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30/12/2010
Il viaggio di
Silvestro Biggio
Collana Narrando di AlbusEdizioni
www.albusedizioni.it
Quit sit futurum, cras non quaerere
(Orazio)
La vita è un viaggio, ma ci sono viaggi che la possono cambiare.
Incontri inaspettati ed apparentemente ininfluenti riescono poi a
cambiare situazioni, stati d'animo e realtà circostanti.
Un racconto che coinvolge nella sua narrazione scorrevole, diretta e
nuda. Nato dalla voglia di conoscere e conoscersi e dalla
consapevolezza che tutto, anche se non si vede ad occhio nudo, è
mutevole; e tutto può cambiare in qualsiasi momento della vita,
anche quando, sembra transitare in un periodo statico e fermo nel
tempo.
Silvestro Biggio, nato nel 1949
a Portoscuso (Ca), dopo aver frequentato il liceo classico a
Carbonia, si laurea in giurisprudenza a Cagliari. E' stato per sette
anni direttore di un ufficio finanziario della città di Iglesias,
dove ora risiede e lavora.
AlbusEdizioni
28/12/2010
Gli zii di Sicilia
di
Leonardo Sciascia
Edizioni Adelphi
Narrativa racconti
Collana Fabula
Quattro
racconti sullo sfondo della guerra
Quando Leonardo
Sciascia pubblica nel 1958 Gli zii di Sicilia è già uno scrittore
considerato da Italo Calvino molto promettente e che ha già dato
alle stampe alcune opere interessanti come Le favole della
dittatura, recensito da Pier Paolo Pasolini, La
Sicilia, il suo cuore, la prima e unica raccolta di poesie,
il saggio Pirandello e il pirandellismo, che gli vale
il Premio Pirandello, e il romanzo Le parrocchie di Regalpetra,
un’autobiografia dell’esperienza che ha vissuto come insegnante
nelle scuole elementari del paese natio.
Siamo ancora lontani dai testi con cui denuncia la presenza della
mafia, la sua collusione con il potere politico ed economico e
infatti occorrerà arrivare al 1961 per poter leggere Il giorno
della civetta, la sua opera forse più nota in assoluto.
Tuttavia, in una parentesi romana al Ministero della Pubblica
Istruzione, matura in Sciascia l’idea di scrivere alcuni racconti
sullo sfondo della guerra ed è così che nascono le quattro prose che
costituiscono Gli zii di Sicilia, unite da questo filo
conduttore, anche se molto diverse fra di loro per ambientazione,
per epoca e per messaggio.
Il primo, La Zia d’America, vede protagonista lo
stesso autore siciliano, in un periodo intercorrente fra lo sbarco
degli americani sull’isola e il primo dopoguerra. Venato da una
sottile, quanto caustica ironia, è in pratica la dissacrazione del
mito americano, del paese dove nulla è precluso a tutti, generoso,
prodigo di aiuti non proprio disinteressati. E’ assai probabile che
la vicenda sia autobiografica e si sia svolta nei termini narrati,
ma resta il fatto che già si nota quella capacità di analisi delle
azioni, delle loro cause e delle loro motivazioni che poi si potrà
trovare, esposta in modo più evidente e logico, nei romanzi
successivi.
Il secondo, La morte di Stalin, storia di un piccolo
calzolaio antifascista, in preda al culto della personalità (il suo
mito è appunto Stalin), le cui certezze verranno messe a dura prova
dai comportamenti del dittatore sovietico; questo fervente comunista
cercherà sempre di farsi una ragione di azioni e misfatti compiuti
dal suo idolo, perdendo però poco a poco fiducia in lui e anche in
se stesso. Qui l’ironia si veste anche di umorismo e non è difficile
ridere, anche se alla fine si passa al sorriso, un sorriso strappato
e quanto mai amaro.
Il terzo racconto, Il quarantotto, si svolge in
Sicilia in periodo risorgimentale, appunto fra il 1848 e il 1860.
La rivoluzione del 1848 e l’unificazione del Regno d’Italia sono
visti dagli occhi di un giovane siciliano, un plebeo che sa ragionar
di testa sua. In questa prosa emerge netto, incontrovertibile, il
cinismo della classe dominante, di nobili e prelati decisi a
contrastare con qualsiasi mezzo anche il minimo spirito liberale, ma
poi pronti a cavalcare l’idea risorgimentale, affinché tutto cambi
per poi tornare uguale.
E’ un racconto molto interessante, il cui significato si ritrova,
come noto, nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa,
pubblicato postumo lo stesso anno de Gli zii di Sicilia,
una curiosa coincidenza, poiché è impossibile che Sciascia abbia
potuto leggerlo prima di scrivere questo testo, mentre è più
probabile che lui e appunto Tomasi abbiamo recepito l’influsso di
I Viceré, di Federico De Roberto, opera ben
antecedente, risalendo alla fine del XIX Secolo.
L’ultimo racconto, aggiunto nel 1960 e intitolato L’antimonio,
narra la storia di un minatore, che scampato a un’esplosione di
grisou (gli zolfatari siciliani lo chiamano antimonio), in preda
alla miseria si arruola volontario per partecipare alla guerra
civile spagnola. Lì, combattendo a fianco delle truppe franchiste,
conoscerà il vero volto del fascismo, al di là della tanta retorica
e delle promesse non mantenute. Crudele, solo come può essere lo
scoprire una realtà che sconvolge, questo racconto fornisce
l’immagine di un regime in decadenza, tuttavia inflessibile nel
perseguire la sua opera di ammaliamento delle classi meno abbienti,
carne da macello in miniera e da cannone in guerra.
Questo libro si legge con grande piacere, anche perché tutti e
quattro i racconti riescono ad avvincere; quindi non posso che
consigliarlo, anzi ne raccomando vivamente la lettura.
Leonardo
Sciascia (Racalmuto,
8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989). E’ stato autore di
saggi e romanzi, fra cui: Le parrocchie di Regalpietra
(Laterza, 1956), Il giorno della civetta (Einaudi, 1961),
Il consiglio d’Egitto (Einaudi, 1963), A ciascuno il suo
(Einaudi, 1966), Il contesto (Einaudi, 1971), Atti
relativi alla morte di Raymond Roussel (Esse Editrice, 1971),
Todo modo (Einaudi, 1974),
La scomparsa di Majorana
(Einaudi, 1975), I pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido,
ovvero Un sogno fatto in Sicilia (Einaudi, 1977), L’affaire
Moro (Sellerio, 1978), Il teatro della memoria (Einaudi,
1981), La sentenza memorabile (Sellerio, 1982), Il
cavaliere e la morte (Adelphi, 1988), Una
storia semplice (Adelphi, 1989).
Renzo Montagnoli
22/12/2010
La coda di pesce che inseguiva l'amore
di Simona Lo Iacono e
Massimo Maugeri
Postfazione degli autori
Copertina di Alek Mudanò
Sampognaro & Pupi Editori Associati
www.sampognaroepupi.it
Narrativa racconto lungo
Un gioiello di racconto
"Il tramonto frattanto cambiava.
Una tingitura di rosso tramò l'aria, stano zu' Saru, gli mise in
gola l'allarme: "U cielu è come focu! U cielu è come 'a giubba dei
mille!"
Ha il sapore di una tragedia greca questo racconto di sole 52 pagine
e, come tale, turba, addirittura riesce perfino a sconvolgere.
Breve, quindi non lungo, ma estremamente concentrato, un susseguirsi
di metafore che avvincono e inducono a meditare, righe su cui
soffermarsi è d'obbligo, perché nulla è lasciato al caso, perché non
c'è una parola di troppo, né una di meno.
Eppure la prima impressione è di trovarsi di fronte una favola,
bella, ma pur sempre favola, e invece in breve ci si accorge che
questo racconto, sospeso, quasi galleggiante in quella realtà
sfumata e impalpabile che è propria del sogno, discetta di tematiche
corpose, materiali, che da sempre accompagnano la storia
dell'umanità.
La vicenda è caratterizzata da un perfetto amalgama di elementi
reali e di visioni metafisiche, è una leggenda riscoperta e
riadattata per parlare agli uomini di speranze e di desideri, di
sconfitte non definitive, ma che lasciano aperta una porta per un
mondo diverso, non fatto solo di classi dai confini invalicabili, di
violenze per il possesso, ma soprattutto di amore, inteso non tanto
nel suo aspetto materiale e più retrivo, bensì come aspirazione
massima dello spirito, in un'unione più di anime che di corpi.
C'è un richiamo forte, evidente, al senso della natura, alla
comunione con essa, che, senza mai pervenire alla visione idilliaca
di Teocrito, fonde, mirabilmente, il naturalismo con il misticismo
proprio della trascendenza. In questo senso non è difficile pensare
che esistano elementi comuni a quelli del grande narratore siciliano
Giuseppe Bonaviri, in un mondo arcaico, sempre presente, riportato
alla luce e in cui i grandi primordiali istinti si accompagnano a
ideali e a speranze.
Sono pagine dense di un'atmosfera inquieta, in cui si attende che
qualche cosa di grande e di tragico possa accadere, una vita quasi
immobile, ma sospesa, un'esistenza in cui ognuno recita a perfezione
la sua parte.
E come in una tragedia greca non può mancare il veggente, e infatti
c'è quel " u zu' Saru che scorge gli eventi futuri nel moto del mare
e nei cieli che sovrastano Porto Palo, una Cassandra inascoltata, se
non addirittura derisa. Intorno a lui si muovono ombre anonime di
tonnarioti e di nobili, ma anche figure emblematiche, come Turi, il
frutto del peccato, e sua madre Laura, che sola ha avuto il coraggio
di superare la barriera immobile della casta, scendendo fra i più
umili, e proprio per questo condannata da questi e dai patrizi.
La coda di pesce è un sogno, è una speranza di riscatto, è il
desiderio di approdare a un mondo nuovo, senza più egoismi, senza
più confini, di eguali, e non di dominatori e di sudditi. A suo modo
è una rivoluzione e come tale sarà soffocata da un sistema, così
diviso, ma per l'occasione unito, affinché tutto resti uguale.
E' naturale pensare alle parole del principe di Salina, a quella
immutabilità che si conserva travestendosi secondo necessità, ma
restando fermamente ancorati ai propri privilegi. E non è un caso se
il racconto si svolge nel 1860, se "u zu" Saru ha la visione di
camicie rosse, una vampata di rivoluzione che si spegnerà al primo
soffio di libeccio, un'occasione perduta non solo per la Sicilia per
liberarsi dalle sue ataviche catene, ma per l'intera Italia, unione
di stati forzosa senza unione di popolo, di cui giorno dopo giorno
paghiamo le conseguenze.
Tuttavia, pur in presenza di un finale che sembra una chiusura netta
a qualsiasi cambiamento, Simona Lo Iacono e Massimo Maugeri lasciano
una speranza, un messaggio non certamente politico, ma ben oltre la
soglia del quotidiano divenire. Non è niente che non si possa
realizzare, ma che comunque è difficilmente concretizzabile, eppure
l'amore che squarcia i cuori può anche cambiare il mondo.
Scritto in modo pregevole, con descrizioni di paesaggi di livello
poetico, con una rara capacità di ricreare un'atmosfera sospesa,
La coda di pesce che inseguiva l'amore è uno di quei rari
gioiellini che nobilitano la letteratura.
Avvincente e coinvolgente dall'inizio alla fine è scritto per essere
assaporato, ma soprattutto come fonte di meditazione, e questa
giorno dopo giorno non mancherà, con l'opportunità di scoprire cose
nuove, di rimodulare in sé concetti dell'esistenza che solo un
capolavoro, come questo,
può suscitare.
Simona Lo Iacono è nata a
Siracusa nel 1970. Magistrato da 14 anni, attualmente dirige la
Sezione distaccata di Avola, tribunale di Siracusa.
Ha pubblicato racconti e vinto concorsi letterari di poesia e
narrativa. Collabora a riviste e magazine. Riunisce in casa propria
un salotto letterario ospitando scrittori e artisti.
Cura, sul blog "Letteratitudine" di Massimo Maugeri (gruppo
Kataweb-l'Espresso), una rubrica fissa a metà tra diritto e
letteratura: Letteratura è diritto, letteratura è vita.
Fa parte dell'EUGIUS, l'associazione europea dei
"giudici-scrittori".
Dal 2009 ha aderito, nel ruolo di socio, all'associazione "Law and
Literature", società di diritto e letteratura dell'università degli
studi di Bologna, che annovera al suo interno diversi scrittori e
studiosi.
Con il suo primo romanzo "Tu non dici parole" ha vinto il Premio
Vittorini 2009 - Sezione Opera Prima
Massimo Maugeri è nato a Catania
nel 1968. Collabora con le pagine culturali di importanti magazine e
quotidiani tra cui "Il Mattino", "Il Riformista", "La Sicilia", "Il
Corriere Nazionale", "Stilos". Suoi racconti sono stati pubblicati
su antologie e prestigiosi giornali e riviste letterarie.
Il romanzo "Identità distorte" (Prova d'Autore, 2005) ha vinto il
Premio Martoglio ed è stato finalista al Premio Brancati.
Ha ideato e gestisce il frequentatissimo Letteratitudine, blog
letterario d'autore del Gruppo L'Espresso.
Ha partecipato alla scrittura del romanzo collettivo a colori "Le
Aziende In-Visibili" (Scheiwiller, 2008). Ha curato il volume "Letteratitudine,
il libro - vol. I - 2006-2008" (Azimut, 2008).
Ha curato la raccolta di racconti "Roma per le strade" (Azimut,
2009), partecipando con un proprio racconto e coinvolgendo nel
progetto molti tra i principali scrittori nati o residenti a Roma
(tra cui: Mario Desiati, Andrea Di Consoli, Lia Levi, Dacia Maraini,
Antonio Pascale, Sandra Petrignani, Rosella Postorino, Cinzia Tani,
Filippo Tuena).
Dal 2009 ha aderito, nel ruolo di socio, all'associazione "Law and
Literature", che annovera al suo interno diversi scrittori e
studiosi.
Conduce la trasmissione radiofonica di libri e letteratura, "Letteratitudine
in Fm", presso la milanese Radio Hinterland (ascoltabile in
modulazione di frequenza in Lombardia e in diretta ovunque via
Internet).
Fa parte della redazione del blog letterario collettivo "La poesia e
lo spirito".
Renzo Montagnoli
20/12/2010
La fuga della
verità
di Lodovico Ellena
Presentazione di Marco Maniscalco
Edizioni Tabula Fati
www.edizionitabulafati.it
Saggistica filosofica
Collana Labirinti
La verità o le verità?
Ci può essere una
verità assoluta, cioè oggettiva e inconfutabile, oppure dobbiamo
accontentarci di tante verità, cioè del soggettivismo della stessa?
E’ interessante questo saggio di Ellena che, nel prendere atto che
la verità assoluta, o verità vera, non sembra essere accessibile,
pone tuttavia l’accento sulla inderogabile necessità che essa
esista, quantomeno come idea di riferimento sulla quale costruire
regole. Infatti, senza una verità, assoluta o relativa, la società
umana cadrebbe in contraddizione, perderebbe una visione coerente,
con il rischio concreto di una degenerazione nel caos.
Le regole, in questo modo, si adeguano alla normalità, alla morale
corrente, anche se la normalità non può essere la verità, ma un
comportamento comune, quindi suscettibile di cambiare qualora il
consueto atteggiamento dovesse mutare.
In questo modo la normalità produce una norma, che si trasforma in
legge, legge che è un riferimento indispensabile nella struttura di
una società, al punto che la legge diventa il criterio di verità da
utilizzare per emettere un giudizio.
E’ quindi spiegata la necessità che esista la verità, ma questa,
nella sua assolutezza, è e rimane e rimarrà sempre sconosciuta,
anche se è compito primario della filosofia tendere a essa, pur
nella consapevolezza che mai verrà disvelata.
Appare poi necessario mettere al bando in questo discorso la verità
di fede, dove l’elemento di convinzione e di credo è dato solo
dall’immensa fiducia per una verità che non appare dimostrabile.
In poche parole apprendiamo che la verità è avvolta nella
caligine, ma è necessaria, ha avuto molte trasformazioni e di sicuro
ne avrà ancora, quella assoluta non è prerogativa di qualcuno, ma
solo tendenza, la verità è tremenda, è inconoscibile e
irrinunciabile. C’è chi pretende di possederla, ma non è in grado di
dimostrarla; la verità relativa è sempre un fatto dinamico e alla
fine di tutti questi discorsi l’unica verità certa è che noi non
conosciamo la verità.
Sono poche le pagine di questo saggio, ma ben scritte, in modo
accessibile ai più e anche venate da una sottile ironia propria di
chi è consapevole dell’impossibilità di pervenire alla verità
assoluta.
Da leggere, ne vale la pena.
Lodovico Ellena, nato a
Torino nel 1957, ha svolto il servizio militare in Puglia ed in
Veneto, e si è laureato in filosofia a Torino. Ha avuto discreta
notorietà con il gruppo neopsichedelico Effervescent Elephants
con l’edizione di vari dischi. È stato vice-preside, poi direttore,
in un liceo torinese. Svolge numerose attività politiche e collabora
a vari giornali. Ha pubblicato le seguenti opere: Smacacando un
macaco (racconti di umorismo assurdo, Vercelli 1996 ), Non me
ne frego più (Menhir, Sanremo 1997), Dove osano le coccinelle
(Menhir, Sanremo 1998), Storia della musica psichedelica italiana
(Menhir, Sanremo 1998), Neofascisti in bicicletta (Menhir,
Sanremo 2000), Una strana storia intorno a un lago (Menhir,
Vercelli 2001), Storie comuniste in bianco e nero (Menhir,
Sanremo, 2001), Vicoli di storia. Quello che non si trova sui
corsi (Menhir, Vercelli 2002), Camerati in cattedra. Mit
pistolen (Menhir, Sanremo 2003), Gli elefanti che furono
effervescenti (Menhir, Vercelli 2003), Archeologia in pillole,
con Walter Camurati (Menhir, Vercelli 2004), La riconquista della
posizione eretta (Menhir, Vercelli 2004), La patente europea
del fascista (Tabula fati, Chieti 2004), Kulturkampf
(Tabula fati, Chieti 2005), Riflessioni sulla storia (Tabula
fati, Chieti 2005), Gaudeamus Igitur (Menhir, Vercelli 2005),
Le pagine strappate della Resistenza (Tabula fati, Chieti
2006) e C’era una volta nei pressi di Alice Castello
(Vercelli 2006).
Renzo Montagnoli
16/12/2010
La Toga Sbiadita
Memorie di un giudice
di Alessandro Mariotti
Prefazione di Renzo Montagnoli
Edizioni Agemina
www.edizioniagemina.it
Collana I libri della memoria
Lacune e rimedi
In questo quadro si inserisce poi il desiderio di liberarsi di un
potere autonomo quale quello giudiziario, per eroderne le basi,
sottometterlo e infine asservirlo alle proprie volontà, svilendone
funzioni e sistemi; ed ecco allora sorgere i progetti di legge per
il processo breve, per la riforma dell'ordinamento giudiziario con
la separazione delle carriere, affinché in un futuro abbastanza
prossimo campeggi nell'aula dei tribunali la classica scritta, così
modificata: "La giustizia è uguale solo per tutti i sudditi".
Uno stato in cui si applica la giustizia con imparzialità, equità e
in tempi abbastanza brevi è uno stato civile, ma purtroppo da noi
non c'è più civiltà e, a breve, forse non ci sarà più nemmeno uno
stato.
Questo libro, per la chiarezza con cui viene illustrata l'attività
del magistrato, per la lucidità e imparzialità con le quali vengono
affrontati i problemi strutturali della giustizia, suggerendo anche
le possibili e concretamente realizzabili soluzioni non solo merita
di essere letto, ma sarà sicuramente condivisibile da chi ha ancora
occhi per vedere e cervello per capire.
(Dalla prefazione)
Ci si potrà chiedere come mai io torni in argomento dopo aver
scritto la prefazione di questo libro ed è la domanda che mi sono
posto e la cui risposta mi ha indotto a stilare la presente.
I motivi sono essenzialmente due:
1) l'intervista successivamente da me fatta all'autore e dalla quale
sono emersi ulteriori elementi di giudizio;
2) la possibilità di meglio puntualizzare alcune opinioni che nella
prefazione, anche per ragioni di spazio, possono apparire forse
incomplete.
Che la giustizia italiana sia malata e non funzioni come dovrebbe in
uno stato moderno e democratico mi sembra del tutto inconfutabile.
Ricorrere alle decisioni di un giudice è quasi sempre un percorso
lungo, tortuoso, incerto nei risultati come nei costi, sempre
elevati. E parlo di giudizio civile, di una normale lite, e non
certo di un processo penale, pure esso caratterizzato da
insostenibili lungaggini e da pene che sovente non danno
soddisfazione alla parte lesa.
Chi ha più danno da queste storture è sempre il cittadino meno
abbiente, non di rado vittima prima per la sua condizione economica,
e non poche volte ancor di più dopo, stroncato nelle sue ragioni
dagli avvocati di controparte, spesso veri principi del foro, che
lui, povero diavolo, non può permettersi.
In ogni caso proprio la lunghezza dei procedimenti finisce per il
favorire chi ha recato offesa, e non è infrequente che liti si
trascinino per così tanto tempo da vedere l'intervento degli eredi,
in caso di premorienza dell'attore o del convenuto, o addirittura di
entrambi.
Ad di fuori del sistema giudiziario i cittadini brancolano nella
nebbia, hanno un'idea indotta del procedimento e dei magistrati, o
per sentito dire, oppure per intrusioni politiche non di certo
disinteressate.
Com'è quindi che funziona, cos'è che non va, come è possibile
rimediare: di questo si parla in questo libro, dove, partendo dagli
inizi di carriera di un giudice si arriva alla sua fine, attraverso
una serie di episodi chiave di cui, per ovvi motivi, sono riportati
nomi fittizi delle parti in causa e delle località delle stesse. Non
sono fatti inventati, sono fatti veri e proprio per questo riescono
a dare un'idea dei concreti problemi di questa importantissima
struttura che ogni giorno che passa sembra vacillare sempre di più.
E per dare un'idea esatta di come appaia in tutta la sua crudezza il
malanno è necessario precisare che Alessandro Mariotti non è stato
né un magistrato eroe, né un magistrato lavativo, è stato
semplicemente "il magistrato", quella figura che in silenzio assolve
al proprio dovere perché si sente servitore dello stato, e quindi di
tutti i cittadini. Certamente non si è comportato da burocrate
ottuso, pur nel rispetto delle regole, né ha mai avuto manie di
protagonismo, insomma quello che un imprenditore, se la giustizia
fosse l'attività di un'azienda privata, potrebbe definire un
elemento valido su cui fare affidamento.
Come lui, per fortuna, ce ne sono tanti altri, anche se non mancano
quelli che vivacchiano aspettando lo stipendio o altri, pochi per
fortuna, che cercano di trarre un profitto personale dalla loro
attività.
La magistratura, come sancito dalla Costituzione, è autonoma, e
questo a vantaggio di tutti; ciò non toglie che in un paese come il
nostro, in cui il corporativismo sembra innato, si delinei una casta
dei magistrati, pur tuttavia lontana da situazioni, da arroganze e
anche da aspirazioni di potere da altre ben più agguerrite, come
quella dei politici.
Dopo aver fornito esempi reali dei problemi della giustizia e dopo
averli individuati, l'autore procede a stilare un ventaglio di
possibili provvedimenti per risolverli, soluzioni in verità
condivise e propugnate da molti suoi colleghi, con la differenza che
le proposizioni non solo vengono avanzate in termini accessibili ai
più, ma appaiono convincenti, realizzabili anche in tempi brevi,
senza essere punitive per i cittadini, che anzi ne trarrebbero
benefici, e per le casse dello stato.
Nell'insieme quest'opera costituisce quindi più di un motivo
d'interesse, perché fa luce, e in modo chiaro, su problemi che tutti
avvertiamo, ma la cui portata e la cui soluzione sono sovente
mistificati da politici che più che avere a cuore la soluzione per
il bene comune perseguono invece solo vantaggi particolari.
Non mi resta, quindi, che raccomandare la lettura de La toga
sbiadita.
Nato a Empoli ( FI ) il 01/07/1940,
Alessandro Mariotti consegue la laurea a pieni voti in
Giurisprudenza nel 1966, presso l'Università di Firenze,con una tesi
di diritto costituzionale sulle Regioni. Si congeda dal servizio
militare di leva con il grado di sottotenente di complemento e con
l'abilitazione all'insegnamento di Diritto, Scienza delle finanze
e Statistica, ottenuta mentre fa il militare. Svolge, come
supplente, attività di insegnamento negli Istituti Tecnici e
contemporaneamente espleta funzioni di vice-pretore onorario. Nel
dicembre 1969 partecipa a un concorso nazionale per tre posti di
ricercatore aggiunto del C.N.R. ed, ottenuta la nomina, presta
servizio presso l'I.D.G. di Firenze del C.N.R., sezione di
documentazione giuridica automatica, che utilizza i primi computers
dell'I.B.M. Nel 1970 frequenta a Pisa, presso il C.N.U.C.E. (Centro
Nazionale Universitario di Calcolo mElettronico) un corso di
formazione professionale per l'apprendimento del PL1, un linguaggio
di programmazione per l'elaborazione informatica di dati
alfanumerici, finalizzata all'analisi di testi giuridici condotta
nel menzionato Istituto di ricerca. Vinto il concorso per la
magistratura, nel 1972 si dimette dal C.N.R. e prende servizio, come
uditore giudiziario senza funzioni, per il tirocinio che durerà un
anno. Avute le funzioni giurisdizionali, il Mariotti sceglie una
Pretura del Nord, ove viene addetto alle cause civili di locazione,
per tre anni. Si trasferisce poi in Toscana, dove lavora come
giudice del lavoro e delle cause previdenziali ed assistenziali,
oltre che di locazione, per un intero decennio. Nel 1986, a sua
richiesta assume, nella stessa sede, le funzioni di magistrato di
sorveglianza, svolte per sedici anni. Dopo aver percorso tutte le
tappe della carriera e,con la qualifica di consigliere di Cassazione
idoneo all'esercizio delle funzioni direttive superiori, rassegna le
dimissioni volontarie con decorrenza dal gennaio 2002. Pochi mesi
dopo il Mariotti si iscrive all'albo degli avvocati per l'esercizio
dell'attività forense, quasi esclusivamente nel settore
dell'esecuzione penale sino all'agosto 2009.
Renzo Montagnoli
14/12/2010
Legami culturali
da Riccardo Bacchelli a Mario Luzi
di Fulvio Castellani
Introduzione dell'autore
Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it
Saggistica letteraria
Collana Micromegas
Letteratura
Come opportunamente precisa l'autore nella sua introduzione
all'opera questa consiste in una raccolta di articoli di genere
letterario, scritti in epoche diverse, scelti non tanto seguendo un
filo logico, piuttosto per l'aspetto emotivo intrinseco avvertito
nella rilettura dopo parecchio tempo.
Senza voler avere l'ambizione di dissertare approfonditamente sui
principali poeti e narratori italiani contemporanei, Legami
culturali è in effetti una miscellanea di brevi saggi e
interviste, in grado tuttavia di interessare il lettore per la loro
completezza, pur in presenza di una brevità discorsiva che, anziché
nuocere, consente una sintesi di caratteristiche encomiabile e per
nulla scontata.
A Riccardo Bacchelli sono dedicate, peraltro giustamente, non poche
pagine, ricomprendendo, oltre a una scheda critica, le risposte a
diversi quesiti posti a letterati di peso e, comunque, in grado di
esprimere giudizi compiuti, quali Geno Pampaloni, Silvano Demarchi e
Walter Mauro, solo per citarne alcuni.
Dal contrasto, anche se solo limitato, fra le opinioni emerge così
un quadro molto vivo e sicuramente di pregio dell'autore di romanzi
basilari per la letteratura italiana, quali Il mulino del Po
e Il diavolo al Pontelungo.
Di particolare interesse, soprattutto per me, è poi un'intervista a
Giuseppe Bonaviri, con domande azzeccate che ben mettono in luce il
pensiero del grande scrittore di Mineo.
Non manca un articoletto sul "Perché della poesia", un quesito
potrei dire classico e nel caso specifico corredato da una
risposta-analisi, forse non del tutto condivisibile, ma comunque
logica e coerente nella sua articolazione.
Di tutta queste serie di articoli quello che mi ha colpito di più
riguarda Nino Palumbo, lo scrittore di Trani scomparso nel 1983. Ciò
che appare di maggior rilievo in questo elaborato è però
l'intervista, da cui emerge limpida la personalità dell'autore che
non svicola mai nelle risposte, portando avanti anzi il suo pensiero
con apprezzabile coerenza e senza timori. Mi spiace non aver mai
letto nulla di Palumbo e credo che provvederò al riguardo quanto
prima.
Ecco, uno dei tanti pregi di questo libretto è di incuriosire il
lettore, di fargli nascere l'interesse per uno scrittore o un poeta
magari da lui poco conosciuto, al punto da desiderare di visionare
qualcuna delle sue opere, e ciò è veramente apprezzabile, rende
onore e merito a Fulvio Castellani, al quale chiedo di provvedere
quanto prima alla stesura di un'analoga miscellanea che abbracci e
comprenda altri autori, magari non noti, ma di sicura qualità.
Nel raccomandare Legami culturali mi permetto di aggiungere che la
lettura, mai affaticante, è senz'altro agile e piacevole, tanto da
poter dire che s'impara divertendosi.
Fulvio Castellani è nato nel
1941 in Carnia ed è stato iscritto all'Albo dei Giornalisti (Elenco
Pubblicisti) per trentacinque anni. Di formazione umanistica, i suoi
interessi vanno dalla letteratura all'arte e ha al suo attivo
molteplici opere di poesia, narrativa, saggistica e storia locale.
Tra le più recenti pubblicazioni vanno ricordate, di poesie:
Così, per dire (La Nuova Fortezza, Livorno 1984), I rifugi
dell’io (Ursini, Catanzaro 1993), Segmenti e diaframmi
(Delta 3, Grottaminarda 1999), I gradini del sole (Ursini,
Catanzaro 2006), Orme e penombre (Ursini, Catanzaro 2009),
Sera di parole (Ibiskos Ulivieri, Empoli 2010); di narrativa:
La storia di Nadina (per ragazzi, Edizioni Bresciane, Brescia
1986), Parole a Siv e altri racconti (Gabrieli, Roma 2004),
Registro segreto (Gabrieli, Roma 2004), Pioggia di
primavera (Greco & Greco, Milano 2005); di saggistica:
Polinnia (Ursini, Catanzaro 1993), Oltre il recinto
quotidiano (Editrice Veneta, Vicenza 2007), Con la penna in
mano. Viaggio nella narrativa di Silvana Cellucci (La Cassandra,
Pineto 2007), Semplici letture (Poeti nella Società, Napoli
2008), Altre letture (Poeti nella Società, Napoli 2009).
È stato a più riprese direttore responsabile di “Radio Studio
Nord” e delle riviste “Tuttomontagna” e “Le occasioni”.
È presente in antologie come Nel nome del Padre (Ursini,
Catanzaro 2005), La poesia del Terzo Millennio (Marna, Lecco
2007), Poeti nel mondo della nuova frontiera (A.G.A.R.,
Reggio Calabria 2009), Non abbiate paura... (Ursini,
Catanzaro 2010).
Dal 1994 è Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica
Italiana.
Renzo Montagnoli
12/12/2010
Prigioniere del
silenzio
di
Maria Carmen Lama
Prefazione di Valentino Vitali
Aletti Editore
www.alettieditore.it
Poesia silloge
Collana “Gli Emersi – Poesia”
Una silloge scrosciante di parole e di
lacrime
Se devo essere
sincero non ho mai pensato alla sofferenza delle donne, soprattutto
per quanto concerne i loro rapporti con gli uomini. La domanda, o
meglio le domande, sono sorte spontanee leggendo questa silloge di
Maria Carmen Lama e sono stato indotto a fare un esame di coscienza,
dal quale sono uscito assolto (ma il giudice sono io). Un senso di
colpa, però, mi è venuto poiché mai avrei immaginato che questo
fenomeno avesse caratteristiche così ampie.
Quindi, se uno degli scopi di Prigioniere del silenzio
era quello di allertare, di denunciare una situazione, questo è
stato senz’altro raggiunto.
Non sono teneri, questi versi, nei confronti dei maschi, visti come
egoisti ed egocentrici (Tu, maschio, / che vivi solo di te stesso
– ( Non uomo, / solo maschio! / Assente, / nella tua presenza. /
Debole, nella tua arroganza / che credi forza. /…).
E lirica dopo lirica la dose si rincara ( Sai scorticare / le ali
di una farfalla, / sai calpestare / senza neppure vederlo / un bel
fiore rosso, / dai morbidi / e delicati petali / come il papavero, /
sai colorare di nero / la luna piena, /…).
Insomma, c’è di che restare basiti e, francamente, ogni tanto, fra
un verso e l’altro, sono assalito dal timore di non essere io stesso
immune da simili comportamenti, insomma, magari inconsciamente, di
essere succube di un Dna che caratterizza il maschio.
Mi chiedo allora se più che un odio degli uomini nei confronti delle
donne sia presente invece un senso di rivalsa delle stesse nei
confronti dei maschi per quell’atavica sottomissione che, a dispetto
di leggi e costituzioni, permane e serpeggia magari travestita da
malcelato buonismo.
(…/ Griderei forte / soltanto / per far svanire / d’un colpo /
quel battito d’ali / / che ti condusse / a me.).
In questi versi si mescolano un rigetto improvviso con la sensazione
di aver sbagliato in passato, magari di aver creduto in buona fede.
Vero è che le situazioni non sono tutte uguali e che quindi sarebbe
ingiusto generalizzare, ma sono dell’opinione che questo grido di
dolore, se pur così ben delineato, più che aiutare a risolvere il
problema lo enfatizzi.
Comunque, meglio alzare i toni, magari anche tanto, piuttosto che il
silenzio, che potrebbe essere scambiato per accettazione di una
condizione che non deve esistere.
C’è indubbiamente una distanza fra l’uomo, inteso come essere umano,
e il maschio, ed è giusto che esista; il problema sorge quando
l’aspetto istintivo, la radice bestiale prendono il sopravvento,
determinando così un individuo sostanzialmente immaturo perché più
maschio che uomo.
Non si deve, in verità, generalizzare, ma, purtroppo, non è
infrequente ed è di questi bambini mai diventati adulti che parla
questa silloge, interessante, incalzante, senza accidia, scrosciante
di parole e di lacrime.
Da leggere, senz’altro, e per il tema trattato e per come,
egregiamente, è stato svolto.
Maria Carmen Lama
è nata in provincia di Messina il 20.11.’49. Vissuta a Capo
d’Orlando fino all’età di vent’anni, nel 1970 si è trasferita per
lavoro a Milano, dove si è laureata in Filosofia, e dal ’77 vive in
provincia di Lecco.
Ha svolto attività di insegnamento e poi di Dirigente scolastica in
Istituti comprensivi e al Liceo Artistico lecchese.
Ha tenuto corsi di formazione per docenti e genitori e ha pubblicato
articoli di carattere pedagogico e culturale su riviste
professionali per docenti e dirigenti, con gli editori
Maggioli, Fabbri, Edizioni Didattiche
Gulliver.
Ha prevalenti interessi letterari e in ambito filosofico e
psicologico. Scrive recensioni, che pubblica su diversi siti web,
relative a testi di vario genere, a romanzi coinvolgenti a livello
emotivo e a libri di poesie. Scrive anche poesie e ama approfondire
la conoscenza delle produzioni poetiche dei grandi del passato. Ha
iniziato da pochi anni a entrare nel mondo poetico attuale, anche
attraverso la consultazione di siti web dove le scelte risultano
essere traboccanti, ma non sempre adeguate all’idea di poesia come
vera e propria arte destinata a pochi ed
eletti adepti.
e-mail:
carmen@giandgi.eu
Renzo Montagnoli
11/12/2010
Il vicolo blu
di Giuseppe Bonaviri
Sellerio Editore Palermo
www.sellerio.it
Narrativa romanzo
Magia sublime
"Nel frattempo dalle colline vicine, che si estendevano in una
linea che andava da occidente ad oriente dove per prima il giorno
imbruniva cominciavano a cantare gli assioli.
Come si sa, sono uccelli notturni, per natura tristi, il cui canto,
a differenza di quello dei grilli, pareva disassimilasse lo spazio,
ossia lo trasformasse in rotonde isole sonore intercalate da pause
di silenzio che si formava fra melograni, carrubi e mandorli; o si
infossava nelle grotte e nei botri profondi.".
Con Il vicolo blu Giuseppe Bonaviri ritorna al suo paese
natale, Mineo, a distanza di anni da Il sarto della strada lunga.
E' trascorso molto tempo e quella sua naturale vena poetica,
accompagnata da un'analisi ontologica di ogni essere reale, si è
notevolmente affinata, così che questo lavoro di fissazione della
memoria riesce a giungere a risultati straordinari, di palpitante
intensità e commozione.
Il mondo rurale, povero, quasi derelitto, ma ricco di una
solidarietà oggi sconosciuta, con tutti i suoi contrasti, sorretto
da una fede panteistica, viene tratteggiato in modo esemplare.
E la vicenda di una modesta villeggiatura d'epoca, una fuga dal buio
dei vicoli di Mineo, assurge a una gigantesca corale sinfonia in cui
ogni elemento della natura, uomini, animali, vegetali, perfino
sassi, ha la sua voce, la sua tonalità, si imprime indelebilmente
nell'animo del lettore, consapevole che Bonaviri con questo suo
lavoro ha cantato un mondo che non esiste più.
Sono tanti i passi in cui la vena poetica dell'autore trascende
dalla visione apparente per entrare in un'atmosfera di elevata
intima spiritualità, pagine a cui lasciarsi andare, volando oltre la
nostra realtà per ritrovare il respiro dell'eterno che tanto ci
manca.
E' la Sicilia antica quella così mirabilmente descritta, in una
visione teocritea che raggiunge vette sublimi e che solo nelle
Bucoliche di Virgilio ho potuto constatare.
Bonaviri, con quella sua aria pacata, per nulla saccente, sembra
volerci dire che se il destino dell'uomo è rincorrere vanamente se
stesso, c'è un altro mondo intorno a noi, in cui entrare con il
cuore e scoprire meraviglie che la nostra scienza, perfetta, ma
arida, ci ha con il tempo nascoste.
Un semplice temporale, con il mutare del colore del cielo, l'afrore
della terra zuppa d'acqua, le reazioni degli animali e degli uomini
sono il preludio a pagine ancor più intense, come quelle della
raccolta delle stelle cadenti, in cui la fantasia, nel superare la
realtà, ci restituisce questa in un'altra dimensione, con l'uomo
che, da oggetto del disegno imperscrutabile dell'universo, ne
diviene soggetto, partecipe e non più succube, fermo restando la sua
limitatezza di essere infinitesimale, un atomo di un progetto troppo
grande per essere compreso.
La vita di ogni giorno, così misera, con i suoi lutti e le poche
gioie, finisce con il diventare l'occasione di continue scoperte, di
meraviglie che affascinano non solo i bimbi protagonisti, ma anche
gli adulti; è questa una civiltà arcaica, di forti contrasti, in cui
un contadino è capace di comporre una laude per violino sulla morte
dei capretti sgozzati, o dei papaveri tagliati durante l'aratura. In
tal modo fra la magia dei fanciulli e il naturalismo senza tempo
degli adulti non c'è contrasto, anzi si instaura un'armonia
perfetta.
Tutto procede secondo natura, non c'è tempo e nemmeno l'occasione
per le attuali depressioni, perché il vivere a stretto contatto con
il mondo che ci circonda e che procede immutabile da secoli, a parte
la ciclicità delle stagioni, induce l'uomo a scoprirne l'essenza, a
considerarsi parte integrale dello stesso senza superbia, con la
immensa modestia degli umili, con quella capacità di trascendere la
realtà che il progresso ci ha tolto.
Bonaviri ha saputo trasmetterci non solo questo suo messaggio di
avvertimento, affinchè la nostra civiltà rallenti la sua corsa
inutile, ma ci ha portato con lui in questo altro mondo, dove la
dolcezza dell'asina Ririrì incanta e intenerisce il cuore, dove la
solidarietà della povera gente permette un funerale quasi pagano a
un bimbo morto a nemmeno due mesi di età, dove la scomparsa per
tetano di un compagno di giochi è vissuta in un lutto collettivo non
di circostanza, ma di profondo affetto.
Il vicolo blu è il testamento letterario di Giuseppe Bonaviri, in
cui generosamente ha lasciato a tutti la sua visione della vita,
stupendoci dalla prima all'ultima pagina, in una narrazione che
riesce a giungere più volte a vette sublimi, proprie di quello che
può essere considerato un autentico capolavoro.
Giuseppe Bonaviri, nato nel 1924
a Mineo, in provincia di Catania, è scomparso nel 2009. Primo di
cinque figli di un sarto, Bonaviri ha vissuto per anni a Frosinone
dove ha esercitato la professione di medico. Fra le sue opere più
note: Il sarto della strada lunga, Il fiume di pietra, La divina
foresta, Notti sull'altura, L'enorme tempo, Silvinia, L'infinito
lunare, Il dottor Bilob, L'incredibile storia di un cranio, Il
vicolo blu.
Renzo Montagnoli
09/12/2010
L’Erede degli Dei
di
Marco Salvador
Edizioni Piemme
www.edizpiemme.it
Narrativa romanzo
Collana Storica
La storia di un cavaliere
“Il sole non si
vedeva da giorni. Da una tenebra all’altra era un ininterrotto
crepuscolo, più o meno cupo a seconda del gravare delle nubi. Poi il
vento del nord era sceso dai monti. Sibilando appena, al principio
aveva filato con le sue gelide dita il fumo dei focolari
avvoltolandolo ai rami nudi degli alberi.”
L’Erede degli
Dei è la genesi di un cavaliere, Corrado da Romano,
pronipote di Ezzelino, dagli inizi ancora fanciullo alla sua
investitura, alle battaglie, alle sue disgrazie, fino al
raggiungimento, dopo tante tribolazioni, di una vera pace interiore.
Premetto subito che è un romanzo bellissimo, scritto in modo
magistrale, in quel modo che solo lui sa, da Marco Salvador che non
ho esitato a definire il Walter Scott italiano.
Ricerca minuziosa delle fonti, capacità di scegliere, fra tante
notizie, quella più attendibile, elaborazione di questi elementi
fino a sviluppare una trama, capacità di affondare la lama quando
serve e di addolcire ove è necessario, personaggi caratterizzati
nella loro essenza, senza inutili appesantimenti, descrizione di
battaglie talmente viva che sembra di prendervi parte, una nota
malinconica di fondo sul destino degli uomini, sempre presente,
anche se non esplicita, tutte caratteristiche queste ben radicate
nel narratore di San Lorenzo di Pordenone e che connotano infatti
tutti i suoi romanzi, dal ciclo longobardo a quello dei Da Romano,
di cui il primo, immediatamente antecedente a questo, vale a dire
La palude degli eroi, è di una tale bellezza e perfezione
da poterlo definire, senza timore, un autentico capolavoro.
