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9 Febbraio

La sveglia di Erminio

e altri racconti

di Ernesto Flisi

Fondazione Daniele Ponchiroli

Narrativa

Pagg. 70

ISBN 9791221008173

 

Il valore della memoria

A Viadana, paese di circa ventimila abitanti sito in provincia di Mantova sulla sponda sinistra del Po, fra tante cose ce n’è una di particolare interesse, quella che si potrebbe definire una bella realtà. Mi riferisco alla Fondazione Daniele Ponchiroli, dove Daniele Ponchiroli, nato a Viadana nel 1924 ed ivi morto nel 1979, era il caporedattore della Casa Editrice Einaudi, noto anche come scrittore e filologo. Questa istituzione si propone, oltre che di recuperare il patrimonio documentario relativo al prof. Ponchiroli, di promuovere iniziative, eventi e quanto necessario per uno sviluppo culturale della collettività viadanese. A ogni buon conto mi permetto di rimandare il lettore desideroso di maggiori notizie al relativo sito Internet Fondazione Daniele Ponchiroli.

In quest’ottica si inseriscono i Quaderni, pubblicazioni periodiche di stampo letterario, contraddistinti da una numerazione progressiva.

Mi è stato donato al riguardo il n. 11 dedicato alla narrativa, una raccolta di racconti scritti da Ernesto Flisi, un autore che conosco da tempo, sia come poeta che come saggista storico, e di cui avevo già apprezzato alcune sue prose brevi che ritrovo fra le undici di questo volumetto.

Per quanto le tematiche sviluppate non siano strettamente legate al paese natio dell’autore, però le stesse sono preponderanti, frutto senz’altro di spunti di memoria che sono stati trasposti su carta con l’aiuto della creatività. Ci si può chiedere se si tratta di fatti realmente accaduti e forse non lo sono, oppure lo sono come traccia, cioè come qualcosa che è avvenuto e riaffiora elaborato dalla memoria. Può essere un oggetto, oppure un giorno, o una persona, ma la mente umana è tale da ripescarlo, elaborando intorno allo stesso una storia che cesella l’idea, la ricama e la ripropone all’attenzione di altri.

E’ così che prendono forma narrazioni di vicende che l’autore avverte come proprie per la sua sensibilità nel trarne conseguenze, del tutto personali; in pratica si tratta di flash di memoria che si presentano più frequentemente con l’avanzare dell’età.

Può accadere così che una normale sveglia diventi la protagonista di un racconto, che non ha nulla di eclatante, ma che inquadra la valenza dell’oggetto nell’importanza che gli attribuisce l’autore.

Sono racconti tristi, altri neutri, ma dove comunque è sempre presente quella malinconia di fondo che accompagna lo scrittore quando, nel cercare di rammentare il passato, si accorge che molto della sua vita è trascorso e che il tempo che rimane è assai meno. Non è che necessariamente debbano nascere rimpianti, però è inevitabile che il trascorso si contrapponga al presente e al più che incerto futuro. In questo senso il bimbo appena nato abbandonato in Senza nome e il cavallo diventato membro di una famiglia in Baldo, nel riflettere vicende che probabilmente sono vere, sembrano trovare la collocazione ideale in quella malinconia di cui ho accennato, perché entrambe sono aspetti della vita legati a problemi che sono sempre esistiti, in quanto il rifiuto e l’ingratitudine sono ferite che lentamente scavano dentro sempre più a fondo.

Con le ultime due prose (Il passato, all’improvviso, e Vigilia) ci si specchia in un’epoca tanto lontana da sembrare forse mai esistita, ma è un “come eravamo” che piace portare a conoscenza di altri, soprattutto ai giovani d’oggi che non possono sapere e nemmeno immaginare come potesse esistere un mondo basato sulla forza e sulla semplicità dei sentimenti, in cui ci si parlava non attraverso lo smartphone e si gioiva di tante piccole cose che oggi ai più sembrano inezie.

La lettura di questo quaderno è senz’altro piacevole, con un unico inconveniente, e cioè che non è in vendita, ma è stato stampato in 300 esemplari numerati e gratuiti. Quindi, o si ha l’opportunità di averlo in dono, o in caso contrario si potrà leggerli su Arteinsieme, visto che li proporrò con una certa periodicità.
 

