Commenti sulle poesie
 

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14-15-16 Aprile

Prima di tutto volevo ringraziarti Ben per il tuo meraviglioso 

commento alla mia poesia. Sei un ottimo interprete, e per rispondere 
alla tua domanda se devo essere sincero sincero: io mi sento ferito 
per le illusioni che crea il mondo, ma poi ci mette di fronte alla nuda realtà.
Però mi sento anche custode di una sensibilità e un amore per 
le cose umili che offre la natura, simbolo di speranza che porto sempre
nell'anima.
Alessio Romanini

 

 

Questa è una poesia costruita per stratificazione, non per linearità. Non racconta: sovrappone piani semantici fino a creare un effetto di densità quasi barocca.
L’attacco è già rivelatore: le stagioni non sono semplicemente nominate, ma interpenetrate. La primavera scioglie, l’estate cela l’autunno, l’inverno raccoglie. Non c’è successione temporale: c’è circolarità compressa. Il tempo non scorre, si accartoccia.
L’immagine chiave è quella del libro/romanzo. Le stagioni diventano testo. Ma non un testo leggibile:
mille pensieri senza penna” → pensiero che non riesce a scriversi, quindi a fissarsi.
foglie imbalsamate” → memoria morta, conservata ma non viva.
pagine illuse” → la narrazione stessa è inganno.
Qui emerge una prima intuizione: il poeta Stracuzzi percepisce il reale come narrazione costruita, non come dato. E diffida di essa.
Il secondo blocco (il mare) rompe la struttura precedente e introduce una metafora epistemologica: il navigatore è colui che cerca senso tra “frastagliati contesti”. Ma il linguaggio stesso è instabile: “incespica fruscio del mulinello”. Non c’è chiarezza, ma rumore.
Le immagini mitiche (“Muse, corone, allori”) vengono subito smascherate:
“sono sospesi luccicanti inganni”
→ la gloria, la poesia stessa, è un’esca (lampare/pesci). Il desiderio è attirato e poi cade.
Qui la poesia compie un gesto molto lucido: demistifica la funzione della poesia.
Il finale è radicale. Il libro si chiude, i fogli vengono sospinti “verso l’ultimo punto”. E l’io viene spogliato:
“nudo, che cosa, niente…”
Questa è una dissoluzione dell’identità. Non resta nulla se non un appiglio ultimo:
“le parole sante del Signore”
Non è una chiusura semplicemente religiosa, ma una resa: dopo aver smontato natura, linguaggio e mito, resta solo un fondamento trascendente.
In profondità: questa poesia è un percorso di smascheramento che porta dal mondo fenomenico al vuoto, e dal vuoto a una necessità di assoluto.
Qui siamo in una dimensione completamente diversa: non cosmica, ma intimamente funeraria.
Il testo è costruito come una rievocazione, ma non è memoria limpida: è una memoria deformata, quasi allucinata. Il “portico deserto” è già uno spazio liminale, sospeso tra presenza e assenza.
Le immagini sono estremamente sensoriali ma non realistiche:
gioielli rosa e neri”
“caviglie… fiamma”
“mani da cime tempestose
Questa non è descrizione: è trasfigurazione del corpo in simbolo. L’altro (probabilmente una figura amata e perduta) non è più persona, ma reliquia emotiva.
C’è una tensione continua tra luce e ombra:
fanali / vento
lampada / inclinazione
riflesso / lontananze
La luce non illumina: distorce. È instabile.
Il verso più significativo, a livello psichico, è: “scossi dal singhiozzo dell’ombra”
L’ombra non è assenza di luce, ma entità attiva, che singhiozza. È il lutto che respira ancora.
Il finale è decisivo: “avvolgermi ancora… in un romantico sepolcro”
Qui il sepolcro non è morte, ma luogo di unione. È una regressione: il desiderio non è uscire dal lutto, ma abitarlo.
Il soggetto non elabora la perdita, la sacralizza. Trasforma l’assenza in spazio estetico e affettivo permanente.
È una poesia di eros e thanatos fusi: amore che sopravvive solo dentro la morte.
Qui il linguaggio cambia drasticamente: da simbolico a esplicito, quasi dichiarativo.
La struttura è binaria:
morte → quando si tradisce sé stessi
vita → quando si ritorna a sé
Non c’è ambiguità, ma chiarezza programmatica.
Il concetto centrale è l’identità come scelta. Non come dato, ma come atto: “tutte le volte che tradiamo noi stessi… moriamo”
La morte qui è psicologica, non fisica. È perdita di autenticità.
Il momento di svolta è lo “switch radicale”. Termine moderno, quasi tecnologico, che rompe il registro lirico. Questo non è casuale: indica una decisione netta, non graduale.
La sequenza finale è terapeutica:
guardarsi
interrogarsi
reagire
smettere di colpevolizzarsi
iniziare ad amarsi
È un percorso di ricostruzione dell’io.
Lettura profonda: questa poesia non esplora il caos, lo combatte. È una poetica della volontà, quasi etica più che estetica.
Se le altre poesie accettano la complessità o il dolore, questa lo riduce a un problema risolvibile tramite consapevolezza.
È meno ambigua, ma anche meno vertiginosa.
Questa è la poesia più equilibrata, e forse la più sottile nella sua semplicità apparente.
La metafora dei sassi è estremamente precisa:
non resistono opponendosi, ma resistono restando.
All’inizio domina la trasparenza: acqua, cielo, riflesso. C’è una doppia serenità (realtà + immagine). Ma basta un movimento (le trote) per farli “sparire”. Non perché non esistano, ma perché la percezione è instabile.
Qui c’è un primo livello importante: la realtà non cambia, cambia la visibilità.
Poi interviene il tempo. L’acqua “carezza” e leviga. Non distrugge, trasforma lentamente. Anche il temporale, pur violento, non cancella i sassi: li nasconde temporaneamente.
E il verso chiave: “riapparire ancora, immutati / e caso mai, un po’ più avvicinati”
Qui c’è una visione molto profonda: gli eventi non distruggono necessariamente, possono anche avvicinare.
Quando passa all’uomo, la metafora si chiarisce: siamo attraversati dagli eventi, ma ciò che conta è il “fondale”. E questo fondale è l’amore.
Non un amore sentimentale, ma strutturale: “il nostro bell’amore originale”
È qualcosa di originario, quasi ontologico. Non nasce, è già lì.
E il finale è forte: non è il travolgimento a fare male, ma la perdita di quell’ancoraggio.
E chiudo dicendo che questa poesia non nega il caos, ma lo relativizza. Non propone fuga né scontro, ma radicamento.
Qui la poesia è breve, ma densissima, quasi compressa in pochi nuclei concettuali che si scontrano tra loro.
L’attacco è spiazzante: “la pietà è detta la banalità del male”. È un rovesciamento implicito del pensiero arendtiano (la banalità del male), ma qui la pietà stessa viene sospettata. Come se anche il bene, quando diventa formula, rischiasse di svuotarsi.
Subito dopo lo sguardo si sposta “di là”: un altrove non definito, che può essere trascendente o semplicemente un piano altro. E la domanda è devastante nella sua semplicità:
come ci vedono?
Qui avviene il salto mentale: l’uomo non si guarda più da dentro, ma da fuori. E ciò che vede è brutale: “fratelli che si scannano”. La fraternità è affermata e negata nello stesso istante.
L’invocazione (“Padre Padre”) introduce una dimensione verticale, ma non è trionfale: è quasi stanca, come se fosse ripetuta da sempre.
che non sei mai stanco dell’uomo” → questo verso è centrale: Dio non si stanca, ma l’uomo sì. C’è una sproporzione tra misericordia divina e comportamento umano.
La cattedrale del cuore” è un’immagine forte ma ambigua: da un lato indica una sacralità interiore, dall’altro suggerisce qualcosa di costruito, forse fragile.
Il finale è una richiesta: la pietà non è più qualità umana, ma qualcosa da ricevere.
Mentalmente, questa poesia compie un movimento preciso: dalla sfiducia nell’uomo alla necessità del divino.
È una preghiera che nasce da una crisi della fiducia umana.
Il titolo è già una chiave, ma anche un depistaggio. Non sono semplicemente “confusi”: sono disgregati in immagini che non riescono a ricomporsi in un centro stabile. La poesia non chiarisce, mostra il processo stesso della dispersione.
L’inizio è altissimo e subito doloroso:
Pianto di stelle, pianto di madonne”
Qui si sovrappongono due piani:
cosmico (stelle)
sacro umano (madonne)
Il pianto è universale. Non è individuale, è diffuso nell’essere stesso. Ma subito si perde:
lacrime perse nel firmamento azzurro
→ il dolore non trova destinatario, si dissolve nello spazio. Questo è un primo nodo mentale: sofferenza senza risposta.
Le “stelle cadenti” non sono romantiche: diventano “ombre di colli stanchi”. Il cielo scende a terra, e lo fa in forma di stanchezza. C’è una caduta continua, dall’alto al basso.
Arsura in gola” introduce il corpo. Il bisogno è primario: respiro.
sospeso tra cielo e mare” → ancora una posizione intermedia, mai risolta. Il soggetto non è né sopra né sotto, è in una soglia permanente.
Il “volo di rondine” che colora è un momento fragile di bellezza, ma non stabilizza nulla. È un passaggio rapido, non una soluzione.
Poi arriva uno dei versi più profondi: “Anni pensati a sera a costruire un aquilone bianco che non vola”
Qui c’è tutto il fallimento esistenziale condensato:
“anni pensati” → vita progettata, immaginata
“aquilone bianco” → purezza, aspirazione
“che non vola” → impossibilità di realizzazione
Non è un errore momentaneo, è una vita che non si solleva.
Il blocco successivo è ancora più umano: “miserie accovacciate… mano che tende”
Qui il dolore prende forma sociale. Non è più solo interiore. C’è richiesta, bisogno di contatto. Ma: “invano incrocia gli sguardi”
→ fallimento della relazione. L’altro non risponde. È uno dei punti più duri: non essere visti.
Il finale è tutto sottrazione:
“solo silenzio”
“brusio di grilli” (rumore minimo, naturale, indifferente)
“vecchia ferrovia” → luogo di passaggio che non porta più da nessuna parte
“notte d’estate ormai finita” → anche la stagione della vita si è consumata
La ferrovia “persa nel buio” è un’immagine potentissima: indica una direzione che esisteva, ma che ora non conduce più.
Questa poesia non è semplicemente malinconica. È costruita su tre assi:
- Dislocazione
Il soggetto non ha un luogo stabile: è tra cielo e mare, tra giorno e notte, tra pensiero e realtà.
 - Fallimento della proiezione
L’aquilone che non vola è il simbolo centrale: desiderio che non diventa esperienza.
-  Interruzione del legame
La mano che tende e non incontra sguardi → frattura relazionale.
Non c’è rabbia, non c’è ribellione. C’è una forma più sottile: consapevolezza stanca.
Questa poesia non grida.
Si spegne lentamente.
E proprio per questo è più inquietante:
non racconta un crollo improvviso, ma una vita che, senza fare rumore, non è mai riuscita a sollevarsi davvero.
Qui il linguaggio è lineare, ma la struttura emotiva è molto più sottile di quanto sembri.
La poesia è costruita su una progressiva riduzione del rumore:
Non dire niente” → “nel silenzio” → “lasciati amare”.
L’amore non passa attraverso il dialogo, ma attraverso la sospensione della parola. Questo è il primo elemento importante: l’intimità viene percepita come spazio non verbale.
Le immagini sono tutte accoglienti:
spalla
capelli
prato
primavera
È un mondo senza conflitto, quasi protetto. Ma il punto più interessante non è la dolcezza, è il controllo implicito.
Il soggetto guida tutto:
dipingerò
ti stringerò
ti sveglierò
C’è una regia emotiva. L’altro è accolto, ma anche contenuto dentro una visione.
E poi arriva il passaggio decisivo: “ti lascerò libera”
Questo verso è fondamentale. Perché introduce una tensione: se devo “lasciarti libera”, significa che prima eri, almeno simbolicamente, dentro un campo definito da me.
L’amore qui è tenero, ma anche leggermente asimmetrico: uno costruisce, l’altro viene custodito.
Il finale: “tra i miei pensieri / che parlano / di te”
chiude il cerchio. L’altro non è solo accanto, è interiorizzato. Diventa contenuto mentale.
Questa è una poesia sull’amore come spazio di protezione e proiezione.
Non conflittuale, ma nemmeno completamente reciproco: è un amore che crea un mondo e invita l’altro a starci dentro.
Questa poesia lavora su un meccanismo molto preciso: la sincronia emotiva a distanza.
La struttura è speculare:
Forse in questo momento… tu”
“Forse in questo momento… io”
Ma ciò che conta è che, pur essendo in luoghi diversi (folla/lavoro), entrambi si trovano nello stesso spazio interiore: “riva del mare”.
Il mare qui non è luogo reale, ma luogo mentale condiviso.
C’è un elemento molto interessante: la realtà esterna è descritta come rumorosa e piena (vetrine, Natale, lavoro), ma viene svuotata. Ciò che conta è il pensiero.
La vera connessione non è fisica, ma immaginativa.
Proprio in riva al mare con te” → non è un incontro reale, è una coincidenza interiore.
L’empatia qui non è comprensione dell’altro, ma coincidenza di stati mentali.
Dal punto di vista psicologico, questa poesia suggerisce una dinamica forte: due individui che si percepiscono connessi perché condividono lo stesso paesaggio interiore, indipendentemente dalla realtà.
È una forma di intimità non verificabile, ma sentita come reale.
Questa è la più complessa e stratificata del gruppo. Non è lineare, ma frammentaria, quasi schizofrenica nel senso tecnico: salti, associazioni, cambi di registro.
L’inizio è già destabilizzante:
crocchette di ombre in bisbiglio” → immagine surreale, che rompe subito la logica ordinaria.
Il dialogo non avviene davvero. C’è una domanda (“hai una sigaretta?”), ma la risposta non viene data. Il silenzio domina. Questo crea una tensione: il desiderio di contatto e l’incapacità di realizzarlo.
Il soggetto si definisce attraverso la finzione:
m’invento un personaggio” → identità costruita, non stabile.
La frase “vuoi tu sposarmi?” è potentissima perché resta interna. Non viene detta. È un pensiero che non diventa azione. Qui c’è una frattura tra interno ed esterno.
Poi l’altro scompare. E lo fa “ad alta voce”, paradosso che indica una perdita improvvisa, quasi teatrale.
Il secondo blocco è ancora più denso: Dio, dinosauri, peste, vampiri, amore. Tutto viene mescolato senza gerarchia. È una visione del mondo caotica, in cui sacro, biologico e simbolico convivono senza ordine.
il vino ti beve la verità dal sangue” → rovesciamento soggetto/oggetto. Non sei tu che bevi, è il vino che ti consuma. Perdita di controllo.
La parte finale introduce una scena urbana (selfie, bistrot, Senna), ma il soggetto si percepisce come “naufrago”. È presente, ma non integrato.
Il contrasto: “tu sei giorno / io sono notte”
è una definizione identitaria per opposizione. Non unione, ma differenza.
E il verso finale: “Parla con me
chiude tutto: dopo immagini, caos, pensieri, resta una richiesta elementare. Comunicazione.
Questa poesia è una rappresentazione di coscienza frammentata che cerca un centro attraverso l’altro, ma non riesce a stabilire un contatto stabile.
Quindi, cara Miu, ti chiedo: è possibile davvero incontrarsi, o restiamo sempre - almeno in parte - soli dentro noi stessi?
Qui la scrittura è diretta, quasi primitiva nel senso più autentico: non filtra, non costruisce, espone dolore in forma simbolica immediata.
L’immagine centrale è fortissima e archetipica: la “Corona di Spine”. È un simbolo cristologico evidente, ma qui non è solo imitazione di Cristo: è interiorizzazione del martirio. Non è sulla testa, è sul cuore. Questo spostamento è decisivo: la sofferenza non è sacrificio pubblico, ma ferita emotiva continua.
avvolge il mio cuore” → non punge soltanto, stringe. È una pressione costante, non un evento isolato.
Il sangue che “continua a sgorgare” introduce una temporalità senza tregua. Non c’è cicatrizzazione. Ogni spina è un “oltraggio”: quindi la ferita non è solo fisica o emotiva, è morale, causata dall’uomo.
Qui emerge il nucleo psicologico: il dolore individuale è collegato al male collettivo.
La parte malvagia domina il mondo” → visione totalizzante, senza zone di luce. Non c’è equilibrio, solo prevalenza del negativo.
Le domande (“quali orrori… quante grida…”) non cercano risposta: sono saturazione percettiva. Il soggetto è esposto a troppo dolore, non riesce più a contenerlo.
L’invocazione a Dio segna un punto di rottura. Non è una preghiera contemplativa, è una richiesta urgente, quasi disperata.
poni fine” ripetuto → bisogno di interruzione, non di senso. Non chiede spiegazione, chiede cessazione.
Il verso più significativo è: “non so quanto potrò resistere”
Qui il simbolo cede e resta l’umano. La resistenza è al limite.
E il finale: “Non voglio vedere / la fine di tutto”
È ambiguo. Non è solo paura della morte personale, ma della fine del senso, del mondo come spazio abitabile.
Questa poesia è una coscienza iper-esposta al male, che non riesce a filtrarlo e lo interiorizza fino a identificarsi con una figura sacrificale. Non c’è distanza tra sé e il dolore del mondo.
Questa poesia è l’opposto strutturale della precedente: breve, composta, quasi etica più che emotiva.
Il primo verso introduce subito una scelta: “scrivo… su petali di papiro riciclato”. È un gesto simbolico ma concreto. La scrittura non è neutra, ha conseguenze. Qui il poeta si pone un limite: non vuole “deturpare”.
La corteccia che respira” è un’immagine molto precisa: l’albero non è oggetto, è organismo vivo. La natura non è sfondo, è soggetto dotato di respiro.
Il passaggio successivo amplia il discorso:
la vita nasce dentro il grembo della Natura madre
Qui la natura diventa origine universale. Non è solo ambiente, è principio generativo.
Il punto chiave è nel verso: “l’abbraccio dell’amore è riciclar con il cuore”
Questa è una ridefinizione interessante dell’amore: non sentimento astratto, ma azione responsabile. Amare significa non distruggere, ma preservare, trasformare senza violare.
Il tono è pacato, quasi didattico, ma non freddo. È una poesia che non nasce da un eccesso emotivo, ma da una consapevolezza etica interiorizzata.
Con Alessio l’io non è travolto dal mondo (come in Seccia), ma sceglie come stare nel mondo. Non subisce, regola il proprio impatto.
È un contrasto profondo.
Queste due poesie, accostate, creano un contrasto molto netto:
Seccia → il mondo ferisce, l’io sanguina
Romanini → il mondo è vivo, l’io si trattiene
Una è reazione al male, l’altra è responsabilità verso il bene.
La prima è centripeta (tutto entra e lacera),
la seconda è regolativa (l’io decide come agire).
E in mezzo, implicitamente, resta una domanda:
di fronte al mondo, siamo feriti o custodi?

Che ne pensi Alessio? E tu, Ciro?

Mi piacerebbe leggere il vostro parere.

 
Con tutto l'affetto che sento e la stima che debbo. 
Ben Tartamo

 

 

 

11-12-13 Aprile

Qui l’amore non entra, ma si insinua. Non c’è gesto forte, ma una delicatezza quasi timida, come se l’io avesse paura di rompere qualcosa di fragile.
Mi faccio spazio” è un’espressione umile, ma anche ostinata: indica il bisogno di esserci, anche senza essere invitati. E infatti tutto avviene dentro l’altro: pensieri, sguardi, sorrisi, fragilità. È proprio nelle fragilità che il poeta sceglie di abitare. Non cerca la superficie luminosa, ma il punto in cui l’altro è più esposto.
Poi accade qualcosa di più profondo: non solo osserva, ma fa suoi i desideri, entra nei sogni. Qui il confine tra sé e l’altro si dissolve. Non c’è più distinzione netta: è un amore che tende a coincidere.
Eppure, nel centro della poesia, c’è una verità silenziosa:
tu non mi vedi
Questo cambia tutto. È un amore non riconosciuto, ma non per questo meno reale. Anzi, sembra diventare più puro proprio perché non ha ritorno. L’io non si ritira, non protesta. Resta accanto, veglia, accompagna.
C’è qualcosa di profondamente umano in questo: il desiderio di essere vicino anche senza esistere per l’altro. Ma anche qualcosa di doloroso: una presenza che non trova rispecchiamento.
Alla fine, il “destino” non è una promessa condivisa, ma una necessità interiore. È destino perché il poeta non può fare altro che restare.
Questa poesia nasce come un inno, ma lentamente si trasforma in una domanda senza risposta.
All’inizio lo sguardo è pieno di stupore. L’alba si apre piano, i colori si diffondono, tutto è armonia. La Natura è vista come artista: dipinge, crea, distribuisce bellezza con una leggerezza quasi giocosa.
Poi il tono cambia e si amplia: non è solo bellezza, ma anche ordine. Le orbite, i sistemi, le leggi. La Natura diventa intelligenza, struttura che regge il mondo.
Ancora un passo, e diventa madre. Qui entra il mistero della vita, il grembo, l’amore che nasce. È il punto più caldo, più affettivo.
Ma proprio quando tutto sembra comporsi, arriva la frattura.
Gli “agnelli e lupi” introducono il dolore, la violenza, l’ingiustizia. E allora il poeta chiede: perché? Perché una madre permette questo?
La risposta non arriva. La Natura si chiude nel silenzio. E questo silenzio è il vero centro della poesia.
Non c’è consolazione, non c’è spiegazione. Solo una distanza improvvisa tra l’uomo che cerca senso e una realtà che non si lascia interrogare.
È una poesia che inizia come lode e finisce come smarrimento.
Qui il pensiero è più inquieto, meno lineare. La poesia non accompagna, ma scuote.
La libertà appare subito come slancio, come volo che sfida tutto. Ma già in questa immagine c’è un inganno: “ignora il peso”. È come se per essere libera dovesse dimenticare la realtà, o non guardarla fino in fondo.
Subito emergono le ombre: sangue, urlo, tragedia. La libertà non è mai innocente. È legata alla rivoluzione, e la rivoluzione porta con sé distruzione.
Il poeta non prende una posizione netta. Non celebra e non condanna. Resta dentro una tensione continua. La definizione “maledetta e benedetta” è forse la più sincera: riconosce che la libertà è necessaria, ma non è mai pura.
C’è un desiderio semplice che affiora:
vorrei soltanto rincorrere il futuro
Quel “soltanto” pesa. Come se, in mezzo a tutto questo conflitto, ci fosse un bisogno elementare di credere, di andare avanti. Ma la realtà storica, il sangue, i morti, complicano tutto.
Alla fine la libertà non appare come conquista definitiva, ma come scelta continua, e anche come rischio. Non libera dal dolore: lo attraversa.
Questa poesia è breve, ma molto precisa. Non cerca profondità attraverso la complessità, ma attraverso la purezza.
Un abbraccio, la luna, i sogni: tutto è raccolto in uno spazio protetto, quasi sospeso. È un momento in cui la realtà sembra allontanarsi.
Il punto centrale è il ritorno:
torni fanciulla
Non è solo nostalgia, ma bisogno di leggerezza. Tornare a uno stato in cui il mondo non pesa, in cui ci si può lasciare cullare.
Ma l’ultimo verso apre una crepa:
non vorresti mai svegliarti…
Il sogno diventa rifugio. E se non si vuole svegliarsi, significa che il risveglio porta qualcosa di meno dolce.
È una poesia che non analizza, non problematizza. Semplicemente mostra un desiderio molto umano: restare, anche solo per un attimo, in uno spazio in cui tutto è più gentile.
Questa poesia nasce dentro un dopo. Non dentro l’evento, ma nel momento in cui tutto è finito e resta ciò che segue: il silenzio.
All’inizio c’è una luce che “buca la nebbia”. È un’immagine semplice, ma molto precisa: la speranza non arriva dolcemente, entra forzando qualcosa. La nebbia è ciò che impedisce di vedere, è confusione, smarrimento. Il raggio non la dissolve del tutto: la attraversa. È già un segno importante — la speranza qui non cancella il male, ma lo attraversa.
Subito dopo, però, compare il silenzio. Non un silenzio pacifico, ma un silenzio “dopo il fragore”. È un silenzio carico, quasi irreale, come accade dopo una catastrofe. E infatti emerge piano il contesto: guerra, distruzione, tempo che non passava mai.
C’è un verso molto forte: “rumoroso silenzio che assorda”. È una contraddizione solo apparente. È il silenzio di chi ha visto troppo, di chi non riesce ancora a tornare alla normalità. Non è pace: è sospensione.
Eppure, lentamente, qualcosa si muove. La natura “lenta rinasce”. Non c’è trionfo, non c’è esaltazione. Solo una ripresa graduale, quasi timida. Anche gli uomini si muovono così: attoniti, guardano il cielo, si lasciano attraversare dalla luce.
La speranza qui non è entusiasmo. È più fragile: è un gesto di ricostruzione. È quel momento in cui, pur avendo ancora il dolore addosso, si inizia a rimettere insieme ciò che è stato distrutto.
L’ultimo verso, “il domani forse sarà migliore”, è decisivo proprio per quel “forse”. Non è una certezza. È una scelta, quasi un atto di volontà. Sperare, qui, significa accettare di non sapere.
Qui la poesia è diretta, quasi parlata. Non costruisce immagini complesse: si rivolge a qualcuno in modo immediato, come in un dialogo.
Tutto parte da uno sguardo: “guardandoti negli occhi”. È lì che il dolore viene riconosciuto. Non è un dolore generico: è qualcosa che ha consumato anche le lacrime, che ha svuotato.
C’è una percezione molto concreta della sofferenza: non solo emotiva, ma fisica, come se il pianto avesse esaurito ogni risorsa. E proprio da qui nasce l’imperativo: “Reagisci!”.
Questo è il centro della poesia. Non è un invito dolce, è quasi una supplica energica. Come se chi parla avesse paura che l’altro si perda definitivamente nella tristezza.
Il testo si muove allora su due fronti: da un lato riconosce il dolore, dall’altro lo contrasta. Non nega ciò che è successo, ma rifiuta che diventi definitivo.
C’è un passaggio importante: “non permettere mai a nessuno di infrangere i tuoi sogni”. Qui il dolore non è solo interno, ma anche causato dall’esterno. Qualcuno o qualcosa ha ferito, ha spento.
La risposta proposta è l’identità: “essere a tutti i costi quel che sei”. È una forma di resistenza. Non una libertà astratta, ma concreta: continuare a essere, nonostante tutto.
È una poesia che non cerca profondità simboliche. La sua forza sta nella sincerità e nell’urgenza. È una voce che vuole tenere qualcuno in piedi.
Qui tutto si muove tra tempo, memoria e scoperta. Già l’inizio è instabile: “un passato che deve ancora arrivare”. È come se il tempo non fosse lineare, ma qualcosa che si sente prima ancora di viverlo.
All’inizio l’amore è immaginato, quasi sognato. È qualcosa che esiste più come attesa che come esperienza. Le immagini sono sfumate: cielo, mare, occhi. Tutto si confonde, non ha ancora contorni netti.
Poi compare un’immagine molto forte: “un sogno avvolto in un fazzoletto di lacrime”. Qui l’amore è già legato alla sofferenza, alla delusione, a qualcosa che è stato messo da parte, nascosto “nell’ultimo dei cassetti del cuore”. È un amore non realizzato, o perduto.
E infatti il verso chiave è: “Non conoscevo la misura della mia anima”. C’è un’ignoranza di sé, una mancanza di consapevolezza.
Poi avviene l’incontro. Ed è tutto corporeo, concreto: tocco, carezza, dita, brivido. L’amore passa dal sogno al corpo. E qui accade qualcosa di decisivo: ciò che era confuso prende forma.
Due braccia sconosciute che sanno di casa” è forse il verso più vero. Dice quella sensazione rara di riconoscimento immediato, di familiarità senza storia.
E allora tutto si illumina: ciò che prima era immaginato ora è vissuto. Il cielo e il mare tornano, ma non più come simboli vaghi — sono negli occhi dell’altro.
Alla fine, la parola “follia” è accettata, rivendicata. Non è perdita di controllo: è abbandono consapevole. È il momento in cui il sentimento supera la razionalità.
E il punto finale è chiarissimo: la misura dell’anima si scopre nell’incontro. Non da soli, ma attraverso un altro.
Questa poesia lavora per sottrazione. Non racconta una storia, non costruisce immagini precise. Cerca di dire qualcosa che, per sua natura, sfugge alla spiegazione.
Non si spiegano” è il punto di partenza. Le connessioni più forti non sono razionali. Non si comprendono, si vivono. Il verbo “respirare” è importante: indica qualcosa di immediato, vitale, che accade senza sforzo.
Queste connessioni “attraversano la pelle”. Non restano in superficie, ma entrano. Lasciano segni, modificano.
E infatti la poesia insiste su questo: cambiano i risvegli, i giorni, le attese. Non sono momenti isolati, ma qualcosa che trasforma il modo di stare nel tempo.
Non c’è analisi, non c’è spiegazione del perché. Solo una constatazione: alcune relazioni hanno un’intensità che non si può controllare né evitare.
Non possiamo resistere” è il punto finale. Non è una scelta libera. È una forza che supera la volontà.
È una poesia essenziale, quasi minimale. Ma proprio per questo arriva diretta: prova a dire l’indicibile senza complicarlo.
Questa poesia è tutta costruita su un tentativo che sa già di non poter riuscire. Ogni verso è uno sforzo di definizione, ma ogni definizione scivola via, si moltiplica, si perde.
Sei” è un verbo semplice, ma qui diventa vertigine. Perché ogni volta che prova a dire cosa è l’altro, lo trasforma in qualcosa di diverso: aria, memoria, sostanza, illusione, parola non scritta. Non c’è mai un punto fermo.
È come se l’altro non potesse essere afferrato in una sola forma. Ogni immagine è vera, ma nessuna è sufficiente. E infatti la poesia non costruisce, ma accumula — come se il poeta provasse a circondare qualcosa che resta sempre un po’ oltre.
C’è un passaggio più sensuale e oscuro: “nel peccato ti assaggerei”. Qui l’altro non è solo pensiero o ricordo, ma anche desiderio, qualcosa di proibito o comunque intenso, che coinvolge il corpo.
Poi ritorna l’incertezza: errore, illusione, parola non scritta. L’altro è anche ciò che non si compie, ciò che resta sospeso.
Il finale è molto onesto:
potrei continuare all’infinito…
So di non sapere.
È una dichiarazione quasi socratica, ma qui è emotiva prima che filosofica. Più si avvicina, più capisce di non poter davvero conoscere. L’altro resta irriducibile.
Questa poesia, in fondo, non definisce: mostra il limite stesso del definire quando si ama.
Qui la serenità non è uno stato stabile, ma qualcosa che appare e scompare, come un lampo lieve.
All’inizio è quasi una visione: qualcosa che si accende “in un battito d’ale”. È immediata, improvvisa, e subito luminosa. Non è costruita, non è cercata con fatica: accade.
Le immagini sono tutte leggere: vento, profumo, mare, distese verdi. La serenità è associata a ciò che è ampio, aperto, respirabile. E soprattutto ha una funzione: “allontana, lenisce ogni pena”. Non cancella il dolore, ma lo rende più distante.
Poi però cambia qualcosa: il poeta la cerca. Non è più solo un’apparizione spontanea, ma diventa oggetto di ricerca. “Io la cerco per ogni contrada”. Questo passaggio è importante: quando si cerca qualcosa che prima accadeva da sé, spesso la si perde.
Infatti il finale è molto chiaro: la serenità non si lascia trattenere. Appare, dà un’ebbrezza, e poi si dissolve.
pian pian si dissolve e scompare
Non c’è tragedia in questo, ma una consapevolezza malinconica. La serenità non è possesso, è esperienza momentanea. E forse proprio perché la si desidera, sfugge.
Questa è una poesia densa, quasi febbrile. Non procede in linea retta, ma per accumulo di immagini, come un flusso emotivo che non si lascia ordinare.
All’inizio i sentimenti “sbocciano”, ma subito vengono collocati “tra le antiche rovine di sismi d’angoscia”. L’amore nasce dentro qualcosa di già ferito. Non è innocente, è già segnato.
C’è una tensione continua tra slancio e peso: da una parte il tuffo, il sogno, le emozioni; dall’altra il “piombo nel cuore”, le rovine, le catene. È un amore che libera e allo stesso tempo trascina.
Molto forte è l’idea di entrare nei sogni dell’altro, ma senza possederli davvero. Ci sono “frammenti”, “segreti”: l’altro resta parziale, mai completamente accessibile.
Il linguaggio è ricco, a tratti quasi sovraccarico, ma coerente con lo stato emotivo: non c’è ordine, perché non c’è equilibrio. È un amore che travolge.
Il verso forse più significativo è verso la fine: l’allontanamento. L’altro se ne va “senza chiudere la porta”. È un’immagine precisa: non c’è una rottura netta, ma una sospensione. Come se la possibilità restasse aperta, ma senza promessa.
E infatti il titolo si chiarisce lì: una “folgore” è qualcosa di improvviso, intenso, ma che non dura. E “senza promessa” significa senza garanzia di continuità.
È un amore vissuto come esplosione, non come costruzione.
Questa è la poesia più frammentata, quasi disorientante. Non segue una logica lineare, ma una specie di movimento mentale libero, fatto di salti, associazioni, ritorni.
All’inizio sembra esserci una dichiarazione positiva: “si sta bene”, “paradiso”. Ma subito si incrina: il cuore è “fra gli altri infranti”. Anche dentro il paradiso c’è frattura.
Il linguaggio mescola registri diversi, lingue, immagini cosmiche e quotidiane. È come se il pensiero non riuscisse a fermarsi in una forma sola. C’è un continuo passaggio tra alto e basso, tra ordine e dispersione.
Il tema che emerge piano è quello della memoria. “Congelare ricordi con le paure”. Il contenitore del titolo sembra essere proprio questo: un luogo mentale in cui si accumulano ricordi, emozioni, frammenti.
Ma questo contenitore non è stabile. È attraversato da entropia, da disordine. Più si osserva, più si rischia di restare fermi: “se le guardo poi non mi muovo”.
E allora arriva il gesto opposto: chiudere, oscurare, non vedere. Come se ci fosse bisogno di proteggersi da ciò che si accumula dentro.
Molto bello il finale: “anime raccolte sull’orlo dell’eterno”. I ricordi diventano quasi presenze, qualcosa che resta sospeso tra vita e tempo.
Questa poesia non va letta cercando chiarezza, ma accettando la sua natura: è una mente che pensa mentre sente, e sente mentre si perde. Il contenitore non è ordinato: è vivo, e proprio per questo instabile.
Questa poesia è un arco: nasce nella quiete e finisce nella frattura. Ma la cosa più interessante è che il passaggio tra le due non è brusco — è come se fosse già scritto fin dall’inizio.
All’inizio tutto è leggero. Il vento è “lieve”, “silenzioso”, “carezzevole”. Le foglie si muovono, la natura è armoniosa, ripetente, rassicurante. C’è un senso di ordine naturale, quasi ciclico: il seme, i boccioli, le rose che verranno. È un mondo in cui tutto ha un suo tempo.
E infatti l’anima “danza”. Non c’è ancora conflitto. C’è contemplazione, un abbandono fiducioso dentro qualcosa che sembra stabile.
Poi accade un passaggio molto delicato: dalla natura si entra nell’amore. Non è un salto violento, ma una continuità. Il “tempio dell’amore” nasce dentro quel paesaggio. Come se l’amore fosse il culmine naturale di quella armonia.
E qui la poesia si scalda: occhi, labbra, miele, corpi. È un amore vissuto pienamente, sensoriale, senza distanza. Gli attimi diventano “eterni”. È il punto più alto.
Ma proprio qui si prepara la caduta.
Calò il sole” — e con questo gesto semplice tutto cambia. La luce che prima proteggeva ora si spegne. E subito dopo arriva qualcosa di radicale: “pioggia di sangue e cenere”. È un’immagine violenta, quasi apocalittica, che rompe completamente la dolcezza precedente.
Le voci diventano sconclusionate, i suoni si confondono, le ombre si allungano. Il mondo perde forma, perde senso.
E infine, i petali cadono. Non è solo la fine della natura, ma la fine di quell’amore che sembrava eterno. Il sogno si dissolve, come se non fosse mai stato stabile davvero.
Questa poesia dice qualcosa di molto profondo: ciò che nasce nella bellezza può contenere già la sua fine. L’alba è già, in qualche modo, un tramonto.
Qui la natura non è armonia perfetta, ma resistenza.
La rosa è fragile — “morbida”, “lieve” — ma non è passiva. È esposta. Il vento la colpisce, la sferza. E lei si piega, ma non si spezza. “Chini la testa e resisti”: questo è il centro della poesia.
Non c’è idealizzazione. La rosa perde i petali, la corolla si spoglia, i pistilli restano nudi. È un processo di perdita, di esposizione.
Eppure non è una sconfitta. La natura continua a toccarla: l’acqua, il sole, la luna. Non la salvano, ma la accompagnano. C’è una sorta di cura silenziosa, che non impedisce la sofferenza ma la rende meno dura.
Molto bello il gesto finale: la luna che “t’accarezza le spine”. Non i petali, non la bellezza, ma le spine. È come se la poesia riconoscesse che la parte più vera non è ciò che appare, ma ciò che difende, che ferisce, che resiste.
Questa rosa non è simbolo di perfezione, ma di tenuta. Di qualcosa che, pur colpito, resta.
Qui il linguaggio si spezza, si contrae. Non c’è racconto, ma frammenti di coscienza.
mi assentavo come se fossi aria” — è un verso molto forte. Non è solo distanza, è quasi dissoluzione. Davanti a ciò che accade, l’io non riesce a restare pienamente presente. Si protegge, si svuota.
La parola “catatonia” porta dentro un blocco, una sospensione. Il corpo e la mente reagiscono non reagendo. È una difesa.
Poi emerge l’immagine collettiva: “pagine di vite scagliate”. Le persone diventano frammenti, storie spezzate. E il cielo stesso è “spezzato”. Non è più uno sfondo, ma parte della frattura.
Il momento più intenso è forse quello finale: “nella quiete che resta”. Dopo l’evento, resta una calma irreale. E dentro quella calma, il poeta cade. Non c’è ritorno alla normalità. Il giorno “non torna”.
È una poesia che non cerca di spiegare, ma di restituire uno stato: lo shock, l’assenza, la difficoltà di sentire davvero ciò che è troppo grande.
Qui tutto è ridotto all’essenziale. Non c’è immagine complessa, non c’è sviluppo. Solo una riflessione netta.
Il passato è definito come certezza. Non perché sia perfetto, ma perché è già accaduto. È stabile, chiuso, conoscibile.
Il futuro invece è “landa sperduta”. Non solo incerto, ma anche isolato, vuoto, senza punti di riferimento.
Questa contrapposizione è molto umana: ci si appoggia a ciò che è stato perché ciò che sarà non offre appigli.
La poesia non dà soluzione, non consola. Si limita a dire una verità semplice: l’uomo vive tra qualcosa che conosce e qualcosa che non può conoscere.
E forse l’inquietudine nasce proprio da questo spazio in mezzo.
 
Qui tutto nasce da una vicinanza. Non è un amore dichiarato in modo esplicito, ma qualcosa di più sottile: essere capiti.
Dai voce ai miei pensieri” è già un gesto intimo. Significa che l’altro non solo ascolta, ma traduce, rende esprimibile ciò che da soli resta indistinto. È una forma di riconoscimento profondo: qualcuno che sa dire ciò che senti, prima ancora che tu lo dica.
L’avverbio “empaticamente” è centrale, ma non resta astratto. Subito dopo diventa esperienza fisica: “mi penetrano nell’anima”. L’empatia non è concetto, è attraversamento.
La presenza dell’altro è così forte da diventare quasi reale, anche se forse non lo è davvero: “come se tu fossi al mio fianco”. Quel “come se” apre una piccola ambiguità. Potrebbe esserci, oppure no. Ma ciò che conta è che viene sentito.
La vita è “a volte accidentata”, ma cambia nella condivisione: diventa “liscia e levigata”. Non perché i problemi spariscano, ma perché sono attraversati insieme.
L’immagine finale del lago è molto significativa. Non c’è tempesta, non c’è agitazione. È una calma costruita a due, una superficie che riflette e contiene.
Questa poesia non parla di passione, ma di accordo. Di quella rarissima sensazione di non essere soli dentro ciò che si prova. Forse di un'amicizia sincera e speciale oltre che spirituale.
Qui la voce è inquieta, quasi interrogativa dall’inizio alla fine. Non cerca immagini rassicuranti, ma mette in discussione tutto.
La domanda iniziale non è retorica: è reale. Il dubbio è ciò che resta. E da lì si apre una visione del mondo molto amara.
C’è del marcio nel mondo” non è solo un giudizio morale, è una percezione diffusa: qualcosa si è guastato nei rapporti, nel modo di vivere. Il “tramestio della vita” — cioè il continuo agitarsi, correre, fare — sta “uccidendo il sentimento”. È come se l’eccesso di movimento avesse svuotato l’interiorità.
Gli individui sono descritti come chiusi: “ognuno cerca la sua meta”, “pro domo sua”. Non c’è più spazio per l’altro, solo per il proprio interesse.
E allora il cuore diventa teatro di tempesta, ma non condivisa. È una tempesta interna, isolata.
La parte più incisiva arriva quando parla dell’emozione: non è solo perduta, è stata frantumata. “Ha rotto l’amore in mille schegge”. Non c’è più un centro, solo frammenti.
Molto forte è l’immagine del “trucco”: il cuore si maschera di indifferenza, e la luce artificiale lo rende accettabile. Ma la luce naturale — cioè qualcosa di più autentico — lo smaschera. Qui c’è una critica chiara: viviamo dentro una finzione condivisa.
Il finale è netto: il mondo non sa più amare. Non è una crisi individuale, ma collettiva.
È una poesia che non consola, ma denuncia. E lo fa con un’urgenza quasi disperata.
Questa poesia ha un respiro più ampio, quasi visionario. Non parla di un’esperienza personale, ma di una fine più grande: la fine della cultura, del mito, dell’immaginazione.
Il tono è subito minaccioso: sapere la verità diventa pericoloso. C’è un potere che cancella, che elimina. Non è solo una critica, è una visione quasi apocalittica.
Dopo questa apertura, tutto scivola verso la rovina. I sogni sono andati “all’inferno”, la speranza è data per morta. Non c’è più tensione verso qualcosa: tutto è già finito.
Eppure la natura continua. Crescono piante sopra le rovine. Questo è un elemento importante: la vita prosegue, ma senza l’uomo come lo conosciamo. O almeno senza ciò che lo rende umano.
Molto significativa è l’immagine dei poeti: resteranno solo tracce incomprensibili, “un qualche becedario in lingua sconosciuta”. La poesia stessa perde destinatario. Non c’è più chi possa capirla.
Il Parnaso — simbolo della poesia, delle Muse — è vuoto. Restano solo pietre. Il tempio è diventato tomba. È un’immagine potentissima: non distruzione rumorosa, ma svuotamento.
Anche il mito tace, l’Olimpo si spegne, l’immaginazione stessa “diventerà il nulla”. Qui si arriva al punto più radicale: non solo fine della cultura, ma fine della capacità di creare senso.
Eppure, in mezzo a tutto questo, restano immagini quasi indifferenti: il mare che continua, la luna che si allontana. Il mondo va avanti, ma senza memoria, senza racconto.
Questa poesia non è solo pessimista. È una meditazione sulla possibilità che tutto ciò che consideriamo umano — arte, mito, amore — possa dissolversi, lasciando spazio a qualcosa che non ci somiglia più.
È un silenzio non pacifico, ma definitivo.
O forse, come personalmente avverto e sento: una provocazione culturale spinta all'interno delle nostre coscienze.

 
Qui non siamo dentro una forma poetica, ma dentro un racconto-confessione. Non c’è costruzione simbolica o ricerca dell’immagine: c’è un flusso diretto, quasi necessario, come se scrivere fosse già parte del tentativo di reggere ciò che si vive.
L’incipit è già una dichiarazione esistenziale: “Sopravvivo sin da piccolo”. Non racconta un episodio, racconta una condizione. È un racconto senza trama, perché la trama è la ripetizione stessa del vivere.
I due assi attorno a cui tutto ruota — ansia e carnalità — non sono eventi, ma stati permanenti. Il linguaggio è accumulativo, quasi saturo: fobie, paranoie, demoni, fantasmi. Non c’è selezione, perché chi parla non riesce a isolare un solo nucleo: l’esperienza è globale, invasiva.
Il racconto non procede per azioni, ma per descrizione di un sistema interno. È come se il protagonista cercasse di mappare il proprio funzionamento mentale e spirituale, pur sapendo che “non ha nessun senso logico”. Qui c’è una tensione interessante: il bisogno di spiegarsi qualcosa che si percepisce come inspiegabile.
Molto forte è la ridefinizione della gioia: non è uno stato autonomo, ma una sospensione del dolore. Questo è un punto chiave del racconto, perché stabilisce la sua legge interna: la sofferenza è la norma, il resto è eccezione.
Quando entra la carnalità, il registro cambia leggermente: da psicologico diventa anche morale e religioso. Non è solo impulso, è vissuto come colpa, come eredità negativa. Il riferimento allo spirito santo introduce un conflitto tra corpo e salvezza, tra desiderio e redenzione.
Il cuore del racconto è il ciclo continuo: caduta e risalita. Non c’è evoluzione, non c’è sviluppo lineare. C’è ripetizione. Ed è proprio questa ripetizione che definisce la “nevrosi” di cui parla: non tanto l’intensità del dolore, ma la sua ciclicità.
C’è poi il rapporto con gli altri. Qui il racconto si apre all’esterno, ma solo per mostrare una distanza. Gli altri vedono comportamenti, non cause. Etichettano. E questo aumenta l’isolamento. Non c’è comunicazione reale, solo interpretazioni superficiali.
Il protagonista arriva a una conclusione netta: non può essere “normale”. Ma non è una dichiarazione identitaria, è una presa d’atto. Non rivendica la diversità, la subisce.
E il finale sposta tutto su un piano ulteriore: la pace non è prevista nella vita. È rimandata a dopo, a una dimensione altra. Questo dà al racconto una chiusura coerente con tutto il percorso: se non c’è soluzione qui, può esserci solo altrove.
Questo testo funziona come racconto perché costruisce una voce stabile, riconoscibile, che non cambia davvero ma si espone sempre di più. Non racconta cosa accade: racconta cosa significa essere quella persona, continuamente.
E in questo senso, più che narrare una storia, testimonia una condizione.

