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Poesie pubblicate il 25-26 Ottobre 2021

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Antologia poetica

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Poesie d'esordio
2002-2016
 


 

81
Onirica

altro il reale mi dico -
a trapassarmi una lama di luce


mi sveglia un'accecante
finestra-specchio

mi vive ancora una distesa
di mare
a riempirmi di serenità -
vedevo venire dal largo
i miei morti che mi sorridevano gentili

non mi sentivo carne ma solo sogno
sapevo d'essere

Da Afflati, 2018-2019
Felice Serino
 

IV
Antes que el Diablo sepa
que estás muerto,
te levantarás de tu sucio lecho
para conquistar las calles
y decirte a ti mismo:
que no tienes certezas en tu camino.
Y antes que el Diablo sepa
que estás muerto,
te bañarás de lluvia y de luna
bajo un cielo gris perpetuo,
y tu ciudad se pegará a tu piel
es el sello que te diferencia
de mí, de ella y de aquel.
No sobornarás a tu sombra
no callarás tu canción
no reptarás por las calles
romperás tu propia prisión.

Da Lesbianas
federico rivero scarani
 

La fin des illusions
voici que je redescends de la montagne
que je comprends cette étrange chose
il y a dans toute solitude crue
une furie de tendresse folle
que très peu peuvent soutenir
elle porte en elle la conscience du zéro
elle offre ses mains et le reste aux vents

elle ne garde rien elle ne peut plus
alors on s'échappe du béton
on s'abstrait de la peur de soi-même
et les trémulations des amours
les magnétismes d'amitié
les cordages familiaux
le sang pesant des aïeux
tout cela est loin et c'est bien

nos ficelles s'épuisent
toute image de soi est toujours falsifiée
jamais dans la beauté de l'espace vide
où l'on n'est qu'un frisson gratuit
il n'y a plus de redevance
juste la violence de cette tendresse
qu'on est seul à pouvoir vivre seul
sans personne à qui dire combien
le langage quotidien est si loqueteux

alors on sait le poids toujours veuf
de ce mot liberté parfaitement synchrone
avec la dispersion du je
ce pronom si impersonnel
qu'on ne peut plus le prononcer
enfin il n'y a plus rien à attendre de soi
pour que commence ce là où s'arrêtent les mots

ce là qui n'est pas seulement d'ici
alors oui est le seul mot
désintégral il annihile
les histoires les drames les temps
un oui si calme qu'il ne répond plus
de ce monde de quadrilatères
il se tait oui ce oui
alors oui l'infini est

si friable si indestructible
il dit aussi vrai que cet être
qui ne dit plus rien
ce zig qui marche seul
si loin de tous
si proche de tout
qu'on dirait un papillon
que personne n'a jamais vu
José Acquelin

La fine delle illusioni
ecco che ridiscendo dalla montagna
che capisco questa cosa strana
presente in ogni cruda solitudine
un furore di folle tenerezza
che pochissimi posso sostenere
esso porta in sé la coscienza dello zero
offre le sue mani e tutto il resto ai venti

esso non guarda niente non ne può più
allora ci sottraiamo al cemento
ci astraiamo dalla paura di noi stessi
e dai tremori degli amori
dai magnetismi dell'amicizia
dai legami famigliari
dal peso del sangue degli avi
tutto ciò è lontano e va bene così

i nostri legami si esauriscono
ogni immagine di sé è sempre falsata
mai nella bellezza dello spazio vuoto
dove non siamo altro che un brivido gratuito
non c'è più nessun obbligo
solo la violenza di quella tenerezza
che siamo soli a dover vivere da soli
senza nessuno a cui dire quanto
il linguaggio quotidiano è così lacero

allora conosciamo il peso sempre vuoto
della parola libertà perfettamente sincrona
con la dispersione dell'io
questo pronome così impersonale
che non si può più pronunciare
alla fine non c'è più nulla da aspettarsi da se stessi
perché inizi là dove si fermano le parole

quello che non è solamente di qua
allora il sì è la sola parola
disintegrante essa annienta
le storie i drammi i tempi
un sì tanto calmo che non risponde più
di questo mondo di quadrilateri
tace il sì questo sì
allora è vero l'infinito è

così fragile così indistruttibile
dice il vero come questo essere
che non dice più niente
questo zig che cammina da solo
così lontano da tutti
così vicino a tutto
che si direbbe una farfalla
che nessuno ha mai visto
José Acquelin      traduzione di Nino Muzzi
 

