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Questa pagina raccoglie le recensioni di romanzi, libri di racconti, volumi di poesia e di altro genere letterario (libri di saggi, viaggi, teatro, ecc.), film.

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Recensioni 2007

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Storia di Neve di Mauro Corona Edizioni Mondadori
Narrativa romanzo

Raramente mi è capitato di leggere un romanzo così lungo (817 pagine), eppure così intenso.
Vi è assicuro che è un'esperienza altamente coinvolgente, al punto tale che come si inizia la lettura si desidererebbe andare sempre avanti, senza mai fermarsi, per giungere alla fine. Va da sé che invece sono necessarie delle interruzioni, anche per riflettere e spunti e motivi ce ne sono in abbondanza.
Il teatro della rappresentazione è come al solito Erto, il paese natio, ma la vicenda, questa storia di Neve Corona Menin, l'unica bimba nata nel gelido inverno del 1919, è qualche cosa di straordinario, come del resto lo è la protagonista. Sospeso fra realtà e fantasia, con escursioni anche nel campo dell'horror, il romanzo ha una forza travolgente, grazie a un testo vitale e particolarmente suggestivo.
Neve è la parte buona della strega Melissa, tornata nel mondo per porre rimedio ai torti commessi in vita, una specie di santa in grado di miracolare, come in effetti ogni tanto fa, ma vittima della cupidigia del padre teso ad arricchirsi grazie alle straordinarie qualità della figlia, in un egoismo cieco e sordo, che porterà a una serie di disgrazie e di delitti di raccapricciante efferatezza.
Il contrasto fra l'essenza spirituale della fanciulla e la bestialità materiale del genitore riesce a dare all'opera quella continuità logica che è indispensabile per sostenere l'impatto con una storia particolarmente lunga.
In questo contesto si inserisce la vita del paese, la coralità dei suoi abitanti nei riti annuali della primavera e dell'autunno, nella fienagione e nel taglio delle piante, nelle sere trascorse all'osteria, un microcosmo reale, pulsante di umori, anche primitivo, talvolta violento e chiuso, oltre che omertoso.
I caratteri dei personaggi, le descrizioni delle stagioni, le pagine dedicate ai rigidi e nevosi inverni sono tutti elementi che nobilitano questo romanzo.
Pur se la vicenda di fantasia è preminente, si rimane stupiti di fronte alla soavità, quasi poetica, che l'autore dedica a immagini della natura, con albe, tramonti, i vortici del fiume Vajont, le cime, i boschi, una sorta di concerto che accompagna tutta l'opera.
Nell'insieme Corona è riuscito a mantenere in adeguato equilibrio la violenza e la bontà, l'orrore e la nobiltà dei sentimenti, un gioco difficile e anche pericoloso condotto tuttavia con mano sicura dalla prima all'ultima pagina.
Chiuso il libro ci si sente come frastornati dalla forza della macchina narrativa, ma è solo un momento, perché ci si accorgerà ben presto che questa splendida storia lascia dentro un senso di grande serenità e di Neve serberemo il ricordo come della parte migliore di ognuno di noi, quella platonica ingenuità infantile non condizionata dalla realtà e di grande aiuto per superare gli scogli della vita, pur se rifugiandosi solo in un sogno.
Storia di Neve è un libro magico.

 

Mauro Corona (Pinè9 agosto 1950 nasce sul carretto dei genitori friulani Domenico Corona e Lucia Filippin, venditori ambulanti, sulla strada che da Pinè porta a Trento.
Dopo i primi anni dell'infanzia passati in Trentino ritorna con la famiglia a Erto, il paese d'origine.
Lì vive in prima persona la tragedia del Vajont. Ha ereditato dal nonno scultore la passione per il legno e dal padre cacciatore la passione per le cime.
Corona è uno dei più apprezzati scultori lignei contemporanei, noto a livello europeo. Inoltre si dedica all'arrampicata (ha aperto numerosi percorsi sulle Dolomiti) e alla scrittura. Molti suoi romanzi sono stati tradotti in diverse lingue fra cui il cinese.

