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2026
7-8-9 Luglio
-
Giuseppe
Stracuzzi – Innocenti sorrisi
"...la bestia insorge / morde /
flagella / innocenti sorrisi."
Questa è una poesia di forte impronta
simbolica, costruita sulla contrapposizione fra innocenza e violenza. Il
titolo sembra promettere una lirica delicata, ma viene subito smentito dalla
brutalità delle immagini.
I monti, elemento naturale e arcaico,
"allungano le ombre": non è solo un fenomeno fisico, ma il segnale che
qualcosa di oscuro avanza. I "grattacieli", emblema della modernità, vengono
osservati da occhi "violentati dalla luce". È un'immagine sorprendente:
normalmente la luce è conoscenza, qui diventa aggressione. È la civiltà che
acceca invece di illuminare.
La "bestia" non ha nome. Proprio per
questo assume valore universale: può essere la guerra, l'odio, l'istinto
distruttivo, la sopraffazione politica, oppure quella parte dell'uomo che
emerge quando la ragione abdica.
L'uso dei tre verbi isolati
morde
flagella
e, nella seconda strofa,
sgozza
produce un effetto quasi
cinematografico. Ogni verbo è un colpo.
Il ritornello
innocenti sorrisi
diventa un refrain tragico.
Il sorriso è ciò che esiste prima della
violenza. Il poeta non racconta chi venga ucciso: racconta ciò che viene
distrutto dentro l'essere umano.
La seconda strofa amplia la prospettiva.
La musica ("nel canto delle note")
dovrebbe sciogliere il giorno, cioè portare armonia; invece lo sdegno
"incide l'onda" e perfino le luci affondano.
L'apparizione di Nemesi introduce la
giustizia antica, ma è una giustizia che non consola: esulta mentre sgozza.
È una vendetta che finisce per assomigliare al male che pretende di punire.
La voce di Stracuzzi appare quella di un
osservatore profondamente ferito dalla storia.
Non sembra animato da rabbia personale
quanto da una dolorosa constatazione: la civiltà, pur proclamandosi luminosa
e moderna, continua a sacrificare l'innocenza.
È una poesia che nasce da una coscienza
etica più che sentimentale.
-
Rosa
Notarfrancesco – Le carezze dell'amore
"L'amore non ha rimedio."
L'incipit è un autentico paradosso.
Normalmente si cerca un rimedio
all'amore; qui invece è l'amore stesso a essere l'unica realtà inevitabile.
La poesia procede per contrasto.
Da una parte troviamo il cuore.
Dall'altra la mente.
La mente
ha fretta
Il cuore invece attende.
La fretta è la malattia della
contemporaneità.
L'amore diventa difficile non perché sia
assente, ma perché il pensiero cambia continuamente direzione.
Molto riuscita la sequenza
il tempo ruvido
la storia che graffia
il soffitto delle chiese
Qui la Storia viene umanizzata.
Non passa semplicemente.
Graffia.
Persino le chiese, ricoperte di incenso
e affreschi, non sono rifugi perfetti.
La pietà sopravvive soltanto nelle
carezze dell'amore.
La poesia termina tornando alla
corporeità.
Dopo concetti elevati, resta un gesto.
La carezza.
Come se tutta la teologia fosse
racchiusa in una mano che sfiora un'altra.
La voce poetica sembra appartenere a chi
conserva una fiducia ostinata nell'amore pur conoscendo la durezza del
tempo.
Non è un idealista ingenuo.
Sa quanto il mondo ferisca.
Ma continua a credere che la salvezza
passi attraverso la tenerezza.
È una spiritualità profondamente umana.
-
Armando Bettozzi
– L'inganni
Questa poesia è molto più complessa di
quanto possa apparire a una prima lettura.
Il romanesco non è un semplice colore
locale.
È una precisa scelta poetica.
Il dialetto restituisce autorevolezza
alla voce popolare.
Il mito biblico viene raccontato quasi
come una conversazione di piazza.
Il serpente non appartiene più all'Eden.
È diventato sistema.
Straordinario il passaggio
er monno pe' gni parte... è tutto
n serpentaio.
Qui il mito cessa di essere racconto
religioso.
Diventa antropologia.
L'uomo continua a desiderare
scorciatoie.
Continua a preferire la promessa alla
verità.
L'autore costruisce una satira feroce
del presente.
Parlamenti.
Televisione.
Giornali.
Sono evocati come nuovi strumenti della
seduzione.
Il serpente oggi non sussurra.
Comunica.
Convince.
Intrattiene.
Ripete.
La conclusione è amarissima.
Però... er ciarvèllo propio...
ancora n s'usa.
È probabilmente il verso più duro
dell'intero componimento.
La tragedia non è l'esistenza
dell'inganno.
È la rinuncia volontaria al pensiero
critico.
Aspetti stilistici
Il ritmo orale è fondamentale.
Le ripetizioni.
Le sospensioni.
Gli apostrofi.
Le parentesi.
Sembrano improvvisazione.
In realtà costruiscono un andamento
teatrale.
È quasi possibile immaginare Bettozzi
mentre declama il testo davanti a un pubblico.
Il dialetto diventa uno strumento
filosofico.
Qui emerge una personalità profondamente
disillusa ma non rassegnata.
Chi scrive continua a indignarsi.
L'indignazione implica ancora speranza.
Se non credesse nella possibilità di un
risveglio, non avrebbe motivo di rivolgersi ai lettori con quell'insistente
Ma quanno ve svejate?
È la domanda di chi continua a credere
nella responsabilità individuale.
-
Silvio Canapè –
Arde il fuoco nel petto mio
Questa lirica si inserisce nella
tradizione della poesia amorosa più classica, richiamando motivi che
attraversano la lirica italiana da Guido Cavalcanti a Francesco Petrarca: il
cuore che palpita, il fuoco dell'amore, l'incontro delle ombre, la luce
lunare. Tuttavia, la poesia non appare come un esercizio di imitazione,
bensì come una personale adesione a un immaginario consolidato, scelto per
esprimere un sentimento vissuto con autenticità.
L'incipit è immediato:
Arde il fuoco nel petto mio,
e introduce fin da subito il campo
semantico dominante: il fuoco. Ma non si tratta di un incendio distruttivo.
È un calore che alimenta, sostiene e rinnova.
Particolarmente efficace è l'immagine:
nell'attesa che l'ombra tua,
s'avvinghia all'ombra mia.
Non si incontrano i corpi, bensì le
ombre. È un'unione che precede il contatto fisico e lo trascende, suggerendo
un'intimità spirituale prima ancora che materiale.
La natura accompagna costantemente il
sentimento: la luna, il sole, il mare, il petalo di rosa. Ogni elemento
naturale diventa una metafora dell'amore come forza cosmica, destinata a
sopravvivere ai mutamenti del tempo.
L'insistenza sul verbo "ardere" e sui
suoi sinonimi ("s'accende", "palpita", "brucia") conferisce alla poesia un
andamento circolare, quasi una preghiera laica dedicata all'amore.
L'ultima parola,
Amore!
isolata e preceduta dal verbo
"sussurra", chiude la lirica con un effetto di sospensione: più che una
conclusione, sembra il sigillo di una dichiarazione che continua oltre il
testo.
La voce poetica trasmette un
temperamento incline alla fedeltà del sentimento. L'amore non è
rappresentato come passione effimera o tormento irrisolto, ma come una
presenza costante che dà forma all'esistenza. Il poeta sembra guardare il
tempo non come un nemico dell'amore, bensì come la prova della sua
autenticità: ciò che è vero continua ad ardere "col cangiamento del giorno e
della notte".
L'impressione complessiva è quella di
una sensibilità che ricerca l'armonia più che il conflitto. L'io lirico non
lotta contro il mondo, come accade in Stracuzzi o in Bettozzi; piuttosto,
cerca nel sentimento amoroso un principio di continuità, una fiamma che
illumini il trascorrere del tempo senza consumarsi.
-
Antonietta Ursitti – Campo di grano
"ti
trasformi in un campo
di grano."
La
poesia di Antonietta Ursitti si distingue per la sua essenzialità. In pochi
versi costruisce un'esperienza quasi sinestetica, dove colori, odori e
movimento si fondono fino a dissolvere il confine tra essere umano e natura.
L'incipit è immediatamente pittorico:
Fiori
rosa si stagliano
nella radura
contrastano con il giallo
della paglia.
La
scena sembra un dipinto impressionista. Il contrasto cromatico tra il rosa
dei fiori e il giallo della paglia non è soltanto descrittivo: introduce un
dialogo fra delicatezza e maturità, fra la vitalità della fioritura e il
ciclo già compiuto del raccolto.
Poi
interviene il vento.
È
lui il vero protagonista invisibile.
Non
trasporta semplicemente un profumo.
porta
il suo odore
si attacca alla tua pelle
L'odore diventa materia.
La
pelle diventa terra.
L'ultima immagine compie una metamorfosi:
ti
trasformi in un campo
di grano.
Non
è una metafora ornamentale.
È un
annullamento del confine fra soggetto e paesaggio.
L'essere umano non contempla la natura.
La
diventa.
La
voce poetica lascia intuire una sensibilità contemplativa. Non cerca effetti
spettacolari, ma un'intimità profonda con il mondo naturale. È una poesia
che sembra nascere dal desiderio di appartenenza: come se la pace
consistesse nel cessare di sentirsi separati dalla terra.
-
Felice Serino – Il tempo è fermo
"sono
dell'uomo le convenzioni:
tu passi -
il tempo è fermo"
Questa breve lirica ha la struttura di un pensiero filosofico condensato in
forma poetica.
L'epigrafe attribuita ad Einstein non è un semplice richiamo autorevole:
prepara il lettore a una riflessione che mette in discussione la percezione
ordinaria del tempo.
Il
poeta distingue con chiarezza due piani.
Da
una parte il tempo umano, fatto di calendari, orologi e convenzioni.
Dall'altra una dimensione cosmica nella quale il tempo perde consistenza.
Molto efficace il verso:
tu
passi -
il tempo è fermo.
Non
è il tempo a scorrere.
Siamo noi.
La
conclusione amplia ulteriormente l'orizzonte:
davanti
all'eternità è apparenza.
L'eternità non viene descritta.
Viene soltanto evocata come ciò davanti a cui ogni misura umana si dissolve.
La
poesia vive proprio di questa sottrazione.
Dice
poco.
Suggerisce molto.
Aspetti stilistici
Il
lessico è volutamente scarno.
Ogni
parola assume il peso di un'affermazione filosofica.
L'assenza quasi totale di immagini accentua il carattere meditativo del
testo.
La
voce poetica sembra orientata verso una ricerca metafisica. Più che
descrivere emozioni, cerca di interrogare l'essere. Si avverte il desiderio
di oltrepassare il quotidiano per intuire una realtà che sfugge alle
categorie abituali del pensiero.
-
Poesia comunitaria – Semi di poesia
Questa composizione rappresenta un caso particolare, poiché nasce
dall'intreccio di più sensibilità. Non possiede, inevitabilmente, la
compattezza di una voce individuale, ma guadagna in coralità.
L'immagine guida è quella del seme.
Il
seme è una delle metafore più antiche della letteratura: contiene già in sé
il futuro, pur apparendo piccolo e fragile.
Il
testo alterna continuamente due poli.
Il
dolore.
La
speranza.
La
perdita viene riconosciuta senza retorica:
Lo
comprendiamo davvero solo quando
le cose più care sono perdute.
Ma
il componimento non rimane nella lamentazione.
Ogni
passaggio conduce verso una possibilità di rinascita.
Molto significativa la frase:
Ogni
radice è un frammento di cielo.
Normalmente immaginiamo le radici rivolte verso il basso.
Qui
diventano parte del cielo.
L'alto e il basso si uniscono.
La
trascendenza entra nella terra.
Dal
punto di vista stilistico il linguaggio privilegia chiarezza e
accessibilità. È una scelta coerente con la natura comunitaria del progetto,
orientato a condividere un messaggio più che a sperimentare forme
espressive.
Più
che un'unica voce, emerge una coscienza collettiva. Il tratto comune è la
convinzione che la poesia possa custodire la memoria e offrire consolazione
senza negare il dolore.
-
Armando Salvatore Santoro – Dove siete finiti
Questa è probabilmente la poesia più emotivamente immediata della raccolta.
Non
parla soltanto della nostalgia.
Parla dell'impossibilità di ritrovare il tempo perduto.
L'incipit assume subito il tono di una domanda lanciata nel vuoto:
Dove
siete finiti, amici miei...
Non
cerca realmente una risposta.
È
una domanda che serve a misurare la distanza.
L'immagine dei quaderni di latino è straordinariamente efficace proprio per
la sua semplicità.
Non
vengono ricordati grandi eventi.
Ma
piccoli gesti condivisi.
È
così che funziona la memoria autentica.
Non
conserva ciò che era importante.
Conserva ciò che era vivo.
Il
centro della poesia è probabilmente questa immagine:
quei
visi puliti dai pensieri.
È
un'espressione di grande delicatezza.
Non
parla semplicemente della giovinezza.
Parla dell'epoca in cui il futuro non aveva ancora mostrato il suo peso.
Il
finale rivela tutta la generosità dell'io poetico:
vorrei tener per me ogni dolore
sapervi sorridenti...
Qui
la nostalgia si trasforma in affetto.
Il
ricordo diventa desiderio di protezione.
La
voce poetica appare profondamente empatica. Non idealizza il passato per
fuggire il presente, ma perché attraverso il ricordo continua a custodire le
persone amate. La memoria diventa una forma di responsabilità affettiva.
-
Marco Cabassi – Figli di un Dio del Football (Storie di provincia)
Questa è, dal punto di vista narrativo, la composizione più articolata della
raccolta. Cabassi costruisce una vera e propria scena teatrale, dove il
calcio è il pretesto per osservare una comunità e, più in profondità, il
modo in cui gli adulti proiettano desideri e frustrazioni sui più giovani.
Il
titolo è già ironico: i "figli di un Dio del Football" non sono i ragazzi in
campo, ma, in un certo senso, gli adulti che trasformano una partita di
provincia in un rito quasi religioso.
L'ambientazione è delineata con pochi tratti efficaci:
tra
il bar, il parcheggio,
e le promesse della domenica.
Questa triade racchiude un intero universo sociale. Il campo sportivo
diventa il centro simbolico della provincia, luogo dove si intrecciano
speranze, abitudini e relazioni.
Uno
degli aspetti più riusciti è il contrasto fra il tempo della partita e
quello degli spettatori. I ragazzi vivono il presente del gioco; gli adulti,
invece, abitano il tempo della proiezione, del giudizio, del rimpianto. La
sfilata dei "commissari tecnici" improvvisati, l'aneddoto sul presunto
legame con Totò Schillaci, la zia che riscrive il calcio mondiale con un
ventaglio in mano: sono scene che sfiorano la caricatura senza perdere
umanità.
Cabassi utilizza un linguaggio contemporaneo ("slow motion"), ma lo integra
in una tessitura poetica che alterna ironia e osservazione sociale. Il
barbecue che offre "salamelle come sacrifici moderni a divinità sportive" è
un'immagine particolarmente felice: trasforma un gesto quotidiano in un
piccolo rito pagano.
La
conclusione è il punto di maggiore forza:
forse
erano gli unici
in mezzo a tutto quel rumore,
ad aver capito davvero
perché erano entrati in campo.
L'intera poesia converge qui. I ragazzi, che gli adulti cercano
continuamente di dirigere, giudicare o vivere attraverso loro, sono gli
unici a conservare il senso autentico del gioco: correre, divertirsi, stare
insieme. Il risultato passa in secondo piano; resta l'esperienza vissuta.
La
voce poetica di Cabassi appare animata da uno sguardo partecipe e insieme
disincantato. Osserva le debolezze degli adulti con ironia, ma senza
sarcasmo; ne coglie il bisogno di sentirsi protagonisti, pur mostrando come
questo finisca spesso per oscurare la spontaneità dei ragazzi. È una
sensibilità che guarda alla provincia non con nostalgia né con superiorità,
ma come a un microcosmo in cui si riflettono dinamiche universali: il
desiderio di appartenenza, il bisogno di riconoscimento, la difficoltà degli
adulti ad accettare che il gioco appartenga davvero a chi lo gioca.
-
Franco Fronzoli – Speranza
"Non
temere la pioggia si fermerà
la margherita sorgerà
dai sassi."
Questa poesia si presenta come un dialogo diretto con il lettore. Non c'è un
"io" lirico dominante: c'è un "tu" a cui la parola si rivolge per
sostenerlo. È quasi una poesia-orazione, un testo che nasce dalla volontà di
incoraggiare.
La
struttura è costruita su immagini elementari e universali: la pioggia, la
notte, il giorno, la tempesta, l'arcobaleno. Non sono simboli originali in
senso stretto, ma l'autore li utilizza con coerenza, componendo una
progressione che va dall'oscurità alla luce.
L'immagine più efficace è probabilmente:
la
margherita sorgerà
dai sassi.
La
margherita rappresenta una vita che non sceglie il terreno favorevole, ma
riesce a nascere anche dove tutto sembra negarla. È una metafora semplice,
ma capace di parlare immediatamente all'esperienza umana.
La
poesia procede quasi per gradini. Ogni strofa aggiunge una funzione della
speranza: guida, sostegno, forza, orientamento, compagnia. Il ritmo
cadenzato e le frequenti pause conferiscono al testo il tono di una
meditazione.
Il
finale amplia il discorso:
La
vita è un dono
che bisogna guardare negli occhi.
Qui
la speranza non è evasione dalla realtà, ma il modo di affrontarla.
La
voce poetica sembra appartenere a una persona che conosce la sofferenza ma
rifiuta il pessimismo. Non promette che il dolore scomparirà; suggerisce
piuttosto che l'uomo possiede la capacità di attraversarlo senza esserne
annientato. È una sensibilità che trova nella resilienza una forma di fede
laica.
-
Alessio Romanini – Ugola arancione
"Armonia arancione
sulle note del vento."
Romanini costruisce una poesia di grande concentrazione espressiva. Ogni
parola sembra scelta per il suo peso fonico oltre che semantico.
Il
titolo è già un'immagine sorprendente. Non dice "il merlo canta", ma
concentra l'attenzione sull'organo del canto: l'ugola. È un modo per
trasformare la voce in materia.
Il
colore arancione diventa musica.
La
musica diventa luce.
L'autore osserva il merlo mentre sta scrivendo:
giunge al vetro aperto
mentre redigo
qualche verso...
È un
dettaglio significativo. La poesia nasce mentre un'altra poesia, quella
della natura, è già in atto. Il poeta non inventa il canto: lo ascolta.
Il
contrasto fra
nero
piumaggio
e
armonia arancione
produce una sinestesia raffinata. Il nero appartiene al corpo del merlo,
l'arancione alla sua voce. Il colore non è più visibile, ma sonoro.
Straordinario il verso:
un
canto trema
dentro il cuore spento.
L'animale diventa forza rigeneratrice. Non cambia il mondo: cambia
l'interiorità di chi ascolta.
L'animo poetico
La
voce poetica appare profondamente ricettiva. È il poeta dell'ascolto più che
dell'affermazione. Nei fenomeni più piccoli — un canto, una finestra aperta,
un mattino di giugno — scopre un evento spirituale. La sua è una sensibilità
che riconosce nella natura una sorgente inesauribile di consolazione.
-
Jacqueline Miu
– Lettere dal Silenzio
"se fossi un astro
tu mi
saresti cielo."
Questa poesia si sviluppa come un lungo periodo senza punteggiatura, quasi
un respiro ininterrotto. La scelta formale non è casuale: il sentimento
amoroso procede senza interruzioni, come un flusso di coscienza.
La
costruzione è interamente ipotetica.
se
fossi...
Ogni
immagine nasce da una possibilità.
L'amore viene espresso attraverso il desiderio di annullare la distanza fra
due esseri.
Particolarmente intensa è questa confessione:
ti
chiederei perdono
per non aver avuto
più di una vita
in cui immortalarti.
Qui
il limite umano diventa insufficienza temporale. Una sola esistenza non
basta per contemplare la persona amata.
L'immagine dell'invidia cosmica
spegnerei le stelle tutte
per invidia
potrebbe apparire iperbolica, ma mantiene coerenza con il tono assoluto
della lirica.
L'ultima definizione
ecco
cos'è l'amore
non
chiude realmente il discorso.
Lo
lascia sospeso.
Come
se nessuna definizione potesse davvero contenerlo.
La
voce poetica rivela un temperamento intensamente romantico. L'amore è
vissuto come esperienza totalizzante, capace di ridefinire il rapporto con
il tempo, lo spazio e perfino l'universo. È una sensibilità che tende
all'assoluto e che fa dell'iperbole il linguaggio naturale dell'affetto.
-
Antonia Scaligine – Abbracce 'u futuro
Questa poesia possiede un respiro civile raro nella lirica contemporanea.
Taranto non è descritta soltanto come città: diventa un organismo vivente,
una creatura che porta sul proprio corpo le cicatrici della storia e insieme
la possibilità di una rinascita.
Il
ponte girevole costituisce il grande simbolo del testo.
il
ponte è diventato
la tua clessidra.
È
una metafora di notevole efficacia. Il ponte misura il tempo della città, ma
al tempo stesso unisce ciò che è separato: il borgo antico e la parte
moderna, il passato e il futuro.
L'autrice evita di trasformare Taranto in un semplice luogo della nostalgia.
Ricorda il dolore — i "detriti", la "ferita", i "lutti" — ma non vi resta
imprigionata. L'invito del titolo, "Abbracce 'u futuro", è insieme
un'esortazione e un programma.
Molto significativa è la personificazione finale:
Che
l'abbraccio
non sia solo un segno lontano,
ma il futuro
che stringi nel palmo di mano.
Il
futuro non è attesa passiva: è un gesto da compiere.
La
voce poetica manifesta un forte senso di appartenenza. L'amore per Taranto
non è celebrativo né retorico; nasce dalla consapevolezza delle sue ferite e
dalla volontà di immaginarne la guarigione. È una poesia civile che conserva
una sincera tensione verso la speranza.
-
Sandra Beatrice Greggio – Rinascita
"La
natura tutta si sta svegliando
Ed io sto rinascendo con lei."
Sandra Greggio costruisce una lirica di limpida semplicità, nella quale il
paesaggio diventa specchio dell'interiorità. È una poesia che si iscrive
nella lunga tradizione del rapporto tra uomo e natura, ma lo fa con un
linguaggio piano, quasi diaristico.
La
prima parte è dedicata al cielo. Le nuvole non sono elementi statici:
"corrono", "si fermano", "parlano", "si separano". Questa personificazione
conferisce al paesaggio un carattere familiare, come se la natura
condividesse gli stati d'animo dell'essere umano.
Il
passaggio decisivo avviene quando lo sguardo scende dal cielo alla terra:
le
prime tenere foglie
...
bianche pratoline.
È un
movimento simbolico. Dopo aver osservato ciò che oscura il cielo, il poeta
scopre i segni della rinascita proprio sotto i propri occhi.
L'ultimo verso non sorprende per
originalità, ma per sincerità:
Ed io
sto rinascendo con lei.
Non è una dichiarazione enfatica.
È la conclusione naturale di un processo di identificazione: il risveglio
della natura coincide con quello dell'anima.La
voce poetica appare profondamente incline alla contemplazione. La natura non
è sfondo, ma interlocutrice. Si avverte una sensibilità che trova nel mutare
delle stagioni una conferma della possibilità di ricominciare, quasi che il
ritmo del mondo vegetale potesse insegnare all'essere umano la pazienza
della rinascita.
Con tutto
l'affetto che sento e la stima che provo
Ben Tartamo
Un particolare ringraziamento a Ben Tartamo,
per gli squisiti commenti.
Buona estate.
Felice Serino
Ringrazio il poeta ben Tartamo per il bellissimo
commento posto a corredo della mia lirica Un volo di rondine perché
impreziosisce notevolmente il mio componimento. Grazie di cuore ❤ da
parte della Poetessa messinese Rosa Venuto di
Acquedolci
-
Rosa Venuto – "Un volo di rondine"
Questa poesia recupera uno
dei simboli più antichi della letteratura occidentale: la rondine.
Da sempre la rondine
rappresenta il ritorno, la primavera, il viaggio, il ciclo della vita.
Rosa Venuto amplia questo
simbolo trasformandolo in allegoria dell'intera esistenza umana.
L'incipit possiede un
andamento quasi musicale.
Un volo di rondine
nell'infinito esistere...
Il ritmo segue il movimento
stesso dell'uccello.
La sintassi è ampia,
ariosa, priva di brusche interruzioni.
La rondine non è
semplicemente un animale.
È il movimento stesso della
vita.
Molto bella è la
descrizione del volo.
L'acqua, il mare, i monti,
il petto che si colora d'arcobaleno costruiscono una dimensione fortemente
sensoriale.
La natura diventa il luogo
nel quale l'essere umano riconosce le proprie origini.
Successivamente il testo
assume un carattere filosofico.
È il volo dell'umanità,
in cerca di senso
Qui il simbolo individuale
si universalizza.
Ogni uomo è quella rondine.
Ogni esistenza è una
migrazione continua verso un significato che non viene mai completamente
raggiunto.
La conclusione rappresenta
il momento più intenso.
La rondine sei tu
La distanza fra autore e
lettore scompare.
Il simbolo diventa
esperienza personale.
Il lettore viene chiamato
direttamente a identificarsi con il viaggio della rondine.
Il finale,
ha sete di verità
trasforma la poesia in una
ricerca spirituale.
Non è una verità dogmatica.
Rosa Venuto costruisce una
poesia dal tono contemplativo, ricca di immagini naturali e di un
simbolismo limpido. Il suo linguaggio privilegia l'armonia e la continuità
del canto rispetto alla complessità concettuale. Ne nasce una lirica che
invita il lettore a riconoscere nel volo della rondine la metafora della
propria ricerca di senso.
4-5-6 Luglio
-
Franco Fronzoli – "Speranza"
La poesia di Franco
Fronzoli si inscrive nella lunga tradizione della poesia civile e
spirituale che, da
Emily Dickinson a
Rabindranath Tagore,
ha tentato di dare un volto all'invisibile. Il titolo potrebbe suggerire
un tema consunto, ma il poeta evita qualsiasi retorica scegliendo una
successione di immagini leggere, quasi impalpabili, che costruiscono una
vera fenomenologia della speranza.
L'incipit è
particolarmente efficace.
La speranza è una piuma...
L'immagine richiama
inevitabilmente Dickinson, che definiva la speranza "la cosa con le
piume". Tuttavia Fronzoli non cita né imita: sviluppa un proprio
itinerario simbolico. La piuma diventa il primo elemento di una
costellazione naturale fatta di vento, colibrì, pioggia, mare, alberi,
arcobaleni. La speranza non viene spiegata: viene mostrata attraverso
metamorfosi continue.
È significativo che
nessuna immagine sia definitiva.
La speranza è
contemporaneamente presenza e assenza, voce e silenzio, fragilità e forza.
Questa struttura ossimorica costituisce il nucleo filosofico del testo. La
speranza non appartiene alla logica, ma alla dialettica dell'esistenza:
vive proprio nella sua precarietà.
Particolarmente riuscita è
la metafora del filo.
un filo invisibile che
cuce le ferite dell'anima
Qui il poeta supera il
semplice lirismo per entrare in una dimensione terapeutica. La speranza
non elimina il dolore; lo ricompone. È un gesto di cucitura, non di
cancellazione. Vi è un'intuizione psicologica profonda: l'essere umano
continua a vivere non perché il male scompaia, ma perché qualcuno — o
qualcosa — ricuce continuamente le fratture interiori.
L'ultima parte amplia lo
sguardo.
La speranza non appartiene
all'individuo ma circola nella realtà.
Essa cresce nella roccia,
nei campi, nella musica, nella poesia, nel sorriso di una madre, nel
bambino, nell'amore.
La progressione è
importante: dalla natura si passa all'arte, quindi agli affetti, infine
all'amore come sintesi di tutto il percorso.
Lo stile privilegia la
semplicità lessicale e una sintassi frammentata che rallenta la lettura,
quasi costringendo il lettore a respirare insieme ai versi. Gli spazi
bianchi non sono meri artifici grafici: rappresentano il tempo necessario
affinché ogni immagine sedimenti nella coscienza.
"Speranza" è una poesia
accessibile ma non ingenua. La sua forza risiede nella limpidezza.
Fronzoli dimostra che è ancora possibile parlare di valori universali
senza cadere nella retorica, purché si affidi il pensiero alla concretezza
delle immagini. È una poesia che non pretende di sorprendere con
l'originalità assoluta, ma convince per autenticità e coerenza interiore.
-
Giuseppe Stracuzzi – "Tra
greppi sciatti"
Con Stracuzzi il registro
cambia radicalmente.
Entriamo in una poesia
densa, aspra, che rifiuta la comunicazione immediata per costruire un
linguaggio di forte concentrazione semantica. È una scrittura che guarda
alla grande tradizione dell'ermetismo e del neo-sperimentalismo italiano.
L'incipit è volutamente
disorientante.
Tra greppi sciatti / e
fumo sgretolato
La materia del mondo
appare già frantumata.
Non esiste alcun paesaggio
consolatorio.
Tutto è polvere, margine,
degrado.
L'espressione fumo
sgretolato è quasi impossibile sul piano realistico ma estremamente
efficace sul piano simbolico: perfino ciò che è inconsistente sembra
consumarsi ulteriormente.
Il cuore della poesia è
contenuto in un verbo straordinario:
le telecamere allibrano la
miseria
"Allibrare" significa
pesare.
Le telecamere non
raccontano il dolore.
Lo misurano.
Lo trasformano in merce
mediatica.
Il dolore diventa
informazione.
Il lessico ricercato (icastica,
illativi, geminare) non è esibizionismo linguistico;
serve a creare distanza critica tra il lettore e la cronaca
spettacolarizzata.
I bambini hanno soltanto
gli occhi che splendono.
Il resto della loro
umanità sembra già consumato.
Quegli occhi rappresentano
l'ultima resistenza dell'umano.
L'immagine finale è
memorabile.
gli alti colli, bianchi
come la faccia della neve
Non è la neve a essere
umana.
È il volto umano ad
assumere il colore della neve.
Bianco significa qui
indifferenza, anestesia morale, lontananza dalle tragedie del mondo.
L'intera poesia denuncia
il meccanismo attraverso cui la sofferenza viene osservata senza essere
realmente condivisa.
È un testo di notevole
densità intellettuale. Non concede nulla alla facilità emotiva e chiede al
lettore una partecipazione attiva. La sua forza nasce dalla tensione
continua tra sperimentalismo linguistico e responsabilità etica.
-
Rosa Notarfrancesco –
"Ogni verso muta"
Questa poesia riflette
sulla poesia stessa.
È una meditazione
metapoetica, nella quale il linguaggio cerca di comprendere la propria
funzione nel tempo contemporaneo.
L'affermazione iniziale
sorprende:
La poesia non è ancora
È una frase incompleta
solo in apparenza.
La poesia viene descritta
come qualcosa che non possiede mai una forma definitiva.
È sempre in divenire.
Sempre incompiuta.
Subito dopo compare
un'immagine bellissima:
un luogo di intese che
meditano la pace in tempo di guerra
La poesia diventa uno
spazio etico prima ancora che estetico.
Non cambia il mondo
direttamente.
Custodisce però la
possibilità del dialogo quando tutto sembra destinato al conflitto.
Il titolo acquista
progressivamente significato.
Ogni verso muta perché
muta il tempo.
Muta il lettore.
Muta la coscienza.
La poesia vive solo
nell'incontro fra chi scrive e chi legge.
Molto interessante è la
riflessione conclusiva.
La memoria conserva
soltanto per un attimo i pensieri più nobili.
L'epoca contemporanea
viene definita "stanca".
È una diagnosi culturale
più che storica.
La velocità del presente
consuma perfino ciò che possiede autentico valore.
La poesia diventa allora
un atto di resistenza contro l'oblio.
Dal punto di vista
stilistico il testo procede per astrazioni controllate.
Non racconta immagini.
Costruisce idee poetiche.
Ciò lo rende meno
immediatamente emotivo ma assai stimolante sul piano filosofico.
Notarfrancesco propone una
poesia di riflessione, quasi saggistica, che interroga il destino della
parola poetica nel nostro tempo. Il testo convince soprattutto per la sua
sincerità intellettuale e per la volontà di attribuire alla poesia una
funzione civile senza trasformarla in manifesto.
-
Rosa Venuto – "Un volo di
rondine"
Questa poesia recupera uno
dei simboli più antichi della letteratura occidentale: la rondine.
Da sempre la rondine
rappresenta il ritorno, la primavera, il viaggio, il ciclo della vita.
Rosa Venuto amplia questo
simbolo trasformandolo in allegoria dell'intera esistenza umana.
L'incipit possiede un
andamento quasi musicale.
Un volo di rondine
nell'infinito esistere...
Il ritmo segue il
movimento stesso dell'uccello.
La sintassi è ampia,
ariosa, priva di brusche interruzioni.
La rondine non è
semplicemente un animale.
È il movimento stesso
della vita.
Molto bella è la
descrizione del volo.
L'acqua, il mare, i monti,
il petto che si colora d'arcobaleno costruiscono una dimensione fortemente
sensoriale.
La natura diventa il luogo
nel quale l'essere umano riconosce le proprie origini.
Successivamente il testo
assume un carattere filosofico.
È il volo dell'umanità, in
cerca di senso
Qui il simbolo individuale
si universalizza.
Ogni uomo è quella
rondine.
Ogni esistenza è una
migrazione continua verso un significato che non viene mai completamente
raggiunto.
La conclusione rappresenta
il momento più intenso.
La rondine sei tu
La distanza fra autore e
lettore scompare.
Il simbolo diventa
esperienza personale.
Il lettore viene chiamato
direttamente a identificarsi con il viaggio della rondine.
Il finale,
ha sete di verità
trasforma la poesia in una
ricerca spirituale.
Non è una verità
dogmatica.
Rosa Venuto costruisce una
poesia dal tono contemplativo, ricca di immagini naturali e di un
simbolismo limpido. Il suo linguaggio privilegia l'armonia e la continuità
del canto rispetto alla complessità concettuale. Ne nasce una lirica che
invita il lettore a riconoscere nel volo della rondine la metafora della
propria ricerca di senso.
-
Armando Bettozzi – "Fatti – Una
poesia"
Questa è una poesia che
rifiuta deliberatamente il lirismo tradizionale. Bettozzi sceglie di
collocarsi nella grande tradizione della poesia satirica italiana, dove il
verso diventa strumento di intervento civile più che di contemplazione. Il
testo si presenta come una cronaca poetica che intreccia fatti di
attualità, dialetto romanesco, ironia e giudizio politico.
L'incipit è quasi
prosastico:
Lotte... contro... se
stessi...?
Quella domanda sospesa
costituisce la vera chiave interpretativa dell'intero componimento.
L'autore non descrive soltanto eventi – la vicenda dell'ILVA, i conflitti
sindacali, le tensioni economiche – ma si chiede se una parte della
società finisca, inconsapevolmente, per combattere contro i propri stessi
interessi.
Il ricorso al romanesco
segna un cambio di registro. Non è un semplice colore locale: è la lingua
della satira, della tradizione pasquinesca, del commento popolare che
smaschera le contraddizioni del potere e delle ideologie. In questo senso
Bettozzi si colloca nel solco di una poesia che usa il dialetto come
strumento di immediatezza e di disincanto.
L'immagine del fumo
dell'acciaieria è il centro simbolico del testo. Quel fumo rappresenta
insieme il male e il sostentamento: la sua scomparsa elimina una fonte
d'inquinamento, ma lascia aperta la questione della sopravvivenza
economica. Il poeta non offre una soluzione; mette in scena un conflitto
tragico tra salute e lavoro, mostrando come ogni scelta comporti un prezzo
umano.
L'ultimo distico ha la
forza di un epigramma:
Lassù "NO TAV"...
Liggiù "NO acciaierie"...
Ma poi, pe magnà... avòja a "Avemmarie"...!
Qui la polemica si
trasforma in una riflessione più ampia sul rischio che il rifiuto
sistematico delle infrastrutture e delle attività produttive possa
generare conseguenze economiche difficili da sostenere. È una posizione
netta, che invita il lettore al confronto. Altri potrebbero leggere gli
stessi eventi in modo diverso, privilegiando la tutela della salute e
dell'ambiente; il valore del testo sta proprio nel mettere in scena una
prospettiva riconoscibile senza rinunciare alla forma poetica.
Dal punto di vista
stilistico, la poesia alterna prosa, versi liberi e strofe dialettali,
creando un andamento volutamente franto. Tale discontinuità riflette la
complessità del tema e conferisce al testo un carattere quasi teatrale.
Bettozzi non cerca la
neutralità. Fa della poesia uno spazio di intervento pubblico. Il suo
valore non consiste nell'offrire una risposta definitiva ai problemi
evocati, bensì nel trasformare la cronaca in materia poetica e nel
ricordare che anche il dissenso può assumere forma artistica quando è
sostenuto da ritmo, ironia e forza linguistica.
-
Silvio Canapè – "Se nel
prato d'erba"
Quattro versi possono
contenere un'intera filosofia dell'amore.
Canapè sceglie la via
della massima concentrazione espressiva. La poesia si sviluppa come una
parabola naturale, nella quale il paesaggio diventa specchio
dell'interiorità.
L'apertura è luminosa:
Se nel prato d'erba,
tenera di verde nuovo...
Il prato è il simbolo
della possibilità. È il luogo della nascita, della fiducia,
dell'innocenza. Ma proprio in quello spazio fertile si insinua "la
malefica scusa".
Questa espressione è il
vero centro del testo. Non è l'odio a distruggere l'amore, né il
tradimento, né il conflitto aperto. È la scusa: il pretesto, l'alibi, la
rinuncia nascosta dietro una giustificazione apparentemente innocua.
L'autore individua con finezza psicologica come spesso i legami si
consumino più per omissione che per esplosione.
La seconda parte procede
con una progressione quasi inevitabile:
sfiorisce il fiore,
si inaridisce il cuore,
ed è così che muore,
l'amore.
L'anafora del "si"
suggerisce un processo impersonale, quasi naturale. La morte dell'amore
non è un evento improvviso, ma un lento disseccarsi, analogo al ciclo di
una pianta privata dell'acqua.
Canapè dimostra come la
brevità possa essere una forma di intensità. Il testo possiede la
compattezza di un epigramma e l'immediatezza di un aforisma poetico. La
semplicità lessicale non riduce la profondità del messaggio, anzi la rende
universale.
-
Salvatore Presti –
"L'isola"
"L'isola" è una poesia che
si legge come un lungo respiro. Ogni strofa sembra seguire il ritmo lento
del mare, trasformando il paesaggio in una forma di meditazione.
L'isola descritta da
Presti non è soltanto un luogo geografico: è una condizione dello spirito.
Il tempo vi perde la sua
funzione misuratrice per diventare esperienza qualitativa. Mattino,
mezzogiorno, sera e notte non sono semplici momenti della giornata, ma
stazioni interiori.
La natura domina il testo.
Capperi, bouganville, ulivi, palme, gabbiani, grilli, cicale, basilico:
ogni elemento contribuisce a costruire una geografia sensoriale nella
quale il lettore viene immerso. Non si tratta di un catalogo descrittivo,
ma di una coralità in cui ogni presenza sembra partecipare a un ordine
condiviso.
Particolarmente riuscita è
la scena della cucina:
saltellano le
melanzane,
ballano i peperoni,
mentre i pomodori sobbollono...
L'animazione degli ortaggi
introduce una dimensione quasi teatrale. La cucina diventa il cuore
pulsante dell'isola, il luogo in cui la natura si trasforma in cultura
senza perdere la propria vitalità. Il basilico, che "sa che a breve si
sposerà", è un'immagine delicata e affettuosa, capace di rendere poetico
un gesto quotidiano.
Il finale è il vertice del
componimento:
io ho l'isola,
io sono l'isola.
Questa identificazione
rappresenta il superamento della distinzione tra paesaggio e soggetto.
L'isola non è più un rifugio esterno, ma una forma dell'essere. Rinunciare
a guardare l'orologio significa sottrarsi al tempo cronologico per entrare
in un tempo vissuto, più vicino al ritmo della natura che a quello della
produttività.
Presti compone una poesia
di grande equilibrio, nella quale descrizione e meditazione convivono
armoniosamente. La sua forza risiede nella capacità di trasformare il
paesaggio mediterraneo in metafora di una riconciliazione interiore.
-
Alessandro Borghesi – "Il
ritorno del pendolare''
La poesia di Borghesi
prende avvio da una scena quotidiana – l'attesa di un treno – per
trasformarla in una riflessione sul tempo, sulla mortalità e sul desiderio
di continuare il proprio viaggio.
L'immagine della banchina
è, da sempre, uno dei luoghi simbolici della letteratura: spazio di
transito, di sospensione, di possibilità. Qui diventa il teatro
dell'attesa esistenziale.
Il richiamo a
Aspettando Godot non è una semplice citazione colta. Evoca l'idea di
un'attesa che rischia di diventare senza fine, di una speranza
continuamente rimandata. Tuttavia Borghesi non si ferma alla dimensione
dell'assurdo: il suo testo conserva un orientamento verso la vita.
Molto efficace è
l'espressione:
il sole nero
L'ossimoro concentra in
due parole una percezione di oscurità che invade perfino la fonte della
luce. È il segno di un momento di crisi, di un passaggio in cui anche ciò
che dovrebbe rassicurare appare minaccioso.
La strofa centrale
introduce la morte:
Pronto non sono
per diventare polvere cosmica...
Qui la voce poetica
riconosce la propria finitudine, ma la rifiuta come esito imminente. La
dichiarazione non nasce dalla paura, bensì dalla coscienza che esistono
ancora esperienze da vivere, viaggi da compiere, incontri da attraversare.
Il finale ribalta
l'atmosfera iniziale:
destinazione Vita...
Il treno, che sembrava
poter condurre verso una fine, diventa simbolo della prosecuzione
dell'esistenza. L'ultimo invito – "Tutti a bordo!" – assume un valore
collettivo: la vita è un viaggio che coinvolge ciascuno.
Borghesi costruisce una
poesia che unisce riferimenti culturali, immagini simboliche e
quotidianità. Pur con un linguaggio essenziale, riesce a trasformare un
gesto comune in un'allegoria dell'esistenza, ricordando che ogni partenza
è anche una scelta di continuare a vivere.
-
Felice Serino – "Preesistere"
La poesia di Felice Serino
appartiene a quella linea della lirica contemporanea che tende verso la
rarefazione estrema. Ogni parola è chiamata a sostenere un peso simbolico
considerevole; non vi è spazio per il superfluo. In pochi versi, il poeta
tenta di interrogare il rapporto tra essere, tempo e memoria.
L'incipit è già un invito
all'ascolto:
e tu che ascolti il
nome
che ogni cosa porta come segreto
L'atto fondamentale non è
vedere, bensì ascoltare. È una scelta significativa. La vista coglie
l'apparenza; l'ascolto implica attesa, disponibilità, relazione. Il "nome"
non è un'etichetta, ma ciò che nella tradizione filosofica e mistica
custodisce l'essenza di una realtà. Ogni cosa reca in sé un segreto, e
solo chi sa ascoltare può avvicinarvisi.
Il nucleo della poesia è
nel verso:
il tempo non consuma
ma consegna al silenzio
Qui Serino propone una
visione che si oppone alla percezione comune del tempo come forza
esclusivamente distruttrice. Il tempo non annienta: trasforma. Affida ciò
che è vissuto al silenzio, dove esso continua una forma diversa di
esistenza. È un'intuizione che richiama una concezione quasi
fenomenologica della memoria: ciò che sembra perduto non scompare, ma muta
stato.
L'immagine conclusiva è di
grande intensità:
la forma che poi
ritorna
a farsi mare nei palmi delle mani
Il mare è, da sempre,
simbolo dell'origine e dell'indistinto, ma qui accade qualcosa di
inatteso: esso trova dimora nei palmi delle mani, cioè nel luogo del
contatto, del dono, della cura. L'infinito si raccoglie nel gesto umano. È
un'immagine che tiene insieme vastità e intimità.
La nota finale –
"Rielaborata con supporto AI" – introduce un elemento interessante
sul piano della ricezione, ma non modifica il giudizio critico. Ciò che si
valuta è il testo nella sua forma definitiva. La poesia conserva una
coerenza stilistica e simbolica che le permette di vivere come opera
autonoma.
Serino sceglie la via
della sottrazione. La sua poesia non cerca di spiegare, ma di evocare. È
un testo che richiede lentezza e rilettura: il significato non si offre
immediatamente, ma emerge poco a poco, come un'immagine che affiora
dall'acqua. La sua forza risiede proprio in questa capacità di suggerire
più di quanto affermi.
-
Armando Salvatore Santoro – "I fiumi
della Lucania"
Questa poesia appartiene
alla grande tradizione della memoria geografica, nella quale il paesaggio
diventa custode dell'identità. Santoro non descrive semplicemente dei
fiumi: attraversa, mediante essi, la propria biografia.
Il primo verso contiene
già tutta la nostalgia del componimento:
Vorrei per una volta
ritornare
con gli occhi curiosi d'un bambino
Il desiderio non è
soltanto quello del ritorno ai luoghi, ma del ritorno allo sguardo
originario. L'infanzia viene evocata come età della meraviglia, quando il
mondo non era ancora consumato dall'abitudine.
Il treno assume una
funzione simbolica. Non è solo un mezzo di trasporto, ma il dispositivo
della memoria. Dal finestrino scorrono insieme il paesaggio e il tempo
perduto. I nomi dei fiumi – Crati, Sinni, Agri, Basento, Cavone, Bradano –
interrompono il fluire lirico e introducono una geografia concreta che
conferisce autenticità al ricordo. La nominazione diventa un atto di
salvezza: ciò che viene chiamato per nome resiste all'oblio.
Particolarmente toccante è
la strofa dedicata al sogno mai realizzato di abitare lungo un fiume. Non
è un'ambizione grandiosa, ma una felicità semplice: pescare da un balcone,
lasciarsi trasportare dall'acqua, vivere secondo un ritmo più lento. In
questa semplicità risiede la forza emotiva del testo.
L'ultima immagine, con il
bambino che saluta dalla riva, possiede un valore quasi circolare. È come
se il poeta incontrasse, per un istante, il bambino che egli stesso era
stato. Quel gesto lieve interrompe la malinconia e trasforma il ricordo in
una possibilità di riconciliazione.
Santoro costruisce una
poesia limpida, narrativa e profondamente umana. La sua originalità non
deriva dalla ricerca di immagini sorprendenti, ma dalla sincerità con cui
il paesaggio diventa autobiografia. Il lettore riconosce nei fiumi della
Lucania non soltanto un territorio, ma la corrente stessa della memoria.
-
Marco Cabassi – "Il Bacio Dipinto"
Questa è, forse, la poesia
più cinematografica tra quelle presentate. Ogni strofa sembra
un'inquadratura, e il lettore avanza come attraverso una sequenza di
immagini sospese.
L'inizio è immobile:
L'aria è ferma
il sole dell'estate
immobile sui campi
La natura appare
congelata. Il tempo sembra trattenere il respiro. È una sospensione che
prepara l'evento centrale: l'incontro.
Le due figure sono
presentate come "due solitudini". Non vengono descritte psicologicamente;
bastano due parole per delinearne la condizione. Ciò che accade tra loro è
definito con un'immagine di straordinaria efficacia:
depongono le armi
L'amore nasce quando cessa
la difesa. Il poeta suggerisce che il primo gesto amoroso non sia
l'avvicinamento, ma la rinuncia alla paura.
Molto bella è la
definizione del dialogo:
una parola antica
che nessuno
ha mai insegnato loro
L'amore appare come un
linguaggio originario, precedente a ogni educazione. È qualcosa che gli
esseri umani sembrano riconoscere più che apprendere.
La lunga enumerazione di
sogni, paure, stagioni e memorie costruisce la densità dell'attimo. Un
solo istante contiene un'intera esistenza. È una concezione profondamente
poetica del tempo: l'intensità conta più della durata.
Il finale evita ogni
enfasi. Il bacio avviene "senza rumore", quasi come un evento naturale.
L'ultima immagine – la luce accesa nel punto esatto dove il cuore ricorda
di essere vivo – restituisce all'esperienza amorosa la sua dimensione di
risveglio interiore.
Cabassi dimostra una
notevole sensibilità nel costruire immagini e atmosfere. La poesia
possiede un ritmo lento, quasi pittorico, coerente con il titolo. Il bacio
non viene raccontato come gesto passionale, ma come epifania: un istante
in cui il tempo si concentra e la vita ritrova la propria intensità.
-
Sandra Beatrice Greggio – "Rifugio"
Quattro versi soltanto,
eppure capaci di racchiudere una delle immagini più antiche e universali
della letteratura: il mare come madre.
L'incipit è immediato:
Stanotte mi ha aperto le
sue braccia il mare.
Il mare viene umanizzato
non per semplice personificazione, ma perché diventa presenza accogliente.
Non è l'immensità a dominare, bensì il gesto dell'abbraccio.
Il verso successivo
introduce la fiducia:
Fiduciosa vi riversai la
mia stanchezza.
La stanchezza non è solo
fisica. È il peso dell'esistenza, ciò che ciascuno porta con sé e
raramente riesce a deporre. Il verbo "riversare" suggerisce un affidamento
totale, privo di resistenze.
La conclusione è il punto
più alto:
E mi sentii bambina nel
grembo materno.
Qui il simbolo si compie.
Il mare ritorna a essere origine. L'io poetico non regredisce in senso
patologico, ma ritrova per un istante quella condizione primordiale di
protezione assoluta che precede ogni paura. È una poesia sulla fiducia,
più ancora che sul mare.
Greggio sceglie
l'essenzialità e la concentra in un'immagine archetipica. Il testo
possiede la compattezza di un haiku occidentale: pochi versi, un'unica
visione, un'emozione nitida. La sua forza risiede nella capacità di
evocare, con estrema semplicità, un'esperienza che appartiene
all'immaginario universale.
-
Alessio Romanini – "Piangente
spiaggia marina"
Romanini appartiene a
quella linea della lirica contemporanea che potremmo definire "tellurica":
la natura non è contemplata dall'esterno, ma vissuta come prolungamento
del corpo e della psiche. La sua poesia ricorda, per intensità sensoriale,
certe pagine della grande poesia novecentesca, dove il paesaggio è un
organismo vivente e l'io vi si dissolve progressivamente.
L'incipit è immediatamente
immersivo:
Mi costringe a
guardare dentro di me
il mare...
Il soggetto della frase è
il mare. Non è il poeta che sceglie l'introspezione: è il mare che la
impone. La natura assume una funzione quasi iniziatica, obbligando l'io a
un confronto con la propria verità più nascosta.
Di grande efficacia è
l'immagine:
a scavar nel sale
che scorre
dentro le arterie.
Il sale appartiene insieme
al mare e al sangue. Con questa sovrapposizione Romanini suggerisce che il
mare non è fuori dall'uomo: ne costituisce la memoria biologica. È
un'immagine che richiama, quasi inconsapevolmente, l'origine marina della
vita e trasforma il paesaggio in genealogia dell'essere.
La metafora della medusa è
una delle più riuscite:
Mi spiaggio come una
morente medusa sulla battigia.
La medusa è un organismo
privo di ossatura, completamente affidato alle correnti. Spiaggiata, perde
il proprio elemento vitale. È difficile immaginare una figura più adatta
per rappresentare la vulnerabilità estrema. L'io poetico non si paragona a
un animale forte o eroico, ma a una creatura trasparente, inerme, esposta
alla luce e alla morte.
Nella seconda strofa
compare il granchio nero:
dove c'è un piccolo
granchio
nero; mi guarda poi fugge impaurito.
È un'immagine di grande
interesse simbolico. Quel granchio sembra incarnare il nucleo più segreto
della psiche: una paura antica, un trauma, una parte rimossa che emerge
solo per un istante e subito si ritrae. La sua piccolezza è significativa:
non tutto ciò che governa l'esistenza è imponente; spesso sono proprio le
ferite più minute a determinare il nostro paesaggio interiore.
Il verso:
Faccio parte del tutto.
segna il punto di svolta
della poesia. Dopo la discesa nell'interiorità, l'io non resta
imprigionato in se stesso. Approda a una percezione quasi cosmica
dell'appartenenza. È una frase semplice, ma racchiude una lunga tradizione
filosofica, dalla sapienza orientale fino al pensiero di Baruch Spinoza:
l'identità non consiste nell'isolamento, bensì nella partecipazione al
tutto.
L'ultima immagine è di
forte slancio:
I confini si
smaterializzano
dalla pelle ferita.
La pelle rappresenta il
limite che separa il sé dal mondo. La ferita, paradossalmente, non è
soltanto dolore: diventa apertura. È attraverso ciò che ci vulnera che
possiamo oltrepassare i nostri confini.
Sul piano stilistico
Romanini costruisce una poesia di notevole densità metaforica. Non indulge
nella descrizione paesaggistica; ogni elemento naturale è trasfigurato in
simbolo. La lingua è essenziale ma ricca di immagini sorprendenti, e il
ritmo alterna lentezza contemplativa e improvvise accelerazioni interiori.
"Piangente spiaggia
marina" è una poesia che riesce a trasformare un'esperienza emotiva in un
percorso conoscitivo. Il mare non è sfondo, ma interlocutore; la natura
non consola, bensì scava, corrode, espone. Romanini dimostra una
sensibilità simbolica non comune e una capacità di far dialogare il corpo,
il paesaggio e la coscienza in un'unica esperienza poetica. È una lirica
che invita alla rilettura, perché molte delle sue immagini continuano a
riverberare ben oltre la conclusione del testo.
-
Jacqueline Miu – "Il fuoco sui monti
di Marte"
Questa poesia si muove in
una direzione completamente diversa. Se Romanini procede per immersione
nell'interiorità, Jacqueline Miu sceglie un movimento ascensionale. Il suo
immaginario è verticale: pietra, montagna, aquile, cielo, pianeta, Marte.
L'amore viene pensato come forza cosmica.
L'incipit possiede una
suggestione arcaica:
se fossi pietra o parte di
monte
L'io poetico immagina una
metamorfosi minerale. Non desidera diventare qualcosa di leggero o
mutevole, ma assumere la durata della roccia. La pietra è il simbolo della
permanenza, della memoria geologica, dell'attesa paziente.
Molto bella è l'immagine:
il tuo passo
sulla mia schiena millenaria
La montagna diventa corpo.
Il camminare dell'altro è trasformato in gesto d'amore. Non c'è possesso,
ma sostegno: l'io desidera essere il luogo su cui l'altro possa procedere.
Le aquile introducono una
dimensione sacrale. Sono gli unici esseri capaci di abitare quelle
altezze. La montagna non appartiene agli uomini comuni, ma a chi sa
elevarsi.
Il centro della poesia è
la promessa:
non dovrai più paura
dell'assenza
Questa sospensione
sintattica, pur nella sua essenzialità, ha un valore emotivo forte.
L'assenza è il vero antagonista del testo. Tutto il componimento cerca di
immaginare una forma d'amore capace di vincere la separazione.
L'immagine di Marte è
particolarmente interessante.
Tradizionalmente Marte
richiama la guerra, ma qui diventa il luogo del fuoco che può essere
sostenuto senza distruggere. È una reinterpretazione simbolica originale:
il pianeta rosso non rappresenta il conflitto, bensì un'intensità amorosa
così grande da richiedere uno spazio cosmico.
Il finale:
l'unico astro
capace di reggere il fuoco
nei tuoi occhi
trasforma lo sguardo
dell'amato in un fenomeno astronomico. Gli occhi non riflettono
semplicemente una luce: la generano.
Dal punto di vista
stilistico la poesia privilegia un linguaggio diretto, quasi oracolare. Le
immagini sono ampie, visionarie, spesso affidate più all'intuizione che
alla descrizione. Il testo procede per accumulo simbolico piuttosto che
per sviluppo narrativo.
"Il fuoco sui monti di
Marte" è una poesia che tende verso il mito. Jacqueline Miu non racconta
una vicenda sentimentale, ma costruisce una cosmologia dell'amore, nella
quale la materia terrestre e quella celeste si fondono. Alcuni passaggi
potrebbero essere ulteriormente cesellati sul piano ritmico, ma
l'immaginario possiede una forza autentica e una tensione visionaria che
conferiscono al testo una notevole personalità.
Con tutto l'affetto che
sento e la stima che provo
vostro Ben Tartamo
25-26-27 Giugno
Caro Ben,
ancora una volta la tua capacità di leggere l'anima
della poesia, è il risultato del tuo meraviglioso commento.
Ti ringrazio per le tue parole e la capacità di interpretare
i versi altrui.
Un abbraccio.
Alessio Romanini
- Armando Salvatore Santoro — “Quando
al mattino…”
Caro Armando, la tua poesia ha il passo quieto e solenne di chi non guarda
il mondo distrattamente, ma lo riceve come una rivelazione quotidiana. Il
mattino non è soltanto l’inizio della giornata lavorativa: è una soglia
sacra. L’uomo “s’avvia all’opra quotidiana”, e già in questa formula
antica, quasi virgiliana, sentiamo il rispetto per il lavoro, per il
dovere, per il ritmo ordinato dell’esistenza.
La scena è semplice, ma piena di grazia: i casolari, il primo fumo, le
finestre socchiuse, il contadino con il secchio di latte, i pioppi
scheletriti contro il cielo. Tu possiedi, caro Armando, quella rara
facoltà dei poeti veri: vedere l’eterno dentro il consueto. Dove un altro
vedrebbe solo un tragitto in automobile, tu vedi un paesaggio che si
rinnova come un rito.
Molto bella l’immagine dei pioppi che sembrano “pennelli d’un gigante”
intenti a colorare di rosa il cielo grigio. Qui la tua poesia si avvicina
alla grande tradizione della lirica paesaggistica: c’è qualcosa di
pascoliano nella delicatezza dello sguardo, ma anche qualcosa di
manzoniano e cristiano nella capacità di accettare la vita con le sue
ingiustizie, i suoi egoismi, i suoi affanni.
Armando, tu appari come un uomo che ha conosciuto il peso della vita, ma
non ha lasciato che quel peso gli spegnesse lo stupore. La tua indole è
paziente, contemplativa, moralmente resistente. Il verso più rivelatore è
questo: “rinnovo la gioia di vivere / e la pazienza di sopportare”. In
questa coppia — gioia e pazienza — c’è tutto il tuo mondo interiore.
Il significato profondo della poesia è che la vita si consuma, sì, ma non
si esaurisce. Ogni mattino la stessa scena ritorna, e proprio nel suo
ritorno custodisce il mistero. Tu non celebri una felicità ingenua:
celebri una fedeltà. La vita ferisce, ma si rinnova. E il poeta,
umilmente, si rimette in cammino.
- Marco Cabassi — “Voglio che tu
conosca l’amore”
Caro Marco, la tua poesia è una lunga benedizione. Non dici semplicemente
“ti amo”, ma “voglio che tu conosca l’amore”: ed è una formula altissima,
perché non mette al centro il possesso, ma la rivelazione. Tu desideri che
l’altro non solo sia amato, ma impari che cosa l’amore può essere, nelle
sue molte forme: dolcezza, cucitura, onda, corrente, carezza, abbraccio,
luce.
La tua poetica è affettiva, simbolica, teneramente sapienziale. Procedi
per immagini successive, come se l’amore fosse impossibile da definire con
una sola figura. Lo paragoni al succo delle ciliegie, a un filo che
unisce, a una cucitura che trasforma lo strappo, a una corrente
invisibile, a una luce discreta. È un amore non rumoroso, non teatrale, ma
profondamente operante.
Molto forte l’immagine della “cucitura” che rende lo strappo “parte di una
nuova forma”. Qui, caro Marco, tocchi una verità spirituale e quasi
terapeutica: l’amore non cancella sempre la ferita, ma può darle una nuova
forma. Non nega la lacerazione: la trasfigura. In questo senso la tua
poesia ha un respiro quasi mistico, perché l’amore viene rappresentato
come energia nascosta che continua a scorrere sotto la superficie
dell’esistenza.
Marco, tu appari come un poeta della cura. La tua indole non è predatoria,
non è possessiva, non è narcisistica: è generativa. Tu vuoi che l’altro
conosca la bellezza, la protezione, la forza silenziosa dell’amore. In te
vive una vocazione quasi paterna e insieme fraterna: accompagnare qualcuno
verso la luce, senza forzarlo.
Il significato profondo della poesia è che l’amore vero non è soltanto
passione, ma iniziazione alla fiducia. È ciò che resta “quando il giorno
finisce”, ciò che respira nel buio, ciò che sopravvive dietro la paura. E
il verso finale, “come il cuore dietro ogni paura”, è bellissimo: perché
ci dice che dietro ogni difesa, ogni tremore, ogni fuga, c’è ancora un
cuore che aspetta di essere raggiunto.
- Franco Fronzoli — “Antico caffè
greco”
Caro Franco, qui la tua poesia diventa una passeggiata nella memoria di
Roma, ma non una Roma da cartolina: una Roma sonnolenta, aristocratica,
sensuale, un poco teatrale, sospesa tra tramonto e antichità. L’Antico
Caffè Greco non è soltanto un luogo: è un reliquiario laico, un tempio del
tempo, una piccola basilica della conversazione, dell’arte e dell’attesa.
La disposizione dei versi, con quegli spazi ampi e irregolari, sembra
voler imitare il respiro lento del luogo: le pause tra i tavoli, il fumo
immaginario del caffè, i bicchieri di vino, gli anziani con le carte in
mano, la musica latina, il mulsum, gli artisti, i poeti, i suonatori.
Tutto appare come un quadro antico che non vuole morire.
La poetica è memoriale e antiquaria, nel senso nobile del termine. Tu ami
gli oggetti perché dentro gli oggetti senti la sedimentazione dei secoli.
La “campana” del caffè, le sedie di legno, i tavoli rotondi, le quaranta
carte, il miele aromatizzato da spezie: ogni dettaglio è una piccola
reliquia del vivere. In questo si può avvertire una vicinanza alla poesia
del luogo e della memoria, ma anche a una certa sensibilità dannunziana,
non nel fasto, bensì nel gusto per l’aroma, per il rito, per la bellezza
antica che si consuma lentamente.
Franco, tu appari come un poeta del tempo perduto. Non cerchi soltanto
Roma: cerchi una civiltà. Cerchi un’epoca in cui il caffè, la parola, il
gioco, il vino, la musica e la poesia erano ancora gesti di appartenenza.
Il tuo sguardo è nostalgico, ma non sterile: è il rimpianto di chi sa che
la bellezza antica non è morta del tutto, purché qualcuno continui a
nominarla.
Il significato profondo della poesia è che certi luoghi custodiscono più
memoria degli uomini. L’Antico Caffè Greco diventa il simbolo di una città
“che non aveva uguali”, ma anche di una grandezza che rischia di perdersi
nei millenni. Tu, Franco, non descrivi un locale: evochi una civiltà
seduta ancora a un tavolo, in attesa dell’ultima giocata.
- Renzo Montagnoli — “Meriggio”
Caro Renzo, in questa poesia il meriggio non è soltanto un’ora del giorno:
è una camera della memoria. Tutto è fermo, sospeso, quasi immobile sotto
il peso del sole. L’aia, la chioccia, i pulcini, i muggiti dalla stalla,
le cicale, i pioppi, la pianura: sono figure di un mondo antico,
contadino, elementare, ma proprio per questo profondamente umano.
La tua poetica, caro Renzo, appartiene alla linea della memoria rurale,
quella che non cerca l’effetto straordinario, ma la sacralità delle cose
semplici. In alcuni passaggi si sente un’eco pascoliana: non tanto per
imitazione, quanto per quella capacità di far parlare il piccolo — una
chioccia, un pulcino, un’aia assolata — come se contenesse una parte del
mistero della vita.
Il verso più rivelatore è: “quando si cerca / un passato che dia senso al
presente”. Qui la poesia apre il suo vero scrigno. Non stai semplicemente
ricordando un’estate lontana: stai cercando nel passato una chiave per
reggere il presente. Il ricordo diventa rifugio, ma anche fondamento.
Meta-psichicamente, Renzo, tu appari come un poeta della fedeltà alla
terra. La tua anima sembra tornare ai luoghi originari non per nostalgia
sterile, ma per ritrovare un ordine perduto. Il sole è implacabile,
l’arsura domina, ma dentro quella fatica c’era un mondo comprensibile:
uomini, bestie, mura, aia, stalla, pianura. La tua poesia dice che anche
il caldo, anche la sete, anche il sonno del meriggio possono diventare
memoria buona, se illuminati dal tempo.
Il significato profondo è questo: certe scene dell’infanzia o della
giovinezza non passano mai davvero. Restano dentro di noi come fotografie
assolate, e ogni tanto riaffiorano per ricordarci chi siamo stati.
- Antonietta Ursitti — “Il filo del
tempo”
Cara Antonietta, la tua poesia è brevissima, ma ha la grazia dei testi che
non spiegano troppo. Sembra un piccolo haiku occidentale, un frammento
sospeso, dove ogni immagine appare leggera e insieme fragile: il filo
bianco, le labbra, la corolla, l’aquilone caduto, lo sguardo, l’orizzonte.
Il “filo bianco” è una delle immagini più intense: può essere un capello,
un segno dell’età, una traccia del tempo che passa sul corpo, ma anche un
filo spirituale che collega ciò che siamo stati a ciò che ancora
guardiamo. Le labbra diventano “corolla di petali di seta”: dunque il
volto umano viene trasformato in fiore, in delicatezza, in materia viva e
vulnerabile.
L’immagine dell’“aquilone caduto” è bellissima e malinconica. L’aquilone
appartiene al cielo, al gioco, all’infanzia, al vento; caduto, diventa il
simbolo di un sogno che ha perso quota. Eppure non c’è disperazione: le
“pupille vive / guardano l’orizzonte”. Questo è il punto decisivo. Il
corpo porta il segno del tempo, forse della stanchezza, ma lo sguardo è
ancora vivo.
Antonietta, tu appari come una poetessa della soglia. Ti interessa quel
momento in cui la vita mostra la propria fragilità, ma non rinuncia alla
distanza, all’attesa, all’orizzonte. La tua indole poetica è sottile,
intuitiva, quasi rabdomantica: tocchi poche immagini e lasci che sia il
silenzio tra i versi a parlare.
Il significato profondo della poesia è che il tempo allontana e avvicina
nello stesso gesto. L’orizzonte sembra lontano, ma il tempo, consumando la
distanza, lo rende più prossimo. È una poesia sulla vecchiaia, forse sulla
memoria, forse sulla speranza: certamente su quello sguardo che, pur
ferito dal tempo, non ha smesso di cercare il cielo.
- Giuseppe Stracuzzi — “Genesi del
male”
Caro Giuseppe, questa poesia ha un tono più metafisico, più oscuro, quasi
da meditazione morale. Il titolo è ambizioso: “Genesi del male”. Non parli
del male come evento esterno, ma come qualcosa che nasce nel contesto
stesso del vivere, tra luci abbaglianti, privilegi, artigli, morsi,
ragione e anima.
La tua poetica, qui, è simbolica e verticale. Il testo non procede per
racconto, ma per nuclei di senso. “Fulgenti luci” e “artigli” stanno
vicini: è come se tu dicessi che il male non nasce soltanto dal buio, ma
anche da una luce falsa, da un bagliore che acceca, da un privilegio che
rende l’uomo predatore. È un’intuizione molto forte: non sempre il male si
presenta come tenebra; spesso arriva mascherato da splendore, potere,
superiorità.
Il passaggio decisivo è quello in cui “l’anima carezza / il bene grande /
con gli occhi volti al cielo”. Qui la poesia cambia quota. Dopo gli
artigli e i morsi, compare una possibilità di salvezza. La ragione, quando
si sente privilegiata, non basta a contenere il male; l’anima, invece, sa
ancora cercare un itinerario più alto, “più forte del pensiero”.
Giuseppe, tu appari come un poeta combattuto tra disincanto e fede. Vedi
con lucidità la parte rapace dell’uomo, ma non ti rassegni a essa. La tua
indole è quella di chi sa che la ragione, da sola, può diventare fredda,
superba, perfino complice; per questo affidi all’anima il compito di
intuire un bene più grande.
Il significato profondo della poesia è che il male nasce quando l’uomo
perde il cielo, quando la ragione si chiude nel privilegio e dimentica la
pietà. Ma resta un varco: uno sguardo rivolto in alto, un itinerario
invisibile, una forza spirituale che supera il puro pensiero.
- Renzo Montagnoli — “Meriggio”
Caro Renzo, in questa poesia il meriggio non è soltanto un’ora del giorno:
è una camera della memoria. Tutto è fermo, sospeso, quasi immobile sotto
il peso del sole. L’aia, la chioccia, i pulcini, i muggiti dalla stalla,
le cicale, i pioppi, la pianura: sono figure di un mondo antico,
contadino, elementare, ma proprio per questo profondamente umano.
La tua poetica, caro Renzo, appartiene alla linea della memoria rurale,
quella che non cerca l’effetto straordinario, ma la sacralità delle cose
semplici. In alcuni passaggi si sente un’eco pascoliana: non tanto per
imitazione, quanto per quella capacità di far parlare il piccolo — una
chioccia, un pulcino, un’aia assolata — come se contenesse una parte del
mistero della vita.
Il verso più rivelatore è: “quando si cerca / un passato che dia senso al
presente”. Qui la poesia apre il suo vero scrigno. Non stai semplicemente
ricordando un’estate lontana: stai cercando nel passato una chiave per
reggere il presente. Il ricordo diventa rifugio, ma anche fondamento.
Renzo, tu appari come un poeta della fedeltà alla terra. La tua anima
sembra tornare ai luoghi originari non per nostalgia sterile, ma per
ritrovare un ordine perduto. Il sole è implacabile, l’arsura domina, ma
dentro quella fatica c’era un mondo comprensibile: uomini, bestie, mura,
aia, stalla, pianura. La tua poesia dice che anche il caldo, anche la
sete, anche il sonno del meriggio possono diventare memoria buona, se
illuminati dal tempo.
Il significato profondo è questo: certe scene dell’infanzia o della
giovinezza non passano mai davvero. Restano dentro di noi come fotografie
assolate, e ogni tanto riaffiorano per ricordarci chi siamo stati.
- Antonietta Ursitti — “Il filo del
tempo”
Cara Antonietta, la tua poesia è brevissima, ma ha la grazia dei testi che
non spiegano troppo. Sembra un piccolo haiku occidentale, un frammento
sospeso, dove ogni immagine appare leggera e insieme fragile: il filo
bianco, le labbra, la corolla, l’aquilone caduto, lo sguardo, l’orizzonte.
Il “filo bianco” è una delle immagini più intense: può essere un capello,
un segno dell’età, una traccia del tempo che passa sul corpo, ma anche un
filo spirituale che collega ciò che siamo stati a ciò che ancora
guardiamo. Le labbra diventano “corolla di petali di seta”: dunque il
volto umano viene trasformato in fiore, in delicatezza, in materia viva e
vulnerabile.
L’immagine dell’“aquilone caduto” è bellissima e malinconica. L’aquilone
appartiene al cielo, al gioco, all’infanzia, al vento; caduto, diventa il
simbolo di un sogno che ha perso quota. Eppure non c’è disperazione: le
“pupille vive / guardano l’orizzonte”. Questo è il punto decisivo. Il
corpo porta il segno del tempo, forse della stanchezza, ma lo sguardo è
ancora vivo.
Antonietta, tu appari come una poetessa della soglia. Ti interessa quel
momento in cui la vita mostra la propria fragilità, ma non rinuncia alla
distanza, all’attesa, all’orizzonte. La tua indole poetica è sottile,
intuitiva, quasi rabdomantica: tocchi poche immagini e lasci che sia il
silenzio tra i versi a parlare.
Il significato profondo della poesia è che il tempo allontana e avvicina
nello stesso gesto. L’orizzonte sembra lontano, ma il tempo, consumando la
distanza, lo rende più prossimo. È una poesia sulla vecchiaia, forse sulla
memoria, forse sulla speranza: certamente su quello sguardo che, pur
ferito dal tempo, non ha smesso di cercare il cielo.
- Rosa Notarfrancesco — “Si cambia”
Cara Rosa, la tua poesia è una meditazione complessa, quasi labirintica,
sul presente, sulla felicità e sull’illusione del cambiamento. Il primo
verso è già una soglia filosofica: “È sempre adesso / che si può essere
felici”. Qui tu tocchi una verità antica e modernissima: la felicità non
abita né nel rimpianto né nell’attesa, ma nell’istante. Eppure, subito
dopo, la poesia complica questa intuizione: la felicità “spaventa
l’amore”, ci lascia soli, si intreccia con la modernità, con il bisogno,
con la memoria, con la noia, con il linguaggio pubblico dei giornali e
della politica.
La tua poetica, cara Rosa, è una poetica del pensiero in movimento. Non
costruisci immagini ferme: costruisci onde mentali. Il testo sembra quasi
respirare come una coscienza che ragiona, inciampa, ritorna, si corregge,
avanza. In questo senso vi è qualcosa di vicino a certe esperienze del
Novecento più riflessivo, dove la poesia non vuole soltanto cantare, ma
interrogare: Montale per il disincanto, Zanzotto per la complessità del
pensiero e del linguaggio, ma anche una vena tutta contemporanea, fatta di
spaesamento, memoria fragile e sospetto verso i miti del presente.