La notte e Lei
In questa notte senza stelle
i pensieri mi avvolgono
Non mi fanno dormire
Quasi che la notte
Col suo silenzio
Voglia prendersi beffa di me

Fra poco giungerà il giorno
Col suo limpido cielo
Pieno di luce
E questi pensieri
Cercheranno rifugio tra i rumori
Della vita che riprende
Per celare chi affligge il mio cuore
Ma, sarà solo illusione
Il cuore ogni notte li farà rinascere
Portandola a me!
23/10/2021
Pasquale Di Meo
 

Sotto il cielo d'ottobre
Passeri volano veloci
ammaliati
dalle bacche rosse e gialle
sotto il cielo luminoso,
foglie vestite d'ambra e ocra
cadono lievi
danzando dolcemente
il ballo dell'addio,
aghi di pino
d'oro ramato
riposano finalmente
su soffice tappeto.

Frulli di pensiero,
fruscii di ansie,
sospiri di pace
alitano verso la luce
dell'Immenso.

Da Le strade della vita
Nino Silenzi
 

Mai dire mai
Mai dire mai e indietro più non torno
e non pensare mai che tutto è perso
io nell’amor ci guazzo e sono immerso
domani è proprio vero è un altro giorno.

D’amor io vivo e tanto ve n’è intorno
a un cielo bigio segue un cielo terso
l’amor mi ispira sempre un nuovo verso
ed ad amar testardamente torno.

E su nel cielo vedo più colori,
l’azzurro a dire il vero è il prevalente,
lucente si riflette nei suoi occhi.

Non c’è bisogno che il pennello tocchi
per rendere quel quadro più lucente
basta il tramonto a regalar bagliori.

E cessano i clamori
dei gabbiani sul mare volteggianti
amor cercando ancor come viandanti.

- Sonetto caudato
(Boccheggiano 21.07.2021 – 1:26)
Salvatore Armando Santoro
 

Estintore al fuoco ormonale
Sempre verde d'un prato fiorito l'istinto guida l'ormone sancito, così caldo da battere come un martello, così audace che ritmica nel cervello. Pulsazione irrefrenabile concilia lo sbatti ciglia che sensuale si concede... lei vorace io preda del momento, lascerò che sia estintore in questo inferno che pulsa dentro... sono all'esposion d'ormone. Così le fiamme che da prima ergeva i miei lembi di pelle or s'accasano su setose mani, seni maestosi ricami, così vinciamo l'insieme con batterie di cuore date dal seme... n'amore.
Mirko Colzani  


Fiera Selvaggia
Sognami. Di notte e di giorno.
Cercami. Nella luce e nelle tenebre.
Pensami. Sono una droga pesante.
Bramami. Sono una meraviglia rara.
Domami. Sono una fiera selvaggia.
Divorami. Con gli occhi e le labbra.
Toccami. L'anima e il cuore.
Amami. Se ne hai il coraggio.
Eugenio Flajani Galli    


Illusione
Ed è tardivo questo sole
Che ti fa morire dentro
Che è pura illusione

Perché illumina ma non scalda
Perché è luce ma non calore
Perché lascia freddo nel cuore

E piovono stanche le foglie
Dall'ombrello degli alberi
Come lacrime di pioggia

7 ottobre 2021
Sandra Greggio


11. Scrivendo di notte
Notte d'estate
nella quiete dormiente
tiepida e stellata
a scrivere del presente,
non essere soli
nell'arcobaleno urbano
con paure virali
che musicano il giorno,
e trovare l'acqua
nel deserto dello spirito
e scovare una casa
con la notte d'estate
dalle stelle quiete.