Ernesto Flisi è nato a Viadana, in provincia di Mantova. Ha trascorso tutta la sua vita nella scuola, da docente e dirigente scolastico. Come autore di versi, ha pubblicato nel 2016 “Fiori di campo” per Book Sprint edizioni e nel 2022 “Sulle rive dei fossi” edito in proprio. Altre composizioni sono state pubblicate in vari anni nei “Quaderni del caffè letterario”, guidato da A.M. Cirigliano, editi a Mantova da Il Rio; altre ancora in pubblicazioni sparse. Ha collaborato a diversi studi di storia locale. Da segnalare una monografia edita nel 2019 dalla Società Storica viadanese, intitolata “Il Commissario e l’Arciprete”, incentrata su un forte contrasto tra l’autorità religiosa e quella austriaca poco prima della proclamazione dell’Indipendenza dell’Italia.

Renzo Montagnoli

 

 

 

31 Gennaio

Scipione l’Africano.

L’invincibile che rese grande Roma

di Gastone Breccia

Salerno Editore

Biografia

Pagg. 356

ISBN 9788869732348

Prezzo Euro 21,00

L’uomo che rese grande Roma

Publio Cornelio Scipione Africano (Roma, 236 o 235 a.C. – Liternum, 183 a.C.) è quel generale romano che a scuola destava i nostri entusiasmi grazie al successo che gli arrise nella seconda guerra punica. Francamente Annibale per noi scolari era un rompiscatole chi si era sognato di conquistare Roma e con essa l’Italia; ebbene quel Scipione gli fece pagare il fio delle sue colpe e tanto bastava a soddisfarci. Tuttavia, poiché qualcosa non accade mai per caso, ci pensa il lavoro degli storici a delineare un quadro dove l’esito favorevole di una battaglia è sempre frutto di circostanze ed eventi che la precedono.

Questa volta, a parlare di questo grande generale, della sua epoca, delle politiche dei contendenti è Gastone Breccia di cui ho già letto e apprezzato L’ultimo inverno di guerra.

Publio Cornelio Scipione è però una figura tutto sommato poco conosciuta e quindi un saggio che ne parli diffusamente costituisce già di per sé motivo di interesse. Quando poi il risultato è notevolmente esauriente, poiché si parla dell’uomo condottiero dalle prime battaglie sostenute in Spagna fino alla sua morte, prima politica e poi fisica, c’è da giurarci che l’appassionato di storia possa trovare quanto desidera, peraltro esposto addirittura capillarmente e in modo lieve, così che la lettura diventa notevolmente piacevole. La figura di quest’uomo che rimodellò la struttura della legione romana, facendone un’arma possente, una sorta di rullo compressore che consentiva di battersi, risultando vincente anche contro forze nemiche con un numero di combattenti sovente di molto superiore. In questo senso c’è un intero capitolo (Uomini e armi) in cui viene spiegato esaurientemente come era una legione, come funzionava, come erano armati i suoi componenti, un capitolo indispensabile per arrivare a capire come si svolse la famosa battaglia di Zama, quella in cui fu sconfitto Annibale e che di fatto impose definitivamente Roma su Cartagine.

Dalle battaglie in Spagna, con cui Scipione vendicò le sconfitte in passato là subite per opera dei cartaginesi e dove in battaglia perirono il padre e lo zio, fino all’eroico scontro diretto con Annibale la narrazione prende per mano il lettore con una capacità di attrarre al punto che quanto descritto può, con un minimo di fantasia, materializzarsi davanti agli occhi.

Peraltro, la figura di Scipione è talmente ben delineata che si è in grado di capire anche la sua visione della vita e dello stato, una visione moderna per l’epoca, tanto più che si era accorto che Roma, per la dimensione notevolmente aumentata, aveva bisogno di dotarsi di una struttura istituzionale diversa; tuttavia, in politica non gli arrise la vittoria come sui campi di battaglia, forse perché non era fatta per lui e anche perché ebbe in senato una costante forte avversione dei conservatori. Finì nell’ombra, ritirato nelle sue proprietà dove si spense all’età di 52 anni, volutamente isolato, ma anche abbandonato dagli altri, con una ingratitudine senza pari per l’uomo che più di tutti aveva reso grande Roma.

