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Gennaio-Giugno
20-21-22 Gennaio
- L’albero forse — Felice Serino
Caro Felice, leggendo questi versi ho avuto la sensazione di essere
accanto a te, in silenzio, davanti a quell’albero che non è mai stato
solo un albero. È una presenza fedele, come certi luoghi dell’infanzia
che ci conoscono meglio di molte persone. Mi ha ricordato la sobrietà
di Saba quando parla con le cose, ma anche certi poeti orientali che
affidano a un solo elemento naturale il peso dell’intera esistenza.
Quel tuo “sovrappensiero” è umano, profondamente umano: è lo sguardo
di chi ha vissuto, di chi sente che il corpo porta la sua storia come
un archivio discreto. L’inverno nelle ossa non è disperazione, è
consapevolezza. Come se tu dicessi: io passo, tu resti, e in questo
non c’è rabbia, ma verità. È una poesia che cura perché non mente, e
come spesso accade nei versi più sinceri, consola proprio perché non
promette nulla.
- Vorrei, nel caso, fosse uno
schiamazzo — Aurelio Zucchi
Caro Aurelio, la tua poesia mi sembra scritta camminando piano, come
chi ha imparato a non calpestare inutilmente il mondo. In questo tuo
desiderare senza imporre ho sentito qualcosa di molto europeo, direi
quasi mitteleuropeo: una delicatezza che ricorda certi poeti austriaci
o boemi, ma con un cuore profondamente italiano.
Il silenzio che accogli non è vuoto, è respiro. E i bambini, con il
loro schiamazzo, non rompono l’armonia: la completano. Qui c’è una
sapienza antica, quasi evangelica, ma anche qualcosa di molto moderno:
l’idea che la bellezza non stia solo negli spazi immensi, ma nel
quotidiano, nel borgo, nel campanile, in un lampione che si accende. È
una poesia che insegna a guardare meglio, e senza mai alzare la voce.
- Frescura — Antonietta Ursitti
Cara Antonietta, la tua poesia è come entrare in un quadro, o forse in
un giardino che esiste prima delle parole. I tuoi versi mi hanno fatto
pensare a certe liriche brevi giapponesi, ma anche alla grazia di
alcune poetesse europee del Novecento che parlavano alla natura come a
una sorella.
Non racconti: mostri. E in questo gesto c’è una grande fiducia in chi
legge. L’ombra, da te, non è qualcosa da evitare, ma da celebrare. La
frescura diventa uno spazio dell’anima, un luogo dove ci si può
fermare senza difese. Innamorato, qual sono, delle scienze mediche
dell'anima, direi che questa poesia fa bene perché rallenta il
respiro; da poeta, perché dimostra che non serve spiegare tutto per
dire l’essenziale.
- Sotto la neve — Nino Silenzi
Professor De Ninis, la tua poesia mi arriva come un fotogramma in
bianco e nero, breve ma incisivo, di quelli che restano impressi più
di tante parole. Quegli “scontri d’ombrelli” hanno qualcosa di urbano
e universale insieme: potrei essere in una via italiana, ma anche a
Parigi o a Vienna, sotto una neve che rende tutti un po’ uguali e un
po’ più soli. Mi hai fatto pensare a certi versi essenziali di
Ungaretti, ma anche a poesie nordiche, dove la vita si ritira, si
accorcia, come dici tu, e trova rifugio nel fuoco, nel vino, nel
sonno.
Direi che qui c’è una dolce resa: non disperazione, ma accettazione
del rallentare, del farsi piccolo della vita quando fuori il freddo
stringe. Da poeta, sento la forza di chi sa che basta un camino acceso
e un bicchiere per tenere accesa anche l’anima. Grazie di cuore.
- Nel cerchio del tempo — Laura
Lapietra
Cara Laura, che bello rivederti nel Tempio Azzurro. Vedi, leggendo
questi versi, ho avuto la sensazione di camminare dentro un affresco
lento, il tuo, dove ogni stagione lascia una traccia prima di
andarsene. C’è una musicalità ampia, quasi narrativa, che mi ha
ricordato certi poeti romantici, ma anche alcune voci moderne che
sanno parlare del tempo senza nostalgia sterile. L’estate che parte
non è un lutto, è un passaggio: tu la accompagni con rispetto, come si
fa con qualcuno che si ama e si sa che tornerà, in altra forma.
Mi colpisce molto il modo in cui intrecci memoria e futuro, ricordi e
promesse “in gomitoli da sfilare”: è un’immagine che dice tanto
dell’animo umano, sempre preso tra ciò che è stato e ciò che sarà. Da
lettore sento una grande fiducia nella vita, nei suoi cicli; da
osservatore dell’anima, percepisco una maturità serena, quella di chi
ha capito che nulla si perde davvero, ma tutto si trasforma e ci
cresce dentro.
- Pioggia — Franco Fronzoli
Questa poesia del nostro bravo Franco, ha un passo lento, quasi
meditativo, come se egli stesse davvero seduto davanti a quella
finestra da molto tempo. Mi ha ricordato certi poeti americani del
quotidiano, ma anche haiku dilatati, dove il gesto semplice — guardare
la pioggia, sentire un profumo — diventa centro del mondo. L’autunno
che racconta è fatto di sensazioni concrete: il rumore, l’odore, il tè
caldo, gli stivali. È una stagione vissuta con il corpo prima ancora
che con il pensiero.
E poi c’è quella attesa del temporale, degli uomini che avanzano sotto
la pioggia senza paura: lì sento una vena quasi epica, ma trattenuta,
umile. Come se il coraggio fosse una cosa silenziosa, quotidiana.
Oserei dire, che questa poesia riconcilia con i tempi lenti, con
l’ombra, con la stanchezza buona. È vero, però che hai saputo dare
voce a un autunno che non chiede di essere amato, ma che si fa amare
lo stesso.
- Grazie di tutto — Giuseppe
Stracuzzi
Questa poesia ha il passo di una preghiera detta senza inginocchiarsi,
con gli occhi aperti sul mondo. Il tuo “grazie”, caro Giuseppe, non è
astratto: prende corpo nelle cose semplici e profonde, nel tramonto,
nel vento, nei fiori, nella fede che non si proclama ma traspare. Ogni
immagine è un gesto di riconoscenza, come se la vita fosse osservata
con uno stupore ancora intatto.
C’è qualcosa che richiama certa poesia spirituale mediterranea, ma
anche echi di liriche francesi dove la gratitudine diventa forma di
conoscenza. Il silenzio che “recita” la poesia è forse il punto più
alto: non un vuoto, ma uno spazio abitato, dove parola e anima si
incontrano senza bisogno di spiegarsi. È una scrittura che pacifica,
che non chiede, ma riconosce.
- Burlesquando… — Armando Bettozzi
Caro Armando, questo sonetto è un gioco colto e spudorato, consapevole
della propria tradizione e felice di attraversarla sorridendo. L’uso
del linguaggio bellico come metafora amorosa affonda le radici nella
poesia barocca, ma anche in certi esercizi ironici della lirica
rinascimentale, dove eros e parodia camminano insieme.
Il ritmo è serrato, teatrale, e dietro l’esagerazione si avverte un
grande controllo formale. Cupido, le cartucce, l’ardimento: tutto è
spinto al limite, ma sempre con leggerezza. Non c’è volgarità, c’è
allusione, gioco, gusto per la parola che scoppietta come i petardi
che evochi. È una poesia che diverte perché è consapevole, e che
celebra il desiderio senza prendersi troppo sul serio, come facevano
certi maestri antichi quando sapevano che l’ironia è una forma di
intelligenza.
- Un ultimo amore — Armando
Salvatore Santoro
Questa poesia tocca una corda universale: l’idea che l’amore più
inatteso arrivi quando si crede che tutto sia già stato vissuto. Il
tuo sguardo, Armando, scusa se mi permetto, è disincantato ma non
amaro. Il tempo ha corroso, sì, ma non ha cancellato la capacità di
sentire.
Le immagini dell’acqua che sfugge, del sapone tra le dita, raccontano
bene la fragilità di certi affetti maturi, così intensi proprio perché
sanno di non essere eterni. Eppure, nel finale, ciò che resta è un
calore che resiste allo sdegno, al rancore, alla stanchezza. Qui si
sente una parentela con certa poesia civile e sentimentale del
Novecento, dove l’amore non è più promessa, ma memoria viva, fiamma
che continua a scaldare anche quando tutto sembra spento. È una poesia
che non consola facilmente, ma accompagna, e proprio per questo,
resta.
- Cosa è il viaggio? — Antonia
Scaligine
Cara Antonia, la tua poesia è una domanda che cammina. Il viaggio, per
come lo racconti, non è spostamento ma coscienza del tempo che passa,
una rotaia che lentamente scompare sotto i piedi mentre si continua ad
andare. Ulisse non è qui l’eroe astuto, ma l’uomo che attraversa
abissi interiori, che naufraga più volte senza smettere di procedere.
La stazione finale, il buio, la paura che il treno si fermi: tutto
parla con semplicità di ciò che ognuno teme e intuisce. Eppure non c’è
angoscia definitiva, perché il centro della poesia non è la fine, ma
il modo di attraversare. Quel “ciao, arrivederci” è forse la parte più
vera: un saluto detto con fede, con gratitudine, come accade in certe
liriche di sapienza antica, dove vivere bene significa saper
ringraziare. Il tuo verso finale non chiude: consegna.
- Core italico — Jacqueline Miu
Jacqueline, questa volta mi hai sorpreso più del solito. Non è la tua
solita poesia surreale, automatica, fantastica e sensuale, in questi
versi esprimi un amore per l’Italia che mi commuove. l'Italia, qui,
non è un luogo geografico, ma uno stato dell’anima. Gli olivi, le
ginestre, i fichi, il vino: tutto vibra come in un grande affresco
mediterraneo, dove la natura non fa da sfondo, ma parla. C’è qualcosa
di classico e insieme di modernissimo, come se Virgilio incontrasse
una sensibilità contemporanea capace di stupirsi ancora.
La vita che “pare scritta su una sola pagina” è un’intuizione limpida:
non semplificazione, ma essenza. Accettare il poco, camminare in pace,
cercare un lettore che ami: qui la poesia diventa anche riflessione
sul destino umano e su quello degli uomini che scrivono. È una visione
quieta, non ingenua, dove la bellezza non cancella il male, ma lo
sfiora e lo contiene.
- Settimo senso — Alessio Romanini
Alessio, la tua poesia sembra scavata più che scritta. Il “varco della
percezione” non è esterno, non si apre sul mondo, ma dentro le pieghe
più nascoste dell’anima. La fragilità che nomini non è debolezza: è la
condizione stessa dell’essere vivi.
Il settimo senso di cui parli non ha bisogno di spiegazioni, perché si
intuisce: è quella soglia sottile in cui dolore e consapevolezza si
toccano. In pochi versi riesci a evocare una dimensione che richiama
tanto certe riflessioni filosofiche novecentesche quanto una
spiritualità laica, fatta di ascolto profondo. È una poesia che non
alza la voce, ma resta nelle corde più sensibili delle nostre anime.
Grazie.