Ha scritto:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998 & 2008), vincitore del Grinzane Cavour 2008
Finché il cuculo canta (1999)
Gocce di resina (2001)
La montagna (2002)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
Storie del bosco antico (2005)
L'ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005 & 2007)
Vajont: quelli del dopo (2006)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi(e un corvo) (2007) vincitore del premio Itas “Cardo d’argento 2008”
Storia di neve (2008)

Sito web dell'autore: www.maurocorona.it
Renzo Montagnoli


'A JATTA di Cinzia Pierangelini Edizioni GBM
Narrativa romanzo

C'è qualche cosa che assilla Alfredo, pensionato e scapolo impenitente, lungo tutto l'arco della giornata e che gli impedisce perfino di dormire, è un tarlo che lentamente rosicchia la sua vita e che gli propone di continuo il bilancio dell'esistenza. Quello che lui non vuole ammettere è che ormai è in preda alla solitudine, un sentimento di scoramento che, persi gli ardori giovanili, lo fa sentire nel deserto di una casa vuota e anche l'amico più fidato che decide di punto in bianco di sposarsi è un'ulteriore spina che si conficca profondamente nel cuore, ampliando il senso di smarrimento che si impadronisce di lui e che gli fa perdere la memoria, perché tanto di importante c'è poco da ricordare.
Andrea, invece, più giovane e determinato, corona il desiderio da tanto tempo agognato di concretizzare quella natura profondamente femminile che si porta fin dalla nascita pur nei panni di un maschio. Gli interventi chirurgici che lo trasformano in femmina, una bella femmina peraltro, gli acuiscono però quel senso di incompletezza che potrebbe essere colmato solo con l'incontro con un uomo, di modo che l'amore, quello vero, costituisca il punto di arrivo e di ripartenza della sua vita.
I due personaggi, non atipici, soprattutto Alfredo, per uno strano scherzo del destino finiranno per incrociare le loro strade e dopo alterne vicende confluiranno in unico percorso che darà un senso a tutta la loro vita.
Questo secondo romanzo di Cinzia Pierangelini, dopo il convincente Eraclito e il muro, sempre edito da GBM, conferma le buone capacità narrative dell'autrice che riesce a confezionare una storia che si snoda senza intoppi e nel complesso convincente.
L'ambientazione è ancora una volta quella della provincia siciliana, tanto che non è infrequente il ricorso a un fraseggio in dialetto, volto più che altro a dare spessore a certe situazioni o affermazioni.
La trama è anche una schermaglia amorosa, in cui si inserisce un terzo incomodo, Giorgio, un violoncellista di fama internazionale che s'innamora di Andrea, provocando la gelosia di Alfredo, con tanto di ansie e tormenti.
Troviamo così alcune tipicità dell'autrice, come appunto la figura del musicista, con delle belle descrizioni delle esecuzioni di brani classici, e anche l'amore per gli animali, tanto che Andrea nutre una vera passione per i cani, un affetto materno che riversa su di loro consapevole che la trasformazione che l'ha resa donna esteticamente non potrà mai darle la gioia di un figlio.
Ma il titolo che c'entra con la storia?
'A jatta, cioè la gatta, è l'unica compagnia, peraltro mal sopportata da Alfredo, a cui è pervenuta in eredità; la bestia, che apre e chiude il romanzo, è di indolente natura, ma i progressivi mutamenti del padrone la porteranno a ricercare l'amore di un altro suo simile. Ci riuscirà e lei e i piccoli, frutto di una scappatella, troveranno l'affetto di Andrea e di Alfredo.
Scritto con l'italiano corretto e ormai non consueto che è proprio dell'autrice, 'A jatta è un romanzo che corre sicuro su binari stilisticamente apprezzabili e che risulta di assai piacevole lettura, tanto che lo consiglio vivamente.

