Recensioni
20
22

Pagina iniziale

Tematiche e testi

Poetare | Poesie | Licenze | Fucina | Strumenti | Metrica | Figure retoriche | Guida | Lettura | Creazione | Autori | Biografie | Poeti del sito

Commenti     Poesie consigliate     La Giostra della satira     Concorsi   La Sorgente delle poesie
 

Questa pagina raccoglie le recensioni di romanzi, libri di racconti, volumi di poesia e di altro genere letterario (libri di saggi, viaggi, teatro, ecc.), film.

 Leggere le modalità  di  partecipazione e pubblicazione.


Recensioni 2012    Recensioni 2013    Recensioni 2014 (Gennaio-Settembre)   Recensioni 2014 (Ottobre-Dicembre)
Recensioni 2015
   Recensioni 2016   Recensioni 2017    Recensioni 2018     Recensioni 2019    Recensioni 2020 Recensioni 2021

 

 Invia la tua recensione

 
 

 

15 Gennaio

TRE PADRI DI ROBERTA MEO (BRÈ)

 

Recensione di Vincenzo Patierno

Ci sono storie nascoste negli uomini che noi ignoriamo, ma che li hanno segnati in un modo o nell’altro.

Leggendo mi è parsa una di quelle: una storia vera, o meglio, due storie raccontate da due protagonisti che hanno realmente vissuto quello che è racchiuso tra queste pagine, così tramite quell’inchiostro nero, indelebile, che scorre inesorabile, senza che si abbia voglia di chiudere il libro, si ha la sensazione di ascoltare e percepire Lorenzo e Marialaura.

Ognuno è la propria storia, storia che noi non dobbiamo giudicare, semplicemente perché non è la nostra, non sappiamo come avremmo agito se fossimo stati o fossimo nei loro panni, possiamo solo sapere come abbiamo agito o come agiamo nella nostra di storia, ma non sappiamo giudicare; almeno apertamente. 

Lorenzo ritorna dopo tempo alla casa paterna nella provincia milanese e al capezzale del padre defunto ha la sensazione, che quell’abitazione non sarà più la stessa e forse si riferisce anche alla sua vita.

Tra quelle mura è accolto, mentre le spoglie del genitore giacciono supine sul letto.

Con sguardo di disprezzo, giudicatore del suo passato, Lorenzo pensa: la città, dopo che a vent’anni l’ho abbandonata fiero e burrascoso, si è chiusa a riccio per espellermi e dimenticarmi; durante gli anni di clandestinità intrapresi una relazione con Carla, una simpatizzante della causa, per me più che altro un fattore di sesso; non volevo impegnarmi, non potevo dato il mio status, così  troncai quando seppi che aspettava un figlio, che ora mi manca come mi manca lei, ma forse è soltanto perché ora son vecchio e solo.

Ai rimorsi si mescolano, come lame acuminate, i rimpianti.

Lorenzo ha trascorso in carcere buona parte della sua vita per aver assassinato un carabiniere durante una fuga; dalla scarcerazione vive a Roma e lavora in una tipografia e un’associazione religiosa gli chiede, tramite il suo avvocato, un incontro con la vedova e i figli del maresciallo Livati; i parenti sono interessati a incontrarlo, sulle prime si ostina a rifiutare, ma poi accetta, se pur di malavoglia.  
La vedova e la figlia sono propense al perdono, perdono che per la moglie sembra liberatorio, al contrario del figlio che non è predisposto, come non crede al pentimento di Lorenzo e questo nei giorni a seguire glielo dirà e farà capire.

Nel succedersi di storie vissute, ci si imbatte in quella di Marialaura, una delle figlie di Pietro, un uomo ammalato e costretto a cure e terapia oncologica.

La malattia non stravolge psicologicamente, oltre che fisicamente, soltanto chi ne è colpito ma anche chi gli è accanto.

Lorenzo e Marialaura sono vite distanti, come sono distanti le città dove vivono: lui vuole rivedere il suo passato, mentre lei lo deve rivedere suo malgrado, anche se è un vissuto anteriore che la riguarda di riflesso, di conseguenza degli eventi.

Una sera s’incroceranno su una banchina di una stazione, entrambi a rincorrere giorni lontani, propensi a ricucirli, forse si racconteranno l’uno all’altro.