E L’Erede degli Dei non gli è da meno, una serie di
quadri ininterrotti, di luce soffusa, ma vivi e che colpiscono il
lettore per i toni, per gli equilibri, per un alternarsi di pochi
adagi e di molti andanti, una sinfonia della vita in cui si
disegnano figure memorabili, dipinte con la stessa cura, dagli umili
ai potenti, dai pavidi agli audaci, una moltitudine di esseri umani,
con i loro pregi e i loro difetti, tesi a sopravvivere o a vivere
nella gloria.
Comunque bisogna leggere questo romanzo e i precedenti per capire
cosa voglia dire saper scrivere bene, in un italiano corretto e con
un ricorso puntuale a un’analisi logica ferrea, in un fiume di
parole che sanno essere tumultuose, oppure quiete, tanti piccoli
ceselli a formare un mosaico che stupisce e affascina.
Il tutto in un tessuto di originalità, certamente non frequente, e
che fa rivivere un’epoca passata come in una pellicola
cinematografica, un succedersi di vicende interpretate da uomini e
donne, di varia umanità, che sembrano muoversi autonomamente, non
guidate dal regista. Eppure non c’è una nota storta, non c’è un
attacco o uno stacco al di fuori del tempo giusto, in un equilibrio
armonico che regge, stabile, perfetto, senza la minima sbavatura,
dall’inizio alla fine.
E non è solo la trama ad avvincere, ma anche le riflessioni
dell’autore poste in bocca a questo o a quel personaggio, perché in
fondo gli uomini, chi più chi meno, è giusto che debbano farsi
un’idea sui perché della loro esistenza.
Le pagine scorrono veloci, la mente di chi legge s’invola, si
sarebbe tentati di proseguire a oltranza, fino all’ultima pagina, ma
non è giusto, occorre procedere adagio, per non lasciarsi sfuggire
nulla, per il timore di non poter godere di ogni parola di questo
splendido romanzo, un altro capolavoro di Marco Salvador.
Marco Salvador
è nato a San Lorenzo, in provincia di Pordenone, nella casa in cui
vive tutt’oggi. Ricercatore storico, per professione e per passione,
con un interesse particolare per il Medioevo, ha pubblicato numerosi
saggi sulle comunità rurali nel medioevo
e sulle giurisdizioni feudali minori. Inoltre ha scritto sei
romanzi: Il longobardo (Piemme, 1^ Edizione 2004, 2^ Edizione
2008), La vendetta del longobardo
(Piemme, 2005), L’ultimo longobardo (Piemme, 2006), La casa
del quarto comandamento (Fernandel, 2004), Il maestro di giustizia
(Fernandel, 2007), La palude degli eroi (Piemme, 2009) e
L’Erede degli Dei (Piemme, 2010)..
Renzo Montagnoli
07/12/2010
Gabriele D'Annunzio
nelle lettere a Giancarlo Maroni
(1934)
di Ruggero Morghen
Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it
Saggistica
Collana Micromegas
D'Annunzio meno mito
Chi sia Gabriele D'Annunzio penso, e spero, lo sappiano tutti,
mentre assai meno noto è Giancarlo Maroni, tanto che viene lecito
chiedersi chi fosse mai costui che, fra l'altro, poteva permettersi
una fitta corrispondenza con il grande poeta abruzzese.
Giancarlo Maroni (Arco, 1893 - Riva del Garda, 1952) è stato un
architetto, anzi l'architetto del Vittoriale, la dimora Mausoleo di
Gabriele D'Annunzio a Gardone, ove si ritirò dopo l'esito infausto
dell'impresa fiumana.
Quindi, fu in virtù di questo incarico che si avviò un'intensa
corrispondenza fra i due, reperita da Ruggero Morghen e di cui si
disserta in questo breve, ma interessante saggio.
In effetti può sorprendere come un epistolario possa gettare nuova
luce su un artista tanto amato dagli italiani da venerarlo, spesso
senza mai aver letto qualcosa di suo. In queste lettere, in cui si
esprimono giudizi su alcuni lavori realizzati, si formulano ipotesi
su altri, si chiedono e si rilasciano consigli, si rileva un
progressivo affiatamento che porta al sorgere di una vera e propria
amicizia, ma soprattutto si notano caratteristiche dell'uomo
D'Annunzio che, nel separarlo da quell'alone di mito di cui lui
stesso si era circondato, lo rendono più simpatico evidenziando una
comune vulnerabilità.
Il poeta è tutto lì, è carne e ossa, sentimenti e affetti non da
dio, ma da umile mortale, e in questa riscoperta di una dimensione
normalmente umana in un'artista che finì con il diventare
prigioniero del suo mito sta tutta la sua reale grandezza; ha fretta
che l'opera sia conclusa, perché sa di essere mortale, e infatti,
quattro anni dopo le lettere di questo epistolario che risalgono al
1934, Gabriele D'Annunzio morirà per un'emorragia cerebrale.
Sorgono spontanee molte domande, vista la differenza fra il
D'Annunzio uomo e il D'Annunzio vate, ma una sopra tutte: fu
fascista? Si può rispondere tranquillamente che non lo fu, benché il
fascismo gli dovette molto. Se posso esprimere una personale
opinione, dico solo che Gabriele D'Annunzio fu certamente uomo di
destra, conservatore, ma libertario, non inquadrabile in nessuna
ideologia politica, amante dell'ordine, ma anche di comportamenti
fuori dei canoni, insomma un personaggio complesso in cui luci e
ombre si alternavano con sorprendente rapidità.
Il saggio di Morghen è quindi un elemento prezioso per conoscere di
più il poeta abruzzese, ma lo è anche per avere un altro angolo di
visuale di un anno del ventennio che inevitabilmente si riflette, è
presente in quelle lettere.
Da leggere, quindi, perché ne vale la pena.
Ruggero Morghen (1957) di Riva
del Garda, laureato in sociologia all'Università di Trento con una
tesi sulla rappresentazione dell'ambiente montano nella
cinematografia, è pubblicista e bibliotecario. Da anni lavora presso
la Biblioteca civica della sua città, dove si occupa in particolare
di catalogazione ed acquisizione di nuovi documenti al Catalogo
bibliografico trentino.
Ha pubblicato varie opere di letteratura e satira - tra cui il
"Dizionario del Belpensante" - e sue poesie sono apparse in forma
antologica. Nel 2007 ha pubblicato "La perdutissima setta" (Solfanelli,
Chieti), sulle rappresentazioni della massoneria nei documenti
pontifici.
Renzo Montagnoli
05/12/2010
Non tutti i bastardi sono di Vienna
di Andrea Molesini
In copertina L'attesa, di Dario Treves
Sellerio Editore Palermo
www.sellerio.it
Narrativa romanzo
Collana La memoria
L'orrore di una guerra segna la fine di un'epoca
"Io… io, madame… ho visto i miei soldati venire su da quel fiume,
venivano su dall'acqua, come i vostri gnocchi di patate nel tegame,
mi capite, madame? Gnocchi nell'acqua che bolle".
Non ci sono eroi, ma solo le vittime in questo bel romanzo di Andrea
Molesini. La guerra è un mostro che fagocita tutto, che irrompe
nelle vite di ognuno imponendo sacrifici e decisioni in contrasto
con la propria natura.
L'occupazione nemica delle terre a est del Piave dopo la disastrosa
ritirata di Caporetto è stato un tema sempre sfiorato, ma mai
effettivamente affrontato e quindi questo romanzo, dal titolo
insolito, pone rimedio a una mancanza quasi colpevole. Infatti, se è
vero che le nostre truppe compirono immani sacrifici lungo le sponde
del Piave per difendere il nostro paese, lo è altrettanto che gli
italiani, caduti sotto il dominio militare austriaco, resistettero
eroicamente, colpiti dalle violenze, dai saccheggi, dalla fame,
totalmente in balia del nemico.
Quindi non c'è l'orribile guerra di trincea, così ben descritta da
Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale o da Lussu
in Un anno sull'altipiano, c'è invece l'attesa nelle
retrovie, lì occupazione nemica, il sentirsi ospiti in casa propria.
E forse la visione che danno dei semplici civili di un così immane
conflitto offre la misura dell'angoscia di chi non combatte con le
armi, ma con la sua coscienza, con la propria dignità.
In queste pagine, che partono da un fatto realmente accaduto, si
dipana una storia di vita e di morte, in un'atmosfera spesso
pesante, foriera di continue sventure, in cui sembra non esserci
posto per la pietà, anche se poi questo pregio, così tanto in
disuso, si svilupperà come la brace che accende il fuoco.
In un conflitto crudele e sanguinoso c'è posto per tutto, per la
ferocia dell'omicidio e per l'aiuto al nemico ferito, contrasti
tipici dell'uomo in situazioni limite.
Fra gli scoppi delle bombe, i gemiti dei moribondi, la puzza di
piscio, la fame che regna ovunque, si concretizza anche la fine di
un'epoca, quella delle buone maniere che accomunavano la borghesia
sorta con la restaurazione e i patrizi d'origine, quelle dei
baciamano, quella cavalleria intesa come irrinunciabile vocazione
estetica.
E così le divise inamidate si sporcano del lordume della guerra, gli
animi intessuti di convenzionali ideali si trovano a combattere fra
un concetto della vita messo in discussione dagli eventi e la
rinascita di una coscienza individuale, e non più collettiva di
ceto, che sembra incapace di reagire razionalmente. Non c'è forse
nessun odio fra i protagonisti, ma in tutti c'è la rassegnazione per
la consapevolezza della fine di un mondo che non potrà più
ritornare.
La disponibilità a una relazione fra la zia Maria e il barone von
Feilitzsch , il suo quasi patetico tentativo di offrirsi a lui per
salvare il ragazzo dalla fucilazione e la sofferta reazione
dell'uomo che non si piega, perché siamo in guerra, perché l'Austria
si avvia alla sconfitta, perché non può perdonare dopo che ha visto
i suoi soldati morti salire in superficie dal ribollire del Piave,
danno il senso chiaro del dramma che, serpeggiando, alla fine è
uscito allo scoperto.
La belle epoque è finita, i valzer alla corte di Vienna saranno solo
un ricordo e c'è qualche cosa che è peggio della morte ed è uno
stile di vita cancellato per sempre, il cui ricordo sarà strangolato
dal rimpianto.
Molesini ha uno stile asciutto, a volte perfino essenziale, anche se
non disdegna inserire alcune note poetiche; i personaggi sono
calibrati, una caratterizzazione che non denota mai eccessi, alcuni
anche naturalmente simpatici, e fra questi pure dei nemici; la
narrazione scorre fluida, senza intoppi, equilibrata armonicamente,
una sorta di lungo adagio che, in alcuni momenti di particolare
drammaticità, opportunamente si impenna, si accentua senza mai però
arrivare all'eccesso; la trama, dove non poco conto ha lo
spionaggio, è indovinata e quindi non c'è da meravigliarsi se questo
romanzo riesce ad avvincere dall'inizio alla fine.
Altra nota positiva è l'uso esemplare della lingua, non accademico,
ma sciolto.
E il titolo un poco strano? E' il moccolo che tira un sacerdote,
anche lui in preda al turbine della guerra.
Non tutti i bastardi sono di Vienna segna un esordio
ampiamente positivo, è un bel romanzo e quindi sicuramente da
leggere e anche da rileggere, perché non mancano di certo spunti per
ampie e approfondite riflessioni.
Andrea Molesini è nato e vive a
Venezia. Ha curato e tradotto opere di poeti americani: Ezra Pound,
Charles Simic, Derek Walcott. Ha scritto storie per ragazzi tradotte
in varie lingue. Non tutti i bastardi sono di Vienna è il suo
primo romanzo.
Renzo Montagnoli
01/12/2010
Menelicche
di Valentino Rocchi
Presentazione di Pina Vicario
Edizioni Agemina
www.edizioniagemina.it
Narrativa romanzo
Collana I tipi
Le insormontabili barriere sociali
"Tutto ha avuto inizio un secolo prima o giù di lì. Fra la fine
degli anni '80 e i primissimi anni del '90 del 1800.
A quel tempo la città, che aveva goduto della sua maggior fortuna
nel periodo rinascimentale, non era ancora uscita dalla cinta
pentagonale delle mura fatte costruire dai Della Rovere. Contava
d'una manciata di migliaia di cittadini e di poche centinaia di
portolotti.".
Valentino Rocchi, purtroppo scomparso il 30 gennaio del corrente
anno, è stato un autore di narrativa particolarmente fecondo e per
quanto i romanzi pubblicati siano stati numerosi, i familiari,
mettendo le mani nei cassetti della sua scrivania, ne hanno trovati
non pochi, così che alcuni sono stati inviati all'editore di
riferimento, la fiorentina Agemina.
Uno di questi è Menelicche, che più che romanzo è da
considerare un racconto lungo, che trae origine da una filastrocca,
versi popolari di una vicenda forse veramente accaduta, e che
l'autore pesarese ha utilizzato, non senza aver prima fatto accurate
ricerche, per imbastire una storia che nelle sue linee rientra nelle
tipologie a lui così care e che, in altre forme, sono presenti nella
sua produzione.
L'attenzione per le differenze di classe, un tempo più marcate di
oggi, la difesa dei ceti più deboli, l'appassionata presa di
posizione in favore dei portatori di handicap sono innate in
Valentino Rocchi, convinzioni ben radicate nella sua intima natura
al punto da costituire motivi ricorrenti nei suoi lavori. Quello che
cambia nel caso specifico è l'ambiente, non più quello agricolo a
lui particolarmente caro, ma quello marinaro, con il
sottoproletariato delle attività a terra ad esso connesso.
La vicenda è di quelle che portano gradualmente a una profonda
commozione, perché disegnata in un mondo in cui c'erano limiti
invalicabili fra una classe e l'altra, confini che nemmeno l'amore
poteva valicare e, se lo faceva, portava inevitabilmente ad
accentuati conflitti che segnavano per sempre l'esistenza delle
persone coinvolte.
E' così che in una Pesaro di fine '800, da poco passata dal dominio
del papa allo stato italiano, sboccia un'amicizia, che poi diventerà
affetto e infine un sentimento più forte. La ricchezza della
protagonista e la miseria di un operaio del cantiere navale sono il
contrasto più stridente, ancor più della menomazione di lei, due
mondi diversi, in cui convenzioni e sottomissioni imperano a
dispetto di qualsiasi sentimento.
La mano di Valentino Rocchi è precisa, ma lieve, nel narrare questa
storia, la cui conclusione sarà inevitabilmente non positiva, ed è
con ogni probabilità che qualcosa di simile deve essere accaduto,
perché la filastrocca è nata in ambiente popolare, in quella classe
sottomessa che per prima rimprovera all'innamorato il tentativo di
elevarsi, superando il confine.
E il difetto fisico diventa anche oggetto di scherno, una inconscia
rivalsa di chi, per nascita debole, nei confronti di chi invece per
origini dovrebbe essere forte. Il popolino, ignorante, si nutre
anche di invidia, ma non manca di un congenito sentimento di pietà
che fa sì che una ballata improntata allo scherno finisca con il
diventare un pietoso canto all'amore negato.
Da leggere, senz'altro, come tutti i libri di Valentino Rocchi.
Valentino Rocchi (Savignano sul
Rubicone, 1929 - Pesaro, 2010)
Ha pubblicato: "Una Storia a Castelvecchio" (Società editrice Il
Ponte Vecchio - Cesena); "L'Eredità di Venanzio" (Guaraldi - Rimini)
Vincitore del Premio letterario "Il Pungitopo" 2001."Notte all'Hotel
La Guercia" (Argalìa Editore);"Gli uomini di Bluma" (Giraldi
Editore) II Classificato al Premio "Palazzo al Bosco", 2002;"La
saggezza di Toni" (Giraldi Editore);Esce nell'anno del V centenario
della morte di Pandolfo Collenuccio, uomo di corte e di legge, dalla
vita straordinariamente avventurosa: "Notte all'Hostaria La
Guercia", Pandolfo Collenuccio, uomo di corte del XV secolo, (Giraldi
Editore) ambientato nel XV secolo, di cui è l'autore è profondo
studioso e conoscitore; nel 2008 "La Magia del fuoco" (Agemina) e
"1504 - Notte all'Hostaria La Guercia" (Agemina); nel 2009 "Il
pianoforte a coda" (Giraldi Editore), "La padrona di Santa Maria" (Giraldi
Editore), "Confrontarsi con Karolina" (Agemina), nel 2010 "Giolina"
(Agemina) e Menelicche (Agemina).
Renzo Montagnoli
28/11/2010
Morte dell’inquisitore
di Leonardo Sciascia
Prefazione dell’autore
Adelphi Edizioni
Collana Piccola Biblioteca Adelphi
L’annullamento delle fonti
“Pazienza
Pane, e tempo.
Queste parole,
graffite sul muro di una cella del palazzo Chiaramonte, sede del
Sant’Uffizio dal 1605 al 1782, Giuseppe Pitré riesce a decifrare nel
1906: insieme ad altre di disperazione, di paura, di avvertimento,
di preghiera; tra immagini di santi, di allegorie, di cose ricordate
o sognate.”
Il destino, spesso,
riserva delle sorprese del tutto particolari e al riguardo Leonardo
Sciascia mai avrebbe immaginato che quel personaggio di Fra Diego La
Matina, incontrato casualmente raccogliendo i documenti d’epoca per
il suo romanzo Il Consiglio d’Egitto, sarebbe
diventato il protagonista di un altro libro, un’opera ultimata anche
se incompiuta, suscettibile di nuove aggiunte, di altre ipotesi.
Certamente, più che il personaggio, è la genesi del reperimento
della documentazione, incompleta, che portò lo scrittore siciliano a
compiere un lavoro il cui grado di soddisfazione era per lui, per
quanto possa sembrar strano, nella possibilità e nell’esigenza di
rimettervi mano.
La vicenda in sé non è di eclatante interesse, con questo frate,
recidivo, più volte condannato a pene sempre più severe e che
infine, dopo aver ammazzato per esasperazione a manettate il suo
inquisitore, viene giudicato, ritenuto colpevole e sanzionato con la
pena capitale, secondo la più classica delle forme preferite dal
Sant’Uffizio: il rogo.
I diari dell’epoca sono scarni, con poche informazioni, anche perché
i documenti ufficiali sono stati bruciati nell’incendio ordinato dal
viceré Caracciolo ed è quindi lecito formulare più di un’ipotesi in
ordine al movente, e fra queste Sciascia respinge decisamente quella
del delitto passionale a suo tempo formulata da William Galt nel
romanzo storico Fra Diego La Matina.
O forse questo frate era reo di aver interpretato il messaggio di
Gesù Cristo in modo del tutto personale, con uno stravolgimento
della dottrina corrente, al punto che era meglio non scrivere nulla
delle sue idee teologiche, assumendo l’ipotesi che lamentasse
l’esistenza di un Dio non giusto se tollerava le ingiustizie.
Insomma, la mancanza degli atti del Tribunale lascia aperte tante
porte, nessuna delle quali tuttavia pare condurre a qualche cosa di
certo. Tutto sparito, anche se rimane il racconto dell’ultima notte
del condannato, assolutamente da leggere con la massima attenzione,
e la sua esecuzione, che avviene come se si svolgesse una festa
paesana, con nobili in gran sfoggio e gente bramosa di annusare il
profumo della morte.
Meticoloso nella ricerca com’era proprio Sciascia non
c’è dubbio che anche in questa circostanza abbia proceduto con il
massimo rigore, ma resta il fatto che, in assenza degli atti del
Tribunale, le certezze sono poche e che quindi non è difficile
comprendere il perché nella sua prefazione scriva, fra l’altro: “
La ragione è che effettivamente è un libro non finito, che non
finirò mai, che sono sempre tentato di riscrivere e che non
riscrivo aspettando di scoprire ancora qualcosa…”
Pagina dopo pagina si giunge alla convinzione che l’ispirazione
per l’opera non sia tanto la vicenda di questo frate, ma la mancanza
di fonti certe, la presenza solo di indizi che possono fornire al
più l’atmosfera di tragedia per l’operato del Sant’Uffizio, tutti
elementi che avrebbero fatto desistere qualsiasi autore, ma che per
Sciascia costituiscono l’idea di una riscrittura, che si avvale
proprio dell’annullamento delle fonti, per artatamente ricrearle,
dotandole di una sottile vena ironica che giunge a vette eccelse
nella pignolesca descrizione della parata che porta al supplizio.
L’autore realizza in tal modo un saggio esemplare, probabilmente una
delle più acute e lucide condanne della repressione delle libertà di
pensiero che siano mai state scritte.
E definirlo un’opera incompiuta è riduttivo, perché in effetti è un
lavoro che nel momento in cui si completa lascia aperte nuove
possibilità, nuove ipotesi, non tanto forse per un’altra
riscrittura, ma per una ulteriore integrazione. In pratica non c’è
un’ultima pagina, ma solo una pagina che chiude una porta nella
consapevolezza che se ne potrebbero aprire altre.
Morte dell’inquisitore non è un libro facile, come è
possibile comprendere, ma è di grande valore, senz’altro uno dei
migliori fra quelli scritti da Sciascia.
Leonardo Sciascia
(Racalmuto,
8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989). E’ stato autore di
saggi e romanzi, fra cui: Le parrocchie di Regalpietra
(Laterza, 1956), Il giorno della civetta (Einaudi, 1961),
Il consiglio d’Egitto (Einaudi, 1963), A ciascuno il suo
(Einaudi, 1966), Il contesto (Einaudi, 1971), Atti
relativi alla morte di Raymond Roussel (Esse Editrice, 1971),
Todo modo (Einaudi, 1974),
La scomparsa di Majorana
(Einaudi, 1975), I pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido,
ovvero Un sogno fatto in Sicilia (Einaudi, 1977), L’affaire
Moro (Sellerio, 1978), Il teatro della memoria (Einaudi,
1981), La sentenza memorabile (Sellerio, 1982), Il
cavaliere e la morte (Adelphi, 1988), Una
storia semplice (Adelphi, 1989).
Renzo Montagnoli
25/11/2010
d'Amore
2 di
Romantica Vany e King Lear
Lulu.com
Poesia silloge
Già la copertina
appare civettuola, con quel letto sfatto, sulle cui coltri tuttavia
campeggia un libro, a significare che l’arredo non serve solo a
riposare le membra, ma anche a rilassare e a nutrire la mente.
Poi, qualcuno più malizioso potrà dare una diversa interpretazione,
ma anche in questo caso la stessa non potrà che essere complementare
alla mia.
Le poesie d’amore sono spesso frutto d’impeto, poi mitigato in una
successiva ristesura, soprattutto per un naturale pudore, ma nel
caso di D’Amore 2 sembrano scritte di getto, senza
ulteriori ripensamenti, sono il frutto di un momento di passione e
in questo non possono che essere considerate sincere (Come
vampira / di sete assetata / io che amor conosco / e non conosco /
consapevole vittima / al Peccato prestata / io ti mordo, / il tuo
nudo corpo sfioro / con la lingua / lasciando / che sia serpente
sulla tua carne /…). E’ indubbiamente quella componente
dell’amore che è l’erotismo, ma traslata in versi, senza
occhieggiare la verve dell’Aretino; non infastidisce, anzi
interessa perché naturale senza essere volgare, pur se risente di
millenni di educazione cattolica che porta a considerare la passione
un peccato. O forse quell’accenno è un istante di pudore che, pur
non frenando l’espressione esplosiva del sentimento, tende a
ricercare una scusante per ciò che in effetti non è da scusare.
Ma ci sono anche riflessioni, meno spontanee e frutto di
un’elaborazione mentale che si radica lentamente nel tempo ( …/
Selvaggia la pelle tua / addosso alla mia, carnose / le tue labbra
mi sanno conquistare, / baci uguali non esistono, / trasformano / i
battiti del mio cuore / nell’eco d’un cannone, / Fiero animale / un
po’ orso un po’ alieno / profumo effuso di te / mio desiderio).
Non manca, tuttavia, anche la quieta serenità che riviene dalla
certezza di un amore consolidato, ben espressa, senza astruse
fantasie, e comunque immediata, pur se questi versi non possono che
essere stati oggetto di una stesura più dilazionata, attenta a
ricreare un momento di estatico compiacimento ( …/ Mi son vista
proiettata / indietro nel tempo / - come in un sogno - / e noi
eravamo là mano nella mano / a ridere senza motivo / per un
nonnulla, per la pasta scotta / e il cocomero tagliato a spicchi /…).
La quotidianità dei gesti, il senso di una vita in comune emerge
come una rassicurante certezza di un sentimento indissolubile, in un
appagamento sensoriale che svela solo pudicamente il sogno.
E non bastasse, a stemperare, non guasta un po’ di romanticismo, non
melenso, ma comunque volto a completare un quadro d’amore che non è
solo passione e carnalità, ma anche febbre che brucia dentro nel
profondo e che si sfoga in gesti, in parole in cui il sentimento
finisce con il prevalere (Piove, / la verde erba del mattino
bagnata; / su quel raggio di sole / - che le nubi divide / facendomi
l’occhiolino - / vorrei segnare i nostri nomi / sognando una
gentile serata / di luce di stelle. /…).
Se questa è l’espressione poetica di Vany, altra cosa è quella del
coautore, una sorta di comportamento burbero, quasi distaccato,
sotto il quale si cela tuttavia una non meno forte passione. Il
maschio è meno disponibile a scendere a compromessi, a squarciare il
suo petto per mostrare il suo sentimento, eppure questo fra le righe
compare, con versi solo in apparenza scanzonati (Bimba, amami
ancora / Amami prima che ceda alla pazzia / Non m’interessa il Sole
/ non me ne frega un piffero della Luna / Ho un chiodo fisso
solamente e sei tu /…).
Ciò non toglie che lui veda lei come un soggetto da proteggere,
sotto le sue ali di maschio solo in apparenza navigato, e così
dedica al suo “amore” dei versi quasi civettuoli (Il mio amore al
vento è una bambina / tenera e piccina, romantica e testarda /…);
è un passo graduale che alfine sfocia pure in una visione romantica,
in parole che non lasciano scampo, né possibilità di fraintendimento
( Se mi chiedessero di morire / per un tuo bacio, / lo farei. /
Così potrei vantarmi / con gl’angeli / d’aver visto il paradiso /
prima di arrivarci.).
Sorprende, nel leggere questa silloge, di trovare un Giuseppe
Iannozzi tenero e delicato sotto una patina di uomo vissuto e una
Viola Corallo più concreta, più trasparente, messa a nudo nei suoi
sentimenti senza ombra di pudore. Nel gioco delle parti in una
coppia non ci dovrebbero essere né vincitori né vinti, però, se
fosse in mio potere dare un giudizio in una tenzone amorosa come
questa, propenderei di attribuire la vittoria, ai punti, a lei, alla
donna, all’oggetto delle nostre attenzioni a cui non riusciamo a
sottrarci e in questo senso la silloge ben rappresenta l’eterno
contrasto fra lo spirito femminino e quello maschile, contrasto
indispensabile per giungere a un accordo di coppia sincero,
autentico e duraturo.
D’Amore 2 è una piacevole raccolta di poesie, per certi aspetti una
positiva sorpresa, che sono sicuro non deluderà i lettori.
Gli autori
Romantica Vany è l’alias di
Vanessa Viola Corallo, mentre King Lear
è quello di Giuseppe Iannozzi. Piuttosto restii a fornire
informazioni sulla loro vita, sono comunque conosciuti su Internet
per i loro blog e siti; Giuseppe Iannozzi è noto in qualità di
giornalista e critico letterario indipendente e fuori dai canoni.
Pubblicazioni:
1)
Iannozzi Giuseppe – Morte all’alba – narrativa,
tramite Lulu.com; Racconti di nani e giganti - narrativa,
tramite Lulu.com; Premio Strega – narrativa, tramite Lulu.com;
Nere gli anni delle innocenze – poesia – tramite Lulu.com.
2)
Giuseppe Iannozzi e Vanessa Viola Corallo – d’Amore –
poesie – tramite Lulu.com; d’Amore 2 – poesie – tramite
Lulu.com.
Siti e blog:
http://iannozzigiuseppe.blogspot.com/
http://www.jujol.com/
http://iannozzigiuseppe.wordpress.com/
http://biogiannozzi.splinder.com/
http://romanticavany.splinder.com/
Renzo Montagnoli
23/11/2010
Plettri nelle mani di Dio
Improvvisi a quattro mani sul tema
The Beatles
di
Andrea Barghi e Maurizio Grasso
Presentazione di Italo Inglese
Copertina di Vincenzo Bosica
Edizioni Tabula Fati
www.edizionitabulafati.it
Saggistica
Collana Maschera e volto
Musica e mito
Sul quartetto di Liverpool sono stati
scritti libri a profusione, così che non farebbe notizia questo Plettri
nelle mani di Dio se non fosse strutturato in modo
particolare, con tanti capitoletti che si possono leggere senza un
ordine logico, articoli anche di critica e curiosità, spesso ignote
ai più.
Resta il fatto che scrivere di questo complesso, che è senz’altro
quello di maggior successo di sempre, non è in ogni caso mai troppo,
visto il rilievo che hanno avuto in campo artistico, di fatto
influenzando profondamente il mondo della musica leggera nella
seconda metà del secolo scorso.
Con il trascorrere del tempo, poi, il mito anziché calare, aumenta
vistosamente, complici anche eventi successivi allo scioglimento del
quartetto, come l’omicidio di John Lennon o la morte, per malattia,
di George Harrison.
Perfezionisti fino all’incredibile, i Beatles inaugurarono un nuovo
genere, a base ritmico-melodica, di elevatissima qualità, con
canzoni che sono entrate nella storia come Yesterday e Penny Lane.
Anche sotto il profilo delle esecuzioni, accanto a un batterista e
percussionista come Ringo Star, c’erano le magiche chitarre soliste
di John Lennon, George Harrison e Paul McCartney, e non a caso il
titolo di questo libro è azzeccato (Plettri nelle mani di Dio,
dove il plettro, per chi non lo sapesse, è quel piccolo triangolo di
plastica con cui si pizzicano le corde di quegli strumenti).
Barghi e Grasso, pur restando nel filone mitico dei Beatles,
forniscono notizie che possono andare oltre la semplice curiosità,
indubbiamente interessanti per un patito di questo complesso e in
ogni caso eloquentemente significative per quelli (non molti in
verità) ne ignorano addirittura l’esistenza.
Si passa così dal primissimo periodo di gavetta, analizzando la
trasformazione della loro impronta musicale grazie soprattutto a
Lennon, al fortunato incontro con George Martin, che oltre a
divenire il produttore di tutti i loro album, grazie alla sua
formazione classica, riuscì a tradurre le tantissime idee del
quartetto nei famosi arrangiamenti e li supportò, coordinandoli,
nella particolare tecnica del suono.
Addirittura ci sono alcune pagine dedicate al famoso basso di Paul
McCartney, suonato in modo divino, quasi da farlo diventare voce e
strumento.
Insomma, Plettri nelle mani di Dio, è un libro da
leggere, magari con il sottofondo musicale dei brani che vengono
citati, un’occasione in più per riascoltare o ascoltare per la prima
volta musiche veramente immortali.
Andrea Barghi
è nato in Toscana nel 1953 ed è un fotografo naturalista affermato
in Italia e all’estero.
Ha collaborato con famose riviste di cultura e fotografia
("Airone", "Oasis", "I Viaggi di Repubblica", "Fotografia Reflex",
ecc.) e curato numerosi libri fotografici e pubblicazioni
multimediali
(come Io Fotografo e Video per E-ducation ed RCS).
Da una decina di anni ha fondato l’agenzia di progetti creativi
"Everland" insieme alla compagna, art-director e copy-writer, con la
quale ha realizzato reportages, mostre e numerose pubblicazioni -
per citarne alcune Andrea Barghi - Fotografo di Emozioni (Everland,
2005), Luci e Silenzi (Everland, 2006), Il Rinascimento
del Paesaggio (Pacini, 2009).
È attualmente impegnato in progetti di comunicazione in
collaborazione con soggetti pubblici e privati per la valorizzazione
del patrimonio internazionale di natura, arte e cultura.
Vive tra la Toscana e la Svezia.
Maurizio Grasso
è nato a Roma nel 1956 ed è un ex manager aziendale. In campo
letterario, dopo un paio di prove narrative giovanili (L’uomo che
piange lacrime d’ambra, Edicias, Roma 1985; La bestia,
Solfanelli, Chieti 1992), nel 2009 ha pubblicato la raccolta di
racconti Luci di costiera (Aracne, Roma). A partire dagli
anni Novanta ha iniziato un’intensa attività di traduzione dal
francese per conto di varie case editrici (Newton Compton,
Mondadori, Editori Riuniti, Lucarini ecc.), curando una quarantina
di volumi, soprattutto classici della letteratura francese:
Flaubert, Stendhal, Maupassant, Proust, Gautier, Hugo, Mérimée,
Sade, Voltaire, Verne, Zola e altri. Ha collaborato con racconti,
versioni e articoli alle riviste “Foreste sommerse”, “Idea”, “Inonija”,
“Nuovo Confronto” e “Lettera internazionale”.
Renzo Montagnoli
21/11/2010
Georgiche
di Publio Virgilio Marone
Testo latino a fronte
Introduzione, traduzione e note
di Mario Ramous
Garzanti Libri
Poema
Collana I Grandi Libri
Il valore del lavoro per uno scopo comune
Virgilio si è ormai imposto come autore di grande pregio con le
Bucoliche e ha l'opportunità di conoscere Mecenate, di origine
etrusca, ricco, ascoltato consigliere di Augusto, aperto alle arti e
alle idee, protettore di numerosi artisti di rango. Entra subito nel
suo giro e ha così modo di conoscere Ottaviano, che solo dopo la
battaglia di Azio, sconfitto Antonio, potrà formalmente
concretizzare l'idea di uno stato con Roma imperiale.
Le guerre civili hanno lasciato pesanti strascichi di carattere
economico, con le campagne abbandonate, anche perché l'incertezza
che ha dominato sovrana per anni incuteva, giustamente, grossi
timori negli agricoltori, poco propensi a coltivare una terra che
poteva loro essere strappata da un momento all'altro.
La riorganizzazione dello stato non può prescindere dalla soluzione,
ormai indifferibile, degli approvvigionamenti alimentari e quindi
Augusto deve ridare fiducia a chi coltiva la terra, avviando una
vasta campagna, che si potrebbe definire pubblicitaria, imperniata
soprattutto sul valore del lavoro dei campi, non disgiunto
dall'apprendimento di tecniche di coltura, quasi dimenticate in
quegli anni di sangue, paure e incertezze.
E' così che Mecenate propone a Virgilio di scrivere un poema
didattico e il poeta mantovano accetta alle condizioni che non gli
vengano posti inderogabili limiti di tempo e che possa mantenere una
certa indipendenza, di modo che l'opera non sia esclusivamente
didascalica, ma anche letteraria.
Nascono così le Georgiche, un lavoro in 4 libri per complessivi
2.183 esametri, forma metrica idonea a un poema epico-didascalico.
Il risultato è stupefacente e Virgilio, grazie al suo genio,
travalica i suggerimenti di Mecenate, con una visione dell'umanità
indubbiamente asservita al potere imperante, ma comunque del tutto
universale, una comunità dagli stretti legami, laboriosa, rivolta
solo al bene comune, proprio come le api dell'alveare.
Ottaviano ne fu addirittura estasiato, perché il poeta mantovano
aveva scritto un'opera perfetta, non solo sotto l'aspetto
stilistico, ma anche perché aveva capito perfettamente l'essenza
della politica del primo imperatore ed era riuscito a tradurla in
lettere in modo del tutto accattivante e comprensibile.
Del resto le Georgiche, a differenza delle Bucoliche in cui la vita
è di pura fantasia, parlano di un mondo reale, e benché la
creatività dell'autore lo abbia aiutato nella stupenda descrizione
dei paesaggi, si avverte in modo incontrovertibile che questa era
frutto di un'osservazione diretta degli stessi.
La circostanza non è strana, se consideriamo l'origine celtica di
Virgilio, con tutti gli influssi che ne derivano e con una visione
di animali e di piante, considerati del tutto simili all'uomo, con
sentimenti analoghi.
Le Georgiche sono un altro capolavoro e quindi la lettura è
vivamente raccomandata.
Publio Virgilio Marone (Andes,
15 ottobre 70 a.C - Brindisi, 21 settembre 19 a.C.).
Opere principali: Bucoliche, Georgiche, Eneide.
Renzo Montagnoli
15/11/2010
Amicizia fra le dune
di
Silva Ganzitti
Copertina di Elisaberra Gallina
Illustrazioni di Carolina Savonitto
Edizioni Tabula Fati
www.edizionitabulafati.it
Narrativa favola
Collana Fiabetica
Una simpatica favola
Si fa spesso confusione fra fiaba e
favola, ritenendoli perfetti sinonimi. Ma non è così, perché la
favola si distingue per il fatto che i suoi personaggi sono animali
ed è fornita di una morale.
Silva Ganzitti, autrice di numerosi testi per bambini, ha
confezionato con Amicizia fra le dune una graziosa
favola che vede come protagonista principale un animale spesso
trascurato, un simpatico crostaceo, che ha avuto la disgrazia di
nascere con due robuste ventose al posto delle classiche chele.
Ovviamente in lui si riflettono comportamenti e atteggiamenti umani
che rappresentano proprio la chiave di successo di questo genere.
Azioni, pensieri, reazioni non sono proprie dell’animale, ma sono
tipiche di ogni uomo, e questo il mezzo che, nell’attrarre
l’attenzione di un bimbo, consente anche di educarlo.
Il simpatico gamberetto, che si sente emarginato per questo difetto
fisico, cercherà sulla terra di avere una risposta e magari una
soluzione al suo problema. Lì incontrerà degli amici, un’anatra e
due fenicotteri, con tante avventure, sovente esilaranti, che
portano, come si conviene, a un lieto fine.
In questa favola viene tratteggiato il valore dell’amicizia che può
molto, anche se non tutto, e, in relazione alla tematica del
“diverso”, finisce con l’essere l’unico sistema per uscire
dall’emarginazione.
Ripeto, il protagonista principale, a cui la fantasia dell’autrice
ha fatto mettere in testa un ciuffo, desta immediata e particolare
simpatia, così come gli amici che poco a poco incontrerà.
Scritto con garbo e accompagnato da illustrazioni in tema realizzate
dalla figlia della favolista, Amicizia fra le dune è
un racconto spigliato e gradevolissimo, adatto a bimbi a partire
dagli otto anni, ma che non deluderà di certo nemmeno gli adulti,
visto che a me ha strappato più di un sorriso.
Nata nel 1962 in Friuli,
Silva Ganzitti
alla scrittura c’è arrivata d’un tratto. Passione tardiva, ma
ugualmente coinvolgente, in pochi anni ha riempito quaderni di
appunti e fiabe abbozzate, che sono poi diventate storie e racconti
non solo dedicati all’infanzia.
Ha pubblicato quattro testi per l’infanzia con 0111 edizioni:
Amici di Duna (2005), Mistero nel Sottobosco (2005),
Domitilla voleva un Unicorno (2007) e Abdul genio in
ribasso (2007). Tutti i testi sono prevalentemente
commercializzati online.
Abdul genio in ribasso, è entrato nel catalogo Danae in
seguito ad una bella recensione di un autore di racconti e romanzi
per l’infanzia, Beppe Forti.
Racconti dal Sottobosco raccoglie tre storie legate tra
loro da una cornice geografica che le ambienta nella pedemontana
friulana, territorio di origine dell’autrice.
Renzo Montagnoli
12/11/2010
Le quattro stagioni di un vecchio
lunario
di
Luisito
Bianchi
Sironi Editore
www.sironieditore.it
Narrativa
Collana Indicativo Presente
Gli
irripetibili istanti del cerchio della vita
“Come il puntino
che salda il cerchio della vita con le sue quattro stagioni, sempre
più piccolo man mano che il cerchio si perfeziona fino a diventarne
un tutt’uno con esso. Càpita quindi di indicare un qualsiasi punto
del cerchio e dire con sicurezza: è questo il punto che salda tutto,
e sono infiniti i punti dato che il cerchio è perfetto. Come il
respiro, il battito del cuore e delle ciglia in questo preciso
momento in cui scrivo salda tutti quelli che ci sono stati con
quelli che verranno.
Per dirvi, cari,
che, nella perfezione del cerchio che è la vita di ogni uomo, ogni
momento è importante quanto il tutto, e che questo sentimento lo si
prova nella sua profonda verità quando i ricordi di stagioni lontane
diventano memoria, proprio come queste pagine di ricordi sono
diventate in me memoria. E la memoria è il puntino impercettibile
che salda il cerchio della vita e mi fa dire, come succo di queste
storie di vecchio lunario: vivere, ne valeva la pena
28 novembre 1984 – 8 agosto 1985”
Così, con
queste parole, frutto di una profonda riflessione che i ricordi
hanno maturato, si conclude l’ultimo libro di Luisito Bianchi, un
inno all’epoca più bella della vita di ogni essere umano, quella
della giovinezza, spensierata, gaia, in cui gli ideali non devono
ancora far conto con la realtà del mondo.
E un paese della pianura padana, immerso nelle nebbie dell’autunno,
quattro anime, tre case e una chiesa, torna a rivivere com’era tanti
anni fa, in un processo di elaborazione dei ricordi che si trasforma
in memoria.
Vescovato è ancor oggi un piccolo borgo, per certi versi
irriconoscibile rispetto a quello degli anni giovanili dell’autore,
ma qui torna a essere il centro di ogni interesse, l’immagine
ingiallita di un’epoca che si colora ancora delle emozioni
trascorse, sopite e che prepotenti riemergono. Così la penna,
sapientemente guidata, ferma sulla carta figure e paesaggi, a
definire un microcosmo in cui si muovono personaggi ormai scomparsi,
che ora tornano a nuova vita.
Più che un racconto questa narrazione finisce con il diventare il
recupero della propria trascorsa esistenza, nell’avvicendarsi di
stagioni astronomiche che si confondono con quelle della vita, una
sinfonia di suoni, di voci, di visioni e di aromi che piano piano
avvolge il lettore, fino a penetrargli dentro, a coinvolgerlo, sì
che da semplice spettatore ambisce a essere protagonista di una
storia irripetibile.
E questo è il grande merito di questo libro, perché la memoria di
Luisito diventa anche la nostra memoria, perché Vescovato diviene il
nostro paese in cui avremmo desiderato di essere nati, per vivere
con lui, con l’autore, le esperienze di una giovinezza ricca per
l’animo e ritrovare quelle radici che il tempo che passa, convulso e
orfano della nostra attenzione, sembra aver reciso.
Dal gioco della lippa alla festa di paese, dai giorni scanditi dalle
ricorrenze religiose alla neve nei campi, al profumo di pulito dei
fiori del granturco, si disegna così, armoniosamente, questo grande
cerchio fatto di momenti, tutti egualmente importanti.
Appaiono figure vicine, come quelle dei familiari, oppure altre,
solo in apparenza meno rilevanti, perché la vita di ognuno di questi
è stata un cerchio che si è intersecato con quello di Luisito,
personaggi che la storia non ricorderà, perché quella parla solo dei
capi, ma questi protagonisti minori sono assai più importanti,
perché il loro modo di essere ha rappresentato un’esperienza diretta
insostituibile.
La mano dell’autore è lieve, mai incline alla facile commozione, ma
in questa commedia umana ci sono attori che di per sé portano a
sensazioni di grande emotività, come Giuliano con il suo asino, o
meglio ancora Nèna e Céli, la cui bontà è tanto grande quanto la
loro miseria.