Il nucleo più profondo è il paradosso: “Ogni felicità è insieme / dove
eravamo e dove siamo”. È un verso notevole. La felicità non è mai pura
presenza: porta dentro il passato, lo trasforma, lo tradisce, lo rilegge.
Noi pensiamo di cambiare il tempo, ma forse cambiano solo “i giorni della
festa”, cioè le apparenze, i calendari simbolici, le narrazioni che
facciamo a noi stessi.
Rosa appare come una poetessa dell’intelligenza inquieta. Non si abbandona
facilmente alla consolazione. Ha bisogno di smontare le parole — felicità,
amore, modernità, presente — per vedere se dentro c’è ancora qualcosa di
vero. La sua indole poetica è lucidissima, forse persino severa con sé
stessa: non accetta le favole, ma ne riconosce il fascino.
Il significato profondo della poesia è che il cambiamento non è mai solo
esterno. Non basta che cambi il tempo, la politica, il racconto pubblico,
la domenica o il giorno di festa. Il vero cambiamento avviene quando
l’uomo riesce a rendere “più onesta e sincera la domenica”, cioè quando
anche il tempo dell’apparente serenità viene liberato dalla menzogna.
Rosa, in fondo, non cerca una felicità facile: cerca una felicità vera,
disincantata, adulta.
- Armando Bettozzi — “Altro che…
ginocchiere!”
Caro Armando, qui la poesia diventa arena, piazza, teatro civile. Non
siamo davanti a una lirica contemplativa, ma a una composizione satirica,
polemica, politicamente accesa, costruita come una risposta di pancia e di
mente a un fatto pubblico. Tu non ti limiti a commentare: entri nella
scena, la deformi, la teatralizzi, la restituisci con sarcasmo, dialetto,
rima, invettiva e mordente popolare.
La tua poetica, caro Armando, è quella del poeta civile che non teme il
fango della cronaca. Anzi, lo attraversa. C’è in te qualcosa dell’antica
tradizione satirica italiana: da Belli a Trilussa per il registro
romanesco, da Giusti alla poesia politica ottocentesca per la vena
mordace, fino a certi epigrammi contemporanei dove il verso diventa
schiaffo, risata, sberleffo, giudizio.
Il testo vive di contrasti: alto e basso, italiano e dialetto, potere e
popolo, onnipotenza e ridicolo, diplomazia e “serciate in fronte”. L’uso
del romanesco è particolarmente efficace perché abbassa il mito del
potente: lo tira giù dal trono, lo porta nella strada, lo espone al
giudizio ruvido della voce popolare. Quando dici “Er Più - qui in Tèra”,
smonti l’arroganza con una formula ironica e quasi teatrale: il presunto
onnipotente diventa personaggio da commedia umana.
Armando, tu appari come un poeta dell’indignazione energica. Non ami la
neutralità, non sopporti il servilismo, detesti l’ipocrisia di chi cambia
posizione a seconda del padrone o dell’avversario. La parola “ginocchiere”
è il simbolo più forte del testo: non indica solo sottomissione politica,
ma postura morale. Chi vive inginocchiato non è più libero nemmeno quando
parla di dignità.
Il significato profondo della poesia è che il potere va guardato senza
culto e senza paura. Tu metti in scena l’arroganza di chi si crede
onnipotente, ma anche l’ambiguità di chi, all’interno, approfitta della
crisi per fare calcolo, rancore, propaganda. La tua satira non è elegante
nel senso salottiero: è volutamente ruvida, popolare, urticante. Ma
proprio lì sta la sua funzione: costringere il lettore a non addormentarsi
davanti alla cronaca.
- Felice Serino — “Pietra di sole”
Caro Felice, dopo il labirinto filosofico di Rosa e la tempesta satirica
di Armando, la tua poesia arriva come una piccola icona luminosa.
Pochissimi versi, ma un’immagine limpida: la luce ha compiuto il suo giro,
posa l’ultimo spicchio sulla pietra, e l’uomo resta più leggero con “un
frammento di sole” in tasca.
La tua poetica è essenziale, quasi contemplativa. Siamo vicini alla
miniatura lirica, al frammento sapienziale, alla poesia breve che non
vuole spiegare, ma depositare una visione. La pietra e il sole sono due
simboli primari: la pietra è peso, durata, materia, memoria; il sole è
luce, grazia, energia, promessa. Metterli insieme significa unire ciò che
resta fermo e ciò che passa.
Il verso più bello è “che porta il tempo come una promessa”. Qui la poesia
si apre. Il tempo non è soltanto consumo, perdita o malinconia; diventa
qualcosa che si può portare con sé, quasi un talismano. Il “frammento di
sole” in tasca è un’immagine umile e meravigliosa: non possediamo l’intera
luce, ma possiamo custodirne una scheggia.
Felice appare come un poeta dell’essenzialità spirituale. La sua indole
non forza il mistero: lo sfiora. Non ha bisogno di grandi architetture
verbali; gli basta un’immagine esatta, una pietra, un raggio, una tasca,
per dire che l’uomo può alleggerirsi anche dentro il peso del tempo.
Il significato profondo della poesia è che la luce, quando passa, non
scompare del tutto. Lascia una traccia. E chi sa raccoglierla diventa più
leggero. È una poesia piccola solo nella misura; nell’intuizione è grande,
perché dice una cosa altissima: la speranza non è possedere il sole, ma
conservarne un frammento.
- Sandra Beatrice Greggio — “Un giorno
così”
Cara Sandra, la tua poesia ha la forma di una carezza data a sé stessi
dopo molte giornate difficili. Il titolo, “Un giorno così”, sembra quasi
dimesso, quotidiano; ma dentro questa semplicità si apre una riflessione
profonda sulla vita come accettazione, come resistenza mite, come capacità
di bastarsi con poco.
Il verso chiave è “la lieta tribolazione / della vita di ogni giorno”. È
un’espressione molto bella, perché unisce due parole apparentemente
opposte: “lieta” e “tribolazione”. Qui c’è il cuore della tua anima
poetica. Tu non neghi la fatica, non la addolcisci falsamente; però sai
che anche dentro la tribolazione può sopravvivere una forma di grazia.
La poetica di Sandra è intimista, confessionale, delicatamente
esistenziale. Si avverte una sensibilità vicina alle piccole epifanie del
quotidiano: un messaggio, un sorriso, occhi “di cielo”. Sono minimi doni,
ma per un’anima che ha smesso di pretendere troppo dal mondo diventano
quasi miracoli.
Cara Sandra, tu appari come una donna che ha conosciuto l’incomprensione e
ne ha fatto non rancore, ma misura. Il tuo “non ti aspetti più nulla” non
è aridità: è una forma di difesa gentile. È come se l’anima avesse
imparato a non esporsi troppo al tradimento delle attese, ma continuasse,
nonostante tutto, a desiderare un segno: un messaggio, un sorriso, una
presenza vera.
Il significato profondo della poesia è questo: una vita può essere
incompresa e tuttavia restare straordinaria. Non serve che tutti la
riconoscano; basta che pochi sappiano condividerla. In questa chiusa c’è
una nobiltà silenziosa: Sandra non chiede applausi, chiede comunione.
- Alessio Romanini — “Dolore originale”
Caro Alessio, questa poesia ha un titolo potentissimo: “Dolore originale”.
Sembra richiamare, in filigrana, il “peccato originale”, ma spostandolo
dalla colpa alla ferita. Come se all’origine dell’uomo non ci fosse
soltanto una caduta morale, ma una pena radicale, una malinconia primaria,
una frattura che accompagna tutta l’esistenza.
Il testo è asciutto, severo, quasi filosofico. Tu dici: “Passiamo tutta la
vita a cercare / felicità”. Poi arriva la frattura: “Io ho smesso di
cercare / perché credo che sia solo inganno.” Qui non parla un pessimista
banale; parla un’anima che ha smascherato una certa idea illusoria della
felicità, quella promessa come possesso pieno, come stato definitivo, come
assenza di dolore.
La tua poetica, caro Alessio, è essenziale e interiore. Non ami
l’ornamento: preferisci la diagnosi. In pochi versi costruisci una piccola
teologia laica del dolore. La felicità non viene trovata nell’euforia, ma
nelle “piccole cose”, in ciò che la gente dà per scontato. E proprio qui
avviene il rovesciamento più importante: il dolore non sparisce, ma pesa
meno.
Alessio, tu appari come un poeta dell’accettazione lucida. Non ti consoli
con frasi facili, non ti racconti favole. Però dentro il tuo disincanto
resta una forma di umiltà profonda: accontentarsi delle piccole cose non è
povertà spirituale, ma sapienza. È la rinuncia al mito della felicità
assoluta per trovare una felicità più vera, più sobria, più umana.
Il verso finale, “È questa agognata felicità”, ha la forza di una
rivelazione amara e luminosa. La felicità, forse, non è guarire dal dolore
originale; è imparare a portarlo senza esserne schiacciati.
- Jacqueline Miu — “cartucce globali”
Cara Jacqueline, la tua poesia arriva come una ferita aperta sul corpo del
mondo. Il titolo, “cartucce globali”, è già una sintesi feroce: non si
parla più di una violenza locale, ma di un sistema planetario di
aggressione, colpa, sangue e giustificazioni. Le cartucce non sono solo
armi: sono anche linguaggi, ordini, poteri, ideologie.
Il primo verso è lapidario: “non puoi sparare sul mondo”. È un
comandamento poetico e morale. Da lì il testo procede come una
requisitoria spirituale contro la violenza: non puoi lavarti le mani, non
puoi cancellare il male, non puoi uccidere e tornare puro alle tue mura.
Qui si sente un’eco biblica, quasi profetica: la colpa non si lava con il
gesto esterno, perché resta conficcata nel battito.
Molto forte il verso: “uccidimi e morirai due volte”. È una intuizione
tremenda. Chi uccide non elimina soltanto l’altro: genera una seconda
morte dentro sé stesso. Porta mostri peggiori nel cuore. In questo
passaggio, Jacqueline tocca un nodo altissimo: la violenza non distrugge
solo la vittima; avvelena anche il carnefice.
La seconda parte cambia registro. Dopo il nero delle vetrine e dei volti,
appare una richiesta struggente: “tristezza chiede un vaso di fiori / col
colore caldo del sole / e l’anima di una donna innamorata”. È un finale
sorprendente e bellissimo. Dopo la guerra, dopo il male, dopo il nero, la
poesia non chiede vendetta: chiede colore, sole, fiori, amore.
Jacqueline appare come una poetessa visionaria e ferita, ma non arresa. La
sua indole è insieme ribelle e materna, oscura e luminosa. Vede il male
con occhi spietati, però cerca ancora un’immagine capace di salvare: una
donna innamorata, cioè un’anima che non ha smesso di generare calore nel
mondo.
Il significato profondo della poesia è che nessuna ragione umana può
arrogarsi il diritto assoluto sulla vita. “La vita ha briglie di fede e
non umane”: questo verso è il centro mistico del testo. L’uomo crede di
comandare, ma la vita appartiene a un ordine più alto. E chi lo dimentica,
anche se vince, è già sconfitto dentro.
Con tutto l'affetto che sento e la stima che
provo
Ben Tartamo
24 Giugno
Caro Ben Tartamo
Ho raccolto e
copiato i tuoi commenti , per potermi offrire il piacere di leggerli
separatamente.
Complimenti per
come riesci a penetrare nel profondo di chi scrive.
Grazie di offrire ai
miei testi, queste tue meravigliose peculiarità .
Purtroppo non ho
mezzi compatibili per ringraziarti. Soltanto un infinito grazie.
Un abbraccio
Giuseppe Stracuzzi.
28-31 Maggio
-
Antonio Spagnuolo – “Tra dipinti e illusioni di estate”
Antonio, qui la poesia non descrive
una mostra: la trasforma in un fenomeno atmosferico. Le tele non stanno
ferme, “respirano”, si sciolgono nel sole, prendono sale, turchese,
ginestra, montagna, vento. È una poesia di dissolvenza pittorica, dove il
paesaggio entra nel quadro e il quadro entra nel paesaggio. La parola
dominante è illusione, ma non nel senso dell’inganno: è
l’illusione alta dell’arte, quella che fa credere agli occhi più di quanto
la realtà conceda.
L’anima del poeta appare
contemplativa, marina, sensibile ai confini che si sciolgono: mare e
monti, sabbia e neve, luce e distanza. C’è una natura quasi
impressionista, ma anche un sentimento metafisico: l’estate diventa un
miraggio dell’eterno. Il verso più rivelatore è: “ed il mare sembra
toccare le cime lontane”, perché lì si capisce che il poeta cerca sempre
un punto impossibile di contatto tra ciò che è basso e ciò che è alto, tra
corpo e sogno, tra visione e desiderio. È una poesia luminosa, piena di
colore, ma sotto il colore si sente una nostalgia sottile: quella di un
orizzonte che non vuole finire.
-
Armando Salvatore Santoro – “La morte sa aspettare”
Armando, questa poesia ha una forza
antica e moderna insieme. Antica, perché parla della morte come presenza
personificata, quasi una figura classica, una dama oscura che accarezza,
insegue, beffeggia, ammicca. Moderna, perché la morte non appare in un
cimitero simbolico, ma nelle immagini crude del nostro tempo:
bombardamenti, incidenti autostradali, ospedali, malattia, tempeste. La
morte non è astratta: è cronaca, corpo, ansia, strada, notizia.
La struttura è efficace perché procede
per apparizioni successive. Prima la morte entra nella mente, poi nel
mondo, poi nella società, poi nella condizione universale. Il passaggio
più forte è quello sul povero e sul ricco: il povero può vederla come
liberazione, il ricco la teme perché non può comprarla. Qui la poesia
diventa anche giudizio morale: davanti alla morte cadono gerarchie,
proprietà, privilegi, trattative.
L’anima del poeta è profondamente
vigile. Santoro non sembra un uomo attratto dalla morte in senso morboso;
sembra piuttosto uno che la osserva perché sa che ignorarla sarebbe
infantile. La sua è una meditazione severa, quasi sapienziale. Il finale,
“La morte è attorno a noi / e sa aspettare”, è asciutto e definitivo: non
urla, non consola, non predica. Lascia il lettore davanti a una verità
nuda.
- Nino
Silenzi – “Accadde di notte”
Lorenzo,
questa è una poesia breve, ma ha la natura dei sogni veri: pochi elementi,
tutti magnetici. Notte, sogno, bufera, luci blu, neve, abisso, sorriso,
nuvole. Sembra una scena d’amore, ma in realtà è una scena dell’inconscio.
La donna amata ride “sulle vette nevose / dell’abisso infinito”: immagine
bellissima perché unisce altezza e precipizio. L’amore qui non salva
semplicemente: abbaglia, disorienta, trascina verso un nulla luminoso.
La musicalità è sospesa, quasi da
visione notturna. Non c’è racconto, c’è apparizione. Le “luci blu” sono il
simbolo più interessante: possono essere memoria, desiderio, allarme,
richiamo, ipnosi. È come se il poeta avesse incontrato una figura d’anima,
non una donna soltanto: una presenza che lo insegue ogni volta che
sorride.
Meta-psichicamente, questa poesia
rivela un temperamento sensibile al fascino dell’irraggiungibile. L’amore
non è possesso, ma inseguimento. La persona amata è “agghindata di
nuvole”, dunque vestita di evanescenza: più la si guarda, più sfugge. Il
verso finale, “ansare nel nulla”, è forte perché dice la vertigine di chi
ama qualcosa che forse appartiene più al sogno che alla terra.
-
Armando Bettozzi – “Repetita… non juvant!”
Armando, qui siamo in tutt’altro
registro: non più lirica contemplativa, ma satira dialettale, teatro
popolare, invettiva comica e politica. Il testo vive nella voce. Bisogna
quasi sentirlo recitare, con pause, smorfie, accelerazioni, sarcasmi. Il
romanesco non è solo colore locale: è una macchina ritmica. Serve a dare
alla poesia una forza da piazza, da osteria intelligente, da Pasquino
contemporaneo.
Il tono è volutamente aggressivo,
caricaturale, pieno di motti, interruzioni, esclamazioni, puntini, scatti
di voce. La poesia costruisce un personaggio collettivo: quello di chi
provoca, pretende di provocare e poi si lamenta della reazione. La parte
più riuscita è proprio questa contraddizione satirica: “vado a provocarli,
però non devono reagire”. Bettozzi lavora sul paradosso e lo gonfia fino
al grottesco.
L’anima del poeta appare battagliera,
ironica, insofferente verso quella che percepisce come ipocrisia pubblica.
Non cerca la raffinatezza lirica: cerca il colpo, la battuta, la sferzata.
La poesia, in questo caso, non vuole essere marmo, vuole essere frusta. Il
rischio, naturalmente, è che la cronaca e la polemica prevalgano sulla
durata poetica; ma la forza del testo sta proprio nella sua immediatezza
orale, nel suo essere quasi un monologo da palcoscenico civile.
- Marco
Cabassi – “L’eco del vespro”
Cabassi scrive una poesia di soglia:
non è ancora notte, non è più giorno; non è dolore pieno, non è felicità
piena. È il vespro, cioè l’ora in cui l’anima diventa più porosa. Le
“erranti nuvole” e le “vaganti carovane” danno subito l’idea di un
movimento lento, quasi monastico, sopra un mondo che tace. Le campane non
sono soltanto suono: sono memoria, richiamo, nostalgia spirituale. Molto
bello il passaggio del vento sull’“Acero campestre”, perché porta la
poesia in una natura precisa, non generica: acero, pioppi, ginestre, luce
pallida. L’anima del poeta qui appare mite, contemplativa, incline a
trovare nella natura non l’esaltazione, ma una tregua. Il finale è
delicato: “come una pena che cade lieve”. Qui si sente il nucleo vero del
testo: la pace non cancella il dolore, lo rende soltanto più sopportabile.
È una poesia di malinconia buona, quasi francescana.
- Tinti
Baldini – “Un giorno”
Questa poesia è durissima nella sua
semplicità. Non usa grandi immagini decorative, ma gesti minimi: una voce
bassa, un volto inclinato, un sorriso “non più tuo”, una schiena curva,
passi strascicati. È una scena di abbandono, ma raccontata senza
teatralità. L’uomo che parte “a cercar altri lidi, altri mari, altre
donne” sembra credere che cambiando paesaggio possa cambiare destino;
invece porta con sé il proprio male. Il verso decisivo è “ma il tuo male /
non t’ha abbandonato”: lì la poesia diventa sentenza umana. L’anima della
poetessa appare lucida, ferita, ma non vendicativa. Non urla contro chi se
n’è andato; lo guarda quasi con pietà, come si guarda qualcuno che fugge
senza sapere che il carcere è dentro di lui. Il finale, “è solo terra nera
/ che ti culla”, è bellissimo e terribile: la terra non è più madre
luminosa, ma grembo funebre. Poesia breve, spoglia, memorabile.
- Alessandro
Borghesi – “Tumulto”
Borghesi porta sulla pagina una poesia
fisica, nervosa, dominata dal desiderio. Qui non c’è contemplazione: c’è
pressione, febbre, attrito. La “pergamena” che suda è un’immagine
interessante, perché sembra dire che anche la scrittura partecipa al
corpo, si scalda, si macchia, si agita. Il rapporto amoroso è presentato
come energia che supera la ragione: capelli, labbra, morso, seduzione,
frenesia. La poesia vive di accelerazioni e di parole incandescenti:
“impazzisco”, “scoppia”, “inonda”, “sconvolgimi”. L’anima del poeta appare
passionale, impaziente, quasi incapace di separare sentimento e
possessione. Il testo non cerca la purezza dell’amore, ma il suo lato
istintivo, tumultuoso, sensuale. Il finale “Ho ancora voglia di Te” chiude
bene perché riporta tutto a una dichiarazione nuda, senza ornamenti: dopo
il caos, resta il desiderio. È una poesia più carnale che sentimentale,
più elettrica che melodica.
- Andrew
Rebrov – “Romeo e Giulietta”
Rebrov compie un’operazione comica e
dissacrante: prende il mito tragico per eccellenza, Romeo e Giulietta, e
lo trascina nel ventunesimo secolo, tra suonerie, Rammstein, iPhone, film
horror e linguaggio quotidiano. Il risultato è volutamente grottesco: il
balcone non è più il luogo dell’amore sublime, ma la scena di una
dipendenza tecnologica. Giulietta non è rapita da Romeo, ma dall’iPhone.
Questo rovesciamento funziona perché colpisce un nervo contemporaneo:
l’oggetto tecnologico ha sostituito il volto amato, la vibrazione del
telefono ha preso il posto del palpito romantico. L’anima del poeta è
satirica, giocosa, irriverente; ama smontare i grandi miti per mostrare
quanto siamo diventati ridicoli e fragili. Alcune asperità linguistiche
sembrano forse dovute a traduzione o scelta volutamente straniante, ma
danno al testo un’aria buffa, quasi da teatro surreale. Non è una poesia
d’amore: è una caricatura dell’amore nell’epoca dello schermo. E sotto la
risata, come spesso accade, c’è una piccola tristezza: Giulietta non
guarda più le stelle, guarda il display.
-
Franco Fronzoli – “Avrei voluto …”
Franco, questa poesia vive tutta
dentro un istante: un bacio improvviso, quasi caduto dal cielo, che il
poeta tenta disperatamente di salvare dalla legge del tempo. Il continuo
“Avrei voluto” è la formula dell’impossibile: non dice soltanto desiderio,
ma rimpianto, incanto, fame di eternità. Il bacio non è erotico in senso
pieno; è più una rivelazione infantile, una grazia improvvisa che riporta
l’io alla purezza dello stupore. Bellissima l’immagine del bambino “nella
foresta”: dice lo smarrimento dolce di chi, davanti all’amore, non sa più
orientarsi. L’anima del poeta appare tenera, memore, quasi devota al
piccolo miracolo ricevuto. Questo testo non racconta un amore intero:
racconta il punto esatto in cui l’amore diventa reliquia.
-
Giuseppe Stracuzzi – “Il verso della vita”
Giuseppe, qui la vita è vista nel suo
tratto finale, come una scala che scende verso gli “ultimi gradini”. La
poesia ha un respiro grave, spirituale, quasi penitenziale: l’anima sente
il peso del tempo, teme il precipizio, cerca un appiglio, implora. Il mare
che la inonda è immagine potente, perché può essere insieme morte,
memoria, giudizio, immensità. Ma il testo non finisce nella disperazione:
finisce nella “grazia del perdono”, cioè in una luce che arriva proprio
quando l’anima è più fragile. Il poeta sembra conoscere bene la paura
dell’ultima soglia, ma non la guarda con ribellione: la guarda con umiltà.
È una poesia dell’agonia intesa non come sconfitta, ma come domanda di
misericordia.
-
Sandra Beatrice Greggio – “L’Invisibile”
Sandra Beatrice, questa poesia è una
piccola invocazione alla sorgente misteriosa della parola poetica.
L’“Invisibile” non è definito, e proprio per questo resta più forte: può
essere ispirazione, Spirito, angelo, grazia, voce interiore, amore divino.
La penna, la colomba, la fiammella, il vento, i petali: sono immagini
semplici, limpide, quasi evangeliche. Il tono non è intellettuale, ma
riconoscente. La poetessa non vuole possedere il mistero; vuole
ringraziare per averlo intuito. L’anima che si rivela è candida,
spirituale, desiderosa di purezza, capace di sentire che la poesia non
nasce solo dall’abilità, ma da una visita. Il verso finale è il cuore del
testo: la comprensione è già una forma di grazia.
-
Jacqueline Miu – “Un bacio sotto il terreno fatto di labbra”
Jacqueline, questa poesia ha una
materia visionaria, sotterranea, quasi onirico-surrealista. Il bacio non
avviene semplicemente tra due bocche: avviene “sotto il terreno”, dentro
una rete di radici, antichi alberi, abissi, sangue, angeli, bottiglie
lanciate nell’universo. È una poesia d’amore cosmico e perturbante, dove
la tenerezza si mescola a immagini di rovina e rinascita. La “BigBabol”
finale è sorprendente: introduce un oggetto pop, infantile, quasi ironico,
dentro uno scenario mitico e apocalittico. Questo contrasto dà al testo
una voce molto contemporanea: sacra e giocosa, tragica e adolescenziale,
cosmica e quotidiana. L’anima della poetessa appare irregolare, magnetica,
piena di visioni non addomesticate. Non cerca l’armonia classica: cerca la
collisione. E in quella collisione nasce una poesia strana, fertile, quasi
aliena.
-
Alessio Romanini – “Solitudine serena”
Alessio, questa è una poesia raccolta,
marina, interiore. La solitudine non è ferita aperta, ma condizione
contemplativa: “solitudine serena”, appunto. L’anima è come una riva, una
battigia su cui arrivano pensieri raminghi, gusci di ricordi, ossi bianchi
e romiti. C’è una malinconia salmastra, ma non disperata. Il poeta sembra
avere fatto pace con una parte della propria lontananza: non cerca rumore,
non chiede compagnia a ogni costo; respira libertà dentro una quiete un
poco nostalgica. Molto bella l’espressione “serenità salata”, perché
racchiude perfettamente il tono della poesia: una pace che conserva il
sapore delle lacrime. È un testo breve, ma possiede una limpida maturità
emotiva.
Con
affetto e stima
vostro Ben Tartamo
25-26-27 Maggio
-
Giuseppe
Stracuzzi — Le siepi del pensiero
Questa poesia vive di fratture
interiori.
Già il titolo è potentissimo: “Le siepi del pensiero” richiama
immediatamente un limite mentale, una barriera emotiva costruita dalla
coscienza per proteggersi. Ma la pioggia — elemento naturale e spesso
simbolo di purificazione o trauma — “ha scardinato” queste siepi. Non le
piega: le abbatte. È un’irruzione.
Da quel momento il testo entra in
una dimensione quasi liquida, dove i pensieri non sono più ordinati ma
trascinati da correnti interiori. L’autore usa parole come estuario,
foce, mare: tutto confluisce verso uno spazio finale e
instabile. La vita appare come un corso d’acqua che arriva a un punto di
dissoluzione.
La vera forza della poesia è nella
convivenza continua tra dolcezza e dolore:
- “parole dolci”
- “amori addormentati”
- “petali di fiori”
accanto a:
- “dolente attesa”
- “foglie inaridite”
- “verso amaro”.
È il linguaggio di chi non ha perso
la capacità di sentire, ma sente ormai attraverso la malinconia. Gli
amori non sono morti: sono “addormentati”. Questo dettaglio cambia
tutto. Significa che il poeta vive in una memoria ancora pulsante,
incapace di chiudersi definitivamente.
Il finale è straordinariamente
intimo:
“non mi stanco
toccare con le mani
gli occhi confusi
delle tue parole”
Qui avviene una fusione sensoriale
quasi impossibile: si toccano gli occhi delle parole. È sinestesia pura,
ma soprattutto è il tentativo disperato di rendere concreto ciò che
sfugge: il linguaggio, l’amore, la memoria.
Il mare finale non è solo un
paesaggio: è l’inconscio davanti al quale il poeta si arrende e
contemporaneamente resiste.
-
Antonio
Spagnuolo — Frontiere
Questa poesia è estremamente
raffinata perché lavora sul concetto di confine senza mai renderlo
rigido. Tutto è mobile, vibrante, sospeso.
Il testo nasce “per una mostra di
pittura”, e infatti il poeta scrive come un pittore dell’invisibile: non
descrive quadri, descrive il momento in cui l’emozione diventa immagine.
La parola chiave è naturalmente
frontiera, ma qui la frontiera non divide soltanto: crea relazione.
Esistono molte soglie nel testo:
- tra silenzio e parola;
- tra colore e tremore;
- tra ironia e intimità;
- tra quotidiano e prodigio;
- tra abitudine e desiderio.
Spagnuolo sembra suggerire che tutta
la vita umana si giochi nei margini, nei passaggi impercettibili. Non
nelle certezze.
Bellissimo il verso:
“Il quotidiano si dissolve
quando lo sguardo incontra una mano che cerca.”
Qui l’autore entra nella
fenomenologia dell’incontro umano: basta un gesto autentico per rompere
la banalità del reale. La mano che cerca è vulnerabilità, bisogno di
contatto, desiderio di essere riconosciuti.
Anche il colore assume una funzione
emotiva:
“il colore di tutti i giorni è un
tenero
taglio che la speranza incide per amare.”
Immagine magnificamente ambigua. Il
colore quotidiano non consola: incide. L’amore lascia ferite
leggere ma necessarie. La speranza stessa è un atto che apre, e quindi
espone al dolore.
Questa poesia possiede una maturità
artistica notevole: non cerca l’emozione immediata, ma un lento
attraversamento percettivo.
-
Armando
Salvatore Santoro — Borgo antico
Qui entriamo in una poesia della
memoria, ma non nostalgica nel senso semplice del termine. È una
nostalgia esistenziale: il ritorno al borgo coincide col tentativo di
ritrovare se stessi.
Il tono è narrativo, quasi classico,
e proprio questa semplicità apparente rende il testo autentico. Santoro
non forza mai l’immagine: lascia che sia il ricordo a parlare.
Il “borgo scordato” non è soltanto
un luogo geografico. È il luogo dell’identità originaria. Il poeta vuole
tornare non tanto nel paese, quanto nella persona che era.
Il mare, ancora una volta, diventa
simbolo di desiderio e di evasione:
“Sognerò nuovamente, come allora,
d’essere a bordo e navigar lontano”
Il bambino, il soldato, l’uomo
anziano convivono nello stesso sguardo. Questo intreccio temporale è la
vera anima della poesia.
Straordinario anche il passaggio
sull’amico:
“si trasporta quieto la sua croce
con dignità”
Qui il poeta abbandona il ricordo
estetico e tocca una verità umana profondissima: la dignità silenziosa
di chi continua a vivere nonostante il peso dell’esistenza.
L’ultimo verso:
“per consolar chi sta subendo un
torto”
chiude la poesia in modo moralmente
luminoso. Dopo il viaggio nella memoria, resta la bontà umana come unico
approdo reale.
È una poesia che possiede il respiro
della tradizione mediterranea: mare, paese, tramonto, amicizia,
sofferenza composta. Ma sotto questa classicità vive una domanda molto
moderna: dove conduce davvero la nostra primavera perduta?
-
Enrico
Tartagni — Il gabbiano
Questa è la più essenziale delle
quattro poesie precedenti, ma forse
anche la più metafisica.
Tartagni lavora per sottrazione. Non
cerca immagini elaborate: lascia spazio al vuoto, al silenzio,
all’attesa.
Il testo sembra quasi sospeso fuori
dal tempo:
“Gli ombrelloni sono spenti”
Verso semplicissimo e geniale. Gli
ombrelloni “spenti” trasformano la spiaggia in qualcosa di umano,
stanco, silenzioso. Tutto è dopo qualcosa: forse dopo l’estate, forse
dopo una stagione interiore.
La poesia è costruita su un lento
ascolto del mondo:
- la risacca;
- la luce che indugia;
- il vento debole;
- le parole leggere.
Non c’è dramma. C’è contemplazione.
Poi arriva il nucleo filosofico:
“L’orizzonte non ha fine
Ed in sè non esiste”
Questo è un verso profondissimo.
L’orizzonte esiste solo per chi guarda: è una linea mentale, una
promessa irraggiungibile. Il poeta sembra intuire che molti dei nostri
limiti e desideri siano costruzioni interiori.
Infine il gabbiano.
Non è semplicemente un simbolo di
libertà. È una creatura che appartiene contemporaneamente al mare e al
cielo. Sa ascoltare il dialogo segreto tra gli elementi.
“Mare e cielo si sanno parlare
Ed il gabbiano ascolta
Voglio essere lui”
Qui emerge il desiderio finale del
poeta: non dominare il mondo, ma comprenderne il linguaggio invisibile.
Diventare testimone del mistero, non protagonista.
-
Nino Silenzi — Accadde di giorno
Questa poesia è costruita
come un’esperienza di rinascita improvvisa.
Non accade di notte — luogo classico dell’inconscio — ma “in
pieno sole”. Questo dettaglio è fondamentale: la rivelazione non
nasce dall’ombra, ma da una luce che costringe a vedersi.
L’inizio ha una fisicità
straordinaria:
“dentro il rauco fiume
tra fruscii di canne
e ronzii di libellule”
Il paesaggio non è
decorativo: è un organismo vivo. Il “fiume rauco” sembra avere
voce, quasi fosse una coscienza naturale dentro cui il poeta si
immerge.
Poi arriva il verso
centrale:
“Ero fuggito dall’anima.”
Verso breve, violentissimo.
Non dice “ero triste”, “ero perso”, ma fuggito dall’anima.
È una dissociazione interiore: il soggetto viveva separato dalla
propria verità profonda.
L’immagine del volto
deformato nell’acqua è quasi espressionista. Il poeta vede se
stesso alterato, instabile, privo di forma certa. Ma proprio
questa deformazione diventa accesso alla consapevolezza.
La svolta avviene nel corpo:
“Nuotando leggero
nel murmure fresco
compresi finalmente
d’essere vivo.”
Non c’è ragionamento
filosofico. È il contatto sensoriale col mondo a restituire
esistenza. L’acqua qui agisce come elemento battesimale:
dissolve l’alienazione.
Il finale è magnifico perché
unisce opposti emotivi:
“Piangevo e ridevo”
È il segno delle autentiche
epifanie interiori: quando l’essere umano ritrova sé stesso,
dolore e gioia diventano indistinguibili.
Perfino i “rovi spinosi” e i
“pioppi pensosi” sembrano partecipare alla scena come presenze
spirituali. La natura intera assiste al ritorno dell’uomo dentro
la propria anima.
Immenso e grande poeta
il nostro prof. Lorenzo
-
Armando Bettozzi — Fatti, una poesia / Il
riscatto di Pinocchio
Qui ci troviamo davanti a
una poesia civile e polemica, ma soprattutto davanti a un autore
che usa la forma poetica come arma retorica e satirica.
Bettozzi lavora in una
tradizione antica: quella dell’invettiva morale.
Dietro il tono contemporaneo si sentono echi della poesia
giocosa e civile italiana, persino certe deformazioni ironiche
che ricordano momenti della tradizione bernesca o pasquinesca.
La struttura è volutamente
ibrida:
- citazioni giornalistiche;
- linguaggio politico;
- sarcasmo;
- versi in rima;
- registri alti e bassi
mescolati.
Questa frammentazione non è
casuale: riflette un mondo percepito come caotico,
contraddittorio, manipolato mediaticamente.
Il nucleo psicologico del
testo è la ribellione contro quella che l’autore percepisce come
ipocrisia ideologica. Il poeta sente di vivere in una realtà
dove:
- i diritti vengono
invocati senza responsabilità;
- la morale è selettiva;
- il linguaggio pubblico è
manipolatorio;
- la verità è sostituita
dalla rappresentazione.
Per questo Pinocchio diventa
simbolo centrale. Ma il ribaltamento è interessante: il
burattino non è più il mentitore principale. Vuole essere
“riabilitato” perché la società contemporanea avrebbe superato
perfino lui nella mistificazione.
È una trovata allegorica
efficace:
“Ci son ben altri a
meritar la gogna!”
Qui Pinocchio diventa quasi
innocente rispetto alla menzogna sistemica moderna.
La poesia possiede momenti
volutamente teatrali, quasi da comizio poetico, ma dietro il
tono aggressivo emerge anche una profonda disillusione. L’autore
non sta soltanto accusando: sta denunciando un senso di
estraneità rispetto al proprio tempo.
Interessante anche il
continuo uso del plurale collettivo:
- “pretendiamo”
- “vogliam”
- “invitiam”
È come se il poeta accusasse
non solo una parte politica, ma una deriva antropologica
generale: una società che desidera benefici senza sacrificio.
L’ultima sezione sul 25
aprile introduce poi il tema della memoria storica e della
contraddizione morale contemporanea. Qui il testo diventa meno
satirico e più amareggiato.
Bettozzi non cerca
equilibrio: cerca impatto. E infatti la sua poesia vive più
nella forza dell’urto che nella levigatezza formale.
Questa è una poesia breve ma
densissima, costruita come un’esperienza medianica.
Tutto comincia con una mano.
La mano è uno degli archetipi più antichi della chiamata
spirituale: guida, trascina, invita oltre una soglia.
Il “maniero arcano, remoto”
non è un luogo reale. È una zona della memoria profonda, quasi
junghiana. Potrebbe essere:
- l’inconscio;
- il passato dimenticato;
- la dimensione del non
vissuto;
- oppure la morte stessa.
La sintassi spezzata produce
una sensazione ipnotica. Il lettore viene trascinato dentro un
movimento progressivo di attrazione.
Molto belli i versi:
“voci
a lungo sapute
troppo ignorate”
Qui il poeta tocca una
verità umana essenziale: spesso sappiamo già ciò che fingiamo di
non sapere. Le voci interiori non sono sconosciute; sono verità
rimosse.
Il finale:
“che sanno di vita
leggiadramente rapita.”
ha una delicatezza
malinconica straordinaria. La vita appare come qualcosa di
sottratto con grazia, quasi rubato dal tempo.
È una poesia sospesa tra
sogno, memoria e premonizione.
-
Francesco Petrarca / Andrew Rebrov —
XC
Questo testo è
particolarmente interessante perché nasce da un dialogo diretto
con la tradizione petrarchesca.
L’incipit:
“Erano i capei d’oro a
l’aura sparsi…”
apre immediatamente il mondo
dell’amore idealizzato, musicale, quasi sacralizzato di
Petrarca. Ma subito dopo avviene una trasposizione contemporanea
e intima.
Rebrov non imita Petrarca:
lo porta dentro una stanza moderna.
Ed è proprio qui che il
testo acquista originalità.
La poesia mette in relazione:
- il sublime letterario;
- la quotidianità amorosa;
- la sensualità concreta;
- la cultura pop (“Queen”);
- la ritualità domestica.
La stanza diventa uno spazio
sacro privato:
“dove inizio e fine del
giorno insieme
prendiamo tra braccia felici e streme.”
Qui l’amore non è
contemplazione distante come nel petrarchismo classico. È
vicinanza fisica, stanchezza condivisa, rifugio.
Molto interessante il verso:
“Coltello da chef nella
mano sottile.”
È un’immagine sorprendente
perché rompe improvvisamente il lirismo astratto. Introduce il
reale, il quotidiano, il gesto domestico. L’amore non vive solo
nei sonetti: vive nella cucina, negli oggetti, nelle abitudini.
Il momento finale è molto
tenero:
“Io leggo sonett’
novantesimo
Sul nostro amore cosi simile”
Qui il poeta suggerisce che
il sentimento petrarchesco non appartiene solo al passato. Può
reincarnarsi nel presente, pur cambiando forma.
La poesia possiede qualche
irregolarità linguistica e metrica, ma questo non la indebolisce
davvero: anzi, le conferisce autenticità emotiva. Sembra scritta
da qualcuno che sente profondamente la letteratura come
esperienza viva, non museale.
Ed è questo il punto più
interessante: Petrarca non viene celebrato come monumento, ma
riabitato come presenza amorosa contemporanea.
Queste poesie hanno un tratto comune
molto evidente: cercano tutte un luogo di riparo.
Che sia l’autunno, il mare, la memoria paterna o l’amore visionario,
ogni autore sembra voler costruire uno spazio dove l’essere umano possa
rallentare, sentirsi visto, o semplicemente resistere alla dispersione
del mondo contemporaneo.Ma
ciascuno lo fa con una lingua profondamente diversa.
-
Franco
Fronzoli — Autunno
Questa poesia è una lunga immersione
sensoriale nella stagione come stato dell’anima.
L’autunno qui non arriva come evento meteorologico: arriva come
rivelazione interiore.
L’incipit è molto bello proprio per
la sua naturalezza:
“Mi sono svegliato e fuori c’era
l’autunno
non lo sapevo eppure era lui
il mio autunno”
Quel “mio” cambia completamente il
testo.
Non è l’autunno universale: è l’autunno personale del poeta, quello che
coincide con una disposizione emotiva profonda.
La poesia si muove per immagini
lente, tattili, olfattive:
- castagne aperte;
- zucchero di canna;
- nebbia leggera;
- bucce d’arancia;
- legna che brucia.
Fronzoli lavora molto sul potere
evocativo degli odori. E gli odori sono sempre memoria incarnata. Non
descrivono soltanto il mondo: riportano il soggetto dentro una
dimensione intima e infantile.
Ma il cuore del testo è questo
passaggio:
“Quel suo invito a rallentare
riflettere tornare
a riposare”
L’autunno diventa quasi una figura
sapienziale.
Non rappresenta decadenza, ma pausa necessaria. È la stagione che
insegna il limite e il raccoglimento.
Molto interessante anche la
struttura frammentata dei versi. Le parole spesso “scendono” lentamente
sulla pagina, come foglie. È una scelta ritmica coerente col tema: la
poesia stessa rallenta il lettore.
Il finale:
“voglia di amare sdraiati su un
letto
di foglie sopra un prato
addormentato”
riporta tutto alla tenerezza fisica.
Dopo la contemplazione arriva il desiderio umano più semplice: amare
dentro una natura che riposa.
Questa poesia non cerca originalità
aggressiva. Cerca riconoscimento emotivo. E proprio per questo riesce a
essere accogliente.
-
Alessio
Romanini — Piove sul manto del mare
Romanini costruisce una poesia di
estrema delicatezza filosofica.
Qui la pioggia non è dramma: è dissoluzione lieve.
L’immagine iniziale:
“Piove sulle increspature
del mare”
ha qualcosa di quasi minimalista. La
pioggia cade su una superficie già mobile. Acqua sopra acqua. Movimento
sopra movimento. È una poesia fatta di sfumature impercettibili.
Bellissimo il verso:
“È sottile pioggia, è ragnatela.”
La pioggia viene trasformata in
tessitura fragile, quasi invisibile. Non invade: sfiora.
Ma il vero centro del testo è il
rapporto tra natura e coscienza umana.
La gente:
“passa e va verso la fine
del molo; poi torna alla realtà.”
Questo è un passaggio profondissimo.
Come se il mare concedesse per un attimo una sospensione dell’esistenza
ordinaria, ma gli esseri umani non riuscissero a restarvi dentro troppo
a lungo. Tornano alla “realtà”, cioè alla distrazione quotidiana.
La pioggia e il mare riescono a
fondersi:
“nel sale, in armonia universale.”
L’universo naturale possiede un
ordine spontaneo che l’uomo invece sembra aver perduto.
E infatti il finale pone una domanda
dolorosa:
“Ma nel petto delle persone cosa
rimane di tutto questo candore?”
Qui il poeta si interroga sulla
capacità umana di conservare la bellezza.
La natura sa armonizzarsi; l’uomo forse no.
È una poesia contemplativa ma anche
malinconicamente etica.
-
Sandra
Beatrice Greggio — L'altro volto dell'amore
Questa poesia colpisce perché
affronta un tema raramente espresso con tale semplicità: il bisogno
infantile di protezione che sopravvive nell’adulto.
Il titolo è molto importante.
“L’altro volto dell’amore” suggerisce subito che il testo non parlerà
dell’amore passionale tradizionale, ma di qualcosa di più profondo e
originario.
E infatti il centro emotivo non è
l’eros: è la memoria della cura paterna.
“La mano di papà.”
Verso semplicissimo, ma devastante
nella sua autenticità.
La poesia funziona perché evita
qualsiasi enfasi retorica. Non idealizza il padre in modo monumentale.
Lo ricorda attraverso un gesto minimo: una carezza tra i capelli mentre
si studia.
Ed è proprio questo dettaglio
concreto a rendere il ricordo universale.
Molto bello anche:
“E ti bastava a rincuorarti”
L’amore autentico, qui, non è
spettacolare. È una presenza silenziosa che restituisce forza.
Il finale introduce una riflessione
adulta molto amara:
“Questo non sempre è in grado di
darti l’amore
Effimera passione di un attimo.”
Qui il poeta distingue tra:
- amore come accudimento profondo;
- amore come passione fugace.
È quasi una critica implicita
all’emotività contemporanea, spesso intensa ma poco consolante.
La poesia possiede una nudità
emotiva che la rende molto sincera.
E, in realtà, la nostra Sandra è
proprio così.
-
Jacqueline
Miu — siamo pesanti due fari in mezzo a un mare in tempesta
Questa è la più visionaria e
contemporanea delle poesie presentate.
Jacqueline Miu scrive per immagini associative, quasi da sogno febbrile
o da cinema surrealista.
La ripetizione iniziale:
“siamo pesanti due fari in mezzo a
un mare in tempesta”
è potentissima.
Il faro normalmente guida, illumina, resiste. Ma qui è “pesante”. Questo
aggettivo cambia tutto: l’amore non è leggerezza romantica, è gravità
emotiva, peso esistenziale.
Le immagini sono continue
metamorfosi:
- “notte rossa senza pipistrelli”;
- “la strega prepara le stelle”;
- “un angelo anfibio esce
dall’eden”.
Sembra di entrare in un inconscio
popolato da simboli fluidi e postmoderni. La poesia non vuole spiegarsi:
vuole creare atmosfera mentale.
Molto interessante il verso:
“libri al posto di ali per
ritrovarci se perduti”
Qui emerge una concezione
profondamente contemporanea dell’amore intellettuale: la cultura, la
parola, i libri diventano strumenti di salvezza reciproca.
Ma la poesia è anche attraversata da
fantasmi:
“Fantasmi si aggrappano alle
nostre caviglie”
Il passato, i traumi, le paure
accompagnano la relazione amorosa. L’amore non cancella le ombre:
convive con esse.
Straordinario poi il contrasto
finale tra lirismo e corporeità:
“tieni il sesso pronto in cucina
non credo di farcela ad arrivare in camera da letto”
Qui il testo rompe deliberatamente
ogni idealizzazione. Dopo immagini cosmiche e visionarie, l’amore torna
corpo urgente, fame, desiderio immediato.
È una poesia che vive di collisioni:
- sacro e carnale;
- sogno e quotidiano;
- poesia alta e linguaggio diretto;
- tenerezza e caos.
E proprio questa instabilità le dà
forza.
Chiedendo
perdono per la prolungata assenza non voluta da questo sacro tempio di
vati,
colgo
l'occasione per salutarvi affettuosamente tutti con imperituro affetto e
stima.
Vostro, pur
sempre vostro,
Ben Tartamo
16-17-18 Maggio
Ringrazio di cuore Ben
per avermi fatto la sorpresa degli auguri con un biglietto delicato e
raffinato da nobile cavaliere! Un grazie in più per aver scritto entrambi i
miei nomi perché Beatrice è il mio preferito Sandra Beatrice Greggio.
Sandra Greggio
Auguri per Sandra Beatrice
Greggio da noi tutti poeti.

Ben Tartamo
4-5-6 Maggio
Grazie di cuore Ben
per il tuo lusinghiero commento.
Grazie.
Alessio Romanini
1-2-3 Maggio
- Rosa
Notarfrancesco — "Inchiostro rosso"
Qui c'è una voce che si sforza di dire
qualcosa di sentimentale rifiutando il lessico del sentimento. È la sua
chiave. La poesia parte da un gesto adolescenziale — il nome scritto a penna
sul braccio, inchiostro rosso, quasi sangue convenzionale — e poi sterza
subito nella sintassi contorta, burocratica, quasi notarile ("la caparbietà
del dovere / di fare daccapo le dovute le conoscenze"). Quel "le dovute le
conoscenze" con la ripetizione dell'articolo è un inciampo voluto, o almeno
produttivo: dice l'imbarazzo di rifare i convenevoli con qualcuno che era
stato un avversario. L'immagine più riuscita è quella dei menù degli
autogrill — fulminante perché umilia la presunta unicità dei propri pensieri
equiparandoli a una plastificazione standard, e perché è un'immagine
post-montaliana, di quel realismo prosastico italiano che da Giudici e
Raboni arriva fino a Patrizia Cavalli, dove l'oggetto banale viene caricato
di funzione affettiva. C'è anche qualcosa di Caproni nella sintassi che si
avvolge su se stessa come a non voler arrivare al punto, perché il punto fa
male o fa pudore. Il finale — "chiudere la porta delle miserie passate" — è
la confessione che il testo fingeva di non voler fare: tutto quel ragionare
sulla casualità e la tradizione era un modo per parlare di una
riconciliazione faticosa, in cui essere "nuovi amici" è anche un piccolo
lutto. La poesia di chi diffida del lirismo ma non riesce a non essere
lirica.
-
Giuseppe Stracuzzi — "Amore silenzioso"
Qui invece siamo nel territorio opposto:
il lirismo è abbracciato senza riserve. È una poesia che fa il suo lavoro di
consolazione, e va letta in quella chiave. Le immagini si accumulano in
catena — perle, fiori, veli, nuvole, pendici, tramonto, carezze, stelle — in
una processione che ha qualcosa del Pascoli più tenero (penso al notturno
tono dei "Canti di Castelvecchio") e qualcosa della dolcezza saliana di
certi notturni intimi. Il bel verso "le pendici / dove il cielo si tocca con
le mani" è quasi leopardiano nel gesto — l'immensità che diventa misurabile,
contabile come le stelle del finale, in un rovesciamento dolcissimo dello
"spazio di là da quella" dell'Infinito: lì lo spazio sgomenta, qui si lascia
accarezzare. Il limite, e Stracuzzi credo lo sappia, è che certe immagini
("nuvole di tempo", "tramonto magico") sono lessico ereditato, formule
devozionali della tradizione amorosa italiana che rischiano la consumazione.
Ma c'è una sincerità nel modulo — quel "amore silenzioso che cresce nella
quiete delle notti / e si nutre di sogni dove nessuno gli può fare male" —
che riscatta l'insieme. È un amore difensivo, custodito, e in questo erede
della linea petrarchesca dell'amore come spazio interiore inviolabile, prima
ancora che come oggetto. Si nutre, appunto: è un piccolo organismo che il
poeta tiene al riparo.
-
Pasquale Di Meo — "Come una favola"
Brevissima, e per questo vera. Di Meo
lavora in sottrazione, e la sua mossa più intelligente è quel "stregato il
mio cuore senza incanto": il paradosso stilnovistico per eccellenza — la
donna che incanta proprio non avendo bisogno di incantesimi, la cui presenza
è già magia naturale. È un verso che Cavalcanti avrebbe firmato, e che
riecheggia di lontano la "donna angelicata" senza prenderla sul serio fino
in fondo, perché c'è un'ironia tenue nel "se potessi scrivere una poesia" —
un'auto-svalutazione metapoetica che ha qualcosa di Saba ("amai trite
parole") e qualcosa del Caproni delle "Ipotesi", la poesia che si scrive
scusandosi di scriversi. Il colpo finale è il rifiuto del lieto fine: "ogni
favola vera / non ci sarebbe un lieto fine, / solo una magia che resta". Qui
Di Meo coglie qualcosa che il sentimentalismo di solito ignora — che le
favole originali, quelle dei Grimm o di Perrault prima delle versioni
edulcorate, finiscono spesso male, e che è proprio questo a renderle vere.
L'amore "infinito e silenzioso che vive anche senza di te" è un'idea
petrarchesca pura — l'amore come sostanza autonoma rispetto all'oggetto
amato — ma trattata con la leggerezza di chi non vuole farne tragedia. È una
poesia che sceglie di chiudere su una rinuncia luminosa, e in questa misura
ha la grazia di certe brevi liriche di Quasimodo: poco detto, molto
trattenuto, e il non detto che fa il peso.
- Turbian
Paola — "Lacrima schiacciata"
Una poesia tutta costruita su uno scarto
piccolissimo ma intelligente: l'aggettivo "schiacciata" applicato alla
lacrima. Di solito le lacrime nella tradizione poetica scendono, rigano,
sgorgano — sono sempre verticali, sempre in moto. Qui invece viene fermata,
premuta, ridotta a macchia su un fazzoletto. È un gesto di cancellazione che
la poesia fotografa nell'attimo in cui avviene, e quella violenza minima sul
corpo del dolore vale tutta la composizione. La metafora del "fazzoletto
d'anima" rischia il manierismo — è un genitivo affettivo molto novecentesco,
da Ada Negri o dalla Aleramo dei versi più dolenti — ma regge perché
preceduto da quel verbo concreto, quasi domestico. Mi viene in mente la
lezione di Antonia Pozzi nei "Cieli", quella capacità di legare il minimo
gesto fisico (una pressione, un nodo, una piega) a una geografia interiore
intera. E il finale, "un nodo sul cuore / come tatuaggio d'amore", ha il
sapore di certa canzone d'autore italiana — dico canzone consapevolmente,
perché la chiusa lavora come ritornello, e c'è in Turbian una orecchio che
viene anche da lì, dalla tradizione di parole che si imprimono per
ripetizione musicale. Il vero centro però è quella domanda quasi sussurrata,
"Cosa ci siamo fatti?": tre parole che spostano improvvisamente la poesia
dal monologo al dialogo, dalla lacrima singola alla coppia. Tutto il pianto
precedente acquista senso retrospettivamente. È un piccolo trucco di
costruzione, e funziona.
- Antonio
Spagnuolo — "È tragico il sole che nasce"
Qui siamo di fronte a un poeta navigato,
e si sente. Spagnuolo lavora su un binomio classico — Libertà e Tragedia —
con una consapevolezza che è quella di chi viene da una tradizione
novecentesca alta. L'incipit con il sole tragico sulle rovine ha qualcosa di
ungarettiano nella secchezza dell'enunciazione (penso a "Sono una creatura"
o al tono dei "Sentimenti del tempo"), e la sequenza di similitudini al
centro — "come l'edera sulle rovine, / come parola che sfugge alla censura,
/ come il canto che nasce in mezzo alle catene" — è un'anafora costruita con
rigore retorico antico, di marca quasimodiana, di quel Quasimodo civile di
"Giorno dopo giorno" che sapeva legare la metafora vegetale (l'edera, il
canto) alla storia concreta degli oppressi. C'è in Spagnuolo, qui, anche una
ascendenza luziana — "Libertà non è assenza di dolore. / È scelta, rischio,
abisso" — quel modo di trasformare la riflessione filosofica in scansione
lirica per stacchi, per definizioni successive che approfondiscono invece di
chiudere. Il verso "il gesto / il gesto che disobbedisce" con la ripetizione
è un colpo retorico esibito ma efficace, ottiene il rallentamento liturgico
necessario prima della chiusa. La parte finale, con i "libri bruciati e mura
abbandonate" e quella strana, bellissima immagine delle "scale all'infinita
melodia dell'amore", riscatta il discorso dal rischio dell'astrazione: la
libertà torna ad avere corpo, architettura, suono. Echi di Char, forse, di
certa poesia francese della Resistenza — "Fureur et mystère" — dove libertà
non è mai concetto ma sempre gesto incarnato. Spagnuolo qui non scopre nulla
di nuovo, ma lo dice con la dignità di chi ha letto bene i suoi maestri e ha
guadagnato il diritto di rimettere in circolo le grandi parole senza
imbarazzo.
- Laura
Lapietra — "I Ricordi Degli Anni Svelti"
Questa è la poesia più ambiziosa di
quelle precedentemente lette e
studiate, e anche quella che si gioca di più. Lapietra sceglie un
registro spiccatamente letterario, ricco di figure — "ritagli di canzoni",
"tele ricamate d'altri tempi", "mendicante di ore in fiore", "porto terreno"
— e costruisce una lunga elegia della memoria che ha il suo modello più
evidente nel Pascoli del "Gelsomino notturno" e dei "Canti di
Castelvecchio", in quella linea della malinconia familiare e domestica che
ascolta i bambini al di là della finestra come si ascolta il proprio
passato. Il movimento del testo è infatti quello pascoliano per eccellenza:
voci di bimbi fuori, sguardo dell'adulto dentro, e in mezzo la membrana
sottile del rimpianto. Ma c'è anche, e in modo più sotterraneo, una vena
gozzaniana — il "cassetto del cuore", le "tele ricamate" sono lessico
crepuscolare, da "buone cose di pessimo gusto", e Lapietra non se ne
vergogna, le rivendica come si rivendicano gli oggetti di famiglia. Il verso
più coraggioso, e il più riuscito, è "Accetterò il mio odore di vecchio": è
una caduta di tono studiata, brutale dopo tanta delicatezza, e funziona
proprio perché spezza l'incantamento dolce in cui rischiavamo di perderci.
Lì la poesia diventa improvvisamente vera, smette di essere bella e diventa
necessaria. Mi ricorda certe punte di Caproni della maturità, quando
lasciava cadere il velo lirico per dire, di colpo, "io morirò" o "sono
vecchio". L'altro snodo forte è "la malinconia del nulla che resta, / che
finge di amarmi": qui Lapietra tocca un nodo leopardiano autentico,
l'inganno consolatorio della rimembranza, quel "fingo nel pensier" che però
sa di essere finzione. Il limite, se devo dirlo, è che il testo è
sovraccarico: troppe immagini di seguito, alcune molto belle ("riflessi di
folate di nostalgia che ingoiano la mia anima") e altre più decorative, e il
rischio è che la poesia si sieda sulla propria eleganza. Ma è il rischio
nobile di chi crede ancora che la lingua possa portare il peso del
sentimento, e questa fiducia, oggi, non è poca cosa.
- Enrico
Tartagni — "L'isolotto"
Questa è una poesia-giocattolo, e va
trattata come tale: con il rispetto che si deve ai meccanismi ben oliati.
Tartagni costruisce un nonsense sull'orologio — il numero alla fine di ogni
distico chiama l'ora successiva (otto/isolotto, nove/prove, sette/perfette)
in una catena che è prima di tutto fonica, e in cui il senso si lascia
trascinare allegramente dal suono. È la modalità del limerick anglosassone
trapiantata in italiano, ma con un retrogusto tutto nostro che viene da Toti
Scialoja e dai suoi "versi del senso perso" — quella scuola del divertimento
rimato che ha la sua dignità precisa, e che in Italia ha avuto in Rodari il
maestro civile e in Scialoja il maestro elegante. C'è anche, dietro, l'eco
di Palazzeschi e del suo "Lasciatemi divertire", il diritto sacrosanto del
poeta a fare il buffone come gesto di libertà. Il colpo migliore è
metalinguistico: "Vedo che mi manca il quattro" — la poesia si accorge di se
stessa, ammette il buco nel proprio sistema, e lo trasforma in scusa per il
bacio finale. È la mossa di un poeta che sa che la rima costringe e che fa
della costrizione il proprio scherzo. Non si chiede a un pezzo così di
scavare l'anima, gli si chiede di funzionare come un orologio a cucù, e
questo lo fa con grazia. Il verso "Come quando da un buco mèsce il ratto" è
invece una piccola perla involontaria, di quelle che capitano quando la rima
ti porta dove non avresti immaginato — un'immagine quasi pascoliana per
asprezza, infilata nel mezzo di una filastrocca galante.
- Armando
Bettozzi — "Contratto a termine"
Bettozzi sceglie il romanesco, e questa
è già una dichiarazione di poetica. Si mette in una tradizione precisa,
robusta, popolata: Belli sopra tutti, naturalmente, ma più direttamente
Trilussa — la quartina o il sonetto in dialetto come strumento di satira
civile, un parlare obliquo che dice cose serie facendo finta di scherzare.
La sequenza di tipologie contrattuali ammucchiate ("Definitivo…A Termine…A
Staggione… / Partita IVA…A Cottimo…A Proggètto…") è un piccolo catalogo che
ha la stessa logica del Belli quando elencava le miserie quotidiane di Roma
papalina: la lista come forma di denuncia, il puntini di sospensione come
fiato corto del cittadino esasperato. Il romanesco fa qui un lavoro doppio —
abbassa di tono, e nello stesso tempo eleva, perché ha alle spalle quattro
secoli di poesia che hanno reso quel dialetto capace di filosofia popolare.
Il verso più riuscito è "Mo er sinnacato mio è…un santuario…": fulminante,
perché il sindacato è diventato luogo di culto, qualcosa a cui ci si rivolge
in preghiera invece che per ottenere diritti. Una bestemmia laica, di quelle
che Trilussa avrebbe firmato. Il finale "Ma è mèjo che 'n ce pènzo e fò…un
soriso" è la mossa belliana classica della rassegnazione che si traveste da
saggezza, lo scarto verso l'autoironia che salva il pudore. C'è dentro
anche, sottotraccia, qualcosa del Pasolini delle "Poesie a Casarsa" e degli
scritti corsari — l'idea che il dialetto sia l'ultima trincea di
un'autenticità popolare contro l'astrazione del potere. Bettozzi non è un
poeta di rovello sperimentale, è un sonettista di tradizione che fa quello
che la tradizione gli chiede: tener viva una voce, una cadenza, un punto di
vista che senza il dialetto andrebbe perduto.
- Armando
Salvatore Santoro — "Un padre"
La poesia più nuda delle precedenti,
e forse la più rischiosa: non ha il riparo del gioco né quello del dialetto,
parla in italiano piano, didascalico quasi, e affronta a viso aperto un tema
che la tradizione italiana ha trattato con esiti altissimi e disastrosi
insieme. Saba sta dietro questo testo, lo si sente — il Saba di "Mio padre è
stato per me l'assassino", quel modo di dire la figura paterna come
incomprensione reciproca che si scioglie solo nel riconoscimento finale di
una somiglianza fatale. Ma Saba lo faceva con un verso secco, ferito, mentre
Santoro lavora invece nel registro della riflessione domestica, quasi
parenetica — una poesia che vuole insegnare qualcosa, e che si dispone come
un piccolo sermone laico. La struttura ad anello è il suo punto di forza: si
comincia con il padre, si arriva al figlio, e nel finale il figlio diventa
padre — "quell'errore, quella sua delusione, / faranno di lui un padre".
Quel "faranno di lui un padre" è la mossa biblica per eccellenza, l'idea
della paternità come cosa che si trasmette per via di errore e non per via
di sapienza, e qui c'è un'eco del padre del figliol prodigo, ma anche, più
sottilmente, di certi versi di Bertolt Brecht sull'eredità delle
generazioni. Il "Errore!" ripetuto due volte, scandito come una correzione
di bomboniere, è il tic retorico più discutibile del testo — sa un po' di
lavagna, di indice puntato — ma fa parte della sincerità del registro:
Santoro non vuole essere ambiguo, vuole essere chiaro, e accetta il prezzo
della chiarezza. Il verso più vero, secondo me, è "forse vuole capire cosa
vuol dir sbagliare": lì c'è una pietà autentica per il figlio, e una
saggezza che non è banale — l'idea che lo sbaglio sia una forma di
conoscenza necessaria, una vera e propria iniziazione. È un'idea che
attraversa tutta la letteratura sul padre e il figlio, da Telemaco fino al
Kafka della "Lettera al padre", e Santoro la dice senza orpelli, accettando
il rischio di sembrare ovvio per essere onesto.
- Franco
Fronzoli — "Se starai con me"
Una poesia interamente costruita sul
condizionale ipotetico, e questa scelta non è secondaria: tutto il testo è
un'offerta sospesa, un patto proposto che attende risposta. "Se saprai
stare", "se piangerai", "se vorrai" — la poesia non descrive un amore che è,
descrive un amore che potrebbe essere, e questa cautela è la sua cifra più
onesta. Siamo nella tradizione della lirica amorosa rassicurante, quella che
da Salvatore Di Giacomo passa attraverso certo Cardarelli ("Adolescente")
fino alle voci della canzone d'autore italiana — De André di "Ti regalerò
una rosa", Battiato dei "Cuccurucucù". L'impostazione tipografica con i
versi rientrati e spezzati cerca di dare respiro visivo a un materiale che
altrimenti rischierebbe il piattume — è un trucco grafico che ha precedenti
nella poesia novecentesca dopo Mallarmé e i futuristi, ma qui ha funzione
più dolce, quasi musicale, scandisce le pause come un fiato lungo. Le
immagini sono il repertorio classico della consolazione amorosa: lacrime
asciugate, mano che tiene la mano, arcobaleni, temporali della vita. Niente
di nuovo, e lo sa anche Fronzoli — non è quello che cerca. Cerca invece di
mantenere viva una lingua di tenerezza che oggi sembra a molti imbarazzante,
e di farlo con sincerità. Il verso che mi ferma di più è "dove il vento si
appoggia / alle foglie e non le lascia / cadere": qui c'è un'immagine vera,
di natura paradossale — il vento che di solito stacca le foglie qui le
sostiene — e ha un eco quasi pascoliano, da "Myricae", di quel Pascoli che
sapeva trasformare il dato naturale in piccolo miracolo trattenuto. È il
momento in cui la poesia smette di rassicurare per immaginare davvero, e
mostra che dentro al gesto consolatorio Fronzoli ha anche la capacità di
guardare il mondo. Il limite, e va detto, è la prevedibilità di certe
formule ("oltre i confini della nostra esistenza") che la tradizione lirica
italiana ha consumato fino al rischio della cartolina. Ma lo dico senza
severità: questa è poesia di servizio affettivo, scritta per essere letta da
chi ne ha bisogno, e in questo ruolo svolge il suo compito.
- Alessio
Romanini — "Una vita imperfetta"
Otto versi, e una mossa intelligente che
vale tutta la poesia: il rovesciamento finale. Romanini accumula per sei
versi tutto ciò che non vuole — "letizia amore e gloria", la triade classica
della felicità mondana — e nell'ultimo verso, secco, isolato, dichiara il
suo desiderio reale: "Io bramo umiltà". È una struttura che ha precedenti
nobili nella tradizione italiana: penso al Petrarca delle "Rime in vita"
quando rovescia lo schema della lode in dichiarazione di pentimento, e più
vicino a noi al Caproni delle "Stanze della funicolare", quel modo di
accumulare per poi sottrarre. Ma il riferimento più vivo è francescano — c'è
dentro l'eco delle "Laudes creaturarum" e di tutta la spiritualità della
povertà come scelta, non come privazione. La parola "bramo" usata per
"umiltà" è il piccolo cortocircuito che fa funzionare il testo: bramare è
verbo dell'avidità, e applicato all'umiltà crea un paradosso che è il cuore
stesso della spiritualità francescana — desiderare ardentemente il
non-desiderio. C'è anche, sotto, qualcosa di Saba minore, di quel Saba che
diceva di "amare le poche, sante parole" e diffidava della poesia troppo
decorata. La metafora del "palco falso" su cui si recita la "parvenza di se
stessi" è esistenzialista, di sapore pirandelliano — la maschera, il trucco,
l'inautenticità del personaggio sociale — e Romanini la usa correttamente,
senza appesantirla. Il testo è breve perché vuole essere breve: sa che ogni
verso in più tradirebbe la propria dichiarazione di umiltà. È un piccolo
gesto coerente, e l'eleganza di una poesia spesso sta proprio in questa
coincidenza tra forma e contenuto.
- Ciro
Seccia — "Mia Dolce Amata"
Qui siamo nel territorio più
convenzionale al nostro carissimo Ciro,
ed è un territorio che va guardato con attenzione perché ha le sue regole
precise. Seccia scrive in un registro che è tutto maiuscole sacrali —
"Cuore", "Oceano di Sole", "Fiori di Primavera", "Luna", "Vento" — e questa
scelta tipografica lo colloca consapevolmente in una tradizione che è quella
della lirica devozionale amorosa di stampo otto-novecentesco, dove ogni
elemento naturale viene elevato a entità simbolica con la maiuscola di
rispetto. È il modo di D'Annunzio in certe pagine dell'"Alcyone", ma più
ancora quello dei poeti minori del primo Novecento — i crepuscolari nella
loro versione meno ironica, i frammentisti vociani della linea sentimentale.
La sequenza di immagini è una piccola sinfonia dei luoghi comuni della
tradizione amorosa italiana: brezza tiepida, labbra vellutate, vento
leggero, dissolversi nel sorriso. Lo sfioramento delle labbra "come un Vento
leggero" è un'immagine che ha attraversato secoli di poesia, da Petrarca in
poi, e che Seccia non rinnova ma neanche guasta. Il movimento più riuscito è
il finale, "per poi dissolvermi nel tuo sorriso": qui c'è un'idea
autenticamente lirica, quella dell'amante che si annulla nell'amata, che ha
radici stilnovistiche profonde — Cavalcanti, Dante della "Vita Nuova" — e
che Seccia recupera con sincerità. La dedica nascosta "(A...E.D.)" è un
piccolo segno biografico che ricorda i sonetti del Foscolo o gli appunti di
Saba: la persona reale dietro la dedicataria letteraria. Il limite di questa
poesia è la sua totale immersione nel codice tradizionale — non c'è un solo
elemento di sorpresa, di scarto, di personale appropriazione — ma il pregio
è la coerenza con cui Seccia abita questo codice senza ironizzarlo né
tradirlo. È il tipo di scrittura che esiste perché esiste un bisogno di
scrittura amorosa codificata, riconoscibile, che funzioni come una serenata
sotto la finestra: non si chiede a una serenata di essere innovativa, le si
chiede di essere fedele al genere.
- Sandra
Greggio — "Le fiabe del sole"
Una poesia del tramonto come gesto
quotidiano di consolazione, scritta con una semplicità che è quasi un
programma. La nostra cara Sandra
sceglie un tono confidenziale, quasi diaristico — la data in calce ne è la
conferma — e costruisce un piccolo rito serale in cui il sole diventa
narratore di fiabe per l'anima. È un'idea tenera, e ha precedenti nobili:
c'è il Pascoli del "Ciocco" che faceva del crepuscolo un momento di racconto
cosmico, c'è il Saba di certe poesie senili in cui le cose della natura
tornano a parlare con voce semplice, e c'è soprattutto, sotto, una
sensibilità che dialoga con la spiritualità minore italiana — penso a certe
pagine di Margherita Guidacci, a quel modo di abitare il mondo come se fosse
un libro illustrato benevolo. Il movimento più interessante del testo è il
ritorno alla bambina: "tornando bambina / e divento fata o principessa". Qui
Greggio mette in atto una piccola regressione consapevole, sceglie il
lessico fiabesco non per ingenuità ma per terapia — è una poesia che sa di
essere medicina, e dichiara apertamente la propria funzione. Le bolle di
sapone in cui scoppiano le difficoltà sono il punto in cui la metafora
rischia il bozzetto da catechismo, ma il "grazie spontaneo" che esce
dall'anima riscatta il rischio: c'è una gratitudine autentica, di marca
quasi francescana, che attraversa il testo. Il limite è una certa indulgenza
al lessico del benessere interiore — "nutrimento per l'anima", "lasciar
andare" — che è ormai vocabolario terapeutico più che poetico, e che rischia
di ridurre la poesia a affermazione consolante. Ma la sincerità del gesto è
fuori discussione, e Greggio scrive per qualcuno — forse per se stessa prima
di tutto — che ha bisogno proprio di questo.
-
Antonia Scaligine — "Maggio"
Qui siamo nel territorio della poesia
stagionale italiana per eccellenza, ed è un territorio popolato di maestri
grandissimi: il Maggio di Scaligine ha alle spalle il Pascoli di "Maggio
odorato" e dei "Canti di Castelvecchio", il D'Annunzio dell'"Alcyone" con i
suoi mesi divinizzati, e più indietro la tradizione delle laudi mariane di
maggio che attraversano la spiritualità popolare italiana. Scaligine sceglie
consapevolmente questo registro alto-popolare, quartine in rima alternata,
lessico liturgico e naturale insieme, e costruisce un piccolo affresco
devozionale dove il mese diventa figura quasi allegorica — un Maggio
antropomorfo che "si veste", "innaffia", "ricama", "si posa". È la tecnica
della prosopopea classica, quella delle "Stagioni" di James Thomson e di
tutta la tradizione poetica europea che ha personificato i mesi e le
stagioni come divinità minori. Il riferimento mariano, con "la preghiera a
Maria" e "gli occhi di madri lucenti", inserisce il testo nella tradizione
del mese mariano italiano, quella delle "fioretti di maggio" recitati nelle
chiese di paese, e ha una sua dignità che va riconosciuta — è poesia che
mantiene viva una memoria liturgica popolare. Il verso più riuscito è
"L'erba è ingemmata da perle di luce", dove la rugiada del mattino diventa
pietra preziosa con un movimento che è gozzaniano nella sua delicatezza
decorativa. Il "via la guerra" di metà testo è invece l'inserto che spezza
il tono pastorale e introduce la storia: è un guizzo civile inatteso in una
poesia di genere, e fa pensare che Scaligine voglia dire qualcosa anche del
nostro presente, che il maggio della pace è anche un'invocazione contro la
guerra contemporanea. Il rischio del testo è la prevedibilità delle rime e
di certe immagini ("colori d'arcobaleno", "tempo sereno") che la tradizione
lirica ha consumato. Ma c'è una coerenza di registro, e una fedeltà al
genere bucolico-devozionale, che meritano rispetto.
-
Jacqueline Miu — "Dove vanno le barche?"