L’opera presenta numerose cartine relative alle battaglie ed è corredata da moltissime note, riportando altresì l’indicazione della cospicua bibliografia di supporto.

Da leggere senz’altro.

Gastone Breccia (Livorno, 19 novembre 1962) insegna Storia bizantina e Storia militare antica nell'Università di Pavia. Con il Mulino ha pubblicato: «Le guerre afgane» (2014), «1915: l'Italia va in trincea» (2015), «Guerra all'Isis. Diario dal fronte curdo» (2016), «Corea, la guerra dimenticata» (2019), «Missione fallita. La sconfitta dell'Occidente in Afghanistan» (2020), «Le guerre di Libia. Un secolo di conquiste e rivoluzioni» (con S. Marcuzzi, 2021), «L'arte della guerriglia» (nuova ed. 2022) e «Il demone della battaglia» (2023).

Renzo Montagnoli

 

 

 

 

25 Gennaio

Versanti di-versi

di Aurelio Zucchi

Edito in proprio

Poesia

Pagg. 137

ISBN 9798263941833

Prezzo Euro 15,59

Una raccolta senz’altro riuscita

Aurelio Zucchi è un artista eclettico, sia come genere, spaziando infatti dalla narrativa alla poesia, sia come tematiche svolte. La sua creatività, particolarmente feconda, è ben supportata da uno stile che, pur affinandosi con l’esperienza, ha alla sua origine una facilità di espressione che molto conta nella qualità delle sue opere. Da quando poi ha lasciato l’attività lavorativa, grazie al maggior tempo libero così ottenuto, si è gettato anima e corpo nella composizione soprattutto di poesie, presentate in diversi concorsi con risultati più che lusinghieri.

Versanti di-versi rientra in questa sua più recente produzione e costituisce un lavoro in cui ben risalta la duttilità dell’autore, accompagnata dai frutti di un’esperienza maturata nel tempo e che ha saputo sedimentare, uno strato dopo l’altro, così da ottenere una costruzione solida, ma anche al tempo stesso snella, come in I sogni che non ho fatto mai ( Respirano tra melodie impossibili / scritte da mano d’angelo all’istante / senza l’ausilio di nemmeno una / di quelle sette note che conosco / / E suonano, suonano incessanti / con i violini buffi ai quali poi darò / i nomi di fantastiche meduse / e posti sacri dove custodirli // E vibrano, vibrano da dio / toccando corde di chitarre vento / sicuramente meglio di certi cuori / intensi, innamorati da impazzire. // E odorano, odorano di rosa / la specie più esclusiva inesistente / aspettando che almeno li accarezzi, / i sogni che non ho fatto mai). Già a prima lettura si ha la sensazione di avere sotto gli occhi qualcosa di pregevole, anche se occorre almeno una seconda attenta osservazione per comprendere il motivo ed è in questo caso che ci si accorge del notevole lavoro introspettivo svolto dall’autore, che non si ferma all’apparenza del verso, ma che scava per esporre un concetto di certo non di facile comprensione. Al riguardo mi sembra di aver capito che Zucchi intenda dire che la perfezione di quei sogni che non sono realizzati è in grado di superare ciò che in realtà è l’amore umano, in cui la passione concreta, reale, è spesso caotica, imperfetta, mentre la melodia del sogno che non si è mai fatto è celestiale, tanto da tendere al misticismo; se proprio si vuole sintetizzare si può dire che nella poesia si esalta l’ideale rispetto al reale e in tal senso il nostro io, lo scrigno segreto di ogni individuo, non è formato solo da ciò che siamo stati, cioè da eventi vissuti e di cui abbiamo memoria, ma anche da tutto quello che avremmo potuto realizzare o anche solo immaginare. La conseguenza di questo concetto è un invito a osare, a non temere e non mettere limiti a quelle che sono le nostre potenzialità e di cui spesso non conosciamo la portata, in un autentico trionfo della più ampia libertà creativa.

E questo è solo uno dei temi affrontati, perché come ho accennato ce ne sono molti altri, di caratteristiche più liriche come quelli della madre, senza però mai trascendere, versi venati dalla malinconia per la persona che non c’è più, ma che non sono gridati, sono sussurrati, acquarelli dipinti in punta di pennello (.../ Disegnami un sorriso / quand’è inceppato il mio cammino, / assorto io a contemplare i bordi / dimenticando di puntar la meta, / la vita, come tu l’hai definita. / …).