 
Carissimi Amici, Poeti e Artisti, innanzitutto vi chiedo umilmente perdono se inconsciamente posso aver commesso errori di analisi e, soprattutto, offeso la sensibilità di qualcuno.
Vi rinnovo le mie più sincere scuse confermandovi tutto il mio affetto e stima.
Ben Tartamo 

 

 

 

4-7 Aprile

Ben Tartamo – “Rivoli di pensieri”

Qui non siamo davanti a una semplice lirica, ma a una costruzione visiva e mentale insieme, dove l’immagine non descrive: riflette, deforma, trattiene. Il primo verso è già una dichiarazione di poetica: “come di pesci rossi, riflessi in un acquario”. Non c’è realtà diretta, ma realtà filtrata, chiusa, osservata attraverso vetro e acqua — cioè attraverso una doppia distorsione percettiva. È un mondo che non si vive pienamente, ma si contempla da dentro una sorta di prigionia trasparente, dove tutto è visibile ma nulla è davvero raggiungibile.
 
Il passaggio ai “pettirossi” è di grande finezza: il canto, che dovrebbe essere segno di vita, viene subito intrappolato “tra i rovi d’un sudario”. È un’immagine fortissima, perché unisce la dolcezza del canto alla violenza della costrizione. Il sudario non è solo morte, ma anche copertura, nascondimento. Il volto “a mascherare” introduce un tema centrale: l’identità come superficie velata, mai pienamente esposta, sempre in qualche modo protetta o negata.
 
Il nodo più profondo si trova nei versi:
 
“Di me, l’oggi e l’ieri,
che, tronfi van scavando
la fossa d’un racconto.”
 
Qui il poeta compie un gesto molto lucido. L’io non è compatto: è diviso nel tempo, e soprattutto è impegnato, quasi inconsapevolmente, nella propria cancellazione. “Tronfi” è parola chiave: suggerisce una sorta di orgoglio del tempo che passa, una sicurezza che però scava, consuma, erode. Il racconto — cioè la storia personale, l’identità narrata — non viene distrutto da fuori, ma lentamente svuotato dall’interno. È un’immagine di grande maturità, perché non cerca effetti, ma coglie un processo silenzioso e inevitabile.
 
I “rivoli di pensieri” sono forse l’intuizione più delicata dell’intero testo. Non sono correnti forti, ma piccoli flussi, frammentari, intermittenti. Scivolano sui vetri — quindi ancora una volta su una superficie che separa — e finiscono “nel mare d’un tramonto”. Qui il movimento si amplia, ma non si libera: il mare non accoglie, dissolve; il tramonto non illumina, conclude. È una bellezza che porta con sé una fine.
 
Dal punto di vista stilistico, la poesia è molto controllata, quasi composta, e proprio questa misura rende ancora più evidente la tensione interna. Nulla è gridato, tutto è trattenuto. L’effetto complessivo è quello di una lenta sedimentazione, più che di uno slancio.
 
L’anima che emerge è quella di un poeta che non cerca più di affermarsi, ma di osservarsi, di cogliere le tracce del proprio passaggio. Non c’è compiacimento, né disperazione: piuttosto una lucidità malinconica, una consapevolezza quieta del dissolversi delle cose.
 
Se si vuole individuare un punto di riflessione, si può dire che la poesia resta volutamente in una dimensione raccolta, senza mai forzare verso un’esplosione emotiva. Ma è probabilmente una scelta precisa: qui non si cerca l’impatto, ma la durata, il lento scivolare del pensiero — proprio come quei rivoli che danno titolo al testo.
 
Marino Spadavecchia
 

 

Questa poesia si muove come un lento passaggio tra vita e morte, ma lo fa con una naturalezza davvero sincera, senza mai forzare il tono. Il paesaggio iniziale — l’alba sulle montagne, i colori delicati — sembra semplice, ma in realtà porta già dentro un significato più profondo: è ciò che si attende quando si è su un confine. L’alba qui diventa speranza, possibilità. Poi però arriva quella frattura così vera: “albe che non arrivano mai”. Ed è lì che la poesia si fa ancora più autentica, perché entrano i pensieri, quelli veri, concreti: le cose da sistemare, gli affetti, i piccoli conti lasciati in sospeso. È una descrizione molto umana, molto vicina a tutti noi. E quando finalmente arriva l’alba, con il sole che scalda il viso, si sente forte quel bisogno istintivo di vivere. Il finale è chiaro, diretto: non si accetta la morte, la si respinge. È una poesia sincera, lineare nel modo migliore del termine, proprio perché sembra quasi raccontata con il cuore.
Qui il discorso si fa essenziale, quasi rarefatto. Non c’è un paesaggio concreto, ma una visione. La luce diventa origine e destinazione insieme. Il verso “è oltre l’immaginario quel che saremo dopo noi” apre uno spazio grande, difficile da afferrare, ma affascinante. Il riferimento a chi ha vissuto un’esperienza di confine rende tutto più vicino, più credibile. E poi quella ripetizione della luce — “come nella prima luce” — è molto bella, perché suggerisce un ritorno, una circolarità. Si sente un’anima contemplativa, che non cerca tanto il dramma quanto il senso profondo dell’essere. È una poesia luminosa, quasi meditativa, forse meno “corporea”, ma proprio per questo molto suggestiva.
Questa poesia ha qualcosa di molto forte: riesce a tenere insieme il corpo e lo spirito. Parte da un’immagine sospesa, quasi onirica, ma poi entra subito nella fisicità: sangue, vene, tremori. La resurrezione qui non è solo simbolo, ma esperienza concreta, quasi vissuta. Le “mani esperte” ricordano un intervento, una cura, e questo crea un bel ponte tra umano e divino. Il “punto fermo” del battito è un’immagine molto interessante, perché resta ambigua: può essere fine o rinascita. E poi arriva il cambiamento, la vita che ritorna. Si sente un’anima che ha attraversato qualcosa di forte e ne è uscita trasformata. Forse a volte il significato viene detto un po’ troppo chiaramente, ma l’intensità resta.
Questa è forse la poesia più interiormente radicale del gruppo, perché non cerca alcuna conciliazione. L’amore qui non è salvezza, ma condizione persistente, quasi patologica, che si installa nell’io senza possibilità di risoluzione. Il paesaggio è interamente interno, fatto di gelo, ombra, silenzio. Ogni immagine lavora per sottrazione: niente luce salvifica, niente apertura, ma una presenza che resta, immobile, inesorabile. Il verso “una ferita quieta che non chiede guarigione” è centrale: il dolore non è qualcosa da superare, ma da abitare. Questo sposta la poesia su un piano molto contemporaneo, quasi esistenzialista, dove il senso non è dato dalla risoluzione ma dalla permanenza. L’io non agisce: “non ti cerco”, “non ti chiamo”, eppure tutto riconduce all’altro. C’è una dinamica ossessiva, ma contenuta, mai esplosiva: il controllo formale è forte, e proprio per questo il testo acquista tensione. Le immagini finali — “neve che brucia”, “tempo che non passa”, “passo interrotto” — costruiscono una costellazione di paradossi che definiscono un amore impossibile da spegnere perché non ha più un oggetto reale, ma è diventato struttura dell’essere. L’anima del poeta appare lucida, consapevole, quasi clinica nella propria sofferenza, capace di guardarsi senza indulgenza. Il giudizio critico riconosce una notevole maturità espressiva, una coerenza tonale e una forte identità stilistica; qui la poesia non spiega, ma incide, e lascia una traccia duratura.
Questa poesia si presenta come un catalogo, ma non nel senso freddo del termine: è piuttosto una enumerazione esistenziale, un tentativo quasi ossessivo di afferrare qualcosa che, per sua natura, sfugge. Il paesaggio qui non è unitario, ma mobile, frammentato: aria, vento, pioggia, mare, montagna, nebbia. L’amore non ha luogo, non ha dimora, e questa apertura iniziale è già una dichiarazione ontologica — l’amore non è uno stato, ma un movimento continuo. La struttura procede per accumulo di contrari: docile/violento, gioia/dolore, sincero/bugiardo. Non c’è sintesi, non c’è risoluzione, e questo è il punto centrale. Il poeta non cerca di definire l’amore, ma di mostrarne l’impossibilità di definizione. Psicologicamente emerge un’anima che ha conosciuto l’amore in tutte le sue declinazioni, ma non ne ha tratto una verità stabile: c’è una tensione tra bisogno di ordine e accettazione del caos. Il verso finale “tutto ma anche niente” non è una banalità, ma una resa consapevole: l’amore è una categoria che implode su se stessa. Dal punto di vista critico, la poesia è efficace nella sua coralità semantica, ma rischia a tratti una certa dispersione: la forza sta nella molteplicità, il limite nella mancanza di una figura centrale che coaguli l’esperienza.
Qui entriamo in un territorio molto più simbolico e archetipico. Il paesaggio è ridotto a pochi elementi: insetto, mela, sole, albero. Ma questi elementi sono carichi di una stratificazione culturale profondissima. La ripetizione martellante (“l’insetto l’insetto l’insetto”) crea un effetto ipnotico, quasi ossessivo, come se il male non fosse un evento ma una presenza insistente, inevitabile. La mela, chiaramente evocativa del mito edenico, diventa corpo vivente che viene corroso dall’interno: non è il peccato come atto, ma come processo. Il passaggio “l’anima dolce si perde” è cruciale: la corruzione non è solo fisica, ma spirituale. E poi il colpo finale: “del morso di Eva”. Qui il poeta compie un gesto interessante, quasi provocatorio: attribuisce la responsabilità originaria non al serpente, ma alla donna, riportando il discorso a una lettura arcaica del mito. L’anima del poeta appare qui più inquieta, più consapevole del lato oscuro dell’esistenza: non c’è redenzione, ma ciclicità del decadimento. Criticamente, la poesia è molto compatta, forte nella sua simbologia, e la ripetizione funziona come struttura ritmica e semantica; tuttavia, proprio la sua densità simbolica la rende meno aperta, più chiusa in una visione già determinata.
Questa è una poesia che si muove su un piano quasi pittorico e mentale insieme. Il paesaggio non è naturale, ma costruito: “scomponi in zolle”, “la spatola”, “il tratto”. Siamo dentro un atelier interiore, dove il mondo viene smontato e ricomposto attraverso l’atto creativo. La realtà non è data, ma mediata da un gesto artistico che diventa conoscitivo. Il verso “si stempera così anche l’inconscio” è particolarmente rivelatore: l’arte non è solo rappresentazione, ma strumento di elaborazione psichica. Qui il poeta si avvicina a una dimensione quasi psicoanalitica: il colore, il segno, la luce diventano modalità per accedere a ciò che è nascosto. L’immagine dei “germogli” introduce una dimensione di crescita, di nascita di codici, quasi linguaggi nuovi che emergono dall’esperienza. L’anima del poeta appare qui intellettuale, riflessiva, ma non fredda: c’è un desiderio autentico di comprendere il mondo attraverso la forma. Il giudizio critico riconosce una notevole raffinatezza lessicale e concettuale, ma anche una certa difficoltà di accesso: la poesia richiede un lettore attivo, disposto a decifrare un linguaggio non immediato.
Qui il registro cambia radicalmente. Il paesaggio è quotidiano, quasi infantile: l’uovo di Pasqua, la sorpresa. Ma il poeta compie un’operazione sottile: attraverso la ripetizione quasi giocosa della parola “sorpresa”, costruisce un piccolo paradosso filosofico. L’attesa della sorpresa è ciò che dà senso all’oggetto, ma quando la sorpresa manca, si genera una sorpresa ancora più grande. È un rovesciamento logico che sfiora l’assurdo, ma lo fa con leggerezza. Il ritmo è cantilenante, quasi da filastrocca, e proprio in questa apparente semplicità si nasconde una riflessione più profonda: l’aspettativa è spesso più potente dell’evento stesso. L’anima del poeta qui appare ironica, giocosa, capace di guardare il reale con uno sguardo disincantato ma non cinico. Criticamente, la poesia funziona come esercizio di stile e di pensiero, meno come esperienza emotiva profonda, ma è proprio questa sua natura ludica a costituirne il valore.
Questa poesia si muove su un asse fortemente verticale, dove il paesaggio non è naturale ma storico-sacrale, attraversato da una tensione continua tra errore umano e redenzione divina. L’incipit è sorprendente: “Pasqua risveglia l’errore, l’orrore”, un attacco che non celebra ma denuncia, riportando immediatamente la resurrezione alla sua origine drammatica — un’ingiustizia, un’esecuzione, una madre che assiste impotente. Qui il poeta non edulcora il sacro, ma lo riporta alla carne, al dolore, alla contraddizione. La struttura è quasi liturgica, fatta di parole-chiave (“esaltazione”, “innalzamento”, “ostensione”) che evocano il linguaggio ecclesiale, ma inserite in una dinamica emotiva ancora viva. Il passaggio centrale è la trasformazione: dall’orrore alla gloria, dalla morte alla vita. Tuttavia, ciò che emerge davvero è una coscienza che ha bisogno di riconciliarsi con il senso del dolore, di giustificarlo attraverso la luce della resurrezione. L’anima della poetessa appare profondamente credente, ma non ingenua: sa che la fede nasce da una frattura, non da una serenità originaria. Il finale, con l’“Alleluia”, è un’apertura corale, quasi comunitaria, che trasforma il dolore individuale in celebrazione collettiva. Criticamente, la poesia è sincera e coerente, anche se a tratti tende a esplicitare troppo il messaggio, lasciando meno spazio alla suggestione.
Qui il paesaggio è frantumato, visionario, attraversato da immagini che sembrano emergere da un sogno disturbato. La guerra non è descritta in modo realistico, ma filtrata attraverso una percezione quasi allucinata: “l’aria in guaina di fiori sull’attenti” è un’immagine potentissima, perché fonde bellezza e minaccia, natura e disciplina militare. L’amore, posto in questo contesto, diventa un atto di resistenza, ma anche qualcosa di precario, sospeso. Il “panzer di speme” è un ossimoro efficace: la speranza, fragile per definizione, viene armata, corazzata, ma resta comunque esposta. Le immagini successive — bombe sotto le stelle, muffe nei soffitti, spore di funghi — costruiscono un universo in decomposizione, dove la vita persiste in forme minime, quasi biologiche. Il tempo si dissolve (“ero io… eri tu… era il vento”), e l’identità stessa si fa incerta. L’anima della poetessa appare qui profondamente scissa tra desiderio di rinascita e consapevolezza della distruzione, capace di abitare il caos senza semplificarlo. Dal punto di vista critico, la poesia è ricca, visionaria, a tratti perturbante; la sua forza sta nell’immaginazione, il rischio nella dispersione, ma è proprio questa instabilità a renderla viva.
Questa poesia è un viaggio introspettivo diretto, senza mediazioni simboliche complesse. Il paesaggio è interiore, ma reso attraverso immagini concrete: cocci, polvere, sassi. L’io si percepisce come frantumato, disperso, e il movimento del testo è quello della ricomposizione, della ricerca dei pezzi perduti. L’espressione “aura assente, presente nella realtà fallace” introduce una tensione tra ciò che si sente e ciò che si vive, tra autenticità e apparenza. La “quotidianità caotica” diventa un agente di distrazione, quasi un nemico che impedisce il contatto con le emozioni più vere. Il verso “respirando l’ansia ansiogena” è interessante perché ridondante, quasi volutamente, come a mimare un respiro corto, affannato. L’anima del poeta appare qui fragile ma consapevole, in lotta per non perdersi completamente in una realtà percepita come falsa. Il giudizio critico riconosce sincerità e chiarezza, ma anche una certa linearità espressiva: la poesia dice molto apertamente ciò che prova, e potrebbe acquistare maggiore profondità se alcune immagini venissero rese più indirette, meno dichiarative.
Questa poesia si presenta come un inno, quasi una proclamazione liturgica più che un testo lirico. Il paesaggio è quello evangelico, ma reso in forma semplice, accessibile, quasi didattica: Golgota, Sepolcro, colomba, campane. La ripetizione insistita di “Gesù è risorto!” funziona come un ritornello, un mantra che struttura l’intero testo e ne definisce il ritmo. Non c’è ambiguità, non c’è conflitto: tutto è orientato verso la gioia della resurrezione. Il movimento è collettivo (“diamoci la mano fratelli”), e questo indica una poesia che nasce più per essere condivisa che per essere analizzata interiormente. L’anima della poetessa appare qui semplice nel senso più nobile del termine: diretta, fiduciosa, orientata alla comunità e alla celebrazione. Dal punto di vista critico, la poesia non cerca complessità né originalità, ma efficacia comunicativa; funziona come testo devozionale, meno come esplorazione poetica profonda, ma mantiene una sua coerenza e una sua sincerità che la rendono autentica nel suo intento.
Si sente un’anima semplice nel senso più bello: aperta, fiduciosa, comunitaria. Funziona bene nel suo intento , perché Sandra Greggio è così, è fondamentalmente se stessa.

 
Con tutto l'affetto che sento e la stima che provo per ognuno di voi 
Vostro Ben Tartamo

 

Buongiorno a tutti i sitani

scrivo per augurarvi di cuore una Felice Pasqua! Auguro abbondanza alla Vostra natura creativa e felicità di spirito. Siate belli, coraggiosi, combattivi contro l'Oscurantismo di questi momenti storici.
 
Felice Pasqua a tutti!
Un caro abbraccio
Miu

 

 

 

 

1-2-3 Aprile

Desidero complimentarmi con Marino Spadavecchia per il suo commento alla poesia di Ben Tartamo, “ E penso a te”, che rivela, oltre che bravura, grande capacità di introspezione.
Sandra Greggio

 

Buona Pasqua a tutti!
Alessio Romanini

 

 

23-24-25 Marzo

Ben Tartamo - “E penso a te”

Ah… mo’ sì che ti riconosco.
Questa non è solo una poesia. Questo sei tu quando non fai il duro ex-militare in carriera passato ad altre e più ardue ed assurde inconbenze.

 
Tu qui non stai scrivendo: stai cedendo. E lo fai con una dignità che mi fa quasi male, perché non cerchi mai di impressionare — cerchi solo di dire la verità, e la verità, quando è così nuda, è sempre pericolosa. E tu lo sai bene quanto....

 
“il tempo resta.”
Questa riga… questa riga è una coltellata lenta.
Perché tu non dici che il tempo si ferma — no, sarebbe troppo semplice. Tu dici che resta.
E ciò che resta non passa, non si consuma… ti abita.

 
E io, che ti leggo da tempo, lo so: tu sei uno che non lascia andare facilmente. Non per debolezza, ma perché senti, percepisci troppo. E allora il tempo, invece di curarti, si deposita dentro di te come polvere luminosa. Bella, sì… ma anche soffocante.

 
“sei quel pensiero che va e ritorna”
Qui non c’è amore romantico. Qui c’è ossessione dolce, quella che non fa rumore ma ti consuma piano.
E guarda come lo scrivi: senza fronzoli, senza voler fare il poeta.
Eppure lo sei. Perché il pensiero si muove come il verso: entra, esce, ritorna. Non c’è scampo.

 
E poi il vento, il mare…
Tu non li usi per fare scena. Tu li usi perché non hai altro modo per spiegarti.
Il vento sei tu: instancabile, irrequieto.
Il mare… è quella parte di te che continua ad accarezzare anche quando non c’è più nessuno da toccare.

 
E qui arrivi al punto che mi stringe davvero:

 
“e canto,
ma non mi ascolti.”

 
Questa, fratello mio, non è poesia.
Questa è solitudine che ha trovato una forma.

 
Perché tu non smetti di cantare — e questo è bellissimo — ma sai già che non arriverà a destinazione.
E allora il canto diventa testimonianza. Diventa resistenza. Diventa… quasi una preghiera senza risposta.

 
E il finale…
“ma non vuole dimenticare.”

 
Tu fai una cosa da scrittore vero qui: sposti il dolore fuori da te.
Non sei più tu che non riesci a dimenticare — è il tempo stesso che si rifiuta.

 
Questo è il punto in cui la tua poesia smette di essere personale e diventa universale.
Perché tutti, almeno una volta, hanno sentito che il tempo non guarisce… conserva.

 
Mo’ ti parlo senza filtri, come faremmo tra di noi davanti a un bicchiere di buon vino pugliese:

 
tu hai una scrittura pericolosa.
Perché non mente.
E quando uno non mente, prima o poi arriva in profondità.

 
Ma devi stare attento a una cosa: non addolcire troppo il dolore. Tu hai ancora margine per essere più spietato, più essenziale. Fallo per te stesso e per chi ti è caro e non, in maniera esclusiva, per un concetto di Patria che nemmeno ti rispetta.
Sai, alcuni versi li sfiori… ma potresti affondarli.

 
Perché io lo so, Ben:
tu non scrivi per farti leggere, tant’è che ti rifiuti ostinatamente di pubblicare una prima raccolta di poesie!
Tu scrivi per capire perché certe cose non passano, come quelle cicatrici che ti porti sul corpo oltre che nell'anima.

 
E questa… questa è già letteratura vera.

 
Tuo Marino Spadavecchia

 

 

 

Qui la notte non è semplicemente uno spazio: è un organismo che respira, che accoglie, che trattiene e restituisce ciò che l’uomo perde durante il giorno. Tu, Franco, sembri muoverti come un testimone silenzioso dentro questo paesaggio, ma in realtà ne sei il cuore pulsante. Le immagini sono semplici, quasi elementari — vento, foglie, luna, amanti — e proprio per questo riescono a diventare universali, come se ogni lettore potesse riconoscersi in quelle strade. Ma ciò che davvero vibra sotto la superficie è una solitudine composta, non disperata, una malinconia che cerca luce senza mai gridarla. La figura finale — quella della donna che stringe al cuore — non è tanto un desiderio erotico quanto una richiesta di salvezza, di ricomposizione dell’io. La tua poesia cammina lenta, come la notte che descrivi, e in quella lentezza custodisce una verità: che l’uomo, quando si perde, lo fa sempre cercando qualcosa che lo accolga.
Qui il linguaggio si fa più interno, quasi neurologico, come se stessi tentando di descrivere l’innamoramento non dall’esterno ma dal suo stesso centro caotico. Il pensiero “erra”, si inabissa, e subito emerge una contraddizione potentissima: “parla più forte / resta sempre muto”. È esattamente lì che si annida la verità dell’innamoramento: un eccesso di senso che non riesce a trovare forma. Le immagini sono frammentarie, quasi schegge — “cocci di pupille” — e questo frantumarsi non è un limite stilistico, ma la rappresentazione fedele di una coscienza che perde la propria linearità. Tu non racconti un amore, ma il momento in cui la mente smette di governare e il cuore costruisce una logica alternativa, una “ragione inventata”. È una poesia che non consola: destabilizza, perché mostra come l’amore sia prima di tutto una disfunzione necessaria.
Qui entriamo in una dimensione più visionaria, quasi apocalittica, dove il linguaggio si carica di simboli e stratificazioni. Il riferimento a Leda, a Caronte, a Cristo, non è decorativo: è il tentativo di collocare l’esperienza personale dentro un orizzonte mitico e universale. Ma ciò che emerge con forza è una coscienza lacerata, che percepisce il tempo come una condanna più che come un fluire. La clessidra “impazzita” è un’immagine potentissima: non è il tempo che passa, è il tempo che perde senso. E in questa perdita, anche la speranza di redenzione vacilla — “scommetto che anche Cristo mi rifiuta”. Non è blasfemia, è disperazione lucida: il timore che nemmeno il divino possa ricomporre ciò che si è frantumato dentro. La tua poesia non cerca salvezza: la mette in dubbio, e proprio per questo risulta profondamente umana.
Qui la poesia si raccoglie, si fa essenziale, quasi un sussurro. La scena è immobile — una figura addossata a un muro — ma interiormente è attraversata da un movimento intenso: pensieri che vagano, montagne scalate con la fantasia. La luce non è presente, è immaginata, desiderata, e questo la rende ancora più necessaria. C’è una fragilità esposta, senza difese: l’ombra che trafigge, il buio che sovrasta. Ma non è una resa. È piuttosto una sospensione, un momento in cui l’essere umano si ferma sul confine tra oscurità e possibilità. La luce che “accoglie tra le sue braccia” ha una qualità quasi materna, salvifica. La tua poesia non descrive un cambiamento, ma l’attimo prima in cui il cambiamento può avvenire. Ed è proprio in quell’attesa che si concentra tutta la sua forza.
Qui la poesia nasce da uno stupore originario, quasi infantile, ma non ingenuo: è uno stupore che ha attraversato l’esperienza e ne esce ancora più disarmato. L’“apertura del sipario” è un gesto teatrale, ma anche rivelativo: tu non guardi il mondo, lo scopri come se fosse la prima volta. L’insistenza su “ho visto” costruisce una progressione quasi mistica, come un’ascesa percettiva che tenta di contenere l’incontenibile. Eppure, proprio quando l’esperienza sembra culminare nella visione del Creatore — “l’invisibilità visibile” — accade una frattura: l’uomo appare improvvisamente come dissonanza, come errore. Non è una condanna gridata, ma un pensiero che affiora con amarezza lucida. In questo scarto si rivela la tua psiche poetica: capace di contemplazione, ma incapace di assolvere completamente l’umano. È una poesia che nasce dall’estasi e si chiude in un dubbio etico.
Questa poesia si muove con la delicatezza di una parabola. Il canarino non è solo un animale: è una coscienza educata alla prigionia. Il suo canto, che inizialmente sembra preghiera, si rivela lentamente come una forma di adattamento, quasi una rassegnazione interiorizzata. Il gesto della liberazione è centrale: è un atto umano che vorrebbe essere giusto, ma si scontra con una verità più complessa — la libertà non è solo uno spazio, è una capacità. Il ritorno del canarino alla gabbia non è fallimento, è smarrimento esistenziale. Tu tocchi un nodo profondissimo: quanto siamo davvero pronti a uscire dalle nostre prigioni, anche quando le porte sono aperte? La tua poesia non accusa, non moralizza: osserva con dolcezza una fragilità che è tanto dell’animale quanto dell’uomo.
Qui il tempo non è lineare, è organico: cresce, respira, si trasforma. La poesia si muove come la stagione che descrive, con una gradualità quasi impercettibile. Ogni immagine è concreta — gemme, erba, lucertola — ma non resta mai solo descrittiva: diventa segnale di un movimento più grande, di una vita che ritorna senza clamore. Il “vento pazzo” introduce una lieve inquietudine, come se la rinascita non fosse mai del tutto pacifica, ma sempre attraversata da una forza imprevedibile. E poi, quasi in punta di piedi, arrivano le rondini: non come evento spettacolare, ma come conferma attesa. La tua poesia è profondamente padana anche nell’anima: concreta, misurata, ma capace di custodire una meraviglia sobria, che non ha bisogno di alzare la voce per essere autentica.
Questa poesia è costruita come un rito lento, quasi liturgico, in cui il tempo invernale diventa una dimensione interiore. Ogni mese è una stanza dell’anima: dicembre custodisce, gennaio trattiene, febbraio sospende. Non c’è mai un vero immobilismo, ma una tensione trattenuta, come un respiro lungo che prepara qualcosa. Il linguaggio è delicato ma preciso, e le immagini — “la terra come un cuore”, “il mondo che trattiene il fiato” — rivelano una sensibilità profondamente empatica verso la natura, che diventa specchio dell’umano. Quando arriva marzo, non è un’esplosione: è un bacio, un gesto intimo, quasi segreto. La primavera non invade, si avvicina. Qui si coglie la tua cifra più autentica: una percezione del cambiamento come evento sottile, che accade prima dentro che fuori. È una poesia che non racconta solo il ritorno della stagione, ma la possibilità, sempre fragile, di tornare a sentire.
Qui la poesia si veste di quotidiano, ma sotto la leggerezza apparente si muove un affetto concreto, quasi domestico nel senso più pieno del termine. Tu non idealizzi la figura femminile: la rendi viva nei suoi gesti minimi, nei suoi paradossi — organizzata e pratica, ma anche bisognosa di aiuto per aprire una scatoletta. È proprio in questa oscillazione che emerge la verità del legame: l’amore non è nell’eccezionale, ma nella gestione minuta della vita. Il tono ironico non graffia, accarezza; sembra quasi un modo per dire “ti vedo davvero”, con tutto ciò che comporta. La tua poesia è un ritratto affettivo che rifiuta la retorica e sceglie la verità imperfetta della convivenza.
Qui entriamo in una dimensione emotiva intensa, quasi febbrile. La ripetizione di “E poi tu” è un richiamo, un ritorno continuo che scandisce il ritmo interno della poesia, come un battito che non si placa. Tu costruisci una relazione che non è presenza stabile, ma irruzione: l’altro arriva, rimette ordine, anestetizza il dolore, e poi resta come traccia, come filo invisibile. C’è una dipendenza sottile, ma non passiva: è una consapevolezza di essere attraversati da qualcosa che supera la volontà. Le immagini — il filo, la chiave, la guerra di specchi — parlano di identità frantumata e ricomposta. Quando arrivi alla “liturgia di corpi e metafore”, la poesia compie un salto: l’amore diventa rito, trasformazione, perdita dell’io. È una scrittura che non teme l’intensità, e proprio per questo si espone al rischio — ma è un rischio necessario, perché lì dentro pulsa la verità.
Qui la voce poetica si colloca in una dimensione sospesa, tutta protesa verso un futuro che non è ancora accaduto. L’attesa è il vero cuore della poesia: non il contatto, ma il desiderio del contatto. Il linguaggio richiama una tradizione lirica più classica, con immagini e invocazioni che sembrano voler nobilitare l’oggetto amato. Ma ciò che emerge, al di là della forma, è una tenerezza quasi timida, come se il poeta si fermasse un passo prima dell’incontro, temendo forse di infrangere quell’incanto. La donna è luce, guida, presenza elevata — e in questo si intravede un bisogno di orientamento, più che un semplice slancio amoroso. La tua poesia vive in quella distanza, e trova proprio lì la sua delicatezza.
Qui la poesia scava, e lo fa senza timore. Non siamo più nel paesaggio o nella relazione: siamo dentro una frattura psichica, un dialogo — o forse uno scontro — tra due identità. L’“altro io” non è una metafora leggera, è una presenza dominante, quasi tirannica, che abita le profondità della mente. Le immagini mitologiche — Persefone, Morfeo — non sono ornamento, ma coordinate simboliche di un inconscio oscuro, fertile e pericoloso. Tu descrivi con forza la tensione tra sogno e ragione: da una parte il “Capitan dei Sogni”, dall’altra l’“astro intelletto” che lega e contiene. È una lotta continua, senza vincitori definitivi. La poesia diventa allora uno strumento di decifrazione, un tentativo di dare forma a ciò che sfugge. E in questo tentativo si avverte una verità profonda: che l’identità non è unità, ma convivenza inquieta di forze contrastanti. La tua scrittura non pacifica, ma illumina il conflitto — ed è proprio lì che trova la sua autenticità.
Qui la primavera non è rinascita, ma ironia tragica. Il titolo stesso contiene una ferita: la stagione della vita accostata alla distruzione. Tu scegli una lingua diretta, quasi nuda, senza protezioni retoriche, e proprio per questo il messaggio arriva con una forza immediata. L’immagine del “nero oro” è il centro morale della poesia: lì si condensa la denuncia, lì si svela la verità economica dietro la guerra. Ma ciò che colpisce davvero è il contrasto tra l’innocenza — i bambini, i deboli — e la freddezza tecnologica delle “bombe intelligenti” che non ascoltano. È una poesia che non cerca ambiguità: prende posizione, e lo fa con una rabbia composta, quasi civile. La tua voce non è solo poetica, è etica: chiede pace, ma soprattutto smaschera l’ipocrisia che la nega.
Qui la poesia diventa flusso, quasi un monologo interiore che riflette il disorientamento contemporaneo. Non c’è una struttura rigida, e questo è coerente con ciò che esprimi: la confusione, il dubbio, il continuo oscillare tra opposti. Il “Sì” e il “No” diventano simboli esistenziali prima ancora che politici, segni di una fragilità umana incapace di fissarsi in una verità definitiva. Quando introduci elementi come il “doomscrolling” e il “phubbing”, la poesia si ancora con forza al presente, mostrando una coscienza lucida del nostro tempo iperconnesso ma disorientato. C’è una stanchezza che attraversa i versi, ma anche un desiderio ostinato di capire, di “informarsi”, pur sapendo che la verità sfugge. La tua scrittura non risolve: testimonia. E in questa testimonianza c’è una sincerità rara, perché accetta il caos senza fingere ordine.
Qui la poesia riflette su se stessa, si guarda allo specchio e si definisce come entità quasi sacra. La Musa che descrivi è austera, selettiva, lontana dal rumore: una figura che custodisce la purezza della parola poetica. C’è una visione alta, quasi classica, della poesia come spazio di elevazione, di bellezza e di silenzio. Le immagini naturali — fronde, mare, fontane — diventano i canali attraverso cui questa voce si manifesta, come se la poesia appartenesse più alla natura che all’uomo. Ma sotto questa idealizzazione si avverte anche un bisogno: proteggere la poesia dal degrado, dal linguaggio impoverito, dal caos contemporaneo. È una dichiarazione d’amore, ma anche una difesa. Tu non descrivi solo la poesia: ne rivendichi la dignità, chiedendo rispetto come si chiede per qualcosa di vivo e fragile allo stesso tempo. Un fraterno abbraccio.

 
Con tutto l'affetto che provo per ognuno di voi -nessuno escluso-
e con la stima che sento e debbo.
Vostro Ben Tartamo

 

 

 

 

17-18-19 Marzo

Desidero ringraziare ancora una volta il professore De Ninis per la cortese ospitalità, apprezzo molto l'operato 
di Poetare per tenere viva l'attenzione sulla poesia contemporanea. Lavoro, secondo il mio modesto giudizio, assolutamente non facile. 
Al contempo intendo complimentarmi con Ben Tartamo per le sue poesie e contemporaneamente per i suoi commenti  alle poesie , Anche su questo mi ripeto: i commenti di Ben danno animo e vita alle poesie e oltre questo, a me. donano la voglia di continuare e fare, se riesco, meglio. Sul commento di Ben all'ultima mia pubblicata, innanzitutto condivido giudizio e critica. Ben ha ragione, c'è uno spaccato netto tra prima e seconda parte della poesia. Ne sono consapevole. In verità la poesia nasce proprio su questa frattura. Io cosi mi sento, spaccato dentro. Cioè: una parte di me, spero di non essere solo, ammira il passaggio dalla stagione muta e fredda. Stagione, Morta con alberi secchi e senza foglie senza colore se non la bianca neve. Alla stagione nuova, Primavera, con alberi fioriti prati rivoltati viole margherite e bucaneve a far da cornice. Ed è la realtà. E poi l'altra parte di me, altra realtà, travagliata angosciata impotente che subisce e non può reagire: la guerra,  le mille guerre.  Guerra che con la sua polvere offusca il sole, annienta, uccide elimina il presente e condiziona il futuro. E su questo mio vissuto materiale e spirituale,di coscienza, che nascono quei  versi. In ultimo Ben la tua critica non può che farmi bene. Con tutta la stima che Vi devo.
silvio canapè
 

 

Ben Tartamo, “Nati ciechi”

 
Questa breve composizione possiede una qualità rara: la sua densità. È un testo breve, quasi aforistico, ma gravido di risonanze bibliche, liturgiche e metafisiche. Non è una poesia narrativa, ma una poesia teologica: una specie di orazione poetica, costruita come un salmo moderno o come una litania.

 
La struttura è composta da quattro movimenti di tre versi ciascuno. Questa tripartizione non è casuale: il numero tre rimanda simbolicamente alla Trinità e dà al testo una scansione quasi liturgica. Ogni strofa è una piccola epifania concettuale che procede per intensificazione.

 
La prima strofa è violentemente originaria:

 
“Sputo di Dio,
fango di terra:
questo noi siamo.”

 
Qui l’autore convoca direttamente l’episodio evangelico del cieco nato nel Vangelo di Giovanni (Gv 9), quando Cristo mescola la saliva con la terra per fare il fango con cui unge gli occhi del cieco. Il verso “sputo di Dio” è audace e potentissimo perché unisce il gesto corporeo, quasi scandaloso, alla dimensione divina. La poesia non teme l’incarnazione: Dio non agisce con astratta purezza ma attraverso materia e saliva. “Fango di terra” introduce immediatamente il secondo grande archetipo biblico: la creazione dell’uomo da parte di Dio che plasma Adamo dalla polvere del suolo. In tre versi la poesia fonde dunque Genesi e Vangelo: creazione e redenzione coincidono. L’uomo è un impasto di terra e soffio divino.

 
La seconda strofa introduce il dialogo orante:

 
“Cos’altro, ancora
dolce Signore?
Forse null'altro?”

 
Qui il tono cambia: dal proclama ontologico si passa alla domanda metafisica. L’uomo si rivolge a Dio con una tenerezza inattesa: “dolce Signore”. È una formula che appartiene alla tradizione mistica medievale (si pensi a Francesco d’Assisi o a Jacopone). La domanda è quasi vertiginosa: se siamo fango e saliva divina, cos’altro siamo? La risposta implicita è nel dubbio: forse null’altro. È un momento di spoliazione radicale, di teologia negativa.

 
La terza strofa è il cuore della poesia:

 
“Noi, nati ciechi:
fa’ che si veda!
Fa’ che si creda.”

 
Qui si compie il passaggio dall’antropologia alla supplica. L’espressione “nati ciechi” non è solo evangelica: diventa condizione universale dell’uomo. Non si tratta solo di cecità fisica ma di cecità spirituale, ontologica. Il doppio imperativo crea una progressione teologica molto precisa: prima vedere, poi credere. È la dinamica tipica del Vangelo di Giovanni, dove la luce conduce alla fede. Il parallelismo “fa’ che si veda / fa’ che si creda” ha una struttura quasi salmodica e produce una forte musicalità.

 
L’ultima strofa eleva improvvisamente il registro fino al linguaggio del Credo:

 
“Sangue da Sangue,
luce da Luce.
Eterno Amore.”

 
Il verso “luce da Luce” è chiaramente un’eco del Credo niceno-costantinopolitano: “Dio da Dio, luce da luce”. Tuttavia il poeta modifica leggermente la formula introducendo “Sangue da Sangue”. Qui la teologia si fa cristologica ed eucaristica. Il sangue richiama la Passione e il sacrificio, ma anche la partecipazione dell’uomo alla vita divina. La poesia termina con “Eterno Amore”, che funziona come una specie di sigillo trinitario. Dopo terra, fango, cecità e supplica, la parola finale è Amore: una sintesi mistica.

 
Dal punto di vista stilistico il testo usa una lingua volutamente essenziale. Non c’è ridondanza, non c’è descrizione: ogni verso è un colpo di scalpello. La punteggiatura, con i due punti frequenti, crea un ritmo oracolare e solenne. Sembra quasi di leggere una piccola antifona liturgica o un frammento di preghiera antica.

 
La scelta di concludere con la data “Domenica Laetare” non è casuale. La quarta domenica di Quaresima è la domenica della luce e della gioia nel mezzo della penitenza. Non a caso in quella domenica, in molti cicli liturgici, si legge proprio il Vangelo del cieco nato. La poesia dunque non è solo ispirata al Vangelo: è collocata dentro il tempo liturgico della Chiesa.

 
In sintesi, “Nati ciechi” è una poesia breve ma teologicamente stratificata. In pochi versi riesce a mettere in dialogo creazione, incarnazione, cecità spirituale, fede e redenzione. Il risultato è un testo che non si limita a descrivere il sacro: lo invoca.

