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24 Maggio

Vincoli.

Alle origini di Holt

di Kent Haruf

Traduzione di Fabio Cremonesi

NN Editore

www.nneditore.it

Narrativa romanzo

 

Il primo di una serie fortunata

Corrono circa trent’anni (dal 1984 al 2015) fra le pubblicazioni di Vincoli e di Le nostre anime di notte, quest’ultimo uscito postumo, e in questo lasso di tempo sono stati dati alle stampe anche Canto della pianura, Crepuscolo e Benedizione, romanzi tutti ambientati a Holt, una cittadina americana del tutto immaginaria, ma simile a tante altre a vocazione prettamente agricola.  Lo stile scarno, ma non povero rimane sostanzialmente uguale, quello stile che non poco ha contribuito al successo e alla fama di Kent Haruf; non si può infatti rimanere insensibili di fronte all’immediatezza della comprensione di ciò che è scritto, un mezzo per esprimere passioni proprie del genere umano, capaci, grazie a trame ben congegnate, di avvincere dalla prima all’ultima riga. Eppure il narratore americano non è che arzigogoli pensieri particolarmente complessi, rivelando analisi delle personalità in modo determinante, no, senza troppe complicazioni ci porta a conoscere i suoi personaggi sia nella loro esteriorità sia all’interno del loro animo. Risulta, quindi, una lettura facile, gradevole e avvincente ed è questo che ha determinato il successo di Haruf, conosciuto in Italia solo da poco tempo e grazie all’editore NN. Vincoli ci introduce per la prima volta a Holt e lo fa quasi alle sue origini, alla fine del XIX secolo, allorché i pellirosse che lì vivevano prima dei coloni bianchi avevano lasciato quelle terre aride da circa una ventina di anni. La storia che ci viene narrata è quella di famiglie i cui terreni agricoli sono confinanti, ma è anche la storia di un grande amore che la grettezza di un padre padrone ha troncato, rendendo infelici i suoi due figli e il figlio dei vicini. La vicenda è narrata da Sanders Roscoe, un uomo che non è stato vittima di questo amore ostacolato, ma che ne è perfettamente a conoscenza, essendo il figlio di uno degli interessati e ciò che più sorprende è l’affetto che poco a poco cresce in lui per quella che avrebbe potuto essere sua madre e non lo è stata, un affetto che è quasi infatuazione e che rischia di diventare amore, nonostante una trentina di anni di differenza.  A Holt, in questo microcosmo quasi sperduto nelle grandi pianure americane,  si nasce, si vive e si muore, come in ogni parte del mondo, ma anche si ama o si odia, come appunto in ogni altra parte del mondo. E allora che cosa c’è di tanto interessante per apprezzare e amare i romanzi di Haruf? C’è la dolcezza e la pietà, a seconda dei casi, con cui Haruf anima i suoi personaggi, con cui descrive le loro passioni, i loro pregi e i loro difetti, ma senza giudicare, perché sembra dirci che la vita è così, quella vita di cui anche noi siamo parte con le nostre virtù e le nostre pecche. E per quanto lo stile sia semplice e scarno, a tratti è venato da un alone di poesia, capace di stemperare tragedie e di infondere speranze, così che i protagonisti non compaiono per ritirarsi poi come ombre, ma entrano in noi. Come sono possibili da dimenticare il padre padrone Roy Goodnough che agita i suoi moncherini, il figlio Lyman un po’ ritardato e succube, la dolce figlia Edith, una vittima sacrificale, il suo mancato sposo John Roscoe e l’io narrante Sanders Roscoe? No, ognuno immaginandoseli a modo suo se li ricorderà ogni volta che andando in campagna vedrà qualcuno che ara la terra, qualcun altro che porta le mucche al pascolo o una donna che dà il becchime alle galline.  Perché? Perché sono personaggi di fantasia, ma che sembrano veri, nel senso che si ha la sensazione che siano esistiti veramente e che, prima o poi, altri come loro si possano incontrare.

Vincoli è un romanzo stupendo.   

Kent Haruf (1943-2014), scrittore americano, dopo la laurea alla Nebraska Wesleyan University ha insegnato inglese. Prima di dedicarsi alla scrittura ha svolto diversi lavori, come operaio, bracciante, bibliotecario. Grazie ai suoi romanzi, tutti ambientati nella fittizia cittadina di Holt, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award, mentre Benedizione è stato finalista al Folio Prize.
Renzo Montagnoli
 

 

21 Maggio

I cento giorni

di Joseph Roth

Traduzione di Ervino Pocar

Edizioni Adelphi

Narrativa romanzo storico

 

Il tramonto di un mito

I cento giorni sono un periodo storico compreso fra il ritorno di Napoleone a Parigi dall’esilio all’isola d’Elba (20 marzo 1815) e la restaurazione della dinastia borbonica con Luigi XVIII (8 luglio 1815); in questo lasso di tempo il 18 giugno si svolse la celebre battaglia di Waterloo che vide la definitiva e irrimediabile sconfitta dell’Imperatore dei Francesi. Lo scopo di Roth, però, come egli stesso dice non è di scrivere una saggio storico e anche l’attribuzione generica di romanzo storico gli andrebbe stretta perché in effetti ha inteso mostrare il crepuscolo di un quasi onnipotente, spogliandolo delle vesti ufficiali affinché restasse solo l’uomo, con i suoi dubbi, le sue incertezze, le sue paure e la stanchezza che aggredisce chi ha ormai imboccato velocemente il tratto di discesa della sua parabola.  E’ un tramonto senza gloria, la fine di un mito di cui piano piano lo stesso Napoleone prende coscienza; é il grande generale che ha sempre cercato la battaglia, ma che ora, che gli viene imposta, lo trova riluttante, con un presagio di sconfitta che lo assillerà fino alle battute finali.

Il tempo inesorabile corre, ma non verso il sole di Austerlitz, verso le piogge, i terreni pantanosi di Waterloo e in questo susseguirsi veloce e implacabile di istanti si intreccia la storia dell’imperatore con quella di una sua lavandaia, Angelina. Lei, come tutte le donne di Francia, lo adora, è follemente infatuata di questo mito che va decomponendosi; c’è chi la dissuade di intestardirsi in un sentimento irragionevole, a maggior ragione ora che l’uomo Bonaparte è l’ombra di se stesso, ma inutilmente, e così entrambi saranno sconfitti. I cento giorni è un’opera dalla straordinaria potenza visiva, tanto da sembrare una pellicola cinematografica, ma questa caratteristica non è fine a se stessa, è semplicemente la cornice di un quadro di irresistibile bellezza, dove i cento giorni di un’epopea, in cui tutti credono illudendosi consapevolmente che i disegni del destino possano cambiare, scandiscono la fine di un’epoca prima ancora dell’esito di Waterloo nell’animo dei due protagonisti, l’astro che si spegne di Napoleone e la donna con le ali di Icaro che inutilmente cerca di raggiungere il suo Sole.

Imperdibile.       

Joseph Roth, giornalista e scrittore austriaco. 
Cresce accanto alla madre nella casa del nonno, frequentando le scuole nella città natale. Nel 1916 si trasferisce a Vienna dove si iscrive all'università e dove pubblica i suoi primi racconti e poesie. Inizia, sempre a Vienna, l'attività di giornalista per poi svolgerla a Berlino. Nel 1925 si trasferisce a Parigi e durante questi anni scrive La ribellione (1924), Aprile. Storia di un amore (1925).
Il ritmo di vita intenso e disordinato, da una città a un'altra, e l'abuso di alcol si accentuano dopo che la moglie si ammala e viene ricoverata per una malattia nervosa. Da allora intensifica la sua attività come dimostrano i romanzi Zipper e suo padre (1928) e Giobbe. Romanzo di un uomo semplice(1930); quest'ultimo dà inizio a una serie di opere che gli danno fama anche in Italia soprattutto negli anni Settanta e Ottanta del Novecento, nel clima di ripresa e di recupero della grande letteratura mitteleuropea, specialmente ebraica. Nel 1932 esce La marcia di Radetzky, considerato il propotipo del romanzo storico-realista, con cui Roth non si limita a rievocare nostalgicamente un passato al tramonto (quello dell'Impero austro-ungarico) ma descrive la saga della sconfitta progressiva dell'uomo nella storia, a causa della decadenza degli antichi valori.
Nel 1933, prima che si diffondesse la notizia della nomina di Hitler a cancelliere, Roth lascia nuovamente Berlino per recarsi a Parigi (prima tappa del suo esilio), a Zurigo, Marsiglia e in altre città europee. Continua la sua produzione di racconti e romanzi fino al 1939, anno della sua morte avvenuta a Parigi a causa di un collasso. Scompare quindi uno scrittore che ha dato corpo alla tragedia del "piccolo uomo", austriaco o tedesco, piccolo-borghese o ebreo-orientale, tra la dissoluzione dell'Impero austro-ungarico e l'avvento di Hitler.
Fonte: Dizionario Bompiani degli autori 2006
Renzo Montagnoli
 

 

18 Maggio

Album Piubello.

Uno scrittore in piazza

di AA.VV.

A cura di Mario Artioli e Vladimiro Bertazzoni

Sometti editoriale

www.sometti.it

Biografia

 

Chi era Giovanni Piubello

Il quarto volume del cofanetto dedicato a Giovanni Piubello, dopo che era stato pubblicato nei primi tre ogni suo scritto, è una sua biografia, frutto di più mani e in grado, ancor di più della lettura delle sue opere, di far comprendere chi fosse prima di tutto l’uomo e poi l’artista. Si avvicendano così fonti di diversa natura, che vanno dalle testimonianze ai documenti, da alcune prose autobiografiche a fotografie, da un breve riepilogo della sua vita, più che altro anagrafico, a brevi interventi di chi l’ha conosciuto e ha inteso delineare il suo ritratto. Sono ben 353 pagine che per varietà, novità anche e qualità dei diversi autori sono in grado di far conoscere Giovanni anche a chi non ha mai avuto occasione di vederlo, oppure di chiarire la natura del personaggio a coloro, fra i quali il sottoscritto, che hanno avuto occasionalmente l’opportunità di scambiare due chiacchiere. Nel mio caso penso sia accaduto non più di un paio di volte, peraltro brevi, e avevo ritratto l’impressione di un uomo originale, non matto, ma comunque diverso dalla media, più interessato a parlare di letteratura che a vendere, tanto che mi chiesi all’epoca se quella bancarella non costituisse solo il passatempo di un uomo che viveva di rendita. E invece era la sua unica fonte di reddito, che non gli consentiva di certo voli pindarici.  E’ molto bello leggere come ne parla chi l’ha conosciuto non di certo occasionalmente e i giudizi sull’uomo e sull’artista sono convergenti: Piubello era così, un poeta, anche se scriveva soprattutto la prosa, che viveva romanticamente per la sua arte, per le conversazioni letterarie con gli amici, per qualche riunione conviviale con fini sempre culturali; però era sostanzialmente solo, tranne la compagnia di qualche felino, perché era scapolo e non avrebbe potuto essere diversamente dato il tipo di vita scelto. Fra le testimonianze mi ha colpito una di Andreina Bergonzoni che ebbe modo di conoscerlo per puro caso mentre si aggirava per Mantova alla ricerca di notizie su Arturo Frizzi per la sua tesi di laurea. L’incontro non fu il solo e quindi il giudizio della Dr.ssa Bergonzoni non può essere considerato di primo acchito, ma ponderato.  Scrive, fra l’altro: “Tornai con un bottino di notizie che mi avrebbero consentito di scrivere almeno tre capitoli della mia tesi, con uno strano libro di Gobbi ricevuto in dono  e con una certezza in cuore: avevo incontrato un poeta, un uomo che aveva fatto della libertà la sua bandiera, dell’onestà intellettuale un credo, di quella bancarella una patria dell’anima.”.   Sono dell’opinione che quelle poche parole dopo i due punti riescano a descrivere in modo impeccabile Giovanni Piubello, un uomo e un artista rari; entrambi avrebbero meritato maggior fortuna, ma come posso io pensare che le soddisfazioni economiche e materiali dovessero arridergli? Non ha mai cercato la notorietà e anche dopo la pubblicazione di Matti beati e la vincita del premio Duomo non ha fatto nulla per battere il ferro quando era caldo; no, a  Gioàn non interessava leggere il suo nome a lettere cubitali sui giornali, né seguire la vendita delle sue opere, non era questo il suo mondo perché invece la bancarella era il rifugio sicuro in cui riusciva a stemperare, con gli incontri con la gente e lo scambio di parole, una tristezza di fondo che lo portava alla solitudine, un male intimo non raro nei poeti e non dimentichiamo che  Gioàn scriveva anche poesie.

La lettura di questo libro è quindi sicuramente consigliata.
Renzo Montagnoli

 

9 Maggio

Storia di Mantova

Da Manto a capitale della cultura

di Guido Vigna

Marsilio Editori

www.marsilioeditori.it

Storia

 

Dalle origini ai nostri giorni

Parlare di più di duemila anni di storia in 288 pagine può sembrare di primo acchito una missione impossibile, ma se, senza trascurare nulla, si espongono cronologicamente le vicende di una città senza approfondire la cosa diventa possibile ed è quello che ha fatto Guido Vigna, giornalista mantovano che con questo libro, di agevole lettura, ha inteso evidentemente fornire un testo  affinché i mantovani, ma anche i tanti turisti possano avere almeno un’idea di cosa sia questa entità urbana, talmente bella da diventare patrimonio mondiale dell’umanità. Il periodo storico affrontato è indubbiamente assai lungo e aggiungo che addirittura non si è in grado di sapere con certezza quando Mantova è stata fondata; si parte ovviamente dal mito che Virgilio riporta nell’Eneide, di quella profetessa Manto, figlia di Tiresia, che avrebbe dato il nome alla città. Se però ritorniamo con i piedi sulla terra, c’è una buona probabilità che sia stata fondata dagli Etruschi nel VI secolo a.C. e poiché fra le divinità di quel popolo c’era quella dell’oltretomba chiamata Manth si può anche logicamente ipotizzare che il nome del dio sia stato esteso all’abitato. Poi seguono i periodi delle dominazioni celtiche, romane, delle calate dei barbari, dei Longobardi, dei Franchi, del libero comune per arrivare alla Signoria dei Gonzaga, ricchi agricoltori che in verità si chiamavano Corradi, ma che per la nobiltà acquisita assunsero come cognome quello del luogo di provenienza. E’ fuor di dubbio che il rinascimento è stato il periodo più bello, di autentico splendore di questa città a vocazione prettamente agricola, poi c’è stata la decadenza, l’estinzione della dinastia, l’avvento degli austriaci, indi quello dei francesi, di nuovo degli austriaci e infine, dal 1866, del Regno d’Italia. La storia, però, anche quella raccontata da Vigna non si ferma qui, perché arriva fino ai nostri giorni, con il dopo guerra che vede il sorgere di tante realtà industriali, che a partire dalla fine dello scorso secolo si ridimensionano alquanto, con diverse cessazioni di attività. Se non fosse per le ciminiere, alcune ormai da tempo spente, che costellano la periferia, si potrebbe quasi dire che il tempo si è fermato e in effetti nel bel centro storico e nelle vie adiacenti, con le antiche dimore, si può ancora respirare l’atmosfera di un tempo andato, così che, grazie a quei campagnoli venuti da Gonzaga,   Mantova è andata riscoprendo la sua vera vocazione, cioè di essere meta del turismo che accorre a frotte a estasiarsi di fronte alla più bella camera del mondo, la camera picta realizzata da Andrea Mantegna, o a meravigliarsi per le sale affrescate dello splendido palazzo Te che porta la firma di Giulio Romano, e per tante altre bellezze che meriterebbero di essere almeno citate, ma che per ragioni di spazio sono costretto a omettere. Oggi come oggi la città vive del

riflesso di quel periodo aureo in cui si affollavano a Mantova pittori, scultori, architetti, poeti e musicisti, un trionfo di opere d’arte in parte emigrate verso altri lidi o andate disperse, ma quel che resta basta a testimoniare una grandezza culturale di cui non solo i mantovani, ma tutti gli italiani devono essere orgogliosi.

Da leggere.

Guido Vigna (Mantova, 1942) ha scritto per molte grandi testate: dal «Corriere della Sera» a «Repubblica», dal «Giorno» all’«Avvenire», dalla «Domenica del Corriere» al «Mondo». Ha lavorato in Rai, a Prima Pagina, con la rubrica Vocabolariando, e pubblicato, per Rusconi, le biografi e di Ezio Vanoni e Pasquale Saraceno. Dissacratore per vocazione, a cominciare da se stesso, colleziona necrologi sognando di scrivere con essi una Spoon River italiana. Ha creato iniziative diventate famose: Un Natale di Libri a Bolzano e Titolo e Copertina dell’anno, premio giornalistico ideato per la Ferrari di Trento.
Renzo Montagnoli

 

6 Maggio

Nome d’arte Doris Brilli.

I casi del maresciallo Ernesto Maccadò

di Andrea Vitali

Garzanti Editore

Narrativa romanzo
 

Lo scandalo

“Cavallo vincente non si cambia” e Andrea Vitali ha fatto proprio questo motto, perché in tutti i suoi romanzi segue uno schema prefissato e ben collaudato. Infatti scrive due storie agli inizi apparentemente senza nulla in comune, poi le vicende procedono parallele, cominciando ad avvicinarsi all’incirca da metà dell’opera per convergere su un’unica linea nelle ultime pagine. E così è anche questo il caso di Nome d’arte Doris Brilli che inizia quasi in sordina con la bellanese Desolina Berilli fermata a Milano a Porta Ticinese in seguito a una lite in pubblico con un giornalista del Popolo d’Italia, il giornale diretto dal fratello del Duce. E’ inutile dire che, ragioni a parte, il pericolo di un intervento del potente Arnaldo Mussolini fa decidere la polizia di rimandare a Bellano la signorina, appassionata di teatro e di operette, con buone doti canore e di recitazione, tanto che si esibisce al momento in spettacolini di quart’ordine con il nome d’arte di Doris Brilli. Contemporaneamente, al paese natale troviamo il vicedirettore del cotonificio, perito industriale Delmerio Passanò, tirchio come uno scozzese,  alle prese con i tentativi di maritare con un buon partito la figlia Giannetta. In mezzo, o meglio ancora vicenda nelle vicende, abbiamo il maresciallo Maccadò, di fresca nomina e di altrettanto fresco matrimonio, uomo dotato di intelligenza, a differenza dei carabinieri delle barzellette, e anche non privo di umanità, quasi una garanzia per il buon esito del romanzo. Prende corpo così una commedia degli equivoci, che vedrà coinvolti anche altri personaggi, invenzioni fortunate dell’autore, che fra una tabacchiera che scompare per poi riapparire, il pericolo, che si rivelerà infondato, che uno dei protagonisti sia affetto da tubercolosi, pranzi con intenti matrimoniali e tutta una serie di situazioni comiche arriverà a tambur battente alla fine con la scoperta di quello che ancor più all’epoca (siamo nel ventennio) si sarebbe potuto definire un grosso scandalo. E’ inutile che aggiunga altro, perché non voglio far cadere la suspense che è una delle caratteristiche positive di questo romanzo che accompagna il lettore dall’inizio alla fine con il consueto garbo proprio di Vitali, consentendo di trascorrere alcune ore in una sorta di gradevole evasione.

Dopo aver frequentato «il severissimo liceo Manzoni» di Lecco, Andrea Vitali si laurea in medicina all'Università Statale di Milano ed esercita la professione di medico di base nel suo paese natale. 
Scrittore molto prolifico, ha esordito nel 1990 con il romanzo breve Il procuratore, ispiratogli dai racconti di suo padre; nel 1996 ha vinto il Premio letterario Piero Chiara con L'ombra di Marinetti, ma il grande successo lo ha ottenuto nel 2003 con Una finestra vistalago (Premio Grinzane 2004). 
Nel 2006 ha vinto il Premio Bancarella con il romanzo La figlia del Podestà; nel 2009 il Premio Boccaccio e il Premio Hemingway. 
Tra i numerosi romanzi, ricordiamo: nel 2011 La leggenda del morto contento e Zia Antonia sapeva di menta. Nel 2012 Galeotto fu il collier e Regalo di nozze. L'anno successivo escono Le tre minestre, lungo racconto autobiografico edito da Mondadori-Electa e Di Ilide ce n'è una sola. Nel 2014 Quattro sberle benedettePremiata ditta Sorelle Ficcadenti e Biglietto, signorina!; nel 2015 La ruga del cretino, scritto con Massimo Picozzi, Le belle Cece, La verità della suora storta, Quattro schiaffi benedetti, Un amore di zitella (tutti editi da Garzanti). Nel 2016 Nel mio paese è successo un fatto strano (Salani), Le mele di Kafka (Garzanti) e Viva più che mai (Garzanti).
Da ricordare che con il romanzo Almeno il cappello (edito nel 2009 da Garzanti) Andrea vitali ha vinto il Premio Casanova, il Premio Isola di Arturo Elsa Morante, il Campiello sezione giuria dei letterati ed è stato finalista al Premio Strega.
I suoi libri, pubblicati in Italia da Garzanti, sono stati tradotti in molti paesi, tra cui la Turchia, la Serbia e il Giappone. 
Renzo Montagnoli

 

3 Maggio

Nel fiato umido dell’autunno

di Mariangela De Togni

Prefazione di Silvia Castellani

Fara Editore

www.faraeditore.it

poesia 

 

Un’intensa spiritualità

E tre, nel senso che tante sono le sillogi poetiche di Mariangela De Togni che ho letto e ho apprezzato: dal mistico abbandono di Frammenti di sale a l’essenza di Dio in Si può suonare un notturno su un flauto di grondaie?, per arrivare a questa Nel fiato umido dell’autunno, fresca fresca di stampa.

