieme, si
fondevano.
Scrissi per rivelarti l'anima
l'anima che ti donai perché tu scoprissi
amore.
Scrissi perché avevo visto
la tua angoscia, sapendo che salvarti
potevo.
Scrissi con le mie lacrime,
perché volevo che le tue
celassero.
E lacrime, poesie ed amore
tutto ti dedicai, me stesso ed ogni mio
respiro.
Per infrangere ogni mia illusione
contro la tua sete di
nulla.
Questo tempo
(omaggio a Prevert)
Questo tempo, generoso e crudele
che ineluttabile scorre
che distilla, di gioia e dolore
lacrime.
Questo tempo, pietoso e perfido
che dona e poi toglie
che illusioni d'amore e certezze di tradimenti
regala.
Questo tempo, tenero e orrido
che blandisce e inganna
che sentimenti confonde e coscienze
corrompe.
Questo tempo, alla fine giunto
di sangue e sale e singhiozzi frementi
e voci senza senso, fa gocce di pianto
versare.
Così è il tempo, il mio ed il tuo
senza certezze, come un gioco d'azzardo
dove soltanto perdere si potrà
l'anima.
Nelle città invisibili un tempo accadde
Dalle parti di Despina,
nacque, un giorno, un'agnellina.
Belli gli occhi e un bel sorriso,
si vedevan sul suo viso.
Ma l'assente libertà,
danze e canti ognor negati
e costretta in una gabbia,
le causaron molta rabbia.
Tracotante e un po' stronzetto,
giunse un giorno un bel lupetto.
Questa si che me la pappo, con l'aiuto dei gestori,
di sicur la faccio fuori !
E così la maritaron,
in gran pompa e in tutta fretta,
incuranti del destino
della splendida agnellina.
Per la Cina la portava,
le sue brame s'appagava,
come un cane la trattava.
La rivolta in cuor covava…..
La rivalsa di Valdrada, poi Laudomia e dopo Ersilia
ed alfin giunse a Perinzia
l'agnellina addolorata,
senza amore assai provata.
Ed in quello di Perinzia,
un gabbiano vagabondo,
l'agnellina sofferente,
rincuorò teneramente.
Diede amore mai provato,
quel desio di protezione,
la dolcezza di uno sguardo,
tanta, tanta comprensione.
E dal cuore del gabbiano,
dal suo cuore innamorato,
con immensa dedizione,
tutto questo le fu dato.
Per decenni ed anni ed anni,
ed ancora per millanni,
tutto questo durerà.
Chissà come finirà ?
Ma i bisogni dell'agnella,
alle terme la portaron.
I bisogni……e più le voglie,
dal gabbian l'allontanaron.
Da Sofronia o da Leandra
ecco arriva un omaccione,
elegante, fascinoso
e dotato di pancione.
Questo esperto in arte antica,
ch'è chiamata la conquista,
l'agnellina sottomette,
proprio alla prima vista.
L'agnellina consenziente, per l'aspetto del mandrillo,
per le mai soppresse voglie,
rompe il volo del gabbiano,
ne sotterra pur le spoglie.
Incurante del dolore,
incurante del futuro,
ora agisce sol nel dolo,
ora agisce nello scuro.
E nel dolo e con menzogna,
ha svoltato la sua vita.
E il gabbiano…..
ancora sogna.
Ma dall'alto del suo volo,
dal profondo del suo cuore,
con amore sconfinato,
saprà porre fine al duolo.
Torneranno i giorni chiari,
per l'agnella ed il gabbiano,
torneranno e, come allora,
se ne andranno mano in mano.
I l g i o c o
Lungo nel tempo
d'amore un gioco
e piccoli, improvvisati giochi
lo accompagnavano.
Vedere, sapere, fingere
e, soffrendo, sperare
nel tempo, nei sentimenti
e dell'amore la forza.
Di noi, il gioco ingannevole
dalla fede sorretto
e dalla morale
al termine giunse.
Quelle piccole nubi
di tempesta presaghe
tutto di noi travolsero
spazzando, crudelmente, anime.
Tutto muore
con Dio le nostre speranze
le nostre illusioni, la mia tenerezza
nel sonno della tua mente.
L'abbandono
Lentamente distilla
gocce di dolore
l'abbandono.
Scendono nella gola
col loro sapore
di fiele.
Colmano il cuore
cacciandone il sangue
d'amarezza.
Bruciano l'anima
ed ogni pensiero
annullano.
Disperante solitudine
in cambio d'amore
donata.
Cinica empietà
che mai cancellare potrà
quell'amore.
Dentro rimane la speranza
che dal dolore non nasca
dolore.
Cervo
Nel mare lontano, un disco d'argento
annega i suoi raggi.
Impervi e stretti carugi
lampi di luci tra gli archi e le mani si cercano.
Lieve ansimare e fugaci carezze
baci sfiorati.
Dolce il tuo fianco contro il mio
dall'alto, l'indifferenza degli altri vedere.
Poi, come un sogno, nel silenzio irreale
un suono che avvolge.
Penetra dentro e l'anima scava
impalpabile e pure reale.
Verso quel disco s'innalza
ne offusca il chiarore.
Note che vibrano, ora gravi ora acute
e pizzicati e trilli, rapiscono.
Melodia che di te profuma
perche' da te, come amore, deriva.
Da te e per te, per noi
d'azzurro colora una nota.
Sognando Segesta
Un agave nella sua carne
incisi i nostri nomi porta
distorti dal tempo
dolorosamente si toccano e confondono.
Vestali pagane assetate d'amore
là, sotto quella pianta
cantano i loro riti
da mille anni, ogni notte.
Ed un raro fiore, bianco e abbagliante
ogni notte sboccia
per illuminare quei nomi
e, delle vestali, i loro atti d'amore.
Magico un canto si leva
lento, dolcissimo e antico
per dire al cielo
di quest'amore terreno.
Ed i nomi s'infiammano
levitano dalla foglia
abbacinanti volano sulle colonne
lievi, sul tempio, si posano.
Le vestali, prone
il nostro amore onorano
perché del cielo
e degli dei degno.
La falena
Danza,
dalla luce attratta,
una falena.
Dal calore respinta,
quasi fosse un avviso,
avviso d'azzardo.
Nella luce specchiarsi,
a coglierne il chiarore,
per effimero risplendere.
E' quella la meta:
su ali brunite,
d'una candela riflessa la luce.
Volteggia vicina,
ignora il calore,
vicina, vicina, vicina.
Sul tavolo spoglio,
con ali svanite
e cieli perduti, resta.
Il tempo
Così, come le illusioni, cadono le stelle.
E negli occhi, come nel ricordo,
effimere restano luminose tracce.
Non esiste il futuro
e ciò che resta è il passato.
Così, come le stelle, nel passato viviamo.
E luminoso lo sappiamo.
Gli attimi che viviamo,
fuggenti, imprendibili, incomprensibili,
appena vissuti sono già passato.
E quel che resta è la luce,
sempre più flebile,
della memoria.
E, nel suo cosmico vuoto,
non resterà passato, presente, futuro.
Ma il vuoto, il vuoto, il vuoto.
Il vuoto dell'eterno nulla. |