Ho scritto prima che Luisito ha dato memoria a un microcosmo, ma
ognuno dei componenti di questa piccola realtà ha una sua grandezza,
in molti casi immensa, perché ognuno ha saputo restare nel ricordo,
ora diventato memoria.
Se La messa dell’uomo disarmato è considerato il più
bel libro sulla Resistenza - e non solo su quella aggiungo io
-, Le quattro stagioni di un vecchio lunario è
uno stupendo canto alla vita, una di quelle opere, rare, che non
gettano sassi nelle acque ferme degli stagni, ma che sussurrano
lievi agli uomini l’autentico significato da dare alla loro
esistenza.
E mi sembra d’obbligo ringraziare Luisito Bianchi per averci dato un
altro capolavoro.
Luisito
Bianchi è
nato a Vescovato nel 1927 ed è sacerdote dal 1950. È stato
insegnante e traduttore ma anche operaio, benzinaio e inserviente
d’ospedale. Ora svolge funzione di cappellano presso il monastero di
Viboldone (Milano). Ha pubblicato:
Salariati (1968), Gratuità tra cronaca e storia
(1982), Dittico vescovatino
(2001), Simon mago (2002), Dialogo sulla gratuità
(2004) e Monologo partigiano (2004). Con Sironi ha
pubblicato
Come un atomo sulla bilancia
(2005),
I miei amici-Diari
(2008) e
La messa dell’uomo disarmato
(2002), il suo grande romanzo sulla Resistenza, elogiato da critica
e pubblico.
Hanno detto di lui: «Un punto di riferimento per chi ama la
letteratura, per i critici e per i lettori che hanno trovato nei
libri di questo autore un seme di verità, una parola vera e
necessaria» (Avvenire); «Un autore di densissimo spessore
umano e spirituale» (La Stampa); «Don
Luisito Bianchi è sempre stato ed è un prete "scomodo", di
quelli pronti a mettersi in gioco» (L’Unità).
Renzo Montagnoli
10/11/2010
Il mondo Sottosopra
raccolta poetica di
Maristella Angeli
Rupe Mutevole Edizioni 2010
www.reteimprese.it/rupemutevoleeedizioni
E’ un nuovo inno
all’amore questa raccolta poetica di Maristella Angeli?
Certo che l’amore la pervade. C’è quello per il suo compagno di
vita, quello per la bambina che nasce, quello per la Natura, a cui
l’autrice ci ha ormai abituati, dal momento che è sempre
protagonista nelle sue poesie, e c’è quello per le persone comuni
che, affrontando giorno dopo giorno la vita, tentano disperatamente
di vivere meglio che possono. Ma soprattutto c’è l’amore per la
madre che, scomparsa da poco, lascia una ferita profonda e
inguaribile nell’anima di Maristella. Una mamma che ci viene
descritta pittrice, poetessa, un’artista insomma, ma anche una
protagonista irriducibile della vita, una figura materna che è
universale e che, come in ognuno di noi, trova il suo posto per
sempre nell’anima dell’autrice. Il dolore per la sua morte però è
immenso e destabilizza, ma proprio questo fa scattare qualcosa che
la poetessa non ha mai manifestato precedentemente nelle sue
sillogi. La ribellione! Tra le parole che, struggenti, in un afflato
di sentimento davvero coinvolgente e commovente, incantano per la
loro bellezza e che hanno del magico, si insinua la voglia di
riscatto verso un destino beffardo e tiranno. C’è meno rassegnazione
questa volta nei confronti della vita che nega e fa soffrire e che,
nella sua ineluttabilità, strappa con la morte la figura della
madre, la figura cioè dell’amore vero, assoluto, incondizionato e
pertanto insostituibile. La poetessa soffre moltissimo, come del
resto soffriamo noi, leggendo il suo dolore, vivendo insieme a lei
la straziante assenza di colei che s’identifica con la stessa gioia
di vivere. L’autrice mescola il proprio pensiero nel colore del
mare e nel colore della nostalgia di un campo di papaveri e
fiordalisi. Ritornano i fantasmi del passato, i ricordi funesti
di un’infanzia che ha tolto più che regalato, e il tempo delle
speranze perduto ormai per sempre, portato via dal vento che
contemporaneamente ha portato via mamma Giuliana. Quindi
stavolta è un amore che s’impone, non più tanto languido e
malinconico soltanto, ma determinato, deciso, spavaldo, coraggioso,
in una parola invincibile. La sfida alle leggi che regolano il
tempo e lo spazio si legge spesso tra le righe e la ribellione
dell’autrice arriva a voler capovolgere il mondo conosciuto, perché
facendolo, mira a capovolgere le spietate regole che la vita ci
impone. Sono convinto che tutti noi abbiamo tante volte sperato di
tornare indietro, anche solo per poco, di attorcigliare indietro il
nastro dei giorni, far procedere il tempo all’incontrario per
vincere la morte e, nel caso della Angeli, per rivedere la madre e
poter ancora parlare con lei.
Coerentemente è chiaro che l’incanto a cui la poetessa ci ha
abituato nelle precedenti sillogi, come pure la ricerca di rifugio e
serenità nella magica Natura, sua vera e propria musa ispiratrice,
sono elementi velati di disillusione, mentre i contrasti che ne
conseguono si fanno evidenti, violenti quasi a tratti, e solo la
possente forza vitale della Angeli riuscirà a domare tanto
annichilimento interiore.
Così l’autrice si veste di vento, malgrado i pensieri siano
in balìa di fitte nebbie e la notte riporti paure da tempo sopite.
La luce si contrappone ad un buio minaccioso tra bianco e nero e
amore per la prima volta fa rima con dolore. Allora la poetessa alza
lo sguardo al cielo, perdendosi a contare le stelle, si eleva
alla luna per fuggire una realtà troppo spietata, ma la luna è a
pois, ed è fredda, anche se ancora riscalda i cuori innamorati.
La Angeli sembra disperata nella sua ricerca di infinito e di amore
che non muore e ancora una volta chiede aiuto alla sua forza
naturale, a quella incontrastata voglia di vivere, malgrado tutto,
che la rende invincibile. Nel sentimento profondo e puro verso il
proprio compagno ella si eleva al di sopra di tutto e finalmente
riesce a sorridere, a risentire il vento soffiare da amico, la luce
baciarla come sempre trasformando la voce dell’amore in un
iridato arcobaleno che di nuovo e per sempre splende negli
occhi innamorati.
Emanuele Marcuccio nella sua prefazione arriva ad accostare la
poetica della Angeli in questa silloge a quella del grande
Ungaretti, per musicalità ed essenzialità. Aggiungerei che in questa
raccolta l’autrice, per la forma poetica, il respiro interiore, la
dolcezza visiva e la notevole vis onirica, a mio avviso si avvicina
molto, pur nella diversità, ad un’altra grande poetessa: Emily
Dickinson.
Una silloge preziosa questa della Angeli, che si dimostra ancora una
volta e sempre di più una grande interprete dei sentimenti umani e
della vita di ognuno di noi.
Sandro Orlandi
Maristella Angeli è nata a Foligno (PG) nel 1957,
risiede a Macerata (MC). Dopo aver conseguito il Diploma ISEF a
Perugia (PG), ha insegnato Educazione Fisica acquisendo, previo
corso biennale, la Specializzazione Polivalente. Da molti anni,
presta servizio come docente di Sostegno.
Ha frequentato corsi di mimo e la Scuola di Recitazione Sangallo a
Tolentino (MC) conseguendo, previo corso regionale biennale,
l'attestato di «Animatrice attrice teatrale e sociale». È stata una
componente di un Gruppo Teatrale Amatoriale partecipando a
rappresentazioni nazionali, internazionali e al IX Festival Mondiale
Principato di Monaco (Montecarlo). Ha condotto corsi di recitazione
per adulti, ha coordinato progetti a favore dell'integrazione
sociale dei soggetti diversamente abili, basati sulla “Globalità del
linguaggio”.
Ha pubblicato: «Alla ricerca del
proprio corpo: animazione e ricerca gestuale nell'Educazione fisica»
(Lo Faro Editore, Roma 1982, didattica), «Gocce di vita» (Il Filo
Editore, Roma 2008, poesia), «Tocchi di pennello» (MEF L'Autore
Libri Firenze, 2008, poesia), «In ascolto» (MEF L’Autore libri
Firenze, 2010, poesia), «Specchi dell’anima» (Edizioni Progetto
Cultura, Roma 2010, poesia), «Il mondo sottosopra» (Rupe Mutevole
Edizioni Bedonia (PR) 2010, poesia).
Ha conseguito primi premi in concorsi: 1982 «T.
Campanella» Roma, per il libro edito; Premio Internazionale
«Pennello d'oro» Corno Giovine (MI) per la pittura; 2008 per la
poesia: Premio Internazionale «Una terra di leggende» Parco dei
Castelli Romani (RM). E’ giunta quarta al concorso Internazionale di
poesia Città di Torvaianica (RM) 2009. Ha ricevuto il Diploma di
merito per l’Opera «Gocce di vita» e per la silloge «Tocchi di
pennello» conferiti al Premio Nazionale AlberoAndronico Roma 2008 e
2009. La sua raccolta poetica «Specchi dell’anima», è stata inserita
tra le iniziative per il 5 giugno Giornata Mondiale Ambiente
e sul sito della Regione Marche, Cultura Marche.
Il suo racconto
“Una vita passata” è stato
selezionato ed è inserito nell’antologia I
sentieri del cuore,edito dalla Casa Editrice Montag,
Tolentino (MC).
Ha ricevuto Menzioni d’onore ed è giunta
finalista in numerosi Concorsi Letterari nazionali ed
internazionali. Le sue poesie sono state selezionate dal noto
scrittore Elio Pecora ed inserite nella rivista internazionale
«Poeti e Poesia» 2009. Sue poesie, sono state inserite
nell’Antologia Il rifugio dell’aria, Poeti delle Marche
2010.
Ha partecipato ad eventi letterari: 2008 Festival Internazionale
di Letteratura Aggiornata, Poetesse nel Parco,
Poetry Slam IV edizione a Macerata (MC); V, VI e VII edizione
della mostra itinerante «Poesia in libertà» Toffia (RI). E' entrata
a far parte del «Club dei 100» Dimensione Autore, Torino
(TO). Sue poesie e note bio-bliografiche sono inserite in antologie,
in siti e blog letterari.
10/11/2010
Il giorno dei morti
L’autunno del commissario Ricciardi
di Maurizio de Giovanni
Fandango Libri
www.fandango.it
Narrativa romanzo
Le solitudini di un piovoso autunno
“La domenica
sotto la pioggia è tutta un’altra cosa.
Ti mette di fronte a quello che non pensavi, a quello che non
avresti mai voluto…..La domenica sotto la pioggia chiude le porte…”
Il brevissimo estratto del capitolo XLIX offre già la misura di
quello che è Il giorno dei morti, un romanzo giallo (
per la prima volta nella serie che ha per protagonista il
commissario Ricciardi c’è un’indagine complessa e intricata, come
nelle opere dei migliori autori del genere), ma soprattutto un libro
sulla solitudine, accentuata da una fine di ottobre piovosa, umida,
quasi laida, che allontana fra di loro i protagonisti.
Il tutto prende spunto dal ritrovamento del cadavere di un bambino,
uno scugnizzo, in una nicchia di una scalinata, il corpo composto
come se dormisse e accanto, a vegliare, un cane bastardo. I
risultati autoptici diranno che è stato avvelenato, probabilmente
con l’ingestione, per fame, di un boccone per topi contenente
stricnina. Quindi l’ipotesi più plausibile non è di trovarsi di
fronte a un delitto, bensì a un mero incidente. Ma il commissario
Ricciardi non ne è sicuro, perché quella sua possibilità e condanna
che è in lui di vedere le vittime da vive, nel momento del trapasso,
udendo altresì le loro ultime parole, nel caso del bambino non si
concretizza, segno che il corpo è stato messo lì dopo la morte e, se
è così, allora i dubbi e i sospetti sorgono.
In una città di piccole gioie e di grandi dolori come Napoli, sotto
una pioggia inclemente che acuisce la profonda malinconia di base,
nei giorni immediatamente antecedenti a una visita di Mussolini che
agita le istituzioni locali e che stringe gli abitanti in una morsa
d’acciaio, lui, Ricciardi, proseguirà le indagini per conto suo, non
ufficialmente quindi, perché è evidente che gli è impossibile
contestare in modo logico l’ipotesi dell’incidente e per farlo
troverà una scusa (affinchè ad altri poveri bambini non accada di
mangiare, per fame, un boccone avvelenato) che finisce con il
diventare il vero e autentico messaggio dell’opera: lo sdegno,
immenso, per le ingiustizie che nasce da un convinto sentimento di
pietà per le vittime.
Fra mille avventure, affollate da personaggi indimenticabili, fra i
quali spiccano il fidato brigadiere Maione, la cantante Livia che lo
brama da tempo e la dirimpettaia Enrica silenziosamente innamorata,
si arriverà alla fine del libro, con la soluzione del caso,
lasciando la condizione indispensabile affinchè Ricciardi e gli
altri attori di questo teatro della vita non ritornino nell’ombra,
ma possano ancora allietare i lettori.
Dei quattro romanzi, corrispondenti alle quattro stagioni, Il
giorno dei morti è senz’altro il più maturo, il più
equilibrato e anche il più riuscito, ma questo era logico, perché de
Giovanni, nei suoi precedenti, è andato ancor più accentuando
l’eccellente livello di quel suo primo Il senso del dolore
con cui si è rivelato; fra l’altro, è un autore che continua a
sorprendere per lo stile pulito, per l’accuratezza
dell’ambientazione, per pagine, molte, venate da una provvidenziale
vena poetica, per la caratterizzazione ineccepibile dei
protagonisti, senza dimenticare la grande capacità di non ripetersi,
ma di cercare e trovare ogni volta qualche cosa di veramente nuovo
che possa ulteriormente interessare.
Il giorno dei morti è quindi un capolavoro, un romanzo di
rara bellezza, avvincente come pochi, la cui lettura, più che
consigliata, è vivamente raccomandata.
Maurizio de
Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Ha
scritto, fra l’altro, Il senso del dolore (Fandango
Libri 2007), La condanna del sangue (Fandango Libri
2008), Il posto di ognuno (Fandango Libri 2009). La
serie del commissario Ricciardi è stata già venduta in Germania e in
Francia.
Renzo Montagnoli
09/11/2010
Le guerre navali nel Mar Baltico
di Gabriele Faggioni
Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it
Saggistica storica
Collana Faretra
Un teatro di guerra poco conosciuto
Il Mar Baltico, per la sua conformazione e per il suo accesso
all'Oceano Atlantico limitato dalla Danimarca che si protende quasi
ad unirsi alla penisola scandinava, è un bacino che poco si presta a
grandi scontri navali fra flotte consistenti; tuttavia, nel corso
del primo e del secondo conflitto mondiale, è stato teatro di
numerosi scontri, più importanti in un quadro tattico che in una
visione strategica. Del resto, a rendere ancora più piccolo questo
specchio d'acqua provvidero i contendenti creando vaste zone minate
in cui incapparono, con le immaginabili conseguenze, non solo navi
mercantili, ma anche scafi militari. In ogni caso le perdite, se non
furono eclatanti come in altri teatri operativi, come il Mare del
Nord, furono tuttavia di non poco conto, soprattutto per una marina,
quella Russa, che di fatto più di altre era impegnata a difendere le
sue coste.
Gabriele Faggioni con questo suo libro ha esaminato le condotte
belliche dei due principali contendenti nelle due guerre (Germania
Imperiale e Russia Zarista per la prima, Germania Nazista e Unione
Sovietica per la seconda), fornendo un quadro assai esaustivo sulle
principali azioni condotte e sulle perdite di entrambi i
belligeranti.
Da queste pagine, integrate con cartine geografiche e con fotografie
delle principali navi impegnate, esce un quadro di scontri quasi
quotidiani, mai comunque di battaglie del tipo di quelle avutesi
nell'Atlantico e nel Pacifico, proprio perché la limitata estensione
del Baltico rende impossibile manovre di grandi flotte, che
sarebbero altresì sottoposte, data la vicinanza delle coste, a
interventi aerei piuttosto frequenti e incisivi.
Così, giorno dopo giorno assistiamo alla progressiva disfatta della
Germania, sia nel primo che nel secondo conflitto mondiale, tuttavia
fino in ultimo in grado con le sue navi di impensierire gli
avversari.
E ci sono anche imprese epiche, come l'evacuazione per mare,
avvenuta negli ultimi mesi del conflitto, di oltre due milioni e
mezzo di cittadini tedeschi minacciati dalla violenta offensiva
sovietica, risultato ottenuto grazie a un'organizzazione non ancora
sfaldata e all'indubbio eroismo dei marinai tedeschi, di cui non
pochi perirono in questo sforzo titanico.
Il libro di Faggioni riesce quindi a fornire un resoconto di un
teatro di guerra marittima forse minore, ma se il Mar Baltico ha
costituito lo scenario di tante scaramucce, sui suoi fondali
giacciono tanti ignoti marinai, di entrambi i contendenti, a
dimostrazione che in una guerra mondiale non esistono posti più o
meno sicuri e teatri più o meno importanti.
Da leggere, sicuramente.
Gabriele Faggioni, nato nel
1970, vive a Lugano. Ha una formazione universitaria come economista
aziendale, informatico ed archeologo. Questi variegati studi gli
sono utili nella sua attività professionale e nel suo tempo libero
per la realizzazione di diverse ricerche storiche e archeologiche
che ha realizzato negli ultimi anni. Collabora con diverse riviste
storico-militari, tra cui "Raids", "RID", "Rivista Marittima
Militare", "Storia & Battaglie", "Storia & Verità", "Storia
militare", "Panorama Difesa", "Seconda Guerra Mondiale" e "Mezzi
corazzati".
Ha pubblicato: Sistema difensivo della Piazza Marittima
della Spezia nella prima metà del Novecento, in "Castrum" (Luna
Editore, La Spezia 2007); Fortificazioni in Provincia della
Spezia (Ritter, Milano 2008); Vallo Ligure (Ligurexpress,
2010 Genova); Castelli e fortezze delle Alpi svizzere (Mattioli
1885, Fidenza 2010), Fortificazioni del Levante Ligure (Mattioli
1885, Fidenza 2010), La guerra aeronavale nel Mare Nord,
assieme con Alberto Rosselli (Mattioli 1885, Fidenza 2010).
Renzo Montagnoli
06/11/2010
L'oro del Vaticano
di Claudio Rendina
Newton Compton Editori
www.newtoncompton.com
Argomenti:
Religione e spiritualità
Storia
Economia
Collana Controcorrente
Che ne direbbe Gesù Cristo?
E' uno staterello minuscolo (0,44 Kmq., escluse le sovranità
extraterritoriali), ma il Vaticano è indubbiamente una superpotenza,
e non tanto dal punto di vista militare ed economico, bensì sotto
l'aspetto religioso e soprattutto sotto quello finanziario.
Le ricchezze accumulate in più di XX secoli, l'influsso esercitato,
prima sui sovrani e poi sulle nazioni moderne ha qualche cosa di
ineguagliabile, e comunque nemmeno paragonabile a quello di altri
credi, fatta eccezione per l'ebraismo e l'islamismo, la cui sfera
però di operatività è limitata ai paesi in cui queste religioni sono
preponderanti.
Rendina deve avere un rapporto particolare con il Vaticano, visto
che ha scritto parecchi libri sull'argomento, l'ultimo dei quali, in
ordine di tempo, è questo L'oro del Vaticano, un'analisi
minuziosa delle immense ricchezze della Chiesa Apostolica Romana.
Agli occhi del cattolico di stampo clericale questo volume potrà
apparire di parte, tendenzioso, volto a screditare il papato, mentre
per gli altri risulterà una semplice conferma di una ricchezza
smodata costituita da immensi tesori accumulati nel corso dei secoli
legalmente e anche illegalmente. Non entro in merito sulla questione
morale e cioè sul pensiero del Cristo che ha sempre predicato
l'umiltà e la povertà, ma di certo a leggere queste pagine si resta
non poco indignati nello scoprire affari intrapresi più da pescicani
da industria che da ferventi cristiani. Le vicende dello IOR, di
Monsignor Marcinkus, di Calvi, di Sindona, del Banco Ambrosiano sono
le ultime eclatanti di un modo di investire e speculare del tutto
disinvolto e sovente in contrasto con le leggi scritte e con quelle
morali.
Rendina, per praticità, inizia la sua osservazione dalla caduta di
Roma, con la proclamazione del Regno d'Italia, e la perdita quindi
della sovranità territoriale, di cui il Vaticano fu ampiamente
ripagato con un congruo indennizzo, diventato stratosferico a
seguito della firma, nel 1929, dei Patti Lateranensi. A parte il
rilevante patrimonio immobiliare e i tesori d'arte, ogni occasione è
buona per incrementare le ricchezze, e se questa non c'è viene
creata, sia che si tratti di Giubilei, sia di iniziative finanziarie
e speculative esclusivamente molto redditizie e perciò rischiose, al
punto che, qualche volta, i forzieri del Vaticano finirono con lo
svuotarsi.
Poiché si tratta di uno stato sovrano, non c'è nulla da eccepire
sulle sue scelte economiche, ma sulle modalità di raggiungimento
degli obiettivi ci sarebbe molto da dire, soprattutto da un punto di
vista etico. Al riguardo basti pensare a ingenti partecipazioni
detenute in società che si occupano della produzione di armamenti da
guerra.
L'argomento in sé è di notevole interesse, ma mi sembra che Rendina,
al fine di dimostrare la veridicità delle sue asserzioni, abbia
finito con lo scrivere un libro un po' greve e sovente soporifero,
con pagine e pagine che riportano l'elenco dettagliato dei patrimoni
immobiliari e delle partecipazioni societarie, così che non poche
volte si ha chiara l'impressione di trovarsi davanti all'inventario
di una ditta di pezzi di ricambio.
In questo modo, lo spazio lasciato alle osservazioni e ai commenti
si riduce notevolmente, tanto che i numeri prevalgono sulle parole e
questo è proprio il limite del libro, che, pagina dopo pagina, fa
calare l'interesse del lettore, obbligandolo a uno sforzo per poter
proseguire.
E' un peccato, perché impostato in modo diverso, cioè entrando più
accuratamente nei retroscena di certe speculazioni finanziarie, non
solo si avrebbero idee più chiare sul peso avuto nelle vicende dal
Vaticano, ma si potrebbe anche scoprire il modus operandi degli
altri sodali, quasi tutti italiani e nomi spesso non sconosciuti.
Resta comunque un testo meritevole di lettura, perché l'argomento
trattato non è di poco conto e aiuta meglio a comprendere certi
rapporti con uomini politici o anche affaristi del nostro paese, le
cui fortune procedono di pari passo con quelle di questo staterello,
sì limitato territorialmente, ma di grande influenza e
straordinariamente ricco.
Claudio Rendina scrittore,
poeta, storiografo e romanista, ha legato il suo nome a opere
storiche di successo, tra le quali, per la Newton Compton, La grande
guida dei monumenti di Roma, I papi. Storia e segreti; Il Vaticano.
Storia e segreti; Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle
leggende e alle curiosità di Roma; Storia insolita di Roma; Le
grandi famiglie di Roma; Storie della città di Roma; Alla scoperta
di Roma; Gli ordini cavallereschi; Le chiese di Roma; Roma giorno
per giorno; La vita segreta dei papi, La santa casta della Chiesa, I
peccati del Vaticano, Cardinali e cortigiane e L'oro del Vaticano.
Ha diretto la rivista "Roma ieri, oggi, domani" e ha curato La
grande enciclopedia di Roma. Ha scritto il libro
storico-fotografico Gerusalemme città della pace, pubblicato
in quattro lingue. Attualmente firma per "la Repubblica" la rubrica
di storia, arte e folclore "Cartoline romane".
Renzo Montagnoli
04/11/2010
“Anzol”, di
Haria, Rupe Mutevole Edizioni, 2006
“Tutti i sentieri non tracciati
confluiscono ad Anzol, perché Anzol è il centro di un labirintico
sogno non segnato sulla carta del Destino.”
Un incipit che non nasconde l’ombra di curioso
mistero e di fatalità che ripercuote le pagine del lungo racconto
della città di Anzol. “Anzol”, edito nel 2006 presso la casa
editrice Rupe Mutevole Edizioni nella collana “Letteratura
di confine”, è un interessantissimo viaggio nella mente della
visionaria autrice Haria. La seconda edizione di “Anzol” è
del 2010.
“Anzol” consta di tre parti suddivise
in paragrafi. Si inizia con “La prima sorte” (sei paragrafi),
seguono “La seconda sorte” (sette paragrafi) e “L’ultima sorte” per
un totale di ottanta pagine. È caratteristica la presenza
dell’elenco dei personaggi del racconto, in realtà sono le
personificazioni presenti e non i “reali” personaggi che
s’incontrano nella lettura. Le personificazioni sono: Il
Destino, La Sorte, La Scelta, La Piana, La Nebbia, Il Gaigo, Il
Gioco degli Strati, L’Azzardo, Il Mercato, Anzol, I Soldi, L’Ot, Il
Rio Gemello del Cen, Il Suolo, Il Vento, Gli Intrichi, Il Tempo, Gli
Uomini. Figurazioni che raggruppano lo svolgimento delle varie
nascite della città di Anzol.
Anzol è una piana limitata da rovi. Ne “La
prima sorte” inizia la saga della città. Cena, la veggente,
si nasconde nella piana per evitare il mondo degli uomini, un mondo
crudele e governato dalla violenza e dall’ignoranza. Quando una
coppia con una donna incinta entra nella piana, Cena decide di
prendere con se la donna e di lasciar ai limiti della piana il suo
compagno. Al momento della nascita Cena lascia la piana per altre
erranti visioni ed i due restano ad Anzol con il loro bambino che
sarebbe divenuto, per profezia di Cena, il fondatore della città.
Così avvenne. La coppia ebbe anche altri figli e la vita scorreva ad
Anzol libera dalle regole degli uomini. La natura è stata la padrona
sino all’arrivo di altre persone che decisero di stanziarsi nella
piana.
Ot, figlio di Drusca, per caso riesce ad
inventare una bevanda che inebria ed incupisce la mente nonché
riscalda nei gelidi inverni. La bevanda prende il nome del suo
creatore così come la locanda nella quale si poteva bere l’ot. L’oteria
diventa una vera e propria droga per gli abitanti, anche i
bambini ne possono accarezzare il fluido nella loro mente. Ma come
in tutte le comunità, Anzol muta o meglio gli anzolani mutano e
dagli stranieri che arrivano riescono a prendere soltanto i difetti,
così si lascia il baratto per il denaro, per il soldo.
“Lulla, al suo ultimo giorno di mercato e di
vita rifletté: “I soldi invecchiano i sogni e soffocano l’anima
delle cose. Chissà da dove vengono”. Smontò il suo banco, distribuì
le pentole, le pignatte, i tegami e si incamminò guardando con
tenerezza il fare della sera.”
Il Tempo veniva calcolato in stagioni e ben
presto con il cambio di potere in “tempi”, i mesi in “aspetti” e le
giornate in nove momenti e mezzo. I soldi divennero “falchi” per il
signore Falco di Piana. Le mutazioni che avvengono ad Anzol sono
continue e celeri, sotterfugi e mistificazioni, uccisioni macabre,
prese di potere da parte delle streghe che nascondono la città in
labirinti nebbiosi, abitanti originari che preferiscono addentrarsi
nella nebbia.
“Falco smise di ridere, si alzò, fece un
passo avanti e rovinò a terra travolgendo brocche, tavoli e panche.
Luna era nata, Falco era morto, Anzol sbigottiva nel caos.”
Ne “La seconda sorte” e “L’ultima sorte” si
incontrano altre due ricostruzioni della città dall’originaria
piana. La distruzione arriverà puntualmente anche nelle altre prove,
e tornerà l’ot, la nebbia ed il vento. Anzol è una sorta di
labirinto per gli usi e costumi, tutto si ripeterà sino a che
saranno gli uomini ad abitarlo, sino a che non si ascolterà Il
Destino e La Sorte.
“< Il passato non dovrebbe mai tornare. Ma
puoi aprire un banco a fianco del mio, se ti va >, rispose Itta.”
Lascio link utili per visitare il sito
dell’autrice, della casa editrice.
http://www.rupemutevoleedizioni.com/
http://www.reteimprese.it/rupemutevoleedizioni
http://www.poesiaevita.com/
Alessia Mocci
Responsabile Ufficio Stampa Rupe Mutevole Edizioni
03/11/2010
A dieci minuti da Urano
(poesie di tentata conquista)
di Carla De Angelis
Prefazione di Stefano Martello
Postfazione di Carla De Angelis
e Stefano Martello
Copertina di Laura Timpano
Fara Editore
www.faraeditore.it
Poesia silloge
Collana Sia cosa che
Un'esplosione magmatica senza clamore
Cos'è la poesia, se non un'intima confessione di quanto il nostro
"io", rapportandosi con il mondo intorno e con l'esistenza, elabora
scientemente e, soprattutto, inconsciamente?
La poesia non è versi ritmati, magari piacevoli, ma vuote parole;
no, la poesia è un urlo silenzioso che squarcia un buio fatto di
grigiore quotidiano, di assopimenti e frenesie incontrollate, è
riflessione scaturita da un'idea, da un'emozione, da un sentimento.
E' anche scoperta di noi stessi, resa nota agli altri; è solitudine
che invano si cerca di spezzare, è gioia sempre temperata da quella
malinconia di fondo che riviene dalla consapevolezza che nessuno
potrà mai comprendere completamente che cosa si celi dietro quei
versi.
Ed è poeta chi cerca di comprendere gli altri scavando in se stesso,
chi piega la testa senza spezzarla, colui che insegue un sogno che
sa che non potrà avverarsi.
Carla De Angelis, con questa silloge che evoca spazi siderali,
ripercorre invece un mondo terrestre, nell'ottica di una
trascendenza venata da una tenue, ma sempre presente malinconia.
Fra ciò che è e ciò che il suo io avverte non esiste differenza se
non quella sensazione, spesso inconsapevole, che conduce a una
visione prospettica della realtà, che non è fatta solo da materia e
da eventi, ma è costituita anche da ciò che incide sull'animo del
poeta (Invece di morire / traghetto parole / fino a farne una
culla / per le mie ferite /….). E' un dolore reale, ma avvertito
solo all'interno e i versi sono lo sfogo, il risultato di un
magmatico confronto intimo che esplode senza clamore.
E in fondo Carla De Angelis riesce in questo modo ad accendere nel
lettore il desiderio di confrontarsi, di iniziare quel percorso
intimo che solo può avvicinarlo alla conoscenza di se stesso, per
comprendere meglio, per essere parte consapevole di quella realtà
così diversa quanti sono quelli che l'osservano (Tra le mani
nuvole e sole / pianto e sorriso / Un solo gesto per placare l'ansia
/ un solo tocco per la scintilla).
Noi non siamo artefici di noi stessi, ma la riscoperta di ciò che
siamo è l'unico traguardo umanamente possibile e a ciò possiamo
arrivare soprattutto grazie alla poesia, anche a quella di questa
riuscita e piacevole silloge.
Nata a Roma nell'ottobre del 1944, Carla De
Angelis ha pubblicato i primi versi nel 1962. È Cavaliere
al merito della Repubblica Italiana dal 1995. Sue poesie sono
presenti in diverse antologie edite da Aletti, da Perrone e da
Estroverso. Con Fara ha pubblicato la raccolta di poesie Salutami
il mare, il libro dialogato con Stefano Martello Diversità
apparenti (i due libri sono stati vincitori e finalisti in vari
premi) e, sempre con Martello, ha curato il libro di testimonianze
Il resto (parziale) della storia. Sue sillogi sono inserite
nelle antologie Il silenzio della poesia (2007) e in Poeti
profeti? (2008). Altri suoi versi sono stati recentemente
pubblicati in Demokratica (Limina Mentis, 2010). Fa parte
della redazione di Kolibris, casa editrice di Chiara De Luca.
Renzo Montagnoli
02/11/2010
Andrea Camilleri
Il sorriso di Angelica
Ed.
Sellerio
Romanzo noir
“Il saggio non è che un fanciullo che si
duole di essere cresciuto”.
Nella nota alla fine del libro Andrea Camilleri parla del motivo
ispiratore de Il Sorriso
di Angelica; a Roma, qualche
tempo fa, una banda di ladri ha svaligiato numerosi appartamenti
con la stessa tecnica descritta nel romanzo, da questo fatto di
cronaca ha desunto la traccia da prende l’avvio la storia, ma per
quali tortuosità poi, prosegue e finisce, lo sa solo la sua
fantasia.
Incipit medesimo: arrisbigliamenti di
Montalbano, questa volta non è solo nel letto, c’è
Livia, ma ha già dimenticato la sua
presenza dormiente. Il romanzo inizia con un
sollenni moto di gelosia di Montalbano e nel corso della
narrazione Salvo sarà geloso, furioso e libidinoso ai limiti della
lascivia.
Una serie di furti nelle case di noti professionisti
animano il commissariato di
Vigàta, Montalbano è alle prese con
questi reati e come sempre diventa una partita personale tra lui e
l’autore o gli autori dei medesimi reati. A scompaginare la
faccenda, la presenza di una bella trentina, di Trieste, di “stanza”
a Vigàta, pardon, cassiere capo alla
Banca siculo americana, anche lei vittima di questi ladri, che
farà perdere il lume della ragione a
Salvo. La vicenda giudiziaria si complicherà a seguito di due
omicidi, ma questo farà parte delle indagini il cui corso lo
lasciamo a tutti quelli che leggeranno il
libro.
La presenza che primeggia e dà il titolo al romanzo è femminile,
quei ritratti di femmina che forse sono
retaggio della gioventù dell’autore, in questo caso contaminato da
reminescenze letterarie, ma così conturbanti e di bellezza
dirompente da far uscir di senno. Il primo incontro è
un’apparizione metafisica, la donna di carta, l’Angelica
dell’Ariosto che s’incarna nella realtà. “Era
precisa ‘ntifica, ‘na
stampa e’na figura, con l’Angelica
dell’Orlando furioso, accussì come lui
se l’era immaginata e spasimata viva, di carne, a
sidici anni,
talianno ammucciuni le
illustrazioni di Gustavo Doré che so
zia gli aviva proibito”. E’
solo il principio di una passione tanto improvvisa quanto tardiva;
non è la prima volta che il nostro eroe si trova invischiato nelle
maglie degli spasimi amorosi e di esserne letteralmente travolto
come un adolescente, infatti frammisti,
sono inseriti due versi della poesia di
Cardarelli Adolescente
“Un pescatore di spugne,/avrà questa perla rara”. La
confusione fatta tra il sogno di picciotto,
ogni pensiero ed incontro con Angelica sono intercalati da versi
dell’Orlando Furioso, e la realtà di uno squasi
sessantino, lo rendono ridicolo, non
era dignitoso per un uomo come lui dare di sè
spettacolo indegno e miserabili. Sensi di
vrigogna e pentimenti non gli impediscono di abbandonarsi con
tutti i sensi tra le braccia di Angelica
“ Pieno di dolce ed amoroso
affetto/alla sua Donna, alla sua Diva corse/che con le braccia al
collo il tenne stretto…
Il commissario romanzo su romanzo si priva della sua
scorza esteriore e si disarma di volta in volta che l’età avanza.,
la sua è un’anàbasi indotta
dall’incalzare del tempo che ce lo rendono sempre più indifeso,
solo, e la sua millantata ed incauta improntitudine è una difesa
sempre più debole. Le sue sfuriate memorabili, i suoi colpi di scena
sono in difetto rispetto ai suoi dialoghi interiori in cui il suo io
ha il sopravvento.
Mentre Salvo acquista sempre più sfaccettature introspettive e
sembra uscire dalle pagine scritte come la vagheggiata Angelica, gli
altri personaggi, senza sminuirli, sono
cristallizzati nei loro ruoli come maschere teatrali. Se di teatro
si tratta con tutte le messinscena immaginabili,
quello di Camilleri è imperdibile, da
teatro di prestigiosa memoria.
La scrittura sta subendo una
irreversibile mutazione verso la lingua dialettale, una naturale
anastomòsi più involuta e più aderente
alla tradizione orale, direi ermetica nei suoi vocaboli così fissati
nel tempo, la lettura diviene un esercizio acrobatico,
linguistico-espressivo anche per chi
siciliano è.
Senza enfasi né lodi sperticati chioserei
con uno slogan trito e un po’ frivolo: Camilleri è sempre Camilleri
e…Montalbano è sempre Montalbano anche quando corre il rischio di
essere nazional popolare o considerarlo
solo un marchio di garanzia.
Autore.
Andrea Camilleri (1925), è autore di oltre 60 romanzi tra
storici, civili e polizieschi, e di diverse raccolte di racconti,
tradotti in più di 30 lingue. Vincitore di numerosi premi in Italia
e all’estero, è noto al grande pubblico
anche per i romanzi dedicate alle inchieste del commissario
Montalbano, da cui è stata tratta la fortunata serie televisiva. Tra
i tanti titoli ricordiamo: “La
forma dell’acqua”, “Il cane di terracotta”, “Il ladro di merendine”,
“La voce del violino”, “La stagione della caccia”, “Il birraio di
Preston”, “La concessione del telefono”,
“La gita a Tindari”, “Maruzza
Musumeci”, “Il casellante”, “Il campo
del vasaio”, “L’età del dubbio”, “Un sabato, con gli amici” “Il
sonaglio” “ La caccia al tesoro”…
Arcangela Cammalleri
01/11/2010
Il piccolo principe
di
Antoine Marie Roger de Saint-Exupèry
Con le illustrazioni
dell’autore
Titolo originale
Le Petit Prince
1° Edizione 1943
Racconto
fantastico
Tascabili
Bompiani
Come esplicita nella dedica al libro, l’autore
si rivolge ai ragazzi e “A tutti
i grandi che sono stati bambini una volta. Ma pochi di
essi se ne ricordano”.
Questo capolavoro, ormai un cult
della letteratura europea e non, è amato da generazioni di diversa
cultura, lingua e trasversalmente piace a piccoli ed adulti.
La trama è ben nota, basta
solo accennarla. Un pilota a causa di un guasto
del suo aereo è costretto ad atterrare nel deserto del Sahara: nella
vastità sabbiosa del deserto, nella solitudine a mille miglia da una
qualsiasi regione abitata, nel silenzio totale, assoluto,
improvvisa, una strana vocetta:
“Mi disegni, per favore, una pecora?” Il ragazzino è
Il piccolo principe che
ha abbandonato il suo pianeta nativo, poco più grande di una casa,
e vaga per gli spazi, incontra personaggi bizzarri che impersonano
vari aspetti dell’animo umano. Nel nostro pianeta indaga non
solo sull’amore, l’amicizia, ma anche sul senso dell’esistere e
della morte. La sua apparizione è così tanto misteriosa quanto la
sua scomparsa.
Fin qui la storia, esile come il filo delle Parche, ma
intensa e profonda quanto la vita di una persona.
La figura del piccolo principe nella sua essenza di
completa innocenza accarezza il nostro animo di lettori e
ce lo fa amare sin dalla prima comparsa
in scena. Come non intenerirsi al suo bisogno di
affetto, come non partecipare alla sua dolente e disperata
solitudine: tutto ciò che ha compreso ce lo insegna con il
linguaggio di chi sa che “ Si
vede bene solo con il cuore.
L’essenziale è invisibile agli
occhi”
L’immagine del piccolo principe è l’emblema
dell’infanzia, lo stato di grazia ritrovato,
così prezioso perché raro, così possibile quando sarebbe
impossibile. È un paradosso affermare che il libro è destinato o era
destinato ai bambini perché non è necessario che
si insegni a loro i valori autentici che
noi adulti ci compiace pedissequamente ripetere, siamo noi adulti
che li dimentichiamo negli atti quotidiani e che abbiamo bisogno di
recuperarli ritornando bambini con la mente e il cuore.
In uno stile così semplice, oserei dire disarmante,
privo di sovrastrutture lessicali, l’autore ci
pone davanti a verità incontrovertibile, a considerazioni
assolute ed universali, stupefacenti
perché suggerite da un fanciullo.
La lettura di questo breve scritto rinfranca la mente
e come una sorgente d’acqua pura ci spiana l’animo e ci dispone
agli altri e a considerare che quello che ci sembra così tanto
importante da occupare spesso la nostra esistenza, forse, forse…anzi
proprio, non lo è.
Tanti critici hanno analizzato, questo racconto,
hanno scritto fiumi di definizioni, parole difficili,
interpretazioni tra le più disparate, ma oltre la critica, la
grandezza e il fascino di questa opera è
che attraversa il tempo e le generazioni mantenendo intatto il suo
linguaggio poetico, l’autentica meraviglia di chi l’ha scritto e il
fascino quando la logica della nostra ragione è incrinata e messa a
dura prova da domande apparentemente ingenue e infantili.
L’autore.
Antoine
Saint-Exupéry nasce a Lione nel 1900 in una
famiglia dell’aristocrazia francese di provincia. A 4 anni rimane
orfano del padre, ma trascorre con le sorelle e il
fratello un’infanzia serena e con la
madre manterrà un rapporto molto stretto. Nel collegio dei gesuiti
di Sainte- Crois
a Le Mans soffre per la disciplina rigida
di tipo militare che vige. Diventa malinconico e solitario, nel 1912
sale per la prima volta sull’aereo del futuro asso dell’aviazione
francese nella prima guerra mondiale, Jules
Védrines. A Parigi
conclude gli studi superiori dopo la morte del fratello
François, ama la meccanica e la
filosofia, disegna modellini di aerei e frequenta gli ambienti
letterari della capitale. Dopo non essere riuscito ad entrare
all’Accademia navale, frequenta la facoltà di
architettura. Conseguito il brevetto di pilota civile e
militare, dopo un incidente, fa solo il pilota civile. In Africa la
vita da pilota è intensa, di notte scrive.
Nel 1926 pubblica il suo primo libro
Volo di notte, scrive
prefazioni e reportage per i
giornali Paris
soir da corrispondente a
Mosca. Nel 1935 tenta
di battere il record di volo Parigi-Saigon,
ma nel deserto della Libia in un atterraggio di fortuna si salva per
miracolo. Nel 1938 torna in Europa, ormai famoso, riceve la
Legione d’Onore, le sue
scoperte scientifiche sono significative
nell’ambito della navigazione aerea. Compie missioni pericolose
durante la seconda guerra mondiale, nel 1942 fugge in America in
esilio, dopo la firma del trattato tra la
Francia del maresciallo Pétain e
la Germania di Hitler. In America vive
con i diritti d’autore di Terra
degli uomini, proclamato il libro dell’anno.
Quando l’attacco a
Pearl Harbour provoca la
mobilitazione generale, lascia New York, dove ha scritto il suo
capolavoro Il piccolo
principe e si
arruola per partire in Nord Africa. Nel 1944 durante una missione di
volo nella regione di Grenoble, di lui non si saprà più niente. La
sua ultima opera
Cittadella esce
postuma.
Del pilota Antoine de
Saint-Exupéry non si
è trovata traccia, sino alla primavera del 2004, quando, sono
stati riconosciuti i resti del suo aereo al largo di Marsiglia.