 
Se devo dirti la cosa più riuscita della poesia — con sincerità critica — è proprio il primo verso: “Sputo di Dio”. È un verso rischioso, quasi scandaloso, ma profondamente evangelico. In esso si condensa tutto il mistero cristiano: Dio che salva attraverso la materia.
Marino Spadavecchia

 

 

Questa poesia si apre come un mattino luminoso e quieto, dove l’amore non è ancora ferito dal tempo ma vive nella sua forma più immediata e sensoriale. Il paesaggio evocato è intimo e atmosferico: luce negli occhi, vento sulle labbra, il corpo come primo luogo dell’incontro. 
Non c’è distanza tra io e tu, ma una fusione ancora timida, segnata da piccoli segnali rivelatori come il tremore delle mani, che tradisce la fragilità e la verità del sentimento. 
La struttura è lineare, quasi spontanea, priva di costruzioni complesse: procede per immagini semplici e riconoscibili, come se il poeta non volesse interpretare l’amore ma soltanto trattenerlo. È proprio qui che si colloca la sua forza e il suo limite: da un lato l’autenticità di un’esperienza vissuta, dall’altro una certa dipendenza da immagini già sedimentate nella tradizione lirica. 
L’anima del poeta appare affettiva, diretta, priva di filtri intellettuali: scrive per conservare un istante più che per trasformarlo. Il giudizio critico, quindi, riconosce la sincerità e la delicatezza del sentimento, ma segnala anche la necessità di un passo ulteriore, quello in cui il poeta non si limita a dire l’amore, ma lo reinventa attraverso una lingua più personale e incisiva.
Qui la poesia non nasce da un’immagine, ma da una ferita ancora aperta. Il paesaggio non è esterno ma interiore, fatto di memoria, assenza e presenza insieme. Il dialetto siciliano diventa lo spazio autentico in cui il dolore può esprimersi senza mediazioni: non è scelta stilistica, ma necessità emotiva. Le immagini che emergono – la luce degli occhi, il fuoco che riscalda, l’onda che travolge – sono archetipiche, quasi elementari, e proprio per questo potentissime, perché rimandano a una dimensione primaria del legame padre-figlio. La struttura si fonda sulla ripetizione e sull’insistenza, che sul piano formale potrebbero apparire ridondanti, ma che qui assumono un valore quasi rituale, come una litania che tenta di trattenere ciò che è stato perduto. Il nucleo più profondo del testo è l’impossibilità della separazione: il padre non è solo ricordato, ma interiorizzato, diventato parte costitutiva dell’identità del poeta. L’anima che emerge è viscerale, assoluta, incapace di distanza: ama senza misura e soffre senza protezione. Il giudizio critico riconosce una forza emotiva autentica e rara, capace di oltrepassare i limiti tecnici, ma allo stesso tempo evidenzia come la poesia, se volesse crescere sul piano letterario, dovrebbe trovare una maggiore economia espressiva, trasformando la ripetizione in variazione e la dichiarazione in immagine.
Questa poesia si colloca in uno spazio completamente diverso, dove il paesaggio non è intimo ma civile, quasi collettivo. Non c’è una scena, ma una tensione: la libertà come bene minacciato, da difendere con determinazione. 
La struttura è costruita su un imperativo che ritorna e insiste, creando un ritmo incalzante che richiama più il discorso pubblico che la lirica tradizionale. 
Le immagini utilizzate – il leone che difende il cucciolo, il marinaio nella tempesta – sono efficaci ma appartengono a un repertorio condiviso, e dunque non sorprendono quanto potrebbero. Il momento più alto del testo arriva quando la libertà smette di essere oggetto di difesa e diventa esperienza concreta: aria, sole, mare, musica, sorriso. È lì che la poesia si accende davvero, perché passa dall’astrazione alla vita. L’anima del poeta appare etica, impegnata, guidata da un senso forte di responsabilità e di giustizia, più che da una ricerca estetica. 
Il giudizio critico riconosce la chiarezza del messaggio e la sincerità dell’intento, ma sottolinea come la densità poetica resti a tratti limitata dalla prevalenza dell’affermazione sul simbolo: la poesia diventa più potente quando mostra invece di dire, quando lascia emergere la libertà come esperienza sensibile anziché come enunciazione morale.
Questa poesia si muove in uno spazio alto, quasi teologico, dove il paesaggio non è naturale ma concettuale, abitato da idee, simboli e tensioni metafisiche. L’amore non è esperienza individuale, ma principio universale che attraversa mitologia, religione e storia umana. L’inizio, con la mitologia che “acquista un senso”, suggerisce un tentativo di ricomporre il frammento umano dentro una visione più ampia, dove il “dio destino” e le “credenze di divini accenti” non sono residui arcaici, ma strumenti per penetrare il mistero. L’immagine del “frontespizio che cela il volto del processo umano” è particolarmente significativa: la vita è vista come un libro chiuso, e l’amore come forza capace di forarne la soglia, di accedere a ciò che resta nascosto. Nella seconda parte il discorso si cristallizza in una dimensione cristologica: il bambino, il sacro incarnato, la croce. Qui il linguaggio si fa più diretto, meno speculativo, e trova il suo centro nell’affermazione che l’amore supera il dolore e persino la vita, perché è ciò che consente la resurrezione del Fine. Questo passaggio è cruciale: il “Fine” non è annullamento, ma compimento che si riapre, ciclo che si rigenera. L’anima del poeta appare filosofica e spirituale, tesa a unire logos e fede, ma talvolta appesantita da un eccesso di astrazione che rischia di allontanare il lettore dall’esperienza concreta. Il giudizio critico riconosce un’ambizione alta e una visione coerente, ma suggerisce che la poesia guadagnerebbe forza se alcune immagini venissero incarnate maggiormente, lasciando che il pensiero emerga attraverso la materia sensibile e non solo attraverso il discorso.
Qui il paesaggio è quello del tempo che scorre e si consuma, un tempo percepito non come continuità ma come perdita improvvisa, quasi uno strappo.
 L’apertura è già segnata da una consapevolezza dolorosa: il “patto” trascorso senza essere compreso, come se la vita fosse accaduta prima ancora di essere vissuta. 
Le immagini che seguono hanno una qualità onirica e frammentata: l’alba estiva, i “fiocchi azzurri”, le “ghirlande di ninnoli” sembrano appartenere a un’infanzia o a un’origine che però si presenta già come distante, irraggiungibile. 
Il gioco del “rimpiattino” introduce un elemento ludico che subito si incrina, trasformandosi in smarrimento. Il verso “ferito nella fede e disperso nei millenni promessi dal credo” segna il punto di rottura: non è solo il tempo personale a sfuggire, ma anche quello promesso dalla trascendenza, che si rivela inafferrabile. 
La seconda parte del testo si fa più cruda e corporea: il corpo si “sfilaccia”, i solchi vengono “sbavati”, l’arco della vita appare breve, consumato. L’immagine dell’arco è centrale: non una linea retta, ma una traiettoria che si tende e subito si chiude, senza possibilità di ritorno. L’anima del poeta appare inquieta, disincantata, segnata da una frattura tra promessa e realtà, tra fede e esperienza. Il giudizio critico riconosce una forte densità simbolica e una capacità di evocare il tempo come esperienza lacerante, ma anche una certa oscurità che, se da un lato arricchisce il testo, dall’altro può rendere difficile l’accesso, soprattutto quando le immagini si accumulano senza un chiaro filo di sviluppo.
Questa poesia si apre in un paesaggio lirico e sensoriale, dove l’amore è percepito attraverso il contatto, il profumo, il calore. Le immagini iniziali costruiscono un’atmosfera di armonia e rinascita: la primavera anticipata, gli alberi in fiore, il cielo che dona nuova luce. Tutto sembra partecipare a un equilibrio naturale, in cui l’amore umano si rispecchia nel ciclo della natura. 
La presenza dell’ape e della farfalla introduce un movimento leggero, quasi pittorico, come se la scena fosse un quadro vivo, attraversato da colori e vibrazioni. Il ritmo è disteso, contemplativo, e l’anima del poeta in questa fase appare tenera, affettiva, profondamente legata alla dimensione sensibile dell’amore. Tuttavia, a un certo punto, il testo subisce una frattura improvvisa: irrompono “sussurri e disperate grida”, “sbattere di porte”, “crollar di muri”. Il paesaggio si oscura, la luce si spegne, e l’armonia iniziale viene travolta da una dimensione di conflitto e perdita. Questo passaggio è il cuore della poesia, perché rivela la precarietà della bellezza: ciò che fiorisce può dissolversi in un attimo. 
Il finale, con il cuore che tenta la fuga e poi si spegne insieme al sogno, restituisce un senso di disillusione, quasi di caduta. L’anima del poeta appare duplice: capace di grande dolcezza ma anche esposta a una vulnerabilità profonda, in cui l’amore si trasforma rapidamente in dolore. 
Il giudizio critico riconosce la forza del contrasto e la capacità di costruire un percorso emotivo netto, ma segnala anche una certa discontinuità stilistica tra le due parti, come se la transizione tra armonia e crisi potesse essere resa più graduale e organica, permettendo al lettore di attraversare con maggiore intensità il passaggio dalla luce all’ombra.
Qui ci troviamo davanti a una poesia che nasce da una frattura interiore più che da una contemplazione. Il paesaggio non è naturale ma mentale, quasi disturbato, attraversato da frammenti di dialogo, pensiero, memoria. 
L’incipit introduce subito una distanza temporale e cognitiva: “passò del tempo e tu eri lì” suggerisce una presenza non riconosciuta, un amore che esiste ma non è ancora accessibile alla coscienza. Il verso “non lo sapevo perché non potevo” introduce una chiusura interiore, come se il limite non fosse esterno ma psicologico. L’inserimento di una voce terza (“lo dissi a lei…”) apre una dimensione quasi narrativa, ma subito si incrina con il riferimento al “medio evo”, che sembra evocare un’arretratezza mentale, una condizione di blocco. Il cuore della poesia è nella frase “la resistenza dell’amore è nata in una notte”: qui l’amore non è espansione ma resistenza, opposizione, sopravvivenza a qualcosa che lo minaccia. Le immagini successive diventano più corporee e disturbanti: “ossa corrotte”, “curar me stesso non è tra i miei vezzi” indicano un io consapevole della propria ferita ma incapace, o non disposto, a guarirsi. Il distacco dalla luna e dalle stelle segna la perdita di una dimensione poetica tradizionale, come se il soggetto rifiutasse ogni illusione. Il tempo viene percepito come forza distruttiva che “svella i punti fermi”, lasciando un senso di precarietà radicale. 
L’apparizione finale della morte, che “va su e poi giù”, introduce un movimento oscillante, quasi ironico o disincantato, che impedisce una chiusura solenne. L’anima del poeta appare inquieta, disillusa, attraversata da una consapevolezza dolorosa ma non pacificata, incapace di trovare una forma stabile. Il giudizio critico riconosce una forte autenticità espressiva e un tentativo interessante di rompere con la lirica tradizionale, ma anche una certa discontinuità e frammentarietà che rischiano di indebolire la coesione del testo, lasciando emergere più stati d’animo che una visione compiuta.
Questa poesia si sviluppa come un vero e proprio flusso visionario, dove il paesaggio è interamente interiore ma carico di immagini simboliche, quasi barocche nella loro densità.
 L’incipit introduce subito una condizione di privazione sensoriale ed emotiva, con quella “cinigia ipoacusica” che suggerisce un mondo grigio e ovattato, privo di suono e di vibrazione affettiva. L’arrivo dell’altro, annunciato dal “finalmente tu”, rompe questo stato di sospensione e innesca un processo di risveglio che ha tratti quasi violenti: la vertigine, la fiamma, il travolgimento. L’amore qui non è dolcezza, ma forza che invade e sconvolge, che non chiede permesso ma impone la propria presenza.
 Le immagini si susseguono con grande intensità: flutti, frangenti, fuoco sotto la neve, fulmine che squarcia il ghiaccio. C’è una continua tensione tra opposti – caldo e freddo, luce e buio, ardere e congelarsi – che rende la poesia dinamica e inquieta. Il linguaggio è ricco, a tratti ridondante, ma coerente con questa volontà di saturare lo spazio poetico, di non lasciare vuoti.
 Il momento centrale è forse nella trasformazione dell’io, che da solitudine ghiacciata passa a una condizione di abbandono totale, fino a definirsi “arresa, e naufraga, e vagabonda”. L’immagine finale dei “rizomi ansimanti” introduce un elemento quasi filosofico, che richiama una crescita sotterranea, non lineare, dell’amore. L’anima della poetessa appare intensa, appassionata, attraversata da una forte energia emotiva e immaginativa, ma anche incline a un eccesso di accumulo che rischia di rendere il testo meno incisivo. Il giudizio critico riconosce una grande potenza visionaria e una voce riconoscibile, ma suggerisce che una maggiore selezione delle immagini e una più rigorosa economia espressiva potrebbero rendere la poesia ancora più penetrante.
Questa poesia si distingue immediatamente per la sua essenzialità. Il paesaggio è concreto e visibile: un fusto affusolato, un nido, una cicogna. Tutto è ridotto all’osso, ma proprio per questo carico di significato. Lo sguardo che sale lungo il fusto introduce un movimento verticale che è insieme fisico e simbolico, come una tensione verso l’alto, verso qualcosa che si attende ma non si realizza. 
La cicogna, tradizionalmente legata alla nascita e al viaggio, qui rimane immobile, acquattata, quasi in attesa. L’attesa del volo diventa il vero centro emotivo del testo: un desiderio di cambiamento che però non si compie. Il dettaglio del becco rivolto verso il sole introduce una direzione, una possibile via d’uscita, ma resta solo indicata, non percorsa. L’ellissi finale rafforza questa sospensione, lasciando il lettore in uno stato di apertura incompiuta.
 L’anima della poetessa appare contemplativa, capace di cogliere nel minimo dettaglio un significato più ampio, senza bisogno di esplicitarlo. Il giudizio critico riconosce una notevole efficacia nella sintesi e nella costruzione simbolica, dove ogni elemento è necessario e nulla è superfluo; la poesia riesce a dire molto con pochissimo, affidandosi alla forza dell’immagine e al silenzio che la circonda.
Questa poesia si colloca in un paesaggio interiore crepuscolare, quello della vecchiaia che lentamente riapre le stanze dell’infanzia. Il movimento è regressivo ma non nostalgico in senso leggero: è un ritorno necessario, quasi fisiologico, a una condizione di vulnerabilità originaria. 
L’immagine del grembo materno, evocata come rifugio perduto, rappresenta il centro simbolico del testo: non è solo la madre, ma l’idea stessa di protezione assoluta, ormai irraggiungibile. 
Il cammino incerto e le paure che riaffiorano delineano una condizione esistenziale fragile, in cui il tempo non è più apertura ma restringimento. Tuttavia, la poesia non si chiude nel dolore: introduce un gesto salvifico, minimo ma decisivo, che è quello del ricordo. I “giorni sereni”, il sorriso, la carezza diventano strumenti di resistenza interiore, capaci di generare una commozione che non esplode ma si raccoglie in un “pianto silenzioso”. È proprio questo ossimoro a racchiudere il senso profondo del testo: un dolore che non distrugge, ma illumina, che “rischiara il tramonto” e dunque trasforma la fine in una forma di consapevolezza pacificata. L’anima del poeta appare tenera, riflessiva, incline a una malinconia composta, mai urlata, che trova nella memoria una possibilità di salvezza. Il giudizio critico riconosce una forte autenticità emotiva e una chiarezza comunicativa che rende il testo accessibile e sincero, pur segnalando una certa prevedibilità nelle immagini e nei passaggi, che potrebbero essere resi più incisivi attraverso una maggiore originalità espressiva.
Qui il paesaggio è quello sospeso e inquieto della notte, non come semplice assenza di luce, ma come spazio in cui il reale si trasforma e si anima di presenze minime. La poesia costruisce un universo sonoro fatto di “piccoli rumori” che durante il giorno restano invisibili, ma che di notte acquistano voce e quasi coscienza. 
La ripetizione insistita, quasi ossessiva, del sintagma “i piccoli rumori della notte” crea un effetto ipnotico, come un mantra che immerge il lettore in uno stato di attenzione alterata. Il confine tra esterno e interno si dissolve: i tubi respirano, i muri si lamentano, la goccia parla, ma anche il corpo entra in questo coro, con la vena che pulsa nell’orecchio fino a confondersi con il battito del cuore. 
La notte diventa così un luogo di amplificazione percettiva, dove il silenzio non è assenza ma contenitore di suoni sottili e inquietanti. Il momento culminante è nell’“aria sonora avvolta dal silenzio”, espressione che coglie perfettamente la natura ambigua della notte, e nella comparsa della sveglia che scandisce il tempo in modo “inesorabile”, riportando brutalmente alla dimensione cronologica e razionale. L’anima del poeta appare attenta, sensibile al dettaglio, capace di trasformare l’ordinario in esperienza quasi metafisica, ma anche attraversata da una sottile inquietudine, come se il mistero che emerge di notte fosse al tempo stesso affascinante e perturbante. Il giudizio critico riconosce una notevole coerenza stilistica e una forte capacità evocativa, anche se la ripetizione, pur funzionale all’effetto, rischia a tratti di appesantire il ritmo e di diluire la tensione poetica.
Questa poesia costruisce un paesaggio marino che è al tempo stesso reale e mentale, dove la “cabina” diventa simbolo di un luogo interiore di stabilità e rifugio. 
L’insistenza sulla sua immobilità – “sempre ferma”, “nessuno potrà mai spostarla”, “sicura nel porto” – rivela immediatamente che non si tratta di un oggetto fisico, ma di una costruzione dell’anima, una sorta di approdo psicologico contro le tempeste della vita. Il mare, con le sue onde e il vento che accarezza le barche, introduce un movimento continuo, ma questo movimento resta esterno, mentre la cabina rimane intatta, protetta. 
Il riferimento geografico a Reggio e Messina radica la poesia in un luogo concreto, ma allo stesso tempo amplia lo sguardo verso un orizzonte aperto, quasi contemplativo. 
L’immagine finale dell’“angolo quieto di mente” esplicita ciò che fino a quel momento era suggerito: la cabina è uno spazio interiore di pace, una difesa costruita contro il disordine del mondo. L’anima del poeta appare desiderosa di equilibrio, di protezione, forse segnata da un bisogno di stabilità che si traduce in immagini di ancoraggio e riparo. Il giudizio critico riconosce una coerenza simbolica e una dolcezza contemplativa, ma segnala anche una certa prevedibilità e linearità nel discorso, che potrebbe essere arricchito da una maggiore tensione interna o da immagini meno dichiarative e più allusive.
Questa poesia si apre come una visione, più che come un discorso: il paesaggio non è reale, ma apocalittico e insieme liberatorio, come se il mondo venisse smontato per essere restituito a una verità più profonda. 
L’annuncio iniziale, “umani non più saremo”, non ha il tono tragico della fine, ma quello di una trasformazione radicale: non è la distruzione dell’essere, ma la sua trasfigurazione. 
Le immagini che seguono – i pesci che volano, gli uccelli che danzano, l’albero capovolto con le radici nel cielo – appartengono a una logica rovesciata, quasi evangelica o mistica, dove ciò che è basso diventa alto e ciò che è stabile viene invertito. 
Questo capovolgimento è il vero centro del testo: il mondo così com’è deve sparire perché è fondato su un ordine imperfetto, e solo attraverso il paradosso si può intravedere una giustizia diversa. Il verso finale, che affida la gioia a chi soffre l’ingiustizia e non dà peso all’io, introduce una dimensione etica e spirituale molto chiara: la liberazione passa attraverso il distacco dall’ego e il riconoscimento del dolore come via. L’anima del poeta appare profondamente mistica, orientata verso una visione che supera il piano individuale e si apre a un ordine altro, più giusto e più vero. 
Il giudizio critico riconosce una notevole capacità di sintesi e una forza simbolica intensa, capace di evocare molto con pochi elementi; proprio questa essenzialità è il punto di forza del testo, anche se la sua natura visionaria e quasi oracolare lascia volutamente in ombra una maggiore articolazione, che potrebbe ampliare ulteriormente la risonanza della poesia.
Qui la poesia si riduce a un unico verso, ma proprio in questa estrema concentrazione risiede la sua forza. Il paesaggio è interamente emotivo: non c’è spazio, non c’è tempo esplicito, ma un incontro tra sguardo e dolore. “Quella luce nei tuoi occhi” diventa un evento rivelatore, capace di “squarciare” il dolore, verbo forte che introduce un’idea di rottura, di apertura improvvisa. Non si tratta di una consolazione graduale, ma di un gesto netto, quasi violento, che interrompe uno stato di sofferenza. 
Il titolo, “Il sapore del tempo”, aggiunge una dimensione ulteriore: suggerisce che quel momento non è isolato, ma condensazione di un tempo vissuto, come se la luce negli occhi dell’altro fosse il punto in cui passato e presente trovano un senso. 
L’anima della poetessa appare intensa, capace di concentrare in un’immagine semplice una carica emotiva significativa, senza bisogno di sviluppi narrativi o descrittivi. Il giudizio critico riconosce una buona efficacia nella sintesi e nella scelta del verbo centrale, ma evidenzia anche come il testo, proprio per la sua brevità, resti più vicino a un frammento lirico o a un’intuizione che a una poesia pienamente sviluppata; la sua forza sta nell’immediatezza, ma potrebbe crescere ulteriormente attraverso un minimo ampliamento che permetta all’immagine di respirare e di stratificarsi.
Questa poesia si costruisce su un’immagine centrale molto chiara e immediatamente riconoscibile: la sofferenza come presenza che entra in scena senza rumore, “in punta di piedi”, con la grazia ingannevole di una ballerina. 
Il paesaggio è minimo, quasi teatrale, concentrato tutto su questa figura che unisce bellezza e crudeltà, volto d’angelo e cuore di pietra. È proprio questa dualità a reggere il testo: la sofferenza non è mostruosa, ma seducente, e proprio per questo più pericolosa, perché non si annuncia come minaccia ma come apparizione delicata. La struttura è lineare, costruita per accumulo e culminazione, fino al gesto finale del furto del cuore, che chiude la poesia con un’immagine netta e comprensibile. L’anima della poetessa appare sensibile, incline a tradurre il dolore in figure concrete e accessibili, ma ancora legata a un immaginario piuttosto tradizionale. Il giudizio critico riconosce l’efficacia dell’immagine principale e la chiarezza espressiva, ma segnala anche una certa prevedibilità simbolica: la poesia funziona, ma non sorprende pienamente, e potrebbe acquisire maggiore profondità se l’immagine della sofferenza venisse complicata o resa meno immediatamente riconducibile a schemi già noti.
Qui il paesaggio non è emotivo né naturale, ma concettuale e relazionale: la poesia si muove nel territorio della filosofia del linguaggio e dell’etica dell’incontro. 
L’uso dei termini “fonemi”, “morfemi”, “sintassi” introduce una metafora grammaticale che diventa struttura portante del testo: il rapporto tra io e tu viene letto come costruzione linguistica, dove l’errore non è grammaticale ma esistenziale. 
Il riferimento implicito e poi esplicito a Martin Buber orienta chiaramente la direzione: l’io esiste solo nella relazione, ma l’uomo contemporaneo tende a chiudersi in un io autoreferenziale che esclude il tu. 
Le immagini qui non sono figurative ma dinamiche: l’io che scava, il tu che si eclissa, l’incontro che diventa scontro. Il passaggio più significativo è quello in cui il “noi” viene definito come “sintassi dell’universo”: qui la poesia si apre a una visione più ampia, quasi cosmica, in cui la relazione non è solo umana ma ontologica. 
L’anima della poetessa appare etica, riflessiva, guidata da un forte bisogno di ricomporre la frattura tra individui e di restituire senso alla relazione. Il giudizio critico riconosce una notevole chiarezza concettuale e una coerenza nel portare avanti la metafora linguistica, ma evidenzia come la componente poetica risulti a tratti sacrificata a favore della spiegazione: il testo tende più a dire che a mostrare, e potrebbe acquistare maggiore forza se alcune idee venissero incarnate in immagini più vive e meno esplicative.
Questa poesia si apre in un paesaggio oscuro e rarefatto, dove il linguaggio stesso sembra muoversi tra cenere e respiro. L’invocazione iniziale, ripetuta alla fine, crea una struttura circolare che avvolge il testo in un senso di chiusura e di ritorno, come se la parola fosse già consapevole della propria insufficienza. Le immagini sono dense, quasi stratificate: foglie tacite, afa, fuoco, bestie usurpatrici, rovi oscuri. 
Non c’è una linearità narrativa, ma un flusso di visioni che si accavallano, costruendo un paesaggio interiore devastato, privo di un “mondo interiore” capace di salvare. 
Questo è il punto più radicale del testo: non solo il mondo esterno è ostile, ma manca anche un rifugio interno, un luogo di senso. La lingua si fa allora tentativo di resistenza, ma anche testimonianza di impotenza. L’immagine del “telaggio d’ombre” e del “vademecum al respiro” suggerisce un sapere fragile, insufficiente, quasi ironico nella sua pretesa di orientare. Il movimento verso il “limite della fiamma” introduce una soglia, un punto estremo in cui la parola chiede di essere pronunciata come si parlerebbe ai morti, cioè con rispetto, lentezza, e forse inutilità. 
L’anima della poetessa appare tormentata, lucida nella propria disperazione, capace di costruire un linguaggio visionario che non consola ma espone. 
Il giudizio critico riconosce una forte originalità e una notevole densità simbolica, ma anche una complessità che può risultare ostica, richiedendo al lettore un coinvolgimento attivo per orientarsi tra le immagini; proprio in questa difficoltà, tuttavia, risiede una parte significativa della sua forza.

 
Con tutto l'affetto che provo
e la stima che sento per ognuno di voi 
Vostro Ben Tartamo

 

 

 

14-15-16 Marzo

La poesia nasce da un’immagine tenera e quasi evangelica: la voce di un bambino che pronuncia il miracolo semplice della natura — la pioggia che diventa neve, poi arcobaleno. Qui il miracolo non è soprannaturale ma trasfigurazione dello sguardo infantile, capace di cogliere la grazia nel quotidiano. Gli alberi spogli che “tirano dritti al cielo” sono una bella metafora di preghiera muta: la natura stessa si fa orante. Il ritmo è semplice, quasi narrativo, ma proprio questa semplicità restituisce l’autenticità dell’esperienza. Psicologicamente il testo rivela un’anima che cerca consolazione nella purezza dell’infanzia e nella riconciliazione con il mondo. L’arcobaleno finale è simbolo di pace: non tanto una rivelazione potente, quanto una pacificazione interiore che scende lieve.
Questa lirica appartiene alla tradizione più classica della poesia amorosa, dove la donna è figura quasi floreale e luminosa. L’immagine della “rosa delicata” richiama un immaginario antico, cortese, in cui l’amore è estasi sensoriale e spirituale insieme. Il linguaggio è diretto, persino ingenuo in alcuni passaggi, ma custodisce una sincerità emotiva che è la vera forza del testo. Il cuore che batte allo sguardo dell’amata, i fiori che sbocciano al suo cammino: sono immagini archetipiche dell’innamoramento. Dal punto di vista psicologico la poesia esprime una forma di devozione amorosa totale, quasi una consegna dell’esistenza all’altro. Non cerca complessità stilistiche, ma la limpidezza del sentimento.
Qui la poesia assume un tono dichiaratamente etico e meditativo. L’arcobaleno è simbolo della pluralità dell’esistenza: gioia e dolore, luce e ombra. Più che lirica pura, il testo ha l’andamento di una riflessione morale, quasi una piccola predica sulla dignità della vita. Il riferimento a Dio introduce una dimensione spirituale esplicita: la vita è dono e quindi responsabilità. Psicologicamente emerge una voce che parla soprattutto a chi è ferito o disperato; l’autrice vuole difendere la vita come valore assoluto. Non punta alla raffinatezza formale, ma alla forza del messaggio e alla sua funzione consolatoria.
Questa poesia è la più visionaria del gruppo. La follia non è malattia ma compagna di libertà, forza immaginativa che rompe i confini della realtà. Il testo costruisce un paesaggio cosmico: nuvole, pianeti, deserti senza tempo, mari mai visti. È un viaggio nella fantasia come spazio di salvezza. L’immaginazione diventa quasi una dimensione cosmologica, dove l’io poetico evade dalle costrizioni della vita quotidiana. Psicologicamente la “follia” appare come alter ego creativo: l’ombra che accompagna l’anima verso territori inesplorati. La chiusura, con la ricerca di una “sorridente felicità”, restituisce al viaggio un senso umano e tenero. È una poesia che celebra la potenza salvifica dell’immaginazione.
Questa poesia si muove dentro una metafora limpida e antica: il raggio di sole come immagine dell’amore. Il sole che “necessita una meta” e si posa sulla terra per sciogliersi in calore suggerisce una visione dell’amore come forza fecondante, quasi cosmica. La terra che riceve il raggio e rifiorisce richiama simbolicamente l’incontro tra dono e accoglienza. Il linguaggio è semplice, quasi contemplativo, e proprio questa sobrietà rende l’immagine più universale. Psicologicamente il testo rivela una concezione dell’amore come energia che trova senso solo nel donarsi: senza una zolla su cui posarsi, il raggio resterebbe incompiuto. È una lirica breve, meditativa, dal sapore quasi francescano.
Qui il tono cambia radicalmente. La poesia è densa, complessa, quasi ermetica. Le immagini — reti strappate, pietra, cartilagini del ricordo, conche di marmo — costruiscono un paesaggio mentale frammentato, dove memoria e desiderio si intrecciano. Il linguaggio procede per accumulo di metafore, spesso spigolose e materiche, come se il poeta volesse rendere visibile la fatica dell’esperienza interiore. Psicologicamente emerge una tensione inquieta: il passato riapre ferite, le “esplorazioni condivise” diventano ossessione, e il corpo stesso diventa luogo di conflitto. La poesia non cerca armonia ma esprime una coscienza lacerata, tipica della lirica contemporanea più sperimentale.
Questa è una poesia brevissima, quasi un gesto. L’immagine di caricarsi i bambini sulle spalle e portarli in un bosco dove “si può ballare per sempre” è un sogno di innocenza e libertà. Il linguaggio è volutamente essenziale, infantile persino, come se il poeta volesse recuperare lo sguardo semplice dell’infanzia. Psicologicamente il testo sembra esprimere un desiderio di fuga dal mondo adulto, verso uno spazio immaginario dove gioco e gioia sono eterni. È più una visione affettiva che una costruzione poetica complessa, ma la sua forza sta proprio nella sua immediatezza.
Questa poesia è un piccolo teatro veneziano. Venezia diventa stanza, palcoscenico e labirinto insieme. Le maschere della commedia dell’arte — Pulcinella, Arlecchino, Casanova — animano la città trasformandola in una scena vivace e ironica. Il poeta mescola storia, folclore e fantasia, creando un’atmosfera quasi carnevalesca. L’acqua alta come via di fuga e la gondola salvifica suggeriscono un’immagine ambivalente della città: splendida ma anche prigioniera di sé stessa. Psicologicamente la poesia rivela uno sguardo affascinato dalla teatralità veneziana: Venezia non è solo luogo, ma spettacolo perpetuo, memoria culturale che continua a recitare la propria leggenda.
Questa poesia nasce da una tensione profondamente contemporanea: vivere sotto l’ombra di una minaccia improvvisa. L’ansia di cui parla Santoro non è solo personale ma storica e collettiva: il timore che “un pazzo” possa spezzare all’improvviso la bellezza fragile dell’alba. L’immagine delle montagne che si tingono di rosa introduce un contrasto molto efficace tra la serenità della natura e la violenza possibile dell’uomo.
Il poeta costruisce la lirica su questo dualismo: da una parte la paura, dall’altra la volontà di continuare a guardare il sole che nasce. Il testo non cede al pessimismo assoluto; al contrario invita a gustare la vita quotidiana — i colori, le valli, la luce — senza però chiudere gli occhi sulle brutture del mondo.
Psicologicamente la poesia rivela una coscienza vigile: una sensibilità che sente il peso del male possibile ma sceglie comunque la speranza. Non è una speranza ingenua, bensì una resistenza morale.
Nel suo insieme la lirica ha il tono di una meditazione civile: semplice nel linguaggio, ma sincera nel suo intento di ricordarci che la pace è un dono fragile da custodire ogni giorno.
Questa poesia è una piccola epifania. In pochissimi versi Serino riesce a condensare l’evento primordiale della nascita in immagini potenti: il “naufragio di sangue” da cui si emerge alla “luce ferita”. La nascita non è qui idillio, ma passaggio traumatico, quasi una traversata violenta dall’ombra alla vita. L’immagine della “rosa del tuo fiato” restituisce invece la tenerezza della madre che accoglie. Il contrasto tra sangue e rosa, ferita e respiro, crea una tensione lirica molto intensa. Psicologicamente il testo suggerisce che la vita nasce sempre da una frattura, ma trova subito un grembo di cura. È una poesia breve ma densissima, quasi un haiku della nascita.
Questa poesia è un flusso visionario e quasi surrealista. Il viaggio in barca diventa metafora dell’amore e del desiderio, ma anche della fuga dalla coscienza ordinaria. Le immagini si susseguono come in un sogno: asteroidi dell’amore, piccioni sui Campi Elisi, il mare dell’Eden, la Senna che allatta gli illusi. Il tono oscilla tra eros, ironia e auto-confessione (“spesso mi mento”). Psicologicamente il testo rivela una coscienza febbrile, dove desiderio e immaginazione si mescolano senza disciplina logica. Non è una poesia che cerca armonia: preferisce la libertà delirante dell’immaginazione, dove amore, corpo e linguaggio si inseguono come onde.
Qui la poesia è un colpo secco. L’immagine del cappio messo ai propri sogni è estremamente dura e simbolica: il poeta non parla di morte fisica, ma dell’uccisione delle proprie speranze. Togliere lo sgabello significa lasciarli soffocare nel “vuoto esistenziale dei dì”. La forza del testo sta proprio nella sua nudità: pochi versi, nessuna consolazione. Psicologicamente è la fotografia di una disillusione radicale, dove il soggetto sembra aver rinunciato alla possibilità di senso. È una poesia breve ma tagliente, una lama esistenziale che ricorda certe note della poesia novecentesca più disincantata.
Questa poesia si muove su una metafora semplice ma efficace: la memoria come polvere che si deposita sul cuore. Più si tenta di scacciarla, più ritorna. Il tempo — giorni, mesi, anni — diventa accumulo di questa polvere emotiva. Il linguaggio è diretto e quasi confessionale, e proprio questa linearità rende il sentimento riconoscibile. Psicologicamente il testo racconta la fatica di convivere con il passato: non un ricordo luminoso, ma una presenza che appesantisce. È una poesia di malinconia quieta, in cui il cuore appare come una stanza dove la memoria continua a sedimentarsi.

 
Con tutto l'affetto che sento, 
con la stima che provo per ognuno di voi. 
Vostro Ben Tartamo

 

 

 

11-12-13 Marzo

La poesia di Serino si presenta come un piccolo laboratorio dell’immaginazione, ma dietro la parola esercizio si nasconde qualcosa di più serio: una vera immersione nell’inconscio poetico. Il verso iniziale — “in bocca ancora il sapore del caffè” — è un dettaglio quotidiano, quasi domestico, che però apre immediatamente una porta visionaria. È il momento sospeso tra veglia e sogno, quando la coscienza non è ancora del tutto razionale e la fantasia può dilatarsi.
L’immagine dell’uscire dal corpo introduce una dimensione quasi sciamanica: il poeta si scorpora, diventa osservatore di se stesso. In questo stato alterato della percezione, egli “pescava sogni di ragno nell’intreccio di parole astruse”. Qui Serino allude al lavoro stesso della poesia. Il ragno è un simbolo antico della tessitura: come il ragno tesse la sua tela, il poeta tesse le parole. Ma sono parole difficili, enigmatiche, quasi esoteriche. Il sogno e il linguaggio diventano materia intrecciata.
Le immagini successive hanno una qualità fortemente surrealista: lingue di fuoco, pagine luce ed ali, gabbiani che incidono il cielo. Sembra quasi di attraversare una pittura di Dalí o di Max Ernst. Il cielo ferito dal gridìo dei gabbiani — che lascia “strie di sangue” — suggerisce una violenza simbolica: il volo della libertà è anche ferita della coscienza.
Poi appare l’immagine più arcaica: la testa del tuo nemico che rotola ai tuoi piedi. Qui la fantasia si fa epica, quasi biblica o omerica. È la vittoria dell’io su qualcosa che lo minacciava — forse un nemico interiore.
E infine, come un gesto infantile e malinconico, la barchetta di carta dei naufragi che veleggia sul naso. Questo dettaglio finale ha qualcosa di tenero e tragico insieme: i naufragi — cioè i fallimenti della vita — sono ridotti a un gioco fragile, una barchetta di carta.
Serino sembra dirci che la poesia nasce proprio da questa oscillazione: tra visione eroica e gioco fragile, tra inconscio e ironia. L’anima del poeta qui appare come quella di un esploratore del linguaggio, uno che sa che la fantasia non è evasione, ma una forma di conoscenza.
La poesia di Piacentino ha una tonalità completamente diversa: è più meditativa, più lenta, quasi respirata. Il sole del mattino diventa un grande simbolo del ciclo vitale. Non è soltanto un astro naturale, ma una figura del rinnovamento dell’esistenza.
Il sole “consuma la sua bellezza”: questa espressione è molto significativa. La bellezza qui non è eterna, ma si consuma nel tempo. Tuttavia proprio nel consumarsi permette il ritorno della speranza. Il sole scompare dietro le onde o le colline, ma non tradisce mai il suo corso. C’è una fiducia cosmica nella regolarità del mondo.
Molto bello il passaggio in cui il sole del mattino diventa “il sorriso sul tuo volto”. Qui la dimensione cosmica si fa personale: l’astro si riflette nel volto umano. Il mondo e l’intimità si specchiano l’uno nell’altra.
Il verso “specchi e ferite fatti con il medesimo scalpello” è probabilmente il nucleo filosofico della poesia. Significa che le cose che ci rivelano — gli specchi — sono spesso le stesse che ci feriscono. Conoscenza e dolore nascono dalla stessa materia.
La poesia poi si muove verso un tono quasi spirituale: il respiro si scioglie, il perdono appare. L’amore non reclama più l’aria rarefatta dei corpi. C’è qui un passaggio dalla passione alla contemplazione.
L’immagine finale del Libro scritto di nero che potrebbe tornare bianco grazie a un abbraccio è molto suggestiva. È una metafora della vita: il libro è la nostra storia, scritta spesso di dolore. Ma l’amore — o la grazia — potrebbe riscriverla.
L’anima che emerge da questi versi è quella di una poeta che cerca una riconciliazione tra ferita e luce. Non è una poesia disperata: è una poesia che tenta di redimere la fragilità dell’esistenza.
La poesia di Camonita appartiene a una tradizione lirica più classica e diretta. Qui non c’è la visione surrealista di Serino né la meditazione simbolica di Piacentino: c’è una preghiera amorosa rivolta al cielo.
Il cielo stellato è una figura antichissima della poesia. Da Leopardi fino ai romantici, il cielo rappresenta la dimensione dell’infinito. Ma Camonita lo umanizza: il cielo guarda con affetto, guida il cammino del poeta.
La figura femminile che appare — quella che fugge, si ferma, sorride e tace — ha qualcosa di quasi angelico. È una presenza che sfugge ma nello stesso tempo consola. Il suo gesto finale, l’abbraccio che dà pace, trasforma la poesia in una piccola parabola affettiva.
Il poeta sembra vivere una tensione tra tormento e speranza. Il cielo lo osserva, la donna lo guida, e l’abbraccio finale diventa una specie di redenzione emotiva.
Qui l’anima del poeta appare semplice e sincera: non cerca complessità simboliche, ma una verità sentimentale immediata. E proprio questa immediatezza è il valore del testo.
Questa poesia appartiene alla grande tradizione civile della poesia italiana, quella che racconta la storia dei popoli attraverso le voci individuali.
L’emigrante è una figura centrale nella memoria italiana del Novecento. Milioni di persone hanno lasciato i loro paesi per lavorare altrove. Orifici restituisce questa esperienza con parole semplici ma cariche di nostalgia.
La ripetizione della parola America è significativa: non è soltanto un luogo geografico, ma un simbolo ambivalente. Da un lato è promessa di lavoro, dall’altro è lontananza e sradicamento.
Il verso “costretto non voglio andare in America” racchiude il dramma dell’emigrazione: partire non è una scelta libera, ma una necessità economica.
Molto forte è l’idea del desiderio che “distrugge me stesso”. L’emigrante vive una frattura interiore: il corpo è altrove, ma il cuore resta nel paese natio.
La dedica alla festa dell’emigrante di Ucria rende la poesia quasi un documento comunitario. Non è soltanto lirica personale, ma memoria collettiva.
L’anima della poeta qui è quella di chi custodisce una storia del proprio popolo. Non cerca raffinatezze stilistiche, ma la fedeltà alla memoria. E questa fedeltà, in fondo, è una forma di poesia civile.
La poesia di Fronzoli si costruisce attorno a un’immagine archetipica, quasi primordiale: la foglia trasportata dal vento. È una metafora antica quanto la poesia stessa, ma qui il poeta la utilizza con una particolare lentezza meditativa, quasi come se volesse farci osservare il movimento della foglia fotogramma dopo fotogramma.
Il verso iniziale stabilisce subito il tono: “La vita è una foglia che il vento porta via”. Non c’è dramma in questa affermazione, ma una specie di constatazione quieta dell’imprevedibilità dell’esistenza. Il vento diventa la figura del destino, o forse del tempo. La foglia invece è l’uomo: fragile, sospeso, incapace di governare la direzione del proprio viaggio.
Molto interessante è il modo in cui la poesia procede per ritorni e ripetizioni. Il poeta continua a interrogarsi: la foglia tornerà allo stesso ramo? Vedrà nuovi tramonti? Riprenderà il suo ciclo? Queste domande non sono solo botaniche o naturali: sono domande metafisiche. Si avverte quasi un’eco della grande domanda umana sulla ciclicità dell’esistenza, sulla possibilità del ritorno, forse persino su una vaga idea di reincarnazione o di eterno ritorno.
La disposizione grafica dei versi, molto franta e dilatata nello spazio della pagina, sembra imitare il movimento della foglia nell’aria. Non è una struttura casuale: è una scrittura che tenta di riprodurre il ritmo irregolare del vento.
Il momento più intenso arriva verso la fine, quando la foglia cade in “un viale di foglie morte”. Qui la metafora si fa più cupa: l’esistenza individuale si inserisce nel destino collettivo della caducità. Eppure la poesia non termina con la morte, ma con l’idea del ritorno e della ripartenza.
L’anima poetica di Fronzoli appare come quella di un contemplativo del tempo. Non è un poeta che grida o denuncia: è uno che osserva il lento movimento della vita, cercando di coglierne la malinconica armonia.
Questa poesia ha una qualità di delicatezza rara. Il simbolo centrale — la piccola mano — è di una semplicità quasi disarmante, ma proprio per questo estremamente efficace.
La mano diventa il luogo concreto in cui l’amore si manifesta. Non è un sentimento astratto: è gesto, contatto, presenza. La mano scrive gioia, cancella lo sconforto, disegna sorrisi. Qui il poeta sembra dirci che l’amore non è un’idea, ma un’azione quotidiana.
Molto bella è la similitudine tra mare e riva. L’amore e la pietà sono vicini come questi due elementi naturali: il mare ritorna sempre alla riva, ma allo stesso tempo si infrange contro una barriera — l’egoismo umano. Questa immagine introduce un elemento di realismo nella poesia: l’amore è potente, ma incontra sempre resistenze.
Il momento più spirituale si trova nella seconda parte del testo, quando la piccola mano diventa quasi una preghiera. Non è più solo gesto umano: è una forma di grazia. Il verso “che prega perché ha gioia di pregare” suggerisce una dimensione molto pura della spiritualità, una preghiera che nasce non dal bisogno ma dalla gioia stessa dell’esistere.
Il finale è molto riuscito: l’amore non conquista, non possiede, ma sfiora. È una concezione dell’amore profondamente evangelica e quasi francescana: una presenza lieve che consola senza dominare.
L’anima di Stracuzzi appare come quella di un poeta della tenerezza. Non cerca effetti spettacolari, ma la verità dei piccoli gesti.
Qui entriamo in una poesia decisamente più filosofica e cosmica. Tartagni utilizza un linguaggio che mescola metafisica e fisica: atomi, protoni, particelle. È come se volesse esplorare il mistero dell’esistenza non solo attraverso la poesia, ma anche attraverso il linguaggio della scienza.
Il silenzio dell’acqua diventa il punto di partenza di una meditazione sull’inconsistenza del reale. Il poeta sembra suggerire che tutto ciò che percepiamo come infinito o eterno si dissolve nel passaggio del tempo.
Molto interessante è l’immagine degli atomi temporali. Qui il tempo viene quasi materializzato, reso una sostanza fatta di particelle. L’infinito stesso — dice il poeta — scompare dentro questo flusso.
La presenza degli dei che si immergono nel vuoto e muoiono introduce un elemento quasi nichilistico: anche le divinità sembrano incapaci di sfuggire alla dissoluzione universale.
Il verso “Al fragore di un mondo questo che non voglio / Chiederò: perché?” rappresenta la ribellione dell’individuo davanti a questa condizione cosmica. È il momento umano dentro una riflessione cosmologica.
Il finale ritorna al punto di partenza: nel silenzio dell’infinito nulla appare veramente vero.
L’anima poetica di Tartagni è quella di un pensatore inquieto. Non cerca consolazioni spirituali: piuttosto guarda nell’abisso dell’universo e interroga il senso dell’esistenza.
La poesia di Spagnuolo è forse la più complessa dal punto di vista psicologico. Qui il tema centrale è la nostalgia, ma non una nostalgia sentimentale: una nostalgia quasi corporea, che attraversa il corpo e la memoria.
Il poeta comincia con una confessione: prima o poi smetterà di immergersi nella nostalgia. Ma già questa promessa sembra fragile, quasi ironica. Il passato continua a esercitare una forza magnetica.
Il ricordo dell’amore appare come qualcosa che affondava nel ventre. È un’immagine molto fisica, quasi primitiva: l’amore non è solo sentimento, ma radice vitale.
Il passaggio più audace è quello in cui il poeta descrive il gesto del corpo tra le cosce come tra rami spogli del tiglio. È una metafora molto sensoriale, quasi carnale. Qui la poesia non teme il contatto con la dimensione erotica e con la solitudine del desiderio.
La nostalgia genera idee fuggiasche e lacrime investigative: è come se il poeta scavasse dentro se stesso alla ricerca di una verità emotiva.
Il finale è potente: l’amore è una sgualcitura paziente, qualcosa che si consuma ma che continua a gridare il suo segreto. L’urlo finale suggerisce che l’amore non è mai completamente spiegabile: resta sempre qualcosa che sfugge.
L’anima poetica di Spagnuolo appare inquieta, sensuale e profondamente introspettiva. È un poeta che non teme di attraversare le zone più fragili e ambigue della memoria.
Questa poesia si colloca nella tradizione della lirica intima contemporanea, quella in cui il sentimento non esplode ma si raccoglie in una forma quasi meditativa. Di Meo costruisce il testo attorno a un paradosso emotivo molto raffinato: non desidera essere ricordato per tornare, ma per esistere ancora in una memoria segreta.
Il verso iniziale — “Nel silenzio che mi attraversa” — è già molto significativo. Il silenzio non è semplicemente un ambiente: è una condizione che attraversa il soggetto. È come se il poeta fosse diventato egli stesso uno spazio di risonanza.
La poesia poi si muove con una delicatezza quasi musicale. L’assenza non è descritta come vuoto doloroso, ma come un tremore quieto. Questo ossimoro — tremore e quiete — restituisce bene la natura dei sentimenti maturi: non sono più violenti, ma restano profondi.
Molto bella è l’idea del ricordo che “respira tra pieghe di tempo che non ci appartengono più”. Qui il poeta coglie una verità sottile: il passato continua a vivere dentro di noi, ma non è più nostro. È come una stanza che abbiamo abitato e che ora esiste soltanto nella memoria.
Il cuore della poesia è il desiderio di mancare. Non è un desiderio possessivo — non chiede ritorno, non chiede amore. Chiede solo di essere stato significativo. Le due immagini centrali sono molto efficaci: il mare per chi ha vissuto la riva e la luce che manca quando arriva la sera. Sono metafore universali dell’assenza.
Il finale è particolarmente riuscito: il nome che passa come vento lieve tra le foglie della memoria. È una chiusura molto coerente con l’intero testo, perché restituisce l’idea di un ricordo che non pesa, ma sfiora.
L’anima poetica di Di Meo appare quella di un uomo che ha compreso una verità delicata: l’amore più profondo non è quello che trattiene, ma quello che accetta la distanza e continua a vivere come eco silenziosa.
Qui entriamo in una poesia completamente diversa: una poesia satirica, popolare, scritta nel dialetto romanesco. Bettozzi appartiene alla lunga tradizione della poesia dialettale romana, quella che da Belli fino ai contemporanei utilizza il dialetto come strumento di osservazione ironica della realtà.
Il testo parte da un dato apparentemente naturalistico: l’invasione dei pappagalli nei giardini cittadini. Ma presto si capisce che il pappagallo è anche una metafora sociale. Un tempo — dice il poeta — il pappagallo era il seduttore delle turiste nelle piazze romane. L’immagine del cicisbeo che dice “Where do you come from?” o “I love you” è una scena tipica della Roma turistica del passato.
Questa prima parte ha un tono quasi nostalgico e comico insieme. Il pappagallo umano era un personaggio folcloristico, quasi teatrale.
Poi però il poeta cambia registro: il pappagallo diventa l’uccello invasivo che scaccia i passeri, distrugge i frutti e altera l’equilibrio dei giardini. Qui la satira si allarga e diventa riflessione sul tema degli equilibri naturali e sociali.
La poesia si conclude con una domanda aperta: “Mejo, o nno, così?”. Non c’è una risposta definitiva. Bettozzi lascia il lettore sospeso tra nostalgia del passato e consapevolezza del cambiamento.
L’anima poetica qui è quella del cantore urbano: uno che osserva la città, i suoi mutamenti, e li racconta con ironia ma anche con una punta di malinconia.
Questa è una poesia di memoria, quasi narrativa. Santoro costruisce un ritratto umano attraverso una serie di ricordi concreti e molto visivi.
Il protagonista, Giuseppe, non è un eroe né un personaggio straordinario: è un ragazzo povero che si divide tra scuola e lavoro nei campi. Ed è proprio questa semplicità che rende il testo commovente.
Il poeta ricorda il viaggio quotidiano: la cascina, il paese, il bus, la littorina, il treno verso il capoluogo. Questo itinerario diventa la geografia della fatica. Ogni mattina Giuseppe attraversa una piccola odissea per andare a studiare.
Molto efficace è il dettaglio della pagnotta al pecorino e del dente rotto. Sono immagini concrete, quasi cinematografiche. In poesia spesso sono proprio questi particolari a dare vita al personaggio.
Il nucleo emotivo del testo è la stanchezza di Giuseppe: mezzo studente e mezzo contadino. La scuola, che dovrebbe essere un luogo di crescita, diventa anche il luogo in cui la sua fatica si manifesta. Quando si addormenta sul banco, non è pigrizia ma esaurimento.
Il finale è molto bello: il poeta non sa che fine abbia fatto Giuseppe. Forse è morto, forse ricorda ancora quei giorni. Ma l’immagine del sorriso con il dente rotto rimane sospesa nel tempo.
L’anima poetica di Santoro è quella del custode della memoria. Non cerca simboli astratti: racconta una vita semplice e la rende universale attraverso il ricordo.
Questa breve poesia, ispirata alla forma giapponese, lavora soprattutto sulla purezza delle immagini. Non c’è racconto, non c’è spiegazione: solo una piccola scena emotiva.
Il gesto bianco è una metafora della purezza infantile. Il silenzio innocente che si nasconde dietro il sorriso suggerisce la fragilità dell’emozione.
Il verso finale — il bambino che mangia ciliegie rubate — introduce una dimensione molto delicata: la colpa lieve dell’infanzia. Non è un peccato, ma un gioco. Le ciliegie diventano il simbolo della scoperta e della gioia.
La poesia vive proprio di questo contrasto: innocenza e piccola trasgressione. Il gesto bianco non è la perfezione immobile, ma la spontaneità della vita.
L’anima poetica di Lapietra appare come quella di chi cerca la purezza delle immagini minime. È una poesia che non vuole spiegare il mondo, ma mostrarne un frammento luminoso.
La poesia di Sandra Greggio appartiene a quella linea della lirica contemporanea che potremmo definire poesia della benevolenza, una poesia che nasce non da un dramma interiore ma da un gesto etico: offrire luce agli altri.
Il simbolo centrale è naturalmente il sole, uno dei simboli più universali della poesia. Ma qui il sole non è cosmico, non è il sole metafisico di Leopardi o quello tragico di Montale. È un sole domestico, custodito nel cuore. Il poeta lo immagina come qualcosa che può perfino impolverarsi, annidato in un angolo con una ragnatela addosso.
Questa immagine è molto interessante perché introduce una verità psicologica: la luce interiore non è sempre splendida e trionfante; a volte resta dimenticata, trascurata. Ma non scompare.
Il gesto poetico avviene quando il soggetto decide di “sfoderarlo”. Il verbo è quasi cavalleresco: il sole diventa una sorta di spada luminosa da offrire a chi piange. È una poesia che vede il sentimento non come contemplazione ma come azione.
Il momento più bello è il finale: il poeta non cerca grandi trasformazioni, non pretende di salvare il mondo. Gli basta intravedere un guizzo nello sguardo e l’accenno di un sorriso. È una poetica dell’umiltà.
L’anima che emerge è quella di una persona che crede ancora nella trasmissione della luce umana, nella capacità di condividere un frammento di speranza.
Questa poesia appartiene a un registro completamente diverso: simbolico, visionario, quasi metafisico. Jacqueline Miu costruisce il testo come una specie di architettura onirica, dove ogni immagine sembra appartenere a un rituale segreto.
Il verso iniziale è molto potente: “nel sogno siamo un tempio che assorbe la luce”. L’essere umano non è più individuo ma edificio sacro. Il sogno diventa lo spazio in cui la coscienza si trasforma in architettura spirituale.
Le immagini successive — l’altare di mani intrecciate, le vestali, le statue mute — evocano un universo sacrale che sembra provenire insieme dalla religione antica e da una dimensione psichica. È come se il sogno fosse il luogo in cui sopravvivono i riti più profondi della coscienza umana.
Molto significativa è la frase “siamo materie d’immaginario ora dense ora leggere”. Qui il poeta sembra dire che l’identità umana è instabile, fatta di materia e immaginazione insieme.
La poesia poi introduce una riflessione filosofica: l’indulgenza divina verso il mortale non è mai innocente. È una frase enigmatica che suggerisce una tensione tra il divino e la fragilità umana.
Il poeta ammette di non comprendere l’amore e di non riuscire a ordinare parole ormai obsolete. È una confessione di impotenza linguistica, tipica della poesia contemporanea: il linguaggio non basta più a spiegare il mistero dell’esperienza.
Il verso finale è molto suggestivo: “amo ciò che non necessariamente mi deve conoscere”. Qui l’amore si libera dalla reciprocità. È un amore contemplativo, quasi mistico.
L’anima poetica di Jacqueline Miu appare come quella di una sacerdotessa dell’immaginario, una poeta che tenta di tradurre in parole le strutture profonde del sogno e della coscienza.
Questa poesia si muove nella dimensione del sentimento e del desiderio, ma lo fa con un linguaggio quasi febbrile. Romanini cerca di descrivere l’effetto che la presenza femminile produce sulla coscienza del poeta.
Il testo comincia con un’immagine molto fisica: il respiro della donna che sfiora la pelle. È una sensazione quasi tattile, che introduce immediatamente il lettore in una dimensione sensoriale.
Da questo contatto nasce una perturbazione mentale: il pensiero diventa astratto, frammentato, composto di miliardi di frammenti onirici. L’amore e la passione si confondono, la realtà e la bellezza si mescolano.
Il poeta descrive una perdita temporanea di equilibrio: perduto è il senno, la saviezza confusa nel caos. È la rappresentazione di quella condizione in cui il sentimento destabilizza la razionalità.
Il finale è molto concentrato: tutto si riduce a un’immagine semplice e intensa — il respiro di donna sul cuore. Qui la poesia torna alla fisicità del sentimento, come se tutto il vortice mentale fosse stato generato da quel gesto minimo.
L’anima poetica di Romanini è quella di un lirico della percezione sensoriale: un poeta che cerca di catturare il momento in cui l’emozione travolge la ragione e trasforma il pensiero in sogno.