Questa è la poesia di altra stoffa delle
precedenti,
e si capisce subito dal modo in cui pone la domanda iniziale. C'è un respiro
più ampio, una capacità di tenere il verso lungo senza spezzarlo, e un
immaginario marino che ha precedenti grandi nella tradizione italiana ed
europea. La domanda "dove vanno le barche?" è il filo conduttore, e ha alle
spalle Montale di "Riviere" e degli "Ossi di seppia", quel modo di
interrogare il mare come fosse un grande oracolo muto, ma soprattutto ha
alle spalle il Rimbaud del "Bateau ivre" — anche lì la barca era veicolo
metafisico oltre che fisico, partiva con un carico di sogni e tornava
trasformata. C'è anche, sotto, qualcosa di Ungaretti — il mare come
"voragine d'acqua", la barca come piccolo segno umano nell'immenso — e
un'eco di Coleridge dell'"Ancient Mariner", quel viaggio marino che è sempre
anche viaggio interiore. Le immagini più riuscite sono almeno tre. "Le
briglie dello spirito umano / animato dal troppo volere di gloria" è un
verso che ha la durezza dell'allegoria classica, le briglie e la gloria sono
lessico dantesco, e l'idea che lo spirito umano sia animale a cui mettere il
morso è una metafora antica e potentissima. "Pesca di grossi uccelli senza
corpi" è invece l'immagine più visionaria del testo, surrealista quasi, con
quei volatili incorporei che si lasciano pescare in mare — qui Miu tocca un
registro di visione che ricorda il Caproni del "Conte di Kevenhüller" o
certo Luzi della maturità, dove l'immagine si svincola dal naturalismo e
diventa figura mentale. E il finale, "gli uomini in superficie / tengono le
braccia aperte come vele", capovolge la similitudine consueta — non sono le
vele come braccia, sono le braccia come vele, e questo rovesciamento fa
dell'uomo una piccola imbarcazione umana. È una mossa metafisica di grande
eleganza. Il testo ha il difetto di essere un po' lungo per il proprio
motivo principale — alcune domande retoriche si accumulano dove una sola
sarebbe bastata — e il "cucita con le maree nello sguardo dei marinai" è un
verso sovraccarico, dove tre metafore lottano per lo stesso spazio. Ma è un
difetto di abbondanza, di poeta che ha molto da dire e fatica a tagliare.
Meglio così che il contrario.
Con profondo affetto e
stima
vostro Ben
Nei corridoi dell' Anima, testo
edito dalla Poetessa messinese Rosa Venuto di Acquedolci,recensito da Gian
Carlo Lisi sulla rubrica poetica online Buonasera.it il 28 aprile 2026
NEI CORRIDOI DELL'ANIMA di ROSA VENUTO da Acquedolci - ME
Nei corridoi dell'anima,
un viaggio senza fine,
senza confini né tempo,
solo il silenzio e il respiro.
Il vuoto esistenziale,
un abisso senza fondo,
dove l'ombra si perde
e la luce si nasconde.
Ma in questo buio profondo,
un bagno di stelle,
un sussurro di verità
che solo l'anima può sentire.
Attraverso i corridoi introspettivi,
un percorso di scoperta,
di se stessi e del mondo,
di ciò che è stato e di ciò che sarà.
Senza confini, senza limiti,
l'anima si espande
in un universo di possibilità,
dove tutto è possibile.
E in questo viaggio senza fine,
l'anima si trova,
si perde e si ritrova,
in un eterno riverbero di serenità.
RECENSIONE Di Gian Carlo Lisi su Buonasera.it
Il testo di Rosa Venuto descrive un percorso interiore che non ha mai fine,
una sorta di esplorazione dentro se stessi dove non esistono orologi o muri.
Si avverte una sensazione di pace mista a smarrimento, come quando ci si
ferma a riflettere nel silenzio più assoluto. Questa ricerca non fa paura,
anche se attraversa momenti di vuoto, perché è l'unico modo per connettersi
davvero con la parte più profonda del proprio essere.
L’obiettivo dei versi è mostrare come il buio che a volte sentiamo dentro
non sia una fine, ma un luogo dove si possono trovare luci inaspettate.
L’autrice racconta la scoperta di sé come un cammino libero da ogni
ostacolo, dove il passato e il futuro si incontrano. Non è una strada
dritta, ma un movimento continuo che permette di crescere e di vedere il
mondo con occhi nuovi, sentendosi finalmente parte di qualcosa di più
grande.
Lo sviluppo dell'analisi si concentra sulla capacità di trasformare la
solitudine in un'occasione di libertà. Le immagini dello spazio e delle
stelle suggeriscono che, una volta superata la paura del vuoto, le
possibilità diventano infinite. Il ritmo è fluido e rassicurante, proprio
come un respiro che si fa calmo man mano che si scende in profondità nei
propri pensieri, portando chi legge a sentirsi più leggero e sereno.
I versi si chiudono con l'idea che perdersi sia fondamentale per potersi
ritrovare davvero. È un ciclo che si ripete e che regala una pace duratura,
capace di resistere alle difficoltà della vita. Tutto questo percorso ci
insegna che la vera serenità nasce proprio dal coraggio di guardarsi dentro,
lasciandosi cullare dal rumore del proprio respiro e dalla luce che brilla
anche nel buio.
28-29-30 Aprile
- Rispetta - Franco Fronzoli
Il primo testo si apre con l’imperativo insistito del “rispetta” — non è
semplicemente un invito etico: è un ritmo, quasi una litania. La
ripetizione non è ridondanza, ma necessità. Ogni “rispetta” è un
tentativo di riportare il mondo a una misura umana, dopo che qualcosa —
non detto, ma percepibile — lo ha incrinato.
Qui la parola si fa gesto: nomina alberi, animali, uomini, silenzi,
povertà. Non costruisce immagini complesse, non cerca vertigini
estetiche. Sceglie invece una semplicità che ha qualcosa di disarmato, e
proprio per questo rischioso: perché esporsi con parole così dirette
significa rinunciare a ogni protezione retorica.
Eppure, sotto questa apparente linearità, si muove una consapevolezza
più profonda: il rispetto non è un valore astratto, ma un atto
quotidiano, fragile, continuamente minacciato dalla distrazione e
dall’indifferenza.
- La gioia si eclissò - Rosa
Notarfrancesco
Il secondo testo si colloca su un piano completamente diverso, come se
entrassimo all’improvviso in una stanza più interna. Qui il linguaggio
si addensa, si spezza, si avvolge su se stesso. La gioia che “si
eclissò” non è solo perdita: è trasformazione dello sguardo.
La fedeltà evocata non è più quella semplice, quasi animale, dei cani —
che pure viene rimpianta — ma una fedeltà più difficile, più silenziosa,
che nasce proprio dall’assenza. È come se il soggetto, privato di un
riferimento esterno, fosse costretto a costruire una propria forma di
permanenza interiore.
Ciò che colpisce è il tempo: non lineare, ma stratificato. Gli anni non
passano, sedimentano. E dentro questa sedimentazione si forma una sorta
di malinconica lucidità, che riconosce il mutamento senza mai smarrire
del tutto l’identità.
Il rischio, qui, è la retorica — e il testo stesso ne è consapevole,
quasi la nomina per esorcizzarla. Ma proprio in questo gesto di
autocoscienza si salva: accetta la propria fragilità espressiva e la
trasforma in verità.
- Il canto del fiume - Renzo
Montagnoli
Il nostro Montagnoli, riporta tutto a un’origine più ampia. La voce del
fiume è una scelta antica, quasi archetipica, ma qui non è manierismo: è
un ritorno a una forma di racconto primordiale.
Il fiume nasce, cresce, attraversa, si placa, muore e rinasce. È il
ciclo, ma non come schema teorico: come esperienza vissuta. L’infanzia è
slancio, la maturità è conoscenza, la vecchiaia è accettazione. E il
mare — sempre presente, sempre atteso — è insieme fine e compimento.
Ciò che rende questo testo autentico è la sua serenità: non c’è
conflitto, non c’è frattura, ma un lento accordarsi con il tempo. Una
pacificazione che non è ingenua, ma conquistata.
- “Marciapiede dissestato” - Nino
Silenzi
è un testo che non si limita a descrivere: scava. La superficie urbana —
il cemento, il marciapiede — non è mai neutra, è già ferita. Ma ciò che
incrina non è visibile: sono radici, forze sotterranee, silenziose,
quasi biologiche. E qui si coglie un’intuizione sottile: il degrado non
nasce dall’esterno, ma da ciò che cresce dentro, invisibile,
inevitabile.
Le immagini si fanno via via più cupe, quasi allucinate — vampiri,
caligine, tenebroso viale — e il paesaggio si trasforma in una
proiezione interiore. Non è più un luogo: è una condizione.
La domanda finale, rivolta al marciapiede, ha qualcosa di infantile e
insieme di tragico: chiedere a un oggetto “chi ti ha costruito?” e “dove
mi porti?” significa aver perso il senso dell’origine e della direzione.
Non c’è risposta, e proprio per questo la domanda resta sospesa come una
fenditura aperta.
- “Forte forte è l’amore” - Giuseppe
Stracuzzi
si muove su un piano completamente diverso, ma non meno inquieto. Qui
l’amore non è pacificazione: è pressione interna.
Quel “piccolo cuore imprigionato” è già una dichiarazione: ciò che
dovrebbe espandersi è invece costretto, trattenuto. E allora l’amore
diventa forza che tenta di oltrepassare — penetra l’assito,
l’incommensurabile barriera — come se fosse un’energia che non accetta
limiti.
La lingua qui si fa più densa, quasi compressa, come se volesse imitare
la stessa tensione che descrive. E c’è un punto particolarmente
rivelatore: “la forza che congiunge e spezza”. È in questa ambivalenza
che il testo trova la sua verità più profonda. L’amore non è solo ciò
che unisce: è anche ciò che, proprio nel tentativo di unire, può
frantumare.
L’immagine finale — “esplode muto / sullo specchio acceso” — è di grande
finezza: l’esplosione senza suono, riflessa, trattenuta. Come se tutto
accadesse dentro, senza possibilità di essere davvero condiviso.
- “Al vento” - Pasquale Di Meo
Questa poesia arriva quasi come un respiro dopo la tensione. Ma
attenzione: non è semplicità ingenua. È una semplicità conquistata, che
ha scelto di non complicare ciò che potrebbe diventarlo.
Qui il linguaggio si alleggerisce, si fa trasparente. Le parole non
vogliono trattenere, ma affidarsi: al vento, al silenzio, al sogno.
Eppure, proprio in questa leggerezza, si avverte una delicatezza quasi
dolorosa: il desiderio di raggiungere l’altro senza invaderlo, di
toccarlo senza lasciare traccia troppo evidente. “Senza far rumore”,
“appena”, “un sorriso” — sono tutte soglie minime, quasi impercettibili.
Il ritorno finale — “come fanno i sogni quando non vogliono svegliare” —
è un’immagine di rara sensibilità: il movimento non è più verso l’altro,
ma di nuovo verso di sé, come se l’amore, alla fine, fosse anche questo:
un andare e tornare senza mai rompere l’equilibrio fragile
dell’esistenza.
- “Gingseng”, Alessandro Borghesi
C’è, in questo testo, una scelta che rivela subito un’intelligenza
sensibile: partire da un gesto minimo, quotidiano — il sorseggiare — per
aprire un varco verso ciò che quotidiano non è. Il ginseng non è più
bevanda, ma dispositivo di rivelazione.
Il “bicchiere che trabocca” non contiene solo liquido: contiene
possibilità, ambivalenze, “amare o dolci verità”. È interessante come la
verità qui non sia mai univoca: non si impone, si scioglie lentamente,
come il gusto in bocca.
Il ritmo del testo accompagna questo processo: non c’è fretta, ma una
progressione per accumulo, quasi meditativa. L’energia evocata non è
violenta, ma “scorre con saggezza e pazienza” — qualità che appartengono
più alla maturazione che all’impulso.
Poi, quasi senza che il lettore se ne accorga, avviene il passaggio
decisivo: dall’oggetto alle persone. “Come certe persone assenti / che al
momento giusto / sono sempre presenti”. Qui il testo si apre, e mostra il
suo vero centro: la riflessione sul legame umano.
Il ginseng diventa metafora di quelle presenze che non invadono, ma
restano, sedimentano, agiscono nel tempo.
L’ultima parte si affida a immagini più familiari — lo sguardo,
l’incontro, il tocco dell’anima — ma ciò che conta non è l’originalità
dell’immagine, bensì la sua funzione: chiudere il cerchio tra esperienza
sensoriale e esperienza affettiva.
E quel “—in divenir—” inserito quasi di sbieco è una piccola rivelazione:
nulla è compiuto, tutto accade mentre si trasforma.
Qui la poesia non vuole stupire. Vuole accompagnare. E lo fa con una
discrezione che, a tratti, diventa la sua qualità più autentica.
- “Moto perpetuo” - Turbian Paola
Questo testo non si legge: si sente. È fisico, prima ancora che simbolico.
Le mani, i corpi, le rocce, la risacca — tutto è contatto, urto,
oscillazione.
Non c’è distanza tra soggetto e mondo: c’è immersione.
L’inizio è quasi primordiale: “un nudo scoglio”. Nudo come essenziale, ma
anche come esposto. E subito dopo il corpo entra in relazione con questo
spazio: sbatte, si ferisce, si interroga.
Le domande — “Ci feriamo? Sanguiniamo?” — non cercano risposta: registrano
una percezione. Sono il segno di una coscienza che si accorge di sé mentre
accade.
Il punto di svolta è nel fermarsi: “Fermandoci, sentiamo”. È lì che la
violenza del movimento si trasforma in consapevolezza. Il corpo non è più
solo urtato, ma fluttuante.
E da quel momento il “moto perpetuo” non è più caos: diventa ritmo,
oscillazione “precisa”. C’è un ordine, ma non imposto: scoperto.
L’immagine delle “emozioni di conchiglia” è delicata e profonda: la
conchiglia conserva, raccoglie, amplifica. Come se ogni esperienza
lasciasse una traccia sonora, intima.
E infine, il cuore che “svetta” sull’intreccio della vita. Non domina, ma
emerge. È un vertice fragile, conquistato attraverso il movimento, non al
di sopra di esso.
Questa poesia ha una qualità rara: non spiega il sentimento, lo mette in
atto. E nel farlo, restituisce al lettore una percezione quasi corporea
dell’esistenza.
- “Libertà e tragedia” - Antonio
Spagnuolo
Qui la parola si fa più ampia, quasi oratoria, ma non per questo meno
necessaria. Il testo si muove in uno spazio storico e simbolico insieme:
non racconta un evento, ma la condizione stessa della libertà quando entra
nel mondo.
L’immagine iniziale è potente: “tra il fumo d’un incendio ormai antico”.
La libertà nasce già dentro una distruzione. Non è innocente, non è pura:
è figlia di un conflitto originario.
E quando “l’uomo alzò la fronte contro il cielo”, non si tratta solo di
ribellione: è un gesto di consapevolezza, di verticalità. Ma fragile,
immediatamente fragile.
La libertà qui è definita come idea, e proprio per questo esposta: può
tremare “al primo grido”. Non ha consistenza propria, vive nelle mani, nei
passi, nei corpi che la incarnano.
E quei corpi sono segnati: trascinano cenere, nemici, cicatrici.
Il testo non concede tregua: ogni affermazione è subito incrinata. Il
destino, le barricate, il sangue — tutto concorre a ricordare che ogni
conquista porta in sé la possibilità della perdita.
E il vento, figura ricorrente, non consola: sa, perché ha visto devastare.
Ma ciò che davvero colpisce è l’inserimento delle figure umane: bambini,
donne, uomini. Non come simboli, ma come presenze vive, contraddittorie.
I bambini ridono sotto le bombe — e in quell’immagine si condensa tutta
l’ambiguità dell’umano: innocenza e tragedia nello stesso istante.
La frase chiave arriva quasi in sordina: “Essa è quella sorella silenziosa
/ che cammina accanto alla libertà”. La tragedia non è opposta alla
libertà: le è consustanziale. È la sua ombra inevitabile.
E la chiusa — “È tragico l’amore che si dà / per un sogno che si spezza” —
non è un lamento, ma una constatazione. L’amore per la libertà è ciò che
rende possibile la tragedia, ma anche ciò che la giustifica.
Questo testo non cerca consolazione. Cerca verità. E la trova in quella
zona in cui grandezza e dolore non possono più essere separati.
- “La pioggia sull’asfalto” - Armando
Bettozzi
Qui la pioggia non è fenomeno atmosferico: è coscienza diffusa, è ritmo
che invade e misura il tempo interiore. Il testo si apre con una
leggerezza quasi giocosa — quelle gocce “allegre e boriose” — ma è una
leggerezza che dura poco, come spesso accade nelle esperienze più vere.
Progressivamente, la pioggia si trasforma: da superficie riflettente a
forza insistente, quasi persecutoria. “Armonia petulante” è un’espressione
felice, perché coglie quella qualità ambigua del reale che, nel ripetersi,
smette di essere conforto e diventa pressione.
Il passaggio più sottile avviene quando il mondo esterno comincia a
coincidere con quello interno: la pioggia “percuote i cupi pensieri”. Non
è più fuori, è dentro. E da quel momento il testo si addensa, si fa più
grave.
Le immagini automobilistiche — parabrezza, tergicristalli — non sono
casuali: introducono una dimensione moderna, urbana, quasi alienata.
L’uomo non è immerso nella natura, ma separato da essa, costretto a
filtrarla.
Poi accade qualcosa di ancora più significativo: la parola perde forza.
“Un dito pronuncia e la bocca rinuncia”. È una resa linguistica, un venir
meno della capacità di dire. La pioggia continua, ma il discorso umano si
arresta.
E qui emerge il vero nucleo del testo: non è la pioggia a essere
insistente, è il silenzio che cresce sotto di essa.
La seconda parte si apre a una riflessione più ampia, quasi civile:
l’inquinamento, il fumo, il fuoco dei valori che si affievolisce. La
pioggia, che un tempo purificava, ora non basta più.
E il confronto con il passato — “Ieri, la pioggia cadeva cantando” — non è
nostalgia ingenua, ma percezione di una perdita qualitativa: non è
cambiata la pioggia, è cambiato lo sguardo umano su di essa.
Il testo, nella sua ampiezza, oscilla tra descrizione e meditazione, tra
ritmo e pensiero. E proprio in questa oscillazione trova la sua verità:
non cerca una forma chiusa, ma un’eco persistente.
- “Le lacrime” - Armando Salvatore
Santoro
Questo testo affronta un tema delicato con una scelta precisa: non
sorprendere, ma riconoscere. Le lacrime non sono reinterpretate, ma
restituite nella loro ambivalenza più umana.
L’incipit è dichiarativo — “Non sempre le lacrime esprimono dolore” — e
potrebbe sembrare quasi didascalico, ma ciò che segue ne giustifica la
necessità: si tratta di accompagnare il lettore in un’esperienza
condivisa, non di spiazzarlo.
Il riferimento alla Édith Piaf è significativo: introduce una figura che
incarna la fusione tra arte e vita. Non è un semplice ascolto: è
un’immersione.
La descrizione della reazione emotiva è progressiva, quasi fisiologica: le
lacrime non nascono subito, attraversano il corpo, lo abitano, lo
scuotono. È una mappa sensoriale dell’emozione.
C’è una sincerità disarmata in questo testo, una volontà di non nascondere
nulla dietro artifici. E proprio per questo, il rischio della retorica è
presente — ma viene in parte disinnescato da una consapevolezza implicita:
“difficile da capire o da comunicare”.
Qui il testo si incrina, si fa più vero. Ammette il limite, e nel farlo si
sottrae alla pretesa di spiegare completamente ciò che per sua natura
sfugge.
La parte finale introduce una figura centrale: l’“artista silenzioso”. È
un’immagine che porta con sé una visione etica dell’arte: non quella
esposta, celebrata, ma quella vissuta interiormente, senza spettatori.
È una posizione quasi ascetica, che restituisce dignità a un sentire non
riconosciuto.
Questo testo non ambisce a innovare. Ambisce a custodire. E in questa
custodia, se letta con attenzione, si avverte una forma di autenticità che
non ha bisogno di ornamenti.
- “Piccola ode poetica” - Jacqueline
Miu
Qui il linguaggio cambia radicalmente. Non accompagna: incalza. Non
descrive: scava.
Fin dall’inizio si entra in uno spazio mentale inquieto, dove il soggetto
non osserva, ma si espone a se stesso: “mi tormento il sonno di visioni”.
Il sonno, luogo di riposo, diventa teatro di tensione.
Il testo è attraversato da una volontà di oltrepassamento: i limiti umani
non sono accettati, ma sfidati. “afferrare quello che appartiene solo ai
sogni” è un gesto impossibile, e proprio per questo necessario.
C’è qui una tensione prometeica, una spinta a forzare i confini del
possibile.
L’immagine dei “cadaveri di carta” è tra le più incisive: la poesia nasce
da ciò che è morto, da ciò che è stato consumato. Ma non è un atto
sterile: è una rinascita.
E allora la domanda sull’“impero” introduce una dimensione quasi
filosofica: che senso ha dominare ciò che è fragile, se non per
trascenderlo?
La metafora della trincea è particolarmente rivelatrice: l’“oltre” non è
un luogo di pace, ma di conflitto. Solo chi non ha ancora vissuto lo
immagina come quiete.
Qui il testo si fa più lucido, meno visionario: riconosce che la tensione
è parte integrante dell’esperienza.
E la chiusa — “è bello battagliare con tutti i sensi” — restituisce una
forma di entusiasmo che non è ingenuo, ma consapevole. La lotta non è
evitata, è scelta.
C’è, in fondo, una fiducia nel gesto creativo come forma di resistenza.
Questo testo non cerca equilibrio. Cerca intensità. E la trova proprio nel
suo esporsi, senza mediazioni, al rischio dell’eccesso.
- “Scialba nebbia” - Alessio Romanini
C’è, in questo testo, una sottrazione. Non aggiunge, non amplifica: vela.
E proprio in questo gesto di velatura si rivela il suo centro.
La nebbia non è descritta per ciò che copre, ma per ciò che non riesce a
coprire. Strade, parchi, spiagge scompaiono, ma il suono resta —
cinguettare, sciabordare — come se il mondo, privato della vista, si
rifugiasse nell’ascolto.
Il “muro di vapore” è un’immagine riuscita: non è solo ostacolo, è una
presenza compatta, quasi difensiva. E tuttavia, quella barriera non ha
potere sull’interiorità.
“Non occulta dolore / né rimorsi e rancore” — qui il testo compie il suo
scarto decisivo: la natura può nascondere il mondo, ma non ciò che si
annida nell’anima.
La chiusa — “simile al Purgatorio” — introduce una dimensione sospesa,
intermedia. Non dannazione, non salvezza: attesa.
È una poesia breve, ma non fragile. Si regge su un’intuizione chiara: ciò
che davvero pesa non è mai ciò che si vede.
- “Il Pensiero di te.”, Ciro Seccia
Qui la parola non cerca distanza: si avvicina, si espone, si affida. Il
testo si muove dentro una relazione che non è più presenza, ma non è
neppure assenza. È una forma di continuità affettiva che attraversa il
tempo.
L’incipit — “M’illumino al pensiero tuo” — richiama inevitabilmente una
tradizione lirica, ma ciò che segue lo rende personale: non è una
citazione, è un bisogno.
La luce è la cifra dominante: sole, stella, luna. Non una luce unica, ma
diffusa, come se ogni elemento celeste fosse chiamato a custodire una
presenza.
La figura materna emerge senza mediazioni, senza simbolismi complessi. È
diretta, e proprio per questo vulnerabile.
“parlo al cielo e immagino / che tu Mamma, mi ascolti” — qui non c’è
costruzione poetica, ma un atto. Un gesto che si ripete, che cerca
risposta pur sapendo che non arriverà nella forma attesa.
I mandorli e ciliegi in fiore introducono una dimensione di quiete, quasi
paradisiaca, ma non sono decorativi: sono il luogo in cui l’assenza viene
resa abitabile.
Il testo non teme la semplicità, e questo lo espone. Ma dentro questa
esposizione c’è una verità difficile da artificiare: il bisogno di
mantenere vivo un legame oltre la sua forma concreta.
È una poesia che non si difende. E proprio per questo, in alcuni passaggi,
colpisce con una sincerità che non si può simulare.
- “La carezza del vento” - Sandra
Greggio
Con quest'ultima poesia della mia cara amica Sandra, il discorso si fa
dialogo interno. Non tra due persone, ma tra una parte di sé che chiede e
una che tenta di rispondere.
Il cuore non è metafora: è interlocutore. E ciò che dice non è
conciliabile.
All’inizio, il vento viene elevato a sostituto: offre carezze, sigilla
baci, riempie un vuoto. È una soluzione immaginativa, quasi difensiva.
Ma subito emerge la frattura: “Non gli basta”. Il cuore rifiuta il
simbolico quando manca il reale.
Questo è il punto più interessante del testo: non si accontenta
dell’illusione poetica. La smaschera.
“l’Amore / non è frutto di immaginazione” — è una presa di posizione
netta, quasi contro la poesia stessa. Come se il linguaggio fosse chiamato
a confrontarsi con i suoi limiti.
La seconda parte si piega verso una richiesta più alta: le stelle, il
ritorno, l’aiuto. Ma non c’è certezza, solo desiderio.
Eppure, nell’immagine finale — “la luce delle stelle diventa / più
fulgida” — si avverte una concessione minima: non una risposta, ma un
segno.
Questo testo vive nella tensione tra bisogno e disillusione. Non risolve,
non consola davvero.
Ma nel non farlo, conserva una qualità rara: non tradisce il dolore con
facili compensazioni.
Con tutto l'affetto che sento e la stima che
provo,
vostro Ben
Tartamo
24-27 Aprile
- Armando Salvatore Santoro, “La nuova
Primavera”
Qui la parola nasce prima ancora del pensiero, come se il poeta si
lasciasse attraversare da un risveglio che non gli appartiene del tutto.
L’alba non è descritta: è accolta. C’è una fiducia originaria, quasi
infantile, nel ritmo naturale delle cose — l’erba che cresce, l’acqua che
scorre — ma sotto questa apparente semplicità si avverte una coscienza che
sa quanto ogni rinascita sia fragile, momentanea, già sul punto di finire
(“e già finisce”). È una poesia che non trattiene: osserva, lascia andare,
e proprio in questo gesto rivela una sottile malinconia, come se il poeta
sapesse che ogni primavera è sempre, in fondo, un ritorno incompleto.
- Franco Fronzoli, “Rifugio”
Qui il movimento è inverso: non si guarda il mondo, si entra nell’altro.
Ma questo ingresso non è mai del tutto stabile; è un abitare temporaneo,
quasi un tentativo di coincidere con qualcuno senza riuscirci fino in
fondo. L’accumulo di immagini — il mare, il vento, la notte — non
costruisce tanto un paesaggio quanto uno stato interiore: quello di chi
cerca un luogo dove posarsi e, nello stesso tempo, teme di perderlo. Il
verso si dilata, si allunga, come se volesse trattenere qualcosa che
continuamente sfugge. E alla fine resta una sola parola, isolata: “un
amore sincero”. Non come certezza, ma come bisogno. È lì che la poesia si
scopre: nel desiderio di un rifugio che forse non esiste, se non nella
tensione a cercarlo.
- Antonietta Ursitti, “La terra
lontana”
Questa è una poesia che ha già rinunciato. Non nel senso della sconfitta,
ma in quello di una consapevolezza quieta: ciò che è lontano non va
necessariamente raggiunto. I rami danzano, le fronde si specchiano — tutto
è in movimento, ma senza urgenza. Il miraggio non è inganno, è condizione.
E la frase finale scioglie ogni tensione: “non è importante approdarvi”.
Qui il poeta sembra aver attraversato il desiderio e averlo lasciato
decantare, fino a trasformarlo in contemplazione. È una voce che non cerca
più di possedere, ma di comprendere la distanza come parte dell’essere. In
questo distacco c’è una forma di libertà silenziosa, quasi definitiva.
- Rosa Notarfrancesco, “Napoli”
Qui la città non è un luogo: è una coscienza che il poeta abita e da cui,
allo stesso tempo, è abitato. Napoli diventa una figura interiore, materna
e infantile insieme — “cuore di bambina” — capace di custodire il tempo
senza mai risolverlo. Il verso procede come un pensiero che non vuole
concludersi, quasi temesse che una chiusura tradisca la complessità del
sentimento. C’è un bisogno profondo di appartenenza, ma anche la
percezione che questa appartenenza sia fragile, continuamente ricucita
attraverso memoria e sacrificio. L’insistenza sull’amore — “è sempre poco
l’amore” — non suona come constatazione, ma come urgenza: un tentativo di
colmare una mancanza che la storia ha lasciato sedimentare. Napoli,
allora, non è solo amata: è necessaria, perché protegge dalla solitudine
più radicale, quella che si avverte quando il senso sfugge e resta solo
l’eco.
- Enrico Tartagni, “L’ombrello”
Qui il linguaggio si frantuma, come se il pensiero non riuscisse più a
mantenere una linea continua. È una poesia che si muove per scarti, per
immagini che affiorano e subito si dissolvono: il sole e la pioggia, il
commercio e il rifiuto, il giudizio e il nascondimento. Sotto questa
apparente dispersione si avverte una tensione precisa: il rifiuto di
aderire a un mondo regolato da scambi, da necessità imposte, da ruoli già
scritti. L’ombrello, alla fine, non è un oggetto: è un riparo simbolico,
forse l’ultimo possibile, contro un temporale che non è meteorologico ma
esistenziale. Il poeta sembra oscillare tra il desiderio di protezione e
la consapevolezza che ogni protezione sia insufficiente. E in questa
oscillazione si intravede una solitudine vigile, che non si arrende ma
neppure si illude.
- Nino Silenzi, “Lungo il fiume”
Qui il tempo si fa acqua. Il fiume non è solo un’immagine naturale: è una
forma del vivere che accetta le sue strette, i suoi rallentamenti, persino
le sue apparenti interruzioni. Il ritmo è più composto, quasi pacificato,
ma non privo di tensione: l’“ansa” in cui il ricordo si incunea e il fiume
“si strozza” rivela una consapevolezza della fine, o almeno della sua
possibilità. E tuttavia, subito dopo, avviene qualcosa che non è spiegato
ma accolto: il ritorno, la ripresa, il proseguire. Non è ottimismo, è
fiducia nella continuità del movimento. Il mare, alla fine, non è una meta
da conquistare, ma un richiamo antico, già presente prima ancora del
viaggio. In questa poesia si sente una mente che ha imparato a non opporsi
al fluire, ma a riconoscersi in esso.
- Simone Zanette, “Fontane di stelle”
Qui l’infanzia non è un ricordo: è un atto che accade nel presente della
relazione. Le mani del bambino non costruiscono soltanto un gioco, ma
aprono uno spazio in cui il padre ritrova una forma originaria di sé, più
semplice e più vera. Il linguaggio si fa leggero, quasi esitante, come se
temesse di interrompere quella delicatezza — “fare / disfare” — gesto
primordiale che contiene già tutta la vita. Quando appare la parola
“papà”, la poesia si illumina: non è un richiamo, è una rivelazione. Le
“fontane di stelle” non sono immaginazione infantile, ma il nome che il
bambino dà a qualcosa che l’adulto ha dimenticato. E il poeta, in
quell’istante, accetta di imparare.
- Giuseppe Stracuzzi, “Dolce sentire”
Questa poesia nasce da un bisogno di abbandono, quasi di immersione
sensoriale nel sentimento amoroso. La ripetizione di “dolce sentire” non è
semplice enfasi: è un tentativo di trattenere un’emozione che sfugge
appena si prova a definirla. Il verso si muove per immagini ampie,
cosmiche — la stella, l’infinito, il cielo — come se l’amore potesse
essere contenuto solo in dimensioni più grandi del vissuto umano. Ma sotto
questa espansione si avverte una fragilità: il bisogno di confermare ciò
che si prova, di dargli forma attraverso parole che rassicurino. È una
poesia che cerca il contatto, ma lo fa restando sospesa tra intensità e
idealizzazione, come se temesse la concretezza dell’esperienza.
- Antonio Spagnuolo, “Mare e Monti”
Qui il paesaggio è già filtrato da uno sguardo che organizza, compone,
armonizza. Mare e montagna non sono opposti, ma poli di una tensione che
trova equilibrio nell’atto artistico. La poesia si costruisce come una
tela: ogni elemento è disposto con cura, ogni immagine ha una funzione,
quasi una posizione nello spazio. Ma dietro questa compostezza si
percepisce qualcosa di più profondo: il bisogno di conciliare forze
diverse, di trovare un punto in cui il movimento e la stasi, il fluire e
il permanere, possano coesistere. Quando il testo parla di “viaggio
dell’inconscio e del linguaggio”, rivela la sua natura più autentica: non
descrizione, ma attraversamento. È una poesia che cerca ordine, ma sa che
quell’ordine nasce da una tensione mai del tutto risolta.
- Armando Bettozzi, “Dedicata a Roma
per il 21 aprile”
Qui Roma non è solo città: è una creatura ferita, che il poeta guarda con
una familiarità ruvida, quasi domestica. Il dialetto non è scelta
stilistica, è appartenenza viscerale: permette di dire ciò che la lingua
“alta” addolcirebbe. Si sente un amore che non sa essere indulgente — “chi
n t’ama te ruvina” — e proprio per questo resta fedele. L’accumulo di
scorci, immagini sporche, contraddizioni, non è disordine: è la forma
stessa della città, che il poeta non vuole correggere ma esporre. E sotto
l’ironia, sotto la denuncia, affiora una domanda più silenziosa: quanto di
ciò che Roma è diventata appartiene anche a chi la abita? Il testo non
assolve, ma neppure si sottrae. Rimane lì, sospeso tra affetto e
disincanto, come chi non riesce ad andarsene.
- Sandra Greggio, “La vera Felicità”
Questa poesia si muove come un dialogo interrotto con qualcosa che si è
quasi lasciato toccare. La felicità appare, arrossisce, si ritrae: è
figura viva, ma non ancora definitiva. Il poeta coglie un’intuizione
sottile — che ciò che ci visita non sempre coincide con ciò che attendiamo
— e la trasforma in consapevolezza. Il passaggio decisivo è silenzioso:
non c’è rabbia per la perdita, ma riconoscimento. La felicità terrena
viene accolta per ciò che è, un’ombra, un preludio. E lo sguardo si sposta
altrove, verso una luce che non è esperienza ma promessa. È una poesia
breve, ma custodisce un movimento interiore netto: dal desiderio alla
comprensione, senza frattura.
- Jacqueline Miu, “sindrome da
dissoluzione”
Qui la parola è attraversata da una tensione continua, quasi elettrica. Il
mondo descritto è frammentato, instabile, privo di coordinate affidabili —
orologi rotti, corridoi vuoti, voci disincarnate — ma non è solo un
paesaggio esterno: è la proiezione di una mente che percepisce la realtà
come in disgregazione. Eppure, dentro questo scenario inquieto, emergono
improvvisi varchi: Eden nell’Inferno, il gesto di “venire a salvarti”. La
dissoluzione non è fine, è passaggio. Il poeta sembra oscillare tra
perdita di senso e bisogno di ricostruzione, tra paura e responsabilità.
La voce non è pacificata, ma è vigile: riconosce il caos e, proprio per
questo, tenta ancora un atto di salvezza.
- Alessio Romanini, “Buganvillea”
Qui la metafora è diretta, quasi tagliente: il fiore non inganna per caso,
ma per natura. La buganvillea diventa figura di un amore che seduce e
ferisce, che si arrampica e si nutre della fragilità altrui. Il poeta non
cerca sfumature: sceglie la chiarezza dell’accusa, una visione disillusa
del sentimento. Tuttavia, proprio in questa nettezza si intravede qualcosa
di più profondo: non tanto il giudizio sull’altro, quanto una presa d’atto
maturata attraverso esperienza. La bellezza, qui, non salva; è superficie
che nasconde. E il verso, pur semplice, lascia un retrogusto amaro: come
se il poeta avesse smesso di credere, ma non del tutto di ricordare.
Con sincero affetto e stima
Ben Tartamo
Ben Tartamo -“Respiro”
Caro Ben, qui il testo lascia emergere - senza mai dichiararlo - quel
doppio registro che ti appartiene: la disciplina di chi ha abitato a lungo
contesti esigenti, dove vigilanza e misura non sono opzionali, e l’ascolto
paziente di chi ha imparato a stare accanto ai moti dell’animo senza
forzarli. Questa compresenza dà al verso una tenuta particolare.
La scelta di una misura breve, a prevalente ritmo settenario, non è solo
tecnica: è un atto di contenimento. Il dettato resta sorvegliato, privo di
compiacimenti, come se ogni parola fosse autorizzata a passare solo dopo
un vaglio severo. È una sobrietà che non impoverisce, ma concentra.
L’incipit - “un volo di rondini” - introduce una leggerezza che non è
spontaneità ingenua, ma alleggerimento conquistato. Subito dopo, il gesto
decisivo: “l’anima, le redini, / sciolse di nebbia un velo”. Qui si
avverte una torsione: chi ha tenuto a lungo la rotta sceglie,
consapevolmente, di allentare. Non è perdita di controllo; è un controllo
più alto, che sa quando lasciare.
Nella seconda strofa affiora ciò che non si cancella: “doglie”. La
rinascita non è mai neutra; porta memoria del travaglio. L’albero che
sorride alle foglie smarrite non interviene, non corregge: accoglie. È uno
sguardo vigile ma non invasivo, capace di riconoscere senza giudicare.
Il centro del testo è netto:
“E ciò che fu tempesta
ora respira piano”
Qui non c’è esibizione di esito, ma trasformazione del ritmo. La tempesta
non viene negata: viene resa abitabile. È un passaggio che implica
disciplina interiore e continuità d’attenzione.
La chiusa— “suono di bande in festa / dirige in me la mano” — introduce un
accenno di affidamento. Per un istante, la regia non è più interamente
tua: ti accordi a un’armonia che non governi del tutto. È un movimento
minimo, ma rivelatore.
Tecnicamente il tessuto è solido: verso breve coerente, rime sobrie,
musicalità raccolta. Se un appunto posso lasciarti, è questo: talvolta
completi troppo presto l’immagine. Lascia una piega non detta; in quello
spazio la tua voce acquista ulteriore profondità.
In questa poesia non si celebra un arrivo.
Si custodisce un equilibrio - vigile, mobile - che si rinnova, ogni volta,
nel respiro.
Marino Spadavecchia
21-22-23 Aprile
- Armando Bettozzi – “Ninna nanna per
un fratello artista”
Questa non è semplicemente una poesia: è un gesto affettivo che cerca di
trasformare il lutto in continuità. La forma della ninna nanna è decisiva,
perché introduce subito un paradosso: si canta per far dormire chi non può
più svegliarsi. E quindi il sonno diventa un modo per dire la morte senza
nominarla frontalmente.
La ripetizione “Dormi… dormi…” ha una funzione doppia. Da un lato è
cullante, quasi ipnotica, come se il poeta volesse davvero calmare il
fratello; dall’altro è autoipnotica, serve a chi scrive per contenere il
dolore. È una formula che tiene insieme l’assenza.
“Dormi, Gio’” è un richiamo diretto, intimo. Non c’è distanza letteraria,
c’è un nome, c’è una relazione viva. E subito emerge la sofferenza
passata: “per troppo tempo l’insonnia tanto t’ha fatto soffrir”. Qui il
sonno diventa anche liberazione. La morte viene reinterpretata come fine
del tormento.
Poi entra la dimensione religiosa, ma in modo molto umano: “mamma e
babbo”, “angeli e santi”. Non è teologia, è bisogno di collocare il
fratello in uno spazio accogliente. Il cielo non è astratto, è famiglia
allargata.
Il punto più profondo è quando dice: “noi di te ce ne scorderemo: no…”.
Quel “no” spezza il ritmo e rivela la paura reale: l’oblio. Tutta la
poesia è una lotta contro la possibilità che l’altro svanisca davvero.
E allora subentra l’arte: “coi film tuoi, ed i quadri tuoi belli”. Qui il
fratello non sopravvive solo nel ricordo, ma nelle opere. È una forma di
immortalità concreta, non solo spirituale.
L’introduzione di Beatrice è molto interessante: è un richiamo dantesco,
quindi l’amore che guida, che accompagna tra i mondi. Il fratello diventa
quasi un’anima che sale e scende, che attraversa dimensioni.
La voce, gli occhi, i gesti (“pien di premure”) sono ciò che resta. Non
l’astratto, ma il dettaglio umano. Questo è fondamentale: la memoria è
corporea.
Per me, questa poesia, è un tentativo riuscito di trasformare la morte in
presenza diffusa. Non negata, ma resa abitabile attraverso ritmo, affetto
e immaginazione. È lutto che non si chiude, ma si canta per non spegnersi.
- Renzo Montagnoli – “La chiesetta
dell’incrocio”
Qui lo spazio è il vero protagonista. La chiesetta non è solo un luogo
fisico, ma una condensazione di tempo, memoria e fede impoverita.
“È ancora là” è un attacco importantissimo: indica resistenza. Nonostante
tutto, qualcosa resta. Ma subito dopo arrivano i segni del decadimento:
corrosa, dimenticata, terra battuta, tetto che perde. È un luogo che non è
stato distrutto, ma abbandonato.
E questo è il punto centrale: non c’è violenza, c’è disattenzione. La
sacralità non è negata, è lasciata svanire.
L’altare fatto di “due assi tarlate” è un’immagine potentissima: la
struttura sacra esiste ancora, ma è fragile, consumata. E le panche rubate
introducono un elemento umano più duro: non solo abbandono, ma anche
sottrazione.
La Madonna “stinta” è forse l’immagine più intensa. Non è scomparsa, ma
sbiadita. Come la fede stessa.
Poi arriva il ricordo: la gente che pregava per la grandine, per la neve.
È una religiosità concreta, legata ai bisogni quotidiani. Non astratta, ma
vissuta.
E qui emerge una riflessione sottile: Dio è ovunque, ma “preferisce le
povere cose”. Questo ribalta una visione monumentale del sacro. La
chiesetta diventa il luogo privilegiato proprio perché povera.
Il finale è pieno di attesa: la chiesetta “attende ancora”. Non è morta, è
sospesa. Vuole tornare a essere “casa del Signore”, ma anche “rifugio di
chi cerca pace”.
In questa poesia, il nostro Renzo parla di fede residuale, non scomparsa
ma indebolita. E allo stesso tempo dice che il sacro non sta nei grandi
luoghi, ma nei piccoli spazi dimenticati che continuano a esistere. È una
malinconia che non rinuncia alla possibilità di ritorno.
- Alessandro Borghesi – “Disincanto”
Qui il linguaggio si fa più astratto, più ellittico. Non c’è narrazione,
ma una serie di immagini che si attraggono senza mai chiudersi in un
significato unico.
“Vivo quel suono ardente di un vortice fuggente” è un attacco molto
significativo: il soggetto vive qualcosa che è già in fuga. C’è una
tensione tra intensità (“ardente”) e instabilità (“fuggente”).
“dove tutto riposa dolcemente” introduce una contraddizione: dentro il
vortice c’è quiete. È un paradosso che suggerisce uno stato mentale
ambiguo, dove movimento e immobilità coesistono.
L’immagine dell’ancora “sporca di acciaio” nei “fiori del mare” è molto
interessante. L’ancora dovrebbe fermare, ma qui è sporca, forse inutile. I
“fiori del mare” evocano bellezza fragile. È un incontro tra pesantezza e
delicatezza.
“Santi del nord… culto occulto” introduce una dimensione quasi esoterica.
Non è una religione chiara, ma nascosta, ambigua. E “il vostro lord”
aggiunge un elemento quasi ironico o distaccato, come se ci fosse una
critica implicita.
Il nodo della poesia è negli ultimi versi: “la ricerca di un ideale
effimero si oppone alla tangibile morale”
Qui il disincanto si chiarisce: l’ideale è percepito come instabile, forse
illusorio, mentre la morale è concreta, tangibile. Ma non è detto che sia
migliore. C’è una tensione irrisolta tra ciò che si sogna e ciò che si può
realmente vivere.
Questa poesia esprime una coscienza che non crede più pienamente agli
ideali, ma non si riconosce nemmeno nella realtà concreta. È sospesa tra
due poli, senza trovare una sintesi. Il disincanto non è cinismo, è
perdita di appoggio.
- Armando Salvatore Santoro – “Un prato
fiorito”
Questa poesia è costruita su una frattura netta tra due percezioni del
mondo: la bellezza naturale e la contaminazione umana. Ma ciò che la rende
interessante non è il contrasto in sé, quanto il modo in cui viene
interiorizzato.
L’inizio è immersivo, quasi sensoriale: farfalle, cicoria, margherite.
Tutto è movimento leggero, “voli”, “ondeggianti”. Il linguaggio è disteso,
aperto, e soprattutto visivo. Il bianco delle corolle, l’azzurro degli
occhi di cicoria: è una natura che guarda, che restituisce sguardo. Il
soggetto non osserva soltanto, si lascia assorbire: “mi disperdo”. Questo
verbo è chiave. Non c’è controllo, c’è dissoluzione momentanea
nell’armonia.
La natura è percepita come dono: “la sua bontà”. Qui emerge una visione
quasi morale della natura, non neutra ma benevola, accogliente.
Poi avviene la rottura: “Ma là, in fondo”. Questo “là” crea distanza, ma
anche inevitabilità. La pianura “ammorbata” introduce un lessico malato,
tossico. Il fumo delle ciminiere non è solo elemento industriale, è
invasione: “invadono senza decoro”. L’uomo entra come disturbo, come
perdita di misura.
Molto forte è l’immagine dei “davanzali fioriti”: il tentativo umano di
mantenere bellezza domestica viene violato. È una contaminazione che
arriva fino all’intimo.
La reazione non è azione concreta, ma emotiva: “soffio la mia rabbia”. È
un gesto quasi infantile, simbolico, impotente. Non cambia il mondo, ma
tenta di liberare la mente.
E qui avviene il secondo movimento: il rifugio nel sogno. “Sciogliermi e
sparire” non è desiderio di morte, ma di fusione. Tornare dentro quel
“mare di tenerezza”. È un ritorno alla natura come spazio salvifico.
Leggendo questa poesia mi parla una coscienza che oscilla tra estasi e
disillusione, tra immersione e rigetto. Non riesce a cambiare il mondo,
allora cerca di dissolversi nella parte ancora pura. È una forma di
resistenza passiva, ma profondamente sentita.
- Felice Serino – “Afflati”
Qui siamo davanti a una condensazione estrema. Non c’è sviluppo, c’è
esplosione semantica.
“la scrittura è genesi” è una dichiarazione assoluta. Scrivere non è
descrivere, ma creare. È un atto originario, quasi divino. Questo pone
subito la poesia su un piano alto, ontologico.
“fonemi in luce” è un’immagine molto precisa: il linguaggio non è suono
neutro, ma energia che illumina. I fonemi diventano materia viva.
“accensioni di sangue” introduce il corpo. La scrittura non è solo
mentale, è fisica, pulsante. È qualcosa che accade dentro.
“voli” è un’apertura, ma subito dopo arrivano “orifiamme” e “afflati
d’angeli”. Qui il linguaggio si fa simbolico, quasi liturgico. L’orifiamma
richiama un vessillo sacro, l’afflato è respiro spirituale.
La poesia è tutta verticale: dalla parola alla luce, dal sangue
all’angelo. Non c’è dubbio, non c’è crisi. È una visione della scrittura
come atto di elevazione.
Qui, a differenza di altri autori, il soggetto non è frammentato, è
concentrato. La scrittura è un canale attraverso cui passa qualcosa di più
grande. Non c’è introspezione dolorosa, ma affermazione di senso.
- Franco Fronzoli – “Ricordi”
Questa poesia è un flusso continuo, quasi narrativo, ma non lineare. È
costruita per accumulo, come la memoria stessa.
L’inizio è subito corporeo: “malinconia… sulle spalle”. Il passato non è
astratto, pesa. “pillole di un passato” suggerisce frammentazione: i
ricordi non sono un racconto coerente, ma pezzi sparsi.
Le immagini sono molto concrete: panchina, bombetta, nebbia. Ma già qui la
visione si offusca: “le onde che non si fanno vedere”. Il ricordo è
parziale, incompleto.
La ripetizione di “ricordi” crea un effetto ossessivo. Non è solo tema, è
movimento mentale. Tornano, insistono, non si lasciano archiviare.
Il nucleo è nella contraddizione: “da vivere e da dimenticare”
“bruciano e vorresti cancellare”
La memoria è ambivalente: necessaria e dolorosa.
Poi entra l’amore, ma sempre nella sua instabilità: “amori accesi e spenti
in poche ore”
“amori eterni che di eterno non avevano niente”
Qui c’è una lucidità disincantata. Le promesse sono parole portate via dal
vento. Non c’è accusa violenta, ma constatazione.
La parte centrale si fa più sensoriale: il prato, il corpo, la nudità. È
un ricordo vivido, non idealizzato. Il corpo dell’altro è presente, reale,
ma non trattenibile.
Il momento più forte è l’addio “di cui non conobbi il motivo”. Questo
introduce una ferita aperta: non è solo perdita, è mancanza di
spiegazione. Questo impedisce la chiusura.
Il finale è sospeso: la speranza del ritorno, il desiderio di ritrovare
quell’amore in un tramonto. Non è certezza, è immaginazione.
L’immagine della luna che “torna a guardare” chiude con una presenza
esterna, quasi testimone. Come se qualcosa osservasse, ma non
intervenisse.
In questa poesia, il nostro Franco non riesce a chiudere col passato. I
ricordi non sono rielaborati, sono ancora attivi. L’amore è finito, ma non
concluso dentro. E quindi continua a vivere come possibilità, non come
realtà.
- Giuseppe Stracuzzi – “Il dono”
Questa poesia è costruita come un processo di avvicinamento: non parte dal
sentimento, ma dalla difficoltà di esprimerlo. Le parole “si agitano”,
quindi non sono ancora forma, sono materia instabile, in cerca di una
musicalità (“un suono più dolce”) che non riescono subito a raggiungere.
Il punto interessante è che la tenerezza non è immediatamente accessibile:
“non toccano la tenerezza”. Questo implica che il sentimento esiste, ma il
linguaggio fatica a raggiungerlo. Qui si apre un nodo profondo: il divario
tra esperienza e parola.
“i palpiti / il delirio” introducono una dimensione corporea e
irrazionale. Il sentimento non è ordinato, è confuso, vibrante. È dentro
un “brivido”, quindi in uno stato di soglia, non stabile.
Poi avviene una trasformazione: “si colmano di luce”. La parola trova una
forma, si illumina. E da lì in poi tutto diventa sinestetico: – “si
fondono le labbra” → contatto fisico
– “volano accenti” → suono che diventa movimento
– “tastiera soffice di toni” → linguaggio come musica
Le “mani messaggere” sono fondamentali: il corpo prende il posto della
parola. Il contatto diventa comunicazione più autentica del linguaggio.
“sfiorano le altitudini” è un’espressione molto significativa: non è
elevazione piena, ma sfioramento. L’esperienza resta sempre sul limite.
Il punto decisivo è nel finale: “il pudore si spoglia / di cancelli”
Il pudore non scompare, ma si libera delle barriere. È un passaggio da
difesa a apertura.
“lascia passare il dono” è la chiave: il dono non è qualcosa che si
costruisce, ma qualcosa che passa quando si smette di trattenere.
In questi versi, il nostro Giuseppe descrive un processo di sblocco
emotivo e comunicativo. Dalla confusione iniziale si arriva a una forma di
contatto autentico, dove parola, corpo e sentimento coincidono. Il dono è
l’intimità che diventa possibile solo quando cade la difesa.
- Antonio Spagnuolo – “Tramonto rosso”
Qui il tempo è il vero protagonista. Non il tempo cronologico, ma il tempo
vissuto, percepito come qualcosa che si consuma e si compie.
“rosso sangue” non è solo colore, è vitalità che si spegne. Il tramonto
diventa una metafora esplicita della fine, ma non in senso drammatico: è
una fine consapevole.
“respiro che si spegne” introduce una dimensione organica. Il giorno è un
corpo che muore lentamente. E il silenzio non è vuoto, è levigato, quindi
lavorato dal tempo.
“il sole… si ritira” non c’è violenza, c’è esaurimento. La natura non
crolla, si raccoglie.
L’immagine delle “ciglia dell’orizzonte” è molto raffinata: l’orizzonte
diventa un volto, e il sole si nasconde dietro uno sguardo che si chiude.
È una chiusura dolce, non traumatica.
Il passaggio centrale è fondamentale: “il tempo in cui più dolce è il peso
degli anni rubati clandestinamente al cuore”
Qui la memoria entra come qualcosa di sottratto, vissuto quasi di
nascosto. Il tempo non è solo passato, è stato “rubato”, quindi vissuto
con intensità ma anche con perdita.
“la fine è sull’orlo del non ritorno” introduce consapevolezza. Non è
paura, è lucidità.
Le immagini successive (“nuvole”, “foglie scarlatte”) trasformano la
natura in pensiero: sono “vecchissimi pensieri”. Il paesaggio diventa
interiorità.
Il verso chiave è: “la vita china il capo, non vinta, ma riconciliata”
Questo è il cuore della poesia. Non c’è sconfitta, c’è accettazione. La
vita non combatte più, si accorda con ciò che è.
Il finale è coerente: “non implora… si spegne, fiera”
La bellezza non chiede di durare. Si compie e si lascia andare.
Mentalmente avverto una coscienza che ha attraversato il tempo e arriva a
una forma di riconciliazione lucida con la fine. Non c’è disperazione, ma
una dignità quieta.
- Alessio Romanini – “Ancora di fronte
allo specchio”
Torna, in questa ultima poesia, l'Alessio vero, sincero. Il poeta e l'uomo
in cui, il confronto è diretto, senza mediazioni: l’io davanti a sé
stesso. Non c’è paesaggio, non c’è simbolo esterno: lo specchio è lo
spazio della verità.
“smunto volto” introduce subito un’immagine di consumo, di svuotamento.
Non è solo stanchezza, è perdita di vitalità.
Il passaggio più forte è: “distinguo il teschio dentro il riflesso”
Qui la percezione diventa quasi allucinata. Non vede più il volto, ma la
struttura della morte dentro la vita. È una visione radicale: l’identità
si dissolve fino a mostrare il suo fondo mortale.
“metamorfosi della vita mia” suggerisce che il cambiamento è continuo, ma
non positivo. È trasformazione che consuma.
“non riconosco più quella fisionomia” → perdita di identità. Non è solo
cambiamento fisico, è estraneità a sé stessi.
“appassita dal male e solitudine” introduce le cause: non è solo tempo, è
esperienza vissuta. Il male e la solitudine hanno inciso sul volto.
“inettitudine di fuggire dalla realtà” è una presa di coscienza dura: non
c’è via di fuga. L’io non riesce a sottrarsi.
Il finale è il punto più importante: “davanti allo specchio della mia
anima e aver capito la vita”
Qui lo specchio diventa interiore. Non è più riflesso esterno, ma
consapevolezza. E questa consapevolezza è tardiva, arriva dopo il consumo.
Ancora una volta, con profonda coerenza, lo scrivere e cantare versi di
Alessio è un momento di auto-riconoscimento traumatico ma lucido. L’io
vede sé stesso senza filtri e comprende, ma il prezzo è la perdita
dell’immagine precedente. È una forma di verità che non consola, ma
chiarisce.
- Sandra Greggio – “Interrogativo”
Questa poesia nasce da una domanda che sembra semplice, quasi infantile,
ma in realtà è profondamente esistenziale: “perché muoiono le cicale?”. La
forza sta proprio qui: non è una domanda filosofica esplicita, ma lo
diventa attraverso lo sguardo emotivo.
Le cicale non sono insetti qualsiasi. Il poeta le carica di significato:
sono “tripudio di gioia”, “inno alla vita”. Quindi non è la morte
biologica che viene rifiutata, ma la contraddizione tra ciò che
rappresentano e il loro destino. È come dire: ciò che incarna la vita non
dovrebbe morire.
Il rifiuto (“non possono!”) è netto, quasi ostinato. Non è razionale, è
emotivo. È una negazione della legge naturale perché non coincide con il
sentimento.
Il passaggio più interessante è nel finale: la morte delle cicale porta al
“silenzio assoluto”. Qui la perdita non è individuale, ma cosmica. Il
mondo si svuota. Gli alberi vedono “corpi senza vita come foglie in
autunno”: l’estate viene contaminata dall’autunno, la stagione della vita
viene invasa da quella della fine.
Questa poesia della nostra cara e brava Sandra, non parla delle cicale, ma
dell’impossibilità di accettare che ciò che dà gioia sia destinato a
finire. È una coscienza che non accetta la transitorietà della felicità.
Il dolore nasce proprio da questa inconciliabilità tra sentimento e
realtà.
- Antonia Scaligine – “le ragioni del
tempo / le ragioni dell’uomo”
Qui il discorso si sposta su un piano più complesso: non c’è una domanda,
ma una tensione continua tra natura e uomo.
L’inizio è stagionale, ma subito si incrina: la primavera non è come
dovrebbe essere. È “aspra”, incerta, instabile. Le rondini non ci sono, i
mattini sono grigi. Il tempo naturale è fuori ritmo.
Questa instabilità si riflette nel comportamento umano: “scopriamo le
braccia… poi le infiliamo”. È un adattamento continuo, quasi disorientato.
L’uomo segue il tempo, ma non riesce più a prevederlo.
C’è una domanda implicita: tornerà l’ordine? “ritornerà il canto di un
uccello?” → il dubbio è reale, non retorico.
Poi emerge un elemento molto interessante: anche quando tutto sembra
incerto, esiste “una dolce brezza”. È qualcosa di minimo, quasi
invisibile, ma persistente. Qui si intravede una possibilità di
continuità.
Ma subito dopo la poesia introduce la frattura decisiva: “uno sguardo
d’amore” / “un fumo di guerra”
Questa è la chiave. Il tempo naturale e il tempo umano non coincidono. La
natura può essere ambigua, ma non distruttiva. L’uomo invece introduce la
guerra.
Le “ragioni del tempo” sono cicliche, complesse ma armoniche.
Le “ragioni dell’uomo” sono conflittuali, divisive.
In questa poesia, Antonia osserva la realtà e percepisce una disarmonia
crescente tra ordine naturale e comportamento umano. Non è disperata, ma
inquieta. Cerca equilibrio, ma vede che, in fondo, qualcosa si è
incrinato.
- Jacqueline Miu – “Il sogno”
Qui entriamo in una dimensione completamente diversa: non osservazione del
mondo, ma immersione nella mente.
L’attacco è subito destabilizzante: “travolta ragione da un soffio
d’immenso”. La razionalità viene superata, non distrutta ma travolta. Si
entra in uno spazio dove il pensiero non è più lineare.
“gioco di mani coi vortici d’aria sul foglio” suggerisce una scrittura
istintiva, quasi automatica. Non c’è controllo, c’è flusso.
“nuda l’anima di giudizio” è un verso centrale: il giudizio viene sospeso.
Questo permette ai “sensi” di prendere il sopravvento. Il corpo diventa
legge.
Poi arriva una riflessione molto lucida: “questo mondo di nulla dà piacere
al pensiero”
Il nulla non è vuoto negativo, è spazio mentale. E la mente è “infinita
nelle sue stanze segrete”. Qui il sogno diventa dimensione di espansione.
Il nodo emotivo è: “mai dire addio ad un amore”
Qui si ricollega a molte altre poesie viste: il rifiuto della fine. Ma
subito dopo chiarisce: “quello che davvero uccide dentro è il respiro col
fuoco”
Non è la perdita in sé, ma l’intensità non contenuta, il desiderio che
brucia.
“I dilemmi dell’essere sono un puzzle tremendo” → la coscienza è
complessa, frammentata. E i legami con gli altri sono “sortilegi di un Dio
ignoto”: non razionali, ma misteriosi.
Il finale è decisivo: “se il nulla avere nel reale ferisce / il tutto
rende eterni / nel sogno”
Qui c’è la soluzione proposta: la realtà ferisce perché limita. Il sogno,
invece, offre totalità.
Come sempre, la cara Jac, sceglie il sogno come spazio di verità più ampia
rispetto alla realtà. Non è fuga ingenua, ma alternativa: dove il reale
manca, l’immaginazione compensa e amplifica.
Con sincero affetto e stima
Ben Tartamo
14-15-16 Aprile
Prima di tutto volevo ringraziarti Ben per il
tuo meraviglioso
commento alla mia poesia. Sei un ottimo interprete, e per rispondere
alla tua domanda se devo essere sincero sincero: io mi sento ferito
per le illusioni che crea il mondo, ma poi ci mette di fronte alla nuda
realtà.
Però mi sento anche custode di una sensibilità e un amore per
le cose umili che offre la natura, simbolo di speranza che porto sempre
nell'anima.
Alessio Romanini
- Giuseppe Stracuzzi – “Le quattro
stagioni”
Questa è una poesia costruita per stratificazione, non per linearità.
Non racconta: sovrappone piani semantici fino a creare un effetto di
densità quasi barocca.
L’attacco è già rivelatore: le stagioni non sono semplicemente nominate,
ma interpenetrate. La primavera scioglie, l’estate cela l’autunno,
l’inverno raccoglie. Non c’è successione temporale: c’è circolarità
compressa. Il tempo non scorre, si accartoccia.
L’immagine chiave è quella del libro/romanzo. Le stagioni diventano
testo. Ma non un testo leggibile:
“mille pensieri senza penna” → pensiero che non riesce a
scriversi, quindi a fissarsi.
“foglie imbalsamate” → memoria morta, conservata ma non
viva.
“pagine illuse” → la narrazione stessa è inganno.
Qui emerge una prima intuizione: il poeta Stracuzzi percepisce il reale
come narrazione costruita, non come dato. E diffida di essa.
Il secondo blocco (il mare) rompe la struttura precedente e introduce
una metafora epistemologica: il navigatore è colui che cerca senso tra “frastagliati
contesti”. Ma il linguaggio stesso è instabile: “incespica
fruscio del mulinello”. Non c’è chiarezza, ma rumore.
Le immagini mitiche (“Muse, corone, allori”) vengono subito smascherate:
“sono sospesi luccicanti inganni”
→ la gloria, la poesia stessa, è un’esca (lampare/pesci). Il desiderio è
attirato e poi cade.
Qui la poesia compie un gesto molto lucido: demistifica la funzione
della poesia.
Il finale è radicale. Il libro si chiude, i fogli vengono sospinti
“verso l’ultimo punto”. E l’io viene spogliato:
“nudo, che cosa, niente…”
Questa è una dissoluzione dell’identità. Non resta nulla se non un
appiglio ultimo:
“le parole sante del Signore”
Non è una chiusura semplicemente religiosa, ma una resa: dopo aver
smontato natura, linguaggio e mito, resta solo un fondamento
trascendente.
In profondità: questa poesia è un percorso di smascheramento che porta
dal mondo fenomenico al vuoto, e dal vuoto a una necessità di assoluto.
- Antonio Spagnuolo – “Sepolcro”
Qui siamo in una dimensione completamente diversa: non cosmica, ma
intimamente funeraria.
Il testo è costruito come una rievocazione, ma non è memoria limpida: è
una memoria deformata, quasi allucinata. Il “portico deserto” è già uno
spazio liminale, sospeso tra presenza e assenza.
Le immagini sono estremamente sensoriali ma non realistiche:
“gioielli rosa e neri”
“caviglie… fiamma”
“mani da cime tempestose”
Questa non è descrizione: è trasfigurazione del corpo in simbolo.
L’altro (probabilmente una figura amata e perduta) non è più persona, ma
reliquia emotiva.
C’è una tensione continua tra luce e ombra:
fanali / vento
lampada / inclinazione
riflesso / lontananze
La luce non illumina: distorce. È instabile.
Il verso più significativo, a livello psichico, è: “scossi dal
singhiozzo dell’ombra”
L’ombra non è assenza di luce, ma entità attiva, che singhiozza. È il
lutto che respira ancora.
Il finale è decisivo: “avvolgermi ancora… in un romantico
sepolcro”
Qui il sepolcro non è morte, ma luogo di unione. È una regressione: il
desiderio non è uscire dal lutto, ma abitarlo.
Il soggetto non elabora la perdita, la sacralizza. Trasforma l’assenza
in spazio estetico e affettivo permanente.
È una poesia di eros e thanatos fusi: amore che sopravvive solo dentro
la morte.
- Carlo Festa – “Switch radicale”
Qui il linguaggio cambia drasticamente: da simbolico a esplicito, quasi
dichiarativo.
La struttura è binaria:
morte → quando si tradisce sé stessi
vita → quando si ritorna a sé
Non c’è ambiguità, ma chiarezza programmatica.
Il concetto centrale è l’identità come scelta. Non come dato, ma come
atto: “tutte le volte che tradiamo noi stessi… moriamo”
La morte qui è psicologica, non fisica. È perdita di autenticità.
Il momento di svolta è lo “switch radicale”. Termine moderno, quasi
tecnologico, che rompe il registro lirico. Questo non è casuale: indica
una decisione netta, non graduale.
La sequenza finale è terapeutica:
guardarsi
interrogarsi
reagire
smettere di colpevolizzarsi
iniziare ad amarsi
È un percorso di ricostruzione dell’io.
Lettura profonda: questa poesia non esplora il caos, lo combatte. È una
poetica della volontà, quasi etica più che estetica.
Se le altre poesie accettano la complessità o il dolore, questa lo
riduce a un problema risolvibile tramite consapevolezza.
È meno ambigua, ma anche meno vertiginosa.
- Armando Bettozzi – “Come sassi di
torrente”
Questa è la poesia più equilibrata, e forse la più sottile nella sua
semplicità apparente.
La metafora dei sassi è estremamente precisa:
non resistono opponendosi, ma resistono restando.
All’inizio domina la trasparenza: acqua, cielo, riflesso. C’è una doppia
serenità (realtà + immagine). Ma basta un movimento (le trote) per farli
“sparire”. Non perché non esistano, ma perché la percezione è instabile.
Qui c’è un primo livello importante: la realtà non cambia, cambia la
visibilità.
Poi interviene il tempo. L’acqua “carezza” e leviga. Non distrugge,
trasforma lentamente. Anche il temporale, pur violento, non cancella i
sassi: li nasconde temporaneamente.
E il verso chiave: “riapparire ancora, immutati / e caso mai, un
po’ più avvicinati”
Qui c’è una visione molto profonda: gli eventi non distruggono
necessariamente, possono anche avvicinare.
Quando passa all’uomo, la metafora si chiarisce: siamo attraversati
dagli eventi, ma ciò che conta è il “fondale”. E questo fondale è
l’amore.
Non un amore sentimentale, ma strutturale: “il nostro bell’amore
originale”
È qualcosa di originario, quasi ontologico. Non nasce, è già lì.
E il finale è forte: non è il travolgimento a fare male, ma la perdita
di quell’ancoraggio.
E chiudo dicendo che questa poesia non nega il caos, ma lo relativizza.
Non propone fuga né scontro, ma radicamento.
- Felice Serino – “La pietà”
Qui la poesia è breve, ma densissima, quasi compressa in pochi nuclei
concettuali che si scontrano tra loro.
L’attacco è spiazzante: “la pietà è detta la banalità del male”.
È un rovesciamento implicito del pensiero arendtiano (la banalità del
male), ma qui la pietà stessa viene sospettata. Come se anche il bene,
quando diventa formula, rischiasse di svuotarsi.
Subito dopo lo sguardo si sposta “di là”: un altrove non definito, che
può essere trascendente o semplicemente un piano altro. E la domanda è
devastante nella sua semplicità:
“come ci vedono?”
Qui avviene il salto mentale: l’uomo non si guarda più da dentro, ma da
fuori. E ciò che vede è brutale: “fratelli che si scannano”. La
fraternità è affermata e negata nello stesso istante.
L’invocazione (“Padre Padre”) introduce una dimensione
verticale, ma non è trionfale: è quasi stanca, come se fosse ripetuta da
sempre.
“che non sei mai stanco dell’uomo” → questo verso è
centrale: Dio non si stanca, ma l’uomo sì. C’è una sproporzione tra
misericordia divina e comportamento umano.
“La cattedrale del cuore” è un’immagine forte ma ambigua:
da un lato indica una sacralità interiore, dall’altro suggerisce
qualcosa di costruito, forse fragile.
Il finale è una richiesta: la pietà non è più qualità umana, ma qualcosa
da ricevere.
Mentalmente, questa poesia compie un movimento preciso: dalla sfiducia
nell’uomo alla necessità del divino.
È una preghiera che nasce da una crisi della fiducia umana.
- Armando Salvatore Santoro –
“Pensieri confusi”
Il titolo è già una chiave, ma anche un depistaggio. Non sono
semplicemente “confusi”: sono disgregati in immagini che non riescono a
ricomporsi in un centro stabile. La poesia non chiarisce, mostra il
processo stesso della dispersione.
L’inizio è altissimo e subito doloroso:
“Pianto di stelle, pianto di madonne”
Qui si sovrappongono due piani:
cosmico (stelle)
sacro umano (madonne)
Il pianto è universale. Non è individuale, è diffuso nell’essere stesso.
Ma subito si perde:
“lacrime perse nel firmamento azzurro”
→ il dolore non trova destinatario, si dissolve nello spazio. Questo è
un primo nodo mentale: sofferenza senza risposta.
Le “stelle cadenti” non sono romantiche: diventano “ombre
di colli stanchi”. Il cielo scende a terra, e lo fa in forma di
stanchezza. C’è una caduta continua, dall’alto al basso.
“Arsura in gola” introduce il corpo. Il bisogno è
primario: respiro.
“sospeso tra cielo e mare” → ancora una posizione
intermedia, mai risolta. Il soggetto non è né sopra né sotto, è in una
soglia permanente.
Il “volo di rondine” che colora è un momento fragile di
bellezza, ma non stabilizza nulla. È un passaggio rapido, non una
soluzione.
Poi arriva uno dei versi più profondi: “Anni pensati a sera a
costruire un aquilone bianco che non vola”
Qui c’è tutto il fallimento esistenziale condensato:
“anni pensati” → vita progettata, immaginata
“aquilone bianco” → purezza, aspirazione
“che non vola” → impossibilità di realizzazione
Non è un errore momentaneo, è una vita che non si solleva.
Il blocco successivo è ancora più umano: “miserie accovacciate…
mano che tende”
Qui il dolore prende forma sociale. Non è più solo interiore. C’è
richiesta, bisogno di contatto. Ma: “invano incrocia gli sguardi”
→ fallimento della relazione. L’altro non risponde. È uno dei punti più
duri: non essere visti.
Il finale è tutto sottrazione:
“solo silenzio”
“brusio di grilli” (rumore minimo, naturale, indifferente)
“vecchia ferrovia” → luogo di passaggio che non porta più da nessuna
parte
“notte d’estate ormai finita” → anche la stagione della vita si è
consumata
La ferrovia “persa nel buio” è un’immagine potentissima: indica una
direzione che esisteva, ma che ora non conduce più.
Questa poesia non è semplicemente malinconica. È costruita su tre assi:
- Dislocazione
Il soggetto non ha un luogo stabile: è tra cielo e mare, tra giorno e
notte, tra pensiero e realtà.
- Fallimento della proiezione
L’aquilone che non vola è il simbolo centrale: desiderio che non diventa
esperienza.
- Interruzione del legame
La mano che tende e non incontra sguardi → frattura relazionale.
Non c’è rabbia, non c’è ribellione. C’è una forma più sottile:
consapevolezza stanca.
Questa poesia non grida.
Si spegne lentamente.
E proprio per questo è più inquietante:
non racconta un crollo improvviso, ma una vita che, senza fare rumore,
non è mai riuscita a sollevarsi davvero.
- Franco Fronzoli – (senza titolo
esplicito, incipit “Appoggia la tua testa…”)
Qui il linguaggio è lineare, ma la struttura emotiva è molto più sottile
di quanto sembri.
La poesia è costruita su una progressiva riduzione del rumore:
“Non dire niente” → “nel silenzio” → “lasciati amare”.
L’amore non passa attraverso il dialogo, ma attraverso la sospensione
della parola. Questo è il primo elemento importante: l’intimità viene
percepita come spazio non verbale.
Le immagini sono tutte accoglienti:
spalla
capelli
prato
primavera
È un mondo senza conflitto, quasi protetto. Ma il punto più interessante
non è la dolcezza, è il controllo implicito.
Il soggetto guida tutto:
dipingerò
ti stringerò
ti sveglierò
C’è una regia emotiva. L’altro è accolto, ma anche contenuto dentro una
visione.
E poi arriva il passaggio decisivo: “ti lascerò libera”
Questo verso è fondamentale. Perché introduce una tensione: se devo
“lasciarti libera”, significa che prima eri, almeno simbolicamente,
dentro un campo definito da me.
L’amore qui è tenero, ma anche leggermente asimmetrico: uno costruisce,
l’altro viene custodito.
Il finale: “tra i miei pensieri / che parlano / di te”
chiude il cerchio. L’altro non è solo accanto, è interiorizzato. Diventa
contenuto mentale.
Questa è una poesia sull’amore come spazio di protezione e proiezione.
Non conflittuale, ma nemmeno completamente reciproco: è un amore che
crea un mondo e invita l’altro a starci dentro.
- Sandra Greggio – “Empatia”
Questa poesia lavora su un meccanismo molto preciso: la sincronia
emotiva a distanza.
La struttura è speculare:
“Forse in questo momento… tu”
“Forse in questo momento… io”
Ma ciò che conta è che, pur essendo in luoghi diversi (folla/lavoro),
entrambi si trovano nello stesso spazio interiore: “riva del mare”.
