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10 Maggio

L’eroe di Trafalgar

di Bernard Cornwell

Longanesi Edizioni

Narrativa

Pagg. 425

ISBN 9788830421301

Prezzo Euro 18,00

Sharpe, eroe anche sul mare

In genere amo leggere libri piuttosto impegnativi, con lo scopo di arricchire la mia cultura, ma ogni tanto sento la necessità di svagarmi, di accostarmi a romanzi che non richiedano sforzi particolari per l’apprendimento, e al riguardo ci sono autori che ritengo idonei allo scopo. Fra questi figura Bernard Cornwell, narratore inglese prolifico, autore di serie di successo, fra le quali c’è Le avventure di Richard Sharpe, articolata fino a ora in ben 26 romanzi fra i quali è giunto per me ora il turno di L’eroe di Trafalgar. Sharpe è un personaggio che mi piace, ma mi attrae anche la celebre battaglia sul mare fra la flotta inglese e quelle alleate francesi e spagnole, conclusasi come noto con la vittoria della prima, però con la morte del suo comandante supremo Orazio Nelson.

Qui il protagonista, Richard Sharpe, è un sottotenente di fanteria, promosso a questo rango per aver salvato in battaglia un generale; è un uomo del popolo, ben poco istruito, senza famiglia, tanto più che era un trovatello, e che in guerra riesce a dare il meglio di sé. Nel romanzo lo vediamo partire dall’India per tornare in Inghilterra, in un viaggio che più avventuroso di così è difficile trovare, visto che ne succedono di tutti i colori nella lunga traversata che si conclude nel libro con la celebre battaglia di Trafalgar dove Richard Sharpe dimostra ancora una volta tutto il suo valore di guerriero. Sull’abilità di narratore di Bernard Cornwell c’è poco da dire, perché ancora una volta l’autore si dimostra abile nel confezionare trame avventurose, con descrizioni di battaglie che si materializzano davanti agli occhi del lettore come in una pellicola cinematografica; il ritmo poi è incalzante e i personaggi sono ben delineati. Troviamo infatti, oltre al nostro eroe, un comandante di marina che gli è amico, una bella signora con cui avvierà una relazione mettendola incinta, con il marito di lei che è un insulso aristocratico che guarda tutti dall’alto in basso e che ha un segretario che sinceramente è talmente odioso che non si può che desiderarne la morte; poi ci sono delle figure minori, più spalle che comparse, che animano con la loro presenza la scena, come alcuni marinai, ufficiali di marina inglesi, fra i quali Nelson, e addirittura il comandante di una nave da battaglia nemica.

Certo i caratteri sono appena abbozzati, nel senso che non si va in profondità, ma del resto questo rimanere in superficie, unito al fatto che queste figure, come i protagonisti principali, sono solo buone, oppure cattive, è compensato dallo sviluppo della vicenda senz’altro assai interessante e avvincente.

Si tratta di una lettura abbastanza veloce, nonostante le 425 pagine, e talmente appagante da meritare di essere consigliata.

Bernard Cornwell (Londra, 23 febbraio 1944) dopo aver lavorato per anni alla BBC si è dedicato alla narrativa e, oltre alla serie di romanzi avventurosi ottocenteschi incentrati sul personaggio di Sharpe (I fucilieri di SharpeLa sfida della tigreAssalto alla fortezzaL'eroe di TrafalgarSharpe all'attaccoLe aquile di Sharpe e L'oro di Sharpe), pubblicati da Longanesi, ha scritto moderne avventure di mare (Scia di fuoco e Figlia della tempesta).
Ha trovato la più fortunata delle sue ispirazioni nelle saghe di avventure medioevali.

Dopo la trilogia di L'arciere del re (Longanesi, 2001), Il cavaliere nero (Longanesi, 2003) e La spada e il calice (Longanesi, 2004), ha dato vita a un'appassionante epopea ambientata tra l'Inghilterra e i mari del Nord durante il primo medioevo: 

L'ultimo re (2006), Un cavaliere e il suo re (2007), I re del Nord (2008), Il filo della spada (2009), Il signore della guerra (2010), La morte del re (2012) e Il re senza dio (2014), La congiura dei fratelli Shakespeare (2019), La spada dei re (2021) e La conquista di Parigi (2023), tutti pubblicati da Longanesi.
Alla saga di Excalibur appartengono
 Il re d'inverno e Il cuore di Derfel, ripubblicati da Longanesi, presso cui sono usciti anche L'arciere di AzincourtL'ultima fortezza, L'ultimo baluardo.

Renzo Montagnoli

 

 

 

3 Maggio

Il coraggio della signora maestra

ovvero, Storia partigiana di ordinario eroismo

di Renzo Bistolfi

Edizioni TEA

Narrativa

Pagg. 288

ISBN  9788850269273

Prezzo Euro 11,40
 

Una spia fra i partigiani

Dato che è già il terzo romanzo che leggo scritto da questo autore credo proprio che sia uno di quelli capaci di fidelizzare i propri lettori e raggiunge questo risultato con facilità e semplicità, grazie a un’attenta caratterizzazione dei protagonisti e a una notevole capacità di ricreare atmosfere di un passato, il tutto con uno stile sobrio, non ridondante, accompagnato da una stretta coerenza con i fatti nel tessere la trama gialla.

Anche questo che ho appena ultimato di leggere, Il coraggio della signora maestra, non sfugge alle regole che ho prima delineato, con una vicenda che si alterna fra il 1944 e il 1961, flashback ricorrenti, ma mai fastidiosi o dispersivi, strettamente correlati fra loro, non una riga di troppo, né una riga di meno. Il periodo in cui ha inizio la storia è quello della seconda guerra mondiale, nel secondo anno dell’occupazione tedesca e si svolge soprattutto in Piemonte nell’ambito del fenomeno resistenziale. C’è una giovane e bella maestra partigiana che sventa un terribile attentato dei tedeschi e c’è una spia, responsabile di tanti lutti. Questa riuscirà a sfuggire alla giusta punizione dei patrioti, rifacendosi una vita rispettabile sotto altra nome, ma verrà scoperta, grazie alla signora maestra e alla collaborazione decisiva delle tre sorelle Devoto, che sono ormai dei personaggi fissi nei romanzi di Renzo Bistolfi. In questa vicenda si innesta anche quella del marito della maestra e di alcuni suoi colleghi di lavoro, presi come capri espiatori insieme ad altri dallo stabilimento in cui lavorano a Genova, messi su un treno merci con i vagoni piombati e con destinazione un campo di concentramento, quello di Mauthausen in Austria; dopo non poche peripezie, riusciranno a fuggire lungo il percorso e a ritornare vicino a casa, ma in località più sicure.

Questa volta, oltre ai consueti elementi positivi, di cui più volte ho accennato, c’è una trama gialla molto ben azzeccata e una capacità non da poco di ricorrere nella narrazione, sebbene in modo alternato, a epoche diverse.

E’ inutile che aggiunga che Il coraggio della signora maestra mi è piaciuto molto e che, oltre a trascorrere piacevolmente alcune ore, mi ha indotto a delle costruttive riflessioni sull’incapacità di sfuggire al proprio destino, nonostante si sia data una svolta diversa alla propria vita.

Renzo Bistolfi, nato a Genova nel 1954, è stato uno scrittore italiano. Appassionato di teatro, ha fatto l'attore in una compagnia amatoriale. Dal 2007 ha cominciato a scrivere e pubblicare le storie che lo hanno sempre appassionato, distinguendosi anche come talentuoso narratore di audioblibri.
Fra i suoi romanzi si ricordano: 
Il fantasma della palazzetta (Lampi di Stampa, 2010), I garbati maneggi delle signorine Devoto ovvero un intrigo a Sestri Ponente (Tea, 2015), Il coraggio della signora maestra (Tea, 2016), Le spedizioni notturne delle Zefire (Tea, 2019), L'ultima briscola (Tea, 2020), In vacanza con la zia Colomba (Tea, 2023), Quel signore così per bene. Ovvero, tanto rumore per nulla (Tea, 2024). 
Renzo Bistolfi si è spento nel 2024.
«Le cose che invece mi affascinano sono i luoghi e il periodo storico in cui faccio affluire la vicenda. Genova è la protagonista indiscussa e le mura domestiche dei palazzi, assieme alle relazioni con i personaggi, sono gli elementi indissolubili dei mie romanzi.» - Renzo Bistolfi, Il Secolo XIX

Renzo Montagnoli

 

 

 

 

22 Aprile

Una giornata nell’antica Roma

Vita quotidiana, segreti e curiosità

di Alberto Angela

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Saggio storico

Pagg. 331

ISBN 9788804666684

Prezzo Euro 15,00

Come era la vita nell’antica Roma

Di Alberto Angela ho già letto I tre giorni di Pompei, un saggio storico di rara bellezza, frutto della sua abilità di divulgatore che in tanti abbiamo avuto modo di sperimentare grazie ai documentari per la televisione dallo stesso realizzati. Se l’approccio con il mezzo televisivo è sempre stato ampiamente positivo, meno scontata appare la possibilità di soddisfare allo stesso modo con il libro.

Invece, anche scorrendo le pagine di I tre giorni di Pompei e di Una giornata nell’antica Roma non si può che apprezzare la completezza di queste pubblicazioni, congiunta all’importante aspetto della gradevolezza. Lo stile snello, la capacità di attrazione è la stessa che si riscontra nei suoi documentari, tanto che più facilmente, leggendo, si materializza quanto scritto, con in più il vantaggio che è lasciato ampio spazio alla propria fantasia.

Penso che sia del tutto naturale sapere come si vivesse nella Roma imperiale, nel caso specifico all’epoca di Traiano, anche perché è immediato il confronto con l’epoca attuale, tanto che sono possibili verificare le coincidenze e ovviamente anche le divergenze. Non si tratta di fare una scialba osservazione della vita degli antichi romani, in una sorta di Grande Fratello dell’epoca, si tratta invece di capire l’origine di usi, di abitudini odierne, di scoprire un mondo lontano, ma non per questo primitivo.

Come vivevano, dove vivevano, come era la giornata tipica, distinguendo fra i ricchi patrizi e i poveri plebei, insomma un documentario su carta di un viaggiatore del XXI secolo che ha la possibilità di aggirarsi in incognito nell’Urbe del I secolo dopo Cristo.

In una città di oltre un milione di abitanti, la più grande di quelle del mondo conosciuto all’epoca, il visitatore comincia la sua giornata all’alba, anzi un po’ prima, quando c’è chi per lavoro si alza che ancora fa buio. Camminare per le vie non è facile ed è pericoloso, perché salvo rari casi non c’è illuminazione pubblica, e nell’ombra così si aggirano pressoché invisibili ladri, rapinatori e assassini. Quindi è quasi d’obbligo riparare in una casa, magari in un palazzo patrizio, generalmente esteso su un unico piano e lì cogliere il risveglio dei suoi abitanti, sia che essi siano gli schiavi, sia che siano i padroni.