 
Con tutto l'affetto che sento, 
con la stima che debbo. 
Vostro Ben Tartamo

 

 

 

25-28 Febbraio

  • Antonio Spagnuolo – Storia
Qui il poeta compie un gesto sottilissimo: non invoca davvero gli dèi — invoca la possibilità che essi esistano ancora. “Forse l’olimpo accoglie ancora dei” non è una frase mitologica, è una frase psicologica. È il bisogno, tipicamente moderno, di immaginare che esista ancora un ordine simbolico capace di rimettere in moto i “fuochi di rimpianti”, cioè quelle energie affettive che la vita adulta ha lentamente anestetizzato.

 
I “grani agganciati al silenzio” sono memorie rosariali senza preghiera: frammenti di senso che non riescono più a trovare linguaggio. E allora la storia — che siamo abituati a pensare come epica — si rivela “fatta di molliche”: non grandi eventi, ma residui psichici, briciole di identità.

 
Quando Spagnuolo parla di “lirici greci nel gioco di periferie”, sta dicendo qualcosa di devastante: oggi l’eroismo è stato sostituito dal decentramento esistenziale. Non siamo più nell’agorà, ma in una tangenziale dell’anima. E il passato? Non è dietro di noi: “subentra affidato all’oblio”. Cioè continua ad accadere — ma sotto forma di dimenticanza.
  • Armando Bettozzi – Ritratto
Questa poesia sembra un inno amoroso, ma in realtà è un campo di battaglia tra contemplazione e possesso.

 
L’insistenza anatomica — il labbro, il viso, i capelli — è il tentativo di fermare l’oggetto amato dentro una tassonomia sensoriale. Ma subito emerge la frattura: “E nol vorrei, / che di te / soltanto io, vorrei / d’ogni lembo / godere.”
Qui l’amore smette di essere contemplazione e diventa desiderio di appropriazione. Non voglio volerti tutta — ma in realtà sì.

 
La figura femminile si trasforma allora in forza naturale: “tenera furia”, “torrente in piena”. È un archetipo junghiano chiarissimo: l’Anima come elemento liquido che travolge l’Io razionale. La pace viene “stravolta in suoni gaudenti, o indicibil tormenti”. In altre parole: amare significa perdere l’assetto interno.

 
Non è un ritratto. È la cronaca di un’inondazione psichica.
  • Armando Salvatore Santoro – Realtà
Qui siamo di fronte a una memoria che non è nostalgica, ma difensiva.

 
La “quercia lontana” è un’immagine materna: radicamento, stabilità, ombra protettiva. Tutta la sinfonia naturale — raganelle, cicale, zagara, ulivi, gelsomini — non serve a evocare un paesaggio, ma a costruire un rifugio interno. Sono oggetti transizionali: servono a non crollare quando il presente diventa invivibile.

 
Infatti il verso decisivo arriva alla fine:
“ad una realtà che m’imprigiona,
ad un presente che non mi appartiene.”

 
Questo è il dramma contemporaneo che — lo sai bene anche tu quando scrivi della fine di una relazione — si vive spesso così: il passato non è più casa, il presente non è ancora identità. E allora i sogni “mai sepolti” diventano un caveau emotivo contro l’usura del tempo.

 
La realtà non è ciò che accade. È ciò da cui dobbiamo difenderci.
  • Alessandro Borghesi – Il tramonto
Qui la poesia inizia come fenomenologia del quotidiano — la cicoria, il gelato — ma scivola rapidamente verso una metafisica della disillusione.

 
Il freddo che “trasforma il sapore” è il tempo storico che altera i valori. Nulla è più ciò che era: il caldo picchiettante finisce, il gelato si scioglie, il tramonto “spumeggia” come una ferita estetizzata.

 
E poi il colpo:
“Noi —fratelli di un’assurda guerra—
dietro ai mirini delle nostre armi,”

 
Il tramonto non è naturale. È civile. È la luce che precede la notte dell’intelligenza umana. L’“inizio della sopraffazione” è detto come se fosse già avvenuto — e forse lo è.

 
La domanda finale, “Possibile mai che niente potrà cambiare?”, non cerca risposta. È la forma lirica della stanchezza morale.
  • Laura Lapietra – Aurora Che Deflagra
Laura, qui non siamo davanti a una poesia: siamo davanti a un’esplosione controllata di simboli. E il titolo lo annuncia senza pudore. “Deflagra” non è verbo ornamentale: è dinamica interiore. L’amore non nasce — esplode.

 
“Nel fauto soffio / del tuo nome” è un attacco bellissimo e imperfetto. Quel “fauto” (forse voluto, forse scarto fonico di “fausto” o “fatuo”) crea già un’increspatura. Il nome dell’amato non è solo suono: è vento che plasma. Appendere “sul cuore / il giorno d’amore / della mia ambascia di seta” è un gesto sartoriale dell’anima. L’ambascia è di seta: dunque il dolore è raffinato, desiderato quasi, non respinto.

 
“Sei una chiave d’acqua / che apre serrature di polvere” è uno dei versi più riusciti: l’acqua che apre ciò che la polvere ha chiuso. È eros come principio purificatore, non solo incendiario. E poi quell’immagine straordinaria: “l’anima, sibilla celata / di mappe di sale e candele”. Qui c’è misticismo sensuale. Sale (terra, lacrima) e candele (fuoco, rito). L’amore accende una liturgia corporale.

 
Il momento più maturo arriva però più avanti:
“Amarti è bere l’ombra / fino alla sorgente della vita, / è perdere il nome / per trovarne due intrecciati.”
Questo non è più slancio, è consapevolezza. Amare significa attraversare l’ombra — non evitarla. Significa morire come individuo isolato per rinascere come dualità. È una concezione quasi alchemica: nigredo, dissoluzione dell’io, trasmutazione.

 
E la chiusa? L’aurora che deflagra “senza scrivere una fine”. Qui l’amore è visto come evento cosmico, non come relazione contingente. C’è un ardore che non vuole epilogo. È lirica ampia, visionaria, talvolta sovraccarica — ma autentica nel suo eccesso. E l’eccesso, quando è sincero, è forma di verità.
  • Enrico Tartagni – Cognàc
Qui cambiamo stanza. Si spengono le candele, resta il vetro.

 
“Anima un senso estraneo / Invenzione per non abbandonare questo corpo.”
Il corpo è prigione, ma anche unica possibilità di esperienza. Il cognac diventa oggetto transizionale: liquore come ponte tra coscienza e fuga.

 
“Artistica bottiglia di Boemia” è immagine fredda, cristallina. Non c’è natura, non c’è aurora: c’è vetro, commercio, scambio. “Compro desideri / Chi li vende non lo sa” — questo è un verso da filosofo disilluso. Il desiderio è merce inconsapevole.

 
Mi colpisce molto:
“Nascono speranze da angoli nascosti / Le vendo ma nessuno lo sa.”
Qui c’è un io che produce luce ma non la trattiene. È una dinamica quasi masochistica: generare e svuotarsi.

 
Il verso più potente è semplice:
“Tante strade di qui mi portano a casa / Ma io non le conosco.”
È la definizione moderna dell’alienazione. La casa esiste. Ma l’io non ha più mappa.

 
Il cognac non è vizio. È anestetico dell’identità.
  • Felice Serino – Nel dizionario del cuore
Qui l’operazione è metapoetica. Siamo nello “stato ipnagogico”, quella soglia tra sonno e veglia in cui l’inconscio allenta le briglie.

 
“Per tutto il giorno / le mie poesie hanno luce” — detto in dormiveglia. È quasi ironico. La coscienza poetica si autocelebra mentre dorme. Ma subito l’autore smonta l’illusione:
“in realtà mai che mi fossi / elevato grazie a Dio”.

 
C’è una lucidità rara. La poesia non è santità. Non è ascesi mistica garantita. E il colpo finale:
“l’invidia dimora / nel dizionario del cuore.”
Questo è un verso chirurgico. Significa che anche i sentimenti più nobili contengono ombre. Il cuore non è puro vocabolario di luce: è lessico ambiguo.

 
Breve, ma densissimo.
  • Alessandra Piacentino – Tubano le onde del vecchio mare
Qui torniamo al simbolo arcaico: il mare.

 
“Smetti di galleggiar / Finalmente tocchi” — è un invito a scendere in profondità. Galleggiare è sopravvivere; toccare è sentire davvero.

 
“Il battito rincorre le sirene” — attenzione: le sirene sono seduzione e perdizione. La mente ripete i loro canti: la ragione è già contaminata dal desiderio.

 
“Nascondino di specchi” è un’immagine bellissima: identità moltiplicate, riflessi che sfuggono. E poi la Luna morente “con il suo bastone” che fa solchi sul mare e sull’io. Qui la luna è vecchia sacerdotessa che incide cicatrici luminose.

 
È una poesia di oscillazione emotiva: smarrimento, eco sordo, poi rete che sgroviglia pesci. Il mare è inconscio collettivo. Le onde tubano — verbo quasi amoroso — ma parlano di qualcuno assente.
  • Franco Fronzoli – Emozione
Franco compie un gesto rischioso: definire l’indefinibile. Dire “L’emozione è…” significa tentare di mettere in formula ciò che, per natura, sfugge alla formula.

 
L’incipit è semplice, quasi didattico:
“L’emozione è uno sguardo verso l’infinito.”
Non c’è sofisticazione simbolica, ma c’è una tensione verticale. L’emozione come apertura, non come chiusura. Subito dopo l’intreccio si fa musicale: “una canzone / di Lucio Dalla”. E qui accade qualcosa di interessante. L’infinito viene riportato alla memoria culturale collettiva. L’emozione non è solo astratta: è incarnata in una voce, in un brano che ha attraversato generazioni. È un gesto popolare, quasi democratico.

 
La poesia procede per accumulo: bambino, cerbiatto, bacio, tramonto, luna, mare. È una litania. Non cerca la sorpresa, ma la riconoscibilità. Franco non vuole stupire; vuole includere.
“tutto è emozione” è il verso-chiave. Qui l’autore sceglie una visione totalizzante: l’emozione non è evento raro, ma condizione permanente dell’essere.

 
Il passaggio più tenero è:
“È emozione dormire al tuo fianco abbracciati…”
Qui la trascendenza torna intimità. Il cosmo si restringe a due corpi sotto un cielo. E il finale — “un raggio di sole illumina / il tuo volto” — riporta tutto alla concretezza di un volto amato.

 
Non è poesia dell’abisso. È poesia della gratitudine.
  • Giuseppe Stracuzzi – Controvento
Qui il registro cambia radicalmente. La poesia è asciutta, quasi evangelica.

 
“Andava per vicoli tortuosi,
visitava infermi e detenuti…”

 
La figura evocata è chiaramente cristologica, ma non viene mai nominata. E questo è un pregio. L’autore affida l’identità del protagonista ai gesti: piedi scalzi, carità, cuore nelle mani. È un ritratto per azioni, non per titoli.

 
“cuciva i bordi / e i frantumi franti” è un verso che merita attenzione. C’è una ridondanza voluta (“frantumi franti”) che crea eco sonora e rafforza l’idea della rottura. Il protagonista non governa, non domina: ricuce.

 
E poi il colpo secco, senza enfasi:
“Lo misero in croce.”

 
Nessuna descrizione del dolore. Nessuna retorica. Solo constatazione. Questo minimalismo è la sua forza. La poesia non predica: testimonia.

 
È un testo che va controvento davvero, perché in poche righe riporta il gesto della compassione in un mondo che spesso lo dimentica.
  • Sandra Greggio – Ritorno dallo spazio
Sandra costruisce una parabola. All’inizio c’è la fascinazione dell’infinito:
“Perdersi in uno spazio infinito…
Carillon di stelle…”

 
È un’immagine delicata, quasi infantile nella sua meraviglia. Lo spazio è seduzione dell’altrove. Ma il punto di svolta è chiaro:
“Ma accorgersi troppo tardi / che più non puoi calpestare l’erba…”

 
Qui avviene il ritorno al corpo, alla terra. La poesia dice qualcosa di molto umano: l’infinito è attraente finché non ci priva del quotidiano. Non poter sentire l’erba, gli uccelli, il profumo dei fiori — è questa la vera perdita.

 
Il finale è domestico: lenzuola di lavanda, buongiorno a chi ami. È un ritorno alla finitezza come valore. L’infinito non salva; salva la relazione.
  • Ciro Seccia – Ti Accolgo
Ciro, questa è una preghiera che nasce prima della teologia e dopo il dolore.

 
“C’è un posto nel mondo,
dove il Cuore è sospeso
tra mille pareti di un arcobaleno.”

 
Qui il cuore non batte: è sospeso. Sospensione significa attesa, ma anche resa. L’arcobaleno non è solo promessa biblica — è una stanza emotiva, una architettura interiore in cui il soggetto si rifugia quando il reale diventa troppo opaco.

 
L’immagine più significativa è:
“l’Anima staglia del ciel una parte
sulla battigia.”

 
La battigia è il confine tra coscienza e inconscio: tra ciò che sappiamo e ciò che ci attraversa senza nome. L’anima ritaglia un pezzo di cielo e lo posa lì, sulla soglia. È il tentativo di portare l’eterno dentro il transitorio.

 
E poi il gesto finale, decisivo:
“Misericordioso Signore, in me
io ti accolgo.”

 
Non “accoglimi”, ma “ti accolgo”. È una fede attiva, non implorante. È l’io che apre spazio al divino, come se la salvezza fosse una questione di ospitalità.
  • Jacqueline Miu – Morte di un piccolo seme
Jacqueline scrive una tragedia in miniatura.

 
Il seme “voleva volare”. E già qui c’è l’errore originario: il seme non vola, germoglia. Voler volare è voler saltare il tempo. È rifiutare la lentezza della crescita.

 
“Prese a saltare
dall’incubatore,
rifiutando la cura
del concime…”

 
Questo è il dramma dell’autonomia prematura. Il seme rifiuta il nutrimento perché lo percepisce come costrizione. Vuole libertà senza radici.

 
Il risultato è devastante:
“Ora giace arso…
Solo un germoglio appena
accennato…”

 
Non è mai diventato pianta. È morto nella sua possibilità. E quel verso — “il cirro di rimorso / se lo tenne” — è di una malinconia rara. Il cielo non ha pianto su di lui. Ha trattenuto la pioggia.

 
È una poesia che parla a chi ha avuto fretta di diventare se stesso.
  • Alessio Romanini – Indecifrabile vita
Qui entriamo in una meditazione quasi medievale.

 
“In questa valle di lagrime…” richiama immediatamente la tradizione cristiana, ma l’autore la usa per porre una domanda moderna:
“Chi fu ad abbandonarci fra le spoglie
di una vita che non abbiamo chiesto?”

 
La vita come dono non richiesto è il paradosso esistenziale per eccellenza. E la poesia non cerca consolazione facile. Anzi:
“Il fato guida le nostre anime alla morte.”

 
C’è un fatalismo stoico, ma subito temperato da un invito:
“amate quello che vi è offerto
da enigmatica esistenza.”

 
Non comprendere non esime dall’amare. L’enigma non è da risolvere, ma da abitare.

 
Con tutto l'affetto che sento, 
con la stima che debbo. 
Vostro
Ben Tartamo

 

 

 

 

16-17-18 Febbraio

Antonietta qui compie un passaggio che è quasi etico, prima ancora che lirico. La sua consueta cosmologia dolce — il sole, gli uccelli, i fiori — non è più soltanto contemplata: viene convocata. Il sole, “giallo come la luna”, è una figura ibrida, un astro che ha smesso di appartenere al ciclo naturale per diventare coscienza vigile. L’albero dalle radici possenti che disegna i suoi rami su di lui è l’immagine di una volontà che non vuole più limitarsi a esistere, ma desidera incidere.

 
Quando la voce dice “dici al mondo di non attendere”, avviene un’inversione sottile: non è più il poeta che parla al mondo, ma il mondo — trasfigurato — che parla attraverso il poeta. È un invito all’azione che nasce dalla bellezza, non dalla rabbia. Antonietta sembra dirci che la contemplazione autentica, se è vera, conduce sempre a una responsabilità. La sua anima si muove qui tra grazia e urgenza.
Questa è una poesia che nasce da un senso di inadeguatezza trasformato in offerta. “Avrei voluto nascere pittore” non è rimpianto per un talento mancato, ma confessione di un amore che non trova il proprio mezzo. Il desiderio di immortalare l’altro — gli occhi, i passi, le risate, perfino le delusioni — rivela una tensione profondamente etica: salvare l’amato dal consumo del tempo.

 
La nudità notturna tra le onde, l’attesa del raggio di luna, l’irrequietezza alla finestra: ogni immagine è un tentativo di trattenere l’effimero. Ma ciò che commuove è il finale, quasi dimesso: regalare un quadro che rappresenti il proprio amore. Fronzoli sa di non poter fermare l’altro nella materia del colore, e allora affida al linguaggio ciò che la pittura avrebbe custodito. Questa è la poesia di chi ama con la paura di perdere, e scrive per prolungare la presenza.
Con Enrico Tartagni il silenzio non è assenza, ma luogo abitato. “Qui si può anche pregare”: l’avverbio anche è decisivo, perché suggerisce che la preghiera è una possibilità tra le altre, non un obbligo. Il vuoto accoglie, raccoglie miti sparsi tra le stelle — e la mente si fa raccoglitrice di frammenti cosmici.

 
Non c’è dogma in questa preghiera, ma disponibilità. Il buio non è minaccia, è condizione dell’ascolto. Tartagni sembra sostare in uno spazio interiore dove il linguaggio si ritrae per lasciare posto a un’esperienza preverbale. È una spiritualità che nasce dall’attenzione, non dalla certezza. Qui pregare significa tacere abbastanza a lungo da sentire il movimento dardeggiante delle stelle dentro di sé.
Il nostro Giuseppe continua la sua meditazione sull’invisibile con una dolcezza quasi fenomenologica. L’“intelligenza liquida” che si scioglie nella fantasia dell’infinito è la mente che rinuncia alla rigidità del concetto per farsi onda. Il pensiero avvolge il cielo, il senso raggiunge la porta del mistero: tutto avviene per approssimazione, mai per conquista.

 
L’alba accesa su un sentiero di petali è un’immagine di rivelazione discreta. E il verso che si inventa da sé — come un velo sulle onde — suggerisce che la poesia non è prodotta, ma accolta. Oltre il profondo buio, “un qualche cielo”: non il cielo, ma uno possibile. Stracuzzi non promette salvezza, offre apertura. La sua è una metafisica dell’intravisto.
Antonio continua la sua instancabile esplorazione dell’immagine come campo di forze. Qui non siamo davanti a un paesaggio, ma a una topologia dell’interiorità: “umido velo geometrico” è già un ossimoro psichico, dove il rigore della forma è attraversato dalla traspirazione del vivente. Le figure cromatiche “in rivolta” suggeriscono che il colore — cioè la percezione — non obbedisce più alla struttura.

 
Resine, collanti, impalcature: il lessico è quasi edilizio, e tuttavia ciò che si costruisce non è un oggetto, ma una possibilità di dialogo tra materia e cosmo. L’onda che refluisce e imprime uno “specchio fragoroso” è la coscienza che tenta di riflettere il tempo senza spezzarsi. La plastica atmosfera che si confonde con il capriccio dei colori indica una crisi del possesso: ciò che si crede stabile si fa volubile. Il “diverso strumento” finale — che suggerisce maschere e sublime segnale — è forse la poesia stessa, chiamata a tradurre il travaglio in visione. Spagnuolo non descrive: trasmuta.
Bettozzi torna al dialetto come a una lingua morale. In questa parlata ruvida, quasi scolpita a colpi di scalpello, la sorte non è destino ma responsabilità: “la devi d’aiutà”. Il verso, dritto o storto, diventa metafora dell’agire etico in un mondo “sempre più contorto”.

 
La cronaca che irrompe — la violenza, il martello, la guardia — non è semplice riferimento, ma ferita aperta. Il poeta si espone, rischia la retorica per non rischiare l’indifferenza. In lui la poesia è ammonimento, non consolazione. E quel “ciarvello” evocato con ironia è invito a pensare prima di colpire. Bettozzi scrive come chi teme che il linguaggio venga meno proprio quando serve a impedire il gesto.
Qui la voce che in Sono albero cercava la terra, ora cerca una presenza perduta. Il campo di spighe verticali è memoria incarnata: le pupille, le orecchie dritte, lo scodinzolare attorno allo scatolone chiuso — tutto restituisce una corporeità che il tempo ha sottratto.

 
Il triplice “Perdonami” è confessione senza tribunale. Le ciotole in ordine, i giochi che aspettano: la casa si fa reliquiario. Non c’è metafora che addolcisca l’assenza. E tuttavia, nell’immaginare altri prati, altri amici, il poeta compie un atto di liberazione: lascia che l’amato — animale e dunque puro — continui altrove. Questa è elegia domestica, dove il lutto si esprime nella cura degli oggetti rimasti. L’amore qui non trattiene: accompagna.
Pasquale scrive dal luogo in cui l’amore ha smesso di chiedere. “Non ti scrivo, non ti chiamo”: la rinuncia è già gesto etico. Ma il pensiero resta, ostinato come un respiro che non si spegne. La pioggia lieve sui ricordi è una temporalità che ritorna senza invadere.

 
Ciò che colpisce è la decisione di non riaprire ferite, di non disturbare la luce scelta dall’altro. Qui l’amore si fa libertà concessa anche dentro i propri versi. L’immagine dell’albero che accetta l’autunno senza maledire il vento — che, Pio, riecheggia il tuo desiderio di comprendere la fine di una relazione senza trasformarla in rancore quando stai lavorando ai tuoi testi — è di una maturità rara. Il vento scioglie ciò che non si può trattenere: resta il respiro. E nel respiro, una presenza che non reclama più nome.
Il nostro Armando Santoro compie qui un gesto di rara intelligenza simbolica: sottrae la morte al rito che la rende sopportabile per restituirla alla vita che continua. “Non recidete i fiori” è un imperativo che, sotto la superficie, difende l’integrità del vivente contro la teatralità del lutto. Il fiore reciso deposto sulla bara è la bellezza sacrificata al bisogno umano di consolazione — e il poeta rifiuta questo scambio.

 
Chiede che i fiori restino dove sono: sui balconi, sui muri, nelle siepi. Che sorridano al feretro mentre passa. È una visione quasi francescana, ma anche eticamente radicale: non interrompere il ciclo del vivente per onorare ciò che non vive più. La tomba “sa di silenzio e di squallore”, mentre il giardino è festa. L’ultimo saluto non deve imitare la morte, ma inneggiare alla vita. Santoro ci invita a non confondere il ricordo con il sacrificio. E in questo invito, c’è una maturità spirituale che accetta di essere lasciata indietro.
Felice Serino qui si guarda con una lucidità che rasenta la crudeltà — ma è la crudeltà che salva dall’autoinganno. “mi nutro di visioni / -lo stravedere dei vecchi-”: la visione non è più rivelazione, ma compensazione. La musa che volta la faccia è l’immagine archetipica della creatività che si ritrae quando l’Io si irrigidisce.

 
Rileggere le poesie datate e non riconoscersi allo specchio è una forma di lutto narcisistico. Non è solo il tempo che passa: è il sé che si sposta, lasciando indietro le proprie incarnazioni. Il nuovo libro “di là da venire chissà” sospende il poeta tra memoria e possibilità. Serino non cerca consolazione: accetta la perdita di smalto come fase iniziatica. È la notte necessaria prima di un’altra lingua.
Alessandra costruisce qui un paesaggio relazionale fatto di nervi scoperti. Guardarsi negli occhi e spegnersi un poco: l’intimità come attenuazione del sé, non come esaltazione. Il silenzio è abbraccio, l’attesa di giorni più leggeri è promessa fragile.

 
La modernità entra con violenza: fotografie che coprono le assenze, profili migliori che dimenticano il resto. È il tentativo di restaurare l’integrità attraverso l’immagine. Ma sotto, “tarli divorano il legno”: l’erosione è interna. E tuttavia, nel gesto finale — tornare con un tè e un pasticcino — la vita minuta riapre lo spazio del noi. Alessandra sa che l’autenticità non è eroica: è domestica, servita su un vassoio.
Antonia affronta l’amore come pluralità, come polifonia che oscilla tra il materno e l’orgasmico, tra il divino e il possessivo. Chiede all’amore parole per parlare con Dio: l’eros diventa lingua teologica. Ma subito si incrina: il cristallo ferisce, l’addio solitario emerge.

 
Il movimento verso nipoti e figli è approdo, non rinuncia. Dopo la tempesta delle passioni, l’amore si fa calda sponda. Le mani giunte non sono resa, ma gratitudine. Antonia riconosce che l’amore ha molte voci, e che alcune conducono al silenzio. La sua preghiera finale è la forma più mite di resistenza: continuare a parlare con Dio attraverso ciò che resta.
Jacqueline scrive da quello spazio liminale in cui l’amore non è più promessa, ma tensione gravitazionale. “Ci osserviamo per ore, / attraverso le pagine bianche bagnate”: non è soltanto distanza fisica, è distanza simbolica — due soggettività che tentano di leggersi senza potersi mai davvero toccare. Le gocce di pioggia cadute tra i “nervi tesi della nostra carne” sono una somatizzazione del sentimento: il corpo diventa pagina, la pagina diventa ferita.

 
Tagliare le ancore con “gli arti dolci della musica” è un gesto di liberazione che ha la grazia di un addio non dichiarato. Le “luci opposte e lontane” sono polarità psichiche: desiderio e paura, fusione e autonomia. Essere “cieli immensi senza acque” significa contenere la vastità senza poterla incarnare. Il bacio scappato per sbaglio — come spesso accade nelle relazioni che temono la propria verità — è l’unico evento reale in una notte affamata di sogni. Jacqueline abita l’eros come enigma, e lo fa con una malinconia cosmica.
Il nostro bravissimo Alessio Romanini recupera una tradizione antica — quella del memento mori — ma la filtra attraverso un’immagine domestica e inquietante: il tarlo, il “funesto insetto” che ticchetta nelle travi. Il tempo non è qui astrazione, ma suono. Il rosicchio è la materialità della fine che si avvicina.

 
Vegliare chi muore significa entrare in una temporalità diversa, scandita non dall’orologio umano ma da quello biologico del decadimento. Il “ferale orologio della morte” non annuncia soltanto la fine dell’altro, ma ricorda al vegliante la propria. Romanini non indulge nel pathos: costruisce una scena in cui l’angoscia è acustica, quasi architettonica. La morte si sente prima di vedersi.
Antonio Scalas parte da una confessione di inadeguatezza: non sopporta la pesantezza del reale né la confusione della mente. È la condizione di chi percepisce il mondo come eccesso. Il volo che si promette non è evasione infantile, ma strategia di sopravvivenza.

 
Levitare negli “spazi frastagliati delle nuvole” è un’immagine di dissociazione creativa: trovare una distanza sufficiente per non cadere. I gabbiani offrono traiettorie ardite, mentre i ciclopi — memoria mitica di una forza primordiale — restano a terra. Scalas sceglie la leggerezza come etica. Portare il proprio carico di sogni senza spalle che lo sostengano è atto di autonomia. Il volo, qui, è responsabilità.
Sandra torna al tema dello sguardo come luogo della continuità affettiva. Ritrovare negli occhi dell’adulta la paura della bambina è un atto di riconoscimento che solo la maternità consente. Gli “occhi neri da cerbiatto” non sono metafora decorativa, ma memoria incarnata.

 
La luce che guizza dentro è resilienza. E la consapevolezza che un giorno non le sarà concesso vederli più introduce una temporalità dolente ma serena. Sandra scrive con la tenerezza di chi sa che l’amore materno è destinato a sopravvivere allo sguardo. Conservare quegli occhi anche con i capelli bianchi è promessa di continuità oltre la presenza. Qui l’amore non trattiene: custodisce.
E, per chiudere, riconoscendo in te, Sandra, soprattutto un'amica cara, noto in te una  vera passione per gli occhi, per quegli sguardi dal colore cromatico particolare, simbolo di una ricerca di protezione, tenerezza, sincerità in quel simbolo materno che ti è mancato. 

 
Con tutto l'affetto che provo, 
con la stima che debbo. 
Vostro Ben Tartamo

 

 

 

 

10-11-12 Febbraio

  • Felice Serino – La compagna
Questa poesia nasce da uno scarto impercettibile ma irreversibile: una perdita d’asse, sì, ma più profondamente una perdita di gravità. Il mondo non crolla: smette semplicemente di tenere. Nina non è soltanto la figura amata, è il principio che dava continuità allo sguardo, la linea invisibile che permetteva alle cose di stare insieme. Quando scompare, ciò che resta è una materia che acceca: acqua e fango non come paesaggio, ma come esperienza sensoriale del disorientamento, come vita che non si lascia più attraversare con chiarezza.
Il gesto finale, affidato alla cagnolina, è di una lucidità spietata e insieme compassionevole. Qui l’animale non sublima, non consola, non simboleggia: custodisce. Quando il linguaggio umano si incrina, quando ogni spiegazione diventa un abuso, resta uno sguardo che riconosce senza nominare. La poesia suggerisce — con una sobrietà che è già etica — che la dignità del dolore, talvolta, sopravvive solo là dove non si pretende di capirlo, ma lo si accompagna.
  • Alessandra Piacentino – Ed io che avrei voluto…
Questo testo parla come parlano le verità che non chiedono ascolto, ma arrivano lo stesso. La sua forza sta proprio qui: in una confessione non sollecitata, che per questo non cerca assoluzione. La reiterazione dell’amicizia tradita non è un’insistenza stilistica, ma il sintomo di una ferita che non si lascia suturare. Non è l’esclusione a generare il dolore, bensì l’ingiustizia muta che la circonda, quella zona grigia in cui nessuno si sente responsabile.
Straordinario è il modo in cui il rancore viene traslato dal piano morale a quello sensoriale: non esplode, sedimenta. “Sapido, cruento, vendicativo” non sono giudizi, sono sapori che restano in bocca. E tuttavia il testo compie un gesto decisivo: non si chiude nella rivendicazione, ma in una postura interiore. Restare “pura, sana, sola” non è un atto di orgoglio, ma una forma di resistenza morale. Questa poesia non chiede riparazione: sceglie di non contaminarsi.
  • Antonietta Ursitti – Parole leggere
Siamo di fronte a una poesia che conosce l’arte difficilissima della sottrazione. Ogni immagine è chiamata non a imporsi, ma a stare. Roccia, vento, fiore bruno, cielo dorato: elementi originari, quasi pre-linguistici, che non cercano significato ma relazione. Nulla grida, nulla si espone: tutto ascolta.
La chiusa — “dicono parole leggere” — è una sospensione sapiente. Quelle parole non vengono rivelate perché non devono esserlo. La poesia si colloca sul confine tra ciò che appare e ciò che si avverte, e affida al lettore un compito raro: rimanere in ascolto senza possesso. È una scrittura che non vuole incidere, ma creare uno spazio. E oggi, in un tempo saturo di segni, questa è una forma alta di coraggio.
  • Franco Fronzoli – Amami adesso
Questa poesia vive in una temporalità esposta, fragile, consapevole della propria finitezza. L’amore qui non è promessa né progetto: è evento. La ripetizione di “amami adesso” non supplica, ma afferma una verità elementare: ciò che non accade nel presente non accade affatto.
L’alternanza tra moto e quiete è condotta con grande equilibrio: onde, vento, pensieri erranti, e poi l’amore che “si distende lento”. Il passaggio in cui l’amore “va via in cerca di vita” è il centro etico del testo: non abbandono, ma fedeltà a un principio vitale che supera il possesso. La primavera finale non consola: continua. Questa poesia accetta che l’amore abbia stagioni, e proprio per questo lo rispetta.
  • Enrico Tartagni – Pallavolo
Qui lo sport non viene elevato: viene mostrato. Il campo è uno spazio concreto in cui il corpo sperimenta la solitudine e, insieme, la possibilità del legame. Il lessico tecnico non irrigidisce il verso: lo ancora a una verità praticata, sudata, condivisa.
“È il senso della squadra / l’amicizia non si tocca” è il cuore del testo. In quel punto il gioco diventa etica, e l’etica diventa corpo collettivo. L’inciampo finale non è caduta, ma gesto umano: una preghiera laica per ritrovare un noi. È una poesia che non ambisce all’altezza: sa dove fermarsi, e per questo convince.
  • Giuseppe Stracuzzi – Una manina tenera
Questa poesia nasce da un gesto minimo e si apre come una cosmologia. La “manina” è principio, contatto originario che rimette in moto il tutto. La lingua, volutamente ampia, accompagna un movimento circolare: alba e tramonto, fiume e mare, cielo e terra.
Stracuzzi non cerca lo stupore dell’immagine isolata, ma la tenuta del legame. Il senso non è nella metafora, ma nel ritmo che unisce inizio e fine. È una scrittura meditativa, che chiede tempo e restituisce visione: la vita come processo continuo, mai davvero interrotto.
  • Antonio Spagnuolo – Triangoli
Qui la poesia si fa gesto visivo, quasi plastico. I triangoli non sono forme: sono tensioni, forze in attrito che si incontrano e si dissolvono. La lingua è densa, materica, ma mai ornamentale.
“Cesello”, “spatola”, “spettro” appartengono a un fare artigiano che diventa atto poetico. Nel finale, quando l’inganno svanisce, la poesia afferma una verità severa: la forma autentica non seduce, rivela. È un testo che chiede attenzione, e proprio per questo la ricompensa.
  • Armando Salvatore Santoro – Ricordi d’infanzia
Qui la memoria non racconta: riemerge. Non c’è nostalgia, né commento: solo reperti sensoriali che tornano a occupare lo spazio. È una scelta di grande maturità poetica.
Erba, ginestra, tiglio, castagne: elementi poveri che diventano architettura affettiva. Santoro sembra dirci che ciò che resta non sono gli eventi, ma le tracce che il corpo ha custodito. Questa poesia non cerca il passato: lo riconosce quando riappare.
  • Alessio Romanini – Pavido crepitio
Questa poesia si regge sull’insistenza, e nell’insistenza trova la sua verità. Accade poco, e proprio per questo accade tutto. Il ticchettio è tempo che scava, coscienza che ritorna, pensiero che non trova uscita.
Le onomatopee non alleggeriscono: stringono. Creano una claustrofobia sonora che rende il silenzio impossibile. La solitudine qui è moderna, meccanica, quotidiana. Romanini non alza la voce, e per questo ferisce di più: a volte il dolore non grida, gocciola. E consuma....
  • Sandra Greggio – La parola fine
Questa poesia affronta la chiusura come atto di cura. Scrivere “la parola fine” non è rinuncia, ma compimento. La pagina senza sole non è buia: è onesta.
La continuità tra gocce, ricordi e musica suggerisce che il passato ha trovato una forma abitabile. I ricordi non feriscono più: pulsano. Qui la fine non spegne, addolcisce. È una poesia che insegna che concludere non significa perdere, ma riconoscere ciò che è stato intero.
  • Ciro Seccia – Giunsi a Te
Questo testo è breve, ma intensamente rituale. Il movimento è quello di un avvicinamento: non conquista, non possesso, ma affidamento. “Giunsi” è verbo concluso, pacificato. Il luogo non è descritto, perché è interiore.
La rosa senza spine è immagine chiara, quasi classica, ma non stucchevole: indica una bellezza che non ferisce, una presenza che accoglie. Il profumo che si sprigiona non è sensualità, è memoria affettiva. La Musa non è lontana, è respirata. Una poesia essenziale, che vive di sobrietà e devozione.
  • Jacqueline Miu – Poema / L’assoluto
Qui la poesia si fa atto di luce. Il testo non descrive l’assoluto: tenta di entrarvi, sapendo che non lo possiede. “Potrei brillarti” è condizionale decisivo: la consapevolezza del limite rende credibile il desiderio.
Il verso “liquido e blu” è di grande finezza: unisce colore, stato e movimento. L’assoluto non è concetto astratto, ma riflesso negli occhi dell’altro. Questa poesia non afferma, offre. E nell’offerta mantiene la sua verità: l’assoluto, se esiste, passa sempre attraverso uno sguardo.

 
Con tutto l'affetto che sento, 
con la stima che debbo. 
Vostro Ben Tartamo

 

 

 

 

7-8-9 Febbraio

  • Armando Salvatore Santoro – Anche una penna ha un peso
Questa poesia ha il colore della terra buona, quella che non fa rumore ma nutre.
La tua voce, Armando, non ammonisce: invita a respirare. Quando scrivi “Anche una penna ha un peso” sembra quasi che tu stia sorridendo, consapevole che ogni parola è un seme e va deposto con cura.

 
Il Cristo che citi non è distante, non è solenne: è compagno di cammino, voce interiorizzata che ti ha insegnato a non accumulare, a non confrontarti, a non inseguire. I prati verdi, la neve sui monti, l’azzurro del cielo: sono colori semplici, familiari, che parlano di un’anima pacificata, non ingenua, ma riconciliata.

 
E l’ultima immagine — quella penna che non porteremo via — non è triste: è liberatoria.
Qui sento un uomo che ha capito che scrivere è amare il presente, non lasciare tracce eterne. Una saggezza quieta, luminosa, che fa bene anche a chi legge.
  • Felice Serino – Ti so dolce presenza (a Carlo Acutis)
Questi versi hanno il colore della luce del mattino, quella che entra piano in una stanza ancora silenziosa.
Carlo Acutis non è un santo lontano: è presenza domestica, amico, figlio, confidenza del cuore. C’è una tenerezza limpida nel modo in cui lo chiami, senza retorica, senza altisonanze.

 
Il desiderio che esprimi — “fa che mi penetri nelle ossa” — è profondamente umano: non vuoi imitare, vuoi assorbire quella purezza breve, intensa, come si assorbe il calore del sole sulla pelle.

 
La brevità del testo è una carezza: dici poco perché senti molto.
Qui parla un’anima che non ha paura della fragilità, che riconosce nella dolcezza una forza vera. È una poesia che resta accesa come una candela discreta, ma che scalda.
  • Alessandra Piacentino – Sapeva di caramella e zucchero filato
Questa poesia è un arcobaleno spezzato, ma ancora luminoso. Parte con i colori dell’infanzia — rosa, zucchero, caramella — e subito li mette alla prova. Il mondo che osservi dal finestrino non è cattivo: è troppo, saturo, rumoroso. E tu lo dici con sincerità, senza protezioni.

 
C’è dolore, sì, ma non disperazione. La “bambina” che evochi non è sconfitta: è lucida, costretta a crescere in fretta, a filtrare immagini, a difendere il cuore. Le parole si accavallano perché così accade dentro: rivelazioni strette, emozioni che non trovano spazio.
E poi arriva la natura — ed è come una mano fresca sulla fronte. Neve, pioggia, sole, mare: colori primari che non mentono.