Il mare qui non è luogo reale, ma luogo mentale condiviso.
C’è un elemento molto interessante: la realtà esterna è descritta come
rumorosa e piena (vetrine, Natale, lavoro), ma viene svuotata. Ciò che
conta è il pensiero.
La vera connessione non è fisica, ma immaginativa.
“Proprio in riva al mare con te” → non è un incontro
reale, è una coincidenza interiore.
L’empatia qui non è comprensione dell’altro, ma coincidenza di stati
mentali.
Dal punto di vista psicologico, questa poesia suggerisce una dinamica
forte: due individui che si percepiscono connessi perché condividono lo
stesso paesaggio interiore, indipendentemente dalla realtà.
È una forma di intimità non verificabile, ma sentita come reale.
- Jacqueline Miu – “Parla con me”
Questa è la più complessa e stratificata del gruppo. Non è lineare, ma
frammentaria, quasi schizofrenica nel senso tecnico: salti,
associazioni, cambi di registro.
L’inizio è già destabilizzante:
“crocchette di ombre in bisbiglio” → immagine surreale,
che rompe subito la logica ordinaria.
Il dialogo non avviene davvero. C’è una domanda (“hai una
sigaretta?”), ma la risposta non viene data. Il silenzio domina.
Questo crea una tensione: il desiderio di contatto e l’incapacità di
realizzarlo.
Il soggetto si definisce attraverso la finzione:
“m’invento un personaggio” → identità costruita, non
stabile.
La frase “vuoi tu sposarmi?” è potentissima perché resta
interna. Non viene detta. È un pensiero che non diventa azione. Qui c’è
una frattura tra interno ed esterno.
Poi l’altro scompare. E lo fa “ad alta voce”, paradosso
che indica una perdita improvvisa, quasi teatrale.
Il secondo blocco è ancora più denso: Dio, dinosauri, peste, vampiri,
amore. Tutto viene mescolato senza gerarchia. È una visione del mondo
caotica, in cui sacro, biologico e simbolico convivono senza ordine.
“il vino ti beve la verità dal sangue” → rovesciamento
soggetto/oggetto. Non sei tu che bevi, è il vino che ti consuma. Perdita
di controllo.
La parte finale introduce una scena urbana (selfie, bistrot, Senna), ma
il soggetto si percepisce come “naufrago”. È presente, ma non integrato.
Il contrasto: “tu sei giorno / io sono notte”
è una definizione identitaria per opposizione. Non unione, ma
differenza.
E il verso finale: “Parla con me”
chiude tutto: dopo immagini, caos, pensieri, resta una richiesta
elementare. Comunicazione.
Questa poesia è una rappresentazione di coscienza frammentata che cerca
un centro attraverso l’altro, ma non riesce a stabilire un contatto
stabile.
Quindi, cara Miu, ti chiedo: è possibile davvero incontrarsi, o
restiamo sempre - almeno in parte - soli dentro noi stessi?
- Ciro Seccia – “Corona di Spine”
Qui la scrittura è diretta, quasi primitiva nel senso più autentico: non
filtra, non costruisce, espone dolore in forma simbolica immediata.
L’immagine centrale è fortissima e archetipica: la “Corona di
Spine”. È un simbolo cristologico evidente, ma qui non è solo
imitazione di Cristo: è interiorizzazione del martirio. Non è sulla
testa, è sul cuore. Questo spostamento è decisivo: la sofferenza non è
sacrificio pubblico, ma ferita emotiva continua.
“avvolge il mio cuore” → non punge soltanto, stringe. È
una pressione costante, non un evento isolato.
Il sangue che “continua a sgorgare” introduce una
temporalità senza tregua. Non c’è cicatrizzazione. Ogni spina è un “oltraggio”:
quindi la ferita non è solo fisica o emotiva, è morale, causata
dall’uomo.
Qui emerge il nucleo psicologico: il dolore individuale è collegato al
male collettivo.
“La parte malvagia domina il mondo” → visione
totalizzante, senza zone di luce. Non c’è equilibrio, solo prevalenza
del negativo.
Le domande (“quali orrori… quante grida…”) non cercano
risposta: sono saturazione percettiva. Il soggetto è esposto a troppo
dolore, non riesce più a contenerlo.
L’invocazione a Dio segna un punto di rottura. Non è una preghiera
contemplativa, è una richiesta urgente, quasi disperata.
“poni fine” ripetuto → bisogno di interruzione, non di
senso. Non chiede spiegazione, chiede cessazione.
Il verso più significativo è: “non so quanto potrò resistere”
Qui il simbolo cede e resta l’umano. La resistenza è al limite.
E il finale: “Non voglio vedere / la fine di tutto”
È ambiguo. Non è solo paura della morte personale, ma della fine del
senso, del mondo come spazio abitabile.
Questa poesia è una coscienza iper-esposta al male, che non riesce a
filtrarlo e lo interiorizza fino a identificarsi con una figura
sacrificale. Non c’è distanza tra sé e il dolore del mondo.
- Alessio Romanini – “Corteccia che
respira”
Questa poesia è l’opposto strutturale della precedente: breve, composta,
quasi etica più che emotiva.
Il primo verso introduce subito una scelta: “scrivo… su petali di
papiro riciclato”. È un gesto simbolico ma concreto. La
scrittura non è neutra, ha conseguenze. Qui il poeta si pone un limite:
non vuole “deturpare”.
“La corteccia che respira” è un’immagine molto precisa:
l’albero non è oggetto, è organismo vivo. La natura non è sfondo, è
soggetto dotato di respiro.
Il passaggio successivo amplia il discorso:
“la vita nasce dentro il grembo della Natura madre”
Qui la natura diventa origine universale. Non è solo ambiente, è
principio generativo.
Il punto chiave è nel verso: “l’abbraccio dell’amore è riciclar
con il cuore”
Questa è una ridefinizione interessante dell’amore: non sentimento
astratto, ma azione responsabile. Amare significa non distruggere, ma
preservare, trasformare senza violare.
Il tono è pacato, quasi didattico, ma non freddo. È una poesia che non
nasce da un eccesso emotivo, ma da una consapevolezza etica
interiorizzata.
Con Alessio l’io non è travolto dal mondo (come in Seccia), ma sceglie
come stare nel mondo. Non subisce, regola il proprio impatto.
È un contrasto profondo.
Queste due poesie, accostate, creano un contrasto molto netto:
Seccia → il mondo ferisce, l’io sanguina
Romanini → il mondo è vivo, l’io si trattiene
Una è reazione al male, l’altra è responsabilità verso il bene.
La prima è centripeta (tutto entra e lacera),
la seconda è regolativa (l’io decide come agire).
E in mezzo, implicitamente, resta una domanda:
di fronte al mondo, siamo feriti o custodi?
Che ne pensi Alessio? E tu, Ciro?
Mi piacerebbe leggere il vostro parere.
Con tutto l'affetto che sento e la stima che
debbo.
Ben Tartamo
11-12-13 Aprile
- Franco Fronzoli – “Mi faccio spazio
nell’universo dei tuoi occhi”
Qui l’amore non entra, ma si insinua. Non c’è gesto forte, ma una
delicatezza quasi timida, come se l’io avesse paura di rompere qualcosa
di fragile.
“Mi faccio spazio” è un’espressione umile, ma anche
ostinata: indica il bisogno di esserci, anche senza essere invitati. E
infatti tutto avviene dentro l’altro: pensieri, sguardi, sorrisi,
fragilità. È proprio nelle fragilità che il poeta sceglie di abitare.
Non cerca la superficie luminosa, ma il punto in cui l’altro è più
esposto.
Poi accade qualcosa di più profondo: non solo osserva, ma fa suoi i
desideri, entra nei sogni. Qui il confine tra sé e l’altro si dissolve.
Non c’è più distinzione netta: è un amore che tende a coincidere.
Eppure, nel centro della poesia, c’è una verità silenziosa:
“tu non mi vedi”
Questo cambia tutto. È un amore non riconosciuto, ma non per questo meno
reale. Anzi, sembra diventare più puro proprio perché non ha ritorno.
L’io non si ritira, non protesta. Resta accanto, veglia, accompagna.
C’è qualcosa di profondamente umano in questo: il desiderio di essere
vicino anche senza esistere per l’altro. Ma anche qualcosa di doloroso:
una presenza che non trova rispecchiamento.
Alla fine, il “destino” non è una promessa condivisa, ma
una necessità interiore. È destino perché il poeta non può fare altro
che restare.
- Giuseppe Stracuzzi – “Madre Natura”
Questa poesia nasce come un inno, ma lentamente si trasforma in una
domanda senza risposta.
All’inizio lo sguardo è pieno di stupore. L’alba si apre piano, i colori
si diffondono, tutto è armonia. La Natura è vista come artista: dipinge,
crea, distribuisce bellezza con una leggerezza quasi giocosa.
Poi il tono cambia e si amplia: non è solo bellezza, ma anche ordine. Le
orbite, i sistemi, le leggi. La Natura diventa intelligenza, struttura
che regge il mondo.
Ancora un passo, e diventa madre. Qui entra il mistero della vita, il
grembo, l’amore che nasce. È il punto più caldo, più affettivo.
Ma proprio quando tutto sembra comporsi, arriva la frattura.
Gli “agnelli e lupi” introducono il dolore, la violenza,
l’ingiustizia. E allora il poeta chiede: perché? Perché una madre
permette questo?
La risposta non arriva. La Natura si chiude nel silenzio. E questo
silenzio è il vero centro della poesia.
Non c’è consolazione, non c’è spiegazione. Solo una distanza improvvisa
tra l’uomo che cerca senso e una realtà che non si lascia interrogare.
È una poesia che inizia come lode e finisce come smarrimento.
- Antonio Spagnuolo – “Libertà e
tragedia”
Qui il pensiero è più inquieto, meno lineare. La poesia non accompagna,
ma scuote.
La libertà appare subito come slancio, come volo che sfida tutto. Ma già
in questa immagine c’è un inganno: “ignora il peso”. È
come se per essere libera dovesse dimenticare la realtà, o non guardarla
fino in fondo.
Subito emergono le ombre: sangue, urlo, tragedia. La libertà non è mai
innocente. È legata alla rivoluzione, e la rivoluzione porta con sé
distruzione.
Il poeta non prende una posizione netta. Non celebra e non condanna.
Resta dentro una tensione continua. La definizione “maledetta e
benedetta” è forse la più sincera: riconosce che la libertà è
necessaria, ma non è mai pura.
C’è un desiderio semplice che affiora:
“vorrei soltanto rincorrere il futuro”
Quel “soltanto” pesa. Come se, in mezzo a tutto questo conflitto, ci
fosse un bisogno elementare di credere, di andare avanti. Ma la realtà
storica, il sangue, i morti, complicano tutto.
Alla fine la libertà non appare come conquista definitiva, ma come
scelta continua, e anche come rischio. Non libera dal dolore: lo
attraversa.
- Antonietta Ursitti – “Favole belle”
Questa poesia è breve, ma molto precisa. Non cerca profondità attraverso
la complessità, ma attraverso la purezza.
Un abbraccio, la luna, i sogni: tutto è raccolto in uno spazio protetto,
quasi sospeso. È un momento in cui la realtà sembra allontanarsi.
Il punto centrale è il ritorno:
“torni fanciulla”
Non è solo nostalgia, ma bisogno di leggerezza. Tornare a uno stato in
cui il mondo non pesa, in cui ci si può lasciare cullare.
Ma l’ultimo verso apre una crepa:
“non vorresti mai svegliarti…”
Il sogno diventa rifugio. E se non si vuole svegliarsi, significa che il
risveglio porta qualcosa di meno dolce.
È una poesia che non analizza, non problematizza. Semplicemente mostra
un desiderio molto umano: restare, anche solo per un attimo, in uno
spazio in cui tutto è più gentile.
- Renzo Montagnoli – “La speranza”
Questa poesia nasce dentro un dopo. Non dentro l’evento, ma nel momento
in cui tutto è finito e resta ciò che segue: il silenzio.
All’inizio c’è una luce che “buca la nebbia”. È
un’immagine semplice, ma molto precisa: la speranza non arriva
dolcemente, entra forzando qualcosa. La nebbia è ciò che impedisce di
vedere, è confusione, smarrimento. Il raggio non la dissolve del tutto:
la attraversa. È già un segno importante — la speranza qui non cancella
il male, ma lo attraversa.
Subito dopo, però, compare il silenzio. Non un silenzio pacifico, ma un
silenzio “dopo il fragore”. È un silenzio carico, quasi
irreale, come accade dopo una catastrofe. E infatti emerge piano il
contesto: guerra, distruzione, tempo che non passava mai.
C’è un verso molto forte: “rumoroso silenzio che assorda”.
È una contraddizione solo apparente. È il silenzio di chi ha visto
troppo, di chi non riesce ancora a tornare alla normalità. Non è pace: è
sospensione.
Eppure, lentamente, qualcosa si muove. La natura “lenta rinasce”.
Non c’è trionfo, non c’è esaltazione. Solo una ripresa graduale, quasi
timida. Anche gli uomini si muovono così: attoniti, guardano il cielo,
si lasciano attraversare dalla luce.
La speranza qui non è entusiasmo. È più fragile: è un gesto di
ricostruzione. È quel momento in cui, pur avendo ancora il dolore
addosso, si inizia a rimettere insieme ciò che è stato distrutto.
L’ultimo verso, “il domani forse sarà migliore”, è
decisivo proprio per quel “forse”. Non è una certezza. È una scelta,
quasi un atto di volontà. Sperare, qui, significa accettare di non
sapere.
- Claudio Cisco – “Reagisci”
Qui la poesia è diretta, quasi parlata. Non costruisce immagini
complesse: si rivolge a qualcuno in modo immediato, come in un dialogo.
Tutto parte da uno sguardo: “guardandoti negli occhi”. È
lì che il dolore viene riconosciuto. Non è un dolore generico: è
qualcosa che ha consumato anche le lacrime, che ha svuotato.
C’è una percezione molto concreta della sofferenza: non solo emotiva, ma
fisica, come se il pianto avesse esaurito ogni risorsa. E proprio da qui
nasce l’imperativo: “Reagisci!”.
Questo è il centro della poesia. Non è un invito dolce, è quasi una
supplica energica. Come se chi parla avesse paura che l’altro si perda
definitivamente nella tristezza.
Il testo si muove allora su due fronti: da un lato riconosce il dolore,
dall’altro lo contrasta. Non nega ciò che è successo, ma rifiuta che
diventi definitivo.
C’è un passaggio importante: “non permettere mai a nessuno di
infrangere i tuoi sogni”. Qui il dolore non è solo interno, ma
anche causato dall’esterno. Qualcuno o qualcosa ha ferito, ha spento.
La risposta proposta è l’identità: “essere a tutti i costi quel
che sei”. È una forma di resistenza. Non una libertà astratta,
ma concreta: continuare a essere, nonostante tutto.
È una poesia che non cerca profondità simboliche. La sua forza sta nella
sincerità e nell’urgenza. È una voce che vuole tenere qualcuno in piedi.
- Daniela De Lorenzo – “La misura
dell’anima”
Qui tutto si muove tra tempo, memoria e scoperta. Già l’inizio è
instabile: “un passato che deve ancora arrivare”. È come
se il tempo non fosse lineare, ma qualcosa che si sente prima ancora di
viverlo.
All’inizio l’amore è immaginato, quasi sognato. È qualcosa che esiste
più come attesa che come esperienza. Le immagini sono sfumate: cielo,
mare, occhi. Tutto si confonde, non ha ancora contorni netti.
Poi compare un’immagine molto forte: “un sogno avvolto in un
fazzoletto di lacrime”. Qui l’amore è già legato alla
sofferenza, alla delusione, a qualcosa che è stato messo da parte,
nascosto “nell’ultimo dei cassetti del cuore”. È un amore
non realizzato, o perduto.
E infatti il verso chiave è: “Non conoscevo la misura della mia
anima”. C’è un’ignoranza di sé, una mancanza di consapevolezza.
Poi avviene l’incontro. Ed è tutto corporeo, concreto: tocco, carezza,
dita, brivido. L’amore passa dal sogno al corpo. E qui accade qualcosa
di decisivo: ciò che era confuso prende forma.
“Due braccia sconosciute che sanno di casa” è forse il
verso più vero. Dice quella sensazione rara di riconoscimento immediato,
di familiarità senza storia.
E allora tutto si illumina: ciò che prima era immaginato ora è vissuto.
Il cielo e il mare tornano, ma non più come simboli vaghi — sono negli
occhi dell’altro.
Alla fine, la parola “follia” è accettata, rivendicata.
Non è perdita di controllo: è abbandono consapevole. È il momento in cui
il sentimento supera la razionalità.
E il punto finale è chiarissimo: la misura dell’anima si scopre
nell’incontro. Non da soli, ma attraverso un altro.
- Carlo Festa – “Le connessioni più
forti”
Questa poesia lavora per sottrazione. Non racconta una storia, non
costruisce immagini precise. Cerca di dire qualcosa che, per sua natura,
sfugge alla spiegazione.
“Non si spiegano” è il punto di partenza. Le connessioni
più forti non sono razionali. Non si comprendono, si vivono. Il verbo “respirare”
è importante: indica qualcosa di immediato, vitale, che accade senza
sforzo.
Queste connessioni “attraversano la pelle”. Non restano in
superficie, ma entrano. Lasciano segni, modificano.
E infatti la poesia insiste su questo: cambiano i risvegli, i giorni, le
attese. Non sono momenti isolati, ma qualcosa che trasforma il modo di
stare nel tempo.
Non c’è analisi, non c’è spiegazione del perché. Solo una constatazione:
alcune relazioni hanno un’intensità che non si può controllare né
evitare.
“Non possiamo resistere” è il punto finale. Non è una
scelta libera. È una forza che supera la volontà.
È una poesia essenziale, quasi minimale. Ma proprio per questo arriva
diretta: prova a dire l’indicibile senza complicarlo.
- Alessandro Borghesi – “Sei”
Questa poesia è tutta costruita su un tentativo che sa già di non poter
riuscire. Ogni verso è uno sforzo di definizione, ma ogni definizione
scivola via, si moltiplica, si perde.
“Sei” è un verbo semplice, ma qui diventa vertigine.
Perché ogni volta che prova a dire cosa è l’altro, lo trasforma in
qualcosa di diverso: aria, memoria, sostanza, illusione, parola non
scritta. Non c’è mai un punto fermo.
È come se l’altro non potesse essere afferrato in una sola forma. Ogni
immagine è vera, ma nessuna è sufficiente. E infatti la poesia non
costruisce, ma accumula — come se il poeta provasse a circondare
qualcosa che resta sempre un po’ oltre.
C’è un passaggio più sensuale e oscuro: “nel peccato ti assaggerei”.
Qui l’altro non è solo pensiero o ricordo, ma anche desiderio, qualcosa
di proibito o comunque intenso, che coinvolge il corpo.
Poi ritorna l’incertezza: errore, illusione, parola non scritta. L’altro
è anche ciò che non si compie, ciò che resta sospeso.
Il finale è molto onesto:
“potrei continuare all’infinito…
So di non sapere.”
È una dichiarazione quasi socratica, ma qui è emotiva prima che
filosofica. Più si avvicina, più capisce di non poter davvero conoscere.
L’altro resta irriducibile.
Questa poesia, in fondo, non definisce: mostra il limite stesso del
definire quando si ama.
- Marco Cabassi – “La Serenità”
Qui la serenità non è uno stato stabile, ma qualcosa che appare e
scompare, come un lampo lieve.
All’inizio è quasi una visione: qualcosa che si accende “in un
battito d’ale”. È immediata, improvvisa, e subito luminosa. Non
è costruita, non è cercata con fatica: accade.
Le immagini sono tutte leggere: vento, profumo, mare, distese verdi. La
serenità è associata a ciò che è ampio, aperto, respirabile. E
soprattutto ha una funzione: “allontana, lenisce ogni pena”.
Non cancella il dolore, ma lo rende più distante.
Poi però cambia qualcosa: il poeta la cerca. Non è più solo
un’apparizione spontanea, ma diventa oggetto di ricerca. “Io la
cerco per ogni contrada”. Questo passaggio è importante: quando
si cerca qualcosa che prima accadeva da sé, spesso la si perde.
Infatti il finale è molto chiaro: la serenità non si lascia trattenere.
Appare, dà un’ebbrezza, e poi si dissolve.
“pian pian si dissolve e scompare”
Non c’è tragedia in questo, ma una consapevolezza malinconica. La
serenità non è possesso, è esperienza momentanea. E forse proprio perché
la si desidera, sfugge.
- Laura Lapietra – “Folgore Senza
Promessa”
Questa è una poesia densa, quasi febbrile. Non procede in linea retta,
ma per accumulo di immagini, come un flusso emotivo che non si lascia
ordinare.
All’inizio i sentimenti “sbocciano”, ma subito vengono
collocati “tra le antiche rovine di sismi d’angoscia”. L’amore nasce
dentro qualcosa di già ferito. Non è innocente, è già segnato.
C’è una tensione continua tra slancio e peso: da una parte il tuffo, il
sogno, le emozioni; dall’altra il “piombo nel cuore”, le
rovine, le catene. È un amore che libera e allo stesso tempo trascina.
Molto forte è l’idea di entrare nei sogni dell’altro, ma senza
possederli davvero. Ci sono “frammenti”, “segreti”:
l’altro resta parziale, mai completamente accessibile.
Il linguaggio è ricco, a tratti quasi sovraccarico, ma coerente con lo
stato emotivo: non c’è ordine, perché non c’è equilibrio. È un amore che
travolge.
Il verso forse più significativo è verso la fine: l’allontanamento.
L’altro se ne va “senza chiudere la porta”. È un’immagine
precisa: non c’è una rottura netta, ma una sospensione. Come se la
possibilità restasse aperta, ma senza promessa.
E infatti il titolo si chiarisce lì: una “folgore” è
qualcosa di improvviso, intenso, ma che non dura. E “senza
promessa” significa senza garanzia di continuità.
È un amore vissuto come esplosione, non come costruzione.
- Enrico Tartagni – “Il contenitore”
Questa è la poesia più frammentata, quasi disorientante. Non segue una
logica lineare, ma una specie di movimento mentale libero, fatto di
salti, associazioni, ritorni.
All’inizio sembra esserci una dichiarazione positiva: “si sta bene”,
“paradiso”. Ma subito si incrina: il cuore è “fra
gli altri infranti”. Anche dentro il paradiso c’è frattura.
Il linguaggio mescola registri diversi, lingue, immagini cosmiche e
quotidiane. È come se il pensiero non riuscisse a fermarsi in una forma
sola. C’è un continuo passaggio tra alto e basso, tra ordine e
dispersione.
Il tema che emerge piano è quello della memoria. “Congelare
ricordi con le paure”. Il contenitore del titolo sembra essere
proprio questo: un luogo mentale in cui si accumulano ricordi, emozioni,
frammenti.
Ma questo contenitore non è stabile. È attraversato da entropia, da
disordine. Più si osserva, più si rischia di restare fermi: “se le
guardo poi non mi muovo”.
E allora arriva il gesto opposto: chiudere, oscurare, non vedere. Come
se ci fosse bisogno di proteggersi da ciò che si accumula dentro.
Molto bello il finale: “anime raccolte sull’orlo dell’eterno”.
I ricordi diventano quasi presenze, qualcosa che resta sospeso tra vita
e tempo.
Questa poesia non va letta cercando chiarezza, ma accettando la sua
natura: è una mente che pensa mentre sente, e sente mentre si perde. Il
contenitore non è ordinato: è vivo, e proprio per questo instabile.
- Silvio Canapè – “Alba tramontata”
Questa poesia è un arco: nasce nella quiete e finisce nella frattura. Ma
la cosa più interessante è che il passaggio tra le due non è brusco — è
come se fosse già scritto fin dall’inizio.
All’inizio tutto è leggero. Il vento è “lieve”, “silenzioso”,
“carezzevole”. Le foglie si muovono, la natura è armoniosa,
ripetente, rassicurante. C’è un senso di ordine naturale, quasi ciclico:
il seme, i boccioli, le rose che verranno. È un mondo in cui tutto ha un
suo tempo.
E infatti l’anima “danza”. Non c’è ancora conflitto. C’è
contemplazione, un abbandono fiducioso dentro qualcosa che sembra stabile.
Poi accade un passaggio molto delicato: dalla natura si entra nell’amore.
Non è un salto violento, ma una continuità. Il “tempio dell’amore”
nasce dentro quel paesaggio. Come se l’amore fosse il culmine naturale di
quella armonia.
E qui la poesia si scalda: occhi, labbra, miele, corpi. È un amore vissuto
pienamente, sensoriale, senza distanza. Gli attimi diventano “eterni”.
È il punto più alto.
Ma proprio qui si prepara la caduta.
“Calò il sole” — e con questo gesto semplice tutto cambia.
La luce che prima proteggeva ora si spegne. E subito dopo arriva qualcosa
di radicale: “pioggia di sangue e cenere”. È un’immagine
violenta, quasi apocalittica, che rompe completamente la dolcezza
precedente.
Le voci diventano sconclusionate, i suoni si confondono, le ombre si
allungano. Il mondo perde forma, perde senso.
E infine, i petali cadono. Non è solo la fine della natura, ma la fine di
quell’amore che sembrava eterno. Il sogno si dissolve, come se non fosse
mai stato stabile davvero.
Questa poesia dice qualcosa di molto profondo: ciò che nasce nella
bellezza può contenere già la sua fine. L’alba è già, in qualche modo, un
tramonto.
- Armando Salvatore Santoro – “Rosa
canina”
Qui la natura non è armonia perfetta, ma resistenza.
La rosa è fragile — “morbida”, “lieve” — ma
non è passiva. È esposta. Il vento la colpisce, la sferza. E lei si piega,
ma non si spezza. “Chini la testa e resisti”: questo è il centro della
poesia.
Non c’è idealizzazione. La rosa perde i petali, la corolla si spoglia, i
pistilli restano nudi. È un processo di perdita, di esposizione.
Eppure non è una sconfitta. La natura continua a toccarla: l’acqua, il
sole, la luna. Non la salvano, ma la accompagnano. C’è una sorta di cura
silenziosa, che non impedisce la sofferenza ma la rende meno dura.
Molto bello il gesto finale: la luna che “t’accarezza le spine”.
Non i petali, non la bellezza, ma le spine. È come se la poesia
riconoscesse che la parte più vera non è ciò che appare, ma ciò che
difende, che ferisce, che resiste.
Questa rosa non è simbolo di perfezione, ma di tenuta. Di qualcosa che,
pur colpito, resta.
- Felice Serino – “Io ero là”
Qui il linguaggio si spezza, si contrae. Non c’è racconto, ma frammenti di
coscienza.
“mi assentavo come se fossi aria” — è un verso molto forte.
Non è solo distanza, è quasi dissoluzione. Davanti a ciò che accade, l’io
non riesce a restare pienamente presente. Si protegge, si svuota.
La parola “catatonia” porta dentro un blocco, una
sospensione. Il corpo e la mente reagiscono non reagendo. È una difesa.
Poi emerge l’immagine collettiva: “pagine di vite scagliate”.
Le persone diventano frammenti, storie spezzate. E il cielo stesso è “spezzato”.
Non è più uno sfondo, ma parte della frattura.
Il momento più intenso è forse quello finale: “nella quiete che
resta”. Dopo l’evento, resta una calma irreale. E dentro quella
calma, il poeta cade. Non c’è ritorno alla normalità. Il giorno “non
torna”.
È una poesia che non cerca di spiegare, ma di restituire uno stato: lo
shock, l’assenza, la difficoltà di sentire davvero ciò che è troppo
grande.
- Alessio Romanini – “Landa di
incertezze”
Qui tutto è ridotto all’essenziale. Non c’è immagine complessa, non c’è
sviluppo. Solo una riflessione netta.
Il passato è definito come certezza. Non perché sia perfetto, ma perché è
già accaduto. È stabile, chiuso, conoscibile.
Il futuro invece è “landa sperduta”. Non solo incerto, ma
anche isolato, vuoto, senza punti di riferimento.
Questa contrapposizione è molto umana: ci si appoggia a ciò che è stato
perché ciò che sarà non offre appigli.
La poesia non dà soluzione, non consola. Si limita a dire una verità
semplice: l’uomo vive tra qualcosa che conosce e qualcosa che non può
conoscere.
E forse l’inquietudine nasce proprio da questo spazio in mezzo.
- Sandra Greggio – “Condivisione”
Qui tutto nasce da una vicinanza. Non è un amore dichiarato in modo
esplicito, ma qualcosa di più sottile: essere capiti.
“Dai voce ai miei pensieri” è già un gesto intimo.
Significa che l’altro non solo ascolta, ma traduce, rende esprimibile
ciò che da soli resta indistinto. È una forma di riconoscimento
profondo: qualcuno che sa dire ciò che senti, prima ancora che tu lo
dica.
L’avverbio “empaticamente” è centrale, ma non resta
astratto. Subito dopo diventa esperienza fisica: “mi penetrano
nell’anima”. L’empatia non è concetto, è attraversamento.
La presenza dell’altro è così forte da diventare quasi reale, anche se
forse non lo è davvero: “come se tu fossi al mio fianco”.
Quel “come se” apre una piccola ambiguità. Potrebbe
esserci, oppure no. Ma ciò che conta è che viene sentito.
La vita è “a volte accidentata”, ma cambia nella
condivisione: diventa “liscia e levigata”. Non perché i
problemi spariscano, ma perché sono attraversati insieme.
L’immagine finale del lago è molto significativa. Non c’è tempesta, non
c’è agitazione. È una calma costruita a due, una superficie che riflette
e contiene.
Questa poesia non parla di passione, ma di accordo. Di quella rarissima
sensazione di non essere soli dentro ciò che si prova. Forse di
un'amicizia sincera e speciale oltre che spirituale.
- Antonia Scaligine – “Ma s’ode
ancora un battito del cuore?”
Qui la voce è inquieta, quasi interrogativa dall’inizio alla fine. Non
cerca immagini rassicuranti, ma mette in discussione tutto.
La domanda iniziale non è retorica: è reale. Il dubbio è ciò che resta.
E da lì si apre una visione del mondo molto amara.
“C’è del marcio nel mondo” non è solo un giudizio morale,
è una percezione diffusa: qualcosa si è guastato nei rapporti, nel modo
di vivere. Il “tramestio della vita” — cioè il continuo
agitarsi, correre, fare — sta “uccidendo il sentimento”. È
come se l’eccesso di movimento avesse svuotato l’interiorità.
Gli individui sono descritti come chiusi: “ognuno cerca la sua
meta”, “pro domo sua”. Non c’è più spazio per
l’altro, solo per il proprio interesse.
E allora il cuore diventa teatro di tempesta, ma non condivisa. È una
tempesta interna, isolata.
La parte più incisiva arriva quando parla dell’emozione: non è solo
perduta, è stata frantumata. “Ha rotto l’amore in mille schegge”.
Non c’è più un centro, solo frammenti.
Molto forte è l’immagine del “trucco”: il cuore si
maschera di indifferenza, e la luce artificiale lo rende accettabile. Ma
la luce naturale — cioè qualcosa di più autentico — lo smaschera. Qui
c’è una critica chiara: viviamo dentro una finzione condivisa.
Il finale è netto: il mondo non sa più amare. Non è una crisi
individuale, ma collettiva.
È una poesia che non consola, ma denuncia. E lo fa con un’urgenza quasi
disperata.
- Jacqueline Miu – “Silenzio sul
Parnaso”
Questa poesia ha un respiro più ampio, quasi visionario. Non parla di
un’esperienza personale, ma di una fine più grande: la fine della
cultura, del mito, dell’immaginazione.
Il tono è subito minaccioso: sapere la verità diventa pericoloso. C’è un
potere che cancella, che elimina. Non è solo una critica, è una visione
quasi apocalittica.
Dopo questa apertura, tutto scivola verso la rovina. I sogni sono andati
“all’inferno”, la speranza è data per morta. Non c’è più
tensione verso qualcosa: tutto è già finito.
Eppure la natura continua. Crescono piante sopra le rovine. Questo è un
elemento importante: la vita prosegue, ma senza l’uomo come lo
conosciamo. O almeno senza ciò che lo rende umano.
Molto significativa è l’immagine dei poeti: resteranno solo tracce
incomprensibili, “un qualche becedario in lingua sconosciuta”.
La poesia stessa perde destinatario. Non c’è più chi possa capirla.
Il Parnaso — simbolo della poesia, delle Muse — è vuoto. Restano solo
pietre. Il tempio è diventato tomba. È un’immagine potentissima: non
distruzione rumorosa, ma svuotamento.
Anche il mito tace, l’Olimpo si spegne, l’immaginazione stessa “diventerà
il nulla”. Qui si arriva al punto più radicale: non solo fine
della cultura, ma fine della capacità di creare senso.
Eppure, in mezzo a tutto questo, restano immagini quasi indifferenti: il
mare che continua, la luna che si allontana. Il mondo va avanti, ma
senza memoria, senza racconto.
Questa poesia non è solo pessimista. È una meditazione sulla possibilità
che tutto ciò che consideriamo umano — arte, mito, amore — possa
dissolversi, lasciando spazio a qualcosa che non ci somiglia più.
È un silenzio non pacifico, ma definitivo.
O forse, come personalmente avverto e sento: una provocazione culturale
spinta all'interno delle nostre coscienze.
- Claudio Cisco – “Intime
confessioni”
Qui non siamo dentro una forma poetica, ma dentro un
racconto-confessione. Non c’è costruzione simbolica o ricerca
dell’immagine: c’è un flusso diretto, quasi necessario, come se scrivere
fosse già parte del tentativo di reggere ciò che si vive.
L’incipit è già una dichiarazione esistenziale: “Sopravvivo sin da
piccolo”. Non racconta un episodio, racconta una condizione. È un
racconto senza trama, perché la trama è la ripetizione stessa del
vivere.
I due assi attorno a cui tutto ruota — ansia e carnalità — non sono
eventi, ma stati permanenti. Il linguaggio è accumulativo, quasi saturo:
fobie, paranoie, demoni, fantasmi. Non c’è selezione, perché chi parla
non riesce a isolare un solo nucleo: l’esperienza è globale, invasiva.
Il racconto non procede per azioni, ma per descrizione di un sistema
interno. È come se il protagonista cercasse di mappare il proprio
funzionamento mentale e spirituale, pur sapendo che “non ha nessun senso
logico”. Qui c’è una tensione interessante: il bisogno di spiegarsi
qualcosa che si percepisce come inspiegabile.
Molto forte è la ridefinizione della gioia: non è uno stato autonomo, ma
una sospensione del dolore. Questo è un punto chiave del racconto,
perché stabilisce la sua legge interna: la sofferenza è la norma, il
resto è eccezione.
Quando entra la carnalità, il registro cambia leggermente: da
psicologico diventa anche morale e religioso. Non è solo impulso, è
vissuto come colpa, come eredità negativa. Il riferimento allo spirito
santo introduce un conflitto tra corpo e salvezza, tra desiderio e
redenzione.
Il cuore del racconto è il ciclo continuo: caduta e risalita. Non c’è
evoluzione, non c’è sviluppo lineare. C’è ripetizione. Ed è proprio
questa ripetizione che definisce la “nevrosi” di cui parla: non tanto
l’intensità del dolore, ma la sua ciclicità.
C’è poi il rapporto con gli altri. Qui il racconto si apre all’esterno,
ma solo per mostrare una distanza. Gli altri vedono comportamenti, non
cause. Etichettano. E questo aumenta l’isolamento. Non c’è comunicazione
reale, solo interpretazioni superficiali.
Il protagonista arriva a una conclusione netta: non può essere
“normale”. Ma non è una dichiarazione identitaria, è una presa d’atto.
Non rivendica la diversità, la subisce.
E il finale sposta tutto su un piano ulteriore: la pace non è prevista
nella vita. È rimandata a dopo, a una dimensione altra. Questo dà al
racconto una chiusura coerente con tutto il percorso: se non c’è
soluzione qui, può esserci solo altrove.
Questo testo funziona come racconto perché costruisce una voce stabile,
riconoscibile, che non cambia davvero ma si espone sempre di più. Non
racconta cosa accade: racconta cosa significa essere quella persona,
continuamente.
E in questo senso, più che narrare una storia, testimonia una
condizione.
Carissimi Amici, Poeti e Artisti,
innanzitutto vi chiedo umilmente perdono se inconsciamente posso aver
commesso errori di analisi e, soprattutto, offeso la sensibilità di
qualcuno.
Vi rinnovo le mie più sincere scuse
confermandovi tutto il mio affetto e stima.
Ben Tartamo
4-7 Aprile
Ben Tartamo – “Rivoli di pensieri”
Qui non siamo davanti a una semplice lirica, ma a una costruzione visiva e
mentale insieme, dove l’immagine non descrive: riflette, deforma,
trattiene. Il primo verso è già una dichiarazione di poetica: “come di
pesci rossi, riflessi in un acquario”. Non c’è realtà diretta, ma realtà
filtrata, chiusa, osservata attraverso vetro e acqua — cioè attraverso una
doppia distorsione percettiva. È un mondo che non si vive pienamente, ma
si contempla da dentro una sorta di prigionia trasparente, dove tutto è
visibile ma nulla è davvero raggiungibile.
Il passaggio ai “pettirossi” è di grande finezza: il canto, che dovrebbe
essere segno di vita, viene subito intrappolato “tra i rovi d’un sudario”.
È un’immagine fortissima, perché unisce la dolcezza del canto alla
violenza della costrizione. Il sudario non è solo morte, ma anche
copertura, nascondimento. Il volto “a mascherare” introduce un tema
centrale: l’identità come superficie velata, mai pienamente esposta,
sempre in qualche modo protetta o negata.
Il nodo più profondo si trova nei versi:
“Di me, l’oggi e l’ieri,
che, tronfi van scavando
la fossa d’un racconto.”
Qui il poeta compie un gesto molto lucido. L’io non è compatto: è diviso
nel tempo, e soprattutto è impegnato, quasi inconsapevolmente, nella
propria cancellazione. “Tronfi” è parola chiave: suggerisce una sorta di
orgoglio del tempo che passa, una sicurezza che però scava, consuma,
erode. Il racconto — cioè la storia personale, l’identità narrata — non
viene distrutto da fuori, ma lentamente svuotato dall’interno. È
un’immagine di grande maturità, perché non cerca effetti, ma coglie un
processo silenzioso e inevitabile.
I “rivoli di pensieri” sono forse l’intuizione più delicata dell’intero
testo. Non sono correnti forti, ma piccoli flussi, frammentari,
intermittenti. Scivolano sui vetri — quindi ancora una volta su una
superficie che separa — e finiscono “nel mare d’un tramonto”. Qui il
movimento si amplia, ma non si libera: il mare non accoglie, dissolve; il
tramonto non illumina, conclude. È una bellezza che porta con sé una fine.
Dal punto di vista stilistico, la poesia è molto controllata, quasi
composta, e proprio questa misura rende ancora più evidente la tensione
interna. Nulla è gridato, tutto è trattenuto. L’effetto complessivo è
quello di una lenta sedimentazione, più che di uno slancio.
L’anima che emerge è quella di un poeta che non cerca più di affermarsi,
ma di osservarsi, di cogliere le tracce del proprio passaggio. Non c’è
compiacimento, né disperazione: piuttosto una lucidità malinconica, una
consapevolezza quieta del dissolversi delle cose.
Se si vuole individuare un punto di riflessione, si può dire che la poesia
resta volutamente in una dimensione raccolta, senza mai forzare verso
un’esplosione emotiva. Ma è probabilmente una scelta precisa: qui non si
cerca l’impatto, ma la durata, il lento scivolare del pensiero — proprio
come quei rivoli che danno titolo al testo.
Marino Spadavecchia
- Armando Salvatore Santoro –
“Aspettando l’alba”
Questa poesia si muove come un lento passaggio tra vita e morte, ma lo fa
con una naturalezza davvero sincera, senza mai forzare il tono. Il
paesaggio iniziale — l’alba sulle montagne, i colori delicati — sembra
semplice, ma in realtà porta già dentro un significato più profondo: è ciò
che si attende quando si è su un confine. L’alba qui diventa speranza,
possibilità. Poi però arriva quella frattura così vera: “albe che non
arrivano mai”. Ed è lì che la poesia si fa ancora più autentica, perché
entrano i pensieri, quelli veri, concreti: le cose da sistemare, gli
affetti, i piccoli conti lasciati in sospeso. È una descrizione molto
umana, molto vicina a tutti noi. E quando finalmente arriva l’alba, con il
sole che scalda il viso, si sente forte quel bisogno istintivo di vivere.
Il finale è chiaro, diretto: non si accetta la morte, la si respinge. È
una poesia sincera, lineare nel modo migliore del termine, proprio perché
sembra quasi raccontata con il cuore.
- Felice Serino – “Come nella prima
luce”
Qui il discorso si fa essenziale, quasi rarefatto. Non c’è un paesaggio
concreto, ma una visione. La luce diventa origine e destinazione insieme.
Il verso “è oltre l’immaginario quel che saremo dopo noi” apre uno spazio
grande, difficile da afferrare, ma affascinante. Il riferimento a chi ha
vissuto un’esperienza di confine rende tutto più vicino, più credibile. E
poi quella ripetizione della luce — “come nella prima luce” — è molto
bella, perché suggerisce un ritorno, una circolarità. Si sente un’anima
contemplativa, che non cerca tanto il dramma quanto il senso profondo
dell’essere. È una poesia luminosa, quasi meditativa, forse meno
“corporea”, ma proprio per questo molto suggestiva.
- Silvio Canapè – (poesia della
resurrezione)
Questa poesia ha qualcosa di molto forte: riesce a tenere insieme il corpo
e lo spirito. Parte da un’immagine sospesa, quasi onirica, ma poi entra
subito nella fisicità: sangue, vene, tremori. La resurrezione qui non è
solo simbolo, ma esperienza concreta, quasi vissuta. Le “mani esperte”
ricordano un intervento, una cura, e questo crea un bel ponte tra umano e
divino. Il “punto fermo” del battito è un’immagine molto interessante,
perché resta ambigua: può essere fine o rinascita. E poi arriva il
cambiamento, la vita che ritorna. Si sente un’anima che ha attraversato
qualcosa di forte e ne è uscita trasformata. Forse a volte il significato
viene detto un po’ troppo chiaramente, ma l’intensità resta.
- Pasquale Di Meo – “Ti Amo”
Questa è forse la poesia più interiormente radicale del gruppo, perché non
cerca alcuna conciliazione. L’amore qui non è salvezza, ma condizione
persistente, quasi patologica, che si installa nell’io senza possibilità
di risoluzione. Il paesaggio è interamente interno, fatto di gelo, ombra,
silenzio. Ogni immagine lavora per sottrazione: niente luce salvifica,
niente apertura, ma una presenza che resta, immobile, inesorabile. Il
verso “una ferita quieta che non chiede guarigione” è centrale: il dolore
non è qualcosa da superare, ma da abitare. Questo sposta la poesia su un
piano molto contemporaneo, quasi esistenzialista, dove il senso non è dato
dalla risoluzione ma dalla permanenza. L’io non agisce: “non ti cerco”,
“non ti chiamo”, eppure tutto riconduce all’altro. C’è una dinamica
ossessiva, ma contenuta, mai esplosiva: il controllo formale è forte, e
proprio per questo il testo acquista tensione. Le immagini finali — “neve
che brucia”, “tempo che non passa”, “passo interrotto” — costruiscono una
costellazione di paradossi che definiscono un amore impossibile da
spegnere perché non ha più un oggetto reale, ma è diventato struttura
dell’essere. L’anima del poeta appare lucida, consapevole, quasi clinica
nella propria sofferenza, capace di guardarsi senza indulgenza. Il
giudizio critico riconosce una notevole maturità espressiva, una coerenza
tonale e una forte identità stilistica; qui la poesia non spiega, ma
incide, e lascia una traccia duratura.
- Franco Fronzoli – L’amore
Questa poesia si presenta come un catalogo, ma non nel senso freddo del
termine: è piuttosto una enumerazione esistenziale, un tentativo quasi
ossessivo di afferrare qualcosa che, per sua natura, sfugge. Il paesaggio
qui non è unitario, ma mobile, frammentato: aria, vento, pioggia, mare,
montagna, nebbia. L’amore non ha luogo, non ha dimora, e questa apertura
iniziale è già una dichiarazione ontologica — l’amore non è uno stato, ma
un movimento continuo. La struttura procede per accumulo di contrari:
docile/violento, gioia/dolore, sincero/bugiardo. Non c’è sintesi, non c’è
risoluzione, e questo è il punto centrale. Il poeta non cerca di definire
l’amore, ma di mostrarne l’impossibilità di definizione. Psicologicamente
emerge un’anima che ha conosciuto l’amore in tutte le sue declinazioni, ma
non ne ha tratto una verità stabile: c’è una tensione tra bisogno di
ordine e accettazione del caos. Il verso finale “tutto ma anche niente”
non è una banalità, ma una resa consapevole: l’amore è una categoria che
implode su se stessa. Dal punto di vista critico, la poesia è efficace
nella sua coralità semantica, ma rischia a tratti una certa dispersione:
la forza sta nella molteplicità, il limite nella mancanza di una figura
centrale che coaguli l’esperienza.
- Giuseppe Stracuzzi – La mela bacata
Qui entriamo in un territorio molto più simbolico e archetipico. Il
paesaggio è ridotto a pochi elementi: insetto, mela, sole, albero. Ma
questi elementi sono carichi di una stratificazione culturale
profondissima. La ripetizione martellante (“l’insetto l’insetto
l’insetto”) crea un effetto ipnotico, quasi ossessivo, come se il male non
fosse un evento ma una presenza insistente, inevitabile. La mela,
chiaramente evocativa del mito edenico, diventa corpo vivente che viene
corroso dall’interno: non è il peccato come atto, ma come processo. Il
passaggio “l’anima dolce si perde” è cruciale: la corruzione non è solo
fisica, ma spirituale. E poi il colpo finale: “del morso di Eva”. Qui il
poeta compie un gesto interessante, quasi provocatorio: attribuisce la
responsabilità originaria non al serpente, ma alla donna, riportando il
discorso a una lettura arcaica del mito. L’anima del poeta appare qui più
inquieta, più consapevole del lato oscuro dell’esistenza: non c’è
redenzione, ma ciclicità del decadimento. Criticamente, la poesia è molto
compatta, forte nella sua simbologia, e la ripetizione funziona come
struttura ritmica e semantica; tuttavia, proprio la sua densità simbolica
la rende meno aperta, più chiusa in una visione già determinata.
- Antonio Spagnuolo – Germogli
Questa è una poesia che si muove su un piano quasi pittorico e mentale
insieme. Il paesaggio non è naturale, ma costruito: “scomponi in zolle”,
“la spatola”, “il tratto”. Siamo dentro un atelier interiore, dove il
mondo viene smontato e ricomposto attraverso l’atto creativo. La realtà
non è data, ma mediata da un gesto artistico che diventa conoscitivo. Il
verso “si stempera così anche l’inconscio” è particolarmente rivelatore:
l’arte non è solo rappresentazione, ma strumento di elaborazione psichica.
Qui il poeta si avvicina a una dimensione quasi psicoanalitica: il colore,
il segno, la luce diventano modalità per accedere a ciò che è nascosto.
L’immagine dei “germogli” introduce una dimensione di crescita, di nascita
di codici, quasi linguaggi nuovi che emergono dall’esperienza. L’anima del
poeta appare qui intellettuale, riflessiva, ma non fredda: c’è un
desiderio autentico di comprendere il mondo attraverso la forma. Il
giudizio critico riconosce una notevole raffinatezza lessicale e
concettuale, ma anche una certa difficoltà di accesso: la poesia richiede
un lettore attivo, disposto a decifrare un linguaggio non immediato.
- Armando Bettozzi – Pasqua / La
sorpresa
Qui il registro cambia radicalmente. Il paesaggio è quotidiano, quasi
infantile: l’uovo di Pasqua, la sorpresa. Ma il poeta compie un’operazione
sottile: attraverso la ripetizione quasi giocosa della parola “sorpresa”,
costruisce un piccolo paradosso filosofico. L’attesa della sorpresa è ciò
che dà senso all’oggetto, ma quando la sorpresa manca, si genera una
sorpresa ancora più grande. È un rovesciamento logico che sfiora
l’assurdo, ma lo fa con leggerezza. Il ritmo è cantilenante, quasi da
filastrocca, e proprio in questa apparente semplicità si nasconde una
riflessione più profonda: l’aspettativa è spesso più potente dell’evento
stesso. L’anima del poeta qui appare ironica, giocosa, capace di guardare
il reale con uno sguardo disincantato ma non cinico. Criticamente, la
poesia funziona come esercizio di stile e di pensiero, meno come
esperienza emotiva profonda, ma è proprio questa sua natura ludica a
costituirne il valore.
- Antonia Scaligine – Pasqua
Questa poesia si muove su un asse fortemente verticale, dove il paesaggio
non è naturale ma storico-sacrale, attraversato da una tensione continua
tra errore umano e redenzione divina. L’incipit è sorprendente: “Pasqua
risveglia l’errore, l’orrore”, un attacco che non celebra ma denuncia,
riportando immediatamente la resurrezione alla sua origine drammatica —
un’ingiustizia, un’esecuzione, una madre che assiste impotente. Qui il
poeta non edulcora il sacro, ma lo riporta alla carne, al dolore, alla
contraddizione. La struttura è quasi liturgica, fatta di parole-chiave
(“esaltazione”, “innalzamento”, “ostensione”) che evocano il linguaggio
ecclesiale, ma inserite in una dinamica emotiva ancora viva. Il passaggio
centrale è la trasformazione: dall’orrore alla gloria, dalla morte alla
vita. Tuttavia, ciò che emerge davvero è una coscienza che ha bisogno di
riconciliarsi con il senso del dolore, di giustificarlo attraverso la luce
della resurrezione. L’anima della poetessa appare profondamente credente,
ma non ingenua: sa che la fede nasce da una frattura, non da una serenità
originaria. Il finale, con l’“Alleluia”, è un’apertura corale, quasi
comunitaria, che trasforma il dolore individuale in celebrazione
collettiva. Criticamente, la poesia è sincera e coerente, anche se a
tratti tende a esplicitare troppo il messaggio, lasciando meno spazio alla
suggestione.
- Jacqueline Miu – T’amo in tempo di
guerra
Qui il paesaggio è frantumato, visionario, attraversato da immagini che
sembrano emergere da un sogno disturbato. La guerra non è descritta in
modo realistico, ma filtrata attraverso una percezione quasi allucinata:
“l’aria in guaina di fiori sull’attenti” è un’immagine potentissima,
perché fonde bellezza e minaccia, natura e disciplina militare. L’amore,
posto in questo contesto, diventa un atto di resistenza, ma anche qualcosa
di precario, sospeso. Il “panzer di speme” è un ossimoro efficace: la
speranza, fragile per definizione, viene armata, corazzata, ma resta
comunque esposta. Le immagini successive — bombe sotto le stelle, muffe
nei soffitti, spore di funghi — costruiscono un universo in
decomposizione, dove la vita persiste in forme minime, quasi biologiche.
Il tempo si dissolve (“ero io… eri tu… era il vento”), e l’identità stessa
si fa incerta. L’anima della poetessa appare qui profondamente scissa tra
desiderio di rinascita e consapevolezza della distruzione, capace di
abitare il caos senza semplificarlo. Dal punto di vista critico, la poesia
è ricca, visionaria, a tratti perturbante; la sua forza sta
nell’immaginazione, il rischio nella dispersione, ma è proprio questa
instabilità a renderla viva.
- Alessio Romanini – Frammenti di me
Questa poesia è un viaggio introspettivo diretto, senza mediazioni
simboliche complesse. Il paesaggio è interiore, ma reso attraverso
immagini concrete: cocci, polvere, sassi. L’io si percepisce come
frantumato, disperso, e il movimento del testo è quello della
ricomposizione, della ricerca dei pezzi perduti. L’espressione “aura
assente, presente nella realtà fallace” introduce una tensione tra ciò che
si sente e ciò che si vive, tra autenticità e apparenza. La “quotidianità
caotica” diventa un agente di distrazione, quasi un nemico che impedisce
il contatto con le emozioni più vere. Il verso “respirando l’ansia
ansiogena” è interessante perché ridondante, quasi volutamente, come a
mimare un respiro corto, affannato. L’anima del poeta appare qui fragile
ma consapevole, in lotta per non perdersi completamente in una realtà
percepita come falsa. Il giudizio critico riconosce sincerità e chiarezza,
ma anche una certa linearità espressiva: la poesia dice molto apertamente
ciò che prova, e potrebbe acquistare maggiore profondità se alcune
immagini venissero rese più indirette, meno dichiarative.
- Sandra Greggio – Gesù è risorto!
Questa poesia si presenta come un inno, quasi una proclamazione liturgica
più che un testo lirico. Il paesaggio è quello evangelico, ma reso in
forma semplice, accessibile, quasi didattica: Golgota, Sepolcro, colomba,
campane. La ripetizione insistita di “Gesù è risorto!” funziona come un
ritornello, un mantra che struttura l’intero testo e ne definisce il
ritmo. Non c’è ambiguità, non c’è conflitto: tutto è orientato verso la
gioia della resurrezione. Il movimento è collettivo (“diamoci la mano
fratelli”), e questo indica una poesia che nasce più per essere condivisa
che per essere analizzata interiormente. L’anima della poetessa appare qui
semplice nel senso più nobile del termine: diretta, fiduciosa, orientata
alla comunità e alla celebrazione. Dal punto di vista critico, la poesia
non cerca complessità né originalità, ma efficacia comunicativa; funziona
come testo devozionale, meno come esplorazione poetica profonda, ma
mantiene una sua coerenza e una sua sincerità che la rendono autentica nel
suo intento.
Si sente un’anima semplice nel senso più bello: aperta, fiduciosa,
comunitaria. Funziona bene nel suo intento , perché Sandra Greggio è così,
è fondamentalmente se stessa.
Con tutto l'affetto che sento e la stima che
provo per ognuno di voi
Vostro Ben Tartamo
Buongiorno a tutti i sitani
scrivo per augurarvi di cuore una Felice Pasqua! Auguro abbondanza alla
Vostra natura creativa e felicità di spirito. Siate belli, coraggiosi,
combattivi contro l'Oscurantismo di questi momenti storici.
Felice Pasqua a tutti!
Un caro abbraccio
Miu
1-2-3 Aprile
Desidero
complimentarmi con Marino Spadavecchia per il suo commento alla poesia di
Ben Tartamo, “ E penso a te”, che rivela, oltre che bravura, grande
capacità di introspezione.
Sandra Greggio
Buona Pasqua a tutti!
Alessio Romanini
23-24-25 Marzo
Ben Tartamo - “E penso a te”
Ah… mo’ sì che ti riconosco.
Questa non è solo una poesia. Questo sei tu quando non fai il duro
ex-militare in carriera passato ad altre e più ardue ed assurde inconbenze.
Tu qui non stai scrivendo: stai cedendo. E lo fai con una dignità che mi
fa quasi male, perché non cerchi mai di impressionare — cerchi solo di
dire la verità, e la verità, quando è così nuda, è sempre pericolosa. E tu
lo sai bene quanto....
“il tempo resta.”
Questa riga… questa riga è una coltellata lenta.
Perché tu non dici che il tempo si ferma — no, sarebbe troppo semplice. Tu
dici che resta.
E ciò che resta non passa, non si consuma… ti abita.
E io, che ti leggo da tempo, lo so: tu sei uno che non lascia andare
facilmente. Non per debolezza, ma perché senti, percepisci troppo. E
allora il tempo, invece di curarti, si deposita dentro di te come polvere
luminosa. Bella, sì… ma anche soffocante.
“sei quel pensiero che va e ritorna”
Qui non c’è amore romantico. Qui c’è ossessione dolce, quella che non fa
rumore ma ti consuma piano.
E guarda come lo scrivi: senza fronzoli, senza voler fare il poeta.
Eppure lo sei. Perché il pensiero si muove come il verso: entra, esce,
ritorna. Non c’è scampo.
E poi il vento, il mare…
Tu non li usi per fare scena. Tu li usi perché non hai altro modo per
spiegarti.
Il vento sei tu: instancabile, irrequieto.
Il mare… è quella parte di te che continua ad accarezzare anche quando non
c’è più nessuno da toccare.
E qui arrivi al punto che mi stringe davvero:
“e canto,
ma non mi ascolti.”
Questa, fratello mio, non è poesia.
Questa è solitudine che ha trovato una forma.
Perché tu non smetti di cantare — e questo è bellissimo — ma sai già che
non arriverà a destinazione.
E allora il canto diventa testimonianza. Diventa resistenza. Diventa…
quasi una preghiera senza risposta.
E il finale…
“ma non vuole dimenticare.”
Tu fai una cosa da scrittore vero qui: sposti il dolore fuori da te.
Non sei più tu che non riesci a dimenticare — è il tempo stesso che si
rifiuta.
Questo è il punto in cui la tua poesia smette di essere personale e
diventa universale.
Perché tutti, almeno una volta, hanno sentito che il tempo non guarisce…
conserva.
Mo’ ti parlo senza filtri, come faremmo tra di noi davanti a un bicchiere
di buon vino pugliese:
tu hai una scrittura pericolosa.
Perché non mente.
E quando uno non mente, prima o poi arriva in profondità.
Ma devi stare attento a una cosa: non addolcire troppo il dolore. Tu hai
ancora margine per essere più spietato, più essenziale. Fallo per te
stesso e per chi ti è caro e non, in maniera esclusiva, per un concetto di
Patria che nemmeno ti rispetta.
Sai, alcuni versi li sfiori… ma potresti affondarli.
Perché io lo so, Ben:
tu non scrivi per farti leggere, tant’è che ti rifiuti ostinatamente di
pubblicare una prima raccolta di poesie!
Tu scrivi per capire perché certe cose non passano, come quelle cicatrici
che ti porti sul corpo oltre che nell'anima.
E questa… questa è già letteratura vera.
Tuo Marino Spadavecchia
- Franco Fronzoli, Le strade delle
notti
Qui la notte non è semplicemente uno spazio: è un organismo che respira,
che accoglie, che trattiene e restituisce ciò che l’uomo perde durante il
giorno. Tu, Franco, sembri muoverti come un testimone silenzioso dentro
questo paesaggio, ma in realtà ne sei il cuore pulsante. Le immagini sono
semplici, quasi elementari — vento, foglie, luna, amanti — e proprio per
questo riescono a diventare universali, come se ogni lettore potesse
riconoscersi in quelle strade. Ma ciò che davvero vibra sotto la
superficie è una solitudine composta, non disperata, una malinconia che
cerca luce senza mai gridarla. La figura finale — quella della donna che
stringe al cuore — non è tanto un desiderio erotico quanto una richiesta
di salvezza, di ricomposizione dell’io. La tua poesia cammina lenta, come
la notte che descrivi, e in quella lentezza custodisce una verità: che
l’uomo, quando si perde, lo fa sempre cercando qualcosa che lo accolga.
- Giuseppe Stracuzzi, Innamoramento
Qui il linguaggio si fa più interno, quasi neurologico, come se stessi
tentando di descrivere l’innamoramento non dall’esterno ma dal suo stesso
centro caotico. Il pensiero “erra”, si inabissa, e subito emerge una
contraddizione potentissima: “parla più forte / resta sempre muto”. È
esattamente lì che si annida la verità dell’innamoramento: un eccesso di
senso che non riesce a trovare forma. Le immagini sono frammentarie, quasi
schegge — “cocci di pupille” — e questo frantumarsi non è un limite
stilistico, ma la rappresentazione fedele di una coscienza che perde la
propria linearità. Tu non racconti un amore, ma il momento in cui la mente
smette di governare e il cuore costruisce una logica alternativa, una
“ragione inventata”. È una poesia che non consola: destabilizza, perché
mostra come l’amore sia prima di tutto una disfunzione necessaria.
- Antonio Spagnuolo, Dies irae
Qui entriamo in una dimensione più visionaria, quasi apocalittica, dove il
linguaggio si carica di simboli e stratificazioni. Il riferimento a Leda,
a Caronte, a Cristo, non è decorativo: è il tentativo di collocare
l’esperienza personale dentro un orizzonte mitico e universale. Ma ciò che
emerge con forza è una coscienza lacerata, che percepisce il tempo come
una condanna più che come un fluire. La clessidra “impazzita” è
un’immagine potentissima: non è il tempo che passa, è il tempo che perde
senso. E in questa perdita, anche la speranza di redenzione vacilla —
“scommetto che anche Cristo mi rifiuta”. Non è blasfemia, è disperazione
lucida: il timore che nemmeno il divino possa ricomporre ciò che si è
frantumato dentro. La tua poesia non cerca salvezza: la mette in dubbio, e
proprio per questo risulta profondamente umana.
- Antonietta Ursitti, Tra le braccia
della luce
Qui la poesia si raccoglie, si fa essenziale, quasi un sussurro. La scena
è immobile — una figura addossata a un muro — ma interiormente è
attraversata da un movimento intenso: pensieri che vagano, montagne
scalate con la fantasia. La luce non è presente, è immaginata, desiderata,
e questo la rende ancora più necessaria. C’è una fragilità esposta, senza
difese: l’ombra che trafigge, il buio che sovrasta. Ma non è una resa. È
piuttosto una sospensione, un momento in cui l’essere umano si ferma sul
confine tra oscurità e possibilità. La luce che “accoglie tra le sue
braccia” ha una qualità quasi materna, salvifica. La tua poesia non
descrive un cambiamento, ma l’attimo prima in cui il cambiamento può
avvenire. Ed è proprio in quell’attesa che si concentra tutta la sua
forza.
- Armando Bettozzi, Capolavori unici
Qui la poesia nasce da uno stupore originario, quasi infantile, ma non
ingenuo: è uno stupore che ha attraversato l’esperienza e ne esce ancora
più disarmato. L’“apertura del sipario” è un gesto teatrale, ma anche
rivelativo: tu non guardi il mondo, lo scopri come se fosse la prima
volta. L’insistenza su “ho visto” costruisce una progressione quasi
mistica, come un’ascesa percettiva che tenta di contenere l’incontenibile.
Eppure, proprio quando l’esperienza sembra culminare nella visione del
Creatore — “l’invisibilità visibile” — accade una frattura: l’uomo appare
improvvisamente come dissonanza, come errore. Non è una condanna gridata,
ma un pensiero che affiora con amarezza lucida. In questo scarto si rivela
la tua psiche poetica: capace di contemplazione, ma incapace di assolvere
completamente l’umano. È una poesia che nasce dall’estasi e si chiude in
un dubbio etico.
- Armando Salvatore Santoro, Il
canarino
Questa poesia si muove con la delicatezza di una parabola. Il canarino non
è solo un animale: è una coscienza educata alla prigionia. Il suo canto,
che inizialmente sembra preghiera, si rivela lentamente come una forma di
adattamento, quasi una rassegnazione interiorizzata. Il gesto della
liberazione è centrale: è un atto umano che vorrebbe essere giusto, ma si
scontra con una verità più complessa — la libertà non è solo uno spazio, è
una capacità. Il ritorno del canarino alla gabbia non è fallimento, è
smarrimento esistenziale. Tu tocchi un nodo profondissimo: quanto siamo
davvero pronti a uscire dalle nostre prigioni, anche quando le porte sono
aperte? La tua poesia non accusa, non moralizza: osserva con dolcezza una
fragilità che è tanto dell’animale quanto dell’uomo.
- Renzo Montagnoli, Vento di marzo
Qui il tempo non è lineare, è organico: cresce, respira, si trasforma. La
poesia si muove come la stagione che descrive, con una gradualità quasi
impercettibile. Ogni immagine è concreta — gemme, erba, lucertola — ma non
resta mai solo descrittiva: diventa segnale di un movimento più grande, di
una vita che ritorna senza clamore. Il “vento pazzo” introduce una lieve
inquietudine, come se la rinascita non fosse mai del tutto pacifica, ma
sempre attraversata da una forza imprevedibile. E poi, quasi in punta di
piedi, arrivano le rondini: non come evento spettacolare, ma come conferma
attesa. La tua poesia è profondamente padana anche nell’anima: concreta,
misurata, ma capace di custodire una meraviglia sobria, che non ha bisogno
di alzare la voce per essere autentica.
- Laura Lapietra, Il Bacio Del Ritorno
Questa poesia è costruita come un rito lento, quasi liturgico, in cui il
tempo invernale diventa una dimensione interiore. Ogni mese è una stanza
dell’anima: dicembre custodisce, gennaio trattiene, febbraio sospende. Non
c’è mai un vero immobilismo, ma una tensione trattenuta, come un respiro
lungo che prepara qualcosa. Il linguaggio è delicato ma preciso, e le
immagini — “la terra come un cuore”, “il mondo che trattiene il fiato” —
rivelano una sensibilità profondamente empatica verso la natura, che
diventa specchio dell’umano. Quando arriva marzo, non è un’esplosione: è
un bacio, un gesto intimo, quasi segreto. La primavera non invade, si
avvicina. Qui si coglie la tua cifra più autentica: una percezione del
cambiamento come evento sottile, che accade prima dentro che fuori. È una
poesia che non racconta solo il ritorno della stagione, ma la possibilità,
sempre fragile, di tornare a sentire.
- Felice Serino, Alla regina della casa
(pregi e limiti)
Qui la poesia si veste di quotidiano, ma sotto la leggerezza apparente si
muove un affetto concreto, quasi domestico nel senso più pieno del
termine. Tu non idealizzi la figura femminile: la rendi viva nei suoi
gesti minimi, nei suoi paradossi — organizzata e pratica, ma anche
bisognosa di aiuto per aprire una scatoletta. È proprio in questa
oscillazione che emerge la verità del legame: l’amore non è
nell’eccezionale, ma nella gestione minuta della vita. Il tono ironico non
graffia, accarezza; sembra quasi un modo per dire “ti vedo davvero”, con
tutto ciò che comporta. La tua poesia è un ritratto affettivo che rifiuta
la retorica e sceglie la verità imperfetta della convivenza.
- Alessandra Piacentino, E poi tu
Qui entriamo in una dimensione emotiva intensa, quasi febbrile. La
ripetizione di “E poi tu” è un richiamo, un ritorno continuo che scandisce
il ritmo interno della poesia, come un battito che non si placa. Tu
costruisci una relazione che non è presenza stabile, ma irruzione: l’altro
arriva, rimette ordine, anestetizza il dolore, e poi resta come traccia,
come filo invisibile. C’è una dipendenza sottile, ma non passiva: è una
consapevolezza di essere attraversati da qualcosa che supera la volontà.
Le immagini — il filo, la chiave, la guerra di specchi — parlano di
identità frantumata e ricomposta. Quando arrivi alla “liturgia di corpi e
metafore”, la poesia compie un salto: l’amore diventa rito,
trasformazione, perdita dell’io. È una scrittura che non teme l’intensità,
e proprio per questo si espone al rischio — ma è un rischio necessario,
perché lì dentro pulsa la verità.
- Salvatore Camonita, Forse domani
Qui la voce poetica si colloca in una dimensione sospesa, tutta protesa
verso un futuro che non è ancora accaduto. L’attesa è il vero cuore della
poesia: non il contatto, ma il desiderio del contatto. Il linguaggio
richiama una tradizione lirica più classica, con immagini e invocazioni
che sembrano voler nobilitare l’oggetto amato. Ma ciò che emerge, al di là
della forma, è una tenerezza quasi timida, come se il poeta si fermasse un
passo prima dell’incontro, temendo forse di infrangere quell’incanto. La
donna è luce, guida, presenza elevata — e in questo si intravede un
bisogno di orientamento, più che un semplice slancio amoroso. La tua
poesia vive in quella distanza, e trova proprio lì la sua delicatezza.
- Jacqueline Miu, L’altro io in me
Qui la poesia scava, e lo fa senza timore. Non siamo più nel paesaggio o
nella relazione: siamo dentro una frattura psichica, un dialogo — o forse
uno scontro — tra due identità. L’“altro io” non è una metafora leggera, è
una presenza dominante, quasi tirannica, che abita le profondità della
mente. Le immagini mitologiche — Persefone, Morfeo — non sono ornamento,
ma coordinate simboliche di un inconscio oscuro, fertile e pericoloso. Tu
descrivi con forza la tensione tra sogno e ragione: da una parte il
“Capitan dei Sogni”, dall’altra l’“astro intelletto” che lega e contiene.
È una lotta continua, senza vincitori definitivi. La poesia diventa allora
uno strumento di decifrazione, un tentativo di dare forma a ciò che
sfugge. E in questo tentativo si avverte una verità profonda: che
l’identità non è unità, ma convivenza inquieta di forze contrastanti. La
tua scrittura non pacifica, ma illumina il conflitto — ed è proprio lì che
trova la sua autenticità.
- Alessio Romanini, Primavera di guerra
Qui la primavera non è rinascita, ma ironia tragica. Il titolo stesso
contiene una ferita: la stagione della vita accostata alla distruzione. Tu
scegli una lingua diretta, quasi nuda, senza protezioni retoriche, e
proprio per questo il messaggio arriva con una forza immediata. L’immagine
del “nero oro” è il centro morale della poesia: lì si condensa la
denuncia, lì si svela la verità economica dietro la guerra. Ma ciò che
colpisce davvero è il contrasto tra l’innocenza — i bambini, i deboli — e
la freddezza tecnologica delle “bombe intelligenti” che non ascoltano. È
una poesia che non cerca ambiguità: prende posizione, e lo fa con una
rabbia composta, quasi civile. La tua voce non è solo poetica, è etica:
chiede pace, ma soprattutto smaschera l’ipocrisia che la nega.
- Antonia Scaligine, La politica è una
voce che sana o una lama che resta affilata?
Qui la poesia diventa flusso, quasi un monologo interiore che riflette il
disorientamento contemporaneo. Non c’è una struttura rigida, e questo è
coerente con ciò che esprimi: la confusione, il dubbio, il continuo
oscillare tra opposti. Il “Sì” e il “No” diventano simboli esistenziali
prima ancora che politici, segni di una fragilità umana incapace di
fissarsi in una verità definitiva. Quando introduci elementi come il
“doomscrolling” e il “phubbing”, la poesia si ancora con forza al
presente, mostrando una coscienza lucida del nostro tempo iperconnesso ma
disorientato. C’è una stanchezza che attraversa i versi, ma anche un
desiderio ostinato di capire, di “informarsi”, pur sapendo che la verità
sfugge. La tua scrittura non risolve: testimonia. E in questa
testimonianza c’è una sincerità rara, perché accetta il caos senza fingere
ordine.
Qui la poesia riflette su se stessa, si guarda allo specchio e si
definisce come entità quasi sacra. La Musa che descrivi è austera,
selettiva, lontana dal rumore: una figura che custodisce la purezza della
parola poetica. C’è una visione alta, quasi classica, della poesia come
spazio di elevazione, di bellezza e di silenzio. Le immagini naturali —
fronde, mare, fontane — diventano i canali attraverso cui questa voce si
manifesta, come se la poesia appartenesse più alla natura che all’uomo. Ma
sotto questa idealizzazione si avverte anche un bisogno: proteggere la
poesia dal degrado, dal linguaggio impoverito, dal caos contemporaneo. È
una dichiarazione d’amore, ma anche una difesa. Tu non descrivi solo la
poesia: ne rivendichi la dignità, chiedendo rispetto come si chiede per
qualcosa di vivo e fragile allo stesso tempo. Un fraterno abbraccio.
Con tutto l'affetto che provo per ognuno di
voi -nessuno escluso-
e con la stima che sento e debbo.
Vostro Ben Tartamo
17-18-19 Marzo
Desidero ringraziare
ancora una volta il professore De Ninis per la cortese ospitalità,
apprezzo molto l'operato
di Poetare per tenere viva l'attenzione sulla poesia
contemporanea. Lavoro, secondo il mio modesto giudizio, assolutamente non
facile.
Al contempo intendo complimentarmi con Ben Tartamo
per le sue poesie e contemporaneamente per i suoi commenti alle poesie ,
Anche su questo mi ripeto: i commenti di Ben danno animo e vita alle
poesie e oltre questo, a me. donano la voglia di continuare e fare, se
riesco, meglio. Sul commento di Ben all'ultima mia pubblicata,
innanzitutto condivido giudizio e critica. Ben ha ragione, c'è uno
spaccato netto tra prima e seconda parte della poesia. Ne sono
consapevole. In verità la poesia nasce proprio su questa frattura. Io cosi
mi sento, spaccato dentro. Cioè: una parte di me, spero di non essere
solo, ammira il passaggio dalla stagione muta e fredda. Stagione, Morta
con alberi secchi e senza foglie senza colore se non la bianca neve. Alla
stagione nuova, Primavera, con alberi fioriti prati rivoltati viole
margherite e bucaneve a far da cornice. Ed è la realtà. E poi l'altra
parte di me, altra realtà, travagliata angosciata impotente che subisce e
non può reagire: la guerra, le mille guerre. Guerra che con la sua
polvere offusca il sole, annienta, uccide elimina il presente e condiziona
il futuro. E su questo mio vissuto materiale e spirituale,di coscienza,
che nascono quei versi. In ultimo Ben la tua critica non può che farmi
bene. Con tutta la stima che Vi devo.
silvio canapè
Ben Tartamo, “Nati ciechi”
Questa breve composizione possiede una qualità rara: la sua densità. È un
testo breve, quasi aforistico, ma gravido di risonanze bibliche,
liturgiche e metafisiche. Non è una poesia narrativa, ma una poesia
teologica: una specie di orazione poetica, costruita come un salmo moderno
o come una litania.