Da Quattro passi in versi
Francesco Soldini
 

Albore di sogni
Chissà se mi sognerai all'albeggiare.

Petali di sorrisi delicati
i sogni tuoi; io vorrei vivere.
Quando cinguetta l'alba, sono alati
i sogni: chimere da rivivere.
Come il poeta, poesie scrivere.
Il fragile cuore tuo, abbracciare.
Alessio Romanini


Per te
Ci fosse nel deserto un certo fiore
che col profumo ammorbidisca il cuore,
se in cima a una montagna una pepita
fosse capace d'addolcir la vita.

Se in fondo al mar conchiglia vellutata
fosse capace di donar risata,
in mezzo alla tempesta andrei a cercarli
e in uno scrigno tutti a te donarli.

Donarli a te che sei donna preziosa,
donarli col profumo d'una rosa.
Così accadrà che proprio da stasera

il sole spazzerà la notte nera,
porterà pace a tutti quei tormenti
e torneranno i giorni tuoi lucenti.
Piero Colonna-Romano


Poesia consigliata
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Racconti e testi vari
 

1977-Alla valle dei mulini di Gragnano

V cap.

Nelle ore antimeridiane, intanto che ritornavo alla mia tenda, notai Flavio aggirarsi nervosamente nell'angolo staff, ad un tratto lo vidi dirigersi al mulino, vi entrò per uscirvi
trascorso un po' di tempo, ritornandosene al suo angolo; in quell'istante anche Guglielmo e Aurelio uscirono dalla loro tenda.
I tre si misero a confabulare.
La mia squadriglia era già pronta quando suonò l'adunata; raggruppati il capo ci disse il motivo
dalla sua agitazione: la bisaccia era sparita.
Chiese se qualcheduno avesse voluto fare uno scherzo, buttando un'occhiatina su di me, ma tutti
gli garantimmo che non sapevamo nulla della scomparsa.
Decise comunque di andare insieme a Valerio a Gragnano per raccontare la faccenda ai carabinieri
e da lì si sarebbero recati ad accertarsi delle condizioni di Bernardo.
Ci chiedevamo chi potesse essere stato a far ciò e perché prendersi la sacca, chi poteva sapere?
Attendemmo con ansia il ritorno dei due, essendo che ci premevano le condizioni del ragazzo.
Nei pressi della sorgente, nelle vicinanze del campo, la quale era visibile da esso, passò Anna
in compagnia del suo cane e con il necessario con cui soleva dipingere.
Notatala Aurelio le andò incontro<< Ciao, che fai da queste parti? >>
Anna << Sono qui per caso, facevo un giro con la bici in cerca di qualche angolo da immortalare.
E' qui che siete accampati, mi fai visitare il campo?>>
Aurelio << Certo!>>
In seguito, recatosi al mulino nei pressi del campo, la fanciulla iniziò a dipingere rivolta al macinatoio
e ai promontori.
Aurelio << E' così il mulino dove stai?>>
Anna <<No, è diverso di struttura e non fatiscente.
Mio nonno e i miei zii fecero dei lavori, in seguito ne fece mio padre e tutt'ora ne fa.
Gli interventi vennero e sono fatti per renderlo abitabile, modifiche strutturali non sono state fatte
e non si possono fare, è l'unico nella valle, quando verrai ti renderai conto.>>
Trascorsero del tempo a chiacchierare, mentre lei immortalava su tela, rivolse anche i tre piedi al campo
per inserire parte di esso nel dipinto.
Lui le raccontò che scriveva poesie per cui si recò nella tenda in cui era il suo zaino e dal quale prese
il quaderno dove vi erano gli scritti, riuscito raggiunse nuovamente Anna, aprì una pagina e declamò:

Luna, sei ad ogni morir del giorno
lassù
e a me, teatrante
del librato scoglio,
s'allieta il pensier,
al figurar nella mente,
che tu venga
ad adottar i travagli miei. Rilega
codesta invocazione nella notte,
che tu, cinereo visino,
col nitore che ti ghinda
lo scenario trasli
e ad essa
magia tributi.
Mia intimità
a te evasa non v'è, ed è
alla letterale foggia
che il mio brusio rimetto: oh Luna
è il tuo il sapere
che sol nei sogni
ho sentore d'esser in patria.

Anna<<Non sembri un ragazzo malinconico, come si avvince dal testo, ne fai un fatto personale con l'astro,
va bene che un po' tutti sembriamo avere un rapporto speciale e personale con la luna.
Anch'io in un ritratto l'ho dipinta mentre illumina la valle e il mio mulino, dal quale un fanciullo,
seduto sul tetto, l'ammira.>>
Il ragazzo le porse il quaderno, dicendo che gli avrebbe fatto piacere se avesse letto
i suoi contenuti, riconsegnandoglielo il giorno che si sarebbero rincontrati.
Anna strinse il quaderno a sé facendo un sorriso e depostolo nella borsa continuò il disegno.

I due tra una pennellata e l'altra continuarono a dialogare, fino a quando Anna non terminò gran parte
del disegno, allora depose tutto l'occorrente, caricò e legò il tre piedi sul sedile posteriore della bici,
la tela sul cestino anteriore e disse ad Aurelio che doveva andare, egli le chiese se potesse accompagnarla
per un tratto di strada: ne fu lieta.
Quando Flavio e Valerio fecero ritorno Aurelio e Anna si erano allontanati da una decina di minuti,
il capo reparto chiamò l'altro componente dello staff e il resto dei capo squadriglia e gli raccontò
cosa era avvenuto dalle autorità e per quanto riguardava Bernardo<< Arrivati dai carabinieri e riferito
al maresciallo del ritrovamento e il probabile furto egli in primo momento è rimasto meravigliato
ed incredulo.
A Valerio ha chiesto se avessero visto o notato qualcuno sul luogo del ritrovamento o se si fosse detto
di ciò a qualcheduno che non appartenesse al reparto e ha chiesto se possa esserci dell'altro laggiù.
Lui ha detto che non si era visto nessuno da quelle parti, pur anche che non sapeva se Vincenzo avesse notato persone mentre era ad attenderli; lì giù non hanno potuto vedere granché, perché le luci delle torce
non erano sufficienti ed era pericoloso muoversi.
Il maresciallo ha fatto un'ipotesi su chi sarebbe potuto essere: ha parlato di un'ipotetica setta,
della quale si sa ben poco e perlopiù per sentito dire, si tratterebbe della Genespilogues, gli adepti,
uno di questi ha ipotizzato che potesse essere l'autore, si riunirebbero in luoghi segreti e diversi della valle.
Essi non si sa da quali luoghi giungano e chi siano.
Non c'è nulla che attesti in modo ufficiale dell'esistenza e il fine di essa.
Prima di congedarci ci ha riferito che domani verrà al campo e da qui andrà con Valerio e Riccardo
sul luogo del ritrovamento.
Per quanto riguarda Bernardo sta abbastanza bene, in ospedale gli hanno dovuto ingessare la gamba, avendo riportato una frattura, i genitori, che gli sono accanto, lo porteranno con loro a casa questa sera stessa, più che altro per l'ingessatura.>>.
L'indomani, il maresciallo Catiello, così si chiamava il sottoufficiale dell'arma, una di quelle persone
che vengono al mondo proprio per fare quel mestiere e anche se l'incontrassi in borghese ti viene spontaneo pensare costui è un carabiniere, data l'altezza avrebbe potuto essere un corazziere, corpulento fisicamente, era un bell'uomo, entrò nell'arma appena compiuto i diciotto anni, giunse a bordo di una jeep.
Accompagnato da altri due agenti e due speleologi che conoscevano la zona.
Fermato il mezzo scesero e visto che non vi era ancora nessuno in giro richiamarono l'attenzione suonando più volte il clacson; era poco meno di un'ora prima dell'adunata.
Qualcheduno fece capolino da una tenda e vedendo i carabinieri si avvicinò ad essi, i quali si fecero accompagnare da Flavio che in quell'istante stava uscendo dal suo giaciglio, i visitatori e il capo