Potrei andare avanti ancora, perché spunti non mancano, anzi abbondano, ma il tempo è tiranno e poi, a essere sinceri, più delle mie parole contano – e cantano - i versi di questa raccolta, da leggere, senza dubbio.

Aurelio Zucchi è nato il 7/2/1951 a Reggio Calabria. Città nella quale ha vissuto fino al conseguimento del diploma di Geometra. Dal 1970 vive a Roma. E’ sposato con Rosaria Caporilli e ha due figli, Gabriele e Simone. Come scrittore ha esordito con “Viaggio in V classe” (Edizioni Il Filo, Prefazione di Pietro Zullino. Questo romanzo, pubblicato nel 2006, rappresenta per lui un valore assoluto. Notevole è la produzione soprattutto di poesie e numerosi e di rilievo i premi vinti in concorsi letterari.

Renzo Montagnoli

 

 

 

 

16 Gennaio

Storia d’amore e d’archeologia

di Marinella Fiume

Algra Editore

Narrativa

Pagg. 172

ISBN 978-88-9341-861-4

Prezzo Euro 14,00

 

La magia di Casa Cuseni

Se c’è una caratteristica di Marinella Fiume è quella di dare vita a opere che si contraddistinguono innanzi tutto per l’originalità. E anche questa Storia d’amore e d’archeologia procede su un triplice binario, una linea ideale in cui coesistono, senza mai stridere, la narrativa, la biografia e anche la saggistica. Probabilmente se nel raccontare di questo strano idillio fra l’inglese Daphne Phelps e il rumeno Dinu Adamesteanu avesse privilegiato la sua fertile creatività sarebbe nata una prosa magari leggibile, ma di interesse limitato; invece nell’inquadrare la vicenda nel panorama paradisiaco di Taormina e in particolare nella Casa Cuseni, ereditata dalla protagonista dallo zio e utilizzata come residence in cui affluirono parecchi artisti di nazionalità diverse, l’autrice catanese finisce con il dar vita a un ibrido che presenta particolari motivi di interesse, in pratica offrendoci uno spaccato di vita in cui realtà e fantasia coesistono abilmente, senza mai venire in contrasto. I due personaggi poi sono caratterizzati da un destino comune, quello di essere, per motivi diversi, degli esuli, che in Sicilia trovano una seconda patria e le cui attività sono fortemente simboliche. Infatti l’archeologo rumeno nel praticare gli scavi è come se fosse alla ricerca delle proprie radici, mentre per quanto concerne la neuropsichiatra inglese occuparsi assiduamente della villa può apparire come una forma di amore culturale verso la terra che la ospita. L’idea poi che a raccontare il tutto sia la nipote di un’amica di uno dei due personaggi, cioè di Daphne, presenta il notevole vantaggio di un terzo che, venuto dopo, scava come archeologa e scopre gli aspetti del passato, rappresentato soprattutto da un plico di lettere legate da un nastro rosso che la Phelps conservò gelosamente fino alla sua morte.

Non era facile far convivere tre generi letterari, ma Marinella Fiume ha escogitato un sistema a quadri, una progressione in cui ognuno parla di sé nel contesto generale, probabilmente frutto dell’osservazione delle pale d’altare, dove a quadri sono rappresentate vite di santi, oppure quella di Gesù Cristo.

L’escamotage è tale da rendere non greve la lettura e da consentire al lettore di volta in volta di fare il punto della situazione, con opportune riflessioni.

Se le figure dei due protagonisti per cause diverse possono costituire motivo di interesse, credo che la centralità del libro risieda nella villa, inquadrata in un ambiente che all’epoca doveva essere stupendo nella sua naturalezza, un coacervo di elementi che come un fiore richiamava artisti da tutto il mondo, una sorta di divinità a cui si tendeva per ritemprarsi, per trovare nuove idee, un Eden in terra che leggendo ci sembra di toccar con mano.