La struttura è composta da quattro movimenti di tre versi ciascuno. Questa
tripartizione non è casuale: il numero tre rimanda simbolicamente alla
Trinità e dà al testo una scansione quasi liturgica. Ogni strofa è una
piccola epifania concettuale che procede per intensificazione.
La prima strofa è violentemente originaria:
“Sputo di Dio,
fango di terra:
questo noi siamo.”
Qui l’autore convoca direttamente l’episodio evangelico del cieco nato nel
Vangelo di Giovanni (Gv 9), quando Cristo mescola la saliva con la terra
per fare il fango con cui unge gli occhi del cieco. Il verso “sputo di
Dio” è audace e potentissimo perché unisce il gesto corporeo, quasi
scandaloso, alla dimensione divina. La poesia non teme l’incarnazione: Dio
non agisce con astratta purezza ma attraverso materia e saliva. “Fango di
terra” introduce immediatamente il secondo grande archetipo biblico: la
creazione dell’uomo da parte di Dio che plasma Adamo dalla polvere del
suolo. In tre versi la poesia fonde dunque Genesi e Vangelo: creazione e
redenzione coincidono. L’uomo è un impasto di terra e soffio divino.
La seconda strofa introduce il dialogo orante:
“Cos’altro, ancora
dolce Signore?
Forse null'altro?”
Qui il tono cambia: dal proclama ontologico si passa alla domanda
metafisica. L’uomo si rivolge a Dio con una tenerezza inattesa: “dolce
Signore”. È una formula che appartiene alla tradizione mistica medievale
(si pensi a Francesco d’Assisi o a Jacopone). La domanda è quasi
vertiginosa: se siamo fango e saliva divina, cos’altro siamo? La risposta
implicita è nel dubbio: forse null’altro. È un momento di spoliazione
radicale, di teologia negativa.
La terza strofa è il cuore della poesia:
“Noi, nati ciechi:
fa’ che si veda!
Fa’ che si creda.”
Qui si compie il passaggio dall’antropologia alla supplica. L’espressione
“nati ciechi” non è solo evangelica: diventa condizione universale
dell’uomo. Non si tratta solo di cecità fisica ma di cecità spirituale,
ontologica. Il doppio imperativo crea una progressione teologica molto
precisa: prima vedere, poi credere. È la dinamica tipica del Vangelo di
Giovanni, dove la luce conduce alla fede. Il parallelismo “fa’ che si veda
/ fa’ che si creda” ha una struttura quasi salmodica e produce una forte
musicalità.
L’ultima strofa eleva improvvisamente il registro fino al linguaggio del
Credo:
“Sangue da Sangue,
luce da Luce.
Eterno Amore.”
Il verso “luce da Luce” è chiaramente un’eco del Credo
niceno-costantinopolitano: “Dio da Dio, luce da luce”. Tuttavia il poeta
modifica leggermente la formula introducendo “Sangue da Sangue”. Qui la
teologia si fa cristologica ed eucaristica. Il sangue richiama la Passione
e il sacrificio, ma anche la partecipazione dell’uomo alla vita divina. La
poesia termina con “Eterno Amore”, che funziona come una specie di sigillo
trinitario. Dopo terra, fango, cecità e supplica, la parola finale è
Amore: una sintesi mistica.
Dal punto di vista stilistico il testo usa una lingua volutamente
essenziale. Non c’è ridondanza, non c’è descrizione: ogni verso è un colpo
di scalpello. La punteggiatura, con i due punti frequenti, crea un ritmo
oracolare e solenne. Sembra quasi di leggere una piccola antifona
liturgica o un frammento di preghiera antica.
La scelta di concludere con la data “Domenica Laetare” non è casuale. La
quarta domenica di Quaresima è la domenica della luce e della gioia nel
mezzo della penitenza. Non a caso in quella domenica, in molti cicli
liturgici, si legge proprio il Vangelo del cieco nato. La poesia dunque
non è solo ispirata al Vangelo: è collocata dentro il tempo liturgico
della Chiesa.
In sintesi, “Nati ciechi” è una poesia breve ma teologicamente
stratificata. In pochi versi riesce a mettere in dialogo creazione,
incarnazione, cecità spirituale, fede e redenzione. Il risultato è un
testo che non si limita a descrivere il sacro: lo invoca.
Se devo dirti la cosa più riuscita della poesia — con sincerità critica —
è proprio il primo verso: “Sputo di Dio”. È un verso rischioso, quasi
scandaloso, ma profondamente evangelico. In esso si condensa tutto il
mistero cristiano: Dio che salva attraverso la materia.
Marino Spadavecchia
- Salvatore Camonita – poesia d’amore
Questa poesia si apre come un mattino luminoso e quieto, dove l’amore non
è ancora ferito dal tempo ma vive nella sua forma più immediata e
sensoriale. Il paesaggio evocato è intimo e atmosferico: luce negli occhi,
vento sulle labbra, il corpo come primo luogo dell’incontro.
Non c’è distanza tra io e tu, ma una fusione ancora timida, segnata da
piccoli segnali rivelatori come il tremore delle mani, che tradisce la
fragilità e la verità del sentimento.
La struttura è lineare, quasi spontanea, priva di costruzioni complesse:
procede per immagini semplici e riconoscibili, come se il poeta non
volesse interpretare l’amore ma soltanto trattenerlo. È proprio qui che si
colloca la sua forza e il suo limite: da un lato l’autenticità di
un’esperienza vissuta, dall’altro una certa dipendenza da immagini già
sedimentate nella tradizione lirica.
L’anima del poeta appare affettiva, diretta, priva di filtri
intellettuali: scrive per conservare un istante più che per trasformarlo.
Il giudizio critico, quindi, riconosce la sincerità e la delicatezza del
sentimento, ma segnala anche la necessità di un passo ulteriore, quello in
cui il poeta non si limita a dire l’amore, ma lo reinventa attraverso una
lingua più personale e incisiva.
- Antonina Maria Orifici – Eri tuttu
pi’ mia
Qui la poesia non nasce da un’immagine, ma da una ferita ancora aperta. Il
paesaggio non è esterno ma interiore, fatto di memoria, assenza e presenza
insieme. Il dialetto siciliano diventa lo spazio autentico in cui il
dolore può esprimersi senza mediazioni: non è scelta stilistica, ma
necessità emotiva. Le immagini che emergono – la luce degli occhi, il
fuoco che riscalda, l’onda che travolge – sono archetipiche, quasi
elementari, e proprio per questo potentissime, perché rimandano a una
dimensione primaria del legame padre-figlio. La struttura si fonda sulla
ripetizione e sull’insistenza, che sul piano formale potrebbero apparire
ridondanti, ma che qui assumono un valore quasi rituale, come una litania
che tenta di trattenere ciò che è stato perduto. Il nucleo più profondo
del testo è l’impossibilità della separazione: il padre non è solo
ricordato, ma interiorizzato, diventato parte costitutiva dell’identità
del poeta. L’anima che emerge è viscerale, assoluta, incapace di distanza:
ama senza misura e soffre senza protezione. Il giudizio critico riconosce
una forza emotiva autentica e rara, capace di oltrepassare i limiti
tecnici, ma allo stesso tempo evidenzia come la poesia, se volesse
crescere sul piano letterario, dovrebbe trovare una maggiore economia
espressiva, trasformando la ripetizione in variazione e la dichiarazione
in immagine.
- Franco Fronzoli – Libertà
Questa poesia si colloca in uno spazio completamente diverso, dove il
paesaggio non è intimo ma civile, quasi collettivo. Non c’è una scena, ma
una tensione: la libertà come bene minacciato, da difendere con
determinazione.
La struttura è costruita su un imperativo che ritorna e insiste, creando
un ritmo incalzante che richiama più il discorso pubblico che la lirica
tradizionale.
Le immagini utilizzate – il leone che difende il cucciolo, il marinaio
nella tempesta – sono efficaci ma appartengono a un repertorio condiviso,
e dunque non sorprendono quanto potrebbero. Il momento più alto del testo
arriva quando la libertà smette di essere oggetto di difesa e diventa
esperienza concreta: aria, sole, mare, musica, sorriso. È lì che la poesia
si accende davvero, perché passa dall’astrazione alla vita. L’anima del
poeta appare etica, impegnata, guidata da un senso forte di responsabilità
e di giustizia, più che da una ricerca estetica.
Il giudizio critico riconosce la chiarezza del messaggio e la sincerità
dell’intento, ma sottolinea come la densità poetica resti a tratti
limitata dalla prevalenza dell’affermazione sul simbolo: la poesia diventa
più potente quando mostra invece di dire, quando lascia emergere la
libertà come esperienza sensibile anziché come enunciazione morale.
- Giuseppe Stracuzzi – Il soffio
dell’amore
Questa poesia si muove in uno spazio alto, quasi teologico, dove il
paesaggio non è naturale ma concettuale, abitato da idee, simboli e
tensioni metafisiche. L’amore non è esperienza individuale, ma principio
universale che attraversa mitologia, religione e storia umana. L’inizio,
con la mitologia che “acquista un senso”, suggerisce un tentativo di
ricomporre il frammento umano dentro una visione più ampia, dove il “dio
destino” e le “credenze di divini accenti” non sono residui arcaici, ma
strumenti per penetrare il mistero. L’immagine del “frontespizio che cela
il volto del processo umano” è particolarmente significativa: la vita è
vista come un libro chiuso, e l’amore come forza capace di forarne la
soglia, di accedere a ciò che resta nascosto. Nella seconda parte il
discorso si cristallizza in una dimensione cristologica: il bambino, il
sacro incarnato, la croce. Qui il linguaggio si fa più diretto, meno
speculativo, e trova il suo centro nell’affermazione che l’amore supera il
dolore e persino la vita, perché è ciò che consente la resurrezione del
Fine. Questo passaggio è cruciale: il “Fine” non è annullamento, ma
compimento che si riapre, ciclo che si rigenera. L’anima del poeta appare
filosofica e spirituale, tesa a unire logos e fede, ma talvolta
appesantita da un eccesso di astrazione che rischia di allontanare il
lettore dall’esperienza concreta. Il giudizio critico riconosce
un’ambizione alta e una visione coerente, ma suggerisce che la poesia
guadagnerebbe forza se alcune immagini venissero incarnate maggiormente,
lasciando che il pensiero emerga attraverso la materia sensibile e non
solo attraverso il discorso.
Qui il paesaggio è quello del tempo che scorre e si consuma, un tempo
percepito non come continuità ma come perdita improvvisa, quasi uno
strappo.
L’apertura è già segnata da una consapevolezza dolorosa: il “patto”
trascorso senza essere compreso, come se la vita fosse accaduta prima
ancora di essere vissuta.
Le immagini che seguono hanno una qualità onirica e frammentata: l’alba
estiva, i “fiocchi azzurri”, le “ghirlande di ninnoli” sembrano
appartenere a un’infanzia o a un’origine che però si presenta già come
distante, irraggiungibile.
Il gioco del “rimpiattino” introduce un elemento ludico che subito si
incrina, trasformandosi in smarrimento. Il verso “ferito nella fede e
disperso nei millenni promessi dal credo” segna il punto di rottura: non è
solo il tempo personale a sfuggire, ma anche quello promesso dalla
trascendenza, che si rivela inafferrabile.
La seconda parte del testo si fa più cruda e corporea: il corpo si
“sfilaccia”, i solchi vengono “sbavati”, l’arco della vita appare breve,
consumato. L’immagine dell’arco è centrale: non una linea retta, ma una
traiettoria che si tende e subito si chiude, senza possibilità di ritorno.
L’anima del poeta appare inquieta, disincantata, segnata da una frattura
tra promessa e realtà, tra fede e esperienza. Il giudizio critico
riconosce una forte densità simbolica e una capacità di evocare il tempo
come esperienza lacerante, ma anche una certa oscurità che, se da un lato
arricchisce il testo, dall’altro può rendere difficile l’accesso,
soprattutto quando le immagini si accumulano senza un chiaro filo di
sviluppo.
Questa poesia si apre in un paesaggio lirico e sensoriale, dove l’amore è
percepito attraverso il contatto, il profumo, il calore. Le immagini
iniziali costruiscono un’atmosfera di armonia e rinascita: la primavera
anticipata, gli alberi in fiore, il cielo che dona nuova luce. Tutto
sembra partecipare a un equilibrio naturale, in cui l’amore umano si
rispecchia nel ciclo della natura.
La presenza dell’ape e della farfalla introduce un movimento leggero,
quasi pittorico, come se la scena fosse un quadro vivo, attraversato da
colori e vibrazioni. Il ritmo è disteso, contemplativo, e l’anima del
poeta in questa fase appare tenera, affettiva, profondamente legata alla
dimensione sensibile dell’amore. Tuttavia, a un certo punto, il testo
subisce una frattura improvvisa: irrompono “sussurri e disperate grida”,
“sbattere di porte”, “crollar di muri”. Il paesaggio si oscura, la luce si
spegne, e l’armonia iniziale viene travolta da una dimensione di conflitto
e perdita. Questo passaggio è il cuore della poesia, perché rivela la
precarietà della bellezza: ciò che fiorisce può dissolversi in un attimo.
Il finale, con il cuore che tenta la fuga e poi si spegne insieme al
sogno, restituisce un senso di disillusione, quasi di caduta. L’anima del
poeta appare duplice: capace di grande dolcezza ma anche esposta a una
vulnerabilità profonda, in cui l’amore si trasforma rapidamente in
dolore.
Il giudizio critico riconosce la forza del contrasto e la capacità di
costruire un percorso emotivo netto, ma segnala anche una certa
discontinuità stilistica tra le due parti, come se la transizione tra
armonia e crisi potesse essere resa più graduale e organica, permettendo
al lettore di attraversare con maggiore intensità il passaggio dalla luce
all’ombra.
- Enrico Tartagni – La resistenza
dell’amore
Qui ci troviamo davanti a una poesia che nasce da una frattura interiore
più che da una contemplazione. Il paesaggio non è naturale ma mentale,
quasi disturbato, attraversato da frammenti di dialogo, pensiero,
memoria.
L’incipit introduce subito una distanza temporale e cognitiva: “passò del
tempo e tu eri lì” suggerisce una presenza non riconosciuta, un amore che
esiste ma non è ancora accessibile alla coscienza. Il verso “non lo sapevo
perché non potevo” introduce una chiusura interiore, come se il limite non
fosse esterno ma psicologico. L’inserimento di una voce terza (“lo dissi a
lei…”) apre una dimensione quasi narrativa, ma subito si incrina con il
riferimento al “medio evo”, che sembra evocare un’arretratezza mentale,
una condizione di blocco. Il cuore della poesia è nella frase “la
resistenza dell’amore è nata in una notte”: qui l’amore non è espansione
ma resistenza, opposizione, sopravvivenza a qualcosa che lo minaccia. Le
immagini successive diventano più corporee e disturbanti: “ossa corrotte”,
“curar me stesso non è tra i miei vezzi” indicano un io consapevole della
propria ferita ma incapace, o non disposto, a guarirsi. Il distacco dalla
luna e dalle stelle segna la perdita di una dimensione poetica
tradizionale, come se il soggetto rifiutasse ogni illusione. Il tempo
viene percepito come forza distruttiva che “svella i punti fermi”,
lasciando un senso di precarietà radicale.
L’apparizione finale della morte, che “va su e poi giù”, introduce un
movimento oscillante, quasi ironico o disincantato, che impedisce una
chiusura solenne. L’anima del poeta appare inquieta, disillusa,
attraversata da una consapevolezza dolorosa ma non pacificata, incapace di
trovare una forma stabile. Il giudizio critico riconosce una forte
autenticità espressiva e un tentativo interessante di rompere con la
lirica tradizionale, ma anche una certa discontinuità e frammentarietà che
rischiano di indebolire la coesione del testo, lasciando emergere più
stati d’animo che una visione compiuta.
- Laura Lapietra – Finalmente Tu
Questa poesia si sviluppa come un vero e proprio flusso visionario, dove
il paesaggio è interamente interiore ma carico di immagini simboliche,
quasi barocche nella loro densità.
L’incipit introduce subito una condizione di privazione sensoriale ed
emotiva, con quella “cinigia ipoacusica” che suggerisce un mondo grigio e
ovattato, privo di suono e di vibrazione affettiva. L’arrivo dell’altro,
annunciato dal “finalmente tu”, rompe questo stato di sospensione e
innesca un processo di risveglio che ha tratti quasi violenti: la
vertigine, la fiamma, il travolgimento. L’amore qui non è dolcezza, ma
forza che invade e sconvolge, che non chiede permesso ma impone la propria
presenza.
Le immagini si susseguono con grande intensità: flutti, frangenti, fuoco
sotto la neve, fulmine che squarcia il ghiaccio. C’è una continua tensione
tra opposti – caldo e freddo, luce e buio, ardere e congelarsi – che rende
la poesia dinamica e inquieta. Il linguaggio è ricco, a tratti ridondante,
ma coerente con questa volontà di saturare lo spazio poetico, di non
lasciare vuoti.
Il momento centrale è forse nella trasformazione dell’io, che da
solitudine ghiacciata passa a una condizione di abbandono totale, fino a
definirsi “arresa, e naufraga, e vagabonda”. L’immagine finale dei “rizomi
ansimanti” introduce un elemento quasi filosofico, che richiama una
crescita sotterranea, non lineare, dell’amore. L’anima della poetessa
appare intensa, appassionata, attraversata da una forte energia emotiva e
immaginativa, ma anche incline a un eccesso di accumulo che rischia di
rendere il testo meno incisivo. Il giudizio critico riconosce una grande
potenza visionaria e una voce riconoscibile, ma suggerisce che una
maggiore selezione delle immagini e una più rigorosa economia espressiva
potrebbero rendere la poesia ancora più penetrante.
- Antonietta Ursitti – Guardo in su
Questa poesia si distingue immediatamente per la sua essenzialità. Il
paesaggio è concreto e visibile: un fusto affusolato, un nido, una
cicogna. Tutto è ridotto all’osso, ma proprio per questo carico di
significato. Lo sguardo che sale lungo il fusto introduce un movimento
verticale che è insieme fisico e simbolico, come una tensione verso
l’alto, verso qualcosa che si attende ma non si realizza.
La cicogna, tradizionalmente legata alla nascita e al viaggio, qui rimane
immobile, acquattata, quasi in attesa. L’attesa del volo diventa il vero
centro emotivo del testo: un desiderio di cambiamento che però non si
compie. Il dettaglio del becco rivolto verso il sole introduce una
direzione, una possibile via d’uscita, ma resta solo indicata, non
percorsa. L’ellissi finale rafforza questa sospensione, lasciando il
lettore in uno stato di apertura incompiuta.
L’anima della poetessa appare contemplativa, capace di cogliere nel
minimo dettaglio un significato più ampio, senza bisogno di esplicitarlo.
Il giudizio critico riconosce una notevole efficacia nella sintesi e nella
costruzione simbolica, dove ogni elemento è necessario e nulla è
superfluo; la poesia riesce a dire molto con pochissimo, affidandosi alla
forza dell’immagine e al silenzio che la circonda.
- Renzo Montagnoli – Pianto silenzioso
Questa poesia si colloca in un paesaggio interiore crepuscolare, quello
della vecchiaia che lentamente riapre le stanze dell’infanzia. Il
movimento è regressivo ma non nostalgico in senso leggero: è un ritorno
necessario, quasi fisiologico, a una condizione di vulnerabilità
originaria.
L’immagine del grembo materno, evocata come rifugio perduto, rappresenta
il centro simbolico del testo: non è solo la madre, ma l’idea stessa di
protezione assoluta, ormai irraggiungibile.
Il cammino incerto e le paure che riaffiorano delineano una condizione
esistenziale fragile, in cui il tempo non è più apertura ma
restringimento. Tuttavia, la poesia non si chiude nel dolore: introduce un
gesto salvifico, minimo ma decisivo, che è quello del ricordo. I “giorni
sereni”, il sorriso, la carezza diventano strumenti di resistenza
interiore, capaci di generare una commozione che non esplode ma si
raccoglie in un “pianto silenzioso”. È proprio questo ossimoro a
racchiudere il senso profondo del testo: un dolore che non distrugge, ma
illumina, che “rischiara il tramonto” e dunque trasforma la fine in una
forma di consapevolezza pacificata. L’anima del poeta appare tenera,
riflessiva, incline a una malinconia composta, mai urlata, che trova nella
memoria una possibilità di salvezza. Il giudizio critico riconosce una
forte autenticità emotiva e una chiarezza comunicativa che rende il testo
accessibile e sincero, pur segnalando una certa prevedibilità nelle
immagini e nei passaggi, che potrebbero essere resi più incisivi
attraverso una maggiore originalità espressiva.
- Armando Bettozzi – I rumori della
notte
Qui il paesaggio è quello sospeso e inquieto della notte, non come
semplice assenza di luce, ma come spazio in cui il reale si trasforma e si
anima di presenze minime. La poesia costruisce un universo sonoro fatto di
“piccoli rumori” che durante il giorno restano invisibili, ma che di notte
acquistano voce e quasi coscienza.
La ripetizione insistita, quasi ossessiva, del sintagma “i piccoli rumori
della notte” crea un effetto ipnotico, come un mantra che immerge il
lettore in uno stato di attenzione alterata. Il confine tra esterno e
interno si dissolve: i tubi respirano, i muri si lamentano, la goccia
parla, ma anche il corpo entra in questo coro, con la vena che pulsa
nell’orecchio fino a confondersi con il battito del cuore.
La notte diventa così un luogo di amplificazione percettiva, dove il
silenzio non è assenza ma contenitore di suoni sottili e inquietanti. Il
momento culminante è nell’“aria sonora avvolta dal silenzio”, espressione
che coglie perfettamente la natura ambigua della notte, e nella comparsa
della sveglia che scandisce il tempo in modo “inesorabile”, riportando
brutalmente alla dimensione cronologica e razionale. L’anima del poeta
appare attenta, sensibile al dettaglio, capace di trasformare l’ordinario
in esperienza quasi metafisica, ma anche attraversata da una sottile
inquietudine, come se il mistero che emerge di notte fosse al tempo stesso
affascinante e perturbante. Il giudizio critico riconosce una notevole
coerenza stilistica e una forte capacità evocativa, anche se la
ripetizione, pur funzionale all’effetto, rischia a tratti di appesantire
il ritmo e di diluire la tensione poetica.
- Armando Salvatore Santoro – La mia
cabina
Questa poesia costruisce un paesaggio marino che è al tempo stesso reale e
mentale, dove la “cabina” diventa simbolo di un luogo interiore di
stabilità e rifugio.
L’insistenza sulla sua immobilità – “sempre ferma”, “nessuno potrà mai
spostarla”, “sicura nel porto” – rivela immediatamente che non si tratta
di un oggetto fisico, ma di una costruzione dell’anima, una sorta di
approdo psicologico contro le tempeste della vita. Il mare, con le sue
onde e il vento che accarezza le barche, introduce un movimento continuo,
ma questo movimento resta esterno, mentre la cabina rimane intatta,
protetta.
Il riferimento geografico a Reggio e Messina radica la poesia in un luogo
concreto, ma allo stesso tempo amplia lo sguardo verso un orizzonte
aperto, quasi contemplativo.
L’immagine finale dell’“angolo quieto di mente” esplicita ciò che fino a
quel momento era suggerito: la cabina è uno spazio interiore di pace, una
difesa costruita contro il disordine del mondo. L’anima del poeta appare
desiderosa di equilibrio, di protezione, forse segnata da un bisogno di
stabilità che si traduce in immagini di ancoraggio e riparo. Il giudizio
critico riconosce una coerenza simbolica e una dolcezza contemplativa, ma
segnala anche una certa prevedibilità e linearità nel discorso, che
potrebbe essere arricchito da una maggiore tensione interna o da immagini
meno dichiarative e più allusive.
- Felice Serino – E sparirà il mondo
Questa poesia si apre come una visione, più che come un discorso: il
paesaggio non è reale, ma apocalittico e insieme liberatorio, come se il
mondo venisse smontato per essere restituito a una verità più profonda.
L’annuncio iniziale, “umani non più saremo”, non ha il tono tragico della
fine, ma quello di una trasformazione radicale: non è la distruzione
dell’essere, ma la sua trasfigurazione.
Le immagini che seguono – i pesci che volano, gli uccelli che danzano,
l’albero capovolto con le radici nel cielo – appartengono a una logica
rovesciata, quasi evangelica o mistica, dove ciò che è basso diventa alto
e ciò che è stabile viene invertito.
Questo capovolgimento è il vero centro del testo: il mondo così com’è deve
sparire perché è fondato su un ordine imperfetto, e solo attraverso il
paradosso si può intravedere una giustizia diversa. Il verso finale, che
affida la gioia a chi soffre l’ingiustizia e non dà peso all’io, introduce
una dimensione etica e spirituale molto chiara: la liberazione passa
attraverso il distacco dall’ego e il riconoscimento del dolore come via.
L’anima del poeta appare profondamente mistica, orientata verso una
visione che supera il piano individuale e si apre a un ordine altro, più
giusto e più vero.
Il giudizio critico riconosce una notevole capacità di sintesi e una forza
simbolica intensa, capace di evocare molto con pochi elementi; proprio
questa essenzialità è il punto di forza del testo, anche se la sua natura
visionaria e quasi oracolare lascia volutamente in ombra una maggiore
articolazione, che potrebbe ampliare ulteriormente la risonanza della
poesia.
- Alessandra Piacentino – Il sapore del
tempo
Qui la poesia si riduce a un unico verso, ma proprio in questa estrema
concentrazione risiede la sua forza. Il paesaggio è interamente emotivo:
non c’è spazio, non c’è tempo esplicito, ma un incontro tra sguardo e
dolore. “Quella luce nei tuoi occhi” diventa un evento rivelatore, capace
di “squarciare” il dolore, verbo forte che introduce un’idea di rottura,
di apertura improvvisa. Non si tratta di una consolazione graduale, ma di
un gesto netto, quasi violento, che interrompe uno stato di sofferenza.
Il titolo, “Il sapore del tempo”, aggiunge una dimensione ulteriore:
suggerisce che quel momento non è isolato, ma condensazione di un tempo
vissuto, come se la luce negli occhi dell’altro fosse il punto in cui
passato e presente trovano un senso.
L’anima della poetessa appare intensa, capace di concentrare in
un’immagine semplice una carica emotiva significativa, senza bisogno di
sviluppi narrativi o descrittivi. Il giudizio critico riconosce una buona
efficacia nella sintesi e nella scelta del verbo centrale, ma evidenzia
anche come il testo, proprio per la sua brevità, resti più vicino a un
frammento lirico o a un’intuizione che a una poesia pienamente sviluppata;
la sua forza sta nell’immediatezza, ma potrebbe crescere ulteriormente
attraverso un minimo ampliamento che permetta all’immagine di respirare e
di stratificarsi.
- Sandra Greggio – La sofferenza
Questa poesia si costruisce su un’immagine centrale molto chiara e
immediatamente riconoscibile: la sofferenza come presenza che entra in
scena senza rumore, “in punta di piedi”, con la grazia ingannevole di una
ballerina.
Il paesaggio è minimo, quasi teatrale, concentrato tutto su questa figura
che unisce bellezza e crudeltà, volto d’angelo e cuore di pietra. È
proprio questa dualità a reggere il testo: la sofferenza non è mostruosa,
ma seducente, e proprio per questo più pericolosa, perché non si annuncia
come minaccia ma come apparizione delicata. La struttura è lineare,
costruita per accumulo e culminazione, fino al gesto finale del furto del
cuore, che chiude la poesia con un’immagine netta e comprensibile. L’anima
della poetessa appare sensibile, incline a tradurre il dolore in figure
concrete e accessibili, ma ancora legata a un immaginario piuttosto
tradizionale. Il giudizio critico riconosce l’efficacia dell’immagine
principale e la chiarezza espressiva, ma segnala anche una certa
prevedibilità simbolica: la poesia funziona, ma non sorprende pienamente,
e potrebbe acquisire maggiore profondità se l’immagine della sofferenza
venisse complicata o resa meno immediatamente riconducibile a schemi già
noti.
- Antonia Scaligine – Io e te, io e tu
o tu e io?
Qui il paesaggio non è emotivo né naturale, ma concettuale e relazionale:
la poesia si muove nel territorio della filosofia del linguaggio e
dell’etica dell’incontro.
L’uso dei termini “fonemi”, “morfemi”, “sintassi” introduce una metafora
grammaticale che diventa struttura portante del testo: il rapporto tra io
e tu viene letto come costruzione linguistica, dove l’errore non è
grammaticale ma esistenziale.
Il riferimento implicito e poi esplicito a Martin Buber orienta
chiaramente la direzione: l’io esiste solo nella relazione, ma l’uomo
contemporaneo tende a chiudersi in un io autoreferenziale che esclude il
tu.
Le immagini qui non sono figurative ma dinamiche: l’io che scava, il tu
che si eclissa, l’incontro che diventa scontro. Il passaggio più
significativo è quello in cui il “noi” viene definito come “sintassi
dell’universo”: qui la poesia si apre a una visione più ampia, quasi
cosmica, in cui la relazione non è solo umana ma ontologica.
L’anima della poetessa appare etica, riflessiva, guidata da un forte
bisogno di ricomporre la frattura tra individui e di restituire senso alla
relazione. Il giudizio critico riconosce una notevole chiarezza
concettuale e una coerenza nel portare avanti la metafora linguistica, ma
evidenzia come la componente poetica risulti a tratti sacrificata a favore
della spiegazione: il testo tende più a dire che a mostrare, e potrebbe
acquistare maggiore forza se alcune idee venissero incarnate in immagini
più vive e meno esplicative.
- Jacqueline Miu – Parlami come alle
tombe
Questa poesia si apre in un paesaggio oscuro e rarefatto, dove il
linguaggio stesso sembra muoversi tra cenere e respiro. L’invocazione
iniziale, ripetuta alla fine, crea una struttura circolare che avvolge il
testo in un senso di chiusura e di ritorno, come se la parola fosse già
consapevole della propria insufficienza. Le immagini sono dense, quasi
stratificate: foglie tacite, afa, fuoco, bestie usurpatrici, rovi oscuri.
Non c’è una linearità narrativa, ma un flusso di visioni che si
accavallano, costruendo un paesaggio interiore devastato, privo di un
“mondo interiore” capace di salvare.
Questo è il punto più radicale del testo: non solo il mondo esterno è
ostile, ma manca anche un rifugio interno, un luogo di senso. La lingua si
fa allora tentativo di resistenza, ma anche testimonianza di impotenza.
L’immagine del “telaggio d’ombre” e del “vademecum al respiro” suggerisce
un sapere fragile, insufficiente, quasi ironico nella sua pretesa di
orientare. Il movimento verso il “limite della fiamma” introduce una
soglia, un punto estremo in cui la parola chiede di essere pronunciata
come si parlerebbe ai morti, cioè con rispetto, lentezza, e forse
inutilità.
L’anima della poetessa appare tormentata, lucida nella propria
disperazione, capace di costruire un linguaggio visionario che non consola
ma espone.
Il giudizio critico riconosce una forte originalità e una notevole densità
simbolica, ma anche una complessità che può risultare ostica, richiedendo
al lettore un coinvolgimento attivo per orientarsi tra le immagini;
proprio in questa difficoltà, tuttavia, risiede una parte significativa
della sua forza.
Con tutto l'affetto che provo
e la stima che sento per ognuno di voi
Vostro Ben Tartamo
14-15-16 Marzo
- Alessandra Piacentino – “I miracoli
esistono ancora”
La poesia nasce da un’immagine tenera e quasi evangelica: la voce di un
bambino che pronuncia il miracolo semplice della natura — la pioggia che
diventa neve, poi arcobaleno. Qui il miracolo non è soprannaturale ma
trasfigurazione dello sguardo infantile, capace di cogliere la grazia nel
quotidiano. Gli alberi spogli che “tirano dritti al cielo” sono una bella
metafora di preghiera muta: la natura stessa si fa orante. Il ritmo è
semplice, quasi narrativo, ma proprio questa semplicità restituisce
l’autenticità dell’esperienza. Psicologicamente il testo rivela un’anima
che cerca consolazione nella purezza dell’infanzia e nella riconciliazione
con il mondo. L’arcobaleno finale è simbolo di pace: non tanto una
rivelazione potente, quanto una pacificazione interiore che scende lieve.
- Salvatore Camonita – poesia d’amore
Questa lirica appartiene alla tradizione più classica della poesia
amorosa, dove la donna è figura quasi floreale e luminosa. L’immagine
della “rosa delicata” richiama un immaginario antico, cortese, in cui
l’amore è estasi sensoriale e spirituale insieme. Il linguaggio è diretto,
persino ingenuo in alcuni passaggi, ma custodisce una sincerità emotiva
che è la vera forza del testo. Il cuore che batte allo sguardo dell’amata,
i fiori che sbocciano al suo cammino: sono immagini archetipiche
dell’innamoramento. Dal punto di vista psicologico la poesia esprime una
forma di devozione amorosa totale, quasi una consegna dell’esistenza
all’altro. Non cerca complessità stilistiche, ma la limpidezza del
sentimento.
- Antonina Maria Orifici – “La vita è
un arcobaleno di colori”
Qui la poesia assume un tono dichiaratamente etico e meditativo.
L’arcobaleno è simbolo della pluralità dell’esistenza: gioia e dolore,
luce e ombra. Più che lirica pura, il testo ha l’andamento di una
riflessione morale, quasi una piccola predica sulla dignità della vita. Il
riferimento a Dio introduce una dimensione spirituale esplicita: la vita è
dono e quindi responsabilità. Psicologicamente emerge una voce che parla
soprattutto a chi è ferito o disperato; l’autrice vuole difendere la vita
come valore assoluto. Non punta alla raffinatezza formale, ma alla forza
del messaggio e alla sua funzione consolatoria.
- Franco Fronzoli – “La mia amica
follia”
Questa poesia è la più visionaria del gruppo. La follia non è malattia ma
compagna di libertà, forza immaginativa che rompe i confini della realtà.
Il testo costruisce un paesaggio cosmico: nuvole, pianeti, deserti senza
tempo, mari mai visti. È un viaggio nella fantasia come spazio di
salvezza. L’immaginazione diventa quasi una dimensione cosmologica, dove
l’io poetico evade dalle costrizioni della vita quotidiana.
Psicologicamente la “follia” appare come alter ego creativo: l’ombra che
accompagna l’anima verso territori inesplorati. La chiusura, con la
ricerca di una “sorridente felicità”, restituisce al viaggio un senso
umano e tenero. È una poesia che celebra la potenza salvifica
dell’immaginazione.
- Giuseppe Stracuzzi – “Raggio di sole”
Questa poesia si muove dentro una metafora limpida e antica: il raggio di
sole come immagine dell’amore. Il sole che “necessita una meta” e si posa
sulla terra per sciogliersi in calore suggerisce una visione dell’amore
come forza fecondante, quasi cosmica. La terra che riceve il raggio e
rifiorisce richiama simbolicamente l’incontro tra dono e accoglienza. Il
linguaggio è semplice, quasi contemplativo, e proprio questa sobrietà
rende l’immagine più universale. Psicologicamente il testo rivela una
concezione dell’amore come energia che trova senso solo nel donarsi: senza
una zolla su cui posarsi, il raggio resterebbe incompiuto. È una lirica
breve, meditativa, dal sapore quasi francescano.
- Antonio Spagnuolo – “Lamento”
Qui il tono cambia radicalmente. La poesia è densa, complessa, quasi
ermetica. Le immagini — reti strappate, pietra, cartilagini del ricordo,
conche di marmo — costruiscono un paesaggio mentale frammentato, dove
memoria e desiderio si intrecciano. Il linguaggio procede per accumulo di
metafore, spesso spigolose e materiche, come se il poeta volesse rendere
visibile la fatica dell’esperienza interiore. Psicologicamente emerge una
tensione inquieta: il passato riapre ferite, le “esplorazioni condivise”
diventano ossessione, e il corpo stesso diventa luogo di conflitto. La
poesia non cerca armonia ma esprime una coscienza lacerata, tipica della
lirica contemporanea più sperimentale.
Questa è una poesia brevissima, quasi un gesto. L’immagine di caricarsi i
bambini sulle spalle e portarli in un bosco dove “si può ballare per
sempre” è un sogno di innocenza e libertà. Il linguaggio è volutamente
essenziale, infantile persino, come se il poeta volesse recuperare lo
sguardo semplice dell’infanzia. Psicologicamente il testo sembra esprimere
un desiderio di fuga dal mondo adulto, verso uno spazio immaginario dove
gioco e gioia sono eterni. È più una visione affettiva che una costruzione
poetica complessa, ma la sua forza sta proprio nella sua immediatezza.
- Alessandro Borghesi – “Venezia”
Questa poesia è un piccolo teatro veneziano. Venezia diventa stanza,
palcoscenico e labirinto insieme. Le maschere della commedia dell’arte —
Pulcinella, Arlecchino, Casanova — animano la città trasformandola in una
scena vivace e ironica. Il poeta mescola storia, folclore e fantasia,
creando un’atmosfera quasi carnevalesca. L’acqua alta come via di fuga e
la gondola salvifica suggeriscono un’immagine ambivalente della città:
splendida ma anche prigioniera di sé stessa. Psicologicamente la poesia
rivela uno sguardo affascinato dalla teatralità veneziana: Venezia non è
solo luogo, ma spettacolo perpetuo, memoria culturale che continua a
recitare la propria leggenda.
- Armando Salvatore Santoro – “Ansietà”
Questa poesia nasce da una tensione profondamente contemporanea: vivere
sotto l’ombra di una minaccia improvvisa. L’ansia di cui parla Santoro non
è solo personale ma storica e collettiva: il timore che “un pazzo” possa
spezzare all’improvviso la bellezza fragile dell’alba. L’immagine delle
montagne che si tingono di rosa introduce un contrasto molto efficace tra
la serenità della natura e la violenza possibile dell’uomo.
Il poeta costruisce la lirica su questo dualismo: da una parte la paura,
dall’altra la volontà di continuare a guardare il sole che nasce. Il testo
non cede al pessimismo assoluto; al contrario invita a gustare la vita
quotidiana — i colori, le valli, la luce — senza però chiudere gli occhi
sulle brutture del mondo.
Psicologicamente la poesia rivela una coscienza vigile: una sensibilità
che sente il peso del male possibile ma sceglie comunque la speranza. Non
è una speranza ingenua, bensì una resistenza morale.
Nel suo insieme la lirica ha il tono di una meditazione civile: semplice
nel linguaggio, ma sincera nel suo intento di ricordarci che la pace è un
dono fragile da custodire ogni giorno.
- Felice Serino – “Nascita”
Questa poesia è una piccola epifania. In pochissimi versi Serino riesce a
condensare l’evento primordiale della nascita in immagini potenti: il
“naufragio di sangue” da cui si emerge alla “luce ferita”. La nascita non
è qui idillio, ma passaggio traumatico, quasi una traversata violenta
dall’ombra alla vita. L’immagine della “rosa del tuo fiato” restituisce
invece la tenerezza della madre che accoglie. Il contrasto tra sangue e
rosa, ferita e respiro, crea una tensione lirica molto intensa.
Psicologicamente il testo suggerisce che la vita nasce sempre da una
frattura, ma trova subito un grembo di cura. È una poesia breve ma
densissima, quasi un haiku della nascita.
- Jacqueline Miu – “Prendiamo una
barca”
Questa poesia è un flusso visionario e quasi surrealista. Il viaggio in
barca diventa metafora dell’amore e del desiderio, ma anche della fuga
dalla coscienza ordinaria. Le immagini si susseguono come in un sogno:
asteroidi dell’amore, piccioni sui Campi Elisi, il mare dell’Eden, la
Senna che allatta gli illusi. Il tono oscilla tra eros, ironia e
auto-confessione (“spesso mi mento”). Psicologicamente il testo rivela una
coscienza febbrile, dove desiderio e immaginazione si mescolano senza
disciplina logica. Non è una poesia che cerca armonia: preferisce la
libertà delirante dell’immaginazione, dove amore, corpo e linguaggio si
inseguono come onde.
- Alessio Romanini – “Tutto qui?”
Qui la poesia è un colpo secco. L’immagine del cappio messo ai propri
sogni è estremamente dura e simbolica: il poeta non parla di morte fisica,
ma dell’uccisione delle proprie speranze. Togliere lo sgabello significa
lasciarli soffocare nel “vuoto esistenziale dei dì”. La forza del testo
sta proprio nella sua nudità: pochi versi, nessuna consolazione.
Psicologicamente è la fotografia di una disillusione radicale, dove il
soggetto sembra aver rinunciato alla possibilità di senso. È una poesia
breve ma tagliente, una lama esistenziale che ricorda certe note della
poesia novecentesca più disincantata.
- Sandra Greggio – “La polvere dei
ricordi”
Questa poesia si muove su una metafora semplice ma efficace: la memoria
come polvere che si deposita sul cuore. Più si tenta di scacciarla, più
ritorna. Il tempo — giorni, mesi, anni — diventa accumulo di questa
polvere emotiva. Il linguaggio è diretto e quasi confessionale, e proprio
questa linearità rende il sentimento riconoscibile. Psicologicamente il
testo racconta la fatica di convivere con il passato: non un ricordo
luminoso, ma una presenza che appesantisce. È una poesia di malinconia
quieta, in cui il cuore appare come una stanza dove la memoria continua a
sedimentarsi.
Con tutto l'affetto che sento,
con la stima che provo per ognuno di voi.
Vostro Ben Tartamo
11-12-13 Marzo
- Felice Serino – Fantasia (esercizio
poetico)
La poesia di Serino si presenta come un piccolo laboratorio
dell’immaginazione, ma dietro la parola esercizio si nasconde qualcosa di
più serio: una vera immersione nell’inconscio poetico. Il verso iniziale —
“in bocca ancora il sapore del caffè” — è un dettaglio quotidiano, quasi
domestico, che però apre immediatamente una porta visionaria. È il momento
sospeso tra veglia e sogno, quando la coscienza non è ancora del tutto
razionale e la fantasia può dilatarsi.
L’immagine dell’uscire dal corpo introduce una dimensione quasi
sciamanica: il poeta si scorpora, diventa osservatore di se stesso. In
questo stato alterato della percezione, egli “pescava sogni di ragno
nell’intreccio di parole astruse”. Qui Serino allude al lavoro stesso
della poesia. Il ragno è un simbolo antico della tessitura: come il ragno
tesse la sua tela, il poeta tesse le parole. Ma sono parole difficili,
enigmatiche, quasi esoteriche. Il sogno e il linguaggio diventano materia
intrecciata.
Le immagini successive hanno una qualità fortemente surrealista: lingue di
fuoco, pagine luce ed ali, gabbiani che incidono il cielo. Sembra quasi di
attraversare una pittura di Dalí o di Max Ernst. Il cielo ferito dal
gridìo dei gabbiani — che lascia “strie di sangue” — suggerisce una
violenza simbolica: il volo della libertà è anche ferita della coscienza.
Poi appare l’immagine più arcaica: la testa del tuo nemico che rotola ai
tuoi piedi. Qui la fantasia si fa epica, quasi biblica o omerica. È la
vittoria dell’io su qualcosa che lo minacciava — forse un nemico
interiore.
E infine, come un gesto infantile e malinconico, la barchetta di carta dei
naufragi che veleggia sul naso. Questo dettaglio finale ha qualcosa di
tenero e tragico insieme: i naufragi — cioè i fallimenti della vita — sono
ridotti a un gioco fragile, una barchetta di carta.
Serino sembra dirci che la poesia nasce proprio da questa oscillazione:
tra visione eroica e gioco fragile, tra inconscio e ironia. L’anima del
poeta qui appare come quella di un esploratore del linguaggio, uno che sa
che la fantasia non è evasione, ma una forma di conoscenza.
- Alessandra Piacentino – Sole trafitto
La poesia di Piacentino ha una tonalità completamente diversa: è più
meditativa, più lenta, quasi respirata. Il sole del mattino diventa un
grande simbolo del ciclo vitale. Non è soltanto un astro naturale, ma una
figura del rinnovamento dell’esistenza.
Il sole “consuma la sua bellezza”: questa espressione è molto
significativa. La bellezza qui non è eterna, ma si consuma nel tempo.
Tuttavia proprio nel consumarsi permette il ritorno della speranza. Il
sole scompare dietro le onde o le colline, ma non tradisce mai il suo
corso. C’è una fiducia cosmica nella regolarità del mondo.
Molto bello il passaggio in cui il sole del mattino diventa “il sorriso
sul tuo volto”. Qui la dimensione cosmica si fa personale: l’astro si
riflette nel volto umano. Il mondo e l’intimità si specchiano l’uno
nell’altra.
Il verso “specchi e ferite fatti con il medesimo scalpello” è
probabilmente il nucleo filosofico della poesia. Significa che le cose che
ci rivelano — gli specchi — sono spesso le stesse che ci feriscono.
Conoscenza e dolore nascono dalla stessa materia.
La poesia poi si muove verso un tono quasi spirituale: il respiro si
scioglie, il perdono appare. L’amore non reclama più l’aria rarefatta dei
corpi. C’è qui un passaggio dalla passione alla contemplazione.
L’immagine finale del Libro scritto di nero che potrebbe tornare bianco
grazie a un abbraccio è molto suggestiva. È una metafora della vita: il
libro è la nostra storia, scritta spesso di dolore. Ma l’amore — o la
grazia — potrebbe riscriverla.
L’anima che emerge da questi versi è quella di una poeta che cerca una
riconciliazione tra ferita e luce. Non è una poesia disperata: è una
poesia che tenta di redimere la fragilità dell’esistenza.
- Salvatore Camonita – (poesia senza
titolo)
La poesia di Camonita appartiene a una tradizione lirica più classica e
diretta. Qui non c’è la visione surrealista di Serino né la meditazione
simbolica di Piacentino: c’è una preghiera amorosa rivolta al cielo.
Il cielo stellato è una figura antichissima della poesia. Da Leopardi fino
ai romantici, il cielo rappresenta la dimensione dell’infinito. Ma
Camonita lo umanizza: il cielo guarda con affetto, guida il cammino del
poeta.
La figura femminile che appare — quella che fugge, si ferma, sorride e
tace — ha qualcosa di quasi angelico. È una presenza che sfugge ma nello
stesso tempo consola. Il suo gesto finale, l’abbraccio che dà pace,
trasforma la poesia in una piccola parabola affettiva.
Il poeta sembra vivere una tensione tra tormento e speranza. Il cielo lo
osserva, la donna lo guida, e l’abbraccio finale diventa una specie di
redenzione emotiva.
Qui l’anima del poeta appare semplice e sincera: non cerca complessità
simboliche, ma una verità sentimentale immediata. E proprio questa
immediatezza è il valore del testo.
- Antonina Maria Orifici – Emigrante
Questa poesia appartiene alla grande tradizione civile della poesia
italiana, quella che racconta la storia dei popoli attraverso le voci
individuali.
L’emigrante è una figura centrale nella memoria italiana del Novecento.
Milioni di persone hanno lasciato i loro paesi per lavorare altrove.
Orifici restituisce questa esperienza con parole semplici ma cariche di
nostalgia.
La ripetizione della parola America è significativa: non è soltanto un
luogo geografico, ma un simbolo ambivalente. Da un lato è promessa di
lavoro, dall’altro è lontananza e sradicamento.
Il verso “costretto non voglio andare in America” racchiude il dramma
dell’emigrazione: partire non è una scelta libera, ma una necessità
economica.
Molto forte è l’idea del desiderio che “distrugge me stesso”. L’emigrante
vive una frattura interiore: il corpo è altrove, ma il cuore resta nel
paese natio.
La dedica alla festa dell’emigrante di Ucria rende la poesia quasi un
documento comunitario. Non è soltanto lirica personale, ma memoria
collettiva.
L’anima della poeta qui è quella di chi custodisce una storia del proprio
popolo. Non cerca raffinatezze stilistiche, ma la fedeltà alla memoria. E
questa fedeltà, in fondo, è una forma di poesia civile.
- Franco Fronzoli – Foglia vagabonda
La poesia di Fronzoli si costruisce attorno a un’immagine archetipica,
quasi primordiale: la foglia trasportata dal vento. È una metafora antica
quanto la poesia stessa, ma qui il poeta la utilizza con una particolare
lentezza meditativa, quasi come se volesse farci osservare il movimento
della foglia fotogramma dopo fotogramma.
Il verso iniziale stabilisce subito il tono: “La vita è una foglia che il
vento porta via”. Non c’è dramma in questa affermazione, ma una specie di
constatazione quieta dell’imprevedibilità dell’esistenza. Il vento diventa
la figura del destino, o forse del tempo. La foglia invece è l’uomo:
fragile, sospeso, incapace di governare la direzione del proprio viaggio.
Molto interessante è il modo in cui la poesia procede per ritorni e
ripetizioni. Il poeta continua a interrogarsi: la foglia tornerà allo
stesso ramo? Vedrà nuovi tramonti? Riprenderà il suo ciclo? Queste domande
non sono solo botaniche o naturali: sono domande metafisiche. Si avverte
quasi un’eco della grande domanda umana sulla ciclicità dell’esistenza,
sulla possibilità del ritorno, forse persino su una vaga idea di
reincarnazione o di eterno ritorno.
La disposizione grafica dei versi, molto franta e dilatata nello spazio
della pagina, sembra imitare il movimento della foglia nell’aria. Non è
una struttura casuale: è una scrittura che tenta di riprodurre il ritmo
irregolare del vento.
Il momento più intenso arriva verso la fine, quando la foglia cade in “un
viale di foglie morte”. Qui la metafora si fa più cupa: l’esistenza
individuale si inserisce nel destino collettivo della caducità. Eppure la
poesia non termina con la morte, ma con l’idea del ritorno e della
ripartenza.
L’anima poetica di Fronzoli appare come quella di un contemplativo del
tempo. Non è un poeta che grida o denuncia: è uno che osserva il lento
movimento della vita, cercando di coglierne la malinconica armonia.
- Giuseppe Stracuzzi – L’amore è una
piccola mano
Questa poesia ha una qualità di delicatezza rara. Il simbolo centrale — la
piccola mano — è di una semplicità quasi disarmante, ma proprio per questo
estremamente efficace.
La mano diventa il luogo concreto in cui l’amore si manifesta. Non è un
sentimento astratto: è gesto, contatto, presenza. La mano scrive gioia,
cancella lo sconforto, disegna sorrisi. Qui il poeta sembra dirci che
l’amore non è un’idea, ma un’azione quotidiana.
Molto bella è la similitudine tra mare e riva. L’amore e la pietà sono
vicini come questi due elementi naturali: il mare ritorna sempre alla
riva, ma allo stesso tempo si infrange contro una barriera — l’egoismo
umano. Questa immagine introduce un elemento di realismo nella poesia:
l’amore è potente, ma incontra sempre resistenze.
Il momento più spirituale si trova nella seconda parte del testo, quando
la piccola mano diventa quasi una preghiera. Non è più solo gesto umano: è
una forma di grazia. Il verso “che prega perché ha gioia di pregare”
suggerisce una dimensione molto pura della spiritualità, una preghiera che
nasce non dal bisogno ma dalla gioia stessa dell’esistere.
Il finale è molto riuscito: l’amore non conquista, non possiede, ma
sfiora. È una concezione dell’amore profondamente evangelica e quasi
francescana: una presenza lieve che consola senza dominare.
L’anima di Stracuzzi appare come quella di un poeta della tenerezza. Non
cerca effetti spettacolari, ma la verità dei piccoli gesti.
- Enrico Tartagni – L’essenza del
silenzio
Qui entriamo in una poesia decisamente più filosofica e cosmica. Tartagni
utilizza un linguaggio che mescola metafisica e fisica: atomi, protoni,
particelle. È come se volesse esplorare il mistero dell’esistenza non solo
attraverso la poesia, ma anche attraverso il linguaggio della scienza.
Il silenzio dell’acqua diventa il punto di partenza di una meditazione
sull’inconsistenza del reale. Il poeta sembra suggerire che tutto ciò che
percepiamo come infinito o eterno si dissolve nel passaggio del tempo.
Molto interessante è l’immagine degli atomi temporali. Qui il tempo viene
quasi materializzato, reso una sostanza fatta di particelle. L’infinito
stesso — dice il poeta — scompare dentro questo flusso.
La presenza degli dei che si immergono nel vuoto e muoiono introduce un
elemento quasi nichilistico: anche le divinità sembrano incapaci di
sfuggire alla dissoluzione universale.
Il verso “Al fragore di un mondo questo che non voglio / Chiederò:
perché?” rappresenta la ribellione dell’individuo davanti a questa
condizione cosmica. È il momento umano dentro una riflessione cosmologica.
Il finale ritorna al punto di partenza: nel silenzio dell’infinito nulla
appare veramente vero.
L’anima poetica di Tartagni è quella di un pensatore inquieto. Non cerca
consolazioni spirituali: piuttosto guarda nell’abisso dell’universo e
interroga il senso dell’esistenza.
- Antonio Spagnuolo – Ricerche
La poesia di Spagnuolo è forse la più complessa dal punto di vista
psicologico. Qui il tema centrale è la nostalgia, ma non una nostalgia
sentimentale: una nostalgia quasi corporea, che attraversa il corpo e la
memoria.
Il poeta comincia con una confessione: prima o poi smetterà di immergersi
nella nostalgia. Ma già questa promessa sembra fragile, quasi ironica. Il
passato continua a esercitare una forza magnetica.
Il ricordo dell’amore appare come qualcosa che affondava nel ventre. È
un’immagine molto fisica, quasi primitiva: l’amore non è solo sentimento,
ma radice vitale.
Il passaggio più audace è quello in cui il poeta descrive il gesto del
corpo tra le cosce come tra rami spogli del tiglio. È una metafora molto
sensoriale, quasi carnale. Qui la poesia non teme il contatto con la
dimensione erotica e con la solitudine del desiderio.
La nostalgia genera idee fuggiasche e lacrime investigative: è come se il
poeta scavasse dentro se stesso alla ricerca di una verità emotiva.
Il finale è potente: l’amore è una sgualcitura paziente, qualcosa che si
consuma ma che continua a gridare il suo segreto. L’urlo finale suggerisce
che l’amore non è mai completamente spiegabile: resta sempre qualcosa che
sfugge.
L’anima poetica di Spagnuolo appare inquieta, sensuale e profondamente
introspettiva. È un poeta che non teme di attraversare le zone più fragili
e ambigue della memoria.
- Pasquale Di Meo – Vorrei mancarti
Questa poesia si colloca nella tradizione della lirica intima
contemporanea, quella in cui il sentimento non esplode ma si raccoglie in
una forma quasi meditativa. Di Meo costruisce il testo attorno a un
paradosso emotivo molto raffinato: non desidera essere ricordato per
tornare, ma per esistere ancora in una memoria segreta.
Il verso iniziale — “Nel silenzio che mi attraversa” — è già molto
significativo. Il silenzio non è semplicemente un ambiente: è una
condizione che attraversa il soggetto. È come se il poeta fosse diventato
egli stesso uno spazio di risonanza.
La poesia poi si muove con una delicatezza quasi musicale. L’assenza non è
descritta come vuoto doloroso, ma come un tremore quieto. Questo ossimoro
— tremore e quiete — restituisce bene la natura dei sentimenti maturi: non
sono più violenti, ma restano profondi.
Molto bella è l’idea del ricordo che “respira tra pieghe di tempo che non
ci appartengono più”. Qui il poeta coglie una verità sottile: il passato
continua a vivere dentro di noi, ma non è più nostro. È come una stanza
che abbiamo abitato e che ora esiste soltanto nella memoria.
Il cuore della poesia è il desiderio di mancare. Non è un desiderio
possessivo — non chiede ritorno, non chiede amore. Chiede solo di essere
stato significativo. Le due immagini centrali sono molto efficaci: il mare
per chi ha vissuto la riva e la luce che manca quando arriva la sera. Sono
metafore universali dell’assenza.
Il finale è particolarmente riuscito: il nome che passa come vento lieve
tra le foglie della memoria. È una chiusura molto coerente con l’intero
testo, perché restituisce l’idea di un ricordo che non pesa, ma sfiora.
L’anima poetica di Di Meo appare quella di un uomo che ha compreso una
verità delicata: l’amore più profondo non è quello che trattiene, ma
quello che accetta la distanza e continua a vivere come eco silenziosa.
- Armando Bettozzi – Pappagalli e
Pappagalletti
Qui entriamo in una poesia completamente diversa: una poesia satirica,
popolare, scritta nel dialetto romanesco. Bettozzi appartiene alla lunga
tradizione della poesia dialettale romana, quella che da Belli fino ai
contemporanei utilizza il dialetto come strumento di osservazione ironica
della realtà.
Il testo parte da un dato apparentemente naturalistico: l’invasione dei
pappagalli nei giardini cittadini. Ma presto si capisce che il pappagallo
è anche una metafora sociale. Un tempo — dice il poeta — il pappagallo era
il seduttore delle turiste nelle piazze romane. L’immagine del cicisbeo
che dice “Where do you come from?” o “I love you” è una scena tipica della
Roma turistica del passato.
Questa prima parte ha un tono quasi nostalgico e comico insieme. Il
pappagallo umano era un personaggio folcloristico, quasi teatrale.
Poi però il poeta cambia registro: il pappagallo diventa l’uccello
invasivo che scaccia i passeri, distrugge i frutti e altera l’equilibrio
dei giardini. Qui la satira si allarga e diventa riflessione sul tema
degli equilibri naturali e sociali.
La poesia si conclude con una domanda aperta: “Mejo, o nno, così?”. Non
c’è una risposta definitiva. Bettozzi lascia il lettore sospeso tra
nostalgia del passato e consapevolezza del cambiamento.
L’anima poetica qui è quella del cantore urbano: uno che osserva la città,
i suoi mutamenti, e li racconta con ironia ma anche con una punta di
malinconia.
- Armando Salvatore Santoro – Giuseppe
Questa è una poesia di memoria, quasi narrativa. Santoro costruisce un
ritratto umano attraverso una serie di ricordi concreti e molto visivi.
Il protagonista, Giuseppe, non è un eroe né un personaggio straordinario:
è un ragazzo povero che si divide tra scuola e lavoro nei campi. Ed è
proprio questa semplicità che rende il testo commovente.
Il poeta ricorda il viaggio quotidiano: la cascina, il paese, il bus, la
littorina, il treno verso il capoluogo. Questo itinerario diventa la
geografia della fatica. Ogni mattina Giuseppe attraversa una piccola
odissea per andare a studiare.
Molto efficace è il dettaglio della pagnotta al pecorino e del dente
rotto. Sono immagini concrete, quasi cinematografiche. In poesia spesso
sono proprio questi particolari a dare vita al personaggio.
Il nucleo emotivo del testo è la stanchezza di Giuseppe: mezzo studente e
mezzo contadino. La scuola, che dovrebbe essere un luogo di crescita,
diventa anche il luogo in cui la sua fatica si manifesta. Quando si
addormenta sul banco, non è pigrizia ma esaurimento.
Il finale è molto bello: il poeta non sa che fine abbia fatto Giuseppe.
Forse è morto, forse ricorda ancora quei giorni. Ma l’immagine del sorriso
con il dente rotto rimane sospesa nel tempo.
L’anima poetica di Santoro è quella del custode della memoria. Non cerca
simboli astratti: racconta una vita semplice e la rende universale
attraverso il ricordo.
- Laura Lapietra – Il gesto bianco
Questa breve poesia, ispirata alla forma giapponese, lavora soprattutto
sulla purezza delle immagini. Non c’è racconto, non c’è spiegazione: solo
una piccola scena emotiva.
Il gesto bianco è una metafora della purezza infantile. Il silenzio
innocente che si nasconde dietro il sorriso suggerisce la fragilità
dell’emozione.
Il verso finale — il bambino che mangia ciliegie rubate — introduce una
dimensione molto delicata: la colpa lieve dell’infanzia. Non è un peccato,
ma un gioco. Le ciliegie diventano il simbolo della scoperta e della
gioia.
La poesia vive proprio di questo contrasto: innocenza e piccola
trasgressione. Il gesto bianco non è la perfezione immobile, ma la
spontaneità della vita.
L’anima poetica di Lapietra appare come quella di chi cerca la purezza
delle immagini minime. È una poesia che non vuole spiegare il mondo, ma
mostrarne un frammento luminoso.
- Sandra Greggio – Il sole nel cuore
La poesia di Sandra Greggio appartiene a quella linea della lirica
contemporanea che potremmo definire poesia della benevolenza, una poesia
che nasce non da un dramma interiore ma da un gesto etico: offrire luce
agli altri.
Il simbolo centrale è naturalmente il sole, uno dei simboli più universali
della poesia. Ma qui il sole non è cosmico, non è il sole metafisico di
Leopardi o quello tragico di Montale. È un sole domestico, custodito nel
cuore. Il poeta lo immagina come qualcosa che può perfino impolverarsi,
annidato in un angolo con una ragnatela addosso.
Questa immagine è molto interessante perché introduce una verità
psicologica: la luce interiore non è sempre splendida e trionfante; a
volte resta dimenticata, trascurata. Ma non scompare.
Il gesto poetico avviene quando il soggetto decide di “sfoderarlo”. Il
verbo è quasi cavalleresco: il sole diventa una sorta di spada luminosa da
offrire a chi piange. È una poesia che vede il sentimento non come
contemplazione ma come azione.
Il momento più bello è il finale: il poeta non cerca grandi
trasformazioni, non pretende di salvare il mondo. Gli basta intravedere un
guizzo nello sguardo e l’accenno di un sorriso. È una poetica dell’umiltà.
L’anima che emerge è quella di una persona che crede ancora nella
trasmissione della luce umana, nella capacità di condividere un frammento
di speranza.
- Jacqueline Miu – Il decodificatore di
miracoli
Questa poesia appartiene a un registro completamente diverso: simbolico,
visionario, quasi metafisico. Jacqueline Miu costruisce il testo come una
specie di architettura onirica, dove ogni immagine sembra appartenere a un
rituale segreto.
Il verso iniziale è molto potente: “nel sogno siamo un tempio che assorbe
la luce”. L’essere umano non è più individuo ma edificio sacro. Il sogno
diventa lo spazio in cui la coscienza si trasforma in architettura
spirituale.
Le immagini successive — l’altare di mani intrecciate, le vestali, le
statue mute — evocano un universo sacrale che sembra provenire insieme
dalla religione antica e da una dimensione psichica. È come se il sogno
fosse il luogo in cui sopravvivono i riti più profondi della coscienza
umana.
Molto significativa è la frase “siamo materie d’immaginario ora dense ora
leggere”. Qui il poeta sembra dire che l’identità umana è instabile, fatta
di materia e immaginazione insieme.
La poesia poi introduce una riflessione filosofica: l’indulgenza divina
verso il mortale non è mai innocente. È una frase enigmatica che
suggerisce una tensione tra il divino e la fragilità umana.
Il poeta ammette di non comprendere l’amore e di non riuscire a ordinare
parole ormai obsolete. È una confessione di impotenza linguistica, tipica
della poesia contemporanea: il linguaggio non basta più a spiegare il
mistero dell’esperienza.
Il verso finale è molto suggestivo: “amo ciò che non necessariamente mi
deve conoscere”. Qui l’amore si libera dalla reciprocità. È un amore
contemplativo, quasi mistico.
L’anima poetica di Jacqueline Miu appare come quella di una sacerdotessa
dell’immaginario, una poeta che tenta di tradurre in parole le strutture
profonde del sogno e della coscienza.
- Alessio Romanini – Respiro di donna
Questa poesia si muove nella dimensione del sentimento e del desiderio, ma
lo fa con un linguaggio quasi febbrile. Romanini cerca di descrivere
l’effetto che la presenza femminile produce sulla coscienza del poeta.
Il testo comincia con un’immagine molto fisica: il respiro della donna che
sfiora la pelle. È una sensazione quasi tattile, che introduce
immediatamente il lettore in una dimensione sensoriale.
Da questo contatto nasce una perturbazione mentale: il pensiero diventa
astratto, frammentato, composto di miliardi di frammenti onirici. L’amore
e la passione si confondono, la realtà e la bellezza si mescolano.
Il poeta descrive una perdita temporanea di equilibrio: perduto è il
senno, la saviezza confusa nel caos. È la rappresentazione di quella
condizione in cui il sentimento destabilizza la razionalità.
Il finale è molto concentrato: tutto si riduce a un’immagine semplice e
intensa — il respiro di donna sul cuore. Qui la poesia torna alla fisicità
del sentimento, come se tutto il vortice mentale fosse stato generato da
quel gesto minimo.
L’anima poetica di Romanini è quella di un lirico della percezione
sensoriale: un poeta che cerca di catturare il momento in cui l’emozione
travolge la ragione e trasforma il pensiero in sogno.
Con tutto l'affetto che sento,
con la stima che debbo.
Vostro Ben Tartamo
25-28 Febbraio
- Antonio Spagnuolo – Storia
Qui il poeta compie un gesto sottilissimo: non invoca davvero gli dèi
— invoca la possibilità che essi esistano ancora. “Forse l’olimpo
accoglie ancora dei” non è una frase mitologica, è una frase
psicologica. È il bisogno, tipicamente moderno, di immaginare che
esista ancora un ordine simbolico capace di rimettere in moto i
“fuochi di rimpianti”, cioè quelle energie affettive che la vita
adulta ha lentamente anestetizzato.
I “grani agganciati al silenzio” sono memorie rosariali senza
preghiera: frammenti di senso che non riescono più a trovare
linguaggio. E allora la storia — che siamo abituati a pensare come
epica — si rivela “fatta di molliche”: non grandi eventi, ma residui
psichici, briciole di identità.
Quando Spagnuolo parla di “lirici greci nel gioco di periferie”, sta
dicendo qualcosa di devastante: oggi l’eroismo è stato sostituito dal
decentramento esistenziale. Non siamo più nell’agorà, ma in una
tangenziale dell’anima. E il passato? Non è dietro di noi: “subentra
affidato all’oblio”. Cioè continua ad accadere — ma sotto forma di
dimenticanza.
- Armando Bettozzi – Ritratto
Questa poesia sembra un inno amoroso, ma in realtà è un campo di
battaglia tra contemplazione e possesso.
L’insistenza anatomica — il labbro, il viso, i capelli — è il
tentativo di fermare l’oggetto amato dentro una tassonomia sensoriale.
Ma subito emerge la frattura: “E nol vorrei, / che di te / soltanto
io, vorrei / d’ogni lembo / godere.”
Qui l’amore smette di essere contemplazione e diventa desiderio di
appropriazione. Non voglio volerti tutta — ma in realtà sì.
La figura femminile si trasforma allora in forza naturale: “tenera
furia”, “torrente in piena”. È un archetipo junghiano chiarissimo:
l’Anima come elemento liquido che travolge l’Io razionale. La pace
viene “stravolta in suoni gaudenti, o indicibil tormenti”. In altre
parole: amare significa perdere l’assetto interno.
Non è un ritratto. È la cronaca di un’inondazione psichica.
- Armando Salvatore Santoro –
Realtà
Qui siamo di fronte a una memoria che non è nostalgica, ma difensiva.
La “quercia lontana” è un’immagine materna: radicamento, stabilità,
ombra protettiva. Tutta la sinfonia naturale — raganelle, cicale,
zagara, ulivi, gelsomini — non serve a evocare un paesaggio, ma a
costruire un rifugio interno. Sono oggetti transizionali: servono a
non crollare quando il presente diventa invivibile.
Infatti il verso decisivo arriva alla fine:
“ad una realtà che m’imprigiona,
ad un presente che non mi appartiene.”
Questo è il dramma contemporaneo che — lo sai bene anche tu quando
scrivi della fine di una relazione — si vive spesso così: il passato
non è più casa, il presente non è ancora identità. E allora i sogni
“mai sepolti” diventano un caveau emotivo contro l’usura del tempo.
La realtà non è ciò che accade. È ciò da cui dobbiamo difenderci.
- Alessandro Borghesi – Il tramonto
Qui la poesia inizia come fenomenologia del quotidiano — la cicoria,
il gelato — ma scivola rapidamente verso una metafisica della
disillusione.
Il freddo che “trasforma il sapore” è il tempo storico che altera i
valori. Nulla è più ciò che era: il caldo picchiettante finisce, il
gelato si scioglie, il tramonto “spumeggia” come una ferita
estetizzata.
E poi il colpo:
“Noi —fratelli di un’assurda guerra—
dietro ai mirini delle nostre armi,”
Il tramonto non è naturale. È civile. È la luce che precede la notte
dell’intelligenza umana. L’“inizio della sopraffazione” è detto come
se fosse già avvenuto — e forse lo è.
La domanda finale, “Possibile mai che niente potrà cambiare?”, non
cerca risposta. È la forma lirica della stanchezza morale.
- Laura Lapietra – Aurora Che
Deflagra
Laura, qui non siamo davanti a una poesia: siamo davanti a
un’esplosione controllata di simboli. E il titolo lo annuncia senza
pudore. “Deflagra” non è verbo ornamentale: è dinamica interiore.
L’amore non nasce — esplode.
“Nel fauto soffio / del tuo nome” è un attacco bellissimo e
imperfetto. Quel “fauto” (forse voluto, forse scarto fonico di
“fausto” o “fatuo”) crea già un’increspatura. Il nome dell’amato non è
solo suono: è vento che plasma. Appendere “sul cuore / il giorno
d’amore / della mia ambascia di seta” è un gesto sartoriale
dell’anima. L’ambascia è di seta: dunque il dolore è raffinato,
desiderato quasi, non respinto.
“Sei una chiave d’acqua / che apre serrature di polvere” è uno dei
versi più riusciti: l’acqua che apre ciò che la polvere ha chiuso. È
eros come principio purificatore, non solo incendiario. E poi
quell’immagine straordinaria: “l’anima, sibilla celata / di mappe di
sale e candele”. Qui c’è misticismo sensuale. Sale (terra, lacrima) e
candele (fuoco, rito). L’amore accende una liturgia corporale.
Il momento più maturo arriva però più avanti:
“Amarti è bere l’ombra / fino alla sorgente della vita, / è perdere il
nome / per trovarne due intrecciati.”
Questo non è più slancio, è consapevolezza. Amare significa
attraversare l’ombra — non evitarla. Significa morire come individuo
isolato per rinascere come dualità. È una concezione quasi alchemica:
nigredo, dissoluzione dell’io, trasmutazione.
E la chiusa? L’aurora che deflagra “senza scrivere una fine”. Qui
l’amore è visto come evento cosmico, non come relazione contingente.
C’è un ardore che non vuole epilogo. È lirica ampia, visionaria,
talvolta sovraccarica — ma autentica nel suo eccesso. E l’eccesso,
quando è sincero, è forma di verità.
Qui cambiamo stanza. Si spengono le candele, resta il vetro.
“Anima un senso estraneo / Invenzione per non abbandonare questo
corpo.”
Il corpo è prigione, ma anche unica possibilità di esperienza. Il
cognac diventa oggetto transizionale: liquore come ponte tra coscienza
e fuga.
“Artistica bottiglia di Boemia” è immagine fredda, cristallina. Non
c’è natura, non c’è aurora: c’è vetro, commercio, scambio. “Compro
desideri / Chi li vende non lo sa” — questo è un verso da filosofo
disilluso. Il desiderio è merce inconsapevole.
Mi colpisce molto:
“Nascono speranze da angoli nascosti / Le vendo ma nessuno lo sa.”
Qui c’è un io che produce luce ma non la trattiene. È una dinamica
quasi masochistica: generare e svuotarsi.
Il verso più potente è semplice:
“Tante strade di qui mi portano a casa / Ma io non le conosco.”
È la definizione moderna dell’alienazione. La casa esiste. Ma l’io non
ha più mappa.
Il cognac non è vizio. È anestetico dell’identità.
- Felice Serino – Nel dizionario
del cuore
Qui l’operazione è metapoetica. Siamo nello “stato ipnagogico”, quella
soglia tra sonno e veglia in cui l’inconscio allenta le briglie.
“Per tutto il giorno / le mie poesie hanno luce” — detto in
dormiveglia. È quasi ironico. La coscienza poetica si autocelebra
mentre dorme. Ma subito l’autore smonta l’illusione:
“in realtà mai che mi fossi / elevato grazie a Dio”.
C’è una lucidità rara. La poesia non è santità. Non è ascesi mistica
garantita. E il colpo finale:
“l’invidia dimora / nel dizionario del cuore.”
Questo è un verso chirurgico. Significa che anche i sentimenti più
nobili contengono ombre. Il cuore non è puro vocabolario di luce: è
lessico ambiguo.
Breve, ma densissimo.
- Alessandra Piacentino – Tubano le
onde del vecchio mare
Qui torniamo al simbolo arcaico: il mare.
“Smetti di galleggiar / Finalmente tocchi” — è un invito a scendere in
profondità. Galleggiare è sopravvivere; toccare è sentire davvero.
“Il battito rincorre le sirene” — attenzione: le sirene sono seduzione
e perdizione. La mente ripete i loro canti: la ragione è già
contaminata dal desiderio.