Poiché l’autore è una religiosa (è una suora delle Orsoline di Maria Immacolata) sarebbe stato logico attendersi una poesia eminentemente religiosa, quasi un’opera teologica, e invece Mariangela De Togni riesce a parlare di Dio attraverso le infinite meraviglie del Creato. Questa impostazione presenta due pregi, di cui il primo è essenzialmente poetico e il secondo è tale da rendere maggiormente fruibile in concetto di Onnipotente, quasi un messaggio, un’evangelizzazione in versi che raggiunge facilmente e con particolare efficacia il lettore. In ogni manifestazione della natura, da un cielo a un umile fiore c’è Dio, c’è un qualche cosa di indefinibile che presiede perfettamente a tutte le cose, al moto del mare, all’avvicendarsi del giorno con la notte, alla vita di ogni essere ed è quel mistero che non può essere svelato con metodologie scientifiche, ma solo ed esclusivamente con la fede. Bearsi della natura vuol dire così bearsi di Dio, lasciarsi andare a quell’onda lunga dell’emozione che sola può saziare il nostro spirito. Le occasioni possono essere tante, i temi altrettanti, ma lo scopo e il risultato è sempre quello, come, per esempio, in Fu il sospiro della notte (Un cupo blu di Prussia / s’adagia sui pioppi, / carichi di pensiero, / mentre rapite dal vento / le nuvole / vagano senza meta / nel silenzio dei chiostri / simili a cumuli di cirri / addensati sul mare. /…), oppure come nella brevissima Eco (Eco ma di altre maree / e di altre aurore. / E di cieli stellati diversi.). Oserei dire che la poetessa è permeata, prima ancora che di religiosità, di spiritualità, che sono due termini che potrebbero sembrare uguali, ma non lo sono, perché per il secondo non c’è necessità di insegnamento, non ci sono regole o dogmi, c’è solo un grande sentimento innato che si traduce in una crescita interiore che può completarsi con la religiosità. Le sensazioni che ritrae dall’osservazione della natura sono percorsi di spiritualità che approdano poi alla religiosità e per chi legge è più facile comprendere e credere, e questa è un’altra notevole valenza dell’ars poetica di Mariangela. Non si può restare insensibili a versi come quelli che seguono, parole sapientemente accostate che toccano quelle vette sublimi che più facilmente consentono di accostarsi a Dio: La notte vedi le stelle / più chiare dell’acqua del mare, / più bianche delle ninfee, / a tessere tele di luce / sulla finestra a bifora / della chiesa vuota. / Ricucendo ombre solitarie / nel vento d’autunno. // I ricordi sono linfa / dei nostri pensieri, /armonia di voci / nel lento solfeggiare / del sospiro. E poi ce n’è un’altra brevissima che più esplicativa di così non potrebbe essere: Ma il mare è come l’anima, / e non fa silenzio mai. / Nemmeno quando tace.

Non credo sia necessario aggiungere altro, se non l’invito a leggere questa raccolta che, forse, è la più bella di Mariangela De Togni.

Mariangela De Togni, nata a Savona, è suora delle Orsoline di Maria Immacolata (Piacenza). Insegnante, musicista, studiosa di musica antica. Membro dell’Accademia Universale “G. Marconi” di Roma, ha pubblicato le raccolte di versi: Non seppellite le mie lacrime (1989),Nostalgia (1991), Una Voce è il mio silenzio(1995), Chiostro dei nostri sospiri (1998), Profumo di cedri (1998), Un saio lungo di sospiri (2000), Flauto di canna (2004), Nel sussurro del vento (in Quaderni di Letteratura e Arte, 2005), Nel silenzio della memoria (ne Le visioni del verso, 2008), Cristalli di mare (2010), Fiori di magnolia (2011), Frammenti di sale (2013), Si può suonare un notturno su un flauto di grondaie? (2016, prima classificata al Faraexcelsior). È presente nel Dizionario della Biblioteca di Stato, in agende, antologie, blog e riviste di poesia contemporanea. Numerosi i premi e i riconoscimenti.
Renzo Montagnoli
 

 

1° Maggio

 

Scrivere è più di vivere

di Ferdinando Camon

Guanda Editore

Saggistica politica e attualità

 

Uno sguardo sul mondo

Nel 2006  Ferdinando Camon ha riunito in un volume (Tenebre su tenebre) una serie di pensieri, ragionamenti, meditazioni, ricordi, scritti nel corso di circa tre lustri in concomitanza con i fatti più eclatanti della storia e della cronaca, come guerre, encicliche, omicidi, suicidi, fenomeni sociali di vario genere, tutti eventi che, senza che magari ce ne accorgiamo, incidono in modo determinante sulla nostra vita.  Poi è passato del tempo, ma l’abitudine di osservare, di riflettere su certi comportamenti, su ciò che un occhio attento può cogliere anche nel quotidiano della vita non è cessata ed ecco allora che il risultato di quel lavorio della mente, a volte apparso già su quotidiani e periodici, è stato riunito in unico volume, appunto questo Scrivere è più di vivere. Tengo a precisare, a beneficio di chi per la prima volta si accosta alla scrittura di questo grande artista, che Camon è una persona un po’ fuori dei canoni, certamente non allineata e pertanto anche scomoda, politicamente scorretta insomma, pur tuttavia senza essere anarchica, ed è forse quest’ultima caratteristica che rende più interessanti i suoi articoli, che non ribaltano, non capovolgono giudizi, ma che richiamano l’attenzione su fatti che, sovente partendo dal particolare, possono pervenire a una generalizzazione sicuramente di maggior rilievo. Il suo, poi, è uno stile che non appesantisce la lettura e che si presenta semplice, ma contemporaneamente efficace; come prima ho scritto, alcuni di questi articoli, editoriali, elzeviri mi erano già noti perché apparsi nel tempo sulla stampa, mentre altri invece sono nuovi e in genere si tratta di brevi riflessioni e anche di aforisma.  In ogni caso, sono in grado di interessare ampiamente, come il caso dell’esame universitario superato, con l’esito trascritto sul libretto personale, ma non sul registro. Qualcuno potrà pensare che in fondo si tratta di un banale errore e in effetti in una società non a compartimenti stagni sarebbe stato risolto, subito e senza difficoltà, a tutto vantaggio dello studente Camon vittima dell’incidente. Purtroppo non fu così, perché i professori universitari, non sempre, ma spesso, si credono infallibili, ma quel che è peggio è un’altra cosa, vale a dire la consorteria mafiosa che all’epoca e credo anche adesso esiste negli atenei. Quante a volte avete sentito parlare dei cosiddetti baroni? Ecco, questo è stato un caso che ha confermato la loro esistenza e che la mafia non è prerogativa solo di certi ambienti siciliani. In ogni caso Camon non attinge solo da esperienze personali, purché abbiano una valenza di essere generalizzate, ma cerca anche di smontare i falsi miti di un passato che sono sempre presenti nel nostro paese, come nel caso di Cadorna, il generalissimo che con la sua insensata strategia e la sua indifferenza mandò a morire, per niente, centinaia di migliaia di soldati italiani. Destituito dopo Caporetto, l’indagine su di lui, come spesso accade nel nostro paese, si concluse con un nulla di fatto, tanto da restare celebre e da meritare il suo cognome nelle toponomastiche di diverse città. Camon ne avrebbe voluto la cancellazione dal piazzale che sta davanti alla ex caserma dei Vigili del Fuoco a Udine, prima di una lunga serie di cancellazioni che avrebbe ridato una giustizia postuma ai nostri soldati caduti nella Grande Guerra. Mi risulta che sia  stato accontentato, ma la ricaduta a valanga non c’è stata e ancora adesso, quando vado in giro, non è infrequente che mi imbatta in piazze e strade intestate a quest’uomo che soprattutto difettava di umanità. Poi ci sono semplici osservazioni con opportune conclusioni, come quella che riporto di seguito intitolata Contro di noi: Ci sono immigranti che vengono per vivere in mezzo a noi, e possono restare; altri che vengono per vivere accanto a noi, e possono restare; altri che vengono per vivere contro di noi, e non possono restare. Una conclusione che è ineccepibile e che non può portare a considerare razzista l’estensore, perché il suo è un ragionamento del tutto logico, indipendente pertanto da qualsiasi ideologia. Non posso andar oltre per ragioni anche di spazio, ma credo che per chiudere questa recensione non ci sia nulla di meglio di questo aforisma, che condivido totalmente: Per invecchiare felici non occorre essere felici, basta vedere felici coloro tra i quali s’invecchia. A un certo punto della vita, la felicità è la visione della felicità altrui.

Da leggere, centellinando, nei momenti di relax, in quelli di sconforto, in quelli assai più rari di felicità, in poche parole, anzi in una sola, sempre.

Ferdinando Camon è nato in provincia di Padova. In una dozzina di romanzi (tutti pubblicati con Garzanti) ha raccontato la morte della civiltà contadina (Il quinto statoLa vita eternaUn altare per la madre – Premio Strega 1978), il terrorismo (OccidenteStoria di Sirio), la psicoanalisi (La malattia chiamata uomoLa donna dei fili), e lo scontro di civiltà, con l’arrivo degli extracomunitari (La Terra è di tutti). È tradotto in 22 paesi. Il suo ultimo romanzo è La cavallina, la ragazza e il diavolo (2004). Nel 2016 ha vinto il premio Campiello alla Carriera.
Renzo Montagnoli

 

 

26 Aprile

Il ferro e la polvere

Una storia inaspettata

di Mauro Guido

Editoriale Sometti

www.sometti.it

Narrativa romanzo storico

 

L’angoscia di un periodo storico

La Seconda guerra mondiale è quel grande tragico evento che vide coinvolto anche il nostro paese e su cui tanto si è scritto, sia come saggistica storica che come romanzi storici veri e propri, questi ultimi per lo più legati al fenomeno della Resistenza; però, di come abbia vissuto quel periodo la popolazione civile italiana si è parlato ben poco, e in queste limitate prose non ne rientra nemmeno una su Mantova. Eppure, anche di lì è passata la guerra, anche le sue case hanno subito i bombardamenti alleati con numerose vittime, anche sul selciato delle sue vie è risuonato dopo l’8 settembre 1943 il rumore degli scarponi chiodati dei soldati tedeschi, che, come loro abitudine, non hanno certo lasciato un buon ricordo, rendendosi colpevoli di eccidi che non avevano giustificazione. 

A questa gente comune che ha sopportato in silenzio, non ponendosi a fianco dell’uno o dell’altro contendente nel corso della guerra civile che ha insanguinato l’Italia dall’armistizio dell’8 settembre 1943 alla liberazione del 25 aprile 1945, qualcuno ha voluto pensare, consapevole che si trattò della stragrande maggioranza di chi all’epoca pativa il freddo, la fame e la paura. E questo è un merito che va dato a Guido Mauro, ex direttore di banca, ora in pensione, spronato da un suo vecchio insegnante di diritto ed economia, il professor Leonello Levi, che ha all’attivo alcune pubblicazioni di altro genere. Ecco quindi quale è lo scopo di questo libro, basato rigorosamente su fonti documentate e che quindi, anche come impostazione, più che un romanzo storico potrebbe essere classificato come storia romanzata. Per far questo l’autore è ricorso alla fantasia, inventando il ritrovamento, nel corso di alcuni lavori di ristrutturazione di un edificio alla fine degli anni settanta dello scorso secolo, di una cassetta contenente le pagine di un diario scritto subito dopo l’armistizio dell’8 settembre. E’ un escamotage non nuovo, a cui a suo tempo sono ricorso pure io per due miei racconti, e che ha però il pregio di rendere più facilmente presente il lettore ai fatti raccontati, con in cambio, tuttavia,  l’inconveniente che alla lunga finisce con l’annoiare. Chi ha tenuto quel quaderno di memorie è un tipografo, di modesta cultura, a suo tempo fascista convinto in forza dell’indottrinamento giovanile, ma ora vacillante di fronte allo sfacelo non solo di un regime, ma di una intera nazione. Per accattivare maggiormente il lettore è stato inventato un altro personaggio, un capitano austriaco che negli anni 20, quando era un bambino affamato in una Vienna allo sbando, come altri suoi coetanei venne ospitato per un certo periodo da famiglie italiane, fra le quali alcune mantovane.  Sebbene venga ritrovata l’antica amicizia l’italiano diffida dell’austriaco e questo, benché consapevole dell’esito avverso della guerra, prosegue ottusamente nell’obbedienza cieca, anche se del sogno dello spazio vitale del popolo tedesco non c’è più traccia. I giorni scorrono, le restrizioni, non solo alimentari, aumentano, i soldati del Terzo Reich compiono degli eccidi crudeli, i bombardamenti aerei martirizzano la città, più che la paura è l’angoscia che prende il sopravvento e che diventa palpabile. E quando il tipografo decide da che parte stare il diario si interrompe, lasciando come un vuoto greve, senza possibilità di conoscere quello che dovrebbe essere accaduto. L’interruzione brusca, che può lasciar pensare a un seguito infausto, ha anche il pregio di evitare la noia che, come ho sottolineato, inizia a prendere il lettore di un diario quando le pagine di questo cominciano a essere tante.

Il libro in pratica finisce lì, fatta eccezione per una breve nota in corsivo e per le conclusioni dell’autore, conclusioni a cui ormai è tempo che arrivi pure io.

Si tratta dell’opera prima di Mauro Guido e sconta inevitabilmente un po’ di mancanza di esperienza, anche se è doveroso dire che lo scopo prefissato è stato raggiunto e che il lettore si è fatta un’idea abbastanza esatta di ciò che fu quel periodo per la maggior parte degli italiani. E questo è un merito, di fronte al quale si possono perdonare alcune ingenuità, quali i ragionamenti un po’ troppo approfonditi di un tipografo dal modesto livello culturale. Lo stile è semplice, ma non elementare, e l’italiano è corretto, una caratteristica che diventa sempre più rara in campo letterario.

Insomma Il ferro e la povere non è probabilmente un capolavoro, né le aspettative avrebbero potuto essere in tal senso data anche l’inevitabile inesperienza, ma è la positiva  e convincente prova di esordio di un nuovo narratore.

Mauro Guido è nato a Mantova nel 1959. Dopo il diploma in Ragioneria, è stato bancario per trentanove anni. Il ferro e la polvere è il suo primo romanzo, concluso nel corso dei primi sette mesi di pensionamento.
Renzo Montagnoli

 

 

24 Aprile

Sangue di Giuda

di Milvia Comastri

Giraldi Editore

www.giraldieditore.it

Narrativa romanzo

 

Quattro donne alla deriva

Mio nonno, che forse era un po’ maschilista, diceva che una casa con due donne e senza un uomo su cui potessero sfogare le loro frustrazioni era un posto infernale; non riesco a immaginare, pertanto, come potrebbe essere una dimora in cui vivono quattro donne, peraltro di tre generazioni. E questo libro parla appunto di quattro persone di sesso femminile, strettamente imparentate, che risiedono nella stessa abitazione, ma quasi come estranee, perché nel tempo si è accumulata una indifferenza che a poco a poco è diventata rancore e che ha fatto sì che pur così vicine diventassero così lontane.  Abbiamo così modo di conoscere Celeste, la più anziana, che da da anni non esce e sta rintanata in casa e la cui vita sembra imperniata su quei tre pacchetti giornalieri di sigarette di cui non riesce a farne a meno e la cui unica preoccupazione è la nipotina Mira, a parte la litania di una continua imprecazione, quel Sangue di Giuda che dà il titolo all’opera; poi c’è una donna a cui la vita sembra aver negato tutto o quasi e che risponde al nome di Assunta, figlia di Celeste; indi è presente, quando non in giro in cerca di una velleitaria scrittura, Nadia, la bella Nadia, altra figlia di Celeste e madre di Mira, una donna che senza sosta spera di sfondare nel mondo del cinema e che ha numerosi rapporti sessuali con uomini diversi, relazioni fugaci che illusoriamente scambia per amore, e infine l’adolescente Mira, che detesta il comportamento della madre, tutta tesa a prendere sul serio quello che serio non è e viceversa. Insomma direi che è un bel campionario di donne deluse, senza un futuro, fatta eccezione per la giovane Mira che comprende che l’unico modo per fuggire da quella ragnatela domestica è di andarsene, di fuggire.

C’è un’atmosfera opprimente in questo romanzo, quasi un senso di soffocamento tombale e il lettore arriverà a conoscere con gradualità il carattere delle quattro protagoniste e a comprendere cosa si celi in realtà dietro un palpabile alone di mistero. Ma non ci sono solo donne, c’è pure qualche uomo, e direi che i protagonisti maschili non ci fanno una gran bella figura, ma del resto questo è in tutto e per tutto un libro al femminile, in un mondo di sentimenti tipici di questo sesso e con dei risvolti, sul finale, un po’ melodrammatici che personalmente avrei stemperato, ma io sono un uomo e non una donna.

Una cosa è certa, il romanzo di esordio di Milvia Comastri, che fino a ora aveva pubblicato solo prose più brevi, è una rappresentazione intimistica di quella che dovrebbe essere una normale famiglia e non lo è, perché è evidente che non è il vivere sotto lo stesso tetto che fa un’autentica famiglia, e in questo senso sembra quasi rappresentare un’istituzione passata, con la sua storia particolare propria di certe saghe del secolo scorso. Non è facile, in questi casi, esporre ciò che si sente, si corre anche il rischio di infarcire il tutto con dei flash back, che per fortuna l’autrice è riuscita a limitare. Eventualmente ciò che può frenare il lettore è costituito dalle prime pagine, che appaiono abbastanza nebulose e che potrebbero anche distogliere l’attenzione, o addirittura far cessare la lettura. Però, basta superare questo scoglietto, e le cose diventano più semplici, la nebbia si schiarisce e il romanzo fluisce senza inciampi. L’argomento non è di quelli che rientra propriamente nei miei gusti e pur tuttavia devo dire che è riuscito a interessarmi e che quindi questo esordio in una prosa lunga può essere considerato complessivamente positivo e soddisfacente. 

Milvia Comastri ha pubblicato tre raccolte di racconti: Donne, ricette, ritorni e abbandoni (Pendragon 2005), Colazione con i Modena City Ramblers (Historica 2012), Squilibri (Antonio Tombolini Editore 2014) e suoi contributi sono presenti in molte antologie. Questo è il suo primo romanzo.
Renzo Montagnoli

 

 

20 Aprile

Nel peggiore dei modi.

Le inchieste del commissario Cavallo

di Flavio Villani

Neri Pozza Editore

Narrativa romanzo giallo

 

Attenzione, dà assuefazione

Corre l’anno 1990 e in una giornata nebbiosa, opprimente, fetida, come solo un  certo tempo atmosferico sa essere presente a Milano, un padre porta suo figlio a scuola, ma prima di arrivare a destinazione si ferma da un tabaccaio per comprare le sigarette, non senza aver prima parcheggiato l’auto nei pressi con il bimbo a bordo. Esce dal negozio, gli si fa incontro un uomo alto, con una caratteristica non ben definibile di uno degli arti superiori, forse vuole solo un po’ di fuoco per accendere, ma invece gli spara due colpi di pistola che lo accasciano sul marciapiedi e quando il corpo è a terra ne viene sparato un terzo, quello di grazia. Inizia così il secondo romanzo poliziesco scritto da Flavio Villani e che vede ancora una volta all’opera il commissario Cavallo, lo stesso del primo episodio, tanto per intenderci quello della donna assassinata il cui corpo sezionato viene trovato in una valigia del deposito bagagli della stazione Centrale di Milano.  Come al solito la trama è piuttosto intricata, complicata nel caso specifico da una guerra fra elementi della mafia e della ndrangheta; è fra sparatorie, scomparse definitive e morti ammazzati che si muove questo poliziotto di origini meridionali, coscienzioso e onesto, non disposto a chiudere gli occhi o per fare carriera o per pregiudicare quella già fatta.  In fin dei conti Cavallo ha il pregio di essere l’uomo della porta accanto, il vicino di casa che alla mattina parte presto per il lavoro e ritorna sempre tardi, senza nessuna mania di protagonismo, consapevole che il suo destino è solo quello di fare, sempre e comunque, il proprio dovere. Lo coadiuva il più giovane ispettore Montano, che più che un fratello minore sembra un gemello, almeno come modo d’essere e di fare, e la sua è una collaborazione preziosa, perché non è solo capace di obbedire, mettendo in pratica nel migliore dei modi le direttive del superiore, ma ha anche delle opinioni che nel contesto di un’indagine risultano sempre preziose. La trama, come ho detto prima, è piuttosto intricata e il tutto ha origine molti anni prima, all’epoca degli anni di piombo, con il massacro di un giovane di estrema destra, un episodio delittuoso che sembrava dimenticato, ma si sa che il destino, prima o poi, presenta sempre il conto. E’ superfluo dire che Cavallo riuscirà a venire a capo dell’indagine, di per sé difficile, ma ancora più complessa e delicata perché gli investigatori devono muoversi sul terreno minato della politica, con  il commissario che non arretra, non si fa mai da parte,  perché lui vuole solo e sempre arrivare alla verità, assicurando alla giustizia il colpevole.

Flavio Villani è un narratore di razza e lo conferma con questa sua seconda opera, dal ritmo costante, dall’ambientazione perfetta, dalle atmosfere ricreate in modo quasi prodigioso, caratteristiche tutte che avvincono il lettore e che lo inducono a superare la stanchezza, a non fermarsi mettendo un segnalibro, perché è quasi maniacale il desiderio di andare avanti, per sapere cosa accadrà, chi è il misterioso assassino, quali sono i complici, quale è il movente. Ci sarebbe infine da dire che i libri di questo giallista milanese danno assuefazione, come una droga, ma a differenza di questa non fanno male al fisico e anzi sono un toccasana per la mente.

Flavio Villani è nato a Milano nel 1962. Neurologo, ha lavorato negli Stati Uniti come ricercatore nel settore della neurofisiologia. Come scrittore ha esordito con L’ordine di Babele (Laurana, 2013), seguito dal poliziesco Il nome del padre (Neri Pozza, 2017), con protagonista il viceispettore Cavallo. Nel 2018 Villani ha pubblicato un secondo romanzo giallo, dal titolo Nel peggiore dei modi (Neri Pozza).
Renzo Montagnoli
 

 

17 Aprile

Nuove anime

di Vincenzo D’Alessio

Prefazione di Alessandro Ramberti

Note critiche dei giurati Nicoletta Mari Colomba Di Pasquale

Fara Editore

www.faraeditore.it

Poesia

 

Ragione e sentimento

E’ da un po’ di tempo che ho l’opportunità, e la fortuna, di leggere la produzione poetica di questo autore avellinese, che a definirlo un cantore del Sud è volerlo considerare a tutti i costi un artista stanziale, cioè abbarbicato alla sua terra e alla sua gente, che costituiscono la tematica delle sue liriche. In effetti, se è pur vero che Vincenzo D’Alessio trae ispirazione dalla natura dei suoi luoghi, dalle tradizioni, ma anche dalla disperazione della sua gente, la sua è una voce che si leva forte e chiara contro le ingiustizie sociali e avverso una pratica egoistica ed edonistica volta a corrompere e a distruggere l’ambiente in cui viviamo. E anche dove sembra che il discorso poetico tragga fonte dall’analisi introspettiva del proprio animo, questa lacerante invocazione per un mondo migliore, alla fin fine, è sempre presente (C’era una volta un paese felice / dove la gente pensava al lavoro /ogni giorno benediceva, quello /che i campi donavano loro / passarono gli anni e fuori dal paese / sorsero case, fabbriche e chiese / la gente allora lasciò i campi /per guadagnare e… andare avanti / ma il sole sorge, come ogni giorno, / sulle ricchezze, sciagure ed orgoglio, / e quella terra, ormai morta, / diventa schiava di altra sorte / c’era chi pianse e chi ancora aspetta / che dalle Alpi ritorni suo figlio / ma come i campi anche lui muore / in un silenzio che fa male al cuore /….). Questi versi sono parte della prima poesia e ben evidenziano il mutamento economico, sociale e culturale che ha interessato le zone eminentemente agricole del meridione, con uno sradicamento indelebile e il tormento di chi ha preso coscienza che il benessere tanto promesso, e solo in parte concretizzato, porta a un malessere interiore che lentamente distrugge la vita. Tuttavia, pur restando stilisticamente non ricercato, per quanto di indubbia efficacia, constato con vivo piacere che D’Alessio ha voluto mettere alla prova la sua poeticità dipingendo immagini di celestiale bellezza, ricorrendo ad artifizi letterari che impreziosiscono senza gravare ( Scolora il seppia del fondo / dove raggiante il tuo viso riluce / profuma di rose intatte nel tepore / di maggio,.../… oppure anche  chissà cosa pensa il buio / mentre dormiamo avvolti /nello scialle della notte /…). C’è una ricercatezza di immagini, ma anche di suoni (provate a leggerle a voce) prima non rara, ma nemmeno frequente, come se l’autore, senza perdere di vista le tematiche a lui care, avesse deciso che rinchiudere un quadro già bello in una cornice azzeccata avrebbe ulteriormente impreziosito l’opera, e così infatti è stato. E poi ho colto forse un’altra caratteristica delle poesie di questa raccolta: sembrano sgorgate direttamente dall’anima in un lavoro sinergico con la mente che ha smussato i toni, ha addolcito là dove era necessario, ha calcato la mano dove più evidente doveva essere il messaggio, ha instaurato un dialogo muto con il lettore, in un abbraccio di parole e di sentimenti a cui è piacevole abbandonarsi. Così il poeta si svela, eliminato il naturale pudore, e ciò trova conferma anche in questi tre significativi brevi versi (anima mia, poesia / né occhi né bocca /nuda al mondo).