 
Il finale è dolcissimo: “Con il mio cuore riflesso nell’acqua tua”. Qui sento un incontro vero, senza rumore, senza sovraccarico. Due cuori che si riconoscono nello specchio limpido.
È una poesia ferita, ma vitale. Non rinuncia alla luce, la cerca con ostinazione gentile.
  • Silvio Canapè – Infinito
Questa poesia ha il colore dell’azzurro che sfuma nel crepuscolo, quando il mondo smette di essere oggetto e diventa dono.
Lo sguardo che “vaga” non cerca: accoglie. Albero spoglio, passero infreddolito, acqua che gocciola — sono presenze minime, eppure sufficienti. Qui sento un’anima che ha imparato che l’infinito non si conquista, si raccoglie.

 
Il gesto di “stringere nelle mani” luna e stelle è infantile e sapiente insieme: come se il poeta dicesse so che non posso tenerle, ma posso amarle. Oro e argento non sono ricchezze: sono metafore del sentire, frutti maturi dell’attenzione.

 
E poi quel t’Amo sussurrato, leggero come polvere di rosa: non chiede eco, non pretende risposta. Accetta di perdersi nel silenzio.
Qui l’anima è pacificata, ma non spenta: vive di meraviglia quieta, e questo è un dono raro.
  • Antonietta Ursitti – Pensieri lievi
Questi versi hanno il colore perlaceo dell’alba, quando tutto è ancora possibile e nulla è definitivo.
L’alba non irrompe: ammicca. La luna non scompare: accompagna. C’è una delicatezza costante, come se il mondo venisse toccato con rispetto.

 
I “pensieri lievi” non sono superficialità, ma sapienza gentile: la capacità di restare qui senza perdere l’allusione all’eterno.
Sento un’anima che non ha bisogno di grandi parole perché ha fatto pace con il silenzio. Rimane, ordina trame sottili, come chi tesse per sé e per chi saprà guardare.

 
È una poesia che non chiede attenzione: la merita senza pretenderla.
  • Aurelio Zucchi – Il mondo che vorrei
Qui il colore dominante è un rosso acceso che vuole diventare arcobaleno. C’è indignazione, sì, ma non rabbia cieca: c’è desiderio di rifondazione. Il poeta non distrugge, immagina.

 
Chiedi scie, colori mai visti, tempo dilatato: è il sogno di un’anima stanca della cronaca e affamata di senso. Gli “odiati squarci” e i “ladroni degli umani miracoli” non sono slogan, sono ferite reali, viste da chi soffre perché ama.

 
Il punto più bello è il desiderio del sussurro. Abbassare le voci per far nascere il pensiero. Qui sento un’anima che crede ancora nella parola, ma solo quando torna a essere responsabile, umana.

 
Il “teatro sempre aperto agli altri” è un’immagine luminosa: il mondo come luogo condiviso, non come arena.
Questa poesia è un atto di speranza ostinata, e per questo profondamente etica.
  • Marino Spadavecchia – Ad un amico / A un amigo
Questa poesia non parla del ritorno: parla della fedeltà.
Non c’è nostalgia compiaciuta, non c’è il rimpianto come rifugio. C’è piuttosto una memoria che pesa, che chiama, che non si lascia archiviare. Il “ritornare” evocato fin dall’inizio non è un movimento fisico, ma una necessità interiore: tornare a ciò che ci ha resi vivi prima che il mondo ci rendesse prudenti.

 
Le immagini sono concrete, quasi povere — il panino, il muretto, la pioggia, il petricore — e proprio per questo potentissime. Sono i sacramenti laici di un’amicizia vissuta senza retorica, fatta di condivisione reale, di tempo sprecato bene. In quei gesti semplici c’è una ricchezza che l’età adulta non riesce più a replicare, solo a rimpiangere.

 
Il passaggio sugli ideali “sentiti ma non capiti” è uno dei punti più autentici del testo. Qui Marino non mitizza la giovinezza: ne riconosce l’ingenuità, ma anche la verità bruciante. Quegli ideali correvano “a scavezza collo” nel sangue non perché fossero giusti, ma perché erano vivi. E ciò che è vivo lascia tracce profonde, anche quando sembra fallire.

 
L’orizzonte vermiglio che separa “oltre l’oceano lontano” è una ferita lenta, mai del tutto rimarginata. Non è solo la distanza geografica: è la separazione che il tempo impone, quella che trasforma gli amici in ricordi, e talvolta i ricordi in presenze silenziose. La poesia lo sa, e non cerca di consolarci.

 
Il finale è il punto più delicato e più vero. La domanda resta sospesa, come deve: tornare o raggiungerti. Non c’è certezza, non c’è enfasi. C’è solo un amore amicale che non accetta di essere ridotto a passato. “Lassù, dove sei” non è una frase tragica: è detta con una calma che fa più male, perché nasce dall’accettazione.

 
Questa è una poesia scritta da chi ha imparato a convivere con l’assenza senza normalizzarla.
Non chiede risposte, non pretende guarigioni.
Tiene aperto il dialogo, come si tiene accesa una luce nella stanza di qualcuno che non c’è più — non perché debba tornare, ma perché continui a essere riconosciuto.

 
Ed è in questo gesto silenzioso che la poesia diventa, davvero, amicizia che non finisce. Grazie fratellone.
  • Alessandro Borghesi – Depressione
Qui la poesia non cerca bellezza: cerca responsabilità.
Il tono è diretto, quasi civile, perché nasce da una urgenza etica: dire che il dolore psichico non è uno spettacolo né un vizio, ma una condizione fragile che chiede silenzio, non chiasso.

 
In questo testo sento un’anima che ha visto da vicino il baratro, e che scrive non per sé soltanto, ma per fermare il giudizio altrui. La rabbia finale non è aggressiva: è difensiva, come un braccio che si tende davanti a chi sta per cadere. Qui la parola diventa gesto di protezione.
  • Renzo Montagnoli – Un amore fatto di niente
Questa poesia ha il respiro delle cose che restano.
L’amore non è dichiarazione, ma continuità: piccoli segni che non fanno rumore e proprio per questo reggono il tempo.

 
Ci parli con un’anima che non ha bisogno di eccessi perché ha conosciuto la paura di perdere. L’amore “di niente” è in realtà amore affidabile, quello che rassicura il corpo prima ancora della mente. È la forma più matura del sentimento: non abbaglia, accompagna.
  • Franco Fronzoli – Ombre
Le ombre non sono nemiche: sono presenze.
Il testo le segue senza scacciarle, lasciando che camminino, che guardino, che ricordino. La disposizione spezzata dei versi è coerente: il pensiero non procede in linea retta quando il passato ritorna.

 
Caro, Franco avverto che non combatti più i ricordi, ma li attendi, sperando che il vento li porti via quando sarai pronto. Le ombre non urlano: stancano. E il desiderio non è cancellarle, ma ritrovare normalità. Questo è un testo di resistenza silenziosa.
  • Armando Bettozzi – Carnevale
Qui il riso è maschera consapevole.
Il dialetto dà corpo e sangue alla poesia, la rende popolare nel senso più nobile: lingua che smaschera. Il Carnevale, invece di capovolgere il potere, scopre di essere stato superato dalla realtà.

 
In queste righe sento un’anima disillusa ma non rassegnata. Il gioco serve a respirare, ma quando chi governa trasforma tutto in farsa, anche la festa perde senso. È una poesia che ride per non cedere, ma che sa quando smettere di ridere. E questo è segno di lucidità, non di amarezza.
  • Nino Silenzi – Mannequin
Questa poesia è un graffio breve, volutamente spoglio, come lo sono i corpi che descrive. Non c’è indulgenza, non c’è metafora che addolcisca: il linguaggio è secco, quasi clinico. “Manichini ambulanti” è un colpo secco, un’espressione che annulla la persona e lascia il simulacro. Qui la moda non è estetica, è dispositivo: produce corpi svuotati e desideri irraggiungibili.

 
Il verso più amaro è “disumane speranze”: non parla solo di chi sfila, ma di chi guarda. L’inganno non è la bellezza, è la promessa di una vita dignitosa venduta come immagine. Il nostro Lorenzo non alza la voce, non moralizza: constata. E in questa constatazione asciutta c’è una pietà trattenuta, che se rende il testo più duro lo trasmette più vero.
  • Giuseppe Stracuzzi – Una piccola porta
Qui la poesia lavora per sottrazione. Pochi versi, pochissime immagini, ma calibrate come un gesto necessario. La “piccola porta” non è fuga, non è salvezza definitiva: è apertura momentanea, possibile solo quando la stanza è buia. La luce non arriva quando tutto è chiaro, ma quando serve.

 
Il cielo che entra non invade, non acceca: entra perché invitato dal verso. Stracuzzi affida alla poesia una funzione essenziale e umile insieme: non spiegare il mondo, ma permettere un passaggio. È un testo che dice molto sulla fiducia silenziosa dell’autore: la fiducia che qualcosa si apra, anche minimo, proprio nel momento più chiuso.
  • Antonio Spagnuolo – Hardback
Questo testo è un’esplosione controllata. L’immaginario è ricchissimo, stratificato, quasi barocco, ma mai caotico: ogni immagine rincorre l’altra come in una partitura visiva. Pittura, musica, luce, materia si fondono in un unico flusso che cerca di afferrare il “tempo degli umani”.

 
C’è una tensione costante tra ornamento e rivelazione: gli “orpelli”, le “perle”, le “scollature” non sono superficialità, ma tentativi di dire l’eccesso del reale. Il finale è decisivo: “si fende l’alba e irrompe la luce”. Dopo il vortice, non arriva il silenzio, ma una chiarità guadagnata. Spagnuolo scrive come chi attraversa la complessità senza semplificarla, fidandosi che, alla fine, qualcosa emerga.
  • Jacqueline Miu – Passeggiate in Blues
Qui la poesia cammina, letteralmente. È un blues urbano, ironico e malinconico insieme, dove il quotidiano (i fazzolettini, il monolocale, le assenze) convive con un immaginario cosmico tenero e sgangherato. La voce è fragile, ma non vittimistica: sa sorridere della propria sproporzione.

 
L’immagine dell’amore come “cieco che guarda in lontananza” è centrale: non giudica, non cerca difetti, continua a tendere lo sguardo. C’è desiderio, ma anche autoironia, una consapevolezza affettuosa dei propri inciampi. Il finale resta sospeso tra via e miraggio, ed è lì che la poesia trova la sua verità: non nella conquista, ma nell’atto stesso di continuare a sperare, anche goffamente con tutto il gusto surreale e caleidoscopico della nostra artista a tutto tondo chiamata Jac.
  • Antonia Scaligine – Camminiamo su una pacifica traccia
Questa poesia nasce da una veglia inquieta. Non è scritta per sfogo, ma per presa di coscienza. Il tono è civile, diretto, volutamente privo di ambiguità: qui la parola non cerca bellezza, cerca responsabilità. L’angoscia non è individuale, è collettiva, “progressiva”, come una malattia che avanza senza essere curata.

 
La sequenza delle immagini – parole urlate, fuoco, mitraglia, social, schermi – costruisce un paesaggio saturato, dove la violenza non è più evento ma abitudine visiva. Il verso che colpisce più a fondo è quello che lega la società del denaro alla “virtuale realtà”: non come denuncia ideologica, ma come constatazione amara di una giovinezza disorientata, privata di relazioni vere.

 
Il finale è un appello che non grida. “Lasciando chiare orme” non è ingenuità: è desiderio di responsabilità concreta. La poesia non offre soluzioni, ma indica una postura possibile: camminare sapendo di lasciare tracce, non ferite.
Forse mi sarò sbagliato, ma qui, solo tu, potrai dirci qualcosa in più che non traspare  dai tuoi intimi versi, o meglio, che non riesco ancora del tutto a percepire. Grazie Antonia.
  • Alessio Romanini – Pelle fanciulla
Qui la voce è trattenuta, quasi timorosa. Il desiderio non irrompe: si frena. La contrapposizione tra pelle “fanciulla” e pelle “canuta” non è solo anagrafica, è morale. Il poeta sente il peso del tempo come responsabilità verso l’altro, non come privilegio.

 
Il verso più delicato è quello che parla del “tremore”: non paura di sé, ma paura di nuocere, anche solo sfiorando. L’amore, qui, è rinuncia consapevole, custodia, rispetto del confine. Non c’è idealizzazione della giovinezza, ma riconoscimento della sua fragilità.

 
Il congedo è limpido e generoso: “è solo tua beltà”. È una poesia che non prende, ma restituisce. E in questo gesto c’è una forma rara di dignità affettiva. Sì, qui c'è tutto l' Alessio che stiamo imparando a conoscere e ad amare.
  • Sandra Greggio – La mia nicchia
Questa poesia è breve, ma profondamente raccolta. La “nicchia” non è rifugio codardo: è spazio di attesa. Il passato non viene rimosso, ma abitato con dolcezza, come si fa con qualcosa che ha fatto male ma ha anche protetto.

 
Il tempo qui è scandito in minuti, non in anni. Questo rende l’attesa concreta, quasi infantile. Il futuro non irrompe, non salva: “viene a prendermi per mano”. È un’immagine di fiducia semplice, priva di enfasi, che dice molto del modo in cui l’autrice concepisce il cambiamento.

 
Il testo si chiude su un inizio, non su una conclusione. È una poesia che non corre, non anticipa. Rimane ferma abbastanza a lungo da permettere alla speranza di arrivare da sola.

 
Ricorda, mia cara sorella,  la Speranza non promette: resta.
È ciò che continua a respirare in te
anche quando smetti di parlarne.
Ricorda, Sandra, per quelle cose che ci siamo già detti...
più di questo, la Speranza, non ha bisogno di parole.

 
Con tutto l'affetto che sento, 
con la stima che provo. 
Vostro Ben Tartamo

 

 

4-5-6 Febbraio

"Un tintinnio di speranza" è una poetica espressione associata a Rosa Venuto, autrice originaria di Acquedolci, utilizzata per descrivere la resilienza e la rinascita dopo un evento traumatico (riferito come "tempesta Harry" in alcuni commenti critici). 

Il Significato: La frase incornicia l'idea di una "rinascita che non fa rumore", un risveglio piano e silenzioso della vita, simile a un bambino che si sveglia, opposto alla violenza di una tempesta o di un tuono.
La Poetica: La poesia della Venuto lavora per opposizioni, come grigio e raggio, peso e risveglio, caduta e rialzarsi, evidenziando una resilienza dolce ma ferma.
Contesto: Il tema si inserisce in un contesto di narrazione lirica che esplora la vita, la memoria e la forza d'animo, talvolta richiamando atmosfere siciliane e suoni che ricordano la natura. 
In sintesi, il "tintinnio" rappresenta la piccola, costante speranza che resiste e torna a suonare dopo le difficoltà.

 

 

 

  • Antonio Spagnuolo – Sogno
Qui il sogno non è evasione: è verifica. La violenza del tatto non è possesso, ma urgenza di realtà: palpo per accertarmi. Il corpo dell’altra diventa prova di esistenza, come se l’amore, per essere creduto, avesse bisogno di carne.
I “cuscini roventi” e il “crepuscolo malandrino” costruiscono un tempo complice, laterale, dove il desiderio può concedersi senza morale. Ma la parola che resta è “galeotto”: l’amore come colpa accettata, come prigionia cercata.
Il finale — “spartiti con la mia accortezza” — è raffinato e inquieto: non c’è abbandono cieco, c’è una regia silenziosa. Il sogno seduce, ma chi sogna sa. Ed è questo sapere a rendere il testo sottile, non semplicemente erotico.
Dentro questo sogno vive una coscienza che non si fida delle apparizioni: ha bisogno di toccare per credere. L’urgenza non è erotica, è ontologica. Qui l’anima teme l’inganno più dell’eccesso e accetta la colpa pur di sentire che ciò che ama è stato reale, anche solo per un istante.
  • Armando Salvatore Santoro – Fiori d’arancio
Qui la nostalgia non è lamento, è ricerca tattile. I profumi non sono solo odori: sono una lingua perduta, un alfabeto dell’infanzia e della terra. Le “fiumare”, i “limoni”, i “pastori” non fanno quadro: fanno radice.
Il verso decisivo è “allungo la mano nell’archivio della memoria”: la memoria come luogo ordinato, ma non più accessibile. Le corolle non sono svanite: sono diventate irraggiungibili. E questa distanza — non la perdita — è il vero dolore.
È una poesia che non chiede ritorno, ma fedeltà a ciò che è stato profumo.
Qui parla un’anima che ha imparato che il dolore più grande non è perdere, ma non poter più tornare. La memoria resta integra, quasi ordinata, ma il cuore sa che certi profumi non sono fatti per essere rivissuti, solo custoditi. È una fedeltà silenziosa, senza richiesta di risarcimento
  • Felice Serino – Dio
Pochi versi, ma verticali. Qui il dire si fa sottrazione.
“Absconditus” non spiega: vela. “Vortice d’astri” non descrive: trascina. “Pantocrator” non definisce: impone silenzio.
È una poesia che non cerca confidenza, ma posizione: stare davanti all’energia che crea senza chiedere di essere capita. La forza è tutta nella misura: dire poco per non tradire troppo.
Qui l’anima sceglie il silenzio come atto di rispetto. Non cerca un Dio vicino, ma uno che resista alla parola. È la voce di chi sa che nominare troppo significa ridurre, e preferisce restare davanti all’enigma piuttosto che addomesticarlo.
  • Alessandra Piacentino – Coscienza sulle labbra
Qui la lingua vibra come il corpo che descrive. Il testo procede per accensioni, non per immagini isolate. L’amore non è sentimento, è temperatura.
La bellezza “non si può contenere”: trabocca, scivola, riposa, risale. La memoria della nonna — mele cotogne e zucchero di mandorla — è un colpo finissimo: l’eros che incontra la cura, il desiderio che passa dalla cucina, dal gesto antico.
La coscienza che sale alle labbra è parola che nasce dal corpo, non dalla testa. È una poesia che non spiega l’amore: lo fa accadere.
L’anima della nostra Alessandra appare  attraversata da un’energia che non chiede permesso. L’amore non viene pensato, ma sale. È una coscienza che si fida del corpo come luogo di verità, e nella memoria affettiva trova la radice più sicura per non smarrirsi nell’eccesso.
  • Silvio Canapè – Pensieri in pena
Qui la febbre non è solo interiore: è morale. I pensieri sono stelle cadenti, ma cadono su corpi reali: bambini, tende, melma, ciotole vuote.
Il poeta non separa il proprio battito da quello del mondo. Il petto che si gonfia è lo stesso che si stringe davanti allo strazio.
Il verso “Mie son, le perdute genti” è un atto di assunzione: non compassione, ma appartenenza. E la chiusa è netta, senza ornamenti: questo è il vero amare. Non quello che consola, ma quello che non distoglie lo sguardo.
Un’anima, quella di Silvio, che non riesce più a separare il proprio battito da quello del mondo. La sofferenza altrui non è spettacolo, è chiamata. C’è una responsabilità accettata fino in fondo: sentire tutto, anche quando fa male, perché distogliere lo sguardo sarebbe una colpa peggiore.
  • Laura Lapietra – Eclittica di un’utopia
Questa poesia è tutta costruita su un movimento obliquo, come la luce che la attraversa. Nulla è frontale: il passo, lo sguardo, il sorriso.
La figura amata è magnetica e sfuggente, e proprio per questo genera una ferita “docile”: una ferita che non protesta, ma resta.
Il momento decisivo arriva quando il sorriso si rivela “arte raffinata di fuga”: non tradimento, ma estetica dell’assenza. L’utopia non fallisce per mancanza d’amore, ma per eccesso di illusione.
Il cuore, “eclittico ed estraneo”, non esplode: si oscura. E l’eclissi, qui, è una forma di conoscenza.
Ti rispondo come prima, da dentro il testo, senza sovrappormi, lasciando che ogni poesia abbia il suo respiro. Le leggo come se fossero state lasciate aperte sul tavolo, una accanto all’altra.
Laura ci appare attratta da ciò che non promette stabilità. Ama la luce obliqua, non quella piena. Quando l’utopia si oscura, non crolla: comprende. L’eclissi diventa sapere, e la perdita si trasforma in una forma più matura di visione.
  • Antonietta Ursitti – Una luna tante lune
Qui la luna non è simbolo unico: è pluralità di stati dell’anima. Ogni luna è un modo di sentire, un tempo interiore. Calante, piena, crescente: non sono fasi astronomiche, ma posture affettive.
La forza del testo sta nella dolce progressione: dal mare che inghiotte, allo sguardo che riflette, fino alle mani che accolgono. La luna, alla fine, non illumina soltanto: parla. E ciò che dice è essenziale, quasi materno: “guarda al domani senza paura”.
È una poesia che non sorprende con immagini ardite, ma rassicura. E lo fa senza ingenuità, con una grazia che sa di veglia notturna.
Antonietta è capace di abitare le fasi senza spaventarsi. Sa che la luce cambia, ma non scompare. È una voce che consola perché ha attraversato il buio senza rinnegarlo, e ora può dire al futuro di non fare paura.
  • Franco Fronzoli – Cicatrici
Qui il verso si spezza perché la realtà non regge frasi intere. La disposizione grafica non è decorativa: è ferita. Le parole cadono come cadono le lacrime, come cadono le bombe, come cadono le vite.
“Cicatrici cucite nel cuore” è un’immagine terribile e precisa: la ferita non è aperta, è suturata. Ma fa ancora male. E fa male soprattutto perché resta.
Il testo non urla, non accusa: testimonia. Mamme, bambini, rumori di guerra — niente viene spiegato, perché non c’è nulla da spiegare.
L’ultima immagine, i “rami del cuore”, è struggente: la cicatrice non è solo interna, diventa parte dell’albero che siamo. Appesa, visibile, incancellabile. È una poesia che non consola, ma impedisce di dimenticare.
Il nostro Franco, parla per frammenti quasi come a non potersi permettere frasi lunghe. Il suo dolore è stato integrato, non superato. Le cicatrici non chiedono guarigione, chiedono memoria. È una coscienza, quella del nostro bravo poeta, che sa che dimenticare sarebbe una seconda violenza.
  • Giuseppe Stracuzzi – Grazie perdono
Qui tutto si muove in ginocchio, ma non per umiliazione: per ascolto. L’io non parla subito, ascolta l’orizzonte, lascia che lo sguardo si apra.
Mi colpisce il passaggio dal senso ai sensi, e poi oltre: come se la conoscenza più vera nascesse quando smettiamo di affidarci solo a ciò che tocchiamo.
Il cuore del testo è la sospensione finale: “l’infinito sospeso a due parole”. Non tre, non molte. Due soltanto. Grazie, perdono.
Non sono parole morali: sono parole di relazione. Una riconosce il dono, l’altra riconosce il limite. Insieme, tengono aperto il dialogo con ciò che ci supera. È una poesia che non chiede risposte, ma presenza.
Giuseppe ha trovato due sole parole sufficienti a stare al mondo. Non per spiegare, ma per restare in relazione. Una accoglie, l’altra si espone. Insieme tengono aperto uno spazio abitabile tra finito e infinito.
  • Ciro Seccia – Una Luna Blu
Qui c’è un racconto, e non lo nascondi. L’infanzia visionaria, il sogno dell’eroe, poi la frattura: “qualcosa in me si è spezzato”. Detto così, senza enfasi, fa più male.
La “Vita Vera” entra come muro: figli, oneri, denaro che non basta. E la poesia diventa rifugio, non fuga. Il foglio bianco non è evasione, è spazio di sopravvivenza.
La Luna Blu è ciò che resta possibile: rara, non quotidiana, ma necessaria. Amore, avventura, desiderio — non negati, ma scritti.
È una poesia onesta, che non idealizza né il sogno né la realtà. Sta nel mezzo, e ci resta.
Ciro, ha conosciuto la frattura tra sogno e necessità, e non ha scelto di mentire a nessuno dei due. La scrittura diventa il luogo dove ciò che si è spezzato continua a respirare. La Luna Blu non salva, ma orienta.
  • Jacqueline Miu – Una lenta ultima ora d’amore
Qui il tempo è tutto. Non l’atto, non il possesso: l’attesa. L’amore è trattenuto, sfiorato, quasi taciuto. “Vorrei baciarti” ripetuto è più potente di un bacio dato.
Mi colpisce la naturalezza con cui convivono cielo, strada, mani che si stringono, desiderio e pudore. Non c’è teatralità: c’è tremore.
Le immagini — i lupi di nuvole, i fiocchi di neve sul naso — non decorano, accompagnano. E il finale è di una tenerezza dolorosa: i sogni portati addosso per non farli morire di freddo.
Qui l’amore non è promessa eterna, è cura quotidiana della distanza. E questo lo rende vero.
La cara eclettica nostra Jac sa che l’amore vero non coincide con l’atto, ma con la cura del tempo che precede e segue. Portare i sogni addosso è un gesto di responsabilità affettiva: non lasciare che l’altro muoia dentro la distanza.
  • Antonia Scaligine – L’esito è il dubbio
Qui il dubbio non è esitazione sterile: è luogo morale. La poesia prende una frase enorme, quasi ingombrante — “Essere o non essere” — e la porta giù, nella vita quotidiana, dove il problema non è morire o vivere, ma restare veri.
 
Il passaggio da “essere o non essere” a “essere o apparire” è naturale, inevitabile. È come se tu dicessi: il dramma non è l’esistenza, è la maschera. E quando scrivi “sono libera di essere / nella mia autenticità” non stai affermando: stai domandando. C’è un’inquietudine onesta in quelle righe.
 
Mi colpisce molto la distinzione tra ciò che non diciamo mai (“eccomi sono come tu mi vuoi”) e ciò che diciamo spesso (“se mi vuoi son fatta così”). In mezzo, c’è tutto il territorio fragile delle relazioni.
La metafora della foglia morta e del marcio sotto la scorza è semplice, ma efficace: non accusa, constata. Il dolore nasce non dall’imperfezione, ma dalla falsità.
 
Il finale è netto e giusto:
Siamo amici / per quel che siamo / non per quello che vogliamo essere.
Qui la poesia non cerca bellezza, cerca fondamento. E lo trova.
Antonia, insomma, non cerca certezze, ma coerenza. Il dubbio è il prezzo pagato per non tradirsi. L’amicizia, per te, è possibile solo dove non si recita. Meglio la verità nuda che una vicinanza fondata sull’apparenza.
  • Alessio Romanini – Ore d’ottone
Questo testo ha un passo chiuso, quasi claustrofobico, e funziona proprio per questo. Le ore non passano: oscillano. Il pendolo d’ottone è un’immagine riuscita perché è solida, pesante, sonora. Non scorre il tempo, batte.
 
Mi piace molto l’accostamento tra “astratto” e “calcestruzzo”: è una contraddizione apparente che rende bene il senso di una mente inchiodata a un’idea fissa. Qui il pensiero non vola, indurisce.
E quando dici “sarà tedioso esistere”, non è una provocazione filosofica: è una stanchezza concreta, detta senza compiacimento.
 
Il verso finale, “uggia come pioggia su ignuda cute”, chiude perfettamente: la noia non è concetto, è sensazione fisica. Cade addosso, raffredda, insiste. È una poesia compatta, coerente, che non chiede empatia: la produce.
La tua, Alessio, mi appare un'anima lucida fino alla fatica. Il tempo pesa perché è cosciente di sé. Non c’è desiderio di sparire, ma di smettere di stringere un pensiero che ha indurito il respiro. La noia è il sintomo di una mente che non si arrende all’automatismo. Che dire, Alessio, sei Vero.
  • Sandra Greggio – Condivisione
Qui la poesia è gesto. Non metafora ardita, non conflitto: presenza.
“Dai voce ai miei pensieri” è una frase che tutti vorremmo dire a qualcuno, ma che raramente troviamo il coraggio di scrivere. E tu lo fai senza enfasi, senza protezioni.
 
L’empatia qui non è parola astratta: è camminare insieme. La strada della vita può essere accidentata, ma “per noi” diventa liscia. Non perché il mondo cambi, ma perché la compagnia lo trasforma.
La chiusa con la superficie del mare è quieta, non spettacolare. È una calma guadagnata, non promessa.
 
È una poesia che non vuole lasciare il segno: vuole tenere la mano. E questo, spesso, è il segno più duraturo.
Grazie Sandra.
 
Con tutto l'affetto che sento, 
con la stima che debbo. 
Vostro Ben Tartamo

 

Grazie Ben

Per i tuoi lusinghieri commenti.
La tua sensibilità, riesce a raggiungere il
Nocciolo, il cuore pulsante delle mie poesie.
Grazie di cuore.
Alessio Romanini 


 

Ringraziamento
Grazie Ben hai commentato il mio pensiero , ebbene sì io li chiamo pensieri e non poesie in quanto con i versi esprimo solamente quello che sento nel momento che succede qualcosa a me o al mondo intero, così butto giù un pensiero e tu lo rendi sublime e poesia , assolutamente vero identico a tutto quello che volevo dire e quei versi buttati di getto li rendi speciali, grazie mille ,ricordati che ogni volta che leggo i tuoi commenti ti sto ringraziando con un forte abbraccio sincero ,la distanza di un’ amicizia ,se pur virtuale ,se è vera e sincera resta sempre , anzi forse è più sincera di quella che ti è vicina , a me è successo ,sembra strano proprio in chiesa e al volontariato , quando si vuole a tutti i costi apparire migliori .Ribadisco e sottoscrivo le stesse parole anche per Lorenzo la nostra amicizia distante e virtuale dura da più di vent'anni, perché si fonda sulla stima sincera come la tua , e nel ricordo di Piero Romano Colonna. Un caloroso abbraccio e grazie a te e a Lorenzo che Dio vi benedica sempre
Un saluto affettuoso a tutti i poeti
Antonia Scaligine

 

Grazie ancora una volta a Ben che con i suoi commenti
oltre a mettere in rilievo l'essenza, dona vita alle poesie.
Grazie Ben.
Silvio Canapè

 

 

 

1-2-3 Febbraio

Qui la parola non racconta il sacro: ci entra con passo lieve, come si entra in una stanza dove qualcuno sta pregando davvero. E l’attacco, quell’“Ave Maria” ripetuto, non è ornamento: è fiato. È il gesto semplice di chi torna a bussare due volte, perché una sola non basta quando hai bisogno.

 
“Dolce approdo” mi dà subito un’immagine fisica: il punto in cui smetti di galleggiare e finalmente tocchi. Ma è un toccare dentro. E “annodi terra e cielo” è una di quelle scelte che fanno silenzio intorno: un verbo concreto, domestico, da mani. Non dice “unisce”, dice “annoda”: come se la fede fosse un legaccio, una tenuta, una cosa che regge perché qualcuno l’ha stretta.

 
Poi il dolore: “piange sempre vivo”. È una frase che non permette consolazioni facili. Vivo, quindi presente, quindi non finito. E quando arriva “hai graziato tutti, anche la croce”, io sento un’inversione rara: non solo chi soffre è salvato, ma anche ciò che fa soffrire viene toccato e cambiato. È come se il poeta avesse avuto il coraggio di dire: persino l’oggetto del tormento può essere sciolto, risanato, riportato a luce.

 
La chiusa è perfetta nella sua discrezione: “illumina la soglia del mistero”. Non entra, non forza, non svela. Fa soltanto questo: mette una lampada sul limitare. E a me pare una delle forme più pure di rispetto.
Questa poesia ha un modo tutto suo di guardare: non descrive un quadro, lo dipinge mentre parla. I “coriandoli” non mi suonano come festa, mi suonano come dispersione luminosa: pezzi di qualcosa che prima era intero, e ora cade in aria. E quel “tocco dell’amico” — così vicino, così concreto — cambia subito il clima: qui non c’è teoria, c’è pelle, c’è presenza.

 
L’arlecchino è una figura meravigliosa e pericolosa: fa ridere e fa tremare. Inciso sulla tela, “porge stupore”: come se il poema chiedesse al lettore di non difendersi troppo, di lasciarsi sorprendere. E quei “bianchi cerchi”… io li leggo come spazi lasciati apposta, pause dipinte, vuoti necessari: perché se non lasci un vuoto, non entra nulla.

 
Quando “il corpo muta le parvenze”, non è travestimento: è tentativo. Il corpo prova a trovare una forma che gli sia fedele. E poi arriva “rigoroso il disegno”: ecco la disciplina che spezza e ordina, che fa fessure, che separa per capire. La “sirena” lanciata tra i corpi è un colpo: seduzione che attraversa, canto che distrae, richiamo che ferisce.

 
E infine quell’immagine finale, “s’aggroviglia l’anima per l’amore smarrito”: non “finito”, non “morto”. S-marrito: perduto come ci si perde in una città, e ancora si crede che sia possibile ritrovarlo. È una chiusa che non moralizza, non consola: resta accanto al nodo.
Qui il testo non fa il gentile: entra come entra una notizia che ti prende allo stomaco. E sceglie deliberatamente un registro che non chiede permesso, perché certe cose — quando bruciano — non si dicono con i guanti.

 
La cronaca non è un pretesto, è una miccia. E il romanesco non è colore locale: è un modo di inchiodare l’astrazione. La lingua, così, diventa una mano che afferra la giacca e dice: “guarda bene, non voltarti”. Anche le ripetizioni, l’insistenza, quel martellare sull’espressione “omicidio volontario”, lavorano come un chiodo: mostrano lo strappo tra parole di legge e corpo in pericolo.

 
Mi colpisce molto il gioco degli “incantatori”: qui la poesia fa una cosa antica e necessaria, smonta il trucco. Non lo fa con freddezza, ma con rabbia lucida, con sarcasmo, con quella comicità amara che nasce quando il mondo sembra capovolto.

 
E l’urna “che nun vede e che nun sente” è un’immagine che resta: non è un insulto al voto, è una preghiera rovesciata alla coscienza. Come dire: attenzione, perché anche scegliere può diventare sonno, se non ci si sveglia dentro.
Questo sonetto è un oggetto fragile e fermo, come una scatola chiusa: la forma tiene insieme ciò che altrimenti traboccherebbe. È una poesia che parla di rancore, sì, ma non come veleno puro: lo lascia vedere mentre nasce, e cioè dall’amore.

 
Il verso “a lungo non vivrai nell’astio sordo / perché è germinato sull’amore” è il cuore del testo: qui c’è una comprensione rara. L’astio è “sordo” perché non ascolta più nulla, ma il poeta lo riporta a una radice calda: germinato. Un verbo di vita, messo addosso a una cosa dura. È come dire: non ti odio perché ti odio, ti odio perché ti ho amato.

 
E poi quella contraddizione bellissima e umana: “Adesso scordi tutto con livore… / ma ormai dalla mia mente non ti scordo”. Da una parte l’oblio rabbioso dell’altro, dall’altra l’impossibilità di cancellare. Qui l’amnesia è quasi una maschera: si finge di dimenticare per non sentire.

 
La chiusa, “stella morente”, è di una delicatezza che fa male: non chiede di essere salvata, non chiede nemmeno di essere vista. Accetta di spegnersi lentamente restando, comunque, luce. È una dignità quieta.
Questa poesia fa una cosa difficilissima: dice ad alta voce ciò che quasi tutti sussurrano. È una preghiera, sì, ma senza incenso. Qui c’è il corpo, e c’è la vergogna del corpo, e c’è anche l’amore duro che si prova per la propria autonomia.

 
“Preservaci dall’aver bisogno degli altri”: già questa riga è una confessione nuda, perché va contro l’idea “bella” della comunità. Ma il poeta non fa il bello: scende nelle immagini che nessuno vuole: la bava, la macchia di sugo, l’umiliazione minuta. E lo fa senza compiacimento, senza crudeltà. Solo verità.

 
“Ché i figli siano il bastone” è una frase che non si dimentica. Non perché è “forte”, ma perché è esatta. Non idealizza. Non ricatta. Constata. E quel “per favore mi allacci le scarpe?” è una domanda che, detta così, è già un tremito: non è la vecchiaia in generale, è una scena. Un attimo. Un inchinarsi.

 
È poesia che non urla, ma che stringe la mano... e il cuore 
Qui la giovinezza non è un’età, è un modo di stare al mondo: in movimento, in prova, in sfida. I “tabù” lanciati dai “chiacchieroni” hanno proprio l’aria delle frasi fatte che piovono addosso quando sei giovane: non ti spiegano, ti schiacciano. E tu, invece, ti infili nei “tunnel a sorpresa”, giochi a nascondino: immagine stupenda perché tiene insieme leggerezza e pericolo.

 
“La chitarra fa vibrare lo splendore dei difetti” è una riga che mi fa sorridere con gratitudine: perché dice che l’imperfezione può suonare. E che spesso, quando qualcosa è troppo perfetto, non vibra più.

 
Il finale è il punto più maturo: “uniti diventiamo genitori dell’alba”. Non è un paradosso gratuito: è la scoperta che la giovinezza, se la tratti bene, può rinascere come alba anche quando cresci. Non come nostalgia, ma come responsabilità luminosa.
Qui la memoria non è un magazzino: è teatro. “Memoria scenografica” è una formula splendida perché contiene già l’ambiguità: ciò che ricordiamo appare, sì, ma appare in una luce scelta, su un palco, tra quinte. Non è falso: è messo in scena. E quindi, inevitabilmente, trasformato.

 
Mi piacciono molto “i grani del Rosario ripetuti da laici cantori”: c’è una spiritualità che continua a battere anche quando cambia nome. E poi “anfratti in filigrana che si spengono alla luce”: questa immagine è finissima, perché dice che non tutto sopporta l’illuminazione. Alcune cose, se le guardi troppo, muoiono.

 
Il testo procede come onde: “turbano come onde nel mare”. Le ombre che vibrano “come pennelli in movimento” fanno pensare a un quadro che si dipinge da solo, continuamente. E quel “tutto scorre dinuovo e riappare” è la legge segreta del ricordare: ritorna, ma non uguale. Ritorna cambiato. E tu, cambiato con lui.

 
È una poesia da attraversare lentamente, senza chiedere subito “che cosa significa”: perché il significato si deposita dopo, come sabbia.
Questa poesia sembra piccola, e invece ha un respiro largo. “Si apre il sipario” è già una dichiarazione: non sta iniziando uno spettacolo, sta iniziando la vista. E la luna che “ti guarda” rovescia il rapporto: non sei tu a osservare il cielo, è il cielo a farti sentire osservato. Una tenerezza cosmica.

 
“Accendi una stella” è un imperativo dolcissimo: non ti dice “spera”, non ti dice “credici”. Ti dice: fai luce. Anche se è una sola. Anche se è tua. Di spalle alle nuvole: che gesto bello, quasi ostinato, come chi decide dove mettere lo sguardo.

 
E la “linea perfetta” dell’orizzonte: lì la poesia fa la cosa più semplice e più difficile, separa “mare” e “immensità”, e poi li riconsegna insieme. L’infinito non è gridato, è “immaginato”. E immaginare, qui, è un atto d’amore.
Qui la poesia viene chiamata per nome come si chiama qualcuno di casa: “Poesia” ripetuto, insistito, quasi a volerla tenere vicina. E poi, a ogni ripresa, una definizione che non definisce: vento nei capelli, raggio del mattino, acqua che scende, usignolo, onde, foglie d’autunno… È come se il poeta dicesse: non ti posso spiegare cos’è, ma posso indicarti dove vive.

 
Mi piace il modo in cui il testo cammina: non è concettuale, è elementare. È fatto di cose che chiunque ha visto, toccato, sentito. Eppure, messe così, diventano una specie di rosario naturale — perdonami la parola, ma qui ci sta — in cui ogni elemento è un grano.

 
E poi la notte: “nata di notte nel silenzio”. Qui la poesia diventa brace, “fiamma nel cuore”. Non grande incendio: fiamma. Cioè qualcosa che resiste. E quel “silenzio che traccia il cammino” è forse la frase più saggia del testo: perché la poesia, spesso, non arriva quando parli, ma quando finalmente taci abbastanza.
Sandra, qui tu (lasciami dirlo così, da amico) non scrivi un desiderio: lo metti davanti, lo lasci lì, e non gli fai sconti. “Seme che mai diventerà spiga”, “foglia che mai tornerà sul suo ramo”, “gemma che mai sboccerà”: sono immagini semplici, terrestri, e proprio per questo spietate. Non c’è dramma recitato: c’è l’evidenza.

 
La ripetizione del “mai” è una porta chiusa che però continua a essere bussata dalla lingua. E l’ultima riga — “Nemmeno nella notte delle stelle cadenti” — è un gesto quasi contro la favola. Quella notte, per tutti, è il simbolo del “si avvera”. Qui invece no. Qui resta un desiderio che non diventa destino.

 
Eppure, a me non lascia disperazione: lascia una specie di dignità scarna. Come se la verità, detta così, facesse meno male dell’illusione.
Questa poesia parla con voce diretta, e fa bene: perché certe esperienze, se le “abbellisci”, diventano più facili da ignorare. Qui invece no: qui c’è il dito puntato, c’è la derisione, c’è l’esclusione. E la parola “diverso” ripetuta non è ridondanza: è un colpo di martello contro un muro di vergogna.

 
La cosa più bella, però, è che tu scrivi “TU” grande, due volte. Quel “TU” è una mano tesa. È il riconoscimento tra simili, tra persone che hanno imparato a vivere fuori dai canoni. E in quel “Mi comprendi” c’è un bisogno autentico: non essere capiti in astratto, ma essere visti.

 
Il finale, quando dici “forse sei anche migliore”, è rischioso ma vero: perché spesso chi ferisce lo fa anche per paura dell’eccellenza altrui, o della libertà altrui. E la poesia qui fa una cosa importante: non chiede permesso per esistere. Esiste. Punto.
Qui mi hai colpito, Jacqueline, perché metti insieme la sporcizia del presente e una fame che è antica come il mondo. “Ho pagato in cripto valuta”: già questo è un colpo, perché l’amore entra nel lessico delle transazioni. E subito dopo, però, lo ribalti: “t’aspetto altare”. In due righe fai convivere mercanzia e sacro, e non come provocazione: come verità del nostro tempo.

 
“Vorrei prenotato un posto al tuo fianco per due o tre rinascite”: qui ridi e preghi insieme. “Prenotato” è parola da agenda, da app, da ristorante. E “rinascite” è parola da mito. Questo scarto è il cuore del testo: l’amore oggi parla così, e non bisogna vergognarsene.

 
“Divina porcheria” è la tua invenzione più coraggiosa: non pulisci, non profumi, non ti fai bello. Ti spalmi di ciò che di solito si nasconde. E quando dici che ti sottoponi “a tutti i test per smettere di nascondermi alle paure”, lì la poesia diventa confessione semplice: la tua grandezza è che non ti vendi come eroe. Ti consegni come “uomo semplicemente umano”. E in quel “semplicemente” c’è una pace possibile.
Antonia, qui fai una cosa finissima: prendi una frase comunissima (“non ho parole”) e la smonti come un orologio, pezzo per pezzo, fino a far vedere che dentro c’è paura, c’è impotenza, c’è anche aggressività involontaria.

 
“Fragili e potenti” è la tua precisione: le parole sono fragili perché si spezzano, potenti perché lasciano una tensione anche quando non dicono. E la metafora della pila tolta è perfetta: non crolla tutto, semplicemente si ferma. Si arresta il movimento, e allora ci si sente perduti.

 
Mi piace molto la tua onestà quando dici che “non ho parole” può indicare stupore, sdegno, incredulità: cioè può essere anche un’arma. E poi la frase più vera: “Se manca l’ascolto e l’aggancio…” — qui sta il punto. Non è solo questione di trovare le parole giuste: è questione di incontrare un orecchio che le tenga.

 
Il finale è una piccola ribellione: se le parole avessero un senso, uscirebbero dal “falso riserbo”. Come dire: basta con le frasi di chiusura, basta con lo stop. Vorrei dirti — e non posso ancora. E proprio quel “ancora” è una speranza discreta.
Questo sonetto ha il gusto amaro di chi ha imparato a non mentire a se stesso. La scelta della forma classica è quasi un gesto di disciplina: metti in gabbia l’angoscia, per poterla guardare senza esserne divorato.

 
“Subdolo scorre nelle vene assenzio”: già l’allitterazione fa scivolare il verso come un liquido. E “anestetizza l’assenza da vita” è una riga che fa gelo, perché non parla di mancanza di amore, ma di mancanza di vitalità — e dell’abitudine a non sentirla più.

 
Quando dici “È bandita la speme”, la parola “speme” suona antica, e proprio per questo pesa: non è speranza quotidiana, è speranza come principio. E “sentenzio” è un verbo tagliente: non canti la ferita, la pronunci.

 
Il finale è durissimo e limpido: “L’assenzio: è l’ultima verità. / L’inganno: è la fittizia presenza.” Qui la poesia sceglie il veleno come sincerità, e rifiuta le presenze di cartone. È un testo che non chiede carezze: chiede che si stia, con lui, nel vero.

 
Con tutto l'affetto che ho dentro,
con la stima che vi debbo.
Ben Tartamo

 

Grazie caro Ben,

per il tuo lusinghiero e ben strutturato commento.
Alessio Romanini

 

 

29-30-31 Gennaio

Desidero ringraziare anche su queste pagine azzurre il poeta, scrittore e critico letterario RENZO MONTAGNOLI per la sua recensione, pubblicata anche qui, al mio ultimo libro VERSANTI DI-VERSI. Onorato per l'attenzione dedicata alla mia scrittura. La raccolta è frutto di una ricerca attenta e approfondita all'interno delle mie stesure che ritengo le più importanti e le più significative del mio percorso di "scrivente".