Ovviamente ben diverse sono le dimensioni e le qualità abitative di chi vive nelle insule, cioè nei condomini dell’epoca, che potevano alzarsi fino a 21 metri. Riservati ai meno abbienti, tranne i primi due piani, lì tutto faceva pensare a un vespaio, con condizioni di vita assai disagiate, ma anche lì c’erano dei risvegli, come a ogni alba, visto che i Romani si coricavano abbastanza presto e si alzavano di conseguenza prima. I comportamenti fra chi si levava nel palazzo patrizio e chi si alzava nel piccolo appartamento dell’insula erano sostanzialmente gli stessi, con una vestizione che di norma non era preceduta dalle abluzioni, e non perché la gente fosse sporca, ma perché, difettando spesso gli stabili di acqua corrente, si preferiva operare in proposito in una delle tante terme. Come erano arredati i locali, gli abitanti cosa indossavano, insomma mi piacerebbe proseguire, ma correrei il rischio di essere eccessivamente prolisso, oltre che di appassionare meno della scrittura di Angela, anche perché la giornata è lunga e siamo appena agli inizi. Al fine di non dilungarmi ulteriormente basta che sappiate che c’è proprio tutto, dall’amministrazione della giustizia alle attività mercantili, dalla lingua parlata al sesso, esposto in modo lieve e non pedante, un autentico gradimento per il lettore.

Ero sicuro che Una giornata nell’antica Roma non mi avrebbe deluso, quello che però non immaginavo è che mi piacesse così tanto al punto di essere presente idealmente in quel mondo, in mezzo a quella gente, sempre più curioso di conoscere, di vedere, in buona sostanza di sapere.

Le pagine, più che scorrere, corrono verso la fine del libro e della giornata, con visioni e notizie che si affastellano, con voci che sembra di udire e con ore che fuggono, anche se non è facile sapere l’ora della giornata, dati gli orologi dell’epoca, clessidre e meridiane, ma non fa niente, si segue il sole per arrivare alle ore del buio affaticati, ma estremamente soddisfatti.

Da leggere, senz’altro.

Alberto Angela (Parigi, 8 aprile 1962), laureato in Scienze Naturali, ha seguito numerosi corsi di specializzazione nelle università degli Stati Uniti. È autore e conduttore di programmi televisivi di successo, fra cui "Superquark", "Ulisse" e "Passaggio a Nord Ovest". Gli è stato attribuito nel 2017 il Premio èStoria alla divulgazione. Tra i libri che ha pubblicato ricordiamo: Musei (e mostre) a misura d'uomo (Armando, 1988) e vari libri assieme al padre Piero Angela fra cui La straordinaria storia di una vita che nasce - 9 mesi nel ventre materno (RAI-Eri-Mondadori, 1996), Squali (Mondadori, 1997), Viaggio nel Cosmo (Mondadori, 1998), Un viaggio nell'antica Roma (Mondadori 2007), Impero (Mondadori 2010), Amore e sesso nell'antica Roma (Mondadori 2012), I bronzi di Riace. L'avventura di due eroi restituiti dal mare (Rizzoli 2014), San Pietro. Segreti e meraviglie in un racconto lungo duemila anni (Rizzoli 2015) Gli occhi della Gioconda (Rizzoli 2016), Cleopatra. La regina che sfidò Roma e conquistò l'eternità (HarperCollins Italia 2018). Nel 2019 per RaiLibri pubblica Meraviglie. Alla scoperta della penisola dei tesori. Con Harper Collins nel 2020 ha pubblicato L'ultimo giorno di Roma, il primo volume di una trilogia su Nerone, a cui seguono L'inferno su Roma (2021) e Nerone. La rinascita di Roma e il tramonto di un imperatore (2022).

Renzo Montagnoli

 

 

 

 

17 Aprile

Vita di Andrea Mantegna pittore

di Roberto Brunelli

Tre Lune Edizioni

Biografia

Pagg. 96

ISBN 978-8889832059

Prezzo Euro 9,90
 

La vita di un grande artista

Andrea Mantegna, nato a Isola di Carturo (PD) nel 1431, morto a Mantova il 13 settembre 1506, di professione pittore. Scritto così sembrerebbe parte della carta di identità di un uomo qualsiasi, magari eccellente e pure di successo, ma quel pittore da solo non rende onore e merito a uno dei più grandi artisti che siano apparsi sul pianeta, grande per la tecnica innovativa, grande perché le sue opere, che ci sono pervenute solo in parte, denotano un estro creativo che potremmo definire, tanto è elevato, addirittura divino. Se conosciamo Andrea Mantegna attraverso i suoi quadri e i suoi affreschi, però non molto, anzi poco sappiamo sulla sua vita. Ecco perché assume particolare valore la biografia che ha scritto Roberto Brunelli, un lavoro metodico di ricerca nel tentativo anche di correlare esperienze di vita alle opere realizzate.

Andrea Mantegna nasce a Isola di Carturo, un paesino in provincia di Padova di nessun interesse e che è diventato famoso solo perché ha dato i natali a questo grande artista. Non è di famiglia ricca, anzi, a dirla tutta, povera, con il padre che cerca di combinare per la famiglia il pranzo con la cena svolgendo l’attività di falegname. Il destino del giovane Andrea non è di andare a bottega di un pittore famoso, ma di imparare il mestiere del sarto, con apprendimento nel laboratorio dello Squarcione a Padova sito in posizione centralissima. Il padrone insegna ai giovani allievi anche i rudimenti della pittura, di cui pure si diletta e della quale è un esperto al punto che viene chiamato nelle compravendita di opere d’arte per delle stime. Per quanto sembri impossibile Mantegna, senza andare alla scuola di un pittore famoso, trova in sé una dote innata che lo porta presto a essere conosciuto e ben giudicato, al punto da aggiudicarsi un importante lavoro per la cappella degli Ovetari. Da cosa nasce cosa e ben presto fioccano gli ordini, sempre più importanti, fino alla chiamata di Ludovico marchese di Mantova per divenire pittore di corte, a cui da subito non aderirà, la sciando passare un po’ di tempo prima del fatidico sì, anche per ultimare i lavori già intrapresi.

Ludovico per aggiudicarselo fu prodigo di onori e prebende, al punto di accogliere la richiesta dell’artista di poter fruire di un titolo nobiliare e così Andrea Mantegna poté fregiarsi del titolo di conte. Il poter beneficiare di un rapporto di lavoro privilegiato e duraturo fu indubbiamente benefico per il pittore che riuscì così a esprimere con tranquillità e al meglio la sua arte, ma non è da credere che tutta la sua vita sia stata facile, soprattutto verso la fine, quando fu caratterizzata da consistenti difficoltà economiche e dall’apparizione di nuovi pittori orientati verso un classicismo più accattivante, così diverso dal suo particolarmente austero. Insomma, come sempre accade, al vecchio subentra il nuovo e chi resta ancorato a un certo stile che ha così praticato a lungo vede sfumare la sua fama, piano piano offuscata dalle nuove leve. Infatti nessuno dopo la sua morte ebbe a seguire la sua visione pittorica, fatta eccezione per il Correggio almeno da giovane e che, non a caso, decorò la cappella funebre del Mantegna in Sant’Andrea.

Degli eredi, cioè i figli, peraltro numerosi, solo i maschi seguirono le orme paterne, senza però mai eccellere.

Le opere realizzate sono di grande notorietà, prima fra tutte la Camera picta, cioè la camera sita nel castello di San Giorgio, meta di visita di tanti appassionati. E poi quel capolavoro del Cristo morto, che è possibile vedere a Brera, in cui prospettiva mirabile e realismo eccezionale danno vita a un quadro perfetto e di grande suggestione. Ovviamente ci sono altri dipinti, in notevole numero e tutti di grande pregio, ma in questa sede per brevità ho indicato solo i più noti.

La biografia che ha scritto Roberto Brunelli non è corposa, contando solo 96 pagine, ma è stata ben strutturata così che è possibile avere descritta tutta la vita del celebre pittore con la citazione anche delle sue opere, con un lavoro di sintesi che fa sì che non ci sia né una parola di troppo, né una di poco.

E’ quindi più che evidente che ne consigli la lettura.

Roberto Brunelli ( Piubega, 30 marzo 1938 – Mantova, 21 novembre 2022) è stato un religioso, critico d'arte e direttore del Museo diocesano di arte sacra Francesco Gonzaga, nonché autore di testi di argomento religioso, di storia dell'arte e di narrativa. Negli anni '80 ha collaborato con Mondadori come curatore e traduttore di alcuni titoli della popolare collana enciclopedica per ragazzi I grandi libri e come autore del Grande libro della Bibbia (1983). Fra le sue opere thriller ricordiamo “Delitto in sagrestia, la ricostruzione storica di “Giallo a corte”, dedicata ad alcuni delitti irrisolti di epoca gonzaghesca, “Requiem in rosso” e il racconto “Papa a sorpresa”, dove l'autore, prima della diffusione della notizia delle dimissioni di Benedetto XVI, ipotizzava che cosa sarebbe potuto accadere con le dimissioni di un pontefice. Nella sua opera ricorrono in particolare i saggi storici e artistici di argomento mantovano, oltre a un filone di narrativa noir.

Renzo Montagnoli

 

 

 

 

10 Aprile


Dammi per sempre giugno

di Beatrice Masini

Molesini Editore Venezia

Poesia

Pagg. 104

ISBN 9791281270275

Prezzo Euro 14,00


 

Il mondo di Beatrice

Pensate a una silloge poetica in cui si trasforma qualcosa di piccolo in qualcosa di grande, perché tutto ciò che ci circonda entra in noi con le emozioni che ci suscita e restando in noi assume una valenza crescente, da cosa grande. Sono tante queste cose e ognuna ha il suo senso, ognuna comporta delle sensazioni che la poetessa, l’autrice, Beatrice Masini, non ignota all’editoria, ma alla sua prima pubblicazione in versi, ci trasmette.

Ed è così per i Nomi (Si dice lama d’erba filo d’erba in inglese / lama come di una spada /…), per gli Animali, come la stupenda Poesia detta da un cane a un uomo (Quindicimila anni che ti aspetto / quindicimila e prima ero già lì / Quindicimila soli, lune e soli / Non so contarli meglio di così /…), per i Fiori (Com’è che l’ultima rosa d’inverno / non è mai l’ultima /…); per le Cose (Lascerò molti bottoni alla figlia / dicendole che un bottone serve sempre /…), per i Bambini ( Prendiamo il neonato / di poca memoria / che lascia la culla volando / …) per i Momenti (Ferragosto / compleanno di tutti / ozio deliberato / …), per le Persone ( Come saranno mai cento poesie d’amore / cento poesie uguale cento pagine / ,,,).

Non c’è cosa, non c’è aspetto che non rientri nel nostro mondo, un mondo fatto di tante piccole entità che per noi diventano grandi, gesti usuali che assumono nel tempo significati intensi, come nella poesia dedicata al padre (Quando è stata l’ultima volta / che hai chiuso la porta di casa / e non sapevi / Che era l’ultima /…), un gesto che torna alla memoria come qualcosa che deve rimanere, che non deve essere sottoposta a un reset, la malinconia di sapere, a posteriori, che non c’è stata un’altra uscita di casa, un tono struggente nel ricordo, una cosa da niente, una porta che si chiude, ma definitivamente e come tale qualcosa che da piccola diventa grande. Non ci accorgiamo se non inconsciamente di tutto quanto ci circonda, ma che può assumere una grande valenza, un significato che va oltre la caratteristica intrinseca e così se per andare fuori esci e chiudi la porta - chissà quante volte l’hai fatto - l’ultima rimane in noi come un commiato silenzioso.

