Recensioni
2026
![]()
| Poetare | Poesie | Licenze | Fucina | Strumenti | Metrica | Figure retoriche | Guida | Lettura | Creazione | Autori | Biografie | Poeti del sito |
Commenti Poesie consigliate La Giostra della satira Concorsi La Sorgente delle poesie
Questa pagina raccoglie le recensioni di romanzi, libri di racconti, volumi di poesia e di altro genere letterario (libri di saggi, viaggi, teatro, ecc.), film. |
Recensioni 2012
Recensioni 2013
Recensioni 2014 (Gennaio-Settembre)
Recensioni 2014 (Ottobre-Dicembre)
Recensioni 2015
Recensioni 2016 Recensioni 2017
Recensioni 2018
Recensioni 2019
Recensioni 2020
Recensioni 2021
Recensioni 2022
Recensioni 2023
Recensioni 2024
Recensioni 2025
|
|
Avviso
Dal 7 al 25 Agosto tutte le pubblicazioni sono sospese
|
2 Agosto
La macina della risacca di Andrea Molesini Sellerio Editore Palermo Narrativa Pagg. 424 ISBN 9788838950063 Prezzo Euro 17,00
A futura memoria E’ innegabile che Andrea Molesini tragga spunto dalla guerra per scrivere non pochi suoi romanzi; era già accaduto per quello d’esordio, cioè per Non tutti i bastardi sono di Vienna, trovando nuovamente conferma in La primavera del lupo, così come in Un’ombra sconsolata mi cerca. Appare evidente che un conflitto armato è il terreno ideale per mettere alla luce la natura umana, con tutti i suoi limiti, ma anche con tutti i suoi pregi. In La macina della risacca troviamo un protagonista di particolare interesse, un uomo prossimo alla morte e che nel raccontare al figlio la sua esperienza bellica dopo l’8 settembre 1943, cerca di dargli quella crescita etica che in precedenza non ha saputo insegnargli. Se la storia di peregrinazione di questo maggiore della Regia Marina per sfuggire alla deportazione in Germania, percorrendo, quasi sempre a piedi, un itinerario che va dalla Liguria a Venezia ove ha casa sua sorella, apre scorci di intensa tensione, riservando però lo spazio per gli incontri con figure di tutto rilievo, la narrazione in ospedale al figlio presenta momenti in cui la ricerca dell’introspezione è meritevole della miglior considerazione e diventa il pregio dell’opera. Ne deriva una crescita comune, del figlio, ma anche del padre, e da quest’ultimo scaturisce un lungo testamento spirituale che è l’autentico messaggio del romanzo. Oltre ai due protagonisti, Rolli che è il padre ed Andrea che è figlio,attori per così dire non principali sono Elvira, rispettivamente moglie e madre, ricoverata in una clinica a seguito di una grave depressione, e la dottoressa dell’ospedale, l’attraente Kaisermann, con cui il giovanotto allaccia una relazione senza speranza. Padre, figlio e madre sono una famiglia, nel vento del tempo, un tutt’uno di cui non sapremo mai il cognome, come è logico per chi finisce per legarci affettivamente; i genitori sono protagonisti di un’epoca trascorsa, le ultime falene che bruciano la loro esistenza alla fine di un tempo che è solo il loro, ma che cercano di condividere con il figlio, che rappresenta l’oggi, ma anche il futuro, un futuro che si auspica non debba mai vedere guerre come quella che sconvolse l’Europa fra il 1939 e il 1945. Benché l’opera sia permeata da un senso di morte, o almeno dal desiderio del malato terminale Rolli di togliere il disturbo anzitempo, il romanzo è in verità un canto alla vita, una perfetta antitesi della morte, in cui il vissuto del padre, narrato, non solo cerca di essere un supporto all’esistenza del figlio, ma è l’inconscio desiderio di tutti, cioè che qualcosa di noi rimanga in chi resta.
Da leggere. Andrea Molesini, scrittore, è nato e vive a Venezia. Ha curato e tradotto opere di poeti americani: Ezra Pound, Charles Simic, Derek Walcott. Ha scritto anche storie per ragazzi tradotte in varie lingue. "Sono nato e cresciuto in un luogo d'acqua. L'acqua verde buia dei canali, che sa di cicoria bollita, di detersivo e di fogna. L'acqua della laguna aperta, che in estate prende il colore dell'erica delle barene e sa di pesce e di uccelli lenti come le darsene coi pescherecci. Le acque del Sile e del Brenta che per un poco si mantengono dolci prima di cedere alla salinità che il mare impone alla laguna. Acque differenti, le une ostili alle altre, che si mescolano e contendono lo spazio secondo tempi e modi che sfidano le leggi della fisica per sconfinare nel sortilegio. E sopra l'acqua la pietra. La pietra di una città fitta di case e di osterie, di comignoli e di gatti, di uccelli e di vento e di nebbia e di scorci di bellezza toccante e di raffiche maleolenti. C'è anche la pietra delle isole, ridotte dall'abbandono a tane di falchi e gabbiani, di serpi, di contrabbandieri e di ratti più lunghi di un avambraccio. Poi ci sono gli ubriachi. La mia infanzia è piena di ubriachi che vagano e tentano gli orli delle fondamenta e non cadono mai in acqua. Venezia sembra un film di Chaplin dove qualcuno con gli occhi bendati pattina sull'orlo del precipizio ma per quella comica fortuna che protegge gli innocenti il vuoto li rifiuta e finché non lo vedono non vi precipitano. Nessuno, a Venezia, si è mai annegato. Ecco la mia prima bugia. In verità è successo, è successo a un barbone che si chiamava Dante (sic!), che la sera si spogliava ubriaco e che dopo decenni di quest'abitudine, che popolazione e polizia ignoravano tra le risate, finì coi polmoni pieni d'acqua fetida in un canale. Ma Dante non fa storia, è sparito dalla memoria collettiva, anzi, credo sia più giusto dire che non ci è mai entrato. Perché Venezia è un luogo senza memoria. Sono nato e cresciuto in un luogo scolpito nella lentezza, fatto di spazi ridottissimi, calli strette, case che si toccano, turisti che intasano i sottoporteghi, barche che nei canali a stento sfilano le une accanto alle altre senza toccarsi. Scolpito nella lentezza, dicevo, perché fuori, sulle paludi ferme e immense che circondano la pietra abitata c'è un altrove senza echi percorso da uomini lenti che vogano alla valesana. C'era, dovrei dire, perché oggi vedo più barchini rombanti che altro. E questa è una catastrofe, perché Venezia è una città di suoni, non di rumori. Si sentono i gatti miagolare e si sentono i tacchi a spillo sui masegni. Il rumore dei motori è relegato ai canali, una maglia di vie ancora abbastanza silenziose e percorse dalla lentezza (le barche, anche quelle a motore, grazie a dio non hanno i freni)." Renzo Montagnoli
26 Luglio
Scarlatto, vermiglio, porpora Storie di casa Gonzaga di Roberto Brunelli Tre Lune Edizioni Storia Pagg. 218 ISBN 978-8887355710 Prezzo Euro 20,00
La storia narrata Corre quasi un secolo fra il sacco di Roma iniziato il 6 maggio 1527 e quello di Mantova del 18 luglio 1630, in entrambi casi attuato dai lanzichenecchi, i soldati mercenari al soldo dell’imperatore. Si tratta di due drammi epocali, di più ampia risonanza il primo e di minor notizia il secondo, per quanto con questo inizi quel periodo di decadenza dei Gonzaga, in embrione già da tempo, e che si concluderà amaramente nel 1707 allorché l’ultimo duca Ferdinando Carlo di Gonzaga-Nevers verrà dichiarato decaduto per fellonia. Di ben altro spessore sono i protagonisti, poiché nel primo caso troviamo, vedova, Isabella d’Este, risentita non a torto per essere stata posta in secondo piano dal figlio Federico, irretito dalla bella Isabella Boschetti. La signora marchesa non è tipo di stare nell’ombra e benché si trovi dietro le quinte briga per difendere il suo piccolo regno di Mantova e la sua casata originaria dei D’Este. Si troverà così a Roma durante il famoso sacco e sarà ancora una volta una protagonista indiscussa prodigandosi a salvare quanta più gente possibile, servendosi anche dello stretto rapporto di parentela con il Conestabile di Borbone, suo nipote, e con il comandante Ferrante Gonzaga, suo figlio. Di questo evento, degli antefatti e dell’immediato seguito scrive Roberto Brunelli con una narrazione strettamente aderente alla storia, ma di gradevolissima lettura, tanto che si ha l’impressione di leggere un romanzo. Di questa straordinaria capacità di proporre una disciplina in modo accattivante già si era avuto un esempio con i libri di Maria Bellonci, ma il nostro monsignore (Brunelli era un sacerdote) non è da meno. Così prendono corpo piano piano ombre che sembravano disperse nelle tenebre del tempo andato, risorgono a nuova luce personaggi del calibro di Giovanni dalle Bande nere, di Federico II Gonzaga, dell’imperatore Carlo V, del papa Clemente VII, di Baldassarre Castiglione, ma soprattutto di Isabella d’Este, non solo una prima donna, bensì la prima donna. Non si può non apprezzare la statura della marchesa, un’autentica statista, che della diplomazia aveva fatto un’arte, e a cui nulla si può rimproverare perché in un’epoca in cui ancora le donne erano escluse dalla gestione del potere lei riusciva a imporre la sua linea a papi e a imperatori. Scarlatto vermiglio porpora. Storie di casa Gonzaga è un’opera di indubbio grande valore, non solo per la storia locale, ma per quella a livello nazionale, perché tratteggia bene l’innata incapacità di noi italiani di trovare un accordo per il bene comune, per la difesa del suolo natio. Non si tratta di storia di poco conto, ma di grande storia, perché il sacco di Roma non è che la conclusione di una guerra condotta in Italia, ma propugnata da fuori, così come avverrà poi con la seconda calata dei lanzichenecchi e il sacco di Mantova. L’opera si conclude il 21 settembre 1631 con Maria Gonzaga, figlia primogenita del duca Francesco IV, e con il Duca suo suocero Carlo I di Gonzaga Nevers che si trovano nel giardino segreto dopo il sacco dei lanzichenecchi; ancora attoniti fanno il punto della situazione e si impegnano a ricominciare, a ridare vita a una città e linfa a una dinastia. Sappiamo però come andò a finire. Il libro è senz’altro più che meritevole di essere letto.
Roberto Brunelli ( Piubega, 30 marzo 1938 – Mantova, 21 novembre 2022) è stato un religioso, critico d'arte e direttore del Museo diocesano di arte sacra Francesco Gonzaga, nonché autore di testi di argomento religioso, di storia dell'arte e di narrativa. Negli anni '80 ha collaborato con Mondadori come curatore e traduttore di alcuni titoli della popolare collana enciclopedica per ragazzi I grandi libri e come autore del Grande libro della Bibbia (1983). Fra le sue opere thriller ricordiamo “Delitto in sagrestia”, la ricostruzione storica di “Giallo a corte”, dedicata ad alcuni delitti irrisolti di epoca gonzaghesca, “Requiem in rosso” e il racconto “Papa a sorpresa”, dove l'autore, prima della diffusione della notizia delle dimissioni di Benedetto XVI, ipotizzava che cosa sarebbe potuto accadere con le dimissioni di un pontefice. Nella sua opera ricorrono in particolare i saggi storici e artistici di argomento mantovano, oltre a un filone di narrativa noir. Renzo Montagnoli
19 Luglio
Le spedizioni notturne delle Zefire ovvero, Quando non tutti i ladri vengono per nuocere di Renzo Bistolfi TEA Edizioni Narrativa Pagg. 336 ISBN 9788850269266 Prezzo Euro 12,00
Le gattare Il luogo della vicenda è sempre Sestri Ponente, l’anno è il 1960, i personaggi, invece, fatta eccezione per il maresciallo dei carabinieri Galanti, sono cambiati. Non troviamo più le tre sorelle zitelle Devoto, ma le sorelle Magnone, Zefira ed Enrichetta, chiamate le Zefire, pure loro nubili, anziane e che conducono una vita del tutto fuori dal normale. Abitano in un palazzo antico dove si trova accatastata una marea di mobili e di quadri, tutta roba di valore, ereditata dal padre, ma di cui loro si disinteressano, circondate da un esercito di gatti di cui si prendono amorevolmente cura; si occupano, però, non solo dei felini domestici, ma anche di quelli randagi del circondario, che provvedono a sfamare con uscite nel cuore della notte. Benché ricche, non danno importanza al denaro e secondo i più vivono in condizioni disagiate, il che comporta non poche preoccupazioni alla loro unica nipote. Non vado oltre, trattandosi di un giallo con tanto di due donne morte ammazzate e più di un tentativo di omicidio in una vicenda piuttosto intricata che stenta a decollare, ma che quando prende l’abbrivio va a rotta di collo. Le sorelle Magnone non hanno la perspicacia delle tre Devoto, anche perché non hanno praticamente contatti con il mondo, vivendo di fatto recluse, ma a loro modo sono protagoniste capaci di destare simpatia, anche per l’aspetto fisico, con una secca e l’altra rotondetta, e con una ingenuità che a tratti è commovente. Anche in questo lavoro trovano conferme le qualità dell’autore e in particolare quella sana ironia che permea il racconto; non mancano di certo un’eccellente creatività, l’abilità nel descrivere l’ambiente in questo caso tuttavia un po’ troppo presente, nonché la caratterizzazione dei personaggi, sempre azzeccata. Da ultimo la soluzione dei delitti è del tutto logica, tanto che prima ancora della fine avevo capito chi li aveva commessi. Da leggere, ovviamente.
Renzo Bistolfi,
nato a Genova nel 1954, è stato uno scrittore italiano. Appassionato di
teatro, ha fatto l'attore in una compagnia amatoriale. Dal 2007 ha cominciato
a scrivere e pubblicare le storie che lo hanno sempre appassionato,
distinguendosi anche come talentuoso narratore di audioblibri. Renzo Montagnoli
14 Luglio
Francesco Ferdinando d’Asburgo L’attentato di Sarajevo di Marco Mondini RCS MediaGroup Edizioni Saggistica storica Pagg. 155 ISBN 977182855241500002 Prezzo Euro 6,90
Due colpi di pistola, una strage mondiale Ci sono fatti nella storia che vengono ricordati più di altri, come per esempio l’attentato del 28 giugno 2014 con il quale a Sarajevo il giovane serbo-bosniaco Gavrilo Princip tolse la vita all’erede al trono d’Austria e Ungheria Ferdinando d’Asburgo – Este e alla sua consorte Sophie Chotek von Chotkowa. E’ ben impresso nella memoria non tanto per la figura invero opaca del nipote di Francesco Giuseppe, ma perché fu l’evento scatenante di un conflitto latente e che fu conosciuto, per il numero e la localizzazione di paesi belligeranti, come Grande Guerra. Tanti hanno scritto di questo fatto, non solo storici, ma addirittura anche narratori come Edgarda Ferri con il suo Guanti bianchi, solo per citare quello che mi viene in mente anche per aver letto il suo libro. C’è da chiedersi pertanto che cosa avrebbe potuto dire in più di quello che già si sa Marco Mondini, docente di Storia all’università di Padova. In effetti, nel leggere questo suo saggio, non emergono rivelazioni clamorose, ma il libro ha un suo preciso valore che risiede nell’organicità con il quale l’autore ha affrontato l’argomento. Grazie a una struttura ben impostata chi legge, oltre a potere avere idee chiare su quanto avvenne, si appassiona pagina dopo pagina, risultato non scontato per un testo storico. Il professor Mondini ha seguito un’impostazione invero cronologica, ma la cui stesura sembra costituita dai chiarimenti che chiunque abbia a leggere quelle pagine inevitabilmente chiede. Abbiamo così l’Antefatto che è un quadro generale della situazione prima dell’attentato, con il serpeggiante nazionalismo serbo e l’insoddisfazione dello stato maggiore austriaco che si rende conto della decadenza dell’impero, ma che come rimedio propone soluzioni drastiche certamente non risolutive. Poi viene Il delitto, analizzato in tutte le sue sfaccettature, nell’incapacità sia degli attentatori che dei servizi di sicurezza, quest’ultima per me voluta perché l’eliminazione dell’arciduca era un buon motivo per arrivare a quella guerra a cui i militari austriaci aspiravano da anni. Poi troviamo La vittima, un individuo in totale disaccordo con lo zio Francesco Giuseppe, accidioso, da prendere con le molle e comunque ben poco stimato dai suoi futuri sudditi. E infine nell’ordine logico di stesura ci sono I colpevoli, non pochi, motivati, ma scarsamente preparati, una banda di ragazzini francamente buttata allo sbaraglio.