Arcangela Cammalleri
31/10/2010
La clessidra d'avorio
di Davide Cassia
e Stefano Sampietro
Copertina di Jessica Angiulli
e Lucio Mondini - Diramazioni
Edizioni XII
www.xii-online.com
Narrativa romanzo
Collana Mezzanotte
Un'infinita partita a scacchi
E' l'anno 1592 e due uomini avviano una partita a scacchi. Così
comincia La clessidra d'avorio e così termina, con la
vittoria del bianco sul nero. Ma, finisce veramente questo scontro,
con la diciassettesima mossa con la quale l'alfiere bianco
posizionato nella casella e2 dà scacco matto?
No, non termina e continuerà fino a quando l'uomo, questo microcosmo
continuerà a cercare la spiegazione della sua esistenza.
La narrazione, sviluppata su tre diversi piani temporali (a cavallo
fra il XVI e il XVII secolo, agli inizi del XIX secolo e in epoca
attuale), è tutto un susseguirsi di avventure per porre le mani
sulla clessidra d'avorio, oggetto misterioso proveniente dall'antico
Egitto, l'unico in grado, assieme ad altri analoghi, a misurare il
tempo esattamente per consentire all'alchimista di trasformare
l'infima materia in prezioso oro, ma soprattutto per ottenere
quell'Elisir di vita eterna, in grado di porre l'uomo al sicuro
della sua predestinata caducità.
E' un rincorrere continuo della conoscenza, dell'esperienza, uniche
a consentire il progresso in un'evoluzione delle capacità
intellettive che serva a penetrare il profondo e insoluto mistero
della vita.
Il diario della ricerca della clessidra tenuto dal bolognese Giacomo
Bandini, colui che dà scacco al re nero del grande Paracelso, si
snoda in un percorso di conoscenza che lo conduce da Venezia al
Cairo, indi di nuovo a Venezia e infine a Roma, dove termina. Si
intercalano fra i giorni riportati dalle pagine le avventure di due
nobili francesi, padre e figlio, che, in epoca napoleonica vanno
alla ricerca di un amico scomparso, in un itinerario che come, per
Giacomo Bandini, troverà la realizzazione dei loro scopi a Roma, fra
mille peripezie, in una serie d'avventure che non solo avvincono, ma
addirittura affascinano.
E verso la fine del libro si gettano le basi di un nuovo viaggio che
compiranno, ai giorni nostri, un discendente del Bandini, dallo
stesso nome, e un altro di uno dei due nobili francesi, il figlio,
pure lui con identico nome e cognome.
Stranezze degli autori, coincidenze artificiose? Assolutamente no;
sono i protagonisti di una storia infinita, di un'interminabile
partita a scacchi fra il proprio io e il desiderio di dare una
risposta definitiva al perché dell'esistenza.
Questo romanzo, scritto veramente in modo eccellente, perché non è
facile intercalare nella narrazione epoche diverse senza far venir
meno l'interesse, è in pratica una grande metafora, un'opera che a
prima vista può essere scambiata per una spy story, o per un affondo
nel mondo oscuro dell'esoterismo, ma se c'è una magia qui c'è solo
quella di due autori che hanno saputo creare un meccanismo perfetto
ad incastri per raccontarci del desiderio dell'uomo di andare oltre
il possibile, alla ricerca inconscia dell'immortalità.
Davide
Cassia nasce a Varese nel 1970;
il suo esordio nel 2001 con il romanzo noir Morte di un perdente,
è autore di romanzi e racconti che spaziano dall’avventura
all’umoristico, passando per l’horror e il fantasy. Esperto di
videogiochi, tra il 1999 e il 2004 ha collaborato con NGI Magazine,
di cui è stato caporedattore. Con Edizioni XII ha pubblicato nel
2007 il thriller Inferno 17, e ha partecipato alle antologie
TaroT – Ludus Hermeticus e Corti.
Stefano Sampietro nasce a Como
il 20 febbraio 1973. Dopo la Laurea in Economia, consegue il
Dottorato di Ricerca in Finanza Matematica e diviene docente a
contratto presso l’Università Bocconi, prima, e presso l’Università
LIUC Carlo Cattaneo, poi. A fianco dell'attività accademica, svolge
il ruolo di analista in una società di ingegneria finanziaria. Suoi
racconti sono stati pubblicati sulla rivista di fantascienza
Futuro Europa (Perseo Libri), e nell’antologia Corti
di Edizioni XII. La clessidra d’avorio è il suo primo
romanzo.
Renzo Montagnoli
30/10/2010
D’un
tratto nel folto del bosco
di
Amos Oz
ed. Einaudi
Titolo originale Suddenty in the
Depth of the Forest-A
Fairy Tale
Traduzione di Elena
Loewenthal
Racconto fiabesco
Quarta di copertina
“ Tutto era cominciato tanti, tanti anni prima
che i bambini del paese nascessero, in tempi in cui persino i loro
genitori erano ancora piccoli. Nello spazio di
una notte, una qualunque notte piovosa d’inverno, tutti gli animali
spariti dal villaggio. Bestiame e uccelli e pesci e insetti e
rettili”.
Alcuni titoli (Lo stesso mare,
Non dire mai notte…) dei romanzi di
Amos Oz sia per i piccoli sia per
gli adulti evocano versi poetici, atmosfere rarefatte, un mondo
sospeso tra realtà contingente e fiaba misteriosa.
In questo racconto incantato ricorrono i motivi stilistici
dell’autore: un ritmo narrativo equilibrato e una forma cristallina
e trasparente stratificata da sotterranee profondità.
Infatti il bosco, metafora di memoria
dantesca, ci addentra nell’inconscio delle nostre paure e angosce
esistenziali, ma, in questa sorta di sogno narrativo, sono i due
piccoli protagonisti che, mossi dalla curiosità, iniziano un
percorso alla ricerca di quello che si cela. La storia nella prima
parte, è un porre domande e ricevere risposte velate, reticenti,
elusive, con incertezza ed estremo imbarazzo dagli adulti, che
spesso non vogliono vedere oltre…perché la meraviglia e l’entusiasmo
sono spenti dal grigiore delle loro esistenze. Maya e
Mati vivono in un paese senza animali,
anzi non ne hanno mai visto alcuno, se non attraverso le immagini a
scuola. Non sono per niente convinti che non esistano altri esseri.
Il piccolo Nimi comincia a sognare
la notte animali e a raccontare, tanto da
essere preso in giro. Un giorno scappa via e torna dopo tre
settimane ancora più svagato e diverso, ha perso l’uso della parola
ed emette nitriti. Il paese è sempre più cupo e
triste, solo montagne, nuvole e vento.
Isolato e sperduto in un valle chiusa, oppresso da uno strano,
totale silenzio. Non un muggito, un
raglio, solo il gorgoglìo del fiume
giorno e notte, che scorre fra i boschi e i monti. Di notte
il silenzio si tinge di nero e aleggia intorno alle case
Nehi, il demone dei boschi. Molti anni
prima, nello spazio di una notte tutti gli animali
erano spariti dal paese e dai suoi dintorni,
inghiottiti dal bosco, la gente viveva da allora in silenzio,
nella paura. Alle domande dei bambini i genitori preferiscono
negare, o insabbiare nel silenzio la questione.
Certi personaggi sui generis contrappuntano
la trama, strani e cristallizzati in comportamenti reiterati, ma con
un che nell’animo di fanciullesco e innocente.
Mati e Maya, tra tutti i bimbi,
sono attirati dai boschi tenebrosi,
affascinati, e l’immaginazione li spinge a scoprire cosa mai si
annidi, là dentro. Custodiscono un segreto, aver intravisto un
guizzo fulmineo, saettante presso un’ansa del fiume, un pesce con
squame iridate che sembrano fatte di
argento vivo, piccolo, lungo non più di mezzo dito, le pinne
delicate e le branchie trasparenti. Lo stupore
della scoperta e vaghi suoni come di sogno li spingono ad inoltrarsi
nel bosco. Tra i grovigli fitti e bui di piante ombrose,
seguendo il corso del fiume come guida, tra l’echeggiare di suoni,
fischi, sospiri, scoprono un parco, una delizia per gli occhi:
ruscelletti, vasche d’acqua, aiuole in
fiore, siepi, alberi e… animali di ogni
specie, un giardino delle meraviglie per i loro occhi sgranati e
sbalorditi. Incontrano Nehi, il demone,
ma è solo un essere malvoluto ed emarginato dal paese perché non
conforme al comune sentire e nel bosco insieme agli animali, che lo
hanno seguito perché anch’essi maltrattati e vittime di tormenti,
vive in una dimensione paritaria dove non esiste la vergogna di ciò
che è vero e essere fieri di ciò che è
menzogna. Di notte scende nel villaggio e per vendicarsi degli
abitanti li spaventa a morte, ma sbircia anche tra le finestre alla
ricerca di un contatto umano che gli manca.
I bambini con l’animo sgombro da pregiudizi assumono il ruolo di
mediatori e forse quando gli animi fossero cambiati, sarebbero
scesi gli animali e non sarebbero più stati picchiati i cani con i
bastoni, frustati i cavalli con le strisce di cuoio e avvelenati i
gatti randagi, affogati i topi nei pozzi neri, non
uccisi a fucilate i cerbiatti, le volpi e
venderne le pellicce e mettere le trappole per le lepri e anatre
selvatiche.
Insieme agli animali sono scomparsi i sentimenti, la solidarietà; lo
scherno e l’irrisione per chi viene
escluso dominano i cuori, una sorta di gelo attraversa le loro anime
e nascondere la verità è la regola che domina nel loro vivere
quotidiano. Un vento impetuoso ha spazzato il villaggio
di ogni risorsa d’amore, di convivenza
armoniosa, in preda gli abitanti ad una paura inconscia che offende
ogni rapporto reciproco. In uno stile evocativo e fiabesco si
adombra la storia di venature inquietanti, ma anche di spiragli di
luce: il mondo salvato dai bambini?
In questa narrazione la sensazione predominante è la perdita di
qualcosa di profondo negli abitanti, i quali costituiscono un
microcosmo rappresentativo di un’umanità più vasta, alla ricerca,
di se stessi.
Amos Oz,
scrittore israeliano, è nato nel 1939 a Gerusalemme. Dopo avere
studiato filosofia nell’Università ebraica della sua città, ha
perfezionato la sua preparazione in istituti universitari in
Inghilterra e negli Stati Uniti. Oggi all’attività di scrittore
affianca quella di insegnante di
letteratura all’Università Ben Gurion
del Negev, una regione dello Stato
d’Israele. Tra le sue opere più note
In terra d’Israele (Marietti,1992),
Lo stesso mare (Feltrinelli, 2000),
Una storia d’amore e di tenebra,
Contro il fanatismo (Feltrinelli, 2004),
Non dire notte ( Feltrinelli, 2007).
Arcangela Cammalleri
28/10/2010
Bucoliche
di Publio Virgilio Marone
A cura di M. Geymonat
Testo latino a fronte
Garzanti Libri
Collana I grandi libri
La serenità che infonde la natura
Le
Bucoliche, dal greco Βουκολικά, cioè pastore,
mandriano, è la prima grande opera scritta da un ancor giovane
Virgilio in un’epoca fra le più tragiche nella storia di Roma,
quella delle guerre civili.
Ci sono tutti i motivi per ritenere che questa raccolta di
componimenti, costituita da dieci ecloghe esametriche, sia stata il
frutto di un’idea spontanea volta a evidenziare il quieto mondo
pastorale in contrapposizione all’orrore e ai lutti che allora
insanguinavano il mondo romano.
Quindi sono scaturite con un senso nostalgico e di rimpianto, ancor
più acuito dalla perdita delle proprie terre, distribuite ai
veterani nel 42-41 a.C. dal II Triumvirato.
A differenza delle Georgiche e dell’Eneide,
commissionate, nelle Bucoliche c’è una piena e completa
libertà creativa, che permea l’opera, verso dopo verso, mai ribelle
od ostile, ma additante un modo di vita che, anche all’epoca e
stante la situazione politica, sembrava ormai remoto.
La purezza dello stile, i temi trattati, un continuo senso
evocativo, non disgiunto da un rimpianto dai toni tuttavia mai
accesi, incantano ancor oggi il lettore e in un certo qual senso non
fanno rimpiangere i tratti epici e anche intimisti dell’Eneide.
Si avverte chiara la palpitazione di un poeta che brama esiliarsi
volontariamente in un mondo idealizzato, che va oltre i ricordi
fanciulleschi della sua casa ad Andes, dimora natia e quindi legata
al cuore, ora più che mai, giacché non più sua, ma di un ignoto
legionario.
Sono pagine di un animo tormentato in cerca di una pace, metafora di
un mondo, quello romano, che brama la stabilità, senza più lotte
fratricide.
Le Bucoliche furono un immediato successo e rivelarono in
quel giovane che veniva dalla Gallia, di carnagione scura, poco
incline all’ars retorica, un poeta nuovo, un artista che
aveva in serbo idee che andavano oltre la linea tradizionale e che
era in grado di trasformarle in lavori di grande fascino e pressoché
perfetti.
Quello che stupisce di quest’opera è la straordinaria attualità,
perché Virgilio ci dice sostanzialmente che, nel caso di perdita dei
valori, al fine di evitare che la realtà possa essere
insopportabile, si deve avviare un dialogo con il proprio “io”
volto alla continua scoperta di ciò che è in noi, in un ritorno
all’essenza delle cose e della vita anche con l’osservazione, umile,
della natura che sta intorno a noi.
Per quanto ovvio, Bucoliche è un autentico capolavoro.
Publio Virgilio Marone (Andes,
15 ottobre 70 a.C – Brindisi, 21 settembre 19 a.C.).
Opere principali: Bucoliche, Georgiche, Eneide
Renzo Montagnoli
25/10/2010
Mozart era il mio preferito di
Matteo Pugliares
Presentazione di Stefania Ciacci
Edizioni Tabula Fati
www.edizionitabulafati.it
Narrativa racconto
Collana Carta da Visita
Un piccolo gioiello
"Mozart era il mio preferito: amavo tutto di lui." Questa
frase, tambureggiante come Il bolero di Ravel, è ripetuta più volte
nelle riflessioni sorte dal subconscio della protagonista, Rosaria,
una ragazza che soffre del male di vivere, che rifiuta un mondo di
indifferenze e di ingiustizie e che, rifiutando il cibo, si ammala
di anoressia.
E' lei che racconta, coricata in un letto d'ospedale, mantenuta in
vita da macchine e da farmaci.
E' un quadro di una pur breve esistenza in cui tuttavia sono
riassunti tutti quegli aspetti di una società ormai cronicamente
amorale e che distrugge, ancor prima di costruire.
La storia è dolente, ma la mano dell'autore è felice nel descrivere
situazioni, sensazioni, poche fugaci emozioni.
La musica, quella di Mozart soprattutto, oltre che essere di
conforto, aiuta Rosaria a evadere, a salire in un mondo che promette
quello che lei si attende.
Se frequenti scorrono le sue lacrime, la commozione può investire il
lettore, ma non condizionarlo mai, non portarlo a uno stato di
depressione emotiva proprio come quello della protagonista.
La sensibilità di Pugliares ha permesso di affrontare questa vicenda
senza mai pervenire a eccessi e se la storia, come suppongo,
sostanzialmente risponde a verità, non è di quelle che vengono prese
a pretesto per narrazioni di carattere commerciale così purtroppo
frequenti.
L'autore, nel disegnare un personaggio, si pone in effetti il
problema di un'esistenza vuota, piatta, senza amore e proprio
nell'amore trova una soluzione, senz'altro condivisibile, un amore
punto di partenza per accettare questo mondo e cercare anche di
migliorarlo.
L'anoressia verrà così vinta, Rosaria conoscerà questo sentimento
capace di rigenerare, di far sbocciare il desiderio di vivere, ma la
storia non avrà un lieto fine, per gli imperscrutabili disegni del
destino.
Un passaggio definitivo a quell'oltre, accompagnato ancora una volta
dalle note di Mozart, perché era il suo preferito, chiude il
racconto, e solo allora il lettore comprenderà il valore di questo
libro, poche pagine intense, scritte benissimo, un autentico
gioiello forgiato dalle mani e dall'anima di Matteo Pugliares.
Matteo Pugliares, nato ad
Augusta (SR) nel 1972, è Frate Minore Cappuccino. Vive a Modica (RG)
dove si occupa di pastorale giovanile, come Assistente Regionale per
la Sicilia della Gi.Fra. (Gioventù Francescana).
Ha studiato Teologia a Palermo e Ragusa. Ha frequentato corsi di
Editoria e Scrittura Creativa a Ragusa e Catania. Al momento studia
Counselling e frequenta seminari a indirizzo educativo e del
benessere.
Collabora con diverse case editrici quali Edizioni Creativa
(direttore Collana Le Pleiadi), Enrico Folci Editore (organizzazione
premi letterari, editor, correttore di bozze), Edizioni
Tigullio-Bacherontius (prefazioni e correttore di bozze), Parole
Sparse Edizioni (direttore editoriale), Edizioni del Poggio
(direttore Collana Pindaro), Tabula Fati (prefazioni).
Ha ottenuto molti premi e riconoscimenti letterari, fra i quali il
Premio alla cultura Xifonia 2007.
Collaboratore di riviste e gruppi culturali, tiene corsi di
Scrittura Narrativa e Poesia.
Ha sei pubblicazioni personali all'attivo, di poesia, narrativa e
saggistica, di cui l'ultima è Francesco d'Assisi. Figlio del Dio
dalle braccia larghe (Edizioni Creativa, Torre del Greco 2009).
Ha curato una decina di antologie poetiche e di narrativa.
È responsabile dell'associazione "Club leggere:tutti - Modica" e
Presidente dell'associazione "Servizi Letterari - Modica".
Renzo Montagnoli
22/10/2010
Accabadora di
Michela Murgia Edizioni Einaudi
Narrativa romanzo
Collana Supercoralli
Eutanasia alla sarda
Già dopo le prime pagine ho capito che questo è un romanzo da
leggere prima con il cuore e poi con la testa, una narrazione
stilisticamente eccellente che offre l'immagine di un mondo chiuso,
isolano, in cui i gesti hanno una ripetitività ancestrale, in una
specie di pellicola in bianco e nero che riporta agli albori del
cinema e che è il quadro di un ambiente in una certa epoca.
La tradizione dell'affiliazione di fatto vede unite una bimba,
Maria, a una signora che veste il lutto da quando l'amato non ha
fatto ritorno dalla prima guerra mondiale, ed è un rapporto fatto di
poche parole e di molti silenzi assai più significativi di qualsiasi
linguaggio.
Ma Bonaria Urrai, così si chiama la signora, è anche un'accabadora,
cioè una persona tanto ricercata quanto temuta che pietosamente pone
fine alle sofferenze altrui, in una forma di eutanasia tipicamente
del luogo.
Non nascondo che il libro mi ha entusiasmato e avvinto, con quel suo
ritmo lento, ma non statico, almeno fino a pagina 119, perché dopo,
una volta che Maria scopre quest'attività tenutale prima sempre
celata, se ne va, lascia la casa dove ha vissuto gran parte della
sua fanciullezza e fugge a Torino a fare la baby sitter.
Ora, se la reazione della giovane Maria è più che comprensibile, del
tutto inutile è la narrazione di questo periodo con cui si cerca di
cancellare la memoria del passato; sono pagine artificiose, che
nulla aggiungono alla storia, e che anzi troncano quell'equilibrio
così apprezzabile che mi aveva soggiogato. Da romanzo d'ispirazione
classica si passa così a uno scritto quasi insipido, un cambiamento
repentino che non giova al libro e che prelude all'ultima parte, con
il ritorno di Maria al capezzale di Bonaria Urrai, costretta in un
letto per un ictus.
E qualche cosa deve essere accaduto all'autore, perché cade ancora
una volta l'omogeneità dello scritto, il ritmo diventa altalenante e
si arriva a una conclusione che, fra le tutte possibili, è
senz'altro la meno azzeccata.
C'è la volontà di dare a un mondo di naturale dolore un sviluppo
positivo che stona con la logica dell'opera, almeno per quella
presente nelle prime 119 pagine.
La fretta di chiudere, fra l'altro, svilisce il ritrovato affetto (e
forse un giorno amore) fra Maria e Andrìa, quest'ultimo suo compagno
d'infanzia.
Si perde, soprattutto, il concetto di come in una vita che si chiude
con la morte l'unica cosa che conti è l'amore.
E' un peccato, perché le intenzioni erano ottime, ma poi si sono
perse per strada, e così può anche capitare che un premio (Il
Campiello) tributi gli onori non tanto a un'opera coerente, ma solo
alle sue intenzioni.
Michela Murgia è nata a Cabras
il 3 giugno 1972. Ha pubblicato Il mondo deve sapere (Isbn, 2006),
Viaggio in Sardegna,. Undici percorsi nell'isola che non si vede
(Einaudi, 2008), Accabadora (Einaudi, 2009), vincitore del super
Mondello e del Campiello 2010.
Renzo Montagnoli
19/10/2010
Irregolare di
Vincenzo Bosica Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it
Narrativa romanzo
Collana Pandora
Un giallo fantascientifico
La fantascienza mi interessa maggiormente quando viene descritto un
futuro non lontano, ma assai prossimo e questo è il caso di
Irregolare, di Vincenzo Bosica.
In un pianeta Terra ammorbato dall'inquinamento vive una società
ipertecnologica al punto di consentire il ricambio di organi fra i
più comuni, compresa l'epidermide, con braccia, gambe metalliche che
assicurano prestazioni del tutto inusuali.
In buona sostanza nella società del futuro imbattersi in un cyborg è
del tutto normale, anche perché c'è chi ricorre a queste protesi per
vivere più a lungo e c'è chi invece ne fa uso per esaltare la
bellezza del proprio corpo, con tanto di addominali e di bicipiti
artificiali.
E' una tecnologia già acquisita da tempo e ovviamente pubblicizzata
in un sistema ove conta sempre di più l'apparenza, mentre la
sostanza sfugge, la mancata omologazione è osteggiata, insomma per
certi versi è un futuro già attuale.
Fra l'altro il collasso demografico viene evitato in forza di una
legge internazionale che rilascia permessi di procreazione in
presenza di altrettanti decessi, e non è che sia possibile essere
inadempienti, poiché le identità di ognuno, codificate digitalmente,
sono una traccia informatica univoca e incancellabile, in un mondo
popolato di occhi elettronici, di sensori speciali, che tutto vedono
e tutto registrano.
Francamente credo che un futuro così non poteva ipotizzarlo nemmeno
Orwell, anche se, per certi aspetti, il grande scrittore inglese ha
tracciato un percorso lungo il quale effettivamente stiamo
camminando.
La società di Irregolare è ben lungi dall'essere perfetta e
se le supertecnologie hanno consentito di risolvere pressoché
totalmente tutti i casi di omicidio, ce n'è uno, apparentemente
inspiegabile, che assilla la polizia di una città americana, la fa
disperare perché non esiste il più piccolo indizio. Tutto il romanzo
si sviluppa su questo caso, sulle indagini che finalmente porteranno
al colpevole.
Quindi, fantascienza certamente sì, ma anche thriller, piuttosto
raffinato, con colpi di scena non prevedibili, ma logici, in un
crescendo di tensione che impedisce al lettore di togliere gli occhi
dal libro.
In questo senso Bosica è riuscito a scrivere un'opera convincente,
oltre che, ovviamente, avvincente e fra l'altro con uno stile pulito
e un italiano corretto, cosa rara quest'ultima ai giorni nostri.
L'unico appunto che mi sento in dovere di muovere all'autore
riguarda la localizzazione del fatto e i personaggi. Secondo me, in
un mondo come quello, del tutto uniformato, non c'era bisogno di
ambientarlo negli Stati Uniti, ma tranquillamente in Italia, con il
vantaggio anche di poter ideare protagonisti più vicini ai nostri
gusti.
Se di peccato si tratta, comunque è da considerare veniale, perché
il libro merita senz'altro d'essere letto.
Vincenzo Bosica (Pescara 1977) è
un giovane autore la cui creatività ricca e sfaccettata lo spinge
spesso ad approfondire aspetti dell'esistenza tutt'altro che banali.
Sostenuto da un percorso di studi scientifici e filosofici, è
attratto da quanto è misterioso, eccentrico e indecifrabile; dagli
sviluppi spesso straordinari a cui potranno condurre le scoperte
scientifiche; dalla direzione che prenderà il futuro; da quanto e
come l'uomo sarà capace di adattarvisi.
Il suo primo racconto, Capsule ("IF-Insolito e Fantastico",
n. 2/2009), è quasi un saggio sulla scienza moderna. declinato con
ironia e uno stile personalissimo, che gli giova grandi consensi di
pubblico e di critica.
Irregolare è il suo primo romanzo, ambientato in un futuro
non troppo distante e non troppo inverosimile.
Renzo Montagnoli
16/10/2010
Le parrocchie di Regalpetra
di Leonardo Sciascia
Prefazione dell’autore
Adelphi Edizioni
Collana Fabula
Il problema storico della miseria
Pubblicato nel 1956
dall’editore Laterza, Le parrocchie di Regalpetra non
è un romanzo, bensì una saggio che parla dell’ambiente, della gente,
della storia di Racalmuto, paese natio di Sciascia, denunciando
apertamente, senza remore, i problemi ancestrali, ormai
cronicizzati, che affliggono quella località e finendo per
estensione con il caratterizzare qualsiasi unità amministrativa
siciliana.
Ma perché allora non intitolarlo Le parrocchie di Racalmuto?
Lo spiega lo stesso autore nella prefazione, precisando Debbo
aggiungere che il nome del paese, Regalpetra, contiene due ragioni:
la prima, che nelle antiche carte Recalmuto (cui in parte le
cronache del libro si riferiscono) è segnata come Regalmuto; la
seconda, che volevo in qualche modo rendere omaggio a Nino Savarese,
autore dei Fatti di Petra.
C’è un ordine logico in queste cronache che non è solo
temporale, ma anche finalizzato a dimostrare appunto quell’Enorme
tempo, cristallizzato, che Giuseppe Bonaviri ha reso
perfettamente con il suo omonimo libro.
Si parte così dalla storia del paese, andando indietro di circa
quattro secoli per approdare, abbastanza rapidamente, al periodo
intercorrente fra le due guerre, con gustose rappresentazioni
dell’era fascista, ma è soprattutto il dopoguerra, frutto
dell’esperienza diretta, il cardine di tutta l’opera, con l’acuta
osservazione della politica, i cui rappresentanti locali, dismessa
la camicia nera, ora ne indossano di altri colori, ma, si sa, come
l’abito non faccia il monaco.
L’effettiva preoccupazione di Sciascia, però, è il fine stesso
dell’opera e cioè di mostrare le condizioni in cui versavano le
classi povere, con la scarsa e inadeguata paga per il necessario
sostentamento, accompagnata dal rischio insito nel lavoro proprio
dei cavatori di sale e degli zolfatari.
Se la descrizione della vita di questi quasi servi della gleba
provoca sdegno nel lettore, Le cronache scolastiche dello
Sciascia maestro sono di quelle che stringono il cuore, che fanno
venire in mente l’infanzia di tanti derelitti descritta già dal
Verga e che nel Cuore di De Amicis risulta sì commovente, ma
edulcorata.
Qui la verità cruda è che gli scolari patiscono la fame, soffrono il
freddo, già alla loro età maturano gli espedienti per sopravvivere,
vestiti di stracci, spesso alternando lavori faticosi agli studi,
senza un avvenire, immiseriti fuori e dentro.
Ricordo che siamo negli anni 50 del XX secolo e non nel XVIII o XIX
secolo; l’Italia è uscita dalla guerra impoverita, desiderosa
tuttavia di raggiungere migliori condizioni di vita, ma lì, a
Racalmuto – Regalpetra, si vive solo per morire.
Credetemi, poiché non è un romanzo in cui vien dato spazio alla
fantasia, ma è una cronaca, un’indagine e quindi c’è solo realtà, a
leggere queste pagine si è pervasi da un’intensa commozione e anche
da un senso di vergogna, per noi che ora abbiamo tutto, quando loro
invece non avevano niente, ma solo la fatica di vivere.
Come se Le cronache scolastiche non fossero sufficienti
l’ultimo articolo di questo libro, intitolato La neve, il Natale
è di quelli che è impossibile dimenticare, perché allargano quella
ferita che già si è aperta in noi. Un inverno rigido, di quelli da
tenere a memoria, con tanta neve e gli scolari vestiti quasi come
Arlecchini, perché le mamme rimediano quello che è possibile trovare
per attenuare il senso di freddo, il Natale che si avvicina, che
arriva e il diario di tre di loro su come hanno trascorso la
festività cristiana. Sono stilettate vere e proprie, come questa: “
Io il giorno di Natale ho giuocato con i miei cugini e i miei
compagni. Avevo vinto duecento lire e quando sono ritornato a casa
mio padre me le ha prese e se ne è andato a divertirsi lui. “.
E’ comprensibile quindi l’altra funzione di queste cronache, cioè
l’essere la base, lo spunto per le opere successive di Sciascia,
tanto che nel 1967, a proposito di Le parrocchie di Regalpetra,
l’autore scrisse “ Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno. Un
libro sulla Sicilia che tocca i punti dolenti del passato e del
presente e che viene ad articolarsi come la storia di una continua
sconfitta della ragione e di coloro che nella sconfitta furono
personalmente travolti e annientati.”.
Questo libro è assolutamente imperdibile.
Leonardo Sciascia
(Racalmuto,
8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989). E’ stato autore di
saggi e romanzi, fra cui: Le parrocchie di Regalpietra
(Laterza, 1956), Il giorno della civetta (Einaudi, 1961),
Il consiglio d’Egitto (Einaudi, 1963), A ciascuno il suo
(Einaudi, 1966), Il contesto (Einaudi, 1971), Atti
relativi alla morte di Raymond Roussel (Esse Editrice, 1971),
Todo modo (Einaudi, 1974),
La scomparsa di Majorana
(Einaudi, 1975), I pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido,
ovvero Un sogno fatto in Sicilia (Einaudi, 1977), L’affaire
Moro (Sellerio, 1978), Il teatro della memoria (Einaudi,
1981), La sentenza memorabile (Sellerio, 1982), Il
cavaliere e la morte (Adelphi, 1988), Una
storia semplice (Adelphi, 1989).
Renzo Montagnoli
13/10/2010
La verità sugli
uomini e sulle cose del Regno d’Italia
Rivelazioni di J.A.
Antico Agente secreto del Conte Cavour
di
Filippo Curletti
A cura di Elena
Bianchini Braglia
Presentazione di
Walther Boni
Introduzione di Elena Bianchini Braglia
Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it
Collana Saperi
Storia
Luci e ombre
sul Risorgimento
Negli archivi privati
di Teodoro Bayard De Volo, ministro del duca di Modena Francesco V,
si trova anche uno scritto, quasi anonimo, in quanto firmato solo
J.A., con delle straordinarie rivelazioni.
Il documento è attualmente conservato nell’Archivio di Stato di
Modena e ha destato l’interesse di Elena Bianchini Braglia, che, in
questo libro, lo riporta integralmente. E’ curioso notare l’italiano
di altri tempi, non gravido di errori, ma di espressioni ormai
desuete.
Ma cosa ha di così tanto interessante questo scritto?
In pratica, J.A., che risponde poi al nome di Filippo Curletti,
agente segreto del regno sabaudo al servizio del Conte di Cavour,
getta nuove luci sul nostro Risorgimento, anche se sarebbe più
esatto dire che getta nuove ombre.
Non è che siano rivelazioni assolutamente imprevedibili, perché gli
storici si sono finalmente liberati da quella visione del periodo
risorgimentale riportata sui testi scolastici, ripetuta da
insegnanti sia in epoca prefascista, sia durante il ventennio che
negli anni successivi.
Che il nostro Risorgimento non corrisponda alle lezioni ricevute è
ormai assodato e questo sulla base di indizi, numerosi,
circostanziati e, per la loro logica, quasi del tutto probatori.
Lo scritto di Curletti costituirebbe invece la prova inoppugnabile
di come sono andate finalmente le cose, perché l’uomo non è solo
spettatore degli eventi, ma vi partecipa o addirittura li promuove.
Resta da stabilire la sua attendibilità.
In ordine alla sua autenticità sembra che non ci siano dubbi, tanto
che è conservato nell’Archivio di Stato; se poi sia stato redatto
proprio da un agente segreto, certe situazioni riportate, che
trovano riscontri e che non erano comunque all’epoca di dominio
pubblico, sembrano avvalorare l’ipotesi.
C’è un ultimo quesito da considerare, e cioè se Curletti ha scritto
la verità, magari inserendo abilmente menzogne fra fatti realmente
accaduti.
Questo è impossibile da verificare, per quanto quegli indizi di cui
ho sopra accennato siano compatibili con il documento in questione.
Curletti sembra voler lasciare ai posteri la spiegazione di un fatto
di grande portata come il Risorgimento, proprio perché possano
comprendere come mai sia stato realizzato uno stato, con le sue
istituzioni, ma sia mancata la nazione italiana, cioè non vi sia
quel senso di forte identità che accomuna i suoi abitanti.
Così, leggendo queste pagine, potremo capire come delle finalità
puramente dinastiche e di potere furono spacciate per il più nobile
scopo di un’indipendenza, potremo vedere con occhi nuovi Vittorio
Emanuele II, definito il re galantuomo, perché appunto non lo era,
troveremo un Garibaldi al di fuori della tradizione mitizzante, un
brigante con vaghe idee di dare agli italiani un paese libero.
Su tutto domina la corruzione, che emana dal personaggio di Cavour,
un male ormai diventato endemico e che condanna l’Italia a
un’arretratezza morale che aggrava la mancanza di una forte identità
nazionale.
Da leggere, inoltre, la presentazione di Walther Boni e l’esauriente
e approfondita introduzione della curatrice Elena Bianchini Braglia,
che, riferendosi alla imminente ricorrenza dei 150 anni dell’Unità
d’Italia, termina con un invito che non è disaggregante, ma di
autentica speranza affinché, come disse Massimo d’Azeglio, “Fatta
l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”.
Il suo pensiero è’ frutto di
saggezza e di sincero amore per il paese, ma essere consapevoli del
nostro passato è l’unico modo per essere tutti effettivamente
italiani.
Scrive infatti Elena Bianchini Braglia: In realtà l’unico modo
per celebrare l’Italia sarebbe quello di restituirle tutta la sua
storia, tutti i suoi eroi, valorizzare tutte le sue antiche
tradizioni, riconoscere le diversità dei popoli che la compongono.
Solo così si potrà dare un senso a questa ricorrenza, solo così,
forse, superate le violenze, le incongruenze e le forzature, l’unità
potrà “ essere forte e durevole”.
Questo libro non può solo essere letto, ma deve essere letto,
perché la verità, sepolta da anni di menzogne, possa finalmente
trionfare e consentire a noi italiani un processo cognitivo delle
nostre origini, delle nostre tradizioni, peculiari delle varie zone
in cui l’Italia era divisa 150 anni fa, presupposto indispensabile
per costruire un futuro di effettiva unione nel quadro di
un’identità nazionale che fino a ora non è mai esistita.
Elena Bianchini Braglia,
nata a Modena il 26 ottobre 1972, vive a Modena con il marito e la
figlia Irene.
Titoli di Studio: Laurea in Filosofia conseguita presso la
Facoltà di lettere e Filosofia dell’Università di Parma e Laurea in
Scienze dell’Educazione conseguita presso la Facoltà di Scienze
della Formazione dell’Università di Bologna.
Attività culturali ed editoriali: da anni interessata alla
storia Estense collabora con riviste, istituti culturali ed enti
locali. È direttrice editoriale della rivista «Terre Estensi»,
presidente del Centro Studi sul Risorgimento e gli Stati Preunitari
(www.centrostudirisorgimentali.it), collabora all’organizzazione di
eventi culturali, partecipa a convegni e tiene conferenze.
Principali pubblicazioni:oltre
a vari saggi sulla storia Estense, sul Risorgimento e diversi
contributi su miscellanee, le pubblicazioni più recenti sono:
Adelgonda di Baviera, l’ultima duchessa di Modena, Reggio, Massa
Carrara, TeI, Modena 2003
Maria Beatrice Vittoria, Rivoluzione e Risorgimento tra Estensi e
Savoia, TeI, Modena 2004
O Regina o santa. Maria Beatrice d’Este, l’unica italiana sul trono
d’Inghilterra, spodestata per la fede, Tei, Modena 2005
In esilio con il Duca. La storia esemplare della Brigata Estense, Il
Cerchio, Rimini 2007
Donna Rachele, Mursia, Milano 2007
Madama Parisina, la protagonista del peccaminoso scandalo estense
nella storia e nella letteratura, TeI, Modena 2007
Sito Internet:
http://www.elenabianchinibraglia.it/
Renzo Montagnoli
09/10/2010
L’intermittenza
di Andrea Camilleri
Ed.
Mondadori
Romanzo
Migliaia di
lavoratori a rischio.
Manager spregiudicati. Due donne bellissime.
Un thriller
spietato, veloce come un battito di ciglia.
L’intermittenza,
l’ultimo libro di Camilleri non può non richiamare alla memoria
Un sabato con gli
amici: stesso stile
secco ed essenziale quasi a cogliere e collocare i personaggi ( il
lettore riesce questa volta a districarsi tra i vari nomi dei
personaggi e loro relativi ruoli e legami grazie all’elenco presente
all’inizio del libro) all’interno delle proprie crepe morali.
Siamo dentro il mondo degli affari sporchi, dell’imprenditoria
spietata e predatrice, della politica cialtrona e opportunista.
Senza soluzione di continuità s’intersecano i rami dei vari settori
alla cui base ci sono profitto,
convenienza e malaffare, ma Camilleri idealmente vuole spezzare
questo fil rouge
di vasi comunicanti inventandosi: l’intermittenza. “Silenzio
totale, assoluto, come se intorno gli
fosse sorta una bolla d’aria insonorizzat,
inglobandolo. I muscoli paralizzati, non obbediscono agli impulsi
inviati dal cervello. Poi, senza preavviso, si sblocca. Il contatto
con il mondo viene ristabilito. Per una
frazione di secondi i rumori hanno un così forte innalzamento di
volume che gli rintronano dentro la
testa, lo stordiscono”.
Una corrente che si alterna o un black- out momentaneo
interrompono ambizioni ed illusorie
vanaglorie di chi mercifica tutto quello che tratta.
Siamo in una metropoli del nord (Camilleri istantaneamente assume un
registro linguistico formale e composto), al centro il
patriarca-presidente di una grande industria,
la Manuelli
il cui figlio, Beppo, una
nullità totale, ricopre indegnamente la carica di vice Direttore
generale; il Direttore del Personale, Guido
Marsili è un rullo compressore, senza ripensamenti, senza
scrupoli, freddo e implacabile, ma con una segreta passione per la
poesia e il Direttore generale Mauro De Blasi,
è manager importante che tiene tutto sotto controllo,
eppure…avvisaglie di défaillance lo frastornano e lo lasciano
inerme: “Fu allora che ebbe
lacerante certezza della
prossimità della sua morte”. La crisi nazionale aleggia
sul Paese e la
Manuelli
fagocita l’azienda
Artenia di Birolli sull’orlo
del fallimento. Mauro De Blasi porta
avanti le trattative in segreto, offrendo una certa cifra per il
pacchetto azionario dell’azienda soccombente. Portare le perdite in
riduzione dei loro utili: cento milioni di perdite finanziarie
giacenti nell’Artenia
sarebbero sprecati, portati nel bilancio della
Manuelli
varrebbero 40 milioni di minori tasse.
Birolli si sarebbe liberato dei
creditori e la
Manuelli
avrebbe guadagnato di più di quel che avrebbe pagato:
il pesce grosso che divora quello
più piccolo. Personaggi maschili
tagliati con l’accetta, di sordido profilo, sempre pronti a captare
l’affare losco e a mantenere il potere senza cedimenti. Tagli
del personale, cassa integrazione galoppante e trattative con il
politico di turno tracciano un quadro economico e finanziario molto
simile alla realtà odierna. Le figure femminili assumono connotati
propri dell’ambiente in cui vivono, Marisa, la bella moglie ricca ed
annoiata incline ai tradimenti; Anna, la segretaria di Mauro la cui
vita pubblica sicura e motivata contrasta con la privacy deserta e
vuota, facile agli abbagli amorosi; la bella nipote di
Birolli, Licia, consulente del capo di
un grande gruppo industriale, Luigi
Ravazzi, si occupa di economia con
grande disinvoltura. Eppure in queste
donne apparentemente così risolute, granitiche per il lavoro che
svolgono e per i ruoli che ricoprono sono da Camilleri rappresentate
sempre con estrema cautela e, spesso, spogliate dalla scorza
esteriore che le caratterizza. La donna, l’eterno femminino appare
in tutto il suo spessore e anche l’oca cristallizzata nella sua
apparenza gradevole e accattivante mostra le sue fragilità
interiori. In questo romanzo Camilleri assume il ruolo
di evocatore dei destini italici, senza
cadere nella trappole della retorica e nelle insidie del moralismo.
In una prosa curata e controllata, dove le parti dialogiche non sono
meno a quelle narrative- riflessive non c’è
scampo alfine per chi vuole alzare sempre la bandiera del
vincitore. Ha ancora fatto centro Camilleri? Senza aspettarsi il
capolavoro o l’intuizione geniale, a mio modesto parere e da
fans della prima ora, risponderei di
sì.
Autore. Andrea Camilleri (1925), è
autore di oltre 60 romanzi tra storici, civili e polizieschi, e di
diverse raccolte di racconti, tradotti in più di 30 lingue.
Vincitore di numerosi premi in Italia e all’estero, è noto al
grande pubblico anche per i romanzi
dedicate alle inchieste del commissario Montalbano, da cui è stata
tratta la fortunata serie televisiva. Tra i tanti titoli ricordiamo:
“La forma dell’acqua”, “Il cane
di terracotta”, “Il ladro di merendine”, “La voce del violino”, “La
stagione della caccia”, “Il birraio di Preston”,
“La concessione del telefono”, “La gita a
Tindari”, “Maruzza Musumeci”, “Il
casellante”, “Il campo del vasaio”, “L’età del dubbio”, “Un sabato,
con gli amici” “Il sonaglio” “ La caccia al tesoro”…
Arcangela Cammalleri
08/10/2010
Filastrocche per l’angelo
di Anna Vincitorio
con testo francese a fronte
di Daniela Fiorini
Presentazione di Anna Ventura
Postfazione di Daniela Fiorini
II Edizione
Edizioni Tabula Fati
www.edizionitabulafati.it
Poesia
Collana Flores
Non solo musicalità
La filastrocca è un
componimento di estrazione popolare, molto in voga in un passato
nemmeno tanto lontano, e caratterizzato da un’armonia cantilenante.
Le nonne vi si cimentavano con i nipotini, per attirare la loro
attenzione e comunque per trasmettere un senso di appagamento e di
sicurezza.
Anna Vincitorio, autrice di numerosi libri di poesia, ha
rispolverato questa forma oggi non del tutto usuale con una serie di
componimenti che, oltre a ben estrinsecare il significato della
filastrocca, ne riportano tutte le caratteristiche salienti in modo
egregio, con risultanze, oltre che piacevoli, anche di eccellente
livello.