E tutto viene espresso in punta di penna, non c’è spazio e nemmeno voglia di gridare, è il frutto di una constatazione, rende importante la quotidianità, ha un sottofondo armonico, musicale che accompagna e non sovrasta.

Il verso è libero, come ormai di consueto a partire dallo scorso secolo, ma la struttura è particolarmente curata e fa sì che la poesia sia armoniosa, impreziosita anche da tocchi di particolare e gradevole effetto, meritevoli di particolare apprezzamento anche perché non fini a se stessi.

Per concludere la mia opinione è che Beatrice Masini si racconti e ci racconti, ci ricordi che l’importanza di ogni cosa sta in noi; fa il tutto con delicatezza e con umiltà, tanto che la sua voce, che attraversa la pagina, è come i sussurri che portano le brezze marine.

Ascoltarla fa star bene, accoglie in noi la serenità profusa a piene mani nei versi di questa prima, e spero non ultima, silloge poetica.

Beatrice Masini (Milano 1962) ha fatto la giornalista per dieci anni (Il GiornaleLa Voce) prima di dedicarsi all'editoria di libri. Ha scritto e tradotto storie e romanzi per bambini, ragazzi e adulti. Tra i suoi libri Ciao, tu con Roberto Piumini (Bompiani, 1998), Tentativi di botanica degli affetti (Bompiani, 2013), Più grande la paura (Marsilio, 2019), Una casa fuori dal tempo (Mondadori, 2024), Bambini e giardini (Timpetill, 2025). Dammi per sempre giugno è la sua prima raccolta di poesie.

Renzo Montagnoli

 

 

 

 

4 Aprile

Lo scudo di Cristo.

Le guerre dell’impero romano d’Oriente

di Gastone Breccia

Laterza Editori

Storia

Pagg. V – 419

ISBN 9788858125830

Prezzo Euro 25,00

Bisanzio sul filo del rasoio

L’impero romano d’Oriente riuscì a vivere per oltre dieci secoli, pur fra grandi difficoltà derivanti dall’essere in uno stato di guerra senza fine, minacciati di continuo da altri popoli, quali i Goti, gli Unni, gli Slavi, i Persiani per ricordarne solo alcuni. La capitale, Costantinopoli, con le sue ricchezze e la sua bellezza esercitava un fascino indiscutibile sia nelle popolazioni barbare, sia negli stati organizzati, come per esempio la Persia, e quindi un conflitto seguiva l’altro, da cui tuttavia l’Impero riusciva a uscire vincitore, pur patendo anche qualche sconfitta senza che questa si tramutasse in disfatta, e ciò per merito del proprio esercito, lontano nel tempo, ma anche nell’organizzazione e nell’armamento da quello di Augusto. In particolare, considerata la notevole estensione territoriale dell’impero, onde non assoldare centinaia di migliaia di soldati, con inevitabili effetti negativi sulle casse statali, si provvide a organizzare l’esercito su tre livelli, di cui il primo con dei distaccamenti di numero non consistente di militari nei punti più a rischio della frontiera; se questi non fossero riusciti a fermare l’invasore altre truppe più ragguardevoli erano nelle retrovie pronte a intervenire e infine al centro del territorio stavano due armate poderose in funzione di riserva e di massa di manovra. La struttura si rivelò efficace e fu introdotta all’indomani della disfatta di Adrianopoli del 378, che vide i Goti sterminare l’esercito romano uccidendo anche l’imperatore Valente.

Il saggio storico di Gastone Breccia parla dei fatti militari che interessarono l’impero in un periodo di tempo che va dal IV al IX secolo e che ricomprende quindi anche la vittoriosa campagna italica voluta da Giustiniano, tesa a liberare lo stivale dall’occupazione degli ostrogoti, grazie alle truppe ben condotte da Belisario e da Narsete. A questa guerra fuori dai confini l‘autore dedica giustamente diverse pagine, perché al di là del risultato militare è chiara l’idea dell’imperatore romano d’oriente di far risorgere Roma, insomma di pervenire a un unico stato. Apro un attimo una parentesi per rammentare l’importanza di Giustiniano come legislatore, perché è a lui che si deve il Corpus iuris civilis, vale a dire una raccolta omogenea delle leggi romane e che ancora oggi è alla base del diritto civile, e con questo chiudo la parentesi.

Se il periodo di regno di Giustiniano con le sue conquiste fu il più proficuo, in seguito Bisanzio fu costretta a una continua lotta per sopravvivere, con l’aggravante di aver visto le sue finanze ridotte al lumicino a causa delle ingenti spese per la guerra portata in Italia. Fu addirittura sul punto di crollare all’epoca in cui era imperatore Maurizio, che fece anche una brutta fine, e poi dato che ai guai se ne sommano sempre altri ci furono successori del tutto incapaci; con Eraclio I le cose sembrarono andare meglio, nonostante che l’impero dovesse subire l’invasione dei persiani, ma ci fu una reazione positiva con un’autentica riscossa.

Comunque l’Impero romano d’Oriente riuscì a sopravvivere nonostante dovesse procedere sempre sul filo di un rasoio e occorrerà attendere la metà del X secolo per vedere un suo riscatto con delle corpose controffensive ben condotte da grandi condottieri come Niceforo II e Basilio II, con le quali i confini tornarono a essere ampliati.

Lo scudo di Cristo è un libro che si legge con vero piacere, un saggio storico per nulla greve e che consiglio senz’altro.

Gastone Breccia (Livorno, 19 novembre 1962) insegna Storia bizantina e Storia militare antica nell'Università di Pavia. Con il Mulino ha pubblicato: «Le guerre afgane» (2014), «1915: l'Italia va in trincea» (2015), «Guerra all'Isis. Diario dal fronte curdo» (2016), «Corea, la guerra dimenticata» (2019), «Missione fallita. La sconfitta dell'Occidente in Afghanistan» (2020), «Le guerre di Libia. Un secolo di conquiste e rivoluzioni» (con S. Marcuzzi, 2021), «L'arte della guerriglia» (nuova ed. 2022) e «Il demone della battaglia» (2023).

Renzo Montagnoli

 

 

 

 

29 Marzo

La primavera di Andrea

di Francesco Dugoni

Gilgamesh Edizioni

Narrativa

Pagg. 170

ISBN 978-88-6867-829-6

Prezzo Euro 15,00

 

Un esordio nel complesso positivo

Andrea Ferranti, bancario, figlio di un altro bancario già deceduto e che per l’impegno profuso nel suo lavoro e i risultati conseguiti avrebbe potuto essere definito anche banchiere, è uno scapolo che sembra essere destinato a non fare mai una vita di coppia, tanto che non è nemmeno fidanzato; inoltre non gli piace l’ambiente della banca in cui lavora, falso e con i dipendenti chiamati a fornire ai clienti dritte sugli investimenti che molto probabilmente porterebbero a far perdere i loro risparmi. Si potrebbe dire che è un insoddisfatto, che più che vivere vegeta, fino a quando un giorno, durante la solita corsa del mattino, cambia strada e da lì cominciano una serie di avventure che in apparenza sconvolgono la sua vita, ma che invece finiscono per portarlo a cambiare decisamente in meglio. Dall’incontro in palestra con il maestro di Tai Chi ai consigli spassionati, a volte anche irriverenti di Mario, l’amico barista, avvia così un percorso che lo porta a cadere e poi a risorgere, caratterizzato dal tentativo di far uscire dal circolo della droga Giulia, un’amica di gioventù di cui si era innamorato benché lei preferisse un altro, uno spaccone senza arte né parte.

La primavera di Andrea è il primo romanzo di Francesco Dugoni, frutto della passione per la scrittura a cui ora può dedicarsi con maggior impegno essendo in pensione.

Ho letto con particolare attenzione, anche perché trattasi di opera prima, alla ricerca delle caratteristiche dell’autore. La trama c’è, completa, la storia scorre in modo lineare con un ritmo abbastanza blando, ma con una necessaria accelerazione relativamente alla parte in cui Andrea cerca di sottrarre l’amica Giulia alla dipendenza dalla droga. Questa non era una parte facile da scrivere, ma nel complesso la difficoltà è stata affrontata positivamente. Si apprezza anche lo sforzo di caratterizzare bene i protagonisti, con un’analisi psicologica non approfondita, ma nemmeno superficiale. La presenza dell’autore non si avverte tranne nel caso del maestro di Tai Chi, disciplina orientale che pratica e di cui è istruttore; si potrebbe pensare a un po’ di autoreferenzialità, ma non è così perché la figura del maestro non è preponderante e, soprattutto, è giustificata dai suoi interventi mirati.

Le note positive quindi non mancano e a mio parere sono superiori a quelle negative, queste ultime legate più a una mancanza di esperienza, come la descrizione a volte prolissa degli stati d’animo di Andrea quando invece sarebbe stato più opportuno intervenire con degli incisi brevi ed esplicativi, oppure quando lo stile di scrittura si presenta altalenante, a tratti complesso ed esauriente, altri invece elementare.

Si tratta tuttavia di elementi non positivi a cui è possibile rimediare abbastanza facilmente e appunto grazie a un po’ di esperienza che l’autore potrebbe acquisire continuando nel suo impegno con la scrittura.

Personalmente il romanzo mi è piaciuto e per il tema trattato credo possa risultare gradito ad altri; di conseguenza non posso che consigliarne la lettura.

Francesco Dugoni è nato a Roncoferraro (MN). Laureato in Scienze Agrarie ha lavorato presso ERSAF e, dopo una breve parantesi presso la Provincia di Mantova, durante la quale ha elaborato il progetto Fo.R.Agri. (Fonti rinnovabili in agricoltura), ottenendo il Premio dell’Unione Europea Energy Europe – Awards Competition 2008, è stato direttore di AGIRE (Agenzia per la Gestione Intelligente delle Risorse Energetiche) fino all’anno del suo pensionamento (2023). Nel 2014, con Luisa Doldi, ha pubblicato: Rinnovabili: se non ora, quando? Ora, in pensione, si dedica, tra le varie attività, alla scrittura, conseguendo due riconoscimenti nell’ambito dei concorsi Raccontami una storia 3^ edizione VI Premio Dostoevskij. È istruttore di Tai Chi Quan.