Inoltre, e questo sì era scontato, Marinella Fiume ha avuto una particolare attenzione per la protagonista, confermando così la sua vocazione di parlare di donne, cogliendone la sensibilità e il fascino, mettendo in luce una forza che è propria dell’essere femminile.

Pagina dopo pagina ci si immerge in questo crogiolo di natura, di arte, di sensibilità e viene spontaneo il desiderio di fare un salto là, magari sperando in un cenacolo artistico che ora non c’è più, ma che forse traspira dai muri di quella villa in cui non risuonano più le voci di scrittori e di pittori, ma che ha avuto un destino benigno, essendo diventata un museo, uno scrigno prezioso di cultura.

Marinella Fiume, nata a Noto (Sr), laureata in Lettere classiche all’Università di Catania, dottore di ricerca in Lingua e Letteratura italiana, è stata per due legislature Sindaca del Comune di Fiumefreddo di Sicilia (Ct), cittadina sulla costa jonico-etnea dove risiede. Impegnata sul fronte della cultura della legalità e dei diritti delle donne, tra le sue pubblicazioni: la cura di Siciliane Dizionario biografico (2006), Sicilia esoterica (2013), Di madre in figlia – Vita di una guaritrice di campagna (2014), La bolgia delle eretiche (2017), i racconti Ammagatrìci (2019), Le ciociare di Capizzi (2020).

Renzo Montagnoli

 

 

 

8 Gennaio

Cattolici e ribelli.

Storie della Resistenza nel Mantovano (1943 – 1945)

di Giovanni Telò

Edizioni Il Rio

Storia

Pagg. 248

ISBN 9791259891068

Prezzo Euro 20,00

 

La Resistenza dei cattolici nel mantovano

E’ indubbia la valenza della Resistenza, tanto che fra le mie letture sono numerose quelle di libri, soprattutto saggi storici, che affrontano questo tema così importante. Purtroppo sono pochi quelli che ne parlano relativamente al fenomeno nel mantovano, anche perché la piattezza della pianura rendeva molto difficile ed estremamente rischioso svolgere un’attività insurrezionale attiva, con i colpi di mano che sarebbero avvenuti solo allo scoperto e con la pressoché totale assenza di sicure basi in cui riparare. Questo è solo uno dei due motivi che mi ha spinto a leggere il saggio di Giovanni Telò, vale a dire per conoscere qualcosa di più di quanto accaduto nella mia provincia dall’8 settembre 1943 alla fine dell’aprile del 1945; l’altro è invece una naturale curiosità per sapere come, più che i cattolici laici, il clero mantovano ebbe a comportarsi. Tengo a precisare relativamente a questo ultimo scopo che ero già a conoscenza del comportamento di alcuni sacerdoti, come per esempio monsignor Egidio Mazzali, anche perché amico di famiglia, e comunque di pochi altri. Mi importava anche sapere il ruolo svolto dagli esponenti del clero che parteciparono alla Resistenza e leggendo questo saggio mi ha confortato la conferma che il loro impegno fu civile; non spararono di certo, ma, pur rischiando parecchio, si impegnarono nel soccorso ai combattenti, nella protezione degli ebrei, nel dar vita a cellule resistenziali.

Giovanni Telò ha effettuato una ricerca storica minuziosa e il risultato è un elaborato che così come è strutturato non è per niente greve, anzi è avvincente; emergono figure luminosissime, come don Costante Berselli e don Eugenio Leoni, che si contrappongono a un personaggio che di certo non si può dire un buon cristiano, come monsignor Domenico Menna, vescovo di Mantova dal 1928 al 1954, figura legata al fascismo che ebbe sempre a sostenere. Tuttavia, se giustamente questo elemento negativo della Chiesa viene evidenziato e Telò gli dedica parecchie pagine, rifulgono numerose le figure di modesti e umili preti, il che dimostra come il vescovo fascista sia stato, almeno nel clero mantovano, un’eccezione negativa.

I cattolici, cioè coloro che cercarono di mettere in pratica il credo religioso e quindi fra questi non solo gli ecclesiastici ma anche i laici, furono certamente in numero minore fra i partigiani italiani, ma furono comunque importanti, dando un contributo militare, civile ed esistenziale di notevole portata, rischiando come gli altri, anche immolandosi per un mondo più giusto. Ebbero le loro formazioni combattenti, le Fiamme Verdi, e non pochi pagarono la loro ribellione con la prigionia nei lager tedeschi, come Don Berselli a Dachau, o addirittura con la morte, non sempre in battaglia, ma con la fucilazione dopo inenarrabili torture.