Tre padri a confronto: Lorenzo, che quando ha saputo di essere padre non si è sentito di essere genitore, suo padre che è stato un genitore che non gli ha fatto mai pesare i suoi trascorsi, colpevolizzando se stesso per le gesta del figlio e poi c’è Pietro, che si è sentito d’essere padre, genitore a prescindere.

Un compagno di militanza, Luigi, dice a Lorenzo, in un loro incontro dopo tantissimi anni, che chi non è stato in qualche modo “dentro” al terrorismo non può avere una dimensione umana di quel contesto e quel pensiero: ebbene questo mi sarebbe piaciuto che Luigi me lo avesse spiegato.
Costoro miravano alla stabilizzazione del sistema politico italiano, condizionando la democrazia: allora un movimento contro la libertà, una linea criminale che con la paura pretendeva il bene placido di un popolo, un popolo tutt’altro che propenso alla rivoluzione, un po’ “pecorone”, infervorato da quella politica e da quel potere socio/amministrativo “estremo”?

Anche se all’inizio avevo detto che non dobbiamo giudicare, devo pur sempre considerare che le azioni restano, noi siamo fatti di emozioni e sentimenti e quando sono offesi è snaturale il perdono, essendo umano e non divino: se qualcuno mi fa del male e poi se ne viene, dopo qualche tempo, che essendo cambiato, divenuto la beatificazione e santificazione in persona, vorrebbe chiedermi perdono, io non lo accetto e glielo nego; ci sono dolori che non hanno cicatrizzazione.

Vincenzo Patierno
Nato a Napoli, in quel del ‘66, iniziai a scrivere nell’adolescenza degli sketch che, nei campi scout, facevo rappresentare e rappresentavo, insieme a pensieri e poesie che iniziai a comporre dalla morte di mia nonna. La scrittura e la poesia, che ho ripreso solo da qualche anno, sono il tramite che mi fa sentire libero e con cui mi esprimo meglio. Alcuni miei racconti e componimenti in versi sono pubblicati in varie antologie letterarie. Ho un romanzo chiuso in un cassetto. Nel 2014, ho pubblicato il mio libro di poesie “Abbraccio alla Vita”, Schena Editore.

 

 

14 Gennaio

Signora Ava

di Francesco Jovine

Ecra Edizioni

Narrativa

 

Dalla parte degli “ultimi”

Goffredo Fofi, nella sua prefazione, l’ha chiamato “Il Gattopardo dei poveri”, ma dopo averlo letto, concordo solo in parte; infatti, se le atmosfere e le date in cui si svolgono entrambi i romanzi (fra il 1859 e il 1860) sono pressoché uguali, differiscono invece nella sostanza, perché in quello scritto da Tomasi di Lampedusa viene descritta la fine del regno borbonico da parte di una famiglia di aristocratici, in quello di Francesco Jovine si parla soprattutto della nascita di quel complesso fenomeno che spesso troppo sbrigativamente va sotto il nome di brigantaggio. Dopo questa doverosa premessa, preciso anche che nessuno dei due prevale sull’altro, ma ambedue hanno il pregio di rappresentarci, nella loro veste di romanzi storici, come, con la spedizione dei Mille e l’occupazione del meridione, si poté arrivare all’unità d’Italia. Tutto ruota intorno alla famiglia De Risio, piccola aristocrazia di campagna in uno Stato che sembra immobile e ingessato, anche se va disgregandosi. Abitano nel paese molisano di Guardalfiera e a loro modo sono dei personaggi, emblematici perché ben rappresentano la stratificazione sociale degli abitanti del Regno dei Borboni nel suo crepuscolo. Troviamo così il vecchio zio prete Don Beniamino, che tiene i cordoni della borsa, Don Eutichio con la moglie sorda come una campana, tipico rappresentante di una proprietà terriera medievale, il Colonnello, reduce dalle guerre napoleoniche, aperto alle novità, ma disilluso, Don Matteo Tridone, un prete povero, ma generoso, ingenuo e protettore dei più deboli, Antonietta De Risio, malaticcia giovane erede della casata, e Pietro Veleno, un servo contadino, fedele alla famiglia, segretamente innamorato di Antonietta, che un po’ per volta ricambia. In questo contesto in cui nulla da tempo immemorabile accade, la venuta di Garibaldi e dei suoi volontari ha un effetto dirompente, con i contadini che cominciano a sperare nella promessa distribuzione delle terre, in una nuova atmosfera che dovrebbe sconvolgere l’ordine preesistente, ma i Savoia, giunti a reclamare il Meridione strappandolo a Garibaldi, ristabiliscono con i signori locali, i “galantuomini”, lo stato di cose precedente. Da qui la reazione esasperata, e senza speranza, delle classi emarginate, che sfocerà in una guerra sanguinosa in cui combatteranno l’esercito sabaudo con l’aiuto della locale Guardia Nazionale, di cui fanno parte quelli che prima avevano un po’ di potere, che ora temono di perdere. In questo contesto si svolge la vicenda con l’amore che sboccia fra Pietro e Antonietta, amore benedetto da Don Matteo Tridone, che vede nell’unione dei due giovani i germogli per una nuova coscienza civica, con il superamento delle classi. In fuga entrambi con il sacerdote, in quanto Pietro è stato denunciato alle autorità ingiustamente da Don Eutichio, tanto che ha dovuto rifugiarsi dai briganti e combattere con essi, vengono traditi da una guida mentre si apprestano a passare il confine con lo Stato della Chiesa, loro sicuro rifugio. Non sappiamo il seguito, Jovine non ce parla, ma si rimane come orfani di personaggi che sono entrati nel nostro cuore, soprattutto l’ingenuo, ma buono Don Matteo, sempre dalla parte degli ultimi.