s'incamminarono verso la macchina; stettero a parlare per circa dieci minuti, poi Flavio si diresse verso l'angolo della squadriglia dei falchi per chiamare sia Valerio che Riccardo, il caposquadriglia e il vice squadriglia preparatisi uscirono dalla tenda, i tre s'incamminarono verso la jeep e vi salirono insieme
agli altri.
Io nel frattempo già ero errante sui miei passi, più in là notai dei lembi di tenda sollevarsi su di essa:
Carla giaceva con mezzo busto dentro il sacco a pelo e l'altro mezzo al difuori di esso.
Giunto all'ingresso, piegandomi sulle ginocchia, le porsi il buondì, lei mi rispose sorridendomi << Cosa fai già in piedi peste?>>
Io << Faccio sempre un giro al mattino presto, nella tenda siamo in troppi, vengo schiacciato; per non parlare dei naturali gas di scarico emessi.>>
Carla si scompisciò dalle risa << Togliti le scarpe e stenditi un po' qua, vieni.
Perché ti comporti sempre in modo dispettoso e un po' villano, che poi si vede che non sei cattivo. >>
Le accarezzai i capelli e l'abbracciai, sentii il suo piccolo seno schiacciarsi sul mio piccolo torace;
indossava una sottile e aderente t-shirt, al disotto non aveva il reggiseno.
Rispose all'abbraccio.
Lei << Vedi che in fondo sei un coccolone?>>
Un coccolone, forse ella non sapeva quanto apprezzassi già le femminili braccia e non solo gli arti.
Lei << Adesso vai che tra poco c'è l'adunata.>>
La spedizione continuava la sua missione: attraversato sentieri sterrati, vegetazione e corsi d'acqua,
i componenti che la formavano arrivarono fin ove era possibile arrivare con un fuoristrada
e scaricata l'attrezzatura proseguirono a piedi, avanzando in base alle indicazioni e del ricordare dei due ragazzi.
Le divise degli scout, dei carabinieri e quelle degli speleologi, che sotto le prime semi impermeabili, avevano una sotto tuta, erano zuppe di sudore.
Arrivarono, per fortuna o perché il fato lo volle, sulla buca dalla quale si accedeva alla grotta,
gli speleologi si prepararono indossando l'imbracatura con vari attrezzi per la discesa, indossarono
degli stivali di gomma e gli elmetti con torcia inserita, le maschere, presero altre fonti d'illuminazioni
e legatosi con funi, mentre altre le portavano con loro, si calarono fino all'ingresso della grotta dove lasciarono le corde alla fine della prima calata e arpionate alla rocce altre proseguirono.
Entrati nella caverna e accese le fonti di luce poterono notare vicino alla caduta dell'acqua, che avveniva scivolando attaccata ad una parete, un cunicolo sul pavimento; che l'ambiente era circolare
avente una profondità di circa sei metri; non v'era null'altro di rilevante se non dei segni indecifrabili
sulla parete frontale nella nicchia.
Si avvicinarono al margine del cunicolo e calarono una corda con una torcia per vederne
la profondità e se fosse stato possibile passare attraverso il passaggio, che era di un metro e mezzo
di larghezza all'ingresso, ma soprattutto l'eventuale presenza dell'acqua; riuscirono a vedere soltanto
i primi tre metri, essendo non era del tutto verticale.
Ritirata la corda, uno dei due, imbracatosi, iniziò la discesa, senza problemi si trovò nel secondo ambiente ad una profondità di otto metri.
Poggiati i piedi in terra diresse il fascio di luce su una delle pareti, sulla quale poté scorgere la raffigurazione di una libellula in volo e una fanciulla piegata sulle ginocchia intenta ad accoglierla sulla mano che teneva protesa; sul pavimento vi era una piccola insenatura che faceva sì che l'acqua defluisse più in profondità.
Quest'altra camera aveva una forma di mezza luna, con una lunghezza di circa tre metri
e una larghezza di due metri circa, con un'altezza inferiore ad una persona di un metro e settanta.
Girandosi su se stesso, insieme al fascio di luce, su un basamento notò resti di due corpi: erano distesi l'uno rivolto verso l'altro avendo la mano dell'uno in quella dell'altro, poté intuire che si trattava