Secondo me Cattolici e ribelli è un lavoro di rilevante importanza, meticoloso, obiettivo, scritto in modo lieve, in cui, come dice anche Giovanni Telò, l’intenzione non era di narrare una storia, ma tante singole storie di persone che in quel momento così tragico seppero esprimere il loro deciso dissenso dalla ferocia e dalla violenza, conservando la fede e sempre dimostrando coraggio e umanità.

Da leggere, senza ombra di dubbio.

Giovanni Telò, nato a Castel Goffredo (Mantova) nel 1954, è sacerdote e parroco della diocesi di Mantova. Laureato in Scienze politiche, giornalista dal 1978, ha svolto l'attività  pubblicistica presso alcuni giornali e riviste a Mantova, Milano e Roma. Dal 1996 al 2007 è stato vicedirettore del settimanale diocesano La Cittadella (Mantova). Studioso di storia della Chiesa nell'età  contemporanea, ha pubblicato diversi studi, tra cui Chiesa e fascismo in una provincia rossa. Mantova 1919-1928Con la lucerna accesa. Vita e assassinio del maestro mantovano Anselmo Cessi (1877-1926)I cattolici mantovani tra guerra e Resistenza (1940-1945); Cattolici e ribelli (1943 - 1945). Collabora con l'Istituto mantovano di Storia contemporanea, anche come componente del Consiglio direttivo.

Renzo Montagnoli

 

 

 

 

2 Gennaio

Colpire Mussolini.

Gli attentati al duce e la costruzione della dittatura fascista

di Mimmo Franzinelli

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Saggistica storica

Pagg. 360

ISBN 9788804786900

Prezzo Euro 24,00

Gli attentati pretesto per consolidare la dittatura

Mimmo Franzinelli è attualmente il miglior studioso del periodo fascista, tema che mi interessa in modo particolare, tanto che piano piano sto leggendo tutti i libri dello storico bresciano, lavoro improbo perché la produzione è molto feconda e così accade che le uscite siano piuttosto frequenti (solo nel corrente anno Gli artigli del condor e Colpire Mussolini). L’ultimo, appunto Colpire Mussolini, che abbraccia un periodo che va dal 1925 al 1926, si focalizza su quattro attentati falliti contro Mussolini, analizzandoli in modo tutt’altro che superficiale, trattandosi di eventi determinanti a seguito dei quali vi fu l’inasprimento della dittatura fascista.

E’ indubbio che il lavoro preparatorio deve essere stato particolarmente gravoso, volto a chiarire ogni aspetto dei fatti, non limitandosi quindi alle cronache giornalistiche dell’epoca. E’ doveroso riconoscere che il frutto di questa fase propedeutica ha il pregio non indifferente di presentare una narrazione capillare, corredata dai necessari approfondimenti e riflessioni, senza tuttavia risultare greve, circostanza di notevole pregio, trattandosi di un saggio storico e non di un romanzo. La lettura diventa così appassionante, visto che anche i quattro attentati hanno motivazioni ed esecuzioni diverse. Numerose pagine sono dedicate al tentativo di Tito Zaniboni, questo mantovano socialista, pacifista e poi con l’entrata in guerra nel 1915 diventato un eroe plurimedagliato. Nonostante abbia tentato più volte un avvicinamento al fascismo dall’ala destra del Partito Socialista, Zaniboni organizzò, in verità malamente, un attentato a Mussolini, un’azione che avrebbe dovuto essere violenta e che invece non lo fu perché venne arrestato ancor prima di imbracciare il fucile con il quale intendeva sopprimere il dittatore. L’analisi svolta da Franzinelli è molto accurata e si spinge anche ad approfondire il carattere del mancato attentatore, così che risultano delle strane somiglianze con quello di Mussolini, dalla comune origine politica ed entrambi individualisti e narcisisti.