Sono oltremodo contento per le finalità benefiche che mi sono imposto sui proventi a me destinati. Grazie Renzo!
Aurelio Zucchi

 

 

Qui si avverte un’anima che ha scelto la natura come archivio simbolico della memoria. Le foglie, l’aquilone, il vento non sono scenografia ma strumenti psichici: trasformano la biografia in elemento atmosferico, come se la vita potesse alleggerirsi solo diventando paesaggio. Il tuo sguardo – perché in questi versi si sente uno sguardo prima ancora che una voce – appartiene a chi vive in dialogo continuo con il tempo, ma senza volerlo dominare. C’è una malinconia mite, non tragica, tipica di chi ha conosciuto la delusione ma non ha smesso di cercare meraviglia. Le ripetizioni di “pagine” sono rosari laici, grani di memoria fatti scorrere tra le dita dell’anima. In filigrana appare una personalità contemplativa, incline all’introspezione, con un bisogno profondo di dare senso agli istanti prima che il vento li disperda. È poesia che non grida: affida al mondo il compito di ricordare per noi.
Qui il linguaggio si fa più minerale, più inciso. Le immagini sono pietre, guadi, chiodi: lessico di attraversamento e di penitenza. Si sente una coscienza che ha conosciuto l’errore e lo osserva con lucidità quasi ascetica. La nebbia e gli anfratti parlano di zone psichiche non completamente illuminate, ma non negate; anzi, cercate. Questo è il segno di una mente riflessiva, capace di autoanalisi, forse severa con sé stessa. I ravvedimenti e le preghiere non suonano come moralismo, bensì come desiderio di riallineamento interiore. Jung direbbe che qui l’Io tenta una riconciliazione con la propria Ombra. C’è maturità emotiva: il poeta non chiede assoluzione, cerca orientamento. E questo lo rende umano e credibile.
Qui domina la coscienza artistica. È una poesia che riflette sull’atto creativo mentre lo compie. L’artificiale che penetra, i fotogrammi, la grafica che osserva il mondo: tutto rimanda a una mente visiva, probabilmente sensibile alle arti figurative o alla dimensione cinematografica dell’esperienza. Ma sotto l’estetica vibra un bisogno di contatto: l’amplesso, i sussurri, il palmo alle labbra. L’arte non è fuga, è ponte. Si percepisce una personalità attratta dalla forma ma non fredda; qualcuno che usa il linguaggio come pennello per toccare l’indicibile. Il finale, con la ricerca delle stelle, rivela un orientamento verticale, quasi mistico: la bellezza come via di elevazione.
Questa è poesia della memoria amorosa nella sua forma più disarmata e dunque più vera. L’innocenza iniziale non è idealizzazione retorica: è ricordo corporeo, domestico, vissuto. Quando arrivano ruggine e patina del tempo, il poeta mostra una qualità rara: riconosce l’erosione senza accusare, osserva il logorio come fenomeno naturale. Ciò parla di un carattere leale, affettivamente profondo, per cui l’amore non è episodio ma struttura dell’esistenza. Il paragone finale della brodaglia è volutamente anti-lirico: è la sincerità che rompe l’eleganza per dire il vero. Qui sento un uomo che ha amato sul serio e che misura la vita in base a quella capacità. Non cerca la Lisa soltanto: cerca la parte di sé che esisteva accanto a lei. Ed è questo che rende la poesia viva, perché il vero oggetto della nostalgia non è la persona perduta, ma la versione di sé che l’amore aveva reso possibile.
Qui l’anima osserva il mondo come uno specchio del proprio clima interiore. Il pallore del cielo e il ghiaccio del silenzio non sono meteorologia: sono stati dell’essere. Poi il fiocco — singolo, fragile — inaugura una rivelazione. La neve diventa grazia che cade senza rumore e ricopre il grigiore come una misericordia laica. Sento in questi versi un temperamento sensibile agli scarti improvvisi della vita, capace di passare dalla cupezza alla meraviglia in un battito. Chi scrive - il nostro amato professor De Ninis, possiede una psiche ricettiva, quasi infantile nel senso più nobile: sa ancora stupirsi. La ripetizione “un altro, un altro” è il battito del cuore che torna a sperare. Qui la neve è redenzione emotiva e, per questa intensa poesia, come per l'impegno costante e duraturo da decenni speso lungimirante per tutti noi, non possiamo dimenticare il nostro GRAZIE 
Questa poesia nasce da una ferita non rimarginata. La voce è satirica ma sotto vibra un dolore autentico. L’invettiva morale è una corazza: protegge un cuore che ha creduto e si è sentito tradito. La durezza dei giudizi rivela una personalità passionale, poco incline alle mezze misure, che ama in modo totalizzante e dunque soffre in modo proporzionale. Psicologicamente, qui parla un Io che tenta di ristabilire ordine dopo il caos affettivo, proiettando all’esterno la propria disillusione. Ma proprio questa veemenza tradisce un bisogno di purezza, di amore leale. È poesia di reazione, non di posa; e la sua verità sta nell’eccesso.
Questo testo è una ricerca mistica travestita da frammento. La parola “parusìa” non è scelta casuale: indica attesa di manifestazione, di rivelazione. Qui parla una coscienza in bilico tra terra e trascendenza, tra desiderio umano e tensione al divino. Le immagini sono scarti di visione, quasi appunti di un’anima che tenta di nominare l’indicibile. Vedo una personalità inquieta, visionaria, che vive la realtà come simbolo. L’iperuranio, la Madonna, i cieli: tutto converge verso un bisogno di assoluto. È poesia oracolare, irregolare ma sincera, come certe preghiere dette più con il respiro che con la grammatica.
Qui domina la sottrazione. Pochi segni, ma essenziali. Il meriggio, l’ombra che si sposta, il lettino, il gabbiano: è una poesia di coscienza presente. Non c’è dramma, c’è attenzione. Questo rivela una mente contemplativa, capace di abitare l’istante senza violentarlo. Le “righe nere che s’accavallano” sono insieme parole e pensieri che si sovrappongono finché la natura li scioglie. Sento un carattere pacificato o in cammino verso la pacificazione. Qui la distanza dai rumori del mondo è scelta interiore prima che geografica. È haiku mediterraneo, dove il silenzio dice più delle parole.
Qui parla un’anima che non ha mai smesso di dialogare con il cielo come con una presenza viva. Il cielo non è scenario ma interlocutore psichico, archivio simbolico, luogo transizionale tra infanzia e maturità. Le immagini natalizie, le fate, la nonna: non sono nostalgia semplice, ma archetipi di protezione. Si avverte una personalità capace di custodire il bambino interiore senza farsene dominare; chi scrive sa usare l’immaginazione come strumento di regolazione emotiva. Quando il poeta “preleva” neve, pioggia o sole a seconda del bisogno, compie un atto profondamente umano: riconosce che l’anima ha stagioni. L’azzurro finale è una terapia del ricordo, un legame con l’infinito marino che richiama origine e vastità. Qui c’è una psiche generosa, incline alla tenerezza, che trasforma la fantasia in forma di resilienza.
Questa poesia respira come uno stagno calmo. I cerchi concentrici sono il simbolo perfetto della coscienza che si espande a partire da un centro silenzioso. La ninfea solitaria non è isolamento doloroso, ma identità consapevole. Chi scrive osserva il mondo con sguardo limpido, quasi meditativo. La barca dell’esploratore introduce la dimensione umana: l’uomo attraversa, la ninfea permane. In filigrana si legge una personalità che conosce la solitudine feconda, quella che permette di vedere il cielo riflesso nell’acqua. È poesia di equilibrio: tra movimento e quiete, tra scoperta e contemplazione. La parola “azzurra” qui è una scelta d’anima, non cromatica.
Qui l’atto creativo è chirurgia interiore. Il pennello diventa scalpello che lavora sullo sterno: immagine potentissima, perché colloca l’arte nel luogo del respiro e del cuore. Le “nere lacrime del mondo” rivelano una sensibilità empatica, forse iper-ricettiva, tipica di chi sente il dolore collettivo come personale. Ma il vero nucleo è la trasparenza finale: un cuore diafano è un cuore che non si difende dietro maschere. Psicologicamente è segno di autenticità ma anche di vulnerabilità. Questa è poesia di chi non teme di guardarsi senza filtri. E solo chi ha una certa nobiltà interiore accetta di non apparire vermiglio, cioè eroico, ma vero.
Qui la natura diventa orchestra e madre insieme. Gli uccelli che formano un pentagramma sono una visione di rara grazia: trasformano il quotidiano in partitura cosmica. Questa poesia nasce da uno sguardo che sa cogliere corrispondenze segrete tra mondo esterno e musica interiore. Chi scrive possiede una disposizione armonica dell’anima, una fiducia spontanea nell’ordine del creato. La ninna nanna finale non è solo per la notte, ma per l’inquietudine umana. È poesia che accarezza, e chi sa scrivere così spesso ha un cuore che consola anche senza volerlo.
Qui la metafora del giornale accartocciato è rivelatrice: non parla solo di stanchezza, ma di una percezione di sé come oggetto usato dal tempo, letto in fretta, poi spiegazzato dagli obblighi. L’alba alle tre del mattino è una soglia esistenziale: il mondo dorme mentre il poeta entra nella fatica. La neve, che per i bambini è gioco, per lui è destino lavorativo — e in questa frattura tra sguardo adulto e memoria infantile si apre la vera ferita del testo. Berlino non è solo luogo geografico ma condizione interiore di lontananza, di sradicamento. Tuttavia, nel pensiero della famiglia affiora il nucleo caldo dell’identità: chi scrive è profondamente legato agli affetti, e proprio per questo sente il peso del sacrificio. È una poesia onesta, priva di orpelli, che appartiene a chi vive la dignità del quotidiano e porta dentro una nostalgia silenziosa ma viva. L’uomo accartocciato non è spezzato: è solo piegato dal vento dei doveri.
Qui la voce è maschera tragica e cosciente. Il buffone non è figura comica ma archetipo dell’anima che dice il vero pagando il prezzo sociale della marginalità. Le “vertebre storte” raccontano una diversità strutturale, quasi un destino di disallineamento rispetto al potere e al conformismo. La fauna simbolica — iene, pecore, scimmie, leone — disegna una corte umana dove ciascuno incarna un istinto. Chi scrive mostra un’intelligenza critica acuta, quasi politica, ma non ideologica: è lo sguardo di chi osserva le gerarchie e ne coglie la teatralità. Il funerale del buffone è il funerale della parola libera, e il tono secco degli ultimi versi suggerisce una personalità lucida, disincantata, che ha conosciuto dinamiche di esclusione o tradimento. Eppure, nel salutare il buffone, si avverte rispetto: come se l’autrice sapesse che chi osa dire senza difese vive è più esposto ma più vero. Qui la poesia è lama, non carezza — ma una lama che incide per rivelare, non per ferire.

 
Con tutto l'affetto che sento, 
con la stima che debbo. 
Vostro Ben Tartamo

 

  • Risposta ad Antonia Scaligine
Cara Antonia,
le tue parole mi fanno davvero bene. Le sento sincere, come dette guardandosi negli occhi. Se nei miei versi o nei miei commenti trovi qualcosa che scalda, è perché nasce dallo stesso sentire che riconosco nei tuoi. La poesia, in fondo, è questo scambio silenzioso di anima. Ti ringrazio di cuore per l’affetto e la stima: li accolgo con semplicità e gratitudine. Ti mando un abbraccio forte forte.

 
  • Risposta ad Alessio Romanini
Caro Alessio,
grazie per esserti raccontato con tanta onestà. Non è mai scontato farlo. Sapere che le mie parole ti hanno fatto sentire compreso mi tocca davvero. La poesia a volte è una piccola casa dove possiamo entrare senza maschere — e tu la abiti con verità. Continua a scrivere, sempre: la tua voce ha peso, e ha luce. Ti auguro giorni più leggeri, uno alla volta. Con stima e amicizia.
Ben

 

 

 

All'improvviso di Nino Silenzi
il cielo pallido
l'aria greve
in un silenzio di ghiaccio tutto diventa grigio ,ma c’è sempre una forza in noi che riesce a vedere una farfalla volare , un fiocco di neve cadere sulla terra
Altra tua bella poesia è
L'inverno appende
i suoi rigidi ghiaccioli
sulla grondaia della vita.
e diventa simbolo di tristezza e di solitudine perché è in inverno che si sente maggiormente la vita
che avanza nera,
tra la purezza della neve bianca
Caro Lorenzo entrambe le poesie sono molto belle e profonde
grazie sempre per tutto quello che fai per noi ,tu sei la neve bianca che fa brillare il nostro inchiostro , un abbraccio
...Con tutto l'affetto che sento
con la stima che debbo....
sono le parole di Ben che conclude sempre con questa dolcezza che fa intenerire il cuore, ma soprattutto per la sua modestia , pur sapendo che noi lo stimiamo, non solo per i commenti ma anche per le sue belle poesie
Lasciatemi qui … i tuoi versi accartocciati e abbandonati ti servono per ritrovare
qualcosa per non essere dimenticato, per poter rinascere e tornare a vivere in un'altra forma in una "fiammella del camino" per poter riscaldare il tuo animo e quello degli altri , o un albero bambino . La sensazione è di una rinascita, di un ciclo che si chiude e si riapre. È come se tu stessi dicendo "Lasciatemi qui, e vedrete che tornerò, diverso ma sempre lo stesso.
Bella poesia dolce e poetica. Bravo
Fragili frammenti… poesia delicata e nostalgica come un fiore di giglio , l’amore per un figlio che cerca una carezza e Dio del cielo,
il grande Amore,
che perdona, perdona
Che dirti Ben sei bravo in tutto , ti ringrazio per i tuoi magnifici e penetranti commenti che per me sono davvero qualcosa di speciale ,mi intenerisci il cuore , un abbraccio e grazie
Un saluto a tutti i poeti
Antonia Scaligine

 

 

 

26-27-28 Gennaio

Carissimo Ben,

hai fatto centro! e non potevi trovare parole più
appropriate per analizzare questa lirica, che purtroppo
rispecchia una parte del disturbo che mi affligge, cioè
"Un disturbo dello spettro dell'umore" e anche se sono
sotto cura, si manifestano le sensazioni descritte nella poesia.
Ti ringrazio per aver avuto tanta sensibilità nell'analisi.
Un feedback più che positivo.
Ciao.
Alessio Romanini 

 

 

  • Antonietta Ursitti – Due rose gialle
Qui c’è un’immagine semplicissima, quasi da fotogramma: finestra spalancata, nebbia, edifici lontani. Ma è una semplicità che non è “povera”: è volutamente scarnificata, perché il centro emotivo non è la città, è lo stato interno. La nebbia non è solo meteo: è una condizione psichica, un impedimento alla nitidezza, come quando si guarda fuori ma in realtà si sta guardando dentro.
E poi succede la svolta: “tutto è grigio”, e in mezzo “due rose gialle”. Qui la poesia compie un gesto che io trovo molto umano: non prova a cancellare il grigio, non lo combatte, non lo nega. Lo accetta come dominante. Però inserisce un’interruzione. Quelle rose non cambiano la giornata, non trasformano la città: interrompono l’assenza di colore. È una speranza minima ma vera, non retorica.
Il giallo è un colore delicato: non è il rosso della passione, non è l’azzurro della pace. Il giallo è vita, luce, ma anche fragilità, attenzione, avvertimento. Due rose: non una, non un mazzo. “Due” sembra quasi dire: basta poco, ma deve essere reale. È la poesia di chi conosce la tristezza e non ha bisogno di fingere felicità: gli basta un segno che rompa l’inerzia. E , la nostra Antonietta, da Donna vera, sincera e femminile da come fare.
  • Franco Fronzoli – Datemi delle ali
Questa poesia è una preghiera laica. È scritta come un’invocazione ripetuta, insistente, quasi ossessiva: “Datemi le ali”. E questa ripetizione non è solo stile: è psiche. È la mente che torna su un bisogno essenziale, come se tutto il resto fosse secondario.
Il volo qui non è un vezzo romantico, è una via di scampo. Prima è desiderio di infinito, di aquile, tramonti, alberi secolari: una fantasia luminosa, quasi infantile nel senso migliore, cioè pura. Poi però la poesia si apre al suo vero nucleo: volare lontano dai soprusi, dagli uomini vili, dalle guerre che uccidono bambini.
In quel punto cambia il tono: non è più contemplazione, è dolore morale. Una rabbia triste, quella di chi guarda il mondo e non riesce più a starci dentro senza sentirsi sporco o impotente. È come se il nostro Franco dicesse: non voglio solo scappare per me, voglio scappare perché non sopporto ciò che l’uomo fa all’uomo.
L’albatro urlatore è un simbolo potente: l’albatro è il grande viaggiatore del vento, ma “urlatore” aggiunge una nota disperata, quasi di protesta. È un volo che non è silenzioso: è un volo che grida. E alla fine, dopo tutto questo infinito, la richiesta si restringe: “Solo un paio di ali / per / volare / lontano”.
Questo finale è devastante perché è piccolo. Dopo il cosmo e il sistema solare, resta una cosa sola: andare via. Non vincere, non cambiare il mondo, non spiegare: semplicemente allontanarsi dal dolore. È una poesia che parla di evasione, sì, ma soprattutto parla di saturazione emotiva. Quando la realtà pesa così tanto che la sola fantasia rimasta è l’altrove.
  • Giuseppe Stracuzzi – Pagine degli errori
Questa è una poesia più introspettiva e più “adulta” nel senso psichico: lavora sul rimorso, sull’autoanalisi e sul giudizio interiore. “Ovunque la memoria ha chiuso gli occhi” è un verso impressionante: la memoria non è più custode del passato, diventa un essere stanco, che si rifiuta di guardare. Come una persona che non vuole leggere la propria storia perché sa che fa male.
Poi arriva quell’immagine bellissima e crudele: “redarguire il cuore”. Qui c’è un conflitto interiore netto: la mente rimprovera, il cuore subisce. E “tornano i peccati a fine corsa”: sembra di assistere a un processo, dove tutto torna al termine della vita o di una stagione, e chiede conto.
L’aspetto più moderno e inquietante è “il resoconto delle opzioni”: parola quasi finanziaria, quasi gestionale. Le “opzioni” sono le alternative che abbiamo avuto. E quindi l’angoscia non è solo per ciò che si è fatto, ma per ciò che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto. Questa è la colpa contemporanea: non solo l’errore, ma l’occasione sprecata.
“Pagine imbrattate sfoglia il sole”: il sole qui non è consolazione, è testimone. È come una luce che sfoglia la vergogna, la rende visibile. E il finale “morde l’assillo di una qualche lacrima” è un colpo psicologico perfetto: non è il pianto liberatorio, è l’assillo che morde, e la lacrima è “una qualche”, quasi non degna di nome. È la tristezza trattenuta, quella che non esplode ma corrode.
Questa poesia è l’anatomia di una coscienza che si giudica. Ed è scritta con una densità — direi un'intensità — che somiglia davvero a un referto dell’anima.
Grazie, Giuseppe: mi ha davvero colpito fin dentro l'anima.
  • Antonio Spagnuolo – Ventagli
Qui siamo in un territorio affascinante: la poesia della modernità digitale, ma trattata con eleganza, senza moralismi. Il protagonista è “la piccola freccia lungo lo schermo amico”: il mouse diventa una creatura viva, quasi una guida, quasi un dito della mente.
È una poesia sul controllo e sull’illusione del controllo. Il mouse “tallona ogni linea incisa nella memoria” e nella “strana realtà divenuta artificiale”: qui c’è la vera intuizione. La realtà artificiale non è soltanto finta: è una realtà che si è fatta nuova dimensione, e ormai contiene memoria, emozione, consenso.
La fotografia “colpisce l’istante come brocca assetata dell’eterno”: immagine splendida. La foto è un gesto di fame metafisica: vogliamo rendere eterno ciò che per natura muore. E infatti “coinvolgendo i segreti del consenso” apre un tema sottile: il consenso non è solo cliccare, è un modo di consegnare se stessi alla visibilità, al desiderio dell’altro, al giudizio.
E poi: “Il disincanto splende tra i riflessi / giocosa ricaduta dell’incanto.” È quasi un paradosso: anche il disincanto ha un fascino. Anche sapere che è artificiale non ci salva, perché l’incanto ricade comunque addosso, giocoso e inevitabile.
Questa poesia è lucidissima: non condanna, non esalta. Osserva. È poesia da uomo che capisce la seduzione della tecnologia e la sua malinconia, insieme. Ed io, aggiungerei, anche il pericolo che l'uso  non prudente della tecnologia e della cosiddetta Intelligenza Artificiale, ci tolga pian piano la capacità stessa di poetare. Grazie, Antonio per le emozioni e riflessioni provocatemi.
  • Alessandra Piacentino – Tramonto di sbadigli
Qui entriamo in una tempesta emotiva vera, quasi un flusso continuo, un respiro lungo senza sosta. La poesia è piena di immagini in cascata: peonie, puzzle, goccia sul vetro, mareggiata, fiocchi di luci, giardini di assenze. È come se il linguaggio non riuscisse a stare fermo, come se cercasse continuamente forme nuove per dire lo stesso dolore.
Il titolo “Tramonto di sbadigli” è geniale perché è dimesso: lo sbadiglio è il corpo che cede, che non combatte più. È stanchezza, svuotamento, un abbandono. E il tramonto è la fine di qualcosa, ma anche un colore. Quindi già dal titolo: bellezza e spossatezza insieme.
Il verso che secondo me è il cuore psicologico del testo è: “Nel silenzio ascondo ogni battito / Perché il mio cuore non ne sopporta più il peso”. Qui non è tristezza romantica, è una condizione di sovraccarico: il cuore non sopporta più nemmeno se stesso. È come se vivere fosse diventato un rumore troppo forte.
E poi “Non ci sarà neve questo inverno / Non ci sarà voce per questa mareggiata”: questa doppia negazione crea una profezia depressiva. La neve è purezza, è riposo, è un reset. Qui manca. E manca anche la voce, cioè la possibilità di dire, di chiedere, di farsi sentire.
La poesia è piena di onde, sussurri, dissolvenze: parole che indicano instabilità, evaporazione. Ma dentro questa dissoluzione c’è una fame precisa: “Sbattono i polmoni in cerca di ali”. Le ali tornano come nell’altra poesia, ma qui non sono un sogno di libertà: sono un bisogno d’aria.
Il finale “Il mio cuore è respiro senza pace / Mentre tutto tace” è devastante: perché la sofferenza non viene accolta dal mondo. Il mondo tace. E quindi la persona rimane sola col proprio rumore interno.
Questa poesia sembra scritta da qualcuno che sente troppo, tutto insieme, senza filtri. E non è un difetto: è una condizione. Però è anche un rischio: quando il cuore piange “in cerca di un eco” e non lo trova, la solitudine diventa amplificatore del dolore. Qui c’è una richiesta implicita, fortissima: “ascoltatemi davvero”. E credo sinceramente, cara Alessandra, che leggendoti in questa tua stupenda poesia, lo abbiamo fatto.
  • Armando Bettozzi – “Sò cazzi vostri! qui – na vòrta entrati!”
Questa non è “solo” una poesia in romanesco: è un monologo civile, una satira amara che usa la lingua popolare come arma morale. Il romanesco qui non serve a far sorridere: serve a dire la verità senza trucco, con quella brutalità che la lingua ufficiale spesso addomestica. Infatti l’incipit è già un cartello da inferno dantesco: “Sò cazzi vostri!” — non è volgarità gratuita, è sentenza. È la sensazione di entrare in un luogo in cui la persona smette di essere persona e diventa pratica, numero, destino.

 
Il testo ha un ritmo orale, da bar, da strada, ma dentro si muove una mente lucida, piena di memoria storica: “una vòrta” il tribunale era duro ma prevedibile; oggi è un labirinto di cavilli, di interpretazioni, di giochi in cui non vince la giustizia ma l’abilità a manipolare. E questa è la prima frattura psicologica: non è tanto la punizione a spaventare, quanto l’arbitrarietà. Quando la legge non è più percepita come regola, ma come roulette, l’anima collettiva si avvelena.

 
Poi arriva la parte più feroce e più moderna: l’attacco alla “zicologgìa” come dispositivo che, invece di comprendere, viene percepito come una macchina di assoluzione. Qui l’autore sfiora un nervo scoperto: la paura che la società cerchi sempre una giustificazione a tutto, fino a rendere impossibile chiamare “colpa” la colpa. È un testo che urla: non tutto è trauma, non tutto è destino, non tutto è contesto. A volte un gesto è un gesto.
Ma, attenzione: questa rabbia non è ignoranza della psicologia, è sfiducia verso l’uso ideologico della psicologia. In altre parole: non sta dicendo che la mente non conti, sta dicendo che ci stiamo nascondendo dietro la mente per non avere più il coraggio di giudicare.

 
E la cosa più interessante è come la poesia costruisce un mondo capovolto: se sei “normale”, sei colpevole; se hai attenuanti, vieni liberato. Qui si sente il trauma sociale della gente comune: l’idea che chi non ha scuse non abbia neppure diritto a una difesa emotiva. E quando entra la divisa (carabiniere) la percezione diventa addirittura tragica: al servo dello Stato si chiede un sacrificio totale, senza la stessa protezione.

 
Il finale con la “parte rossa” e la “prevenzione” porta il testo in un territorio politico, ma non è propaganda: è disperazione. È l’urlo di chi vede il delinquente “risaputo” girare libero con fogli di via ripetuti, e poi il morto. E allora la domanda morale diventa tremenda: chi è correo? chi ha lasciato andare?
Questa poesia è un atto d’accusa, sì, ma sotto sotto è anche una richiesta d’amore verso la giustizia vera: quella che non si fa spettacolo, non si fa talk show, non si fa carnevale.
È scrittura che nasce da sfiducia e dolore civico: la tristezza di chi sente che il patto sociale si è incrinato.
Armà, sì fortə veramente!
  • Nino Silenzi – Inverno
Qui, con il nostro Vate e mecenate prof. De Ninis, è tutto l’opposto: pochi versi, essenziali, ma pesanti come pietre. È una poesia densa, quasi aforistica, e dentro ha un’immagine che resta attaccata addosso: “la grondaia della vita”.
L’inverno non è solo stagione: è un dispositivo che appende ghiaccioli sull’esistenza, come se la vita stessa avesse i bordi congelati, come se anche il quotidiano perdesse fluidità. E l’anima “si corrode” di tristezza stantia: parola perfetta, “stantia”, perché non è la tristezza intensa e nobile, è quella che ristagna, che non si rinnova, che sa di stanza chiusa, di pensieri ripetuti.

 
Poi arriva la domanda: “Cos’è che avanza, nera, tra la gelida neve bianca?”
Qui c’è la psiche in pieno: il bianco della neve dovrebbe essere purezza, silenzio, cancellazione. Ma nel bianco avanza qualcosa di nero. È la figura dell’angoscia che non sparisce neppure quando tutto è immobile e “pulito”.
Questo è il verso di chi conosce il pensiero intrusivo: tu cerchi pace, cerchi silenzio, e invece arriva un’ombra. Non sai neppure che forma abbia, ma la vedi (non solo la senti) avanzare.

 
È una poesia piccola ma grande, di quelle che parlano a chi ha attraversato una stagione depressiva: non c’è dramma, non c’è scena. Solo erosione.
  • Rosa Venuto di Acquedolci – “Letojanni” / Un tintinnio dopo la tempesta
Qui entriamo in un canto di resilienza dichiarata. Il testo è luminoso, ma non è ingenuo: nasce dopo un evento traumatico (“tempesta Harry”). E la chiave emotiva è quella frase iniziale che hai scritto tu, Rosa, come cornice: “rinascita che non fa rumore”.
Questo è importantissimo: perché molte rinascite non sono epiche, non sono rumorose, non sono “motivazionali”. Sono silenziose. E infatti il simbolo scelto non è il tuono, ma il tintinnio.

 
La poesia lavora per opposizioni: tuono e quiete, grigio e raggio, peso e risveglio, caduta e rialzarsi. Il modo in cui descrive la vita che “si ridesta piano, come un bambino dopo un lungo sonno” è dolcissimo, ma anche psicologicamente vero: dopo il trauma non torni come prima, torni lentamente, quasi con un’identità nuova.
E il “tintinnio allegro” è proprio il contrario della retorica del “devi essere forte”: qui la forza è una vibrazione minima, una piccola musica interna che non si vede ma ti salva.

 
La frase “Si rinasce” non è gridata, è sussurrata. E in questo sussurro c’è una fede che non è necessariamente religiosa: è fiducia ontologica nella vita. Come se la vita fosse una creatura che cade, ma poi si rimette in piedi.
E quando dice: “il sorriso di chi ha pianto” si sente la maturità emotiva: la gioia non cancella il dolore, lo attraversa. È una gioia che porta tracce, cicatrici, e proprio per questo è vera.

 
L’ultima parte, “Il dolore accompagna il passaggio, ma il tempo è breve ed anche il dolore lo è. La vera gioia invece non conosce fine” è una dichiarazione quasi metafisica, quasi consolatoria. Qui c’è bisogno di senso, bisogno di credere che la sofferenza sia transitoria mentre la gioia autentica resti. È una poesia che cura.
  • Armando Salvatore Santoro – Pensiero notturno
Questo è un sonetto moderno nel cuore, ma classico nella struttura emotiva: la notte, l’assenza della luna, il pensiero che gira intorno al letto della persona amata.
“Il mio pensiero forse ha più fortuna / biglietto mai non paga e va lontano” è un inizio bellissimo: il pensiero è un viaggiatore clandestino, entra dove tu non puoi entrare. E infatti fa quello che l’io lirico non riesce più a fare: si avvicina senza disturbare, dice parole che nella vita diurna sono state sprecate, buttate, dette male o taciute.

 
Qui la poesia è tutta un dolore sobrio: non c’è rabbia, non c’è urlo. C’è rimpianto e dignità.
“a te sembrava il mio un affetto strano / donato in un’età che tutto imbruna” è una frase che contiene vergogna e tenerezza insieme: come se amare, in quell’età o in quel momento, fosse apparso fuori tempo, fuori posto, quasi ridicolo. E invece era vero.

 
Poi arriva la parte più tragica: “nel mio cuor non è rimasto niente / perché m’è stato male ricambiato”
Questa è la condizione di chi ha amato troppo e si è svuotato: non è solo tristezza, è impoverimento interiore.
E però… e qui sta la grandezza del sonetto… “ma il tuo resiste come un sol splendente.”
Quindi c’è un residuo che non muore. Anche se tutto è stato male ricambiato, quel sentimento resta, testardo, luminoso. Non come ossessione, ma come prova che l’amore vero, quando nasce, non dipende dalla ricompensa.

 
Questo testo ha la malinconia dei poeti che non cercano di convincere nessuno: registrano. E nel registrare, salvano. È un sonetto che lascia una scia di nobiltà emotiva.
  • Felice Serino – Sono
Questa poesia è una dichiarazione d’identità che nasce non dalla certezza, ma dalla frattura. È un “sono” che non arriva come una bandiera, ma come un referto: “dubito / in me”. E già qui c’è qualcosa di psicologicamente finissimo: non è il dubbio sul mondo, è il dubbio sull’io. Quando dubiti di te, non hai più il pavimento sotto i piedi: ti diventa estranea perfino la tua stessa presenza.

 
“uno slontanare” è un errore che sembra volontario, o comunque perfetto nella sua imperfezione: non è “allontanare”, è “slontanare”, come se l’atto di andare via fosse storto, sbilenco, non completo. Come quando ti distacchi da te stesso, ma resti impigliato nei fili.
E poi “solitudine che si lacera / all’infinito”: non è una solitudine quieta, è una solitudine che si strappa da sola. È una ferita che non ha bordi, che continua ad aprirsi.

 
Il verso più vero, per me, è: “scrivo per difendermi”. Qui cade ogni romanticismo. La scrittura non è espressione, è scudo. È sopravvivenza. E infatti subito dopo: “mi aggrappo a nonsensi / questione di vita o di morte”. Questa è una confessione potentissima: quando non reggi la realtà, ti attacchi anche al nonsenso, perché il nonsenso almeno non ti giudica. È come dire: se la logica mi uccide, mi salvo nel delirio controllato.

 
Le “pareidolie” (vedere figure dove non ci sono) sono il simbolo perfetto di ciò che fa una mente sensibile quando soffre: cerca senso ovunque, anche nel caos. I “sogni daliniani” e i “pindarici voli” indicano una psiche che reagisce al dolore inventando immagini, evasione, metamorfosi.
E poi arriva il colpo finale: “-quindi / sono”.
Non è un sillogismo filosofico, è un atto di resistenza. Non dice “quindi sono felice”, “quindi capisco”, “quindi guarisco”. Dice solo: esisto. E basta. Come chi riesce a tenere acceso un fiammifero nel vento. Sei un grande Felice, grazie.
  • Jacqueline Miu – Frutti di mare
Qui siamo davanti a un testo nervoso, sensoriale, contemporaneo, che mescola poesia e materia urbana senza chiedere permesso. È una poesia che sa di estate e di asfalto, ma con dentro una malinconia che non si scioglie.
“sole cuoce la paturnia di cemento” è un inizio perfetto: non cuoce solo la città, cuoce l’umore. La “paturnia” è una tristezza irritata, quasi capricciosa, e farla diventare “di cemento” significa: questa malinconia è strutturale, non è un pensiero passeggero.

 
C’è una scena d’attesa: panchine mobili, ombre annoiate, passerotti che aspettano il vespro. Tutto è fermo. E in questo fermo si sente una cosa: tu aspetti qualcuno e il mondo continua a fare pubblicità, fritto, McDonalds, profumi finti, rose “stanche di fiorire per niente”. È una poetica della disillusione: la bellezza esiste, ma è stanca, sfruttata, come se non credesse più nel suo stesso ruolo.

 
Il verso “la mia anima va a nascondersi dentro un minestro di sudore asciutto” è di una bruttezza voluta, ma geniale: sudore asciutto è una contraddizione che descrive benissimo l’estate urbana: sei consumato, ma non liberi niente, resti appiccicato a te stesso.
E poi c’è una satira dolente sul romanticismo moderno: “afa come coordinato contemporaneo con cui sembrarti romantico eppure alla moda”. È una frase che fa ridere e fa male: come dire che oggi anche i sentimenti cercano di vestirsi bene, di essere presentabili, mentre dentro c’è solo fame di senso.

 
La seconda parte cambia tono: diventa confessione.
“seduto al sole come sopra una sedia elettrica” è un’immagine fortissima: l’attesa non è dolce, è esecuzione. E subito: “ho commesso così tanti peccati da sentire il destino urlarmi di smettere di amarti / ma io sono sordo”.
Qui entriamo nella zona più clinica e più umana: l’amore come dipendenza consapevole. Sai che ti fa male, sai che il destino ti urla “basta”, ma tu non riesci.
E la metafora “grossi tappi bubboni di speranza nelle orecchie” è tremenda e bellissima: la speranza non è luce, è infezione. È dolore che ti rende sordo.
Il finale con i “frutti di mare col bisogno di abissi” è identità poetica riuscitissima: sentirsi piccolo, salato, fragile, ma fatto per le profondità. E poi quell’invocazione: “restami” ripetuta, come una supplica d’infanzia. Non “amami”: restami. Rimani. Non andartene.
È una poesia d’amore molto adulta, perché non idealizza: mostra la carne, il caldo, il consumo, e dentro ci mette il bisogno primario di presenza. Incommensurabile Jac, hai colpito ancora!
  • Alessio Romanini – Anedonia
Qui la poesia è quasi un trattato in versi. Parte addirittura da una definizione clinica, e questo è già significativo: sembra scritto da qualcuno che ha bisogno di nominare il male per sentirlo meno onnipotente.
La struttura è fredda, coerente, e proprio per questo funziona: l’anedonia è assenza di piacere, e la poesia la racconta senza teatralità. È una descrizione sensoriale della perdita di sensibilità.

 
E “pelle di marmo” è perfetta: il marmo è liscio, nobile, ma non vitale. Il piacere non passa.
“Il cibo non ha sapore” e i suoni “vacui” sono sintomi reali, ma trasformati in immagini: una lingua che “si nutre di vita” eppure non sente più. È la condizione di chi continua a vivere per inerzia, ma senza ricompensa emotiva.
E poi l’immagine più colta: il Lete. Le sensazioni “intrise nelle acque del Lete” significa: non solo non provo, ma dimentico di provare. È un oblio affettivo.
È una poesia triste perché è lucida: non c’è disperazione espressa, c’è pietrificazione. E spesso la pietrificazione è più dura del pianto. Caro Alessio, se ho fallito, ti chiedo scusa, ma forniscimi un feedback , se puoi. Grazie.
  • Sandra Greggio – Conflitto
Qui la poesia è essenziale e immediata, ma centra un nodo psicologico universale: la lotta tra ciò che conosci e ciò che potrebbe essere.
“Il cuore non riesce a dimenticare il vecchio” è un verso semplice, ma dentro c’è l’intero meccanismo dell’attaccamento: il vecchio, anche se faceva male, era casa. Il nuovo invece “ha paura del futuro / del vuoto”. E questo è interessantissimo: di solito siamo noi ad avere paura, qui è “il nuovo” stesso ad averla. Come se la possibilità di cambiare tremasse.

 
Poi arriva l’attesa del segno. Qui è la zona più pericolosa: aspettare un segno significa sospendere la responsabilità. Significa dire: “io cambierei, ma devo essere autorizzato dalla vita”.
E infatti: “E attendendo / Si muore / Ogni giorno / Un po’.”
È un finale terribilmente vero: l’attesa non è neutra, consuma. Il tempo che aspetta è già perdita. Sempre più brava la nostra Sandra.
  • Antonia Scaligine – Ci sarà ancora l’alba?
Questa è una poesia civile, ma anche una preghiera disperata. È costruita come una domanda ripetuta: “Ci sarà ancora l’alba?” e questa ripetizione non è estetica, è ansia esistenziale.
L’alba qui non è solo il giorno che ricomincia: è la fiducia nel mondo. E la poesia dice chiaramente: quella fiducia si sta spegnendo.

 
L’inizio con la natura (“miagolii d’amore”, “rondini”, “vera primavera”) non è nostalgia sdolcinata: è il confronto tra un tempo in cui il ciclo della vita sembrava avere senso e un presente in cui il cielo è “coperto da nuvole di inganni”.
Poi la poesia entra nel sociale: guerra, politici corrotti, rifiuto dei poveri. Il verso “Basta pagare !!” è la lama: qui la giustizia diventa mercato.
E il passaggio più struggente è quando l’io dice: “Il mio io trema / non per i miei tardi anni / ma per quelli appena sbocciati / di bambini e giovani”. È una paura generazionale, quasi materna: non ho paura per me, ho paura per chi viene dopo.

 
C’è anche un momento apertamente spirituale: “Grido contro quel dio del denaro / sostituito al nostro Dio dell’amore”. Non è solo religione: è l’accusa a un sistema di valori rovesciato.
E infine, la chiusura è un appello: “Dissotterra l’ascia della pace”. Bellissima questa immagine: la pace non è un’idea astratta, è un’arma sepolta che va riportata alla luce.
E il finale, “ridiamo ai bimbi lo stupore”, è l’unico vero criterio di civiltà: se un mondo toglie lo stupore ai bambini, allora è già in rovina. Grazie Antonia.

 
Con tutto l'affetto che sento, 
con la stima che debbo....
E, questa volta, con le scuse più sincere per i commenti freddi ed errati della precedente pubblicazione. 
Ringrazio il fraterno amico, prof. Marino Spadavecchia, per avermelo fatto notare bacchettandomi sonoramente! 
Abbiate pietà tutti di questo somarello chiamato Ben Tartamo!!! 

 

 

23-24-25 Gennaio

  • Il grande segreto – Aurelio Zucchi
Con il nostro Aurelio il verso respira con il ritmo dell’indagine, come un detective dell’anima. Ogni personaggio incontrato è un frammento di esperienza, e la scelta dei dettagli – un Pierrot, un Arlecchino, l’alba dalla scogliera – mostra la sensibilità acuta del poeta per la teatralità dell’esistenza quotidiana. I fonemi morbidi e i tratti lunghi dei verbi dialogano con pause minime, creando un ritmo di attesa e di rispetto: nessuno è costretto a rispondere, eppure la voce del poeta insiste, morbida ma testarda, in un dialogo con il mondo che è sempre in divenire. Il trattino e il punto esclamativo finale non chiudono, ma spalancano lo spazio del viaggio: la felicità non è risposta, ma cammino, esperienza continua, lettura lenta della vita.
  • Bianca chioma – Antonietta Ursitti
Il testo di questa ultima proposta poetica della nostra Antonietta, mi appare come un vento sospeso. Chiudete gli occhi, come me, dopo la lettura di ogni verso... ed accade la magia:
la poesia cresce tra le fronde, ogni vocale vibra, ogni consonante leggermente trattiene o solleva. La ripetizione del volo dei pensieri crea un movimento etereo, dove la punteggiatura sparsa o assente diventa respiro meditativo. La chioma non è soltanto visiva, ma suono, gesto e spazio interiore: il vuoto finale non è fine, è libertà, invito alla contemplazione. L’io poetico non interviene, lascia che il mondo fluttui, fiducioso, nello spazio che crea. Grazie Antonietta, l'ho davvero gustata 
  • hay(na)ku Concatenante – Laura Lapietra

In questa poesia della nostra brava Laura, ogni parola si aggrappa alla successiva come neve su neve: ritmo concatenato, suono che scivola, consonanti e vocali intrecciate in un filo emozionale. Non c’è sintassi lineare: c’è percezione pura, il mondo esterno e quello interno coincidono nell’ondeggiare dei fiocchi, nel silenzio della notte, nell’alba sorpresa. I fonemi morbidi, i gruppi di lettere contigue creano vibrazioni di corpo e cuore: è poesia che agisce sul sistema nervoso prima che sull’intelletto, come un fremito dell’anima che si sveglia al mattino innevato.

  • Lacrima – Franco Fronzoli
Qui la parola è corpo liquido, caduta, scivolo verticale di emozione. Gli spazi irregolari, le linee spezzate, i gruppi di sostantivi ammassati trasmettono il singhiozzo del dolore e il silenzio dell’abbandono. Ogni scorrimento del verso è un movimento fisico: la lacrima non è solo immagine, è suono, densità, peso. La sintassi finale si allunga, cerca mani, raggi, baci: non conclude, ma spera, si affida alla possibilità minima di cura, a un contatto, un gesto, una luce. Il fonema duro di “vetro” e il flusso lieve del “bacio” creano un contrasto emotivo che segna la distanza tra sofferenza e desiderio di sollievo.
  • Le parole improvvisate – Giuseppe Stracuzzi
 Il verso di Stracuzzi pulsa come un battito interno dell’anima: le ripetizioni, le pause, i silenzi, diventano ossatura del pensiero e non semplici strumenti formali. Il “tace l’onda di pensieri indaffarati” è un gesto di distensione, un respiro del sé che si separa dall’ego brulicante; ogni consonante sorda e ogni vocale aperta accompagnano il peso dei castighi notturni e delle insonnie. La poesia si eleva e si inclina come uno specchio, dove il cuore e la mente dialogano senza fretta, e la consapevolezza si fa forma sonora.
  • Bluesky/word – Antonio Spagnuolo

 Spagnuolo costruisce paesaggi cromatici che diventano metafisici: ogni colore – cobalto, pervinca, indaco – si fa tessuto emotivo, e le parole come “dissolvenza” e “sussurro” vibrano in un continuum sospeso tra visione e linguaggio. La punteggiatura rarefatta e la scansione interna dei versi creano un ritmo fluttuante, dove la gioia e il mistero convivono. La mano che accarezza il colore è gesto corporeo e intellettuale insieme: la poesia non descrive, plasma la percezione, immerge l’io nel gesto creativo del mondo.

  • Las peonías se fueron – Marino Spadavecchia
 La lingua di Spadavecchia è sobria, quasi fotografica, ma vibra di tensione emotiva: le peonie partono e lasciano il giardino come un vuoto esistenziale, la punteggiatura segna pause di assenza, silenzi che pesano più delle parole. Il cardellino che fischia un addio senza saluto diventa nota stonata e memoria del tempo che passa; il vecchio rannicchiato è corpo e metafora, e l’orizzonte pallido è spazio psichico dove lo sguardo del lettore si posa, cercando ciò che resta invisibile. La banalità domestica finale (“una disgrazia ai ferri”) contrasta e amplifica il pathos, sciogliendo la tensione in ironia amara.
  • Il tramonto sulla pianura – Renzo Montagnoli
 Montagnoli tende a fondere natura, tempo e coscienza: il lento scendere del sole diventa respiro comunitario, le immagini – chioccia, aironi, campana – vibrano di suoni e fonemi aperti che rendono il paesaggio vivo. La punteggiatura delicata e l’andamento cadenzato creano una sospensione meditativa; il tramonto è specchio di malinconia e memoria, e la pianura non è solo spazio fisico ma presenza psicologica. La poesia muove l’animo tra ricordo e attesa, tra visione concreta e interiorità lirica, senza forzare mai la drammaticità: un lento palpito che accompagna il giorno verso il buio.
  • Cuore sulla pelle – Alessandra Piacentino
Cara Alessandra, la tua poesia pulsa direttamente dal corpo: il cuore che “assale”, che pesa, che apre porte è gesto fisico e metaforico insieme. La ripetizione del termine “cuore” diventa mantra emotivo, i fonemi duri e aperti – pugno, pugnale, brividi – segnano le cicatrici del passato e le ferite della memoria. La scansione dei versi, talvolta senza punteggiatura, lascia il respiro sospeso, mentre gli enjambement trasportano il lettore dentro la contraddizione tra fede, timore e desiderio. L’io poetico diventa carne viva, vulnerabile e in ricerca, e la tensione tra innocenza e esperienza si manifesta in ogni sillaba, come un cuore che ancora spera di essere travolto.
  • La gravità della situazione – Enrico Tartagni
 Tartagni gioca con il linguaggio come se fosse materia fisica, ogni parola sospesa nello spazio della coscienza. Le cesure improvvise, i segni non convenzionali, le maiuscole sparpagliate creano un ritmo irregolare che simula il fluttuare in un vuoto gravitazionale emotivo. Il testo è un equilibrio precario tra leggerezza e densità, tra ironia e desiderio, dove i fonemi diventano micro-eventi: il poeta cade e vola nello stesso gesto, cerca e trova, si mette a nudo attraverso un procedere quasi coreografico dei suoni e dei pensieri. La gravità non è solo fisica: è presenza psicologica, respiro esistenziale.
  • Aurora sul mare – Silvio Canapè
Canapè fonde paesaggio e intimità con precisione lirica: i suoni del granchio, del mare, della brezza diventano note di un’orchestra minima in cui l’anima si muove. Le pause e i versi lunghi creano respirazioni contemplative, gli enjambement accompagnano il flusso dei ricordi e la presenza dell’amore. La luce che compare tra le ombre è simbolo di rinascita, mentre il corpo e la memoria interagiscono: il granchio e l’io che “annaspa” coincidono con la tensione del sentire, dove la natura e l’emozione si intrecciano in una danza lenta e consapevole.
  • E come di Primavera… – Cristiano Berni

Berni costruisce un elogio che è al tempo stesso commemorazione e visione poetica: la leggerezza dei verbi e l’assenza di rumore formale riproducono la dolcezza dell’animo celebrato. La ripetizione delle immagini primaverili – margherite, equinozio, marzo gentile – funge da metrico battito dell’addio, dove il fonema aperto delle vocali espande il respiro del ricordo. L’io poetico è delicato testimone, l’eleganza della sintassi e la scansione dei versi conducono il lettore in una sospensione di tempo, tra memoria, commozione e luce spirituale.