- Senza titolo — Sandra Greggio
Sandra, questo testo è un lampo. Poche frasi, ma decisive. Guardare la
realtà “dal buco della serratura” è un’immagine potentissima, che dice
limitazione, paura, attesa. Aprire la porta, dopo tanto tempo, è un
atto di coraggio assoluto.
E poi lo svenimento: non come fallimento, ma come conseguenza naturale
dell’impatto con il reale. Qui sento una parentela con certa scrittura
contemporanea essenziale, quasi aforistica, dove il trauma non viene
spiegato ma mostrato. È una poesia che parla a chiunque abbia avuto il
coraggio di aprire una porta interiore, scoprendo che la verità, a
volte, toglie il fiato.
Nei tuoi versi risento il dolore, le fragilità e la spiritualità, che
diventano materia poetica altissima, come solo sapeva rendere
l'indimenticabile Alda Merini.
Grazie, mia cara e dolce amica.
Con fraterno affetto e sincera stima.
Vostro Ben Tartamo
17-18-19 Gennaio
Caro Ben Tartamo, leggo
i tuoi commenti e sento qualcosa che mi pressa a ringraziare e lodare la tua
bravura nel cogliere l’essenza delle poesie. Le tue doti sono straordinarie.
Ti auguro di cuore un mare di bene, grazie infinite.
Giuseppe Stracuzzi
Ringrazio Ben Tartamo per l'affettuosa
recensione alla mia poesia UN VERSO certo di sentire nelle sue riflessioni
ampiamente condivise la sua partecipazione emotiva. Più in generale, da
vecchio utente di queste pagine azzurre, lo ringrazio per quanto si
adopera, quotidianamente, con sapienza e lucidità di analisi
nell'interpretazione dei nostri versi e delle nostre emozioni.
Aurelio Zucchi
Grazie a te Ben,
per la tua sensibilità e la capacità
di interpretare le poesie, con poesia.
Un abbraccio.
Alessio Romanini
grazie a Ben Tartamo
Antonietta Ursitti
Ben, grazie!
Enrico Tartagni
- Il pianto dei bambini – Armando
Salvatore Santoro
Qui il dolore ha un suono preciso, inconfondibile, che non ammette
distanza. Il pianto dei bambini non è solo udito: afferra, stringe,
matura dentro come un seme amaro che non smette di crescere. La guerra
non resta fuori, entra nell’animo e vi carbura lentamente, come un
fuoco che trova sempre ossigeno. Il poeta guarda la coscienza
dell’umanità e ne vede la stanchezza morale, la capacità di abituarsi,
di scordare. È questo l’aspetto più inquietante: non l’orrore
improvviso, ma la sua persistenza silenziosa. Nei giusti il dolore si
rinserra e dura, non si dissolve. La pace, qui, non è assente per
mancanza di parole, ma per mancanza di ascolto. E il mondo, assordato
dalla violenza, sembra non accorgersi più nemmeno del proprio cuore.
Carissimo Armando, leggendoti, sento quanto tu sappia rendere il
dolore palpabile senza mai esagerare: un vero maestro nell’abbracciare
la verità con delicatezza e forza insieme.
- Plenilunio – enrico tartagni
Questa poesia è un interno notturno dell’anima, una camera oscura dove
la luce non illumina ma rivela. Fuori piove, ma non disturba:
accompagna. Dentro, tutto è sospeso, come se il tempo avesse deciso di
rallentare per lasciare spazio al sacro. Il plenilunio non è solo
luna, è presenza, è muro di canto, è passaggio di qualcosa di puro che
accarezza senza mostrarsi. I profumi, i fiori, le dee che emergono dal
pavimento trasformano lo spazio domestico in un luogo iniziatico, dove
il visibile e l’invisibile si toccano. La pioggia non spegne le
stelle, le esalta. E il poeta, chiuso nella sua camera, non si sente
prigioniero ma custodito, come se nulla al mondo potesse smuoverlo più
di questa intimità luminosa e segreta.
Caro Enrico, leggere la tua poesia è come fare una passeggiata
notturna insieme a te: un privilegio poter camminare tra le tue
stelle.
- Dissolvenza – Felice Serino
Qui la parola si riduce all’essenziale, come se ogni sillaba fosse un
passo verso la spoliazione finale. Il domani non è promessa, ma
visione dall’alto: ciò che eri diventa resto, materia che si scioglie.
Non c’è dramma, non c’è paura, solo un processo inevitabile e quasi
sereno. La dissolvenza non annienta, conduce. Arrivare all’essenza
significa perdere peso, lasciare lo scheletro, diventare trasparenza.
Questa poesia sembra scritta con il fiato trattenuto, come se anche il
linguaggio dovesse farsi leggero per accompagnare il distacco. È un
testo che non consola, ma chiarisce. E in quella chiarezza c’è una
pace austera, senza ornamenti.
Felice, il tuo testo mi fa sentire vicino a quell’essenziale che
spesso sfugge, e mi regala il senso di quiete che solo un amico sa
condividere.
- Immagini morbide da custodire
senza paura – Alessandra Piacentino
Qui la poesia è un flusso sensoriale che avvolge e protegge, come un
abbraccio che non stringe troppo. Le immagini sono dolci, liquide,
commestibili, eppure cariche di una profondità emotiva che non si
lascia ingannare dallo zucchero. Il perdono, l’affetto, il non detto:
tutto pesa più del dolore dichiarato. Il cuore che batte non è
simbolo, è presenza concreta, interna, innegabile. L’amore non è
misura singola, ma spazio condiviso, due che diventano possibilità. E
mentre il mondo gira, il poeta resta sospeso, tra divano e infinito,
tra quotidiano e cosmo. Luna, stelle, mare e pioggia non sono fuga, ma
continuità del sentire. I sogni vengono avvolti, custoditi, come cose
fragili ma necessarie. È una poesia che accetta il movimento eterno
senza smarrirsi, scegliendo di restare, dolcemente, in equilibrio.
Alessandra, leggere le tue poesie è come sedersi accanto a un’amica
fidata e respirare insieme il mondo: sei dolce e preziosa.
- Un verso – Aurelio Zucchi
Qui la poesia guarda se stessa mentre nasce, e lo fa senza vanità. Il
poeta non cerca l’altezza, non cerca l’eco, non cerca l’eterno: cerca
un punto di verità che coincida con il proprio sentire. La scrittura
diventa uno specchio consunto, che non abbellisce ma restituisce
fedelmente le crepe. C’è una caccia paziente alle parole giuste, non
per spiegare la vita, ma per avvicinare l’enigma senza violarlo. La
morte irrompe come scandalo definitivo, come frattura che rende
insufficiente ogni tentativo di senso. Eppure la domanda non si
spegne. Quel “come dirlo in verso che mi appaghi?” non è resa, è
fedeltà al pensiero condiviso con l’amico perduto. La dedica trasforma
il testo in dialogo interrotto, ma ancora vivo: la poesia diventa il
luogo dove continuare a parlare, anche quando l’altro non può più
rispondere.
Aurelio, mi sento vicino a te in questo dialogo sospeso: la tua parola
è un ponte che sa parlare di amicizia anche attraverso l’assenza.
- Tappeto rosso – Antonietta
Ursitti
Questa poesia è una discesa onirica, elegante e inquietante insieme.
Il sogno non è rifugio, ma trappola dolce. Le ali bianche sfiorano il
volto come un presagio di purezza, mentre il tappeto rosso, ambiguo e
violento, scorre sotto i piedi come un destino già scritto. Il sangue
non è mostrato, è suggerito, e proprio per questo pesa di più.
L’orizzonte coperto dal paravento toglie futuro allo sguardo,
costringe a restare dentro la scena. Il desiderio di svegliarsi resta
impotente: qui il sogno domina, non concede uscita. La poesia vive
tutta in questa tensione tra bellezza e minaccia, tra grazia e
impossibilità di sottrarsi. È breve, ma lascia una scia lunga, come il
tappeto che continua a correre anche dopo l’ultimo verso.
Cosa aggiungere Antonietta? La tua capacità di trasformare un sogno in
un’esperienza intensa è rara: leggere i tuoi versi è come condividere
con un’amico un segreto prezioso.
- Si sgretola – Nino Silenzi
Sempre immensamente magistrale il nostro Lorenzo. Qui la realtà non
entra piano: martella. Il ticchettio è selvaggio, inesorabile, e sotto
il suo colpo crolla tutto ciò che avevamo costruito per difenderci.
Illusioni, ipotesi, perfino le certezze, vengono ridotte a polvere
d’argilla. Non resta nulla di solido, solo cespugli secchi di
rimpianto, parole condizionali che si aggrappano a una terra ormai
arsa. Il poeta non indulge nella lamentazione: osserva la desolazione
con lucidità severa. È una poesia che parla del dopo, di quando il
possibile è già fallito e resta solo la consapevolezza. Eppure anche
in questo paesaggio spoglio c’è una verità necessaria: vedere ciò che
non regge più è il primo atto di onestà verso se stessi.
Carissimo Lorenzo, nostro amato Maestro e mecenate, leggere la tua
poesia è come fare un giro tra la Natura e l'Umanità, la loro Bellezza
ma anche le macerie e ritrovare la propria forza: sento che sei vicino
anche nel modo in cui racconti la fragilità.
La Notte, a cui fa riferimento il nostro poeta, è un corpo che respira
lentamente, attraversato da memorie, attese, presenze silenziose. Le
strade perdute, i vicoli muti, i colori appesi ai balconi: tutto
sembra sospeso in un tempo che non corre. I bambini nelle culle, i
sospiri, l’aria fresca che abbraccia la notte costruiscono una quiete
fragile, umana. Il borgo sconosciuto diventa universale, fatto di
pietre che trattengono storie mai scritte, di mura che hanno visto
passare vite senza nome. La notte di San Lorenzo aggiunge una
dimensione ulteriore: lo sguardo che si alza, le stelle cadenti che
aprono desideri silenziosi. È una poesia che cammina piano, che non
vuole disturbare ciò che dorme. E nel farlo, restituisce alla notte la
sua funzione più antica: custodire il tempo, prima che torni il
mattino.
Leggendo i tuoi versi ho sentito un’amicizia silenziosa tra noi: una
complicità che cresce tra le stelle e le pietre, tra ciò che si muove
e ciò che riposa.
- La speranza – Giuseppe Stracuzzi
Qui la speranza non è concetto, ma creatura viva, minuscola e
palpitante. Non acceca, non promette salvezze immediate: trema come
una candela, e proprio per questo resiste. È sorella della fede, non
sua ombra, e insieme cantano in una zona sospesa, dove il divino non è
lontano ma diffuso, come un’etere che avvolge. La soglia su cui
procede è il punto più delicato dell’esistere, lì dove il baratro
chiama e la caduta è possibile. Eppure la speranza avanza scalza,
senza protezioni, portando nel cuore non una certezza, ma un mistero.
È una poesia che non urla fiducia, la custodisce. E in questo
custodire c’è una forza silenziosa, quasi sacrale, che non vince il
buio, ma gli sopravvive.
Sento davvero la tua mano amica nel guidare il lettore attraverso
questa luce fragile: leggerti è un po’ sentirsi meno soli.