Vincenzo D’Alessio continua a emozionarmi con la sua poesia che anche quando parla di morte è ricerca di vita, che anche quando piange le miserie di un mondo che appare sconfitto lascia tuttavia intravvedere una sua possibile resurrezione; quindi, leggere le sue sillogi fa bene, è una tremula, ma indomita luce che brilla nelle tenebre di un mondo che solo l’amore potrà salvare.

Vincenzo D’Alessio (Solofra 1950), laureato in Lettere all’Università di Salerno, ha ideato il Premio Città di Solofra, fondato il Gruppo Culturale “Francesco Guarini” e l’omonima casa editrice. Acuto e attento critico letterario, ha pubblicato saggi di archeologia e storia, recensioni e versi in numerosi periodici, antologie, siti e blog (in particolare Narrabilando e Farapoesia). Raccolte poetiche per i tipi di Fara: La valigia del meridionale e altri viaggi(2012, 20162); Il passo verde (in Opere scelte, 2014); La tristezza del tempo (in Emozioni in marcia, 2015) e Alfabeto per sordi in Rapida.mente, 2015) poi in appendice a Immagine convessa (2017), opera finalista al concorso Versi con-giurati. Nel 2017 è uscita la raccolta Dopo l’inverno, II class. al Faraexcelsior, III premio del Concorso Terra d’Agavi 2018 (Gela, AG), segnalata al Premio Civetta di Minerva (Summonte, AV), finalista al Premio Tra Secchia e Panaro 2018 (Modena). Del 2018 sono i Racconti di Provincia.
Renzo Montagnoli

 

16 Aprile

Il Mistero della Statuetta Egizia

di Marco Giorgini

Kult Virtual Press

Narrativa per ragazzi

 

L’antico Egitto a Modena

Devo ammettere che delle mie letture da ragazzo ho solo un vago ricordo, sia per il non indifferente tempo trascorso, sia anche perché all’epoca non è che per casa circolassero molti libri, soprattutto per il loro costo per niente trascurabile se confrontato con le modeste entrate familiari; aggiungo che il sistema del prestito bibliotecario non era così diffuso come oggi, che le biblioteche erano poche e che non avevano molti titoli. A mente mi sovvengo di alcune opere: Senza famiglia, un romanzo strappalacrime con protagonista un orfano, L’isola del tesoro, Robinson Crusoe e Ivanhoe, tre opere queste che vuoi per l’impronta avventurosa, vuoi per il fatto che consentivano ampi spazi allo sviluppo della fantasia mi risultarono particolarmente gradite. Da allora sono passato a una letteratura più complessa adatta agli adulti, anche se di tanto in tanto non ho mancato di chiedermi come dovesse essere la narrativa per ragazzi negli anni che vorticosamente sono seguiti, con mezzi di conoscenza che ai miei tempi erano impensabili, dalla televisione al personal computer. L’occasione per soddisfare la mia naturale curiosità è venuta con la pubblicazione di un romanzo di un amico, Il Mistero della Statuetta Egizia,di cui molto gentilmente mi è stata fatta avere una copia. Devo dire che ho cominciato la lettura cercando di immedesimarmi in un ragazzo, cioè tornando  ai 12-13 massimo 14 anni, un’età per me lontanissima e infatti non ci sono riuscito, e allora ho deciso di accostarmi all’opera scevro di pregiudizi e cioè, in particolare, il testo non doveva essere diverso da quelli che comunemente leggo e recensisco, con l’unica avvertenza che in questo tipo di narrativa non ci devono essere complicazioni, i personaggi devono avere caratteristiche ben precise (o del tutto buoni, o del tutto cattivi), la trama deve costituire il quasi esclusivo elemento di giudizio. Così ho fatto e se devo essere del tutto sincero dico pure che la lettura mi ha divertito, avvincendomi, tanto che mi ha reso partecipe dell’impresa di questi tre ragazzini modenesi alle prese con un mistero egizio, il cui lato più inquietante è dato dalla materializzazione di Anubi, il dio con la testa di cane, il protettore del mondo dei morti, e poiché la trama in queste opere è tutto, o quasi tutto, non aggiungo altro. Comunque, per quanto abbia limitato il mio metodo di esaminare il romanzo, non ho potuto fare a meno di verificare altri aspetti e ho fatto bene. Infatti l’italiano con cui è scritto è corretto, cosa che dovrebbe essere scontata, ma sempre più spesso non lo è, addirittura anche nel caso di autori contemporanei che vanno per la maggiore; l’ambientazione, per quanto sia il risultato di descrizioni non approfondite, tuttavia è esposta bene, visto che le linee essenziali sono chiare e assai indicative, l’atmosfera di suspense c’è tutta e regge fino alla fine, le caratteristiche dei personaggi sono abbozzate, ma visto l’età dei lettori ai quali è soprattutto indirizzato il libro va bene così. Insomma, Il Mistero della Satuetta Egizia non sarà un libro destinato a costituire una pietra miliare della letteratura, ma è un prodotto ben confezionato, un romanzo che sono più che convinto potrà piacere alla maggior parte dei ragazzi a cui è destinato e anche ai loro genitori, purché abbiano la volontà di leggerlo togliendosi di dosso la maschera di adulti.

Marco Giorgini, nato a Modena nel 1971, lavora nel campo mdella linguistica computazionale. Per hobby sviluppa videogiochi e gestisce una delle più antiche e-zine italiane, KULT Underground. Da sempre appassionato lettore, si è dilettato negli anni a scrivere racconti.

Questo è il suo primo romanzo per ragazzi.
Renzo Montagnoli

 

 

6 Aprile

I piccoli fuochi

di Ben Pastor

Sellerio Editore Palermo

Narrativa romanzo giallo 

Indagine in Bretagna

Sarà per la pioggia che cade di frequente, o anche per l’atmosfera onirica di cui è impregnato, ma I piccoli fuochi è un romanzo che si stacca decisamente da quelli che ho letto finora, scritti da Ben Pastor e con protagonista l’Ufficiale dell’Abwher Martin von Bora. Questa volta, di stanza a Parigi, viene inviato in Bretagna per indagare sul misterioso omicidio della moglie di un ammiraglio tedesco e, come se non bastasse, per cercare di capire che cosa sia andato a fare là un capitano dell’esercito, dal nome assai famoso, Ernst Junger. La trama non è delle più semplici, anzi è decisamente complessa e intricata, anche perché a quell’omicidio se ne aggiungono altri due e Bora dovrà ricorrere a tutte le sue ben note capacità per arrivare alla soluzione del caso, aiutato anche da un medico francese e, soprattutto, da Ernst Junger. E’ inutile e anche irrispettoso che cerchi di spiegare altro della vicenda, veramente ad alta tensione, perché quel che mi preme evidenziare è l’atmosfera, in cui accanto a piccoli accenni a riti celtici predomina un senso di oppressione con notti che sembrano occasioni per passeggiate di fantasmi, scricchiolii, squittii che potrebbero far pensare ad animali, ma anche a oscure presenze. Nell’esecuzione degli omicidi, nel ritrovamento dei corpi e nell’aspetto dei cadaveri si inserisce una tensione che richiama quel senso delle tenebre come fonte di ogni pericolo, come immersione totale in uno spazio non più terreno che è proprio del gotico. Non siamo nella scia di Il castello di Otranto di Horace Walpol o di Frankenstein, di Mary Shelley, ma poco ci manca, e questo aggiunge un ulteriore motivo di interesse per un romanzo che, nonostante la lunghezza (ben 543 pagine) come si inizia a leggere non si vorrebbe mai smettere.  Per il resto trovano conferma le notorie capacità di Ben Pastor di descrivere i personaggi, di pervenire a validi approfondimenti psicologici, non tralasciando per la figura del capitano von Bora il tradizionale dilemma del militare, vale a dire quel conflitto interiore certamente non infrequente in tempo di guerra fra la propria coscienza e il senso del dovere. Come noto, questo contrasto è sempre presente nelle opere della serie, ma in questa mi sembra più sfumato, più teso a privilegiare le reazioni umane a fronte di chi commette gravi colpe, magari spinto da un grosso torto subito. Senza venir meno al senso dell’onore e ai suoi obblighi di soldato Bora dimostra che sotto quell’aspetto controllato e freddo si cela un cuore che è capace di capire, ma senza esimersi dal punire.

I piccoli fuochi è un bel romanzo, sicuramente meritevole di essere letto.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi(2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017) e La notte delle stelle cadenti (2018).
Premio Flaiano 2018
Renzo Montagnoli
 

 

4 Aprile

La storia ci ha mentito.

Dai misteri della borsa scomparsa di Mussolini alle «armi segrete» di Hitler, le grandi menzogne del Novecento

di Arrigo Petacco

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Saggistica storica

La verità è una chimera

Le bugie o le menzogne in tempo di guerra sono pane quotidiano e poi a conflitto terminato la storia viene scritta dai vincitori, ovviamente preoccupati di non ristabilire la verità; in relazione a ciò lo scopo che si è proposto l’autore con questo saggio è di dare ascolto alle istanze degli sconfitti, senza tuttavia arrivare a determinare con certezza quella che è la verità. Infatti  Arrigo Petacco ha inteso soprattutto fare l’avvocato del diavolo, ponendo in luce incongruenze, comportamenti strani già ben noti, con il tentativo, a puro livello di ipotesi, di fornire una spiegazione. Rientra in queste fattispecie anche il silente fronte occidentale per buona parte del primo anno di guerra e che sembrò frutto di una tregua non sottoscritta. I motivi di questo comportamento da parte tedesca potevano forse risiedere nell’ipotesi di arrivare a un accordo con gli anglo-francesi per un’azione comune verso l’Unione Sovietica, nonostante il patto di non aggressione sottoscritto da Stalin con Hitler; si tratta tuttavia unicamente di un’ipotesi, come quella che vide la discesa in campo dell’Italia con l’alleato tedesco solo nel giugno del 1940, in virtù di quel patto d’acciaio dalle condizioni capestro che sarebbero state sottoscritte da Ciano in difformità degli ordini ricevuti da Mussolini, ipotesi che mi sembra del tutto azzardata vista la notevole avversione per i tedeschi del genero del Duce. Insomma, almeno nella prima parte del saggio, abbiamo solo chiacchiere e non poteva essere diversamente perché gli attori dell’epoca sono morti, documenti che chiariscano non si trovano e quindi nascono delle teorie, più o meno opinabili. Molto più interessante è la seconda parte in cui si parla non solo della famosa seduta del Gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943, a cui Mussolini, un Mussolini stanco e preoccupato avrebbero potuto opporsi, ma anche delle testimonianze  di Edda Ciano che notoriamente era in intimità con suo padre, nel senso che con lei si apriva, e che potrebbero spiegare tante cose, come tentano di fare, ma non lo fanno. 

Infatti il Duce, a proposito della guerra d’Etiopia, da cui sarebbero nati tutti i suoi problemi con l’opposizione di paesi colonialisti come la Francia e l’Inghilterra, avrebbe preteso di dimostrare che fu costretto proprio da queste due potenze a gettarsi nelle braccia di Hitler, nell’impossibilità di lasciargli spazio. Più che un movente, sembrerebbe una scusa per giustificare un operato francamente scellerato che portò l’Italia alla guerra e alla rovina. Mi sembra invece più plausibile il fatto che Mussolini non avesse a che fare con il delitto Matteotti, visto che gli esecutori, tutti fascisti, probabilmente volevano dare solo una lezione al parlamentare socialista, ma poi la faccenda era sfuggita loro di mano.

C’è poi una terza parte in cui si parla di un Mussolini privato, sia di quando ancora non era il Duce, sia di quando lo era nel pieno esercizio delle sue funzioni; si passa così dal periodo scolastico, in cui già si ravvisava la capacità di oratore, alle gestioni dei rapporti con i parenti (sempre esosi, ma lui era stretto di manica) allorché comandava l’Italia. E c’è anche il Benito Mussolini della Repubblica di Salò, l’ombra di se stesso, un uomo che ogni tanto sogna di dar vita a uno stato effettivamente socialista, circondato dalle SS, ma anche da amici romagnoli, fra i quali quel Bombacci fondatore del partito comunista italiano.  Sono illusioni, momenti di evasione, nel grigiore plumbeo di una decadenza inarrestabile e vedere l’uomo che ha comandato con il pugno di ferro l’Italia ridotto a una pura figura di rappresentanza, senza potere e senza avvenire, può muovere anche a pietà, ma non si deve dimenticare che lui, nella sua enorme vanità, pur realizzando anche cose buone, precipitò un paese e un popolo nell’orrore e nelle distruzioni di una guerra.

Da leggere.

Arrigo Petacco (Castelnuovo Magra 1929 - Porto Venere 2018), è stato un giornalista e inviato speciale, direttore della «Nazione» e di «Storia illustrata». Scrittore e saggista molto prolifico, ha sceneggiato numerosi film e scritto diverse trasmissioni televisive a tema storico per la Rai. Nel suo lavoro di giornalista, per il quale nel 1983 ha vinto il Premio Saint Vincent, ha avuto modo di intervistare alcuni tra i protagonisti della Seconda guerra mondiale. Tra i suoi libri, in cui affronta tematiche storiche spesso intrise di mistero e ribalta verità giudicate incontestabili, ricordiamo Joe Petrosino (1978, da cui è stato tratto uno sceneggiato Rai), Dear Benito, caro Winston. Verità e misteri del carteggio Churchill-Mussolini (1985), La nostra guerra. 1940-1945 (1997), Regina. La vita e i segreti di Maria Josè di Savoia (1998), L'esodo. La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia (1975 e 2000), L'armata nel deserto. Il segreto di El Alamein (2002), Il prefetto di ferro. L'uomo di Mussolini che mise in ginocchio la mafia (1977 e 2004, da cui è stato tratto un film), L'uomo della provvidenza. Mussolini, ascesa e caduta di un mito (2006), La strana guerra. 1939-1940: quando Hitler e Stalin erano alleati e Mussolini stava a guardare (2008), Il regno del Nord. 1859: il sogno di Cavour infranto da Garibaldi (2009), La principessa del Nordla misteriosa vita della dama del Risorgimento: Cristina di Belgioioso (1993 e 2009), L'ultima crociata. Quando gli Ottomani arrivarono alle porte dell'Europa (2009), Quelli che dissero no. 8 settembre 1943: la scelta degli italiani nei campi di prigionia inglesi e americani (2011), Eva e Claretta. Le amanti del diavolo (2012), A Mosca, solo andata. La tragica avventura dei comunisti italiani in Russia (2013), La storia ci ha mentito. Dai misteri della borsa scomparsa di Mussolini alle «armi segrete» di Hitler, le grandi menzogne del Novecento (2014) e Nazisti in fuga. Intrighi spionistici, tesori nascosti, vendette e tradimenti all'ombra dell'Olocausto (2014), tutti editi da Mondadori. Inoltre, ha scritto i monumentali volumi de La seconda Guerra Mondiale (1979), Storia del Fascismo (1982) e Storia d'Italia dall'Unità ad oggi (1987) per Curcio.  Nel 1986 gli è stata conferita l'onorificenza di Commendatore, su proposta dell'allora Presidenza del Consiglio.
Renzo Montagnoli

 

 

1 Aprile

Vita e destino

di Vasilij Grossman

Traduzione di Claudia Zonghetti

Edizioni Adelphi

Narrativa romanzo

 

Viaggio nel profondo dell’animo umano

“E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne.”

Non è stato un caso, ma una scelta quasi obbligata riportare questa fra le tante riflessioni dell’autore di Vita e destino, un aspetto non trascurabile di un’opera impegnata e impegnativa sul tema del bene e del male, trattato ricorrendo a un grandioso affresco storico in cui sono stati dipinti alcuni anni della seconda guerra mondiale, l’ultima del secolo scorso, caratterizzato dall’ascesa e caduta di due grandi totalitarismi, dall’orrore dei lager e dei gulag.  

Ma c’è qualcosa che va anche oltre questo orrore ed è una Stalingrado dilaniata dalla guerra in cui il confine fra la vita e la morte è labile, tanto che i vivi sembrano ombre di quello che sarà il loro imminente futuro, un corpo esanime che è già tanto se è rimasto intero. La descrizione di questa lunga e quasi interminabile battaglia è una prova di bravura che rasenta l’inverosimile, tanto che sembra di udire, leggendo, il crepitio delle mitragliatrici, il sibilo dei proiettili in arrivo e infine lo scoppio degli stessi. Se questo è il palcoscenico la recita ha per oggetto le due grandi tragedie di quel secolo, il nazismo e lo stalinismo, mostrate in modo non tecnicistico, ma ricorrendo all’indubbio potere della letteratura.

Nella miriade di personaggi che affollano quest’opera, alcuni realmente esistiti, altri inventati, c’è un comune denominatore, nel senso che ognuno di loro, o per essere carnefice, o per essere vittima, oppure per restare indifferente, è parte indispensabile dell’assurdità dei totalitarismi, in cui l’ideologia distorta soffoca sempre la verità, in cui si tende a rendere gli esseri umani delle copie precise, capaci di interpretare l’orrore di ogni giorno sia attivamente che passivamente, e al riguardo mi vengono in mente certi processi staliniani in cui gli imputati, quasi sempre accusati ingiustamente, si autoaccusavano quasi con letizia, desiderosi di dare il loro contributo, se pur passivo, al continuo falò dell’orrore. E’ impossibile parlare dei protagonisti di questo libro, tanti sono da sembrare essi stessi il libro, ma è appunto attraverso le loro storie, vere e proprie testimonianze, che Grossman dà voce al suo pensiero. Tuttavia, un’eccezione la faccio, se non altro perché è in grado di spiegare meglio di me i concetti di questo romanzo; mi riferisco al bolscevico Mostovskoj e soprattutto al colloquio notturno in un lager nazista in cui il comandante, un SS di nome Liss, gli dice: “ .../ Quando io e lei ci guardiamo in faccia, non vediamo solo un viso che odiamo. È come se ci guardassimo allo specchio. È questa la tragedia della nostra epoca. Come potete non riconoscervi in noi, non vedere in noi la vostra stessa volontà? /...”. E’ la simmetria del male, perché il male è male, qualunque sia l’ideologia alla sua base. Sono tentato di andare oltre, di parlare più compiutamente di altri protagonisti di questo romanzo che accanto a pagine che fanno rabbrividire ne presenta altre a dir poco struggenti, come per esempio la lettera, l’ultima, al figlio di una madre ebrea rinchiusa in un ghetto e in procinto di affrontare il viaggio verso la morte. Fra tante verità, sommessamente pronunciate, fra le quali colpisce come una stilettata la bontà di chi non ha nulla, il suo altruismo insospettabile, c’è una vena poetica capace di far palpitare nel cuore del lettore il sentimento materno.

Su tutto, però, fiorisce l’anelito per la libertà, il desiderio di ognuno di avere un destino non imposto da altri, tanto più forte, quanto più è assente quella libertà che la violenza sopprime per tacere la verità. Non a caso Grossman scrive. “ .../ Il desiderio congenito di libertà non può essere amputato; lo si può soffocare, ma non distruggere. Il totalitarismo non può fare a meno della violenza. Se vi rinunciasse, cesserebbe di esistere. Il fondamento del totalitarismo è la violenza: esasperata, eterna, infinita, diretta o mascherata. L’uomo non rinuncia mai volontariamente alla libertà. E questa conclusione è il faro della nostra epoca, un faro acceso su tutto il nostro futuro. /...”.

Il romanzo è ovviamente molto bello, probabilmente uno dei capolavori dello scorso secolo; gli nuoce solo una certa discontinuità dovuta a una lunghezza non indifferente, ma cosa possono essere 750 pagine di fronte al piacere di scoprire che la lettura è un viaggio nel più profondo dell’animo umano?

Se ne potrà uscire sconvolti, oppure rapiti da un senso di serenità, ma in ogni caso c’è la convinzione che questo viaggio doveva essere fatto e che noi che l’abbiamo compiuto siamo un po’ cambiati, ora guardiamo la vita con occhi diversi.