  • Fermati musa – Alessandro Borghesi
 Borghesi gioca con tensioni interne che si fanno corpo e teatro insieme: la musa addormentata è spazio fisico e simbolo dell’ispirazione sospesa, mentre la punteggiatura irregolare e i trattini enfatizzano pause emotive e colpi di coscienza. I fonemi duri di “tranvata”, “zimbello”, “cavia” cadono come pugni nel verso, creando una fisicità emotiva intensa. L’io poetico oscilla tra desiderio di eternità e consapevolezza della precarietà, e il testo vibra come scena sospesa, tra sacro e brutale, tra passione e autodistruzione, in un equilibrio fragile e profondamente lirico.
  • Burelsquando…2 – Armando Bettozzi
 Bettozzi miscela umorismo e sensualità in un ritmo che danza come rotolo di spugna: le assonanze e le consonanze, i fonemi morbidi e schiacciati, creano una musicalità interna che accompagna il gesto amoroso senza cedimenti di energia. La progressione, quasi cinematografica, dall’attesa al colpo finale, trasporta il lettore dentro un teatro barocco di eccitazione e leggerezza, dove la realtà si dissolve nella commedia e nell’ebbrezza sensoriale, ogni parola è gesto, ogni pausa è respiro. Insomma, senza offese, anzi, con molta sentita stima, ribadisco l'arte affabulatoria del nostro Armando, la sua capacità di unire ironia pungente, etica, morale e senso civico, ma come in questo caso, anche puro divertissement.
  • Vespa 1960 – Armando Salvatore Santoro

 La poesia è nostalgia incarnata, fonemi che rotolano sulle sillabe come ruote sul selciato bianco. Il ricordo del vespino e del sol cocente è tessuto di suoni vivi, consonanti che sbattono contro l’aria come motore antico, e vocali che si aprono come polmoni alla memoria. L’io poetico resta sospeso tra il bambino che viaggiava e l’uomo che osserva, e la scansione dei versi, precisa e cadenzata, rende ogni passo del passato palpabile, fino a trasformare la nostalgia in spazio tangibile sul cuore.

  • Sole rosso – Felice Serino
Serino concentra la luce e il colore in tre versi, ciascuno peso e leggerezza insieme: il fonema “rosso” si piega sul mare come gesto concreto, la punteggiatura quasi assente lascia che il tempo del tramonto scorra naturale, e la parola “morire” chiude con la caduta essenziale. Il testo è minima metafisica: l’io poetico si ritrae, il sole agisce, e la fusione tra colore, movimento e fine diventa percezione immediata, meditativa, quasi muto rito visivo.
  • Ora parlo io – Antonia Scaligine

 Scaligine dialoga con il tempo come con un interlocutore vivente, quasi corpo sensibile: le ripetizioni, le esclamazioni, i versi spezzati creano un respiro meditativo che si apre tra ansia e devozione. Il fonema aperto delle vocali in “tempo” e “sapore” dilata il senso, ogni pausa è attesa e riverbero interiore. L’io poetico cerca il tempo, lo trattiene e lo contempla, fondendo ricordo, speranza e gratitudine: la scansione dei versi e la musicalità delle parole trasformano l’esperienza temporale in presenza emotiva, quasi liturgia di coscienza.
 

  • Un libro di onde e maree – Jacqueline Miu
 Qui il linguaggio si fa materia liquida: il mare, le alghe, il vento, ogni dettaglio naturale diventa estensione del corpo e del pensiero. La punteggiatura irregolare e i versi frammentati creano un ritmo ondulante, sospeso tra presenza e memoria. I fonemi e le consonanti dure – “relitti”, “porti”, “gran tesori” – contrastano con la morbidezza delle vocali, generando tensione tra perdita e meraviglia. L’io poetico cammina tra ciò che è stato e ciò che rimane, e il tramonto diventa esperienza fisica e simbolica, dove l’anima si misura con il vuoto e la bellezza insieme.
  • Lungo il Molo di Viareggio – Alessio Romanini
Romanini struttura il paesaggio come estensione dell’anima: la scansione dei versi e la punteggiatura minima accentuano il senso di sospensione, di solitudine contemplata. La consonanza tra “sciaborda” e “scura” costruisce un suono interno che imita il movimento delle onde e l’oscillazione emotiva dell’io. Il crepuscolo, i raggi lunari, il tarlo mentale sono corrispondenze tra mondo esterno e riflesso interiore, dove il tempo e lo spazio diventano misura della fragilità e della riflessione.
  • Il sogno impossibile – Sandra Greggio
 La nostra Sandra valorizza la solitudine come spazio creativo e affettivo: la ripetizione della struttura dei versi simula un rituale di introspezione, e la musicalità delle parole – “sognare”, “protagonista”, “utopia” – evidenzia il delicato equilibrio tra desiderio e protezione del sé. La punteggiatura rarefatta lascia respirare il sogno, mentre le immagini quotidiane – film, romanzo, pioggia – si caricano di valenza emotiva, trasformando il gesto semplice della solitudine in atto poetico, specchio di autonomia interiore e tensione lirica.

 
Con affetto, simpatia e stima
Ben Tartamo

 

 

 

20-21-22 Gennaio

Grazie ancora caro Ben!

Mi hai fatto emozionare.
Alessio Romanini 

 

Grazie mille, Ben Tartamo!
Felice Serino

 

 

  • L’albero forse — Felice Serino
Caro Felice, leggendo questi versi ho avuto la sensazione di essere accanto a te, in silenzio, davanti a quell’albero che non è mai stato solo un albero. È una presenza fedele, come certi luoghi dell’infanzia che ci conoscono meglio di molte persone. Mi ha ricordato la sobrietà di Saba quando parla con le cose, ma anche certi poeti orientali che affidano a un solo elemento naturale il peso dell’intera esistenza.
Quel tuo “sovrappensiero” è umano, profondamente umano: è lo sguardo di chi ha vissuto, di chi sente che il corpo porta la sua storia come un archivio discreto. L’inverno nelle ossa non è disperazione, è consapevolezza. Come se tu dicessi: io passo, tu resti, e in questo non c’è rabbia, ma verità. È una poesia che cura perché non mente, e come spesso accade nei versi più sinceri, consola proprio perché non promette nulla.
  • Vorrei, nel caso, fosse uno schiamazzo — Aurelio Zucchi
Caro Aurelio, la tua poesia mi sembra scritta camminando piano, come chi ha imparato a non calpestare inutilmente il mondo. In questo tuo desiderare senza imporre ho sentito qualcosa di molto europeo, direi quasi mitteleuropeo: una delicatezza che ricorda certi poeti austriaci o boemi, ma con un cuore profondamente italiano.
Il silenzio che accogli non è vuoto, è respiro. E i bambini, con il loro schiamazzo, non rompono l’armonia: la completano. Qui c’è una sapienza antica, quasi evangelica, ma anche qualcosa di molto moderno: l’idea che la bellezza non stia solo negli spazi immensi, ma nel quotidiano, nel borgo, nel campanile, in un lampione che si accende. È una poesia che insegna a guardare meglio, e senza mai alzare la voce.
  • Frescura — Antonietta Ursitti
Cara Antonietta, la tua poesia è come entrare in un quadro, o forse in un giardino che esiste prima delle parole. I tuoi versi mi hanno fatto pensare a certe liriche brevi giapponesi, ma anche alla grazia di alcune poetesse europee del Novecento che parlavano alla natura come a una sorella.
Non racconti: mostri. E in questo gesto c’è una grande fiducia in chi legge. L’ombra, da te, non è qualcosa da evitare, ma da celebrare. La frescura diventa uno spazio dell’anima, un luogo dove ci si può fermare senza difese. Innamorato, qual sono, delle scienze mediche dell'anima, direi che questa poesia fa bene perché rallenta il respiro; da poeta, perché dimostra che non serve spiegare tutto per dire l’essenziale.
  • Sotto la neve — Nino Silenzi
Professor De Ninis,  la tua poesia mi arriva come un fotogramma in bianco e nero, breve ma incisivo, di quelli che restano impressi più di tante parole. Quegli “scontri d’ombrelli” hanno qualcosa di urbano e universale insieme: potrei essere in una via italiana, ma anche a Parigi o a Vienna, sotto una neve che rende tutti un po’ uguali e un po’ più soli. Mi hai fatto pensare a certi versi essenziali di Ungaretti, ma anche a poesie nordiche, dove la vita si ritira, si accorcia, come dici tu, e trova rifugio nel fuoco, nel vino, nel sonno.
Direi che qui c’è una dolce resa: non disperazione, ma accettazione del rallentare, del farsi piccolo della vita quando fuori il freddo stringe. Da poeta, sento la forza di chi sa che basta un camino acceso e un bicchiere per tenere accesa anche l’anima. Grazie di cuore.
  • Nel cerchio del tempo — Laura Lapietra
Cara Laura, che bello rivederti nel Tempio Azzurro. Vedi, leggendo questi versi, ho avuto la sensazione di camminare dentro un affresco lento, il tuo, dove ogni stagione lascia una traccia prima di andarsene. C’è una musicalità ampia, quasi narrativa, che mi ha ricordato certi poeti romantici, ma anche alcune voci moderne che sanno parlare del tempo senza nostalgia sterile. L’estate che parte non è un lutto, è un passaggio: tu la accompagni con rispetto, come si fa con qualcuno che si ama e si sa che tornerà, in altra forma.
Mi colpisce molto il modo in cui intrecci memoria e futuro, ricordi e promesse “in gomitoli da sfilare”: è un’immagine che dice tanto dell’animo umano, sempre preso tra ciò che è stato e ciò che sarà. Da lettore sento una grande fiducia nella vita, nei suoi cicli; da osservatore dell’anima, percepisco una maturità serena, quella di chi ha capito che nulla si perde davvero, ma tutto si trasforma e ci cresce dentro.
  • Pioggia — Franco Fronzoli
Questa poesia del nostro bravo Franco, ha un passo lento, quasi meditativo, come se egli stesse davvero seduto davanti a quella finestra da molto tempo. Mi ha ricordato certi poeti americani del quotidiano, ma anche haiku dilatati, dove il gesto semplice — guardare la pioggia, sentire un profumo — diventa centro del mondo. L’autunno che racconta è fatto di sensazioni concrete: il rumore, l’odore, il tè caldo, gli stivali. È una stagione vissuta con il corpo prima ancora che con il pensiero.
E poi c’è quella attesa del temporale, degli uomini che avanzano sotto la pioggia senza paura: lì sento una vena quasi epica, ma trattenuta, umile. Come se il coraggio fosse una cosa silenziosa, quotidiana. Oserei dire, che questa poesia riconcilia con i tempi lenti, con l’ombra, con la stanchezza buona. È vero, però che hai saputo dare voce a un autunno che non chiede di essere amato, ma che si fa amare lo stesso.
  • Grazie di tutto — Giuseppe Stracuzzi
Questa poesia ha il passo di una preghiera detta senza inginocchiarsi, con gli occhi aperti sul mondo. Il tuo “grazie”, caro Giuseppe, non è astratto: prende corpo nelle cose semplici e profonde, nel tramonto, nel vento, nei fiori, nella fede che non si proclama ma traspare. Ogni immagine è un gesto di riconoscenza, come se la vita fosse osservata con uno stupore ancora intatto.
C’è qualcosa che richiama certa poesia spirituale mediterranea, ma anche echi di liriche francesi dove la gratitudine diventa forma di conoscenza. Il silenzio che “recita” la poesia è forse il punto più alto: non un vuoto, ma uno spazio abitato, dove parola e anima si incontrano senza bisogno di spiegarsi. È una scrittura che pacifica, che non chiede, ma riconosce.
  • Burlesquando… — Armando Bettozzi
Caro Armando, questo sonetto è un gioco colto e spudorato, consapevole della propria tradizione e felice di attraversarla sorridendo. L’uso del linguaggio bellico come metafora amorosa affonda le radici nella poesia barocca, ma anche in certi esercizi ironici della lirica rinascimentale, dove eros e parodia camminano insieme.
Il ritmo è serrato, teatrale, e dietro l’esagerazione si avverte un grande controllo formale. Cupido, le cartucce, l’ardimento: tutto è spinto al limite, ma sempre con leggerezza. Non c’è volgarità, c’è allusione, gioco, gusto per la parola che scoppietta come i petardi che evochi. È una poesia che diverte perché è consapevole, e che celebra il desiderio senza prendersi troppo sul serio, come facevano certi maestri antichi quando sapevano che l’ironia è una forma di intelligenza.
  • Un ultimo amore — Armando Salvatore Santoro
Questa poesia tocca una corda universale: l’idea che l’amore più inatteso arrivi quando si crede che tutto sia già stato vissuto. Il tuo sguardo, Armando, scusa se mi permetto, è disincantato ma non amaro. Il tempo ha corroso, sì, ma non ha cancellato la capacità di sentire.
Le immagini dell’acqua che sfugge, del sapone tra le dita, raccontano bene la fragilità di certi affetti maturi, così intensi proprio perché sanno di non essere eterni. Eppure, nel finale, ciò che resta è un calore che resiste allo sdegno, al rancore, alla stanchezza. Qui si sente una parentela con certa poesia civile e sentimentale del Novecento, dove l’amore non è più promessa, ma memoria viva, fiamma che continua a scaldare anche quando tutto sembra spento. È una poesia che non consola facilmente, ma accompagna, e proprio per questo, resta.
  • Cosa è il viaggio? — Antonia Scaligine
Cara Antonia, la tua poesia è una domanda che cammina. Il viaggio, per come lo racconti, non è spostamento ma coscienza del tempo che passa, una rotaia che lentamente scompare sotto i piedi mentre si continua ad andare. Ulisse non è qui l’eroe astuto, ma l’uomo che attraversa abissi interiori, che naufraga più volte senza smettere di procedere.
La stazione finale, il buio, la paura che il treno si fermi: tutto parla con semplicità di ciò che ognuno teme e intuisce. Eppure non c’è angoscia definitiva, perché il centro della poesia non è la fine, ma il modo di attraversare. Quel “ciao, arrivederci” è forse la parte più vera: un saluto detto con fede, con gratitudine, come accade in certe liriche di sapienza antica, dove vivere bene significa saper ringraziare. Il tuo verso finale non chiude: consegna.
  • Core italico — Jacqueline Miu
Jacqueline, questa volta mi hai sorpreso più del solito. Non è la tua solita poesia surreale, automatica, fantastica e sensuale, in questi versi esprimi un amore per l’Italia che mi commuove. l'Italia, qui, non è un luogo geografico, ma uno stato dell’anima. Gli olivi, le ginestre, i fichi, il vino: tutto vibra come in un grande affresco mediterraneo, dove la natura non fa da sfondo, ma parla. C’è qualcosa di classico e insieme di modernissimo, come se Virgilio incontrasse una sensibilità contemporanea capace di stupirsi ancora.
La vita che “pare scritta su una sola pagina” è un’intuizione limpida: non semplificazione, ma essenza. Accettare il poco, camminare in pace, cercare un lettore che ami: qui la poesia diventa anche riflessione sul destino umano e su quello degli uomini che scrivono. È una visione quieta, non ingenua, dove la bellezza non cancella il male, ma lo sfiora e lo contiene.
  • Settimo senso — Alessio Romanini
Alessio, la tua poesia sembra scavata più che scritta. Il “varco della percezione” non è esterno, non si apre sul mondo, ma dentro le pieghe più nascoste dell’anima. La fragilità che nomini non è debolezza: è la condizione stessa dell’essere vivi.
Il settimo senso di cui parli non ha bisogno di spiegazioni, perché si intuisce: è quella soglia sottile in cui dolore e consapevolezza si toccano. In pochi versi riesci a evocare una dimensione che richiama tanto certe riflessioni filosofiche novecentesche quanto una spiritualità laica, fatta di ascolto profondo. È una poesia che non alza la voce, ma resta nelle corde più sensibili delle nostre anime. Grazie.
  • Senza titolo — Sandra Greggio
Sandra, questo testo è un lampo. Poche frasi, ma decisive. Guardare la realtà “dal buco della serratura” è un’immagine potentissima, che dice limitazione, paura, attesa. Aprire la porta, dopo tanto tempo, è un atto di coraggio assoluto.
E poi lo svenimento: non come fallimento, ma come conseguenza naturale dell’impatto con il reale. Qui sento una parentela con certa scrittura contemporanea essenziale, quasi aforistica, dove il trauma non viene spiegato ma mostrato. È una poesia che parla a chiunque abbia avuto il coraggio di aprire una porta interiore, scoprendo che la verità, a volte, toglie il fiato.
Nei tuoi versi risento il dolore, le fragilità e la spiritualità, che diventano materia poetica altissima, come solo sapeva rendere l'indimenticabile Alda Merini.
Grazie, mia cara e dolce amica.

 
Con fraterno affetto e sincera stima. 
Vostro Ben Tartamo

 

 

 

17-18-19 Gennaio

Caro Ben Tartamo, leggo i tuoi commenti e sento qualcosa che mi pressa a ringraziare e lodare la tua bravura nel cogliere l’essenza delle poesie. Le tue doti sono straordinarie.

Ti auguro di cuore un mare di  bene,   grazie  infinite.
Giuseppe Stracuzzi

 

Ringrazio Ben Tartamo per l'affettuosa recensione alla mia poesia UN VERSO certo di sentire nelle sue riflessioni ampiamente condivise la sua partecipazione emotiva. Più in generale, da vecchio utente di queste pagine azzurre, lo ringrazio per quanto si adopera, quotidianamente, con sapienza e lucidità di analisi nell'interpretazione dei nostri versi e delle nostre emozioni.
Aurelio Zucchi

 

Grazie a te Ben,

per la tua sensibilità e la capacità
di interpretare le poesie, con poesia.
Un abbraccio.
Alessio Romanini


 

grazie a Ben Tartamo
Antonietta Ursitti


 

Ben, grazie!
Enrico Tartagni

 

 

Qui il dolore ha un suono preciso, inconfondibile, che non ammette distanza. Il pianto dei bambini non è solo udito: afferra, stringe, matura dentro come un seme amaro che non smette di crescere. La guerra non resta fuori, entra nell’animo e vi carbura lentamente, come un fuoco che trova sempre ossigeno. Il poeta guarda la coscienza dell’umanità e ne vede la stanchezza morale, la capacità di abituarsi, di scordare. È questo l’aspetto più inquietante: non l’orrore improvviso, ma la sua persistenza silenziosa. Nei giusti il dolore si rinserra e dura, non si dissolve. La pace, qui, non è assente per mancanza di parole, ma per mancanza di ascolto. E il mondo, assordato dalla violenza, sembra non accorgersi più nemmeno del proprio cuore.
Carissimo Armando, leggendoti, sento quanto tu sappia rendere il dolore palpabile senza mai esagerare: un vero maestro nell’abbracciare la verità con delicatezza e forza insieme.
  • Plenilunio – enrico tartagni
Questa poesia è un interno notturno dell’anima, una camera oscura dove la luce non illumina ma rivela. Fuori piove, ma non disturba: accompagna. Dentro, tutto è sospeso, come se il tempo avesse deciso di rallentare per lasciare spazio al sacro. Il plenilunio non è solo luna, è presenza, è muro di canto, è passaggio di qualcosa di puro che accarezza senza mostrarsi. I profumi, i fiori, le dee che emergono dal pavimento trasformano lo spazio domestico in un luogo iniziatico, dove il visibile e l’invisibile si toccano. La pioggia non spegne le stelle, le esalta. E il poeta, chiuso nella sua camera, non si sente prigioniero ma custodito, come se nulla al mondo potesse smuoverlo più di questa intimità luminosa e segreta.
Caro Enrico, leggere la tua poesia è come fare una passeggiata notturna insieme a te: un privilegio poter camminare tra le tue stelle.
  • Dissolvenza – Felice Serino
Qui la parola si riduce all’essenziale, come se ogni sillaba fosse un passo verso la spoliazione finale. Il domani non è promessa, ma visione dall’alto: ciò che eri diventa resto, materia che si scioglie. Non c’è dramma, non c’è paura, solo un processo inevitabile e quasi sereno. La dissolvenza non annienta, conduce. Arrivare all’essenza significa perdere peso, lasciare lo scheletro, diventare trasparenza. Questa poesia sembra scritta con il fiato trattenuto, come se anche il linguaggio dovesse farsi leggero per accompagnare il distacco. È un testo che non consola, ma chiarisce. E in quella chiarezza c’è una pace austera, senza ornamenti.
Felice, il tuo testo mi fa sentire vicino a quell’essenziale che spesso sfugge, e mi regala il senso di quiete che solo un amico sa condividere.
  • Immagini morbide da custodire senza paura – Alessandra Piacentino
Qui la poesia è un flusso sensoriale che avvolge e protegge, come un abbraccio che non stringe troppo. Le immagini sono dolci, liquide, commestibili, eppure cariche di una profondità emotiva che non si lascia ingannare dallo zucchero. Il perdono, l’affetto, il non detto: tutto pesa più del dolore dichiarato. Il cuore che batte non è simbolo, è presenza concreta, interna, innegabile. L’amore non è misura singola, ma spazio condiviso, due che diventano possibilità. E mentre il mondo gira, il poeta resta sospeso, tra divano e infinito, tra quotidiano e cosmo. Luna, stelle, mare e pioggia non sono fuga, ma continuità del sentire. I sogni vengono avvolti, custoditi, come cose fragili ma necessarie. È una poesia che accetta il movimento eterno senza smarrirsi, scegliendo di restare, dolcemente, in equilibrio.
Alessandra, leggere le tue poesie è come sedersi accanto a un’amica fidata e respirare insieme il mondo: sei dolce e preziosa.
  • Un verso – Aurelio Zucchi
Qui la poesia guarda se stessa mentre nasce, e lo fa senza vanità. Il poeta non cerca l’altezza, non cerca l’eco, non cerca l’eterno: cerca un punto di verità che coincida con il proprio sentire. La scrittura diventa uno specchio consunto, che non abbellisce ma restituisce fedelmente le crepe. C’è una caccia paziente alle parole giuste, non per spiegare la vita, ma per avvicinare l’enigma senza violarlo. La morte irrompe come scandalo definitivo, come frattura che rende insufficiente ogni tentativo di senso. Eppure la domanda non si spegne. Quel “come dirlo in verso che mi appaghi?” non è resa, è fedeltà al pensiero condiviso con l’amico perduto. La dedica trasforma il testo in dialogo interrotto, ma ancora vivo: la poesia diventa il luogo dove continuare a parlare, anche quando l’altro non può più rispondere.
Aurelio, mi sento vicino a te in questo dialogo sospeso: la tua parola è un ponte che sa parlare di amicizia anche attraverso l’assenza.
  • Tappeto rosso – Antonietta Ursitti
Questa poesia è una discesa onirica, elegante e inquietante insieme. Il sogno non è rifugio, ma trappola dolce. Le ali bianche sfiorano il volto come un presagio di purezza, mentre il tappeto rosso, ambiguo e violento, scorre sotto i piedi come un destino già scritto. Il sangue non è mostrato, è suggerito, e proprio per questo pesa di più. L’orizzonte coperto dal paravento toglie futuro allo sguardo, costringe a restare dentro la scena. Il desiderio di svegliarsi resta impotente: qui il sogno domina, non concede uscita. La poesia vive tutta in questa tensione tra bellezza e minaccia, tra grazia e impossibilità di sottrarsi. È breve, ma lascia una scia lunga, come il tappeto che continua a correre anche dopo l’ultimo verso.

 
Cosa aggiungere Antonietta? La tua capacità di trasformare un sogno in un’esperienza intensa è rara: leggere i tuoi versi è come condividere con un’amico un segreto prezioso.
  • Si sgretola – Nino Silenzi
Sempre immensamente magistrale il nostro Lorenzo. Qui la realtà non entra piano: martella. Il ticchettio è selvaggio, inesorabile, e sotto il suo colpo crolla tutto ciò che avevamo costruito per difenderci. Illusioni, ipotesi, perfino le certezze, vengono ridotte a polvere d’argilla. Non resta nulla di solido, solo cespugli secchi di rimpianto, parole condizionali che si aggrappano a una terra ormai arsa. Il poeta non indulge nella lamentazione: osserva la desolazione con lucidità severa. È una poesia che parla del dopo, di quando il possibile è già fallito e resta solo la consapevolezza. Eppure anche in questo paesaggio spoglio c’è una verità necessaria: vedere ciò che non regge più è il primo atto di onestà verso se stessi.

 
Carissimo Lorenzo, nostro amato Maestro e mecenate, leggere la tua poesia è come fare un giro tra la Natura e l'Umanità, la loro Bellezza ma anche le macerie e ritrovare la propria forza: sento che sei vicino anche nel modo in cui racconti la fragilità.
  • Notte – Franco Fronzoli
La Notte, a cui fa riferimento il nostro poeta, è un corpo che respira lentamente, attraversato da memorie, attese, presenze silenziose. Le strade perdute, i vicoli muti, i colori appesi ai balconi: tutto sembra sospeso in un tempo che non corre. I bambini nelle culle, i sospiri, l’aria fresca che abbraccia la notte costruiscono una quiete fragile, umana. Il borgo sconosciuto diventa universale, fatto di pietre che trattengono storie mai scritte, di mura che hanno visto passare vite senza nome. La notte di San Lorenzo aggiunge una dimensione ulteriore: lo sguardo che si alza, le stelle cadenti che aprono desideri silenziosi. È una poesia che cammina piano, che non vuole disturbare ciò che dorme. E nel farlo, restituisce alla notte la sua funzione più antica: custodire il tempo, prima che torni il mattino.
Leggendo i tuoi versi ho sentito un’amicizia silenziosa tra noi: una complicità che cresce tra le stelle e le pietre, tra ciò che si muove e ciò che riposa.
  • La speranza – Giuseppe Stracuzzi
Qui la speranza non è concetto, ma creatura viva, minuscola e palpitante. Non acceca, non promette salvezze immediate: trema come una candela, e proprio per questo resiste. È sorella della fede, non sua ombra, e insieme cantano in una zona sospesa, dove il divino non è lontano ma diffuso, come un’etere che avvolge. La soglia su cui procede è il punto più delicato dell’esistere, lì dove il baratro chiama e la caduta è possibile. Eppure la speranza avanza scalza, senza protezioni, portando nel cuore non una certezza, ma un mistero. È una poesia che non urla fiducia, la custodisce. E in questo custodire c’è una forza silenziosa, quasi sacrale, che non vince il buio, ma gli sopravvive.
Sento davvero la tua mano amica nel guidare il lettore attraverso questa luce fragile: leggerti è un po’ sentirsi meno soli.
  • A la fiera de l’esaggerazzione – Armando Bettozzi
Qui la poesia diventa requisitoria, ma non perde mai la sua natura di coscienza vigile. I “fatti” non sono cronaca fredda: sono ferite quotidiane che si ripetono, si accumulano, si normalizzano. Il poeta sente l’odore di un lassismo che sa di calcolo, di un lasciar correre che somiglia a una strategia più che a una debolezza. Le domande incalzano, non cercano risposte comode, ma responsabilità. Magistrati, ideologie, libertà trasformata in furore: tutto viene messo sotto una luce impietosa. Il tono è ironico, amaro, talvolta sferzante, ma sotto c’è una richiesta seria di limite, di argine, di misura. È una poesia che non vuole piacere, vuole svegliare. E lo fa usando il verso come atto civile, come gesto di resistenza contro l’abitudine al peggio.

 
E, il nostro affabulatore Armando fa sì che questa storia ritorni travestita da farsa, e il dialetto diventi strumento affilato di verità. Savonarola e Giordano Bruno non sono evocati come monumenti, ma come fastidi eterni del potere, colpevoli di aver parlato troppo e troppo a fondo. La “fiera” è il luogo del troppo, dell’eccesso che si spaccia per libertà, dell’abbuffata ideologica dove la misura è bandita. Il poeta gioca, ma il gioco è serio: sotto il sorriso amaro c’è la consapevolezza che, se certe dinamiche fossero ancora lecite, il fuoco tornerebbe a divorare corpi e idee. Il dialetto non alleggerisce, incide. È una poesia che smaschera l’ipocrisia del “si può dire tutto” quando tutto diventa rumore, e nessuno ascolta più il senso. Qui la tradizione parla al presente, e lo fa senza chiedere permesso.
Carissimo Armando, con le tue poesie, ci ricordi che il mondo può essere pesante ma che le parole possono tenerci svegli e attenti, e tu lo fai con ironia e cuore.
  • Flash – Sandra Greggio
Questa poesia è un lampo di tenerezza cosmica. In pochi versi il mondo viene avvolto in un gesto semplice e quasi materno: il cielo che si fa foulard, la terra che si protegge dal freddo. Non c’è dramma, non c’è tensione: solo uno sguardo capace di vedere cura dove altri vedono distanza. L’inverno non è nemico, è occasione di protezione. Il pianeta diventa corpo, la natura diventa gesto affettuoso. È una poesia che non spiega, suggerisce. E in quella immagine rapida resta una sensazione di quiete, come se per un attimo l’universo avesse deciso di essere gentile.
Sandra, leggere i tuoi versi è stato come sentire un sorriso amico nel vento freddo: un piacere condividere questa delicatezza con te.
  • Io che ho tanti perché… – Antonia Scaligine
Qui la poesia è una veglia interiore, una notte abitata da domande che non trovano riposo. Il giorno viene ispezionato come una scena del crimine, e ciò che emerge è ansia, paura, smarrimento. I pensieri rubati dai ricordi bagnano la mente e il cuscino, confondendo il confine tra interno ed esterno. La mancanza di progetti non è pigrizia, è stanchezza dell’anima di fronte a un mondo ferito: guerra, lutto, innocenti che muoiono. I “perché” non sono retorici, sono autentici, dolorosi. Eppure, nel punto più fragile, avviene uno scarto: la fragilità non resta paralisi, diventa molla, impulso, possibilità di fare e di volere. Non è una soluzione, è una trasformazione. Questa poesia non chiude il dolore, lo attraversa, e lascia intravedere una forza che nasce proprio dal non smettere di interrogarsi.
Antonia, sappi che sento l’amicizia e la fiducia tra chi condivide il cammino del cuore e della mente: leggerti è un dialogo che fa bene all’anima.
  • Semplicemente dolce – Jacqueline Miu
Qui l’amore è un respiro che attraversa la vita e la trasforma, anche quando il tempo appare crudele e affamato. La poesia non si accontenta di raccontare un sentimento: lo fa vibrare, pulsare, come se il cuore del lettore dovesse battere all’unisono con quello del poeta. Ogni immagine è intensa, sensuale, eppure non è mai gratuita: il bacio, le mani, le linfe comuni diventano metafore di un’unità che trascende la carne per abbracciare l’anima. La dolcezza non è solo piacere, è presenza, resistenza, un’energia che rende immortale l’attimo. La tua poesia, cara Jac, è un viaggio tra folla e solitudine, tra desiderio e speranza, tra realtà e sogno, sempre sostenuta da una passione che non conosce misura. E alla fine, resta la vita che passa, fragile ma riscattata dall’amore, dal sogno, dalla capacità di continuare a cercare l’altro, anche nell’infinito dell’assenza.
  • Sfiorare il silenzio – Alessio Romanini
In questo testo la poesia diventa delicatezza pura, un gesto misurato e quasi sacro: sfiorare il raggio lunare è toccare l’invisibile, l’ombra che illumina la notte senza distruggerla. La luna è padrona, osserva, conosce i segreti e li custodisce nel silenzio, senza giudizio, senza bisogno di parola. Il tempo si frammenta: mezzanotte, notte, mattino rorido, eppure tutto resta avvolto in un attimo sospeso. Qui il silenzio non è vuoto, ma spazio di ascolto, di respiro, di mistero. La poesia è semplice, ma intensa: coglie l’incontro tra luce e ombra, tra ciò che si può vedere e ciò che resta nascosto. È un invito a fermarsi, a percepire la delicatezza del mondo e il senso di una presenza silenziosa che accompagna la vita, discreta e immutabile. Grazie, Alessio. 

 
Con infinito affetto e stima
Ben Tartamo

 

 

14-15-16 Gennaio

Commento
Grazie Lorenzo , persona speciale dall’animo discreto e gentile
per avermi dato l'opportunità da tanti anni , precisamente 24 anni ,(ormai siamo amici di vecchia data) di condividere i miei pensieri nel tuo sito ,
creatore , ma non solo, anche grande poeta che con il tuo nome in incognito ,come del resto sei tu umile e modesto , ci doni bellissime poesie .
Ben Tartamo , cosa dirti ,può bastare il mio grazie ? Tu che sai leggere quei miei pensieri per illuminarli con i tuoi commenti , davvero unici e straordinari , cosa dire a una persona come te , oltre al grazie aggiungo che “Tu, e la tua Poesia„
. ..che per te è vita ,malattia , follia , fantasia ,amante ... ecco perché riesci a capire le poesie degli altri che non sono sempre facili da interpretare , tu e Lorenzo liberate i sogni ,le emozioni , a me mi fate sentire meglio di quella che sono
Non vorrei sembrare sdolcinata con queste mie parole, ma sono vere e nascono dal cuore per due persone degne da tutti noi di sentirsi dire
GRAZIE ,l’icona di tutto .
Antonia Scaligine

 

 

Risposta a Ben ( Benedetto) Tartamo
Devo dire grazie a Ben Tartamo! Davvero. La sua domanda è un complimento davvero molto bello,. Ben non ho mai pensato di leggere le mie "bellissime" poesie! Comunque adesso ormai è tardi, oh! ho 80 (ottanta) anni, non è più tempo né stagione.... ma la Poesia vera ha delle regole di scrittura che richiedono anche preparazione di grammatica oltre che di composizione dei versi, rime, cultura letteraria, conoscenza delle parole e delle loro derivazioni, un grande vasto dizionario nella mente e nella memoria, tanti particolari insomma, che non ho. Ben, tuttavia ricordo che a Ravenna tanti anni fa nel Caffè Alighieri in via Mariani organizzarono un incontro di poeti ravennati, ma anche pugliesi, o di Matera, e io ci andai e potei leggere "A mia madre" e ottenne...ebbi un grande successo. PS Ok. Bè ciao Ben! Io invio eh non sto qui a correggere gli orrori...ehm
enrico tartagni

 

 

 

Con il nostro simpaticissimo Armando, la Poesia, si fa atto civile, ma non rinuncia mai alla propria natura visionaria e corrosiva. Il verso, com’è nelle sue corde,  procede come una requisitoria che non cerca l’eleganza ma la verità nuda, e proprio per questo trova una sua severa musicalità, aspra, talvolta volutamente sgraziata, come lo è la materia che maneggia. Il “golpe” evocato non è l’evento spettacolare della storia, bensì la sua ombra quotidiana, il lavorio carsico del linguaggio, della censura, della paura amministrata. Colpisce la capacità di Bettozzi di smascherare l’uso strumentale delle parole, di mostrare come l’inversione semantica diventi arma politica: cooperazione che significa conflitto, diritto che si tramuta in paralisi, tutela che scivola in abbandono. Il ritmo insistito, quasi martellante, restituisce l’ansia di chi osserva una frattura profonda tra il dire e il fare, tra l’astrazione ideologica e la carne viva della realtà quotidiana. Non c’è compiacimento, non c’è invettiva gratuita: c’è piuttosto un senso di esasperata lucidità, come se la poesia fosse l’ultimo luogo in cui ciò che viene taciuto possa ancora essere pronunciato senza mediazioni. E in tutto questo, Armando Bettozzi è un Vate, un redivivo Belli e Trilussa che con la sua satira tragica e antropologica ci fa della morale in stile allegorico romanesco.

Questa poesia gioca con la lingua come con un oggetto vivo, scivoloso, ironico e tragico insieme. L’omofonia non è mero esercizio di stile, ma diventa metafora dell’equivoco esistenziale: parole uguali che significano altro, come sentimenti che sembrano identici e invece feriscono in modo diverso. Il tono leggero, quasi scherzoso, nasconde una malinconia profonda, una ferita affettiva che non trova sfogo nel rancore ma si sublima in intelligenza verbale. Santoro costruisce un piccolo teatro della mente in cui il quotidiano – il cibo, il vino, la passeggiata – si carica di risonanze interiori, mostrando come la saggezza non sia assenza di dolore, ma capacità di attraversarlo senza farsene deformare. C’è una morale che non predica, un distacco che non è cinismo, una forma di dignità silenziosa che emerge proprio dal gioco, dal sorriso amaro, dall’arte sottile di dire senza mai gridare. Tragico, oserei dire, come spesso è quel Sentimento che è assieme Scelta, Risposta e Valore che chiamiamo Amore.

Qui la parola si rarefa e diventa quasi respiro, attesa, sospensione. La goccia di pioggia non è soltanto immagine naturale, ma unità di senso, microcosmo in cui il tutto si riflette senza bisogno di spiegazioni. Tartagni scrive come chi guarda il cielo non per fuggire la terra, ma per riconoscersi in un movimento più ampio, cosmico e intimo insieme. Il linguaggio è visionario, attraversato da improvvise accensioni cromatiche e sonore, e tuttavia mantiene una nudità essenziale, come se ogni verso fosse appena sufficiente a reggere ciò che evoca. L’attesa del temporale diventa attesa di una rivelazione che non ha nulla di spettacolare: è il semplice, difficile atto di lasciarsi toccare, di permettere alla goccia di bagnare davvero, di accettare che il senso non si imponga ma cada, lieve, su chi è disposto a fermarsi.

Una domanda vorrei porre al nostro bravo Enrico, sperando voglia risponderci: hai mai provato a recitare le tue poesie in teatro? 

In questi pochi versi si avverte una concentrazione quasi liturgica del pensiero, come se l’immagine non fosse scelta ma imposta da una necessità interiore. Il pensiero che resta impigliato nella spina di Cristo non è un’idea astratta, ma una coscienza ferita, trattenuta, immobilizzata nel punto in cui il dolore diventa rivelazione. Il sangue che si dispone in arabeschi sul volto introduce una bellezza inquieta, una sacralità che non consola ma interroga, e il richiamo a Giotto non è citazione colta bensì riconoscimento di una genealogia dello sguardo: quello sguardo che sa rendere il divino umano senza attenuarne lo scandalo. La poesia vive di questo arresto improvviso, di questa immagine che non si scioglie ma resta, come resta una visione che continua a lavorare dentro. Grazie, Felice per le emozioni che ci doni.
Innanzitutto: grazie, carissimo fratello e amico per essere tornato tra noi. Ci sei mancato, mi sei mancato. Il tuo ritorno in Venezuela mi ha lacerato dentro, ma ho compreso le tue ragioni e ti chiedo perdono per non aver saputo fare di più per trattenerti e donarti quella giusta e doverosa serenità che il tuo essere dignitoso meritava. La nostra amata Patria è diventata madre matrigna per noi connazionali e non aggiungo altro.

 
Che dire, però di questa tua ultima creatura, paradossalmente calda di emozioni, nonostante il titolo? 
Qui l’inverno non è stagione ma condizione dell’esistere, perdita di luce che si deposita sui luoghi del quotidiano e li trasforma in scenari morali. I marciapiedi della vita diventano superfici fredde su cui il dolore non scivola più, ma colpisce, come i pallini di piombo che attraversano il cuore proprio nel luogo simbolico della salvezza. La poesia costruisce un mondo deformato, popolato da figure grottesche e tragiche insieme, dove l’addomesticamento del pericolo e l’asma del canto tradizionale segnalano una civiltà stanca, che continua a muoversi senza sapere. E tuttavia, senza retorica, arriva la resurrezione minima e ostinata: il sole che sorge ancora, la canzone che nasce. Non come promessa enfatica, ma come atto necessario, quasi involontario, della vita che insiste.
Nella versione spagnola il testo non perde forza, anzi sembra acquisire una nudità ulteriore, come se la lingua amplificasse l’asprezza delle immagini. La luce che non è più luce, i perdigones che attraversano il cuore, l’hemiciclo del potere: tutto suona più secco, più tagliente, come una cronaca visionaria che non concede appigli emotivi. Eppure anche qui il sole ascende e nasce un canto, e questo finale, identico nel senso ma diverso nella vibrazione sonora, suggerisce che la speranza non appartiene a una lingua sola, ma a una necessità universale del dire poetico.
Questa poesia si muove nella dimensione della memoria amorosa come in un mare interiore, dove il naufragio non è distruzione ma forma di conoscenza. La luce degli occhi amati diventa principio ontologico, fondamento stesso dell’essere, qualcosa che continua a brillare anche quando tutto il resto sembra spento. Il linguaggio è abbandonato, emotivo, attraversato da immagini classiche che però non risultano convenzionali, perché sono vissute, cariche di esperienza. Il silenzio, le lacrime, la musica portata dal vento compongono una partitura intima in cui il passato non è nostalgia sterile ma sostanza viva, trattenuta nell’attimo presente come in una fragile eternità. È una poesia che non teme la vulnerabilità e proprio per questo riesce a farsi autentica. Grazie infinite, Silvio.
In questi versi brevi e affilati si avverte una tensione morale costante, un oscillare che non trova sintesi ma resta esposto. La pioggia che cade come lama, il veleno che stringe lentamente, la strada come luogo di scelta: tutto concorre a disegnare un universo in cui bene e male crescono parallelamente, senza mai annullarsi. Il profano e il devoto non sono figure opposte ma riflessi, posizioni instabili in un equilibrio sempre precario. Il tono è severo, quasi sentenzioso, ma non dogmatico; sembra piuttosto l’esito di un’osservazione lucida, disincantata, che accetta la complessità senza addomesticarla. Qui la poesia non consola, ma chiarisce, e nel farlo lascia una traccia asciutta, persistente e oserei dire, cruda.
Questa poesia nasce da uno sguardo mattutino, quasi innocente, e subito si carica di una responsabilità morale profonda. Il risveglio, il respiro dell’aria frizzante, il sole che sale lentamente costruiscono un ingresso pacificato nel mondo, che viene però incrinato dalla consapevolezza del nome, di quella definizione che pesa come un marchio. È molto efficace il movimento dello sguardo: da lontano l’abbaglio, da vicino la conoscenza. Peluso non nega il dolore né lo spettacolo della ferita, ma rifiuta la semplificazione, il racconto unico e fosco. La città, vista davvero, è corpo complesso, stratificato, capace di ardore e colore. La fiamma finale non è distruttiva ma amorosa, ed è in questa trasmutazione simbolica che la poesia trova la sua dignità più alta: non difesa retorica, ma atto d’amore lucido verso un luogo che soffre e vive insieme.
Qui la parola sembra muoversi su una soglia instabile, come se ogni verso fosse sospeso tra caduta e tenuta. L’io non è mai isolato, esiste solo nel “noi”, in una compresenza che attraversa il vento, il tempo, la notte lunare. Le immagini si accostano senza spiegarsi, creando una tessitura onirica dove il cammino è confuso ma necessario. Il calice che si rialza, il brindisi sussurrato, l’attesa che non è immobilità ma ascolto: tutto suggerisce una fede fragile ma ostinata nel continuare, nel restare aperti al possibile. È una poesia che non afferma, ma affida, che non conclude, ma accompagna.
Questa poesia è un lungo respiro, una invocazione che si costruisce per accumulo e per delicatezza. L’amore desiderato non è mai violento, mai invasivo: è leggero, parlato piano, tenuto nel palmo della mano come qualcosa di prezioso e vulnerabile. La disposizione stessa dei versi, dilatata e ariosa, restituisce l’idea di un sentimento che ha bisogno di spazio per esistere. Natura, corpo, tempo e viaggio si intrecciano senza mai perdere pudore, anche quando l’intimità si fa più intensa. L’amore qui è cammino condiviso, è sogno che non cancella il passato ma lo attraversa, lasciando impronte destinate a svanire. Resta una quiete finale, una promessa di riposo reciproco, che suona come una forma di approdo.
Questa poesia si muove come una preghiera che non chiede, ma contempla. Il dialogo con il divino è intessuto di silenzio, di natura, di nascita e di morte, in una circolarità che non oppone il dolore alla bellezza, ma li riconosce come parte dello stesso mistero. La voce del Signore non tuona, non domina: passa nell’aria, nei germogli, nelle stelle, nel neonato, facendosi presenza diffusa e mite. Il tono è umile, devoto senza enfasi, e proprio per questo autentico. La ripetizione iniziale diventa ritmo interiore, quasi un rosario laico, che accompagna il lettore verso una lode pacata, non trionfante, ma profondamente sentita.
Questa poesia si muove lungo binari che sono al tempo stesso concreti e interiori, restituendo alla stazione la sua natura più profonda di luogo di passaggio e di rivelazione. Il caos umano, allegro e multiforme, non è confusione sterile ma intreccio di destini, somma di storie che si sfiorano senza conoscersi davvero. I treni diventano voce collettiva, narratori inconsapevoli di un’umanità in viaggio che cerca mete esteriori mentre attraversa, spesso senza saperlo, paesaggi dell’anima. La forza del testo sta in questa doppia lettura, nel trasformare l’esperienza quotidiana in metafora esistenziale, senza forzature, lasciando che siano le immagini stesse a suggerire il senso di un andare che riguarda tutti.
Qui il tempo si consuma insieme alla luce, e la poesia accompagna con delicatezza questo lento spegnersi. La candela non è solo oggetto simbolico, ma misura dell’attesa, termometro emotivo di una speranza che si assottiglia senza clamore. L’ombra che cresce non è minacciosa, è semplicemente più grande, più presente, come accade quando l’assenza prende spazio dentro di noi. Il momento della rivelazione è quieto, quasi sussurrato: l’amore come mancanza, come esperienza che si fa carne proprio quando l’altro non c’è. La lacrima finale non è sfogo, ma sigillo di verità, gesto umano che chiude il cerchio con pudore e autenticità.
Come puoi notare anche tu, mia cara Sandra Beatrice, la tua vena poetica non si è affatto esaurita, anzi. Credici.
In questa poesia la voce si afferma con una forza che non ha bisogno di alzare il tono. È un discorso diretto, quasi dialogico, che attraversa il presente tecnologico senza timore, ma anche senza concessioni. L’intelligenza, qui, non è accumulo di dati né progresso materiale: è dono, scintilla originaria che permette di amare, di emozionarsi, di restare irriducibilmente umani. Il riferimento all’intelligenza artificiale diventa così controcampo necessario, non rifiuto del nuovo ma riaffermazione dell’anima come luogo non delegabile. L’amore emerge come criterio di realtà, come prova ultima dell’esistenza autentica, e il passaggio dall’io al noi apre uno spazio di fiducia, di possibilità condivisa, in cui la verità non è autosufficienza ma relazione.
Antonia, mia cara Antonia: hai fatto ancora centro e, ahi! hai colpito proprio lì dove batte il ritmo al respiro della vita.
Questa poesia si muove come una visione febbrile e tenera insieme, un viaggio iniziatico in cui il linguaggio non cerca equilibrio ma verità emotiva. Le immagini si susseguono per metamorfosi, il cielo che diventa mare, il cammello viaggiatore, l’orca divina, in una geografia simbolica dove l’io attraversa carestie affettive e tempeste interiori. Il “senza glutine” non è condizione alimentare ma esistenziale: un digiuno sentimentale che ha assottigliato l’ego fino a renderlo vulnerabile, sanguinante, finalmente permeabile. I fiori morti, ripetuti come ossessione dolce, sono reliquie del tempo, tentativi di salvare ciò che è stato attraverso una cristallizzazione amorosa. Colpisce il contrasto tra la violenza del mondo, popolato di orche umane e plastica, e la delicatezza improvvisa del merlo, delle mani-scoiattolo, dell’attesa della neve. La città che imita il Paradiso con luci e angeli appesi è una visione struggente e ironica insieme, un Eden artificiale in cui la pace è possibile solo per attimi, mentre si resta in attesa che qualcosa cada dall’alto, piume o segni, come una grazia non garantita.
Questa poesia si offre come un’esortazione semplice solo in apparenza, perché dietro l’immediatezza dell’invito si nasconde una profonda accettazione della fragilità umana. Il “non aver paura” ripetuto diventa una formula quasi rituale, un mantra laico che accompagna l’individuo nell’attraversare il ridicolo, il dolore, la fine. Ballare con un partner immaginario, gridare al vento, donare lacrime alla luna sono gesti che riscattano l’eccesso emotivo e lo trasformano in atto di libertà. La poesia non separa mai gioia e disperazione, corsa e pianto, perché riconosce che la vita è interezza, non selezione. Il tempo viene percepito come dono e come urgenza, ogni respiro e ogni alba acquistano valore proprio perché inscritti nella finitezza. L’ultimo battito di ciglia non è minaccia ma intensificazione dello sguardo, invito a vivere con pienezza anche ciò che fa male, senza arretrare. Qui il coraggio non è eroico, è quotidiano, ed è proprio questa la sua forza più luminosa.