Cinzia Pierangelini è nata nel 1963 a Messina, dove vive e svolge l'attività di docente e violinista. Ha iniziato a scrivere solo nel 2004, realizzando così un sogno che si portava dietro sin dai tempi dell'adolescenza.
Ha pubblicato: Dall'ultimo leggio, raccolta di racconti, ed. traccediverse - Eraclito e il muro, romanzo ed.GBM - 'A jatta, romanzo ed. GBM - Draghia, romanzo fantasy. In uscita Il professor Scelestus - romanzo fantasy per ragazzi. Suoi racconti e poesie si trovano nelle antologie. Noir. Quindici passi nel buio; Il mio mare; Libera uscita; Femmine, Concorso di emozioni, Corrispondenze di sensi; Siculiana. Una fiaba per Gramos, antologia a scopo benefico ed. Lulu. Il racconto Il piromane vincitore del concorso Writers-Magazine 2007 e il racconto Non c'è musica sono stati pubblicati dalla rivista Writersmagazine. Tutti i colori dei bambini,antologia a scopo benefico ed.Montag
Renzo Montagnoli


Michelangelo. La grande ombra di Filippo Tuena Fazi Editore
Narrativa romanzo

Leggere un libro di Filippo Tuena è sempre un'esperienza del tutto particolare, perché si può star certi, ogni volta, di trovarsi di fronte a una spiccata originalità, sia come struttura che come stile, entrambi mai ripetitivi.
La sua espressione artistica, infatti, non è mai rivolta a soddisfare il gusto di un pubblico assuefatto a modi di scrivere tradizionali, ma è il frutto di una ricerca che se nelle prima pagine può disorientare finisce poi con lo stupire, il meravigliare, perché non c'è nulla come la novità che possa veramente colpire il lettore attento.
Inoltre ci si accorgerà che successive riletture faranno scoprire nuovi motivi di riflessione, mantenendo inalterato il gradimento dell'opera.
Tuena, per parlarci di un Michelangelo al termine della sua vita, avrebbe potuto scrivere un romanzo tipicamente storico, magari avvincente, e invece ha saputo costruire una narrazione che travalica i limiti propri di quel genere, offrendoci non solo un affresco di pregevole fattura, ma un'approfondita disamina dei rapporti fra arte e potere e tra disfacimento senile e decadenza di un periodo storico di grande rilievo quale fu il Rinascimento.
Con queste finalità imbastisce un tessuto letterario che prende spunto da una domanda: perché l'ormai anziano, quasi inabile Michelangelo rifiutò i pressanti inviti di Cosimo de' Medici a rientrare a Firenze? Che cosa determinò in lui la ferma decisione di non fare ritorno in patria e di morire così a Roma?
Si tratta di un quesito senza apparente risposta, tanto che si potrebbe pensare alle bizze di un vecchio, oppure addirittura a un pretesto dell'autore per imbastire il solito romanzo storico, e invece ci troviamo fra le mani un'opera dai mille risvolti, da finalità che a primo colpo non si scorgono, ma che nel loro insieme danno corpo e sostanza a un lavoro di straordinaria qualità.
Filippo Tuena infatti rivela ancora una volta la capacità di stupire, di essere artista alla ricerca dell'originalità dei propri lavori, tanto che non si smentisce con questo Michelangelo La grande ombra, già uscito otto anni fa sempre per i tipi di Fazi e ora in un'edizione rinnovata non solo nella veste, ma anche con modifiche e implementazioni.
L'autore si pone la domanda e cerca la risposta avviando un'indagine che vede protagonisti, di volta in volta, chi conobbe Michelangelo negli ultimi anni della sua vita, nomi talora famosi, come lo stesso Cosimo de' Medici o Giorgio Vasari, tanto per citarne due, e altri meno noti, ma non per questo meno importanti per giungere al risultato principale, nonché per affrontare altri argomenti di interesse più generale.
Come le pietruzze, sapientemente accostate l'una all'altra, vanno a formare un mosaico, le testimonianze sono singole voci di un coro e con le loro specificità danno vita a un ritratto incredibilmente palpitante del grande pittore e scultore fiorentino.
Un uomo, esso, affetto da profonda solitudine, propria solo dei grandi geni che si sentono lontani dalla quotidianità degli altri uomini, impossibilitati a condurre un'esistenza normale; è una solitudine che al contempo esalta la sua arte, ma che anche lo isola, gli fa avvertire fortemente come la creatività sia concepibile solo con la massima astrazione e l'altrettanto massima libertà.