Renzo Montagnoli

 

 

 

24 Marzo

Il segreto trasparente

di Tiziana Silvestrin

Scrittura & Scritture Edizioni

Narrativa

Pagg. 304

ISBN 9788885746626

Prezzo Euro 18,50


 

Il ritorno di Biagio Dell’Orso

Era dal 2022 che Tiziana Silvestrin non dava alle stampe un suo romanzo; infatti l’ultimo, La congiura del doppio inganno, risale a quell’anno. Si è trattato di un periodo abbastanza lungo senza le avventure del capitano di giustizia Biagio Dell’Orso, protagonista di una serie iniziata con I leoni d’Europa uscito nel 2009, e che è riuscita a fidelizzare un buon numero di appassionati, attratti sia dalla personalità del personaggio principale, sia dalla particolare ambientazione, Mantova e il suo ducato nel XVI secolo. Anche con quest’ultimo nato, Il segreto trasparente, non viene meno il carattere giallo della trama, di cui accenno brevemente, più che altro per rendere edotti di che si tratta. Corre l’anno 1507 e il duca Vincenzo è in procinto di partire per la seconda crociata contro i turchi, allorché una guardia ducale viene trovata impiccata a un albero, nuda dalla cintola in giù, nel prato retrostante l’Abbazia delle Grazie. Biagio Dell’Orso, non più capitano di giustizia, viene costretto dal duca Vincenzo a riprendere l’incarico per scoprire l’autore dell’omicidio, a cui ne segue quasi subito un altro, con le stesse modalità, di un’altra guardia ducale. E qui mi fermo, perché non mi piace svelare quello che i lettori potranno scoprire con la loro lettura. Dico solo che immancabilmente il fiuto di Biagio Dell’Orso si rivela ancora sopraffino e che il colpevole verrà individuato. Fra l’altro in questa vicenda se ne innesta un’altra, addirittura un sequestro di persona, anche questo risolto brillantemente dal capitano di giustizia.

Dato il tempo trascorso dall’uscita del precedente ultimo romanzo non nascondo che avevo il timore che la penna di Tiziana Silvestrin potesse essersi arrugginita; ebbene così in buona parte non è stato, perché la creatività è indubbiamente rimasta, ma la narrazione non scorre in modo così equilibrato come nelle opere precedenti, perché c’è qualche digressione di troppo. Non è un aspetto particolarmente negativo, ma ha il suo peso nel giudizio definitivo, che comunque è sostanzialmente positivo, tanto che la lettura è da me consigliata. Aggiungo, inoltre, che la periodica compagnia di Biagio Dell’Orso mi è talmente gradita che spero ci possa essere un seguito, anche se non mi sorprenderei se Tiziana Silvestrin avesse in animo di scrivere storie diverse dopo aver dedicato al capitano di giustizia ben sette volumi.

Tiziana Silvestrin vive e lavora a Mantova.
Entrata a far parte di una compagnia di teatro amatoriale, inizia a scrivere commedie. Alla passione per la recitazione e per  la lettura si aggiunge la curiosità per l'arte e la storia.
Quando, con un racconto, vince un premio letterario le viene l'idea di  mettere a frutto le sue ricerche per scrivere gialli storici. Ecco, allora, che mescolando fantasia, storia, personaggi reali e non, decide di scrivere una vera e propria serie dedicata ai Gonzaga, di cui  
I leoni d'Europa è il primo di sette volumi che compongono l'unica saga con protagonista la Mantova dei Gonzaga.
Tutta edita da Scrittura & Scritture

Renzo Montagnoli

 

 

 

 

18 Marzo

I garbati maneggi delle signorine Devoto

ovvero, Un intrigo a Sestri Ponente

di Renzo Bistolfi

Edizioni TEA

Narrativa

Pagg. 240

ISBN 9788850240739

Prezzo Euro 16,00

Anziane zitelle investigatrici

Ecco un’altra storia di un mondo che non c’è più, scritta con garbo e intelligenza da Renzo Bistolfi. Corrono sempre gli anni ‘50, il luogo della vicenda è quello consueto, cioè Sestri Ponente dove nella via Privata Vassallo, su cui si affacciano diverse abitazioni, in un grande appartamento di una palazzina di cinque piani vivono le sorelle Devoto. Si tratta di tre signore anziane, zitelle, molto legate al loro mondo che sta scomparendo e che dividono la giornata fra casa e chiesa. E’ un quartiere di gente non certo giovane, in una posizione invidiabile che attira l’attenzione di un immobiliarista, un uomo senza scrupoli che mette in atto qualsiasi sistema per poterselo accaparrare. E’ un uomo che non si ferma di fronte a niente, che non esita ricorrere a metodi anche illegali, a giungere perfino a un sequestro di persona per realizzare i suoi scopi. Non ha fatto i conti però con le sorelle Devoto e con le loro attempate amiche.

Non vado oltre, per non svelare la trama di questo gradevole giallo, dove più della vicenda in sé contano i personaggi, la loro descrizione, le relazioni che intrattengono, il mondo in cui vivono legato alle tradizioni e a una visione della vita ben poco edonistica. E’ indubbiamente una scoperta quella dell’Italia che era uscita da poco dalla guerra e che stava piano piano tornando a nascere, un’epoca in cui le relazioni umane erano la priorità, dove la gente si radunava il giovedì sera al bar che aveva un apparecchio televisivo per vedere Lascia o raddoppia, un mondo in cui ancora ci si aiutava e non si inseguivano feticci quali il guadagno non tanto per la necessità di vivere, ma come obiettivo unico e determinante.

In un quadro così la beata ingenuità delle signorine Devoto strappa più di un sorriso, anche perché sembra di vederle nei loro pomeriggi ricevere le amiche per un caffè e un biscotto insieme e un inevitabile chiacchiericcio senza malevolenza, ma come modo di condividere notizie che oggi non sarebbero degne di nota.

La penna dell’autore scorre con mano leggera sul foglio, in un ritmo costante che solo in determinate occasioni accelera, ma sempre senza strafare, e d’altra parte delle vecchiette mica possono mettersi a correre.

Si comincia a leggere con curiosità e pagina dopo pagina, appassionandosi, si arriva alla fine in qualche ora di puro e semplice svago, senza affaticarsi e senza doversi fermare a riflettere, immersi in un’atmosfera di un’epoca che pareva eterna, ma che in pochi anni sarebbe scomparsa, tanto da diventare un lontano ricordo.

Renzo Bistolfi, nato a Genova nel 1954, è stato uno scrittore italiano. Appassionato di teatro, ha fatto l'attore in una compagnia amatoriale. Dal 2007 ha cominciato a scrivere e pubblicare le storie che lo hanno sempre appassionato, distinguendosi anche come talentuoso narratore di audioblibri.
Fra i suoi romanzi si ricordano: Il fantasma della palazzetta (Lampi di Stampa, 2010), I garbati maneggi delle signorine Devoto ovvero un intrigo a Sestri Ponente (Tea, 2015), Il coraggio della signora maestra (Tea, 2016), Le spedizioni notturne delle Zefire (Tea, 2019), L'ultima briscola (Tea, 2020), In vacanza con la zia Colomba (Tea, 2023), Quel signore così per bene. Ovvero, tanto rumore per nulla (Tea, 2024). 

Renzo Bistolfi si è spento nel 2024.
«Le cose che invece mi affascinano sono i luoghi e il periodo storico in cui faccio affluire la vicenda. Genova è la protagonista indiscussa e le mura domestiche dei palazzi, assieme alle relazioni con i personaggi, sono gli elementi indissolubili dei mie romanzi.» - Renzo Bistolfi, Il Secolo XIX

Renzo Montagnoli

 

 

 

 

12 Marzo

Territorio nemico

di Bernard Cornwell

Longanesi Editore

Narrativa

Pagg. 447

ISBN 9788830419773

Prezzo Euro 16,50

Il coraggio viene premiato

Secondo episodio delle avventure di Richard Sharpe Territorio nemico si svolge esclusivamente in India; il generale Sir Arthur Wellesley, futuro duca di Wellington, è impegnato con la sua armata a conquistare la città di Ahmadnagar, nell'Hyderabad. Come sempre si fa notare il sergente Sharpe per ardimento e per astuzia, riuscendo perfino nella vittoriosa battaglia finale a salvare il suo generale, che lo ringrazierà con la promozione a sottotenente.

La trama è senz’altro ben congegnata, assistita da un ritmo costante che solo nelle fasi più critiche e accese della battaglie diventa incalzante. Molti dei protagonisti sono esistiti veramente, non Sharpe di certo, ma Arthur Wellesley, Colin Campbell e perfino Anthony Pohlmann che, dopo aver servito con il grado di sergente nell’esercito della Compagnia delle Indie Orientali, divenne comandante dei maratti nella battaglia di Assaye, dalla quale uscì sconfitto, nonostante la schiacciante superiorità numerica in uomini e cannoni.

Al riguardo la preparazione di questo scontro e le fasi dello stesso sono descritte con straordinaria abilità dal Bernard Cornwell; infatti non si può che apprezzare la capacità di trasmettere al lettore una visione nell’insieme e nei particolari tali da inchiodarlo letteralmente al libro, desideroso di seguire lo sviluppo dell’evento, al quale inconsciamente partecipa.

E’ questo un pregio notevole, peraltro che ho già riscontrato in altri lavori di questo fecondo narratore inglese che si conferma ancora una volta una certezza per quanto concerne la riuscita delle sue opere, tutte di qualità più che buona e ovviamente molto richieste dal pubblico.

Non ho altro da dire, se non che la lettura è sicuramente consigliata.

Bernard Cornwell (Londra, 23 febbraio 1944) dopo aver lavorato per anni alla BBC si è dedicato alla narrativa e, oltre alla serie di romanzi avventurosi ottocenteschi incentrati sul personaggio di Sharpe (I fucilieri di SharpeLa sfida della tigreAssalto alla fortezzaL'eroe di TrafalgarSharpe all'attaccoLe aquile di Sharpe e L'oro di Sharpe), pubblicati da Longanesi, ha scritto moderne avventure di mare (Scia di fuoco e Figlia della tempesta).
Ha trovato la più fortunata delle sue ispirazioni nelle saghe di avventure medioevali.

Dopo la trilogia di L'arciere del re (Longanesi, 2001), Il cavaliere nero (Longanesi, 2003) e La spada e il calice (Longanesi, 2004), ha dato vita a un'appassionante epopea ambientata tra l'Inghilterra e i mari del Nord durante il primo medioevo: 

L'ultimo re (2006), Un cavaliere e il suo re (2007), I re del Nord (2008), Il filo della spada (2009), Il signore della guerra (2010), La morte del re (2012) e Il re senza dio (2014), La congiura dei fratelli Shakespeare (2019), La spada dei re (2021) e La conquista di Parigi (2023), tutti pubblicati da Longanesi.
Alla saga di Excalibur appartengono
 Il re d'inverno e Il cuore di Derfel, ripubblicati da Longanesi, presso cui sono usciti anche L'arciere di AzincourtL'ultima fortezza, L'ultimo baluardo.

Renzo Montagnoli

 

 

 

 

6 Marzo

Un tempo nuovo

di Carla Malerba

Fara Editore

Poesia

Pagg. 56

ISBN 978-88-9293-151-9

Prezzo Euro 12,50

Il tempo vero

Non c’è che dire: la produzione poetica edita di Carla Malerba comincia a essere consistente e questa, se non vado errato, è la quinta raccolta che ho il piacere di leggere, raccolta che ha una sua autonomia al pari delle altre, le cui tematiche sono sempre originali e di conseguenza la verve poetica finisce con l’essere mai ripetitiva. Ho citato il francese verve, che grosso modo corrisponde come significato all’italiano brio, per indicare quella capacità di saper esporre la propria arte con facilità e soprattutto con un dono di creatività che non è frequente.