Il romanzo, scritto impeccabilmente, è veramente stupendo.

Francesco Jovine (Guardialfiera, Campobasso, 1902 - Roma 1950) narratore italiano. Ispirò alla nativa regione molisana le sue opere più significative: dal romanzo Signora Ava (1942) alla raccolta di racconti L’impero in provincia (1945), all’altro romanzo Le terre del Sacramento (1950, premio Viareggio), sorta di epopea del lavoro contadino e commossa celebrazione della propria terra. I temi tradizionali del feudo che va in rovina e del conflitto tra padroni e contadini vengono rappresentati, all’avvento del fascismo, con una forte carica polemica e uno stile asciutto che intreccia il rilievo di caratteri balzachiani alla coralità della struttura. Narratore di tradizione essenzialmente veristica, J. accolse nelle sue opere le istanze dell’antifascismo e delle lotte sociali del dopoguerra, senza tuttavia rinunciare a inflessioni di sottile lirismo. Nei suoi esiti migliori, egli amalgama felicemente le agitate vicende della storia e l’aura immobile del mito. Importante, nella Signora Ava, ma anche nell’Impero in provincia, il delinearsi di un giudizio riduttivo sul risorgimento, con motivazioni che più recentemente una parte della critica storica ha fatto proprie.
Renzo Montagnoli

 

 

8 Gennaio

L’ultima magia.

Dante, 1321

di Marco Santagata

Edizioni Guanda

Narrativa
 

I ricordi di un vecchio

Se Dante. Il romanzo della sua vita era tutt’altro che un romanzo, bensì un riuscitissimo saggio storico-letterario, L’ultima magia è invece un’opera di narrativa di straordinaria bellezza.