- A la fiera de l’esaggerazzione –
Armando Bettozzi
Qui la poesia diventa requisitoria, ma non perde mai la sua natura di
coscienza vigile. I “fatti” non sono cronaca fredda: sono ferite
quotidiane che si ripetono, si accumulano, si normalizzano. Il poeta
sente l’odore di un lassismo che sa di calcolo, di un lasciar correre
che somiglia a una strategia più che a una debolezza. Le domande
incalzano, non cercano risposte comode, ma responsabilità. Magistrati,
ideologie, libertà trasformata in furore: tutto viene messo sotto una
luce impietosa. Il tono è ironico, amaro, talvolta sferzante, ma sotto
c’è una richiesta seria di limite, di argine, di misura. È una poesia
che non vuole piacere, vuole svegliare. E lo fa usando il verso come
atto civile, come gesto di resistenza contro l’abitudine al peggio.
E, il nostro affabulatore Armando fa sì che questa storia ritorni
travestita da farsa, e il dialetto diventi strumento affilato di
verità. Savonarola e Giordano Bruno non sono evocati come monumenti,
ma come fastidi eterni del potere, colpevoli di aver parlato troppo e
troppo a fondo. La “fiera” è il luogo del troppo, dell’eccesso che si
spaccia per libertà, dell’abbuffata ideologica dove la misura è
bandita. Il poeta gioca, ma il gioco è serio: sotto il sorriso amaro
c’è la consapevolezza che, se certe dinamiche fossero ancora lecite,
il fuoco tornerebbe a divorare corpi e idee. Il dialetto non
alleggerisce, incide. È una poesia che smaschera l’ipocrisia del “si
può dire tutto” quando tutto diventa rumore, e nessuno ascolta più il
senso. Qui la tradizione parla al presente, e lo fa senza chiedere
permesso.
Carissimo Armando, con le tue poesie, ci ricordi che il mondo può
essere pesante ma che le parole possono tenerci svegli e attenti, e tu
lo fai con ironia e cuore.
Questa poesia è un lampo di tenerezza cosmica. In pochi versi il mondo
viene avvolto in un gesto semplice e quasi materno: il cielo che si fa
foulard, la terra che si protegge dal freddo. Non c’è dramma, non c’è
tensione: solo uno sguardo capace di vedere cura dove altri vedono
distanza. L’inverno non è nemico, è occasione di protezione. Il
pianeta diventa corpo, la natura diventa gesto affettuoso. È una
poesia che non spiega, suggerisce. E in quella immagine rapida resta
una sensazione di quiete, come se per un attimo l’universo avesse
deciso di essere gentile.
Sandra, leggere i tuoi versi è stato come sentire un sorriso amico nel
vento freddo: un piacere condividere questa delicatezza con te.
- Io che ho tanti perché… – Antonia
Scaligine
Qui la poesia è una veglia interiore, una notte abitata da domande che
non trovano riposo. Il giorno viene ispezionato come una scena del
crimine, e ciò che emerge è ansia, paura, smarrimento. I pensieri
rubati dai ricordi bagnano la mente e il cuscino, confondendo il
confine tra interno ed esterno. La mancanza di progetti non è
pigrizia, è stanchezza dell’anima di fronte a un mondo ferito: guerra,
lutto, innocenti che muoiono. I “perché” non sono retorici, sono
autentici, dolorosi. Eppure, nel punto più fragile, avviene uno
scarto: la fragilità non resta paralisi, diventa molla, impulso,
possibilità di fare e di volere. Non è una soluzione, è una
trasformazione. Questa poesia non chiude il dolore, lo attraversa, e
lascia intravedere una forza che nasce proprio dal non smettere di
interrogarsi.
Antonia, sappi che sento l’amicizia e la fiducia tra chi condivide il
cammino del cuore e della mente: leggerti è un dialogo che fa bene
all’anima.
- Semplicemente dolce – Jacqueline
Miu
Qui l’amore è un respiro che attraversa la vita e la trasforma, anche
quando il tempo appare crudele e affamato. La poesia non si accontenta
di raccontare un sentimento: lo fa vibrare, pulsare, come se il cuore
del lettore dovesse battere all’unisono con quello del poeta. Ogni
immagine è intensa, sensuale, eppure non è mai gratuita: il bacio, le
mani, le linfe comuni diventano metafore di un’unità che trascende la
carne per abbracciare l’anima. La dolcezza non è solo piacere, è
presenza, resistenza, un’energia che rende immortale l’attimo. La tua
poesia, cara Jac, è un viaggio tra folla e solitudine, tra desiderio e
speranza, tra realtà e sogno, sempre sostenuta da una passione che non
conosce misura. E alla fine, resta la vita che passa, fragile ma
riscattata dall’amore, dal sogno, dalla capacità di continuare a
cercare l’altro, anche nell’infinito dell’assenza.
- Sfiorare il silenzio – Alessio
Romanini
In questo testo la poesia diventa delicatezza pura, un gesto misurato
e quasi sacro: sfiorare il raggio lunare è toccare l’invisibile,
l’ombra che illumina la notte senza distruggerla. La luna è padrona,
osserva, conosce i segreti e li custodisce nel silenzio, senza
giudizio, senza bisogno di parola. Il tempo si frammenta: mezzanotte,
notte, mattino rorido, eppure tutto resta avvolto in un attimo
sospeso. Qui il silenzio non è vuoto, ma spazio di ascolto, di
respiro, di mistero. La poesia è semplice, ma intensa: coglie
l’incontro tra luce e ombra, tra ciò che si può vedere e ciò che resta
nascosto. È un invito a fermarsi, a percepire la delicatezza del mondo
e il senso di una presenza silenziosa che accompagna la vita, discreta
e immutabile. Grazie, Alessio.
Con infinito affetto e stima
Ben Tartamo
14-15-16 Gennaio
Commento
Grazie Lorenzo , persona speciale dall’animo discreto e gentile
per avermi dato l'opportunità da tanti anni , precisamente 24 anni ,(ormai
siamo amici di vecchia data) di condividere i miei pensieri nel tuo sito ,
creatore , ma non solo, anche grande poeta che con il tuo nome in incognito
,come del resto sei tu umile e modesto , ci doni bellissime poesie .
Ben Tartamo , cosa dirti ,può bastare il mio grazie ? Tu che sai leggere
quei miei pensieri per illuminarli con i tuoi commenti , davvero unici e
straordinari , cosa dire a una persona come te , oltre al grazie aggiungo
che “Tu, e la tua Poesia„
. ..che per te è vita ,malattia , follia , fantasia ,amante ... ecco perché
riesci a capire le poesie degli altri che non sono sempre facili da
interpretare , tu e Lorenzo liberate i sogni ,le emozioni , a me mi fate
sentire meglio di quella che sono
Non vorrei sembrare sdolcinata con queste mie parole, ma sono vere e nascono
dal cuore per due persone degne da tutti noi di sentirsi dire
GRAZIE ,l’icona di tutto .
Antonia Scaligine
Risposta a Ben ( Benedetto)
Tartamo
Devo dire grazie a Ben Tartamo! Davvero. La sua domanda è un
complimento davvero molto bello,. Ben non ho mai pensato di leggere le mie
"bellissime" poesie! Comunque adesso ormai è tardi, oh! ho 80 (ottanta)
anni, non è più tempo né stagione.... ma la Poesia vera ha delle regole di
scrittura che richiedono anche preparazione di grammatica oltre che di
composizione dei versi, rime, cultura letteraria, conoscenza delle parole e
delle loro derivazioni, un grande vasto dizionario nella mente e nella
memoria, tanti particolari insomma, che non ho. Ben, tuttavia ricordo che a
Ravenna tanti anni fa nel Caffè Alighieri in via Mariani organizzarono un
incontro di poeti ravennati, ma anche pugliesi, o di Matera, e io ci andai e
potei leggere "A mia madre" e ottenne...ebbi un grande successo. PS Ok. Bè
ciao Ben! Io invio eh non sto qui a correggere gli orrori...ehm
enrico tartagni
- Golpe... varianti di Armando Bettozzi
Con il nostro simpaticissimo Armando, la Poesia, si fa atto civile, ma
non rinuncia mai alla propria natura visionaria e corrosiva. Il verso,
com’è nelle sue corde, procede come una requisitoria che non cerca
l’eleganza ma la verità nuda, e proprio per questo trova una sua severa
musicalità, aspra, talvolta volutamente sgraziata, come lo è la materia
che maneggia. Il “golpe” evocato non è l’evento spettacolare della storia,
bensì la sua ombra quotidiana, il lavorio carsico del linguaggio, della
censura, della paura amministrata. Colpisce la capacità di Bettozzi di
smascherare l’uso strumentale delle parole, di mostrare come l’inversione
semantica diventi arma politica: cooperazione che significa conflitto,
diritto che si tramuta in paralisi, tutela che scivola in abbandono. Il
ritmo insistito, quasi martellante, restituisce l’ansia di chi osserva una
frattura profonda tra il dire e il fare, tra l’astrazione ideologica e la
carne viva della realtà quotidiana. Non c’è compiacimento, non c’è
invettiva gratuita: c’è piuttosto un senso di esasperata lucidità, come se
la poesia fosse l’ultimo luogo in cui ciò che viene taciuto possa ancora
essere pronunciato senza mediazioni. E in tutto questo, Armando Bettozzi è
un Vate, un redivivo Belli e Trilussa che con la sua satira tragica e
antropologica ci fa della morale in stile allegorico romanesco.
- Omofonia di Armando Salvatore Santoro
Questa poesia gioca con la lingua come con un oggetto vivo, scivoloso,
ironico e tragico insieme. L’omofonia non è mero esercizio di stile, ma
diventa metafora dell’equivoco esistenziale: parole uguali che significano
altro, come sentimenti che sembrano identici e invece feriscono in modo
diverso. Il tono leggero, quasi scherzoso, nasconde una malinconia
profonda, una ferita affettiva che non trova sfogo nel rancore ma si
sublima in intelligenza verbale. Santoro costruisce un piccolo teatro
della mente in cui il quotidiano – il cibo, il vino, la passeggiata – si
carica di risonanze interiori, mostrando come la saggezza non sia assenza
di dolore, ma capacità di attraversarlo senza farsene deformare. C’è una
morale che non predica, un distacco che non è cinismo, una forma di
dignità silenziosa che emerge proprio dal gioco, dal sorriso amaro,
dall’arte sottile di dire senza mai gridare. Tragico, oserei dire, come
spesso è quel Sentimento che è assieme Scelta, Risposta e Valore che
chiamiamo Amore.
- La goccia su di me di enrico tartagni
Qui la parola si rarefa e diventa quasi respiro, attesa, sospensione.
La goccia di pioggia non è soltanto immagine naturale, ma unità di senso,
microcosmo in cui il tutto si riflette senza bisogno di spiegazioni.