Carla Malerba non si smentisce anche con questa silloge, in cui, alla chiarezza dell’esposizione, si accompagna anche una verve a tutta prova, un’onda ritmica capace di materializzarsi sul foglio, come in Come gioia pura: Come gioia pura / l’oro delle foglie / scende lieve dai rami / a formare tappeti solari / muoiono / ma risplendono / ciclo che si chiude / attesa che si rinnova. E’ una visione autunnale incentrata sul colore di una stagione che è forse la più bella, dove la natura può sembrar morire, ma invece si pone in attesa di rivivere.

Peraltro anche le poesie successive sono un canto alla natura, un’estasi di fronte al mondo che non finisce di stupire e le intuizioni dell’artista sono tali da provocare stupore per quella capacità di rendere disponibile a tutti ciò che lei vede con i suoi occhi e con la sua anima. A riguardo ci sono dei versi che meglio di me esprimono questo concetto e sono quelli che compongono Cattedrali di luce: Cattedrali di luce / volte ardite / nella follia dello slancio / aneliti di cielo / Rimane poi nell’ombra / il desiderio dello sguardo / sospinto verso l’alto / nel riflesso del vasto mezzogiorno. Si tratta della descrizione di un meriggio d’estate, abbagliante di luce, immagini che scorrono davanti agli occhi, felici scelte creative capaci anche di trasmettere un’atmosfera.

La raccolta prende in parte il nome da una delle poesie ivi contenute, intitolata Era un tempo nuovo, ma il tempo non è mai nuovo o vecchio, il tempo scorre inesorabile, e noi lo vediamo in modo diverso con i nostri sensi. Così il tempo nuovo di Carla Malerba è una visione diversa di ciò che ci circonda, è un riflesso mediato inedito di quella realtà oggettiva che osservata da ognuno di noi diventa soggettiva. Non siamo mai fotografi disinteressati del mondo esterno, siamo invece pittori che lo dipingiamo secondo il nostro sentire ed è per questo che il meriggio descritto nei bellissimi versi di Carla non sarà mai uguale a quello tratteggiato magari anche da poeti di gradissimo valore. La sensibilità che è in noi non sarà mai uguale, quella stessa sensibilità che ci permette, ovviamente grazie a una innata capacità, di scrivere A tratti senti / fluire il tempo / il tempo vero / non questo tempo / l’altro / del tutto che si compie / vuoto d’ore / eterno.

Ecco, l’artista ha saputo cogliere il tempo oggettivo, non quello che è misurato dal nostro rapporto con la vita che scorre, un tempo talmente veloce e talmente eterno da sembrare fermo.

Nel leggere le poesie di questa raccolta mi sono sentito piccolo, anzi minuscolo, un insignificante granello di polvere rispetto all’immensità dell’universo, ma avere la sensazione che qualcun altro, in questo caso chi li ha scritti, abbia saputo trarre da questa condizione il piacere di parlarne, di rapportarsi con quella realtà che quasi sempre ci sfugge, l’averlo fatto al meglio, con felici intuizioni, è stata una consolazione, un po’ come aver scoperto di poter essere grandi nonostante la nostra connaturata limitatezza.

Cala Malerba è nata a Tripoli di Libia e vi è felicemente vissuta fino al 1970. Ha iniziato a scrivere poesie a otto anni. Un giudizio favorevole dei critici Gramigna, Buzzati e Sala, curatori di una pagina per giovani poeti sul settimanale Amica, la incoraggia a proseguire. Dopo la Maturità
Scientifica, si iscrive alla Facoltà di Lettere Moderne a Catania, ma interrompe gli studi a seguito di eventi politici legati al suo Paese d’adozione. Si laurea successivamente presso l’Università degli Studi di Siena. Ha insegnato Lettere ad Arezzo, città nella quale vive. Ha pubblicato sei raccolte poetiche, l’ultima delle quali è 
La milionesima notte (2023).

Renzo Montagnoli

 

 

 

28 Febbraio

Lo strano caso di Maria Scartoccio

ovvero, Un brutto fatto di cronaca a Sestri Ponente

di Renzo Bistolfi

Edizioni TEA

Narrativa

Pagg. 288

ISBN 9788850267224

Prezzo Euro 12,00

Un mondo che non c’è più

Poco prima di essere colto all’amo da una improvvisa e fastidiosa influenza che mi avrebbe obbligato a stare in casa con un po’ di febbre e il naso gocciolante facevo una ricerca in Internet, annoiato e insoddisfatto dalla lettura di un romanzetto che aveva tante pretese rimaste purtroppo tali, quando mi sono imbattuto in un libro dal titolo particolarmente originale, Lo strano caso di Maria Scartoccio, Ovvero un brutto fatto di cronaca a Sestri Ponente. Mi sono incuriosito istantaneamente al punto di desiderare di leggerlo, il che ho fatto nei giorni in cui sono stato costretto rinchiuso per via dell’influenza. Avevo in verità una certa perplessità, cioè temevo di avere per le mani una mezza fregatura, e invece così non è stato.

La vicenda si svolge a Sestri Ponente nel 1956, in un vecchio fabbricato abitato da personaggi azzeccati, una varia umanità con caratteristiche particolari che l’autore ha saputo descrivere con leggerezza e simpatia. Così troviamo la sarta che ha come apprendista una fanciulla timida e bella, il padrone di un’osteria che è un piccolo truffatore, la vedova che è in notevole ritardo nel pagamento dell’affitto per niente aiutata dal giovane figlio che di certo non ha una gran passione per il lavoro, una signora sulla cinquantina che ha diversi figli non conviventi senza un padre comune, il titolare di un forno dove si produce la farinata, una signora anziana che si regge a malapena in piedi e dal cuore d’oro, gente che si trascina in una modesta esistenza che la porta a sopportarsi e ad aiutarsi vicendevolmente. Tutti però sono accomunati da un odio viscerale per la mostruosa padrona di casa, tale Maria Scartoccio che un giorno verrà trovata morta, vittima di quello che a prima vista sembrerebbe un grottesco incidente. E’ così, oppure si tratta di omicidio?

Qui mi fermo perché hanno inizio degli sviluppi avvincenti che mi hanno quasi costretto ad andare avanti nella lettura facendo anche le ore piccole. Però, ciò che mi ha attratto non è tanto la trama gialla che pure non è trascurabile, ma l’insieme dei protagonisti, l’ambiente, l’atmosfera di tempi che appaiono lontanissimi, ma non è che poi dal 1956 siano trascorsi tantissimi anni. L’abilità dell’autore è di aver usato i personaggi come ingredienti di un’opera la cui riuscita è strettamente collegata alla capacità di amalgamarli, di farli convivere senza che si vengano a creare degli attriti insanabili, di modo che uno sia la spalla dell’altro. Si apprezzano poi le descrizioni di questo mondo ormai scomparso, il tutto con un sapiente e misurato tono ironico che coinvolge in modo inevitabile il lettore.

Senza che si debbano impegnare eccessivamente le meningi si ha così la possibilità di leggere con notevole piacere, con la certezza acquisita, giunti all’ultima pagina, di avere scelto bene e con il desiderio di prendere in mano altri testi di questo narratore ligure.

Renzo Bistolfi, nato a Genova nel 1954, è stato uno scrittore italiano. Appassionato di teatro, ha fatto l'attore in una compagnia amatoriale. Dal 2007 ha cominciato a scrivere e pubblicare le storie che lo hanno sempre appassionato, distinguendosi anche come talentuoso narratore di audioblibri.
Fra i suoi romanzi si ricordano: Il fantasma della palazzetta (Lampi di Stampa, 2010), I garbati maneggi delle signorine Devoto ovvero un intrigo a Sestri Ponente (Tea, 2015), Il coraggio della signora maestra (Tea, 2016), Le spedizioni notturne delle Zefire (Tea, 2019), L'ultima briscola (Tea, 2020), In vacanza con la zia Colomba (Tea, 2023), Quel signore così per bene. Ovvero, tanto rumore per nulla (Tea, 2024). 
Renzo Bistolfi si è spento nel 2024.
«Le cose che invece mi affascinano sono i luoghi e il periodo storico in cui faccio affluire la vicenda. Genova è la protagonista indiscussa e le mura domestiche dei palazzi, assieme alle relazioni con i personaggi, sono gli elementi indissolubili dei mie romanzi.» - Renzo Bistolfi, Il Secolo XIX

Renzo Montagnoli

 

 

 

23 Febbraio

La morte di Auguste

di Georges Simenon

Edizioni Adelphi

Narrativa

Pagg. 155

ISBN 9788845940057

Prezzo Euro 18,00

 

Un covo di vipere

Auguste Mature è arrivato Parigi dall’Alvernia da circa cinquant’anni e lì nella zona dei mercati generali ha rilevato un piccolo bistrot che, grazie al suo lavoro e anche a quello del figlio Antoine che ha associato all’iniziativa è diventato un ristorante famoso, un due stelle Michelin che ha fra i clienti anche note personalità. Purtroppo una sera, mentre sta conversando con degli avventori, viene colto da un ictus e muore. Le conseguenze della sua improvvisa scomparsa sono imprevedibili, perché, oltre al figlio che di fatto ormai gestiva il ristorante, Auguste ha una moglie allettata e incapace di intendere e di volere, e altri due figli, il giudice Ferdinand che è il maggiore, e l’alcolizzato Bernard, il minore. Soprattutto quest’ultimo, che è sempre pieno di debiti, suppone che ci sia di mezzo una grossa eredità e teme che il fratello Antoine provveda a imboscarla da qualche parte. Anche Ferdinand, sobillato dalla moglie, ha il sospetto che Antoine possa avere il malloppo del vecchio, soprattutto dopo essere venuto a conoscenza dal fratello stesso della notevole redditività del ristorante. Si svela così un covo di vipere, con la ricerca di un testamento che non troveranno, verranno invece in possesso di una chiave che si rivelerà essere quella di una cassetta di sicurezza. E’ ovvio che soprattutto Ferdinand e Bernard facciano conto sul contenuto della cassetta, perché l’idea di poter avere una quota parte della valutazione del ristorante si rivela fallace, visto che da lì a tre anni l’intero quartiere sarà demolito. Non vado oltre, perché il finale è a sorpresa, sorpresa di cui non voglio privare il lettore di questo bel romanzo che mostra ancora una volta la straordinaria abilità di Simenon di sondare l’animo umano e di fornire un ritratto ben poco edificante della borghesia.

Quindi il mio consiglio è senz’altro di leggerlo, perché merita.