Vasilij Semënovic Grossman (Berdyciv, 12 dicembre 1905 – Mosca, 14 settembre 1964) è stato un giornalista e scrittore sovietico di origine ebraica.
Diventò ingegnere e dopo essere cresciuto a Ginevra e aver studiato a Kiev, all'epoca dei piani quinquennali credette talmente nella costruzione dell' "uomo nuovo" da abbandonare i cantieri minerari del Donbuss, dove lavorava, per mettersi a raccontare l'epopea dell'Unione Sovietica. 
Fu corrispondente di guerra per il quotidiano dell'esercito "Stella rossa" e seguì il fronte fino alla Germania. 
In quel periodo cominciò a comporre una grande opera sulla guerra, incentrata sulla Battaglia di Stalingrado, e diede alle stampe "Il popolo è immortale" (1943), esaltazione dei sacrifici sofferti dai popoli dell'Unione Sovietica durante l'invasione tedesca del 1941. 
Tra il 1944 e il 1945 lavorò a un'opera che documentava i crimini di guerra nazisti nei territori sovietici contro gli ebrei ("Il libro nero"). 
Grossman, ebreo sovietico, scrittore e giornalista, conobbe perciò direttamente le devastazioni della seconda guerra mondiale, la lotta contro i nazisti, la sconfitta di Hitler quindi l’ascesa di Stalin. 
Dopo aver assistito alla campagna antisemita (fra il 1949 e il 1953) si trovò in dissidio con il regime e cadde in disgrazia. 
Così la stesura finale della sua grande opera, Vita e Destino, venne sequestrata e non avrebbe mai visto la luce se qualcuno non avesse conservato e fatto pervenire clandestinamente una o due copie a Losanna, dove fu stampato nel 1980.
Renzo Montagnoli
 

 

28 Marzo

Piccole storie, Lettere e bottoni in piazza

di Giovanni Piubello

a cura di Mario Artioli e Vladimiro Bertazzoni

Sometti Editoriale

www.sometti.it

Narrativa racconti

 

Un artista molto versatile

Pubblicati nell’ambito del progetto “Per ricordare Giovanni Piubello” i romanzi (Matti beati e Gli ubbidienti) con il primo volume del cofanetto a lui dedicato, dati alle stampe con il secondo volume i racconti, divisi in due raccolte omogenee, e le poesie, si sarebbe potuto pensare che sarebbe rimasto ben poco, e invece la prolificità di questo artista ha imposto ai curatori di procedere con un terzo volume. Nello stesso sono ricompresi racconti di tema vario nati dal dialogo giornaliero in piazza delle Erbe con ortolani, giornalai, ambulanti del mercato cittadino del giovedì, con lo scaccino della concattedrale di Sant’Andrea (al riguardo di quest’ultimo è veramente spassosa la narrazione di “Spogliarello in Sant’Andrea”, una vicenda per nulla oscena o blasfema). Si potrebbero definire Piccole storie e così le hanno intitolate i due curatori dell’opera omnia Mario Artioli e Vladimiro Bertazzoni. Forse si tratta di racconti non così belli come quelli delle raccolte omogenee, ma pur tuttavia sono il sintomo di una capacità dell’autore di spaziare con la creatività in campi assai vari e diversi; peraltro più d’uno di questi  è senz’altro riuscito benissimo, in particolare “Tutti al ricovero?” sul non facile tema della destinazione, per gli ultimi giorni della loro vita, di non pochi anziani, fra cui figura anche il padre, in una narrazione più malinconica che ironica, affettuosa e dolente nel parlare della dipartita del proprio genitore, un racconto che ci svela l’animo autentico di Piubello, spesso rinchiuso nella corazza di una innata timidezza. 

Il terzo volume però si intitola non solo Piccole storie, ma anche Lettere e Bottoni in piazza. Vediamo di che si tratta: le lettere sono quelle della corrispondenza con i lettori della rivista letteraria “Bancarella”, una pubblicazione fortunata, protrattasi per dieci anni con la quale Piubello regalò ai lettori pagine di indubbio gusto, precise informazioni librarie, dando ampio spazio ai giovani ed esercitando quell’attività che lui definiva con termine, quanto mai appropriato, di “apostolato”. Ci sono risposte, a volte secche, altre più accomodanti, secondo il tenore della lettera ricevuta, a chi gli inviava poesie e racconti per avere il suo giudizio o il suo conforto, ma c’è anche altro, come ironiche riflessioni e anche aforisma, di cui uno talmente riuscito che non posso fare a meno di riportare di seguito: “L’uomo ha creato la Legge, per garantire secondo giustizia se stesso e il prossimo suo. E in un momento di esaltazione romantica ha dichiarato che la Legge è uguale per tutti. Balle. <<Anche la pioggia è uguale per tutti>> dice Brocchieri, <<ma chi ha l’ombrello non si bagna>>”.

Da ultimo ci sono i Bottoni in piazza, non racconti, non lettere, ma una narrazione quasi sempre breve, come brevi sono gli scambi di battute, soventi divertenti, e che si chiudono con un tono ora malinconico, ora ilare. A spiegare di che si tratta faccio prima a riportarne uno, necessariamente corto per ovvi motivi:” Cartolina del Vladimiro da Monaco. <<Salutoni agli amici del portico. Mia moglie, a Mantova, ha fatto Alessio. Non lo sai?>>. No. A Mantova, le notizie di Mantova, non le possiamo sapere che attraverso i canali internazionali.”  

Questo terzo volume, che completa la raccolta degli scritti di Giovanni Piubello (ma non esaurisce il cofanetto, perché ce n’è un quarto che è in pratica una sua biografia) finisce con il darci una visione completa dell’artista, dotato di una versatilità non comune, appassionato come pochi di letteratura, divulgatore della stessa, amante della cultura per il piacere di sapere, insomma   tutte caratteristiche che fanno dell’autore di origini veronesi un autentico intellettuale, non salottiero, ma portato a uno scambio continuo di conoscenza.

Se anche questo libro è utile per comprendere la personalità di Piubello, è altrettanto vero che di per sé presenta motivi di sicuro interesse, tanto da essere ampiamente meritevole di lettura.  

Giovanni Piubello (San Bonifacio, 24 giugno 1921 – Mantova, 16 giugno 1983) trascorse l'infanzia nel paese natale, e si trasferì a Mantova nel 1928 dove conseguì il diploma di perito industriale, ma volle diventare scrittore, libraio ed editore.

La sua prima opera, pubblicata in proprio, fu Zingara e poi diede alle stampe numerosi volumetti di racconti, prose, lettere in piazza e A proposito di gobbi, in versi.

Nel 1967 l'editore Rizzoli pubblicò il romanzo Matti beati, con il quale vinse il premio nazionale Duomo. Il romanzo è autobiografico e racconta l'infanzia dello scrittore nel paese di San Bonifacio (Sambonifacio), descrivendo un quadro suggestivo della vita contadina e di paese negli anni Venti, in un contesto di sostanziale povertà vissuto tuttavia con allegria.

Il successo fu di breve durata e Piubello continuò a stampare in proprio, nelle Edizioni di Bancarella, le sue storie, le sue lettere e i suoi dialoghi con lettori veri o presunti.

Fu straordinario osservatore della vita cittadina nella sua patria d'adozione, e fu amato dai mantovani che trovavano nella bancarella sotto i portici Broletto un dimesso ma profondo uomo di cultura.
Renzo Montagnoli

 

 

25 Marzo

Il signore delle cento ossa

di Ben Pastor

Sellerio Editore Palermo

Romanzo giallo

Un caso di coscienza

In questo romanzo troviamo Martin von Bora con il grado di tenente dell’esercito e alle prese con il suo primo incarico in quanto appartenente al Abwehr, il servizio segreto militare tedesco. L’epoca è la primavera del 1939 e quindi non si è ancora in guerra, fatto questo invece caratterizzante gli altri episodi in cui lui è protagonista. Il compito che gli è stato affidato é di trovare una spia, presumibilmente giapponese, chiamata Il signore delle cento ossa che dovrebbe approfittare di una visita in Germania di una delegazione nipponica per passare agli americani un importante segreto relativo a un anestetico. Ciò che a prima vista dovrebbe apparire semplice non lo è affatto, tanto più che il principale indiziato, un generale giapponese, viene trovato assassinato in una camera d’albergo unitamente al suo aiutante e amante, un apparente omicidio – suicidio che però non inganna von Bora. Da lì prende avvio una trama intricata in un crescendo di tensione che costringe il lettore in una tela di regno, dove l’unica possibilità di liberarsene è procedendo velocemente onde pervenire, con l’ultima pagina, a scoprire la verità. Come al solito la spy story è un pretesto per descrivere atmosfere e ambienti (fra l’altro si è prossimi a una particolare ricorrenza, poiché il 20 aprile Adolf Hitler compie cinquanta anni e si stanno preparando grandiosi festeggiamenti che non poco complicheranno l’indagine). Ai due primi omicidi ne seguiranno altri e anche Martin rischierà di fare una brutta fine, ma un po’ di fortuna, un po’ di intuito gli permetteranno di salvarsi.

Peraltro, non è ancora presente il conflitto che attanaglierà von Bora, cioè il contrasto fra il senso del dovere e la propria morale, ma questo sarà presente in uno dei protagonisti e sarà tanto importante da dare un senso all’intera vicenda.

Più leggo i libri di questo autore, più ne apprezzo le qualità, perché se è vero che sono un gradevolissimo passatempo hanno pure il pregio di far sorgere delle riflessioni, di porre delle domande sul ciò che è giusto secondo i principi di una società e ciò che è giusto per il senso etico dell’individuo. Sono opere non solo fini a se stesse, ma che lasciano qualcosa dentro, meritevoli quindi di essere lette. 

Ben Pastor, scrittrice italo americana, all'anagrafe Maria Verbena Volpi, nata a Roma ma trasferitasi ben presto negli Stati Uniti, ha insegnato Scienze sociali presso le università dell'Ohio, dell'Illinois e del Vermont. Oltre a Lumen, Luna bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò,  Il cielo di stagno, - ovvero il ciclo del soldato-detective Martin Bora (pubblicati da Hobby&Work a partire dal 2001 e poi da Sellerio) - è autrice di I misteri di Praga (2002), La camera dello scirocco, omaggi in giallo alla cultura mitteleuropea di Kafka e Roth (Hobby &Work), nonché de Il ladro d'acqua (Frassinelli 2007), La voce del fuoco (Frassinelli 2008), Le vergini di pietra La traccia del vento (Hobby & Work 2012), una serie di quattro thriller ambientata nel IV secolo dopo Cristo. 
Nel 2006 ha vinto il Premio Internazionale Saturno d'oro come migliore scrittrice di romanzi storici. Le sue opere sono pubblicate negli Stati Uniti e in numerosi Paesi europei.
Un suo racconto è incluso nell'antologia Un Natale in giallo (Sellerio 2011).
Nel 2014 esce La strada per Itaca
Renzo Montagnoli

 

 

22 Marzo

Devora

di Franco Buso

Selfpublishing

Narrativa romanzo storico

 

La fine dei Templari

Di libri, soprattutto romanzi storici, sui cavalieri dell’Ordine dei Templari ne sono stati scritti in gran quantità e l’argomento continua a interessare i lettori, nonostante la grande massa di opere, peraltro raramente di qualità. Un mondo lontano, l’ambientazione sovente esotica, il mistero che ha sempre avvolto questi monaci soldati, nonché anche l’aspetto religioso sono gli argomenti che attraggono e che inducono a leggere romanzi che in certi periodi escono nelle librerie in continuazione. In questo contesto si inserisce anche Devora, l’opera prima di Franco Buso, nato a Meda, ma residente a Treviso, città dove la sua famiglia si è trasferita quando lui aveva sette anni. Il romanzo inizia con Jacques de Molay, l’ultimo maestro dell’Ordine, che brucia sul rogo a Parigi, urlando profezie che si concretizzeranno nel tempo a venire; poi l’opera si snoda fra avventure varie in un arco di tempo piuttosto lungo e che va dagli ultimi anni del tredicesimo secolo fino addirittura all’aprile del 2013 restando, almeno nelle linee generali, abbastanza fedele ai fatti storici. Non mi sembra che dica qualcosa di nuovo sotto il profilo storico e d’altra parte sarebbe stata una pretesa eccessiva, perché Buso è un narratore, magari appassionato di eventi passati, ma non è certo uno storiografo. Il suo scopo è evidente, cioè raccontare qualcosa, con una trama fitta e anche intricata, per proporre un testo che sia di gradevole lettura. L’aspetto creativo diventa così determinante e la fantasia non manca certo all’autore che ha anche un certo senso della misura, pur con l’artificio di far vivere Devora, la protagonista, per oltre settecento anni. A onor del vero questa invenzione ha fatto scivolare il romanzo nel genere fantasy che non è mai stato di mio particolare  gradimento, tanto che la vicenda non ha rivestito per me un particolare interesse, ma questo esula da un giudizio oggettivo sull’opera. Per il resto Buso si presta a una diligente narrazione, magari dilungandosi a volte un po’ troppo, con uno stile elementare, ma dall’italiano corretto (e di questi tempi non è poco). I colpi di scena non mancano di certo, a tratti il romanzo procede spedito come un treno, in altre circostanze opportunamente rallenta, altre volte si sofferma un po’ troppo su questioni di scarso contributo all’opera, i personaggi sono tanti, con i buoni che hanno solo pregi e i cattivi invece solo difetti, ma comunque il divertimento è assicurato.

In tutta sincerità sono dell’opinione che si tratti di un libro che si lascia leggere e che consente di trascorrere senza porsi troppi problemi più di qualche ora, magari sotto l’ombrellone al mare, senza pretendere e chiedere oltre, perché già quello che dà è più che sufficiente allo scopo di consentire un appagante svago.

Franco Buso nasce nel 1952 a Meda, allora provincia di Milano e ora Monza-Brianza. A sette anni si trasferisce con la famiglia a Treviso, dove vive tuttora. Consegue la Maturità Classica e si iscrive alla facoltà di Ingegneria presso l’Università di Padova. Nel 1977 sposa Chiara e dal matrimonio avrà una figlia, Irene. È autore di racconti e questo è il suo primo romanzo, nato dal suo interesse per la storia nonché ispirato dalla tesi di laurea della figlia, incentrata sul processo a Jacques de Molay: l’ultimo Maestro dei Cavalieri Templari.
Renzo Montagnoli

 

18 Marzo

Tentativo di dialogo sul comunismo

di Ferdinando Camon e Pietro Ingrao

a cura di Alberto Olivetti

Edizioni Ediesse

www.ediesseonline.it

Saggistica politica 

Un confronto serrato

Pietro Ingrao è l’uomo politico che ha visto, nella sua lunga vita, l’ascesa e poi la caduta del comunismo, un’ideologia che per lui ha rappresentato una vera e propria fede, in una inossidabile coerenza che lo ha portato a superare e probabilmente anche a digerire bocconi amari come la rivolta di Ungheria e la primavera di Praga, duramente represse da quel paese che rappresentava e ha rappresentato il tentativo di mettere in pratica l’ideologia marxista. Lo sfaldamento del suo partito, che a un certo punto ha deciso di ricostituirsi abbandonando nella denominazione il termine “comunista”  ormai diventato scomodo e che per Ingrao ha rappresentato sicuramente un dolore tale da comportare anche lacrime, ha finito, complice anche l’età, per portare questa figura di primo piano in un esilio volontario, a rinchiuderla in un bozzolo intorno al quale ha costruito una barriera onde impedire che almeno la speranza di una rinascita non potesse venire meno.

In questo contesto nessuno meglio di lui avrebbe potuto fornire la spiegazione  sul fallimento della realizzazione dell’ideologia comunista e così Ferdinando Camon ha  provato a intervistarlo. Ci sono stati tre incontri durante i quali sono state poste domande e sono state ricevute risposte, ma il libro che le avrebbe dovute riportare nella loro integrità è uscito solo da pochissimo e postumo, perché all’epoca non ne volle la pubblicazione proprio Ingrao, che lamentò la difficoltà di spiegare bene i concetti  con un’intervista e non con un saggio ponderato. E’ merito del dottor Alberto Olivetti, condirettore della collana Carte Pietro Ingrao della Ediesse aver riscoperto le pagine di quell’intervista e di averle ritenute meritevoli di essere date alle stampe. Io, per quanto contrario al comunismo, e comunque a ogni ideologia che per imporsi abbia bisogno della forza, togliendo la libertà, avevo tuttavia sempre apprezzato la coerenza del politico laziale, ma dal tono delle risposte alle domande sempre incalzanti di Camon, e anche dal loro contenuto, ho ritratto l’impressione di un individuo complesso, cosciente degli errori imperdonabili commessi nell’applicazione pratica della sua ideologia e ciò nonostante irremovibile, abbarbicato come un glicine al pensiero che la colpa dei fallimenti non fosse propria dell’idea, ma della sua traduzione in pratica, senza tener conto che ci possono essere idee in apparenza valide, ma del tutto impraticabili. Messo a volte alle strette si arrampica sugli specchi non tanto per difendere se stesso, ma i tanti anni di militanza, onde evitare di considerare la sua una vita gettata al vento. Eppure, pur avendo acclarato che Pietro Ingrao in fondo non era così coerente, dalla lettura di questa intervista ho potuto constatare in quest’uomo una virtù ormai rara: la fede in un’idea, quella comunista, la cui realizzazione, almeno in prospettiva, avrebbe dovuto assicurare a tutti una vita serena, a ognuno quanto gli sarebbe stato necessario e un lavoro atto allo scopo. Si tratta indubbiamente di utopie, ma ciò che mi ha colpito è quel credere, pur fra tanti tentennamenti, più dell’uomo che del politico Ingrao. In un’epoca in cui sembra che non esistano più ideologie e nemmeno idee, ma si seguono i suonatori di piffero che procedono per slogan, ecco, in un’epoca falsa e vuota, un essere umano che ancora spera in un’ideologia, per quanto sbagliata essa sia, è merce rara, è un seme che sotto terra aspetta che passi la bufera per affacciarsi fulgidamente sul mondo.

Da leggere, senza dubbio.

Ferdinando Camon è nato in provincia di Padova. In una dozzina di romanzi (tutti pubblicati con Garzanti) ha raccontato la morte della civiltà contadina (Il quinto statoLa vita eternaUn altare per la madre – Premio Strega 1978), il terrorismo (OccidenteStoria di Sirio), la psicoanalisi (La malattia chiamata uomoLa donna dei fili), e lo scontro di civiltà, con l’arrivo degli extracomunitari (La Terra è di tutti). È tradotto in 22 paesi. Il suo ultimo romanzo è La cavallina, la ragazza e il diavolo (2004). Nel 2016 ha vinto il premio Campiello alla Carriera.

Pietro Ingrao (Lenola, 30 Marzo 1915 – Roma, 27 settembre 2015) nel 1936, in seguito all'aggressione franchista alla Repubblica spagnola, diviene membro attivo dell'organizzazione clandestina comunista. 
Alla cacciata dei nazifascisti da Roma, entra nell'esercito di Liberazione. Deputato del Pci dal 1948 al 1992, è stato presidente della Camera dal 1976 al 1979. È stato parlamentare per dieci legislature. 
Direttore del quotidiano «l'Unità» nella prima metà degli anni Cinquanta, è anche autore di numerosi saggi, tra i quali ricorderemo Masse e potereLe cose impossibiliAppuntamenti di fine secolo
 (con Rossana Rossanda e altri) e di alcune raccolte di poesie tra cui Il dubbio dei vincitori Variazioni serali.
Nel 2011 pubblica un pamphlet dal titolo Indignarsi non basta, che risponde al fortunatissimo libello di Stéphane Hessel Indignatevi!
In seguito escono Le cose impossibili. Un'autobiografia raccontata e discussa con Nicola Tranfaglia (Aliberti 2011), Un sentimento tenace. Riflessioni sulla politica e sul senso dell'umano
 (Imprimatur 2013, con Goffredo Bettini), La «Tipo» e la notte. Scritti sul lavoro (1978-1996) (Ediesse 2013), Crisi e riforma del Parlamento. Con un Dialogo epistolare sulle istituzioni con Norberto Bobbio e un saggio di Luigi Ferrajoli (Ediesse 2014), Masse e potere crisi e terza via (Editori Riuniti Univ. Press 2015).

Alberto Olivetti, professore di Estetica, Università di Siena. Membro del consiglio scientifico del Centro studi e iniziative per la riforma dello Stato - Archivio Pietro Ingrao. Direttore della Collana Carte Pietro Ingrao insieme a Maria Luisa Boccia.
Renzo Montagnoli

 

 

15 Marzo

Il Quartiere

di Vasco Pratolini

Edizioni BUR

Narrativa romanzo

 

Il rifugio

Il romanzo è ambientato in un quartiere di Firenze durante gli anni Trenta, con protagonisti alcuni ragazzi che vivono la loro adolescenza con gli entusiasmi e le paure tipiche dell’età; sono anni caratterizzati dal regime fascista che culmineranno nella tragedia della guerra. Palcoscenico della storia è un quartiere proletario, una sorta di rifugio, di tana, in cui i giovani trovano la ragion d’essere e avvertono, nonostante tutto, una protezione offerta da vincoli di amicizia e di solidarietà. Il Quartiere non è solo un agglomerato di case, di vie e di piazzette, è la gente che vi abita, accomunata da un unico status economico e sociale che in fondo la porta ad accettarsi, pur con tutti i suoi difetti, bilanciati da un pregio di umana comprensione. A prima vista potrebbe sembrare un ghetto, ma non lo è, poiché chi vi sta può anche essere libero di andarsene, anche se poi finisce per accorgersi che il mondo dall’altra parte non è il mondo per il quale si è fatti e allora è meglio pensare come Giorgio, uno dei personaggi, più maturo della sua età, che dice: “Insomma, a me pare che occorra resistere nella propria casa, nel proprio Quartiere, aiutare ed essere aiutati a migliorarci fra la nostra gente. Se si stesse ciascuno al proprio posto, che è sempre il posto che ciascuno conosce meglio, si sarebbe meno complicati."   Queste parole potrebbero sembrare espresse da uno che non vuole uscire dalla sua condizione, più un conservatore che un rivoluzionario, ma sono di una saggezza antica, di chi è consapevole che la lunga evoluzione, con la ricerca di un accrescimento della propria dignità sociale, non può prescindere dal tenersi legati alle radici, a pena di stravolgere la propria vita. Nel perdere il senso di appartenenza al quartiere si perde anche la propria identità, si rompono quelle catene di amicizia che alla fine sopravvivono a tutto, anche al progetto di abbattere le vecchie e fatiscenti case per dare vita a un quartiere nuovo.

Il Quartiere è un romanzo non certo facile, ma al termine della lettura ci si accorgerà di quanto sia bello.

Vasco Pratolini (Firenze, 19 ottobre 1913 – Roma, 12 gennaio 1991). Di famiglia operaia, è costretto a interrompere gli studi e svolge mestieri diversi per potersi mantenere.
Autodidatta, entra in contatto con l’ambiente degli artisti e degli scrittori che gravitano attorno al pittore Ottone Rosai, frequentandone la casa.

Pratolini comincia a collaborare al periodico «Il Bargello» e diviene redattore con Alfonso Gatto, nel 1938, della rivista «Campo di Marte». Nel 1951 si trasferisce a Roma, città nella quale vivrà da allora in poi.
Le sue prime esperienze narrative ("Il tappeto verde", 1941; "Via de’ magazzini", 1941; "Le amiche", 1943; "Cronaca familiare", 1947) compongono il ritratto di un'infanzia e di una giovinezza piuttosto picaresche.

Il registro adottato, sin da quelle prime prove, si pone a mezza via fra il realistico e il lirico.

"Il quartiere" (1943) è un affresco corale che narra della presa di coscienza del sottoproletariato urbano. 
Gli stessi temi sono riproposti, con tono appena più svagatamente satirico, ne "Le ragazze di San Frediano" (1949), e trasposti poi in una più approfondita lettura psicologica in "Cronache di poveri amanti" (1947).