Queste poesie non sono come le ninne nanne, in genere fini a se
stesse e che hanno come scopo quello di conciliare il sonno, ma
portano un messaggio, sotto forma metaforica, e comunque a una
morale più adatta agli adulti che ai bimbi.
(Cantilena cantilena / non mi basti dolce Nena / non mi basta il
cielo azzurro / non mi bastano le foglie / e nessuno le raccoglie. /
La canzone è troppo triste / troppi gli anni sulle spalle. / Più non
viene Lancillotto / a salvare la sua dama. / C’è una donna sola e
vecchia / che si sente una puttana / degradata inascoltata / sola
sola abbandonata. / Vieni presto, vieni presto / fa qualcosa,
stringi forte / ma consegnami alla morte.). L’esperienza
dell’esistenza, il grigiore di una vita al termine sono espressi in
modo convincente e senz’altro immediato, senza ricorrere a termini
inconsueti, pur in presenza di un lessico colto.
Come si può notare non ci troviamo di fronte a poesiole più basate
sull’orecchiabilità che sul contenuto, perché ci si sbaglierebbe e
non poco.
No, Anna Vincitorio ricorre alle filastrocche per esprimere le
sensazioni del suo “io”, come un altro poeta magari invece
userebbe il canto o la ballata.
Non c’è solo ritmo, né semplicemente sillabe ripetute, ma un flusso
continuo di emozioni, di sentimenti, di ricordi, di gioie e di
dolori, insomma tutto l’animo dell’autrice porto in modo garbato al
lettore, una comunicazione spirituale che solo la poesia può
consentire, anche ricorrendo alla filastrocca.
Una particolarità di questo libro: per ognuno dei componimenti vi è
il testo in francese a fronte e vi assicuro che anche in questa
lingua la musicalità permane, forse addirittura migliora.
Da leggere per meditare, piacevolmente.
Anna
Vincitorio è nata a Napoli. Fin dalla primissima infanzia
si è trasferita a Firenze dove ha seguito studi classici cui ha
fatto seguito la laurea in Giurisprudenza. Si occupa attivamente di
letteratura, poesia, critica letteraria dal 1974. È docente dal 1976
presso istituti di scuola secondaria superiore di materie giuridiche
ed economiche.
Ha pubblicato di poesia: Nebbie e chiarori (Rebellato,
Padova 1982); Trama verde sull’aria (Ed. Hellas, Firenze
1986); Il canto fermo della fine (Ed. Del Leone, Treviso
1988); L’esilio delle tartarughe (Ed. Del Leone, Treviso
1991); I girasoli (Ed. Funghi, Firenze 1992); Alchimie
(Gazebo verde, Firenze 1993); Dissolvenze/Flots (Gazebo
verde, Firenze 1995); L’agguato sommerso (PuntoStampa,
Firenze 1997); Le nozze di Cana, in “’900 e oltre” -
Inediti italiani di poesia Contemporanea (Ed. Italiana di
Cultura Napoli, 1ª ed., gennaio 1997); Le nozze di Cana (Bastogi,
Foggia 1999); L’ultima isola (PuntoStampa, Firenze 2000);
Filastrocche per l’angelo (Tabula fati, Chieti 2001); La
notte del pane (Genesi Editrice, Torino 2004), Sognando
Estoril (Punto Stampa, Firenze 2007); Sognando Estoril
(con testo spagnolo a fronte, Punto Stampa, Firenze 2009).
Per la narrativa: San Saba (dall’inedito Il limo di
Eva, in “Eleusis”, 1990); L’Adelina (racconto), in “Fuori
Binario”, n. 14, febbraio 1996; Lettera ad un amico
(racconto), in “Fuori Binario”, n. 14, febbraio 1996; Ermanno
(racconto), in “Fuori Binario”, n. 18, giugno 1996; i racconti:
Da diletto, L’arbitro, La strana coppia, in
“Vernice”, n. 36, 2007.
Traduce e pubblica poeti dal francese e dall’inglese.
Attualmente collabora alla rivista “Vernice” di Torino, diretta da
Sandro Gros-Pietro.
Renzo Montagnoli
0610/2010
L’enorme tempo di
Giuseppe Bonaviri
A cura di Salvatore Silvano Nigro
Sellerio editore Palermo
www.sellerio.it
Narrativa romanzo
Collana La memoria
Un tempo cristallizzato
Il tempo sembra essersi fermato a Mineo, immobile da secoli, come se
si fosse cristallizzata la vita in una miseria a cui gli abitanti si
sono assuefatti al punto che questo “enorme tempo” attenua i drammi
quotidiani, le sofferenze, in una rassegnazione che sì stupisce, ma,
soprattutto, lascia attoniti quelli, come noi, che trascorrono
l’esistenza in un susseguirsi di periodi che non sono mai uguali.
Giuseppe Bonaviri, fresco laureato in medicina, dopo gli studi a
Catania e il servizio militare in Piemonte, ritorna al paese natio e
lo riscopre, fra l’entusiasmo di chi avvia una carriera e l’umana
profonda pietà che sgorga, costante, pur essa immensa, nel corso di
tutto il romanzo.
La sua è una discesa in un girone infernale, dove la miseria si
autoalimenta; lo accompagna un vigile sanitario che di volta in
volta può somigliare al Virgilio della Divina Commedia, soprattutto
quando insieme si abbandonano a pacate riflessioni, oppure al Sancho
Panza, fedele scudiero di un Bonaviri-Don Chisciotte che combatte
contro i mulini a vento dell’ottusità burocratica, della
superstizione e del potere che toglie, con l’acqua, quel poco che la
povera gente ha.
E’ una scrittura che ricorda quella del Sarto della strada lunga,
incline a un verismo senza sconti, ma pur tuttavia di tanto in tanto
impreziosita da quella vena fantastica che è propria dell’autore
siciliano e che nell’accostamento fra la semplice solennità della
natura e la tragedia dell’esistenza umana ricorda e riconduce l’uomo
al suo ruolo nell’ambito della creazione.
Già gli inizi del libro, con il ritorno in treno e poi in corriera a
Mineo, sono di quelli che non possono lasciare indifferenti, perché
è l’omaggio dello scrittore, nonché poeta, alla sua terra (…Mentre
il treno riprendeva ansimando il suo cammino verso Grammichele, la
corriera, con un tonfo gorgogliante, s’avviava per il piano di
Càllari in cui già mugolava e si doleva il vento…).
E’ evidente che ci troviamo di fronte a una forma espressiva quasi
poetica, che ogni tanto si ripresenta nel corso del romanzo, a
stemperare o anche ad accentuare per contrasto un profondo senso di
tristezza per la gente del paese, vista nelle sue ataviche
tradizioni, forse anche indisponente nel rifiuto del progresso, come
nel caso delle vaccinazioni, ma anche accarezzata con affetto per la
sua tribolata e ignota esistenza.
Dove tutto è fermo da secoli, accompagna gli esseri umani la
rassegnazione propria dell’immobilità dentro l’enorme tempo e non
sfugge a questa precarietà esistenziale anche il Dr. Giuseppe
Bonaviri, in cui si affievoliscono poco a poco gli entusiasmi
iniziali, la voglia di fare, il desiderio di cambiare, nei limiti
delle sue possibilità, quella situazione.
In un paese dove perfino i morti dell’obitorio stanno all’acqua
sotto il tetto sfondato e le case si stringono l’una all’altra quasi
per farsi forza e continuare, gli episodi che conducono a una non
ricercata commozione sono innumerevoli. Lì si vive in una sola
camera, spesso assieme alle bestie, si nasce e si resta in attesa
della morte, poco nutriti, senza avvenire se non la disperata
emigrazione; Mineo finisce con il diventare il cimitero di se
stesso, dove vivi e morti quasi si confondono, dove nulla cambia, in
cui regna sovrano l’enorme tempo.
Mi pare superfluo aggiungere che ci troviamo di fronte a un romanzo
bellissimo, da leggere e rileggere, perché nulla è lasciato al caso
fra quelle righe, nulla è di troppo o di troppo poco, in un
equilibrio stilistico che, non a caso, fa di Bonaviri uno dei grandi
della letteratura.
Giuseppe Bonaviri,
nato nel 1924 a Mineo, in provincia di Catania, è scomparso nel
2009. Primo di cinque figli di un sarto, Bonaviri ha vissuto per
anni a Frosinone dove ha esercitato la professione di medico. Fra le
sue opere più note: L’incominciamento (1983), Il dottor
Bilob (1994), Il vicolo blu (2003), L’incredibile
storia di un cranio (2006), Il sarto della stradalunga
(2006), La divina foresta (2008) e Notti sull’altura
(2009).
Renzo Montagnoli
01/10/2010
Canale Mussolini di
Antonio Pennacchi Edizioni Mondadori
Narrativa romanzo
Un'occasione sprecata
Una saga familiare per raccontare un'epoca non è certo una novità e
non sono pochi gli autori, non solo italiani, che hanno scritto al
riguardo. Ci ha provato anche Pennacchi, narrandoci delle vicende
della famiglia Peruzzi, spostatasi, per necessità, dal rovigotto
alle ex Paludi Pontine, risanate dall'intervento massiccio del
regime fascista teso a dare nuova terra coltivabile agli italiani.
Si potrebbe pensare quindi a un romanzo storico e in parte Canale
Mussolini lo è, ma è influenzato da quel desiderio di
riappacificazione nazionale volto a riscrivere l'avvento e il
dominio del fascismo, compito certamente difficile e in cui l'autore
si è gettato a capofitto, evidenziando però carenze culturali e di
approccio che fanno di quest'opera un libro sicuramente leggibile,
ma anche approssimativo, dalle facili conclusioni che cadono come
sentenze, in un quadro di eccessive semplificazioni dei problemi
proprie di chi crede di sapere come siano andate effettivamente le
cose perché convinto che la sua conoscenza sia completa e assoluta.
Alla base del romanzo quindi c'è un peccato di presunzione che
finisce con l'inficiare la validità delle asserzioni, spesso
gratuite, frutto non tanto di una disamina attenta, quanto di un
credo politico.
Ed è un peccato perché l'idea di partenza era e resta buona e così,
anziché trovarci di fronte a un rigoroso romanzo storico, scorre
davanti agli occhi una lunga telenovela, con personaggi che sono
degli stereotipi del socialista, dell'anarchico, del fascista,
insomma una sorta di opera rientrante nella cultura
nazionalpopolare, così cara ai regimi illiberali e feconda sia sotto
il fascismo che sotto il governo dei soviet.
Ciò nonostante il libro riesce più di una volta ad avvincere, perché
le vicende rientrano in quei percorsi della natura umana in cui
tutti, chi più chi meno, ci ritroviamo.
Ci sono in effetti pagine da epopea, come quella della bonifica
delle paludi, un racconto corale che ben si presta all'agiografia,
anche se proprio lì si riscontra un atteggiamento didascalico che
appesantisce il romanzo, in cui peraltro sono frequenti divagazioni,
variazioni di tempi non sempre giustificabili, che finiscono per
portare al lettore una certa stanchezza e comunque tale da fargli
scorrere velocemente le pagine per ritrovare quelle di un discorso
più snello e quindi più appagante.
Il ritmo della narrazione è altalenante, discontinuo, con improvvisi
acuti seguiti da vere e proprie fasi di stanca, quasi che l'autore
volesse prendere un po' di fiato e del resto si potrebbe dire che
Pennacchi ricorre a un italiano più parlato che scritto, con
frequenti frasi in un dialetto veneto un po' particolare, quasi
modificato per aumentarne la comprensibilità.
Se l'impostazione colloquiale (l'autore si rivolge a un ipotetico
lettore) è strutturalmente interessante, però, data la lunghezza del
libro, finisce con l'annoiare e peraltro il testo stesso poteva
essere ridotto alquanto, perché le frequenti divagazioni, che tirano
in ballo anche personaggi occasionali e di scarso rilievo per
l'opera, occupano non poche pagine.
In questo bilancio i difetti, fra i quali un uso della lingua
italiana non proprio da manuale, sono parecchi e i pregi pochi;
resta un certo fascino della vicenda che desta interesse, ma se
questo consente di considerare il romanzo un prodotto nel complesso
leggibile, le numerose pecche non giustificano assolutamente
l'assegnazione del Premio Strega, che conferma ancora una volta lo
scadimento delle ultime edizioni.
Antonio Pennacchi è nato a
Latina il 26 gennaio 1950. Si appassiona alla politica fin da
giovane, aderendo al Movimento Sociale Italiano, ma poi passa a
sinistra con i marxisti-leninisti. Operaio dell'Alcatel muta
continuamente opinione politica iscrivendosi al Partito Socialista
Italiano e alla CGIL, da cui verrà espulso con l'accusa di essere un
filo-brigatista. Entra quindi alla UIL, poi si iscrive al Partito
Comunista Italiano e ritorna alla CGIL, da cui sarà nuovamente
espulso. E' l'occasione per lasciare la politica attiva, per
laurearsi sfruttando un periodo di cassa integrazione e per iniziare
l'attività di scrittore.
Ha scritto, fra l'altro:
- Mammut (Donzelli, 1994);
- Palude. Storia d'amore, di spettri e di trapianti (Donzelli,
1995);
- Una nuvola rossa (Donzelli, 1998);
- Il fasciocomunista (Mondadori, 2003);
- Shaw 150. Storie di fabbrica e dintorni (Mondadori, 2006);
- Canale Mussolini (Mondadori, 2010).
Renzo Montagnoli
29/09/2010
I Viceré
di Federico De Roberto Baldini
Castoldi Dalai Editore
Narrativa romanzo
Collana Classici Tascabili
I Viceré è
indubbiamente il romanzo più famoso di Federico De Roberto, un’opera
piuttosto corposa che a stento ed eufemisticamente può rientrare in
una collana di tascabili. Considerato da non pochi critici un
autentico capolavoro (Sciascia addirittura scrive che dopo I
Promessi Sposi è il più grande romanzo che conti la letteratura
italiana), ma in un certo qual modo stroncato da Benedetto Croce
(Il libro di De Roberto è prova di laboriosità, di cultura e
anche di abilità nel maneggio della penna, ma è un’opera pesante,
che non illumina l’intelletto come non fa mai battere il cuore)
è in effetti un romanzo complesso, anche strutturalmente, e presenta
luci e ombre, di cui tuttavia le seconde non ne intaccano
l’intrinseca valenza.
E il valore è indubitabile, perché I Viceré, nel descrivere
le vicende dei numerosi componenti della nobile famiglia siciliana
Uzeda, finisce con l’essere la devastante biografia di una nazione,
un’immagine impietosa di ciò che siamo noi italiani, con una
narrazione impregnata da una forte vena critica e ironica.
La storia in effetti è costituita dalla vittoria, in apparenza,
della rivoluzione patriottica siciliana e dal suo pratico
insuccesso, con un esito quindi impietoso e deludente di tutto il
processo risorgimentale, perché le risultanze siciliane vengono di
fatto estese all’intero paese. In questo senso De Roberto è stato
un’analista del fenomeno non solo attento a tutti i suoi risvolti,
ma anche profetico, come infatti sembrerebbe testimoniare l’attuale
situazione italiana, di Stato di forma, ma non di sostanza.
Per quanto ovvio balza subito alla mente un altro capolavoro, quel
Gattopardo pur esso in grado di anticipare situazioni
successive, ma scritto molto tempo dopo I viceré ed è quindi
logico supporre fosse stato letto e in un certo qual senso preso a
spunto e ad esempio da Tomasi di Lampedusa.
Dice bene Matteo Collura quando scrive che “Nel cospicuo
contributo dato dagli scrittori siciliani alla moderna letteratura
italiana, s’impone un dato costante: la delusione per la mancata
rivoluzione promessa dal Risorgimento, il fallimento delle speranze
dei meridionali nel compiersi dell’Unità d’Italia. Viene da lì gran
parte dei mali che continuano ad affliggere questo Paese, la scarsa
autorevolezza dello Stato, le divisioni e incomprensioni tra regioni
del Nord e regioni del Sud e, propriamente oggi, il rischio dello
scardinamento dell’unità nazionale.”.
Indubbiamente, basterebbe solo questa visione profetica per
classificare I Viceré come un capolavoro, ma c’è dell’altro,
quali la caratterizzazione dei personaggi, invero troppi, ma precisa
e rappresentativa di modi d’essere e pensare, l’atmosfera quasi
irreale di un corpo in decomposizione pronto però a trasmigrare in
un altro, fermo restando l’obiettivo di conservare le proprie
prerogative. Negli Uzeda c’è tutta una famiglia stranamente attuale,
con vizi, furberie, astuzie, cialtronerie e perciò senza cuore. De
Roberto non ha pietà per questi personaggi, ma non travalica mai il
limite sottile fra avversione e odio, quasi da spettatore e cronista
di fatti che avverte come emblemi di una realtà ben più grande.
Benedetto Croce non ha quindi compreso l’effettivo significato
dell’opera, soprattutto quando dice che non illumina l’intelletto,
forse perché aborre l’idea che quello stato di cui fa parte è una
struttura altamente imperfetta che deriva dal fallimento delle idee
risorgimentali, pregevoli, eccellenti nelle intenzioni, scomparse
nella realizzazione.
L’opera è invece indubbiamente pesante, troppo lunga, e
caratterizzata da un ritmo lento che induce a frequenti soste
durante la lettura, difetto che tuttavia incide in modo trascurabile
sull’effettivo rilevante valore.
Da leggere, senza dubbio.
Federico
De Roberto (Napoli, 16 gennaio 1861 – Catania, 26 luglio
1927).
Opere (romanzi e raccolte di racconti):
- La Sorte (1887);
- Documenti Umani (1888);
- Ermanno Raeli (1889);
- Processi verbali (1890);
- L’albero della scienza (1890);
- L’illusione (1891);
- I Viceré (1894);
- Spasimo (1897);
- La messa di nozze (1911);
- Imperio, uscito postumo.
Renzo Montagnoli
28/09/2010
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Il quinto libro di
Alessandra Galdiero s'intitola "Sentire
che stai male mi toglie il respiro… perdutamente" edito
dalla CSA Editrice.
Un romanzo psicologico denso di passione in cui s'intrecciano
amore e morte, immaginazione e poesia.
Andrea, il protagonista del libro, si sente perduto nel momento
in cui la donna con cui ha condiviso la maggior parte del suo
tempo lo abbandona a se stesso.
Lui si mostra come un uomo fragile, indifeso, che non riesce ad
accettare il vuoto che si crea da quell'attimo. Entrando in
contatto con la difficile realtà inizia la sua lotta contro
tutto e tutti, uccidendo coloro che ama, ma da cui non si sente
ricambiato e capito.
Vede attorno a sé solo tradimento e menzogna, guarda ogni cosa
solamente dal suo punto di vista e tutto gli appare diverso da
ciò che è. Si tratta di follia, di paura o di un errore di
valutazione?
Quello che il protagonista vuole, che desidera ardentemente, è
sincerità, fiducia e affetto. Ma incontra sul suo percorso solo
delusione e incomprensione.
Andrea è frustrato da una vita spietata e non può fare a meno di
bruciare dietro di lui tutto ciò che fa parte del passato, per
poter ricominciare, per contrastare la sua solitudine, per
ritrovare la verità.
Ma quello che scopre non è facile da accettare, gli sembra
addirittura impossibile convivere con la nuova realtà che si va
delineando dinanzi a lui. E il rimorso per gli sbagli commessi
diventa una colpa da espiare…
… Forse tutto ciò che è osservabile è così come lo vediamo.
Ma cosa c'è invece nel fondo dello stomaco? Quali sono le
sensazioni che vibrano allo stato puro? Basta porsi delle
domande per scoprirlo? Basta respirare per sentirsi vivi? E
quando manca il respiro non siamo comunque vivi? E se questo
libro rispondesse per noi almeno ad una di queste domande, non
avremmo raggiunto uno stato d'incoscienza tale da essere in
grado di capire quello che siamo veramente?
Citazione
I nemici vivono in casa, ci osservano, ci studiano, carpiscono
le nostre debolezze e ce le puntano contro, fino a che siamo
costretti a saltare dal grattacielo per non finire divorati
dalle fiamme e per questo la nostra morte potrebbe quasi
definirsi un suicidio...
Biografia
Alessandra Galdiero, scrittrice
napoletana e dottoressa in scienze politiche, ha pubblicato
Attraverso i miei occhi (L'autore Firenze Libri), Ritorno
Andando (CSA Editrice), Non ho problemi a credermi (CSA
Editrice) e La verità si offende (Il Filo).
È co-fondatrice del portale www.recensionelibro.it
Si può leggere di lei sul suo sito
www.alessandragaldiero.it |
21/09/2010
Bàrnabo delle montagne
di
Dino Buzzati Edizioni Mondadori
Narrativa romanzo
Collana Oscar scrittori moderni
Bàrnabo delle montagne,
scritto nel 1933, è stato il primo romanzo di Dino Buzzati. Opera
breve, tuttavia ha in sé i germi di tutta la produzione successiva,
con l’immensità della montagna, raccolta in un silenzio al tempo
stesso imperioso e sublime, che crea un’atmosfera magica tale da
rapire l’attonito escursionista, o comunque da lentamente attrarre a
sé l’uomo che ritrova in essa un senso della vita in completa
armonia con il creato.
C’è anche l’attesa di Bàrnabo nel il desiderio di riscattarsi,
attesa che sarà il fil rouge di un’opera successiva di grandissimo
valore, Il deserto dei Tartari. In un certo senso il
personaggio di Bàrnabo anticipa, pur in veste diversa, quello del
tenente Drogo, in questo tempo sospeso che fa dimenticare il
trascorrere dei giorni, stregati rispettivamente dalla montagna e
dal deserto, tutti intenti inconsciamente a ricercare e a
concretizzare un senso della propria esistenza.
La costruzione del racconto, denso di metafore, l’aria fiabesca che
vi si respira nella comunione con una natura spettatrice imparziale
dei tentativi dell’uomo di affermarsi come essere privilegiato, le
descrizioni dei paesaggi, gli affascinanti misteri dell’ambiente
evidenziano una propensione naturale di Buzzati verso il fantastico,
ma contingentata ai luoghi dove egli, più che vissuto, ha
soggiornato da appassionato escursionista.
E se Il deserto dei Tartari è stato ispirato dalla solitudine
in cui si trovava da giornalista nella sua stanzetta presso Il
corriere della sera, in Bàrnabo delle montagne c’è tutta
la meraviglia verso la maestosità della montagna che lo accompagnerà
per tutta la vita.
In particolare, oltre agli umani, sembrano avere un’anima anche gli
alberi, i torrenti, il vento, la nuda roccia, circostanza che mi
induce a pensare che in Buzzati sia emersa una visione celtica del
mondo, propria di chi cerca di vivere in armonia con il creato.
Comunque si resta stupiti per il fascino di questa narrazione, per
la fantasia che la pervade e che porta il lettore a fantasticare, a
vedere questo mondo magico come se fosse presente, come se ne fosse
parte.
La lettura, ovviamente, è più che raccomandabile.
Dino Buzzati
(Belluno 1906 - Milano 1972), tra i
più originali autori italiani del Novecento, poco prima di laurearsi
in Legge, nel 1928, entrò al "Corriere della Sera", di cui fu
cronista, redattore e inviato speciale. Iniziò l'attività letteraria
nel 1933 pubblicando Bàrnabo delle montagne, cui sono seguiti
racconti di successo e numerosi romanzi tra i quali Il deserto
dei Tartari resta il suo capolavoro. Fu anche disegnatore e
pittore di talento.
Renzo Montagnoli
20/09/2010
L’uomo dei cerchi
azzurri
di
Fred
Vargas
Editions
Viviane Hamy 1996
Titolo
originale: L’homme aux cercles bleus
Traduzione di
Yasmina Melaouah
Ed.
italiana Einaudi
stile libero big
Noir
Quarta di copertina
Ciò che più desta curiosità è la
scritta tracciata intorno a ogni cerchio
in una bella grafia inclinata, colta, si direbbe, la frase che fa
piombare gli psicologi in un mare di interrogativi: “Victor,
malasorte, il domani è alle porte”.
Jean-Baptiste
Adamsberg: l’avevano nominato
commissario a Parigi, nel quinto arrondissement.
Procedeva a piedi verso il nuovo ufficio, per il suo dodicesimo
giorno. Diventato sbirro a 25 anni, nei Bassi
Pirenei, dove aveva vissuto e risolto uno dietro l’altro 4 omicidi,
era chiamato silvestre. E’ un uomo forse bello forse no,
piccolino, vestito malissimo, che scarabocchia sempre qualche
disegno sul lato del ginocchio destro piegato, invece di prendere
appunti come un qualsiasi poliziotto nel corso delle indagini. Un
uomo vago e lento nei gesti e nell’eloquio, “in certi momenti era
più altrove che mai”, dalla figura piccola, solida e scura. Questo
l’identikit, in breve, del poliziotto nato dalla penna di
Fred Vargas,;
ma che razza di tipo è questo? Si chiedono i colleghi parigini e noi
lettori. Tipi strani questi commissari,
solitari, ma dotati di una strana quanto inspiegabile
fascinazione. Ha l’aura di genio
dell’investigazione assemblata all’aspetto trasandato e niente di
speciale, una complessiva trascuratezza del personaggio,
Adamsberg, ma dalla voce piacevole ad
udirla quasi come una carezza. Attorno ad un fatto apparentemente
banale e di scarsa importanza investigativa, l’uomo che traccia
durante la notte misteriosi cerchi azzurri, con un’inquietante
scritta “Victor, malasorte, il domani è alle porte”, dentro i quali
giacciono oggetti abbandonati ormai privi di
utilità e segnalati all’attenzione degli altri,
Fred Vargas
ordisce un preciso meccanismo narrativo, che si sviluppa in un
crescendo di attesa. Tra metodi investigativi sui generis
di Adamsberg
affiancato da Adrien
Danglard, il suo ispettore preferito
considerato reale, molto reale dal commissario, tra personaggi
strambi come la scienziata Mathilde
Forestier, che segue e annota gli altri
per strada, la settantenne Clémence
Valmont, con un’unica idea, trovare un
amore e un uomo, il cieco Charles
Reyer ambiguo e misterioso, l’ometto
Louis Le Nermond,
professore bizantinista, si amalgama un buon romanzo poliziesco,
dalla prosa semplice e dalla piacevole lettura. Il nome
Fred Vargas
è un marchio di garanzia di qualità, senza
parlare di capolavori, la sua scrittura è ben calibrata tra
riflessioni serie ed ironia lucida. L’idea di letteratura come
rappresentazione della realtà immaginativa o riflessiva può essere
accantonata quando un buon giallo, di livello alto, un genere, può
far vagare e divagare la mente per puro senso della piacevolezza
della lettura.
L’autrice: Fred
Vargas è lo pseudonimo di
Frédérique
Audouin-Rouzeau adottato in omaggio alla sorella
Jo, una pittrice che nelle sue opere si
firma appunto Vargas (Vargas
è il cognome del personaggio interpretato da Ava
Gardner nel film
La contessa scalza).
È nata a Parigi nel 1957, figlia di una
chimica e di un surrealista. È ricercatrice di
archeozoologia presso il Centro
nazionale francese per le ricerche scientifiche (Cnrs),
ed è specializzata in medievistica. Per
5 anni ha lavorato sui meccanismi di trasmissione della peste dagli
animali agli uomini. Scrive ogni suo romanzo in 21 giorni, durante
il periodo di vacanza che si concede ogni anno. Rivede poi il testo
per 3 o 4 mesi, con il suo editor privilegiato: la sorella
Jo. Scrive dall’85.
Dal ’92 ha pubblicato quasi un libro all’anno.
È tradotta in 22 lingue ed è considerata l’anti-Patricia
Cornwell. Tra i suoi scritti:
Io sono il tenebroso (200,
2003,2006), Chi è morto alzi la mano, Parti in fretta e non
tornare, L’uomo a rovescio,Prima di
morire addio, I quattro fiumi, Le raccolte
La trilogia
Adamsberg, che riunisce le prime inchieste del
commissario. Scorre la Senna,
raccolta di tre racconti con protagonista il commissario
Adamsberg e tanti altri…
Arcangela Cammalleri
19/09/2010
Il Consiglio d'Egitto di
Leonardo Sciascia Adelphi
Edizioni www.adelphi.it
Narrativa romanzo
Collana Gli Adelphi
Ieri come oggi
Il Consiglio d'Egitto è il primo romanzo storico di Leonardo
Sciascia, scritto nel 1963, ricorrendo a una tecnica che sarà
presente anche nelle opere successive, vale a dire con
l'ambientazione in un tempo passato della vicenda, ma con il preciso
scopo di criticare il presente. Così, con l'ironia e il sarcasmo che
sono propri dell'autore siciliano, si narra dell'episodio dell'abate
Vella, che sul finire del XVIII secolo ebbe la bella pensata di
buggerare gli intellettuali siciliani e anche parte di quelli
europei falsificando la traduzione di un codice arabo e poi
costruendone uno completamente nuovo, grande esercizio di impostura
svolto unicamente per trarne propri benefici.
La truffa, perché questo è il reato commesso, ha quasi
dell'incredibile, ma è d'obbligo precisare che questo religioso ebbe
l'indubbia capacità di attirare il positivo interesse dei nobili
siciliani con il primo codice (Il Consiglio di Sicilia), mentre con
il secondo (Il Consiglio d'Egitto) invece capovolse la situazione,
con principi e baroni timorosi di perdere i loro secolari privilegi
a vantaggio del Re.
Detto così sembrerebbe poca cosa, la semplice storia di un birbante,
ma inserito nel contesto dell'epoca è rimarchevole l'intreccio fra
l'impostura e il tentativo di modernizzare l'isola grazie all'opera
dell'illuminato Viceré Caracciolo.
In effetti esisteva un dissidio, nemmeno tanto latente, fra la
corona e la nobiltà sicula, privilegiata da secoli al punto da
costituire nella scala sociale un'entità di potere autonoma, sulla
quale il re poteva ben poco.
I fuochi della rivoluzione francese, lo spirito libertario ed
egualitario che la stessa portava tuttavia finì per rinsaldare i
legami fra il monarca e i suoi vassalli, spezzando e di fatto
seppellendo ogni tentativo di modernizzazione.
Al personaggio emblematico dell'impostore si accompagna quello di
chi invece ha voluto essere se stesso fino in fondo, quell'avvocato
Francesco Paolo Di Blasi, illuminista ed eticamente convinto
dell'uguaglianza degli uomini al punto di tentare di avviare una
vera e propria rivoluzione; la congiura, scoperta prima di essere
posta in atto, lo porterà prima all'arresto, poi alla tortura e
infine alla condanna a morte per decapitazione. Per quanto il
paragone possa sembrare distonico, la figura dell'abate, scoperto
nell'inganno e rinchiuso in carcere, è una luce viva che poco a poco
si spegne, mentre quella del cospiratore è una lampada che, anche
dopo la sua morte, arde soave, un segno di speranza per un futuro,
anche se molto di là a venire. Infatti, Di Blasi ha provato almeno a
smuovere le acque, torbide, limacciose della forza parassita che
domina in Sicilia, ieri come oggi, ieri i nobili, oggi la mafia.
L'ultimo capitolo, quello della esecuzione della sentenza di morte
del cospiratore, è di rara e incomparabile bellezza, poche pagine
preziose che chiudono nel migliore dei modi un romanzo di grande
valore.
Leonardo Sciascia
(Racalmuto,
8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989). E’ stato autore di
saggi e romanzi, fra cui: Le parrocchie di Regalpietra
(Laterza, 1956), Il giorno della civetta (Einaudi, 1961),
Il consiglio d’Egitto (Einaudi, 1963), A ciascuno il suo
(Einaudi, 1966), Il contesto (Einaudi, 1971), Atti
relativi alla morte di Raymond Roussel (Esse Editrice, 1971),
Todo modo (Einaudi, 1974),
La scomparsa di Majorana
(Einaudi, 1975), I pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido,
ovvero Un sogno fatto in Sicilia (Einaudi, 1977), L’affaire
Moro (Sellerio, 1978), Il teatro della memoria (Einaudi,
1981), La sentenza memorabile (Sellerio, 1982), Il
cavaliere e la morte (Adelphi, 1988), Una
storia semplice (Adelphi, 1989).
Renzo Montagnoli
Il cinese
di
Henning
Mankell
Ed.
Marsilio
Genere Thriller
politico
Titolo originale Kinesen
Traduzione di Giorgio Puleo
In un villaggio svedese, a Hesjövallen,
avviene una strage: 19 corpi trucidati, tutti di persone anziane
tranne quello di un ragazzino di circa 12 anni,
vengono ritrovati nelle loro case. 19 nomi, tre famiglie, un
corpo dopo l’altro, tutti contraddistinti dallo stesso furore folle,
le stesse ferite inferte con un’arma
affilata. Non è una normale indagine, tutto è così orribile da
risultare incomprensibile. La
responsabilità del caso è affidata alla poliziotta Vivi
Sundberg, tenace e con una
grande capacità di analizzare anche i più
piccoli indizi. Per una strana e misteriosa tela di parentele sarà
coinvolta nell’inchiesta, sia pure non in forma ufficiale, il
giudice Birgitta Roslin. Da questo truce
fatto di sangue si dirama una storia le cui radici affondano in un
lontano passato lungo 140 anni. Dalle gelide foreste scandinave
attraverso differenti piani temporali la trama si
snoderà in Cina, negli USA, in Africa
per ricomporre il suo tragico epilogo in Svezia.
Mankell costruisce un libro corposo, una storia
d’ampio spettro storico e riesce a dar vita ad un quadro di vite
consunte dalla vendetta e dalla sete di riscatto sociale. Un
frammento di storia, nell’800 molti cinesi furono venduti e
sfruttati come schiavi in USA, nel Nevada,
durante la costruzione della ferrovia, racconta con toni forti e
partecipi la condizione di chi non ha riconosciuti nemmeno i più
elementari diritti umani e soffre della propria dignità offesa. Di
quanto la via del progresso e del profitto economico abbiano
sacrificato migliaia di vite umane. Il passato, a volte, quando è
stato troppo doloroso non si dimentica e
l’odio è un fiele che avvelena l’esistenza.
Dall’inizio della storia al suo svolgimento, il lettore è
trasportato all’interno di un’altra storia a tinte fosche che
costituisce il corpo centrale del plot
in cui si dispiegano le vicende umane di Wang
San, di Ya Ru,
di Liu… Il diario di San esprime la
rabbia cresciuta dentro di sé, il viaggio umano nel dolore di un
uomo e lo scrive perché i suoi discendenti non dimentichino le
ingiustizie subite. L’ingiustizia pesava su
tutta la Cina. La parte finale si ricollega all’inizio come
uno schema concentrico. Mankell racconta
della Cina di Mao,
del movimento contadino convinto di sollevarsi dalla miseria e che
ha fatto enormi passi avanti, ma devono i cinesi ancora combattere
contro la miseria che è ancora grande. Il cammino è ancora lungo.
La Cina
pre-olimpiade che ai suoi vertici ordisce trame politiche e i
cui leader moderni si sono sostituiti ai vecchi capi del partito
comunista con metodi corrotti e antidemocratici.
L’eterno scontro tra gli ideali che non riescono a sopravvivere alle
pressioni di una realtà che i vecchi teorici non avevano mai
compreso.
Mankell intreccia il genere giallo e quello
storico in modo naturale senza discrepanze
stilistiche né di contenuto, tutto viene ricomposto nella sua
giusta collocazione. I personaggi si delineano
man man che ci si addentra nello
scritto, la loro natura umana emerge in tutte le proprie
sfaccettature.
È un romanzo interessante che appassiona sin dalle prime pagine e
si legge come “si
suol dire” tutto di un fiato.
L’autore. Henning
Mankell, scrittore e regista
teatrale, è nato a Stoccolma nel 1948, vive tra la Svezia e il
Monzambico. Dal
1998
è sposato con la regista teatrale e televisiva
Eva
Bergman,
figlia di
Ingmar
Bergman. È autore dei
gialli con protagonista il commissario
Wallander, nove episodi tradotti in 40 lingue che hanno
venduto nel mondo 30 milioni di copie. La serie comprende i titoli:
Assassino senza volto, I cani di
Riga, La leonessa bianca, L’uomo che sorrideva, La falsa pista, La
quinta donna, Delitto di mezza estate, Muro di fuoco e
Piramide. A ottobre 2010 verrà
pubblicato L’uomo inquieto,
l’ultimo caso del commissario Wallander.
Nel catalogo Marsilio, anche i gialli
Il ritorno del maestro di danza, Il
cinese, e il libro testimonianza
Io muoio,
ma il ricordo vive.
Un’altra battaglia contro l’Aids.
Arcangela Cammalleri
17/09/2010
Appena finirà di piovere di
Aurelio Zucchi
Non amo molto la parola "poeta" perché troppo spesso viene abbinata
a chi poesia non fa. Non basta scrivere poesie in un sito di
scrittura per essere poeta. Così facendo si finisce con lo svilire
chi poesia fa davvero.
E poesia fa davvero Aurelio Zucchi che - dopo aver favorevolmente
sorpreso la critica col suo romanzo "Viaggio in V classe" - fa
ancora bingo con questa splendida raccolta di poesie
dall'accattivante titolo "Appena finirà di piovere", editato dalla
Global Press Italia.
È uno splendido viaggio tra i pensieri dell'autore che trovano forma
e sostanza nel suo modo di approcciare la poesia: semplice, ma con
quella capacità di "colorare" ogni verso che è tipico solo di chi
"sa dipingere" con le Parole.
Aurelio Zucchi in questa difficile arte è splendido maestro: egli
riesce a liberare un potenziale creativo capace di determinare in
modo nuovo i concetti stessi di "soggetto" e di "realtà".
In particolare, l'analisi critica del linguaggio, dei luoghi e degli
spazi avviene attraverso un radicale confronto con un'immagine che
non c'è e che pure, se chiudete gli occhi, si palesa e sembra
assumere un valore quasi filosofico. Un esempio di ciò si evince
fortemente in "Datemi un'alba" dove i versi che vedono […Gino, mio
fratello, / equilibrista sullo scoglio nero] richiamano un paesaggio
di Gauguin.
Nella sua poesia solare traspare Monet, mentre in quella
introspettiva è un trionfo di fiamminghi per trasformarsi in un
Rousseau il doganiere nei suoi ricordi d'infanzia verseggiati in
modo naif, assumendo connotazione fortemente romantica nella sezione
"Lei", degna dell'affascinante Modì.
Così - di volta in volta - l'autore propone gli attimi della sua
vita, da una Reggio Calabria, sempre nel cuore, ad una Roma che l'ha
adottato come figlio meritevole.
Personalmente trovo che è nei ricordi del mare, del suo mare, che
l'essenza poetica di Aurelio Zucchi esplode con tutta la sua
irruente bellezza! Perché qui ritrovo sia la mimesi sia la catarsi.
La poetica di Aurelio Zucchi la racchiude il pensiero aristotelico:
"alcune cose che la natura non sa fare, l'arte le fa."
E mi tornano alla mente le parole di un grandissimo Robin Williams
ne "L'attimo fuggente", di Peter Wieir: "Noi leggiamo e scriviamo
poesie perché siamo membri della razza umana, e la razza umana è
piena di passione. Medicina, legge, economia e ingegneria sono
professioni necessarie al nostro sostentamento, ma la poesia, la
bellezza, l'amore… sono queste le cose che ci tengono in vita."
Fin quando ci saranno autori come Aurelio Zucchi è sicuramente vero.
Danilo Mar
14/09/2010
Muti e Fuggenti
Poesie in amore al mondo e alle sue
creature
di Anna Amadori Lizzeri
Prefazione dell’autrice
Edizioni Il Foglio Letterario
www.ilfoglioletterario.it
Già nella sua
precedente silloge “Poesie per ricordare” (La
riflessione, 2008) Anna Amadori aveva trattato dei tre temi
cardinali di ogni esistenza, con l’amore che è tormento e passione,
con le grandi domande senza risposte certe concernenti la vita e con
l’inevitabile conclusione della stessa, quella morte che tutti ci
accoglie, quasi beffarda per la nostra incoscienza e alterigia che
ci può indurre ad esserle superiori.
In questa nuova raccolta ritornano questi temi, ma con una visuale
diversa, quasi un’analisi dei risultati dell’evoluzione della
specie, di questi minuscoli esseri che credono di essere sopra ogni
cosa e che finiscono con il diventare così carnefici e vittime di
un’illusione irrazionale che mortifica, anziché esaltare,
l’esistenza.
Come precisa l’autrice nella sua prefazione l’umanità è diventata
così muta e fuggente, cioè isolata e prigioniera della sua
condizione. Il progresso e l’evoluzione hanno cambiato con i
sentimenti anche il senso della vita di ognuno di noi, ci hanno
indotto a credere che la scienza ci possa consentire di essere
speciali e avulsi dalla realtà naturale, che inquadra ogni essere
vitale in un disegno dal delicato equilibrio, minato dalle
inevitabili conseguenze di ordine materiale e, soprattutto,
comportamentale determinate dalla nostra assurda idea di predominio.
E’ inutile illudersi che se si vive di più si possa vivere in
eterno, è inutile credere che la nostra realizzazione di uomini sia
nel metterci al centro dell’attenzione, di elevarci insomma quasi a
divinità. Come il fiore che nasce e muore, anche l’uomo ha lo stesso
percorso obbligato, con la differenza che il suo egoismo,
l’egocentrismo a livelli esponenziali lo porterà a una morte in
solitudine, chiaro risultato di un’esistenza inutile.
Anna Amadori è ovviamente parte di questa umanità, ma la sua amara
constatazione si accompagna a un autentico senso di pietas,
virtù sempre più rara che la porta ad amare gli altri,
indipendentemente dal loro comportamento, anzi a stringerli a sé
quanto maggiore è la loro responsabilità di azioni e atti contro gli
altri e inconsciamente contro se stessi.
In particolare la poetessa tiene a che non si spenga il ricordo,
cioè l’unica forma di perpetuare la vita oltre la morte, soffocato
com’é da vanaglorie, egoismi e indifferenza, e al riguardo
particolarmente esplicativa è la poesia iniziale, che dà il titolo
all’intera raccolta, ma che è anche il filo conduttore della stessa
(Muti e fuggenti - Muti e fuggenti / anonimi volti, /
prigionieri di catene / da egoismo e vanagloria / saldate. /
Simulacri atei / di loro stessi,/ vacui fantasmi / su dimenticati
sepolcri.). Pochi versi, incisivi, senz’altro anche sofferti, ma
non urlati, anzi percorsi da un adagio quasi mistico che è il
riscontro della pietà che li ha ispirati.
Ma se l’uomo con il progresso è cambiato, non ha saputo cogliere la
verità che ogni scoperta svela (la nostra nullità, la nostra
impotenza, la comprensione di essere piccoli ingranaggi in una
macchina che mai comprenderemo), la natura è rimasta la stessa, e
così gli animali e i vegetali, consapevoli forse inconsciamente
della grandezza del disegno di cui umilmente fanno parte (Farfalla
- Non ti dolere / amorfa crisalide / amaro abbozzo di farfalla, /
le ali al mondo non / spiegasti ancora, / adorne / degli opalescenti
colori. /…) oppure ( Gabbiano - Con maestoso
volo / e plano d’ali, / t’è giocoso / burlar le rade / nubi /
sfidando l’azzurro cielo. /…).