Georges Simenon, nato a Liegi nel 1903, morto a Losanna nel 1989, ha lasciato centonovantatre romanzi pubblicati sotto il suo nome e un numero imprecisato di romanzi e racconti pubblicati sotto pseudonimi, oltre a volumi di «dettature» e memorie. Il commissario Maigret è protagonista di 75 romanzi e 28 racconti, tutti pubblicati fra il 1931 e il 1972. Celebre in tutto il mondo, innanzitutto per le storie di Maigret, Simenon è anche, paradossalmente, un caso di «scrittore per scrittori». Da Henry Miller a Jean Pauhlan, da Faulkner a Cocteau, molti e disparati sono infatti gli autori che hanno riconosciuto in lui un maestro. Tra questi, André Gide: «Considero Simenon un grande romanziere, forse il più grande e il più autentico che la letteratura francese abbia oggi»; Walter Benjamin: «... leggo ogni nuovo romanzo di Simenon»; Louis-Ferdinand Céline: «Ci sono scrittori che ammiro moltissimo: il Simenon dei Pitard, per esempio, bisognerebbe parlarne tutti i giorni».
Renzo Montagnoli

 

 

 

15 Febbraio

Elias Portolu

di Grazia Deledda

Utopia Editore

Narrativa

Pagg. 168

ISBN 9791280084262

Prezzo Euro 18,00

Nulla si può contro il destino

Nella produzione letteraria di Grazia Deledda c’è una svolta con la quale passa dal verismo a una narrazione che accentua l’analisi introspettiva. Questo cambiamento, derivante probabilmente dall’esperienza maturata, ma anche da un diverso ambiente in cui viveva (si trovava a Roma fin dal 1900) si manifesta nel 1903 con la pubblicazione di Elias Portolu, un romanzo in cui si parla di un giovane pastore, appunto Elias Portolu, appena uscito dal carcere. Egli desidera ardentemente riscattarsi con una vita onesta e lineare, ma incappa in quello che si può definire un amore proibito, innamorandosi di Maddalena, sposa promessa a suo fratello Pietro.

Ci sono tutti gli elementi per una tipica tragedia, perché il giovane cerca in ogni modo di non dare sfogo ai suoi sentimenti, provocando però così una forte lacerazione interiore; a ciò si aggiunga che Maddalena è tutt’altro che insensibile al sentimento di Elias. Si viene così a creare una situazione insostenibile a cui il giovane si illude di porre rimedio ricorrendo alla sua devozione per farsi prete. Non è la soluzione del problema, perché i sentimenti soffocati prima o poi riescono a riemergere tanto più che la sua vocazione per necessità finisce per diventare fragile. A ciò si aggiunga che Maddalena è incinta e tutti credono che il nascituro sia frutto della relazione con Pietro, e invece è il risultato della passione per Elias. Nella traccia imperscrutabile del destino tutto sembrerebbe aggiustarsi con la morte di Pietro, ma non sarà così e qui mi fermo perché è ben lungi dalle mie intenzioni fare un riassunto dell’opera, di cui riporto parzialmente e in modo stringato la trama solo per dare un’idea di che si tratta.

A parte la descrizione dell’ambiente, più particolareggiata e anche forse più riuscita perché evidentemente la lontananza dal proprio luogo natio ha comportato per Grazia Deledda un ricordo più aderente alla realtà, frutto dell’inconscio desiderio di essere là e non a Roma, vi sono altri elementi che emergono e che è necessario evidenziare:

- tutto sembra già scritto nel destino di ogni essere umano, frutto evidentemente di un fatalismo non di maniera;

- la capacità di andare a fondo nell’animo dei protagonisti, con un linguaggio nuovo che definirei moderno;

- il senso di colpa di Elias che diventa il presupposto per una sua redenzione;

- una rappresentazione della sua isola che passa da sfondo a parte della narrazione, una Sardegna con i suoi miti, le sue tradizioni, la sua mentalità.

Quel che più conta, però, è che il dramma, alla base di ogni romanzo della Deledda, non ha caratteristiche proprie di una vicenda occasionale, con dei personaggi tipici e propri di una determinata classe sociale, ma riporta le reazioni di qualsiasi uomo, di ogni luogo, di ogni paese in una tragedia universale, dove i sentimenti scontano l’inevitabile fragilità umana.

Per quanto ovvio, la lettura è consigliata.

Grazia Deledda (Nuoro, 27 settembre 1871 – Roma, 15 agosto 1936), premio Nobel per la letteratura, studiò da autodidatta ed esordi come giornalista su riviste di moda. Incrociando influssi veristi e dannunziani, scrisse romanzi e racconti dalla vena etica in cui è descritta la dura vita quotidiana dei compaesani sardi (Canne al ventoElias PortoluMarianna Sirca).

Renzo Montagnoli

 

 

 

9 Febbraio

La sveglia di Erminio

e altri racconti

di Ernesto Flisi

Fondazione Daniele Ponchiroli

Narrativa

Pagg. 70

ISBN 9791221008173

 

Il valore della memoria

A Viadana, paese di circa ventimila abitanti sito in provincia di Mantova sulla sponda sinistra del Po, fra tante cose ce n’è una di particolare interesse, quella che si potrebbe definire una bella realtà. Mi riferisco alla Fondazione Daniele Ponchiroli, dove Daniele Ponchiroli, nato a Viadana nel 1924 ed ivi morto nel 1979, era il caporedattore della Casa Editrice Einaudi, noto anche come scrittore e filologo. Questa istituzione si propone, oltre che di recuperare il patrimonio documentario relativo al prof. Ponchiroli, di promuovere iniziative, eventi e quanto necessario per uno sviluppo culturale della collettività viadanese. A ogni buon conto mi permetto di rimandare il lettore desideroso di maggiori notizie al relativo sito Internet Fondazione Daniele Ponchiroli.

In quest’ottica si inseriscono i Quaderni, pubblicazioni periodiche di stampo letterario, contraddistinti da una numerazione progressiva.

Mi è stato donato al riguardo il n. 11 dedicato alla narrativa, una raccolta di racconti scritti da Ernesto Flisi, un autore che conosco da tempo, sia come poeta che come saggista storico, e di cui avevo già apprezzato alcune sue prose brevi che ritrovo fra le undici di questo volumetto.

Per quanto le tematiche sviluppate non siano strettamente legate al paese natio dell’autore, però le stesse sono preponderanti, frutto senz’altro di spunti di memoria che sono stati trasposti su carta con l’aiuto della creatività. Ci si può chiedere se si tratta di fatti realmente accaduti e forse non lo sono, oppure lo sono come traccia, cioè come qualcosa che è avvenuto e riaffiora elaborato dalla memoria. Può essere un oggetto, oppure un giorno, o una persona, ma la mente umana è tale da ripescarlo, elaborando intorno allo stesso una storia che cesella l’idea, la ricama e la ripropone all’attenzione di altri.

E’ così che prendono forma narrazioni di vicende che l’autore avverte come proprie per la sua sensibilità nel trarne conseguenze, del tutto personali; in pratica si tratta di flash di memoria che si presentano più frequentemente con l’avanzare dell’età.

Può accadere così che una normale sveglia diventi la protagonista di un racconto, che non ha nulla di eclatante, ma che inquadra la valenza dell’oggetto nell’importanza che gli attribuisce l’autore.

Sono racconti tristi, altri neutri, ma dove comunque è sempre presente quella malinconia di fondo che accompagna lo scrittore quando, nel cercare di rammentare il passato, si accorge che molto della sua vita è trascorso e che il tempo che rimane è assai meno. Non è che necessariamente debbano nascere rimpianti, però è inevitabile che il trascorso si contrapponga al presente e al più che incerto futuro. In questo senso il bimbo appena nato abbandonato in Senza nome e il cavallo diventato membro di una famiglia in Baldo, nel riflettere vicende che probabilmente sono vere, sembrano trovare la collocazione ideale in quella malinconia di cui ho accennato, perché entrambe sono aspetti della vita legati a problemi che sono sempre esistiti, in quanto il rifiuto e l’ingratitudine sono ferite che lentamente scavano dentro sempre più a fondo.

Con le ultime due prose (Il passato, all’improvviso, e Vigilia) ci si specchia in un’epoca tanto lontana da sembrare forse mai esistita, ma è un “come eravamo” che piace portare a conoscenza di altri, soprattutto ai giovani d’oggi che non possono sapere e nemmeno immaginare come potesse esistere un mondo basato sulla forza e sulla semplicità dei sentimenti, in cui ci si parlava non attraverso lo smartphone e si gioiva di tante piccole cose che oggi ai più sembrano inezie.

La lettura di questo quaderno è senz’altro piacevole, con un unico inconveniente, e cioè che non è in vendita, ma è stato stampato in 300 esemplari numerati e gratuiti. Quindi, o si ha l’opportunità di averlo in dono, o in caso contrario si potrà leggerli su Arteinsieme, visto che li proporrò con una certa periodicità.
 

Ernesto Flisi è nato a Viadana, in provincia di Mantova. Ha trascorso tutta la sua vita nella scuola, da docente e dirigente scolastico. Come autore di versi, ha pubblicato nel 2016 “Fiori di campo” per Book Sprint edizioni e nel 2022 “Sulle rive dei fossi” edito in proprio. Altre composizioni sono state pubblicate in vari anni nei “Quaderni del caffè letterario”, guidato da A.M. Cirigliano, editi a Mantova da Il Rio; altre ancora in pubblicazioni sparse. Ha collaborato a diversi studi di storia locale. Da segnalare una monografia edita nel 2019 dalla Società Storica viadanese, intitolata “Il Commissario e l’Arciprete”, incentrata su un forte contrasto tra l’autorità religiosa e quella austriaca poco prima della proclamazione dell’Indipendenza dell’Italia.

Renzo Montagnoli

 

 

 

31 Gennaio

Scipione l’Africano.

L’invincibile che rese grande Roma

di Gastone Breccia

Salerno Editore

Biografia

Pagg. 356

ISBN 9788869732348

Prezzo Euro 21,00

L’uomo che rese grande Roma

Publio Cornelio Scipione Africano (Roma, 236 o 235 a.C. – Liternum, 183 a.C.) è quel generale romano che a scuola destava i nostri entusiasmi grazie al successo che gli arrise nella seconda guerra punica. Francamente Annibale per noi scolari era un rompiscatole chi si era sognato di conquistare Roma e con essa l’Italia; ebbene quel Scipione gli fece pagare il fio delle sue colpe e tanto bastava a soddisfarci. Tuttavia, poiché qualcosa non accade mai per caso, ci pensa il lavoro degli storici a delineare un quadro dove l’esito favorevole di una battaglia è sempre frutto di circostanze ed eventi che la precedono.

Questa volta, a parlare di questo grande generale, della sua epoca, delle politiche dei contendenti è Gastone Breccia di cui ho già letto e apprezzato L’ultimo inverno di guerra.

Publio Cornelio Scipione è però una figura tutto sommato poco conosciuta e quindi un saggio che ne parli diffusamente costituisce già di per sé motivo di interesse. Quando poi il risultato è notevolmente esauriente, poiché si parla dell’uomo condottiero dalle prime battaglie sostenute in Spagna fino alla sua morte, prima politica e poi fisica, c’è da giurarci che l’appassionato di storia possa trovare quanto desidera, peraltro esposto addirittura capillarmente e in modo lieve, così che la lettura diventa notevolmente piacevole. La figura di quest’uomo che rimodellò la struttura della legione romana, facendone un’arma possente, una sorta di rullo compressore che consentiva di battersi, risultando vincente anche contro forze nemiche con un numero di combattenti sovente di molto superiore. In questo senso c’è un intero capitolo (Uomini e armi) in cui viene spiegato esaurientemente come era una legione, come funzionava, come erano armati i suoi componenti, un capitolo indispensabile per arrivare a capire come si svolse la famosa battaglia di Zama, quella in cui fu sconfitto Annibale e che di fatto impose definitivamente Roma su Cartagine.