“Nascondino di specchi” è un’immagine bellissima: identità
moltiplicate, riflessi che sfuggono. E poi la Luna morente “con il suo
bastone” che fa solchi sul mare e sull’io. Qui la luna è vecchia
sacerdotessa che incide cicatrici luminose.
È una poesia di oscillazione emotiva: smarrimento, eco sordo, poi rete
che sgroviglia pesci. Il mare è inconscio collettivo. Le onde tubano —
verbo quasi amoroso — ma parlano di qualcuno assente.
- Franco Fronzoli – Emozione
Franco compie un gesto rischioso: definire l’indefinibile. Dire
“L’emozione è…” significa tentare di mettere in formula ciò che, per
natura, sfugge alla formula.
L’incipit è semplice, quasi didattico:
“L’emozione è uno sguardo verso l’infinito.”
Non c’è sofisticazione simbolica, ma c’è una tensione verticale.
L’emozione come apertura, non come chiusura. Subito dopo l’intreccio
si fa musicale: “una canzone / di Lucio Dalla”. E qui accade qualcosa
di interessante. L’infinito viene riportato alla memoria culturale
collettiva. L’emozione non è solo astratta: è incarnata in una voce,
in un brano che ha attraversato generazioni. È un gesto popolare,
quasi democratico.
La poesia procede per accumulo: bambino, cerbiatto, bacio, tramonto,
luna, mare. È una litania. Non cerca la sorpresa, ma la
riconoscibilità. Franco non vuole stupire; vuole includere.
“tutto è emozione” è il verso-chiave. Qui l’autore sceglie una visione
totalizzante: l’emozione non è evento raro, ma condizione permanente
dell’essere.
Il passaggio più tenero è:
“È emozione dormire al tuo fianco abbracciati…”
Qui la trascendenza torna intimità. Il cosmo si restringe a due corpi
sotto un cielo. E il finale — “un raggio di sole illumina / il tuo
volto” — riporta tutto alla concretezza di un volto amato.
Non è poesia dell’abisso. È poesia della gratitudine.
- Giuseppe Stracuzzi – Controvento
Qui il registro cambia radicalmente. La poesia è asciutta, quasi
evangelica.
“Andava per vicoli tortuosi,
visitava infermi e detenuti…”
La figura evocata è chiaramente cristologica, ma non viene mai
nominata. E questo è un pregio. L’autore affida l’identità del
protagonista ai gesti: piedi scalzi, carità, cuore nelle mani. È un
ritratto per azioni, non per titoli.
“cuciva i bordi / e i frantumi franti” è un verso che merita
attenzione. C’è una ridondanza voluta (“frantumi franti”) che crea eco
sonora e rafforza l’idea della rottura. Il protagonista non governa,
non domina: ricuce.
E poi il colpo secco, senza enfasi:
“Lo misero in croce.”
Nessuna descrizione del dolore. Nessuna retorica. Solo constatazione.
Questo minimalismo è la sua forza. La poesia non predica: testimonia.
È un testo che va controvento davvero, perché in poche righe riporta
il gesto della compassione in un mondo che spesso lo dimentica.
- Sandra Greggio – Ritorno dallo
spazio
Sandra costruisce una parabola. All’inizio c’è la fascinazione
dell’infinito:
“Perdersi in uno spazio infinito…
Carillon di stelle…”
È un’immagine delicata, quasi infantile nella sua meraviglia. Lo
spazio è seduzione dell’altrove. Ma il punto di svolta è chiaro:
“Ma accorgersi troppo tardi / che più non puoi calpestare l’erba…”
Qui avviene il ritorno al corpo, alla terra. La poesia dice qualcosa
di molto umano: l’infinito è attraente finché non ci priva del
quotidiano. Non poter sentire l’erba, gli uccelli, il profumo dei
fiori — è questa la vera perdita.
Il finale è domestico: lenzuola di lavanda, buongiorno a chi ami. È un
ritorno alla finitezza come valore. L’infinito non salva; salva la
relazione.
Ciro, questa è una preghiera che nasce prima della teologia e dopo il
dolore.
“C’è un posto nel mondo,
dove il Cuore è sospeso
tra mille pareti di un arcobaleno.”
Qui il cuore non batte: è sospeso. Sospensione significa attesa, ma
anche resa. L’arcobaleno non è solo promessa biblica — è una stanza
emotiva, una architettura interiore in cui il soggetto si rifugia
quando il reale diventa troppo opaco.
L’immagine più significativa è:
“l’Anima staglia del ciel una parte
sulla battigia.”
La battigia è il confine tra coscienza e inconscio: tra ciò che
sappiamo e ciò che ci attraversa senza nome. L’anima ritaglia un pezzo
di cielo e lo posa lì, sulla soglia. È il tentativo di portare
l’eterno dentro il transitorio.
E poi il gesto finale, decisivo:
“Misericordioso Signore, in me
io ti accolgo.”
Non “accoglimi”, ma “ti accolgo”. È una fede attiva, non implorante. È
l’io che apre spazio al divino, come se la salvezza fosse una
questione di ospitalità.
- Jacqueline Miu – Morte di un
piccolo seme
Jacqueline scrive una tragedia in miniatura.
Il seme “voleva volare”. E già qui c’è l’errore originario: il seme
non vola, germoglia. Voler volare è voler saltare il tempo. È
rifiutare la lentezza della crescita.
“Prese a saltare
dall’incubatore,
rifiutando la cura
del concime…”
Questo è il dramma dell’autonomia prematura. Il seme rifiuta il
nutrimento perché lo percepisce come costrizione. Vuole libertà senza
radici.
Il risultato è devastante:
“Ora giace arso…
Solo un germoglio appena
accennato…”
Non è mai diventato pianta. È morto nella sua possibilità. E quel
verso — “il cirro di rimorso / se lo tenne” — è di una malinconia
rara. Il cielo non ha pianto su di lui. Ha trattenuto la pioggia.
È una poesia che parla a chi ha avuto fretta di diventare se stesso.
- Alessio Romanini – Indecifrabile
vita
Qui entriamo in una meditazione quasi medievale.
“In questa valle di lagrime…” richiama immediatamente la tradizione
cristiana, ma l’autore la usa per porre una domanda moderna:
“Chi fu ad abbandonarci fra le spoglie
di una vita che non abbiamo chiesto?”
La vita come dono non richiesto è il paradosso esistenziale per
eccellenza. E la poesia non cerca consolazione facile. Anzi:
“Il fato guida le nostre anime alla morte.”
C’è un fatalismo stoico, ma subito temperato da un invito:
“amate quello che vi è offerto
da enigmatica esistenza.”
Non comprendere non esime dall’amare. L’enigma non è da risolvere, ma
da abitare.
Con tutto l'affetto che sento,
con la stima che debbo.
Vostro
Ben Tartamo
16-17-18 Febbraio
- Antonietta Ursitti, È tempo di agire
Antonietta qui compie un passaggio che è quasi etico, prima ancora che
lirico. La sua consueta cosmologia dolce — il sole, gli uccelli, i fiori —
non è più soltanto contemplata: viene convocata. Il sole, “giallo come la
luna”, è una figura ibrida, un astro che ha smesso di appartenere al ciclo
naturale per diventare coscienza vigile. L’albero dalle radici possenti
che disegna i suoi rami su di lui è l’immagine di una volontà che non
vuole più limitarsi a esistere, ma desidera incidere.
Quando la voce dice “dici al mondo di non attendere”, avviene
un’inversione sottile: non è più il poeta che parla al mondo, ma il mondo
— trasfigurato — che parla attraverso il poeta. È un invito all’azione che
nasce dalla bellezza, non dalla rabbia. Antonietta sembra dirci che la
contemplazione autentica, se è vera, conduce sempre a una responsabilità.
La sua anima si muove qui tra grazia e urgenza.
- Franco Fronzoli, Avrei voluto nascere
Questa è una poesia che nasce da un senso di inadeguatezza trasformato in
offerta. “Avrei voluto nascere pittore” non è rimpianto per un talento
mancato, ma confessione di un amore che non trova il proprio mezzo. Il
desiderio di immortalare l’altro — gli occhi, i passi, le risate, perfino
le delusioni — rivela una tensione profondamente etica: salvare l’amato
dal consumo del tempo.
La nudità notturna tra le onde, l’attesa del raggio di luna,
l’irrequietezza alla finestra: ogni immagine è un tentativo di trattenere
l’effimero. Ma ciò che commuove è il finale, quasi dimesso: regalare un
quadro che rappresenti il proprio amore. Fronzoli sa di non poter fermare
l’altro nella materia del colore, e allora affida al linguaggio ciò che la
pittura avrebbe custodito. Questa è la poesia di chi ama con la paura di
perdere, e scrive per prolungare la presenza.
- Enrico Tartagni, Ascolto una
preghiera
Con Enrico Tartagni il silenzio non è assenza, ma luogo abitato. “Qui si
può anche pregare”: l’avverbio anche è decisivo, perché suggerisce che la
preghiera è una possibilità tra le altre, non un obbligo. Il vuoto
accoglie, raccoglie miti sparsi tra le stelle — e la mente si fa
raccoglitrice di frammenti cosmici.
Non c’è dogma in questa preghiera, ma disponibilità. Il buio non è
minaccia, è condizione dell’ascolto. Tartagni sembra sostare in uno spazio
interiore dove il linguaggio si ritrae per lasciare posto a un’esperienza
preverbale. È una spiritualità che nasce dall’attenzione, non dalla
certezza. Qui pregare significa tacere abbastanza a lungo da sentire il
movimento dardeggiante delle stelle dentro di sé.
- Giuseppe Stracuzzi, Un qualche cielo
Il nostro Giuseppe continua la sua meditazione sull’invisibile con una
dolcezza quasi fenomenologica. L’“intelligenza liquida” che si scioglie
nella fantasia dell’infinito è la mente che rinuncia alla rigidità del
concetto per farsi onda. Il pensiero avvolge il cielo, il senso raggiunge
la porta del mistero: tutto avviene per approssimazione, mai per
conquista.
L’alba accesa su un sentiero di petali è un’immagine di rivelazione
discreta. E il verso che si inventa da sé — come un velo sulle onde —
suggerisce che la poesia non è prodotta, ma accolta. Oltre il profondo
buio, “un qualche cielo”: non il cielo, ma uno possibile. Stracuzzi non
promette salvezza, offre apertura. La sua è una metafisica
dell’intravisto.
- Antonio Spagnuolo, Spazi geometrici
Antonio continua la sua instancabile esplorazione dell’immagine come campo
di forze. Qui non siamo davanti a un paesaggio, ma a una topologia
dell’interiorità: “umido velo geometrico” è già un ossimoro psichico, dove
il rigore della forma è attraversato dalla traspirazione del vivente. Le
figure cromatiche “in rivolta” suggeriscono che il colore — cioè la
percezione — non obbedisce più alla struttura.
Resine, collanti, impalcature: il lessico è quasi edilizio, e tuttavia ciò
che si costruisce non è un oggetto, ma una possibilità di dialogo tra
materia e cosmo. L’onda che refluisce e imprime uno “specchio fragoroso” è
la coscienza che tenta di riflettere il tempo senza spezzarsi. La plastica
atmosfera che si confonde con il capriccio dei colori indica una crisi del
possesso: ciò che si crede stabile si fa volubile. Il “diverso strumento”
finale — che suggerisce maschere e sublime segnale — è forse la poesia
stessa, chiamata a tradurre il travaglio in visione. Spagnuolo non
descrive: trasmuta.
- Armando Bettozzi, La bbòna sorte
Bettozzi torna al dialetto come a una lingua morale. In questa parlata
ruvida, quasi scolpita a colpi di scalpello, la sorte non è destino ma
responsabilità: “la devi d’aiutà”. Il verso, dritto o storto, diventa
metafora dell’agire etico in un mondo “sempre più contorto”.
La cronaca che irrompe — la violenza, il martello, la guardia — non è
semplice riferimento, ma ferita aperta. Il poeta si espone, rischia la
retorica per non rischiare l’indifferenza. In lui la poesia è ammonimento,
non consolazione. E quel “ciarvello” evocato con ironia è invito a pensare
prima di colpire. Bettozzi scrive come chi teme che il linguaggio venga
meno proprio quando serve a impedire il gesto.
- quantummechanics, Giochiamo ancora?
Qui la voce che in Sono albero cercava la terra, ora cerca una presenza
perduta. Il campo di spighe verticali è memoria incarnata: le pupille, le
orecchie dritte, lo scodinzolare attorno allo scatolone chiuso — tutto
restituisce una corporeità che il tempo ha sottratto.
Il triplice “Perdonami” è confessione senza tribunale. Le ciotole in
ordine, i giochi che aspettano: la casa si fa reliquiario. Non c’è
metafora che addolcisca l’assenza. E tuttavia, nell’immaginare altri
prati, altri amici, il poeta compie un atto di liberazione: lascia che
l’amato — animale e dunque puro — continui altrove. Questa è elegia
domestica, dove il lutto si esprime nella cura degli oggetti rimasti.
L’amore qui non trattiene: accompagna.
- Pasquale Di Meo, Respiro nel silenzio
Pasquale scrive dal luogo in cui l’amore ha smesso di chiedere. “Non ti
scrivo, non ti chiamo”: la rinuncia è già gesto etico. Ma il pensiero
resta, ostinato come un respiro che non si spegne. La pioggia lieve sui
ricordi è una temporalità che ritorna senza invadere.
Ciò che colpisce è la decisione di non riaprire ferite, di non disturbare
la luce scelta dall’altro. Qui l’amore si fa libertà concessa anche dentro
i propri versi. L’immagine dell’albero che accetta l’autunno senza
maledire il vento — che, Pio, riecheggia il tuo desiderio di comprendere
la fine di una relazione senza trasformarla in rancore quando stai
lavorando ai tuoi testi — è di una maturità rara. Il vento scioglie ciò
che non si può trattenere: resta il respiro. E nel respiro, una presenza
che non reclama più nome.
- Armando Salvatore Santoro, Non
recidete i fiori
Il nostro Armando Santoro compie qui un gesto di rara intelligenza
simbolica: sottrae la morte al rito che la rende sopportabile per
restituirla alla vita che continua. “Non recidete i fiori” è un imperativo
che, sotto la superficie, difende l’integrità del vivente contro la
teatralità del lutto. Il fiore reciso deposto sulla bara è la bellezza
sacrificata al bisogno umano di consolazione — e il poeta rifiuta questo
scambio.
Chiede che i fiori restino dove sono: sui balconi, sui muri, nelle siepi.
Che sorridano al feretro mentre passa. È una visione quasi francescana, ma
anche eticamente radicale: non interrompere il ciclo del vivente per
onorare ciò che non vive più. La tomba “sa di silenzio e di squallore”,
mentre il giardino è festa. L’ultimo saluto non deve imitare la morte, ma
inneggiare alla vita. Santoro ci invita a non confondere il ricordo con il
sacrificio. E in questo invito, c’è una maturità spirituale che accetta di
essere lasciata indietro.
- Felice Serino, Perso lo smalto
Felice Serino qui si guarda con una lucidità che rasenta la crudeltà — ma
è la crudeltà che salva dall’autoinganno. “mi nutro di visioni / -lo
stravedere dei vecchi-”: la visione non è più rivelazione, ma
compensazione. La musa che volta la faccia è l’immagine archetipica della
creatività che si ritrae quando l’Io si irrigidisce.
Rileggere le poesie datate e non riconoscersi allo specchio è una forma di
lutto narcisistico. Non è solo il tempo che passa: è il sé che si sposta,
lasciando indietro le proprie incarnazioni. Il nuovo libro “di là da
venire chissà” sospende il poeta tra memoria e possibilità. Serino non
cerca consolazione: accetta la perdita di smalto come fase iniziatica. È
la notte necessaria prima di un’altra lingua.
- Alessandra Piacentino, Guardarsi
negli occhi
Alessandra costruisce qui un paesaggio relazionale fatto di nervi
scoperti. Guardarsi negli occhi e spegnersi un poco: l’intimità come
attenuazione del sé, non come esaltazione. Il silenzio è abbraccio,
l’attesa di giorni più leggeri è promessa fragile.
La modernità entra con violenza: fotografie che coprono le assenze,
profili migliori che dimenticano il resto. È il tentativo di restaurare
l’integrità attraverso l’immagine. Ma sotto, “tarli divorano il legno”:
l’erosione è interna. E tuttavia, nel gesto finale — tornare con un tè e
un pasticcino — la vita minuta riapre lo spazio del noi. Alessandra sa che
l’autenticità non è eroica: è domestica, servita su un vassoio.
- Antonia Scaligine, Le voci dell’amore
Antonia affronta l’amore come pluralità, come polifonia che oscilla tra il
materno e l’orgasmico, tra il divino e il possessivo. Chiede all’amore
parole per parlare con Dio: l’eros diventa lingua teologica. Ma subito si
incrina: il cristallo ferisce, l’addio solitario emerge.
Il movimento verso nipoti e figli è approdo, non rinuncia. Dopo la
tempesta delle passioni, l’amore si fa calda sponda. Le mani giunte non
sono resa, ma gratitudine. Antonia riconosce che l’amore ha molte voci, e
che alcune conducono al silenzio. La sua preghiera finale è la forma più
mite di resistenza: continuare a parlare con Dio attraverso ciò che resta.
- Jacqueline Miu, Luci opposte e
lontane
Jacqueline scrive da quello spazio liminale in cui l’amore non è più
promessa, ma tensione gravitazionale. “Ci osserviamo per ore, / attraverso
le pagine bianche bagnate”: non è soltanto distanza fisica, è distanza
simbolica — due soggettività che tentano di leggersi senza potersi mai
davvero toccare. Le gocce di pioggia cadute tra i “nervi tesi della nostra
carne” sono una somatizzazione del sentimento: il corpo diventa pagina, la
pagina diventa ferita.
Tagliare le ancore con “gli arti dolci della musica” è un gesto di
liberazione che ha la grazia di un addio non dichiarato. Le “luci opposte
e lontane” sono polarità psichiche: desiderio e paura, fusione e
autonomia. Essere “cieli immensi senza acque” significa contenere la
vastità senza poterla incarnare. Il bacio scappato per sbaglio — come
spesso accade nelle relazioni che temono la propria verità — è l’unico
evento reale in una notte affamata di sogni. Jacqueline abita l’eros come
enigma, e lo fa con una malinconia cosmica.
- Alessio Romanini, Orologio della
morte
Il nostro bravissimo Alessio Romanini recupera una tradizione antica —
quella del memento mori — ma la filtra attraverso un’immagine domestica e
inquietante: il tarlo, il “funesto insetto” che ticchetta nelle travi. Il
tempo non è qui astrazione, ma suono. Il rosicchio è la materialità della
fine che si avvicina.
Vegliare chi muore significa entrare in una temporalità diversa, scandita
non dall’orologio umano ma da quello biologico del decadimento. Il “ferale
orologio della morte” non annuncia soltanto la fine dell’altro, ma ricorda
al vegliante la propria. Romanini non indulge nel pathos: costruisce una
scena in cui l’angoscia è acustica, quasi architettonica. La morte si
sente prima di vedersi.
- Antonio Scalas, Io che non ho le ali
Antonio Scalas parte da una confessione di inadeguatezza: non sopporta la
pesantezza del reale né la confusione della mente. È la condizione di chi
percepisce il mondo come eccesso. Il volo che si promette non è evasione
infantile, ma strategia di sopravvivenza.
Levitare negli “spazi frastagliati delle nuvole” è un’immagine di
dissociazione creativa: trovare una distanza sufficiente per non cadere. I
gabbiani offrono traiettorie ardite, mentre i ciclopi — memoria mitica di
una forza primordiale — restano a terra. Scalas sceglie la leggerezza come
etica. Portare il proprio carico di sogni senza spalle che lo sostengano è
atto di autonomia. Il volo, qui, è responsabilità.
- Sandra Greggio, Occhi di cerbiatto
Sandra torna al tema dello sguardo come luogo della continuità affettiva.
Ritrovare negli occhi dell’adulta la paura della bambina è un atto di
riconoscimento che solo la maternità consente. Gli “occhi neri da
cerbiatto” non sono metafora decorativa, ma memoria incarnata.
La luce che guizza dentro è resilienza. E la consapevolezza che un giorno
non le sarà concesso vederli più introduce una temporalità dolente ma
serena. Sandra scrive con la tenerezza di chi sa che l’amore materno è
destinato a sopravvivere allo sguardo. Conservare quegli occhi anche con i
capelli bianchi è promessa di continuità oltre la presenza. Qui l’amore
non trattiene: custodisce.
E, per chiudere, riconoscendo in te, Sandra, soprattutto un'amica cara,
noto in te una vera passione per gli occhi, per quegli sguardi dal colore
cromatico particolare, simbolo di una ricerca di protezione, tenerezza,
sincerità in quel simbolo materno che ti è mancato.
Con tutto l'affetto che provo,
con la stima che debbo.
Vostro Ben Tartamo
10-11-12 Febbraio
- Felice Serino – La compagna
Questa poesia nasce da uno scarto impercettibile ma irreversibile: una
perdita d’asse, sì, ma più profondamente una perdita di gravità. Il
mondo non crolla: smette semplicemente di tenere. Nina non è soltanto
la figura amata, è il principio che dava continuità allo sguardo, la
linea invisibile che permetteva alle cose di stare insieme. Quando
scompare, ciò che resta è una materia che acceca: acqua e fango non
come paesaggio, ma come esperienza sensoriale del disorientamento,
come vita che non si lascia più attraversare con chiarezza.
Il gesto finale, affidato alla cagnolina, è di una lucidità spietata e
insieme compassionevole. Qui l’animale non sublima, non consola, non
simboleggia: custodisce. Quando il linguaggio umano si incrina, quando
ogni spiegazione diventa un abuso, resta uno sguardo che riconosce
senza nominare. La poesia suggerisce — con una sobrietà che è già
etica — che la dignità del dolore, talvolta, sopravvive solo là dove
non si pretende di capirlo, ma lo si accompagna.
- Alessandra Piacentino – Ed io che
avrei voluto…
Questo testo parla come parlano le verità che non chiedono ascolto, ma
arrivano lo stesso. La sua forza sta proprio qui: in una confessione
non sollecitata, che per questo non cerca assoluzione. La reiterazione
dell’amicizia tradita non è un’insistenza stilistica, ma il sintomo di
una ferita che non si lascia suturare. Non è l’esclusione a generare
il dolore, bensì l’ingiustizia muta che la circonda, quella zona
grigia in cui nessuno si sente responsabile.
Straordinario è il modo in cui il rancore viene traslato dal piano
morale a quello sensoriale: non esplode, sedimenta. “Sapido, cruento,
vendicativo” non sono giudizi, sono sapori che restano in bocca. E
tuttavia il testo compie un gesto decisivo: non si chiude nella
rivendicazione, ma in una postura interiore. Restare “pura, sana,
sola” non è un atto di orgoglio, ma una forma di resistenza morale.
Questa poesia non chiede riparazione: sceglie di non contaminarsi.
- Antonietta Ursitti – Parole
leggere
Siamo di fronte a una poesia che conosce l’arte difficilissima della
sottrazione. Ogni immagine è chiamata non a imporsi, ma a stare.
Roccia, vento, fiore bruno, cielo dorato: elementi originari, quasi
pre-linguistici, che non cercano significato ma relazione. Nulla
grida, nulla si espone: tutto ascolta.
La chiusa — “dicono parole leggere” — è una sospensione sapiente.
Quelle parole non vengono rivelate perché non devono esserlo. La
poesia si colloca sul confine tra ciò che appare e ciò che si
avverte, e affida al lettore un compito raro: rimanere in ascolto
senza possesso. È una scrittura che non vuole incidere, ma creare
uno spazio. E oggi, in un tempo saturo di segni, questa è una forma
alta di coraggio.
- Franco Fronzoli – Amami adesso
Questa poesia vive in una temporalità esposta, fragile, consapevole
della propria finitezza. L’amore qui non è promessa né progetto: è
evento. La ripetizione di “amami adesso” non supplica, ma afferma una
verità elementare: ciò che non accade nel presente non accade affatto.
L’alternanza tra moto e quiete è condotta con grande equilibrio: onde,
vento, pensieri erranti, e poi l’amore che “si distende lento”. Il
passaggio in cui l’amore “va via in cerca di vita” è il centro etico
del testo: non abbandono, ma fedeltà a un principio vitale che supera
il possesso. La primavera finale non consola: continua. Questa poesia
accetta che l’amore abbia stagioni, e proprio per questo lo rispetta.
- Enrico Tartagni – Pallavolo
Qui lo sport non viene elevato: viene mostrato. Il campo è uno
spazio concreto in cui il corpo sperimenta la solitudine e, insieme,
la possibilità del legame. Il lessico tecnico non irrigidisce il
verso: lo ancora a una verità praticata, sudata, condivisa.
“È il senso della squadra / l’amicizia non si tocca” è il cuore del
testo. In quel punto il gioco diventa etica, e l’etica diventa corpo
collettivo. L’inciampo finale non è caduta, ma gesto umano: una
preghiera laica per ritrovare un noi. È una poesia che non ambisce
all’altezza: sa dove fermarsi, e per questo convince.
- Giuseppe Stracuzzi – Una manina
tenera
Questa poesia nasce da un gesto minimo e si apre come una
cosmologia. La “manina” è principio, contatto originario che rimette
in moto il tutto. La lingua, volutamente ampia, accompagna un
movimento circolare: alba e tramonto, fiume e mare, cielo e terra.
Stracuzzi non cerca lo stupore dell’immagine isolata, ma la tenuta
del legame. Il senso non è nella metafora, ma nel ritmo che unisce
inizio e fine. È una scrittura meditativa, che chiede tempo e
restituisce visione: la vita come processo continuo, mai davvero
interrotto.
- Antonio Spagnuolo – Triangoli
Qui la poesia si fa gesto visivo, quasi plastico. I triangoli non sono
forme: sono tensioni, forze in attrito che si incontrano e si
dissolvono. La lingua è densa, materica, ma mai ornamentale.
“Cesello”, “spatola”, “spettro” appartengono a un fare artigiano che
diventa atto poetico. Nel finale, quando l’inganno svanisce, la poesia
afferma una verità severa: la forma autentica non seduce, rivela. È un
testo che chiede attenzione, e proprio per questo la ricompensa.
- Armando Salvatore Santoro –
Ricordi d’infanzia
Qui la memoria non racconta: riemerge. Non c’è nostalgia, né commento:
solo reperti sensoriali che tornano a occupare lo spazio. È una scelta
di grande maturità poetica.
Erba, ginestra, tiglio, castagne: elementi poveri che diventano
architettura affettiva. Santoro sembra dirci che ciò che resta non
sono gli eventi, ma le tracce che il corpo ha custodito. Questa poesia
non cerca il passato: lo riconosce quando riappare.
- Alessio Romanini – Pavido
crepitio
Questa poesia si regge sull’insistenza, e nell’insistenza trova la sua
verità. Accade poco, e proprio per questo accade tutto. Il ticchettio
è tempo che scava, coscienza che ritorna, pensiero che non trova
uscita.
Le onomatopee non alleggeriscono: stringono. Creano una claustrofobia
sonora che rende il silenzio impossibile. La solitudine qui è moderna,
meccanica, quotidiana. Romanini non alza la voce, e per questo ferisce
di più: a volte il dolore non grida, gocciola. E consuma....
- Sandra Greggio – La parola fine
Questa poesia affronta la chiusura come atto di cura. Scrivere “la
parola fine” non è rinuncia, ma compimento. La pagina senza sole non è
buia: è onesta.
La continuità tra gocce, ricordi e musica suggerisce che il passato ha
trovato una forma abitabile. I ricordi non feriscono più: pulsano. Qui
la fine non spegne, addolcisce. È una poesia che insegna che
concludere non significa perdere, ma riconoscere ciò che è stato
intero.
- Ciro Seccia – Giunsi a Te
Questo testo è breve, ma intensamente rituale. Il movimento è quello
di un avvicinamento: non conquista, non possesso, ma affidamento.
“Giunsi” è verbo concluso, pacificato. Il luogo non è descritto,
perché è interiore.
La rosa senza spine è immagine chiara, quasi classica, ma non
stucchevole: indica una bellezza che non ferisce, una presenza che
accoglie. Il profumo che si sprigiona non è sensualità, è memoria
affettiva. La Musa non è lontana, è respirata. Una poesia essenziale,
che vive di sobrietà e devozione.
- Jacqueline Miu – Poema /
L’assoluto
Qui la poesia si fa atto di luce. Il testo non descrive l’assoluto:
tenta di entrarvi, sapendo che non lo possiede. “Potrei brillarti” è
condizionale decisivo: la consapevolezza del limite rende credibile il
desiderio.
Il verso “liquido e blu” è di grande finezza: unisce colore, stato e
movimento. L’assoluto non è concetto astratto, ma riflesso negli occhi
dell’altro. Questa poesia non afferma, offre. E nell’offerta mantiene
la sua verità: l’assoluto, se esiste, passa sempre attraverso uno
sguardo.
Con tutto l'affetto che sento,
con la stima che debbo.
Vostro Ben Tartamo
7-8-9 Febbraio
- Armando Salvatore Santoro – Anche
una penna ha un peso
Questa poesia ha il colore della terra buona, quella che non fa
rumore ma nutre.
La tua voce, Armando, non ammonisce: invita a respirare. Quando
scrivi “Anche una penna ha un peso” sembra quasi che tu stia
sorridendo, consapevole che ogni parola è un seme e va deposto con
cura.
Il Cristo che citi non è distante, non è solenne: è compagno di
cammino, voce interiorizzata che ti ha insegnato a non accumulare, a
non confrontarti, a non inseguire. I prati verdi, la neve sui monti,
l’azzurro del cielo: sono colori semplici, familiari, che parlano di
un’anima pacificata, non ingenua, ma riconciliata.
E l’ultima immagine — quella penna che non porteremo via — non è
triste: è liberatoria.
Qui sento un uomo che ha capito che scrivere è amare il presente,
non lasciare tracce eterne. Una saggezza quieta, luminosa, che fa
bene anche a chi legge.
- Felice Serino – Ti so dolce
presenza (a Carlo Acutis)
Questi versi hanno il colore della luce del mattino, quella che entra
piano in una stanza ancora silenziosa.
Carlo Acutis non è un santo lontano: è presenza domestica, amico,
figlio, confidenza del cuore. C’è una tenerezza limpida nel modo in
cui lo chiami, senza retorica, senza altisonanze.
Il desiderio che esprimi — “fa che mi penetri nelle ossa” — è
profondamente umano: non vuoi imitare, vuoi assorbire quella purezza
breve, intensa, come si assorbe il calore del sole sulla pelle.
La brevità del testo è una carezza: dici poco perché senti molto.
Qui parla un’anima che non ha paura della fragilità, che riconosce
nella dolcezza una forza vera. È una poesia che resta accesa come una
candela discreta, ma che scalda.
- Alessandra Piacentino – Sapeva di
caramella e zucchero filato
Questa poesia è un arcobaleno spezzato, ma ancora luminoso. Parte
con i colori dell’infanzia — rosa, zucchero, caramella — e subito li
mette alla prova. Il mondo che osservi dal finestrino non è cattivo:
è troppo, saturo, rumoroso. E tu lo dici con sincerità, senza
protezioni.
C’è dolore, sì, ma non disperazione. La “bambina” che evochi non è
sconfitta: è lucida, costretta a crescere in fretta, a filtrare
immagini, a difendere il cuore. Le parole si accavallano perché così
accade dentro: rivelazioni strette, emozioni che non trovano spazio.
E poi arriva la natura — ed è come una mano fresca sulla fronte.
Neve, pioggia, sole, mare: colori primari che non mentono.
Il finale è dolcissimo: “Con il mio cuore riflesso nell’acqua tua”.
Qui sento un incontro vero, senza rumore, senza sovraccarico. Due
cuori che si riconoscono nello specchio limpido.
È una poesia ferita, ma vitale. Non rinuncia alla luce, la cerca con
ostinazione gentile.
Questa poesia ha il colore dell’azzurro che sfuma nel crepuscolo,
quando il mondo smette di essere oggetto e diventa dono.
Lo sguardo che “vaga” non cerca: accoglie. Albero spoglio, passero
infreddolito, acqua che gocciola — sono presenze minime, eppure
sufficienti. Qui sento un’anima che ha imparato che l’infinito non si
conquista, si raccoglie.
Il gesto di “stringere nelle mani” luna e stelle è infantile e
sapiente insieme: come se il poeta dicesse so che non posso tenerle,
ma posso amarle. Oro e argento non sono ricchezze: sono metafore del
sentire, frutti maturi dell’attenzione.
E poi quel t’Amo sussurrato, leggero come polvere di rosa: non chiede
eco, non pretende risposta. Accetta di perdersi nel silenzio.
Qui l’anima è pacificata, ma non spenta: vive di meraviglia quieta, e
questo è un dono raro.
- Antonietta Ursitti – Pensieri
lievi
Questi versi hanno il colore perlaceo dell’alba, quando tutto è ancora
possibile e nulla è definitivo.
L’alba non irrompe: ammicca. La luna non scompare: accompagna. C’è una
delicatezza costante, come se il mondo venisse toccato con rispetto.
I “pensieri lievi” non sono superficialità, ma sapienza gentile: la
capacità di restare qui senza perdere l’allusione all’eterno.
Sento un’anima che non ha bisogno di grandi parole perché ha fatto
pace con il silenzio. Rimane, ordina trame sottili, come chi tesse per
sé e per chi saprà guardare.
È una poesia che non chiede attenzione: la merita senza pretenderla.
- Aurelio Zucchi – Il mondo che
vorrei
Qui il colore dominante è un rosso acceso che vuole diventare
arcobaleno. C’è indignazione, sì, ma non rabbia cieca: c’è desiderio
di rifondazione. Il poeta non distrugge, immagina.
Chiedi scie, colori mai visti, tempo dilatato: è il sogno di un’anima
stanca della cronaca e affamata di senso. Gli “odiati squarci” e i
“ladroni degli umani miracoli” non sono slogan, sono ferite reali,
viste da chi soffre perché ama.
Il punto più bello è il desiderio del sussurro. Abbassare le voci per
far nascere il pensiero. Qui sento un’anima che crede ancora nella
parola, ma solo quando torna a essere responsabile, umana.
Il “teatro sempre aperto agli altri” è un’immagine luminosa: il mondo
come luogo condiviso, non come arena.
Questa poesia è un atto di speranza ostinata, e per questo
profondamente etica.
- Marino Spadavecchia – Ad un amico
/ A un amigo
Questa poesia non parla del ritorno: parla della fedeltà.
Non c’è nostalgia compiaciuta, non c’è il rimpianto come rifugio. C’è
piuttosto una memoria che pesa, che chiama, che non si lascia
archiviare. Il “ritornare” evocato fin dall’inizio non è un movimento
fisico, ma una necessità interiore: tornare a ciò che ci ha resi vivi
prima che il mondo ci rendesse prudenti.
Le immagini sono concrete, quasi povere — il panino, il muretto, la
pioggia, il petricore — e proprio per questo potentissime. Sono i
sacramenti laici di un’amicizia vissuta senza retorica, fatta di
condivisione reale, di tempo sprecato bene. In quei gesti semplici c’è
una ricchezza che l’età adulta non riesce più a replicare, solo a
rimpiangere.
Il passaggio sugli ideali “sentiti ma non capiti” è uno dei punti più
autentici del testo. Qui Marino non mitizza la giovinezza: ne
riconosce l’ingenuità, ma anche la verità bruciante. Quegli ideali
correvano “a scavezza collo” nel sangue non perché fossero giusti, ma
perché erano vivi. E ciò che è vivo lascia tracce profonde, anche
quando sembra fallire.
L’orizzonte vermiglio che separa “oltre l’oceano lontano” è una ferita
lenta, mai del tutto rimarginata. Non è solo la distanza geografica: è
la separazione che il tempo impone, quella che trasforma gli amici in
ricordi, e talvolta i ricordi in presenze silenziose. La poesia lo sa,
e non cerca di consolarci.
Il finale è il punto più delicato e più vero. La domanda resta
sospesa, come deve: tornare o raggiungerti. Non c’è certezza, non c’è
enfasi. C’è solo un amore amicale che non accetta di essere ridotto a
passato. “Lassù, dove sei” non è una frase tragica: è detta con una
calma che fa più male, perché nasce dall’accettazione.
Questa è una poesia scritta da chi ha imparato a convivere con
l’assenza senza normalizzarla.
Non chiede risposte, non pretende guarigioni.
Tiene aperto il dialogo, come si tiene accesa una luce nella stanza di
qualcuno che non c’è più — non perché debba tornare, ma perché
continui a essere riconosciuto.
Ed è in questo gesto silenzioso che la poesia diventa, davvero,
amicizia che non finisce. Grazie fratellone.
- Alessandro Borghesi – Depressione
Qui la poesia non cerca bellezza: cerca responsabilità.
Il tono è diretto, quasi civile, perché nasce da una urgenza etica:
dire che il dolore psichico non è uno spettacolo né un vizio, ma una
condizione fragile che chiede silenzio, non chiasso.
In questo testo sento un’anima che ha visto da vicino il baratro, e
che scrive non per sé soltanto, ma per fermare il giudizio altrui. La
rabbia finale non è aggressiva: è difensiva, come un braccio che si
tende davanti a chi sta per cadere. Qui la parola diventa gesto di
protezione.
- Renzo Montagnoli – Un amore fatto
di niente
Questa poesia ha il respiro delle cose che restano.
L’amore non è dichiarazione, ma continuità: piccoli segni che non
fanno rumore e proprio per questo reggono il tempo.
Ci parli con un’anima che non ha bisogno di eccessi perché ha
conosciuto la paura di perdere. L’amore “di niente” è in realtà amore
affidabile, quello che rassicura il corpo prima ancora della mente. È
la forma più matura del sentimento: non abbaglia, accompagna.
Le ombre non sono nemiche: sono presenze.
Il testo le segue senza scacciarle, lasciando che camminino, che
guardino, che ricordino. La disposizione spezzata dei versi è
coerente: il pensiero non procede in linea retta quando il passato
ritorna.
Caro, Franco avverto che non combatti più i ricordi, ma li attendi,
sperando che il vento li porti via quando sarai pronto. Le ombre non
urlano: stancano. E il desiderio non è cancellarle, ma ritrovare
normalità. Questo è un testo di resistenza silenziosa.
- Armando Bettozzi – Carnevale
Qui il riso è maschera consapevole.
Il dialetto dà corpo e sangue alla poesia, la rende popolare nel senso
più nobile: lingua che smaschera. Il Carnevale, invece di capovolgere
il potere, scopre di essere stato superato dalla realtà.
In queste righe sento un’anima disillusa ma non rassegnata. Il gioco
serve a respirare, ma quando chi governa trasforma tutto in farsa,
anche la festa perde senso. È una poesia che ride per non cedere, ma
che sa quando smettere di ridere. E questo è segno di lucidità, non di
amarezza.
Questa poesia è un graffio breve, volutamente spoglio, come lo sono i
corpi che descrive. Non c’è indulgenza, non c’è metafora che
addolcisca: il linguaggio è secco, quasi clinico. “Manichini
ambulanti” è un colpo secco, un’espressione che annulla la persona e
lascia il simulacro. Qui la moda non è estetica, è dispositivo:
produce corpi svuotati e desideri irraggiungibili.
Il verso più amaro è “disumane speranze”: non parla solo di chi sfila,
ma di chi guarda. L’inganno non è la bellezza, è la promessa di una
vita dignitosa venduta come immagine. Il nostro Lorenzo non alza la
voce, non moralizza: constata. E in questa constatazione asciutta c’è
una pietà trattenuta, che se rende il testo più duro lo trasmette più
vero.
- Giuseppe Stracuzzi – Una piccola
porta
Qui la poesia lavora per sottrazione. Pochi versi, pochissime
immagini, ma calibrate come un gesto necessario. La “piccola porta”
non è fuga, non è salvezza definitiva: è apertura momentanea,
possibile solo quando la stanza è buia. La luce non arriva quando
tutto è chiaro, ma quando serve.
Il cielo che entra non invade, non acceca: entra perché invitato dal
verso. Stracuzzi affida alla poesia una funzione essenziale e umile
insieme: non spiegare il mondo, ma permettere un passaggio. È un testo
che dice molto sulla fiducia silenziosa dell’autore: la fiducia che
qualcosa si apra, anche minimo, proprio nel momento più chiuso.
- Antonio Spagnuolo – Hardback
Questo testo è un’esplosione controllata. L’immaginario è ricchissimo,
stratificato, quasi barocco, ma mai caotico: ogni immagine rincorre
l’altra come in una partitura visiva. Pittura, musica, luce, materia
si fondono in un unico flusso che cerca di afferrare il “tempo degli
umani”.
C’è una tensione costante tra ornamento e rivelazione: gli “orpelli”,
le “perle”, le “scollature” non sono superficialità, ma tentativi di
dire l’eccesso del reale. Il finale è decisivo: “si fende l’alba e
irrompe la luce”. Dopo il vortice, non arriva il silenzio, ma una
chiarità guadagnata. Spagnuolo scrive come chi attraversa la
complessità senza semplificarla, fidandosi che, alla fine, qualcosa
emerga.
- Jacqueline Miu – Passeggiate in
Blues
Qui la poesia cammina, letteralmente. È un blues urbano, ironico e
malinconico insieme, dove il quotidiano (i fazzolettini, il
monolocale, le assenze) convive con un immaginario cosmico tenero e
sgangherato. La voce è fragile, ma non vittimistica: sa sorridere
della propria sproporzione.
L’immagine dell’amore come “cieco che guarda in lontananza” è
centrale: non giudica, non cerca difetti, continua a tendere lo
sguardo. C’è desiderio, ma anche autoironia, una consapevolezza
affettuosa dei propri inciampi. Il finale resta sospeso tra via e
miraggio, ed è lì che la poesia trova la sua verità: non nella
conquista, ma nell’atto stesso di continuare a sperare, anche
goffamente con tutto il gusto surreale e caleidoscopico della nostra
artista a tutto tondo chiamata Jac.
- Antonia Scaligine – Camminiamo su
una pacifica traccia
Questa poesia nasce da una veglia inquieta. Non è scritta per sfogo,
ma per presa di coscienza. Il tono è civile, diretto, volutamente
privo di ambiguità: qui la parola non cerca bellezza, cerca
responsabilità. L’angoscia non è individuale, è collettiva,
“progressiva”, come una malattia che avanza senza essere curata.
La sequenza delle immagini – parole urlate, fuoco, mitraglia, social,
schermi – costruisce un paesaggio saturato, dove la violenza non è più
evento ma abitudine visiva. Il verso che colpisce più a fondo è quello
che lega la società del denaro alla “virtuale realtà”: non come
denuncia ideologica, ma come constatazione amara di una giovinezza
disorientata, privata di relazioni vere.
Il finale è un appello che non grida. “Lasciando chiare orme” non è
ingenuità: è desiderio di responsabilità concreta. La poesia non offre
soluzioni, ma indica una postura possibile: camminare sapendo di
lasciare tracce, non ferite.
Forse mi sarò sbagliato, ma qui, solo tu, potrai dirci qualcosa in più
che non traspare dai tuoi intimi versi, o meglio, che non riesco
ancora del tutto a percepire. Grazie Antonia.
- Alessio Romanini – Pelle
fanciulla
Qui la voce è trattenuta, quasi timorosa. Il desiderio non irrompe: si
frena. La contrapposizione tra pelle “fanciulla” e pelle “canuta” non
è solo anagrafica, è morale. Il poeta sente il peso del tempo come
responsabilità verso l’altro, non come privilegio.
Il verso più delicato è quello che parla del “tremore”: non paura di
sé, ma paura di nuocere, anche solo sfiorando. L’amore, qui, è
rinuncia consapevole, custodia, rispetto del confine. Non c’è
idealizzazione della giovinezza, ma riconoscimento della sua
fragilità.
Il congedo è limpido e generoso: “è solo tua beltà”. È una poesia che
non prende, ma restituisce. E in questo gesto c’è una forma rara di
dignità affettiva. Sì, qui c'è tutto l' Alessio che stiamo imparando a
conoscere e ad amare.
- Sandra Greggio – La mia nicchia
Questa poesia è breve, ma profondamente raccolta. La “nicchia” non è
rifugio codardo: è spazio di attesa. Il passato non viene rimosso, ma
abitato con dolcezza, come si fa con qualcosa che ha fatto male ma ha
anche protetto.
Il tempo qui è scandito in minuti, non in anni. Questo rende l’attesa
concreta, quasi infantile. Il futuro non irrompe, non salva: “viene a
prendermi per mano”. È un’immagine di fiducia semplice, priva di
enfasi, che dice molto del modo in cui l’autrice concepisce il
cambiamento.
Il testo si chiude su un inizio, non su una conclusione. È una poesia
che non corre, non anticipa. Rimane ferma abbastanza a lungo da
permettere alla speranza di arrivare da sola.
Ricorda, mia cara sorella, la Speranza non promette: resta.
È ciò che continua a respirare in te
anche quando smetti di parlarne.
Ricorda, Sandra, per quelle cose che ci siamo già detti...
più di questo, la Speranza, non ha bisogno di parole.
Con tutto l'affetto che sento,
con la stima che provo.
Vostro Ben Tartamo
4-5-6 Febbraio
"Un tintinnio di speranza" è una
poetica espressione associata a Rosa Venuto, autrice originaria di
Acquedolci, utilizzata per descrivere la resilienza e la rinascita dopo un
evento traumatico (riferito come "tempesta Harry" in alcuni commenti
critici).
Il Significato: La frase incornicia l'idea di una "rinascita che non fa
rumore", un risveglio piano e silenzioso della vita, simile a un bambino
che si sveglia, opposto alla violenza di una tempesta o di un tuono.
La Poetica: La poesia della Venuto lavora per opposizioni, come grigio e
raggio, peso e risveglio, caduta e rialzarsi, evidenziando una resilienza
dolce ma ferma.
Contesto: Il tema si inserisce in un contesto di narrazione lirica che
esplora la vita, la memoria e la forza d'animo, talvolta richiamando
atmosfere siciliane e suoni che ricordano la natura.
In sintesi, il "tintinnio" rappresenta la piccola, costante speranza che
resiste e torna a suonare dopo le difficoltà.
- Antonio Spagnuolo – Sogno
Qui il sogno non è evasione: è verifica. La violenza del tatto non è
possesso, ma urgenza di realtà: palpo per accertarmi. Il corpo
dell’altra diventa prova di esistenza, come se l’amore, per essere
creduto, avesse bisogno di carne.
I “cuscini roventi” e il “crepuscolo malandrino” costruiscono un tempo
complice, laterale, dove il desiderio può concedersi senza morale. Ma
la parola che resta è “galeotto”: l’amore come colpa accettata, come
prigionia cercata.
Il finale — “spartiti con la mia accortezza” — è raffinato e inquieto:
non c’è abbandono cieco, c’è una regia silenziosa. Il sogno seduce, ma
chi sogna sa. Ed è questo sapere a rendere il testo sottile, non
semplicemente erotico.
Dentro questo sogno vive una coscienza che non si fida delle
apparizioni: ha bisogno di toccare per credere. L’urgenza non è
erotica, è ontologica. Qui l’anima teme l’inganno più dell’eccesso e
accetta la colpa pur di sentire che ciò che ama è stato reale, anche
solo per un istante.
- Armando Salvatore Santoro – Fiori
d’arancio
Qui la nostalgia non è lamento, è ricerca tattile. I profumi non sono
solo odori: sono una lingua perduta, un alfabeto dell’infanzia e della
terra. Le “fiumare”, i “limoni”, i “pastori” non fanno quadro: fanno
radice.
Il verso decisivo è “allungo la mano nell’archivio della memoria”: la
memoria come luogo ordinato, ma non più accessibile. Le corolle non
sono svanite: sono diventate irraggiungibili. E questa distanza — non
la perdita — è il vero dolore.
È una poesia che non chiede ritorno, ma fedeltà a ciò che è stato
profumo.
Qui parla un’anima che ha imparato che il dolore più grande non è
perdere, ma non poter più tornare. La memoria resta integra, quasi
ordinata, ma il cuore sa che certi profumi non sono fatti per essere
rivissuti, solo custoditi. È una fedeltà silenziosa, senza richiesta
di risarcimento
Pochi versi, ma verticali. Qui il dire si fa sottrazione.
“Absconditus” non spiega: vela. “Vortice d’astri” non descrive:
trascina. “Pantocrator” non definisce: impone silenzio.
È una poesia che non cerca confidenza, ma posizione: stare davanti
all’energia che crea senza chiedere di essere capita. La forza è tutta
nella misura: dire poco per non tradire troppo.
Qui l’anima sceglie il silenzio come atto di rispetto. Non cerca un
Dio vicino, ma uno che resista alla parola. È la voce di chi sa che
nominare troppo significa ridurre, e preferisce restare davanti
all’enigma piuttosto che addomesticarlo.
- Alessandra Piacentino – Coscienza
sulle labbra
Qui la lingua vibra come il corpo che descrive. Il testo procede per
accensioni, non per immagini isolate. L’amore non è sentimento, è
temperatura.
La bellezza “non si può contenere”: trabocca, scivola, riposa, risale.
La memoria della nonna — mele cotogne e zucchero di mandorla — è un
colpo finissimo: l’eros che incontra la cura, il desiderio che passa
dalla cucina, dal gesto antico.
La coscienza che sale alle labbra è parola che nasce dal corpo, non
dalla testa. È una poesia che non spiega l’amore: lo fa accadere.
L’anima della nostra Alessandra appare attraversata da un’energia che
non chiede permesso. L’amore non viene pensato, ma sale. È una
coscienza che si fida del corpo come luogo di verità, e nella memoria
affettiva trova la radice più sicura per non smarrirsi nell’eccesso.
- Silvio Canapè – Pensieri in pena
Qui la febbre non è solo interiore: è morale. I pensieri sono stelle
cadenti, ma cadono su corpi reali: bambini, tende, melma, ciotole
vuote.
Il poeta non separa il proprio battito da quello del mondo. Il petto
che si gonfia è lo stesso che si stringe davanti allo strazio.
Il verso “Mie son, le perdute genti” è un atto di assunzione: non
compassione, ma appartenenza. E la chiusa è netta, senza ornamenti:
questo è il vero amare. Non quello che consola, ma quello che non
distoglie lo sguardo.
Un’anima, quella di Silvio, che non riesce più a separare il proprio
battito da quello del mondo. La sofferenza altrui non è spettacolo, è
chiamata. C’è una responsabilità accettata fino in fondo: sentire
tutto, anche quando fa male, perché distogliere lo sguardo sarebbe una
colpa peggiore.
- Laura Lapietra – Eclittica di
un’utopia
Questa poesia è tutta costruita su un movimento obliquo, come la luce
che la attraversa. Nulla è frontale: il passo, lo sguardo, il sorriso.
La figura amata è magnetica e sfuggente, e proprio per questo genera
una ferita “docile”: una ferita che non protesta, ma resta.
Il momento decisivo arriva quando il sorriso si rivela “arte raffinata
di fuga”: non tradimento, ma estetica dell’assenza. L’utopia non
fallisce per mancanza d’amore, ma per eccesso di illusione.
Il cuore, “eclittico ed estraneo”, non esplode: si oscura. E
l’eclissi, qui, è una forma di conoscenza.
Ti rispondo come prima, da dentro il testo, senza sovrappormi,
lasciando che ogni poesia abbia il suo respiro. Le leggo come se
fossero state lasciate aperte sul tavolo, una accanto all’altra.
Laura ci appare attratta da ciò che non promette stabilità. Ama la
luce obliqua, non quella piena. Quando l’utopia si oscura, non crolla:
comprende. L’eclissi diventa sapere, e la perdita si trasforma in una
forma più matura di visione.
- Antonietta Ursitti – Una luna
tante lune
Qui la luna non è simbolo unico: è pluralità di stati dell’anima. Ogni
luna è un modo di sentire, un tempo interiore. Calante, piena,
crescente: non sono fasi astronomiche, ma posture affettive.
La forza del testo sta nella dolce progressione: dal mare che
inghiotte, allo sguardo che riflette, fino alle mani che accolgono. La
luna, alla fine, non illumina soltanto: parla. E ciò che dice è
essenziale, quasi materno: “guarda al domani senza paura”.
È una poesia che non sorprende con immagini ardite, ma rassicura. E lo
fa senza ingenuità, con una grazia che sa di veglia notturna.
Antonietta è capace di abitare le fasi senza spaventarsi. Sa che la
luce cambia, ma non scompare. È una voce che consola perché ha
attraversato il buio senza rinnegarlo, e ora può dire al futuro di non
fare paura.
- Franco Fronzoli – Cicatrici
Qui il verso si spezza perché la realtà non regge frasi intere. La
disposizione grafica non è decorativa: è ferita. Le parole cadono come
cadono le lacrime, come cadono le bombe, come cadono le vite.
“Cicatrici cucite nel cuore” è un’immagine terribile e precisa: la
ferita non è aperta, è suturata. Ma fa ancora male. E fa male
soprattutto perché resta.
Il testo non urla, non accusa: testimonia. Mamme, bambini, rumori di
guerra — niente viene spiegato, perché non c’è nulla da spiegare.
L’ultima immagine, i “rami del cuore”, è struggente: la cicatrice non
è solo interna, diventa parte dell’albero che siamo. Appesa, visibile,
incancellabile. È una poesia che non consola, ma impedisce di
dimenticare.
Il nostro Franco, parla per frammenti quasi come a non potersi
permettere frasi lunghe. Il suo dolore è stato integrato, non
superato. Le cicatrici non chiedono guarigione, chiedono memoria. È
una coscienza, quella del nostro bravo poeta, che sa che dimenticare
sarebbe una seconda violenza.
- Giuseppe Stracuzzi – Grazie
perdono
Qui tutto si muove in ginocchio, ma non per umiliazione: per ascolto.
L’io non parla subito, ascolta l’orizzonte, lascia che lo sguardo si
apra.
Mi colpisce il passaggio dal senso ai sensi, e poi oltre: come se la
conoscenza più vera nascesse quando smettiamo di affidarci solo a ciò
che tocchiamo.
Il cuore del testo è la sospensione finale: “l’infinito sospeso a due
parole”. Non tre, non molte. Due soltanto. Grazie, perdono.
Non sono parole morali: sono parole di relazione. Una riconosce il
dono, l’altra riconosce il limite. Insieme, tengono aperto il dialogo
con ciò che ci supera. È una poesia che non chiede risposte, ma
presenza.
Giuseppe ha trovato due sole parole sufficienti a stare al mondo. Non
per spiegare, ma per restare in relazione. Una accoglie, l’altra si
espone. Insieme tengono aperto uno spazio abitabile tra finito e
infinito.
- Ciro Seccia – Una Luna Blu
Qui c’è un racconto, e non lo nascondi. L’infanzia visionaria, il
sogno dell’eroe, poi la frattura: “qualcosa in me si è spezzato”.
Detto così, senza enfasi, fa più male.
La “Vita Vera” entra come muro: figli, oneri, denaro che non basta. E
la poesia diventa rifugio, non fuga. Il foglio bianco non è evasione,
è spazio di sopravvivenza.
La Luna Blu è ciò che resta possibile: rara, non quotidiana, ma
necessaria. Amore, avventura, desiderio — non negati, ma scritti.
È una poesia onesta, che non idealizza né il sogno né la realtà. Sta
nel mezzo, e ci resta.
Ciro, ha conosciuto la frattura tra sogno e necessità, e non ha scelto
di mentire a nessuno dei due. La scrittura diventa il luogo dove ciò
che si è spezzato continua a respirare. La Luna Blu non salva, ma
orienta.
- Jacqueline Miu – Una lenta ultima
ora d’amore
Qui il tempo è tutto. Non l’atto, non il possesso: l’attesa. L’amore è
trattenuto, sfiorato, quasi taciuto. “Vorrei baciarti” ripetuto è più
potente di un bacio dato.
Mi colpisce la naturalezza con cui convivono cielo, strada, mani che
si stringono, desiderio e pudore. Non c’è teatralità: c’è tremore.
Le immagini — i lupi di nuvole, i fiocchi di neve sul naso — non
decorano, accompagnano. E il finale è di una tenerezza dolorosa: i
sogni portati addosso per non farli morire di freddo.
Qui l’amore non è promessa eterna, è cura quotidiana della distanza. E
questo lo rende vero.
La cara eclettica nostra Jac sa che l’amore vero non coincide con
l’atto, ma con la cura del tempo che precede e segue. Portare i sogni
addosso è un gesto di responsabilità affettiva: non lasciare che
l’altro muoia dentro la distanza.
- Antonia Scaligine – L’esito è il
dubbio
Qui il dubbio non è esitazione sterile: è luogo morale. La poesia
prende una frase enorme, quasi ingombrante — “Essere o non essere” — e
la porta giù, nella vita quotidiana, dove il problema non è morire o
vivere, ma restare veri.
Il passaggio da “essere o non essere” a “essere o apparire” è
naturale, inevitabile. È come se tu dicessi: il dramma non è
l’esistenza, è la maschera. E quando scrivi “sono libera di essere /
nella mia autenticità” non stai affermando: stai domandando. C’è
un’inquietudine onesta in quelle righe.
Mi colpisce molto la distinzione tra ciò che non diciamo mai (“eccomi
sono come tu mi vuoi”) e ciò che diciamo spesso (“se mi vuoi son fatta
così”). In mezzo, c’è tutto il territorio fragile delle relazioni.
La metafora della foglia morta e del marcio sotto la scorza è
semplice, ma efficace: non accusa, constata. Il dolore nasce non
dall’imperfezione, ma dalla falsità.
Il finale è netto e giusto:
Siamo amici / per quel che siamo / non per quello che vogliamo essere.
Qui la poesia non cerca bellezza, cerca fondamento. E lo trova.
Antonia, insomma, non cerca certezze, ma coerenza. Il dubbio è il
prezzo pagato per non tradirsi. L’amicizia, per te, è possibile solo
dove non si recita. Meglio la verità nuda che una vicinanza fondata
sull’apparenza.
- Alessio Romanini – Ore d’ottone
Questo testo ha un passo chiuso, quasi claustrofobico, e funziona
proprio per questo. Le ore non passano: oscillano. Il pendolo d’ottone
è un’immagine riuscita perché è solida, pesante, sonora. Non scorre il
tempo, batte.
Mi piace molto l’accostamento tra “astratto” e “calcestruzzo”: è una
contraddizione apparente che rende bene il senso di una mente
inchiodata a un’idea fissa. Qui il pensiero non vola, indurisce.
E quando dici “sarà tedioso esistere”, non è una provocazione
filosofica: è una stanchezza concreta, detta senza compiacimento.
Il verso finale, “uggia come pioggia su ignuda cute”, chiude
perfettamente: la noia non è concetto, è sensazione fisica. Cade
addosso, raffredda, insiste. È una poesia compatta, coerente, che non
chiede empatia: la produce.
La tua, Alessio, mi appare un'anima lucida fino alla fatica. Il tempo
pesa perché è cosciente di sé. Non c’è desiderio di sparire, ma di
smettere di stringere un pensiero che ha indurito il respiro. La noia
è il sintomo di una mente che non si arrende all’automatismo. Che
dire, Alessio, sei Vero.
- Sandra Greggio – Condivisione
Qui la poesia è gesto. Non metafora ardita, non conflitto: presenza.
“Dai voce ai miei pensieri” è una frase che tutti vorremmo dire a
qualcuno, ma che raramente troviamo il coraggio di scrivere. E tu lo
fai senza enfasi, senza protezioni.
L’empatia qui non è parola astratta: è camminare insieme. La strada
della vita può essere accidentata, ma “per noi” diventa liscia. Non
perché il mondo cambi, ma perché la compagnia lo trasforma.
La chiusa con la superficie del mare è quieta, non spettacolare. È una
calma guadagnata, non promessa.
È una poesia che non vuole lasciare il segno: vuole tenere la mano. E
questo, spesso, è il segno più duraturo.
Grazie Sandra.
Con tutto l'affetto che sento,
con la stima che debbo.
Vostro Ben Tartamo
Grazie Ben
Per i tuoi lusinghieri commenti.
La tua sensibilità, riesce a raggiungere il
Nocciolo, il cuore pulsante delle mie poesie.
Grazie di cuore.
Alessio Romanini
Ringraziamento
Grazie Ben hai commentato il mio pensiero , ebbene sì io li
chiamo pensieri e non poesie in quanto con i versi esprimo solamente quello
che sento nel momento che succede qualcosa a me o al mondo intero, così
butto giù un pensiero e tu lo rendi sublime e poesia , assolutamente vero
identico a tutto quello che volevo dire e quei versi buttati di getto li
rendi speciali, grazie mille ,ricordati che ogni volta che leggo i tuoi
commenti ti sto ringraziando con un forte abbraccio sincero ,la distanza di
un’ amicizia ,se pur virtuale ,se è vera e sincera resta sempre , anzi forse
è più sincera di quella che ti è vicina , a me è successo ,sembra strano
proprio in chiesa e al volontariato , quando si vuole a tutti i costi
apparire migliori .Ribadisco e sottoscrivo le stesse parole anche per
Lorenzo la nostra amicizia distante e virtuale dura da più di vent'anni,
perché si fonda sulla stima sincera come la tua , e nel ricordo di Piero
Romano Colonna. Un caloroso abbraccio e grazie a te e a Lorenzo che Dio vi
benedica sempre
Un saluto affettuoso a tutti i poeti
Antonia Scaligine
Grazie ancora una volta a
Ben che con i suoi commenti
oltre a mettere in rilievo l'essenza, dona vita
alle poesie.
Grazie Ben.
Silvio Canapè
1-2-3 Febbraio
- Giuseppe Stracuzzi
– Ave Maria
Qui la parola non racconta il sacro: ci entra con
passo lieve, come si entra in una stanza dove qualcuno sta pregando
davvero. E l’attacco, quell’“Ave Maria” ripetuto, non è ornamento: è
fiato. È il gesto semplice di chi torna a bussare due volte, perché una
sola non basta quando hai bisogno.
“Dolce approdo” mi dà subito un’immagine fisica: il
punto in cui smetti di galleggiare e finalmente tocchi. Ma è un toccare
dentro. E “annodi terra e cielo” è una di quelle scelte che fanno silenzio
intorno: un verbo concreto, domestico, da mani. Non dice “unisce”, dice
“annoda”: come se la fede fosse un legaccio, una tenuta, una cosa che
regge perché qualcuno l’ha stretta.
Poi il dolore: “piange sempre vivo”. È una frase che
non permette consolazioni facili. Vivo, quindi presente, quindi non
finito. E quando arriva “hai graziato tutti, anche la croce”, io sento
un’inversione rara: non solo chi soffre è salvato, ma anche ciò che fa
soffrire viene toccato e cambiato. È come se il poeta avesse avuto il
coraggio di dire: persino l’oggetto del tormento può essere sciolto,
risanato, riportato a luce.
La chiusa è perfetta nella sua discrezione:
“illumina la soglia del mistero”. Non entra, non forza, non svela. Fa
soltanto questo: mette una lampada sul limitare. E a me pare una delle
forme più pure di rispetto.
- Antonio Spagnuolo –
Colori
Questa poesia ha un modo tutto suo di guardare: non
descrive un quadro, lo dipinge mentre parla. I “coriandoli” non mi suonano
come festa, mi suonano come dispersione luminosa: pezzi di qualcosa che
prima era intero, e ora cade in aria. E quel “tocco dell’amico” — così
vicino, così concreto — cambia subito il clima: qui non c’è teoria, c’è
pelle, c’è presenza.
L’arlecchino è una figura meravigliosa e pericolosa:
fa ridere e fa tremare. Inciso sulla tela, “porge stupore”: come se il
poema chiedesse al lettore di non difendersi troppo, di lasciarsi
sorprendere. E quei “bianchi cerchi”… io li leggo come spazi lasciati
apposta, pause dipinte, vuoti necessari: perché se non lasci un vuoto, non
entra nulla.
Quando “il corpo muta le parvenze”, non è
travestimento: è tentativo. Il corpo prova a trovare una forma che gli sia
fedele. E poi arriva “rigoroso il disegno”: ecco la disciplina che spezza
e ordina, che fa fessure, che separa per capire. La “sirena” lanciata tra
i corpi è un colpo: seduzione che attraversa, canto che distrae, richiamo
che ferisce.
E infine quell’immagine finale, “s’aggroviglia
l’anima per l’amore smarrito”: non “finito”, non “morto”. S-marrito:
perduto come ci si perde in una città, e ancora si crede che sia possibile
ritrovarlo. È una chiusa che non moralizza, non consola: resta accanto al
nodo.
- Armando Bettozzi –
Un fatto, una poesia
Qui il testo non fa il gentile: entra come entra una
notizia che ti prende allo stomaco. E sceglie deliberatamente un registro
che non chiede permesso, perché certe cose — quando bruciano — non si
dicono con i guanti.
La cronaca non è un pretesto, è una miccia. E il
romanesco non è colore locale: è un modo di inchiodare l’astrazione. La
lingua, così, diventa una mano che afferra la giacca e dice: “guarda bene,
non voltarti”. Anche le ripetizioni, l’insistenza, quel martellare
sull’espressione “omicidio volontario”, lavorano come un chiodo: mostrano
lo strappo tra parole di legge e corpo in pericolo.
Mi colpisce molto il gioco degli “incantatori”: qui
la poesia fa una cosa antica e necessaria, smonta il trucco. Non lo fa con
freddezza, ma con rabbia lucida, con sarcasmo, con quella comicità amara
che nasce quando il mondo sembra capovolto.
E l’urna “che nun vede e che nun sente” è
un’immagine che resta: non è un insulto al voto, è una preghiera
rovesciata alla coscienza. Come dire: attenzione, perché anche scegliere
può diventare sonno, se non ci si sveglia dentro.
- Armando Salvatore
Santoro – Amnesia
Questo sonetto è un oggetto fragile e fermo, come
una scatola chiusa: la forma tiene insieme ciò che altrimenti
traboccherebbe. È una poesia che parla di rancore, sì, ma non come veleno
puro: lo lascia vedere mentre nasce, e cioè dall’amore.
Il verso “a lungo non vivrai nell’astio sordo /
perché è germinato sull’amore” è il cuore del testo: qui c’è una
comprensione rara. L’astio è “sordo” perché non ascolta più nulla, ma il
poeta lo riporta a una radice calda: germinato. Un verbo di vita, messo
addosso a una cosa dura. È come dire: non ti odio perché ti odio, ti odio
perché ti ho amato.
E poi quella contraddizione bellissima e umana:
“Adesso scordi tutto con livore… / ma ormai dalla mia mente non ti
scordo”. Da una parte l’oblio rabbioso dell’altro, dall’altra
l’impossibilità di cancellare. Qui l’amnesia è quasi una maschera: si
finge di dimenticare per non sentire.
La chiusa, “stella morente”, è di una delicatezza
che fa male: non chiede di essere salvata, non chiede nemmeno di essere
vista. Accetta di spegnersi lentamente restando, comunque, luce. È una
dignità quieta.
- Felice Serino –
Preservaci
Questa poesia fa una cosa difficilissima: dice ad
alta voce ciò che quasi tutti sussurrano. È una preghiera, sì, ma senza
incenso. Qui c’è il corpo, e c’è la vergogna del corpo, e c’è anche
l’amore duro che si prova per la propria autonomia.
“Preservaci dall’aver bisogno degli altri”: già
questa riga è una confessione nuda, perché va contro l’idea “bella” della
comunità. Ma il poeta non fa il bello: scende nelle immagini che nessuno
vuole: la bava, la macchia di sugo, l’umiliazione minuta. E lo fa senza
compiacimento, senza crudeltà. Solo verità.
“Ché i figli siano il bastone” è una frase che non
si dimentica. Non perché è “forte”, ma perché è esatta. Non idealizza. Non
ricatta. Constata. E quel “per favore mi allacci le scarpe?” è una domanda
che, detta così, è già un tremito: non è la vecchiaia in generale, è una
scena. Un attimo. Un inchinarsi.
È poesia che non urla, ma che stringe la mano... e
il cuore
- Alessandro Borghesi
– La giovinezza
Qui la giovinezza non è un’età, è un modo di stare
al mondo: in movimento, in prova, in sfida. I “tabù” lanciati dai
“chiacchieroni” hanno proprio l’aria delle frasi fatte che piovono addosso
quando sei giovane: non ti spiegano, ti schiacciano. E tu, invece, ti
infili nei “tunnel a sorpresa”, giochi a nascondino: immagine stupenda
perché tiene insieme leggerezza e pericolo.
“La chitarra fa vibrare lo splendore dei difetti” è
una riga che mi fa sorridere con gratitudine: perché dice che
l’imperfezione può suonare. E che spesso, quando qualcosa è troppo
perfetto, non vibra più.
Il finale è il punto più maturo: “uniti diventiamo
genitori dell’alba”. Non è un paradosso gratuito: è la scoperta che la
giovinezza, se la tratti bene, può rinascere come alba anche quando
cresci. Non come nostalgia, ma come responsabilità luminosa.
- Alessandra
Piacentino – Natura e memoria
Qui la memoria non è un magazzino: è teatro.
“Memoria scenografica” è una formula splendida perché contiene già
l’ambiguità: ciò che ricordiamo appare, sì, ma appare in una luce scelta,
su un palco, tra quinte. Non è falso: è messo in scena. E quindi,
inevitabilmente, trasformato.
Mi piacciono molto “i grani del Rosario ripetuti da
laici cantori”: c’è una spiritualità che continua a battere anche quando
cambia nome. E poi “anfratti in filigrana che si spengono alla luce”:
questa immagine è finissima, perché dice che non tutto sopporta
l’illuminazione. Alcune cose, se le guardi troppo, muoiono.
Il testo procede come onde: “turbano come onde nel
mare”. Le ombre che vibrano “come pennelli in movimento” fanno pensare a
un quadro che si dipinge da solo, continuamente. E quel “tutto scorre
dinuovo e riappare” è la legge segreta del ricordare: ritorna, ma non
uguale. Ritorna cambiato. E tu, cambiato con lui.
È una poesia da attraversare lentamente, senza
chiedere subito “che cosa significa”: perché il significato si deposita
dopo, come sabbia.
- Antonietta Ursitti
– Accendi una stella
Questa poesia sembra piccola, e invece ha un respiro
largo. “Si apre il sipario” è già una dichiarazione: non sta iniziando uno
spettacolo, sta iniziando la vista. E la luna che “ti guarda” rovescia il
rapporto: non sei tu a osservare il cielo, è il cielo a farti sentire
osservato. Una tenerezza cosmica.
“Accendi una stella” è un imperativo dolcissimo: non
ti dice “spera”, non ti dice “credici”. Ti dice: fai luce. Anche se è una
sola. Anche se è tua. Di spalle alle nuvole: che gesto bello, quasi
ostinato, come chi decide dove mettere lo sguardo.
E la “linea perfetta” dell’orizzonte: lì la poesia
fa la cosa più semplice e più difficile, separa “mare” e “immensità”, e
poi li riconsegna insieme. L’infinito non è gridato, è “immaginato”. E
immaginare, qui, è un atto d’amore.
Qui la poesia viene chiamata per nome come si chiama
qualcuno di casa: “Poesia” ripetuto, insistito, quasi a volerla tenere
vicina. E poi, a ogni ripresa, una definizione che non definisce: vento
nei capelli, raggio del mattino, acqua che scende, usignolo, onde, foglie
d’autunno… È come se il poeta dicesse: non ti posso spiegare cos’è, ma
posso indicarti dove vive.
Mi piace il modo in cui il testo cammina: non è
concettuale, è elementare. È fatto di cose che chiunque ha visto, toccato,
sentito. Eppure, messe così, diventano una specie di rosario naturale —
perdonami la parola, ma qui ci sta — in cui ogni elemento è un grano.
E poi la notte: “nata di notte nel silenzio”. Qui la
poesia diventa brace, “fiamma nel cuore”. Non grande incendio: fiamma.
Cioè qualcosa che resiste. E quel “silenzio che traccia il cammino” è
forse la frase più saggia del testo: perché la poesia, spesso, non arriva
quando parli, ma quando finalmente taci abbastanza.
- Sandra Greggio – Il
mio desiderio
Sandra, qui tu (lasciami dirlo così, da amico) non
scrivi un desiderio: lo metti davanti, lo lasci lì, e non gli fai sconti.
“Seme che mai diventerà spiga”, “foglia che mai tornerà sul suo ramo”,
“gemma che mai sboccerà”: sono immagini semplici, terrestri, e proprio per
questo spietate. Non c’è dramma recitato: c’è l’evidenza.
La ripetizione del “mai” è una porta chiusa che però
continua a essere bussata dalla lingua. E l’ultima riga — “Nemmeno nella
notte delle stelle cadenti” — è un gesto quasi contro la favola. Quella
notte, per tutti, è il simbolo del “si avvera”. Qui invece no. Qui resta
un desiderio che non diventa destino.
Eppure, a me non lascia disperazione: lascia una
specie di dignità scarna. Come se la verità, detta così, facesse meno male
dell’illusione.
Questa poesia parla con voce diretta, e fa bene:
perché certe esperienze, se le “abbellisci”, diventano più facili da
ignorare. Qui invece no: qui c’è il dito puntato, c’è la derisione, c’è
l’esclusione. E la parola “diverso” ripetuta non è ridondanza: è un colpo
di martello contro un muro di vergogna.