Tartagni scrive come chi guarda il cielo non per fuggire la terra, ma per
riconoscersi in un movimento più ampio, cosmico e intimo insieme. Il
linguaggio è visionario, attraversato da improvvise accensioni cromatiche
e sonore, e tuttavia mantiene una nudità essenziale, come se ogni verso
fosse appena sufficiente a reggere ciò che evoca. L’attesa del temporale
diventa attesa di una rivelazione che non ha nulla di spettacolare: è il
semplice, difficile atto di lasciarsi toccare, di permettere alla goccia
di bagnare davvero, di accettare che il senso non si imponga ma cada,
lieve, su chi è disposto a fermarsi.
Una domanda vorrei porre al nostro bravo Enrico, sperando voglia
risponderci: hai mai provato a recitare le tue poesie in teatro?
- Fantasia di Felice Serino
In questi pochi versi si avverte una concentrazione quasi liturgica del
pensiero, come se l’immagine non fosse scelta ma imposta da una necessità
interiore. Il pensiero che resta impigliato nella spina di Cristo non è
un’idea astratta, ma una coscienza ferita, trattenuta, immobilizzata nel
punto in cui il dolore diventa rivelazione. Il sangue che si dispone in
arabeschi sul volto introduce una bellezza inquieta, una sacralità che non
consola ma interroga, e il richiamo a Giotto non è citazione colta bensì
riconoscimento di una genealogia dello sguardo: quello sguardo che sa
rendere il divino umano senza attenuarne lo scandalo. La poesia vive di
questo arresto improvviso, di questa immagine che non si scioglie ma
resta, come resta una visione che continua a lavorare dentro. Grazie,
Felice per le emozioni che ci doni.
- Inverno di Marino Spadavecchia
Innanzitutto: grazie, carissimo fratello e amico per essere tornato tra
noi. Ci sei mancato, mi sei mancato. Il tuo ritorno in Venezuela mi ha
lacerato dentro, ma ho compreso le tue ragioni e ti chiedo perdono per non
aver saputo fare di più per trattenerti e donarti quella giusta e doverosa
serenità che il tuo essere dignitoso meritava. La nostra amata Patria è
diventata madre matrigna per noi connazionali e non aggiungo altro.
Che dire, però di questa tua ultima creatura, paradossalmente calda di
emozioni, nonostante il titolo?
Qui l’inverno non è stagione ma condizione dell’esistere, perdita di luce
che si deposita sui luoghi del quotidiano e li trasforma in scenari
morali. I marciapiedi della vita diventano superfici fredde su cui il
dolore non scivola più, ma colpisce, come i pallini di piombo che
attraversano il cuore proprio nel luogo simbolico della salvezza. La
poesia costruisce un mondo deformato, popolato da figure grottesche e
tragiche insieme, dove l’addomesticamento del pericolo e l’asma del canto
tradizionale segnalano una civiltà stanca, che continua a muoversi senza
sapere. E tuttavia, senza retorica, arriva la resurrezione minima e
ostinata: il sole che sorge ancora, la canzone che nasce. Non come
promessa enfatica, ma come atto necessario, quasi involontario, della vita
che insiste.
Nella versione spagnola il testo non perde forza, anzi sembra acquisire
una nudità ulteriore, come se la lingua amplificasse l’asprezza delle
immagini. La luce che non è più luce, i perdigones che attraversano il
cuore, l’hemiciclo del potere: tutto suona più secco, più tagliente, come
una cronaca visionaria che non concede appigli emotivi. Eppure anche qui
il sole ascende e nasce un canto, e questo finale, identico nel senso ma
diverso nella vibrazione sonora, suggerisce che la speranza non appartiene
a una lingua sola, ma a una necessità universale del dire poetico.
- Luce mia di silvio canapè
Questa poesia si muove nella dimensione della memoria amorosa come in un
mare interiore, dove il naufragio non è distruzione ma forma di
conoscenza. La luce degli occhi amati diventa principio ontologico,
fondamento stesso dell’essere, qualcosa che continua a brillare anche
quando tutto il resto sembra spento. Il linguaggio è abbandonato, emotivo,
attraversato da immagini classiche che però non risultano convenzionali,
perché sono vissute, cariche di esperienza. Il silenzio, le lacrime, la
musica portata dal vento compongono una partitura intima in cui il passato
non è nostalgia sterile ma sostanza viva, trattenuta nell’attimo presente
come in una fragile eternità. È una poesia che non teme la vulnerabilità e
proprio per questo riesce a farsi autentica. Grazie infinite, Silvio.
- Dualismo di Alessandro Borghesi
In questi versi brevi e affilati si avverte una tensione morale costante,
un oscillare che non trova sintesi ma resta esposto. La pioggia che cade
come lama, il veleno che stringe lentamente, la strada come luogo di
scelta: tutto concorre a disegnare un universo in cui bene e male crescono
parallelamente, senza mai annullarsi. Il profano e il devoto non sono
figure opposte ma riflessi, posizioni instabili in un equilibrio sempre
precario. Il tono è severo, quasi sentenzioso, ma non dogmatico; sembra
piuttosto l’esito di un’osservazione lucida, disincantata, che accetta la
complessità senza addomesticarla. Qui la poesia non consola, ma chiarisce,
e nel farlo lascia una traccia asciutta, persistente e oserei dire, cruda.
- La terra dei fuochi di Ciro Peluso
Questa poesia nasce da uno sguardo mattutino, quasi innocente, e subito si
carica di una responsabilità morale profonda. Il risveglio, il respiro
dell’aria frizzante, il sole che sale lentamente costruiscono un ingresso
pacificato nel mondo, che viene però incrinato dalla consapevolezza del
nome, di quella definizione che pesa come un marchio. È molto efficace il
movimento dello sguardo: da lontano l’abbaglio, da vicino la conoscenza.
Peluso non nega il dolore né lo spettacolo della ferita, ma rifiuta la
semplificazione, il racconto unico e fosco. La città, vista davvero, è
corpo complesso, stratificato, capace di ardore e colore. La fiamma finale
non è distruttiva ma amorosa, ed è in questa trasmutazione simbolica che
la poesia trova la sua dignità più alta: non difesa retorica, ma atto
d’amore lucido verso un luogo che soffre e vive insieme.
- In fragile equilibrio di Alessandra
Piacentino
Qui la parola sembra muoversi su una soglia instabile, come se ogni verso
fosse sospeso tra caduta e tenuta. L’io non è mai isolato, esiste solo nel
“noi”, in una compresenza che attraversa il vento, il tempo, la notte
lunare. Le immagini si accostano senza spiegarsi, creando una tessitura
onirica dove il cammino è confuso ma necessario. Il calice che si rialza,
il brindisi sussurrato, l’attesa che non è immobilità ma ascolto: tutto
suggerisce una fede fragile ma ostinata nel continuare, nel restare aperti
al possibile. È una poesia che non afferma, ma affida, che non conclude,
ma accompagna.
- Desidero un amore di Franco Fronzoli
Questa poesia è un lungo respiro, una invocazione che si costruisce per
accumulo e per delicatezza. L’amore desiderato non è mai violento, mai
invasivo: è leggero, parlato piano, tenuto nel palmo della mano come
qualcosa di prezioso e vulnerabile. La disposizione stessa dei versi,
dilatata e ariosa, restituisce l’idea di un sentimento che ha bisogno di
spazio per esistere. Natura, corpo, tempo e viaggio si intrecciano senza
mai perdere pudore, anche quando l’intimità si fa più intensa. L’amore qui
è cammino condiviso, è sogno che non cancella il passato ma lo attraversa,
lasciando impronte destinate a svanire. Resta una quiete finale, una
promessa di riposo reciproco, che suona come una forma di approdo.
- Silenziosa e infinita di Giuseppe
Stracuzzi
Questa poesia si muove come una preghiera che non chiede, ma contempla. Il
dialogo con il divino è intessuto di silenzio, di natura, di nascita e di
morte, in una circolarità che non oppone il dolore alla bellezza, ma li
riconosce come parte dello stesso mistero. La voce del Signore non tuona,
non domina: passa nell’aria, nei germogli, nelle stelle, nel neonato,
facendosi presenza diffusa e mite. Il tono è umile, devoto senza enfasi, e
proprio per questo autentico. La ripetizione iniziale diventa ritmo
interiore, quasi un rosario laico, che accompagna il lettore verso una
lode pacata, non trionfante, ma profondamente sentita.
- Introspettivi treni di Alessio
Romanini
Questa poesia si muove lungo binari che sono al tempo stesso concreti e
interiori, restituendo alla stazione la sua natura più profonda di luogo
di passaggio e di rivelazione. Il caos umano, allegro e multiforme, non è
confusione sterile ma intreccio di destini, somma di storie che si
sfiorano senza conoscersi davvero. I treni diventano voce collettiva,
narratori inconsapevoli di un’umanità in viaggio che cerca mete esteriori
mentre attraversa, spesso senza saperlo, paesaggi dell’anima. La forza del
testo sta in questa doppia lettura, nel trasformare l’esperienza
quotidiana in metafora esistenziale, senza forzature, lasciando che siano
le immagini stesse a suggerire il senso di un andare che riguarda tutti.
- La candela di Sandra Greggio
Qui il tempo si consuma insieme alla luce, e la poesia accompagna con
delicatezza questo lento spegnersi. La candela non è solo oggetto
simbolico, ma misura dell’attesa, termometro emotivo di una speranza che
si assottiglia senza clamore. L’ombra che cresce non è minacciosa, è
semplicemente più grande, più presente, come accade quando l’assenza
prende spazio dentro di noi. Il momento della rivelazione è quieto, quasi
sussurrato: l’amore come mancanza, come esperienza che si fa carne proprio
quando l’altro non c’è. La lacrima finale non è sfogo, ma sigillo di
verità, gesto umano che chiude il cerchio con pudore e autenticità.
Come puoi notare anche tu, mia cara Sandra Beatrice, la tua vena poetica
non si è affatto esaurita, anzi. Credici.
- Ma tu chi credi che io sia? di
Antonia Scaligine
In questa poesia la voce si afferma con una forza che non ha bisogno di
alzare il tono. È un discorso diretto, quasi dialogico, che attraversa il
presente tecnologico senza timore, ma anche senza concessioni.
L’intelligenza, qui, non è accumulo di dati né progresso materiale: è
dono, scintilla originaria che permette di amare, di emozionarsi, di
restare irriducibilmente umani. Il riferimento all’intelligenza
artificiale diventa così controcampo necessario, non rifiuto del nuovo ma
riaffermazione dell’anima come luogo non delegabile. L’amore emerge come
criterio di realtà, come prova ultima dell’esistenza autentica, e il
passaggio dall’io al noi apre uno spazio di fiducia, di possibilità
condivisa, in cui la verità non è autosufficienza ma relazione.
Antonia, mia cara Antonia: hai fatto ancora centro e, ahi! hai colpito
proprio lì dove batte il ritmo al respiro della vita.