Santagata ha voluto raccontarci dell’ultimo periodo di vita del sommo poeta, ospite a Ravenna dei Da Polenta, che lo incaricano di andare a Venezia in qualità di loro ambasciatore. Corre l’anno 1321, il mese di Agosto, e Dante dopo un lungo periodo di tribolazioni e di diversi padroni, ha trovato nella città romagnola finalmente un’oasi di pace, in cui, finalmente riunito stabilmente con la sua famiglia, può attendere con tranquillità l’ultimo passo, anche se qualche problema finisce con l’assillarlo, timoroso del fatto che, per un incidente di anni prima, un cardinale, segretario di stato pontificio, gli disse che se la chiesa perdona, però non dimentica. E fra i tanti ricordi propri di una persona avanti con gli anni quello di quell’incidente gli sovviene più prepotente e così comincia a raccontare una storia di negromanzia che lo ha visto involontario protagonista. E’ una narrazione da cui traspaiono le preoccupazioni del poeta, i timori allora provati e che ora si riaffacciano, più impietosi in quanto tormenti per un uomo che non ha più nulla da chiedere alla vita, ora che ha ultimato la Divina Commedia e che è conosciuto e stimato come il più grande dei poeti viventi. Il racconto del passato si alterna al presente, la memoria di ciò che è stato riaffiora a minare quella tranquillità che ha raggiunto, ma allora perché non rifugiarsi in ricordi più dolci, quale può essere quello di un amplesso, improvviso e non ricercato, con Alagia, la moglie del marchese Moroello Malaspina che ebbe l’opportunità di ospitarlo nel suo castello di Mulazzo vicino a Massa-Carrara? Si trattò di un atto di piacere isolato che non ebbe seguito se non molti anni dopo in una richiesta proprio di Alagia di un piacere per tutelare l’ultimogenito, che potrebbe essere stato concepito in quel rapporto frettoloso. Da lì si sviluppa la vicenda della negromanzia, da cui uscirà Dante perdonato, ma segnato nel libro nero della Chiesa, tanto che quando Galeazzo Visconti e Cangrande della Scala gli riproporranno un omicidio con una fattura, Dante troverà, dopo molti tormenti, il modo di uscirne pulito interessando la Chiesa stessa che lo ringrazierà facendolo ospitare dai Da Polenta.

L’ultima magia, frutto indubbiamente della creatività di Marco Santagata, per quanto i protagonisti principali siano veramente esistiti, è un romanzo storico molto ben strutturato, che appassiona progressivamente il lettore, tanto più che la trama è in grado di offrire momenti di tensione alternati ad altri di tranquillità e con una conclusione di una dolcezza disarmante, quasi che Dante, personaggio esistito veramente, fosse anche lui frutto della penna del narratore, quel figlio solo immaginato, ma capace di dare un senso alla vita di chi lo ha creato.

La lettura è indubbiamente consigliata e assicuro che alla fine si verrà contagiati dalla serenità raggiunta da Dante sulla base delle risultanze della sua tormentata vita da esule, da uomo passionale, impulsivo, egocentrico, ma anche capace di raggiungere vette sublimi con quella sua Commedia che già allora aveva successo, ma che nemmeno poteva immaginare che tale sarebbe rimasto anche nei secoli a venire.

Marco Santagata (Zocca, 28 aprile 1947 – Pisa, 9 novembre 2020) è stato docente e scrittore italiano.
Laureatosi alla Scuola Normale, ha insegnato Letteratura italiana all’Università di Pisa. Dal 1984 al 1988 ne ha diretto l’Istituto di letteratura italiana, ed è stato poi direttore del Dipartimento di Studi italianistici.
È stato visting professor in molti atenei prestigiosi come la Sorbona, l'Università di Ginevra, la UNMA di Città del Messico e Harvard.
La sua attività di studioso è stata rivolta soprattutto alla poesia dei primi secoli, con una particolare attenzione a Dante e a Petrarca.
Su Dante, di cui ha curato per i Meridiani Mondadori l’edizione commentata delle Opere, ha scritto il libro L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante (il Mulino, 2011) e la biografia Dante. Il romanzo della sua vita  (Mondadori, 2012). Tra i lavori petrarcheschi si segnalano il commento al Canzoniere (Mondadori, 2004)  e il libro I frammenti dell’anima (il Mulino, 2011).
Si è inoltre occupato di Leopardi (Quella celeste naturalezza. Le canzoni e gli idilli di Leopardi, Il Mulino, 1994) e della poesia fra Otto e Novecento (Per l’opposta balza. “La cavalla storna” e “Il commiato” dell’”Alcyone”, Garzanti, 2002). Accanto a quella scientifica ha svolto anche l'attività di narratore: con il romanzo Il Maestro dei santi pallidi (Guanda) ha vinto il premio Campiello 2003. Suoi anche Papà non era comunista (Guanda, 1996), L'amore in sè (Guanda, 2006), Il salto degli Orlandi (Sellerio, 2007), Voglio una vita come la mia (Guanda, 2008), Come donna innamorata (Guanda, 2015) grazie al quale entra nella cinquina dei finalisti del Premio Strega, e Il movente è sconosciuto (Guanda, 2018). Inoltre, ha scritto con Alberto Casadei il Manuale di letteratura italiana medievale e moderna (Laterza, 2007) e il Manuale di letteratura italiana contemporanea (Laterza, 2009). Per Mondadori esce inoltre il saggio a tema scientifico Un meraviglioso accidente, del quale è coautore insieme a Vincenzo Manca. Nel 2020 esce Il copista (Guanda). Lo stesso anno lo scrittore contrae il Covid-19, malato da lungo tempo, questo gli risulterà fatale portandolo alla morte il 9 novembre 2020.
Renzo Montagnoli