La cosa più bella, però, è che tu scrivi “TU”
grande, due volte. Quel “TU” è una mano tesa. È il riconoscimento tra
simili, tra persone che hanno imparato a vivere fuori dai canoni. E in
quel “Mi comprendi” c’è un bisogno autentico: non essere capiti in
astratto, ma essere visti.
Il finale, quando dici “forse sei anche migliore”, è
rischioso ma vero: perché spesso chi ferisce lo fa anche per paura
dell’eccellenza altrui, o della libertà altrui. E la poesia qui fa una
cosa importante: non chiede permesso per esistere. Esiste. Punto.
- Jacqueline Miu –
Fame d’amore – fase uno
Qui mi hai colpito, Jacqueline, perché metti insieme
la sporcizia del presente e una fame che è antica come il mondo. “Ho
pagato in cripto valuta”: già questo è un colpo, perché l’amore entra nel
lessico delle transazioni. E subito dopo, però, lo ribalti: “t’aspetto
altare”. In due righe fai convivere mercanzia e sacro, e non come
provocazione: come verità del nostro tempo.
“Vorrei prenotato un posto al tuo fianco per due o
tre rinascite”: qui ridi e preghi insieme. “Prenotato” è parola da agenda,
da app, da ristorante. E “rinascite” è parola da mito. Questo scarto è il
cuore del testo: l’amore oggi parla così, e non bisogna vergognarsene.
“Divina porcheria” è la tua invenzione più
coraggiosa: non pulisci, non profumi, non ti fai bello. Ti spalmi di ciò
che di solito si nasconde. E quando dici che ti sottoponi “a tutti i test
per smettere di nascondermi alle paure”, lì la poesia diventa confessione
semplice: la tua grandezza è che non ti vendi come eroe. Ti consegni come
“uomo semplicemente umano”. E in quel “semplicemente” c’è una pace
possibile.
- Antonia Scaligine –
Non ho parole…
Antonia, qui fai una cosa finissima: prendi una
frase comunissima (“non ho parole”) e la smonti come un orologio, pezzo
per pezzo, fino a far vedere che dentro c’è paura, c’è impotenza, c’è
anche aggressività involontaria.
“Fragili e potenti” è la tua precisione: le parole
sono fragili perché si spezzano, potenti perché lasciano una tensione
anche quando non dicono. E la metafora della pila tolta è perfetta: non
crolla tutto, semplicemente si ferma. Si arresta il movimento, e allora ci
si sente perduti.
Mi piace molto la tua onestà quando dici che “non ho
parole” può indicare stupore, sdegno, incredulità: cioè può essere anche
un’arma. E poi la frase più vera: “Se manca l’ascolto e l’aggancio…” — qui
sta il punto. Non è solo questione di trovare le parole giuste: è
questione di incontrare un orecchio che le tenga.
Il finale è una piccola ribellione: se le parole
avessero un senso, uscirebbero dal “falso riserbo”. Come dire: basta con
le frasi di chiusura, basta con lo stop. Vorrei dirti — e non posso
ancora. E proprio quel “ancora” è una speranza discreta.
- Alessio Romanini –
Arterie d’assenzio
Questo sonetto ha il gusto amaro di chi ha imparato
a non mentire a se stesso. La scelta della forma classica è quasi un gesto
di disciplina: metti in gabbia l’angoscia, per poterla guardare senza
esserne divorato.
“Subdolo scorre nelle vene assenzio”: già
l’allitterazione fa scivolare il verso come un liquido. E “anestetizza
l’assenza da vita” è una riga che fa gelo, perché non parla di mancanza di
amore, ma di mancanza di vitalità — e dell’abitudine a non sentirla più.
Quando dici “È bandita la speme”, la parola “speme”
suona antica, e proprio per questo pesa: non è speranza quotidiana, è
speranza come principio. E “sentenzio” è un verbo tagliente: non canti la
ferita, la pronunci.
Il finale è durissimo e limpido: “L’assenzio: è
l’ultima verità. / L’inganno: è la fittizia presenza.” Qui la poesia
sceglie il veleno come sincerità, e rifiuta le presenze di cartone. È un
testo che non chiede carezze: chiede che si stia, con lui, nel vero.
Con tutto l'affetto che ho dentro,
con la stima che vi debbo.
Ben Tartamo
Grazie caro Ben,
per il tuo lusinghiero e ben strutturato commento.
Alessio Romanini
29-30-31 Gennaio
Desidero ringraziare anche su queste
pagine azzurre il poeta, scrittore e critico letterario RENZO MONTAGNOLI per
la sua recensione, pubblicata anche qui, al mio ultimo libro VERSANTI
DI-VERSI. Onorato per l'attenzione dedicata alla mia scrittura. La raccolta
è frutto di una ricerca attenta e approfondita all'interno delle mie stesure
che ritengo le più importanti e le più significative del mio percorso di
"scrivente".
Sono oltremodo contento per le finalità benefiche che mi sono imposto sui
proventi a me destinati. Grazie Renzo!
Aurelio Zucchi
Qui si avverte un’anima che ha scelto la natura come archivio
simbolico della memoria. Le foglie, l’aquilone, il vento non sono
scenografia ma strumenti psichici: trasformano la biografia in
elemento atmosferico, come se la vita potesse alleggerirsi solo
diventando paesaggio. Il tuo sguardo – perché in questi versi si sente
uno sguardo prima ancora che una voce – appartiene a chi vive in
dialogo continuo con il tempo, ma senza volerlo dominare. C’è una
malinconia mite, non tragica, tipica di chi ha conosciuto la delusione
ma non ha smesso di cercare meraviglia. Le ripetizioni di “pagine”
sono rosari laici, grani di memoria fatti scorrere tra le dita
dell’anima. In filigrana appare una personalità contemplativa, incline
all’introspezione, con un bisogno profondo di dare senso agli istanti
prima che il vento li disperda. È poesia che non grida: affida al
mondo il compito di ricordare per noi.
- Giuseppe Stracuzzi — Ravvedimenti
Qui il linguaggio si fa più minerale, più inciso. Le immagini sono
pietre, guadi, chiodi: lessico di attraversamento e di penitenza. Si
sente una coscienza che ha conosciuto l’errore e lo osserva con
lucidità quasi ascetica. La nebbia e gli anfratti parlano di zone
psichiche non completamente illuminate, ma non negate; anzi, cercate.
Questo è il segno di una mente riflessiva, capace di autoanalisi,
forse severa con sé stessa. I ravvedimenti e le preghiere non suonano
come moralismo, bensì come desiderio di riallineamento interiore. Jung
direbbe che qui l’Io tenta una riconciliazione con la propria Ombra.
C’è maturità emotiva: il poeta non chiede assoluzione, cerca
orientamento. E questo lo rende umano e credibile.
- Antonio Spagnuolo — Pennelli
Qui domina la coscienza artistica. È una poesia che riflette sull’atto
creativo mentre lo compie. L’artificiale che penetra, i fotogrammi, la
grafica che osserva il mondo: tutto rimanda a una mente visiva,
probabilmente sensibile alle arti figurative o alla dimensione
cinematografica dell’esperienza. Ma sotto l’estetica vibra un bisogno
di contatto: l’amplesso, i sussurri, il palmo alle labbra. L’arte non
è fuga, è ponte. Si percepisce una personalità attratta dalla forma ma
non fredda; qualcuno che usa il linguaggio come pennello per toccare
l’indicibile. Il finale, con la ricerca delle stelle, rivela un
orientamento verticale, quasi mistico: la bellezza come via di
elevazione.
- Armando Bettozzi — Cerco la Lisa
dei remoti giorni
Questa è poesia della memoria amorosa nella sua forma più disarmata e
dunque più vera. L’innocenza iniziale non è idealizzazione retorica: è
ricordo corporeo, domestico, vissuto. Quando arrivano ruggine e patina
del tempo, il poeta mostra una qualità rara: riconosce l’erosione
senza accusare, osserva il logorio come fenomeno naturale. Ciò parla
di un carattere leale, affettivamente profondo, per cui l’amore non è
episodio ma struttura dell’esistenza. Il paragone finale della
brodaglia è volutamente anti-lirico: è la sincerità che rompe
l’eleganza per dire il vero. Qui sento un uomo che ha amato sul serio
e che misura la vita in base a quella capacità. Non cerca la Lisa
soltanto: cerca la parte di sé che esisteva accanto a lei. Ed è questo
che rende la poesia viva, perché il vero oggetto della nostalgia non è
la persona perduta, ma la versione di sé che l’amore aveva reso
possibile.
- Nino Silenzi — All’improvviso
Qui l’anima osserva il mondo come uno specchio del proprio clima
interiore. Il pallore del cielo e il ghiaccio del silenzio non sono
meteorologia: sono stati dell’essere. Poi il fiocco — singolo, fragile
— inaugura una rivelazione. La neve diventa grazia che cade senza
rumore e ricopre il grigiore come una misericordia laica. Sento in
questi versi un temperamento sensibile agli scarti improvvisi della
vita, capace di passare dalla cupezza alla meraviglia in un battito.
Chi scrive - il nostro amato professor De Ninis, possiede una psiche
ricettiva, quasi infantile nel senso più nobile: sa ancora stupirsi.
La ripetizione “un altro, un altro” è il battito del cuore che torna a
sperare. Qui la neve è redenzione emotiva e, per questa intensa
poesia, come per l'impegno costante e duraturo da decenni speso
lungimirante per tutti noi, non possiamo dimenticare il nostro GRAZIE
- Armando Salvatore Santoro —
Mondi contorti
Questa poesia nasce da una ferita non rimarginata. La voce è satirica
ma sotto vibra un dolore autentico. L’invettiva morale è una corazza:
protegge un cuore che ha creduto e si è sentito tradito. La durezza
dei giudizi rivela una personalità passionale, poco incline alle mezze
misure, che ama in modo totalizzante e dunque soffre in modo
proporzionale. Psicologicamente, qui parla un Io che tenta di
ristabilire ordine dopo il caos affettivo, proiettando all’esterno la
propria disillusione. Ma proprio questa veemenza tradisce un bisogno
di purezza, di amore leale. È poesia di reazione, non di posa; e la
sua verità sta nell’eccesso.
- Enrico Tartagni — Parusìa
Questo testo è una ricerca mistica travestita da frammento. La parola
“parusìa” non è scelta casuale: indica attesa di manifestazione, di
rivelazione. Qui parla una coscienza in bilico tra terra e
trascendenza, tra desiderio umano e tensione al divino. Le immagini
sono scarti di visione, quasi appunti di un’anima che tenta di
nominare l’indicibile. Vedo una personalità inquieta, visionaria, che
vive la realtà come simbolo. L’iperuranio, la Madonna, i cieli: tutto
converge verso un bisogno di assoluto. È poesia oracolare, irregolare
ma sincera, come certe preghiere dette più con il respiro che con la
grammatica.
- Felice Serino — Cerchi l’ombra
Qui domina la sottrazione. Pochi segni, ma essenziali. Il meriggio,
l’ombra che si sposta, il lettino, il gabbiano: è una poesia di
coscienza presente. Non c’è dramma, c’è attenzione. Questo rivela una
mente contemplativa, capace di abitare l’istante senza violentarlo. Le
“righe nere che s’accavallano” sono insieme parole e pensieri che si
sovrappongono finché la natura li scioglie. Sento un carattere
pacificato o in cammino verso la pacificazione. Qui la distanza dai
rumori del mondo è scelta interiore prima che geografica. È haiku
mediterraneo, dove il silenzio dice più delle parole.
- Aurelio Zucchi — Lassù oltre le
nuvole
Qui parla un’anima che non ha mai smesso di dialogare con il cielo
come con una presenza viva. Il cielo non è scenario ma interlocutore
psichico, archivio simbolico, luogo transizionale tra infanzia e
maturità. Le immagini natalizie, le fate, la nonna: non sono nostalgia
semplice, ma archetipi di protezione. Si avverte una personalità
capace di custodire il bambino interiore senza farsene dominare; chi
scrive sa usare l’immaginazione come strumento di regolazione emotiva.
Quando il poeta “preleva” neve, pioggia o sole a seconda del bisogno,
compie un atto profondamente umano: riconosce che l’anima ha stagioni.
L’azzurro finale è una terapia del ricordo, un legame con l’infinito
marino che richiama origine e vastità. Qui c’è una psiche generosa,
incline alla tenerezza, che trasforma la fantasia in forma di
resilienza.
- Antonietta Ursitti — Ninfea
solitaria
Questa poesia respira come uno stagno calmo. I cerchi concentrici sono
il simbolo perfetto della coscienza che si espande a partire da un
centro silenzioso. La ninfea solitaria non è isolamento doloroso, ma
identità consapevole. Chi scrive osserva il mondo con sguardo limpido,
quasi meditativo. La barca dell’esploratore introduce la dimensione
umana: l’uomo attraversa, la ninfea permane. In filigrana si legge una
personalità che conosce la solitudine feconda, quella che permette di
vedere il cielo riflesso nell’acqua. È poesia di equilibrio: tra
movimento e quiete, tra scoperta e contemplazione. La parola “azzurra”
qui è una scelta d’anima, non cromatica.
- Alessio Romanini —Tela
trasparente
Qui l’atto creativo è chirurgia interiore. Il pennello diventa
scalpello che lavora sullo sterno: immagine potentissima, perché
colloca l’arte nel luogo del respiro e del cuore. Le “nere lacrime del
mondo” rivelano una sensibilità empatica, forse iper-ricettiva, tipica
di chi sente il dolore collettivo come personale. Ma il vero nucleo è
la trasparenza finale: un cuore diafano è un cuore che non si difende
dietro maschere. Psicologicamente è segno di autenticità ma anche di
vulnerabilità. Questa è poesia di chi non teme di guardarsi senza
filtri. E solo chi ha una certa nobiltà interiore accetta di non
apparire vermiglio, cioè eroico, ma vero.
- Sandra Greggio — Ninna nanna
Qui la natura diventa orchestra e madre insieme. Gli uccelli che
formano un pentagramma sono una visione di rara grazia: trasformano il
quotidiano in partitura cosmica. Questa poesia nasce da uno sguardo
che sa cogliere corrispondenze segrete tra mondo esterno e musica
interiore. Chi scrive possiede una disposizione armonica dell’anima,
una fiducia spontanea nell’ordine del creato. La ninna nanna finale
non è solo per la notte, ma per l’inquietudine umana. È poesia che
accarezza, e chi sa scrivere così spesso ha un cuore che consola anche
senza volerlo.
- Ciro Seccia — Un altro Giorno
Qui la metafora del giornale accartocciato è rivelatrice: non parla
solo di stanchezza, ma di una percezione di sé come oggetto usato dal
tempo, letto in fretta, poi spiegazzato dagli obblighi. L’alba alle
tre del mattino è una soglia esistenziale: il mondo dorme mentre il
poeta entra nella fatica. La neve, che per i bambini è gioco, per lui
è destino lavorativo — e in questa frattura tra sguardo adulto e
memoria infantile si apre la vera ferita del testo. Berlino non è solo
luogo geografico ma condizione interiore di lontananza, di
sradicamento. Tuttavia, nel pensiero della famiglia affiora il nucleo
caldo dell’identità: chi scrive è profondamente legato agli affetti, e
proprio per questo sente il peso del sacrificio. È una poesia onesta,
priva di orpelli, che appartiene a chi vive la dignità del quotidiano
e porta dentro una nostalgia silenziosa ma viva. L’uomo accartocciato
non è spezzato: è solo piegato dal vento dei doveri.
- Jacqueline Miu — Morte d’un
buffone
Qui la voce è maschera tragica e cosciente. Il buffone non è figura
comica ma archetipo dell’anima che dice il vero pagando il prezzo
sociale della marginalità. Le “vertebre storte” raccontano una
diversità strutturale, quasi un destino di disallineamento rispetto al
potere e al conformismo. La fauna simbolica — iene, pecore, scimmie,
leone — disegna una corte umana dove ciascuno incarna un istinto. Chi
scrive mostra un’intelligenza critica acuta, quasi politica, ma non
ideologica: è lo sguardo di chi osserva le gerarchie e ne coglie la
teatralità. Il funerale del buffone è il funerale della parola libera,
e il tono secco degli ultimi versi suggerisce una personalità lucida,
disincantata, che ha conosciuto dinamiche di esclusione o tradimento.
Eppure, nel salutare il buffone, si avverte rispetto: come se
l’autrice sapesse che chi osa dire senza difese vive è più esposto ma
più vero. Qui la poesia è lama, non carezza — ma una lama che incide
per rivelare, non per ferire.
Con tutto l'affetto che sento,
con la stima che debbo.
Vostro Ben Tartamo
- Risposta ad Antonia Scaligine
Cara Antonia,
le tue parole mi fanno davvero bene. Le sento sincere, come dette
guardandosi negli occhi. Se nei miei versi o nei miei commenti trovi
qualcosa che scalda, è perché nasce dallo stesso sentire che riconosco
nei tuoi. La poesia, in fondo, è questo scambio silenzioso di anima.
Ti ringrazio di cuore per l’affetto e la stima: li accolgo con
semplicità e gratitudine. Ti mando un abbraccio forte forte.
- Risposta ad Alessio Romanini
Caro Alessio,
grazie per esserti raccontato con tanta onestà. Non è mai scontato
farlo. Sapere che le mie parole ti hanno fatto sentire compreso mi
tocca davvero. La poesia a volte è una piccola casa dove possiamo
entrare senza maschere — e tu la abiti con verità. Continua a
scrivere, sempre: la tua voce ha peso, e ha luce. Ti auguro giorni più
leggeri, uno alla volta. Con stima e amicizia.
Ben
All'improvviso di Nino Silenzi
il cielo pallido
l'aria greve
in un silenzio di ghiaccio tutto diventa grigio ,ma c’è sempre una forza in
noi che riesce a vedere una farfalla volare , un fiocco di neve cadere sulla
terra
Altra tua bella poesia è
L'inverno appende
i suoi rigidi ghiaccioli
sulla grondaia della vita.
e diventa simbolo di tristezza e di solitudine perché è in inverno che si
sente maggiormente la vita
che avanza nera,
tra la purezza della neve bianca
Caro Lorenzo entrambe le poesie sono molto belle e profonde
grazie sempre per tutto quello che fai per noi ,tu sei la neve bianca che fa
brillare il nostro inchiostro , un abbraccio
...Con tutto l'affetto che sento
con la stima che debbo....
sono le parole di Ben che conclude sempre con questa dolcezza che fa
intenerire il cuore, ma soprattutto per la sua modestia , pur sapendo che
noi lo stimiamo, non solo per i commenti ma anche per le sue belle poesie
Lasciatemi qui … i tuoi versi accartocciati e abbandonati ti servono per
ritrovare
qualcosa per non essere dimenticato, per poter rinascere e tornare a vivere
in un'altra forma in una "fiammella del camino" per poter riscaldare il tuo
animo e quello degli altri , o un albero bambino . La sensazione è di una
rinascita, di un ciclo che si chiude e si riapre. È come se tu stessi
dicendo "Lasciatemi qui, e vedrete che tornerò, diverso ma sempre lo stesso.
Bella poesia dolce e poetica. Bravo
Fragili frammenti… poesia delicata e nostalgica come un fiore di giglio ,
l’amore per un figlio che cerca una carezza e Dio del cielo,
il grande Amore,
che perdona, perdona
Che dirti Ben sei bravo in tutto , ti ringrazio per i tuoi magnifici e
penetranti commenti che per me sono davvero qualcosa di speciale ,mi
intenerisci il cuore , un abbraccio e grazie
Un saluto a tutti i poeti
Antonia Scaligine
26-27-28 Gennaio
Carissimo Ben,
hai fatto centro! e non potevi trovare parole più
appropriate per analizzare questa lirica, che purtroppo
rispecchia una parte del disturbo che mi affligge, cioè
"Un disturbo dello spettro dell'umore" e anche se sono
sotto cura, si manifestano le sensazioni descritte nella poesia.
Ti ringrazio per aver avuto tanta sensibilità nell'analisi.
Un feedback più che positivo.
Ciao.
Alessio Romanini
- Antonietta Ursitti – Due rose
gialle
Qui c’è un’immagine semplicissima, quasi da fotogramma: finestra
spalancata, nebbia, edifici lontani. Ma è una semplicità che non è
“povera”: è volutamente scarnificata, perché il centro emotivo non è
la città, è lo stato interno. La nebbia non è solo meteo: è una
condizione psichica, un impedimento alla nitidezza, come quando si
guarda fuori ma in realtà si sta guardando dentro.
E poi succede la svolta: “tutto è grigio”, e in mezzo “due rose
gialle”. Qui la poesia compie un gesto che io trovo molto umano: non
prova a cancellare il grigio, non lo combatte, non lo nega. Lo accetta
come dominante. Però inserisce un’interruzione. Quelle rose non
cambiano la giornata, non trasformano la città: interrompono l’assenza
di colore. È una speranza minima ma vera, non retorica.
Il giallo è un colore delicato: non è il rosso della passione, non è
l’azzurro della pace. Il giallo è vita, luce, ma anche fragilità,
attenzione, avvertimento. Due rose: non una, non un mazzo. “Due”
sembra quasi dire: basta poco, ma deve essere reale. È la poesia di
chi conosce la tristezza e non ha bisogno di fingere felicità: gli
basta un segno che rompa l’inerzia. E , la nostra Antonietta, da Donna
vera, sincera e femminile da come fare.
- Franco Fronzoli – Datemi delle
ali
Questa poesia è una preghiera laica. È scritta come un’invocazione
ripetuta, insistente, quasi ossessiva: “Datemi le ali”. E questa
ripetizione non è solo stile: è psiche. È la mente che torna su un
bisogno essenziale, come se tutto il resto fosse secondario.
Il volo qui non è un vezzo romantico, è una via di scampo. Prima è
desiderio di infinito, di aquile, tramonti, alberi secolari: una
fantasia luminosa, quasi infantile nel senso migliore, cioè pura. Poi
però la poesia si apre al suo vero nucleo: volare lontano dai soprusi,
dagli uomini vili, dalle guerre che uccidono bambini.
In quel punto cambia il tono: non è più contemplazione, è dolore
morale. Una rabbia triste, quella di chi guarda il mondo e non riesce
più a starci dentro senza sentirsi sporco o impotente. È come se il
nostro Franco dicesse: non voglio solo scappare per me, voglio
scappare perché non sopporto ciò che l’uomo fa all’uomo.
L’albatro urlatore è un simbolo potente: l’albatro è il grande
viaggiatore del vento, ma “urlatore” aggiunge una nota disperata,
quasi di protesta. È un volo che non è silenzioso: è un volo che
grida. E alla fine, dopo tutto questo infinito, la richiesta si
restringe: “Solo un paio di ali / per / volare / lontano”.
Questo finale è devastante perché è piccolo. Dopo il cosmo e il
sistema solare, resta una cosa sola: andare via. Non vincere, non
cambiare il mondo, non spiegare: semplicemente allontanarsi dal
dolore. È una poesia che parla di evasione, sì, ma soprattutto parla
di saturazione emotiva. Quando la realtà pesa così tanto che la sola
fantasia rimasta è l’altrove.
- Giuseppe Stracuzzi – Pagine degli
errori
Questa è una poesia più introspettiva e più “adulta” nel senso
psichico: lavora sul rimorso, sull’autoanalisi e sul giudizio
interiore. “Ovunque la memoria ha chiuso gli occhi” è un verso
impressionante: la memoria non è più custode del passato, diventa un
essere stanco, che si rifiuta di guardare. Come una persona che non
vuole leggere la propria storia perché sa che fa male.
Poi arriva quell’immagine bellissima e crudele: “redarguire il cuore”.
Qui c’è un conflitto interiore netto: la mente rimprovera, il cuore
subisce. E “tornano i peccati a fine corsa”: sembra di assistere a un
processo, dove tutto torna al termine della vita o di una stagione, e
chiede conto.
L’aspetto più moderno e inquietante è “il resoconto delle opzioni”:
parola quasi finanziaria, quasi gestionale. Le “opzioni” sono le
alternative che abbiamo avuto. E quindi l’angoscia non è solo per ciò
che si è fatto, ma per ciò che avremmo potuto fare e non abbiamo
fatto. Questa è la colpa contemporanea: non solo l’errore, ma
l’occasione sprecata.
“Pagine imbrattate sfoglia il sole”: il sole qui non è consolazione, è
testimone. È come una luce che sfoglia la vergogna, la rende visibile.
E il finale “morde l’assillo di una qualche lacrima” è un colpo
psicologico perfetto: non è il pianto liberatorio, è l’assillo che
morde, e la lacrima è “una qualche”, quasi non degna di nome. È la
tristezza trattenuta, quella che non esplode ma corrode.
Questa poesia è l’anatomia di una coscienza che si giudica. Ed è
scritta con una densità — direi un'intensità — che somiglia davvero a
un referto dell’anima.
Grazie, Giuseppe: mi ha davvero colpito fin dentro l'anima.
- Antonio Spagnuolo – Ventagli
Qui siamo in un territorio affascinante: la poesia della modernità
digitale, ma trattata con eleganza, senza moralismi. Il protagonista è
“la piccola freccia lungo lo schermo amico”: il mouse diventa una
creatura viva, quasi una guida, quasi un dito della mente.
È una poesia sul controllo e sull’illusione del controllo. Il mouse
“tallona ogni linea incisa nella memoria” e nella “strana realtà
divenuta artificiale”: qui c’è la vera intuizione. La realtà
artificiale non è soltanto finta: è una realtà che si è fatta nuova
dimensione, e ormai contiene memoria, emozione, consenso.
La fotografia “colpisce l’istante come brocca assetata dell’eterno”:
immagine splendida. La foto è un gesto di fame metafisica: vogliamo
rendere eterno ciò che per natura muore. E infatti “coinvolgendo i
segreti del consenso” apre un tema sottile: il consenso non è solo
cliccare, è un modo di consegnare se stessi alla visibilità, al
desiderio dell’altro, al giudizio.
E poi: “Il disincanto splende tra i riflessi / giocosa ricaduta
dell’incanto.” È quasi un paradosso: anche il disincanto ha un
fascino. Anche sapere che è artificiale non ci salva, perché l’incanto
ricade comunque addosso, giocoso e inevitabile.
Questa poesia è lucidissima: non condanna, non esalta. Osserva. È
poesia da uomo che capisce la seduzione della tecnologia e la sua
malinconia, insieme. Ed io, aggiungerei, anche il pericolo che l'uso
non prudente della tecnologia e della cosiddetta Intelligenza
Artificiale, ci tolga pian piano la capacità stessa di poetare.
Grazie, Antonio per le emozioni e riflessioni provocatemi.
- Alessandra Piacentino – Tramonto
di sbadigli
Qui entriamo in una tempesta emotiva vera, quasi un flusso continuo,
un respiro lungo senza sosta. La poesia è piena di immagini in
cascata: peonie, puzzle, goccia sul vetro, mareggiata, fiocchi di
luci, giardini di assenze. È come se il linguaggio non riuscisse a
stare fermo, come se cercasse continuamente forme nuove per dire lo
stesso dolore.
Il titolo “Tramonto di sbadigli” è geniale perché è dimesso: lo
sbadiglio è il corpo che cede, che non combatte più. È stanchezza,
svuotamento, un abbandono. E il tramonto è la fine di qualcosa, ma
anche un colore. Quindi già dal titolo: bellezza e spossatezza
insieme.
Il verso che secondo me è il cuore psicologico del testo è: “Nel
silenzio ascondo ogni battito / Perché il mio cuore non ne sopporta
più il peso”. Qui non è tristezza romantica, è una condizione di
sovraccarico: il cuore non sopporta più nemmeno se stesso. È come se
vivere fosse diventato un rumore troppo forte.
E poi “Non ci sarà neve questo inverno / Non ci sarà voce per questa
mareggiata”: questa doppia negazione crea una profezia depressiva. La
neve è purezza, è riposo, è un reset. Qui manca. E manca anche la
voce, cioè la possibilità di dire, di chiedere, di farsi sentire.
La poesia è piena di onde, sussurri, dissolvenze: parole che indicano
instabilità, evaporazione. Ma dentro questa dissoluzione c’è una fame
precisa: “Sbattono i polmoni in cerca di ali”. Le ali tornano come
nell’altra poesia, ma qui non sono un sogno di libertà: sono un
bisogno d’aria.
Il finale “Il mio cuore è respiro senza pace / Mentre tutto tace” è
devastante: perché la sofferenza non viene accolta dal mondo. Il mondo
tace. E quindi la persona rimane sola col proprio rumore interno.
Questa poesia sembra scritta da qualcuno che sente troppo, tutto
insieme, senza filtri. E non è un difetto: è una condizione. Però è
anche un rischio: quando il cuore piange “in cerca di un eco” e non lo
trova, la solitudine diventa amplificatore del dolore. Qui c’è una
richiesta implicita, fortissima: “ascoltatemi davvero”. E credo
sinceramente, cara Alessandra, che leggendoti in questa tua stupenda
poesia, lo abbiamo fatto.
- Armando Bettozzi – “Sò cazzi
vostri! qui – na vòrta entrati!”
Questa non è “solo” una poesia in romanesco: è un monologo civile, una
satira amara che usa la lingua popolare come arma morale. Il romanesco
qui non serve a far sorridere: serve a dire la verità senza trucco,
con quella brutalità che la lingua ufficiale spesso addomestica.
Infatti l’incipit è già un cartello da inferno dantesco: “Sò cazzi
vostri!” — non è volgarità gratuita, è sentenza. È la sensazione di
entrare in un luogo in cui la persona smette di essere persona e
diventa pratica, numero, destino.
Il testo ha un ritmo orale, da bar, da strada, ma dentro si muove una
mente lucida, piena di memoria storica: “una vòrta” il tribunale era
duro ma prevedibile; oggi è un labirinto di cavilli, di
interpretazioni, di giochi in cui non vince la giustizia ma l’abilità
a manipolare. E questa è la prima frattura psicologica: non è tanto la
punizione a spaventare, quanto l’arbitrarietà. Quando la legge non è
più percepita come regola, ma come roulette, l’anima collettiva si
avvelena.
Poi arriva la parte più feroce e più moderna: l’attacco alla
“zicologgìa” come dispositivo che, invece di comprendere, viene
percepito come una macchina di assoluzione. Qui l’autore sfiora un
nervo scoperto: la paura che la società cerchi sempre una
giustificazione a tutto, fino a rendere impossibile chiamare “colpa”
la colpa. È un testo che urla: non tutto è trauma, non tutto è
destino, non tutto è contesto. A volte un gesto è un gesto.
Ma, attenzione: questa rabbia non è ignoranza della psicologia, è
sfiducia verso l’uso ideologico della psicologia. In altre parole: non
sta dicendo che la mente non conti, sta dicendo che ci stiamo
nascondendo dietro la mente per non avere più il coraggio di
giudicare.
E la cosa più interessante è come la poesia costruisce un mondo
capovolto: se sei “normale”, sei colpevole; se hai attenuanti, vieni
liberato. Qui si sente il trauma sociale della gente comune: l’idea
che chi non ha scuse non abbia neppure diritto a una difesa emotiva. E
quando entra la divisa (carabiniere) la percezione diventa addirittura
tragica: al servo dello Stato si chiede un sacrificio totale, senza la
stessa protezione.
Il finale con la “parte rossa” e la “prevenzione” porta il testo in un
territorio politico, ma non è propaganda: è disperazione. È l’urlo di
chi vede il delinquente “risaputo” girare libero con fogli di via
ripetuti, e poi il morto. E allora la domanda morale diventa tremenda:
chi è correo? chi ha lasciato andare?
Questa poesia è un atto d’accusa, sì, ma sotto sotto è anche una
richiesta d’amore verso la giustizia vera: quella che non si fa
spettacolo, non si fa talk show, non si fa carnevale.
È scrittura che nasce da sfiducia e dolore civico: la tristezza di chi
sente che il patto sociale si è incrinato.
Armà, sì fortə veramente!
Qui, con il nostro Vate e mecenate prof. De Ninis, è tutto l’opposto:
pochi versi, essenziali, ma pesanti come pietre. È una poesia densa,
quasi aforistica, e dentro ha un’immagine che resta attaccata addosso:
“la grondaia della vita”.
L’inverno non è solo stagione: è un dispositivo che appende ghiaccioli
sull’esistenza, come se la vita stessa avesse i bordi congelati, come
se anche il quotidiano perdesse fluidità. E l’anima “si corrode” di
tristezza stantia: parola perfetta, “stantia”, perché non è la
tristezza intensa e nobile, è quella che ristagna, che non si rinnova,
che sa di stanza chiusa, di pensieri ripetuti.
Poi arriva la domanda: “Cos’è che avanza, nera, tra la gelida neve
bianca?”
Qui c’è la psiche in pieno: il bianco della neve dovrebbe essere
purezza, silenzio, cancellazione. Ma nel bianco avanza qualcosa di
nero. È la figura dell’angoscia che non sparisce neppure quando tutto
è immobile e “pulito”.
Questo è il verso di chi conosce il pensiero intrusivo: tu cerchi
pace, cerchi silenzio, e invece arriva un’ombra. Non sai neppure che
forma abbia, ma la vedi (non solo la senti) avanzare.
È una poesia piccola ma grande, di quelle che parlano a chi ha
attraversato una stagione depressiva: non c’è dramma, non c’è scena.
Solo erosione.
- Rosa Venuto di Acquedolci –
“Letojanni” / Un tintinnio dopo la tempesta
Qui entriamo in un canto di resilienza dichiarata. Il testo è
luminoso, ma non è ingenuo: nasce dopo un evento traumatico (“tempesta
Harry”). E la chiave emotiva è quella frase iniziale che hai scritto
tu, Rosa, come cornice: “rinascita che non fa rumore”.
Questo è importantissimo: perché molte rinascite non sono epiche, non
sono rumorose, non sono “motivazionali”. Sono silenziose. E infatti il
simbolo scelto non è il tuono, ma il tintinnio.
La poesia lavora per opposizioni: tuono e quiete, grigio e raggio,
peso e risveglio, caduta e rialzarsi. Il modo in cui descrive la vita
che “si ridesta piano, come un bambino dopo un lungo sonno” è
dolcissimo, ma anche psicologicamente vero: dopo il trauma non torni
come prima, torni lentamente, quasi con un’identità nuova.
E il “tintinnio allegro” è proprio il contrario della retorica del
“devi essere forte”: qui la forza è una vibrazione minima, una piccola
musica interna che non si vede ma ti salva.
La frase “Si rinasce” non è gridata, è sussurrata. E in questo
sussurro c’è una fede che non è necessariamente religiosa: è fiducia
ontologica nella vita. Come se la vita fosse una creatura che cade, ma
poi si rimette in piedi.
E quando dice: “il sorriso di chi ha pianto” si sente la maturità
emotiva: la gioia non cancella il dolore, lo attraversa. È una gioia
che porta tracce, cicatrici, e proprio per questo è vera.
L’ultima parte, “Il dolore accompagna il passaggio, ma il tempo è
breve ed anche il dolore lo è. La vera gioia invece non conosce fine”
è una dichiarazione quasi metafisica, quasi consolatoria. Qui c’è
bisogno di senso, bisogno di credere che la sofferenza sia transitoria
mentre la gioia autentica resti. È una poesia che cura.
- Armando Salvatore Santoro –
Pensiero notturno
Questo è un sonetto moderno nel cuore, ma classico nella struttura
emotiva: la notte, l’assenza della luna, il pensiero che gira intorno
al letto della persona amata.
“Il mio pensiero forse ha più fortuna / biglietto mai non paga e va
lontano” è un inizio bellissimo: il pensiero è un viaggiatore
clandestino, entra dove tu non puoi entrare. E infatti fa quello che
l’io lirico non riesce più a fare: si avvicina senza disturbare, dice
parole che nella vita diurna sono state sprecate, buttate, dette male
o taciute.
Qui la poesia è tutta un dolore sobrio: non c’è rabbia, non c’è urlo.
C’è rimpianto e dignità.
“a te sembrava il mio un affetto strano / donato in un’età che tutto
imbruna” è una frase che contiene vergogna e tenerezza insieme: come
se amare, in quell’età o in quel momento, fosse apparso fuori tempo,
fuori posto, quasi ridicolo. E invece era vero.
Poi arriva la parte più tragica: “nel mio cuor non è rimasto niente /
perché m’è stato male ricambiato”
Questa è la condizione di chi ha amato troppo e si è svuotato: non è
solo tristezza, è impoverimento interiore.
E però… e qui sta la grandezza del sonetto… “ma il tuo resiste come un
sol splendente.”
Quindi c’è un residuo che non muore. Anche se tutto è stato male
ricambiato, quel sentimento resta, testardo, luminoso. Non come
ossessione, ma come prova che l’amore vero, quando nasce, non dipende
dalla ricompensa.
Questo testo ha la malinconia dei poeti che non cercano di convincere
nessuno: registrano. E nel registrare, salvano. È un sonetto che
lascia una scia di nobiltà emotiva.
Questa poesia è una dichiarazione d’identità che nasce non dalla
certezza, ma dalla frattura. È un “sono” che non arriva come una
bandiera, ma come un referto: “dubito / in me”. E già qui c’è qualcosa
di psicologicamente finissimo: non è il dubbio sul mondo, è il dubbio
sull’io. Quando dubiti di te, non hai più il pavimento sotto i piedi:
ti diventa estranea perfino la tua stessa presenza.
“uno slontanare” è un errore che sembra volontario, o comunque
perfetto nella sua imperfezione: non è “allontanare”, è “slontanare”,
come se l’atto di andare via fosse storto, sbilenco, non completo.
Come quando ti distacchi da te stesso, ma resti impigliato nei fili.
E poi “solitudine che si lacera / all’infinito”: non è una solitudine
quieta, è una solitudine che si strappa da sola. È una ferita che non
ha bordi, che continua ad aprirsi.
Il verso più vero, per me, è: “scrivo per difendermi”. Qui cade ogni
romanticismo. La scrittura non è espressione, è scudo. È
sopravvivenza. E infatti subito dopo: “mi aggrappo a nonsensi /
questione di vita o di morte”. Questa è una confessione potentissima:
quando non reggi la realtà, ti attacchi anche al nonsenso, perché il
nonsenso almeno non ti giudica. È come dire: se la logica mi uccide,
mi salvo nel delirio controllato.
Le “pareidolie” (vedere figure dove non ci sono) sono il simbolo
perfetto di ciò che fa una mente sensibile quando soffre: cerca senso
ovunque, anche nel caos. I “sogni daliniani” e i “pindarici voli”
indicano una psiche che reagisce al dolore inventando immagini,
evasione, metamorfosi.
E poi arriva il colpo finale: “-quindi / sono”.
Non è un sillogismo filosofico, è un atto di resistenza. Non dice
“quindi sono felice”, “quindi capisco”, “quindi guarisco”. Dice solo:
esisto. E basta. Come chi riesce a tenere acceso un fiammifero nel
vento. Sei un grande Felice, grazie.
- Jacqueline Miu – Frutti di mare
Qui siamo davanti a un testo nervoso, sensoriale, contemporaneo, che
mescola poesia e materia urbana senza chiedere permesso. È una poesia
che sa di estate e di asfalto, ma con dentro una malinconia che non si
scioglie.
“sole cuoce la paturnia di cemento” è un inizio perfetto: non cuoce
solo la città, cuoce l’umore. La “paturnia” è una tristezza irritata,
quasi capricciosa, e farla diventare “di cemento” significa: questa
malinconia è strutturale, non è un pensiero passeggero.
C’è una scena d’attesa: panchine mobili, ombre annoiate, passerotti
che aspettano il vespro. Tutto è fermo. E in questo fermo si sente una
cosa: tu aspetti qualcuno e il mondo continua a fare pubblicità,
fritto, McDonalds, profumi finti, rose “stanche di fiorire per
niente”. È una poetica della disillusione: la bellezza esiste, ma è
stanca, sfruttata, come se non credesse più nel suo stesso ruolo.
Il verso “la mia anima va a nascondersi dentro un minestro di sudore
asciutto” è di una bruttezza voluta, ma geniale: sudore asciutto è una
contraddizione che descrive benissimo l’estate urbana: sei consumato,
ma non liberi niente, resti appiccicato a te stesso.
E poi c’è una satira dolente sul romanticismo moderno: “afa come
coordinato contemporaneo con cui sembrarti romantico eppure alla
moda”. È una frase che fa ridere e fa male: come dire che oggi anche i
sentimenti cercano di vestirsi bene, di essere presentabili, mentre
dentro c’è solo fame di senso.
La seconda parte cambia tono: diventa confessione.
“seduto al sole come sopra una sedia elettrica” è un’immagine
fortissima: l’attesa non è dolce, è esecuzione. E subito: “ho commesso
così tanti peccati da sentire il destino urlarmi di smettere di amarti
/ ma io sono sordo”.
Qui entriamo nella zona più clinica e più umana: l’amore come
dipendenza consapevole. Sai che ti fa male, sai che il destino ti urla
“basta”, ma tu non riesci.
E la metafora “grossi tappi bubboni di speranza nelle orecchie” è
tremenda e bellissima: la speranza non è luce, è infezione. È dolore
che ti rende sordo.
Il finale con i “frutti di mare col bisogno di abissi” è identità
poetica riuscitissima: sentirsi piccolo, salato, fragile, ma fatto per
le profondità. E poi quell’invocazione: “restami” ripetuta, come una
supplica d’infanzia. Non “amami”: restami. Rimani. Non andartene.
È una poesia d’amore molto adulta, perché non idealizza: mostra la
carne, il caldo, il consumo, e dentro ci mette il bisogno primario di
presenza. Incommensurabile Jac, hai colpito ancora!
- Alessio Romanini – Anedonia
Qui la poesia è quasi un trattato in versi. Parte addirittura da una
definizione clinica, e questo è già significativo: sembra scritto da
qualcuno che ha bisogno di nominare il male per sentirlo meno
onnipotente.
La struttura è fredda, coerente, e proprio per questo funziona: l’anedonia
è assenza di piacere, e la poesia la racconta senza teatralità. È una
descrizione sensoriale della perdita di sensibilità.
E “pelle di marmo” è perfetta: il marmo è liscio, nobile, ma non
vitale. Il piacere non passa.
“Il cibo non ha sapore” e i suoni “vacui” sono sintomi reali, ma
trasformati in immagini: una lingua che “si nutre di vita” eppure non
sente più. È la condizione di chi continua a vivere per inerzia, ma
senza ricompensa emotiva.
E poi l’immagine più colta: il Lete. Le sensazioni “intrise nelle
acque del Lete” significa: non solo non provo, ma dimentico di
provare. È un oblio affettivo.
È una poesia triste perché è lucida: non c’è disperazione espressa,
c’è pietrificazione. E spesso la pietrificazione è più dura del
pianto. Caro Alessio, se ho fallito, ti chiedo scusa, ma forniscimi un
feedback , se puoi. Grazie.
- Sandra Greggio – Conflitto
Qui la poesia è essenziale e immediata, ma centra un nodo psicologico
universale: la lotta tra ciò che conosci e ciò che potrebbe essere.
“Il cuore non riesce a dimenticare il vecchio” è un verso semplice, ma
dentro c’è l’intero meccanismo dell’attaccamento: il vecchio, anche se
faceva male, era casa. Il nuovo invece “ha paura del futuro / del
vuoto”. E questo è interessantissimo: di solito siamo noi ad avere
paura, qui è “il nuovo” stesso ad averla. Come se la possibilità di
cambiare tremasse.
Poi arriva l’attesa del segno. Qui è la zona più pericolosa: aspettare
un segno significa sospendere la responsabilità. Significa dire: “io
cambierei, ma devo essere autorizzato dalla vita”.
E infatti: “E attendendo / Si muore / Ogni giorno / Un po’.”
È un finale terribilmente vero: l’attesa non è neutra, consuma. Il
tempo che aspetta è già perdita. Sempre più brava la nostra Sandra.
- Antonia Scaligine – Ci sarà
ancora l’alba?
Questa è una poesia civile, ma anche una preghiera disperata. È
costruita come una domanda ripetuta: “Ci sarà ancora l’alba?” e questa
ripetizione non è estetica, è ansia esistenziale.
L’alba qui non è solo il giorno che ricomincia: è la fiducia nel
mondo. E la poesia dice chiaramente: quella fiducia si sta spegnendo.
L’inizio con la natura (“miagolii d’amore”, “rondini”, “vera
primavera”) non è nostalgia sdolcinata: è il confronto tra un tempo in
cui il ciclo della vita sembrava avere senso e un presente in cui il
cielo è “coperto da nuvole di inganni”.
Poi la poesia entra nel sociale: guerra, politici corrotti, rifiuto
dei poveri. Il verso “Basta pagare !!” è la lama: qui la giustizia
diventa mercato.
E il passaggio più struggente è quando l’io dice: “Il mio io trema /
non per i miei tardi anni / ma per quelli appena sbocciati / di
bambini e giovani”. È una paura generazionale, quasi materna: non ho
paura per me, ho paura per chi viene dopo.
C’è anche un momento apertamente spirituale: “Grido contro quel dio
del denaro / sostituito al nostro Dio dell’amore”. Non è solo
religione: è l’accusa a un sistema di valori rovesciato.
E infine, la chiusura è un appello: “Dissotterra l’ascia della pace”.
Bellissima questa immagine: la pace non è un’idea astratta, è un’arma
sepolta che va riportata alla luce.
E il finale, “ridiamo ai bimbi lo stupore”, è l’unico vero criterio di
civiltà: se un mondo toglie lo stupore ai bambini, allora è già in
rovina. Grazie Antonia.
Con tutto l'affetto che sento,
con la stima che debbo....
E, questa volta, con le scuse più sincere
per i commenti freddi ed errati della precedente pubblicazione.
Ringrazio il fraterno amico, prof. Marino
Spadavecchia, per avermelo fatto notare bacchettandomi sonoramente!
Abbiate pietà tutti di questo somarello
chiamato Ben
Tartamo!!!
23-24-25 Gennaio
- Il grande segreto – Aurelio
Zucchi
Con il nostro Aurelio il verso respira con il ritmo dell’indagine,
come un detective dell’anima. Ogni personaggio incontrato è un
frammento di esperienza, e la scelta dei dettagli – un Pierrot, un
Arlecchino, l’alba dalla scogliera – mostra la sensibilità acuta del
poeta per la teatralità dell’esistenza quotidiana. I fonemi morbidi e
i tratti lunghi dei verbi dialogano con pause minime, creando un ritmo
di attesa e di rispetto: nessuno è costretto a rispondere, eppure la
voce del poeta insiste, morbida ma testarda, in un dialogo con il
mondo che è sempre in divenire. Il trattino e il punto esclamativo
finale non chiudono, ma spalancano lo spazio del viaggio: la felicità
non è risposta, ma cammino, esperienza continua, lettura lenta della
vita.
- Bianca chioma – Antonietta
Ursitti
Il testo di questa ultima proposta poetica della nostra Antonietta, mi
appare come un vento sospeso. Chiudete gli occhi, come me, dopo la
lettura di ogni verso... ed accade la magia:
la poesia cresce tra le fronde, ogni vocale vibra, ogni consonante
leggermente trattiene o solleva. La ripetizione del volo dei pensieri
crea un movimento etereo, dove la punteggiatura sparsa o assente
diventa respiro meditativo. La chioma non è soltanto visiva, ma suono,
gesto e spazio interiore: il vuoto finale non è fine, è libertà,
invito alla contemplazione. L’io poetico non interviene, lascia che il
mondo fluttui, fiducioso, nello spazio che crea. Grazie Antonietta,
l'ho davvero gustata
- hay(na)ku Concatenante – Laura
Lapietra
In questa poesia della nostra brava Laura, ogni parola si aggrappa
alla successiva come neve su neve: ritmo concatenato, suono che
scivola, consonanti e vocali intrecciate in un filo emozionale. Non
c’è sintassi lineare: c’è percezione pura, il mondo esterno e quello
interno coincidono nell’ondeggiare dei fiocchi, nel silenzio della
notte, nell’alba sorpresa. I fonemi morbidi, i gruppi di lettere
contigue creano vibrazioni di corpo e cuore: è poesia che agisce sul
sistema nervoso prima che sull’intelletto, come un fremito dell’anima
che si sveglia al mattino innevato.
- Lacrima – Franco Fronzoli
Qui la parola è corpo liquido, caduta, scivolo verticale di emozione.
Gli spazi irregolari, le linee spezzate, i gruppi di sostantivi
ammassati trasmettono il singhiozzo del dolore e il silenzio
dell’abbandono. Ogni scorrimento del verso è un movimento fisico: la
lacrima non è solo immagine, è suono, densità, peso. La sintassi
finale si allunga, cerca mani, raggi, baci: non conclude, ma spera, si
affida alla possibilità minima di cura, a un contatto, un gesto, una
luce. Il fonema duro di “vetro” e il flusso lieve del “bacio” creano
un contrasto emotivo che segna la distanza tra sofferenza e desiderio
di sollievo.
- Le parole improvvisate – Giuseppe
Stracuzzi
Il verso di Stracuzzi pulsa come un battito interno dell’anima: le
ripetizioni, le pause, i silenzi, diventano ossatura del pensiero e
non semplici strumenti formali. Il “tace l’onda di pensieri
indaffarati” è un gesto di distensione, un respiro del sé che si
separa dall’ego brulicante; ogni consonante sorda e ogni vocale aperta
accompagnano il peso dei castighi notturni e delle insonnie. La poesia
si eleva e si inclina come uno specchio, dove il cuore e la mente
dialogano senza fretta, e la consapevolezza si fa forma sonora.
- Bluesky/word – Antonio Spagnuolo
Spagnuolo costruisce paesaggi cromatici che diventano metafisici:
ogni colore – cobalto, pervinca, indaco – si fa tessuto emotivo, e le
parole come “dissolvenza” e “sussurro” vibrano in un continuum sospeso
tra visione e linguaggio. La punteggiatura rarefatta e la scansione
interna dei versi creano un ritmo fluttuante, dove la gioia e il
mistero convivono. La mano che accarezza il colore è gesto corporeo e
intellettuale insieme: la poesia non descrive, plasma la percezione,
immerge l’io nel gesto creativo del mondo.
- Las peonías se fueron – Marino
Spadavecchia
La lingua di Spadavecchia è sobria, quasi fotografica, ma vibra di
tensione emotiva: le peonie partono e lasciano il giardino come un
vuoto esistenziale, la punteggiatura segna pause di assenza, silenzi
che pesano più delle parole. Il cardellino che fischia un addio senza
saluto diventa nota stonata e memoria del tempo che passa; il vecchio
rannicchiato è corpo e metafora, e l’orizzonte pallido è spazio
psichico dove lo sguardo del lettore si posa, cercando ciò che resta
invisibile. La banalità domestica finale (“una disgrazia ai ferri”)
contrasta e amplifica il pathos, sciogliendo la tensione in ironia
amara.
- Il tramonto sulla pianura – Renzo
Montagnoli
Montagnoli tende a fondere natura, tempo e coscienza: il lento
scendere del sole diventa respiro comunitario, le immagini – chioccia,
aironi, campana – vibrano di suoni e fonemi aperti che rendono il
paesaggio vivo. La punteggiatura delicata e l’andamento cadenzato
creano una sospensione meditativa; il tramonto è specchio di
malinconia e memoria, e la pianura non è solo spazio fisico ma
presenza psicologica. La poesia muove l’animo tra ricordo e attesa,
tra visione concreta e interiorità lirica, senza forzare mai la
drammaticità: un lento palpito che accompagna il giorno verso il buio.
- Cuore sulla pelle – Alessandra
Piacentino
Cara Alessandra, la tua poesia pulsa direttamente dal corpo: il cuore
che “assale”, che pesa, che apre porte è gesto fisico e metaforico
insieme. La ripetizione del termine “cuore” diventa mantra emotivo, i
fonemi duri e aperti – pugno, pugnale, brividi – segnano le cicatrici
del passato e le ferite della memoria. La scansione dei versi,
talvolta senza punteggiatura, lascia il respiro sospeso, mentre gli
enjambement trasportano il lettore dentro la contraddizione tra fede,
timore e desiderio. L’io poetico diventa carne viva, vulnerabile e in
ricerca, e la tensione tra innocenza e esperienza si manifesta in ogni
sillaba, come un cuore che ancora spera di essere travolto.
- La gravità della situazione –
Enrico Tartagni
Tartagni gioca con il linguaggio come se fosse materia fisica, ogni
parola sospesa nello spazio della coscienza. Le cesure improvvise, i
segni non convenzionali, le maiuscole sparpagliate creano un ritmo
irregolare che simula il fluttuare in un vuoto gravitazionale emotivo.
Il testo è un equilibrio precario tra leggerezza e densità, tra ironia
e desiderio, dove i fonemi diventano micro-eventi: il poeta cade e
vola nello stesso gesto, cerca e trova, si mette a nudo attraverso un
procedere quasi coreografico dei suoni e dei pensieri. La gravità non
è solo fisica: è presenza psicologica, respiro esistenziale.
- Aurora sul mare – Silvio Canapè
Canapè fonde paesaggio e intimità con precisione lirica: i suoni del
granchio, del mare, della brezza diventano note di un’orchestra minima
in cui l’anima si muove. Le pause e i versi lunghi creano respirazioni
contemplative, gli enjambement accompagnano il flusso dei ricordi e la
presenza dell’amore. La luce che compare tra le ombre è simbolo di
rinascita, mentre il corpo e la memoria interagiscono: il granchio e
l’io che “annaspa” coincidono con la tensione del sentire, dove la
natura e l’emozione si intrecciano in una danza lenta e consapevole.
- E come di Primavera… – Cristiano
Berni
Berni costruisce un elogio che è al tempo stesso commemorazione e
visione poetica: la leggerezza dei verbi e l’assenza di rumore formale
riproducono la dolcezza dell’animo celebrato. La ripetizione delle
immagini primaverili – margherite, equinozio, marzo gentile – funge da
metrico battito dell’addio, dove il fonema aperto delle vocali espande
il respiro del ricordo. L’io poetico è delicato testimone, l’eleganza
della sintassi e la scansione dei versi conducono il lettore in una
sospensione di tempo, tra memoria, commozione e luce spirituale.
- Fermati musa – Alessandro
Borghesi
Borghesi gioca con tensioni interne che si fanno corpo e teatro
insieme: la musa addormentata è spazio fisico e simbolo
dell’ispirazione sospesa, mentre la punteggiatura irregolare e i
trattini enfatizzano pause emotive e colpi di coscienza. I fonemi duri
di “tranvata”, “zimbello”, “cavia” cadono come pugni nel verso,
creando una fisicità emotiva intensa. L’io poetico oscilla tra
desiderio di eternità e consapevolezza della precarietà, e il testo
vibra come scena sospesa, tra sacro e brutale, tra passione e
autodistruzione, in un equilibrio fragile e profondamente lirico.
- Burelsquando…2 – Armando Bettozzi
Bettozzi miscela umorismo e sensualità in un ritmo che danza come
rotolo di spugna: le assonanze e le consonanze, i fonemi morbidi e
schiacciati, creano una musicalità interna che accompagna il gesto
amoroso senza cedimenti di energia. La progressione, quasi
cinematografica, dall’attesa al colpo finale, trasporta il lettore
dentro un teatro barocco di eccitazione e leggerezza, dove la realtà
si dissolve nella commedia e nell’ebbrezza sensoriale, ogni parola è
gesto, ogni pausa è respiro. Insomma, senza offese, anzi, con molta
sentita stima, ribadisco l'arte affabulatoria del nostro Armando, la
sua capacità di unire ironia pungente, etica, morale e senso civico,
ma come in questo caso, anche puro divertissement.
- Vespa 1960 – Armando Salvatore
Santoro
La poesia è nostalgia incarnata, fonemi che rotolano sulle sillabe
come ruote sul selciato bianco. Il ricordo del vespino e del sol
cocente è tessuto di suoni vivi, consonanti che sbattono contro l’aria
come motore antico, e vocali che si aprono come polmoni alla memoria.
L’io poetico resta sospeso tra il bambino che viaggiava e l’uomo che
osserva, e la scansione dei versi, precisa e cadenzata, rende ogni
passo del passato palpabile, fino a trasformare la nostalgia in spazio
tangibile sul cuore.
- Sole rosso – Felice Serino
Serino concentra la luce e il colore in tre versi, ciascuno peso e
leggerezza insieme: il fonema “rosso” si piega sul mare come gesto
concreto, la punteggiatura quasi assente lascia che il tempo del
tramonto scorra naturale, e la parola “morire” chiude con la caduta
essenziale. Il testo è minima metafisica: l’io poetico si ritrae, il
sole agisce, e la fusione tra colore, movimento e fine diventa
percezione immediata, meditativa, quasi muto rito visivo.
- Ora parlo io – Antonia Scaligine
Scaligine dialoga con il tempo come con un interlocutore vivente,
quasi corpo sensibile: le ripetizioni, le esclamazioni, i versi
spezzati creano un respiro meditativo che si apre tra ansia e
devozione. Il fonema aperto delle vocali in “tempo” e “sapore” dilata
il senso, ogni pausa è attesa e riverbero interiore. L’io poetico
cerca il tempo, lo trattiene e lo contempla, fondendo ricordo,
speranza e gratitudine: la scansione dei versi e la musicalità delle
parole trasformano l’esperienza temporale in presenza emotiva, quasi
liturgia di coscienza.
- Un libro di onde e maree –
Jacqueline Miu
Qui il linguaggio si fa materia liquida: il mare, le alghe, il vento,
ogni dettaglio naturale diventa estensione del corpo e del pensiero.
La punteggiatura irregolare e i versi frammentati creano un ritmo
ondulante, sospeso tra presenza e memoria. I fonemi e le consonanti
dure – “relitti”, “porti”, “gran tesori” – contrastano con la
morbidezza delle vocali, generando tensione tra perdita e meraviglia.
L’io poetico cammina tra ciò che è stato e ciò che rimane, e il
tramonto diventa esperienza fisica e simbolica, dove l’anima si misura
con il vuoto e la bellezza insieme.
- Lungo il Molo di Viareggio –
Alessio Romanini
Romanini struttura il paesaggio come estensione dell’anima: la
scansione dei versi e la punteggiatura minima accentuano il senso di
sospensione, di solitudine contemplata. La consonanza tra “sciaborda”
e “scura” costruisce un suono interno che imita il movimento delle
onde e l’oscillazione emotiva dell’io. Il crepuscolo, i raggi lunari,
il tarlo mentale sono corrispondenze tra mondo esterno e riflesso
interiore, dove il tempo e lo spazio diventano misura della fragilità
e della riflessione.
- Il sogno impossibile – Sandra
Greggio
La nostra Sandra valorizza la solitudine come spazio creativo e
affettivo: la ripetizione della struttura dei versi simula un rituale
di introspezione, e la musicalità delle parole – “sognare”,
“protagonista”, “utopia” – evidenzia il delicato equilibrio tra
desiderio e protezione del sé. La punteggiatura rarefatta lascia
respirare il sogno, mentre le immagini quotidiane – film, romanzo,
pioggia – si caricano di valenza emotiva, trasformando il gesto
semplice della solitudine in atto poetico, specchio di autonomia
interiore e tensione lirica.
Con affetto, simpatia e stima
Ben Tartamo
20-21-22 Gennaio
Grazie ancora caro Ben!
Mi hai fatto emozionare.
Alessio Romanini
Grazie mille, Ben Tartamo!
Felice Serino
- L’albero forse — Felice Serino
Caro Felice, leggendo questi versi ho avuto la sensazione di essere
accanto a te, in silenzio, davanti a quell’albero che non è mai stato
solo un albero. È una presenza fedele, come certi luoghi dell’infanzia
che ci conoscono meglio di molte persone. Mi ha ricordato la sobrietà
di Saba quando parla con le cose, ma anche certi poeti orientali che
affidano a un solo elemento naturale il peso dell’intera esistenza.
Quel tuo “sovrappensiero” è umano, profondamente umano: è lo sguardo
di chi ha vissuto, di chi sente che il corpo porta la sua storia come
un archivio discreto. L’inverno nelle ossa non è disperazione, è
consapevolezza. Come se tu dicessi: io passo, tu resti, e in questo
non c’è rabbia, ma verità. È una poesia che cura perché non mente, e
come spesso accade nei versi più sinceri, consola proprio perché non
promette nulla.
- Vorrei, nel caso, fosse uno
schiamazzo — Aurelio Zucchi
Caro Aurelio, la tua poesia mi sembra scritta camminando piano, come
chi ha imparato a non calpestare inutilmente il mondo. In questo tuo
desiderare senza imporre ho sentito qualcosa di molto europeo, direi
quasi mitteleuropeo: una delicatezza che ricorda certi poeti austriaci
o boemi, ma con un cuore profondamente italiano.
Il silenzio che accogli non è vuoto, è respiro. E i bambini, con il
loro schiamazzo, non rompono l’armonia: la completano. Qui c’è una
sapienza antica, quasi evangelica, ma anche qualcosa di molto moderno:
l’idea che la bellezza non stia solo negli spazi immensi, ma nel
quotidiano, nel borgo, nel campanile, in un lampione che si accende. È
una poesia che insegna a guardare meglio, e senza mai alzare la voce.
- Frescura — Antonietta Ursitti
Cara Antonietta, la tua poesia è come entrare in un quadro, o forse in
un giardino che esiste prima delle parole. I tuoi versi mi hanno fatto
pensare a certe liriche brevi giapponesi, ma anche alla grazia di
alcune poetesse europee del Novecento che parlavano alla natura come a
una sorella.
Non racconti: mostri. E in questo gesto c’è una grande fiducia in chi
legge. L’ombra, da te, non è qualcosa da evitare, ma da celebrare. La
frescura diventa uno spazio dell’anima, un luogo dove ci si può
fermare senza difese. Innamorato, qual sono, delle scienze mediche
dell'anima, direi che questa poesia fa bene perché rallenta il
respiro; da poeta, perché dimostra che non serve spiegare tutto per
dire l’essenziale.
- Sotto la neve — Nino Silenzi
Professor De Ninis, la tua poesia mi arriva come un fotogramma in
bianco e nero, breve ma incisivo, di quelli che restano impressi più
di tante parole. Quegli “scontri d’ombrelli” hanno qualcosa di urbano
e universale insieme: potrei essere in una via italiana, ma anche a
Parigi o a Vienna, sotto una neve che rende tutti un po’ uguali e un
po’ più soli. Mi hai fatto pensare a certi versi essenziali di
Ungaretti, ma anche a poesie nordiche, dove la vita si ritira, si
accorcia, come dici tu, e trova rifugio nel fuoco, nel vino, nel
sonno.
Direi che qui c’è una dolce resa: non disperazione, ma accettazione
del rallentare, del farsi piccolo della vita quando fuori il freddo
stringe. Da poeta, sento la forza di chi sa che basta un camino acceso
e un bicchiere per tenere accesa anche l’anima. Grazie di cuore.
- Nel cerchio del tempo — Laura
Lapietra
Cara Laura, che bello rivederti nel Tempio Azzurro. Vedi, leggendo
questi versi, ho avuto la sensazione di camminare dentro un affresco
lento, il tuo, dove ogni stagione lascia una traccia prima di
andarsene. C’è una musicalità ampia, quasi narrativa, che mi ha
ricordato certi poeti romantici, ma anche alcune voci moderne che
sanno parlare del tempo senza nostalgia sterile. L’estate che parte
non è un lutto, è un passaggio: tu la accompagni con rispetto, come si
fa con qualcuno che si ama e si sa che tornerà, in altra forma.
Mi colpisce molto il modo in cui intrecci memoria e futuro, ricordi e
promesse “in gomitoli da sfilare”: è un’immagine che dice tanto
dell’animo umano, sempre preso tra ciò che è stato e ciò che sarà. Da
lettore sento una grande fiducia nella vita, nei suoi cicli; da
osservatore dell’anima, percepisco una maturità serena, quella di chi
ha capito che nulla si perde davvero, ma tutto si trasforma e ci
cresce dentro.
- Pioggia — Franco Fronzoli
Questa poesia del nostro bravo Franco, ha un passo lento, quasi
meditativo, come se egli stesse davvero seduto davanti a quella
finestra da molto tempo. Mi ha ricordato certi poeti americani del
quotidiano, ma anche haiku dilatati, dove il gesto semplice — guardare
la pioggia, sentire un profumo — diventa centro del mondo. L’autunno
che racconta è fatto di sensazioni concrete: il rumore, l’odore, il tè
caldo, gli stivali. È una stagione vissuta con il corpo prima ancora
che con il pensiero.
E poi c’è quella attesa del temporale, degli uomini che avanzano sotto
la pioggia senza paura: lì sento una vena quasi epica, ma trattenuta,
umile. Come se il coraggio fosse una cosa silenziosa, quotidiana.
Oserei dire, che questa poesia riconcilia con i tempi lenti, con
l’ombra, con la stanchezza buona. È vero, però che hai saputo dare
voce a un autunno che non chiede di essere amato, ma che si fa amare
lo stesso.
- Grazie di tutto — Giuseppe
Stracuzzi
Questa poesia ha il passo di una preghiera detta senza inginocchiarsi,
con gli occhi aperti sul mondo. Il tuo “grazie”, caro Giuseppe, non è
astratto: prende corpo nelle cose semplici e profonde, nel tramonto,
nel vento, nei fiori, nella fede che non si proclama ma traspare. Ogni
immagine è un gesto di riconoscenza, come se la vita fosse osservata
con uno stupore ancora intatto.
C’è qualcosa che richiama certa poesia spirituale mediterranea, ma
anche echi di liriche francesi dove la gratitudine diventa forma di
conoscenza. Il silenzio che “recita” la poesia è forse il punto più
alto: non un vuoto, ma uno spazio abitato, dove parola e anima si
incontrano senza bisogno di spiegarsi. È una scrittura che pacifica,
che non chiede, ma riconosce.
- Burlesquando… — Armando Bettozzi
Caro Armando, questo sonetto è un gioco colto e spudorato, consapevole
della propria tradizione e felice di attraversarla sorridendo. L’uso
del linguaggio bellico come metafora amorosa affonda le radici nella
poesia barocca, ma anche in certi esercizi ironici della lirica
rinascimentale, dove eros e parodia camminano insieme.
Il ritmo è serrato, teatrale, e dietro l’esagerazione si avverte un
grande controllo formale. Cupido, le cartucce, l’ardimento: tutto è
spinto al limite, ma sempre con leggerezza. Non c’è volgarità, c’è
allusione, gioco, gusto per la parola che scoppietta come i petardi
che evochi. È una poesia che diverte perché è consapevole, e che
celebra il desiderio senza prendersi troppo sul serio, come facevano
certi maestri antichi quando sapevano che l’ironia è una forma di
intelligenza.
- Un ultimo amore — Armando
Salvatore Santoro
Questa poesia tocca una corda universale: l’idea che l’amore più
inatteso arrivi quando si crede che tutto sia già stato vissuto. Il
tuo sguardo, Armando, scusa se mi permetto, è disincantato ma non
amaro. Il tempo ha corroso, sì, ma non ha cancellato la capacità di
sentire.
Le immagini dell’acqua che sfugge, del sapone tra le dita, raccontano
bene la fragilità di certi affetti maturi, così intensi proprio perché
sanno di non essere eterni. Eppure, nel finale, ciò che resta è un
calore che resiste allo sdegno, al rancore, alla stanchezza. Qui si
sente una parentela con certa poesia civile e sentimentale del
Novecento, dove l’amore non è più promessa, ma memoria viva, fiamma
che continua a scaldare anche quando tutto sembra spento. È una poesia
che non consola facilmente, ma accompagna, e proprio per questo,
resta.
- Cosa è il viaggio? — Antonia
Scaligine
Cara Antonia, la tua poesia è una domanda che cammina. Il viaggio, per
come lo racconti, non è spostamento ma coscienza del tempo che passa,
una rotaia che lentamente scompare sotto i piedi mentre si continua ad
andare. Ulisse non è qui l’eroe astuto, ma l’uomo che attraversa
abissi interiori, che naufraga più volte senza smettere di procedere.
La stazione finale, il buio, la paura che il treno si fermi: tutto
parla con semplicità di ciò che ognuno teme e intuisce. Eppure non c’è
angoscia definitiva, perché il centro della poesia non è la fine, ma
il modo di attraversare. Quel “ciao, arrivederci” è forse la parte più
vera: un saluto detto con fede, con gratitudine, come accade in certe
liriche di sapienza antica, dove vivere bene significa saper
ringraziare. Il tuo verso finale non chiude: consegna.
- Core italico — Jacqueline Miu
Jacqueline, questa volta mi hai sorpreso più del solito. Non è la tua
solita poesia surreale, automatica, fantastica e sensuale, in questi
versi esprimi un amore per l’Italia che mi commuove. l'Italia, qui,
non è un luogo geografico, ma uno stato dell’anima. Gli olivi, le
ginestre, i fichi, il vino: tutto vibra come in un grande affresco
mediterraneo, dove la natura non fa da sfondo, ma parla. C’è qualcosa
di classico e insieme di modernissimo, come se Virgilio incontrasse
una sensibilità contemporanea capace di stupirsi ancora.
La vita che “pare scritta su una sola pagina” è un’intuizione limpida:
non semplificazione, ma essenza. Accettare il poco, camminare in pace,
cercare un lettore che ami: qui la poesia diventa anche riflessione
sul destino umano e su quello degli uomini che scrivono. È una visione
quieta, non ingenua, dove la bellezza non cancella il male, ma lo
sfiora e lo contiene.
- Settimo senso — Alessio Romanini
Alessio, la tua poesia sembra scavata più che scritta. Il “varco della
percezione” non è esterno, non si apre sul mondo, ma dentro le pieghe
più nascoste dell’anima. La fragilità che nomini non è debolezza: è la
condizione stessa dell’essere vivi.
Il settimo senso di cui parli non ha bisogno di spiegazioni, perché si
intuisce: è quella soglia sottile in cui dolore e consapevolezza si
toccano. In pochi versi riesci a evocare una dimensione che richiama
tanto certe riflessioni filosofiche novecentesche quanto una
spiritualità laica, fatta di ascolto profondo. È una poesia che non
alza la voce, ma resta nelle corde più sensibili delle nostre anime.
Grazie.
- Senza titolo — Sandra Greggio
Sandra, questo testo è un lampo. Poche frasi, ma decisive. Guardare la
realtà “dal buco della serratura” è un’immagine potentissima, che dice
limitazione, paura, attesa. Aprire la porta, dopo tanto tempo, è un
atto di coraggio assoluto.
E poi lo svenimento: non come fallimento, ma come conseguenza naturale
dell’impatto con il reale. Qui sento una parentela con certa scrittura
contemporanea essenziale, quasi aforistica, dove il trauma non viene
spiegato ma mostrato. È una poesia che parla a chiunque abbia avuto il
coraggio di aprire una porta interiore, scoprendo che la verità, a
volte, toglie il fiato.
Nei tuoi versi risento il dolore, le fragilità e la spiritualità, che
diventano materia poetica altissima, come solo sapeva rendere
l'indimenticabile Alda Merini.
Grazie, mia cara e dolce amica.
Con fraterno affetto e sincera stima.
Vostro Ben Tartamo
17-18-19 Gennaio
Caro Ben Tartamo, leggo
i tuoi commenti e sento qualcosa che mi pressa a ringraziare e lodare la tua
bravura nel cogliere l’essenza delle poesie. Le tue doti sono straordinarie.
Ti auguro di cuore un mare di bene, grazie infinite.
Giuseppe Stracuzzi
Ringrazio Ben Tartamo per l'affettuosa
recensione alla mia poesia UN VERSO certo di sentire nelle sue riflessioni
ampiamente condivise la sua partecipazione emotiva. Più in generale, da
vecchio utente di queste pagine azzurre, lo ringrazio per quanto si
adopera, quotidianamente, con sapienza e lucidità di analisi
nell'interpretazione dei nostri versi e delle nostre emozioni.
Aurelio Zucchi
Grazie a te Ben,
per la tua sensibilità e la capacità
di interpretare le poesie, con poesia.
Un abbraccio.
Alessio Romanini
grazie a Ben Tartamo
Antonietta Ursitti
Ben, grazie!
Enrico Tartagni
- Il pianto dei bambini – Armando
Salvatore Santoro
Qui il dolore ha un suono preciso, inconfondibile, che non ammette
distanza. Il pianto dei bambini non è solo udito: afferra, stringe,
matura dentro come un seme amaro che non smette di crescere. La guerra
non resta fuori, entra nell’animo e vi carbura lentamente, come un
fuoco che trova sempre ossigeno. Il poeta guarda la coscienza
dell’umanità e ne vede la stanchezza morale, la capacità di abituarsi,
di scordare. È questo l’aspetto più inquietante: non l’orrore
improvviso, ma la sua persistenza silenziosa. Nei giusti il dolore si
rinserra e dura, non si dissolve. La pace, qui, non è assente per
mancanza di parole, ma per mancanza di ascolto. E il mondo, assordato
dalla violenza, sembra non accorgersi più nemmeno del proprio cuore.
Carissimo Armando, leggendoti, sento quanto tu sappia rendere il
dolore palpabile senza mai esagerare: un vero maestro nell’abbracciare
la verità con delicatezza e forza insieme.