- 26-L’uomo senza glutine di Jacqueline
Miu
Questa poesia si muove come una visione febbrile e tenera insieme, un
viaggio iniziatico in cui il linguaggio non cerca equilibrio ma verità
emotiva. Le immagini si susseguono per metamorfosi, il cielo che diventa
mare, il cammello viaggiatore, l’orca divina, in una geografia simbolica
dove l’io attraversa carestie affettive e tempeste interiori. Il “senza
glutine” non è condizione alimentare ma esistenziale: un digiuno
sentimentale che ha assottigliato l’ego fino a renderlo vulnerabile,
sanguinante, finalmente permeabile. I fiori morti, ripetuti come
ossessione dolce, sono reliquie del tempo, tentativi di salvare ciò che è
stato attraverso una cristallizzazione amorosa. Colpisce il contrasto tra
la violenza del mondo, popolato di orche umane e plastica, e la
delicatezza improvvisa del merlo, delle mani-scoiattolo, dell’attesa della
neve. La città che imita il Paradiso con luci e angeli appesi è una
visione struggente e ironica insieme, un Eden artificiale in cui la pace è
possibile solo per attimi, mentre si resta in attesa che qualcosa cada
dall’alto, piume o segni, come una grazia non garantita.
- Non aver paura di Ciro Seccia
Questa poesia si offre come un’esortazione semplice solo in apparenza,
perché dietro l’immediatezza dell’invito si nasconde una profonda
accettazione della fragilità umana. Il “non aver paura” ripetuto diventa
una formula quasi rituale, un mantra laico che accompagna l’individuo
nell’attraversare il ridicolo, il dolore, la fine. Ballare con un partner
immaginario, gridare al vento, donare lacrime alla luna sono gesti che
riscattano l’eccesso emotivo e lo trasformano in atto di libertà. La
poesia non separa mai gioia e disperazione, corsa e pianto, perché
riconosce che la vita è interezza, non selezione. Il tempo viene percepito
come dono e come urgenza, ogni respiro e ogni alba acquistano valore
proprio perché inscritti nella finitezza. L’ultimo battito di ciglia non è
minaccia ma intensificazione dello sguardo, invito a vivere con pienezza
anche ciò che fa male, senza arretrare. Qui il coraggio non è eroico, è
quotidiano, ed è proprio questa la sua forza più luminosa.
Con infinito affetto
e stima imperitura.
Vostro Ben Tartamo
11-12-13 Gennaio
Ringrazio
ancora una volta Lorenzo vate di Poetare per l'ospitalità e
non trovando le
giuste parole trasmetto tutta la mia emozione a Ben
Tartamo per i commenti alle poesie
e per gli apprezzamenti alle mie. Grazie
Silvio Canapè
8-9-10 Gennaio
- Sono un poeta – Franco Fronzoli
«Il poeta non crea il mondo: gli permette di accadere.»
Questa poesia è un manifesto ontologico, non una dichiarazione
d’intenti. Fronzoli non dice scrivo poesie, ma sono poeta — e lo è
perché sosta, perché accoglie, perché non forza il reale ma lo lascia
depositarsi su di sé come pioggia sulla mano.
La goccia, la foglia, la lacrima, il vento: sono sacramenti minimi,
epifanie quotidiane che solo uno sguardo non violento può riconoscere.
Il poeta qui è un custode del sensibile, un uomo che non consuma il
mondo ma lo contempla fino a sentirne il battito.
Il movimento del testo è circolare: dal cielo (pioggia, sole, nuvole)
alla terra (spiagge, scogli, impronte), fino al tempo (clessidra). È
una liturgia cosmica in cui l’io non domina, ma cammina “su impronte
disperse”, scrivendo con la vita e non sulla vita.
Lo scrigno finale — il cuore docile — è un’immagine evangelica: il
poeta come colui che conserva, come Maria “che serbava tutte queste
cose meditandole nel suo cuore”.
Qui la poesia è memoria amorosa del mondo.
- Gioia dolore amore – Giuseppe
Stracuzzi
«La fede non elimina il dolore: gli dà una direzione.»
Stracuzzi ci conduce su una via crucis luminosa, dove la Fede non è
anestesia ma trasfigurazione. Il verso iniziale è teologicamente
potente: la fede “affievolisce l’urto del nulla ignoto”. Non lo nega,
non lo cancella — lo rende attraversabile.
Il trittico gioia–dolore–amore è il cuore pulsante del testo: non
sentimenti separati, ma cardini di una stessa porta. È una visione
profondamente cristiana e insieme umanissima, dove la Croce non è
scandalo sterile, ma grembo da cui risorge l’amore.
La strada ritorna — cara anche a Silenzi — ma qui è fiorita di
speranze. Gli errori non vengono rimossi: vengono raccolti e offerti
al perdono. Questo è il gesto più alto della poesia: trasformare il
fallimento in offerta.
Il parto del bambino, posto in chiusura, è una scelta di straordinaria
intelligenza simbolica: la fede si misura non nei cieli astratti, ma
nel corpo che genera vita, nel dolore che diventa dono.
Stracuzzi scrive una poesia eucaristica, dove ogni passo è pane
spezzato.
- Par la fine. – Silvio Canapè
«L’eros è una teologia del corpo quando non è menzogna.»
Qui Canapè compie un gesto audace e riuscito: riconsegna l’eros alla
sua dignità cosmica. Il testo nasce nello sconforto e nel buio, ma
basta “un raggio di sole” — figura archetipica della grazia — perché
il mondo si riaccenda nel volto dell’amata.
L’amore fisico non è mai triviale: è metafora marina, è ritmo
naturale. I corpi sono onde, i respiri corde di violino, l’atto
amoroso è marea che sale, si infrange, si placa. Nulla è gratuito:
tutto segue una legge antica, quasi liturgica.
Particolarmente felice è l’immagine del “gozzo sospinto sul mare
leggero”: l’amore come navigazione fragile ma necessaria, affidata al
respiro dell’altro.
E poi la chiusa, di limpida potenza filosofica:
“L’amare questo è: essere in due, sciogliersi nell’Uno.”
Qui l’eros diventa mistica dell’unificazione, eco platonica,
agostiniana, persino dionisiaca. Il corpo non allontana dallo spirito:
lo conduce al suo compimento.
Canapè ci ricorda che l’amore vero non è possesso, ma perdita dei
confini.
- La Befana de oggiggiorno –
Armando Bettozzi
«Il dialetto è la lingua con cui un popolo sogna mentre finge di
ridere.»
Qui Bettozzi compie un’operazione di alta sapienza poetica e
antropologica: usa il romanesco non come colore folkloristico, ma come
strumento morale, come bisturi affilato che incide la carne del
presente. La Befana diventa figura archetipica, quasi una madre mitica
tradita dal tempo moderno, simbolo delle leggende che reggevano il
mondo prima che il mondo decidesse di bastare a sé stesso.
Il tono è ironico, sì, ma è un’ironia ferita, intrisa di malinconia
civile. La Befana non è più temuta, non è più attesa: viene tollerata,
dimenticata, ridotta a funzione consumistica. E il verso dialettale,
con la sua musicalità aspra e carnale, rende ancora più dolorosa
questa perdita: perché ciò che si perde non è solo un personaggio, ma
l’entusiasmo, parola-chiave del testo, intesa come respiro dell’anima
collettiva.
Il passaggio decisivo è quello quasi profetico:
> E si uno nu’ è ‘ntusiasta… è guasi morto…
Qui Bettozzi parla come un antico sapiente di borgata, come un
filosofo scalzo. Senza mito, senza leggenda, senza stupore, l’uomo si
trascina ma non vive; diventa vulnerabile al “corosìvo”, a ciò che
consuma lentamente l’umano dall’interno. La Befana, allora, non è più
una vecchina: è l’ultima sentinella contro la disumanizzazione.
- Assaggio d’inverno – Armando
Salvatore Santoro
«Il sonetto è una finestra: se il vetro è limpido, il mondo
entra.»
Santoro offre un sonetto di rigorosa compostezza formale, dentro cui
l’inverno non è solo stagione, ma stato dell’essere. Ogni immagine è
calibrata, ogni verso porta con sé una quieta desolazione: la foglia
che “prega”, l’acino inaridito, la tortora privata del nutrimento. La
natura non muore, ma si ritira, si contrae in una sorta di pudore
cosmico.
Il lessico è classico, quasi pittorico, e richiama una tradizione alta
della lirica italiana: l’inverno come tempo sospeso, come prova
silenziosa. Il sole che “annega” è un’immagine di struggente
efficacia: non tramonta, ma scompare soffocato, come se il cielo
stesso avesse perso respiro.
Straordinaria è la scena osservata dalla finestra: il vetro che si
appanna, i visi disegnati col fiato — gesto infantile, residuo di
umanità che resiste al gelo — mentre fuori il villano spala, il cane
guaisce, i melograni vengono liberati dalla neve. È un teatro minimo,
quotidiano, in cui la vita continua a muoversi nonostante tutto.
Il verso finale, rapido e quasi brutale nel suo realismo (“poi lesto a
volo il pasto giù tracanna”), riporta il lettore alla necessità
primaria: sopravvivere. L’inverno, in Santoro, non è lirismo astratto,
ma condizione concreta dell’esistenza.
- Un fiore nel deserto – Antonietta
Ursitti
«La speranza non annuncia: accade.»
Questa poesia è una epifania improvvisa, breve come il lampo che
rivela il paesaggio notturno. Il deserto, archetipo universale di
prova, solitudine, smarrimento, viene attraversato non da un eroe, ma
da un tu umano, fragile, in cammino verso un “nuovo inizio”.
I dromedari in lontananza amplificano la vastità, il silenzio, la
lentezza del tempo. E poi, senza preparazione retorica, senza enfasi:
un fiore spunta all’improvviso. Non spiegato, non giustificato.
Esattamente come la speranza vera.
Il fiore non promette salvezze grandiose: dice solo che “è tempo di
sperare”. Non perché sperare, non come: semplicemente ora. In questo
gesto minimo c’è una sapienza quasi biblica, una teologia del segno
povero, dove la vita parla sottovoce ma con autorità assoluta.
Ursitti affida alla poesia una funzione essenziale: ricordare che
anche nel luogo più ostile può nascere ciò che non era previsto. E lo
fa senza clamore, con una nudità che è già verità.
- Senza coperta – Enrico Tartagni e
T.
«Chi rinuncia al nome ha già varcato la soglia dell’essenziale.»
Questa poesia parla con la voce primordiale di chi ha deposto ogni
maschera. L’io che si dichiara “senza coperta” non è un mendicante
dell’esistenza, ma un asceta cosmico, un essere che ha scelto il
contatto diretto con il cielo, con la notte, con il freddo metafisico
della verità.
Il rifiuto del nome è un gesto di rara radicalità poetica: nominare
significa fissare, possedere, incidere. Qui invece l’io passa, e nel
suo passare riconosce la propria natura transitoria, solidale persino
con la roccia che anch’essa “passa”. È una visione profondamente
anti-idolatrica: nessun dio da scolpire, nessuna grotta da consacrare,
nessuna traccia da imporre agli altri.
L’assenza di donne, di indirizzo, di casa non è mancanza: è
scioglimento dei legami di dominio. L’amore per il mondo non si
esprime nel colpirlo o scolpirlo, ma nel non ferirlo. È un’etica della
sottrazione, quasi taoista, che convive sorprendentemente con una
sensibilità occidentale nuda e moderna.
La luna, spogliata di ogni mito, non ha bisogno di essere dea per
illuminare. E il dormire “senza coperta” diventa un atto di fiducia
assoluta nel cosmo, una resa consapevole alla notte.