di un uomo ed una donna, dato la differenza delle pelvi.
Risalì e uscito dal cunicolo riferì della scoperta al collega, insieme uscirono dalla grotta, arrampicatisi
sulla fossa raggiunsero gli altri mettendoli accorrente, il maresciallo ci voleva vedere chiaro: i due escursionisti, uno degli agenti e i due scout restarono sul sito, mentre il sottoufficiale e un carabiniere ritornarono alla macchina e via radio venne fatta una chiamata alla caserma per dare i ragguagli
sulla vicenda e chiedere l'intervento del magistrato e del medico legale.
Ormai in quella giornata non si poteva far ancora molto sul posto e prima del giorno seguente
il magistrato non sarebbe arrivato.
Catiello mandò il suo subalterno a chiamare l'altro agente, gli speleologi e gli scout, che radunatosi
si imbarcarono sulla jeep e si diressero a Gragnano.
I carabinieri e gli speleologi passarono la notte in caserma, Flavio, Valerio e Riccardo la trascorsero
alla parrocchia.
Don Alfonso da uno sgabuzzino li fece prendere un materasso a due piazze, delle lenzuola
e una rete, facendoli sistemare in sacrestia e lì dormirono, dopo essersi dati una pulita ed essere stati rifocillati.
Carla, alla fine del bivacco, era preoccupata di dover dormire da sola in tenda, m'avvicinai chiedendole
se volesse che le facessi compagnia, ne fu contenta, di corsa andai a prendere il mio sacco e il pigiama, dirigendomi alla tenda di lei.
Spostai lo zaino e il sacco del capo quasi buttandoli per aria, la ragazza sorrise, distendendo il mio
ed entrandoci subito dentro dopo aver infilato il pigiama avendo tolto i vestiti; Carla già era nel suo sacco
a pelo.
Ci volle un bel po' prima che prendessi sonno, mi misi accovacciato vicino a lei e così ci addormentammo.
Il giorno seguente a Gragnano, Flavio, Valerio e Riccardo ebbero l'opportunità di fare una buona colazione
e partecipare alla messa.
Raggiunsero la caserma, incontrando il maresciallo, gli agenti, gli speleologi e due jeep pronte
con le attrezzature a bordo; giunse pure un furgone per trasportare i corpi con il medico legale
e l'assistente.
Erano le undici e trenta quando giunse il magistrato, al quale fu consigliato di togliersi il suo bel vestito
con cravatta e mocassini ai piedi e indossare una tuta e degli stivali datigli dagli agenti.
Arrivarono, anche questa volta, fin dove poterono con i mezzi e con un po' di disappunto
del magistrato, che era un uomo di una cinquantina d'anni ma un po' troppo in sovrappeso: anche questa volta dovettero proseguire a piedi.
Il togato grondava sudore da ogni poro del corpo, gli altri non erano da meno, essendo che faceva
più caldo del giorno prima.
Sul luogo gli speleologi si prepararono: indossarono le imbracature, le maschere, presero
le corde, le fonti di illuminazione, indossarono gli elmetti, presero i sacchi in cui sistemare i corpi
e discesero la buca tramite delle corde, si portarono una cinepresa Super Otto e una macchina fotografica con flash; entrarono nello stretto anfratto camminando di lato, proseguirono sulla sdrucciolevole discesa, entrarono nella grotta, raggiunsero il cunicolo e arpionate delle corde si calarono entrambi.
Si dovevano mettere i corpi nei sacchi e prepararli per poterli portare in superficie, ma prima uno di loro
iniziò a filmare accendendo la cinepresa e l'altro si diede alla fotografia.
Finito aprirono i sacchi per poter inserire i corpi all'interno, ma appena vennero toccati e si tentò
di staccarli dalla tenuta delle mani divennero perlopiù un cumulo di cenere, a quel punto i due
raccolsero l'attrezzatura e risalirono il cunicolo; attraversarono la grotta, passarono
per l'anfratto, risalirono la fossa, presentandosi a mani vuote.
Quando coloro in superfice seppero l'accaduto ed essendo che né il magistrato né il medico legale dissero di ritornare a prendere ciò che restava tornarono tutti a Gragnano.