 

7 Gennaio

Abbraccio alla vita di Vincenzo Patierno

Raccolta poetica regalatami per Natale, regalo azzeccato e apprezzatissimo. Scartato la sera del 24 e il 25 mi aveva già conquistato con la sua genuinità, sincera, accogliente e ricca di buoni propositi. L'opera, anche se non è questo il suo intento, abbraccia e si fonde con il vero spirito natalizio, quello di pensare un po' più agli altri e non quello del consumismo compulsivo. Il poeta si avvale di un linguaggio semplice per conquistare il lettore, in finale, lui è un poeta che ci porta una cronaca delle sue reminiscenze, sogni e paure, mica un politico che deve convincerci a votarlo. Silloge consigliata a tutti gli amanti della poesia, quella non troppo arzigogolata, ma che poetica come mangia e sa come scaldare il cuore.

28 dicembre 2021
Nacho Perez

 

 

5 Gennaio

Abbraccio alla vita
di 

Vincenzo Patierno

Silvia Ferretti 

Questo Natale, per via della situazione che noi tutti conosciamo, l'ho passato da sola, potrei dire sola come un cane, ma sarebbe più corretto dire: sola con un gatto e un libro di poesie.
Le amiche e i parenti, con cui sono riuscita a vedermi prima delle feste e scambiarmici i doni, mi hanno regalato quasi esclusivamente libri (gradisco così) ed ecco che tra tanta meravigliosa narrativa mi spunta questo libricino di poesie, delicate e sensibili da cullarmi un po' e farmi sentire un po' meno sola.
Ho trovato gusto nella musicalità della raccolta e il moto del poeta di gli argomenti più scomodi, mi ha fatto riflettere e distogliere per qualche ora dalla realtà.
Alla mezzanotte, né il gatto, né le poesie così bere il prosecco, non volendolo sprecare in nome dei meno fortunati, mi sono ubbriacata e se questa volta la sbornia è stata più queste dolce è stato solo grazie a poesie.

 

4 Gennaio

I racconti della maturità

di Anton Cechov

Feltrinelli Editore

Narrativa

 

La vita in due

Questi racconti con ogni probabilità sono stati scritti verso la fine della vita di Cechov che morì a soli 44 anni in conseguenza di una tubercolosi che lo divorava da tempo e a cui invano cercò di sfuggire spostandosi di continuo in località più salubri. In ogni caso di tratta di prose che risalgono a ben oltre un secolo fa e quindi ci sarebbe da attendersi uno stile un po’ stucchevole, non disgiunto da una certa grevità tipica di quasi tutti gli autori russi. Invece, per fortuna, e ne guadagna così parecchio il piacere della lettura, lo stile è snello, tutto sommato semplice senza essere elementare, accompagnato da una tipicità di Cechov che, oltre all’indubbia dote di saper sondare l’animo umano, inserisce sempre un rapporto con la natura che va ben oltre lo sfondo in cui si svolge la trama, ne è parte essenziale, con una vena poetica che, senza sfociare nel lirismo, dona un tocco di grazia. 