- Svolgimento – Aurelio Zucchi
«Il sogno, quando viene scritto, non si chiude: si espande.»
Zucchi costruisce una poesia che è insieme atelier pittorico e
quaderno scolastico dell’anima. La “terrazza di cielo” è un luogo
liminale: non completamente terra, non ancora infinito. È da lì che il
poeta svolge il tema del sogno, come se l’immaginazione fosse una
prova da affrontare con disciplina e stupore.
Il lessico cromatico è centrale: blu, bianco, verde, azzurri scelti e
annotati. Il poeta non si abbandona al caos dell’ispirazione, ma
lavora sul sogno, lo osserva, lo registra, lo ordina. Le immagini
marine — vela, gozzo, bitta — radicano il sogno nella concretezza del
vivere, evitando ogni deriva evanescente.
Il momento decisivo è lo sguardo sull’orizzonte: lì il poeta diventa
equilibrista, si insinua nell’“oltre nascosto”. Non lo conquista, non
lo svela: vi si intrufola con pudore. L’alba che segue, con il suo
inchino all’universo, è una liturgia cosmica osservata in silenzio.
L’apparizione dell’amore velato, che avanza sui raggi del sole, è
visione di rara delicatezza: non eros impetuoso, ma promessa, attesa,
tempo futuro scritto “col verde”. Il tema resta incompiuto, come ogni
vero sogno che continua a svolgersi anche dopo la scrittura.
«La memoria non ricorda: galoppa.»
Silenzi apre con un’immagine di movimento puro: il ricordo che galoppa
come cavallo selvaggio. Non torna indietro con ordine, ma irrompe,
trascina, sfonda le barriere del tempo. La neve diventa il varco
sensoriale che permette questo ritorno: non freddo, ma abbraccio.
Il bambino evocato non è solo figura autobiografica, ma icona
dell’origine, di un tempo in cui il mondo si offriva come gioco e
meraviglia. Le “farfalle volanti” di neve sono percepite non con lo
sguardo adulto, ma con le mani tese, con il corpo che vuole
accogliere.
Straordinario è l’uso del suono: la voce materna non domina la scena,
ma arriva come eco lontana, dolce richiamo che non interrompe
l’immersione nel bianco. Il bambino sente soprattutto le carezze della
neve, che si fanno tattili, intime, quasi materne anch’esse.
Qui la memoria non è nostalgia dolorosa, ma regressione salvifica,
ritorno a un tempo in cui il mondo toccava l’uomo senza ferirlo. La
neve, silenziosa e fitta, diventa il luogo dove il passato non pesa,
ma avvolge.
- Un tintinnio dopo la tempesta –
Rosa Venuto di Acquedolci
«La rinascita non fa rumore: tintinna.»
Questa poesia si muove come una processione interiore che attraversa
il dolore senza negarlo, ma senza concedergli l’ultima parola. La
tempesta non è metafora generica: è esperienza vissuta, peso dei
giorni, stratificazione di fatiche che hanno lasciato segni nel cuore
e nel corpo. Eppure, quando il tuono tace, non irrompe il clamore
della vittoria: entra un raggio, silenzioso, quasi timido, che accende
dall’interno.
La scrittura procede per immagini progressive, come se la vita stessa
dovesse lentamente ricordarsi di essere viva. Il cuore “riprende il
suo passo”, la vita “si ridesta piano”: verbi scelti con una cura
quasi materna, rispettosa dei tempi della guarigione. Straordinaria è
la figura del bambino dopo un lungo sonno, che restituisce alla
rinascita una dimensione corporea, fragile, tenera.
Il tintinnio — cuore simbolico del testo — non è udibile con
l’orecchio comune: è linguaggio dell’anima, segno minimo ma
inequivocabile che qualcosa resiste. I campanelli al vento diventano
così sacramentali: annunciano una fede che non trionfa, ma rifiorisce;
una gioia che non cancella le lacrime, ma le asciuga una a una.
La poesia insiste su una verità essenziale e ardua: il dolore è reale,
ma è di passaggio. La gioia vera, invece, è descritta come durata,
come permanenza che attraversa le stagioni. Qui la scrittura assume
quasi il tono di una catechesi esistenziale, detta però con voce
umana, stanca e luminosa insieme.
«La musica è uno stato dell’essere.»
In questi pochi versi Felice Serino condensa una esperienza estatica,
dove il suono diventa luogo e il corpo viene sospeso. Non c’è
narrazione, non c’è sviluppo: c’è alleggiamento. Il verbo iniziale è
già un programma poetico, un distacco dal peso della gravità
interiore.
L’immagine dell’essere “cullato da onde” crea una continuità
sensoriale tra musica e mare, tra ascolto e abbandono. La citazione di
Shostakovic — elevato a “dio dei waltz divini” — non è idolatria, ma
riconoscimento di una potenza creatrice capace di ordinare il caos
emotivo, di trasformare il movimento in armonia.
Il nirvana evocato non è dottrina orientale, ma stato di sospensione
assoluta, una tregua dal tempo e dall’io. La poesia stessa sembra
nascere da quel silenzio avvolgente, come se la parola fosse concessa
solo dopo aver toccato l’assenza.
La data finale non chiude: ancora una volta segna un passaggio, un
punto preciso in cui l’esperienza si è fatta scrittura, lasciando una
traccia lieve, quasi evaporante.
- Impronte di mare cielo –
Alessandra Piacentino
«Esiste un tutto che nasce dal niente quando il niente è
abitato.»
Questa poesia è un flusso immersivo, un attraversamento continuo tra
corpo, linguaggio e visione. Piacentino lavora per accumulo
sensoriale, ma senza mai appesantire: il “tutto fatto di niente”
diventa una formula chiave, quasi un mantra ontologico che attraversa
il testo.
L’atto del lasciare impronte — sulla riva, nella vita — è gesto
fragile, destinato a essere cancellato, e proprio per questo carico di
verità. Le impronte non chiedono durata: testimoniano un passaggio. La
“farina di stelle” che le impregna introduce una dimensione cosmica,
ma domestica, intima, come se il cielo potesse essere portato addosso.
Le parole nemiche che cadono stremate segnano una liberazione: il
linguaggio violento, giudicante, si dissolve davanti a una percezione
più ampia e gentile del reale. La riva, luogo di confine per
eccellenza, si popola di voci ed echi: memorie, presenze, residui di
umanità che non chiedono ordine, ma ascolto.
Il giardino timido, le notti di passaggio, il risveglio che dissolve
tutto come un sogno ben fatto: qui la poesia si muove sul crinale tra
apparizione e sparizione. Nulla è trattenuto, nulla è posseduto. Anche
il terrore evocato è subito disinnescato, come se l’esperienza più
profonda non potesse essere catturata né negata.
Piacentino scrive da un luogo in cui l’identità non è più compatta, ma
porosa, attraversata dal mondo. Il suo “tutto fatto di niente” non è
mancanza: è spazio aperto, pronto a essere nuovamente abitato.
- 23 – I’m telegraphing to Chaos –
Jacqueline Miu
«Scrivere a Chaos significa riconoscere che l’amore non
obbedisce a nessuna geometria.»
Questo testo è una lunga trasmissione notturna, un messaggio inviato
da una zona di frontiera dove memoria, desiderio e colpa convivono
senza gerarchia. L’io poetico parla a Chaos come a un’entità
responsabile della creazione dell’umano: non un nemico, ma un
principio generativo ambiguo, colpevole e necessario.
L’immaginario è potentemente visionario: angeli in soffitta, ali
indossate per giocare all’amore, stelle che cadono nel pozzo dei
sogni, l’oscurità-salamandra incollata alla morte. Ogni immagine
sembra nascere da un sogno febbrile, dove l’infanzia mitica dell’amore
si scontra con l’inverno dell’esperienza. Le impronte cancellate
sull’asfalto sono la negazione della permanenza, mentre la
sopravvivenza “vestiti solo di parole” dichiara la nudità radicale
dell’io dopo la perdita.
La sezione centrale, apparentemente prosaica — l’auto, il pagamento in
contanti, la fattura evitata — è in realtà un gesto poetico decisivo:
la quotidianità entra come prova di resistenza morale. Restare se
stessi mentre “il motore dell’amore è rotto” è una forma di eroismo
dimesso. La cecità romantica diventa condizione creativa: solo da
quella ferita nascono le farfalle nella carne, metamorfosi dolorosa e
vitale.
Gli angeli che tornano in Eden sono definiti “noiosi e felici”: qui
l’ironia è feroce. La felicità senza ferita è sterile. L’io preferisce
la colpa di aver imparato a volare male, pur di non essere completo
senza l’altro. La poesia si chiude in una dichiarazione di lucidità
disperata: nessuno sembra davvero felice, eppure l’atto immaginario di
fare l’amore “nella testa” diventa resistenza estrema, dono
clandestino contro l’entropia.
- Dalle Ceneri – Ciro Seccia
«La rinascita è sempre un interrogativo prima di essere una
risposta.»
Questa poesia è una preghiera riflessiva, sospesa tra reincarnazione
intuita e redenzione cristiana. L’io emerge dalle ceneri e dal fango
come figura biblica, ma anche come uomo moderno che interroga il senso
della colpa senza possedere un dogma che la spieghi interamente.
La domanda sulle vite precedenti non è dottrinale: è esistenziale.
Serve a dare un nome al dolore presente, a capire se la sofferenza sia
memoria o destino. Il gesto di sfiorare il cielo azzurro con le dita è
immagine di una spiritualità concreta, tattile, che non si accontenta
di credere ma vuole sentire.
L’invocazione alla Trinità non è retorica: è un atto di affidamento
totale, quasi infantile, che unisce tempo passato, presente e futuro
in un’unica richiesta di perdono. Il linguaggio semplice rafforza
l’autenticità del testo, che si colloca in una tradizione di poesia
orante dove il dubbio non contraddice la fede, ma la rende necessaria.
- Alma brinata – Alessio Romanini
«La fragilità è una forma di conoscenza.»
Romanini costruisce una lirica brevissima, cristallina, in cui
l’identità si dissolve nella metafora naturale. L’io non ha una brina:
è brina. Questa identificazione totale con l’elemento fragile e
transitorio produce una poesia di intensa purezza formale.
La brina è delicata ma ferisce: gli aghi cristallini che pungono
l’alma rivelano una sofferenza silenziosa, sottile, non urlata. Il
freddo non è ostile, è costitutivo. La notte e il gelo non sono
nemici, ma condizioni che rendono possibile quella forma.
In pochi versi si concentra una visione dell’esistenza come bellezza
effimera e vulnerabile, dove la sensibilità stessa diventa rischio. La
poesia non cerca consolazione: si limita a mostrare, con precisione
quasi scientifica, la natura della propria anima.
- Sherazade – Sandra Greggio
«La vita, quando ritorna, bussa piano.»
Questa poesia è costruita come un racconto iniziatico in miniatura. Il
“toc toc” alla porta ha una forza simbolica enorme: non è irruzione,
ma invito. La Vita entra personificata come una fanciulla liberata
dalle ragnatele del tempo e delle paure, portando con sé una promessa.