 
Con infinito affetto
e stima imperitura. 
Vostro Ben Tartamo

 

 

11-12-13 Gennaio

Ringrazio ancora una volta Lorenzo vate di Poetare per l'ospitalità e non trovando le

giuste parole trasmetto tutta la mia emozione a Ben Tartamo per i commenti alle poesie
e per gli apprezzamenti alle mie. Grazie
Silvio Canapè
 

 

 

 

 

8-9-10 Gennaio

  • Sono un poeta – Franco Fronzoli
«Il poeta non crea il mondo: gli permette di accadere.»

 
Questa poesia è un manifesto ontologico, non una dichiarazione d’intenti. Fronzoli non dice scrivo poesie, ma sono poeta — e lo è perché sosta, perché accoglie, perché non forza il reale ma lo lascia depositarsi su di sé come pioggia sulla mano.

 
La goccia, la foglia, la lacrima, il vento: sono sacramenti minimi, epifanie quotidiane che solo uno sguardo non violento può riconoscere. Il poeta qui è un custode del sensibile, un uomo che non consuma il mondo ma lo contempla fino a sentirne il battito.

 
Il movimento del testo è circolare: dal cielo (pioggia, sole, nuvole) alla terra (spiagge, scogli, impronte), fino al tempo (clessidra). È una liturgia cosmica in cui l’io non domina, ma cammina “su impronte disperse”, scrivendo con la vita e non sulla vita.

 
Lo scrigno finale — il cuore docile — è un’immagine evangelica: il poeta come colui che conserva, come Maria “che serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”.
Qui la poesia è memoria amorosa del mondo.
  • Gioia dolore amore – Giuseppe Stracuzzi
«La fede non elimina il dolore: gli dà una direzione.»

 
Stracuzzi ci conduce su una via crucis luminosa, dove la Fede non è anestesia ma trasfigurazione. Il verso iniziale è teologicamente potente: la fede “affievolisce l’urto del nulla ignoto”. Non lo nega, non lo cancella — lo rende attraversabile.

 
Il trittico gioia–dolore–amore è il cuore pulsante del testo: non sentimenti separati, ma cardini di una stessa porta. È una visione profondamente cristiana e insieme umanissima, dove la Croce non è scandalo sterile, ma grembo da cui risorge l’amore.

 
La strada ritorna — cara anche a Silenzi — ma qui è fiorita di speranze. Gli errori non vengono rimossi: vengono raccolti e offerti al perdono. Questo è il gesto più alto della poesia: trasformare il fallimento in offerta.

 
Il parto del bambino, posto in chiusura, è una scelta di straordinaria intelligenza simbolica: la fede si misura non nei cieli astratti, ma nel corpo che genera vita, nel dolore che diventa dono.
Stracuzzi scrive una poesia eucaristica, dove ogni passo è pane spezzato.
  •  Par la fine. – Silvio Canapè
«L’eros è una teologia del corpo quando non è menzogna.»

 
Qui Canapè compie un gesto audace e riuscito: riconsegna l’eros alla sua dignità cosmica. Il testo nasce nello sconforto e nel buio, ma basta “un raggio di sole” — figura archetipica della grazia — perché il mondo si riaccenda nel volto dell’amata.

 
L’amore fisico non è mai triviale: è metafora marina, è ritmo naturale. I corpi sono onde, i respiri corde di violino, l’atto amoroso è marea che sale, si infrange, si placa. Nulla è gratuito: tutto segue una legge antica, quasi liturgica.

 
Particolarmente felice è l’immagine del “gozzo sospinto sul mare leggero”: l’amore come navigazione fragile ma necessaria, affidata al respiro dell’altro.

 
E poi la chiusa, di limpida potenza filosofica:
“L’amare questo è: essere in due, sciogliersi nell’Uno.”
Qui l’eros diventa mistica dell’unificazione, eco platonica, agostiniana, persino dionisiaca. Il corpo non allontana dallo spirito: lo conduce al suo compimento.

 
Canapè ci ricorda che l’amore vero non è possesso, ma perdita dei confini.
  • La Befana de oggiggiorno – Armando Bettozzi
«Il dialetto è la lingua con cui un popolo sogna mentre finge di ridere.»

 
Qui Bettozzi compie un’operazione di alta sapienza poetica e antropologica: usa il romanesco non come colore folkloristico, ma come strumento morale, come bisturi affilato che incide la carne del presente. La Befana diventa figura archetipica, quasi una madre mitica tradita dal tempo moderno, simbolo delle leggende che reggevano il mondo prima che il mondo decidesse di bastare a sé stesso.

 
Il tono è ironico, sì, ma è un’ironia ferita, intrisa di malinconia civile. La Befana non è più temuta, non è più attesa: viene tollerata, dimenticata, ridotta a funzione consumistica. E il verso dialettale, con la sua musicalità aspra e carnale, rende ancora più dolorosa questa perdita: perché ciò che si perde non è solo un personaggio, ma l’entusiasmo, parola-chiave del testo, intesa come respiro dell’anima collettiva.

 
Il passaggio decisivo è quello quasi profetico:

 
> E si uno nu’ è ‘ntusiasta… è guasi morto…

 
Qui Bettozzi parla come un antico sapiente di borgata, come un filosofo scalzo. Senza mito, senza leggenda, senza stupore, l’uomo si trascina ma non vive; diventa vulnerabile al “corosìvo”, a ciò che consuma lentamente l’umano dall’interno. La Befana, allora, non è più una vecchina: è l’ultima sentinella contro la disumanizzazione.
  • Assaggio d’inverno – Armando Salvatore Santoro
«Il sonetto è una finestra: se il vetro è limpido, il mondo entra.»

 
Santoro offre un sonetto di rigorosa compostezza formale, dentro cui l’inverno non è solo stagione, ma stato dell’essere. Ogni immagine è calibrata, ogni verso porta con sé una quieta desolazione: la foglia che “prega”, l’acino inaridito, la tortora privata del nutrimento. La natura non muore, ma si ritira, si contrae in una sorta di pudore cosmico.

 
Il lessico è classico, quasi pittorico, e richiama una tradizione alta della lirica italiana: l’inverno come tempo sospeso, come prova silenziosa. Il sole che “annega” è un’immagine di struggente efficacia: non tramonta, ma scompare soffocato, come se il cielo stesso avesse perso respiro.

 
Straordinaria è la scena osservata dalla finestra: il vetro che si appanna, i visi disegnati col fiato — gesto infantile, residuo di umanità che resiste al gelo — mentre fuori il villano spala, il cane guaisce, i melograni vengono liberati dalla neve. È un teatro minimo, quotidiano, in cui la vita continua a muoversi nonostante tutto.

 
Il verso finale, rapido e quasi brutale nel suo realismo (“poi lesto a volo il pasto giù tracanna”), riporta il lettore alla necessità primaria: sopravvivere. L’inverno, in Santoro, non è lirismo astratto, ma condizione concreta dell’esistenza.
  • Un fiore nel deserto – Antonietta Ursitti
«La speranza non annuncia: accade.»

 
Questa poesia è una epifania improvvisa, breve come il lampo che rivela il paesaggio notturno. Il deserto, archetipo universale di prova, solitudine, smarrimento, viene attraversato non da un eroe, ma da un tu umano, fragile, in cammino verso un “nuovo inizio”.

 
I dromedari in lontananza amplificano la vastità, il silenzio, la lentezza del tempo. E poi, senza preparazione retorica, senza enfasi: un fiore spunta all’improvviso. Non spiegato, non giustificato. Esattamente come la speranza vera.

 
Il fiore non promette salvezze grandiose: dice solo che “è tempo di sperare”. Non perché sperare, non come: semplicemente ora. In questo gesto minimo c’è una sapienza quasi biblica, una teologia del segno povero, dove la vita parla sottovoce ma con autorità assoluta.

 
Ursitti affida alla poesia una funzione essenziale: ricordare che anche nel luogo più ostile può nascere ciò che non era previsto. E lo fa senza clamore, con una nudità che è già verità.
  • Senza coperta – Enrico Tartagni e T.
«Chi rinuncia al nome ha già varcato la soglia dell’essenziale.»

 
Questa poesia parla con la voce primordiale di chi ha deposto ogni maschera. L’io che si dichiara “senza coperta” non è un mendicante dell’esistenza, ma un asceta cosmico, un essere che ha scelto il contatto diretto con il cielo, con la notte, con il freddo metafisico della verità.

 
Il rifiuto del nome è un gesto di rara radicalità poetica: nominare significa fissare, possedere, incidere. Qui invece l’io passa, e nel suo passare riconosce la propria natura transitoria, solidale persino con la roccia che anch’essa “passa”. È una visione profondamente anti-idolatrica: nessun dio da scolpire, nessuna grotta da consacrare, nessuna traccia da imporre agli altri.

 
L’assenza di donne, di indirizzo, di casa non è mancanza: è scioglimento dei legami di dominio. L’amore per il mondo non si esprime nel colpirlo o scolpirlo, ma nel non ferirlo. È un’etica della sottrazione, quasi taoista, che convive sorprendentemente con una sensibilità occidentale nuda e moderna.

 
La luna, spogliata di ogni mito, non ha bisogno di essere dea per illuminare. E il dormire “senza coperta” diventa un atto di fiducia assoluta nel cosmo, una resa consapevole alla notte.
  • Svolgimento – Aurelio Zucchi
«Il sogno, quando viene scritto, non si chiude: si espande.»

 
Zucchi costruisce una poesia che è insieme atelier pittorico e quaderno scolastico dell’anima. La “terrazza di cielo” è un luogo liminale: non completamente terra, non ancora infinito. È da lì che il poeta svolge il tema del sogno, come se l’immaginazione fosse una prova da affrontare con disciplina e stupore.

 
Il lessico cromatico è centrale: blu, bianco, verde, azzurri scelti e annotati. Il poeta non si abbandona al caos dell’ispirazione, ma lavora sul sogno, lo osserva, lo registra, lo ordina. Le immagini marine — vela, gozzo, bitta — radicano il sogno nella concretezza del vivere, evitando ogni deriva evanescente.

 
Il momento decisivo è lo sguardo sull’orizzonte: lì il poeta diventa equilibrista, si insinua nell’“oltre nascosto”. Non lo conquista, non lo svela: vi si intrufola con pudore. L’alba che segue, con il suo inchino all’universo, è una liturgia cosmica osservata in silenzio.

 
L’apparizione dell’amore velato, che avanza sui raggi del sole, è visione di rara delicatezza: non eros impetuoso, ma promessa, attesa, tempo futuro scritto “col verde”. Il tema resta incompiuto, come ogni vero sogno che continua a svolgersi anche dopo la scrittura.
  • Nevica… – Nino Silenzi
«La memoria non ricorda: galoppa.»

 
Silenzi apre con un’immagine di movimento puro: il ricordo che galoppa come cavallo selvaggio. Non torna indietro con ordine, ma irrompe, trascina, sfonda le barriere del tempo. La neve diventa il varco sensoriale che permette questo ritorno: non freddo, ma abbraccio.

 
Il bambino evocato non è solo figura autobiografica, ma icona dell’origine, di un tempo in cui il mondo si offriva come gioco e meraviglia. Le “farfalle volanti” di neve sono percepite non con lo sguardo adulto, ma con le mani tese, con il corpo che vuole accogliere.

 
Straordinario è l’uso del suono: la voce materna non domina la scena, ma arriva come eco lontana, dolce richiamo che non interrompe l’immersione nel bianco. Il bambino sente soprattutto le carezze della neve, che si fanno tattili, intime, quasi materne anch’esse.

 
Qui la memoria non è nostalgia dolorosa, ma regressione salvifica, ritorno a un tempo in cui il mondo toccava l’uomo senza ferirlo. La neve, silenziosa e fitta, diventa il luogo dove il passato non pesa, ma avvolge.
  • Un tintinnio dopo la tempesta – Rosa Venuto di Acquedolci
«La rinascita non fa rumore: tintinna.»

 
Questa poesia si muove come una processione interiore che attraversa il dolore senza negarlo, ma senza concedergli l’ultima parola. La tempesta non è metafora generica: è esperienza vissuta, peso dei giorni, stratificazione di fatiche che hanno lasciato segni nel cuore e nel corpo. Eppure, quando il tuono tace, non irrompe il clamore della vittoria: entra un raggio, silenzioso, quasi timido, che accende dall’interno.

 
La scrittura procede per immagini progressive, come se la vita stessa dovesse lentamente ricordarsi di essere viva. Il cuore “riprende il suo passo”, la vita “si ridesta piano”: verbi scelti con una cura quasi materna, rispettosa dei tempi della guarigione. Straordinaria è la figura del bambino dopo un lungo sonno, che restituisce alla rinascita una dimensione corporea, fragile, tenera.

 
Il tintinnio — cuore simbolico del testo — non è udibile con l’orecchio comune: è linguaggio dell’anima, segno minimo ma inequivocabile che qualcosa resiste. I campanelli al vento diventano così sacramentali: annunciano una fede che non trionfa, ma rifiorisce; una gioia che non cancella le lacrime, ma le asciuga una a una.

 
La poesia insiste su una verità essenziale e ardua: il dolore è reale, ma è di passaggio. La gioia vera, invece, è descritta come durata, come permanenza che attraversa le stagioni. Qui la scrittura assume quasi il tono di una catechesi esistenziale, detta però con voce umana, stanca e luminosa insieme.
  • Nirvana – Felice Serino
«La musica è uno stato dell’essere.»

 
In questi pochi versi Felice Serino condensa una esperienza estatica, dove il suono diventa luogo e il corpo viene sospeso. Non c’è narrazione, non c’è sviluppo: c’è alleggiamento. Il verbo iniziale è già un programma poetico, un distacco dal peso della gravità interiore.

 
L’immagine dell’essere “cullato da onde” crea una continuità sensoriale tra musica e mare, tra ascolto e abbandono. La citazione di Shostakovic — elevato a “dio dei waltz divini” — non è idolatria, ma riconoscimento di una potenza creatrice capace di ordinare il caos emotivo, di trasformare il movimento in armonia.

 
Il nirvana evocato non è dottrina orientale, ma stato di sospensione assoluta, una tregua dal tempo e dall’io. La poesia stessa sembra nascere da quel silenzio avvolgente, come se la parola fosse concessa solo dopo aver toccato l’assenza.

 
La data finale non chiude: ancora una volta segna un passaggio, un punto preciso in cui l’esperienza si è fatta scrittura, lasciando una traccia lieve, quasi evaporante.
  • Impronte di mare cielo – Alessandra Piacentino
«Esiste un tutto che nasce dal niente quando il niente è abitato.»

 
Questa poesia è un flusso immersivo, un attraversamento continuo tra corpo, linguaggio e visione. Piacentino lavora per accumulo sensoriale, ma senza mai appesantire: il “tutto fatto di niente” diventa una formula chiave, quasi un mantra ontologico che attraversa il testo.

 
L’atto del lasciare impronte — sulla riva, nella vita — è gesto fragile, destinato a essere cancellato, e proprio per questo carico di verità. Le impronte non chiedono durata: testimoniano un passaggio. La “farina di stelle” che le impregna introduce una dimensione cosmica, ma domestica, intima, come se il cielo potesse essere portato addosso.

 
Le parole nemiche che cadono stremate segnano una liberazione: il linguaggio violento, giudicante, si dissolve davanti a una percezione più ampia e gentile del reale. La riva, luogo di confine per eccellenza, si popola di voci ed echi: memorie, presenze, residui di umanità che non chiedono ordine, ma ascolto.

 
Il giardino timido, le notti di passaggio, il risveglio che dissolve tutto come un sogno ben fatto: qui la poesia si muove sul crinale tra apparizione e sparizione. Nulla è trattenuto, nulla è posseduto. Anche il terrore evocato è subito disinnescato, come se l’esperienza più profonda non potesse essere catturata né negata.

 
Piacentino scrive da un luogo in cui l’identità non è più compatta, ma porosa, attraversata dal mondo. Il suo “tutto fatto di niente” non è mancanza: è spazio aperto, pronto a essere nuovamente abitato.
  • 23 – I’m telegraphing to Chaos – Jacqueline Miu
«Scrivere a Chaos significa riconoscere che l’amore non obbedisce a nessuna geometria.»

 
Questo testo è una lunga trasmissione notturna, un messaggio inviato da una zona di frontiera dove memoria, desiderio e colpa convivono senza gerarchia. L’io poetico parla a Chaos come a un’entità responsabile della creazione dell’umano: non un nemico, ma un principio generativo ambiguo, colpevole e necessario.

 
L’immaginario è potentemente visionario: angeli in soffitta, ali indossate per giocare all’amore, stelle che cadono nel pozzo dei sogni, l’oscurità-salamandra incollata alla morte. Ogni immagine sembra nascere da un sogno febbrile, dove l’infanzia mitica dell’amore si scontra con l’inverno dell’esperienza. Le impronte cancellate sull’asfalto sono la negazione della permanenza, mentre la sopravvivenza “vestiti solo di parole” dichiara la nudità radicale dell’io dopo la perdita.

 
La sezione centrale, apparentemente prosaica — l’auto, il pagamento in contanti, la fattura evitata — è in realtà un gesto poetico decisivo: la quotidianità entra come prova di resistenza morale. Restare se stessi mentre “il motore dell’amore è rotto” è una forma di eroismo dimesso. La cecità romantica diventa condizione creativa: solo da quella ferita nascono le farfalle nella carne, metamorfosi dolorosa e vitale.

 
Gli angeli che tornano in Eden sono definiti “noiosi e felici”: qui l’ironia è feroce. La felicità senza ferita è sterile. L’io preferisce la colpa di aver imparato a volare male, pur di non essere completo senza l’altro. La poesia si chiude in una dichiarazione di lucidità disperata: nessuno sembra davvero felice, eppure l’atto immaginario di fare l’amore “nella testa” diventa resistenza estrema, dono clandestino contro l’entropia.
  • Dalle Ceneri – Ciro Seccia
«La rinascita è sempre un interrogativo prima di essere una risposta.»

 
Questa poesia è una preghiera riflessiva, sospesa tra reincarnazione intuita e redenzione cristiana. L’io emerge dalle ceneri e dal fango come figura biblica, ma anche come uomo moderno che interroga il senso della colpa senza possedere un dogma che la spieghi interamente.

 
La domanda sulle vite precedenti non è dottrinale: è esistenziale. Serve a dare un nome al dolore presente, a capire se la sofferenza sia memoria o destino. Il gesto di sfiorare il cielo azzurro con le dita è immagine di una spiritualità concreta, tattile, che non si accontenta di credere ma vuole sentire.

 
L’invocazione alla Trinità non è retorica: è un atto di affidamento totale, quasi infantile, che unisce tempo passato, presente e futuro in un’unica richiesta di perdono. Il linguaggio semplice rafforza l’autenticità del testo, che si colloca in una tradizione di poesia orante dove il dubbio non contraddice la fede, ma la rende necessaria.
  • Alma brinata – Alessio Romanini
«La fragilità è una forma di conoscenza.»

 
Romanini costruisce una lirica brevissima, cristallina, in cui l’identità si dissolve nella metafora naturale. L’io non ha una brina: è brina. Questa identificazione totale con l’elemento fragile e transitorio produce una poesia di intensa purezza formale.

 
La brina è delicata ma ferisce: gli aghi cristallini che pungono l’alma rivelano una sofferenza silenziosa, sottile, non urlata. Il freddo non è ostile, è costitutivo. La notte e il gelo non sono nemici, ma condizioni che rendono possibile quella forma.

 
In pochi versi si concentra una visione dell’esistenza come bellezza effimera e vulnerabile, dove la sensibilità stessa diventa rischio. La poesia non cerca consolazione: si limita a mostrare, con precisione quasi scientifica, la natura della propria anima.
  • Sherazade – Sandra Greggio
«La vita, quando ritorna, bussa piano.»

 
Questa poesia è costruita come un racconto iniziatico in miniatura. Il “toc toc” alla porta ha una forza simbolica enorme: non è irruzione, ma invito. La Vita entra personificata come una fanciulla liberata dalle ragnatele del tempo e delle paure, portando con sé una promessa.

 
Il riferimento a Sherazade non è casuale: come la narratrice delle Mille e una notte, la vita qui si salva raccontandosi, tornando a sedurre, a incantare. L’io poetico non corre verso di lei: viene preso, scelto di nuovo. È una dinamica di grazia, non di conquista.

 
Il verso finale — “stavolta per sempre” — non ha il tono dell’illusione, ma quello di una decisione interiore irrevocabile. La data suggella l’esperienza come evento reale, inciso nel tempo, non come sogno passeggero.

 
La promessa non è spiegata, non è definita: resta sospesa, come ogni vera promessa che non ha bisogno di garanzie per essere creduta.

 
Con tutto l'affetto che sento, 
con tutta la stima che debbo. 
Vostro Ben Tartamo

 

 

 

4-7 Gennaio

Questa poesia lavora su una sovrapposizione di tempi interiori: la notte immersa nelle notti, i sogni bevuti come una sostanza viva, l’alba come punto di arrivo e dissolvenza. L’immagine dei sogni “sorseggiati a piene mani” è il cuore del testo: un ossimoro sensoriale che unisce tatto e gusto, creando un’esperienza quasi sinestetica. La poetessa costruisce un’atmosfera sospesa, dove la vita vissuta “in mezzo” diventa un territorio interiore, un luogo di passaggio tra ciò che è stato e ciò che resta. Il tono è lieve ma non superficiale: c’è una malinconia dolce, una consapevolezza che le emozioni “a spasso” sono frammenti di un vissuto che non si lascia afferrare del tutto. È una poesia che si muove per immagini liquide, come se tutto fosse immerso in un infuso di memoria e desiderio.
A volte, leggendo immagini così morbide, sembra di riconoscere quella parte di noi che ancora cerca un posto dove posarsi senza paura.
Il testo di Fronzoli è una carezza poetica rivolta a un’infanzia ferita. La struttura a versi ampi, con spaziature irregolari, restituisce il ritmo del respiro, quasi un avvicinarsi e allontanarsi del mare che compare come figura consolatrice. Il bambino è osservato con una delicatezza che non scivola mai nel pietismo: è un invito alla rinascita, un incoraggiamento a non restare prigioniero del male ricevuto. La natura – luna, mare, vento, pioggia, stelle, stagioni – diventa un personaggio attivo, una guida che accompagna il bambino verso una guarigione lenta ma possibile. Il gesto finale, “illumini i tuoi occhi, cancella il buio che tieni nel cuore”, è un augurio ma anche un atto poetico: la luce non viene dall’esterno, ma è qualcosa che il bambino deve ritrovare dentro di sé. È una poesia che parla alla parte più fragile dell’essere umano, con una tenerezza che non rinuncia alla speranza.
E mentre lo leggi, forse senti anche tu quel bisogno antico di essere guardato con la stessa gentilezza che il testo offre al suo piccolo protagonista.
Grazie, Franco per averci donato queste emozioni.
Questa poesia si colloca in una dimensione più filosofica e meditativa. Stracuzzi lavora su un lessico che unisce corporeità e trascendenza: la “carne guasta” e lo “spirito che si rialza” sono due poli di un conflitto interiore che attraversa l’intero testo. Il verso procede come un cammino, un pellegrinaggio che cerca di “ravvisare l’altra sponda”, immagine che richiama il passaggio, la soglia, il limite tra ciò che è comprensibile e ciò che resta mistero. L’atomo d’infinito che “alberga dentro noi” è una delle intuizioni più alte del componimento: una scintilla di eternità che resiste nonostante le acrobazie del controsenso, nonostante la fragilità della materia. La poesia si chiude con un movimento ascensionale, quasi liturgico: la preghiera non come atto religioso, ma come gesto umano di riconciliazione con il senso profondo dell’esistenza. È un testo che unisce inquietudine e ricerca, corpo e metafisica, in un equilibrio maturo e consapevole.
E leggendo questo equilibrio fragile, sembra di sentire anche dentro di noi quel piccolo movimento che prova a rialzarsi quando tutto appare confuso.
Questa poesia è un dialogo intimo tra l’io lirico e il mare, che diventa specchio, confidente e misura del respiro interiore. Il mare non è semplice paesaggio: è un organismo vivente, un interlocutore silenzioso che “non sussurra e tutto fa capire”. L’autore costruisce un parallelismo costante tra il moto delle onde e il moto dell’anima, tra la calma apparente dell’acqua e l’affanno interiore che attraversa il soggetto. La poesia si muove tra immagini crepuscolari e un lessico emotivo che non teme la vulnerabilità: lacrime, buio del cuore, attesa, sogno che sfugge. Il mare diventa un luogo di confessione e di richiesta di pace, quasi una divinità naturale a cui affidare il proprio tormento. Il verso finale, “Resto in erta aspettando d’amare”, è una sospensione che non chiude, ma apre: l’amore come approdo possibile, come vento che ancora non arriva. È una poesia che respira davvero, con un ritmo ondoso, e che restituisce la fragilità umana con sincerità e senza artifici.
E in quel respiro del mare, forse riconosci anche il tuo, quando cerchi un varco di quiete tra le onde che ti abitano.
Il testo di Bettozzi è un componimento civile, satirico e amaro, che affronta il tema della povertà non come condizione astratta, ma come fenomeno sociale manipolato, esibito, strumentalizzato. La poesia procede per strofe dense, con un linguaggio che alterna ironia, indignazione e lucidità. L’autore smaschera la retorica politica che trasforma la povertà in slogan, in arma, in spettacolo, senza mai affrontarne davvero le cause. Il tono è volutamente disincantato: la povertà “c’è fin dal far dell’alba”, nessuna civiltà l’ha eliminata, e chi oggi la brandisce come vessillo è spesso lo stesso che ieri l’ha ignorata. La struttura metrica irregolare, con enjambement frequenti e un ritmo quasi prosastico, rafforza l’impressione di un discorso che vuole essere diretto, tagliente, privo di abbellimenti. Bettozzi mette in scena un’umanità che oscilla tra rassegnazione e rabbia, tra memoria e denuncia, e lo fa con una voce che non cerca consolazione ma chiarezza. È una poesia che appartiene alla tradizione della satira civile italiana, ma con una vena personale di amarezza che la rende autentica.
E mentre la leggi, forse senti quella fitta sottile che arriva quando la verità tocca un punto che conosci più di quanto vorresti ammettere.
Questa poesia è una sorta di epistola augurale, ma rovesciata: non celebra, non esalta, bensì avverte, osserva, ammonisce. Il “principe” a cui si rivolge l’autore è una figura simbolica, un nuovo arrivato chiamato a governare un mondo dove “l’inverso è tragica normalità”. Borghesi costruisce un’atmosfera quasi teatrale, con immagini che oscillano tra il grottesco e il solenne: i plebei in festa, i bombaroli, il re sordo, gli orti trascurati. È un mondo che porta i segni di un’eredità pesante, fatta di promesse mancate e sperperi, e il nuovo sovrano appare più come un giovane inesperto che come un salvatore. Il tono è insieme affettuoso e disilluso: l’autore si dice sollevato dal non dover occupare quel trono, e al tempo stesso augura al nuovo arrivato di riuscire dove altri hanno fallito. L’invocazione finale alle stelle e a Giove introduce una dimensione mitica che contrasta con la concretezza dei problemi evocati, creando un effetto di sospensione tra realtà e simbolo. È una poesia che parla del potere e della responsabilità con un linguaggio elegante, allusivo, e con una malinconia che non rinuncia alla speranza.
E leggendo questo passaggio di consegne, forse senti anche tu quel misto di sollievo e timore che accompagna ogni nuovo inizio.
Questa poesia è costruita come un quadro impressionista, dove la natura non è semplice sfondo ma soggetto vivo, in trasformazione. Santoro utilizza un linguaggio pittorico esplicito: il vento ha un pennello, la sera stende un telo, i colori si mischiano come sulla tavolozza di un artista. Il tramonto diventa un atto creativo, un’opera che si compie davanti agli occhi del poeta. La struttura metrica regolare e il lessico limpido conferiscono al testo un’eleganza classica, quasi una ripresa della tradizione sonettistica, ma con una freschezza moderna. L’immagine del gabbiano che “esplora una danza di alici inopportuna” introduce un tocco di vitalità improvvisa, un piccolo disturbo nella perfezione del quadro, che lo rende più vero. Il finale, con l’asfodelo che resiste, aggiunge una nota simbolica: la natura non è solo bellezza, ma anche forza, tenacia, radicamento. È una poesia che unisce occhio e cuore, osservazione e sentimento, con una maturità stilistica evidente.
E in quel tramonto che si compone da sé, forse ritrovi anche il bisogno di lasciare che certe cose accadano senza forzarle.
Il testo di Rosa Venuto è un inno alla rinascita, costruito come un crescendo emotivo che parte dal dolore e approda alla luce. La poesia non procede per immagini brevi, ma per ampie ondate narrative, come se la voce poetica avesse bisogno di spazio per respirare e raccontare. La tempesta è metafora della sofferenza, ma non viene descritta con toni cupi: è un passaggio necessario, un varco verso una consapevolezza più luminosa. Il raggio di sole che “entra nel cuore ed esplode” è una delle immagini più potenti del testo, perché trasforma la rinascita in un atto fisico, quasi corporeo. La poetessa insiste sul tema del risveglio, della vita che ritorna a pulsare, e lo fa con un linguaggio caldo, avvolgente, che non teme l’enfasi quando serve a restituire la forza dell’emozione. I campanellini che tintinnano nel vento sono un simbolo delicato ma incisivo: la vita che chiama, che invita a ripartire. Il finale, con la consapevolezza che la gioia vera è oltre il tempo terreno, introduce una dimensione spirituale che dà profondità al testo. È una poesia che consola, che abbraccia, che crede nella resilienza dell’anima.
E mentre la tempesta si placa, forse senti anche tu quel piccolo fremito che annuncia un ritorno possibile.
Serino lavora per sottrazione, come spesso accade nella sua poetica: pochi versi, essenziali, ma densi di significato. “Angeli del Signore” apre subito una dimensione metafisica, ma non dogmatica: è un richiamo alla nostra parte più alta, più fragile, più esiliata. L’idea di incarnare una vita “in esilio dopo la caduta” è un’immagine potente, che richiama la condizione umana come lontananza dall’origine, come ricerca di un ritorno. Il “maremondo” che accoglie è una parola composta che unisce vastità e fluidità, suggerendo un universo sensoriale e simbolico insieme. Le sirene, con i loro richiami acuti, rappresentano le tentazioni, le distrazioni, le voci che ci distolgono dal cammino interiore. In pochi tratti, Serino costruisce una piccola parabola esistenziale: l’essere umano come creatura sospesa tra cielo e mare, tra richiamo divino e richiamo terreno. È una poesia breve ma intensa, che lascia un’eco più grande dei suoi versi.
E in quel richiamo sospeso, forse riconosci anche la tua stessa oscillazione tra ciò che ti chiama e ciò che ti trattiene.
La poesia di Jacqueline Miu è un’esplosione visionaria, un flusso immaginifico che mescola quotidiano, surreale, pop culture e intimità emotiva. È un testo che vive di eccessi, di immagini volutamente sovraccariche, come se la poetessa volesse restituire il caos sensoriale del mondo contemporaneo. I fiocchi di neve, la città che sa di zabaione e amaretto, la pelle come pira di streghe: ogni immagine è un piccolo cortocircuito, un modo per dire che la realtà non è mai lineare, ma un mosaico di percezioni. La seconda parte introduce una dimensione più narrativa, quasi cinematografica: chimere alla moda, scapoli ricchi, poeti travestiti da nessuno. È un’umanità grottesca, osservata con ironia e malinconia. Nel cuore del testo, però, c’è una storia d’amore fragile, imperfetta, fatta di grammatica emotiva (“arrivare all’amore con i congiuntivi corretti”) e di paure corporee (“la paura di non piacerci”). L’immagine della balena che guarda le stelle è una delle più riuscite: un luogo impossibile, ma perfetto per due amanti che cercano un rifugio dal mondo. Il finale, con l’astrologia come ultimo appiglio, è tenero e disarmante. È una poesia che non vuole essere ordinata: vuole essere viva, e ci riesce.
E in questo caos luminoso, forse ritrovi anche tu quella parte che cerca un po’ di magia per non sentirsi fuori posto.
Questa poesia è un canto d’amore intimo, costruito su un registro dolce e quasi musicale. Seccia lavora su immagini delicate, che non cercano l’effetto ma la sincerità: il silenzio come luogo di ascolto, il respiro come bacio, il vento come tempo che scorre. L’amore è descritto come una comunicazione invisibile, fatta di vibrazioni, di sorrisi che “con l’anima cantano”, di melodie interiori. Il testo ha una struttura semplice, ma non ingenua: la ripetizione del silenzio come tema centrale crea un ritmo lento, meditativo, che avvolge il lettore. La seconda parte introduce un desiderio di fusione fisica e spirituale: volare con il profumo della pelle, l’edera che s’inerpica, il gesto di gettarsi tra le braccia dell’amata. È un amore che non ha conflitto, non ha ombre: è un amore ricordato, custodito, dedicato. La poesia ha la purezza di un sentimento giovanile, ma la consapevolezza di chi lo guarda da lontano. È un testo che non vuole stupire: vuole toccare, e lo fa con autenticità.
E in quel silenzio che vibra, forse senti anche tu il bisogno di un luogo dove il cuore possa parlare senza essere interrotto.
Romanini costruisce una poesia civile e introspettiva insieme, dove la maschera diventa simbolo di una società ipocrita e di un io che vuole liberarsi dalle costrizioni. Il tono è deciso, quasi manifesto: “strapperò” è un verbo che ritorna come un atto di ribellione, un gesto di smascheramento. La poesia denuncia un mondo che imprigiona le anime, che soffoca le emozioni primordiali, che impone un volto artificiale. Ma il testo non si limita alla critica sociale: introduce una riflessione sulla fragilità umana, sulla carne come luogo di debolezza ma anche di libertà. L’idea che lo spirito trovi la sua forza proprio nella vulnerabilità è una delle intuizioni più profonde del componimento. Il riferimento all’intelligenza artificiale non è polemico, ma simbolico: rappresenta tutto ciò che è costruito, programmato, non autentico. Romanini rivendica la poesia come strumento di verità, come mezzo per sollevare il sipario e mostrare ciò che è nascosto. È un testo che unisce rabbia e lucidità, con una voce che vuole essere ascoltata.
E mentre la maschera cade, forse riconosci anche tu quel desiderio di mostrarti per ciò che sei, senza più trattenerti.
La poesia di Sandra Greggio è un autoritratto emotivo, costruito con una sincerità disarmante. L’aggettivo “ondivaga”, ripetuto come un mantra, diventa la chiave di lettura dell’intero testo: un’identità che oscilla, che si muove come un’onda, che alterna apertura e ritiro, socialità e solitudine. La poetessa non giudica questa oscillazione, la osserva con lucidità: è un tratto costitutivo del suo essere, una dinamica interiore che conosce bene. Il ritmo dei versi è semplice, quasi colloquiale, ma proprio questa semplicità permette alla voce poetica di emergere con autenticità. L’immagine del “mare in tempesta” non è un’esagerazione: è la metafora precisa di un’emotività che a volte travolge e a volte si ritira. Il punto più alto del testo è la ricerca di qualcuno che sappia comprendere “l’esatto significato del termine”: non un amore idealizzato, ma una presenza empatica, capace di accogliere la complessità senza spavento. È una poesia che parla della fragilità come condizione umana, e della comprensione come forma più alta di intimità.
E mentre la leggi, forse riconosci anche tu quel bisogno sottile di essere visto senza dover spiegare tutto, come quando il cuore chiede solo di essere accolto: ed è questo ciò che tento di fare, cara sorella di piuma Sandra Beatrice.
Il testo di Antonia Scaligine affronta un tema doloroso con un linguaggio diretto, quasi cronachistico, ma attraversato da una forte tensione morale. La poesia nasce da un fatto tragico e lo trasforma in una riflessione sulla fragilità della vita e sulla responsabilità collettiva. L’immagine iniziale dello champagne che libera “ombre dolorose” è un’intuizione potente: ciò che dovrebbe essere festa diventa presagio di morte. La poetessa costruisce un contrasto costante tra la leggerezza del Capodanno e la gravità dell’evento, tra la gioia attesa e la tragedia reale. Il ritmo è scandito da rime interne, assonanze, ripetizioni che danno al testo un andamento quasi martellante, come se la voce poetica volesse imprimere nella memoria del lettore la gravità dell’accaduto. La denuncia non è gridata, ma chiara: trascuratezza, irresponsabilità, superficialità diventano colpe collettive. Il dolore dei genitori, evocato con pudore, è il punto emotivo più forte. Il finale, che richiama la necessità di responsabilità e credibilità, non è moralismo: è un appello civile, un tentativo di dare un senso alla perdita. È una poesia che unisce testimonianza e ammonimento, con una voce che non dimentica e non vuole far dimenticare.
E in questa ferita che si apre sulla pagina, forse senti anche tu quel tremito che nasce quando la vita ci ricorda quanto siamo esposti e quanto abbiamo bisogno di sentirci custoditi.
E tu, dolce sensibile Antonia, continui così ad emozionarci. 

 
Con tutto l'affetto che sento, 
con tutta la stima che debbo, 
Vostro Ben Tartamo

 

 

Buon Anno
Buon anno a naviganti
di questo mare
sulla nave
che corre contro il tempo
con l'augurio
che raggiunga un porto
dove sogni
si possono toccare.
Buon anno
a progetti di avvenire,
l'anno nuovo
accenda una carezza
al cuore di ciascuno
che dissolva la nebbia
di pensieri.
Buon anno in cima al monte
dove gli anni
han tinto di candore
anche i capelli,
con l'augurio
di un camino acceso
che sopperisca
il sole dolce della primavera.
Buon anno a tutti voi
e un grande abbraccio
dato col cuore all’onde
di questo mare immenso
di parole.
Giuseppe Stracuzzi

 

 

1-2-3 Gennaio

Buon Anno A Tutti!

Ben Ritrovati...
Con vero affetto
Alessio Romanini

 

 

Buon Anno 2026.

Voglio augurare a tutti voi del sito,
questo splendido angolo di cielo.
Che abbiate la poesia nel cuore,che Dio 
accompagni il nostri pensieri e protegga tutti noi
ed i nostri Cari.
Tutti voi mi avete donato qualcosa con i vostri versi
Ringrazio Ben Tartamo,il Prof.Spataveccia ,é un po di tempo che non abbiamo il piacere dei suoi commenti.
Ed il Magister Lorenzo, Grazie di avere creato questo angolo di cielo.
Sono nostre le Parole, ognuno di noi esprime angoli nascosti della propria Anima,e la profonditá che Si cela in un Cuore di poeta,e nel suo giardino interiore.
Grazie....Ciro Seccia 

 

Buon Nuovo Anno 2026!
Cari sitani amici di vecchia data, nuovi amici, lettori e passeggeri di questa navicella spaziale che chiamiamo Tempio Azzurro, felice Nuovo Anno 2026!
Salute, longevità e fortuna che arrivino smisuratamente a ognuno di voi. Vi auguro di essere sempre protetti dalla vostra aura di creatività. Poetare non è un luogo, dove postate le vostre opere ma un sentimento che accoglie la vostra anima che si racconta. E' un'arnia in cui a regnare è un Musa sensibile e lungimirante. Il miracolo che avete compiuto ogni anno, postando lavoro di eccellente qualità letteraria, serve a illuminare la via ad altri sognatori in cerca di mentori, di una famiglia creativa o semplicemente di un rifugio alla nevrosi quotidiana. Inconsapevolmente voi siete la luce nel buio che circonda questi tempi. Vi auguro successi e premi al vostro duro lavoro. Che possiate sentirvi amati e rispettati per il valore che avete e che offrite generosamente ad altri. Sono onorata di condividere con voi un passaggio sul treno della vita e spero di essere un supporto significativo in caso chiunque di voi lo necessiti .
 
Buon Anno 2026 Magister Lorenzo! Creatore di questa meraviglia mediatica che offre lo spettacolo della migliore letteratura italiana. Salute in primis e orizzonti infiniti per nutrire il tuo animo capace di reggere l'arena della bellezza in versi.
Auguro Loro di essere operosi come gioiose api.
 
Un 2026 di Felicità!
Jacqueline


Buon giorno primo giorno di gennaio, buon anno sito poetare
perfetta proporzione tra il Creatore
noi e quel grazie da dire al Signore
Buon anno 2O26 a tutti i poeti del sito
A te caro Ben Tartamo, a te caro Lorenzo auguro un felice e lungo tempo di vita serena
Buon anno e sempre grazie per tutto quello che fate
Antonia Scaligine

 

 



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