Non sto a dilungarmi,
perché la lettura di questo saggio storico, per i motivi che ho fino a ora
esposto, è notevolmente esauriente pur nella sua sinteticità, un lavoro idoneo
per chi vuol sapere, per chi qualche volta si pone la domanda sul perché
scoppiò una guerra così devastante e che pose fine a degli imperi, dando
all’Europa un nuovo assetto tuttavia ancora insoddisfacente, tanto da far
scoppiare da lì a pochi anni un altro grande conflitto mondiale. Marco Mondini insegna storia dei conflitti all’Università di Padova, ed è ricercatore associato all’Istituto Storico Italo Germanico-FBK di Trento e all’UMR SIRICE (CNRS – Sorbona) di Parigi. Fa parte del direttivo dell’Historial de la Grande Guerre di Péronne e del board editoriale di «1914-1918 online. The International Encyclopedia of the First World War». Tra i suoi volumi più recenti: Il Capo. La Grande Guerra del generale Luigi Cadorna (2017, premio Friuli Storia), I luoghi della Grande Guerra (2015), La guerra italiana. Partire, raccontare, tornare 1914-1918 (2014). Renzo Montagnoli
8 Luglio
Tutte le poesie di Osvaldo Ramous EDIT Edizioni Poesia Pagg. 310 ISBN 9789532301083
Libro fuori
commercio Straniero in patria Osvaldo Ramous (Fiume 11 ottobre 1905 – Fiume, 2 marzo 1981) è stato un poeta legato molto alla sua terra, visto che restò sempre nella città natale, anche quando vi fu l’esodo giuliano-dalmata, anzi si prodigò per mantenere accesa culturalmente l’ormai diventata minoritaria componente italiana di Fiume. Riuscì così a mantenere aperto un ponte con l’Italia, pur in un periodo di grandi difficoltà. In tal senso, negli anni a seguire, molto fece perché vi fosse una reciproca conoscenza fra artisti italiani e jugoslavi, attivandosi affinché non si frapponessero scelte e discussioni politiche. Inoltre è stato anche narratore e autore di drammi e commedie teatrali, insomma un letterato a tutto campo. Il volume in oggetto ricomprende tutte le poesie, certamente non poche, scritte da Ramous ed è impreziosito dalla prefazione di un altro autore locale, già a noi noto, cioè Alessandro Damiani. Come è mia abitudine sono passato a leggere direttamente le liriche senza prima vedere quel che ha scritto Damiani, il tutto al fine di non essere influenzato nel mio giudizio, con una verifica sempre e solo successiva. Le tante poesie sono componenti di raccolte diverse, i cui titoli tendono a dare un’idea del tema trattato. E’ curioso notare come le prime liriche dell’autore portate a conoscenza di terzi con la pubblicazione sul mensile Delta, rivista culturale di alto profilo, abbiano una struttura tendente a riproporre una metrica classica, addirittura con rime finali alternate. Si tratta di elaborati giovanili in cui è presente inevitabilmente un influsso scolastico. La prima silloge ad avere l’onore della pubblicazione nel 1938 con tanto di segnalazione della Reale Accademia d’Italia è Nel canneto, un lavoro particolarmente evoluto, con versi non stantii, ma luminosi e intrisi di allusioni simboliche che dipanano il tema della solitudine, con una presenza rilevante della terra natale, non ancora travolta dagli eventi successivi che indurranno il poeta a non pubblicare altro, almeno fino al 1953, tre lustri che fra leggi razziali, guerra mondiale e squilibri etnici evidentemente gli imposero un silenzio che era più forte e accusatore di tante parole. Quello è l’anno che quanto è maturato dentro scaturisce libero, come un fiume in piena, con la raccolta Vento sullo stagno, i cui versi riflettono lo straniamento e l’isolamento del poeta fiumano, travolto dagli eventi, ma mai domo, come canna al vento che si piega per poi raddrizzarsi. Sul palcoscenico della terra natia il simbolismo è sempre presente dove lo stagno rappresenta l’immobilità, ma anche l’isolamento della comunità che è rimasta, mentre il vento è l’elemento esterno, le decisioni degli uomini che comandano e che increspano la superficie, corrispondendo all’inquietudine di un popolo che non trova più la pace dei tempi migliori. Potrei ancora andare avanti, ma le sillogi e le poesie nelle stesse contenute sono tante, il che comporterebbe una notevole estensione della recensione, finendola col renderla pressoché illeggibile a video. Passo così all’ultima raccolta, di trentacinque liriche, uscita per i tipi di Rebellato nel 1977 e intitolata Pietà delle cose. Sono i versi della maturità, della riflessione il più profonda possibile sulla condizione dell’uomo, sono versi stringati, direi sintetici, quasi che avesse fretta di concludere però cercando di dire tanto in poco e sullo sfondo, ma sempre più protagonista, c’è sempre lei, la città natale. E fra le ultime, la poesia finale è in fin dei conti un omaggio all’esistenza, alla resilienza di un’umanità che trova nelle sue difficoltà e nel suo dolore la forza di vivere. E’ con questa che chiudo la recensione di un libro che mi ha fatto conoscere un poeta dall’indubbia personalità, che riflette la condizione di un uomo che si sente straniero nella propria patria, ma che è anche in grado di evadere da quello che potremmo definire un esilio in casa propria, affrontando tematiche che sono e saranno sempre universali, quali la natura e la morte. Non c’è che dire, Osvaldo Ramous mi ha convinto.
La spina I pinnacoli, le volte aeree, le cupole dei silenzi...Una mano ha vagato tra gli incarichi dell’invisibile, alla ricerca di una spina, per risentirne la dolce dolorosa puntura.
E’ un vero peccato, quindi, che il volume sia fuori commercio, perché Ramous ha scritto delle poesie molto belle, ampiamente meritevoli di essere lette. La mia speranza è che all’editore vengano avanzate richieste di ripubblicazione tali da giustificare la stampa di un congruo numero di copie. Osvaldo Ramous (Fiume, 11 ottobre 1905 – Fiume, 2 marzo 1981) è stato un poeta e scrittore italiano. Passò l'intera sua vita nella città di Fiume, che nel corso del XX secolo cambiò più volte nazione di appartenenza. Di seguito la sua produzione così come riportata su Wikipedia: Raccolte poetiche
Romanzi
Drammi e commedie teatrali
Renzo Montagnoli
2 Luglio
La resa dei conti. Dalla guerra civile alla violenza postbellica, il caso di Sant’Eufemia di Mimmo Franzinelli Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Storia Pagg. 312 ISBN 9788804816218
Prezzo Euro 24,00 Quando non c’è giustizia Quando finisce una guerra civile, che è sempre il più atroce dei conflitti, non è che tutto cessi, non è che l’odio che si è accumulato svanisca di colpo, perché sparisca quella carica di energia negativa che si è cementata è necessario che la giustizia prenda il sopravvento sugli istinti individuali, che punisca effettivamente chi si è reso colpevole di misfatti; in mancanza c’è il rischio concreto di una giustizia fai da te ed è di questo che parla Mimmo Franzinelli nel suo ultimo interessantissimo saggio La resa dei conti. In particolare esamina una strage compiuta nel maggio del 1945 a Sant’Eufemia, nei pressi di Brescia, da un gruppo di ex partigiani che imprigionò e soppresse una quarantina di persone fra ufficiali della famigerata X Mas, funzionari della Repubblica sociale italiana e civili di ispirazione politica fascista. L’autore comincia giustamente dall’inizio del fenomeno resistenziale, cioè dalla formazione delle prime basi partigiane dopo l’8 settembre 1943 in quella che è la valle di primaria importanza per lo sforzo bellico, la Valtrompia dove ci sono diverse industrie di armi fra le quali primeggia la Beretta. Già qui il saggio si presenta di notevole interesse perché diventa la storia del partigianato nella provincia di Brescia, una storia fatta di entusiasmi, di delusioni, di fame, di paura, di rastrellamenti, di eccidi subiti, per non parlare delle torture a cui venivano sottoposti i cosiddetti ribelli presi prigionieri. E’ una storia certo di formazioni, ma soprattutto di uomini, capaci di attrarre a sé altri compagni di lotta e alcuni per far questo non esitano a sopprimere i possibili concorrenti. Fra i capi dei ribelli spicca un nome, tale Luigi Guitti, più conosciuto con il nome di battaglia di Tito Tobegia. Sarà lui con i suoi uomini a rendersi protagonista della strage di Sant’Eufemia, avvenuta in un periodo storico in cui la giustizia, ancora amministrata da magistrati del regime fascista, aveva più di un occhio di indulgenza nei confronti di quei fascisti che si erano macchiati di crimini orrendi, tenendo tuttavia una mano pesante nei confronti dei partigiani. Purtroppo, l’impunità per chi aveva commesso gravi crimini sotto il passato regime, unita alla constatazione dei favori a loro riservati, quando chi li aveva combattuti si sarebbe atteso un’esemplare punizione e un paese defascistizzato, fece credere a molti che la Resistenza fosse stata tradita. Questa tolleranza si manifestò non da subito, ma da quasi subito anche per il nascere di quel conflitto senza spari chiamato guerra fredda, ma molto probabilmente, come lascia intendere Franzinelli, è stato in larga parte dovuta al radicamento del fascismo avvenuto nel ventennio, il che ha impedito agli italiani di fare i conti con il passato, di modo che il pericolo di un ritorno di questa esecranda ideologia non è mai tramontato. L’indagine di Franzinelli è meticolosa e asettica, lo storico bresciano vuole capire il come e il perché di questa violenza, senza sconti per nessuno, e vi riesce in modo esemplare. In questo modo La resa dei conti è un saggio di grande valore non solo storico, ma anche civile; nella narrazione non c’è assolutamente retorica, il fatto viene descritto così come è accaduto e non ci sono atteggiamenti moralistici, che avrebbero potuto essere motivo di accuse da una parte o dall’altra, non presenta vocazioni sensazionalistiche, né certe morbosità, riscontrabili in genere in testi che hanno praticato un’incompleta e inaffidabile revisione di quanto accaduto nel periodo immediatamente seguente la liberazione. La resa dei conti è il libro che ci voleva per capire tante cose e proprio per questo ritengo che la sua lettura sia senz’altro raccomandabile. Mimmo Franzinelli (Cedegolo, 1954) studioso del fascismo e dell´Italia repubblicana, componente del comitato scientifico dell'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione "Ferruccio Pari", è autore di numerosi libri, fra cui: per Bollati Boringhieri, I tentacoli dell´Ovra (1999, premio Viareggio 2000), Rock & servizi segreti (2010) e Autopsia di un falso. I Diari di Mussolini e la manipolazione della storia (2011); per Mondadori, L´amnistia Togliatti (2006), Il delitto Rosselli (2007), Beneduce. Il finanziere di Mussolini, con Marco Magnani (2009), Il Piano Solo (2010), Il prigioniero di Salò (2012), Tortura (2018); per Rizzoli, La sottile linea nera (2008). Con Feltrinelli ha pubblicato: La Provincia e l´Impero. Il giudizio americano sull´Italia di Berlusconi, con Alessandro Giacone (2011), Delatori. Spie e confidenti anonimi: l´arma segreta del regime fascista (UE 2012), Il Giro d'Italia. Dai pionieri agli anni d'oro (Feltrinelli, 2013), - per gli Annali della Fondazione Feltrinelli - Il riformismo alla prova. Il primo governo Moro nei documenti e nelle parole dei protagonisti (ottobre 1963-agosto 1964), con Alessandro Giacone (2013) e Fascismo anno zero (Mondadori 2019), Croce e il fascismo (Laterza 2024), Mussolini racconta Mussolini (Laterza 2024), Colpire Mussolini (Mondadori, 2025); con Marina Cardozo: Gli artigli del Condor (Einaudi, 2025). Renzo Montagnoli
26 Giugno
Il segreto del commendator Storace ovvero, Quando si dice morire sul più bello di Renzo Bistolfi TEA Edizioni Narrativa Pagg. 320 ISBN 9788850267231 Prezzo Euro 12,00 Il segreto C’è un nipote che vive quasi in miseria a New York e che arriva a Sestri Ponente dietro richiesta di un un prozio che è il commendator Lisandro Storace, ricco, anziano, malato di cuore e da tempo in procinto di morire, ma che poi riesce sempre a superare le crisi; c’è una riunione nella quale, chiamati e presenti le due vicine di casa, la cameriera, il parroco e il maresciallo dei carabinieri Galanti, il commendatore si appresta a svelare un segreto, ma, come inizia parlare, viene stecchito da un attacco cardiaco. Il nipote trova una vera e propria fortuna, ma amerebbe anche conoscere il segreto che lo zio stava per svelare; tuttavia, a qualcuno interessa che non si venga a sapere nulla, ma il nipote, legittimamente curioso, si mette a indagare, scoprendo che lo zio si era sposato con una donna molto bella e anche molto più giovane, dalla mente instabile e che dopo dieci anni di menage, al termine dell’ennesima lite era partita per destinazione sconosciuta. Opportunamente non ritengo di andar oltre, trattandosi di un giallo, peraltro dalla trama molto interessante. Bistolfi, senza perdere la sua caratteristica ironia, imbastisce una vicenda che procede senza incertezze con un finale logico, anche se non scontato. Si apprezzano come al solito le descrizioni, le atmosfere, ma ciò che colpisce di più è l’analisi in profondità dell’animo umano, in tutte le sue incongruenze, un’analisi che non può che stupire il lettore Dei tradizionali personaggi dei suoi romanzi restano solo il maresciallo Galanti, mentre risultano assenti le sorelle Devoto, le tre anziane zitelle capaci di risolvere anche i casi più difficili. L’ambiente e le atmosfere sono quelle consuete, ma in questo romanzo l’aspetto prioritario è dato dalla trama e dalle ricerche per scoprire il segreto. Alla fine si avranno le risposte alle tante domande e, in tutta sincerità, appaiono logiche e certamente non campate in aria. In conclusione si tratta di un buon libro che consente di trascorrere piacevolmente un po’ di tempo.
Renzo Bistolfi,
nato a Genova nel 1954, è stato uno scrittore italiano. Appassionato di
teatro, ha fatto l'attore in una compagnia amatoriale. Dal 2007 ha cominciato
a scrivere e pubblicare le storie che lo hanno sempre appassionato,
distinguendosi anche come talentuoso narratore di audioblibri. Renzo Montagnoli
21 Giugno
Cesare. La conquista dell’eternità di Alberto Angela Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Storia Pagg. 640 ISBN 9788804810995 Prezzo Euro 24,00
Cesare, l’uomo e il mito Questo libro parla della vita di Giulio Cesare e lo fa in un modo sorprendente, perché in presenza di un rigore storico ineccepibile la capacità divulgativa dell’autore finisce con l’appassionare il lettore come se avesse per le mani un romanzo particolarmente attraente. Viene istintivo dire che la grande abilità di Alberto Angela di proporci in televisione documentari è presente anche nel libro stampato. La figura del grande condottiero e politico romano viene proposta in tutte le sue caratteristiche e così ci è dato modo di conoscere il Cesare abile stratega, nonché consumato politico, un uomo di grande cultura, ma anche contraddittorio, capace di grandi generosità, ma anche di notevoli crudeltà. Era difficile tratteggiare in modo equilibrato la sua personalità, ma direi che Angela ci è riuscito e così la figura che ne esce è quella di un uomo dalle indubbie capacità, soprattutto militari, ma anche vittima della sua intima fragilità e della solitudine perniciosa del potere. Il libro narra principalmente della conquista della Gallia e arriva fino al 12 gennaio del 49 a.C., cioè al famoso passaggio del Rubicone; non si basa solo sul De bello gallico, l’opera in proposito scritta da Cesare, ma anche su altre fonti di quell’epoca e successive. E’ così che oltre alla descrizione appassionante delle vicende militari si viene resi edotti su aspetti della vita di quelle popolazioni celtiche, dalla struttura sociale alla particolare religione; sono notizie che non possono che incuriosire, perché in effetti ben poco sappiamo dei Galli, a parte le vicende di Asterix, i cui fumetti hanno appassionato, e ancora continuano a farlo, grandi e piccini. Ed è proprio con un paragone che fa Angela fra i personaggi di questi fumetti e la realtà che possiamo sapere effettivamente le caratteristiche di quel popolo. In ogni caso è apprezzabile rilevare che le integrazioni di carattere storico e archeologico non appesantiscono il libro, sono incisi inseriti nel momento giusto, quasi a rispondere a domande che il lettore inevitabilmente lì si finirebbe con il porre. E’ per questo, è per lo stile snello, il ritmo elevato, per le attenzioni a dettagli che potrebbero sembrare superflui, ma della cui utilità ci si rende quasi subito conto che il libro appassiona dalla prima all’ultima pagina. Infatti, la prosa di Angela ha il dono dell’immediatezza, è come se chi ha per le mani il libro non si limitasse a leggere la storia, ma finisse con l’entrarvi. Le battaglie, anche quelle sul mare, le lunghe e faticose marce, le descrizioni di come viveva un legionario, perfino gli aspetti sessuali, fanno sì che i personaggi, molto spesso anonimi, diventino dei protagonisti; è così che quando legioni marciano sembrano sfilare davanti a noi e che uomini di più di duemila anni fa finiscono con il diventare nostri compagni. Si può o meno tifare per Cesare, ma è impossibile non esserne soggiogati; in fin dei conti è un mito che abbiamo iniziato a conoscere a scuola, magari traducendo qualche pagina del suo De bello Gallico e sudando le proverbiali sette camicie per terminare il compito in classe, tuttavia consapevoli di conoscere in tal modo un personaggio straordinario. Cesare La conquista dell’eternità è il libro adatto non solo per chi ama la storia romana, ma anche per chi vuole trascorrere un po’ di tempo (un bel po’, considerate le 640 pagine) con una narrazione affascinante, mai impegnativa, ma tale da lasciare tracce dentro di chi lo legge.
Alberto Angela
(Parigi, 8 aprile 1962). E’
un divulgatore
scientifico,
conduttore televisivo, autore e paleontologo italiano. Laureato in Scienze
Naturali, ha seguito numerosi corsi di specializzazione nelle università degli
Stati Uniti. Alla propria attività di studioso ha fatto seguito la professione
per la quale è più noto, quella di divulgatore scientifico, in particolare
attraverso la televisione. È autore e conduttore infatti di programmi
televisivi di successo, fra cui "Superquark", "Ulisse" e "Passaggio a Nord
Ovest". Gli è stato attribuito nel 2017 il Premio èStoria
alla divulgazione.