- Plenilunio – enrico tartagni
Questa poesia è un interno notturno dell’anima, una camera oscura dove
la luce non illumina ma rivela. Fuori piove, ma non disturba:
accompagna. Dentro, tutto è sospeso, come se il tempo avesse deciso di
rallentare per lasciare spazio al sacro. Il plenilunio non è solo
luna, è presenza, è muro di canto, è passaggio di qualcosa di puro che
accarezza senza mostrarsi. I profumi, i fiori, le dee che emergono dal
pavimento trasformano lo spazio domestico in un luogo iniziatico, dove
il visibile e l’invisibile si toccano. La pioggia non spegne le
stelle, le esalta. E il poeta, chiuso nella sua camera, non si sente
prigioniero ma custodito, come se nulla al mondo potesse smuoverlo più
di questa intimità luminosa e segreta.
Caro Enrico, leggere la tua poesia è come fare una passeggiata
notturna insieme a te: un privilegio poter camminare tra le tue
stelle.
- Dissolvenza – Felice Serino
Qui la parola si riduce all’essenziale, come se ogni sillaba fosse un
passo verso la spoliazione finale. Il domani non è promessa, ma
visione dall’alto: ciò che eri diventa resto, materia che si scioglie.
Non c’è dramma, non c’è paura, solo un processo inevitabile e quasi
sereno. La dissolvenza non annienta, conduce. Arrivare all’essenza
significa perdere peso, lasciare lo scheletro, diventare trasparenza.
Questa poesia sembra scritta con il fiato trattenuto, come se anche il
linguaggio dovesse farsi leggero per accompagnare il distacco. È un
testo che non consola, ma chiarisce. E in quella chiarezza c’è una
pace austera, senza ornamenti.
Felice, il tuo testo mi fa sentire vicino a quell’essenziale che
spesso sfugge, e mi regala il senso di quiete che solo un amico sa
condividere.
- Immagini morbide da custodire
senza paura – Alessandra Piacentino
Qui la poesia è un flusso sensoriale che avvolge e protegge, come un
abbraccio che non stringe troppo. Le immagini sono dolci, liquide,
commestibili, eppure cariche di una profondità emotiva che non si
lascia ingannare dallo zucchero. Il perdono, l’affetto, il non detto:
tutto pesa più del dolore dichiarato. Il cuore che batte non è
simbolo, è presenza concreta, interna, innegabile. L’amore non è
misura singola, ma spazio condiviso, due che diventano possibilità. E
mentre il mondo gira, il poeta resta sospeso, tra divano e infinito,
tra quotidiano e cosmo. Luna, stelle, mare e pioggia non sono fuga, ma
continuità del sentire. I sogni vengono avvolti, custoditi, come cose
fragili ma necessarie. È una poesia che accetta il movimento eterno
senza smarrirsi, scegliendo di restare, dolcemente, in equilibrio.
Alessandra, leggere le tue poesie è come sedersi accanto a un’amica
fidata e respirare insieme il mondo: sei dolce e preziosa.
- Un verso – Aurelio Zucchi
Qui la poesia guarda se stessa mentre nasce, e lo fa senza vanità. Il
poeta non cerca l’altezza, non cerca l’eco, non cerca l’eterno: cerca
un punto di verità che coincida con il proprio sentire. La scrittura
diventa uno specchio consunto, che non abbellisce ma restituisce
fedelmente le crepe. C’è una caccia paziente alle parole giuste, non
per spiegare la vita, ma per avvicinare l’enigma senza violarlo. La
morte irrompe come scandalo definitivo, come frattura che rende
insufficiente ogni tentativo di senso. Eppure la domanda non si
spegne. Quel “come dirlo in verso che mi appaghi?” non è resa, è
fedeltà al pensiero condiviso con l’amico perduto. La dedica trasforma
il testo in dialogo interrotto, ma ancora vivo: la poesia diventa il
luogo dove continuare a parlare, anche quando l’altro non può più
rispondere.
Aurelio, mi sento vicino a te in questo dialogo sospeso: la tua parola
è un ponte che sa parlare di amicizia anche attraverso l’assenza.
- Tappeto rosso – Antonietta
Ursitti
Questa poesia è una discesa onirica, elegante e inquietante insieme.
Il sogno non è rifugio, ma trappola dolce. Le ali bianche sfiorano il
volto come un presagio di purezza, mentre il tappeto rosso, ambiguo e
violento, scorre sotto i piedi come un destino già scritto. Il sangue
non è mostrato, è suggerito, e proprio per questo pesa di più.
L’orizzonte coperto dal paravento toglie futuro allo sguardo,
costringe a restare dentro la scena. Il desiderio di svegliarsi resta
impotente: qui il sogno domina, non concede uscita. La poesia vive
tutta in questa tensione tra bellezza e minaccia, tra grazia e
impossibilità di sottrarsi. È breve, ma lascia una scia lunga, come il
tappeto che continua a correre anche dopo l’ultimo verso.
Cosa aggiungere Antonietta? La tua capacità di trasformare un sogno in
un’esperienza intensa è rara: leggere i tuoi versi è come condividere
con un’amico un segreto prezioso.
- Si sgretola – Nino Silenzi
Sempre immensamente magistrale il nostro Lorenzo. Qui la realtà non
entra piano: martella. Il ticchettio è selvaggio, inesorabile, e sotto
il suo colpo crolla tutto ciò che avevamo costruito per difenderci.
Illusioni, ipotesi, perfino le certezze, vengono ridotte a polvere
d’argilla. Non resta nulla di solido, solo cespugli secchi di
rimpianto, parole condizionali che si aggrappano a una terra ormai
arsa. Il poeta non indulge nella lamentazione: osserva la desolazione
con lucidità severa. È una poesia che parla del dopo, di quando il
possibile è già fallito e resta solo la consapevolezza. Eppure anche
in questo paesaggio spoglio c’è una verità necessaria: vedere ciò che
non regge più è il primo atto di onestà verso se stessi.
Carissimo Lorenzo, nostro amato Maestro e mecenate, leggere la tua
poesia è come fare un giro tra la Natura e l'Umanità, la loro Bellezza
ma anche le macerie e ritrovare la propria forza: sento che sei vicino
anche nel modo in cui racconti la fragilità.
La Notte, a cui fa riferimento il nostro poeta, è un corpo che respira
lentamente, attraversato da memorie, attese, presenze silenziose. Le
strade perdute, i vicoli muti, i colori appesi ai balconi: tutto
sembra sospeso in un tempo che non corre. I bambini nelle culle, i
sospiri, l’aria fresca che abbraccia la notte costruiscono una quiete
fragile, umana. Il borgo sconosciuto diventa universale, fatto di
pietre che trattengono storie mai scritte, di mura che hanno visto
passare vite senza nome. La notte di San Lorenzo aggiunge una
dimensione ulteriore: lo sguardo che si alza, le stelle cadenti che
aprono desideri silenziosi. È una poesia che cammina piano, che non
vuole disturbare ciò che dorme. E nel farlo, restituisce alla notte la
sua funzione più antica: custodire il tempo, prima che torni il
mattino.
Leggendo i tuoi versi ho sentito un’amicizia silenziosa tra noi: una
complicità che cresce tra le stelle e le pietre, tra ciò che si muove
e ciò che riposa.
- La speranza – Giuseppe Stracuzzi
Qui la speranza non è concetto, ma creatura viva, minuscola e
palpitante. Non acceca, non promette salvezze immediate: trema come
una candela, e proprio per questo resiste. È sorella della fede, non
sua ombra, e insieme cantano in una zona sospesa, dove il divino non è
lontano ma diffuso, come un’etere che avvolge. La soglia su cui
procede è il punto più delicato dell’esistere, lì dove il baratro
chiama e la caduta è possibile. Eppure la speranza avanza scalza,
senza protezioni, portando nel cuore non una certezza, ma un mistero.
È una poesia che non urla fiducia, la custodisce. E in questo
custodire c’è una forza silenziosa, quasi sacrale, che non vince il
buio, ma gli sopravvive.
Sento davvero la tua mano amica nel guidare il lettore attraverso
questa luce fragile: leggerti è un po’ sentirsi meno soli.
- A la fiera de l’esaggerazzione –
Armando Bettozzi
Qui la poesia diventa requisitoria, ma non perde mai la sua natura di
coscienza vigile. I “fatti” non sono cronaca fredda: sono ferite
quotidiane che si ripetono, si accumulano, si normalizzano. Il poeta
sente l’odore di un lassismo che sa di calcolo, di un lasciar correre
che somiglia a una strategia più che a una debolezza. Le domande
incalzano, non cercano risposte comode, ma responsabilità. Magistrati,
ideologie, libertà trasformata in furore: tutto viene messo sotto una
luce impietosa. Il tono è ironico, amaro, talvolta sferzante, ma sotto
c’è una richiesta seria di limite, di argine, di misura. È una poesia
che non vuole piacere, vuole svegliare. E lo fa usando il verso come
atto civile, come gesto di resistenza contro l’abitudine al peggio.
E, il nostro affabulatore Armando fa sì che questa storia ritorni
travestita da farsa, e il dialetto diventi strumento affilato di
verità. Savonarola e Giordano Bruno non sono evocati come monumenti,
ma come fastidi eterni del potere, colpevoli di aver parlato troppo e
troppo a fondo. La “fiera” è il luogo del troppo, dell’eccesso che si
spaccia per libertà, dell’abbuffata ideologica dove la misura è
bandita. Il poeta gioca, ma il gioco è serio: sotto il sorriso amaro
c’è la consapevolezza che, se certe dinamiche fossero ancora lecite,
il fuoco tornerebbe a divorare corpi e idee. Il dialetto non
alleggerisce, incide. È una poesia che smaschera l’ipocrisia del “si
può dire tutto” quando tutto diventa rumore, e nessuno ascolta più il
senso. Qui la tradizione parla al presente, e lo fa senza chiedere
permesso.
Carissimo Armando, con le tue poesie, ci ricordi che il mondo può
essere pesante ma che le parole possono tenerci svegli e attenti, e tu
lo fai con ironia e cuore.
Questa poesia è un lampo di tenerezza cosmica. In pochi versi il mondo
viene avvolto in un gesto semplice e quasi materno: il cielo che si fa
foulard, la terra che si protegge dal freddo. Non c’è dramma, non c’è
tensione: solo uno sguardo capace di vedere cura dove altri vedono
distanza. L’inverno non è nemico, è occasione di protezione. Il
pianeta diventa corpo, la natura diventa gesto affettuoso. È una
poesia che non spiega, suggerisce. E in quella immagine rapida resta
una sensazione di quiete, come se per un attimo l’universo avesse
deciso di essere gentile.
Sandra, leggere i tuoi versi è stato come sentire un sorriso amico nel
vento freddo: un piacere condividere questa delicatezza con te.
- Io che ho tanti perché… – Antonia
Scaligine
Qui la poesia è una veglia interiore, una notte abitata da domande che
non trovano riposo. Il giorno viene ispezionato come una scena del
crimine, e ciò che emerge è ansia, paura, smarrimento. I pensieri
rubati dai ricordi bagnano la mente e il cuscino, confondendo il
confine tra interno ed esterno. La mancanza di progetti non è
pigrizia, è stanchezza dell’anima di fronte a un mondo ferito: guerra,
lutto, innocenti che muoiono. I “perché” non sono retorici, sono
autentici, dolorosi. Eppure, nel punto più fragile, avviene uno
scarto: la fragilità non resta paralisi, diventa molla, impulso,
possibilità di fare e di volere. Non è una soluzione, è una
trasformazione. Questa poesia non chiude il dolore, lo attraversa, e
lascia intravedere una forza che nasce proprio dal non smettere di
interrogarsi.
Antonia, sappi che sento l’amicizia e la fiducia tra chi condivide il
cammino del cuore e della mente: leggerti è un dialogo che fa bene
all’anima.
- Semplicemente dolce – Jacqueline
Miu
Qui l’amore è un respiro che attraversa la vita e la trasforma, anche
quando il tempo appare crudele e affamato. La poesia non si accontenta
di raccontare un sentimento: lo fa vibrare, pulsare, come se il cuore
del lettore dovesse battere all’unisono con quello del poeta. Ogni
immagine è intensa, sensuale, eppure non è mai gratuita: il bacio, le
mani, le linfe comuni diventano metafore di un’unità che trascende la
carne per abbracciare l’anima. La dolcezza non è solo piacere, è
presenza, resistenza, un’energia che rende immortale l’attimo. La tua
poesia, cara Jac, è un viaggio tra folla e solitudine, tra desiderio e
speranza, tra realtà e sogno, sempre sostenuta da una passione che non
conosce misura. E alla fine, resta la vita che passa, fragile ma
riscattata dall’amore, dal sogno, dalla capacità di continuare a
cercare l’altro, anche nell’infinito dell’assenza.
- Sfiorare il silenzio – Alessio
Romanini
In questo testo la poesia diventa delicatezza pura, un gesto misurato
e quasi sacro: sfiorare il raggio lunare è toccare l’invisibile,
l’ombra che illumina la notte senza distruggerla. La luna è padrona,
osserva, conosce i segreti e li custodisce nel silenzio, senza
giudizio, senza bisogno di parola. Il tempo si frammenta: mezzanotte,
notte, mattino rorido, eppure tutto resta avvolto in un attimo
sospeso. Qui il silenzio non è vuoto, ma spazio di ascolto, di
respiro, di mistero. La poesia è semplice, ma intensa: coglie
l’incontro tra luce e ombra, tra ciò che si può vedere e ciò che resta
nascosto. È un invito a fermarsi, a percepire la delicatezza del mondo
e il senso di una presenza silenziosa che accompagna la vita, discreta
e immutabile. Grazie, Alessio.
Con infinito affetto e stima
Ben Tartamo
14-15-16 Gennaio
Commento
Grazie Lorenzo , persona speciale dall’animo discreto e gentile
per avermi dato l'opportunità da tanti anni , precisamente 24 anni ,(ormai
siamo amici di vecchia data) di condividere i miei pensieri nel tuo sito ,
creatore , ma non solo, anche grande poeta che con il tuo nome in incognito
,come del resto sei tu umile e modesto , ci doni bellissime poesie .
Ben Tartamo , cosa dirti ,può bastare il mio grazie ? Tu che sai leggere
quei miei pensieri per illuminarli con i tuoi commenti , davvero unici e
straordinari , cosa dire a una persona come te , oltre al grazie aggiungo
che “Tu, e la tua Poesia„
. ..che per te è vita ,malattia , follia , fantasia ,amante ... ecco perché
riesci a capire le poesie degli altri che non sono sempre facili da
interpretare , tu e Lorenzo liberate i sogni ,le emozioni , a me mi fate
sentire meglio di quella che sono
Non vorrei sembrare sdolcinata con queste mie parole, ma sono vere e nascono
dal cuore per due persone degne da tutti noi di sentirsi dire
GRAZIE ,l’icona di tutto .
Antonia Scaligine
Risposta a Ben ( Benedetto)
Tartamo
Devo dire grazie a Ben Tartamo! Davvero. La sua domanda è un
complimento davvero molto bello,. Ben non ho mai pensato di leggere le mie
"bellissime" poesie! Comunque adesso ormai è tardi, oh! ho 80 (ottanta)
anni, non è più tempo né stagione.... ma la Poesia vera ha delle regole di
scrittura che richiedono anche preparazione di grammatica oltre che di
composizione dei versi, rime, cultura letteraria, conoscenza delle parole e
delle loro derivazioni, un grande vasto dizionario nella mente e nella
memoria, tanti particolari insomma, che non ho. Ben, tuttavia ricordo che a
Ravenna tanti anni fa nel Caffè Alighieri in via Mariani organizzarono un
incontro di poeti ravennati, ma anche pugliesi, o di Matera, e io ci andai e
potei leggere "A mia madre" e ottenne...ebbi un grande successo. PS Ok. Bè
ciao Ben! Io invio eh non sto qui a correggere gli orrori...ehm
enrico tartagni
- Golpe... varianti di Armando Bettozzi
Con il nostro simpaticissimo Armando, la Poesia, si fa atto civile, ma
non rinuncia mai alla propria natura visionaria e corrosiva. Il verso,
com’è nelle sue corde, procede come una requisitoria che non cerca
l’eleganza ma la verità nuda, e proprio per questo trova una sua severa
musicalità, aspra, talvolta volutamente sgraziata, come lo è la materia
che maneggia. Il “golpe” evocato non è l’evento spettacolare della storia,
bensì la sua ombra quotidiana, il lavorio carsico del linguaggio, della
censura, della paura amministrata. Colpisce la capacità di Bettozzi di
smascherare l’uso strumentale delle parole, di mostrare come l’inversione
semantica diventi arma politica: cooperazione che significa conflitto,
diritto che si tramuta in paralisi, tutela che scivola in abbandono. Il
ritmo insistito, quasi martellante, restituisce l’ansia di chi osserva una
frattura profonda tra il dire e il fare, tra l’astrazione ideologica e la
carne viva della realtà quotidiana. Non c’è compiacimento, non c’è
invettiva gratuita: c’è piuttosto un senso di esasperata lucidità, come se
la poesia fosse l’ultimo luogo in cui ciò che viene taciuto possa ancora
essere pronunciato senza mediazioni. E in tutto questo, Armando Bettozzi è
un Vate, un redivivo Belli e Trilussa che con la sua satira tragica e
antropologica ci fa della morale in stile allegorico romanesco.
- Omofonia di Armando Salvatore Santoro
Questa poesia gioca con la lingua come con un oggetto vivo, scivoloso,
ironico e tragico insieme. L’omofonia non è mero esercizio di stile, ma
diventa metafora dell’equivoco esistenziale: parole uguali che significano
altro, come sentimenti che sembrano identici e invece feriscono in modo
diverso. Il tono leggero, quasi scherzoso, nasconde una malinconia
profonda, una ferita affettiva che non trova sfogo nel rancore ma si
sublima in intelligenza verbale. Santoro costruisce un piccolo teatro
della mente in cui il quotidiano – il cibo, il vino, la passeggiata – si
carica di risonanze interiori, mostrando come la saggezza non sia assenza
di dolore, ma capacità di attraversarlo senza farsene deformare. C’è una
morale che non predica, un distacco che non è cinismo, una forma di
dignità silenziosa che emerge proprio dal gioco, dal sorriso amaro,
dall’arte sottile di dire senza mai gridare. Tragico, oserei dire, come
spesso è quel Sentimento che è assieme Scelta, Risposta e Valore che
chiamiamo Amore.
- La goccia su di me di enrico tartagni
Qui la parola si rarefa e diventa quasi respiro, attesa, sospensione.
La goccia di pioggia non è soltanto immagine naturale, ma unità di senso,
microcosmo in cui il tutto si riflette senza bisogno di spiegazioni.
Tartagni scrive come chi guarda il cielo non per fuggire la terra, ma per
riconoscersi in un movimento più ampio, cosmico e intimo insieme. Il
linguaggio è visionario, attraversato da improvvise accensioni cromatiche
e sonore, e tuttavia mantiene una nudità essenziale, come se ogni verso
fosse appena sufficiente a reggere ciò che evoca. L’attesa del temporale
diventa attesa di una rivelazione che non ha nulla di spettacolare: è il
semplice, difficile atto di lasciarsi toccare, di permettere alla goccia
di bagnare davvero, di accettare che il senso non si imponga ma cada,
lieve, su chi è disposto a fermarsi.
Una domanda vorrei porre al nostro bravo Enrico, sperando voglia
risponderci: hai mai provato a recitare le tue poesie in teatro?
- Fantasia di Felice Serino
In questi pochi versi si avverte una concentrazione quasi liturgica del
pensiero, come se l’immagine non fosse scelta ma imposta da una necessità
interiore. Il pensiero che resta impigliato nella spina di Cristo non è
un’idea astratta, ma una coscienza ferita, trattenuta, immobilizzata nel
punto in cui il dolore diventa rivelazione. Il sangue che si dispone in
arabeschi sul volto introduce una bellezza inquieta, una sacralità che non
consola ma interroga, e il richiamo a Giotto non è citazione colta bensì
riconoscimento di una genealogia dello sguardo: quello sguardo che sa
rendere il divino umano senza attenuarne lo scandalo. La poesia vive di
questo arresto improvviso, di questa immagine che non si scioglie ma
resta, come resta una visione che continua a lavorare dentro. Grazie,
Felice per le emozioni che ci doni.
- Inverno di Marino Spadavecchia
Innanzitutto: grazie, carissimo fratello e amico per essere tornato tra
noi. Ci sei mancato, mi sei mancato. Il tuo ritorno in Venezuela mi ha
lacerato dentro, ma ho compreso le tue ragioni e ti chiedo perdono per non
aver saputo fare di più per trattenerti e donarti quella giusta e doverosa
serenità che il tuo essere dignitoso meritava. La nostra amata Patria è
diventata madre matrigna per noi connazionali e non aggiungo altro.
Che dire, però di questa tua ultima creatura, paradossalmente calda di
emozioni, nonostante il titolo?
Qui l’inverno non è stagione ma condizione dell’esistere, perdita di luce
che si deposita sui luoghi del quotidiano e li trasforma in scenari
morali. I marciapiedi della vita diventano superfici fredde su cui il
dolore non scivola più, ma colpisce, come i pallini di piombo che
attraversano il cuore proprio nel luogo simbolico della salvezza. La
poesia costruisce un mondo deformato, popolato da figure grottesche e
tragiche insieme, dove l’addomesticamento del pericolo e l’asma del canto
tradizionale segnalano una civiltà stanca, che continua a muoversi senza
sapere. E tuttavia, senza retorica, arriva la resurrezione minima e
ostinata: il sole che sorge ancora, la canzone che nasce. Non come
promessa enfatica, ma come atto necessario, quasi involontario, della vita
che insiste.
Nella versione spagnola il testo non perde forza, anzi sembra acquisire
una nudità ulteriore, come se la lingua amplificasse l’asprezza delle
immagini. La luce che non è più luce, i perdigones che attraversano il
cuore, l’hemiciclo del potere: tutto suona più secco, più tagliente, come
una cronaca visionaria che non concede appigli emotivi. Eppure anche qui
il sole ascende e nasce un canto, e questo finale, identico nel senso ma
diverso nella vibrazione sonora, suggerisce che la speranza non appartiene
a una lingua sola, ma a una necessità universale del dire poetico.
- Luce mia di silvio canapè
Questa poesia si muove nella dimensione della memoria amorosa come in un
mare interiore, dove il naufragio non è distruzione ma forma di
conoscenza. La luce degli occhi amati diventa principio ontologico,
fondamento stesso dell’essere, qualcosa che continua a brillare anche
quando tutto il resto sembra spento. Il linguaggio è abbandonato, emotivo,
attraversato da immagini classiche che però non risultano convenzionali,
perché sono vissute, cariche di esperienza. Il silenzio, le lacrime, la
musica portata dal vento compongono una partitura intima in cui il passato
non è nostalgia sterile ma sostanza viva, trattenuta nell’attimo presente
come in una fragile eternità. È una poesia che non teme la vulnerabilità e
proprio per questo riesce a farsi autentica. Grazie infinite, Silvio.
- Dualismo di Alessandro Borghesi
In questi versi brevi e affilati si avverte una tensione morale costante,
un oscillare che non trova sintesi ma resta esposto. La pioggia che cade
come lama, il veleno che stringe lentamente, la strada come luogo di
scelta: tutto concorre a disegnare un universo in cui bene e male crescono
parallelamente, senza mai annullarsi. Il profano e il devoto non sono
figure opposte ma riflessi, posizioni instabili in un equilibrio sempre
precario. Il tono è severo, quasi sentenzioso, ma non dogmatico; sembra
piuttosto l’esito di un’osservazione lucida, disincantata, che accetta la
complessità senza addomesticarla. Qui la poesia non consola, ma chiarisce,
e nel farlo lascia una traccia asciutta, persistente e oserei dire, cruda.
- La terra dei fuochi di Ciro Peluso
Questa poesia nasce da uno sguardo mattutino, quasi innocente, e subito si
carica di una responsabilità morale profonda. Il risveglio, il respiro
dell’aria frizzante, il sole che sale lentamente costruiscono un ingresso
pacificato nel mondo, che viene però incrinato dalla consapevolezza del
nome, di quella definizione che pesa come un marchio. È molto efficace il
movimento dello sguardo: da lontano l’abbaglio, da vicino la conoscenza.
Peluso non nega il dolore né lo spettacolo della ferita, ma rifiuta la
semplificazione, il racconto unico e fosco. La città, vista davvero, è
corpo complesso, stratificato, capace di ardore e colore. La fiamma finale
non è distruttiva ma amorosa, ed è in questa trasmutazione simbolica che
la poesia trova la sua dignità più alta: non difesa retorica, ma atto
d’amore lucido verso un luogo che soffre e vive insieme.
- In fragile equilibrio di Alessandra
Piacentino
Qui la parola sembra muoversi su una soglia instabile, come se ogni verso
fosse sospeso tra caduta e tenuta. L’io non è mai isolato, esiste solo nel
“noi”, in una compresenza che attraversa il vento, il tempo, la notte
lunare. Le immagini si accostano senza spiegarsi, creando una tessitura
onirica dove il cammino è confuso ma necessario. Il calice che si rialza,
il brindisi sussurrato, l’attesa che non è immobilità ma ascolto: tutto
suggerisce una fede fragile ma ostinata nel continuare, nel restare aperti
al possibile. È una poesia che non afferma, ma affida, che non conclude,
ma accompagna.
- Desidero un amore di Franco Fronzoli
Questa poesia è un lungo respiro, una invocazione che si costruisce per
accumulo e per delicatezza. L’amore desiderato non è mai violento, mai
invasivo: è leggero, parlato piano, tenuto nel palmo della mano come
qualcosa di prezioso e vulnerabile. La disposizione stessa dei versi,
dilatata e ariosa, restituisce l’idea di un sentimento che ha bisogno di
spazio per esistere. Natura, corpo, tempo e viaggio si intrecciano senza
mai perdere pudore, anche quando l’intimità si fa più intensa. L’amore qui
è cammino condiviso, è sogno che non cancella il passato ma lo attraversa,
lasciando impronte destinate a svanire. Resta una quiete finale, una
promessa di riposo reciproco, che suona come una forma di approdo.
- Silenziosa e infinita di Giuseppe
Stracuzzi
Questa poesia si muove come una preghiera che non chiede, ma contempla. Il
dialogo con il divino è intessuto di silenzio, di natura, di nascita e di
morte, in una circolarità che non oppone il dolore alla bellezza, ma li
riconosce come parte dello stesso mistero. La voce del Signore non tuona,
non domina: passa nell’aria, nei germogli, nelle stelle, nel neonato,
facendosi presenza diffusa e mite. Il tono è umile, devoto senza enfasi, e
proprio per questo autentico. La ripetizione iniziale diventa ritmo
interiore, quasi un rosario laico, che accompagna il lettore verso una
lode pacata, non trionfante, ma profondamente sentita.
- Introspettivi treni di Alessio
Romanini
Questa poesia si muove lungo binari che sono al tempo stesso concreti e
interiori, restituendo alla stazione la sua natura più profonda di luogo
di passaggio e di rivelazione. Il caos umano, allegro e multiforme, non è
confusione sterile ma intreccio di destini, somma di storie che si
sfiorano senza conoscersi davvero. I treni diventano voce collettiva,
narratori inconsapevoli di un’umanità in viaggio che cerca mete esteriori
mentre attraversa, spesso senza saperlo, paesaggi dell’anima. La forza del
testo sta in questa doppia lettura, nel trasformare l’esperienza
quotidiana in metafora esistenziale, senza forzature, lasciando che siano
le immagini stesse a suggerire il senso di un andare che riguarda tutti.
- La candela di Sandra Greggio
Qui il tempo si consuma insieme alla luce, e la poesia accompagna con
delicatezza questo lento spegnersi. La candela non è solo oggetto
simbolico, ma misura dell’attesa, termometro emotivo di una speranza che
si assottiglia senza clamore. L’ombra che cresce non è minacciosa, è
semplicemente più grande, più presente, come accade quando l’assenza
prende spazio dentro di noi. Il momento della rivelazione è quieto, quasi
sussurrato: l’amore come mancanza, come esperienza che si fa carne proprio
quando l’altro non c’è. La lacrima finale non è sfogo, ma sigillo di
verità, gesto umano che chiude il cerchio con pudore e autenticità.
Come puoi notare anche tu, mia cara Sandra Beatrice, la tua vena poetica
non si è affatto esaurita, anzi. Credici.
- Ma tu chi credi che io sia? di
Antonia Scaligine
In questa poesia la voce si afferma con una forza che non ha bisogno di
alzare il tono. È un discorso diretto, quasi dialogico, che attraversa il
presente tecnologico senza timore, ma anche senza concessioni.
L’intelligenza, qui, non è accumulo di dati né progresso materiale: è
dono, scintilla originaria che permette di amare, di emozionarsi, di
restare irriducibilmente umani. Il riferimento all’intelligenza
artificiale diventa così controcampo necessario, non rifiuto del nuovo ma
riaffermazione dell’anima come luogo non delegabile. L’amore emerge come
criterio di realtà, come prova ultima dell’esistenza autentica, e il
passaggio dall’io al noi apre uno spazio di fiducia, di possibilità
condivisa, in cui la verità non è autosufficienza ma relazione.
Antonia, mia cara Antonia: hai fatto ancora centro e, ahi! hai colpito
proprio lì dove batte il ritmo al respiro della vita.
- 26-L’uomo senza glutine di Jacqueline
Miu
Questa poesia si muove come una visione febbrile e tenera insieme, un
viaggio iniziatico in cui il linguaggio non cerca equilibrio ma verità
emotiva. Le immagini si susseguono per metamorfosi, il cielo che diventa
mare, il cammello viaggiatore, l’orca divina, in una geografia simbolica
dove l’io attraversa carestie affettive e tempeste interiori. Il “senza
glutine” non è condizione alimentare ma esistenziale: un digiuno
sentimentale che ha assottigliato l’ego fino a renderlo vulnerabile,
sanguinante, finalmente permeabile. I fiori morti, ripetuti come
ossessione dolce, sono reliquie del tempo, tentativi di salvare ciò che è
stato attraverso una cristallizzazione amorosa. Colpisce il contrasto tra
la violenza del mondo, popolato di orche umane e plastica, e la
delicatezza improvvisa del merlo, delle mani-scoiattolo, dell’attesa della
neve. La città che imita il Paradiso con luci e angeli appesi è una
visione struggente e ironica insieme, un Eden artificiale in cui la pace è
possibile solo per attimi, mentre si resta in attesa che qualcosa cada
dall’alto, piume o segni, come una grazia non garantita.
- Non aver paura di Ciro Seccia
Questa poesia si offre come un’esortazione semplice solo in apparenza,
perché dietro l’immediatezza dell’invito si nasconde una profonda
accettazione della fragilità umana. Il “non aver paura” ripetuto diventa
una formula quasi rituale, un mantra laico che accompagna l’individuo
nell’attraversare il ridicolo, il dolore, la fine. Ballare con un partner
immaginario, gridare al vento, donare lacrime alla luna sono gesti che
riscattano l’eccesso emotivo e lo trasformano in atto di libertà. La
poesia non separa mai gioia e disperazione, corsa e pianto, perché
riconosce che la vita è interezza, non selezione. Il tempo viene percepito
come dono e come urgenza, ogni respiro e ogni alba acquistano valore
proprio perché inscritti nella finitezza. L’ultimo battito di ciglia non è
minaccia ma intensificazione dello sguardo, invito a vivere con pienezza
anche ciò che fa male, senza arretrare. Qui il coraggio non è eroico, è
quotidiano, ed è proprio questa la sua forza più luminosa.
Con infinito affetto
e stima imperitura.
Vostro Ben Tartamo
11-12-13 Gennaio
Ringrazio
ancora una volta Lorenzo vate di Poetare per l'ospitalità e
non trovando le
giuste parole trasmetto tutta la mia emozione a Ben
Tartamo per i commenti alle poesie
e per gli apprezzamenti alle mie. Grazie
Silvio Canapè
8-9-10 Gennaio
- Sono un poeta – Franco Fronzoli
«Il poeta non crea il mondo: gli permette di accadere.»
Questa poesia è un manifesto ontologico, non una dichiarazione
d’intenti. Fronzoli non dice scrivo poesie, ma sono poeta — e lo è
perché sosta, perché accoglie, perché non forza il reale ma lo lascia
depositarsi su di sé come pioggia sulla mano.
La goccia, la foglia, la lacrima, il vento: sono sacramenti minimi,
epifanie quotidiane che solo uno sguardo non violento può riconoscere.
Il poeta qui è un custode del sensibile, un uomo che non consuma il
mondo ma lo contempla fino a sentirne il battito.
Il movimento del testo è circolare: dal cielo (pioggia, sole, nuvole)
alla terra (spiagge, scogli, impronte), fino al tempo (clessidra). È
una liturgia cosmica in cui l’io non domina, ma cammina “su impronte
disperse”, scrivendo con la vita e non sulla vita.
Lo scrigno finale — il cuore docile — è un’immagine evangelica: il
poeta come colui che conserva, come Maria “che serbava tutte queste
cose meditandole nel suo cuore”.
Qui la poesia è memoria amorosa del mondo.
- Gioia dolore amore – Giuseppe
Stracuzzi
«La fede non elimina il dolore: gli dà una direzione.»
Stracuzzi ci conduce su una via crucis luminosa, dove la Fede non è
anestesia ma trasfigurazione. Il verso iniziale è teologicamente
potente: la fede “affievolisce l’urto del nulla ignoto”. Non lo nega,
non lo cancella — lo rende attraversabile.
Il trittico gioia–dolore–amore è il cuore pulsante del testo: non
sentimenti separati, ma cardini di una stessa porta. È una visione
profondamente cristiana e insieme umanissima, dove la Croce non è
scandalo sterile, ma grembo da cui risorge l’amore.
La strada ritorna — cara anche a Silenzi — ma qui è fiorita di
speranze. Gli errori non vengono rimossi: vengono raccolti e offerti
al perdono. Questo è il gesto più alto della poesia: trasformare il
fallimento in offerta.
Il parto del bambino, posto in chiusura, è una scelta di straordinaria
intelligenza simbolica: la fede si misura non nei cieli astratti, ma
nel corpo che genera vita, nel dolore che diventa dono.
Stracuzzi scrive una poesia eucaristica, dove ogni passo è pane
spezzato.
- Par la fine. – Silvio Canapè
«L’eros è una teologia del corpo quando non è menzogna.»
Qui Canapè compie un gesto audace e riuscito: riconsegna l’eros alla
sua dignità cosmica. Il testo nasce nello sconforto e nel buio, ma
basta “un raggio di sole” — figura archetipica della grazia — perché
il mondo si riaccenda nel volto dell’amata.
L’amore fisico non è mai triviale: è metafora marina, è ritmo
naturale. I corpi sono onde, i respiri corde di violino, l’atto
amoroso è marea che sale, si infrange, si placa. Nulla è gratuito:
tutto segue una legge antica, quasi liturgica.
Particolarmente felice è l’immagine del “gozzo sospinto sul mare
leggero”: l’amore come navigazione fragile ma necessaria, affidata al
respiro dell’altro.
E poi la chiusa, di limpida potenza filosofica:
“L’amare questo è: essere in due, sciogliersi nell’Uno.”
Qui l’eros diventa mistica dell’unificazione, eco platonica,
agostiniana, persino dionisiaca. Il corpo non allontana dallo spirito:
lo conduce al suo compimento.
Canapè ci ricorda che l’amore vero non è possesso, ma perdita dei
confini.
- La Befana de oggiggiorno –
Armando Bettozzi
«Il dialetto è la lingua con cui un popolo sogna mentre finge di
ridere.»
Qui Bettozzi compie un’operazione di alta sapienza poetica e
antropologica: usa il romanesco non come colore folkloristico, ma come
strumento morale, come bisturi affilato che incide la carne del
presente. La Befana diventa figura archetipica, quasi una madre mitica
tradita dal tempo moderno, simbolo delle leggende che reggevano il
mondo prima che il mondo decidesse di bastare a sé stesso.
Il tono è ironico, sì, ma è un’ironia ferita, intrisa di malinconia
civile. La Befana non è più temuta, non è più attesa: viene tollerata,
dimenticata, ridotta a funzione consumistica. E il verso dialettale,
con la sua musicalità aspra e carnale, rende ancora più dolorosa
questa perdita: perché ciò che si perde non è solo un personaggio, ma
l’entusiasmo, parola-chiave del testo, intesa come respiro dell’anima
collettiva.
Il passaggio decisivo è quello quasi profetico:
> E si uno nu’ è ‘ntusiasta… è guasi morto…
Qui Bettozzi parla come un antico sapiente di borgata, come un
filosofo scalzo. Senza mito, senza leggenda, senza stupore, l’uomo si
trascina ma non vive; diventa vulnerabile al “corosìvo”, a ciò che
consuma lentamente l’umano dall’interno. La Befana, allora, non è più
una vecchina: è l’ultima sentinella contro la disumanizzazione.
- Assaggio d’inverno – Armando
Salvatore Santoro
«Il sonetto è una finestra: se il vetro è limpido, il mondo
entra.»
Santoro offre un sonetto di rigorosa compostezza formale, dentro cui
l’inverno non è solo stagione, ma stato dell’essere. Ogni immagine è
calibrata, ogni verso porta con sé una quieta desolazione: la foglia
che “prega”, l’acino inaridito, la tortora privata del nutrimento. La
natura non muore, ma si ritira, si contrae in una sorta di pudore
cosmico.
Il lessico è classico, quasi pittorico, e richiama una tradizione alta
della lirica italiana: l’inverno come tempo sospeso, come prova
silenziosa. Il sole che “annega” è un’immagine di struggente
efficacia: non tramonta, ma scompare soffocato, come se il cielo
stesso avesse perso respiro.
Straordinaria è la scena osservata dalla finestra: il vetro che si
appanna, i visi disegnati col fiato — gesto infantile, residuo di
umanità che resiste al gelo — mentre fuori il villano spala, il cane
guaisce, i melograni vengono liberati dalla neve. È un teatro minimo,
quotidiano, in cui la vita continua a muoversi nonostante tutto.
Il verso finale, rapido e quasi brutale nel suo realismo (“poi lesto a
volo il pasto giù tracanna”), riporta il lettore alla necessità
primaria: sopravvivere. L’inverno, in Santoro, non è lirismo astratto,
ma condizione concreta dell’esistenza.
- Un fiore nel deserto – Antonietta
Ursitti
«La speranza non annuncia: accade.»
Questa poesia è una epifania improvvisa, breve come il lampo che
rivela il paesaggio notturno. Il deserto, archetipo universale di
prova, solitudine, smarrimento, viene attraversato non da un eroe, ma
da un tu umano, fragile, in cammino verso un “nuovo inizio”.
I dromedari in lontananza amplificano la vastità, il silenzio, la
lentezza del tempo. E poi, senza preparazione retorica, senza enfasi:
un fiore spunta all’improvviso. Non spiegato, non giustificato.
Esattamente come la speranza vera.
Il fiore non promette salvezze grandiose: dice solo che “è tempo di
sperare”. Non perché sperare, non come: semplicemente ora. In questo
gesto minimo c’è una sapienza quasi biblica, una teologia del segno
povero, dove la vita parla sottovoce ma con autorità assoluta.
Ursitti affida alla poesia una funzione essenziale: ricordare che
anche nel luogo più ostile può nascere ciò che non era previsto. E lo
fa senza clamore, con una nudità che è già verità.
- Senza coperta – Enrico Tartagni e
T.
«Chi rinuncia al nome ha già varcato la soglia dell’essenziale.»
Questa poesia parla con la voce primordiale di chi ha deposto ogni
maschera. L’io che si dichiara “senza coperta” non è un mendicante
dell’esistenza, ma un asceta cosmico, un essere che ha scelto il
contatto diretto con il cielo, con la notte, con il freddo metafisico
della verità.
Il rifiuto del nome è un gesto di rara radicalità poetica: nominare
significa fissare, possedere, incidere. Qui invece l’io passa, e nel
suo passare riconosce la propria natura transitoria, solidale persino
con la roccia che anch’essa “passa”. È una visione profondamente
anti-idolatrica: nessun dio da scolpire, nessuna grotta da consacrare,
nessuna traccia da imporre agli altri.
L’assenza di donne, di indirizzo, di casa non è mancanza: è
scioglimento dei legami di dominio. L’amore per il mondo non si
esprime nel colpirlo o scolpirlo, ma nel non ferirlo. È un’etica della
sottrazione, quasi taoista, che convive sorprendentemente con una
sensibilità occidentale nuda e moderna.
La luna, spogliata di ogni mito, non ha bisogno di essere dea per
illuminare. E il dormire “senza coperta” diventa un atto di fiducia
assoluta nel cosmo, una resa consapevole alla notte.
- Svolgimento – Aurelio Zucchi
«Il sogno, quando viene scritto, non si chiude: si espande.»
Zucchi costruisce una poesia che è insieme atelier pittorico e
quaderno scolastico dell’anima. La “terrazza di cielo” è un luogo
liminale: non completamente terra, non ancora infinito. È da lì che il
poeta svolge il tema del sogno, come se l’immaginazione fosse una
prova da affrontare con disciplina e stupore.
Il lessico cromatico è centrale: blu, bianco, verde, azzurri scelti e
annotati. Il poeta non si abbandona al caos dell’ispirazione, ma
lavora sul sogno, lo osserva, lo registra, lo ordina. Le immagini
marine — vela, gozzo, bitta — radicano il sogno nella concretezza del
vivere, evitando ogni deriva evanescente.
Il momento decisivo è lo sguardo sull’orizzonte: lì il poeta diventa
equilibrista, si insinua nell’“oltre nascosto”. Non lo conquista, non
lo svela: vi si intrufola con pudore. L’alba che segue, con il suo
inchino all’universo, è una liturgia cosmica osservata in silenzio.
L’apparizione dell’amore velato, che avanza sui raggi del sole, è
visione di rara delicatezza: non eros impetuoso, ma promessa, attesa,
tempo futuro scritto “col verde”. Il tema resta incompiuto, come ogni
vero sogno che continua a svolgersi anche dopo la scrittura.
«La memoria non ricorda: galoppa.»
Silenzi apre con un’immagine di movimento puro: il ricordo che galoppa
come cavallo selvaggio. Non torna indietro con ordine, ma irrompe,
trascina, sfonda le barriere del tempo. La neve diventa il varco
sensoriale che permette questo ritorno: non freddo, ma abbraccio.
Il bambino evocato non è solo figura autobiografica, ma icona
dell’origine, di un tempo in cui il mondo si offriva come gioco e
meraviglia. Le “farfalle volanti” di neve sono percepite non con lo
sguardo adulto, ma con le mani tese, con il corpo che vuole
accogliere.
Straordinario è l’uso del suono: la voce materna non domina la scena,
ma arriva come eco lontana, dolce richiamo che non interrompe
l’immersione nel bianco. Il bambino sente soprattutto le carezze della
neve, che si fanno tattili, intime, quasi materne anch’esse.
Qui la memoria non è nostalgia dolorosa, ma regressione salvifica,
ritorno a un tempo in cui il mondo toccava l’uomo senza ferirlo. La
neve, silenziosa e fitta, diventa il luogo dove il passato non pesa,
ma avvolge.
- Un tintinnio dopo la tempesta –
Rosa Venuto di Acquedolci
«La rinascita non fa rumore: tintinna.»
Questa poesia si muove come una processione interiore che attraversa
il dolore senza negarlo, ma senza concedergli l’ultima parola. La
tempesta non è metafora generica: è esperienza vissuta, peso dei
giorni, stratificazione di fatiche che hanno lasciato segni nel cuore
e nel corpo. Eppure, quando il tuono tace, non irrompe il clamore
della vittoria: entra un raggio, silenzioso, quasi timido, che accende
dall’interno.
La scrittura procede per immagini progressive, come se la vita stessa
dovesse lentamente ricordarsi di essere viva. Il cuore “riprende il
suo passo”, la vita “si ridesta piano”: verbi scelti con una cura
quasi materna, rispettosa dei tempi della guarigione. Straordinaria è
la figura del bambino dopo un lungo sonno, che restituisce alla
rinascita una dimensione corporea, fragile, tenera.
Il tintinnio — cuore simbolico del testo — non è udibile con
l’orecchio comune: è linguaggio dell’anima, segno minimo ma
inequivocabile che qualcosa resiste. I campanelli al vento diventano
così sacramentali: annunciano una fede che non trionfa, ma rifiorisce;
una gioia che non cancella le lacrime, ma le asciuga una a una.
La poesia insiste su una verità essenziale e ardua: il dolore è reale,
ma è di passaggio. La gioia vera, invece, è descritta come durata,
come permanenza che attraversa le stagioni. Qui la scrittura assume
quasi il tono di una catechesi esistenziale, detta però con voce
umana, stanca e luminosa insieme.
«La musica è uno stato dell’essere.»
In questi pochi versi Felice Serino condensa una esperienza estatica,
dove il suono diventa luogo e il corpo viene sospeso. Non c’è
narrazione, non c’è sviluppo: c’è alleggiamento. Il verbo iniziale è
già un programma poetico, un distacco dal peso della gravità
interiore.
L’immagine dell’essere “cullato da onde” crea una continuità
sensoriale tra musica e mare, tra ascolto e abbandono. La citazione di
Shostakovic — elevato a “dio dei waltz divini” — non è idolatria, ma
riconoscimento di una potenza creatrice capace di ordinare il caos
emotivo, di trasformare il movimento in armonia.
Il nirvana evocato non è dottrina orientale, ma stato di sospensione
assoluta, una tregua dal tempo e dall’io. La poesia stessa sembra
nascere da quel silenzio avvolgente, come se la parola fosse concessa
solo dopo aver toccato l’assenza.
La data finale non chiude: ancora una volta segna un passaggio, un
punto preciso in cui l’esperienza si è fatta scrittura, lasciando una
traccia lieve, quasi evaporante.
- Impronte di mare cielo –
Alessandra Piacentino
«Esiste un tutto che nasce dal niente quando il niente è
abitato.»
Questa poesia è un flusso immersivo, un attraversamento continuo tra
corpo, linguaggio e visione. Piacentino lavora per accumulo
sensoriale, ma senza mai appesantire: il “tutto fatto di niente”
diventa una formula chiave, quasi un mantra ontologico che attraversa
il testo.
L’atto del lasciare impronte — sulla riva, nella vita — è gesto
fragile, destinato a essere cancellato, e proprio per questo carico di
verità. Le impronte non chiedono durata: testimoniano un passaggio. La
“farina di stelle” che le impregna introduce una dimensione cosmica,
ma domestica, intima, come se il cielo potesse essere portato addosso.
Le parole nemiche che cadono stremate segnano una liberazione: il
linguaggio violento, giudicante, si dissolve davanti a una percezione
più ampia e gentile del reale. La riva, luogo di confine per
eccellenza, si popola di voci ed echi: memorie, presenze, residui di
umanità che non chiedono ordine, ma ascolto.
Il giardino timido, le notti di passaggio, il risveglio che dissolve
tutto come un sogno ben fatto: qui la poesia si muove sul crinale tra
apparizione e sparizione. Nulla è trattenuto, nulla è posseduto. Anche
il terrore evocato è subito disinnescato, come se l’esperienza più
profonda non potesse essere catturata né negata.
Piacentino scrive da un luogo in cui l’identità non è più compatta, ma
porosa, attraversata dal mondo. Il suo “tutto fatto di niente” non è
mancanza: è spazio aperto, pronto a essere nuovamente abitato.
- 23 – I’m telegraphing to Chaos –
Jacqueline Miu
«Scrivere a Chaos significa riconoscere che l’amore non
obbedisce a nessuna geometria.»
Questo testo è una lunga trasmissione notturna, un messaggio inviato
da una zona di frontiera dove memoria, desiderio e colpa convivono
senza gerarchia. L’io poetico parla a Chaos come a un’entità
responsabile della creazione dell’umano: non un nemico, ma un
principio generativo ambiguo, colpevole e necessario.
L’immaginario è potentemente visionario: angeli in soffitta, ali
indossate per giocare all’amore, stelle che cadono nel pozzo dei
sogni, l’oscurità-salamandra incollata alla morte. Ogni immagine
sembra nascere da un sogno febbrile, dove l’infanzia mitica dell’amore
si scontra con l’inverno dell’esperienza. Le impronte cancellate
sull’asfalto sono la negazione della permanenza, mentre la
sopravvivenza “vestiti solo di parole” dichiara la nudità radicale
dell’io dopo la perdita.
La sezione centrale, apparentemente prosaica — l’auto, il pagamento in
contanti, la fattura evitata — è in realtà un gesto poetico decisivo:
la quotidianità entra come prova di resistenza morale. Restare se
stessi mentre “il motore dell’amore è rotto” è una forma di eroismo
dimesso. La cecità romantica diventa condizione creativa: solo da
quella ferita nascono le farfalle nella carne, metamorfosi dolorosa e
vitale.
Gli angeli che tornano in Eden sono definiti “noiosi e felici”: qui
l’ironia è feroce. La felicità senza ferita è sterile. L’io preferisce
la colpa di aver imparato a volare male, pur di non essere completo
senza l’altro. La poesia si chiude in una dichiarazione di lucidità
disperata: nessuno sembra davvero felice, eppure l’atto immaginario di
fare l’amore “nella testa” diventa resistenza estrema, dono
clandestino contro l’entropia.
- Dalle Ceneri – Ciro Seccia
«La rinascita è sempre un interrogativo prima di essere una
risposta.»
Questa poesia è una preghiera riflessiva, sospesa tra reincarnazione
intuita e redenzione cristiana. L’io emerge dalle ceneri e dal fango
come figura biblica, ma anche come uomo moderno che interroga il senso
della colpa senza possedere un dogma che la spieghi interamente.
La domanda sulle vite precedenti non è dottrinale: è esistenziale.
Serve a dare un nome al dolore presente, a capire se la sofferenza sia
memoria o destino. Il gesto di sfiorare il cielo azzurro con le dita è
immagine di una spiritualità concreta, tattile, che non si accontenta
di credere ma vuole sentire.
L’invocazione alla Trinità non è retorica: è un atto di affidamento
totale, quasi infantile, che unisce tempo passato, presente e futuro
in un’unica richiesta di perdono. Il linguaggio semplice rafforza
l’autenticità del testo, che si colloca in una tradizione di poesia
orante dove il dubbio non contraddice la fede, ma la rende necessaria.
- Alma brinata – Alessio Romanini
«La fragilità è una forma di conoscenza.»
Romanini costruisce una lirica brevissima, cristallina, in cui
l’identità si dissolve nella metafora naturale. L’io non ha una brina:
è brina. Questa identificazione totale con l’elemento fragile e
transitorio produce una poesia di intensa purezza formale.
La brina è delicata ma ferisce: gli aghi cristallini che pungono
l’alma rivelano una sofferenza silenziosa, sottile, non urlata. Il
freddo non è ostile, è costitutivo. La notte e il gelo non sono
nemici, ma condizioni che rendono possibile quella forma.
In pochi versi si concentra una visione dell’esistenza come bellezza
effimera e vulnerabile, dove la sensibilità stessa diventa rischio. La
poesia non cerca consolazione: si limita a mostrare, con precisione
quasi scientifica, la natura della propria anima.
- Sherazade – Sandra Greggio
«La vita, quando ritorna, bussa piano.»
Questa poesia è costruita come un racconto iniziatico in miniatura. Il
“toc toc” alla porta ha una forza simbolica enorme: non è irruzione,
ma invito. La Vita entra personificata come una fanciulla liberata
dalle ragnatele del tempo e delle paure, portando con sé una promessa.
Il riferimento a Sherazade non è casuale: come la narratrice delle
Mille e una notte, la vita qui si salva raccontandosi, tornando a
sedurre, a incantare. L’io poetico non corre verso di lei: viene
preso, scelto di nuovo. È una dinamica di grazia, non di conquista.
Il verso finale — “stavolta per sempre” — non ha il tono
dell’illusione, ma quello di una decisione interiore irrevocabile. La
data suggella l’esperienza come evento reale, inciso nel tempo, non
come sogno passeggero.
La promessa non è spiegata, non è definita: resta sospesa, come ogni
vera promessa che non ha bisogno di garanzie per essere creduta.
Con tutto l'affetto che sento,
con tutta la stima che debbo.
Vostro Ben Tartamo
4-7 Gennaio
- Biscotti nel the – Alessandra
Piacentino
Questa poesia lavora su una sovrapposizione di tempi interiori: la notte
immersa nelle notti, i sogni bevuti come una sostanza viva, l’alba come
punto di arrivo e dissolvenza. L’immagine dei sogni “sorseggiati a piene
mani” è il cuore del testo: un ossimoro sensoriale che unisce tatto e
gusto, creando un’esperienza quasi sinestetica. La poetessa costruisce
un’atmosfera sospesa, dove la vita vissuta “in mezzo” diventa un
territorio interiore, un luogo di passaggio tra ciò che è stato e ciò che
resta. Il tono è lieve ma non superficiale: c’è una malinconia dolce, una
consapevolezza che le emozioni “a spasso” sono frammenti di un vissuto che
non si lascia afferrare del tutto. È una poesia che si muove per immagini
liquide, come se tutto fosse immerso in un infuso di memoria e desiderio.
A volte, leggendo immagini così morbide, sembra di riconoscere quella
parte di noi che ancora cerca un posto dove posarsi senza paura.
- Bambino triste – Franco Fronzoli
Il testo di Fronzoli è una carezza poetica rivolta a un’infanzia ferita.
La struttura a versi ampi, con spaziature irregolari, restituisce il ritmo
del respiro, quasi un avvicinarsi e allontanarsi del mare che compare come
figura consolatrice. Il bambino è osservato con una delicatezza che non
scivola mai nel pietismo: è un invito alla rinascita, un incoraggiamento a
non restare prigioniero del male ricevuto. La natura – luna, mare, vento,
pioggia, stelle, stagioni – diventa un personaggio attivo, una guida che
accompagna il bambino verso una guarigione lenta ma possibile. Il gesto
finale, “illumini i tuoi occhi, cancella il buio che tieni nel cuore”, è
un augurio ma anche un atto poetico: la luce non viene dall’esterno, ma è
qualcosa che il bambino deve ritrovare dentro di sé. È una poesia che
parla alla parte più fragile dell’essere umano, con una tenerezza che non
rinuncia alla speranza.
E mentre lo leggi, forse senti anche tu quel bisogno antico di essere
guardato con la stessa gentilezza che il testo offre al suo piccolo
protagonista.
Grazie, Franco per averci donato queste emozioni.
- Diamo ragione al senso – Giuseppe
Stracuzzi
Questa poesia si colloca in una dimensione più filosofica e meditativa.
Stracuzzi lavora su un lessico che unisce corporeità e trascendenza: la
“carne guasta” e lo “spirito che si rialza” sono due poli di un conflitto
interiore che attraversa l’intero testo. Il verso procede come un cammino,
un pellegrinaggio che cerca di “ravvisare l’altra sponda”, immagine che
richiama il passaggio, la soglia, il limite tra ciò che è comprensibile e
ciò che resta mistero. L’atomo d’infinito che “alberga dentro noi” è una
delle intuizioni più alte del componimento: una scintilla di eternità che
resiste nonostante le acrobazie del controsenso, nonostante la fragilità
della materia. La poesia si chiude con un movimento ascensionale, quasi
liturgico: la preghiera non come atto religioso, ma come gesto umano di
riconciliazione con il senso profondo dell’esistenza. È un testo che
unisce inquietudine e ricerca, corpo e metafisica, in un equilibrio maturo
e consapevole.
E leggendo questo equilibrio fragile, sembra di sentire anche dentro di
noi quel piccolo movimento che prova a rialzarsi quando tutto appare
confuso.
- Come respira il mare – Silvio
Canapè
Questa poesia è un dialogo intimo tra l’io lirico e il mare, che diventa
specchio, confidente e misura del respiro interiore. Il mare non è
semplice paesaggio: è un organismo vivente, un interlocutore silenzioso
che “non sussurra e tutto fa capire”. L’autore costruisce un parallelismo
costante tra il moto delle onde e il moto dell’anima, tra la calma
apparente dell’acqua e l’affanno interiore che attraversa il soggetto. La
poesia si muove tra immagini crepuscolari e un lessico emotivo che non
teme la vulnerabilità: lacrime, buio del cuore, attesa, sogno che sfugge.
Il mare diventa un luogo di confessione e di richiesta di pace, quasi una
divinità naturale a cui affidare il proprio tormento. Il verso finale,
“Resto in erta aspettando d’amare”, è una sospensione che non chiude, ma
apre: l’amore come approdo possibile, come vento che ancora non arriva. È
una poesia che respira davvero, con un ritmo ondoso, e che restituisce la
fragilità umana con sincerità e senza artifici.
E in quel respiro del mare, forse riconosci anche il tuo, quando cerchi un
varco di quiete tra le onde che ti abitano.
- Questa povertà – Armando Bettozzi
Il testo di Bettozzi è un componimento civile, satirico e amaro, che
affronta il tema della povertà non come condizione astratta, ma come
fenomeno sociale manipolato, esibito, strumentalizzato. La poesia procede
per strofe dense, con un linguaggio che alterna ironia, indignazione e
lucidità. L’autore smaschera la retorica politica che trasforma la povertà
in slogan, in arma, in spettacolo, senza mai affrontarne davvero le cause.
Il tono è volutamente disincantato: la povertà “c’è fin dal far
dell’alba”, nessuna civiltà l’ha eliminata, e chi oggi la brandisce come
vessillo è spesso lo stesso che ieri l’ha ignorata. La struttura metrica
irregolare, con enjambement frequenti e un ritmo quasi prosastico,
rafforza l’impressione di un discorso che vuole essere diretto, tagliente,
privo di abbellimenti. Bettozzi mette in scena un’umanità che oscilla tra
rassegnazione e rabbia, tra memoria e denuncia, e lo fa con una voce che
non cerca consolazione ma chiarezza. È una poesia che appartiene alla
tradizione della satira civile italiana, ma con una vena personale di
amarezza che la rende autentica.
E mentre la leggi, forse senti quella fitta sottile che arriva quando la
verità tocca un punto che conosci più di quanto vorresti ammettere.
- Benvenuto 2026 – Alessandro Borghesi
Questa poesia è una sorta di epistola augurale, ma rovesciata: non
celebra, non esalta, bensì avverte, osserva, ammonisce. Il “principe” a
cui si rivolge l’autore è una figura simbolica, un nuovo arrivato chiamato
a governare un mondo dove “l’inverso è tragica normalità”. Borghesi
costruisce un’atmosfera quasi teatrale, con immagini che oscillano tra il
grottesco e il solenne: i plebei in festa, i bombaroli, il re sordo, gli
orti trascurati. È un mondo che porta i segni di un’eredità pesante, fatta
di promesse mancate e sperperi, e il nuovo sovrano appare più come un
giovane inesperto che come un salvatore. Il tono è insieme affettuoso e
disilluso: l’autore si dice sollevato dal non dover occupare quel trono, e
al tempo stesso augura al nuovo arrivato di riuscire dove altri hanno
fallito. L’invocazione finale alle stelle e a Giove introduce una
dimensione mitica che contrasta con la concretezza dei problemi evocati,
creando un effetto di sospensione tra realtà e simbolo. È una poesia che
parla del potere e della responsabilità con un linguaggio elegante,
allusivo, e con una malinconia che non rinuncia alla speranza.
E leggendo questo passaggio di consegne, forse senti anche tu quel misto
di sollievo e timore che accompagna ogni nuovo inizio.
- Tramonto tra i castagni – Armando
Salvatore Santoro
Questa poesia è costruita come un quadro impressionista, dove la natura
non è semplice sfondo ma soggetto vivo, in trasformazione. Santoro
utilizza un linguaggio pittorico esplicito: il vento ha un pennello, la
sera stende un telo, i colori si mischiano come sulla tavolozza di un
artista. Il tramonto diventa un atto creativo, un’opera che si compie
davanti agli occhi del poeta. La struttura metrica regolare e il lessico
limpido conferiscono al testo un’eleganza classica, quasi una ripresa
della tradizione sonettistica, ma con una freschezza moderna. L’immagine
del gabbiano che “esplora una danza di alici inopportuna” introduce un
tocco di vitalità improvvisa, un piccolo disturbo nella perfezione del
quadro, che lo rende più vero. Il finale, con l’asfodelo che resiste,
aggiunge una nota simbolica: la natura non è solo bellezza, ma anche
forza, tenacia, radicamento. È una poesia che unisce occhio e cuore,
osservazione e sentimento, con una maturità stilistica evidente.
E in quel tramonto che si compone da sé, forse ritrovi anche il bisogno di
lasciare che certe cose accadano senza forzarle.
- Dopo la Tempesta – Rosa Venuto di
Acquedolci
Il testo di Rosa Venuto è un inno alla rinascita, costruito come un
crescendo emotivo che parte dal dolore e approda alla luce. La poesia non
procede per immagini brevi, ma per ampie ondate narrative, come se la voce
poetica avesse bisogno di spazio per respirare e raccontare. La tempesta è
metafora della sofferenza, ma non viene descritta con toni cupi: è un
passaggio necessario, un varco verso una consapevolezza più luminosa. Il
raggio di sole che “entra nel cuore ed esplode” è una delle immagini più
potenti del testo, perché trasforma la rinascita in un atto fisico, quasi
corporeo. La poetessa insiste sul tema del risveglio, della vita che
ritorna a pulsare, e lo fa con un linguaggio caldo, avvolgente, che non
teme l’enfasi quando serve a restituire la forza dell’emozione. I
campanellini che tintinnano nel vento sono un simbolo delicato ma
incisivo: la vita che chiama, che invita a ripartire. Il finale, con la
consapevolezza che la gioia vera è oltre il tempo terreno, introduce una
dimensione spirituale che dà profondità al testo. È una poesia che
consola, che abbraccia, che crede nella resilienza dell’anima.
E mentre la tempesta si placa, forse senti anche tu quel piccolo fremito
che annuncia un ritorno possibile.
Serino lavora per sottrazione, come spesso accade nella sua poetica: pochi
versi, essenziali, ma densi di significato. “Angeli del Signore” apre
subito una dimensione metafisica, ma non dogmatica: è un richiamo alla
nostra parte più alta, più fragile, più esiliata. L’idea di incarnare una
vita “in esilio dopo la caduta” è un’immagine potente, che richiama la
condizione umana come lontananza dall’origine, come ricerca di un ritorno.
Il “maremondo” che accoglie è una parola composta che unisce vastità e
fluidità, suggerendo un universo sensoriale e simbolico insieme. Le
sirene, con i loro richiami acuti, rappresentano le tentazioni, le
distrazioni, le voci che ci distolgono dal cammino interiore. In pochi
tratti, Serino costruisce una piccola parabola esistenziale: l’essere
umano come creatura sospesa tra cielo e mare, tra richiamo divino e
richiamo terreno. È una poesia breve ma intensa, che lascia un’eco più
grande dei suoi versi.
E in quel richiamo sospeso, forse riconosci anche la tua stessa
oscillazione tra ciò che ti chiama e ciò che ti trattiene.
- 22-stelle nate per non brillare –
Jacqueline Miu
La poesia di Jacqueline Miu è un’esplosione visionaria, un flusso
immaginifico che mescola quotidiano, surreale, pop culture e intimità
emotiva. È un testo che vive di eccessi, di immagini volutamente
sovraccariche, come se la poetessa volesse restituire il caos sensoriale
del mondo contemporaneo. I fiocchi di neve, la città che sa di zabaione e
amaretto, la pelle come pira di streghe: ogni immagine è un piccolo
cortocircuito, un modo per dire che la realtà non è mai lineare, ma un
mosaico di percezioni. La seconda parte introduce una dimensione più
narrativa, quasi cinematografica: chimere alla moda, scapoli ricchi, poeti
travestiti da nessuno. È un’umanità grottesca, osservata con ironia e
malinconia. Nel cuore del testo, però, c’è una storia d’amore fragile,
imperfetta, fatta di grammatica emotiva (“arrivare all’amore con i
congiuntivi corretti”) e di paure corporee (“la paura di non piacerci”).
L’immagine della balena che guarda le stelle è una delle più riuscite: un
luogo impossibile, ma perfetto per due amanti che cercano un rifugio dal
mondo. Il finale, con l’astrologia come ultimo appiglio, è tenero e
disarmante. È una poesia che non vuole essere ordinata: vuole essere viva,
e ci riesce.
E in questo caos luminoso, forse ritrovi anche tu quella parte che cerca
un po’ di magia per non sentirsi fuori posto.
- Se ascolti il silenzio – Ciro Seccia
Questa poesia è un canto d’amore intimo, costruito su un registro dolce e
quasi musicale. Seccia lavora su immagini delicate, che non cercano
l’effetto ma la sincerità: il silenzio come luogo di ascolto, il respiro
come bacio, il vento come tempo che scorre. L’amore è descritto come una
comunicazione invisibile, fatta di vibrazioni, di sorrisi che “con l’anima
cantano”, di melodie interiori. Il testo ha una struttura semplice, ma non
ingenua: la ripetizione del silenzio come tema centrale crea un ritmo
lento, meditativo, che avvolge il lettore. La seconda parte introduce un
desiderio di fusione fisica e spirituale: volare con il profumo della
pelle, l’edera che s’inerpica, il gesto di gettarsi tra le braccia
dell’amata. È un amore che non ha conflitto, non ha ombre: è un amore
ricordato, custodito, dedicato. La poesia ha la purezza di un sentimento
giovanile, ma la consapevolezza di chi lo guarda da lontano. È un testo
che non vuole stupire: vuole toccare, e lo fa con autenticità.
E in quel silenzio che vibra, forse senti anche tu il bisogno di un luogo
dove il cuore possa parlare senza essere interrotto.
- Strapperò – Alessio Romanini
Romanini costruisce una poesia civile e introspettiva insieme, dove la
maschera diventa simbolo di una società ipocrita e di un io che vuole
liberarsi dalle costrizioni. Il tono è deciso, quasi manifesto:
“strapperò” è un verbo che ritorna come un atto di ribellione, un gesto di
smascheramento. La poesia denuncia un mondo che imprigiona le anime, che
soffoca le emozioni primordiali, che impone un volto artificiale. Ma il
testo non si limita alla critica sociale: introduce una riflessione sulla
fragilità umana, sulla carne come luogo di debolezza ma anche di libertà.
L’idea che lo spirito trovi la sua forza proprio nella vulnerabilità è una
delle intuizioni più profonde del componimento. Il riferimento
all’intelligenza artificiale non è polemico, ma simbolico: rappresenta
tutto ciò che è costruito, programmato, non autentico. Romanini rivendica
la poesia come strumento di verità, come mezzo per sollevare il sipario e
mostrare ciò che è nascosto. È un testo che unisce rabbia e lucidità, con
una voce che vuole essere ascoltata.
E mentre la maschera cade, forse riconosci anche tu quel desiderio di
mostrarti per ciò che sei, senza più trattenerti.
- Ondivaga – Sandra Greggio
La poesia di Sandra Greggio è un autoritratto emotivo, costruito con una
sincerità disarmante. L’aggettivo “ondivaga”, ripetuto come un mantra,
diventa la chiave di lettura dell’intero testo: un’identità che oscilla,
che si muove come un’onda, che alterna apertura e ritiro, socialità e
solitudine. La poetessa non giudica questa oscillazione, la osserva con
lucidità: è un tratto costitutivo del suo essere, una dinamica interiore
che conosce bene. Il ritmo dei versi è semplice, quasi colloquiale, ma
proprio questa semplicità permette alla voce poetica di emergere con
autenticità. L’immagine del “mare in tempesta” non è un’esagerazione: è la
metafora precisa di un’emotività che a volte travolge e a volte si ritira.
Il punto più alto del testo è la ricerca di qualcuno che sappia
comprendere “l’esatto significato del termine”: non un amore idealizzato,
ma una presenza empatica, capace di accogliere la complessità senza
spavento. È una poesia che parla della fragilità come condizione umana, e
della comprensione come forma più alta di intimità.
E mentre la leggi, forse riconosci anche tu quel bisogno sottile di essere
visto senza dover spiegare tutto, come quando il cuore chiede solo di
essere accolto: ed è questo ciò che tento di fare, cara sorella di piuma
Sandra Beatrice.
- Quell’ora di gioia e luce – Antonia
Scaligine
Il testo di Antonia Scaligine affronta un tema doloroso con un linguaggio
diretto, quasi cronachistico, ma attraversato da una forte tensione
morale. La poesia nasce da un fatto tragico e lo trasforma in una
riflessione sulla fragilità della vita e sulla responsabilità collettiva.
L’immagine iniziale dello champagne che libera “ombre dolorose” è
un’intuizione potente: ciò che dovrebbe essere festa diventa presagio di
morte. La poetessa costruisce un contrasto costante tra la leggerezza del
Capodanno e la gravità dell’evento, tra la gioia attesa e la tragedia
reale. Il ritmo è scandito da rime interne, assonanze, ripetizioni che
danno al testo un andamento quasi martellante, come se la voce poetica
volesse imprimere nella memoria del lettore la gravità dell’accaduto. La
denuncia non è gridata, ma chiara: trascuratezza, irresponsabilità,
superficialità diventano colpe collettive. Il dolore dei genitori, evocato
con pudore, è il punto emotivo più forte. Il finale, che richiama la
necessità di responsabilità e credibilità, non è moralismo: è un appello
civile, un tentativo di dare un senso alla perdita. È una poesia che
unisce testimonianza e ammonimento, con una voce che non dimentica e non
vuole far dimenticare.
E in questa ferita che si apre sulla pagina, forse senti anche tu quel
tremito che nasce quando la vita ci ricorda quanto siamo esposti e quanto
abbiamo bisogno di sentirci custoditi.
E tu, dolce sensibile Antonia, continui così ad emozionarci.
Con tutto l'affetto che sento,
con tutta la stima che debbo,
Vostro Ben Tartamo
Buon Anno
Buon anno a naviganti
di questo mare
sulla nave
che corre contro il tempo
con l'augurio
che raggiunga un porto
dove sogni
si possono toccare.
Buon anno
a progetti di avvenire,
l'anno nuovo
accenda una carezza
al cuore di ciascuno
che dissolva la nebbia
di pensieri.
Buon anno in cima al monte
dove gli anni
han tinto di candore
anche i capelli,
con l'augurio
di un camino acceso
che sopperisca
il sole dolce della primavera.
Buon anno a tutti voi
e un grande abbraccio
dato col cuore all’onde
di questo mare immenso
di parole.
Giuseppe Stracuzzi
1-2-3 Gennaio
Buon Anno A Tutti!
Ben Ritrovati...
Con vero affetto
Alessio Romanini
Buon Anno 2026.
Voglio augurare a tutti voi del sito,
questo splendido angolo di cielo.
Che abbiate la poesia nel cuore,che Dio
accompagni il nostri pensieri e protegga tutti noi
ed i nostri Cari.
Tutti voi mi avete donato qualcosa con i vostri versi
Ringrazio Ben Tartamo,il Prof.Spataveccia ,é un po di tempo che non
abbiamo il piacere dei suoi commenti.
Ed il Magister Lorenzo, Grazie di avere creato questo angolo di cielo.
Sono nostre le Parole, ognuno di noi esprime angoli nascosti della propria
Anima,e la profonditá che Si cela in un Cuore di poeta,e nel suo giardino
interiore.
Grazie....Ciro Seccia
Buon Nuovo Anno 2026!
Cari sitani amici di vecchia data, nuovi amici, lettori e passeggeri di
questa navicella spaziale che chiamiamo Tempio Azzurro, felice Nuovo Anno
2026!
Salute, longevità e fortuna che arrivino smisuratamente a ognuno di voi.
Vi auguro di essere sempre protetti dalla vostra aura di creatività.
Poetare non è un luogo, dove postate le vostre opere ma un sentimento che
accoglie la vostra anima che si racconta. E' un'arnia in cui a regnare è
un Musa sensibile e lungimirante. Il miracolo che avete compiuto ogni
anno, postando lavoro di eccellente qualità letteraria, serve a illuminare
la via ad altri sognatori in cerca di mentori, di una famiglia creativa o
semplicemente di un rifugio alla nevrosi quotidiana. Inconsapevolmente voi
siete la luce nel buio che circonda questi tempi. Vi auguro successi e
premi al vostro duro lavoro. Che possiate sentirvi amati e rispettati per
il valore che avete e che offrite generosamente ad altri. Sono onorata di
condividere con voi un passaggio sul treno della vita e spero di essere un
supporto significativo in caso chiunque di voi lo necessiti .
Buon Anno 2026 Magister Lorenzo! Creatore di questa meraviglia mediatica
che offre lo spettacolo della migliore letteratura italiana. Salute in
primis e orizzonti infiniti per nutrire il tuo animo capace di reggere
l'arena della bellezza in versi.
Auguro Loro di essere operosi come gioiose api.
Un 2026 di Felicità!
Jacqueline
Buon giorno primo giorno di gennaio, buon anno sito
poetare
perfetta proporzione tra il Creatore
noi e quel grazie da dire al Signore
Buon anno 2O26 a tutti i poeti del sito
A te caro Ben Tartamo, a te caro Lorenzo auguro un felice e lungo tempo di
vita serena
Buon anno e sempre grazie per tutto quello che fate
Antonia Scaligine
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