E senza dilungarmi ancora, perché è giusto che chi leggerà possa
scoprire piacevolmente versi particolarmente pregnanti, non mi
resta, ovviamente, che raccomandare questa raccolta all’attenzione
di chi ama la poesia, una poesia fatta a misura d’uomo,
comprensibile, a tratti anche soave, eppur profonda.
Anna Amadori
nasce a Sassari il 16 gennaio 1972, città in cui vive e lavora come
libera professionista. Laureata in giurisprudenza è sposata e madre
di tre figli; alla passione per la scrittura accompagna quella per
la musica, per la lettura e per la storia antica. Oltre ad una
pubblicazione scientifica su una rivista medica nel 2004, ha
pubblicato come coautrice, sempre nello stesso anno, una monografia
sul tema della violenza sessuale sui minori in Sardegna, edita da
“Scuola Sarda Editrice”.Nel 2008 ha pubblicato la silloge “Poesie
per ricordare” (La Riflessione).
Renzo Montagnoli
13/09/2010
L’ultimo libro di
Zoran Živkovic Ed.Tea
Romanzo noir
Traduzione dal serbo di Jelena Mirkovic e Elisabetta Boscolo Gnolo
Un thriller evocativo di atmosfere oniriche e surreali. Un’
appassionante lettura dal contenuto metaletterario.
Questo romanzo è un thriller postmoderno sulle orme di Borges, a
detta di tanti critici, la cui trama ricorda alla lontana Il nome
della rosa di Umberto Eco.
Il protagonista della storia è il libro e precisamente l’ultimo
libro che svelerà il mistero di cui è intricato il plot.
La trama sarà solo accennata per non togliere la suspense a chi
vorrebbe leggere il romanzo.
Delle morti si susseguono, luogo inusuale, in una libreria Il
Papiro, mentre abituali clienti stanno leggendo un libro.
L’ispettore Dejan Lukic, le due libraie Vera Gavrilovic e Olga
Bogdanovic indagano alla ricerca di motivazioni e colpevoli di
questi decessi inspiegabili, ma la soluzione dell’enigma sarà
inaspettata e imprevedibile, al limite del paradossale e metafisico.
Sullo sfondo della capitale serba, ai giorni nostri, in giornate
autunnale e piovose, scorrono sensazioni di déjà lu, immagini
oniriche ed incubi surreali; scaffali di libri come montagne
sovrastanti occupano le pagine del romanzo. La libreria, la sala da
tè in cui si consuma un cerimoniale tanto raffinato quanto
orientale, in un’atmosfera di esalazioni di essenze che
sovrapponendosi inebriano, l’edificio di medicina legale grigio e
cupo, oltre un’alta recinzione, una villa segreta, luogo d’incontri
di una setta di incappucciati, tutto secondo un sistema rigido
proprio di un ordine segreto, sono gli ambienti in cui si muovono i
personaggi della storia. Tema dominante è la letteratura e i suoi
rapporti intercorrenti con l’autore: dov’è il confine tra
immaginazione e realtà? In una fascinazione misteriosa si dipanano
sogni e fantasia.
Sulla superficie della letteratura, della cultura libresca e
dell’amore per la scrittura, l’autore inventa una storia dal
sottofondo scuro e criptico. Il libro e il suo ambiguo contenuto di
verità e menzogna diventa un sortilegio che confonde e spiazza. Lo
stereotipo dell’equazione: giallo uguale bassa letteratura è da
Živkovic superato; l’alta letteratura non si nutre di generi
letterari, li travalica!
In uno stile alto, fascinoso e scorrevole, il romanzo s’incentra su
un’idea vincente, un’emozione, un’invenzione godibile e fruibile per
tutti quelli che amano le buone letture.
L’Autore: Zoran Živkovic è nato
nel 1948 a Belgrado dove vive con la moglie e i due figli gemelli.
Ha compiuto gli studi di filologia e teoria della letteratura
all’università della sua città. Ha pubblicato diciotto volumi di
narrativa e cinque di saggistica, con i quali ha vinto numerosi
premi, in patria e all’estero. Le sue opere sono tradotte in molti
Paesi tra i quali Danimarca, Francia, Germania, Giappone,
Inghilterra, Olanda Russia, Spagna, Stati Uniti e Ucraina.
Il suo blog è zoranzivkovic.wordpress.com.
Arcangela
Cammalleri
Il deserto dei tartari di
Dino Buzzati Mondadori Editore
Narrativa romanzo
Collana Oscar scrittori moderni
L’attesa
Dino Buzzati,
giornalista e scrittore, nei suoi romanzi fugge dalla realtà per
fornirci una visione onirica della stessa, entrando a far parte, con
pieno merito, della elite degli autori del genere fantastico. Il
ricorso alla metafora per esprimersi raggiunge in lui vette eccelse
e del resto la sua opera più celebre, Il deserto dei tartari,
cosa è se non una metafora della vita degli uomini, sempre in attesa
di un evento che non sanno nemmeno immaginare e che finirà con il
concretizzarsi sempre nella morte?
E’ ciò che accade al tenente Giovanni Drogo, protagonista di una
vita che potremmo definire anche non vita e che arriva come sua
prima destinazione alla Fortezza Bastiani, l’estremo avamposto
dell’impero, oltre il quale si stende una landa deserta, del tutto
inanimata.
In un lontano passato lì correvano a briglia sciolta i tartari,
durante le loro incursioni, ma ora non c’è che silenzio e invano
tutta la guarnigione attende di veder comparire un ipotetico nemico,
in uno scorrere monotono del tempo che finisce con il segregare i
militari, per renderli prigionieri di se stessi, come giocatori
accaniti di carte sempre fiduciosi nel colpo della loro vita.
Benchè Drogo arrivi alla fortezza convinto di restarvi per poco,
piano piano viene ammaliato da quell’atmosfera di tempo sospeso e,
se da un lato, ci sono i buoni motivi per essere destinato altrove,
dall’altro più pressanti, più forti sono le inconsce ragioni per
rimanere.
In una vita in cui tutto è ripetitivo e regolato dalla struttura
militare il giovane tenente si assopisce nel sogno di una prossima
calata dei tartari, in battaglie in cui coprirsi di gloria, vivendo,
di fatto, due vite, ma alla fin fine non vivendone nessuna.
Solo dopo 15 anni di permanenza si accorgerà del tempo trascorso, di
quella giovinezza appassita nel nulla e sfuggitagli di mano “la
prima sera che fece le scale un gradino per volta.”.
E’ troppo tardi per ricominciare e del resto la malìa della
fortezza, se lascia squarci di lucidità, è solo perché, nella
consapevolezza di non poter rimediare, ravviva il sogno per il quale
restare.
Passano altri anni, Drogo invecchia e proprio quando sta per
lasciare quel luogo, minato da una grave malattia, per ironia della
sorte il deserto si anima e i tartari attaccano.
Il tenente morirà in solitudine, nella camera di un’anonima locanda
della città, cercando tuttavia di comprendere il senso della sua
vita. E così si convince che l’autentica missione, quella suprema,
è quella a cui sta andando incontro e in cui proverà tutto il suo
valore; affronterà così la morte con dignità “mangiato dal male,
esiliato tra ignota gente”. Ha combattuto una sola battaglia,
quella autentica, da cui non si esce mai vincitori, ma grazie alla
quale, pur vinti, è possibile dare un senso anche ultraterreno a
tutta un’esistenza.
“La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero.
Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d’aria di queste
inquiete notti di primavera. Forse è invece lei che è entrata, con
passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo.
Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po’ il busto, si assesta con
una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori
dalla finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione
di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.”
Dal romanzo,
pubblicato nel 1940, è stato tratto nel 1976 un bellissimo film
diretto da Valero Zurlini.
Da leggere il
romanzo, perché è stupendo, e da vedere il film, perché è una
pellicola di grande pregio.
Dino Buzzati Traverso nacque
a San Pellegrino di Belluno il 16 ottobre 1906 e morì a Milano il 28
gennaio 1972. Scrittore, giornalista e pittore è autore dei seguenti
romanzi: Bàrnabo delle montagne, Il segreto del Bosco Vecchio, Il
deserto dei Tartari, La famosa invasione degli orsi in Sicilia, Il
grande ritratto, Un amore.
Renzo Montagnoli
Opera settima
- L’Equinozio del tempo –
di
Davide Vaccino
Prefazione dell’autore
A cura di Enigma Divì
Collana Autori contemporanei Poesia
La poesia di Davide
Vaccino è permeata da un profondo pessimismo, che muove da una
visione malinconica della vita, come se l’autore si chiedesse
continuamente che logica c’è nel condurre l’esistenza fra le poche
gioie e i molti dolori per concluderla poi inderogabilmente con il
passaggio di quella porta oscura oltre la quale non vi sono
certezze, ma al più speranze.
Già in Presenze e Assenze, edito dal Foglio
Letterario, avevo riscontrato questa caratteristica, che trova
conferma ulteriore in questa Opera Settima – L’equinozio del
tempo - , come del resto precisa Vaccino nella prefazione da
lui stesso stilata.
Il problema esistenziale, che è di tutti, in questo poeta assume una
veste di particolare drammaticità al punto che vive proprio solo di
esso e questo fa sì che a volte possa apparire anche un po’ cinico,
ma è solo una parvenza, perché quel flusso di angoscia sottile che,
racchiusa nel suo animo, permea i versi non è frutto di uno sguardo
disincantato, bensì di un deluso che, nonostante tutto, cerca ancora
la sua illusione (…/ ché il Paradiso / può aprirsi a
chiunque, / si dice, / e, dunque, io, mi ergo / a Cristo in Croce.).
E il pessimismo si accompagna a momenti di scoramento, come se la
visione di un buio incipiente venisse stretta nella morsa delle
tenebre (…/ Il mio albero, ora, / è un frutice spoglio.)
.
Eppure, fondamentalmente, il poeta è legato alla vita, certamente
insoddisfacente, pessima, incongruente, irreale nella sua realtà,
non rispondente al suo anelito, ma per lui è motivo di confronto, è
occasione per analisi interiore, è passaggio nel deserto, ma è ciò
che si trova per le mani e che se non riesce ad assaporare, è
comunque tutto ciò che possiede, unico bene, unico dolore
(…/si capisce d’essere vivi / quando viene la Sera.) (…/Seppellitemi
con una poesia / scritta in momenti gioiosi / che narri di giorni
felici / che narri di giorni felici /…).
Non a caso poi le liriche sono precedute dall’aforisma di un altro
autore, che dalla vita ebbe ben poco se non la soddisfazioni di
esprimersi in poesia a livelli eccelsi; sono dell’opinione che
queste poche parole siano idonee, molto di più delle mie, a
delineare, in breve e con precisione, la poetica di Vaccino.
Giovanni Pascoli, uno dei miei poeti preferiti, infatti scrive:
Confessa, / che è mai la vita? / E’ l’ombra / d’un sogno fuggente.
Opera settima non è un ombra, ma raccoglie la
penombra di un animo, lo sfogo di un poeta in cerca di sé.
Da leggere, senz’altro.
Davide Vaccino,
Cavaliere della Poesia, Cavajer ëd le Tradission, nonché Medaglia
d’Argento e di Bronzo conferitegli dal Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano, è nato a Vercelli l’otto settembre del 1970.
Nella sua carriera artistica, iniziata nei primi anni Ottanta, a
soli 9 anni e concretizzatasi professionalmente intorno alla metà
dei Novanta, l’Autore piemontese ha conseguito 95 Onorificenze,
Premi e Riconoscimenti.
Un referendum promosso nel 1998 dal quotidiano “La Stampa” ha
indicato Vaccino fra i quattro personaggi vercellesi più apprezzati.
Numerose sue liriche sono state tradotte in inglese, francese,
spagnolo, tedesco e in vari dialetti nazionali, diventando oggetto
di studio in diverse scuole ed università europee, venendo anche
pubblicate su almeno 20 antologie italiane e straniere; inoltre, dal
1999 ad oggi Davide Vaccino è organizzatore, insieme a tre
Amministrazioni comunali, del prestigioso Premio di Poesia “Albano
Greggio Oldenico”, di cui è mente e Presidente di Giuria.
Ha pubblicatole sillogi:
1996:
- Frammenti di Pazzia.
1999:
- Benvenuti nel Crepuscolo.
2001:
- Passaggi: Canti di Demoni e di Dei.
2004:
- Alba Priméva.
2006:
- Le Catacombe dell'Anima.
2008:
- Presenze e Assenze.
2010:
- Opera Settima - L'Equinozio del Tempo
Renzo Montagnoli
24/08/2010
Il fuoco nel mare di
Leonardo Sciascia Adelphi Edizioni
www.adelphi.it
a cura di Paolo Squillacioti
Narrativa racconti
Collana Biblioteca Adelphi
Contrasti
insanabili
I libri di racconti
non hanno mai avuto in Italia una particolare fortuna, il che,
soprattutto nell’epoca attuale, in cui il tempo è sempre breve,
appare alquanto illogico. Leggere poche pagine che avviano e
concludono un discorso è fattibile in ogni circostanza, durante un
viaggio in treno o anche fra un bagno e l’altro nel corso delle
vacanze. Eppure il racconto, lo scritto breve ha sue valenze
particolari, ma richiede una capacità di sintesi che non è propria
di tutti gli autori. E poi è ancor più difficile coniugare lo svago
con la profondità del discorso, con quelle riflessioni imposte da un
angolo di visuale che potremmo definire a 360 gradi. Sciascia ci
riesce benissimo e questa raccolta di brani realizzati per lo più
fra il 1956 e il 1970, oltre a essere godibilissima, ripropone in
modo chiaro le ben note qualità dello scrittore siciliano. La fine
analisi psicologica, non disgiunta da una attenta indagine
sociologica, conducono per mano il lettore a una rivisitazione della
Sicilia, ma per estensione, soprattutto dei difetti, dell’intera
Italia.
Del resto, sono brani tutti percorsi dalla sottile ironia di
Sciascia, teso a evidenziare i contrasti di un’isola dove luce e
buio riescono a convivere, dove, appunto, è presente Il fuoco
nel mare, il titolo dell’ultimo, una straordinaria favola in
cui la metafora appare lucida, pregnante, densa di quel significato
che è tanto caro all’autore.
Ma c’è posto anche per le miserie umane, come quella di Calcedonio
Fiumara, divenuto ricco nel tempo al pari del suo egoismo e che teme
la morte solo per la fine che possono fare le sue fortune, che non
dovranno dare gioia a chi le avrà, come gioia non ne ha provato mai
nemmeno lui. E che dire poi di Una storia vera, una di
quelle cronachette che nelle mani di Sciascia si dilatano fino a
diventare l’emblema di un popolo che crede ai marziani e non sa che
cosa sia la mafia.
Nell’analizzare quel presente, nel ripercorrere comuni vizi, si
legge poi il futuro, cioè l’oggi, con una denuncia implacabile della
classe politica, in eterno contrasto fra l’apparire e l’essere, una
nota ben presente nella visione del mondo da parte di Sciascia e
immancabile in tutte le sue opere.
Sono racconti che sembrano non percorsi da un filo comune, ma
invece, letti tutti, apparirà in tutta la sua evidenza il perché
possa esistere il fuoco nel mare, il perché si possa essere tutto e
il contrario di tutto, in un’analisi attenta, per nulla greve,
inconfondibilmente sciasciana.
Da leggere, senza alcun dubbio.
Leonardo Sciascia
(Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20
novembre 1989). E’ stato autore di saggi e romanzi, fra cui: Le
parrocchie di Regalpietra (Laterza, 1956), Il giorno della
civetta (Einaudi, 1961), Il consiglio d’Egitto (Einaudi,
1963), A ciascuno il suo (Einaudi, 1966), Il contesto
(Einaudi, 1971), Atti relativi alla morte di Raymond Roussel
(Esse Editrice, 1971), Todo
modo (Einaudi, 1974), La scomparsa di
Majorana (Einaudi, 1975), I pugnalatori (Einaudi,
1976), Candido, ovvero Un sogno fatto in Sicilia (Einaudi,
1977), L’affaire Moro (Sellerio, 1978), Il teatro della
memoria (Einaudi, 1981), La sentenza memorabile
(Sellerio, 1982), Il cavaliere e la morte (Adelphi, 1988),
Una storia semplice (Adelphi,
1989).
Renzo Montagnoli
2370872010
pannALimone
di
Tinti Baldini e
Flavio Zago
Note critiche introduttive
di Marcello Plavier e Maria Cristina Vergnasco
Autorinediti
www.autorinediti.it
Poesia
Dolce e
aspro
Strana raccolta di
poesie, strana anche perché non è frequente che due autori si
mettano insieme per scrivere a tema, uno indipendentemente
dall’altro o anche congiuntamente.
Peraltro, già il titolo, con cui si coniuga la candida e per lo più
dolce panna con il giallo e aspro limone, lascia propendere a un
modo diverso di affrontare e svolgere le tematiche, in un contrasto
di visioni, acuito dall’asprezza che si accompagna alla quieta e
serafica visuale delle cose.
Così, come nel caso dell’amore, alla veemenza di Tinti (Amami
ancora / con nocche scarne / e rughe di taglio /…) si
contrappone la soavità di Flavio (Per te sarei grano, / per
inventarti valle; / mi farei madre / per ambirti figlia, /…).
Questioni di indole, indubbiamente, ma è evidente che panna può
essere benissimo Zago, mentre il limone meglio si addice a Tinti.
Sarà proprio così? Propendo per il sì, perché, pur non avendo mai
letto nulla prima di Flavio, conosco bene la poetica di Baldini, in
cui a volte lo sdegno quasi iroso prevale in modo marcato, animando
i versi di un impeto travolgente.
Tuttavia, a complicare le cose, figurano anche alcune poesie scritte
insieme, in cui l’amalgama fra panna e limone porta a risultati che
vanno oltre le aspettative, come in Il tuo mare (Vivi
il tuo mare, / possente di creste / schiumate / e fluenti / seriche
pieghe, / ornate di suoni / struscianti / e sferzate / su rive
d’attese / in granelli di credo /…). Ecco così che l’aspro
si stempera, pur senza perdere il suo originario gusto, così come il
delicato si irrobustisce, conservando comunque la sua indole
caratteristica.
E’ evidente che questa esperienza di scrittura e di pubblicazione,
tutta tesa ai contrasti, può far perdere di vista l’analisi
indipendente, autonoma di ogni singolo testo, e questo è da evitare,
proprio per assaporare il gusto pieno, che sia aspro o che sia
dolce, portato dai versi, liberi, anzi sciolti, tesi al risultato di
evidenziare il messaggio, pur senza scadere nella banalità o
comunque nella quotidianità dell’espressione (In questa notte
/ solitaria di suoni / canta tu solo / al mio orecchio / canta in
ardente fuoco. / …) (… Anche la stanza canta /
all’unisono / col nostro fiato / si strugge, / confonde, ci cinge /
e / incanta.).
Da leggere, con calma e attenzione.
Tinti Baldini
Di origine langarola,insegnante in pensione, due figli e
due nipotine, già nel percorso di docente, nei laboratori di
scrittura creativa, con i ragazzi ho cominciato a buttare giù
emozioni e le è diventato indispensabile,fa parte di lei. Ha
pubblicato una silloge "Segni"con Altromondo editore e molte poesie
sono su blog di amici cari. Nella raccolta"Panna al limone"si è
cimentata a specchiarsi in un altro e al riguardo ha dichiarato che
è stata una esperienza molto stimolante.
Flavio Zago
Di sé dichiara che scrive da sempre, non seguendo stili
ma concedendosi al momento.
Ama la semplicità e questo ricerca nelle sue composizioni, che ha
iniziato a far conoscere nel 2002, pubblicandole sul sito Internet “Poetare”
e successivamente sul suo blog
Cantiere Poesia.
Renzo Montagnoli
18/08/2010
Fiume pagano di
Laura Costantini e Loredana Falcone
Historica Edizioni
www.historicaweb.com
Introduzione delle autrici
Foto di copertina e di quarta
di Maurizio Distefano
Narrativa romanzo
Vestali in giallo
Questa volta le due simpatiche narratrici romane hanno voluto
giocare in casa, in una città eterna in cui il desiderio di alcuni
di rivederla come Caput mundi si confonde con la nebbia di un
febbraio che ricorda un po' Milano.
La scelta del luogo di residenza, imposta peraltro dalla tematica,
ha giovato indubbiamente alla narrazione, con la riscoperta di
aspetti meno turistici di Roma e più pregnanti per la sua
popolazione.
Accadono cose strane in quei giorni di carnevale, con clochard che
si buttano giù dai ponti, affogando miseramente nel Tevere, indotti
al suicidio da una misteriosa figura femminile, una donna velata che
aspira a restaurare il culto per la dea Vesta. Se consideriamo poi
che esiste un'associazione culturale, la Brigata Coclite, che si
prefigge di rivalutare il ruolo di Roma, offuscato dal Papato, ci
sono tutti i motivi per pensare che stia divampando un
neopaganesimo.
I suicidi si susseguono, senza che riescano a venire a capo
dell'indagine un simpatico giornalista, Nemo Rossini, e un
maresciallo dei carabinieri, Quirino Vergassola. Ma è interessata
anche un'altra persona, Monica, bella, ricca, che opera nel
volontariato a sostegno dei senza tetto, soprattutto per cercare il
padre, fuggito da casa quando ancora lei era piccola e diventato uno
di quei diseredati.
Combattuta fra due uomini, il portiere Claudio e Attilio, il capo
della Brigata Coclite, finisce con il diventare l'effettiva
protagonista, pur senza che gli altri che ho nominato si limitino ad
essere dei semplici comprimari.
La scrittura veloce, i continui colpi di scena, alcuni argomenti di
estremo interesse appena sfiorati per non intaccare l'agilità della
narrazione risultano godibilissimi, facendo passare un po' in
secondo piano la ricerca del colpevole, che ho capito peraltro chi
era già a metà libro, senza tuttavia che ciò facesse venir meno la
mia attenzione per il romanzo.
Credo che le autrici abbiano inteso soprattutto fornire un'opera di
agevole e piacevole lettura, un giallo con cui trascorrere alcune
ore in spiaggia sotto l'ombrellone o in casa, accomodati in
poltrona, cullati dall'aria condizionata.
Nonostante ciò hanno voluto inserire elementi tipici di altri
generi, in un curioso e riuscito cocktail che amplifica i potenziali
lettori.
Così, chi ama le storie d'amore o per chi si appassiona a vicende di
figli che desiderano ritrovare i genitori qui troverà pane per i
suoi denti. Non manca anche un po' di horror, considerato che i
suicidi hanno marchiato a fuoco sul petto alcune lettere latine, che
sono sillabe di Animula vagula blandula, la poesia scritta in punto
di morte dall'imperatore Adriano. Magari c'entrano poco con la
vicenda i bellissimi versi, ma sono una nota che impreziosisce il
romanzo e fa conoscere a quei lettori che l'ignoravano una delle più
belle liriche, non solo dell'antichità.
Non aggiungo altro, se non la raccomandazione di leggerlo, perché ne
sarete soddisfatti.
Laura Costantini e
Loredana Falcone scrivono insieme da
più anni di quanti piaccia loro ricordare. Un sodalizio nato sui
banchi di scuola e mai interrotto, nonostante impegni familiari e
professionali.
Laura Costantini ha intrapreso la carriera di giornalista.
Loredana Falcone quella non meno irta di difficoltà della mamma.
Laura Costantini ha spaziato dai quotidiani (Il Secolo XIX) ai
settimanali (OGGI, CHI, GENTE) per approdare nel 2003 nella
redazione del programma di RaiUno LA VITA IN DIRETTA. Ma trova
comunque il tempo per continuare a seguire, insieme a Loredana, i
sentieri della fantasia.
Madri letterariamente parlando fecondissime, Laura e Loredana hanno
dato ai loro romanzi un centro di gravità permanente: le donne.
Ognuno dei loro libri nasce, cresce e si sviluppa sempre intorno a
figure femminili che vengono esaminate, amate, sviscerate attraverso
epoche e ambientazioni le più diverse.
Renzo Montagnoli
16/08/2010
La rizzagliata
di Andrea Camilleri Sellerio
Editore Palermo
Narrativa romanzo
Un quadro,
realistico, dello squallore attuale
Povera Italia,
verrebbe da dire giunti all’ultima pagina, ma sarebbe più opportuno
concludere con un poveri noi.
La rizzagliata,
infatti, è un giallo alla Sciascia in cui si rappresenta il diffuso
cinismo che sembra soffocare ogni giorno di più quello che un tempo
veniva chiamato Il bel paese.
Non troviamo il commissario Montalbano e questo giustamente, perché
la denuncia di Camilleri di un’insieme di cose quotidiane a cui
ormai ci siamo quasi assuefatti esula da quello che è il semplice
romanzo giallo che vede protagonista il simpatico poliziotto (anche
se a volte pure lì ci sono allusioni nemmeno tanto velate ai mali
attuali). La rizzagliata non è stato scritto per divertire il
lettore, ma per avvertirlo, per mostrargli il degrado in cui è
immerso e di cui sovente ha solo una vaga consapevolezza. In questo
senso può essere anche considerato un romanzo storico, pur
nell’ambito di personaggi di esclusiva fantasia, ma il mondo
rappresentato, le connivenze e le furberie, gli interessi solo in
apparenza contrapposti costituiscono un preciso atto d’accusa a una
classe, quella dei politici, che vive una realtà tutta sua, in una
sorta di limbo infernale le cui manifestazioni esteriori sono di
pubblico dominio, una sorta di rissa in cui gli altri- cioè il
popolo - sono ridotti al rango di semplici spettatori.
Se è vero che la rizzagliata è una rete da pesca da cui il pesce
difficilmente può scappare, è altrettanto vero che è pressoché
impossibile sfuggire alla rete che il potere politico, economico e
mediatico costruisce attorno a una persona. Nel libro c’è una
costruzione siffatta che, nella sua individualità, può essere
tuttavia estesa all’intera collettività, impotente di fronte a un
accerchiamento di forze che di fatto ha addormentato le coscienze e
nauseato, fin quasi allo sfinimento, chi ancora ha occhi per vedere.
In particolare, nel romanzo l’intreccio esistente fra gli organi di
informazione, potere politico, potere economico e potere mafioso
portano a un profondo senso di disgusto che è la prova certa di
quanto la decadenza a tutti i livelli, compresi quelli familiari,
stia corrodendo gli animi, in un trionfo dell’amoralità, in cui
tutto viene fatto senza il benché minimo esame di coscienza. E
poiché nell’uomo sono naturalmente presenti il male e il bene, nel
ridursi ai più bassi istinti finirà sempre con il prevalere, senza
battaglia, il male.
Camilleri questa volta ha inteso scrivere un romanzo più impegnato,
ha lanciato un grido, per non dire un urlo che chissà se sarà udito.
Indubbiamente si nota nello scritto quanto la questione gli stia a
cuore, c’è insomma una sua partecipazione emotiva che nuoce un po’
all’equilibrio del testo (o forse questo mondo di pazzi, così ben
descritto, è squilibrato per sua natura).
La rizzagliata
è un piatto freddo, per non dire gelido, un’unica portata per un
popolo che sembra non avere più fame di verità. Eppure, a Camilleri
va un plauso per la sua incrollabile tenacia che lo porta a
condurre, nonostante l’età avanzata, una battaglia che sembra persa
in partenza.
Tanto di cappello, quindi, con la speranza che chi leggerà questo
eccellente romanzo possa comprenderlo nel suo autentico significato,
risvegliando magari una coscienza da troppo tempo sopita.
Andrea
Camilleri nasce a Porto Empedocle (Ag) nel 1925.
Scrittore particolarmente prolifico, ha pubblicato, fra l’altro,
oltre a tutta la serie con protagonista il commissario Montalbano,
Il corso delle cose (1978), Il birraio di Preston (1995), La
concessione del telefono (1998), La scomparsa di Patò (2000), Il re
di Girgenti (2001), Le inchieste del commissario Collura (2002), La
presa di Macallé (2003), La pensione Eva (2006), Il colore del sole
(2007), Le pecore e il pastore (2007), Pagine scelte di Luigi
Pirandello (2007), Maruzza Musumeci (2007), Il casellante (2008), La
vuccina (2008), La tripla vita di Michele Sparacino (2009), La
rizzagliata (2009).
Renzo Montagnoli
02/08/2010
In ascolto
raccolta poetica di
Maristella Angeli
MEF
L’Autore Libri Firenze 2010
http://www.firenzelibri.com/libri/9788851721008.html
Già dal
titolo si evince ciò che emerge, entrando pian piano, a passi
delicati, nella lettura delle poesie di Maristella;l’attenzione
all’altro, alla natura, al mondo tutto, in ascolto, con amore.
L’autrice, nella presentazione, spiega al lettore“perché scrive” e
lo racconta poi magistralmente, con passione, in modo naturale,
senza veli né orpelli in alcuni testi della raccolta che sono
emblematici: poesia …è chiaro il bussare in testa, quell’idea che
passa e vuole uscire…, è riconoscimento di intenti di chi scrive e
“sente la vita”, è come creare una sinfonia in “note di parole...
che compongono melodia” (la sua storia di pittrice e amante della
musica sempre si scorge e se ne sente tocco e suono), poesia è sole
al mattino che apre il giorno…, la voce del poeta tutto tocca e
soffre, … tuona il petto… mentre veglia la luna… e il viandante
poeta sogna il ritorno alla sua terra… tali versi sono sparsi nella
raccolta ,come se, ogni tanto, l’autrice volesse tornare all’origine
della sua passione, spiegare attraverso emozioni e metafore a volte
raffinate, a volte dolci di bimba e quasi tangibili, la sua spinta
incontenibile e pressante a scrivere versi.
Tra le
tante poesia sul tema una in particolare.
La prima
poesia della silloge, mi pare, essere una sintesi eloquente, chiara
della sua poetica “scoprire il silenzio sovrastando voci
inquietanti… ” con quella grazia di uccello che vira sull’ala, che è
sua propria e le dà valenza di poeta autentico.
Ascolto
ed attesa in armonia sono il filo conduttore di tutta l’opera e non
vengono mai meno, sono la scena del suo poetare e le emozioni sono i
protagonisti, sono il tessuto intimo, danno timbro e voce all’opera
tutta.
“Attesa”
per esempio parte da un suono quasi impercettibile di fruscio di
foglia fino al galoppo di puledro che scalpita in crescendo di
movimento, immagini ed
emozioni…
e attesa ancora in speranza quando “appoggia il pensiero” (splendida
immagine) e ascolta il cuore che batte perché il cuore vuole che lo
si ascolti . L’ascolto continua lineare, morbido, senza scatti,
seguendo la sua musica e il suo pennello che accompagnano pensiero e
anima, un ascolto con sentimento sorpreso a volte, sospeso altre,
nitido e fulgido poi, nelle chiuse, sempre di apertura e luce,
sempre “alte”.
Poi si
delinea, con colori tenui, il passaggio all’amore in “Come pulsar”
l’amore/il primo ti amo/dalle labbra sgorgato/come pulsar da anni
luce proiettato”, da oltre il tempo , sempre nell’aria, solo da
cogliere. E’ un invito di Maristella, quasi un dolce soccorso al
lettore affinché viva la sua gioia, ne faccia parte. Narrando
l’amore poi l’autrice diventa bambina con il naso all’insù ed
esplodono colori, profumi e suoni del ricordo …
O “Il
bacio” oppure “Sipario privato” o “Sentimento d’amore” o “Come
ciondolo di baci” amore che pervade tutta la silloge e mi pare si
riassuma magicamente in amore universale con “se la luna ti guarda
imbronciata, richiama la tua stella con un ultrasuono del cuore” e
trascina oltre.
“Interstizi di terra” è poesia sulla stessa lunghezza d’onda, quella
dell’ascolto amoroso, pacato e fulgido ad un tempo anche verso la
morte (al buio che chiude gli occhi).
Ecco che
Maristella, Emily oggi, diventa nuvola che si racconta, si veste di
rosa ,di piccole ciabattine e dà libero sfogo alla fantasia, al
sogno puro e cristallino oppure personifica in modo inusuale,
originale gli elementi naturali che parlano e ci ascoltano.
Oppure il
telefono che, in “Duetto d’amore”, soffre per esser solo strumento
passivo..
Vi sono
poi numerose poesie “sociali” come “Oscurità” ”Guerre” ”Emigranti”
“Stupro”(che chiude la silloge, quasi un monito al mondo, scarno
come freccia lanciata e arrivata a segno) e altre che troverete nel
percorso di lettura in cui l’autrice rivolge uno sguardo amoroso ma
vigile, attento e giudice, quando si trova dinnanzi l’invidia,
l’ingiustizia, la meschinità, l’arroganza e il sopruso. Passa nei
suoi versi il dolore di fronte a chi lascia la sua terra con la
valigia gonfia di sudore e di attesa spesso disattesa.
In
“Accordi di vita” ecco l’armonia, la musica dentro, la vita… oppure
in “Il canto dell’anima” il sax accompagna e cerca , con l’autrice,
senza stridore , la propria essenza.
“Monte
dei pegni”, a mio avviso, è poesia emblematica , di forte spessore
in cui Maristella si sofferma con malinconia sui ricordi che spesso
sono “lama”, rimpianto e rimorso mentre in altri testi il ricordo è
un soffio nuovo, ritrovato che dona al passato un senso di
rinascita, un “approdo” in cui il tempo quasi purifica.
Con
pennellata delicata, mai stridente né invasiva, Maristella tocca
anche il tema della vanità, della vita senza ideali, dell’immagine
innanzi tutto senza sostanza senza “vita interiore” per esempio in
“bambola ” ove la metafora della bambola in vetrina riporta a quella
di tante donne senza vita dentro, esposte, senza sorriso oppure
nell’osservare le sbarre che tolgono il libero volo agli uccelli
come all’uomo.
Vi sono
poi alcune poesie descrittive sulla natura come “Autunno” “Pioggia
“Primavera” che fanno parte del senso del tempo, dello spazio
dell’autrice, morbido ,ovattato: è suo territorio il mondo tutto da
osservare senza rovesci né sbavature, con occhio d’artista. Immagini
come scatto di foto, suggestive sono “Todi” “La foglia” “Donna” “Gli
artisti” “L’anziana signora” e altre ancora che troverete nel vostro
percorso di lettura (infatti, credo, che ognuno, dopo la prima
scorsa, si faccia nella mente una corsia preferenziale e parta da…
poi ritorni a… , poi cerchi, poi raccolga…con Maristella è d’uopo,
tanti sono gli stimoli e le emozioni che offre)
Altro
tema ricorrente è quello del sogno, del volo della fantasia in cui
Alice-Maristella trova quiete, naviga solitaria e vince il male con
l’amore che accoglie
tra le
braccia.
Proprio
in questa poesia, a mio parere, vi è la sintesi lirica della visione
del mondo dell’autrice: anche se il suo sguardo amico e dolce,
sensibile e profondo vede il dolore e lo soffre, è la forte spinta
interiore salda e positiva, armoniosa e forte ad un tempo che la
salva, la porta in alto e purifica l’anima. Nei suoi versi si sente
un odore di buono, di pulito che consente, anche dopo la tempesta e
la caduta, il lutto e la sofferenza, la rinascita. In “Bagagli di
vita” poi l’autrice ci porge dolcemente ,senza “spingere”, con
amore, la sua ricetta: non tradire sogni, speranze, ideali mai.
“Mistero
limbico “offre invece un giudizio originale, una metafora inusuale
ma autentica e condivisa: il tempo passato rimbrotta il male
nell’oggi in modo esemplare in quanto è lo sguardo della natura che
ci insegna e ci parla nel divenire della vita .
La
poetica di Maristella, come già ho evidenziato nel rapido excursus
sulla silloge, è
una
poetica profonda, che tocca molti aspetti del vivere e dell’essere
affidandosi ad un registro “intimo” legato alla gioia comunque del
vivere, all’apprezzamento della vita utilizzando versi che hanno
colore, calore, profumo di un fiore unico. Lo stile consono ai temi
è lieve, fresco, non artificioso mai, spesso d’essenza pur avendo
dietro riflessione, sensibilità e forti emozioni e corrisponde al
linguaggio dell’autentico ascolto.
Vale la
pena leggere “In ascolto” in quanto, poi, ci si sente meno soli, più
buoni e si acquista coraggio e spinta a rinascere. E’ un libro da
gustare tutto di un fiato o da centellinare pian piano. Sta a voi la
scelta.
Grazie a
Maristella!
Maristella Angeli,
è nata a Foligno (PG) e vive a Macerata. Ha pubblicato Alla
ricerca del proprio corpo (saggio) e le sillogi poetiche
Gocce di vita, Specchi dell’anima, Tocchi di
pennello e In ascolto. Ha insegnato Educazione Fisica e
presta servizio, da molti anni, come docente di Sostegno. Ha
frequentato corsi di mimo e recitazione, partecipando a
rappresentazioni teatrali nazionale e internazionali. Ha partecipato
a numerosi concorsi letterari, ottenendo primi premi e importanti
riconoscimenti. Le sue poesie sono state selezionate da Elio Pecora
per la rivista internazionale “Poeti e poesia” 2009. Ha conseguito
primi premi in concorsi: 1982 «T. Campanella» Roma, per il libro
edito; Premio Internazionale «Pennello d'oro» Corno Giovine (MI) per
la pittura; 2008 per la poesia: Premio Internazionale «Una terra di
leggende» Parco dei Castelli Romani (RM). E’ giunta quarta al
concorso Internazionale di poesia Città di Torvaianica (RM) 2009. Ha
ricevuto il Diploma di merito per l’Opera «Gocce di vita» e per la
silloge «Tocchi di pennello» conferiti al Premio Nazionale
AlberoAndronico Roma 2008 e 2009. La sua raccolta poetica «Specchi
dell’anima», è stata inserita tra le iniziative per il 5 giugno
Giornata Mondiale Ambiente e sul sito della Regione Marche,
Cultura Marche.
Ha
partecipato ad eventi culturali, alla V, VI VI edizione della mostra
itinerante «Poesia in libertà» Toffia (RI). e sue poesie sono state
pubblicate in antologie, riviste, siti e blog letterari. E' entrata
a far parte del "Club dei 100" Dimensione Autore, Torino(TO).
Tinti Baldini
01/08/2010
Specchi dell’anima
raccolta poetica di Maristella Angeli
Edizioni Progetto Cultura 2010
Maristella Angeli, qui alla
sua terza raccolta, propone una poesia che fa delle emozioni e delle
sensazioni il punto di partenza di una ricerca per una leggerezza e
semplicità dell'esistere.
Uno dei motivi fondamentali da cui scaturisce questa ricerca, di cui
i versi sono lo strumento, è la natura, come rimarcato dalla stessa
autrice nella nota introduttiva. Il gabbiano, Nuvole,
La scogliera, sono solo alcuni titoli esemplificativi di
questa tendenza, che da semplice motivo descrittivo (“l’aria che
sembra impennarsi”, in Occhi che s’incontrano) diventa a
volte un vero e proprio desiderio di identificazione, come nella
lirica Vorrei essere pioggia che disseta: “Vorrei avere
l’energia / dell’acqua […] vorrei avere la leggerezza / dell’aria
[…] vorrei essere rigogliosa / come isola hawaiana”. La natura
spinge alla contemplazione e attraverso questa alla comprensione,
forse, di un equilibrio da cui l’uomo è da tempo escluso.
Con versi liberi, brevi e scanditi, Maristella Angeli cerca da un
lato di evocare queste sensazioni sopite, dall’altro di addolcire il
dolore (il “richiamo sofferente” di un cane che “abbaia la sua
solitudine”, in L’eco risuona) e ricondurre alla quiete i
ricordi, allontanare “il freddo gelo” per trattenere “solo il gusto
e il dolce profumo” che “inebriava la mente” (Inverno). La
forma riflette questa propensione alla quiete, è pacata e musicale,
assonanze e rime sono quasi nascoste, l’andamento dei versi è
lineare e non eccede mai.
L’autrice, delicatamente ma con ostinazione, prosegue con la poesia
un cammino che è prima di tutto esistenziale, consapevole delle
difficoltà ma pieno di speranza. La lirica che chiude la raccolta (Valigie)
è significativa di questa attitudine: “dolci parole / stelle / che
non si spegneranno”.
Giuseppe Nava
27/07/2010
Appena finirà di piovere
di Aurelio Zucchi
Global Press Italia, Terni 2010
L’opera prima poetica
“Appena finirà di piovere” di Aurelio Zucchi (Global Press Italia,
Terni 2010) delinea un approccio
orientato a temi di particolare impegno, anche etico, nel non facile
tentativo di decifrare le antinomie esistenziali lungo un crinale
dai precari equilibri.
In questi casi è
ricorrente il rischio di una lettura critica che tenti
interpretazioni psico-sociologiche difficilmente generalizzabili a
partire da vissuti o dall’osservatorio individuale. L’Autore traccia
invece, in uno stile personalissimo, la semplice via del poeta che
vive il suo tempo e cerca di interpretarlo grazie al "grimaldello"
poetico, offrendo nei suoi versi dei "casi" significativi in cui il
lettore potrà trovare le proprie chiavi di lettura o ritrovarsi.
Dovendo
schematizzare, i momenti e moventi nativi sono riconducibili a
pulsioni: che, da un lato, attivano l'io poetante lungo un percorso
introspettivo-memoriale; che, dall'altro, vengono dal mondo esterno
e in particolare dalla condizione umana vista nella quotidianità; e
che, infine, inducono ad una sorta di "ping pong" dagli incerti
esiti tra l'io e l'altro da sé.
L'insieme dei testi
della silloge – anche seguendo la ripartizione in sezioni – ha il
suo “nocciolo duro” in “Io e me” con circa la metà delle liriche.
L’altra metà è rivolta all’altro da sé: primariamente alla natura
con le sezioni “Mare” e “Notte”, poi “Lei” e “Io e gli altri” ed
infine “Lui”, di cui via via si dirà.
Nei monologhi
dell’io poetante, i suoi tormenti sono ben evidenti in liriche quali
“Chissà” (dal significativo incipit: “Chissà se basterà
una vita / per dire poi d’averla ben vissuta”) o “I sogni che
non ho fatto mai”, la cui chiusa è: “E odorano, odorano di rosa,
/ la specie più esclusiva inesistente, / aspettando che almeno li
accarezzi, / i sogni che non ho fatto mai”.
Se va a ritroso lungo sentieri memoriali,
è forte la presa di coscienza che la macina del tempo tritura sogni
e speranze, come in “Stand-by” (“Nasceranno ancora, lo so, / le
sofferenze per gli affetti persi. / Mi stringeranno nella morsa /
del recinto che sarà blindato”) oppure “In sella ad un cavallo
bianco”: “Tra gli insistenti sguardi al mio futuro / e le carezze
del passato prepotente, / ahimé ho smarrito il filo...”.
La fondatezza delle
conclusioni dell'io dialogante con se stesso finisce per avere
riscontro in un puntuale esame di momenti quotidiani, scremandoli di
banalità che appiattiscono encefalografie e elettrocardiografie
comportamentali, per rilevarne invece gli aspetti più dolenti e
laceranti.