Tra i libri che ha pubblicato ricordiamo: Musei
(e mostre) a misura d'uomo (Armando,
1988) e vari libri assieme al padre Piero Angela fra cui La
straordinaria storia di una vita che nasce - 9 mesi nel ventre materno (RAI-Eri-Mondadori,
1996), Squali (Mondadori,
1997), Viaggio
nel Cosmo (Mondadori,
1998), Un
viaggio nell'antica Roma (Mondadori
2007), Impero (Mondadori
2010), Amore
e sesso nell'antica Roma (Mondadori
2012), I
bronzi di Riace. L'avventura di due eroi restituiti dal mare (Rizzoli
2014), San
Pietro. Segreti e meraviglie in un racconto lungo duemila anni (Rizzoli
2015) Gli
occhi della Gioconda (Rizzoli
2016), Cleopatra.
La regina che sfidò Roma e conquistò l'eternità (HarperCollins
Italia 2018). Nel 2019 per RaiLibri pubblica Meraviglie.
Alla scoperta della penisola dei tesori.
Con Harper Collins nel 2020 ha pubblicato L'ultimo
giorno di Roma,
il primo volume di una trilogia su Nerone, a cui seguono L'inferno
su Roma (2021)
e Nerone.
La rinascita di Roma e il tramonto di un imperatore (2022). Renzo Montagnoli
15 Giugno
I Cosacchi di Lev Tolstoj Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Narrativa Pagg. 294 ISBN 9788804700500 Prezzo Euro 10,00
La natura come mezzo di sublimazione spirituale I Cosacchi, un’opera di Tolstoj pubblicata per la prima volta nel 1863 su una rivista russa, ebbe un lungo periodo di gestazione per i tentativi dell’allora giovane scrittore di giungere ad avere una perfezioni stilistica accompagnata da un significato profondo. L’idea venne da un soggiorno, in qualità di allievo ufficiale, nel Caucaso dal 1851 al 1854, un’esperienza non tanto per il servizio militare quanto invece per l’incontro con un mondo che a un giovane nobile e abituato alla vacuità della vita moscovita dovette sembrare un’autentica rivelazione. Lì tutto è diverso, lì la natura ha preso il sopravvento (semplicemente stupende le descrizioni della stessa) e chi vi abita, i cosacchi, ne sono parte integrante, in una simbiosi perfetta. Il giovane militare Olenin, che è poi l’alter ego di Tolstoj, dapprima quasi stordito si abitua gradualmente al nuovo ambiente, umile, selvaggio, con una natura che lo attrae e che crede rappresenti l’unico mezzo per una sublimazione spirituale. Tutto intorno a lui è positivo, anche gli abitanti del villaggio in cui vive, a cui riconosce una genuinità e una spontaneità sconosciuta a Mosca. Si innamora anche di una ragazza, promessa sposa a un altro che tuttavia viene ucciso, circostanza che lo induce a dichiarare il suo amore alla fanciulla, che però lo respinge. L’immagine magica che si era costruito crolla di colpo, così decide di ritornare a Mosca. Sembrava che la narrazione procedesse verso un lieto fine, la classica ciliegina sulla torta, ma la conclusione ha un retrogusto di amaro, perché sembra volerci dire che l’intento di nobilitare lo spirito attraverso la natura è fallace e che la ricerca di sublimazione della parte più intima di noi non può essere che un tentativo continuo, una fatica di Sisifo a cui tuttavia l’essere umano dovrebbe abituarsi per non restare solo materia. I Cosacchi è indubbiamente un lavoro giovanile e lo si comprende dalla freschezza dello stile, tuttavia evoluto, scorrevole, capace di attrarre anche marcatamente, a chiaro sintomo delle qualità di un autore che emergeranno prepotentemente più avanti con Guerra e pace e con Anna Karenina. E’ superfluo che aggiunga che è più che meritevole di essere letto. Lev Tolstoj (Jasnaja Poljana, Russia, 1828 - Astàpovo, Russia, 110. Tra i più grandi scrittori russi, è autore di innumerevoli opere, tra cui i romanzi Guerra e pace (1865-69), Anna Karénina (1875-77) e Resurrezione (1899), capolavori della letteratura di tutti i tempi.Renzo Montagnoli
9 Giugno
Frammenti di Aurelio Caliri Edizioni Calibano Narrativa Pagg. 426 ISBN 979-1256190881 Prezzo Euro 20,00
Caliri si racconta
In questa sede, però, non si intende parlare ulteriormente di questa caratteristica tipica degli anziani, perché non ne ho titolo, né è lo scopo del corrente scritto. Però la premessa è indispensabile per capire perché Aurelio Caliri, eclettico personaggio che compone e suona musica, che scrive poesie, racconti e romanzi, che disegna altresì abilmente, ha scritto questo volume, intitolandolo Frammenti, termine senz’altro azzeccato, perché la memoria del passato affiora a sprazzi frammentata. Non si tratta di una vera e propria autobiografia, perché l’estensore non segue un filone logico di continuità temporale, ma sulla base di ciò che ricorda scrive; in questo modo ci è possibile conoscere la sua vita come se lui in una giornata uggiosa d’autunno, seduto davanti a un focolare, ce la raccontasse, mano a mano che la memoria, senza un preciso ordine logico, emergesse dalle nebbie della vita passata. Dico subito che quanto riportato in Frammenti conferma la mia opinione su Aurelio Caliri, d’altra parte maturata in un periodo abbastanza lungo, pur senza che abbiamo avuto l’occasione di dialogare de visu. E’ un sognatore che vive in bilico fra realtà e vagheggiamenti, in una continua rincorsa del domani che stupisce in un uomo della sua età; l’entusiasmo domina in lui e credo che gli stati depressivi siano un lontano ricordo di gioventù. Sforna continui progetti come se avesse il fiato sul collo, ma non è per timore del fine vita che si comporta così, bensì perché in questo modo può alimentare di nuova linfa i suoi sogni. A prima vista Frammenti sembrerebbe un libro poco interessante, e invece lo è moltissimo, perché non è popolato solo dall’autore, ma sono presenti tanti personaggi, spesso famosi che sono venuti in contatto con lui, come per esempio il noto pittore, da tempo scomparso, Salvatore Fiume, con il quale aveva instaurato un rapporto di viva amicizia. Del resto è difficile non diventare amici di Caliri, persona molto socievole e disponibile, e infatti ne ha collezionati parecchi, fin dalla più giovane età. Spesso si tratta di altri artisti, ma non sono rari i casi di persone conosciute a scuola o anche fortuitamente; questi individui hanno sempre lasciato in lui una traccia indelebile e un ricordo ampiamente positivo. Meno numerose di quelle maschili, ma pur sempre ragguardevoli sono state le amicizie femminili, che spesso sono andate oltre un normale rapporto di conoscenza, mostrando un Caliri piuttosto focoso, sempre disponibile a correr dietro a qualche gonnella. Poiché è siciliano, mi ha fatto venire in mente il romanzo di Brancati Paolo il caldo, di cui tuttavia Caliri è una pallida controfigura, mantenendo sempre una sua dignità e correttezza nella ricerca della passione amorosa. Non intendo spingermi oltre, riportando invece una valutazione dell’autore come ancora mi appare. Aurelio Caliri è sempre stato e rimane un artista sognatore che si cimenta nella letteratura, nella musica e nel disegno con risultati tutti di eccellenza e che in queste attitudini innate mette una passione a volte travolgente. Credo che l’augurio migliore che gli si possa fare è che il suo sogno continui, affinché ogni tanto, davanti a un suo disegno, a un suo scritto, oppure ascoltando la sua musica, anche a noi possa essere consentito sognare e ritrovare, sia pur per poco, l’entusiasmo dei nostri anni migliori ormai lontani.
Nativo di Buscemi (SR), Aurelio
Caliri si
è laureato in Filosofia all’Università di Messina ed ha insegnato materie
letterarie nelle scuole Medie. Nell’86 ha lasciato l’insegnamento per
dedicarsi a tempo pieno all’attività musicale e al disegno, con particolare
attenzione ai paesaggi siciliani. Prima dell’avvento del cd, ha pubblicato
quattro album; quindi il libro “Sicilia ieri e oggi”, una storia inusuale
dell’Isola vista attraverso testi, musiche, immagini e racconti, tradotto in
lingua tedesca e diffuso dalla Società Italiana “Dante Alighieri” in Germania. Renzo Montagnoli
4 Giugno
Un’odissea partigiana. Dalla Resistenza al manicomio di Mimmo Franzinelli e Nicola Graziano Feltrinelli Editore Storia Pagg. 220 ISBN 9788807111389 Prezzo Euro 18,00 Un paradosso tutto italiano Alla base della grande problematica trattata con questo saggio vi è il fatto che, terminata la seconda guerra mondiale e quindi intervenuta la liberazione dall’oppressione nazi-fascista, il nostro paese si è dimostrato particolarmente punitivo nei confronti di chi aveva combattuto per reintrodurre la democrazia e per contro clemente nei confronti di chi, per tanti anni, in particolar modo gli ultimi, aveva soffocato ogni libertà. E’ questo paradosso che balza subito all’occhio, è questa volontà di chi giudica nei tribunali di essere fin troppo ligio alle leggi quando gli imputati sono partigiani, e invece abituato a chiudere più di un occhio nei confronti dei fascisti. La circostanza è facilmente spiegabile qualora si consideri che i magistrati dei più alti gradi di giudizio per essere nominati in tal ruolo dovevano essere fedeli esecutori degli ordini del precedente regime. Per ovviare a questo problema, a cui contribuì anche l’amnistia del 22 giugno 1946 fermamente voluta dall’allora ministro della Giustizia Palmiro Togliatti con lo scopo di pervenire a una pacificazione nazionale, avvocati come Umberto Terracini e Lelio Basso, per evitare condanne pesanti a ex partigiani per reati commessi durante il periodo di lotta clandestina o nell’immediato dopoguerra invocarono per i loro assistiti lo stato di seminfermità mentale. Riconosciuta questa attenuante agli imputati si aprivano le porte dei Manicomi giudiziari, in cui se era facile entrare, risultava ben difficile uscire. La citata amnistia liberò migliaia di fascisti, ma si rese inapplicabile nei confronti dei partigiani riconosciuti dal tribunale incapaci di intendere e di volere. Quindi questi benemeriti del nostro paese, da considerare al di là dei giudizi dei magistrati sani di mente, vennero a trovarsi in una situazione che oserei definire tragica. Di tutto questo parlano lo storico Mimmo Franzinelli e il giurista Nicola Graziano in questo interessante saggio che ha anche il pregio di portare alla luce un fenomeno che ritengo fosse conosciuto da pochi; per far questo si avvalgono, fra l’altro, delle lettere dei detenuti conservate dal giovane attivista comunista Angelo Jacazzi che tanto fece e si batté per questi infelici che penavano, di fatto imprigionati in una sorta di limbo istituzionale. Il libro è interessante indubbiamente perché porta alla luce un problema di grande rilevanza quasi sconosciuto, ma anche perché evidenzia il fatto che in Italia non si riesce a fare i conti con il passato, con il risultato che questo passato può sempre ritornare. Il fenomeno rilevato e discusso è una delle tante contraddizioni che sono emerse nel dopoguerra e che di fatto si sono estrinsecate nella incompleta defascistizzazione del nostro paese. Le conseguenze, quindi, continuiamo a pagarle, in una democrazia fragile e che non riesce a consolidarsi totalmente anche per le carenze della nostra classe politica. Un’odissea partigiana è un saggio di facile e piacevole lettura, che merita senz’altro di essere letto. Mimmo Franzinelli (Cedegolo, 1954) studioso del fascismo e dell´Italia repubblicana, componente del comitato scientifico dell'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione "Ferruccio Pari", è autore di numerosi libri, fra cui: per Bollati Boringhieri, I tentacoli dell´Ovra (1999, premio Viareggio 2000), Rock & servizi segreti (2010) e Autopsia di un falso. I Diari di Mussolini e la manipolazione della storia (2011); per Mondadori, L´amnistia Togliatti (2006), Il delitto Rosselli (2007), Beneduce. Il finanziere di Mussolini, con Marco Magnani (2009), Il Piano Solo (2010), Il prigioniero di Salò (2012), Tortura (2018); per Rizzoli, La sottile linea nera (2008). Con Feltrinelli ha pubblicato: La Provincia e l´Impero. Il giudizio americano sull´Italia di Berlusconi, con Alessandro Giacone (2011), Delatori. Spie e confidenti anonimi: l´arma segreta del regime fascista (UE 2012), Il Giro d'Italia. Dai pionieri agli anni d'oro (Feltrinelli, 2013), - per gli Annali della Fondazione Feltrinelli - Il riformismo alla prova. Il primo governo Moro nei documenti e nelle parole dei protagonisti (ottobre 1963-agosto 1964), con Alessandro Giacone (2013) e Fascismo anno zero (Mondadori 2019), Croce e il fascismo (Laterza 2024), Mussolini racconta Mussolini (Laterza 2024), Colpire Mussolini (Mondadori, 2025); con Marina Cardozo: Gli artigli del Condor (Einaudi, 2025) Nicola Graziano, magistrato presso il Tribunale di Napoli, autore e curatore di numerose pubblicazioni di argomento giuridico e amministrativo, collabora stabilmente con varie riviste di cultura, approfondimento e discussione, in particolare “Guida al Diritto” e “Dirittoitalia”. Vive ad Aversa dove ha sede l’Ospedale psichiatrico giudiziario, teatro delle vicende narrate nel presente volume ed è da sempre impegnato nella battaglia per la tutela dei diritti civili fondamentali. Feltrinelli ha pubblicato: Un'odissea partigiana. Dalla Resistenza al manicomio (2015; con Mimmo Franzinelli). Renzo Montagnoli
30 Maggio
Il dubbio delle signorine Devoto ovvero, Come spennare le oche senza farle gridare di Renzo Bistolfi TEA Edizioni Narrativa Pagg. 276 ISBN 9788850263523 Prezzo Euro 16,00 Le sorelle investigatrici Quando un narratore si accorge che un personaggio da lui creato incontra i favori del pubblico è del tutto logico che continui a scrivere romanzi con quel protagonista. E’ anche questo il caso di Renzo Bistolfi che ha indovinato le figure di tre sorelle zitelle piuttosto avanti con gli anni e che presentano la caratteristica di essere ognuna complementare delle altre. Però se Siria, Santa e Mariannin Devoto sono personaggi azzeccati, non sono da meno i comprimari e l’ambiente in cui si svolgono le vicende, per non parlare dell’epoca, fine anni ‘50 inizi anni ‘60, che così lontana oggi sembra assumere quasi le caratteristiche di un periodo mitico, del passaggio fra un’Italia in corso di rinascita dopo la fine di una guerra disastrosa e l’affacciarsi sulla scena di una nuova generazione, talmente diversa dalla precedente al punto di pensare di trovarsi in un paese differente. Così i romanzi gialli di Bistolfi, scritti con una giusta dose di ironia, diventano, oltre che la testimonianza di un’epoca lontana, anche un interessante e piacevole passatempo; si legge senza che sia necessario spremere le meningi più di tanto in una trama dove sì ha importanza trovare il colpevole di un reato, ma in cui i personaggi e l’ambiente hanno il peso più rilevante. In Il dubbio delle signorine Devoto si parte dall’omicidio di una non giovane infermiera che integra le sue finanze con qualche prestazione sessuale e il cui colpevole a tutti gli effetti sembrerebbe essere il consorte ubriacone, per di più reo confesso, per arrivare, con metodo, a una soluzione che in partenza era inaspettata, ma che poi, con il progredire della narrazione, acquista consistenza. Entra in gioco l’indagine delle signorine Devoto che in pratica finiscono per consegnare nelle mani dei carabinieri il colpevole, la cui identità non giunge del tutto inaspettata. Come al solito, però, il libro non si apprezza tanto per la trama gialla quanto invece per i personaggi che vi si affacciano con in primis, ovviamente, le sorelle Devoto che sembra di vedere a spasso con i loro cappellini fuori moda e le borsette di marca, anche se un po’ consumate, tre care arzille vecchiette che non possono che destare simpatia. E poi c’è tutta vita di un quartiere, della via Privata Vassallo a Sestri Ponente, un microcosmo che sembra esistere a se stante, in cui il tempo pare essersi fermato, e forse è questo il desiderio dell’autore e cioè ritagliarsi un angolo di un mondo che è stato e che mai più ritornerà. Da leggere, senz’altro.
Renzo Bistolfi,
nato a Genova nel 1954, è stato uno scrittore italiano. Appassionato di
teatro, ha fatto l'attore in una compagnia amatoriale. Dal 2007 ha cominciato
a scrivere e pubblicare le storie che lo hanno sempre appassionato,
distinguendosi anche come talentuoso narratore di audioblibri. Renzo Montagnoli
24 Maggio
Solo io e l’ombra di Niculina Oprea Il Cuscino di Stelle Edizioni Poesia Pagg. 62 ISBN 9791256250011 Prezzo Euro 12,00
Alla ricerca dell’essenza di noi Solo io e l’ombra è una raccolta composta da tre sillogi poetiche (Almost Black, The lives of the others, Final rehearseal) ed è il compendio di un processo complesso di approfondita analisi interiore. Premetto che non è una poesia che coinvolga dal primo verso, ma necessita che il lettore si soffermi, indugi, provveda a effettuare opportune riflessioni. Tuttavia già nel titolo, Solo io e l’ombra, si può cogliere l’essenza dell’intero testo, laddove l’ombra rappresenta la compagna fedele dell’individuo, nella sua funzione di immagine speculare interiore dello stesso. Nasce così, nella stesura dell’autore, una poesia caratterizzata da testi in larga parte brevi, caratterizzati da un elevato simbolismo e da un particolare e intenso richiamo evocativo. Al riguardo basti pensare a Notti insonni a Bucarest, caratterizzata da una serie di immagini evocative non fini a se stesse, ma introduttive di quel percorso di interiorità di cui ho prima accennato e che penso possa essere meglio compreso se si leggono tutti i versi che la compongono, e che a maggior chiarimento riporto di seguito:
Di notte Bucarest si abbandona alle miriadi di luci appese al cielo come collier di perle scintillanti agli occhi dei poeti capelloni e barbuti, o dei poeti dalla testa rasata.