Michelangelo non torna a Firenze perché Cosimo de' Medici rappresenta il potere, il principe che pretende la proprietà intellettuale di quell'opera d'arte che l'artefice invece sente solo sua.
Ma dal coro di voci, costituite da uomini con inevitabili pregi e difetti, quali l'invidia, il malanimo, emerge anche un altro elemento che, oltre a connotare la fase di declino del Rinascimento, proietta la specie umana ai nostri giorni, con gli stessi vizi e le stesse virtù, comuni dei mortali e che nulla contribuiscono all'accrescimento di valori della specie stessa.
Tuena non disprezza questi personaggi, anzi conferisce loro una propria dignità, facendoli anche portavoce di riflessioni su cui il lettore è indotto a soffermarsi, perché risultano tipiche dell'esistenza e quindi sempre di attualità. Al riguardo trascrivo alcune righe della testimonianza del poeta Giovan Battista Strozzi, righe che danno la misura di ciò che l'uomo pensa e sente quando avverte il declino della vita " Mi si viene a dire che Michelagniolo ha compiuto una scelta simile. O, non parlo di palazzi affrescati, di broccati, di arazzi. Del lusso, in una parola. Ma parlo del buio di una stanza, del rinchiudersi in se stesso, del cercare in sé la verità che fuori ci appare artefatta. Mai più grandi sepolture per le morti altrui; mai più affreschi per altri edifici. Tutto per sé è quello che produceva."
E' tutto un susseguirsi di opinioni, e anche di supposte verità, di autoreferenzialità, ma pure di profonda convinzione dei propri limiti; sono personaggi che riemergono dalle tenebre, si agitano, ricorrono a un linguaggio che l'autore di fatto ha inventato (una sorta di gradevole commistione tra rinascimento e moderno), operano freneticamente come tante formiche all'ombra del genio, ammiratrici, ma anche invidiose, perché incapaci di comprendere che cosa ci sia realmente al fondo della creazione di quei capolavori. Quei monumenti, quegli edifici, quelle statue che non finiscono di sorprendere sono al tempo stesso l'estasi e il tormento di un autore la cui genialità è tale da rendergli impossibile la convivenza con i comuni mortali.
Da questo libro, quindi, emerge non solo l'eterno contrasto fra potere e libertà artistica, ma scaturisce anche un ritratto veritiero, spesso impietoso, della condizione umana, di una specie dotata del bene dell'intelletto, eppure così fragile, così immatura da non riuscire a comprendere nemmeno se stessa.
Ci si chiederà comunque perché il titolo sia Michelangelo La grande ombra. Che cos'è quest'ombra? E' quella in cui agiscono gli artisti dell'epoca inferiori al genio che brilla di luce propria, o è qualche cosa d'altro?
Se consideriamo già le pagini iniziali, con un Cosimo de' Medici emiplegico, con un filo di bava che gli scende da un angolo della bocca, quasi un cadavere vivente, ma conscio del suo stato, e se poi leggendo percepiamo nelle risposte degli altri intervistati il timore, sempre latente ma che riemerge nell'occasione, della naturale conclusione della vita umana, a cui non pochi sono prossimi, o addirittura vi sono già giunti, emerge prepotente l'atmosfera dell'ombra della morte che aleggia su tutto, a riprova che la caducità è propria di tutti uomini, geni o sconosciuti che siano.
In questo quadro di dolorosa, ma naturale angosciante incertezza per il dopo, si viene così a delineare anche la decadenza di un periodo storico così importante per le arti quale fu il Rinascimento. Del resto i frutti, ormai marcescenti, del Concilio di Trento arriveranno non solo a condizionare la vita degli uomini, ma anche a creare un'epoca di illiberalità, una sorta di reazione metodica e oppressiva, di cui anche Michelangelo, ormai defunto, fu vittima, visto che si decise, con una stoltezza che si commenta sé, di metter le braghe alle figure ignude del Giudizio Universale.
Nella lotta fra libertà creativa e potere temporale quest'ultimo riprese il sopravvento, ma, per sua fortuna, Michelangelo già non c'era più.