Il riferimento a Sherazade non è casuale: come la narratrice delle
Mille e una notte, la vita qui si salva raccontandosi, tornando a
sedurre, a incantare. L’io poetico non corre verso di lei: viene
preso, scelto di nuovo. È una dinamica di grazia, non di conquista.
Il verso finale — “stavolta per sempre” — non ha il tono
dell’illusione, ma quello di una decisione interiore irrevocabile. La
data suggella l’esperienza come evento reale, inciso nel tempo, non
come sogno passeggero.
La promessa non è spiegata, non è definita: resta sospesa, come ogni
vera promessa che non ha bisogno di garanzie per essere creduta.
Con tutto l'affetto che sento,
con tutta la stima che debbo.
Vostro Ben Tartamo
4-7 Gennaio
- Biscotti nel the – Alessandra
Piacentino
Questa poesia lavora su una sovrapposizione di tempi interiori: la notte
immersa nelle notti, i sogni bevuti come una sostanza viva, l’alba come
punto di arrivo e dissolvenza. L’immagine dei sogni “sorseggiati a piene
mani” è il cuore del testo: un ossimoro sensoriale che unisce tatto e
gusto, creando un’esperienza quasi sinestetica. La poetessa costruisce
un’atmosfera sospesa, dove la vita vissuta “in mezzo” diventa un
territorio interiore, un luogo di passaggio tra ciò che è stato e ciò che
resta. Il tono è lieve ma non superficiale: c’è una malinconia dolce, una
consapevolezza che le emozioni “a spasso” sono frammenti di un vissuto che
non si lascia afferrare del tutto. È una poesia che si muove per immagini
liquide, come se tutto fosse immerso in un infuso di memoria e desiderio.
A volte, leggendo immagini così morbide, sembra di riconoscere quella
parte di noi che ancora cerca un posto dove posarsi senza paura.
- Bambino triste – Franco Fronzoli
Il testo di Fronzoli è una carezza poetica rivolta a un’infanzia ferita.
La struttura a versi ampi, con spaziature irregolari, restituisce il ritmo
del respiro, quasi un avvicinarsi e allontanarsi del mare che compare come
figura consolatrice. Il bambino è osservato con una delicatezza che non
scivola mai nel pietismo: è un invito alla rinascita, un incoraggiamento a
non restare prigioniero del male ricevuto. La natura – luna, mare, vento,
pioggia, stelle, stagioni – diventa un personaggio attivo, una guida che
accompagna il bambino verso una guarigione lenta ma possibile. Il gesto
finale, “illumini i tuoi occhi, cancella il buio che tieni nel cuore”, è
un augurio ma anche un atto poetico: la luce non viene dall’esterno, ma è
qualcosa che il bambino deve ritrovare dentro di sé. È una poesia che
parla alla parte più fragile dell’essere umano, con una tenerezza che non
rinuncia alla speranza.
E mentre lo leggi, forse senti anche tu quel bisogno antico di essere
guardato con la stessa gentilezza che il testo offre al suo piccolo
protagonista.
Grazie, Franco per averci donato queste emozioni.
- Diamo ragione al senso – Giuseppe
Stracuzzi
Questa poesia si colloca in una dimensione più filosofica e meditativa.
Stracuzzi lavora su un lessico che unisce corporeità e trascendenza: la
“carne guasta” e lo “spirito che si rialza” sono due poli di un conflitto
interiore che attraversa l’intero testo. Il verso procede come un cammino,
un pellegrinaggio che cerca di “ravvisare l’altra sponda”, immagine che
richiama il passaggio, la soglia, il limite tra ciò che è comprensibile e
ciò che resta mistero. L’atomo d’infinito che “alberga dentro noi” è una
delle intuizioni più alte del componimento: una scintilla di eternità che
resiste nonostante le acrobazie del controsenso, nonostante la fragilità
della materia. La poesia si chiude con un movimento ascensionale, quasi
liturgico: la preghiera non come atto religioso, ma come gesto umano di
riconciliazione con il senso profondo dell’esistenza. È un testo che
unisce inquietudine e ricerca, corpo e metafisica, in un equilibrio maturo
e consapevole.
E leggendo questo equilibrio fragile, sembra di sentire anche dentro di
noi quel piccolo movimento che prova a rialzarsi quando tutto appare
confuso.
- Come respira il mare – Silvio
Canapè
Questa poesia è un dialogo intimo tra l’io lirico e il mare, che diventa
specchio, confidente e misura del respiro interiore. Il mare non è
semplice paesaggio: è un organismo vivente, un interlocutore silenzioso
che “non sussurra e tutto fa capire”. L’autore costruisce un parallelismo
costante tra il moto delle onde e il moto dell’anima, tra la calma
apparente dell’acqua e l’affanno interiore che attraversa il soggetto. La
poesia si muove tra immagini crepuscolari e un lessico emotivo che non
teme la vulnerabilità: lacrime, buio del cuore, attesa, sogno che sfugge.
Il mare diventa un luogo di confessione e di richiesta di pace, quasi una
divinità naturale a cui affidare il proprio tormento. Il verso finale,
“Resto in erta aspettando d’amare”, è una sospensione che non chiude, ma
apre: l’amore come approdo possibile, come vento che ancora non arriva. È
una poesia che respira davvero, con un ritmo ondoso, e che restituisce la
fragilità umana con sincerità e senza artifici.
E in quel respiro del mare, forse riconosci anche il tuo, quando cerchi un
varco di quiete tra le onde che ti abitano.
- Questa povertà – Armando Bettozzi
Il testo di Bettozzi è un componimento civile, satirico e amaro, che
affronta il tema della povertà non come condizione astratta, ma come
fenomeno sociale manipolato, esibito, strumentalizzato. La poesia procede
per strofe dense, con un linguaggio che alterna ironia, indignazione e
lucidità. L’autore smaschera la retorica politica che trasforma la povertà
in slogan, in arma, in spettacolo, senza mai affrontarne davvero le cause.
Il tono è volutamente disincantato: la povertà “c’è fin dal far
dell’alba”, nessuna civiltà l’ha eliminata, e chi oggi la brandisce come
vessillo è spesso lo stesso che ieri l’ha ignorata. La struttura metrica
irregolare, con enjambement frequenti e un ritmo quasi prosastico,
rafforza l’impressione di un discorso che vuole essere diretto, tagliente,
privo di abbellimenti. Bettozzi mette in scena un’umanità che oscilla tra
rassegnazione e rabbia, tra memoria e denuncia, e lo fa con una voce che
non cerca consolazione ma chiarezza. È una poesia che appartiene alla
tradizione della satira civile italiana, ma con una vena personale di
amarezza che la rende autentica.
E mentre la leggi, forse senti quella fitta sottile che arriva quando la
verità tocca un punto che conosci più di quanto vorresti ammettere.
- Benvenuto 2026 – Alessandro Borghesi
Questa poesia è una sorta di epistola augurale, ma rovesciata: non
celebra, non esalta, bensì avverte, osserva, ammonisce. Il “principe” a
cui si rivolge l’autore è una figura simbolica, un nuovo arrivato chiamato
a governare un mondo dove “l’inverso è tragica normalità”. Borghesi
costruisce un’atmosfera quasi teatrale, con immagini che oscillano tra il
grottesco e il solenne: i plebei in festa, i bombaroli, il re sordo, gli
orti trascurati. È un mondo che porta i segni di un’eredità pesante, fatta
di promesse mancate e sperperi, e il nuovo sovrano appare più come un
giovane inesperto che come un salvatore. Il tono è insieme affettuoso e
disilluso: l’autore si dice sollevato dal non dover occupare quel trono, e
al tempo stesso augura al nuovo arrivato di riuscire dove altri hanno
fallito. L’invocazione finale alle stelle e a Giove introduce una
dimensione mitica che contrasta con la concretezza dei problemi evocati,
creando un effetto di sospensione tra realtà e simbolo. È una poesia che
parla del potere e della responsabilità con un linguaggio elegante,
allusivo, e con una malinconia che non rinuncia alla speranza.
E leggendo questo passaggio di consegne, forse senti anche tu quel misto
di sollievo e timore che accompagna ogni nuovo inizio.
- Tramonto tra i castagni – Armando
Salvatore Santoro
Questa poesia è costruita come un quadro impressionista, dove la natura
non è semplice sfondo ma soggetto vivo, in trasformazione. Santoro
utilizza un linguaggio pittorico esplicito: il vento ha un pennello, la
sera stende un telo, i colori si mischiano come sulla tavolozza di un
artista. Il tramonto diventa un atto creativo, un’opera che si compie
davanti agli occhi del poeta. La struttura metrica regolare e il lessico
limpido conferiscono al testo un’eleganza classica, quasi una ripresa
della tradizione sonettistica, ma con una freschezza moderna. L’immagine
del gabbiano che “esplora una danza di alici inopportuna” introduce un
tocco di vitalità improvvisa, un piccolo disturbo nella perfezione del
quadro, che lo rende più vero. Il finale, con l’asfodelo che resiste,
aggiunge una nota simbolica: la natura non è solo bellezza, ma anche
forza, tenacia, radicamento. È una poesia che unisce occhio e cuore,
osservazione e sentimento, con una maturità stilistica evidente.
E in quel tramonto che si compone da sé, forse ritrovi anche il bisogno di
lasciare che certe cose accadano senza forzarle.
- Dopo la Tempesta – Rosa Venuto di
Acquedolci
Il testo di Rosa Venuto è un inno alla rinascita, costruito come un
crescendo emotivo che parte dal dolore e approda alla luce. La poesia non
procede per immagini brevi, ma per ampie ondate narrative, come se la voce
poetica avesse bisogno di spazio per respirare e raccontare. La tempesta è
metafora della sofferenza, ma non viene descritta con toni cupi: è un
passaggio necessario, un varco verso una consapevolezza più luminosa. Il
raggio di sole che “entra nel cuore ed esplode” è una delle immagini più
potenti del testo, perché trasforma la rinascita in un atto fisico, quasi
corporeo. La poetessa insiste sul tema del risveglio, della vita che
ritorna a pulsare, e lo fa con un linguaggio caldo, avvolgente, che non
teme l’enfasi quando serve a restituire la forza dell’emozione. I
campanellini che tintinnano nel vento sono un simbolo delicato ma
incisivo: la vita che chiama, che invita a ripartire. Il finale, con la
consapevolezza che la gioia vera è oltre il tempo terreno, introduce una
dimensione spirituale che dà profondità al testo. È una poesia che
consola, che abbraccia, che crede nella resilienza dell’anima.
E mentre la tempesta si placa, forse senti anche tu quel piccolo fremito
che annuncia un ritorno possibile.
Serino lavora per sottrazione, come spesso accade nella sua poetica: pochi
versi, essenziali, ma densi di significato. “Angeli del Signore” apre
subito una dimensione metafisica, ma non dogmatica: è un richiamo alla
nostra parte più alta, più fragile, più esiliata. L’idea di incarnare una
vita “in esilio dopo la caduta” è un’immagine potente, che richiama la
condizione umana come lontananza dall’origine, come ricerca di un ritorno.