Nel cuore delle notti insonni l'aria fresca si riversa nella stanza del poeta colui che si nutre, delle parole, del nettare l'aria fresca si annida tra le pagine bianche il turbinio dei pensieri aleggia sopra di loro sempre più vorticoso.
la città è inquieta come un'ape regina che non riposa finché lascia l'alveare. La caratteristica però più peculiare è data dal dialogo muto che l’autore instaura con l’ombra, che finisce con il diventare un alter ego dello stesso. In questo modo la ricerca non diventa un astruso monologo, ma si veste di un apparente realistico contatto con ciò che non si vede, ma che è l’essenza dell’individuo. Si tratta indubbiamente di una poesia ad alto tasso filosofico e proprio per questo non facile, e nemmeno basata su strutture armoniche che potrebbero costituire un elemento capace di disturbare il percorso della comprensione. E’ anche per questo che il ritmo è lento perché la riflessione e la contemplazione sono contrastanti con un andamento brioso, o comunque veloce. In pratica ci troviamo di fronte a una poesia che è sì altamente simbolica, oltre che evocativa, ma che è tutta tesa a parlarci di quello che non è immediatamente visibile, cioè la sostanza di ognuno di noi. Si tratta di una raccolta di sicuro interesse e che tuttavia necessità di una lettura attenta, e quindi non veloce, con pause frequenti per le inevitabili, ma anche finalizzate riflessioni. Niculina Oprea, nata il 5 marzo 1957 a Melinesti, contea della Romania. Si è laureata in Giurisprudenza ed è membro dell'Unione degli Scrittori Rumeni, dell'Associazione degli Scrittori di Bucarest e del PEN Club Romania. Niculina Oprea vive tra Bucarest e Timişoara, ha due figlie, Gabriela e Lavinia. Esordisce nel 1974 con poesie nel supplemento del quotidiano “Înainte” di Craiova e poi sulla rivista “Ramuri” (1982) con il nome di Ianina Prelcu. Ha pubblicato numerosi libri di poesie e saggi in rumeno e in altre lingue, le sue poesie sono state tradotte in molte lingue. Ha ricevuto diversi premi per la sua opera. Renzo Montagnoli
18 Maggio
Giardino di vetro di Milos Jankovic Besa Muci Editore Poesia Pagg. 64 ISBN 978-88-3629-436-7
Prezzo Euro 14,00 Sensibilità di poeta
Appare evidente che questi stati di tensione abbiano riflessi su quelle genti, in particolare che sensibilizzino marcatamente chi presenta caratteristiche di emotività che sono spesso peculiari di chi scrive poesie. In questo contesto non meraviglia la silloge Giardino di vetro di Milos Jankovic, autore di Belgrado e quindi serbo, e che essendo nato nel 1963 è stato testimone delle guerre che hanno insanguinato i paesi dell’ex jugoslavia nel periodo 1991 – 2001 con protagonista principale sempre la Serbia. Ora che i cannoni tacciono è possibile fissare la memoria di quel periodo ed è ciò che ha fatto appunto Milos Jankovic, la cui sensibilità è tale da cogliere la tragedia umana dall’olocausto al conflitto che ha sconvolto il suo paese. Il suo poetare in proposito non è né un urlo, né un lamento, non vuole cioè riversare su altri il dolore di chi ha subito, gli basta invece porre in evidenza, affinché non possano essere dimenticati questi drammi collettivi. Di conseguenza il suo linguaggio è asettico, con una voce che racconta con l’imparzialità di una video camera. E’ così che la sua poesia può essere un elenco di nomi, una piccola confessione o anche una sensazione, senza un preciso filo logico, come frammenti che a sprazzi e all’improvviso emergono dalla memoria, qualcosa che c’è sempre stato e che nel subconscio ritorna. Tutto questo nel caso della raccolta intitolata Giardino di vetro, perché il libro ne presenta anche un’altra, Lamento Kaddish, ispirata dall’olocausto. Il Kaddish, per quanto ne so, è una delle preghiere più antiche della liturgia ebraica, ed evidente pertanto il riferimento a chi ha subito il genocidio nazista. In questo caso, forse perché di quanto accaduto parecchio tempo fa è già avvenuta una sedimentazione, la frammentarietà, pur presente, si riduce e in ogni caso resta quell’equilibrio senz’altro apprezzabile che fa sì che i versi non vengano urlati. Sarà forse perché siamo consapevoli ormai di quella tragedia, documentata da numerosi filmati d’epoca, che leggiamo attenti, ma senza lasciarci prendere dall’ansia. Non è tuttavia possibile restare indifferenti alla Cartolina mai spedita (E’ una mattinata gelida. C’è nebbia / Umidità. Brivido. Torbida è la Vistola. / Il cielo è pieno di uccelli bagnati. / Un nodo alla gola mi fa male. / …), oppure a Sognare ad occhi aperti (Sogno un fiume e uccelli che volano / le baracche e il filo spinato / sogno una stella che brilla nel cielo / sogno un pezzo di pane ammuffito. /…). In entrambe le poesie, in contrapposizione a una lucida e tragica realtà, c’è il desiderio di evadere, di contrastarla con il sogno, di volare oltre il luogo e oltre il tempo, in un canto che è di libertà. In Jankovic c’è un desiderio di pace che è un vero e proprio anelito, che scolpisce nero su bianco nell’ultima poesia della raccolta, Fratellanza (agli ebrei serbi) (…./ Dovremmo ricordare per sempre, sia i vivi che i morti, / la nostra fratellanza, / la fratellanza che accomuna tutte le vittime.). In questi ultimi versi che chiudono il libro c’è tutto il cuore dell’autore, ma c’è anche l’universalità, perché in una guerra si è tutti vittime, chi vi muore e chi resta, basterebbe questo a dissuadere dal far nascere ulteriori conflitti, che purtroppo sono sempre sul piatto.
Da leggere, senz’altro. Renzo Montagnoli
10 Maggio
L’eroe di Trafalgar di Bernard Cornwell Longanesi Edizioni Narrativa Pagg. 425 ISBN 9788830421301 Prezzo Euro 18,00 Sharpe, eroe anche sul mare In genere amo leggere libri piuttosto impegnativi, con lo scopo di arricchire la mia cultura, ma ogni tanto sento la necessità di svagarmi, di accostarmi a romanzi che non richiedano sforzi particolari per l’apprendimento, e al riguardo ci sono autori che ritengo idonei allo scopo. Fra questi figura Bernard Cornwell, narratore inglese prolifico, autore di serie di successo, fra le quali c’è Le avventure di Richard Sharpe, articolata fino a ora in ben 26 romanzi fra i quali è giunto per me ora il turno di L’eroe di Trafalgar. Sharpe è un personaggio che mi piace, ma mi attrae anche la celebre battaglia sul mare fra la flotta inglese e quelle alleate francesi e spagnole, conclusasi come noto con la vittoria della prima, però con la morte del suo comandante supremo Orazio Nelson. Qui il protagonista, Richard Sharpe, è un sottotenente di fanteria, promosso a questo rango per aver salvato in battaglia un generale; è un uomo del popolo, ben poco istruito, senza famiglia, tanto più che era un trovatello, e che in guerra riesce a dare il meglio di sé. Nel romanzo lo vediamo partire dall’India per tornare in Inghilterra, in un viaggio che più avventuroso di così è difficile trovare, visto che ne succedono di tutti i colori nella lunga traversata che si conclude nel libro con la celebre battaglia di Trafalgar dove Richard Sharpe dimostra ancora una volta tutto il suo valore di guerriero. Sull’abilità di narratore di Bernard Cornwell c’è poco da dire, perché ancora una volta l’autore si dimostra abile nel confezionare trame avventurose, con descrizioni di battaglie che si materializzano davanti agli occhi del lettore come in una pellicola cinematografica; il ritmo poi è incalzante e i personaggi sono ben delineati. Troviamo infatti, oltre al nostro eroe, un comandante di marina che gli è amico, una bella signora con cui avvierà una relazione mettendola incinta, con il marito di lei che è un insulso aristocratico che guarda tutti dall’alto in basso e che ha un segretario che sinceramente è talmente odioso che non si può che desiderarne la morte; poi ci sono delle figure minori, più spalle che comparse, che animano con la loro presenza la scena, come alcuni marinai, ufficiali di marina inglesi, fra i quali Nelson, e addirittura il comandante di una nave da battaglia nemica. Certo i caratteri sono appena abbozzati, nel senso che non si va in profondità, ma del resto questo rimanere in superficie, unito al fatto che queste figure, come i protagonisti principali, sono solo buone, oppure cattive, è compensato dallo sviluppo della vicenda senz’altro assai interessante e avvincente. Si tratta di una lettura abbastanza veloce, nonostante le 425 pagine, e talmente appagante da meritare di essere consigliata.
Bernard Cornwell (Londra,
23 febbraio 1944) dopo aver lavorato per anni alla BBC si è dedicato alla
narrativa e, oltre alla serie di romanzi avventurosi ottocenteschi incentrati
sul personaggio di Sharpe (I
fucilieri di Sharpe, La
sfida della tigre, Assalto
alla fortezza, L'eroe
di Trafalgar, Sharpe
all'attacco, Le
aquile di Sharpe e L'oro
di Sharpe),
pubblicati da Longanesi, ha scritto moderne avventure di mare (Scia
di fuoco e Figlia
della tempesta). Dopo la trilogia di L'arciere del re (Longanesi, 2001), Il cavaliere nero (Longanesi, 2003) e La spada e il calice (Longanesi, 2004), ha dato vita a un'appassionante epopea ambientata tra l'Inghilterra e i mari del Nord durante il primo medioevo:
L'ultimo re (2006), Un
cavaliere e il suo re (2007), I
re del Nord (2008), Il
filo della spada (2009), Il
signore della guerra (2010), La
morte del re (2012)
e Il
re senza dio (2014), La
congiura dei fratelli Shakespeare (2019), La
spada dei re (2021)
e La
conquista di Parigi (2023),
tutti pubblicati da Longanesi. Renzo Montagnoli
3 Maggio
Il coraggio della signora maestra ovvero, Storia partigiana di ordinario eroismo di Renzo Bistolfi Edizioni TEA Narrativa Pagg. 288 ISBN 9788850269273
Prezzo Euro 11,40 Una spia fra i partigiani Dato che è già il terzo romanzo che leggo scritto da questo autore credo proprio che sia uno di quelli capaci di fidelizzare i propri lettori e raggiunge questo risultato con facilità e semplicità, grazie a un’attenta caratterizzazione dei protagonisti e a una notevole capacità di ricreare atmosfere di un passato, il tutto con uno stile sobrio, non ridondante, accompagnato da una stretta coerenza con i fatti nel tessere la trama gialla. Anche questo che ho appena ultimato di leggere, Il coraggio della signora maestra, non sfugge alle regole che ho prima delineato, con una vicenda che si alterna fra il 1944 e il 1961, flashback ricorrenti, ma mai fastidiosi o dispersivi, strettamente correlati fra loro, non una riga di troppo, né una riga di meno. Il periodo in cui ha inizio la storia è quello della seconda guerra mondiale, nel secondo anno dell’occupazione tedesca e si svolge soprattutto in Piemonte nell’ambito del fenomeno resistenziale. C’è una giovane e bella maestra partigiana che sventa un terribile attentato dei tedeschi e c’è una spia, responsabile di tanti lutti. Questa riuscirà a sfuggire alla giusta punizione dei patrioti, rifacendosi una vita rispettabile sotto altra nome, ma verrà scoperta, grazie alla signora maestra e alla collaborazione decisiva delle tre sorelle Devoto, che sono ormai dei personaggi fissi nei romanzi di Renzo Bistolfi. In questa vicenda si innesta anche quella del marito della maestra e di alcuni suoi colleghi di lavoro, presi come capri espiatori insieme ad altri dallo stabilimento in cui lavorano a Genova, messi su un treno merci con i vagoni piombati e con destinazione un campo di concentramento, quello di Mauthausen in Austria; dopo non poche peripezie, riusciranno a fuggire lungo il percorso e a ritornare vicino a casa, ma in località più sicure. Questa volta, oltre ai consueti elementi positivi, di cui più volte ho accennato, c’è una trama gialla molto ben azzeccata e una capacità non da poco di ricorrere nella narrazione, sebbene in modo alternato, a epoche diverse. E’ inutile che aggiunga che Il coraggio della signora maestra mi è piaciuto molto e che, oltre a trascorrere piacevolmente alcune ore, mi ha indotto a delle costruttive riflessioni sull’incapacità di sfuggire al proprio destino, nonostante si sia data una svolta diversa alla propria vita.