Il volume riporta sei racconti, con un unico fil rouge che li accomuna, vale a dire il rapporto di coppia, tutte storie di amori che durano quanto un amen, di legami che da affetti si tramutano in obblighi, e in quanto tali destinati a essere osteggiati con il piacere del tradimento. Nel mondo di Cechov non c’è spazio per vicende in cui uomini e donne  riescano a conciliare una passione iniziale con un affettuoso legame successivo, anzi poco a poco si instaura una incomunicabilità che porta ognuno per la sua strada. E’ questo il caso del professor Kovrin, in preda a un delirio allucinatorio che lo porta a vedere un misterioso monaco nero, così come appare già segnato il matrimonio fra un infatuato Laptev e  Julija, che non lo ama. E’ l’impossibilità di essere omologato alla società di Misail che incrina la sua unione con Masa, e senza speranza è la relazione extraconiugale di Alechin con Anna, per non parlare dell’avventura, una delle tante, di Gurov, un’avventura che non si spegnerà in una semplice relazione. E infine c’è l’ultimo, il più bello, con Nadja, figlia di una famiglia borghese della provincia, che rinuncia all’imminente matrimonio per avere una vita sua, grazie ai consigli di un caro amico minato in modo irrimediabile dalla tubercolosi ormai all’ultimo stadio. 

Per lo più si tratta di racconti venati dall’amarezza, dall’impossibilità, che sembra connaturata, di vivere compiutamente in due, una visione, quella della incomunicabilità, a cui tanto concorre il tessuto sociale di un’epoca e che precorre autori della metà del ‘900, una prova di grande maturità artistica.

Anton Cechov (Taganrog, 29 gennaio 1860 – Badenweller, 2 luglio 1904).

Scrittore e drammaturgo russo. Cresciuto in una famiglia economicamente disagiata, si trasferì nel 1879 a Mosca dove si iscrisse alla facoltà di Medicina. Laureatosi nel 1884, esercitò solo saltuariamente, dedicandosi esclusivamente all'attività letteraria.
Nel 1890 raggiunse attraverso la Siberia l'isola di Sachalin, sede di una colonia penale, e sulle condizioni disumane in cui vivevano i forzati scrisse L'isola di Sachalin.
Minato dalla tubercolosi, passò vari anni nella piccola tenuta di Melichovo, nei pressi di Mosca.
Nel 1895 conobbe Tolstoj, cui rimase legato da amicizia per tutta la vita.
Nel 1900 venne eletto membro onorario dell'Accademia russa delle scienze, ma si dimise due anni dopo per protesta contro l'espulsione di Gor'kij.
Nel 1901 si sposò. In un estremo tentativo di combattere il male si recò a Badenweiler, una località della Foresta Nera e lì morì all'età di quarantaquattro anni.
La produzione novellistica di Cechov è particolarmente copiosa e percorsa da motivi e tonalità ricorrenti. Negli anni universitari compose le novelle, dal tono comico e grottesco, raccolte in Racconti di Melpomene (1884).
La fama arrivò con Racconti variopinti (1886) e Nel crepuscolo (1887).
Il 1888 è l'anno de La steppa, lunga novella elegiaca il cui vero protagonista è il paesaggio russo.
Seguono: Il duello (1892), La mia vita (1895), La signora col cagnolino (1898) e Nel burrone (1900).
Tra il 1884 e il 1891 Cechov scrisse per il teatro otto atti unici, tra i quali ricordiamo Il tabacco da male, Tragico contro voglia e Il canto del cigno.
A essi fecero seguito sei lavori in quattro atti che lo hanno consacrato come drammaturgo: Ivanov (1888), Il gabbiano (1895), Zio Vanja (1899), Le tre sorelle (1901) e Il giardino dei ciliegi (1904).
I personaggi di questi drammi subiscono una sorta di estraniazione che li rende incapaci di parlarsi. Cechov anticipa in questo senso alcuni motivi fondamentali della drammaturgia moderna.
Dopo la rivoluzione del 1917, dagli archivi sono emersi altri due lavori teatrali di Cechov, Tatjana Répina (1899) e Platonov (1880-1181), opera giovanile che ha per protagonista un eroe senza volontà.
Ci restano anche I quaderni del dottor Cechov, redatti tra il 1891 e il 1904.
Da: "
Enciclopedia della Letteratura", Garzanti, 2004
Renzo Montagnoli

 


Pagina iniziale

Tematiche e testi

Poetare | Poesie | Licenze | Fucina | Strumenti | Metrica | Figure retoriche | Guida | Lettura | Creazione | Autori | Biografie | Poeti del sito

Torna su

Poetare.it © 2002