Pratolini svolge con successo, in questi anni, anche un'attività di sceneggiatore e soggettista cinematografico, e intraprenderà in seguito una carriera di autore di testi teatrali ("La domenica della povera gente", 1952; "Lungo viaggio di Natale", 1954).

Nel 1955 pubblica Metello (premio Viareggio), primo romanzo di quella che diverrà la trilogia "Una storia italiana", essendo completata da "Lo scialo" (1960) e da "Allegoria e derisione" (1966).
Nella trilogia, la vita dei fiorentini, descritta attraverso la caratterizzazione di personaggi emblematici del proletariato e della borghesia, diviene il microcosmo in cui analizzare lo svolgimento di dinamiche sentimentali e politico-sociali.

Alla città e al mondo dell’adolescenza sono dedicati ancora un romanzo, "La costanza della ragione" (1963), e le poesie raccolte in "La mia città ha trent’anni" (1967). Alcune «cronache in versi e in prosa», scritte dal 1930 al 1980, sono riunite nel volume "Il mannello di Natascia" (1984, premio Viareggio).
Renzo Montagnoli

 

 

10 Marzo

La profezia dei Gonzaga

di Tiziana Silvestrin

Scrittura & Scritture Edizioni

www.scritturascritture.it

Narrativa romanzo giallo storico

 

La scomparsa della mummia

Con una cadenza mediamente biennale vengono date alle stampe le avventure del capitano di giustizia Biagio dell’Orso, un personaggio assai indovinato che è riuscito a entrare nel cuore dei lettori, desiderosi di vederlo risolvere casi particolarmente complicati, come anche di sapere le novità del suo tormentato rapporto con la bella e gelosa Rosa. Questo nuovo episodio si sviluppa nell’anno 1596, in autunno, un autunno che si presenta per i Gonzaga foriero di sventure, visto che la loro stella avrebbe continuato a brillare in cielo finché avessero conservato a palazzo il corpo mummificato di Rinaldo Bonacolsi, detto il Passerino, colui che, nella congiura ordita per sottrargli il potere, fu ferito a un fianco e cercò di riparare a cavallo nel Palazzo del Capitano, ma cadde, battendo il capo contro uno stipite del portone e morì per il grave trauma patito; quanto agli altri suoi familiari non fecero miglior fine perché rinchiusi nel castello di Castel d’Ario vi furono lasciati morire di fame. La profezia, del resto, segna l’inevitabile declino del casato nella malaugurata ipotesi che la mummia non resti dentro il Palazzo Ducale, da cui qualcuno che agisce nell’ombra l’ha sottratta. Non solo, ma gli stessi duchi, Vincenzo ed Eleonora, i loro figli sono oggetto di ripetuti attentati che il Capitano di giustizia riesce a sventare anche con un po’ di fortuna. E’ diabolico chi sta tessendo una fitta tela di ragno volta a spodestare i Gonzaga e, visto che è informato di tutto, è più che logico supporre che si tratti di uno che vive o lavora a palazzo. Perfino Biagio dell’Orso rischia molto, quando ingiustamente accusato, viene chiuso nelle segrete con il solo scopo di togliergli la vita, ma riuscirà a venirne fuori, questa volta grazie al fattivo interessamento di Rosa e della moglie di Marcello Donati, l’amico  consigliere del duca di Mantova. I colpi di scena si susseguono, la vicenda addirittura approda alla corte imperiale di Praga per cercare di scoprire chi è che sta tramando; le congetture e le ipotesi si sprecano, i sospetti si appuntano ora sull’uno, ora sull’altro, ma alla fine il capitano di giustizia riuscirà  a scoprire il colpevole che, manco a farlo apposta, fra tutti i papabili è il meno sospettabile.   

Nonostante che già su Biagio dell’Orso Tiziana Silvestrin abbia scritto con questo cinque corposi romanzi il personaggio non è ancora venuto a noia, tanto che giunti all’ultima pagina di La profezia dei Gonzaga sorge spontaneo il desiderio di poter leggere un altro episodio; in questa affezione indubbiamente ha la sua importanza la felice scelta del protagonista, le sue caratteristiche, il suo modo di procedere con razionalità da investigatore sì capace, ma non certamente fenomenale, insomma un uomo del tutto normale con i suoi pregi e i suoi difetti, in cui il lettore tende a identificarsi; peraltro, i personaggi di contorno sono tutti felicemente riusciti, come la gelosa Rosa o l’amico Donati, oppure il capitano delle guardie Giò Morisco; aggiungo che l’ambientazione e l’atmosfera sono resi splendidamente con uno stile particolarmente efficace, semplice, ma in grado di avviluppare, di avvincere chi legge, teso a scorrere le pagine per assaporare l’evolversi di una vicenda che, per quanto intricata, l’autore riesce a proporre in modo accattivante.

Quindi, viste le qualità dell’opera, un invito a leggerla è quasi d’obbligo.

Tiziana Silvestrin vive e lavora a Mantova. Entrata a far parte di una compagnia di teatro amatoriale, inizia a scrivere commedie. Alla passione per la recitazione e per la lettura, si aggiunge la curiosità per la storia. Quando, con un racconto, vince un premio letterario, le viene il sospetto che forse può mettere a frutto le sue ricerche per scrivere gialli storici. Così, mescolando fantasia, storia, personaggi reali e non, ha scritto I leoni d’Europa (2009), Le righe nere della vendetta (2011), Un sicario alla corte dei Gonzaga (2014), Il sigillo di Enrico IV (2017) e La profezia dei Gonzaga (2018). Tutti pubblicati da Scrittura & Scritture.
Renzo Montagnoli  

 

 

7 Marzo

Le persiane verdi

di Georges Simenon

Traduzione di Federica Di Lella e Maria Laura Vanorio

Edizioni Adelphi

www.adelphi.it

Narrativa romanzo

Il grande Emile Mauguin

La casa editrice Adelphi si è assunta il compito di ripubblicare l’intero considerevole repertorio di Georges Simenon, un lavoro enorme che ha portato agli occhi dei lettori per lo più opere di elevata qualità, anche se alcune si devono giudicare onestamente mediocri; è stato dopo la delusione di due sue raccolte di racconti che mi sono imbattuto in questo romanzo, che non è giallo e nemmeno noir, è semplicemente la storia di un uomo, passato dalla miseria alla ricchezza, che fugge non sa nemmeno lui da cosa, ma che cerca disperatamente di dare un senso alla sua vita. Emile Mauguin è un celebre attore teatrale e cinematografico, idolatrato e temuto, un uomo che, venuto dal nulla e dalla fame, può ora disporre di tutto ciò che desidera, tranne che della serenità. E’ uno che prende, e se dà lo fa facendo cadere la sua elemosina come un dono del cielo, e perciò, proprio per questo, non ha in pratica amici, insomma è un uomo solo. Dopo diversi rapporti con non poche donne ha sposato una molto più giovane di lui, con una bambina che ha avuto da un altro uomo, e benché la moglie gli possa apparire fedele lui non ha perso l’abitudine  di avere rapporti con altre, ivi compresa la cameriera; un altro vizio a cui si abbandona con eccesso, in una vita di tutta di eccessi, è il vino, quello rosso, non necessariamente di qualità. La visita di un medico specialista, un famoso luminare, gli porta la ferale notizia che, nonostante lui abbia quasi sessant’anni, ha il cuore di uno di settantacinque e quindi se vuole avere la speranza di andare avanti deve necessariamente limitare o eliminare gli eccessi. E’ più facile da dire che fare per uno che, grande attore, ha finito con il mescolare  le sue caratteristiche di uomo con quelle dei personaggi interpretati, in cui sono inconfondibili i tratti autoritari che lo contraddistinguono. Riesce a contenere l’abuso del vino, ma è evidente che non basta, che occorre darsi una calmata, gratificarsi di un po’ di riposo ed è così che, memore del desiderio della sua prima moglie di una casetta, lontana dalla ribalta e con le persiane verdi, prende in affitto una villa ad Antibes, con vista sul mare, ma con le persiane azzurre. Si accorge che è tempo per fare un bilancio della propria vita, quello che prima saltuariamente gli riusciva in sogno immaginando di essere l’imputato di un processo i cui giudici erano tutte le persone che aveva conosciuto. In realtà questo è il frutto di una sua costante paura della morte e del desiderio, quasi inconsapevole, della pace dell’anima, simboleggiata da una casetta con le persiane verdi. Non si può tornare indietro, però, e si arriva così prima o poi al momento in cui ciò da cui si fuggiva, andandovi inconsciamente incontro, diventa vicinissimo e allora non ci si può sottrarre alla sconfitta, ci si lascia andare e tutto ha una fine e un fine, perché, come scriveva Ungaretti (Sono una creatura -Valloncello di Cima Quattro il 5 agosto 1916),la morte si sconta vivendo.

Il romanzo è semplicemente bello, ma le ultime pagine sono altamente struggenti, finiscono con il commuovere e nell’ingenerare nel lettore un profondo senso di pietà per questo uomo massiccio, spigoloso, scorbutico, ma infinitamente solo.

Georges Simenon, nato a Liegi nel 1903, morto a Losanna nel 1989, ha lasciato centonovantatre romanzi pubblicati sotto il suo nome e un numero imprecisato di romanzi e racconti pubblicati sotto pseudonimi, oltre a volumi di «dettature» e memorie. Il commissario Maigret è protagonista di 75 romanzi e 28 racconti, tutti pubblicati fra il 1931 e il 1972. Celebre in tutto il mondo, innanzitutto per le storie di Maigret, Simenon è anche, paradossalmente, un caso di «scrittore per scrittori». Da Henry Miller a JeanPauhlan, da Faulkner a Cocteau, molti e disparati sono infatti gli autori che hanno riconosciuto in lui un maestro. Tra questi, André Gide: «Considero Simenon un grande romanziere, forse il più grande e il più autentico che la letteratura francese abbia oggi»; Walter Benjamin: «… leggo ogni nuovo romanzo di Simenon»; Louis-Ferdinand Céline: «Ci sono scrittori che ammiro moltissimo: il Simenon dei Pitard, per esempio, bisognerebbe parlarne tutti i giorni».
Renzo Montagnoli  

 

4 Marzo

Jutland

31 maggio 1916: la più grande battaglia navale della storia

di Sergio Valzania

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Saggistica storica

 

Vittoria strategica della Gran Bretagna

Non so se la battaglia navale dello Jutland (31 maggio – 1 giugno 1916) sia stata, come asserisce l’autore, la più grande della storia, so invece che è stata l’ultima che ha visto contrapposti schieramenti composti solo da corazzate, incrociatori e cacciatorpediniere, con l’assenza quindi di portaerei, che invece nella seconda guerra mondiale saranno sempre presenti e determinanti. L’intenzione dei tedeschi di rompere il blocco dei rifornimenti marittimi imposto dalla Gran Bretagna fu senz’altro la causa di questo epico scontro i cui esiti, se ci limitiamo alle sole perdite di navi e marinai, furono senz’altro sfavorevoli agli inglesi; tuttavia, nel quadro più generale della guerra condotta sul mare, poichè i tedeschi non riuscirono a cogliere una vittoria determinante, volta a interrompere l’assedio, con perdite sì inferiori all’avversario, ma consistenti se raffrontate con le forze disponibili, li vide strategicamente sconfitti, tanto che da allora non uscirono più in mare aperto  per dare battaglia alla flotta nemica. L’interessante saggio di Valzania, nel ripercorrere le ore di quell’epico scontro, va anche oltre, cercando di spiegare i motivi per i quali il II Reich, che mai aveva avuto ambizioni sul mare decise invece di dotarsi di una flotta ragguardevole, in diretta competizione con quella inglese, che in ogni caso crebbe in misura superiore a quella tedesca, con contemporaneo incremento delle velocità e dei calibri dei cannoni installati. Quanto a qualità si equivalevano, ma le navi da battaglia tedesche avevano una migliore ripartizione dei comparti stagni e questo spiega anche perché, nonostante i colpi subiti, affondassero meno facilmente di quelle inglesi. Comunque fu un epico combattimento e vide contrapposte da parte inglese 28 navi da battaglia, 9 incrociatori da battaglia, 8 incrociatori corazzati, 26 incrociatori leggeri, 78 cacciatorpediniere, e da parte tedesca 16 navi da battaglia, 5 incrociatori da battaglia, 6 pre-dreadnoughts, 11 incrociatori leggeri e 61 torpediniere. In pratica era presente la pressoché totalità del naviglio da guerra dei due paesi, con quello germanico nettamente inferiore come forza e già questo può spiegare come le perdite subite (1 incrociatore da battaglia, 1 pre-dreadnoughts, 4 incrociatori leggeri e 5 torpediniere), benché inferiori in numeri assoluti a quelle inglesi (3 incrociatori da battaglia, 3 incrociatori corazzati e 8 cacciatorpediniere), abbiano avuto un’incidenza ragguardevole sul complesso della loro arma navale di superficie a tal punto da sconsigliare ulteriori iniziative per tutto il seguito della guerra. Appare quindi evidente che dallo scontro la posizione della Gran Bretagna si rafforzò, restando di fatto padrona assoluta del mare, in cui tuttavia riuscirono a operare con brillanti risultati i sommergibili tedeschi. 

Il libro è interessante, per niente greve e la lettura è quindi indubbiamente piacevole.

Sergio Valzania, storico e studioso della comunicazione, autore radiofonico e televisivo, dal 2002 al 2009 ha diretto i programmi radiofonici della Rai. Dal 2001 insegna all'Università di Genova e dal 2010 alla Luiss di Roma. Ha scritto su «La Nazione», «Avvenire», «la Repubblica», «il Giornale», «L'Indipendente», «Liberal». 
Fra le sue opere di storia militare pubblicate con Mondadori ricordiamo: Jutland (2004), Austerlitz (2005), Le radici perdute dell'Europa (con Franco Cardini, 2006), Wallenstein (2007), I dieci errori di Napoleone (2012), U-Boot. Storie di uomini e sommergibili nella seconda guerra mondiale (2011), I dieci errori di Napoleone. Sconfitte, cadute e illusioni dell'uomo che voleva cambiare la storia (2012), La scintilla. Da Tripoli a Sarajevo: come l'Italia provocò la prima guerra mondiale (2014, scritto con Franco Cardini) e Cento giorni da imperatore (2015). Per Sellerio esce nel 2006 Sparta e Atene. Il racconto di una guerra, nel 2011 Napoleone e nel 2012 La bolla d'oro. Nel 2008 esce per Longanesi La via Lattea, scritto con Piergiorgio Odifreddi, mentre nel 2015  Il Mulino pubblica Andar per le cattedrali di Puglia.
Renzo Montagnoli  

 

2 Marzo

Martin Eden

di Jack London

Edizioni Einaudi

Narrativa romanzo

 

Barriere invalicabili

Ecco un romanzo cult della letteratura nordamericana, un’opera fatta di dolore, rabbia, tenerezza e malinconia espresse in modo immediato proprio di chi ha vissuto certe situazioni e non a caso Martin Eden può essere considerato in buona parte autobiografico. La storia del marinaio poco istruito, rozzo, invitato a pranzo in una famiglia dell’alta borghesia, grazie a un occasionale piacere che ha prestato, è una di quelle che, per gli inevitabili contrasti esistenti fra i personaggi, affascina immediatamente. Martin è come un pesce fuor d’acqua che ha persino paura a muoversi; impacciato lo sarà di più conoscendo una ragazza, Ruth, figlia del padrone di casa e che per lui da subito diventa l’inarrivabile oggetto del desiderio. Lei sembra turbata, lui lo intuisce e si rende conto che per avere qualche possibilità di fare una breccia definitiva nel suo cuore deve darsi da fare, con urgenza, per colmare il divario culturale esistente. La sua forza di volontà è spaventosa in un corso accelerato che lo porterà a comprendere progressivamente il significato di libri sempre più complessi, infondendogli una sicurezza tale da pensare da poterne scrivere egli stesso, in modo che con il successo e i diritti d’autore gli sia possibile mantenere Ruth  nel tenore di vita della sua classe sociale. Non vado oltre perché il piacere della lettura non sta tanto nella trama pur interessante, ma nella descrizione, superlativa, della progressiva trasformazione del rozzo marinaio. Ciò che mi preme evidenziare è il significato dell’opera, tutta incentrata su un’illusione amorosa che porta a un acceso desiderio di riscatto e di elevazione sociale. Sappiate solo che Martin diventerà un eccellente scrittore, ma la sua è la storia di un successo e insieme di un fallimento, perché l’innalzamento sociale è illusorio, portando invece a una progressiva autodistruttiva regressione.  Martin, come si suol dire, diventa né carne né pesce, la velocissima istruzione lo allontanano dal mondo proletario in cui era nato e aveva vissuto la sua giovinezza e i cui valori gli diventano del tutto estranei, ma non può nemmeno accettare il corrosivo conformismo borghese, caratterizzato da una vergognosa ipocrisia. Siamo quel che siamo, ci portiamo dietro le abitudini e i valori dell’ambiente in cui siamo nati e cresciuti, possiamo anche migliorare la nostra condizione, ma perché ciò avvenga, senza che perdiamo la conoscenza delle nostre radici che ci consente di impostare correttamente la nostra vita, il miglioramento deve essere necessariamente lento e progressivo; altrimenti corriamo il rischio di avventurarci in un mare in tempesta senza sapere di un porto sicuro.

Con neppure larvati riferimenti alla teoria dell’evoluzione di Darwin e con le indubbie suggestioni  del Superuomo di Nietzche, Martin Eden si rivela ben più di un romanzo di assoluto valore, ma è anche una denuncia delle stratificazioni sociali, della divisioni in classi della società, comparti stagni in cui a chi sta in basso è pressoché impossibile salire più in alto.

Aggiungo una doverosa annotazione: nel romanzo c’è forse il più bel suicidio della storia della letteratura, un profondo senso di annullamento, una volontà indomita di scomparire senza lasciare traccia.

Da leggere questo che ritengo possa essere definito senza alcuna remora un capolavoro.

Jack London, pseudonimo di John Griffith London, scrittore statunitense (San Francisco, 12 gennaio 1976 – Glen Ellen, 22 novembre 1916). 
La sua figura è una delle più singolari e romanzesche della letteratura americana: figlio illegittimo di un astrologo, cresciuto dalla madre e dal suo secondo marito John London, abbandona la scuola a 13 anni e diventa rapidamente adulto tra Oakland e San Francisco con ladri e contrabbandieri, praticando vari mestieri non sempre legali tra cui strillone di giornali, pescatore clandestino, cacciatore di foche, operaio, lavandaio, venditore porta a porta, avventuriero alla ricerca dell'oro in Klondike. Nel 1897, infatti, Jack London lasciò San Francisco per l'Alaska sulla scia della febbre dell'oro scoppiata in quegli anni. Tra mille peripezie raggiunse il Klondike, e proseguì al di là delle montagne, fino a Dawson City in Canada e lungo il fiume Yukon. Non trovò l'oro che cercava ma riportò a casa qualcosa di più prezioso: un immenso tesoro di osservazioni e di ricordi che trasformò poi nelle sue opere più famose. 
Pur avendo abbandonato gli studi, fu un gran divoratore di libri di ogni genere, e riuscì a diventare per circa un quindicennio uno degli scrittori tra i più famosi, prolifici (49 volumi) e meglio retribuiti che si ricordino, per finire poi suicida, distrutto dall’uricemia indotta dall’alcool. 
Scrisse romanzi di vario genere, da quelli avventurosi: Il richiamo della foresta (The call of the wild, 1903), Il lupo di mare (The sea wolf, 1904), Zanna Bianca (White fang, 1906); a quelli autobiografici: La strada (The road, 1907), Martin Eden (1909), John Barleycorn (1913); a quelli fantapolitici, come Il tallone di ferro (The iron heel, 1908); scrisse anche racconti, tra cui spiccano Il silenzio bianco (The white silence, 1900) e Farsi un fuoco (To build a fire, 1910), e si dedicò al reportage (come quello, del 1904, sulla guerra russo-giapponese) e alla saggistica e trattatistica politica (Il popolo dell’abisso, The people of the abyss, 1903, celebre inchiesta, condotta di prima mano, sulla povertà nell’East End di Londra). 
Nell'opera di Jack London si riflettono le sue pluriformi esperienze di vita: nel capolavoro Il richiamo della foresta e in Zanna bianca, come nei racconti dedicati alla corsa all'oro nelle desolate vastità del Grande Nord americano, risuonano tutti i temi e le atmosfere a lui cari: la lotta per la sopravvivenza, la legge dura e inflessibile della natura che accomuna esseri umani e animali, la solidarietà e il coraggio. E sono storie di sogni impossibili, di indiani e cercatori d'oro, di uomini soli con se stessi nel momento della prova più difficile. Quando poi le desolate distese ghiacciate cedono il posto alle calde correnti del Pacifico, London accoglie nei suoi racconti insoliti eroi provenienti da civiltà diverse, abitanti di isole incantate, portatori di nuovi valori, che affrontano le loro prove sfidando il mare. Ma c'è un'altra violenza contro cui bisogna lottare, stavolta dentro la società civile: London incita alla rivolta contro le convenzioni e le ingiustizie, alla ricerca di un'autenticità perduta e di un ideale sociale intuito attraverso l'esperienza della propria e altrui ribellione. È il tema di Martin Eden - considerato il suo romanzo di maggior respiro, scritto tra l'estate del 1907 e il febbraio del 1908 mentre Jack London navigava per i mari tropicali ai bordo dello Snark e pubblicato nel 1909, prima in rivista e quindi in volume - e del Tallone di ferro.
Renzo Montagnoli  

 

27 Febbraio

Il morto in piazza

di Ben Pastor

Sellerio Editore Palermo

Narrativa romanzo giallo 

 

Buona la trama, meno la conclusione

Kaputt Mundi finisce con gli alleati che entrano a Roma e con il tenente colonnello von Bora che per ultimo lascia la città per raggiungere il reggimento che comanderà. Se questa era la grande aspirazione dell’ufficiale tedesco viene però subito frustrata dalla necessità impellente e inderogabile di raggiungere uno sperduto paesino abruzzese alla ricerca di un  confinato e, soprattutto, di alcune lettere che il Duce gli avrebbe consegnato, relative al carteggio Churchill – Mussolini, dalla portata esplosiva immensa, assai pericolose per diversi alti ufficiali dell’Abwehr,  ma soprattutto per l’Italia  con le dure norme dell’occupazione nazista che potrebbero inasprirsi a livello tale da provocare un genocidio. Trova l’esiliato politico e ha la certezza che conservi questa pericolosa corrispondenza da qualche parte, anche se sarà difficile convincerlo a metterla a sua disposizione; inoltre c’è un fatto nuovo che giunge a ingarbugliare ancor più una matassa già di per sé difficile da sbrogliare: sulla piazza del paese viene rinvenuto il cadavere di un giovane sconosciuto morto ammazzato. Inizia così Il morto in piazza, quarto volume della serie con protagonista von Bora che ho letto con interesse e con il consueto piacere, anche se questa volta ho un appunto da fare, pur essendo la vicenda in grado di attrarre notevolmente; infatti,  se il contrasto fra i caratteri dell’avvocato confinato, più in linea con la sua deontologia morale, e l’ufficiale tedesco, eternamente combattuto fra la sua coscienza e il dovere del soldato, percorre l’intera opera dandole sostanza e se, come al solito, paesaggi e atmosfere sono perfettamente ricreati,  tuttavia la soluzione del giallo del morto ammazzato, con l’identificazione del colpevole, reo di altri due precedenti omicidi, non è del tutto convincente, tanto più che nello stringere le indagini, accelerando il ritmo,  è facile perdere il filo del discorso, quando invece il lettore dovrebbe essere messo nella condizione di assaporare, goccia a goccia, il piacere della scoperta.