Renzo Bistolfi,
nato a Genova nel 1954, è stato uno scrittore italiano. Appassionato di
teatro, ha fatto l'attore in una compagnia amatoriale. Dal 2007 ha cominciato
a scrivere e pubblicare le storie che lo hanno sempre appassionato,
distinguendosi anche come talentuoso narratore di audioblibri. Renzo Montagnoli
22 Aprile
Una giornata nell’antica Roma Vita quotidiana, segreti e curiosità di Alberto Angela Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Saggio storico Pagg. 331 ISBN 9788804666684 Prezzo Euro 15,00 Come era la vita nell’antica Roma Di Alberto Angela ho già letto I tre giorni di Pompei, un saggio storico di rara bellezza, frutto della sua abilità di divulgatore che in tanti abbiamo avuto modo di sperimentare grazie ai documentari per la televisione dallo stesso realizzati. Se l’approccio con il mezzo televisivo è sempre stato ampiamente positivo, meno scontata appare la possibilità di soddisfare allo stesso modo con il libro. Invece, anche scorrendo le pagine di I tre giorni di Pompei e di Una giornata nell’antica Roma non si può che apprezzare la completezza di queste pubblicazioni, congiunta all’importante aspetto della gradevolezza. Lo stile snello, la capacità di attrazione è la stessa che si riscontra nei suoi documentari, tanto che più facilmente, leggendo, si materializza quanto scritto, con in più il vantaggio che è lasciato ampio spazio alla propria fantasia. Penso che sia del tutto naturale sapere come si vivesse nella Roma imperiale, nel caso specifico all’epoca di Traiano, anche perché è immediato il confronto con l’epoca attuale, tanto che sono possibili verificare le coincidenze e ovviamente anche le divergenze. Non si tratta di fare una scialba osservazione della vita degli antichi romani, in una sorta di Grande Fratello dell’epoca, si tratta invece di capire l’origine di usi, di abitudini odierne, di scoprire un mondo lontano, ma non per questo primitivo. Come vivevano, dove vivevano, come era la giornata tipica, distinguendo fra i ricchi patrizi e i poveri plebei, insomma un documentario su carta di un viaggiatore del XXI secolo che ha la possibilità di aggirarsi in incognito nell’Urbe del I secolo dopo Cristo. In una città di oltre un milione di abitanti, la più grande di quelle del mondo conosciuto all’epoca, il visitatore comincia la sua giornata all’alba, anzi un po’ prima, quando c’è chi per lavoro si alza che ancora fa buio. Camminare per le vie non è facile ed è pericoloso, perché salvo rari casi non c’è illuminazione pubblica, e nell’ombra così si aggirano pressoché invisibili ladri, rapinatori e assassini. Quindi è quasi d’obbligo riparare in una casa, magari in un palazzo patrizio, generalmente esteso su un unico piano e lì cogliere il risveglio dei suoi abitanti, sia che essi siano gli schiavi, sia che siano i padroni. Ovviamente ben diverse sono le dimensioni e le qualità abitative di chi vive nelle insule, cioè nei condomini dell’epoca, che potevano alzarsi fino a 21 metri. Riservati ai meno abbienti, tranne i primi due piani, lì tutto faceva pensare a un vespaio, con condizioni di vita assai disagiate, ma anche lì c’erano dei risvegli, come a ogni alba, visto che i Romani si coricavano abbastanza presto e si alzavano di conseguenza prima. I comportamenti fra chi si levava nel palazzo patrizio e chi si alzava nel piccolo appartamento dell’insula erano sostanzialmente gli stessi, con una vestizione che di norma non era preceduta dalle abluzioni, e non perché la gente fosse sporca, ma perché, difettando spesso gli stabili di acqua corrente, si preferiva operare in proposito in una delle tante terme. Come erano arredati i locali, gli abitanti cosa indossavano, insomma mi piacerebbe proseguire, ma correrei il rischio di essere eccessivamente prolisso, oltre che di appassionare meno della scrittura di Angela, anche perché la giornata è lunga e siamo appena agli inizi. Al fine di non dilungarmi ulteriormente basta che sappiate che c’è proprio tutto, dall’amministrazione della giustizia alle attività mercantili, dalla lingua parlata al sesso, esposto in modo lieve e non pedante, un autentico gradimento per il lettore. Ero sicuro che Una giornata nell’antica Roma non mi avrebbe deluso, quello che però non immaginavo è che mi piacesse così tanto al punto di essere presente idealmente in quel mondo, in mezzo a quella gente, sempre più curioso di conoscere, di vedere, in buona sostanza di sapere. Le pagine, più che scorrere, corrono verso la fine del libro e della giornata, con visioni e notizie che si affastellano, con voci che sembra di udire e con ore che fuggono, anche se non è facile sapere l’ora della giornata, dati gli orologi dell’epoca, clessidre e meridiane, ma non fa niente, si segue il sole per arrivare alle ore del buio affaticati, ma estremamente soddisfatti. Da leggere, senz’altro. Alberto Angela (Parigi, 8 aprile 1962), laureato in Scienze Naturali, ha seguito numerosi corsi di specializzazione nelle università degli Stati Uniti. È autore e conduttore di programmi televisivi di successo, fra cui "Superquark", "Ulisse" e "Passaggio a Nord Ovest". Gli è stato attribuito nel 2017 il Premio èStoria alla divulgazione. Tra i libri che ha pubblicato ricordiamo: Musei (e mostre) a misura d'uomo (Armando, 1988) e vari libri assieme al padre Piero Angela fra cui La straordinaria storia di una vita che nasce - 9 mesi nel ventre materno (RAI-Eri-Mondadori, 1996), Squali (Mondadori, 1997), Viaggio nel Cosmo (Mondadori, 1998), Un viaggio nell'antica Roma (Mondadori 2007), Impero (Mondadori 2010), Amore e sesso nell'antica Roma (Mondadori 2012), I bronzi di Riace. L'avventura di due eroi restituiti dal mare (Rizzoli 2014), San Pietro. Segreti e meraviglie in un racconto lungo duemila anni (Rizzoli 2015) Gli occhi della Gioconda (Rizzoli 2016), Cleopatra. La regina che sfidò Roma e conquistò l'eternità (HarperCollins Italia 2018). Nel 2019 per RaiLibri pubblica Meraviglie. Alla scoperta della penisola dei tesori. Con Harper Collins nel 2020 ha pubblicato L'ultimo giorno di Roma, il primo volume di una trilogia su Nerone, a cui seguono L'inferno su Roma (2021) e Nerone. La rinascita di Roma e il tramonto di un imperatore (2022). Renzo Montagnoli
17 Aprile
Vita di Andrea Mantegna pittore di Roberto Brunelli Tre Lune Edizioni Biografia Pagg. 96 ISBN 978-8889832059
Prezzo
Euro 9,90 La vita di un grande artista Andrea Mantegna, nato a Isola di Carturo (PD) nel 1431, morto a Mantova il 13 settembre 1506, di professione pittore. Scritto così sembrerebbe parte della carta di identità di un uomo qualsiasi, magari eccellente e pure di successo, ma quel pittore da solo non rende onore e merito a uno dei più grandi artisti che siano apparsi sul pianeta, grande per la tecnica innovativa, grande perché le sue opere, che ci sono pervenute solo in parte, denotano un estro creativo che potremmo definire, tanto è elevato, addirittura divino. Se conosciamo Andrea Mantegna attraverso i suoi quadri e i suoi affreschi, però non molto, anzi poco sappiamo sulla sua vita. Ecco perché assume particolare valore la biografia che ha scritto Roberto Brunelli, un lavoro metodico di ricerca nel tentativo anche di correlare esperienze di vita alle opere realizzate. Andrea Mantegna nasce a Isola di Carturo, un paesino in provincia di Padova di nessun interesse e che è diventato famoso solo perché ha dato i natali a questo grande artista. Non è di famiglia ricca, anzi, a dirla tutta, povera, con il padre che cerca di combinare per la famiglia il pranzo con la cena svolgendo l’attività di falegname. Il destino del giovane Andrea non è di andare a bottega di un pittore famoso, ma di imparare il mestiere del sarto, con apprendimento nel laboratorio dello Squarcione a Padova sito in posizione centralissima. Il padrone insegna ai giovani allievi anche i rudimenti della pittura, di cui pure si diletta e della quale è un esperto al punto che viene chiamato nelle compravendita di opere d’arte per delle stime. Per quanto sembri impossibile Mantegna, senza andare alla scuola di un pittore famoso, trova in sé una dote innata che lo porta presto a essere conosciuto e ben giudicato, al punto da aggiudicarsi un importante lavoro per la cappella degli Ovetari. Da cosa nasce cosa e ben presto fioccano gli ordini, sempre più importanti, fino alla chiamata di Ludovico marchese di Mantova per divenire pittore di corte, a cui da subito non aderirà, la sciando passare un po’ di tempo prima del fatidico sì, anche per ultimare i lavori già intrapresi. Ludovico per aggiudicarselo fu prodigo di onori e prebende, al punto di accogliere la richiesta dell’artista di poter fruire di un titolo nobiliare e così Andrea Mantegna poté fregiarsi del titolo di conte. Il poter beneficiare di un rapporto di lavoro privilegiato e duraturo fu indubbiamente benefico per il pittore che riuscì così a esprimere con tranquillità e al meglio la sua arte, ma non è da credere che tutta la sua vita sia stata facile, soprattutto verso la fine, quando fu caratterizzata da consistenti difficoltà economiche e dall’apparizione di nuovi pittori orientati verso un classicismo più accattivante, così diverso dal suo particolarmente austero. Insomma, come sempre accade, al vecchio subentra il nuovo e chi resta ancorato a un certo stile che ha così praticato a lungo vede sfumare la sua fama, piano piano offuscata dalle nuove leve. Infatti nessuno dopo la sua morte ebbe a seguire la sua visione pittorica, fatta eccezione per il Correggio almeno da giovane e che, non a caso, decorò la cappella funebre del Mantegna in Sant’Andrea. Degli eredi, cioè i figli, peraltro numerosi, solo i maschi seguirono le orme paterne, senza però mai eccellere. Le opere realizzate sono di grande notorietà, prima fra tutte la Camera picta, cioè la camera sita nel castello di San Giorgio, meta di visita di tanti appassionati. E poi quel capolavoro del Cristo morto, che è possibile vedere a Brera, in cui prospettiva mirabile e realismo eccezionale danno vita a un quadro perfetto e di grande suggestione. Ovviamente ci sono altri dipinti, in notevole numero e tutti di grande pregio, ma in questa sede per brevità ho indicato solo i più noti. La biografia che ha scritto Roberto Brunelli non è corposa, contando solo 96 pagine, ma è stata ben strutturata così che è possibile avere descritta tutta la vita del celebre pittore con la citazione anche delle sue opere, con un lavoro di sintesi che fa sì che non ci sia né una parola di troppo, né una di poco. E’ quindi più che evidente che ne consigli la lettura. Roberto Brunelli ( Piubega, 30 marzo 1938 – Mantova, 21 novembre 2022) è stato un religioso, critico d'arte e direttore del Museo diocesano di arte sacra Francesco Gonzaga, nonché autore di testi di argomento religioso, di storia dell'arte e di narrativa. Negli anni '80 ha collaborato con Mondadori come curatore e traduttore di alcuni titoli della popolare collana enciclopedica per ragazzi I grandi libri e come autore del Grande libro della Bibbia (1983). Fra le sue opere thriller ricordiamo “Delitto in sagrestia”, la ricostruzione storica di “Giallo a corte”, dedicata ad alcuni delitti irrisolti di epoca gonzaghesca, “Requiem in rosso” e il racconto “Papa a sorpresa”, dove l'autore, prima della diffusione della notizia delle dimissioni di Benedetto XVI, ipotizzava che cosa sarebbe potuto accadere con le dimissioni di un pontefice. Nella sua opera ricorrono in particolare i saggi storici e artistici di argomento mantovano, oltre a un filone di narrativa noir. Renzo Montagnoli
10 Aprile
di Beatrice Masini Molesini Editore Venezia Poesia Pagg. 104 ISBN 9791281270275 Prezzo Euro 14,00
Il mondo di Beatrice Pensate a una silloge poetica in cui si trasforma qualcosa di piccolo in qualcosa di grande, perché tutto ciò che ci circonda entra in noi con le emozioni che ci suscita e restando in noi assume una valenza crescente, da cosa grande. Sono tante queste cose e ognuna ha il suo senso, ognuna comporta delle sensazioni che la poetessa, l’autrice, Beatrice Masini, non ignota all’editoria, ma alla sua prima pubblicazione in versi, ci trasmette. Ed è così per i Nomi (Si dice lama d’erba filo d’erba in inglese / lama come di una spada /…), per gli Animali, come la stupenda Poesia detta da un cane a un uomo (Quindicimila anni che ti aspetto / quindicimila e prima ero già lì / Quindicimila soli, lune e soli / Non so contarli meglio di così /…), per i Fiori (Com’è che l’ultima rosa d’inverno / non è mai l’ultima /…); per le Cose (Lascerò molti bottoni alla figlia / dicendole che un bottone serve sempre /…), per i Bambini ( Prendiamo il neonato / di poca memoria / che lascia la culla volando / …) per i Momenti (Ferragosto / compleanno di tutti / ozio deliberato / …), per le Persone ( Come saranno mai cento poesie d’amore / cento poesie uguale cento pagine / ,,,). Non c’è cosa, non c’è aspetto che non rientri nel nostro mondo, un mondo fatto di tante piccole entità che per noi diventano grandi, gesti usuali che assumono nel tempo significati intensi, come nella poesia dedicata al padre (Quando è stata l’ultima volta / che hai chiuso la porta di casa / e non sapevi / Che era l’ultima /…), un gesto che torna alla memoria come qualcosa che deve rimanere, che non deve essere sottoposta a un reset, la malinconia di sapere, a posteriori, che non c’è stata un’altra uscita di casa, un tono struggente nel ricordo, una cosa da niente, una porta che si chiude, ma definitivamente e come tale qualcosa che da piccola diventa grande. Non ci accorgiamo se non inconsciamente di tutto quanto ci circonda, ma che può assumere una grande valenza, un significato che va oltre la caratteristica intrinseca e così se per andare fuori esci e chiudi la porta - chissà quante volte l’hai fatto - l’ultima rimane in noi come un commiato silenzioso. E tutto viene espresso in punta di penna, non c’è spazio e nemmeno voglia di gridare, è il frutto di una constatazione, rende importante la quotidianità, ha un sottofondo armonico, musicale che accompagna e non sovrasta. Il verso è libero, come ormai di consueto a partire dallo scorso secolo, ma la struttura è particolarmente curata e fa sì che la poesia sia armoniosa, impreziosita anche da tocchi di particolare e gradevole effetto, meritevoli di particolare apprezzamento anche perché non fini a se stessi. Per concludere la mia opinione è che Beatrice Masini si racconti e ci racconti, ci ricordi che l’importanza di ogni cosa sta in noi; fa il tutto con delicatezza e con umiltà, tanto che la sua voce, che attraversa la pagina, è come i sussurri che portano le brezze marine. Ascoltarla fa star bene, accoglie in noi la serenità profusa a piene mani nei versi di questa prima, e spero non ultima, silloge poetica. Beatrice Masini (Milano 1962) ha fatto la giornalista per dieci anni (Il Giornale, La Voce) prima di dedicarsi all'editoria di libri. Ha scritto e tradotto storie e romanzi per bambini, ragazzi e adulti. Tra i suoi libri Ciao, tu con Roberto Piumini (Bompiani, 1998), Tentativi di botanica degli affetti (Bompiani, 2013), Più grande la paura (Marsilio, 2019), Una casa fuori dal tempo (Mondadori, 2024), Bambini e giardini (Timpetill, 2025). Dammi per sempre giugno è la sua prima raccolta di poesie. Renzo Montagnoli
4 Aprile
Lo scudo di Cristo. Le guerre dell’impero romano d’Oriente di Gastone Breccia Laterza Editori Storia Pagg. V – 419 ISBN 9788858125830 Prezzo Euro 25,00 Bisanzio sul filo del rasoio L’impero romano d’Oriente riuscì a vivere per oltre dieci secoli, pur fra grandi difficoltà derivanti dall’essere in uno stato di guerra senza fine, minacciati di continuo da altri popoli, quali i Goti, gli Unni, gli Slavi, i Persiani per ricordarne solo alcuni. La capitale, Costantinopoli, con le sue ricchezze e la sua bellezza esercitava un fascino indiscutibile sia nelle popolazioni barbare, sia negli stati organizzati, come per esempio la Persia, e quindi un conflitto seguiva l’altro, da cui tuttavia l’Impero riusciva a uscire vincitore, pur patendo anche qualche sconfitta senza che questa si tramutasse in disfatta, e ciò per merito del proprio esercito, lontano nel tempo, ma anche nell’organizzazione e nell’armamento da quello di Augusto. In particolare, considerata la notevole estensione territoriale dell’impero, onde non assoldare centinaia di migliaia di soldati, con inevitabili effetti negativi sulle casse statali, si provvide a organizzare l’esercito su tre livelli, di cui il primo con dei distaccamenti di numero non consistente di militari nei punti più a rischio della frontiera; se questi non fossero riusciti a fermare l’invasore altre truppe più ragguardevoli erano nelle retrovie pronte a intervenire e infine al centro del territorio stavano due armate poderose in funzione di riserva e di massa di manovra. La struttura si rivelò efficace e fu introdotta all’indomani della disfatta di Adrianopoli del 378, che vide i Goti sterminare l’esercito romano uccidendo anche l’imperatore Valente. Il saggio storico di Gastone Breccia parla dei fatti militari che interessarono l’impero in un periodo di tempo che va dal IV al IX secolo e che ricomprende quindi anche la vittoriosa campagna italica voluta da Giustiniano, tesa a liberare lo stivale dall’occupazione degli ostrogoti, grazie alle truppe ben condotte da Belisario e da Narsete. A questa guerra fuori dai confini l‘autore dedica giustamente diverse pagine, perché al di là del risultato militare è chiara l’idea dell’imperatore romano d’oriente di far risorgere Roma, insomma di pervenire a un unico stato. Apro un attimo una parentesi per rammentare l’importanza di Giustiniano come legislatore, perché è a lui che si deve il Corpus iuris civilis, vale a dire una raccolta omogenea delle leggi romane e che ancora oggi è alla base del diritto civile, e con questo chiudo la parentesi. Se il periodo di regno di Giustiniano con le sue conquiste fu il più proficuo, in seguito Bisanzio fu costretta a una continua lotta per sopravvivere, con l’aggravante di aver visto le sue finanze ridotte al lumicino a causa delle ingenti spese per la guerra portata in Italia. Fu addirittura sul punto di crollare all’epoca in cui era imperatore Maurizio, che fece anche una brutta fine, e poi dato che ai guai se ne sommano sempre altri ci furono successori del tutto incapaci; con Eraclio I le cose sembrarono andare meglio, nonostante che l’impero dovesse subire l’invasione dei persiani, ma ci fu una reazione positiva con un’autentica riscossa. Comunque l’Impero romano d’Oriente riuscì a sopravvivere nonostante dovesse procedere sempre sul filo di un rasoio e occorrerà attendere la metà del X secolo per vedere un suo riscatto con delle corpose controffensive ben condotte da grandi condottieri come Niceforo II e Basilio II, con le quali i confini tornarono a essere ampliati. Lo scudo di Cristo è un libro che si legge con vero piacere, un saggio storico per nulla greve e che consiglio senz’altro. Gastone Breccia (Livorno, 19 novembre 1962) insegna Storia bizantina e Storia militare antica nell'Università di Pavia. Con il Mulino ha pubblicato: «Le guerre afgane» (2014), «1915: l'Italia va in trincea» (2015), «Guerra all'Isis. Diario dal fronte curdo» (2016), «Corea, la guerra dimenticata» (2019), «Missione fallita. La sconfitta dell'Occidente in Afghanistan» (2020), «Le guerre di Libia. Un secolo di conquiste e rivoluzioni» (con S. Marcuzzi, 2021), «L'arte della guerriglia» (nuova ed. 2022) e «Il demone della battaglia» (2023). Renzo Montagnoli
29 Marzo
La primavera di Andrea di Francesco Dugoni Gilgamesh Edizioni Narrativa Pagg. 170 ISBN 978-88-6867-829-6 Prezzo Euro 15,00
Un esordio nel complesso positivo Andrea Ferranti, bancario, figlio di un altro bancario già deceduto e che per l’impegno profuso nel suo lavoro e i risultati conseguiti avrebbe potuto essere definito anche banchiere, è uno scapolo che sembra essere destinato a non fare mai una vita di coppia, tanto che non è nemmeno fidanzato; inoltre non gli piace l’ambiente della banca in cui lavora, falso e con i dipendenti chiamati a fornire ai clienti dritte sugli investimenti che molto probabilmente porterebbero a far perdere i loro risparmi. Si potrebbe dire che è un insoddisfatto, che più che vivere vegeta, fino a quando un giorno, durante la solita corsa del mattino, cambia strada e da lì cominciano una serie di avventure che in apparenza sconvolgono la sua vita, ma che invece finiscono per portarlo a cambiare decisamente in meglio. Dall’incontro in palestra con il maestro di Tai Chi ai consigli spassionati, a volte anche irriverenti di Mario, l’amico barista, avvia così un percorso che lo porta a cadere e poi a risorgere, caratterizzato dal tentativo di far uscire dal circolo della droga Giulia, un’amica di gioventù di cui si era innamorato benché lei preferisse un altro, uno spaccone senza arte né parte. La primavera di Andrea è il primo romanzo di Francesco Dugoni, frutto della passione per la scrittura a cui ora può dedicarsi con maggior impegno essendo in pensione. Ho letto con particolare attenzione, anche perché trattasi di opera prima, alla ricerca delle caratteristiche dell’autore. La trama c’è, completa, la storia scorre in modo lineare con un ritmo abbastanza blando, ma con una necessaria accelerazione relativamente alla parte in cui Andrea cerca di sottrarre l’amica Giulia alla dipendenza dalla droga. Questa non era una parte facile da scrivere, ma nel complesso la difficoltà è stata affrontata positivamente. Si apprezza anche lo sforzo di caratterizzare bene i protagonisti, con un’analisi psicologica non approfondita, ma nemmeno superficiale. La presenza dell’autore non si avverte tranne nel caso del maestro di Tai Chi, disciplina orientale che pratica e di cui è istruttore; si potrebbe pensare a un po’ di autoreferenzialità, ma non è così perché la figura del maestro non è preponderante e, soprattutto, è giustificata dai suoi interventi mirati. Le note positive quindi non mancano e a mio parere sono superiori a quelle negative, queste ultime legate più a una mancanza di esperienza, come la descrizione a volte prolissa degli stati d’animo di Andrea quando invece sarebbe stato più opportuno intervenire con degli incisi brevi ed esplicativi, oppure quando lo stile di scrittura si presenta altalenante, a tratti complesso ed esauriente, altri invece elementare. Si tratta tuttavia di elementi non positivi a cui è possibile rimediare abbastanza facilmente e appunto grazie a un po’ di esperienza che l’autore potrebbe acquisire continuando nel suo impegno con la scrittura. Personalmente il romanzo mi è piaciuto e per il tema trattato credo possa risultare gradito ad altri; di conseguenza non posso che consigliarne la lettura. Francesco Dugoni è nato a Roncoferraro (MN). Laureato in Scienze Agrarie ha lavorato presso ERSAF e, dopo una breve parantesi presso la Provincia di Mantova, durante la quale ha elaborato il progetto Fo.R.Agri. (Fonti rinnovabili in agricoltura), ottenendo il Premio dell’Unione Europea Energy Europe – Awards Competition 2008, è stato direttore di AGIRE (Agenzia per la Gestione Intelligente delle Risorse Energetiche) fino all’anno del suo pensionamento (2023). Nel 2014, con Luisa Doldi, ha pubblicato: Rinnovabili: se non ora, quando? Ora, in pensione, si dedica, tra le varie attività, alla scrittura, conseguendo due riconoscimenti nell’ambito dei concorsi Raccontami una storia 3^ edizione e VI Premio Dostoevskij. È istruttore di Tai Chi Quan. Renzo Montagnoli
24 Marzo
Il segreto trasparente di Tiziana Silvestrin Scrittura & Scritture Edizioni Narrativa Pagg. 304 ISBN 9788885746626 Prezzo Euro 18,50
Il ritorno di Biagio Dell’Orso Era dal 2022 che Tiziana Silvestrin non dava alle stampe un suo romanzo; infatti l’ultimo, La congiura del doppio inganno, risale a quell’anno. Si è trattato di un periodo abbastanza lungo senza le avventure del capitano di giustizia Biagio Dell’Orso, protagonista di una serie iniziata con I leoni d’Europa uscito nel 2009, e che è riuscita a fidelizzare un buon numero di appassionati, attratti sia dalla personalità del personaggio principale, sia dalla particolare ambientazione, Mantova e il suo ducato nel XVI secolo. Anche con quest’ultimo nato, Il segreto trasparente, non viene meno il carattere giallo della trama, di cui accenno brevemente, più che altro per rendere edotti di che si tratta. Corre l’anno 1507 e il duca Vincenzo è in procinto di partire per la seconda crociata contro i turchi, allorché una guardia ducale viene trovata impiccata a un albero, nuda dalla cintola in giù, nel prato retrostante l’Abbazia delle Grazie. Biagio Dell’Orso, non più capitano di giustizia, viene costretto dal duca Vincenzo a riprendere l’incarico per scoprire l’autore dell’omicidio, a cui ne segue quasi subito un altro, con le stesse modalità, di un’altra guardia ducale. E qui mi fermo, perché non mi piace svelare quello che i lettori potranno scoprire con la loro lettura. Dico solo che immancabilmente il fiuto di Biagio Dell’Orso si rivela ancora sopraffino e che il colpevole verrà individuato. Fra l’altro in questa vicenda se ne innesta un’altra, addirittura un sequestro di persona, anche questo risolto brillantemente dal capitano di giustizia. Dato il tempo trascorso dall’uscita del precedente ultimo romanzo non nascondo che avevo il timore che la penna di Tiziana Silvestrin potesse essersi arrugginita; ebbene così in buona parte non è stato, perché la creatività è indubbiamente rimasta, ma la narrazione non scorre in modo così equilibrato come nelle opere precedenti, perché c’è qualche digressione di troppo. Non è un aspetto particolarmente negativo, ma ha il suo peso nel giudizio definitivo, che comunque è sostanzialmente positivo, tanto che la lettura è da me consigliata. Aggiungo, inoltre, che la periodica compagnia di Biagio Dell’Orso mi è talmente gradita che spero ci possa essere un seguito, anche se non mi sorprenderei se Tiziana Silvestrin avesse in animo di scrivere storie diverse dopo aver dedicato al capitano di giustizia ben sette volumi.