Il tentativo di Violet Gibson, che per circostanze fortuite si concluse solo con una ferita di striscio al naso del Duce, ha origini ben diverse, data l’acclarata infermità di mente della donna, tanto che per tale motivo venne assolta dal tribunale ed espulsa verso l’Inghilterra; l’attentato comunque provocò un’ondata di sdegno in Italia e contribuì a rafforzare la figura di Mussolini in un periodo per lui negativo a seguito del rapimento e omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti.

Gino Lucetti fu quello che tentò di sopprimere il dittatore con una bomba lanciata l’11 settembre 1926 contro l’auto che trasportava Mussolini da casa sua a Palazzo Chigi; sfortunatamente l’ordigno rimbalzò, cadde a terra, dove esplose ferendo otto passanti. L’attentatore fu condannato a 30 anni di carcere, ma nel 1943 fu liberato dagli alleati, concludendo da lì a poco la sua esistenza come vittima di un bombardamento. Anche in questo caso le circostanze e le complicità non furono mai completamente chiarite, pur figurando fra gli arrestati e poi condannati altri due anarchici come Lucetti.

L’ultimo attentato cronologicamente avvenne il 31 ottobre 1926, per mano di Anteo Zamboni, considerato un pericoloso anarchico, ma se anche un ragazzino di 15 anni forse può essere pericoloso, è lecito tuttavia dubitare delle sue scelte politiche. Certo, era figlio di un ex anarchico che per opportunità era diventato fascista, ma mi resta il dubbio che altri abbiano armato la mano di Anteo, non escludendo la possibilità che si sia trattata di una cospirazione di una frangia fascista. Gli andò male, nonostante avesse mirato bene, ma la buona stella di Mussolini nella circostanza fece gli straordinari. Il ragazzo venne praticamente linciato subito, strana circostanza, perché in genere si tende a catturare il colpevole per conoscere se ci sono dei complici, e forse non si voleva che i nomi di questi venissero alla luce. Ne pagarono invece le conseguenze, e in modo pesante, i familiari, pur senza averne la minima colpa.

Alla fine di questo periodo di attentati il risultato fu che il popolo italiano si compattò intorno a Mussolini; inoltre, circostanza ben più importante, costituirono il pretesto per l’emissione di leggi speciali che sancirono la definitiva affermazione della dittatura, in presenza di un antifascismo inerte e diviso. Fu in questo modo che vennero sciolti tutti i partiti e le associazioni di opposizione, fu soppressa la libertà di stampa, fu istituita la pena di morte e venne creato il Tribunale speciale per la difesa dello stato.

Il saggio di Franzinelli è un’opera di indubbio valore, molto ben documentata e altrettanto ben scritta, e conferma ancora una volta la grande valenza dello storico bresciano.

Mimmo Franzinelli (Cedegolo, 1954) studioso del fascismo e dell´Italia repubblicana, componente del comitato scientifico dell'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione "Ferruccio Pari", è autore di numerosi libri, fra cui: per Bollati Boringhieri, I tentacoli dell´Ovra (1999, premio Viareggio 2000), Rock & servizi segreti (2010) e Autopsia di un falso. I Diari di Mussolini e la manipolazione della storia (2011); per Mondadori, L´amnistia Togliatti (2006), Il delitto Rosselli (2007), Beneduce. Il finanziere di Mussolini, con Marco Magnani (2009), Il Piano Solo (2010), Il prigioniero di Salò (2012), Tortura (2018); per Rizzoli, La sottile linea nera (2008). Con Feltrinelli ha pubblicato: La Provincia e l´Impero. Il giudizio americano sull´Italia di Berlusconi, con Alessandro Giacone (2011), Delatori. Spie e confidenti anonimi: l´arma segreta del regime fascista (UE 2012), Il Giro d'Italia. Dai pionieri agli anni d'oro (Feltrinelli, 2013), - per gli Annali della Fondazione Feltrinelli - Il riformismo alla prova. Il primo governo Moro nei documenti e nelle parole dei protagonisti (ottobre 1963-agosto 1964), con Alessandro Giacone (2013) e Fascismo anno zero (Mondadori 2019), Croce e il fascismo (Laterza 2024), Mussolini racconta Mussolini (Laterza 2024), Colpire Mussolini (Mondadori, 2025); con Marina Cardozo: Gli artigli del Condor (Einaudi, 2025)

Renzo Montagnoli

 

 


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