Ciò che intendo dire, per farla breve, è che questa volta, a differenza delle precedenti, la trama gialla non è ben congegnata  e arrivati all’ultima pagina forse si può convenire con l’autore che il colpevole sia proprio quello, ma che certo la via per arrivare a tale conclusione è talmente aggrovigliata da far sembrare che più il caso che la logica portino alla soluzione.

In ogni caso, chi legge non ha molto da lamentarsi, perché permangono l’eccellente stile di una narratrice che sembra aver trovato nel giallo storico il modo per esprimersi al meglio.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi(2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017) e La notte delle stelle cadenti (2018).
Premio Flaiano 2018
Renzo Montagnoli

 

 

21 Febbraio

L’ultimo arrivato

di Marco Balzano

Sellerio Editorte Palermo

Narrativa romanzo

In cerca di fortuna

In un’epoca di grandi migrazioni, dall’Africa alle nostre coste, non poteva mancare un libro che parlasse di un fenomeno analogo, proprio degli anni cinquanta quando masse di mano d’opera si trasferirono dal nostro meridione al nord in cerca di lavoro, e fra questi abbastanza di frequente c’erano dei minori in compagnia di un parente o di un paesano.  L’emigrazione infantile pertanto costituisce un’altra caratteristica di questo flusso sud-nord, coinvolgendo migliaia di ragazzini che spinti dalla miseria e sorretti dalla speranza lasciavano i genitori e la piccola realtà in cui fino ad allora avevano vissuto per approdare alle metropoli dell’Italia settentrionale.

In questo contesto Marco Balzano ci racconta la storia di Ninetto Giacalone, conosciuto da tutti come “pelleossa” per la notevole magrezza dovuta agli stenti patiti, ma ciò nonostante sostanzialmente sano, a differenza della madre che, vittima di un ictus cerebrale, non è mai riuscita a tornare alla normalità ed è condannata a vivere, anche per decisione del marito, in un ospizio. Di questo incidente di salute vittima indiretta è stato anche Ninetto, costretto ad abbandonare la scuola per lavorare nei campi e infine partito per Milano insieme con il paesano Giuvà, un bonaccione che non si tira mai indietro quando c’è da faticare. A causa della sua minore età gli inizi sono difficili, con lavori precari fino alla grande occasione, cioè l’assunzione all’Alfa Romeo. Ovviamente la storia non si ferma qui, ma prosegue con tanti eventi, fra cui uno che segnerà in modo indelebile la sua esistenza, ma ritengo non siano necessarie altre notizie in merito, lasciando al lettore il piacere di scoprirle.

Devo dire che, dopo aver letto Resto qui, mi attendevo di più, soprattutto speravo che l’autore non cadesse in certi stereotipi dell’immigrazione meridionale al nord, ma si vede che è difficile raccontare qualcosa di nuovo in proposito, così che il romanzo, fra l’altro commovente anche oltre misura, si presenta come un prodotto ben confezionato, ma incapace di lasciare una traccia significativa in chi legge. Se la trama appare più gratificante dei contenuti, perché maggiori approfondimenti avrebbero non poco giovato all’opera, di pregevole resta lo stile, snello, immediato, una caratteristica dell’autore che ho riscontrato anche in Resto qui. L’ultimo arrivato è stato premiato con il Campiello e non a caso, perché è un’opera per certi versi furba e accattivante, che tuttavia riesce superiore, come qualità, a quella media, invero modesta, dei libri editi attualmente.

Marco Balzano è nato a Milano nel 1978, dove vive e lavora come insegnante di liceo. Ha esordito nel 2007 con la raccolta di poesie Particolari in controsenso (Lieto Colle, Premio Gozzano). Nel 2008 è uscito il saggio I confini del sole. Leopardi e il Nuovo Mondo (Marsilio, Premio Centro Nazionale di Studi Leopardiani). Il suo primo romanzo è Il figlio del figlio (Avagliano 2010, finalista Premio Dessì 2010, menzione speciale della giuria Premio Brancati-Zafferana 2011, Premio Corrado Alvaro Opera prima 2012), tradotto in Germania presso l’editore Kunstmann.
A questo primo romanzo hanno fatto seguito Pronti a tutte le partenze (Sellerio 2013), L'ultimo arrivato (Sellerio 2014), con il quale vince nel 2015 il premio Campiello, Resto qui (Einaudi, 2018), finalista al premio Strega e vincitore del Premio Bagutta 2019.
Renzo Montagnoli
 

 

16 Febbraio

La nemica

di Brunella Schisa

Neri Pozza Editore

Narrativa romanzo storico

 

La grande truffa

L’affare della collana è stata una truffa architettata in Francia nella seconda metà degli anni ‘80 del XVIII secolo, crimine organizzato e realizzato dalla contessa Jeanne de Saint-Remy de Valois, o anche de la Motte, dal nome del marito, con il concorso di altri, fra cui il celebre Cagliostro, ai danni della regina Maria Antonietta e del cardinale di Rohan. Il processo, che ne seguì, i suoi esiti, le vicende successive alle sentenze infiammarono l’opinione pubblica francese che prese a detestare la consorte del proprio sovrano. Del fatto non aggiungo altro perché altrimenti sarei costretto a rivelare in anticipo la trama del romanzo “La nemica”, che rappresenta, pur con alcuni spunti di fantasia, quel che fu la vicenda, intricata, ricca di tensione, con risvolti anche erotici che all’epoca appassionò il popolo come francamente ne sarebbe attratto anche oggi. In un fatto che, banalizzandolo, potrebbe sembrare solo una semplice truffa in effetti si innestano altri elementi, soprattutto di carattere politico, viste le notevoli difficoltà economiche della Francia e la crescente disaffezione dei francesi per i loro monarchi, aspetti interdipendenti che porteranno da lì a qualche anno allo scoppio della rivoluzione. Premetto che la vicenda riveste caratteristiche di complessità, perché la personalità stessa dell’imputata non è per niente semplice  e quindi come una matassa il filo del racconto tende naturalmente ad aggrovigliarsi ogni tanto, per poi arrivare a una semplificazione che riesce a svelare i retroscena; il compito della Schisa è stato quindi piuttosto arduo, ma l’impegno profuso dall’autore ha dato i suoi frutti e, grazie anche a uno stile sobrio, conciso, a un linguaggio mai ridondante il lettore finisce con l’appassionarsi alla storia, congegnata come un giallo in cui già si sa chi è il colpevole, il quale,  se pur condannato al carcere perpetuo,  mantiene un atteggiamento più da vittima che da reo, usando sapientemente le sue arti femminili per ottenere la liberazione. Tengo a precisare che quasi tutti i personaggi sono esistiti veramente e al riguardo la Schisa ne fornisce ritratti assai convincenti, la crescente tensione del popolo affamato che accumula odio nei confronti della regina è ben esposta, così come ben delineate sono le contraddizioni di una grande potenza amministrata in modo del tutto inadeguato. Il protagonista di fantasia di maggior spessore è un giovane giornalista, Marcel de la Tache, ben descritto dall’autore ed è per il suo tramite che possiamo conoscere le tragiche e rocambolesche avventure della donna che si fece beffe della corte francese alla vigilia della rivoluzione; il contrasto di caratteri fra i due personaggi, lui timido, ingenuo e irretito dalla donna, lei opportunista, scaltra, mendace che lo utilizza per i suoi scopi costituisce un altro motivo di interesse del romanzo che, nonostante la sua lunghezza, si riesce a leggere velocemente anche perché la vicenda, i suoi contorni e lo sfondo sono narrati in modo tale che non si può non restare avvinti. E da ultimo, quasi una ciliegina sulla torta, l’autore, in forza della professione di giornalista svolta da Marcel de la Tache, professione che gli impone di seguire per la sua Gazzetta gli avvenimenti caotici che iniziano nel 1789, provvede a narrarci le prime vampate della rivoluzione, con una descrizione quasi cinematografica della presa della Bastiglia; i disordini, le violenze, il pathos sono ricreati abilmente in una confusione di avvenimenti, di tripudi, di scoramenti, di rapidi e improvvisi cambi di rotta che furono proprio di quel periodo, con l’affacciarsi alla ribalta di tanti personaggi di cui abbiamo memoria per gli studi scolastici, quali La Fayette, Marat, Mirabeau e Robespierre.

Di conseguenza l’opera è senz’altro meritevole di essere letta.

Brunella Schisa è nata a Napoli. Dopo aver lavorato come traduttrice, esordisce nella narrativa nel 2006 con il romanzo La donna in nero(Garzanti), che ha vinto numerosi premi tra cui il Premio Letterario Frignano-Opera Prima, il Premio Letterario Città di Bari e il Premio Rapallo. Giornalista di «Repubblica», ha curato per anni la rubrica dei libri sul Venerdì, cui adesso collabora. Tra le sue opere Dopo ogni abbandono (Garzanti, 2009), La scelta di Giulia (Mondadori, 2013) e La nemica (Neri Pozza 2017).
Renzo Montagnoli 

 

11 Febbraio


 

10 Febbraio

Il Saladino

di Franco Cardini

Edizioni Piemme

Storia biografia

 

Il feroce (?) Saladino

C’è stato un tempo, all’incirca verso la fine degli anni ‘30, che il Saladino, o meglio il feroce Saladino è stato a lungo ricercato, perché tutti lo volevano per completare la raccolta delle figurine Panini; chissà in quell’occasione se almeno qualcuno dei collezionisti si sia chiesto chi fosse mai questo Saladino e il perché di quell’aggiunta, quel feroce che sembrava farne uno spauracchio. In passato, ma anche in epoche meno lontane, si è sempre teso a demonizzare figure che potevano rappresentare un pericolo per un ordine costituito, per esempio ad Alessandro VI, il papa Rodrigo Borgia, si è sempre accomunata l’immagine di una belva assetata di sangue per il semplice motivo che nei suoi scopi vi erano anche quelli di riunire tutta l’Italia in un unico stato sotto la guida del figlio Cesare; non era un uomo magnanimo, ma quanto a efferatezze non era peggio degli altri potenti dell’epoca che sul suo conto misero in giro voci quasi sempre infondate. Nel caso del Saladino piuttosto il problema fu un altro, perché questo principe dell’aristocrazia militare  curda fu quello che riuscì a strappare per sempre il Santo Sepolcro ai cavalieri cristiani e al loro comandante Riccardo Cuor di Leone. Per il resto, Salah  al-Din, questo era il suo nome, poi volgarizzato in Saladino, se non era un esempio di bontà, non era però dissimile dai suoi stessi nemici. L’onta però fu tale che i Cristiani che, non dimentichiamolo, strapparono ai mussulmani una Gerusalemme a cui tutti prima potevano accedere, anche per giustificare lo smacco pensarono bene di attribuirgli crudeltà e nefandezze di ogni genere, in larga parte inventate, che lo fecero diventare il feroce Saldino. Tanto per dare un’idea di come un epiteto possa prendere forza, da allora quando le madri dovevano riprendere i figli per qualche marachella li minacciavano di far intervenire il feroce Saladino.

Certo, ogni epoca ha le sue violenze e anche nel XII secolo non si scherzava, si era ancora nel medioevo, un periodo però non così buio come i precedenti, visto che cominciò a riprendersi lentamente l’economia e le genti riacquistarono un po’ di quella voglia di vivere che l’ossessivo “memento mori” più volte ripetuto dai monaci negli anni più oscuri aveva quasi cancellato.

Franco Cardini, nel parlarci di questo grande personaggio, che perfino Dante stimò al punto da inserirlo nella Divina Commedia nel limbo (non era battezzato) anziché sbatterlo, come si sarebbe potuto ipotizzare, all’inferno, in effetti ci porta a conoscere un’epoca., con le idee dominanti, gli usi, i costumi, cercando anche di evidenziare quelle connessioni sempre esistite fra mondo cristiano e mondo mussulmano. Ne scaturisce un grande affresco in cui la figura del Saladino, pur senza essere sminuita, assume le caratteristiche di un pretesto per parlare dei nostri legami con l’Islam, più che due religioni con non pochi punti di contatto, due culture, non diametralmente opposte come si potrebbe pensare. L’epoca in questione poi vedeva addirittura un predominio intellettuale dei cosiddetti arabi, che già due secoli prima avevano avuto un medico, filosofo e matematico del calibro di Avicenna e che contemporaneo del Saladino e di Riccardo Cuor di Leone potevano presentare una stella di prima grandezza come il medico, filosofo e astronomo Averroè.

Quindi, la lettura è senz’altro consigliata.

Franco Cardini è professore ordinario di Storia medievale presso l'Università di Firenze, e come giornalista collabora alle pagine culturali di vari quotidiani. Professore Emerito dell'Istituto Italiano di Scienze Umane alla Scuola Normale Superiore di Pisa, da mezzo secolo si occupa di crociate, pellegrinaggi, rapporti tra Europa cristiana e Islam, anche trascorrendo lunghi periodi di studio e insegnamento all'estero.

Ha fatto parte dei consigli d'amministrazione di Cinecittà e della Rai. 
La sua produzione di saggi storici, sia specialistici che divulgativi, è copiosissima. Tra questi ricordiamo L'avventura di un povero crociato(Mondadori, 1998), Giovanna D'Arco (Mondadori, 1999), I Re Magi. Storia e leggende (Marsilio, 2000), Il Medioevo (Giunti Junior, 2001), Carlo Magno. Un padre della patria europea (Laterza, 2002), Europa e Islam. Storia di un malinteso (Laterza, 2002), Astrea e i Titani. Le lobbies americane alla conquista del mondo (Laterza, 2003), Il Barbarossa (Mondadori, 2006), Lawrence d'Arabia (Sellerio, 2006), La vera storia della Lega Lombarda(Mondadori, 2008), I templari (Giunti, 2011), GerusalemmeUna storia (Il Mulino, 2012) Alle origini della cavalleria medievale (Il Mulino, 2014), L'appetito dell'Imperatore. Storie e sapori segreti della Storia (Mondadori, 2014), Il califfato e l'Europa. Dalle crociate all'ISIS: mille anni di paci e guerre, scambi, alleanze e massacri (UTET, 2015), Un uomo di nome Francesco. La proposta cristiana del frate di Assisi e la risposta rivoluzionaria del papa che viene dalla fine del mondo (Mondadori, 2015), Onore (Il Mulino, 2016), I Re Magi (Marsilio 2017).
Firma inoltre molti libri di storia per i licei e numerose monografie sulla sua città natale, Firenze.
Renzo Montagnoli 
 

 

6 Febbraio

La strana guerra.

1939-1940: quando Hitler e Stalin erano alleati e Mussolini stava a guardare

di Arrigo Petacco

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Storia

 

La stasi del fronte occidentale

Venne all’epoca definita, e non a torto, la strana guerra quello stato di ostilità dichiarato fra la Germania e gli alleati anglo-francesi e che cominciò il 1° settembre del 1939 dopo che le forze tedesche si erano impadronite di mezza Polonia (l’altra metà invece fu occupata dall’Unione Sovietica, legata al Terzo Reich da un patto di non aggressione). In effetti, sul fronte occidentale, con i francesi insediati dentro le fortificazioni della linea Maginot, che si sbandierava invalicabile, con gli inglesi acquartierati alla fine di questa lungo una linea che arrivava fino al mare del Nord e un numero assai più ridotto di truppe tedesche a fronteggiarli, era logico pensare, più che a uno stato di guerra, a una tregua armistiziale. In realtà, se lì non si combatteva, in altri luoghi c’erano gli scontri, battaglie, anche furiose, sul mare fra la marina da guerra inglese e le navi corsare naziste.  Se questo periodo di pace apparente durò fino al maggio del 1940, allorché le forze corazzate tedesche dilagarono in Francia all’improvviso, su terra e in altri posti si combatté, e non poco, come l’epico scontro fra la piccola Finlandia e il gigante russo che incredibilmente rischiò di soccombere, o come l’occupazione primaverile della Danimarca e della Norvegia, che si risvegliarono ai passi degli scarponi chiodati tedeschi. Perché questa apparente tregua? Quali furono i reali motivi e gli scopi? Arrigo Petacco cerca di rispondere a queste domande, senza tuttavia riuscire a sciogliere il nodo intricato dell’apparenza che ha nascosto chissà quali calcoli, non ultimo quello ipotizzato secondo il quale Hitler intendeva assicurarsi l’alleanza con Francia e Inghilterra per una guerra congiunta contro il comunismo sovietico. Siamo certamente nel campo delle illazioni, non ci sono prove documentali, né testimonianze di rilievo che possano avvalorare questa motivazione, così come si brancola nel buio cercando di dare una spiegazione logica alla decisione del dittatore nazista di fermare la corsa delle sue armate corazzate onde consentire agli inglesi, ristretti nella sacca di Dunkerque, di poter tornare in patria. Voleva dare un segnale di rispetto per un popolo di origine tedesca? Intendeva arrivare a una spartizione dei poteri, con la Gran Bretagna a dominare i mari, e il folle dittatore, terragno per natura, a regnare incontrastato sull’Europa continentale? Come è possibile notare in questo saggio di Petacco ci sono tante domande senza risposte, o al massimo con delle formulazioni di ipotesi; di conseguenza, non c’è da sperare di avere notizie in grado di chiarire atteggiamenti e scopi di un uomo ormai preda del suo delirio di onnipotenza e tanto meno non è possibile avere qualche definitiva delucidazione dai comportamenti del suo alleato Benito Mussolini, ormai irrealisticamente portato a giocare d’azzardo con la pelle degli altri.

E’ evidente che Petacco, storico coerente e preciso, non poteva che riferire le ipotesi, magari sostenendo una piuttosto che un’altra e così La strana guerra (così è intitolato il suo saggio storico) finisce con il diventare un’opera di completa e minuziosa descrizione di quello che fu parte del primo anno della seconda guerra mondiale, un lavoro che si fa apprezzare anche perché non risulta mai tedioso, anzi è di facile e gradevole lettura.

Arrigo Petacco (Castelnuovo Magra 1929 - Porto Venere 2018), è stato un giornalista e inviato speciale, direttore della «Nazione» e di «Storia illustrata». Scrittore e saggista molto prolifico, ha sceneggiato numerosi film e scritto diverse trasmissioni televisive a tema storico per la Rai. Nel suo lavoro di giornalista, per il quale nel 1983 ha vinto il Premio Saint Vincent, ha avuto modo di intervistare alcuni tra i protagonisti della Seconda guerra mondiale. Tra i suoi libri, in cui affronta tematiche storiche spesso intrise di mistero e ribalta verità giudicate incontestabili, ricordiamo Joe Petrosino (1978, da cui è stato tratto uno sceneggiato Rai), Dear Benito, caro Winston. Verità e misteri del carteggio Churchill-Mussolini (1985), La nostra guerra. 1940-1945 (1997), Regina. La vita e i segreti di Maria Josè di Savoia (1998), L'esodo. La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia (1975 e 2000), L'armata nel deserto. Il segreto di El Alamein (2002), Il prefetto di ferro. L'uomo di Mussolini che mise in ginocchio la mafia (1977 e 2004, da cui è stato tratto un film), L'uomo della provvidenza. Mussolini, ascesa e caduta di un mito (2006), La strana guerra. 1939-1940: quando Hitler e Stalin erano alleati e Mussolini stava a guardare (2008), Il regno del Nord. 1859: il sogno di Cavour infranto da Garibaldi (2009), La principessa del Nordla misteriosa vita della dama del Risorgimento: Cristina di Belgioioso (1993 e 2009), L'ultima crociata. Quando gli Ottomani arrivarono alle porte dell'Europa (2009), Quelli che dissero no. 8 settembre 1943: la scelta degli italiani nei campi di prigionia inglesi e americani (2011), Eva e Claretta. Le amanti del diavolo (2012), A Mosca, solo andata. La tragica avventura dei comunisti italiani in Russia (2013), La storia ci ha mentito. Dai misteri della borsa scomparsa di Mussolini alle «armi segrete» di Hitler, le grandi menzogne del Novecento (2014) e Nazisti in fuga. Intrighi spionistici, tesori nascosti, vendette e tradimenti all'ombra dell'Olocausto (2014), tutti editi da Mondadori. Inoltre, ha scritto i monumentali volumi de La seconda Guerra Mondiale (1979), Storia del Fascismo (1982) e Storia d'Italia dall'Unità ad oggi (1987) per Curcio.  Nel 1986 gli è stata conferita l'onorificenza di Commendatore, su proposta dell'allora Presidenza del Consiglio.
Renzo Montagnoli 
 

 

3 Febbraio

Il cielo di stagno

di Ben Pastor

Sellerio Editore Palermo

Narrativa romanzo giallo 

 

Alta tensione

Di ritorno dall’inferno di Stalingrado il maggiore Martin von Bora è inviato nell’Ucraina Nord orientale, dove sta provvedendo a costituire il suo reggimento, con la scelta selettiva degli ufficiali e della truppa, ma nel suo ruolo di appartenente all’Abwehr, il servizio segreto militare, si deve occupare di due ingombranti presenze, due generali dell’Armata Rossa, Platonov catturato quando il suo aereo ha dovuto atterrare oltre le linee, e Tibyetsky, detto Khan, che si è consegnato direttamente al nemico con il suo nuovissimo carro armato T34. Si devono interrogare i due  personaggi, ma non sono per niente ciarlieri, anche il Khan, lontano parente di Martin e che almeno in apparenza sembrerebbe dimostrare una certa disponibilità. Il nostro ufficiale investigatore, inoltre, intende occuparsi di feroci omicidi che vengono commessi nella vicina foresta, eventi che sembrano al momento del tutto indipendenti, ma che finiranno per correlarsi quando i due generali prigionieri verranno assassinati. Chi è stato? Perchè? Sono le due domande che si pone von Bora, che all’inizio gira a vuoto senza nemmeno trovare il più piccolo indizio, ma poi, un po’ per fortuna, un po’ per intuito si solleva il velo di nebbia e in un crescendo di tensione (così elevata non l’ho mai riscontrata nei romanzi di Ben Pastor con protagonista l’ufficiale tedesco) si troverà una spiegazione al tutto con la giusta punizione dei colpevoli.