Tiziana Silvestrin vive
e lavora a Mantova. Renzo Montagnoli
18 Marzo
I garbati maneggi delle signorine Devoto ovvero, Un intrigo a Sestri Ponente di Renzo Bistolfi Edizioni TEA Narrativa Pagg. 240 ISBN 9788850240739 Prezzo Euro 16,00 Anziane zitelle investigatrici Ecco un’altra storia di un mondo che non c’è più, scritta con garbo e intelligenza da Renzo Bistolfi. Corrono sempre gli anni ‘50, il luogo della vicenda è quello consueto, cioè Sestri Ponente dove nella via Privata Vassallo, su cui si affacciano diverse abitazioni, in un grande appartamento di una palazzina di cinque piani vivono le sorelle Devoto. Si tratta di tre signore anziane, zitelle, molto legate al loro mondo che sta scomparendo e che dividono la giornata fra casa e chiesa. E’ un quartiere di gente non certo giovane, in una posizione invidiabile che attira l’attenzione di un immobiliarista, un uomo senza scrupoli che mette in atto qualsiasi sistema per poterselo accaparrare. E’ un uomo che non si ferma di fronte a niente, che non esita ricorrere a metodi anche illegali, a giungere perfino a un sequestro di persona per realizzare i suoi scopi. Non ha fatto i conti però con le sorelle Devoto e con le loro attempate amiche. Non vado oltre, per non svelare la trama di questo gradevole giallo, dove più della vicenda in sé contano i personaggi, la loro descrizione, le relazioni che intrattengono, il mondo in cui vivono legato alle tradizioni e a una visione della vita ben poco edonistica. E’ indubbiamente una scoperta quella dell’Italia che era uscita da poco dalla guerra e che stava piano piano tornando a nascere, un’epoca in cui le relazioni umane erano la priorità, dove la gente si radunava il giovedì sera al bar che aveva un apparecchio televisivo per vedere Lascia o raddoppia, un mondo in cui ancora ci si aiutava e non si inseguivano feticci quali il guadagno non tanto per la necessità di vivere, ma come obiettivo unico e determinante. In un quadro così la beata ingenuità delle signorine Devoto strappa più di un sorriso, anche perché sembra di vederle nei loro pomeriggi ricevere le amiche per un caffè e un biscotto insieme e un inevitabile chiacchiericcio senza malevolenza, ma come modo di condividere notizie che oggi non sarebbero degne di nota. La penna dell’autore scorre con mano leggera sul foglio, in un ritmo costante che solo in determinate occasioni accelera, ma sempre senza strafare, e d’altra parte delle vecchiette mica possono mettersi a correre. Si comincia a leggere con curiosità e pagina dopo pagina, appassionandosi, si arriva alla fine in qualche ora di puro e semplice svago, senza affaticarsi e senza doversi fermare a riflettere, immersi in un’atmosfera di un’epoca che pareva eterna, ma che in pochi anni sarebbe scomparsa, tanto da diventare un lontano ricordo.
Renzo Bistolfi,
nato a Genova nel 1954, è stato uno scrittore italiano. Appassionato di
teatro, ha fatto l'attore in una compagnia amatoriale. Dal 2007 ha cominciato
a scrivere e pubblicare le storie che lo hanno sempre appassionato,
distinguendosi anche come talentuoso narratore di audioblibri. Renzo Montagnoli
12 Marzo
Territorio nemico di Bernard Cornwell Longanesi Editore Narrativa Pagg. 447 ISBN 9788830419773 Prezzo Euro 16,50 Il coraggio viene premiato Secondo episodio delle avventure di Richard Sharpe Territorio nemico si svolge esclusivamente in India; il generale Sir Arthur Wellesley, futuro duca di Wellington, è impegnato con la sua armata a conquistare la città di Ahmadnagar, nell'Hyderabad. Come sempre si fa notare il sergente Sharpe per ardimento e per astuzia, riuscendo perfino nella vittoriosa battaglia finale a salvare il suo generale, che lo ringrazierà con la promozione a sottotenente. La trama è senz’altro ben congegnata, assistita da un ritmo costante che solo nelle fasi più critiche e accese della battaglie diventa incalzante. Molti dei protagonisti sono esistiti veramente, non Sharpe di certo, ma Arthur Wellesley, Colin Campbell e perfino Anthony Pohlmann che, dopo aver servito con il grado di sergente nell’esercito della Compagnia delle Indie Orientali, divenne comandante dei maratti nella battaglia di Assaye, dalla quale uscì sconfitto, nonostante la schiacciante superiorità numerica in uomini e cannoni. Al riguardo la preparazione di questo scontro e le fasi dello stesso sono descritte con straordinaria abilità dal Bernard Cornwell; infatti non si può che apprezzare la capacità di trasmettere al lettore una visione nell’insieme e nei particolari tali da inchiodarlo letteralmente al libro, desideroso di seguire lo sviluppo dell’evento, al quale inconsciamente partecipa. E’ questo un pregio notevole, peraltro che ho già riscontrato in altri lavori di questo fecondo narratore inglese che si conferma ancora una volta una certezza per quanto concerne la riuscita delle sue opere, tutte di qualità più che buona e ovviamente molto richieste dal pubblico. Non ho altro da dire, se non che la lettura è sicuramente consigliata.
Bernard Cornwell (Londra,
23 febbraio 1944) dopo aver lavorato per anni alla BBC si è dedicato alla
narrativa e, oltre alla serie di romanzi avventurosi ottocenteschi incentrati
sul personaggio di Sharpe (I
fucilieri di Sharpe, La
sfida della tigre, Assalto
alla fortezza, L'eroe
di Trafalgar, Sharpe
all'attacco, Le
aquile di Sharpe e L'oro
di Sharpe),
pubblicati da Longanesi, ha scritto moderne avventure di mare (Scia
di fuoco e Figlia
della tempesta). Dopo la trilogia di L'arciere del re (Longanesi, 2001), Il cavaliere nero (Longanesi, 2003) e La spada e il calice (Longanesi, 2004), ha dato vita a un'appassionante epopea ambientata tra l'Inghilterra e i mari del Nord durante il primo medioevo:
L'ultimo re (2006), Un
cavaliere e il suo re (2007), I
re del Nord (2008), Il
filo della spada (2009), Il
signore della guerra (2010), La
morte del re (2012)
e Il
re senza dio (2014), La
congiura dei fratelli Shakespeare (2019), La
spada dei re (2021)
e La
conquista di Parigi (2023),
tutti pubblicati da Longanesi. Renzo Montagnoli
6 Marzo
Un tempo nuovo di Carla Malerba Fara Editore Poesia Pagg. 56 ISBN 978-88-9293-151-9 Prezzo Euro 12,50 Il tempo vero Non c’è che dire: la produzione poetica edita di Carla Malerba comincia a essere consistente e questa, se non vado errato, è la quinta raccolta che ho il piacere di leggere, raccolta che ha una sua autonomia al pari delle altre, le cui tematiche sono sempre originali e di conseguenza la verve poetica finisce con l’essere mai ripetitiva. Ho citato il francese verve, che grosso modo corrisponde come significato all’italiano brio, per indicare quella capacità di saper esporre la propria arte con facilità e soprattutto con un dono di creatività che non è frequente. Carla Malerba non si smentisce anche con questa silloge, in cui, alla chiarezza dell’esposizione, si accompagna anche una verve a tutta prova, un’onda ritmica capace di materializzarsi sul foglio, come in Come gioia pura: Come gioia pura / l’oro delle foglie / scende lieve dai rami / a formare tappeti solari / muoiono / ma risplendono / ciclo che si chiude / attesa che si rinnova. E’ una visione autunnale incentrata sul colore di una stagione che è forse la più bella, dove la natura può sembrar morire, ma invece si pone in attesa di rivivere. Peraltro anche le poesie successive sono un canto alla natura, un’estasi di fronte al mondo che non finisce di stupire e le intuizioni dell’artista sono tali da provocare stupore per quella capacità di rendere disponibile a tutti ciò che lei vede con i suoi occhi e con la sua anima. A riguardo ci sono dei versi che meglio di me esprimono questo concetto e sono quelli che compongono Cattedrali di luce: Cattedrali di luce / volte ardite / nella follia dello slancio / aneliti di cielo / Rimane poi nell’ombra / il desiderio dello sguardo / sospinto verso l’alto / nel riflesso del vasto mezzogiorno. Si tratta della descrizione di un meriggio d’estate, abbagliante di luce, immagini che scorrono davanti agli occhi, felici scelte creative capaci anche di trasmettere un’atmosfera. La raccolta prende in parte il nome da una delle poesie ivi contenute, intitolata Era un tempo nuovo, ma il tempo non è mai nuovo o vecchio, il tempo scorre inesorabile, e noi lo vediamo in modo diverso con i nostri sensi. Così il tempo nuovo di Carla Malerba è una visione diversa di ciò che ci circonda, è un riflesso mediato inedito di quella realtà oggettiva che osservata da ognuno di noi diventa soggettiva. Non siamo mai fotografi disinteressati del mondo esterno, siamo invece pittori che lo dipingiamo secondo il nostro sentire ed è per questo che il meriggio descritto nei bellissimi versi di Carla non sarà mai uguale a quello tratteggiato magari anche da poeti di gradissimo valore. La sensibilità che è in noi non sarà mai uguale, quella stessa sensibilità che ci permette, ovviamente grazie a una innata capacità, di scrivere A tratti senti / fluire il tempo / il tempo vero / non questo tempo / l’altro / del tutto che si compie / vuoto d’ore / eterno. Ecco, l’artista ha saputo cogliere il tempo oggettivo, non quello che è misurato dal nostro rapporto con la vita che scorre, un tempo talmente veloce e talmente eterno da sembrare fermo. Nel leggere le poesie di questa raccolta mi sono sentito piccolo, anzi minuscolo, un insignificante granello di polvere rispetto all’immensità dell’universo, ma avere la sensazione che qualcun altro, in questo caso chi li ha scritti, abbia saputo trarre da questa condizione il piacere di parlarne, di rapportarsi con quella realtà che quasi sempre ci sfugge, l’averlo fatto al meglio, con felici intuizioni, è stata una consolazione, un po’ come aver scoperto di poter essere grandi nonostante la nostra connaturata limitatezza.
Cala Malerba è
nata a Tripoli di Libia e vi è felicemente vissuta fino al 1970. Ha iniziato a
scrivere poesie a otto anni. Un giudizio favorevole dei critici Gramigna,
Buzzati e Sala, curatori di una pagina per giovani poeti sul settimanale
Amica,
la incoraggia a proseguire. Dopo la Maturità Renzo Montagnoli
28 Febbraio
Lo strano caso di Maria Scartoccio ovvero, Un brutto fatto di cronaca a Sestri Ponente di Renzo Bistolfi Edizioni TEA Narrativa Pagg. 288 ISBN 9788850267224 Prezzo Euro 12,00 Un mondo che non c’è più Poco prima di essere colto all’amo da una improvvisa e fastidiosa influenza che mi avrebbe obbligato a stare in casa con un po’ di febbre e il naso gocciolante facevo una ricerca in Internet, annoiato e insoddisfatto dalla lettura di un romanzetto che aveva tante pretese rimaste purtroppo tali, quando mi sono imbattuto in un libro dal titolo particolarmente originale, Lo strano caso di Maria Scartoccio, Ovvero un brutto fatto di cronaca a Sestri Ponente. Mi sono incuriosito istantaneamente al punto di desiderare di leggerlo, il che ho fatto nei giorni in cui sono stato costretto rinchiuso per via dell’influenza. Avevo in verità una certa perplessità, cioè temevo di avere per le mani una mezza fregatura, e invece così non è stato. La vicenda si svolge a Sestri Ponente nel 1956, in un vecchio fabbricato abitato da personaggi azzeccati, una varia umanità con caratteristiche particolari che l’autore ha saputo descrivere con leggerezza e simpatia. Così troviamo la sarta che ha come apprendista una fanciulla timida e bella, il padrone di un’osteria che è un piccolo truffatore, la vedova che è in notevole ritardo nel pagamento dell’affitto per niente aiutata dal giovane figlio che di certo non ha una gran passione per il lavoro, una signora sulla cinquantina che ha diversi figli non conviventi senza un padre comune, il titolare di un forno dove si produce la farinata, una signora anziana che si regge a malapena in piedi e dal cuore d’oro, gente che si trascina in una modesta esistenza che la porta a sopportarsi e ad aiutarsi vicendevolmente. Tutti però sono accomunati da un odio viscerale per la mostruosa padrona di casa, tale Maria Scartoccio che un giorno verrà trovata morta, vittima di quello che a prima vista sembrerebbe un grottesco incidente. E’ così, oppure si tratta di omicidio? Qui mi fermo perché hanno inizio degli sviluppi avvincenti che mi hanno quasi costretto ad andare avanti nella lettura facendo anche le ore piccole. Però, ciò che mi ha attratto non è tanto la trama gialla che pure non è trascurabile, ma l’insieme dei protagonisti, l’ambiente, l’atmosfera di tempi che appaiono lontanissimi, ma non è che poi dal 1956 siano trascorsi tantissimi anni. L’abilità dell’autore è di aver usato i personaggi come ingredienti di un’opera la cui riuscita è strettamente collegata alla capacità di amalgamarli, di farli convivere senza che si vengano a creare degli attriti insanabili, di modo che uno sia la spalla dell’altro. Si apprezzano poi le descrizioni di questo mondo ormai scomparso, il tutto con un sapiente e misurato tono ironico che coinvolge in modo inevitabile il lettore. Senza che si debbano impegnare eccessivamente le meningi si ha così la possibilità di leggere con notevole piacere, con la certezza acquisita, giunti all’ultima pagina, di avere scelto bene e con il desiderio di prendere in mano altri testi di questo narratore ligure.