Ed ecco che
poeticamente il gioco si fa duro: si va dalle ansie che
paradossalmente possono anche passare inosservate – si veda in “Come
zucchero leccato in una latta”: “Il pane della felicità sempre
lontano, / lungo la strada io l’annuso, l’assaggio / e quando mai
l’inghiottirò?” – a quelle che
lasciano morti sul campo e ferite nell'animo,
come nei versi di “Cerco poesia in questo tempo strano”: “e
splende il luccichio d’indegna vanità / mentre la terra geme,
insieme a me. / Ridatemi il prezzo che ho pagato / per l’illusione
di abitare in pace”.
Non c'è scampo,
allora? E qui, naufrago nel mare esistenziale, il poeta cerca, nel
gioco di rimandi tra sé e il mondo, approdi o appigli, mettendocela
tutta. Quale possibile via salvifica?
Forse l'amore,
quello universale e solidale in “Dell’amore secondo me” da cercare
“tra una bomba e un’altra ancora / tra le polveri delle vite
ignare / o tra sagome d’innocenti in fuga” e finalmente
conquistare perché “è tipo che t’ascolta, / che si
scioglie in mille pezzi e te ne
regala uno. / Non prendiamoci la briga di rimproverarlo, /
dicono che lui ha sempre ragione”. O l’amore
per la letteratura, icasticamente richiamato nella lirica il cui
titolo è esteso all’intera silloge: “Da parte lascerò la
solitudine, / sopra il lavello la caffettiera vuota / e,
fischiettando mezzo pomeriggio, / un libro, aperto al primo
capoverso” quale parte integrante, irrinunciabile, della propria
quotidianità. O ancora l’amore in senso stretto della sezione “Lei”.
Forse il sogno, che si è già visto
affiorare qua e là, sia quello che, nonostante tutto, riesce a
trovare spazio in un fare poesia sempre con i piedi ben saldi a
terra e mai con la testa fra le nuvole, sia quello che, "mixato"
alla fantasia, esplode in forma tra l’onirico e il visionario in “35
agosto 2007”.
Forse la fede, cui è dedicata la sezione
“Lui” con liriche che vibrano d’intensa pìetas.
Forse la poesia,
quale extrema ratio sì, ma non certo
rassegnata scelta, come ben espresso in “Respirare me”:
“implorerò un alfabeto in più / e sceglierò perfetti i suoni / per
ogni cosa di cui io parli”.
In definitiva, come
volevasi dimostrare, l’Autore sceglie la poesia ed il perché è
chiaro: lo fa da poeta sapendo – come scrive in “Tentativi” – che
“La buon’idea / di chi libera il giardino / dalle foglie marce,
corre”. Questo correre è la sua conclusione esistenziale e
poetica.
Aggiungo qualche
altra considerazione. Sotto il profilo antropologico, i versi di
Aurelio Zucchi sono definibili dei "cortometraggi" del quotidiano,
scelti nell'ampia parte di vissuto necessariamente convissuto
insieme ad altri. Ogni giorno è segmentato, in misura più o meno
variabile, da momenti "singolari" – rientranti esclusivamente nella
sfera individuale – e "plurali" che ciascuno, volente o nolente,
deve condividere o comunque convivere. L'Autore disbosca una giungla
di tipologie e comportamenti umani in cui c'è poca condivisione e
molta collisione o almeno il rischio, ma il suo ritrarsi o
partecipare è di volta in volta un giudizio di valore che
esplicitamente dà o suggerisce.
Scrivere versi
intrisi di vita vissuta, attentamente osservata, e dei suoi tanti
aspetti nel bene e nel male è, in ultima analisi, un modo per
esorcizzare le pulsioni dell'inconscio e farne il prezioso uso
indicato da Robert Musil (ne "L'uomo senza qualità"), cioè di
considerarlo "zona d'irresponsabilità della persona cosciente,
donde vengono le fiabe e le poesie".
Raimondo Venturiello
Le due chiese
di
Sebastiano Vassalli
Introduzione dell’autore
Edizioni Einaudi
Narrativa romanzo
Il novecento
italiano in 322 pagine
Quello che può sembrare impossibile a
volte si avvera ed è così che Sebastiano Vassalli ci offre con Le
due chiese un grande e prezioso affresco del XX secolo in
Italia. Giunti alla fine del libro c’è lo stupore di avere letto la
storia del nostro paese in un romanzo scritto con uno stile
innovativo, ma di notevole e rara efficacia.
Gli anni, i fatti, le rivoluzioni, le guerre sono viste in un
microcosmo costituito da un piccolo paese alpino, Rocca di Sasso,
nome inventato come quello della montagna che lo sovrasta, il
Macigno Bianco, ma, conoscendo Vassalli è certo che corrispondono a
entità reali, almeno nelle loro linee generali. E del resto le
descrizioni paesaggistiche sono così puntuali e sicure nel tratto
che non possono che essere il frutto di una visione diretta da parte
dell’autore. E’ assai più probabile, invece, che i personaggi
risultino di pura fantasia, fatta eccezione per il maestro Prandini,
insegnante elementare, socialista, dapprima contro la guerra, poi ad
essa favorevole, tanto che vi parteciperà coprendosi di gloria, e
infine fascista della prima ora, onorevole, sgherro della repubblica
di Salò, condannato poi a morte e fucilato.
In questo protagonista si ravvisano infatti alcuni tratti familiari,
propri di Benito Mussolini, anche se la somiglianza è pur generica,
ma non tanto da non indurre al sospetto (al riguardo basti pensare
che l’amante giovanissima si chiama Clara…).
Quello di Rocca di Sasso è agli inizi del secolo un mondo fermo, in
cui i giorni, scanditi dal ritmo delle stagioni, sono senza
sussulti, con una comunità coesa dallo spirito religioso espresso
non solo con l’assiduità alle funzioni, ma anche con l’edificazione
di templi, che nella zona sono un centinaio. Sopravvivono nel
ricordo degli avi, nelle superstizioni che portano a individuare il
paradiso oltre la cima del grande Macigno Bianco e l’inferno sotto i
suoi ghiacci eterni. Nascite, matrimoni, morti si susseguono con una
monotona regolarità, in una vita dura, di fatiche quotidiane per
contrastare la miseria. E’ vero che ci sono in giro teste calde che
aspirano a una rivincita del proletariato, ma i più sembrano
disinteressati, oppure rassegnati, nonostante che sia stato un
maestro di musica della valle a comporre L’Internazionale.
Sarà la prima guerra mondiale a scardinare per prima le porte di
quest’eremo, con i coscritti che, per supplicare la salvezza della
vita, costruiranno una chiesetta.
Ne torneranno pochi e non tutti integri, ma questi reduci
decideranno di innalzare un altro tempio, come ringraziamento per
averla scampata. Lo spirito però è diverso, perché la guerra ha
cambiato profondamente uomini nel complesso semplici, abituati a un
evolversi secondo antichi stilemi e messi improvvisamente di fronte
alle barbarie di un conflitto e alla paura di soccombervi.
Prandini, pluridecorato, non crede più alla dittatura del
proletariato, ma solo al proprio tornaconto personale, che lo
porterà ad abbracciare il fascismo. In netto contrasto è invece
Ansimino, uomo di cuore che ha nelle mani l’intelligenza, fedele a
se stesso, coerente prima e dopo.
Saranno loro a due a lasciare una traccia, così come nei secoli
precedenti lo erano stati L’Eretico e il Beato << due contrari, in
cui si riassumono e si annullano tutti i possibili contrari di
questo mondo>, come la luce e il buio, il bene e il male.
Terminata la seconda guerra mondiale, a cui in verità Vassalli ha
dedicato poche pagine, nel trionfo del tecnicismo piano piano
scompare Rocca di Sasso, non come paese, ma nella sua atmosfera, con
i templi sempre meno gremiti di fedeli, spesso vuoti di parroci, con
le due chiese, quella dei coscritti e quella dei reduci, abbattute
per far posto a un parcheggio, con la vecchia officina di Ansimino
adibita a Centro culturale islamico
Resta solo il Macigno Bianco, eterno spirito della natura, non
toccato dalla furia degli eventi; alla illusione di una dittatura
del proletariato si è sostituita la speranza più equa e quindi
irrealizzabile di un domani in cui l’Internazionale sarà il
genere umano.
Scritto con grande abilità, venato da una provvidenziale e feconda
ironia Le due chiese è un romanzo imperdibile, la conferma
dell’elevato valore di Sebastiano Vassalli, di cui ho avuto già modo
di apprezzare lo splendido La chimera.
Sebastiano Vassalli
è nato a Genova e vive in provincia di Novara. Presso Einaudi, dopo
le prime prove sperimentali, ha pubblicato La notte della cometa,
Sangue e suolo, L'alcova elettrica, L'oro del mondo,
La chimera, Marco e Mattio, Il Cigno, 3012,
Cuore di pietra, Un infinito numero, Archeologia del
presente, Dux, Stella avvelenata, Amore lontano,
La morte di Marx e altri racconti, L'Italiano, Dio
il Diavolo e la Mosca nel grande caldo dei prossimi mille anni e
Le due chiese.
Renzo Montagnoli
26/07/2010
Dedicato a Lorenzo
di Mara Faggioli
Prefazione di Neuro Bonifaci
Cenni critici di Giovanni Nocentini e
di Lia Bronzi
In copertina "Lorenzo" opera dell'autrice
Edizioni Helicon
www.edizionihelicon.com
Favole, poesie e sculture
Sensibilità e dolcezza
Per uno strano gioco del destino il nipotino di Mara Faggioli è
stato chiamato Lorenzo, come il mio, assai più giovane, essendo nato
il 27 aprile del corrente anno. L'artista fiorentina, che nella
gentilezza ha una delle sue non poche virtù, mi ha fatto avere
questo libro, anche con la convinzione che, con l'omonimia, mi
sarebbe risultato ancor più gradito.
Ciò è stato, anche se la mia valutazione resta indipendente dalla
circostanza.
Dedicato a Lorenzo è un libro strano, perché ricomprende
favole, poesie e sculture, ma lo scopo per cui è stato scritto è
veramente encomiabile, con quella sua ricerca del fermo della
memoria sia per Mara Faggioli, sia per raccontare un giorno al
nipotino quanto a lui potrà interessare del periodo che ha preceduto
il lieto evento.
Questo del ricordo, patrimonio personale da trasmettere ai posteri,
affinché sappiano da dove sono venuti, è indubbiamente un motivo che
dimostra l'attenzione per le radici di ciascuno, indispensabili per
poter iniziare la vita con
l'esperienza altrui.
Fra le favole - ma questo è più un racconto di un fatto realmente
accaduto, anche se la sensibilità dell'autrice tende a renderlo
soffuso di un alone fiabesco - appare di indispensabile lettura
Dedicato a Zahra, presente peraltro su Arteinsieme.
Frutto di un'esperienza di volontariato, appare in tutta la sua
dolcezza come un'apertura dell'animo di una madre, se pur
temporanea, verso una creatura indifesa. Fra l'altro questo brano ha
colto nel segno grazie alla raffinata e per nulla retorica
esposizione di un afflato, tanto d'aver meritato il 1° premio al
Concorso Letterario "L'arcobaleno della vita" e, se pur ex-aequo, al
Concorso Letterario "G.Gronchi".
Analoga valenza hanno le poesie, testimonianza di sentimenti di
madre e di nonna, e anche di figlia, sempre esposti con rara
sensibilità e dolcezza.
E per finire ci sono le sculture di terracotta, visi, figure,
madonne, nelle cui espressioni si riflette limpida quella di Mara.
E' inutile che aggiunga che il libro merita di essere letto, anche
da chi non ha nipoti di nome Lorenzo.
Mara Faggioli è nata a Firenze e
vive a Scandicci (FI).
Ha pubblicato "Dedicato a Lorenzo" (ovvero storia di un
bambino dolce e tenero, molto amato, chiamato "Kom Ombo") -Ed.
Helicon (2001) con prefazione di Neuro Bonifazi.
Nel 2004 ha pubblicato la raccolta poetica "Piuma Leggera" -
Ed. Masso delle Fate con saggio introduttivo di Vittorio Vettori,
vincitrice del 1° premio "FIORINO d'ORO" al Premio Firenze-Europa ed
il Premio "Città di Vienna".
Renzo Montagnoli
17/07/2010
Il Vampiro
La storia segreta di Lord Byron
di Tom Holland
Tre Editori
www.treditori.com
Narrativa romanzo
Poeta e vampiro
George Gordon Noel Byron nasce a Londra il 22 gennaio 1788 e muore
di meningite a Missolungi (Grecia) il 19 aprile 1924.
La fama di poeta è contesa con quella di uomo dissoluto, dal
carattere forte, ma accompagnato da una malvagità che in famiglia
non era cosa nuova, visto che un prozio era soprannominato Il
malvagio.
Peraltro, come riferisce anche la moglie, la sua cattiveria si
rivolge a chi più ama, pur nella consapevolezza di sbagliare. Si
potrebbe dire che il male che portava dentro era più forte di lui.
Su questa base caratteriale, Tom Holland, uno storico inglese che
normalmente scrive di greci e persiani, ha imbastito un romanzo
della sua vita in cui si ripercorrono tutti gli eventi salienti, ma
con una visione fantastica secondo la quale Lord Byron era un
vampiro.
Quest'ipotesi, per quanto frutto di creatività, trova tuttavia
elementi di ipotesi quanto mai abbondanti, anche se rivenienti da
opere letterarie. Il suo medico personale, John William Polidori,
pubblicò nel 1819 il primo romanzo di successo sui non morti,
intitolato appunto Il vampiro. Nel testo il protagonista ha
il nome inventato di Lord Ruthven, ma descrizioni e vicende
sono proprie di Lord Byron. Inoltre Caroline Lamb, amante del poeta
e da questi poi allontanata, diede alle stampe un'altra opera,
intitolata guarda caso, Lord Ruthven, in cui il personaggio
principale è chiaramente il poeta baronetto, descritto in tutte le
sue nefandezze al punto da destare scandalo.
Sulla base di questi scritti e di ricerche effettuate Tom Holland ha
elaborato un romanzo senz'altro avvincente, aderente alla realtà dei
fatti (viaggi, amicizie, turpitudini), da cui esce un Byron
straordinariamente vivo, un'incarnazione del potere assoluto del
male che qui lo trasforma in un vampiro dalle infinite facoltà, in
pratica un vero e proprio monarca dei non-morti.
Può far sorridere questa visione, ma non si possono dimenticare il
rapporto incestuoso con la sorellastra, il fascino perverso che
esercitava sulle donne e anche la sua omosessualità, quest'ultima
più per un'esigenza cerebrale che fisica, anche se non disdegnava
saltuariamente la compagnia di giovani uomini.
La vita di Byron resta comunque un mistero e come se tutto quanto a
lui attribuito non bastasse occorre ricordare che le sue Memorie,
già purgate dallo stesso autore - che al riguardo scrisse "omettendo
tutte le parti davvero pertinenti e importanti, per rispetto verso i
morti, verso i vivi e verso coloro che debbono essere l'una e
l'altra cosa" -, furono poi bruciate dal suo editore per evitare uno
scandalo senza precedenti. Dall'ipotesi che di tali memorie
esistesse una copia prende avvio il romanzo di Holland con la
ricerca del manoscritto da parte di Rebecca, una sua discendente, e
così finisce con l'imbattersi nelle stesso avo, il quale racconterà
la vera storia della sua vita.
La scrittura fluida, una tensione costante che a tratti si accentua,
i rapporti con personaggi realmente vissuti, come il poeta Percy
Shelley e la sua compagna Mary, la sorellastra di quest'ultima
Claire Clairmont, una delle sue numerose amanti, da cui ebbe una
figlia, Allegra, strappata alla madre e morta giovanissima in
convento, la descrizione di un mondo quasi in disfacimento, la
presenza di pagine di chiara ispirazione poetica sono tutti fattori
che, sapientemente accostati, tengono avvinto il lettore, scosso
ogni tanto da sottili brividi quando il male appare in tutta la sua
cieca potenza.
Ne esce in ogni caso una figura di Byron grandiosa e tremendamente
negativa al tempo stesso, animata dalla molla della vanità di
raggiungere e dimostrare l'onnipotenza. Sì, perché un tipo come il
baronetto non si accontentava di essere un vampiro, ma doveva essere
sopra tutti, una specie di Supervampiro. In proposito ricorderò
sempre quella parte del racconto in cui Byron descrive la sua visita
al luogo in cui avvenne la battaglia di Waterloo, con il terreno
impregnato del sangue dei caduti che inizia a ribollire e con gli
eserciti dei deceduti che escono dalle zolle, acclamando in lui il
loro imperatore.
Da leggere, senza ombra di dubbio, perché è un gran bel romanzo.
Tom Holland è autore di romanzi
e saggi storici che hanno vinto importanti premi. Ha adattato Omero,
Tucidite, Erodoto e Virgilio per la radio della BBC. Vive a Londra
con la moglie e le due figlie.
Renzo Montagnoli
15/07/2010
Sputami a mare
(Le voci)
di Stefano Bianchi
Prefazione di Rita M. Astolfi e Guido Lucchini
Postfazione di Alessandro Ramberti
Fara Editore
www.faraeditore.it
Collana Sia cosa che
Poesia
Pace
Scorta appena tra i filari delle viti
intravista nei grappoli succosi
che mi porgi con le dita
e di cui gravi la mia mano
piena di tutto ciò che è
niente.
…..
Le foglie di novembre
Vivo solo di parole
aria e fumo
son le foglie di novembre
sui marciapiedi colorati
dell'autunno.
….
Nebbia
I miei occhi respirano nebbia a pieni polmoni
con tutto il fiato che la bicicletta
mi lascia.
….
Che un poeta veda
diversamente dagli altri è più che mai ovvio, perché l’osservazione
in lui non è mai fine a se stessa, ma è l’inizio di un processo di
spesso inconscia ricerca dentro di sé. E’ così che in poche parole
giunge l’immagine dell’autunno, venata da una malinconia propria
dell’incedere di questa stagione, oppure il velo lattiginoso assume
consistenze materiali, grevità ed affanni che si inspirano
pedalando.
La poetica di Stefano Bianchi, pur inserita nel presente che la sua
ancor non veneranda età giustifica, è però il risultato di
esperienze che sempre accompagnano gli uomini dagli albori della
vita.
A scorrere questi versi, proposti e mai imposti, mi sono sovvenuto
degli Amores di Ovidio; è stato un attimo, un imbarazzo
improvviso, il paragone mi è sembrato eccessivo. Eppure, a pensarci
bene, ci sono comuni elementi, a parte il linguaggio ovviamente
diverso che può farli sembrare distanti anni luce. No, i sentimenti
non sono mutati e il poeta continua a interrogarsi sui perché
dell’esistenza, sull’irrazionalità delle emozioni, oggi, come
allora, incapaci dopo così tanto tempo di dare una definitiva
risposta razionale.
Ma tutto deve essere ridotto a logica? I numeri devono prendere il
sopravvento su di noi? No, fino a quando ci sarà poesia.
Bianchi sposta nel tempo l’espressione delle emozioni, ma si avvale
di iscrizioni antiche, ricorre perfino all’epigramma come in
Frammento ( E’ difficile a volte / stare nel presente / i ricordi ed
i sogni / costano meno).
Verrebbe da dire che non vi è nulla di nuovo sotto il sole e invece
balza agli occhi la forma espressiva, un verso libero, scevro da
regole metriche, costruito però in un disegno di organicità
dell’intero testo in grado di ottenere un risultato equilibrato ed
armonico.
E una certa ironia di Stefano Bianchi evidenzia, a dispetto delle
apparenze, la capacità di non prendere mai tutto troppo sul serio,
perché Le voci, di Nino Pedretti – A volte da per me / nel letto,
in un corridoio / in un treno per Milano / ascolto le voci./ E
allora mi faccio / più grande / perché risuonano dentro / di me /
come campane.
Quanta verità in questi versi, sicura fonte d’ispirazione per
l’intera silloge, perché sono sicuro che Bianchi abbia sentito
queste voci.
Da leggere, non c’è il minimo dubbio.
Stefano Bianchi nasce nel 1972 a Rimini. È diplomato al
Liceo classico e Laureato in Economia e commercio. Ha pubblicato le
raccolte di poesie La bottiglia (Edizioni
Pendragon, Bologna, 2005) e Le mie scarpe son sporche di sabbia
anche d’inverno (Fara Editore, 2007), che ha presentato assieme a
testi inediti in vari contesti pubblici, compresa una breve
apparizione televisiva. Alcune sue poesie sono presenti in rete (ad
esempio, nel blog
farapoesia), nelle antologie tematiche: Il desiderio,
Sogno, Il Ricordo, Nella notte di Natale. Racconti e poesie sotto
l’albero presentata alla fiera Più libri più liberi 2007) edite
da Perrone Editore, Roma, tra il 2007 e il 2009, e nella raccolta
Poeti romagnoli d’oggi e Federico Fellini, Società Editrice
<< Il Ponte Vecchio >>, Cesena, 2009. Attualmente collabora con il
«Corriere Romagna».
Renzo Montagnoli
13/07/2010
Profili critici
di Vincenzo D'Alessio
Presentazione di Alessandro Ramberti
Postfazione di Massimo Sannelli
Fara Editore
www.faraeditore.it
Mi riesce un po' difficile scrivere la recensione di un libro che
raccoglie numerose recensioni scritte da un unico autore. In effetti
mi pongo una domanda un po' sibillina, ma che esige una risposta che
forse con difficoltà riuscirò a darmi.
Mi chiedo: che diritto ho di buttar giù due righe, insomma di
scrivere la recensione delle recensioni?
Vincenzo D'Alessio ha una sua sensibilità, una sua metodologia
nell'esaminare un lavoro, nel trarne l'esito e poi nell'esporlo che
differisce dal mio. Non è una questione di lana caprina, perché in
questo contesto tutto sommato oggettivo entrano poi fattori
soggettivi che possono esulare dalla qualità dell'opera e che sono
rappresentati dalla sua piacevolezza istintiva. E' in fondo lo
stesso problema che mi pongo quando metto nero su bianco le
impressioni di lettura di un lavoro ed è un tarlo sempre presente,
anche se ricacciato giù negli anfratti più nascosti: che titolo e
diritto ho per giudicare un poeta, un narratore, un saggista?
Sono tante le risposte e nessuna mi convince; pertanto spero che
Vincenzo D'Alessio abbia la bontà di comprendermi per quello che
andrò a scrivere e lo consoli il fatto che le mie non eccelse
capacità saranno espresse al massimo, come l'atleta che non vince
pur spremendosi a fondo.
A complicare le cose, poi, è il fatto che la quasi totalità delle
opere recensite non sono da me conosciute e allora ho deciso di
calarmi nei panni di un lettore normale che segue, per orientarsi, i
consigli di lettura.
Senza parlare di un articolo in particolare le impressioni che ho
avuto si estrinsecano in questi elementi:
1) L'indipendenza del giudizio che mi sembra chiara, senza che
insorgano sospetti, merce rara si direbbe, considerata l'epoca in
cui il dio denaro induce non pochi editori a condizionare numerosi
critici:
2) Una struttura espositiva sperimentata e che si ripete, perché
ormai radicata nella logica di D'Alessio; quindi niente
improvvisazioni, tanto che, se non fossimo in campo letterario,
direi che il metodo ha connotati scientifici;
3) L'indole poetica che, a volte di più, a volte di meno, lo conduce
a diventare, peraltro piacevolmente, un coprotagonista nel testo e
anche a ricorrere a un ragionamento metaforico;
4) La semplicità e la praticità, insomma il giudizio che può farsi
l'eventuale lettore dell'opera recensita appare supportato da tutti
gli elementi indispensabili, esposti razionalmente e in modo
accessibile ai più.
Viene da chiedersi, quindi, che valore attribuire a questi Profili
critici e allora nei panni del comune lettore posso dire che l'opera
di volta in volta trattata viene enunciata, richiamandone gli
aspetti essenziali, ma non svelata, insomma D'Alessio fornisce tutti
gli elementi che servono per comprendere se il libro recensito può
interessare oppure no.
Poco? No, tanto, perché il critico deve essere di supporto nella
scelta e non imporla, deve essere chiaro senza raccontare tutto.
Compito non facile, vero?
Vincenzo D'Alessio, però, è sicuramente riuscito ad assolverlo, e
anche bene.
Vincenzo D'Alessio è nato a
Solofra (AV) nel 1950. Vive a Montoro Inferiore (AV). Laureato in
materie letterarie presso l'Università di Salerno, ha ideato il
Premio Nazionale Biennale di Poesia "Città di Solofra", ha fondato
il Gruppo Culturale "Francesco Guarini" e la casa editrice omonima.
Ha pubblicato diversi saggi di archeologia e storia locale e le
seguenti raccolte poetiche: La valigia del meridionale
(1975), Un caso del Sud (1976), Oltre il verde (1989), Lo scoglio
(1990), Quando sarai lontana (1991), L'altra faccia della luna
(1994), Costa d'Amalfi (1995), La mia terra (1996), Ippocampo
(1998), D'amore e
d'altri mali (1999), Elementi (2003), Versi di lotta e di passione
(2006).
L'ultima raccolta, Figli (2009), è dedicata al figlio Antonio,
prematuramente scomparso. La raccolta Padri della terra è inserita
nell'antologia Pubblica con noi 2007 (Fara) che raccoglie le opere
dei vincitori dell'omonimo concorso. È presente in numerosi blog
letterari e siti web, ne ricordiamo solo alcuni:
farapoesia.blogspot.com
viadellebelledonne.wordpress.com
www.viacialdini.it
lucaniart.wordpress.com
Renzo Montagnoli
10/07/2010
Claire Clairmont
di Marco Tornar
Presentazione di Roberto Mussapi
Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it
Narrativa romanzo
Collana Pandora
Quando termino la lettura di un libro e mi sento scosso
profondamente, so di aver avuto per le mani una perla rara; se poi
questo stato emozionale si ripresenta dopo alcuni giorni al solo
riaffiorare di alcune immagini o situazioni che ho ritenuto
particolarmente significative e provo un turbamento interiore che
gradualmente si scioglie in un senso di serenità, sono consapevole
che quanto ho letto è un'autentica opera d'arte, un capolavoro che
rimarrà sempre dentro di me.
A essere del tutto sincero, prima della lettura nutrivo il timore di
potermi trovare di fronte a un feuilleton, insomma a un romanzo
d'appendice, in questo indotto dal poco che sapevo della
protagonista, sorellastra di Mary Shelley e quindi cognata del
poeta, amante di Lord Byron, da cui ebbe Allegra, una figlia morta
in tenera età. La vicenda di Percy Shelley, perito in un naufragio,
e del poeta baronetto inglese morto di meningite a Missolungi, unita
a quella della prematura scomparsa della bimba lasciavano infatti
presagire una narrazione volta a commuovere facilmente il lettore,
non rivestendo la figura di Claire Clairmont un interesse
particolare, se non quello di essere stata privata dei suoi più
stretti affetti ancora in età giovanile.
Per fortuna mi sbagliavo, e anche di molto, perché la protagonista
principale è una donna di eccezionali qualità, forse non versata per
la poesia, ma testimone di fatti, di eventi importanti, lei stessa
attrice e vittima dei medesimi, condannata a vivere moltissimi anni
con il suo dolore, una figura che si riassume nell'epitaffio che lei
volle fosse scolpito sulla lapide della sua tomba nel cimitero di
Antella: Passò la vita soffrendo, espiando non solo le proprie
colpe ma anche le proprie virtù.
Scomparsa dal ricordo, a differenza di Percy e Mary Shelley e di
Lord Byron, Claire Clairmont è tornata a vivere in questo
meraviglioso romanzo di Marco Tornar che ha sollevato i veli
dell'oblio, realizzando ciò che unisce i morti ai vivi, quella
memoria che diventa patrimonio comune, che ci permette di volgerci
all'indietro e di saper proseguire in avanti.
L'autore è l'io narrante, sia nel momento in cui percorre il viaggio
alla ricerca dei luoghi di questa memoria, sia quando si cala nei
panni di Edward Silsbee, ricco americano, docente universitario, che
nella seconda metà del XIX secolo viene in Italia e si reca a
Firenze con la speranza di avere un colloquio con l'unica che ancora
sia in grado di dire qualche cosa di nuovo sui coniugi Shelley e su
Byron.
Così si svolge la vicenda, in una tensione sottile, quasi
evanescente, ma sempre presente, e come in un palcoscenico
l'apertura del sipario rivela gli attori, qui si scostano
progressivamente drappi polverosi per svelare una vita e un
personaggio straordinario.
L'atmosfera di quell'epoca, la luce di Firenze nelle stagioni, la
passione amorosa che divampa fra Edward e Georgina, pronipote di
Claire, i dialoghi, spesso monologhi, fra l'americano e la
protagonista, uno spaccato di vita sociale in un'Italia nel periodo
immediatamente successivo all'unità, il funerale di Shelley sono un
grande esercizio di stile da cui traspare la natura poetica di
Tornar, che riesce a mantenere per tutta la narrazione un ritmo
equilibrato, proprio di una cosa del passato, come una fotografia
ingiallita la cui osservazione ci porta poco a poco a scoprire e a
definire i soggetti ritratti.
In un italiano estremamente preciso e corretto, sempre più raro
oggi, pagina dopo pagina si passa da un'iniziale curiosità alla
necessità di conoscere, anche perché sapere di Claire Clairmont vuol
dire scoprire un passato che è nostro patrimonio, significa
riflettere sull'esistenza e sulle tante domande che
inconsapevolmente ci poniamo.
A un certo punto del romanzo Claire dice: Penserei volentieri che
la mia memoria possa non perdersi nell'oblio com'è accaduto alla mia
vita; ebbene questo suo desiderio si è realizzato grazie a Marco
Tornar, che ci ha fatto dono di un libro di stupefacente bellezza.
Marco Tornar (Pescara 1960) ha
pubblicato le raccolte di poesia Segni naturali (Bastogi,
Foggia 1983) e La scelta (Jaca Book, Milano 1996); le prose
Rituali marginali (Bastogi, Foggia 1985) ed Errando di
notte in luoghi solitari (Quaderni del Battello Ebbro, Porretta
Terme 2000); il romanzo Niente più che l'amore (Sperling &
Kupfer, Milano 2004). Ha curato l'antologia di poesia italiana La
furia di Pegaso (Archinto, Milano 1996).
Renzo Montagnoli
06/07/2010
Stefano Borgia
Governatore del Ducato Pontificio
di Benevento nel XVIII secolo
di Pietro Zerella
Presentazione di Andrea Mugione Arcivescovo di Benevento
Secolo XVIII, quello dell'illuminismo per intenderci, Ducato di
Benevento spina pontificia nel fianco del Regno di Napoli, un nobile
avviato a una carriera ecclesiastica di prestigio, briganti e
grassatori, miseria diffusa, terremoti, epidemie, carestie, un
quadro storico che la penna di Pietro Zerella delinea in modo
encomiabile e convincente, tutto questo ed altro è Stefano
Borgia, Governatore del Ducato Pontificio di Benevento nel XVIII
secolo.
Premetto che, più che una biografia, è una valida rappresentazione
di un'epoca in una piccola città del meridione, eseguita con
scrupolo, sulla base di documentazioni d'archivio riportate con
neutralità, senza esprimere giudizi che, anche a posteriori,
sarebbero più che opinabili.
Benché ci troviamo di fronte a un saggio storico, l'esposizione non
è mai greve, anzi scorre come un placido fiume, senza infastidire,
ma interessando il giusto, e cioè la naturale curiosità del lettore
di conoscere come si vivesse, come si patisse soprattutto, come si
morisse nell'Italia meridionale quasi quattro secoli fa.
E' soprattutto in questo il pregio del libro, perché la figura di
Stefano Borgia, omonimo ma non parente del nefasto casato che diede
alla Chiesa uno dei pontefici più negativi, è quella di un uomo che,
inviato a governare il Ducato, compie il suo incarico con capacità,
ma senza eccellere in modo particolare, visto che alla fin fine i
suoi principali meriti risiedono nella capacità di aver limitato i
danni della terribile carestia del 1763-1764 e di aver scritto pure
lui di storia, in particolare Le Memorie Istoriche della
Pontificia Città di Benevento.
Non fu certamente un illuminista, né avrebbe potuto esserlo, e del
resto è notorio l'avversione della Chiesa per questa corrente di
pensiero; forse il Borgia può essere definito meglio un politico a
tratti illuminato, ligio nel portare a termine il suo incarico,
volto a un sostanziale mantenimento dello status quo.
Infatti, nulla cambia di sostanziale nel Ducato, con i nobili che
restano sempre ricchi e potenti e con il popolo che sembra avere
come destino prefissato la miseria, non l'indigenza, ma quella
miseria fatta di una vita di stenti e senza speranza.
Ecco, le pagine di Zerella scorrono impietose su questo esercito di
straccioni e, pur nella sua equidistanza, si avverte come l'autore
nutra nei confronti di questi diseredati un profondo senso di pietà.
Miserabili erano prima dell'arrivo del nuovo governatore Stefano
Borgia e miserabili furono anche dopo. Per l'uomo di governo
Benevento rappresentò la prima tappa di una carriera ecclesiastica
che lo vedrà prima cardinale e poi addirittura candidato a
pontefice.
Morirà nel 1804 a Lione, così lontano da quella città dei suoi
esordi e che tutto sommato, considerando l'inazione dei governatori
precedenti, vide in lui qualche cosa di diverso, rilevò almeno
l'interesse dell'uomo per adempiere con cura all'incarico conferito,
senza dimenticare che contribuì con i suoi studi e i suoi libri a
far conoscere agli stessi beneventani un po' della loro storia.
La lettura è più che consigliata.
Pietro Zerella, nato a Beltiglio
di Ceppaloni (BN) il 1938, vive a San Leucio del Sannio (BN), Dott.
in Scienze Politiche e Sociali. Promotore culturale.
E' inserito in tre Edizioni (1996 - 2001 - 2006) del "Dizionario
Autori Italiani Contemporanei" Ed. Guido Miani, Milano ed in altre
antologie.
Ha vinto premi letterari e di poesia (Città di Telese, Apice…) Negli
ultimi anni si è dedicato con particolare passione alla ricerca
storica.
Ha pubblicato:
- "Frammenti di vita", Raccolta di poesie Ed. Ibiskos. Empoli 1994;
- San Leucio del Sannio - Frammenti di Storia, Poligrafica S.
Giorgio del Sannio (BN) 1994;
- San Leucio del Sannio - Viaggio nel tempo, tipografia A.G.M.
Ceppaloni /BN) 1996;
- Ho conosciuto il nonno del mio bisnonno, tipografia A.G.M.
Cepppaloni (BN), 1997; (Menzione speciale Comune di Montecelio
Romano Ed. 1998-1999, Roma;
- Il Clero Sannita nella crisi dell'Unificazione (1860-1862) saggio
pubblicato nella Rivista Storica del Sannio, 3^ Serei, Anno IV, Arte
tipografica Napoli, 1997;
- San Leucio del Sannio- Ieri e Oggi in Bianco e Nero - Tipogr.
A.G.M. Ceppaloni (BN) 1998;
- Preti Contadini e Briganti nell'Unità d'Italia (1860-1862) Ed. La
Scarna, Benevento, 2000. ( Premio Speciale 2001 alla 7^ Edizione del
Premio letterario "Giuseppe D'Alessandro", Benevento;
- Arturo Bocchini e il mito della sicurezza (1926 - 1940) Ed. Il
Chiostro, Benevento, 2002;
- Il Sole dei Lupi, Ed. Il Chiostro, Benevento , 2006; Ristampa nel
2007. A:G:M: Ceppaloni, (BN) 2007. (Vincitore Premio di Merito al
concorso letterario di Anquillara Sabazia. VI Edizione).
- Fondatore e organizzatore Premio Letterario "Città di San Leucio
del S."
- Collabora con il periodico Specchio del Sannio;
- Il quotidiano "Il Sannio Quotidiano".
Renzo Montagnoli
26/06/2010
Sinfonia per
l'imperatore
di Donato Altomare
Introduzione di Ugo Malaguti
Elara S.r.l.
www.elaralibri.it
Narrativa romanzo
Collana Narratori europei di science fiction
L'apoteosi della fantasia
Ricordo che, nel corso di un mio viaggio in Puglia svoltosi alcuni
anni fa, ebbi l'occasione di visitare il famoso Castel del Monte. Vi
arrivai che il sole iniziava a tramontare, con un cielo carico di
nubi plumbee, che di li a poco si sarebbero accumulate in uno strato
uniforme, dando inizio a un temporale, con saette che sembravano
scaricarsi sulle mura del maniero. L'atmosfera, intrisa di
elettricità, l'oscurità quasi improvvisa mi sembrarono più proprie
di un vecchio castello inglese o tedesco, abitualmente frequentato
da fantasmi.
Per fortuna, a fugare ogni mio timore non ero l'unico visitatore, ma
ve n'erano altri, anche se pochi, tutti intenti a rimirare l'interno
di una fortezza assai più appagante vista dal di fuori. Mi sorse
subito una domanda: che scopo aveva quella costruzione in cima al
colle? Aveva una funzione strategica? No, di certo, perché non
arroccava su strade di accesso alla Puglia uniche o di vitale
importanza. Era forse una dimora gentilizia, base per battute di
caccia? No, troppo spoglia e, soprattutto, eccessivamente protetta
da possenti mura, anche se non cinta da un fossato. Era
eventualmente una prigione? Forse, ma per rinchiudervi ben pochi
detenuti, vista la limitata e inadeguata superficie coperta. E poi
perché quella ricorrenza del numero otto? La pianta ottagonale e le
otto torrette, pure loro ottagonali, sono insomma un richiamo
continuo a quella figura geometrica intermedia fra il quadrato e il
cerchio, vale a dire fra la terra e il cielo.
Ho pensato allora, da profano, che l'edificio potesse avere una
funzione religiosa, insomma potesse considerarsi una sorta di tempio
ibrido fra paganesimo e cristianesimo. Del resto il castello fu
costruito dietro preciso ordine di Federico II Hohenstaufen, una
figura quasi leggendaria, già mitizzato nella sua epoca (XIII
secolo), al punto che, vox populi, si divulgava la profezia che dopo
la sua morte sarebbe ritornato nelle sue terre trascorsi mille anni.
Le stranezze del castello, quest'alone mitologico che ha sempre
avvolto Federico II devono avere interessato e affascinato in modo
particolare Donato Altomare, tanto da indurlo a scrivere un romanzo
di genere fantastico, con la vicenda che appunto si svolge in due
epoche distinte, il XIII e il XXI secolo.
Premetto che la realtà storica costituisce solo la base di partenza,
sulla quale l'autore pugliese costruisce pure lui un castello, in un
intreccio di passato e futuro, con ammiccamenti al presente attuale,
che, anziché stancare, come spesso accade quando si alternano epoche
diverse, è una delle chiavi di valore di quest'opera, una vera e
propria apoteosi della fantasia.
Per rispetto nei confronti del lettore e anche perché un pur
sintetico sunto risulterebbe estremamente difficile mi limito
pertanto a evidenziare i tanti meriti di questo romanzo, fra i quali
di sicuro rilievo vi è la capacità di avvincere con invenzioni
creative che non capitano a caso, ma si inseriscono perfettamente
nella struttura narrativa. Le pagine scorrono veloci, grazie
all'italiano fluente e di uso corrente, tranne forse nelle
digressioni di carattere architettonico e musicale, comunque sempre
comprensibili pur nella loro complessità. Né mancano riflessioni
pertinenti, ma di logica corrente, su tematiche come la religione e
le guerre per la religione (vedasi il colloquio fra Federico II e
l'emiro Fakhr al-din ibn ash-Shaikh), oppure osservazioni sul potere
temporale della chiesa, che non potevano non essere presenti, dato
il carattere dell'Imperatore, non certo ateo, ma comunque
anticlericale.
Ho parlato prima di apoteosi della fantasia e questo termine mi
sembra particolarmente appropriato, perché Donato Altomare, nello
scrivere Sinfonia per l'imperatore, ha anche composto una sinfonia
della fantasia, con idee e intuizioni che arrivano continuamente,
tanto da farmi pensare che di materiale a disposizione ce n'era per
scrivere certamente più di un romanzo.
Ma quel che più conta è che l'abbuffata non satura, non sazia
l'appetito del lettore, che anzi si trova naturalmente disposto a
chiedere ancora di più, senza che per questo si corra il rischio di
essere infastiditi, perché appunto tutto rientra in un equilibrio
armonico che, in alcuni passi, mostra pure accenni poetici.
Duecentoottantotto pagine non sono poche, ma se non si legge tutto
d'un fiato poco ci manca ed è i con sensi tesi al massimo che si
arriva alla fine, a una naturale e positiva conclusione che, forse,
lascia aperto lo spiraglio per un auspicato seguito.
Da leggere, non ve ne pentirete, perché questo romanzo, altamente
avvincente, è veramente splendido.
Donato Altomare
nasce a
Molfetta nel 1951 e vi risiede. È laureato in Ingegneria Civile
presso l’Università di Bari ed esercita la libera professione.
Ha vinto due Premi
Italia a San Marino e Courmayeur, il Premio Urania 2000 col romanzo
inedito Mater Maxima,
il Premio Urania 2007 con
Il dono di Svet
e nel 2005 il Premio Le Ali della
Fantasia per l’inedito col romanzo Surgeforas.
Tra le varie
pubblicazioni da ricordare i volumi Cuore di
ghiaccio (La Vallisa,
Bari 1989), La risata di Dio
(Solfanelli, Chieti 1993), L’albero delle
conchiglie (Milella,
Bari 1994), Prodigia
(Tabula fati, Chieti 2001), Mater Maxima
(Mondadori, Milano 2001), Uno spettro,
probabilmente (Mondo
Ignoto, Roma 2004), E la padella disse…
(Delos Books, Milano 2004), Il fuoco e il
silenzio (Perseo
Libri, Bologna 2005), Il tesoro della Grancia
(BESA, Nardò 2005), Surgeforas
(Tabula fati, Chieti 2006). Sono stati pubblicati all’estero:
Cas je spiràla
(tit. orig. Dolcissima Roberta, romanzo breve, Svet Fantastiky n. 1,
Praga 1990); Il popolo del cielo
(testo in cirillico, Gradina, Belgrado 1993); La
casa degli scheletri
(testo in cirillico, Gradina, Belgrado 1996).
Renzo Montagnoli
25/06/2010
Acqua in bocca
di
Camilleri
Lucarelli
Ed.
Minimum fax
Narrativa Giallo
Quarta di copertina.
Per la prima volta
Salvo Montalbano e Grazia Negro indagano
insieme
Camilleri ha rinverdito il romanzo
epistolare e insieme a Lucarelli ha dato
vita ad un esperimento a dir poco originale. La genesi dell’opera è
quanto mai inusuale e casuale, niente di
progettato a tavolino e tanto meno nella mente dei due scrittori.
Come raccontato dalla nota dell’editore Daniele di Gennaro riportata
alla fine della storia, tutto ha inizio nella primavera del 2005. A
Roma nello studio di Andrea Camilleri,
con Luca Lucarelli si girano le immagini
di un documentario per Raitre
A quattro mani prodotto
da minimum fax media per parlare di letteratura poliziesca, e tra
battute e rimandi di frasi tra i due scrittori, l’editore butta lì
una domanda su come si comporterebbero i due personaggi letterari,
l’ispettrice Grazia Negro e il commissario Salvo Montalbano, le
rispettive creature di Lucarelli e
Camilleri, con un cadavere in mezzo, come avrebbero interagito in
un’inchiesta… E’ stato il là d’inizio di una sorta di
jam session
letteraria, in cui l’uno parla, l’altro ascolta in un continuo
sorprendere e sorprendersi. Da una semplice
provocazione azzardata di scrivere una storia, nasce in nuce una
trama che tramite uno scambio epistolare, ha trasformato la
jam session
iniziale in una partita a scacchi senza esclusione di colpi.