Filippo Tuena è nato a Roma nel 1953 e vive a Milano. E' laureato in Storia dell'arte.
Ha pubblicato:
Il tesoro dei Medici (Giunti Art & Dossier, 1987); Lo sguardo della paura (Leonardo, 1991), Premio Bagutta Opera Prima; Il tesoro dei Medici (De Agostani, 1992), in collaborazione con Anna Maria Massinelli; Il volo dell'occasione (Longanesi, 1994); Il diavolo a Milano (Ikonos, 1996); Cacciatori di notte (Longanesi, 1997); Tutti i sognatori (Fazi, 1999), Premio Super Grinzane-Cavour; La grande ombra (Fazi, 2001); La passione dell'error mio. Il carteggio di Michelangelo (Fazi, 2002); Quattro notturni (Aletti, 2003); Il volo dell'occasione (Fazi, 2004), nuova edizione; Le variazioni Reinach (Rizzoli, 2005), Premio Bagutta; Il diavolo a Milano - nuova edizione e Fantasmi di Schumann a Manhattan (Carte Scoperte, 2005); Michelangelo. Gli ultimi anni (Giunti Art & Dossier, 2006); Ultimo Parallelo (Rizzoli, 2007), Premio Viareggio.
Sito web: http://digilander.libero.it/filippotuena/
Renzo Montagnoli


Prima di sparire di Mauro Covacich ed. Einaudi “I coralli”

Romanzo –Narrativa

“Vedi non l’hai uccisa, l’hai solo abbandonata. Adesso devi trovare la forza di non tornare più”.
Questa storia viene considerata così viva da farne un libro straziante sul desiderio e sull’abbandono. Lo scrittore riesce a trasformare un fatto assolutamente privato in una vicenda di tutti, è il caso in cui la scrittura scorre come il sangue e invade dalle pagine alla vita. Covacich confessa di aver raccontato 18 mesi della sua vita, precedenti la stesura del romanzo dove il ricordo è la sua versione del ricordo e dove la vita di tanti si è trasformata nella scrittura di uno solo.
La trama è come una treccia a tre incastri: LUI che abbandona la moglie per un’altra donna, una moglie che tradisce il marito e seguiamo gli incontri clandestini di questi due amanti e un atleta, il marito tradito, diventato per puro caso un performer, artista di successo. Mauro, Anna, la moglie abbandonata, Susanna, l’amante, una triade di persone, personaggi ruotanti su se stessi alla ricerca l’uno dell’altra in un continuo e contrastante tumulto di sentimenti laceranti, forti. Uno scrittore di successo che tra conferenze, presentazione di libri, reading consuma un amore non completamente spento per un altro non pienamente convinto. Si strugge d’amore e per amore e se non fosse per la scrittura dirompente, iperrealistica ed incisiva, potrebbe la trama rassomigliare ad un romanzo sentimental-rosa.
Impressiona in positivo non tanto la storia di per sé non particolarmente avvincente, quanto la tecnica narrativa: l’io narrante interno/esterno, il lessico attualizzato di inglesismi, la minuzia descrittiva dei particolari fisici, ambientali. Es: studio televisivo; i riflettori neutri, senza gelatina, le parti metalliche delle telecamere, i cavi pendenti, la lucida convessità degli obiettivi, la compostezza minerale degli assistenti di studio… Covacich scandaglia persone, sentimenti, ambienti al microscopio, individua i frammenti cellulari dell’animo umano e al pari di un chirurgo viviseziona e segmenta ogni percezione sensoriale. In questo senso smonta il congegno complesso del cervello scindendo pensieri, riflessioni e pulsioni emotive. La centralità della storia sta non nelle azioni, ma negli stati emozionali del protagonista che mette a nudo senza filtri le sue debolezze e le sue sofferenze. E’ senz’altro un romanzo di qualità in cui la scrittura trascina sempre più lontano lo scrittore al di là delle sue intenzioni, la letteratura si sottomette alla vita.