Romanzo a puntate: 5° capitolo su 24
Vincenzo Patierno
 

COINTREAU

Il loro casuale incontro era avvenuto dodici anni prima, a fine maggio del 1937 sempre nella Ville Lumiere, più che mai allora crogiolo inquieto della cultura e delle più trasgressive ideologie del mondo.
Ma quella inverosimile città rimaneva legata alla grandeur francese.
Era più continentale Milano, la città dove la convergenza delle civiltà mediterranee, con quelle nordiche, nel suo amalgama, la proiettava in una autentica vocazione europea.
La coesistenza fra le basiliche di Sant’Ambrogio di puro stile Romanico e del Duomo, che nel suo essere polistilo tradiva in ogni caso con le sue guglie e i suoi archi a sesto acuto il Gotico, ne erano monumentale testimonianza.
A questo pensava Mario, mentre era in visita all’Exposition Internationale des Artes Techniques dans là vie moderne”, rassegna ancora pregna di pur affannoso respiro di comunione neutrale fra Stati.
La manifestazione si svolgeva in prossimità della Tour Eiffel, opera che dopo l’Expo del 1889 era divenuta il più divulgato simbolo della capitale transalpina.
Giunto davanti ai due ciclopici pavillons, quello russo è quello tedesco, che si fronteggiavano con i loro vistosi emblemi, l’uno alto trenta metri, sormontato dalla colossale scultura in acciaio di Vera Mukhina, raffigurante un operaio e una colcosiana raggianti, che elevavano al cielo la falce e il martello, l’altro non meno monumentale, formato da un gelido parallelepipedo di marmo bianco, sormontato dalla grande minacciosa aquila e dalla ieratica è inquietante svastica, osservava questo corpo a corpo pesantemente ideologico di comunismo e nazionalsocialismo.
Venne distratto da una adolescente dai lunghi capelli color ebano.
La ragazza, in quel sofisticato sfoggio di raffinata moda delle visitatrici parigine, ispirata ai maggiori artisti dell’epoca da Cocteau a D’Ali, vestiva con naturale eleganza una camicetta bianca, una gonna scura al ginocchio e calzava calzette bianche corte e scarpette chiare di tela e rivolta a lui, spalancando i suoi profondi occhi neri che assorbivano integralmente la luce del sole, aveva esclamato “quanta durezza!”
“Che ci fa qui sola soletta questa giovane connazionale?” istintivamente aveva azzardato Mario.
“E voi che ci fate?” fu la pronta risposta della ragazza all’impertinente domanda.
L’interlocutore occasionale, attratto da tanta sbarazzina bellezza, rispose con tono di chi si scusa sorridendo “sono un giornalista, inviato qui da un giornale milanese”.
Lei, dopo averlo squadrato attentamente, indecisa sé continuare il colloquio, dopo una breve pausa rispose “seguo un corso su Molière, devo diplomarmi al liceo linguistico della mia città”.
Dopo un garbato saluto i due si allontanarono.
Lui pensava alla bellezza dell’espressione esclamativa della ragazza.
Lei si diceva fra sè ‘che bell’uomo’. Gli ricordava Ettore in un’effige di una litografia, dove l’eroico figlio di Priamo, toltosi l’elmo davanti ad Andromaca, guardava con sorriso bonario e paterno il piccolo Astianatte. Il loro casuale incontro era avvenuto dodici anni prima, a fine maggio del 1937 sempre nella Ville Lumiere, più che mai allora crogiolo inquieto della cultura e delle più trasgressive ideologie del mondo.