Dalle battaglie in Spagna, con cui Scipione vendicò le sconfitte in passato là subite per opera dei cartaginesi e dove in battaglia perirono il padre e lo zio, fino all’eroico scontro diretto con Annibale la narrazione prende per mano il lettore con una capacità di attrarre al punto che quanto descritto può, con un minimo di fantasia, materializzarsi davanti agli occhi.

Peraltro, la figura di Scipione è talmente ben delineata che si è in grado di capire anche la sua visione della vita e dello stato, una visione moderna per l’epoca, tanto più che si era accorto che Roma, per la dimensione notevolmente aumentata, aveva bisogno di dotarsi di una struttura istituzionale diversa; tuttavia, in politica non gli arrise la vittoria come sui campi di battaglia, forse perché non era fatta per lui e anche perché ebbe in senato una costante forte avversione dei conservatori. Finì nell’ombra, ritirato nelle sue proprietà dove si spense all’età di 52 anni, volutamente isolato, ma anche abbandonato dagli altri, con una ingratitudine senza pari per l’uomo che più di tutti aveva reso grande Roma.

L’opera presenta numerose cartine relative alle battaglie ed è corredata da moltissime note, riportando altresì l’indicazione della cospicua bibliografia di supporto.

Da leggere senz’altro.

Gastone Breccia (Livorno, 19 novembre 1962) insegna Storia bizantina e Storia militare antica nell'Università di Pavia. Con il Mulino ha pubblicato: «Le guerre afgane» (2014), «1915: l'Italia va in trincea» (2015), «Guerra all'Isis. Diario dal fronte curdo» (2016), «Corea, la guerra dimenticata» (2019), «Missione fallita. La sconfitta dell'Occidente in Afghanistan» (2020), «Le guerre di Libia. Un secolo di conquiste e rivoluzioni» (con S. Marcuzzi, 2021), «L'arte della guerriglia» (nuova ed. 2022) e «Il demone della battaglia» (2023).

Renzo Montagnoli

 

 

 

 

25 Gennaio

Versanti di-versi

di Aurelio Zucchi

Edito in proprio

Poesia

Pagg. 137

ISBN 9798263941833

Prezzo Euro 15,59

Una raccolta senz’altro riuscita

Aurelio Zucchi è un artista eclettico, sia come genere, spaziando infatti dalla narrativa alla poesia, sia come tematiche svolte. La sua creatività, particolarmente feconda, è ben supportata da uno stile che, pur affinandosi con l’esperienza, ha alla sua origine una facilità di espressione che molto conta nella qualità delle sue opere. Da quando poi ha lasciato l’attività lavorativa, grazie al maggior tempo libero così ottenuto, si è gettato anima e corpo nella composizione soprattutto di poesie, presentate in diversi concorsi con risultati più che lusinghieri.

Versanti di-versi rientra in questa sua più recente produzione e costituisce un lavoro in cui ben risalta la duttilità dell’autore, accompagnata dai frutti di un’esperienza maturata nel tempo e che ha saputo sedimentare, uno strato dopo l’altro, così da ottenere una costruzione solida, ma anche al tempo stesso snella, come in I sogni che non ho fatto mai ( Respirano tra melodie impossibili / scritte da mano d’angelo all’istante / senza l’ausilio di nemmeno una / di quelle sette note che conosco / / E suonano, suonano incessanti / con i violini buffi ai quali poi darò / i nomi di fantastiche meduse / e posti sacri dove custodirli // E vibrano, vibrano da dio / toccando corde di chitarre vento / sicuramente meglio di certi cuori / intensi, innamorati da impazzire. // E odorano, odorano di rosa / la specie più esclusiva inesistente / aspettando che almeno li accarezzi, / i sogni che non ho fatto mai). Già a prima lettura si ha la sensazione di avere sotto gli occhi qualcosa di pregevole, anche se occorre almeno una seconda attenta osservazione per comprendere il motivo ed è in questo caso che ci si accorge del notevole lavoro introspettivo svolto dall’autore, che non si ferma all’apparenza del verso, ma che scava per esporre un concetto di certo non di facile comprensione. Al riguardo mi sembra di aver capito che Zucchi intenda dire che la perfezione di quei sogni che non sono realizzati è in grado di superare ciò che in realtà è l’amore umano, in cui la passione concreta, reale, è spesso caotica, imperfetta, mentre la melodia del sogno che non si è mai fatto è celestiale, tanto da tendere al misticismo; se proprio si vuole sintetizzare si può dire che nella poesia si esalta l’ideale rispetto al reale e in tal senso il nostro io, lo scrigno segreto di ogni individuo, non è formato solo da ciò che siamo stati, cioè da eventi vissuti e di cui abbiamo memoria, ma anche da tutto quello che avremmo potuto realizzare o anche solo immaginare. La conseguenza di questo concetto è un invito a osare, a non temere e non mettere limiti a quelle che sono le nostre potenzialità e di cui spesso non conosciamo la portata, in un autentico trionfo della più ampia libertà creativa.

E questo è solo uno dei temi affrontati, perché come ho accennato ce ne sono molti altri, di caratteristiche più liriche come quelli della madre, senza però mai trascendere, versi venati dalla malinconia per la persona che non c’è più, ma che non sono gridati, sono sussurrati, acquarelli dipinti in punta di pennello (.../ Disegnami un sorriso / quand’è inceppato il mio cammino, / assorto io a contemplare i bordi / dimenticando di puntar la meta, / la vita, come tu l’hai definita. / …).

Potrei andare avanti ancora, perché spunti non mancano, anzi abbondano, ma il tempo è tiranno e poi, a essere sinceri, più delle mie parole contano – e cantano - i versi di questa raccolta, da leggere, senza dubbio.

Aurelio Zucchi è nato il 7/2/1951 a Reggio Calabria. Città nella quale ha vissuto fino al conseguimento del diploma di Geometra. Dal 1970 vive a Roma. E’ sposato con Rosaria Caporilli e ha due figli, Gabriele e Simone. Come scrittore ha esordito con “Viaggio in V classe” (Edizioni Il Filo, Prefazione di Pietro Zullino. Questo romanzo, pubblicato nel 2006, rappresenta per lui un valore assoluto. Notevole è la produzione soprattutto di poesie e numerosi e di rilievo i premi vinti in concorsi letterari.

Renzo Montagnoli

 

 

 

 

16 Gennaio

Storia d’amore e d’archeologia

di Marinella Fiume

Algra Editore

Narrativa

Pagg. 172

ISBN 978-88-9341-861-4

Prezzo Euro 14,00

 

La magia di Casa Cuseni

Se c’è una caratteristica di Marinella Fiume è quella di dare vita a opere che si contraddistinguono innanzi tutto per l’originalità. E anche questa Storia d’amore e d’archeologia procede su un triplice binario, una linea ideale in cui coesistono, senza mai stridere, la narrativa, la biografia e anche la saggistica. Probabilmente se nel raccontare di questo strano idillio fra l’inglese Daphne Phelps e il rumeno Dinu Adamesteanu avesse privilegiato la sua fertile creatività sarebbe nata una prosa magari leggibile, ma di interesse limitato; invece nell’inquadrare la vicenda nel panorama paradisiaco di Taormina e in particolare nella Casa Cuseni, ereditata dalla protagonista dallo zio e utilizzata come residence in cui affluirono parecchi artisti di nazionalità diverse, l’autrice catanese finisce con il dar vita a un ibrido che presenta particolari motivi di interesse, in pratica offrendoci uno spaccato di vita in cui realtà e fantasia coesistono abilmente, senza mai venire in contrasto. I due personaggi poi sono caratterizzati da un destino comune, quello di essere, per motivi diversi, degli esuli, che in Sicilia trovano una seconda patria e le cui attività sono fortemente simboliche. Infatti l’archeologo rumeno nel praticare gli scavi è come se fosse alla ricerca delle proprie radici, mentre per quanto concerne la neuropsichiatra inglese occuparsi assiduamente della villa può apparire come una forma di amore culturale verso la terra che la ospita. L’idea poi che a raccontare il tutto sia la nipote di un’amica di uno dei due personaggi, cioè di Daphne, presenta il notevole vantaggio di un terzo che, venuto dopo, scava come archeologa e scopre gli aspetti del passato, rappresentato soprattutto da un plico di lettere legate da un nastro rosso che la Phelps conservò gelosamente fino alla sua morte.

Non era facile far convivere tre generi letterari, ma Marinella Fiume ha escogitato un sistema a quadri, una progressione in cui ognuno parla di sé nel contesto generale, probabilmente frutto dell’osservazione delle pale d’altare, dove a quadri sono rappresentate vite di santi, oppure quella di Gesù Cristo.

L’escamotage è tale da rendere non greve la lettura e da consentire al lettore di volta in volta di fare il punto della situazione, con opportune riflessioni.

Se le figure dei due protagonisti per cause diverse possono costituire motivo di interesse, credo che la centralità del libro risieda nella villa, inquadrata in un ambiente che all’epoca doveva essere stupendo nella sua naturalezza, un coacervo di elementi che come un fiore richiamava artisti da tutto il mondo, una sorta di divinità a cui si tendeva per ritemprarsi, per trovare nuove idee, un Eden in terra che leggendo ci sembra di toccar con mano.

Inoltre, e questo sì era scontato, Marinella Fiume ha avuto una particolare attenzione per la protagonista, confermando così la sua vocazione di parlare di donne, cogliendone la sensibilità e il fascino, mettendo in luce una forza che è propria dell’essere femminile.

Pagina dopo pagina ci si immerge in questo crogiolo di natura, di arte, di sensibilità e viene spontaneo il desiderio di fare un salto là, magari sperando in un cenacolo artistico che ora non c’è più, ma che forse traspira dai muri di quella villa in cui non risuonano più le voci di scrittori e di pittori, ma che ha avuto un destino benigno, essendo diventata un museo, uno scrigno prezioso di cultura.

Marinella Fiume, nata a Noto (Sr), laureata in Lettere classiche all’Università di Catania, dottore di ricerca in Lingua e Letteratura italiana, è stata per due legislature Sindaca del Comune di Fiumefreddo di Sicilia (Ct), cittadina sulla costa jonico-etnea dove risiede. Impegnata sul fronte della cultura della legalità e dei diritti delle donne, tra le sue pubblicazioni: la cura di Siciliane Dizionario biografico (2006), Sicilia esoterica (2013), Di madre in figlia – Vita di una guaritrice di campagna (2014), La bolgia delle eretiche (2017), i racconti Ammagatrìci (2019), Le ciociare di Capizzi (2020).

Renzo Montagnoli

 

 

 

8 Gennaio

Cattolici e ribelli.