L’autore:Mauro Covacich è nato a Trieste nel 1965. Ha pubblicato diversi libri di narrativa, tra cui Storia di pazzi e di normali (Teoria 1993, Laterza 2007), Anomalie (Mondatori 1998, 2001), L’amore contro (Mondatori 2001), A perdifiato (Mondatori 2003, Einaudi 2005), Fiona (Einaudi 2005) e Trieste sottosopra (Laterza 2006).
Arcangela Cammalleri


Alla corte del nonno masticando liquirizia di Mela Mondì Sanò Edizioni Agemina
Prefazione di Salvatore G. Vicario

Narrativa romanzo

Varrebbe la pena di leggere questo romanzo almeno per la descrizione del paesaggio nebroideo, una serie di affreschi di pregevolissima fattura che ci introducono in un mondo di rara bellezza, con questa valle che degrada verso il mare, colorata dai frutti degli aranci, assopita nelle giornate torride d'estate, sconvolta ogni tanto da furiosi temporali. Viene voglia di andarci subito per vedere con i nostri occhi, per toccare con mano, per lasciarsi inebriare dal profumo intenso delle zagare.
Ma il vero tema dell'opera non è il paesaggio, pur se importante nella struttura, rappresentando di fatto la tela su cui l'autore ha trascritto la vicenda.
Questo libro, in effetti, vuole parlare dei profondi sconvolgimenti avvenuti in poco tempo in una società immobile da secoli, di stampo quasi feudale, in cui i nobili erano tutto, mentre gli altri, i cafoni, erano allineati sul gradino più basso di una scala che impediva loro di risalire.
Il tutto avviene, nel racconto della protagonista isabella, in un arco di pochi anni, all'incirca fra il 1930 e il 1960, con in mezzo una guerra che non poco ha pesato in questo stravolgimento.
Per parlare degli altri occorre prima guardare dentro di sé ed è quello che avviene per il personaggio principale che rivede fatti, uomini, donne con il filtro della memoria, forse un po' sbiadita, ma sempre volta a comprendere i perché di tante cose.
E' quasi una saga familiare, con la figura carismatica del vecchio nonno, un patriarca di nobile lignaggio che tiene apparentemente i fili del tutto, ma nella consapevolezza che il mondo da cui viene inevitabilmente è destinato a finire. In questa famiglia i vari componenti sembrano un blocco compatto, ma presi uno a uno rivelano le piccolezze degli uomini, gli egoismi schermati fa un formalismo di maniera.
Lei, Isabella, è l'ultima generazione ed ha come riferimento una madre contessa, mentre il padre, avvocato, ha come genitori dei cafoni. E' estremamente simbolico questo, perché rivela una caratteristica che è propria di quel periodo di tempo, a cui la guerra e il primo dopoguerra hanno contribuito in modo determinante.
Con Isabella avviene un passaggio dal mondo feudale, già incrinato dal matrimonio fra un plebeo e una nobile, a una modernità che dà vita a un ceto medio, relegando a un mondo di ricordi la nobiltà.
Mela Mondì racconta e si racconta, riflette, ci offre una figura di nonno di grande rilievo, nella sua complessità, un uomo di grande cultura, tutto teso a mantenere unita la famiglia con i suoi privilegi, ma anche attento a cogliere il passaggio del tempo, a tendere la mano o a mostrare i pugni, a stare con un piede nel passato e con l'altro nel presente.
Pagina dopo pagina è anche una continua ricerca della verità, per sapere delle proprie origini, ma le verità, sulla scia del pensiero di Luigi Pirandello, sono tante e alla fine si riveleranno tutte false con la scoperta di un fatto di grande rilievo e di cui voglio tacere, per non togliere il piacere della lettura.
Ne risulta un romanzo di grande fascino, che, al di là della vicenda, è un'approfondita analisi sociologica, con elementi anche filosofici, una fusione di strumenti in grado di dare risposte alle inevitabili domande che l'autore e il lettore finiscono con l'imporsi.