Se devo essere sincero questa serie con protagonista von Bora, a cui mi sono accostato con curiosità, mi sta appassionando veramente, perché nella scrittura di Ben Pastor si trovano trame convincenti, uno stile mai greve, atmosfere e ambientazioni ricreate al meglio, senza dimenticare l’incessante e approfondita analisi psicologica dei personaggi. In particolare von Bora si rivela sempre di più un individuo quotidianamente combattuto fra la sua coscienza e il suo dovere di militare, con il secondo che prevale immancabilmente, perché dominante è il senso dell’onore derivante dalla divisa indossata. Non c’è alcuna simpatia per le SS per i crimini che commettono, ma nel maggiore dell’Abwehr prevale sempre il dovere, così che non mancano le rappresaglie nei confronti dei partigiani e delle popolazioni, ma a differenza delle SS tali azioni sono svolte nella convinzione di fare qualcosa di spiacevole, ma necessario, e non per trarne gusto e soddisfazione. 

Quindi la lettura è senz’altro consigliabile.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi(2015), I piccoli fuochi (2016), Il morto in piazza (2017) e La notte delle stelle cadenti (2018).
Premio Flaiano 2018
Renzo Montagnoli 

 

31 Gennaio

I racconti, le poesie

di Giovanni Piubello

a cura di Mario Artioli e Vladimiro Bertazzoni

Sometti Editoriale

www.sometti.it

Narrativa racconti

 

Anche poeta

I curatori Mario Artioli e Vladimiro Bertazzoni, nel proporre l’opera omnia di Giovanni Piubello, hanno deciso di riunire in un unico volume i racconti e le poesie, scelta a prima vista opinabile, vista l’evidente difformità tipologica, ma che ha un senso ove si tenga presente che i primi sono di gran lunga maggiori di numero delle seconde, non poche, ma comunque nemmeno tante da giustificare una pubblicazione a se stante. Dell’abilità di narratore dell’autore già ho ampiamente riferito in occasione della stesura della nota critica ai suoi due romanzi Matti beati e Gli ubbidienti, e quindi non c’è da meravigliarsi se anche nei racconti si riscontrino i pregi che sono propri di Piubello, come una linearità espositiva, ma comunque non priva di originalità, una struttura sempre sicura, vicende che affondano per lo più nei ricordi dell’infanzia, descrizioni di paesaggi, di ambienti e di atmosfere puntuali, precise, accompagnate ogni tanto da una certa verve poetica e con sullo sfondo sempre una garbata e gradevole ironia. Viene proprio da pensare che lui non abbia avuto in vita i meriti che gli spettavano, insomma il successo  che anche per una sua refrattarietà al clamore, all’essere al centro dell’attenzione, aveva lui stesso ostacolato. Forse è il caso di dire che Piubello scriveva pressoché esclusivamente per il piacere di scrivere, per farne oggetto di quelle conversazioni alla bancarella con cui lui trascorreva beatamente la sua giornata. Parte di queste prose, peraltro, non era sconosciuta ai mantovani perché il locale quotidiano La Gazzetta di Mantova aveva pubblicato a puntate i racconti, che alla fine furono riuniti in un volume intitolato Zingara (dal titolo di uno degli stessi, forse il migliore) che incontrò un notevole interesse, tanto da arrivare alla terza ristampa. I Curatori, con felice scelta, nel presente libro hanno suddiviso la narrativa breve in due grandi capitoli, di cui il primo dedicato unicamente alle prose che vennero racchiuse appunto nella pubblicazione intitolata Zingara, mentre le altre sono state tutte riunite con il generico titolo “Altre storie”. Come sempre accade in questi casi ci sono brani che possono più o meno piacere, ma è indubbio come il livello medio sia più che buono. Si tratta di storie semplici, niente di epico, trame che vedono coinvolta, a vario titolo, quasi sempre povera gente, frutto di indubbia creatività che tuttavia – è una mia ipotesi – nascondono un fondo di verità, e d’altra parte stando tutti i giorni sotto i portici si poteva osservare un campionario umano vario e a volte anche di particolare interesse, individui sconosciuti (e che tali spesso rimanevano) che si fermavano a curiosare e magari a conversare con Piubello.

Più sorprendente è la parte del volume dedicata alla poesia, sorprendente perché, per quanto nella narrativa sia possibile riscontrare una sua verve poetica, non è detto che poi l’autore possa andar oltre scrivendo addirittura dei versi, e invece si scopre, e con piacere, anche la sua attitudine poetica. Che i titoli dati alle due raccolte qui pubblicate siano I gobbi, questa a suo tempo auto pubblicata, e poi Altri gobbi dimostra in modo chiaro il legame affettivo fra l’autore e la città di Mantova, poiché è notorio che la dinastia dei Gonzaga ebbe di sovente a scontare la tara ereditaria della gobba, frutto del matrimonio con una Malatesta. Ma i protagonisti di queste liriche non sono membri della schiatta gonzaghesca, bensì mantovani, gente colta e osservata nella serali vasche, deambulante per far venire l’ora della cena. E’ l’ironia che prevale, mai feroce, né cattiva, anzi a volte con un sottofondo di pietà, e così si possono cogliere personaggi, protagonisti loro malgrado di versi da trasmettere ai posteri, figure che altrimenti non avrebbero lasciato il segno se non fossero incorse nell’acuto spirito di osservazione di Piubello. Adesso che ne scrivo, mi pare di rivederlo e quando vado a Mantova, che passo di lì, d’istinto guardo, come se ci fosse ancora, come se quest’uomo, tanto umile quanto grande, osservasse il continuo passeggio, pronto a cogliere aspetti, pronto a far nascere idee, non un semplice libraio, ma un artista della penna talmente presente da essere quasi un’istituzione. Piubello era una di quelle persone alla cui presenza ci si abituava, quasi ormai da non notarlo, ma di cui si avvertì immediatamente la mancanza quando venne meno.

Da leggere, non c’è dubbio.

Giovanni Piubello (San Bonifacio, 24 giugno 1921 – Mantova, 16 giugno 1983) trascorse l'infanzia nel paese natale, e si trasferì a Mantova nel 1928 dove conseguì il diploma di perito industriale, ma volle diventare scrittore, libraio ed editore.

La sua prima opera, pubblicata in proprio, fu Zingara e poi diede alle stampe numerosi volumetti di racconti, prose, lettere in piazza e A proposito di gobbi, in versi.

Nel 1967 l'editore Rizzoli pubblicò il romanzo Matti beati, con il quale vinse il premio nazionale Duomo. Il romanzo è autobiografico e racconta l'infanzia dello scrittore nel paese di San Bonifacio (Sambonifacio), descrivendo un quadro suggestivo della vita contadina e di paese negli anni Venti, in un contesto di sostanziale povertà vissuto tuttavia con allegria.

Il successo fu di breve durata e Piubello continuò a stampare in proprio, nelle Edizioni di Bancarella, le sue storie, le sue lettere e i suoi dialoghi con lettori veri o presunti.

Fu straordinario osservatore della vita cittadina nella sua patria d'adozione, e fu amato dai mantovani che trovavano nella bancarella sotto i portici Broletto un dimesso ma profondo uomo di cultura.
Renzo Montagnoli 
 

 

27 Gennaio

Metello

di Vasco Pratolini

Edizioni BUR

Narrativa romanzo storico

 

La boje

La boje, vale a dire bolle, era parte del motto che i contadini adottarono in occasione della rivolta popolare del periodo 1882 – 1885. Nel caso di Metello, invece, si tratta del primo grande sciopero degli edili avvenuto più tardi, nel 1901, ma in ogni caso si trova pure in questa occasione l’esasperazione di lavoratori quasi alla fame che, prendendo piano piano coscienza dei loro diritti, rivendicano, in uno con un congruo aumento salariale, il riconoscimento della propria dignità di uomini.

Protagonista principale di questo grande affresco storico è Metello Salani, nato a Firenze nel 1875 e rimasto nel giro di pochissimo tempo orfano dei propri genitori, tanto che di fatto viene adottato dalla donna che lo teneva a balia.

Il romanzo ripercorre la vita di questo bambino che diventerà uomo prima del tempo per la necessità di sopravvivere, un uomo che non ha avuto la guida di un padre, ma che troverà in un compagno di lavoro, l’anarchico Betto, colui che gli insegnerà a leggere e a scrivere e che lo introdurrà alla vita degli adulti. Metello ha un’intelligenza pronta, impara presto, lavora bene come muratore, poco a poco diventa un esempio per gli altri che faticano tutto il giorno, fra mille pericoli, a tirar su muri e a coprire con i tetti. Non è esente da difetti, è sostanzialmente fedele a chi ama, ma è privo di remore quando si tratta di rispondere alle sollecitazioni della carne. Comunque è un uomo in cui matura, senza che lui se ne accorga, il desiderio di rivendicare per la propria categoria tutti quei diritti naturali da tempo negati e senza essere un sindacalista riesce comunque ad assurgere alla figura di capo popolo, una guida per tanti altri che  cominciano ad alzar la testa. Si chiedono migliori condizioni di lavoro, un aumento della paga che consenta di vivere, ma è netta la chiusura dei padroni, tanto che, ob torto collo, i muratori sono costretti a indire uno sciopero a oltranza. E’ bellissima la descrizione dell’atmosfera, di questa povera gente che è di fatto obbligata a indebitarsi per tirare avanti, nella speranza che sopraggiunga un accordo. Tutto sembra complottare contro di loro e chi ha il potere ricorre anche alla forza della polizia e dell’esercito, ma alla fine, quando gli animi sono esasperati, quando il fronte degli scioperanti comincia a incrinarsi, quando scoppiano i tafferugli e ci scappa anche il morto, si giunge al tanto agognato accordo, che accoglie solo in parte assai ridotta le richieste economiche, ma che ha un significato che esula dalla materialità del denaro: è sorto uno spirito di categoria, un popolo di cenciosi si è unito per riscattare la propria dignità. Il lavoro può ricominciare, funestato subito da un tragico incidente, in cui periscono un vecchio muratore e un giovane manovale, perché le condizioni di sicurezza sono inadeguate e per di più non esiste un’assicurazione sugli infortuni. Ecco quindi una materia su cui discutere con i padroni, ecco un altro traguardo da raggiungere di quella lunga corsa a tappe che è l’emancipazione di una classe lavoratrice taglieggiata dal padronato. Il romanzo non ha una fine vera e propria, perché Metello esce dal carcere dove è stato tenuto in attesa di giudizio per i fatti di quello sciopero, giudizio che lo assolve pienamente, e ad attenderlo in strada trova la moglie Ersilia con il figlioletto. Si incamminano verso casa, ma prima si fermano in un caffè, dove lei prende un corretto e lui un grappino. Davanti a loro un grande specchio riflette la loro immagine e Metello dice “La Sacra Famiglia”; al che lei lo invita a non bestemmiare e lui replica “Ma d’ora in avanti.”. Gli fa eco lei: “D’ora in avanti cosa?”.  Sembrerebbe di capire che Metello da ora in avanti si interesserà solo della famiglia e che non si occuperà più di battaglie politiche, ma entrambi sanno che non è possibile, perché un uomo come lui non può restare sempre a capo chino e la lotta, per quanto lunga e difficile sia, non può essere per lui che pane quotidiano.

Scritto splendidamente, coinvolgente, emozionante, a volte anche commovente, Metello è il romanzo che mi sento di definire un capolavoro.

Da ultimo, nel 1970 uscì nelle sale cinematografiche una felice trasposizione cinematografica dal titolo Metello, un film diretto da Mauro Bolognini e interpretato da un giovanissimo e convincente Massimo Ranieri e da una brava Ottavia Piccolo che ottenne il premio per la migliore interpretazione femminile al Festival di Cannes.

Vasco Pratolini (Firenze, 19 ottobre 1913 – Roma, 12 gennaio 1991). Di famiglia operaia, è costretto a interrompere gli studi e svolge mestieri diversi per potersi mantenere.
Autodidatta, entra in contatto con l’ambiente degli artisti e degli scrittori che gravitano attorno al pittore Ottone Rosai, frequentandone la casa.

Pratolini comincia a collaborare al periodico «Il Bargello» e diviene redattore con Alfonso Gatto, nel 1938, della rivista «Campo di Marte». Nel 1951 si trasferisce a Roma, città nella quale vivrà da allora in poi.
Le sue prime esperienze narrative ("Il tappeto verde", 1941; "Via de’ magazzini", 1941; "Le amiche", 1943; "Cronaca familiare", 1947) compongono il ritratto di un'infanzia e di una giovinezza piuttosto picaresche.

Il registro adottato, sin da quelle prime prove, si pone a mezza via fra il realistico e il lirico.
"Il quartiere" (1943) è un affresco corale che narra della presa di coscienza del sottoproletariato urbano. 
Gli stessi temi sono riproposti, con tono appena più svagatamente satirico, ne "Le ragazze di San Frediano" (1949), e trasposti poi in una più approfondita lettura psicologica in "Cronache di poveri amanti" (1947).

Pratolini svolge con successo, in questi anni, anche un'attività di sceneggiatore e soggettista cinematografico, e intraprenderà in seguito una carriera di autore di testi teatrali ("La domenica della povera gente", 1952; "Lungo viaggio di Natale", 1954).

Nel 1955 pubblica Metello (premio Viareggio), primo romanzo di quella che diverrà la trilogia "Una storia italiana", essendo completata da "Lo scialo" (1960) e da "Allegoria e derisione" (1966).
Nella trilogia, la vita dei fiorentini, descritta attraverso la caratterizzazione di personaggi emblematici del proletariato e della borghesia, diviene il microcosmo in cui analizzare lo svolgimento di dinamiche sentimentali e politico-sociali.

Alla città e al mondo dell’adolescenza sono dedicati ancora un romanzo, "La costanza della ragione" (1963), e le poesie raccolte in "La mia città ha trent’anni" (1967). Alcune «cronache in versi e in prosa», scritte dal 1930 al 1980, sono riunite nel volume "Il mannello di Natascia" (1984, premio Viareggio).
Renzo Montagnoli 

 

23 Gennaio

Mi bolle il cuore

di Debora Rienzi

Prefazione di Alessandro Barban

Postfazione di Alessandro Ramberti

Fara Editore

www.faraeditore.it

Poesia

Teopoesia

In tutta sincerità, scorrendo il catalogo on line dell’editore, sono stato colpito da questo strano titolo, nonché dall’indicazione di poesia non religiosa, bensì teopoetica, riportata nella quarta di copertina e rappresentate da un breve periodo della prefazione di Alessandro Barban.

Strano titolo, certo, forse in apparenza eccessivo per una silloge dai cui versi è lecito attendersi musicalità, dolcezza, pacata esposizione, ma questo non è significativo, perché come un abito non fa il monaco, così un titolo non fa una raccolta; molto più complesso è il discorso in ordine a quel termine, teopoetico di cui non trovi la definizione si Internet nemmeno cercandola con il lanternino e allora è giocoforza affidarsi a quanto precisato dal prefatore che scrive:non si tratta di poesia religiosa, ma di teopoetica, cioè di quello spazio interattivo teologico-spirituale di corpo, di intelligenza psichica e di anima spirituale proveniente dalla stessa esistenza dell’autrice, in cui la poesia diventa espressione di Dio e affermazione della propria vita.”. Non è che se ne sappia molto di più e allora è evidente che bisogna andare a leggere le poesie di questa raccolta, lettura che in ogni cosa è da fare se si vuole provvedere a scrivere una nota critica; dunque occorre passare alla lettura, non una lettura semplice e a sé stante, ma volta anche comprendere il significato di teopoesia. E tutto diventa più facile e si chiarisce fin dai primi versi (Spirito segreto / riflesso nel silenzio, / brucia la pula dei nostri pensieri / e prepara l’anima al parto ormai prossimo. / T’inserisci inadatto / nelle fessure del nostro tempo / e parli inascoltato / a vite già fissate… / ma non desisti. E torni / a suggerire levità a cuori appesantiti, / e risciacquare con premura / occhi duri impolverati…). C’è infatti una sorta di colloquio fra la divinità e il soggetto, tanto che mi viene da dire che la dimensione è senz’altro spirituale, mentre l’aspetto religioso, almeno in senso stretto, è appena abbozzato. In fin dei conti in tutti noi, credenti o meno, c’è la possibilità e la necessità di porsi delle domande, perché non siamo solo carne, ma anche e soprattutto spirito. È proprio questa nostra parte immateriale, evanescente a porsi o alla ricerca di Dio o a interagire con Lui, come nel caso di questa raccolta poetica, la cui novità, se così vogliamo definirla, è questa espressività in versi di un dialogo muto e intimo che è più frequente di quanto si possa immaginare, a volte scientemente, altre inconsapevolmente. Proprio per questa tipicità, per il sentire diverso in ogni soggetto e per quell’ancorarsi e disancorarsi, quell’abbracciarsi e quello sciogliersi, quel desiderio di comunicare e nel cercare risposte alle domande, la poesia di Debora Rienzi ha una tale valenza che la rende di non immediata comprensione, richiedendo invece più riletture, onde – elemento indispensabile – entrare in empatia con l’autrice. Poi, tutto diventa più semplice, è come se una luce scendesse dentro a noi a scaldare il cuore e allora anche il titolo appare pertinente.  

Nata a Padova nel 1974, Debora Rienzi ha studiato Filosofia a Padova e Medicina a Bologna. Dal 2004 al 2017 svolge attività missionarie con l’Ami (Associazione Missionaria Inter-nazionale) facendo servizio in Italia, Africa e India, poi entra nel monastero Camaldolese di Poppi (Arezzo): www.camaldolesidipoppi.it
Renzo Montagnoli 

 

 

18 Gennaio

Gli ultimi passi del Sindacone

di Andrea Vitali

Garzanti Libri

Narrativa romanzo

 

Una Vigilia movimentata

Arrivati all’ultima pagina verrebbe da dire “E’ il solito Vitali”, cioè un libro che si lascia leggere senza che resti qualcosa dentro, insomma un puro innocente ed effimero svago, e invece no, perché questa volta il narratore comasco è riuscito a imbastire una storia di piacevole lettura, ma che ha più di un significato, con richiami vari, perfino ai complessi freudiani. Che Attilio Fumagalli, un uomo che soffre di obesità androide, susciti immediata simpatia è senz’altro vero, perché è notorio che gli individui pingui sono le per lo più di indole buona, ma il nostro protagonista, sindaco del paese, soprannominato per le sue caratteristiche, in senso bonario e non spregevole, il sindacone è uno di quei personaggi che lasciano il segno e nel caso specifico per tutto il libro, anche se è presente attivamente solo nella parte iniziale. E’ un uomo ligio ai suoi doveri di amministratore, una brava persona non c’è che dire che ha tuttavia la disavventura di morire nel letto dell’amante la sera della vigilia di Natale. Al fine di evitare uno scandalo, che non avrebbe senz’altro meritato, si avvia una procedura grottesca e che muove anche al riso, coinvolgente una varia umanità, descritta in modo encomiabile e con una punta d’affetto, come se Vitali parlasse dei suoi figli. Così, accanto al rag. Veniero Gattei, vicesindaco e regista dell’intera operazione, si muovono in sincronia il complessato pizzicagnolo Amelio Stoppani, le due giunoniche gemelle Perlina e Luisetta Cesetti, la maestra Pericleta Beregini, zitella per vocazione e bigotta, l’ambiguo geometra Enea Levore, il viveur ormai attempato Emilio Allegretti e tutta una serie di figure azzeccatissime con dei nomi assai indovinati, delle comparse non anonime, ma quasi delle opportune spalle. La vicenda del sindacone un po’ perché di si dipana nella notte della Vigilia, un po’ perché lascia un messaggio di pace e di serenità ha il sapore di una favola, beninteso per adulti e non certo per bambini, a causa di certe situazioni non proprio adatte alla loro età, per quanto molto ben sfumate. 

Non è che ci sia la possibilità di gridare al capolavoro, ma Gli ultimi passi del Sindacone ci propone un Vitali più maturo, forse anche desideroso di mostrare le sue più recondite capacità, che in quest’opera fanno appena capolino, quasi che ci fosse il timore di interrompere il modesto, ma proficuo tran tran delle produzioni precedenti.

E questo è senz’altro un motivo in più per leggere il romanzo.