Renzo Bistolfi,
nato a Genova nel 1954, è stato uno scrittore italiano. Appassionato di
teatro, ha fatto l'attore in una compagnia amatoriale. Dal 2007 ha cominciato
a scrivere e pubblicare le storie che lo hanno sempre appassionato,
distinguendosi anche come talentuoso narratore di audioblibri. Renzo Montagnoli
23 Febbraio
La morte di Auguste di Georges Simenon Edizioni Adelphi Narrativa Pagg. 155 ISBN 9788845940057 Prezzo Euro 18,00
Un covo di vipere Auguste Mature è arrivato Parigi dall’Alvernia da circa cinquant’anni e lì nella zona dei mercati generali ha rilevato un piccolo bistrot che, grazie al suo lavoro e anche a quello del figlio Antoine che ha associato all’iniziativa è diventato un ristorante famoso, un due stelle Michelin che ha fra i clienti anche note personalità. Purtroppo una sera, mentre sta conversando con degli avventori, viene colto da un ictus e muore. Le conseguenze della sua improvvisa scomparsa sono imprevedibili, perché, oltre al figlio che di fatto ormai gestiva il ristorante, Auguste ha una moglie allettata e incapace di intendere e di volere, e altri due figli, il giudice Ferdinand che è il maggiore, e l’alcolizzato Bernard, il minore. Soprattutto quest’ultimo, che è sempre pieno di debiti, suppone che ci sia di mezzo una grossa eredità e teme che il fratello Antoine provveda a imboscarla da qualche parte. Anche Ferdinand, sobillato dalla moglie, ha il sospetto che Antoine possa avere il malloppo del vecchio, soprattutto dopo essere venuto a conoscenza dal fratello stesso della notevole redditività del ristorante. Si svela così un covo di vipere, con la ricerca di un testamento che non troveranno, verranno invece in possesso di una chiave che si rivelerà essere quella di una cassetta di sicurezza. E’ ovvio che soprattutto Ferdinand e Bernard facciano conto sul contenuto della cassetta, perché l’idea di poter avere una quota parte della valutazione del ristorante si rivela fallace, visto che da lì a tre anni l’intero quartiere sarà demolito. Non vado oltre, perché il finale è a sorpresa, sorpresa di cui non voglio privare il lettore di questo bel romanzo che mostra ancora una volta la straordinaria abilità di Simenon di sondare l’animo umano e di fornire un ritratto ben poco edificante della borghesia.
Quindi il
mio consiglio è senz’altro di leggerlo, perché merita.
15 Febbraio
Elias Portolu di Grazia Deledda Utopia Editore Narrativa Pagg. 168 ISBN 9791280084262 Prezzo Euro 18,00 Nulla si può contro il destino Nella produzione letteraria di Grazia Deledda c’è una svolta con la quale passa dal verismo a una narrazione che accentua l’analisi introspettiva. Questo cambiamento, derivante probabilmente dall’esperienza maturata, ma anche da un diverso ambiente in cui viveva (si trovava a Roma fin dal 1900) si manifesta nel 1903 con la pubblicazione di Elias Portolu, un romanzo in cui si parla di un giovane pastore, appunto Elias Portolu, appena uscito dal carcere. Egli desidera ardentemente riscattarsi con una vita onesta e lineare, ma incappa in quello che si può definire un amore proibito, innamorandosi di Maddalena, sposa promessa a suo fratello Pietro. Ci sono tutti gli elementi per una tipica tragedia, perché il giovane cerca in ogni modo di non dare sfogo ai suoi sentimenti, provocando però così una forte lacerazione interiore; a ciò si aggiunga che Maddalena è tutt’altro che insensibile al sentimento di Elias. Si viene così a creare una situazione insostenibile a cui il giovane si illude di porre rimedio ricorrendo alla sua devozione per farsi prete. Non è la soluzione del problema, perché i sentimenti soffocati prima o poi riescono a riemergere tanto più che la sua vocazione per necessità finisce per diventare fragile. A ciò si aggiunga che Maddalena è incinta e tutti credono che il nascituro sia frutto della relazione con Pietro, e invece è il risultato della passione per Elias. Nella traccia imperscrutabile del destino tutto sembrerebbe aggiustarsi con la morte di Pietro, ma non sarà così e qui mi fermo perché è ben lungi dalle mie intenzioni fare un riassunto dell’opera, di cui riporto parzialmente e in modo stringato la trama solo per dare un’idea di che si tratta. A parte la descrizione dell’ambiente, più particolareggiata e anche forse più riuscita perché evidentemente la lontananza dal proprio luogo natio ha comportato per Grazia Deledda un ricordo più aderente alla realtà, frutto dell’inconscio desiderio di essere là e non a Roma, vi sono altri elementi che emergono e che è necessario evidenziare: - tutto sembra già scritto nel destino di ogni essere umano, frutto evidentemente di un fatalismo non di maniera; - la capacità di andare a fondo nell’animo dei protagonisti, con un linguaggio nuovo che definirei moderno; - il senso di colpa di Elias che diventa il presupposto per una sua redenzione; - una rappresentazione della sua isola che passa da sfondo a parte della narrazione, una Sardegna con i suoi miti, le sue tradizioni, la sua mentalità. Quel che più conta, però, è che il dramma, alla base di ogni romanzo della Deledda, non ha caratteristiche proprie di una vicenda occasionale, con dei personaggi tipici e propri di una determinata classe sociale, ma riporta le reazioni di qualsiasi uomo, di ogni luogo, di ogni paese in una tragedia universale, dove i sentimenti scontano l’inevitabile fragilità umana. Per quanto ovvio, la lettura è consigliata. Grazia Deledda (Nuoro, 27 settembre 1871 – Roma, 15 agosto 1936), premio Nobel per la letteratura, studiò da autodidatta ed esordi come giornalista su riviste di moda. Incrociando influssi veristi e dannunziani, scrisse romanzi e racconti dalla vena etica in cui è descritta la dura vita quotidiana dei compaesani sardi (Canne al vento, Elias Portolu, Marianna Sirca). Renzo Montagnoli
9 Febbraio
La sveglia di Erminio e altri racconti di Ernesto Flisi Fondazione Daniele Ponchiroli Narrativa Pagg. 70 ISBN 9791221008173
Il valore della memoria A Viadana, paese di circa ventimila abitanti sito in provincia di Mantova sulla sponda sinistra del Po, fra tante cose ce n’è una di particolare interesse, quella che si potrebbe definire una bella realtà. Mi riferisco alla Fondazione Daniele Ponchiroli, dove Daniele Ponchiroli, nato a Viadana nel 1924 ed ivi morto nel 1979, era il caporedattore della Casa Editrice Einaudi, noto anche come scrittore e filologo. Questa istituzione si propone, oltre che di recuperare il patrimonio documentario relativo al prof. Ponchiroli, di promuovere iniziative, eventi e quanto necessario per uno sviluppo culturale della collettività viadanese. A ogni buon conto mi permetto di rimandare il lettore desideroso di maggiori notizie al relativo sito Internet Fondazione Daniele Ponchiroli. In quest’ottica si inseriscono i Quaderni, pubblicazioni periodiche di stampo letterario, contraddistinti da una numerazione progressiva. Mi è stato donato al riguardo il n. 11 dedicato alla narrativa, una raccolta di racconti scritti da Ernesto Flisi, un autore che conosco da tempo, sia come poeta che come saggista storico, e di cui avevo già apprezzato alcune sue prose brevi che ritrovo fra le undici di questo volumetto. Per quanto le tematiche sviluppate non siano strettamente legate al paese natio dell’autore, però le stesse sono preponderanti, frutto senz’altro di spunti di memoria che sono stati trasposti su carta con l’aiuto della creatività. Ci si può chiedere se si tratta di fatti realmente accaduti e forse non lo sono, oppure lo sono come traccia, cioè come qualcosa che è avvenuto e riaffiora elaborato dalla memoria. Può essere un oggetto, oppure un giorno, o una persona, ma la mente umana è tale da ripescarlo, elaborando intorno allo stesso una storia che cesella l’idea, la ricama e la ripropone all’attenzione di altri. E’ così che prendono forma narrazioni di vicende che l’autore avverte come proprie per la sua sensibilità nel trarne conseguenze, del tutto personali; in pratica si tratta di flash di memoria che si presentano più frequentemente con l’avanzare dell’età. Può accadere così che una normale sveglia diventi la protagonista di un racconto, che non ha nulla di eclatante, ma che inquadra la valenza dell’oggetto nell’importanza che gli attribuisce l’autore. Sono racconti tristi, altri neutri, ma dove comunque è sempre presente quella malinconia di fondo che accompagna lo scrittore quando, nel cercare di rammentare il passato, si accorge che molto della sua vita è trascorso e che il tempo che rimane è assai meno. Non è che necessariamente debbano nascere rimpianti, però è inevitabile che il trascorso si contrapponga al presente e al più che incerto futuro. In questo senso il bimbo appena nato abbandonato in Senza nome e il cavallo diventato membro di una famiglia in Baldo, nel riflettere vicende che probabilmente sono vere, sembrano trovare la collocazione ideale in quella malinconia di cui ho accennato, perché entrambe sono aspetti della vita legati a problemi che sono sempre esistiti, in quanto il rifiuto e l’ingratitudine sono ferite che lentamente scavano dentro sempre più a fondo. Con le ultime due prose (Il passato, all’improvviso, e Vigilia) ci si specchia in un’epoca tanto lontana da sembrare forse mai esistita, ma è un “come eravamo” che piace portare a conoscenza di altri, soprattutto ai giovani d’oggi che non possono sapere e nemmeno immaginare come potesse esistere un mondo basato sulla forza e sulla semplicità dei sentimenti, in cui ci si parlava non attraverso lo smartphone e si gioiva di tante piccole cose che oggi ai più sembrano inezie.
La lettura di questo quaderno è senz’altro
piacevole, con un unico inconveniente, e cioè che non è in vendita, ma è stato
stampato in 300 esemplari numerati e gratuiti. Quindi, o si ha l’opportunità
di averlo in dono, o in caso contrario si potrà leggerli su Arteinsieme, visto
che li proporrò con una certa periodicità. Ernesto Flisi è nato a Viadana, in provincia di Mantova. Ha trascorso tutta la sua vita nella scuola, da docente e dirigente scolastico. Come autore di versi, ha pubblicato nel 2016 “Fiori di campo” per Book Sprint edizioni e nel 2022 “Sulle rive dei fossi” edito in proprio. Altre composizioni sono state pubblicate in vari anni nei “Quaderni del caffè letterario”, guidato da A.M. Cirigliano, editi a Mantova da Il Rio; altre ancora in pubblicazioni sparse. Ha collaborato a diversi studi di storia locale. Da segnalare una monografia edita nel 2019 dalla Società Storica viadanese, intitolata “Il Commissario e l’Arciprete”, incentrata su un forte contrasto tra l’autorità religiosa e quella austriaca poco prima della proclamazione dell’Indipendenza dell’Italia. Renzo Montagnoli
31 Gennaio
Scipione l’Africano. L’invincibile che rese grande Roma di Gastone Breccia Salerno Editore Biografia Pagg. 356 ISBN 9788869732348 Prezzo Euro 21,00 L’uomo che rese grande Roma Publio Cornelio Scipione Africano (Roma, 236 o 235 a.C. – Liternum, 183 a.C.) è quel generale romano che a scuola destava i nostri entusiasmi grazie al successo che gli arrise nella seconda guerra punica. Francamente Annibale per noi scolari era un rompiscatole chi si era sognato di conquistare Roma e con essa l’Italia; ebbene quel Scipione gli fece pagare il fio delle sue colpe e tanto bastava a soddisfarci. Tuttavia, poiché qualcosa non accade mai per caso, ci pensa il lavoro degli storici a delineare un quadro dove l’esito favorevole di una battaglia è sempre frutto di circostanze ed eventi che la precedono. Questa volta, a parlare di questo grande generale, della sua epoca, delle politiche dei contendenti è Gastone Breccia di cui ho già letto e apprezzato L’ultimo inverno di guerra. Publio Cornelio Scipione è però una figura tutto sommato poco conosciuta e quindi un saggio che ne parli diffusamente costituisce già di per sé motivo di interesse. Quando poi il risultato è notevolmente esauriente, poiché si parla dell’uomo condottiero dalle prime battaglie sostenute in Spagna fino alla sua morte, prima politica e poi fisica, c’è da giurarci che l’appassionato di storia possa trovare quanto desidera, peraltro esposto addirittura capillarmente e in modo lieve, così che la lettura diventa notevolmente piacevole. La figura di quest’uomo che rimodellò la struttura della legione romana, facendone un’arma possente, una sorta di rullo compressore che consentiva di battersi, risultando vincente anche contro forze nemiche con un numero di combattenti sovente di molto superiore. In questo senso c’è un intero capitolo (Uomini e armi) in cui viene spiegato esaurientemente come era una legione, come funzionava, come erano armati i suoi componenti, un capitolo indispensabile per arrivare a capire come si svolse la famosa battaglia di Zama, quella in cui fu sconfitto Annibale e che di fatto impose definitivamente Roma su Cartagine. Dalle battaglie in Spagna, con cui Scipione vendicò le sconfitte in passato là subite per opera dei cartaginesi e dove in battaglia perirono il padre e lo zio, fino all’eroico scontro diretto con Annibale la narrazione prende per mano il lettore con una capacità di attrarre al punto che quanto descritto può, con un minimo di fantasia, materializzarsi davanti agli occhi. Peraltro, la figura di Scipione è talmente ben delineata che si è in grado di capire anche la sua visione della vita e dello stato, una visione moderna per l’epoca, tanto più che si era accorto che Roma, per la dimensione notevolmente aumentata, aveva bisogno di dotarsi di una struttura istituzionale diversa; tuttavia, in politica non gli arrise la vittoria come sui campi di battaglia, forse perché non era fatta per lui e anche perché ebbe in senato una costante forte avversione dei conservatori. Finì nell’ombra, ritirato nelle sue proprietà dove si spense all’età di 52 anni, volutamente isolato, ma anche abbandonato dagli altri, con una ingratitudine senza pari per l’uomo che più di tutti aveva reso grande Roma. L’opera presenta numerose cartine relative alle battaglie ed è corredata da moltissime note, riportando altresì l’indicazione della cospicua bibliografia di supporto. Da leggere senz’altro. Gastone Breccia (Livorno, 19 novembre 1962) insegna Storia bizantina e Storia militare antica nell'Università di Pavia. Con il Mulino ha pubblicato: «Le guerre afgane» (2014), «1915: l'Italia va in trincea» (2015), «Guerra all'Isis. Diario dal fronte curdo» (2016), «Corea, la guerra dimenticata» (2019), «Missione fallita. La sconfitta dell'Occidente in Afghanistan» (2020), «Le guerre di Libia. Un secolo di conquiste e rivoluzioni» (con S. Marcuzzi, 2021), «L'arte della guerriglia» (nuova ed. 2022) e «Il demone della battaglia» (2023). Renzo Montagnoli
25 Gennaio
Versanti di-versi di Aurelio Zucchi Edito in proprio Poesia Pagg. 137 ISBN 9798263941833 Prezzo Euro 15,59 Una raccolta senz’altro riuscita Aurelio Zucchi è un artista eclettico, sia come genere, spaziando infatti dalla narrativa alla poesia, sia come tematiche svolte. La sua creatività, particolarmente feconda, è ben supportata da uno stile che, pur affinandosi con l’esperienza, ha alla sua origine una facilità di espressione che molto conta nella qualità delle sue opere. Da quando poi ha lasciato l’attività lavorativa, grazie al maggior tempo libero così ottenuto, si è gettato anima e corpo nella composizione soprattutto di poesie, presentate in diversi concorsi con risultati più che lusinghieri. Versanti di-versi rientra in questa sua più recente produzione e costituisce un lavoro in cui ben risalta la duttilità dell’autore, accompagnata dai frutti di un’esperienza maturata nel tempo e che ha saputo sedimentare, uno strato dopo l’altro, così da ottenere una costruzione solida, ma anche al tempo stesso snella, come in I sogni che non ho fatto mai ( Respirano tra melodie impossibili / scritte da mano d’angelo all’istante / senza l’ausilio di nemmeno una / di quelle sette note che conosco / / E suonano, suonano incessanti / con i violini buffi ai quali poi darò / i nomi di fantastiche meduse / e posti sacri dove custodirli // E vibrano, vibrano da dio / toccando corde di chitarre vento / sicuramente meglio di certi cuori / intensi, innamorati da impazzire. // E odorano, odorano di rosa / la specie più esclusiva inesistente / aspettando che almeno li accarezzi, / i sogni che non ho fatto mai). Già a prima lettura si ha la sensazione di avere sotto gli occhi qualcosa di pregevole, anche se occorre almeno una seconda attenta osservazione per comprendere il motivo ed è in questo caso che ci si accorge del notevole lavoro introspettivo svolto dall’autore, che non si ferma all’apparenza del verso, ma che scava per esporre un concetto di certo non di facile comprensione. Al riguardo mi sembra di aver capito che Zucchi intenda dire che la perfezione di quei sogni che non sono realizzati è in grado di superare ciò che in realtà è l’amore umano, in cui la passione concreta, reale, è spesso caotica, imperfetta, mentre la melodia del sogno che non si è mai fatto è celestiale, tanto da tendere al misticismo; se proprio si vuole sintetizzare si può dire che nella poesia si esalta l’ideale rispetto al reale e in tal senso il nostro io, lo scrigno segreto di ogni individuo, non è formato solo da ciò che siamo stati, cioè da eventi vissuti e di cui abbiamo memoria, ma anche da tutto quello che avremmo potuto realizzare o anche solo immaginare. La conseguenza di questo concetto è un invito a osare, a non temere e non mettere limiti a quelle che sono le nostre potenzialità e di cui spesso non conosciamo la portata, in un autentico trionfo della più ampia libertà creativa. E questo è solo uno dei temi affrontati, perché come ho accennato ce ne sono molti altri, di caratteristiche più liriche come quelli della madre, senza però mai trascendere, versi venati dalla malinconia per la persona che non c’è più, ma che non sono gridati, sono sussurrati, acquarelli dipinti in punta di pennello (.../ Disegnami un sorriso / quand’è inceppato il mio cammino, / assorto io a contemplare i bordi / dimenticando di puntar la meta, / la vita, come tu l’hai definita. / …). Potrei andare avanti ancora, perché spunti non mancano, anzi abbondano, ma il tempo è tiranno e poi, a essere sinceri, più delle mie parole contano – e cantano - i versi di questa raccolta, da leggere, senza dubbio. Aurelio Zucchi è nato il 7/2/1951 a Reggio Calabria. Città nella quale ha vissuto fino al conseguimento del diploma di Geometra. Dal 1970 vive a Roma. E’ sposato con Rosaria Caporilli e ha due figli, Gabriele e Simone. Come scrittore ha esordito con “Viaggio in V classe” (Edizioni Il Filo, Prefazione di Pietro Zullino. Questo romanzo, pubblicato nel 2006, rappresenta per lui un valore assoluto. Notevole è la produzione soprattutto di poesie e numerosi e di rilievo i premi vinti in concorsi letterari. Renzo Montagnoli