Mela Mondi Sanò è nata a Torrenova (ME).
Laureata in Pedagogia, abilitata in Scienze umane e Storia, ha lavorato nella scuola: prima come insegnante e poi come capo d'Istituto.
I suoi interessi culturali sono molteplici. Infatti ha scritto e pubblicato di pedagogia, di matematica, di storia.
La stampa e la televisione si sono occupate di lei per le iniziative socialmente significative che ha espresso fin da giovane, quando nel 1957, unica donna siciliana, si presentò a "Lascia o Raddoppia" e vinse il massimo premio.
Nel 1984 ha pubblicato "Da Pietra di Roma a Torrenova" (ed. Pubblisicula ), un libro che aiuta a scoprire l'identità di un paese istituito a Comune autonomo.
Ha ricevuto riconoscimenti nel campo della poesia. Nel 1994 ha ottenuto il premio internazionale di poesia "L'Acàlypha" con il libro "Razza della mia terra" ed. Agemina.
Impegnata nel sociale ha conseguito:
negli anni 1970/80 la specializzazione nell'educazione degli alunni stranieri;
nel 1996 il diploma triennale in formazione politica al Centro Arrupe di Palermo. È stata consigliere nazionale e poi presidente provinciale del M.I.E.A.C. (movimento di impegno educativo dell'A.C.).
"Alla corte del nonno masticando liquirizia" è il suo primo romanzo. Ambientato sui Nebrodi, ci permette di conoscere ed apprezzare le bellezze storiche e naturalistiche di questo territorio oggi conosciuto come il Parco Regionale dei Nebrodi.
Renzo Montagnoli