Il “maremondo” che accoglie è una parola composta che unisce vastità e
fluidità, suggerendo un universo sensoriale e simbolico insieme. Le
sirene, con i loro richiami acuti, rappresentano le tentazioni, le
distrazioni, le voci che ci distolgono dal cammino interiore. In pochi
tratti, Serino costruisce una piccola parabola esistenziale: l’essere
umano come creatura sospesa tra cielo e mare, tra richiamo divino e
richiamo terreno. È una poesia breve ma intensa, che lascia un’eco più
grande dei suoi versi.
E in quel richiamo sospeso, forse riconosci anche la tua stessa
oscillazione tra ciò che ti chiama e ciò che ti trattiene.
- 22-stelle nate per non brillare –
Jacqueline Miu
La poesia di Jacqueline Miu è un’esplosione visionaria, un flusso
immaginifico che mescola quotidiano, surreale, pop culture e intimità
emotiva. È un testo che vive di eccessi, di immagini volutamente
sovraccariche, come se la poetessa volesse restituire il caos sensoriale
del mondo contemporaneo. I fiocchi di neve, la città che sa di zabaione e
amaretto, la pelle come pira di streghe: ogni immagine è un piccolo
cortocircuito, un modo per dire che la realtà non è mai lineare, ma un
mosaico di percezioni. La seconda parte introduce una dimensione più
narrativa, quasi cinematografica: chimere alla moda, scapoli ricchi, poeti
travestiti da nessuno. È un’umanità grottesca, osservata con ironia e
malinconia. Nel cuore del testo, però, c’è una storia d’amore fragile,
imperfetta, fatta di grammatica emotiva (“arrivare all’amore con i
congiuntivi corretti”) e di paure corporee (“la paura di non piacerci”).
L’immagine della balena che guarda le stelle è una delle più riuscite: un
luogo impossibile, ma perfetto per due amanti che cercano un rifugio dal
mondo. Il finale, con l’astrologia come ultimo appiglio, è tenero e
disarmante. È una poesia che non vuole essere ordinata: vuole essere viva,
e ci riesce.
E in questo caos luminoso, forse ritrovi anche tu quella parte che cerca
un po’ di magia per non sentirsi fuori posto.
- Se ascolti il silenzio – Ciro Seccia
Questa poesia è un canto d’amore intimo, costruito su un registro dolce e
quasi musicale. Seccia lavora su immagini delicate, che non cercano
l’effetto ma la sincerità: il silenzio come luogo di ascolto, il respiro
come bacio, il vento come tempo che scorre. L’amore è descritto come una
comunicazione invisibile, fatta di vibrazioni, di sorrisi che “con l’anima
cantano”, di melodie interiori. Il testo ha una struttura semplice, ma non
ingenua: la ripetizione del silenzio come tema centrale crea un ritmo
lento, meditativo, che avvolge il lettore. La seconda parte introduce un
desiderio di fusione fisica e spirituale: volare con il profumo della
pelle, l’edera che s’inerpica, il gesto di gettarsi tra le braccia
dell’amata. È un amore che non ha conflitto, non ha ombre: è un amore
ricordato, custodito, dedicato. La poesia ha la purezza di un sentimento
giovanile, ma la consapevolezza di chi lo guarda da lontano. È un testo
che non vuole stupire: vuole toccare, e lo fa con autenticità.
E in quel silenzio che vibra, forse senti anche tu il bisogno di un luogo
dove il cuore possa parlare senza essere interrotto.
- Strapperò – Alessio Romanini
Romanini costruisce una poesia civile e introspettiva insieme, dove la
maschera diventa simbolo di una società ipocrita e di un io che vuole
liberarsi dalle costrizioni. Il tono è deciso, quasi manifesto:
“strapperò” è un verbo che ritorna come un atto di ribellione, un gesto di
smascheramento. La poesia denuncia un mondo che imprigiona le anime, che
soffoca le emozioni primordiali, che impone un volto artificiale. Ma il
testo non si limita alla critica sociale: introduce una riflessione sulla
fragilità umana, sulla carne come luogo di debolezza ma anche di libertà.
L’idea che lo spirito trovi la sua forza proprio nella vulnerabilità è una
delle intuizioni più profonde del componimento. Il riferimento
all’intelligenza artificiale non è polemico, ma simbolico: rappresenta
tutto ciò che è costruito, programmato, non autentico. Romanini rivendica
la poesia come strumento di verità, come mezzo per sollevare il sipario e
mostrare ciò che è nascosto. È un testo che unisce rabbia e lucidità, con
una voce che vuole essere ascoltata.
E mentre la maschera cade, forse riconosci anche tu quel desiderio di
mostrarti per ciò che sei, senza più trattenerti.
- Ondivaga – Sandra Greggio
La poesia di Sandra Greggio è un autoritratto emotivo, costruito con una
sincerità disarmante. L’aggettivo “ondivaga”, ripetuto come un mantra,
diventa la chiave di lettura dell’intero testo: un’identità che oscilla,
che si muove come un’onda, che alterna apertura e ritiro, socialità e
solitudine. La poetessa non giudica questa oscillazione, la osserva con
lucidità: è un tratto costitutivo del suo essere, una dinamica interiore
che conosce bene. Il ritmo dei versi è semplice, quasi colloquiale, ma
proprio questa semplicità permette alla voce poetica di emergere con
autenticità. L’immagine del “mare in tempesta” non è un’esagerazione: è la
metafora precisa di un’emotività che a volte travolge e a volte si ritira.
Il punto più alto del testo è la ricerca di qualcuno che sappia
comprendere “l’esatto significato del termine”: non un amore idealizzato,
ma una presenza empatica, capace di accogliere la complessità senza
spavento. È una poesia che parla della fragilità come condizione umana, e
della comprensione come forma più alta di intimità.
E mentre la leggi, forse riconosci anche tu quel bisogno sottile di essere
visto senza dover spiegare tutto, come quando il cuore chiede solo di
essere accolto: ed è questo ciò che tento di fare, cara sorella di piuma
Sandra Beatrice.
- Quell’ora di gioia e luce – Antonia
Scaligine
Il testo di Antonia Scaligine affronta un tema doloroso con un linguaggio
diretto, quasi cronachistico, ma attraversato da una forte tensione
morale. La poesia nasce da un fatto tragico e lo trasforma in una
riflessione sulla fragilità della vita e sulla responsabilità collettiva.
L’immagine iniziale dello champagne che libera “ombre dolorose” è
un’intuizione potente: ciò che dovrebbe essere festa diventa presagio di
morte. La poetessa costruisce un contrasto costante tra la leggerezza del
Capodanno e la gravità dell’evento, tra la gioia attesa e la tragedia
reale. Il ritmo è scandito da rime interne, assonanze, ripetizioni che
danno al testo un andamento quasi martellante, come se la voce poetica
volesse imprimere nella memoria del lettore la gravità dell’accaduto. La
denuncia non è gridata, ma chiara: trascuratezza, irresponsabilità,
superficialità diventano colpe collettive. Il dolore dei genitori, evocato
con pudore, è il punto emotivo più forte. Il finale, che richiama la
necessità di responsabilità e credibilità, non è moralismo: è un appello
civile, un tentativo di dare un senso alla perdita. È una poesia che
unisce testimonianza e ammonimento, con una voce che non dimentica e non
vuole far dimenticare.
E in questa ferita che si apre sulla pagina, forse senti anche tu quel
tremito che nasce quando la vita ci ricorda quanto siamo esposti e quanto
abbiamo bisogno di sentirci custoditi.
E tu, dolce sensibile Antonia, continui così ad emozionarci.
Con tutto l'affetto che sento,
con tutta la stima che debbo,
Vostro Ben Tartamo
Buon Anno
Buon anno a naviganti
di questo mare
sulla nave
che corre contro il tempo
con l'augurio
che raggiunga un porto
dove sogni
si possono toccare.
Buon anno
a progetti di avvenire,
l'anno nuovo
accenda una carezza
al cuore di ciascuno
che dissolva la nebbia
di pensieri.
Buon anno in cima al monte
dove gli anni
han tinto di candore
anche i capelli,
con l'augurio
di un camino acceso
che sopperisca
il sole dolce della primavera.
Buon anno a tutti voi
e un grande abbraccio
dato col cuore all’onde
di questo mare immenso
di parole.
Giuseppe Stracuzzi
1-2-3 Gennaio
Buon Anno A Tutti!
Ben Ritrovati...
Con vero affetto
Alessio Romanini
Buon Anno 2026.
Voglio augurare a tutti voi del sito,
questo splendido angolo di cielo.
Che abbiate la poesia nel cuore,che Dio
accompagni il nostri pensieri e protegga tutti noi
ed i nostri Cari.
Tutti voi mi avete donato qualcosa con i vostri versi
Ringrazio Ben Tartamo,il Prof.Spataveccia ,é un po di tempo che non
abbiamo il piacere dei suoi commenti.
Ed il Magister Lorenzo, Grazie di avere creato questo angolo di cielo.
Sono nostre le Parole, ognuno di noi esprime angoli nascosti della propria
Anima,e la profonditá che Si cela in un Cuore di poeta,e nel suo giardino
interiore.
Grazie....Ciro Seccia
Buon Nuovo Anno 2026!
Cari sitani amici di vecchia data, nuovi amici, lettori e passeggeri di
questa navicella spaziale che chiamiamo Tempio Azzurro, felice Nuovo Anno
2026!
Salute, longevità e fortuna che arrivino smisuratamente a ognuno di voi.
Vi auguro di essere sempre protetti dalla vostra aura di creatività.
Poetare non è un luogo, dove postate le vostre opere ma un sentimento che
accoglie la vostra anima che si racconta. E' un'arnia in cui a regnare è
un Musa sensibile e lungimirante. Il miracolo che avete compiuto ogni
anno, postando lavoro di eccellente qualità letteraria, serve a illuminare
la via ad altri sognatori in cerca di mentori, di una famiglia creativa o
semplicemente di un rifugio alla nevrosi quotidiana. Inconsapevolmente voi
siete la luce nel buio che circonda questi tempi. Vi auguro successi e
premi al vostro duro lavoro. Che possiate sentirvi amati e rispettati per
il valore che avete e che offrite generosamente ad altri. Sono onorata di
condividere con voi un passaggio sul treno della vita e spero di essere un
supporto significativo in caso chiunque di voi lo necessiti .
Buon Anno 2026 Magister Lorenzo! Creatore di questa meraviglia mediatica
che offre lo spettacolo della migliore letteratura italiana. Salute in
primis e orizzonti infiniti per nutrire il tuo animo capace di reggere
l'arena della bellezza in versi.
Auguro Loro di essere operosi come gioiose api.
Un 2026 di Felicità!
Jacqueline
Buon giorno primo giorno di gennaio, buon anno sito
poetare
perfetta proporzione tra il Creatore
noi e quel grazie da dire al Signore
Buon anno 2O26 a tutti i poeti del sito
A te caro Ben Tartamo, a te caro Lorenzo auguro un felice e lungo tempo di
vita serena
Buon anno e sempre grazie per tutto quello che fate
Antonia Scaligine
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