Il gusto del rischio, dell’imprevedibile ha preso entrambi gli
scrittori, il cui cimento per il gioco ha
prodotto questo libro, dal plot rimaneggiato e smontato durante la
lunga gestazione, con varie interruzioni, durata ben 5 anni.
L’Acqua in bocca già dal
titolo e dalle prime righe di lettura assume connotazioni semantiche
diverse: significato letterale e metaforico.
Infatti un cadavere rinvenuto con la testa dentro ad un
sacchetto di plastica e tre pesciolini rossi stecchiti vicino, apre
la scena del crimine: è l’inizio di un’indagine non autorizzata che
in una sorta di dialogo a distanza cioè a colpi di lettere più o
meno segrete Grazia Negro e Salvo Montalbano collaborano alla
risoluzione del mistero. Si dà vita al genere
crossover
già inaugurato al cinema con
Chi ha incastrato
Roger Rabbit,
il cosiddetto gioco degli incontri di
autori, personaggi in una stessa narrazione, in uno scarto della
fantasia semplicemente siderale. Questo trucco combinatorio, o
pastiche o incrocio narrativo dei due campioni letterari è un vero
gioco divertente sia per gli autori sia per i lettori.
Ma in barba ad ogni logica Montalbano
subisce due mutazioni: una fisica, è calvo; una linguistica, parla
in italiano con un
cabasisi
ogni tanto, tanto per non perdere l’abitudine del
dialetto. L’effetto prodotto è uno “straniamento
brechtiano” (Camilleri), che trasferisce
il lettore in quei mondi possibili e paralleli in cui tutto può
accadere. I due geniali artefici di questo puro esercizio letterario
non subiscono mutazioni di stile, si alternano e si completano a
vicenda in un clima narrativo che di stupefacente ha l’atto
della scrivere per il piacere di
raccontare storie.
Autori. Andrea Camilleri (1925),
è autore di oltre 60 romanzi tra storici, civili e polizieschi, e di
diverse raccolte di racconti, tradotti in più di 30 lingue.
Vincitore di numerosi premi in Italia e all’estero, è noto al
grande pubblico anche per i romanzi
dedicate alle inchieste del commissario Montalbano, da cui è stata
tratta la fortunata serie televisiva. Tra i tanti titoli ricordiamo:
“La forma dell’acqua”, “Il cane
di terracotta”, “Il ladro di merendine”, “La voce del violino”, “La
stagione della caccia”, “Il birraio di Preston”,
“La concessione del telefono”, “La gita a
Tindari”, “Maruzza Musumeci”, “Il
casellante”, “Il campo del vasaio”, “L’età del dubbio”, “Un sabato,
con gli amici” “Il sonaglio” “ La caccia al tesoro”…
Luca Lucarelli
(1960) ha pubblicato 14 romanzi e una dozzina
di opere di non-fiction sulla recente
storia criminale del nostro paese, riscuotendo vasti consensi di
pubblico e riconoscimenti critici (premio
Scerbanenco, Silver Dagger
Award).E autore e conduttore del
programma televisivo Blu notte,
e ha scritto numerosi soggetti e sceneggiature per il cinema e la
tv.
Arcangela Cammalleri
24/06/2010
La vittoria del 1934
I campionati mondiali di calcio
nella politica del regime
di Alessandro D'Ascanio
Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it
Saggistica
Collana Faretra
Il gioco del calcio non è mai stato per me una passione, ma
un'occasione di svago e divertimento, e solo nel caso che le partite
vedano di fronte due squadre disposte a dar spettacolo. Siamo
comunque in periodo di mondiali e mi sembra giusto dare un po' di
spazio a questo sport che ha rappresentato più di mezzo secolo fa
uno strumento di sostegno di un regime all'interno del paese e di
supporto anche a una certa politica estera fatta di proclami
roboanti, seguiti spesso da azioni moderatrici, del tipo insomma
proprio della tattica del bastone e della carota.
E in questo sta l'interesse di questo bel saggio di Alessandro D'Ascanio
che ha come punto di partenza la nostra prima vittoria dei mondiali
calcio, quella del 1934, con la nazionale italiana guidata dal
mitico Vittorio Pozzo.
Il testo è un lucido spaccato di un periodo nel quale anche una
partita di calcio e soprattutto la conquista del primato
rappresentavano un biglietto da visita di un paese che voleva
emergere a tutti i costi, rinsaldando il fronte interno con la
comune passione per questo sport e cercando di conferire uno spirito
nazionalistico, indispensabile al regime per poter avere basi
solide. Non è che questo consenso sportivo si rivelò poi
inossidabile, anzi si poté notare e ancor oggi si vede l'assenza di
una forte identità di popolo, quella coesione ferma e irremovibile
che invano il fascismo tentò di realizzare richiamandosi anche alle
glorie dell'antica Roma.
La manifestazione sportiva del 1934 fu voluta fortemente da
Mussolini e, grazie anche a un ingente sforzo finanziario, riuscì
bene, culminando con il meritato successo dei nostri giocatori. Il
tutto appare come una delle più efficaci campagne di propaganda,
come detto rivolta non solo all'interno, ma anche all'esterno.
L'impressione che si voleva dare era quella di un paese unito e
orgoglioso, pacifico, ma non disponibile a cedere ad altri le
proprie ambizioni di riscatto per arrivare ad essere alla pari con
le grandi potenze.
Era il 1934 e quindi mancavano sei anni alla nostra entrata in
guerra, evento che in breve avrebbe dissolto un'immagine così
faticosamente costruita anche attraverso quel campionato del mondo.
Il libro di D'Ascanio è un'analisi di quella Coppa Rimet (come
allora si chiamava), di quanto fosse sentita dal fascismo, e quindi
degli scopi che si proponeva il regime, delle sue ricadute, cioè dei
risultati, sempre in funzione politica.
Si respira nelle pagine una storia ancor recente, si scoprono tante
cose che ignoravamo, ma, soprattutto, si comprende come il gioco del
calcio ad alto livello possa costituire anche una risorsa per chi
detiene il potere in un paese.
Da leggere, ne vale senz'altro la pena.
Alessandro D’Ascanio,
laureato in Scienze politiche con una tesi in Storia dell’Italia
contemporanea dal titolo Lo scacchiere mediorientale nella
politica estera italiana. Il centro-sinistra e la guerra
dei sei giorni, ha conseguito il
Dottorato di ricerca in “Critica storica giuridica e economica dello
sport” presso l’Università di Teramo. Cultore della materia presso
la cattedra di sociologia dei fenomeni politici dell’Università “G.
D’Annunzio” di Chieti, collabora
all’attività della cattedra di Storia del Novecento della Facoltà di
Scienze politiche dell’università di Teramo.
Ha pubblicato saggi e articoli su riviste di storia
contemporanea tra i quali: Lo
scacchiere mediorientale nella politica estera italiana. Il
centrosinistra e la Guerra dei sei giorni,
in “Italia Contemporanea”, n. 250, marzo 2008, pp. 121-145; Lo
sport come strumento di politica estera nella prima metà degli anni
trenta: una peculiarità solo italiana?, in “Sportlex”,
anno I, n. 10, ottobre 2008, pp. 3-11; I gravi fatti di
Roccamorice del 1904. Il brusco impatto
del mondo industriale in una provincia rurale dell’età giolittiana
(in corso di pubblicazione su “Abruzzo contemporaneo”) e contributi
in volumi collettanei tra i quali Il mare tra le terre, in
Luigi Mastrangelo (a cura di), Giochi
e sport in Abruzzo dall’antichità ai giorni nostri (Edizioni
Scientifiche Abruzzesi, Pescara 2009) e Una rassegna
bibliografica, con Luca Gasbarro e
Francesca Mazzarini, in Giuseppe Sorgi
(a cura di), Lo sport dopo le ideologie (Guaraldi,
Rimini 2009), La concezione neo-marxista
dello sport nell’analisi dei comunisti italiani, in Anna Di
Giandomenico (a cura di), Le luci dello sport (Franco Angeli,
Milano, in corso di pubblicazione).
Renzo Montagnoli
22/06/2010
Il nipote del Negus
di Andrea Camilleri
Sellerio Editore
Narrativa romanzo
Collana La memoria
“Montelusa – Albergo
Trinacria 20/12/1929 0re 14
-
Oddiodiodiodiodiodiodiodiodiodiodiodiodio…
Montelusa – Albergo
Trinacria 20/12/1929 Ore 17
-
Cosìcosìcosìcosìcosìcosìcosìcosìcosìcosì...
Montelusa – Albergo
Trinacria 20/12/1929 Ore 19
-
Ancoraancoraancoraancoraancoraancora...”
Sono frasi che non
necessitano di ulteriori spiegazioni, quasi tipiche della miglior
commedia all’italiana, ma Il nipote del Negus, di Andrea
Camilleri, se può avere la parvenza di una commedia fra l’umoristico
e il boccaccesco è invece una satira spietata attraverso la messa in
scena di una commedia sugli italiani.
E quando s’apre il sipario sul palcoscenico si stenta a notare
la differenza fra attori e pubblico, i primi impegnati al massimo
della loro capacità a tratteggiare un regime dietro la cui parvenza
di grandezza i piccoli e i grandi protagonisti si muovono come
marionette fra ipocrisie, timori e apparente fierezza, mentre gli
altri, il pubblico in sala, sorride, ride, anche fragorosamente, non
accorgendosi di trovarsi dinnanzi a uno specchio.
Il periodo fascista descritto da Camilleri è quello di un’Italia dai
roboanti proclami a cui si finge di credere affinché nulla possa
turbare i propri traffici privati, spesso illeciti, nella totale
assenza di senso per lo stato.
La storia è ambientata nel 1929, ma per come agiscono i personaggi,
per come insomma gira la carrozza del paese, si ha l’impressione di
un qualche cosa di già visto e che, purtroppo, è sotto ai nostri
occhi tutti i giorni, una lenta assuefazione tale da non accorgerci
di questa perenne recita a soggetti, tutto uno sbandierare di
apparenze, di deformazione della verità, una sorta di sogno
infantile il cui risveglio potrebbe tramutarsi in incubo.
Fra l’altro Camilleri per raccontare si è rifatto all’esperienza de
“La concessione del telefono” e così è tutto un
fiorire di carteggi fra commissari di Pubblica Sicurezza, Questori,
Federali, Podestà, ministeri degli Interni e degli Esteri,
intercalati da prime pagine di giornali che più di tutti rivelano un
totale asservimento a un regime in cui la notizia non è il fatto
come accaduto, ma come, secondo la illogicità di un sistema, viene
offerto, anzi imposto, agli occhi di un lettore che ormai non può
più discernere fra vero e falso.
Non mancano anche siparietti colloquiali, inseriti nel momento
giusto e tesi soprattutto a dimostrare che fra l’ufficialità dei
comportamenti e la relativa sicurezza del privato tutto era
completamente diverso, come se ciascuno potesse contare su una
doppia, e distorta, personalità.
L’autore siciliano parte così da un evento vero, e cioè il fatto che
negli anni 1929 – 1932 si trovava a Caltanissetta il principe Brhané
Sillassiè, nipote del Negus Ailé Sellassié, come studente della
Regia Scuola Mineraria, da cui uscì diplomato.
Di lui si sa che era bello, focoso, gran spendaccione e questa è la
realtà, tanto che opportunamente il buon Camilleri ci precisa alla
fine che tutto il resto è solo frutto di fantasia.
Senza descrivere la trama, per non dispiacere al lettore, dico solo
che questo etiopico, dalla pelle nera, si rivelerà pagina dopo
pagina non lo sprovveduto e quasi selvaggio di cui Mussolini intende
avvalersi, ma un attore astuto e consumato tanto da prendersi gioco
del regime.
Allora un nero in Italia era una rarità, ora non lo è più, ma in un
contesto socio-comportamentale assai analogo non oso pensare quello
che un altro nipote del Negus, o di un capo tribù del Ciad, o
addirittura anche un ex morto di fame del Biafra potrebbe combinare.
Perché se c’è un posto in cui tutto può accadere e anche accade è
proprio l’Italia, ove grazie a personali ragion di stato, a furberie
da asilo infantile e a soporiferi intrattenimenti dei media, tutto
procede in una irreale realtà in cui anche “un alieno” di pelle
scura potrebbe dimostrare che la logica vince sempre, soprattutto
quando opera in un terreno in cui è assente.
Ho riso, più volte, ma è un riso amaro che si allarga nello specchio
in cui mi rifletto.
Semplicemente un libro imperdibile.
Andrea Camilleri
nasce a Porto Empedocle (Ag) nel 1925.
Scrittore particolarmente prolifico, ha pubblicato, fra l’altro,
oltre a tutta la serie con protagonista il commissario Montalbano,
Il corso delle cose (1978), Il birraio di Preston (1995), La
concessione del telefono (1998), La scomparsa di Patò (2000), Il re
di Girgenti (2001), Le inchieste del commissario Collura (2002), La
presa di Macallé (2003), La pensione Eva (2006), Il colore del sole
(2007), Le pecore e il pastore (2007), Pagine scelte di Luigi
Pirandello (2007), Maruzza Musumeci (2007), Il casellante (2008), La
vuccina (2008), La tripla vita di Michele Sparacino (2009), La
rizzagliata (2009).
Renzo Montagnoli
21/6/2010
L’americano
tranquillo
di
Graham Greene
Titolo originale
The Quiet American
Ed.
Arnoldo Mondadori
Narrativa: giallo
politico
Da questo romanzo sono stati tratti due film, uno del 1958 e uno più
recente made in USA
del 2003 di Philip
Noyce.
Nella dedica iniziale a degli amici di Saigon,
Greene precisa che questo è un racconto, non un libro di
storia, per cui i fatti reali sono stati
in qualche modo rimaneggiati, ciò non toglie che i fatti stessi
narrati rispecchiano riflessioni, considerazioni ed attività
realmente vissuti dallo scrittore durante la sua esperienza come
inviato speciale anche in Indocina.
Siamo nel marzo 1952, a Saigon, durante la guerra tra Francia e
Indocina, il cinquantenne cronista, o
meglio come ama definirsi reporter, inglese
Thomas Fowler conosce un giovane
funzionario americano della Missione per gli aiuti economici
Alden Pyle;
tra i due nasce, nel breve rapporto intercorso, una forma labile
di amicizia messa in crisi dall’amore per
una stessa giovane vietnamita, la dolce Phuong
“Fenice”. Il giallo assume i connotati del poliziesco psicologico
nell’istante in cui Pyle
viene ucciso in circostanze misteriose e
Fowler cercherà la verità ripercorrendo
nella memoria i momenti passati insieme, da quando tutto era
cominciato, a Pyle che si era seduto al
suo fianco al Continental e…alla sua
morte che gli arreca dispiacere. Al centro dell’opera si pone il
confronto tra due personaggi implicati in uno stesso conflitto, ma
con atteggiamenti opposti: Fowler
disincantato e cinico, con un matrimonio in rotta di collisione,
ricorre all’oppio come rimedio al tormento delle sue angosce
private e Pyle, apparentemente ingenuo,
è considerato un uomo tranquillo, mosso da ideali patriottici che
legittimano la presenza degli USA nei punti caldi del mondo.
Emergono due tipologie umane bifronti,
Fowler considera con triste distacco e
consapevolezza e la ruvidezza di cui è fatta la sua professione:
“Ero un corrispondente e pensavo per titoli:
Funzionario americano assassinato a
Saigon.
Nel giornalismo non si impara come
comunicare le cattive notizie” e gli accadimenti bellici che
diventano una sorta di amara riflessione sugli uomini e il mondo,
Phyle imbevuto del
sogno americano non
esita a diventare complice di una serie di sanguinosi attentati su
civili per favorire il sospetto dell’opinione pubblica contro i
comunisti. La storia narrata ha tutti gli ingredienti tipici del
giallo e del giallo di marca Greene: la
suspense, i colpi di scena, il messaggio
altamente etico sugli uomini sia carnefici sia vittime,
l’amore tormentato per una donna più giovane.
Greene nell’intreccio privilegia
la dimensione morale e una posizione personale emotiva più che
politica di fronte ai tragici eventi militari; i dubbi interiori di
Fowler cozzano con le certezze
granitiche di Pyle, ma “prima o poi
bisogna scegliere con chi stare, se si vuole restare esseri umani”.
Sul piano linguistico, la scrittura scivola come la sabbia nella
clessidra, regolare, precisa e chiara: un formidabile uso dello
strumento espressivo che rende agevole e interessante la lettura.
L’Autore: Graham
Greene nacque a
Berkhamsted, in Inghilterra, nel 1904 e
morì a Vevey, in Svizzera. Laureatosi
a Oxford, fra il 1926 e il 1927 si
convertì al cattolicesimo, abbandonando la fede protestante della
sua famiglia. Redattore del
Times,
lasciò il lavoro nel 1929 per dedicarsi interamente
all’attività letteraria. Nel 1935 tornò al giornalismo come inviato
speciale, e viaggiò in tutto il mondo, rimanendo a lungo in
Indocina. Durante la seconda guerra
mondiale collaborò con il controspionaggio britannico. La sua
produzione narrativa, che inizia nel 1929 con il
romanzo L’uomo
dentro di me, è vastissima: fra i molti titoli sono da
ricordare Un campo di battaglia,
1934, Il potere e la gloria,
1940, Quinta colonna
1943, Il nocciolo della
questione 1948, Il
nostro agente
all’Avana 1958, Il
console onorario 1973,
Il fattore umano 1978,
etc…Da segnalare anche i due volumi autobiografici
Una specie di vita 1971
e Vie di scampo 1980,
le opere saggistiche Viaggio
senza mappa 1936,
Due diari africani 1961,
J’accuse 1982.
Arcangela Cammalleri
17/06/2010
Intervista a Claudio Magris
di
Sergio Sozi
Historica Edizioni
www.historicaweb.com
Saggistica letteraria
E’ indubbio che i
libri di Sergio Sozi, fatta eccezione per il romanzo Il menù,
presentino caratteristiche del tutto particolari, ricomprendendo
forme espositive diverse. E’ accaduto con Ginnastica d’epoca
fredda, con un bel racconto intitolato appunto così,
accompagnato da un breve, ma esaustivo saggio sulla
Storia della Letteratura degli italiani
d'Istria, Quarnaro e Dalmazia.
In Intervista a Claudio
Magris, un vero e proprio dialogo culturale avvenuto nel
2006, è ricompresa l’analisi di una lettera, pubblicata nell’estate
del 2009 sul Corriere della sera, e indirizzata dallo stesso Magris
al Ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini, epistola
che fra l’ironico e il satirico è una decisa presa di posizione
sull’unità linguistica e sull’identità nazionale, .
Ora, le interviste possono magari incuriosire, ma è meno frequente
il caso che possano veramente interessare e quella presente in
questo libro è una di quelle, rare, che veramente costituiscono
un’occasione da non dimenticare. I motivi della pregevolezza di
questo scambio di domande e di risposte risiedono da un lato nella
capacità di Sozi di formulare quesiti che, pur nell’ambito della
cultura, sono di portata ampia e tale da essere considerati
imprescindibili nell’attuale contesto sociale, e dall’altro
nell’elevato livello intellettuale di Claudio Magris, disponibile a
un dialogo schietto, sincero, non dogmatico e, soprattutto, non
politicizzato.
E’ fuor di dubbio che l’autore triestino rappresenti ormai da tempo
un faro per la cultura non solo italiana, ma mondiale; in lui
convivono, interagendo, un profondo senso etico che tende a
restituire alla conoscenza il valore di accrescimento spirituale
dell’uomo, e la capacità di analizzare i fenomeni mettendo a frutto
la corposa cultura assimilata con spirito critico nel corso della
sua esistenza.
Magris è certamente un nome conosciuto, ma ritengo opportuno
brevemente sintetizzare chi sia veramente. Triestino, laureato in
Lingua e Letteratura tedesca, che insegna nell’università di
Trieste, saggista di primo piano (suoi sono i Tre studi su
Hoffmann, Lontano da dove, Joseph Roth e la tradizione
ebraico-orientale, ancora Tre saggi su Hoffmann,
Utopia e disincanto), è anche narratore (Un altro mare,
Le voci, Microcosmi, con cui ha vinto il Premio
Strega). Figura di assoluto rilievo in campo letterario, è sovente
nella rosa dei papabili per il Premio Nobel.
Per quanto concerne Sergio Sozi mi permetto di rimandarvi alla breve
biobibliografia esposta in calce.
Ritorno all’intervista, un vero e proprio dialogo, fra un uomo di
frontiera come Magris e un italiano proiettato nella complessa
realtà di quella frontiera come Sozi; la stessa inizia prendendo
spunto da Microcosmi, il romanzo dell’autore triestino
che ha avuto come riconoscimento il Premio Strega, e in particolare
dalle pagine riguardanti il Monte Nevoso (Sneznik). Non ho letto
questo libro, ma sono dell’opinione che quel rapporto-conflitto tra
uomo e natura non possa che suscitare il mio più pressante
interesse. Credo che Magris abbia saputo cogliere quel problema
esistenziale che, nel mentre ci porta a fuggire da una vita convulsa
e irrazionale, ci pone di fronte anche a un dilemma, un dubbio
amletico sui motivi della nostra presenza e sull’accettazione di
essere umili parti di un caos perfetto.
Non vado oltre, evitando anche di riferirmi alle successive domande,
perché l’interesse diretto e immediato che può offrire solo la
lettura del libro finirebbe inevitabilmente con il disgregarsi,
tentando un lezioso e tutto sommato inutile riassunto.
Il breve saggio invece sulla citata lettera al Corriere della sera è
l’occasione, ghiotta, per Sozi, che ovviamente condivide i contenuti
di quest’epistola, per rivendicare la nostra italianità, tema a lui
sempre caro, al punto da costituire l’oggetto delle sue opere di
narrativa, e che si tratti di un uso corretto della nostra lingua,
oppure della riaffermazione di una comune nazionalità, le cose non
cambiano.
Bella, ironica, anche sarcastica è la lettera di Magris, puntuale,
esauriente e senza retorica ne é il commento di Sozi.
Quindi ci troviamo di fronte a un libro strano, senz’altro di
estremo interesse, parole distillate per compendiare concetti e
forme in modi più che corretti, decisamente comprensibile, l’ideale
per una lettura gradevole, ma che induce a frequenti riflessioni.
Gli antichi romani, ma anch’io, lo definirebbero con una semplice,
ma efficace locuzione: jucunde docet.
Sergio
Sozi è vissuto in Umbria e in
Slovenia. Giornalista culturale per testate italiane e slovene,
poeta e narratore, già Premio Scritture di Frontiera di Trieste e
Primorska Srecanja, ha pubblicato colloqui con Dacia Maraini,
Sebastiano Vassalli, Diego Marani e Claudio Magris.
Il suo primo libro fu la raccolta poetica ''Oggetti volanti''
(Perugia 2000, segnalato dal Premio Sandro Penna 1999), seguito da
''Il maniaco e altri racconti'' (Roma 2007, racconto eponimo
segnalato dal Concorso Scritture di Frontiera).
Il racconto ''Ginnastica d'epoca fredda'', prima di essere
pubblicato nel 2009 in Italia da Historica Edizioni, è stato
segnalato e antologizzato in Croazia nel 2008 a cura del Premio
Fulvio Tomizza – Lapis Histriae.
Interessato alla conservazione dell’autentica lingua italiana e
dell’identità nazionale ha pubblicato nel 2009 per i tipi delle
Edizioni Historica il romanzo “Il menù”.
Renzo Montagnoli
15/06/2010
ISLAM NAZISMO FASCISMO
Storia di un'intesa ideologica e strategica
che avrebbe potuto modificare l'assetto geopolitico mediorientale ed
euroasiatico
di Alberto Rosselli
Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it
Saggistica
Collana Faretra
Muhammad Amin al-Husayni è un nome certamente a molti non noto, ma
ben conosciuto dagli ebrei e dal mondo arabo in generale. Quest'uomo
fu a lungo il Gran Mufti di Gerusalemme, cioè la massima autorità
giuridica islamica sunnita responsabile della corretta gestione dei
luoghi santi islamici in Gerusalemme.
Costui, fra il 1934 e il 1945, intrattenne complessi rapporti con
Adolf Hitler e più in generale con il nazismo tedesco e con il
fascismo italiano. Riesce difficile comprendere una stretta
relazione fra un capo religioso e il dittatore, notoriamente ateo,
di una nazione impregnata di antisemitismo, tanto più che se gli
ebrei sono semiti, altrettanto lo sono gli arabi.
Questo bel saggio storico di Alberto Rosselli si propone di fare
chiarezza su questi rapporti, delineandone i motivi alla base e le
finalità, e lo fa in modo convincente, con una scrittura precisa, ma
accessibile anche ai non addetti ai lavori.
Due realtà, apparentemente inconciliabili, trovarono punti di
contatto nella comune avversione nei confronti dei sistemi
democratici e verso quel mondo occidentale (Inghilterra e Francia)
che, se da un lato costituiva per Hitler un naturale ostacolo al suo
espansionismo, per il Gran Mufti invece era simbolo di colonialismo,
lo stesso di cui molte popolazioni arabe scontavano gli effetti,
anche se Francia e Inghilterra agivano in Siria, Libano, Iraq,
Algeria, Tunisia, Egitto, Palestina non come pieni proprietari, ma
come esercenti un mandato volto a consentire con gradualità il
passaggio alla piena autonomia delle popolazioni di quei territori.
Meno comprensibile è il rapporto con il fascismo, stato coloniale
che aveva represso sanguinosamente la rivolta senussita in Libia, ma
qui entrano in gioco ragioni di stato, le stesse per le quali
Mussolini varò le leggi razziali, unico effettivo punto di contatto
e di condivisione con il Gran Mufti.
Del resto Mussolini mirava ad ampliare l'area d'influenza italiana e
questa gli sembrò l'occasione buona. Agì tuttavia con prudenza in
una visione politica volta a tenere sotto pressione l'Inghilterra
senza giungere a un punto di rottura.
Hitler invece perseguì una politica più strettamente militare, volta
da un lato ad alimentare l'irredentismo islamico onde creare
complicazioni ai suoi avversari e dall'altro a mettere le mani sulle
corpose riserve petrolifere dell'Iraq.
Non è improbabile, invece, che il Gran Mufti fosse animato da una
sincera infatuazione per il nazismo che, per quanto ateo, propugnava
idee di forza, volontà e coraggio che ben si sposavano con il suo
acceso radicalismo religioso, tanto che, nel corso della seconda
guerra mondiale, furono costituiti reparti di SS di fede islamica,
composti per lo più da elementi europei dei paesi occupati dalla
Germania.
La vicenda, complessa, anche se appassionante, si delinea nelle
pagine con scorrevolezza, senza pervenire a facili semplificazioni e
a conclusioni di comodo.
Il merito di Rosselli non è di scrivere la Storia, ma di mettersi al
servizio della stessa, di indagare, di reperire documenti, di
esporre, senza un indirizzo politico, ma solo i fatti, mai
giudicati, o al più formulando logiche ipotesi.
Questo libro è senz'altro da leggere, perché in questo viaggio nel
passato è possibile comprendere il presente, l'instabilità del Medio
Oriente e la sanguinosa guerra non dichiarata che da così tanti anni
vede combattersi israeliani e palestinesi.
ALBERTO ROSSELLI,
giornalista e saggista storico, collabora da tempo con diversi
quotidiani e periodici nazionali ed esteri e con svariati siti
internet tematici. Come studioso di storia moderna e contemporanea e
di geopolitica ha al suo attivo diversi saggi tra cui Québec 1759
(Erga Edizioni); Il Conflitto anglo-francese in Nord America
1756-1763 (Erga Edizioni), opera tradotta anche in lingua
inglese; Il Tramonto della Mezzaluna. L’Impero Ottomano nella
Prima Guerra Mondiale (Rizzoli BUR); La resistenza
antisovietica in Europa Orientale 1944-1956 (Settimo Sigillo);
L’Ultima Colonia. La guerra coloniale in Africa Orientale Tedesca
1914–1918 (Iuculano Editore); Il Ventennio in celluloide
(Settimo Sigillo); Sulla Turchia e l’Europa (Solfanelli);
L’Olocausto armeno (Solfanelli); Storie Segrete (Iuculano
Editore); Il Movimento Panturanico e la "Grande Turchia"
(Settimo Sigillo) e La persecuzione dei cattolici nella Spagna
repubblicana. 1931-1939 (Solfanelli).
Renzo Montagnoli
14/06/2010
Oltre il sipario
di AA.VV.
a cura di Giuseppe Gambini
Immagine di copertina e disegni all'interno
di Antonia Perrini
Albus Edizioni
www.albusedizioni.it
Poesia antologia
Il Teatro è Vita e la Vita è Teatro, così Giuseppe
Gambini ha voluto sotto intitolare questa antologia poetica da lui
curata e ora fresca di stampa per i tipi della Albus Edizioni,
opportunamente inserita nella collana Le parole per te.
Non è un caso se il poeta, napoletano d'origine, ma milanese
d'adozione, ha inteso rendere omaggio a una sua vecchia e costante
passione, vale a dire la rappresentazione teatrale, da lui da anni
coltivata, anche se l'intento va oltre le semplici parole, si
articola più in là del palcoscenico, andando a cercare, a esplorare
in un mondo metaforico che appunto è Oltre il sipario.
Infatti, se vogliamo ben guardare, tutta la nostra vita ci vede al
contempo protagonisti e spettatori, con un interscambio dei ruoli
del quale nemmeno ci accorgiamo. E non è sempre detto che qualora
facciamo parte dell'anonimo pubblico non siamo in effetti i più
incisivi attori, muovendoci in silenzio nell'ombra del palcoscenico,
figure che non si notano, che non appaiono alla ribalta, ma che sono
lì, servono, sono necessarie, come i macchinisti, gli scenografi, il
regista.
Ognuno ha un suo ruolo ben preciso, perché la vita si compone, si
scompone, come le pietruzze di un mosaico, e se una c'è è perché
esistono le altre, in un'interdipendenza di cui nemmeno ci
accorgiamo se non quando qualcuno viene a mancare, una comparsa,
anzi un attore che si allontana in silenzio per sfumare dietro le
quinte del palcoscenico della vita.
Gambini ha scelto bene le poesie, in modo da presentare una varietà
di liriche che, nel tema, hanno la dignità della loro diversità.
Si va così dalle quattro pareti in cui si consuma ogni sera il
dramma della vita, lirica opera dello stesso Gambini all'ultima
danza, che muore col sogno, di Gloria Venturini, passando per
l'esplicito sipario della vita, di Giuseppina Iaccarino, e per i
tasselli ribelli di un pianoforte, di Antonella Marseglia.
Cosa resterà di questa commedia dell'esistenza?
Forse il rimpianto di aver recitato un copione che abbiamo per forza
dovuto accettare.
E' una bella antologia, varia e veramente interessante, e quindi
senz'altro da leggere.
Gli autori
Giuseppe Gambini, Renzo Montagnoli, Rita Pagliara, Gloria Venturini,
Anna Maria Consolo, Fernando Ciriolo, Geo Vasile, Annabella Mele,
Carmelo Di Pena, Maria Pia De Martino, Giambattista Bergamaschi,
Davide Niero, Paolo Meneghini, Maddalena De Leo, Mattia De Poli,
Adele Bevacqua, Salvatore D'Aprano, Giuseppe Vetromile, Liliana
Arena, Antonio Beozio, Cristiano Maria Carta, Antonella Marseglia,
Marzia Cabano, Maria Chiara Quartu, Valeria Tomasulo, Nicoletta
Corsalini, Agnese Monaco, Fernando Antonio Buccelli, Giuseppina
Iaccarino, Andrea Bertolaso, Marco Managò, Mariapia Altamore,
Roberto Marzano, Ludovica Mazzuccato, Michela Del Priore, Milvia Lo
Forte, Alessia Mocci, Marina Bisogno, Ivana Mereu, Anna Gala.
Il curatore
Giuseppe Gambini nasce a Torre del Greco (NA) nel 1948, ma da oltre
30 anni vive e fa il pensionato a Garbagnate Milanese. Da
giovanissimo, aldilà della professione esercitata, si è sempre
interessato di teatro e poesia, recitando e scrivendo un po' di
tutto. Per il teatro, nelle vesti di regista, di solito presenta
lavori di autori contemporanei poco conosciuti, non disdegnando
autori noti. Per la poesia e la narrativa solo da alcuni anni ha
partecipato ad alcuni concorsi nazionali, riscuotendo premi e
menzioni varie. Sinora ha pubblicato solo una silloge "L'amaro caffè
della Vita", il cui ricavato l'ha devoluto in beneficenza. Alcuni
suoi testi sono presenti in diverse antologie letterarie e su alcuni
siti letterari
Renzo Montagnoli
28/05/2010
La firma del diavolo
di Fiorella
Borin
Copertina di Gian
Luca Peluso
Edizioni Tabula
Fati
www.edizionitabulafati.it
Narrativa romanzo
Collana Malacandra
Biastemo il giorno che me innamorai,
Biastemo il giorno che ti misi amore,
Biastemo il giorno che in te mi fidai,
Biastemo il giorno che ti déi il mio core;
Biastemo il bene ch’io te volsi mai,
Biastemo l’alma mia, che per te more…
E’ l’anno di grazia
1588 e a Triora, un paesino della Valle Argentina, sito nel
retroterra di Ventimiglia, corre la paura, c’è la caccia alle
streghe, ree di aver fatto mancare la pioggia e di aver ridotto alla
fame gli abitanti. Sono giorni di sospetti, di calunnie, di
confessioni estorte con la violenza, di nomi di innocenti fatti
sotto tortura, con i nuovi incolpati che, per lenire le sofferenze,
chiamano in causa altri incolpevoli, in una spirale di crescente
terrore. Spadroneggia, forte della sua carica, il commissario Giulio
Scribani, feroce persecutore di seguaci del diavolo e fra queste
Magdalena, la più bella del paese, amante di un nobile soldato,
peraltro coniugato, e che farà di tutto per salvarla dal rogo.
I fatti accaduti in quell’anno sono veri e sono documentati da
incartamenti d’epoca e da saggi storici. Pure vero è il commissario
Scribani, mentre la vicenda di Magdalena e del suo amante è frutto
di fantasia, innestata però con perizia nella realtà degli eventi,
al punto di apparire del tutto verosimile.
Fiorella Borin si destreggia abilmente fra realtà e invenzione
scrivendo un romanzo, in cui superstizione, fanatismo religioso e
amore contribuiscono a costruire una storia di grande interesse e
anche di notevole bellezza.
C’è solo follia, la follia della gente ignorante e pavida che
soggiace alla volontà della Chiesa tramite le parole del vicario
Gerolamo Dal Pozzo che di fatto insinua il sospetto e indica le
prove, gli elementi di chi potrebbe essere una strega e trasformando
così la paura in terrore; c’è la follia ancor più malvagia di Giulio
Scribani, un fanatico che vede intorno a lui solo streghe; e infine
c’è la follia di un innamorato che cerca inutilmente di salvare la
propria amata.
E per tutto il romanzo arde costante un solo fuoco, quello di un
amore che va oltre ogni limite, al punto che, proprio per amore, si
può anche dare la morte affinché non si abbia troppo a soffrire.
Lei, rea confessa, la cui assunzione di colpa appare, oltre che
inspiegabile, stupefacente, finisce con il diventare la vera
protagonista, lei e tutte le donne che nei secoli sono state comodi
capri espiatori. Il fuoco del rogo brucia tutto, anche ogni
speranza, ma non l’amore e solo dopo, per un caso fortuito, sapremo
il perché delle strane parole della confessione, un ulteriore,
supremo e sublime atto d’amore.
Così, dopo aver letto e apprezzato due libri concernenti processi di
stregoneria (Tu non dici parole, di Simona Lo Iacono,
e La chimera, di Sebastiano Vassalli), ho seguito con
passione ed emozione questa storia, con un senso di presenza ai
crudeli interrogatori, alla disperazione dell’innamorato, sotto un
cielo cupo e in un’atmosfera dal pungente lezzo della paura.
Presunte streghe, povere donne innocenti sacrificate all’altare
della superstizione, volti sconosciuti, ma quello di Magdalena me lo
sono immaginato, provato, scavato, ma radioso nell’amore che la
sosteneva, questa forza quasi immortale che resta anche dopo povere
ceneri.
La firma del diavolo è un romanzo semplicemente stupendo.
Nata a Venezia nel 1955, laureata in
psicologia, Fiorella Borin
si è dedicata per qualche anno all’insegnamento di scienze umane e
storia negli istituti superiori. Ha collaborato con l’Università di
Padova come cultrice della materia; in seguito ha maturato qualche
esperienza in seno a piccole case editrici e nelle redazioni di
riviste letterarie. Attualmente collabora con un settimanale
femminile del più importante gruppo editoriale italiano.
Oltre duecento suoi piccoli lavori di narrativa, poesia e
saggistica sono presenti in antologie e riviste; il racconto La
tela di Penelope è uscito sul mensile “Vera” (settembre 1995)
commentato dallo scrittore Alberto Bevilacqua. Ha pubblicato il
romanzo breve Le putine del Canal Gorzone (Montedit, Milano
2002), la raccolta di racconti La Signora del Tempio Nascosto
(Alberto Perdisa Editore, Bologna 2003), il racconto
storico-fantastico Il bosco dell’unicorno (Tabula fati,
Chieti 2004), e i sei brevi romanzi storici: Mir i dobro (Montedit,
Milano 2005), La sciarpa azzurra (Era Nuova, Perugia 2005),
La congiura degli Olderichi (Edizioni Cofine, Roma 2007),
Lo scrivano (Montedit, Milano 2007), Il pittore merdazzèr
(Tabula fati, Chieti 2007) e La strega e il robivecchi
(Tabula fati, Chieti 2010).
Ha vinto una novantina di primi premi in concorsi letterari
nazionali e internazionali.
Renzo Montagnoli
26/05/2010
Finestre e balconi
di Luigi Panzardi
Pubblicato tramite Unibook.com
Poesia
Già il titolo, con quel fiorire di aperture, più o meno ampie, sui
muri di palazzi evoca vie di fuga, ma anche di contatto, dalle
realtà opprimenti di una società che sembra aver smarrito i più
elementari, nonché primordiali, concetti di esistenza.
La visione del mondo che ha l'autore non è pessimista, o di rigetto,
ma drasticamente di chiusura, nella consapevolezza che il farne
parte non dipende da lui, presente nella materialità corporea, ma
non partecipe, membro di un consesso senza alcuna volontà di
esserlo.
Per quanto questo libro si componga di più raccolte, con tematiche e
modi espressivi anche diversi, spaziando dal verso libero al
sonetto, inscindibile appare il pathos che ha condotto la mano alla
scrittura.
Il risultato può essere un grido lancinante come in Sonetti di
guerra, oppure una desolata rassegnazione come in Smarrimenti
urbani, ma la filosofia del poeta è sempre la stessa, una
disillusione che tende a svellere dal suo ruolo abituale la materia
inerte, la carne, carrozzeria del corpo, per permettere all'IO di
subentrare nella realtà di ogni giorno, contestandola, rifiutandola,
una voce forte lanciata all'umanità da una finestra o da un balcone,
un lamento per una vita non più accettata e dalla quale c'è la
disperata ricerca di una via d'uscita, nel presupposto, logico, che
debba essere necessariamente condivisibile.
Così l'identificazione dell'uomo Panzardi con il poeta Panzardi non
è più solo un artificio, una finzione che artisticamente serva allo
scopo di rappresentare un pensiero, bensì è uno sfogo e al tempo
stesso un ritratto impietoso della propria inquietudine, che poi è
quella di un'umanità sempre più confusa, vagante senza meta nella
nebbia, perché ormai priva di quel senso di orientamento interiore
costituito da valori di cui si è persa la memoria.
Finestre e balconi sul mondo e dal mondo, squarci sulla propria
anima sbigottita, ma soprattutto un grido forte, intenso, benché
silenzioso, quasi l'urlo di Munch si potrebbe dire, una disperata
rassegnazione per una vita che poco a poco perde il suo ieri, non
s'accorge dell'oggi e ignora cosa sia il domani.
Luigi Panzardi è nato a San
Giorgio Lucano in provincia di Matera il 27 maggio 1942 e vive a
Taranto. Ha pubblicato, oltre a questa, due raccolte di poesie
intitolate Parole bianche e Istanze e sogni, nonché
una raccolta di racconti(Addii di un rosso inconscio).
Renzo Montagnoli
25/05/2010
RacCorti - Storie brevi e brevissime che
sembrano film
di Adalberto Fornario
Edizioni Jamm, 2010
DI CUORE E DI PENSIERO
Trame di films, appunti di vita, tracce di racconti autobiografici e
non. Sono prodotti e pulsioni della fervida fantasia di Adalberto
Fornario, che, come lui stesso a volte ama sottolineare divertito,
non interrompe mai la sua attività. La curiosità è la molla
principale che pompa ossigeno e sangue nel cuore e nella testa :
cinema, al primo posto, narrativa, soprattutto noir, teatro, musica,
soprattutto l'amato Faber, arti visive, insomma Adalberto è un
divoratore onnivoro di tutto quanto l'umana creatività può produrre.
E da queste abbuffate culturali sortiscono le sue elaborazioni
creative, che diventano un impellente bisogno di misurarsi con se
stesso e condividere con gli altri. Così scrive e pubblica poesie
(Faccia a faccia 2006), gira e monta videoclip e corti, ipotizza
trame di film mai visti e che magari prima o poi film diverranno.
Divertendosi prima di tutto e divertendoci con la sua arguta e
visionaria capacità che si traduce in nobili "pensieri e parole".
Ivana Jachetti
24/05/2010
La caccia al tesoro
di
Andrea Camilleri
Sellerio
edizioni Palermo
Genere noir
Il sedicesimo libro della serie con Montalbano ha un incipit
diverso: il commissario non ha passato una nottata
fitusa, non s’arroviglia
tra le lenzuola, ma più avanti si legge: “e
fu accussì che
inveci d’essiri, come al solito,
arrisbigliato dalla prima luci del
jorno, fu lui a
vidiri il jorno che s’arrisbigliava”.
Sembra di entrare subito nell’atto criminoso, ma poi Camilleri ci
svia, ci addentra in un commissariato sonnolento, intorpidito, senza
fatti violenti o cruenti sia pure di
scarsa entità, Montalbano che non sa come passare il tempo tra un
libro di Simenon, una
Domenica del Corriere
del 1920 e l’osservazione entomologa del percorso di una mosca
intorno alla scrivania.
Montalbano primo che interloquisce con Montalbano secondo sulla
vecchiaglia, riflessioni sul suo modus
operandi più
cauteloso: si rimprovera e poi si assolve.
Catarella con le sue proverbiali storpiature
lessicali, sciddricate della mano sulla
porta e divagazioni con rebus e cruciverba
allenta la tensione che tra le pagine s’insinua. La
sempiterna e slapita
Livia distante anni luce, solo
telefonicamente rivendica ancora un minimo di
attenzione da parte di Salvo. Fazio,
Mimì Augello,
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