Ma quella inverosimile città rimaneva legata alla grandeur francese.
Era più continentale Milano, la città dove la convergenza delle civiltà mediterranee, con quelle nordiche, nel suo amalgama, la proiettava in una autentica vocazione europea.
La coesistenza fra le basiliche di Sant’Ambrogio di puro stile Romanico e del Duomo, che nel suo essere polistilo tradiva in ogni caso con le sue guglie e i suoi archi a sesto acuto il Gotico, ne erano monumentale testimonianza.
A questo pensava Mario, mentre era in visita all’Exposition Internationale des Artes Techniques dans là vie moderne”, rassegna ancora pregna di pur affannoso respiro di comunione neutrale fra Stati.
La manifestazione si svolgeva in prossimità della Tour Eiffel, opera che dopo l’Expo del 1889 era divenuta il più divulgato simbolo della capitale transalpina.
Giunto davanti ai due ciclopici pavillons, quello russo è quello tedesco, che si fronteggiavano con i loro vistosi emblemi, l’uno alto trenta metri, sormontato dalla colossale scultura in acciaio di Vera Mukhina, raffigurante un operaio e una colcosiana raggianti, che elevavano al cielo la falce e il martello, l’altro non meno monumentale, formato da un gelido parallelepipedo di marmo bianco, sormontato dalla grande minacciosa aquila e dalla ieratica è inquietante svastica, osservava questo corpo a corpo pesantemente ideologico di comunismo e nazionalsocialismo.
Venne distratto da una adolescente dai lunghi capelli color ebano.
La ragazza, in quel sofisticato sfoggio di raffinata moda delle visitatrici parigine, ispirata ai maggiori artisti dell’epoca da Cocteau a D’Ali, vestiva con naturale eleganza una camicetta bianca, una gonna scura al ginocchio e calzava calzette bianche corte e scarpette chiare di tela e rivolta a lui, spalancando i suoi profondi occhi neri che assorbivano integralmente la luce del sole, aveva esclamato “quanta durezza!”
“Che ci fa qui sola soletta questa giovane connazionale?” istintivamente aveva azzardato Mario.
“E voi che ci fate?” fu la pronta risposta della ragazza all’impertinente domanda.
L’interlocutore occasionale, attratto da tanta sbarazzina bellezza, rispose con tono di chi si scusa sorridendo “sono un giornalista, inviato qui da un giornale milanese”.
Lei, dopo averlo squadrato attentamente, indecisa sé continuare il colloquio, dopo una breve pausa rispose “seguo un corso su Molière, devo diplomarmi al liceo linguistico della mia città”.
Dopo un garbato saluto i due si allontanarono.
Lui pensava alla bellezza dell’espressione esclamativa della ragazza.
Lei si diceva fra sè ‘che bell’uomo’. Gli ricordava Ettore in un’effige di una litografia, dove l’eroico figlio di Priamo, toltosi l’elmo davanti ad Andromaca, guardava con sorriso bonario e paterno il piccolo Astianatte.

(Segue-Gus)
Gus



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