Storie della Resistenza nel Mantovano (1943 – 1945)

di Giovanni Telò

Edizioni Il Rio

Storia

Pagg. 248

ISBN 9791259891068

Prezzo Euro 20,00

 

La Resistenza dei cattolici nel mantovano

E’ indubbia la valenza della Resistenza, tanto che fra le mie letture sono numerose quelle di libri, soprattutto saggi storici, che affrontano questo tema così importante. Purtroppo sono pochi quelli che ne parlano relativamente al fenomeno nel mantovano, anche perché la piattezza della pianura rendeva molto difficile ed estremamente rischioso svolgere un’attività insurrezionale attiva, con i colpi di mano che sarebbero avvenuti solo allo scoperto e con la pressoché totale assenza di sicure basi in cui riparare. Questo è solo uno dei due motivi che mi ha spinto a leggere il saggio di Giovanni Telò, vale a dire per conoscere qualcosa di più di quanto accaduto nella mia provincia dall’8 settembre 1943 alla fine dell’aprile del 1945; l’altro è invece una naturale curiosità per sapere come, più che i cattolici laici, il clero mantovano ebbe a comportarsi. Tengo a precisare relativamente a questo ultimo scopo che ero già a conoscenza del comportamento di alcuni sacerdoti, come per esempio monsignor Egidio Mazzali, anche perché amico di famiglia, e comunque di pochi altri. Mi importava anche sapere il ruolo svolto dagli esponenti del clero che parteciparono alla Resistenza e leggendo questo saggio mi ha confortato la conferma che il loro impegno fu civile; non spararono di certo, ma, pur rischiando parecchio, si impegnarono nel soccorso ai combattenti, nella protezione degli ebrei, nel dar vita a cellule resistenziali.

Giovanni Telò ha effettuato una ricerca storica minuziosa e il risultato è un elaborato che così come è strutturato non è per niente greve, anzi è avvincente; emergono figure luminosissime, come don Costante Berselli e don Eugenio Leoni, che si contrappongono a un personaggio che di certo non si può dire un buon cristiano, come monsignor Domenico Menna, vescovo di Mantova dal 1928 al 1954, figura legata al fascismo che ebbe sempre a sostenere. Tuttavia, se giustamente questo elemento negativo della Chiesa viene evidenziato e Telò gli dedica parecchie pagine, rifulgono numerose le figure di modesti e umili preti, il che dimostra come il vescovo fascista sia stato, almeno nel clero mantovano, un’eccezione negativa.

I cattolici, cioè coloro che cercarono di mettere in pratica il credo religioso e quindi fra questi non solo gli ecclesiastici ma anche i laici, furono certamente in numero minore fra i partigiani italiani, ma furono comunque importanti, dando un contributo militare, civile ed esistenziale di notevole portata, rischiando come gli altri, anche immolandosi per un mondo più giusto. Ebbero le loro formazioni combattenti, le Fiamme Verdi, e non pochi pagarono la loro ribellione con la prigionia nei lager tedeschi, come Don Berselli a Dachau, o addirittura con la morte, non sempre in battaglia, ma con la fucilazione dopo inenarrabili torture.

Secondo me Cattolici e ribelli è un lavoro di rilevante importanza, meticoloso, obiettivo, scritto in modo lieve, in cui, come dice anche Giovanni Telò, l’intenzione non era di narrare una storia, ma tante singole storie di persone che in quel momento così tragico seppero esprimere il loro deciso dissenso dalla ferocia e dalla violenza, conservando la fede e sempre dimostrando coraggio e umanità.

Da leggere, senza ombra di dubbio.

Giovanni Telò, nato a Castel Goffredo (Mantova) nel 1954, è sacerdote e parroco della diocesi di Mantova. Laureato in Scienze politiche, giornalista dal 1978, ha svolto l'attività  pubblicistica presso alcuni giornali e riviste a Mantova, Milano e Roma. Dal 1996 al 2007 è stato vicedirettore del settimanale diocesano La Cittadella (Mantova). Studioso di storia della Chiesa nell'età  contemporanea, ha pubblicato diversi studi, tra cui Chiesa e fascismo in una provincia rossa. Mantova 1919-1928Con la lucerna accesa. Vita e assassinio del maestro mantovano Anselmo Cessi (1877-1926)I cattolici mantovani tra guerra e Resistenza (1940-1945); Cattolici e ribelli (1943 - 1945). Collabora con l'Istituto mantovano di Storia contemporanea, anche come componente del Consiglio direttivo.

Renzo Montagnoli

 

 

 

 

2 Gennaio

Colpire Mussolini.

Gli attentati al duce e la costruzione della dittatura fascista

di Mimmo Franzinelli

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Saggistica storica

Pagg. 360

ISBN 9788804786900

Prezzo Euro 24,00

Gli attentati pretesto per consolidare la dittatura

Mimmo Franzinelli è attualmente il miglior studioso del periodo fascista, tema che mi interessa in modo particolare, tanto che piano piano sto leggendo tutti i libri dello storico bresciano, lavoro improbo perché la produzione è molto feconda e così accade che le uscite siano piuttosto frequenti (solo nel corrente anno Gli artigli del condor e Colpire Mussolini). L’ultimo, appunto Colpire Mussolini, che abbraccia un periodo che va dal 1925 al 1926, si focalizza su quattro attentati falliti contro Mussolini, analizzandoli in modo tutt’altro che superficiale, trattandosi di eventi determinanti a seguito dei quali vi fu l’inasprimento della dittatura fascista.

E’ indubbio che il lavoro preparatorio deve essere stato particolarmente gravoso, volto a chiarire ogni aspetto dei fatti, non limitandosi quindi alle cronache giornalistiche dell’epoca. E’ doveroso riconoscere che il frutto di questa fase propedeutica ha il pregio non indifferente di presentare una narrazione capillare, corredata dai necessari approfondimenti e riflessioni, senza tuttavia risultare greve, circostanza di notevole pregio, trattandosi di un saggio storico e non di un romanzo. La lettura diventa così appassionante, visto che anche i quattro attentati hanno motivazioni ed esecuzioni diverse. Numerose pagine sono dedicate al tentativo di Tito Zaniboni, questo mantovano socialista, pacifista e poi con l’entrata in guerra nel 1915 diventato un eroe plurimedagliato. Nonostante abbia tentato più volte un avvicinamento al fascismo dall’ala destra del Partito Socialista, Zaniboni organizzò, in verità malamente, un attentato a Mussolini, un’azione che avrebbe dovuto essere violenta e che invece non lo fu perché venne arrestato ancor prima di imbracciare il fucile con il quale intendeva sopprimere il dittatore. L’analisi svolta da Franzinelli è molto accurata e si spinge anche ad approfondire il carattere del mancato attentatore, così che risultano delle strane somiglianze con quello di Mussolini, dalla comune origine politica ed entrambi individualisti e narcisisti.

Il tentativo di Violet Gibson, che per circostanze fortuite si concluse solo con una ferita di striscio al naso del Duce, ha origini ben diverse, data l’acclarata infermità di mente della donna, tanto che per tale motivo venne assolta dal tribunale ed espulsa verso l’Inghilterra; l’attentato comunque provocò un’ondata di sdegno in Italia e contribuì a rafforzare la figura di Mussolini in un periodo per lui negativo a seguito del rapimento e omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti.

Gino Lucetti fu quello che tentò di sopprimere il dittatore con una bomba lanciata l’11 settembre 1926 contro l’auto che trasportava Mussolini da casa sua a Palazzo Chigi; sfortunatamente l’ordigno rimbalzò, cadde a terra, dove esplose ferendo otto passanti. L’attentatore fu condannato a 30 anni di carcere, ma nel 1943 fu liberato dagli alleati, concludendo da lì a poco la sua esistenza come vittima di un bombardamento. Anche in questo caso le circostanze e le complicità non furono mai completamente chiarite, pur figurando fra gli arrestati e poi condannati altri due anarchici come Lucetti.

L’ultimo attentato cronologicamente avvenne il 31 ottobre 1926, per mano di Anteo Zamboni, considerato un pericoloso anarchico, ma se anche un ragazzino di 15 anni forse può essere pericoloso, è lecito tuttavia dubitare delle sue scelte politiche. Certo, era figlio di un ex anarchico che per opportunità era diventato fascista, ma mi resta il dubbio che altri abbiano armato la mano di Anteo, non escludendo la possibilità che si sia trattata di una cospirazione di una frangia fascista. Gli andò male, nonostante avesse mirato bene, ma la buona stella di Mussolini nella circostanza fece gli straordinari. Il ragazzo venne praticamente linciato subito, strana circostanza, perché in genere si tende a catturare il colpevole per conoscere se ci sono dei complici, e forse non si voleva che i nomi di questi venissero alla luce. Ne pagarono invece le conseguenze, e in modo pesante, i familiari, pur senza averne la minima colpa.

Alla fine di questo periodo di attentati il risultato fu che il popolo italiano si compattò intorno a Mussolini; inoltre, circostanza ben più importante, costituirono il pretesto per l’emissione di leggi speciali che sancirono la definitiva affermazione della dittatura, in presenza di un antifascismo inerte e diviso. Fu in questo modo che vennero sciolti tutti i partiti e le associazioni di opposizione, fu soppressa la libertà di stampa, fu istituita la pena di morte e venne creato il Tribunale speciale per la difesa dello stato.

Il saggio di Franzinelli è un’opera di indubbio valore, molto ben documentata e altrettanto ben scritta, e conferma ancora una volta la grande valenza dello storico bresciano.

Mimmo Franzinelli (Cedegolo, 1954) studioso del fascismo e dell´Italia repubblicana, componente del comitato scientifico dell'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione "Ferruccio Pari", è autore di numerosi libri, fra cui: per Bollati Boringhieri, I tentacoli dell´Ovra (1999, premio Viareggio 2000), Rock & servizi segreti (2010) e Autopsia di un falso. I Diari di Mussolini e la manipolazione della storia (2011); per Mondadori, L´amnistia Togliatti (2006), Il delitto Rosselli (2007), Beneduce. Il finanziere di Mussolini, con Marco Magnani (2009), Il Piano Solo (2010), Il prigioniero di Salò (2012), Tortura (2018); per Rizzoli, La sottile linea nera (2008). Con Feltrinelli ha pubblicato: La Provincia e l´Impero. Il giudizio americano sull´Italia di Berlusconi, con Alessandro Giacone (2011), Delatori. Spie e confidenti anonimi: l´arma segreta del regime fascista (UE 2012), Il Giro d'Italia. Dai pionieri agli anni d'oro (Feltrinelli, 2013), - per gli Annali della Fondazione Feltrinelli - Il riformismo alla prova. Il primo governo Moro nei documenti e nelle parole dei protagonisti (ottobre 1963-agosto 1964), con Alessandro Giacone (2013) e Fascismo anno zero (Mondadori 2019), Croce e il fascismo (Laterza 2024), Mussolini racconta Mussolini (Laterza 2024), Colpire Mussolini (Mondadori, 2025); con Marina Cardozo: Gli artigli del Condor (Einaudi, 2025)

Renzo Montagnoli

 

 


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