16 Gennaio
Storia d’amore e d’archeologia di Marinella Fiume Algra Editore Narrativa Pagg. 172 ISBN 978-88-9341-861-4 Prezzo Euro 14,00
La magia di Casa Cuseni Se c’è una caratteristica di Marinella Fiume è quella di dare vita a opere che si contraddistinguono innanzi tutto per l’originalità. E anche questa Storia d’amore e d’archeologia procede su un triplice binario, una linea ideale in cui coesistono, senza mai stridere, la narrativa, la biografia e anche la saggistica. Probabilmente se nel raccontare di questo strano idillio fra l’inglese Daphne Phelps e il rumeno Dinu Adamesteanu avesse privilegiato la sua fertile creatività sarebbe nata una prosa magari leggibile, ma di interesse limitato; invece nell’inquadrare la vicenda nel panorama paradisiaco di Taormina e in particolare nella Casa Cuseni, ereditata dalla protagonista dallo zio e utilizzata come residence in cui affluirono parecchi artisti di nazionalità diverse, l’autrice catanese finisce con il dar vita a un ibrido che presenta particolari motivi di interesse, in pratica offrendoci uno spaccato di vita in cui realtà e fantasia coesistono abilmente, senza mai venire in contrasto. I due personaggi poi sono caratterizzati da un destino comune, quello di essere, per motivi diversi, degli esuli, che in Sicilia trovano una seconda patria e le cui attività sono fortemente simboliche. Infatti l’archeologo rumeno nel praticare gli scavi è come se fosse alla ricerca delle proprie radici, mentre per quanto concerne la neuropsichiatra inglese occuparsi assiduamente della villa può apparire come una forma di amore culturale verso la terra che la ospita. L’idea poi che a raccontare il tutto sia la nipote di un’amica di uno dei due personaggi, cioè di Daphne, presenta il notevole vantaggio di un terzo che, venuto dopo, scava come archeologa e scopre gli aspetti del passato, rappresentato soprattutto da un plico di lettere legate da un nastro rosso che la Phelps conservò gelosamente fino alla sua morte. Non era facile far convivere tre generi letterari, ma Marinella Fiume ha escogitato un sistema a quadri, una progressione in cui ognuno parla di sé nel contesto generale, probabilmente frutto dell’osservazione delle pale d’altare, dove a quadri sono rappresentate vite di santi, oppure quella di Gesù Cristo. L’escamotage è tale da rendere non greve la lettura e da consentire al lettore di volta in volta di fare il punto della situazione, con opportune riflessioni. Se le figure dei due protagonisti per cause diverse possono costituire motivo di interesse, credo che la centralità del libro risieda nella villa, inquadrata in un ambiente che all’epoca doveva essere stupendo nella sua naturalezza, un coacervo di elementi che come un fiore richiamava artisti da tutto il mondo, una sorta di divinità a cui si tendeva per ritemprarsi, per trovare nuove idee, un Eden in terra che leggendo ci sembra di toccar con mano. Inoltre, e questo sì era scontato, Marinella Fiume ha avuto una particolare attenzione per la protagonista, confermando così la sua vocazione di parlare di donne, cogliendone la sensibilità e il fascino, mettendo in luce una forza che è propria dell’essere femminile. Pagina dopo pagina ci si immerge in questo crogiolo di natura, di arte, di sensibilità e viene spontaneo il desiderio di fare un salto là, magari sperando in un cenacolo artistico che ora non c’è più, ma che forse traspira dai muri di quella villa in cui non risuonano più le voci di scrittori e di pittori, ma che ha avuto un destino benigno, essendo diventata un museo, uno scrigno prezioso di cultura. Marinella Fiume, nata a Noto (Sr), laureata in Lettere classiche all’Università di Catania, dottore di ricerca in Lingua e Letteratura italiana, è stata per due legislature Sindaca del Comune di Fiumefreddo di Sicilia (Ct), cittadina sulla costa jonico-etnea dove risiede. Impegnata sul fronte della cultura della legalità e dei diritti delle donne, tra le sue pubblicazioni: la cura di Siciliane Dizionario biografico (2006), Sicilia esoterica (2013), Di madre in figlia – Vita di una guaritrice di campagna (2014), La bolgia delle eretiche (2017), i racconti Ammagatrìci (2019), Le ciociare di Capizzi (2020). Renzo Montagnoli
8 Gennaio
Cattolici e ribelli. Storie della Resistenza nel Mantovano (1943 – 1945) di Giovanni Telò Edizioni Il Rio Storia Pagg. 248 ISBN 9791259891068 Prezzo Euro 20,00
La Resistenza dei cattolici nel mantovano E’ indubbia la valenza della Resistenza, tanto che fra le mie letture sono numerose quelle di libri, soprattutto saggi storici, che affrontano questo tema così importante. Purtroppo sono pochi quelli che ne parlano relativamente al fenomeno nel mantovano, anche perché la piattezza della pianura rendeva molto difficile ed estremamente rischioso svolgere un’attività insurrezionale attiva, con i colpi di mano che sarebbero avvenuti solo allo scoperto e con la pressoché totale assenza di sicure basi in cui riparare. Questo è solo uno dei due motivi che mi ha spinto a leggere il saggio di Giovanni Telò, vale a dire per conoscere qualcosa di più di quanto accaduto nella mia provincia dall’8 settembre 1943 alla fine dell’aprile del 1945; l’altro è invece una naturale curiosità per sapere come, più che i cattolici laici, il clero mantovano ebbe a comportarsi. Tengo a precisare relativamente a questo ultimo scopo che ero già a conoscenza del comportamento di alcuni sacerdoti, come per esempio monsignor Egidio Mazzali, anche perché amico di famiglia, e comunque di pochi altri. Mi importava anche sapere il ruolo svolto dagli esponenti del clero che parteciparono alla Resistenza e leggendo questo saggio mi ha confortato la conferma che il loro impegno fu civile; non spararono di certo, ma, pur rischiando parecchio, si impegnarono nel soccorso ai combattenti, nella protezione degli ebrei, nel dar vita a cellule resistenziali. Giovanni Telò ha effettuato una ricerca storica minuziosa e il risultato è un elaborato che così come è strutturato non è per niente greve, anzi è avvincente; emergono figure luminosissime, come don Costante Berselli e don Eugenio Leoni, che si contrappongono a un personaggio che di certo non si può dire un buon cristiano, come monsignor Domenico Menna, vescovo di Mantova dal 1928 al 1954, figura legata al fascismo che ebbe sempre a sostenere. Tuttavia, se giustamente questo elemento negativo della Chiesa viene evidenziato e Telò gli dedica parecchie pagine, rifulgono numerose le figure di modesti e umili preti, il che dimostra come il vescovo fascista sia stato, almeno nel clero mantovano, un’eccezione negativa. I cattolici, cioè coloro che cercarono di mettere in pratica il credo religioso e quindi fra questi non solo gli ecclesiastici ma anche i laici, furono certamente in numero minore fra i partigiani italiani, ma furono comunque importanti, dando un contributo militare, civile ed esistenziale di notevole portata, rischiando come gli altri, anche immolandosi per un mondo più giusto. Ebbero le loro formazioni combattenti, le Fiamme Verdi, e non pochi pagarono la loro ribellione con la prigionia nei lager tedeschi, come Don Berselli a Dachau, o addirittura con la morte, non sempre in battaglia, ma con la fucilazione dopo inenarrabili torture. Secondo me Cattolici e ribelli è un lavoro di rilevante importanza, meticoloso, obiettivo, scritto in modo lieve, in cui, come dice anche Giovanni Telò, l’intenzione non era di narrare una storia, ma tante singole storie di persone che in quel momento così tragico seppero esprimere il loro deciso dissenso dalla ferocia e dalla violenza, conservando la fede e sempre dimostrando coraggio e umanità. Da leggere, senza ombra di dubbio. Giovanni Telò, nato a Castel Goffredo (Mantova) nel 1954, è sacerdote e parroco della diocesi di Mantova. Laureato in Scienze politiche, giornalista dal 1978, ha svolto l'attività pubblicistica presso alcuni giornali e riviste a Mantova, Milano e Roma. Dal 1996 al 2007 è stato vicedirettore del settimanale diocesano La Cittadella (Mantova). Studioso di storia della Chiesa nell'età contemporanea, ha pubblicato diversi studi, tra cui Chiesa e fascismo in una provincia rossa. Mantova 1919-1928; Con la lucerna accesa. Vita e assassinio del maestro mantovano Anselmo Cessi (1877-1926); I cattolici mantovani tra guerra e Resistenza (1940-1945); Cattolici e ribelli (1943 - 1945). Collabora con l'Istituto mantovano di Storia contemporanea, anche come componente del Consiglio direttivo. Renzo Montagnoli
2 Gennaio
Colpire Mussolini. Gli attentati al duce e la costruzione della dittatura fascista di Mimmo Franzinelli Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Saggistica storica Pagg. 360 ISBN 9788804786900 Prezzo Euro 24,00 Gli attentati pretesto per consolidare la dittatura Mimmo Franzinelli è attualmente il miglior studioso del periodo fascista, tema che mi interessa in modo particolare, tanto che piano piano sto leggendo tutti i libri dello storico bresciano, lavoro improbo perché la produzione è molto feconda e così accade che le uscite siano piuttosto frequenti (solo nel corrente anno Gli artigli del condor e Colpire Mussolini). L’ultimo, appunto Colpire Mussolini, che abbraccia un periodo che va dal 1925 al 1926, si focalizza su quattro attentati falliti contro Mussolini, analizzandoli in modo tutt’altro che superficiale, trattandosi di eventi determinanti a seguito dei quali vi fu l’inasprimento della dittatura fascista. E’ indubbio che il lavoro preparatorio deve essere stato particolarmente gravoso, volto a chiarire ogni aspetto dei fatti, non limitandosi quindi alle cronache giornalistiche dell’epoca. E’ doveroso riconoscere che il frutto di questa fase propedeutica ha il pregio non indifferente di presentare una narrazione capillare, corredata dai necessari approfondimenti e riflessioni, senza tuttavia risultare greve, circostanza di notevole pregio, trattandosi di un saggio storico e non di un romanzo. La lettura diventa così appassionante, visto che anche i quattro attentati hanno motivazioni ed esecuzioni diverse. Numerose pagine sono dedicate al tentativo di Tito Zaniboni, questo mantovano socialista, pacifista e poi con l’entrata in guerra nel 1915 diventato un eroe plurimedagliato. Nonostante abbia tentato più volte un avvicinamento al fascismo dall’ala destra del Partito Socialista, Zaniboni organizzò, in verità malamente, un attentato a Mussolini, un’azione che avrebbe dovuto essere violenta e che invece non lo fu perché venne arrestato ancor prima di imbracciare il fucile con il quale intendeva sopprimere il dittatore. L’analisi svolta da Franzinelli è molto accurata e si spinge anche ad approfondire il carattere del mancato attentatore, così che risultano delle strane somiglianze con quello di Mussolini, dalla comune origine politica ed entrambi individualisti e narcisisti. Il tentativo di Violet Gibson, che per circostanze fortuite si concluse solo con una ferita di striscio al naso del Duce, ha origini ben diverse, data l’acclarata infermità di mente della donna, tanto che per tale motivo venne assolta dal tribunale ed espulsa verso l’Inghilterra; l’attentato comunque provocò un’ondata di sdegno in Italia e contribuì a rafforzare la figura di Mussolini in un periodo per lui negativo a seguito del rapimento e omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti. Gino Lucetti fu quello che tentò di sopprimere il dittatore con una bomba lanciata l’11 settembre 1926 contro l’auto che trasportava Mussolini da casa sua a Palazzo Chigi; sfortunatamente l’ordigno rimbalzò, cadde a terra, dove esplose ferendo otto passanti. L’attentatore fu condannato a 30 anni di carcere, ma nel 1943 fu liberato dagli alleati, concludendo da lì a poco la sua esistenza come vittima di un bombardamento. Anche in questo caso le circostanze e le complicità non furono mai completamente chiarite, pur figurando fra gli arrestati e poi condannati altri due anarchici come Lucetti. L’ultimo attentato cronologicamente avvenne il 31 ottobre 1926, per mano di Anteo Zamboni, considerato un pericoloso anarchico, ma se anche un ragazzino di 15 anni forse può essere pericoloso, è lecito tuttavia dubitare delle sue scelte politiche. Certo, era figlio di un ex anarchico che per opportunità era diventato fascista, ma mi resta il dubbio che altri abbiano armato la mano di Anteo, non escludendo la possibilità che si sia trattata di una cospirazione di una frangia fascista. Gli andò male, nonostante avesse mirato bene, ma la buona stella di Mussolini nella circostanza fece gli straordinari. Il ragazzo venne praticamente linciato subito, strana circostanza, perché in genere si tende a catturare il colpevole per conoscere se ci sono dei complici, e forse non si voleva che i nomi di questi venissero alla luce. Ne pagarono invece le conseguenze, e in modo pesante, i familiari, pur senza averne la minima colpa. Alla fine di questo periodo di attentati il risultato fu che il popolo italiano si compattò intorno a Mussolini; inoltre, circostanza ben più importante, costituirono il pretesto per l’emissione di leggi speciali che sancirono la definitiva affermazione della dittatura, in presenza di un antifascismo inerte e diviso. Fu in questo modo che vennero sciolti tutti i partiti e le associazioni di opposizione, fu soppressa la libertà di stampa, fu istituita la pena di morte e venne creato il Tribunale speciale per la difesa dello stato. Il saggio di Franzinelli è un’opera di indubbio valore, molto ben documentata e altrettanto ben scritta, e conferma ancora una volta la grande valenza dello storico bresciano. Mimmo Franzinelli (Cedegolo, 1954) studioso del fascismo e dell´Italia repubblicana, componente del comitato scientifico dell'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione "Ferruccio Pari", è autore di numerosi libri, fra cui: per Bollati Boringhieri, I tentacoli dell´Ovra (1999, premio Viareggio 2000), Rock & servizi segreti (2010) e Autopsia di un falso. I Diari di Mussolini e la manipolazione della storia (2011); per Mondadori, L´amnistia Togliatti (2006), Il delitto Rosselli (2007), Beneduce. Il finanziere di Mussolini, con Marco Magnani (2009), Il Piano Solo (2010), Il prigioniero di Salò (2012), Tortura (2018); per Rizzoli, La sottile linea nera (2008). Con Feltrinelli ha pubblicato: La Provincia e l´Impero. Il giudizio americano sull´Italia di Berlusconi, con Alessandro Giacone (2011), Delatori. Spie e confidenti anonimi: l´arma segreta del regime fascista (UE 2012), Il Giro d'Italia. Dai pionieri agli anni d'oro (Feltrinelli, 2013), - per gli Annali della Fondazione Feltrinelli - Il riformismo alla prova. Il primo governo Moro nei documenti e nelle parole dei protagonisti (ottobre 1963-agosto 1964), con Alessandro Giacone (2013) e Fascismo anno zero (Mondadori 2019), Croce e il fascismo (Laterza 2024), Mussolini racconta Mussolini (Laterza 2024), Colpire Mussolini (Mondadori, 2025); con Marina Cardozo: Gli artigli del Condor (Einaudi, 2025) Renzo Montagnoli
|
| Poetare | Poesie | Licenze | Fucina | Strumenti | Metrica | Figure retoriche | Guida | Lettura | Creazione | Autori | Biografie | Poeti del sito |
Poetare.it © 2002