Dopo aver frequentato «il severissimo liceo Manzoni» di Lecco, Andrea Vitali si laurea in medicina all'Università Statale di Milano ed esercita la professione di medico di base nel suo paese natale. 
Scrittore molto prolifico, ha esordito nel 1990 con il romanzo breve Il procuratore, ispiratogli dai racconti di suo padre; nel 1996 ha vinto il Premio letterario Piero Chiara con L'ombra di Marinetti, ma il grande successo lo ha ottenuto nel 2003 con Una finestra vistalago (Premio Grinzane 2004). 
Nel 2006 ha vinto il Premio Bancarella con il romanzo La figlia del Podestà; nel 2009 il Premio Boccaccio e il Premio Hemingway. 
Tra i numerosi romanzi, ricordiamo: nel 2011 La leggenda del morto contento e Zia Antonia sapeva di menta. Nel 2012 Galeotto fu il collier e Regalo di nozze. L'anno successivo escono Le tre minestre, lungo racconto autobiografico edito da Mondadori-Electa e Di Ilide ce n'è una sola. Nel 2014 Quattro sberle benedettePremiata ditta Sorelle Ficcadenti e Biglietto, signorina!; nel 2015 La ruga del cretino, scritto con Massimo Picozzi, Le belle Cece, La verità della suora storta, Quattro schiaffi benedetti, Un amore di zitella (tutti editi da Garzanti). Nel 2016 Nel mio paese è successo un fatto strano (Salani), Le mele di Kafka (Garzanti) e Viva più che mai (Garzanti).
Da ricordare che con il romanzo Almeno il cappello (edito nel 2009 da Garzanti) Andrea vitali ha vinto il Premio Casanova, il Premio Isola di Arturo Elsa Morante, il Campiello sezione giuria dei letterati ed è stato finalista al Premio Strega.
I suoi libri, pubblicati in Italia da Garzanti, sono stati tradotti in molti paesi, tra cui la Turchia, la Serbia e il Giappone.
Renzo Montagnoli 

 

15 Gennaio

Papà Goriot

di Honoré de Balzac

BUR Biblioteca Universale Rizzoli

Narrativa romanzo

 

Una società malata

Se per esprimere un giudizio ci dovessimo basare solo sulla trama, Papà Goriot sarebbe un romanzo anonimo che tratteggia la fine di un padre che ha un amore patologico per le due figlie al punto di cadere in miseria per alimentare la loro sete di ricchezza. L’uomo, anziano, vive in una pensione in cui dapprima lo credono un riccone (e in effetto lo è), avaro e solitario, a cui di tanto in tanto fanno visita due belle signore che lui dice essere le figlie, ma che gli altri, malignamente, definiscono come donne prezzolate da quello che ritengono erroneamente un gran porcone. Insomma, non viene creduto e l’uomo trascina la sua esistenza in una progressiva condizione di indigenza fino al momento del trapasso, dopo che morente nel letto ha atteso invano una visita delle figlie. Una trama quindi modesta, senza particolari colpi di scena, per un’opera che, se ci si basasse solo sullo sviluppo della vicenda, potrebbe apparire modesta, ma che invece è un capolavoro; sono altri infatti gli elementi di giudizio e tutti soggetti a valutazioni ampiamente positive. Balzac già solo nel descrivere la pensione dove alloggia Papà Goriot offre un esempio della sua elevata capacità di proporre al lettore un ambiente, tanto che pagina dopo pagina si ha netta l’impressione di essere lì presenti. Ciò, se pur valido, sarebbe tuttavia poco se non considerassimo anche i vari piani di lettura, che vanno dalle relazioni familiari  alla bramosia dell’ascesa sociale, grazie a un’irrefrenabile ambizione; e non poteva mancare il male endemico presente in ogni epoca, in misura maggiore o minore, e al tempo della vicenda maggiore, vale a dire la corruzione. Quello che però stupisce maggiormente è l’approfondita analisi psicologica dei personaggi, perché Papà Goriot, il cui affetto smisurato per le figlie non è adeguatamente corrisposto, anzi è vittima delle stesse, è il ritratto di un uomo fondamentalmente buono e onesto, la cui esistenza viene stravolta dalla sete di denaro di una società in cui le sue discendenti bramano di figurare sempre al massimo livello; la signora Vauquer, che è la proprietaria della pensione, vedova e che aveva messo gli occhi su Papà Goriot agli inizi del suo soggiorno è una persona che vive per il denaro, un tipo dozzinale nonostante professi una incerta patente di nobiltà; Eugene de Rastignac è un giovane universitario, che studia da avvocato, dalle modeste risorse finanziarie, ma che ambisce primeggiare nella bella società parigina, ricorrendo anche a una relazione con una donna più vecchia di lui; Vautrin è il male in persona, un criminale che per raggiungere i suoi scopi ricorre anche al delitto, un uomo inattaccabile dalla corruzione, perché lui è corrotto dalla nascita; e poi ci sono le due figlie di Papà Goriot, la maggiore Anastasie de Restaud, che ha un’amante, accanito giocatore e perennemente indebitato, soccorso di continuo  con il denaro del sempre più povero Papà Goriot, e la minore Delphine de Nucingen, che sembrerebbe la migliore, ma che anche lei ha un amante che lascia per il più giovane Eugene de Rastignac.

Papà Goriot insomma è un ritratto crudele, indubbiamente realistico della società francese dell’epoca, ma presenta dei personaggi che è possibile trovare in ogni società, spesso individui dal latente carattere che nelle occasioni offerte da un modo vita nazionale finiscono per rivelarsi.

Direi che parlare di stile è superfluo, l’opera si presenta da sé per quel che è, vale a dire un capolavoro, un classico, un romanzo sempre e ovunque valido.

Honoré de Balzac nacque a Tours il 20 maggio 1799 in una famiglia della media borghesia e solo dal 1830 aggiunse il «de» al suo cognome; suo padre, che era stato segretario del consiglio del re durante l’Ancien Régime, fu poi capo della sussistenza della 22a divisione militare di Tours; la madre proveniva da una famiglia di commercianti. Dal 1807 al 1813 studiò come interno nel Collège de Vendôme. Quando la famiglia si trasferì a Parigi, iniziò gli studi di giurisprudenza e seguì alla Sorbona i corsi di Cousin, Guizot, Villemain. 
Nel 1819 i genitori gli concessero un periodo di prova per saggiare la sua vocazione letteraria. In una mansarda del quartiere della Bastiglia, in rue Lesdiguières, scrisse le sue prime opere, una tragedia in versi, Cromwell, e un romanzo filosofico, Sténie. L’insuccesso lo spinse a cercare nel giornalismo e nella letteratura spicciola un mezzo per assicurarsi l’indipendenza. 
Dal 1821 al 1829, pubblicò, da solo o in collaborazione e sotto vari pseudonimi, opere narrative spesso ispirate al «romanzo nero» inglese, e un gran numero di saggi e articoli. Oltre che giornalista, fu anche editore e tipografo, ma senza successo e si ritrovò, a trent’anni coperto di debiti. 
Fu allora che pubblicò un romanzo storico sulla ribellione della Vandea, Gli Sciuani (Les Chouans, 1829), che ottenne un discreto successo; a esso seguì quasi subito il saggio La fisiologia del matrimonio (La physiologie du mariage, 1830), che fece scandalo e rese noto lo scrittore presso il grande pubblico. Pubblicò le novelle che compongono le Scene della vita privata (Scènes de la vie privée, 1830), poi La pelle di zigrino (La peau de chagrin, 1831), Il colonnello Chabert (Le colonel Chabert, 1832), Il curato di Tours (Le curé de Tours, 1832), Louis Lambert (L’histoire intellectuelle de Louis Lambert, 1832), Il medico di campagna (Le médecin de campagne, 1833), La ricerca dell’assoluto (La recherche de l’absolu, 1834), Le sollazzevoli istorie (Contes drolatiques, 1832-37). 
Degli stessi anni sono Eugénie Grandet (1833) e Papà Goriot (Le père Goriot, 1834), le sue due opere più famose e forse più perfette.
Fu allora che Balzac concepì l’idea, destinata a sfociare nella Commedia umana (La Comédie Humaine), di fondere tutti i suoi romanzi in un’opera unica, facendo riapparire in nuove vicende gli stessi personaggi delle opere precedenti e organizzando i vari romanzi e racconti in modo da presentarli come parti autonome, ma complementari, di un quadro d’insieme. 
Nel 1833 ebbe inizio, con uno scambio di lettere, la sua relazione con una ricchissima nobildonna polacca Eve (Eveline) Háska, che lo scrittore sposò solo dopo molti anni. Le lettere che egli le scrisse sono il documento più completo sulla sua vita, descrivendo le rovinose imprese economiche dello scrittore e la sua straordinaria volontà.
Nel 1841 firmò il contratto per la grande edizione delle sue opere narrative, illustrata da pittori come Gavarni, Meissonnier, Daumier, per la quale ben quattro editori si erano consorziati e alla quale egli premise il famoso Avant-propos del 1842. 
Dopo questa data, continuò a produrre (ricordiamo fra l’altro I contadini, Les paysans, del 1844, e il ciclo I parenti poveri, Les parents pauvres, del 1846-47), ma il fisico dello scrittore era logorato, il suo morale era minato dai continui rifiuti dell’Académie française e dall’ostilità di critici e giornalisti invidiosi del suo successo. Nel 1850 sposò la Háska, ma lo scrittore non sopravvisse che qualche mese alle nozze. Morì a Parigi, nella casa lussuosamente arredata di rue Fortunée (ora rue Balzac), la sera del 18 agosto.
Renzo Montagnoli 
 

 

13 Gennaio

La valle dei Cavalieri

di Raffaele Crovi

Marsilio Editori

Narrativa romanzo storico

 

Romanzo storico e antropologico

La valle dei Cavalieri è una zona di antichi borghi medievali fortificati  e si trova sull’Alta Val d’Enza e Val Cedra, fra le odierne province di Parma e di Reggio Emilia. Lì è ambientato l’omonimo romanzo di Raffaele Crovi con cui viene narrata, dal punto di vista di Lino Lodi, la storia di quasi un secolo della nostra nazione, dal disastro di Dogali del 1887, in cui le nostre truppe furono massacrate dagli etiopici, al tragico periodo degli anni di piombo. In questo arco di tempo piuttosto lungo  il protagonista, ormai novantenne, rievoca, fa riemergere il ricordo degli eventi salienti della sua lunga vita, indubbiamente personali, ma che si innestano e si intrecciano con vicende nazionali, sì che la piccola storia dell’individuo confluisce nella grande storia di un paese.

Nulla di nuovo, si potrebbe dire, perché già diversi narratori hanno inteso raccontare gli avvenimenti di rilievo della nostra nazione parlando della vita di altri, come per esempio Sebastiano Vassalli con i suoi riuscitissimi romanzi Cuore di pietra e Le due chiese; tuttavia, Crovi, che si nasconde dietro l’io narrante Lino Lodi (ma la trama non è autobiografica), ne approfitta per portare avanti un discorso sul senso della vita, sulle immancabili  connessioni con la realtà di ogni giorno, che si riflette su di noi, ma che anche è un nostro riflesso. Il personaggio è un uomo che si è fatto da sé, da umile garzone a ricco possidente, da autentico credente a politico che vuole improntare alla religione stessa le sue scelte, un essere umano con diversi pregi, ma non immune da difetti, un Signore lo si potrebbe anche definire, cioè un degno discendente di quei vassalli dei Canossa per conto dei quali amministravano nei borghi della Valle dei Cavalieri. Peraltro è presente una moltitudine di personaggi, quasi tutti locali, ognuno con le sue caratteristiche e peculiarità, tuttavia accomunati dal fatto di essere nati o di risiedere nella valle dei Cavalieri, una vera e propria comunità che, per quanto comprimaria nell’economia del racconto, ravviva la scena e diviene indispensabile per delineare ancora meglio la figura del protagonista.

Lo stile dell’autore è determinante nella qualità dell’opera, di per se stessa non eccelsa, ma comunque piacevole assai da leggere per la narrazione snella, mai greve, accompagnata anche da uno spunto di mistero, giacché si vuole arrivare a sapere chi, con lettere minatorie, minaccia la morte o la rovina di Lodi, un protagonista che desta un’immediata simpatia per la sua semplicità e per la capacità di restare sempre se stesso, costi quel che costi.

Le pagine così scorrono veloci, ripassando anche un po’ della nostra storia, un’opportuna rinfrescata per sprofondare ulteriormente le nostre radici e per cercare di gettare le basi del futuro su ciò che è stato e per ciò che siamo ora.

Raffaele Crovi (Paderno Dugnano, Milano, 1934 - Milano 2007) scrittore italiano. Le sue opere, ispirate da un cristianesimo anticonformista, esprimono una costante polemica contro ogni omologazione - politica, culturale, ideologica - del nostro tempo. È autore di romanzi (da La valle dei cavalieri, 1993, premio Campiello, a Cameo, 2006) che indagano il cambiamento del Paese Italia; parabole narrative (da Il franco tiratore, 1968, a Nerofumo, 2007), in cui esplora la violenza del potere, e storie milanesi (tra cui L’indagine di via Rapallo, 1996). Nelle raccolte poetiche (da La casa dell’infanzia, 1959, a La vita sopravvissuta, 2007), vicende etiche individuali si trasformano in metafore della vita sociale.
Renzo Montagnoli 
 

 

10 Gennaio

Lumen

di Ben Pastor

Hobby & Work Publishing

Narrativa romanzo giallo
 

Delitto al convento

A Cracovia, nel 1939, nella Polonia da poco invasa dall’esercito tedesco viene uccisa Madre Kazimierza, badessa del convento di Nostra Signora delle Sette Pene, religiosa in odore di santità, a cui vengono attribuite profezie e miracoli.

Le indagini sull’omicidio vengono svolte dal capitano Martin von Bora dei Servizi Segreti dell’esercito di occupazione e dal sacerdote americano di origine polacca padre John Malecki, che da tempo, su incarico del Vaticano, cerca di appurare se le straordinarie proprietà della suora siano o meno vere. Fra mille difficoltà, con la presenza opprimente delle famigerate SS che già stanno dando corso ai massacri per cui diventeranno tristemente famose, riusciranno alla fine a scoprire il colpevole.

Per sommi capi è questa la trama di Lumen, termine latino che tradotto in italiano significa luce, e che è il primo romanzo scritto da Ben Pastor della fortunata serie che vede come protagonista l’ufficiale tedesco Martin von Bora, personaggio complesso, ma affascinante, eternamente combattuto fra il senso del dovere e la sua coscienza. Benché si sia di fronte a un giallo storico, l’aspetto investigativo non è prioritario, anzi costituisce semplicemente il fil rouge per narrare le vicende di una certa epoca (quelle della seconda guerra mondiale) e le atmosfere che hanno caratterizzato questo periodo bellico, con l’aggiunta di riflessioni per nulla scontate e spesso assai profonde che sono proprie del protagonista e non di rado di personaggi utili alla trama, sovente esistiti veramente. In questa prima opera è già possibile apprezzare lo stile preciso, ma snello, dell’autore e la sua non indifferente capacità di attrarre progressivamente il lettore, la cui attenzione non è volta solo a conoscere l’esito dell’indagine, ma a svelare anche e soprattutto il carattere del protagonista.

La lettura, quindi, è particolarmente piacevole, ma non è solo svago, perché il coinvolgimento comporta frequenti considerazioni su temi primari, in primis su ciò che ci viene imposto di fare e su quello che invece è dettato dalla nostra coscienza. 

Ben Pastor, scrittrice italo americana, all'anagrafe Maria Verbena Volpi, nata a Roma ma trasferitasi ben presto negli Stati Uniti, ha insegnato Scienze sociali presso le università dell'Ohio, dell'Illinois e del Vermont. Oltre a Lumen, Luna bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò,  Il cielo di stagno, - ovvero il ciclo del soldato-detective Martin Bora (pubblicati da Hobby&Work a partire dal 2001 e poi da Sellerio) - è autrice di I misteri di Praga (2002), La camera dello scirocco, omaggi in giallo alla cultura mitteleuropea di Kafka e Roth (Hobby &Work), nonché de Il ladro d'acqua (Frassinelli 2007), La voce del fuoco (Frassinelli 2008), Le vergini di pietra La traccia del vento (Hobby & Work 2012), una serie di quattro thriller ambientata nel IV secolo dopo Cristo. 
Nel 2006 ha vinto il Premio Internazionale Saturno d'oro come migliore scrittrice di romanzi storici. Le sue opere sono pubblicate negli Stati Uniti e in numerosi Paesi europei.
Un suo racconto è incluso nell'antologia Un Natale in giallo (Sellerio 2011).
Nel 2014 esce La strada per Itaca
Renzo Montagnoli 
 

 

7 Gennaio

Austerlitz.

La più grande vittoria di Napoleone

di Sergio Valzania

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Storia
 

Il sole splendette ad Austerlitz

Austerlitz è stata senza dubbio la più grande vittoria di Napoleone, irripetibile perché unica nel suo svolgimento e nelle conseguenze del suo esito. Detta anche la battaglia dei tre imperatori, per l’appunto Napoleone Bonaparte, Alessandro I di Russia e Francesco II d’Asburgo – Lorena, fu combattuta il 2 dicembre 1805 nelle vicinanze della cittadina di Austerlitz in quella che è l’attuale Repubblica Ceca fra l’esercito francese, forte di 73.000 uomini con 139 cannoni e la coalizione Russa – Sacro Romano Impero con circa 86.000 effettivi e 278 cannoni. Le perdite furono particolarmente rilevanti (25.000 fra morti e feriti e 12.000 prigionieri) per gli avversari di Napoleone, ma le conseguenze maggiori furono politiche e territoriali, con la potenza asburgica ampiamente ridimensionata e l’orso russo praticamente ammansito. Di questo epico scontro parla Sergio Valzania nel suo interessante saggio intitolato appunto Austerlitz La più grande vittoria di Napoleone proponendo ai lettori i prodromi, i preparativi, lo svolgimento della battaglia e le conseguenze. L’autore se pone giustamente l’accento sul piano militare non trascura però l’importanza del risultato dal punto di vista dell’effetto nel territorio europeo, poiché grazie al successo Napoleone si presentò definitivamente come colui la cui potenza risiedeva nell’invincibilità e se poi questa pregiudiziale così importante per gli avversari venne meno fu solo per la disastrosa campagna di Russia, voluta da Napoleone stesso più che convinto, sbagliando, della sua impossibilità di essere sconfitto. Del resto all’aspetto psicologico il Bonaparte dava somma importanza, visto che la vera chiave del successo di Austerlitz era consistita nel far presupporre agli avversari di essere impreparato, cioè in difficoltà sia tattica che strategica; incautamente abboccarono e quasi certi della loro vittoria commisero errori tattici che determinarono la loro sconfitta.

Come è possibile immaginare ampio risalto viene dato allo svolgimento della battaglia, offrendo così un magistrale esempio di storia militare, un risultato che potrà risultare gradito anche ai profani per lo stile snello e per nulla pedante dell’opera.

Da leggere.

Sergio Valzania, storico e studioso della comunicazione, autore radiofonico e televisivo, dal 2002 al 2009 ha diretto i programmi radiofonici della Rai. Dal 2001 insegna all'Università di Genova e dal 2010 alla Luiss di Roma. Ha scritto su «La Nazione», «Avvenire», «la Repubblica», «il Giornale», «L'Indipendente», «Liberal». 
Fra le sue opere di storia militare pubblicate con Mondadori ricordiamo: Jutland (2004), Austerlitz (2005), Le radici perdute dell'Europa (con Franco Cardini, 2006), Wallenstein (2007), I dieci errori di Napoleone (2012), U-Boot. Storie di uomini e sommergibili nella seconda guerra mondiale (2011), I dieci errori di Napoleone. Sconfitte, cadute e illusioni dell'uomo che voleva cambiare la storia (2012), La scintilla. Da Tripoli a Sarajevo: come l'Italia provocò la prima guerra mondiale (2014, scritto con Franco Cardini) e Cento giorni da imperatore (2015). Per Sellerio esce nel 2006 Sparta e Atene. Il racconto di una guerra, nel 2011 Napoleone e nel 2012 La bolla d'oro. Nel 2008 esce per Longanesi La via Lattea, scritto con Piergiorgio Odifreddi, mentre nel 2015  Il Mulino pubblica Andar per le cattedrali di Puglia.
Renzo Montagnoli 

 

 

5 Gennaio

Il cavaliere dei Rossomori.

Vita di Emilio Lussu

di Giuseppe Fiori

Edizioni Il Maestrale

Storia biografia

 

Un uomo perbene

Se avete l’ardire di chiedere a un gruppo di studenti chi sia Emilio Lussu, non meravigliatevi se vedrete dei volti con espressioni stupite, o peggio ancora sfuggenti, tipiche di chi non è in grado di dare una risposta. Al più, se si è particolarmente fortunati, può darsi che qualcuno, pescando nella memoria, risponda che si tratta dell’autore di Un anno sull’altopiano, un libro contro la guerra, ma anche in questo caso non potrete mai avere un ritratto, almeno abbozzato, di quest’uomo.

Sì, è certamente l’autore di Un anno sull’altopiano, romanzo assai riuscito tanto da poter essere accostato a Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, opere entrambe che  si pongono in un atteggiamento critico e  costruttivo del fenomeno della guerra in generale, pur partendo dalle diverse esperienze degli autori. A differenza del narratore tedesco Lussu è un protagonista di un secolo, quello trascorso, in cui ha potuto manifestare tutte le sue indubbie qualità di uomo e di politico, sempre in prima persona, sia quando da acceso interventista partecipa alla Grande Guerra, chiaro esempio per i soldati a lui sottoposti, sempre primo nell’affrontare il nemico, sempre ultimo nel retrocedere, tanto da meritarsi, oltre a promozioni sul campo, anche ben quattro medaglie al valore. La guerra, gli scontri, le carneficine forgiano l’uomo Lussu, gli fanno comprendere il senso immane di quella tragedia, indirizzano la sua vita alla difesa delle classi più deboli ed è ciò che farà nel ritorno alla sua Sardegna, organizzando i contadini e i pastori nel Partito Sardo d’Azione, che aveva per emblema i quattro mori. Sono gli anni in cui sorge e impera il fascismo, che trova nello scrittore sardo un fiero e valido oppositore. Lui non si tira mai indietro, affronta di petto i facinorosi e, per legittima difesa, ne uccide uno. Viene prosciolto dal Tribunale, ma i fascisti non sono d’accordo e lo mandano cinque anni al confino, a Lipari, da cui riesce a fuggire rocambolescamente con Rosselli e Nitti. Inizia così il lungo pellegrinaggio da esule all’estero, tanto che rientrerà in Italia solo dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e si dedicherà anima e corpo alla nuova Italia, a quella che nascerà con la Repubblica e la costituzione, diventando anche ministro, per il Partito Socialista, nei primi governi; uomo di sinistra, ma autonomo da ogni condizionamento esterno uscirà poi dal partito nel 1964, aderendo al Psiup, per ritirarsi definitivamente dalla vita politica nel 1968.

Coerente, mai estremizzante, libertario, Lussu è uno di quei rari uomini che si possono definire “perbene”, ma è anche un acuto osservatore del suo tempo, con quella sua particolare capacità di analizzare fenomeni di grande ampiezza, pur dal suo punto di vista particolare. E allora non è un caso se ha scritto Un anno sull’altopiano, e poi Marcia su Roma e dintorni, sull’avvento del fascismo, e infine La catena, sul consolidamento del regime. A leggere questi libri si apprende parecchio su uno dei periodi più bui della nostra storia e una sua biografia appare quindi, oltre che opportuna, soprattutto doverosa; a ciò ha provveduto, con un’opera di notevole pregio, Giuseppe Fiori, sardo pure lui e ideologicamente vicino a Lussu. L’ambiente, la giovinezza, gli studi, la guerra, il fascismo, la resistenza, la nascita della repubblica, il dopo sono gli argomenti di queste pagine che, nel fornirci un quadro puntuale della storia del nostro paese, tratteggiano in modo esemplare la figura di un uomo che seppe essere tale in ogni frangente, nei momenti di fortuna e in quelli più neri, sempre coerente, mai domo, con lo sguardo proteso oltre gli avvenimenti contingenti, capace di vedere quella nuova Italia che sulle alture dell’altopiano di Asiago, fra scontri e carneficine, aveva cominciato ad abbozzare.

Da leggere, mi sembra ovvio.  

Giuseppe Fiori  (Silanus, Nuoro, 1923 - Roma 2003) giornalista e biografo italiano. A un’intensa attività giornalistica in televisione (e di televisione si è occupato anche in sede parlamentare) ha affiancato una nutrita produzione di inchieste e biografie. Tra queste ultime si ricordano quelle di A. Gramsci (1966), dell’anarchico Michele Schirru (1983), di E. Lussu (1985), di E. Berlinguer (1989), di S. Berlusconi (Il venditore, 1995), di Ernesto Rossi (1997). Del 1993 è Uomini ex, romanzo-inchiesta su un gruppo di partigiani rifugiatisi a Praga dopo la guerra per sfuggire alla giustizia italiana.
Renzo Montagnoli 

 


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