“ Tu notte che conduci” di Domenico Campana Ed. Bompiani
Romanzo-narrativa

Quarta di copertina: “ La voglia di verità di fronte al mistero. Eroismi e tradimenti in una Sicilia che è ormai Italia”.
Palermo, anni ’90: Elisabetta Tindari, una giovane ispettrice di polizia, al capezzale della madre in coma, apprende l’uccisione dell’anziano giudice (con il quale ha una relazione) insieme alla scorta di cui ne fa parte lei, ma che per fatalità è scampata. Pensa alla madre: che avesse presentito la tragedia e si fosse ammalata per allontanare la figlia dal pericolo di morte? Elisabetta segue le orme paterne (colonnello dei carabinieri), animata da uno spirito idealista, si fa poliziotta per rimettere in squadra, un poco, lo sgangherato universo. Pensa che in un ambiente come la polizia, la libertà mentale avrebbe dovuto rifulgere. Ma non aveva calcolato l’egemonia dello spirito burocratico, sul quale tutto deve minuziosamente ricalcarsi. E’sposata con Stefano, un commissario che per motivi di lavoro vive lontano; il loro rapporto è in crisi. Dopo la strage, le viene assegnato un nuovo incarico, si sarebbe occupata di minorenni perché era riguardoso, le dirà il capo di gabinetto, un periodo lontano dalla mischia sanguinosa, al momento era pericoloso continuare l’attività di capo scorta. Ma dopo una settimana, accusata di aver agito in modo irriflessivo, sarà trasferita alla squadra omicidi dove si occuperà dell’indagine dell’assassinio di una giovane prostituta. Verrà a scoprire intrecci, trame, collusione tra coloro i quali rappresentano la legge e dovrebbero applicarla e tra coloro i quali sono al di fuori della legalità e ne fanno un modello di vita. L’universo è complessivamente guasto! Ma anche il suo universo precipita: la morte della madre, la rivelazione del medico che ha assistito sua madre di essere il suo vero padre, il marito accusato di “intelligenza con lo straniero”, tutto si rivolta: pensa al nonno rappresentante della polizia del neonato regno d’Italia, al padre ufficiale dei carabinieri che combattè la mafia nel dopoguerra, quando la mafia era alleata degli alleati e vaccinava l’isola, forse l’intera neonata Repubblica, contro le infezioni delle sinistre. Ella teme che per la quarta volta, la sua vita sarà passata come un vetrino al microscopio: quando fu assegnata alla scorta, quando il giudice è morto, quando è stata assegnata alla omicidi e …adesso come la moglie di un poliziotto corrotto. Dispiacere e vergogna, ma anche incredulità misto a sdegno. L’ indagine che porta avanti sull’omicidio della presunta prostituta s’intreccia con un altro caso, la scomparsa di una bambina inglese che Elisabetta crede di riconoscere nella figlia adottiva di un mafioso. Un avvilimento solca il cuore di Elisabetta quando il suo diretto capo le vieta il proseguimento delle indagini, nessuno si prefiggeva di sconfiggere il male, bastava tenerlo sotto controllo secondo le oscillazioni dell’umore popolare: il patteggiamento era la regola. Ad una domanda che Elisabetta aveva posto al giudice, dopo la caduta del muro di Berlino chi fossero adesso, i nemici, si era sentita rispondere coloro contro i quali il governo punta il dito allo scopo di vincere le elezioni. Alla fine la storia avrà il suo finale liberatorio, sia pure amaro; si ricompongono i tasselli e si cicatrizzano le ferite. Il romanzo una sorta di scandaglio dell’animo femminile quando, soprattutto, si trova a convivere in un universo dalla mentalità maschile e si trova a cozzare con i disegni ambigui e torbidi della politica, delle forze dell’ordine e del sottobosco della mafia. Le anime femminili sono più elaborate, addestrate alla finzione, spesso, una pura finzione teatrale: si sforzano di apparire indisponenti per non svelarsi. Nei maschi l’orgoglio impone di recitare meno. Accade che ad una mediocrità apparente corrisponda la banalità di fondo. Una corrosiva critica al sistema del nostro Paese: la classe dirigente ha violato e schernito la legge, alla fine lo Stato sta divorando se stesso. L’idea di uno Stato che si estingue risulta maligna e inconcepibile, va contro ogni convinzione e ragionevolezza, ma la morale si trova in fondo alle pagine di questo romanzo, una riflessione cinica e realista detta dal capo di polizia: si possono compiere azioni non illegali, eterodosse, sì, ma sempre per il vantaggio dello Stato. Una sorta di rivisitazione del fine giustifica i mezzi di memoria machiavelliana: la differenza tra un criminale e un rappresentante dell’ordine costituito sta in questo, si può compiere un atto arrischiato, ma non si ammazza e non si ruba ad ogni piè sospinto, non bisogna superare il limite.. La società deve funzionare e la virtù l’intralcia. Un giallo sui generis, dove il ritmo narrativo non è dato dal succedersi dei fatti quanto dal convincente scavo psicologico dei personaggi, dalla struttura narrativa che si dipana su due livelli, l’io narrante squaderna la riflessioni personali, mentre le azioni sono narrate in terza persona. Un romanzo dalla scrittura lucida ed essenziale e da una rappresentazione della realtà sempre in perenne bilico tra atti di eroismo e cadute nell’abisso della vendetta e dell’orgoglio. Riporto una frase del nonno Michele Tindari dell’Isola delle Femmine, che l’uomo: “deve erigere dighe al male pur sapendo che verranno abbattute”. Un’altra frase che si presta al romanzo: “ Gli uomini sono idealisti nell’ideologia, ma realisti in politica”.

L’autore: Domenico Campana vive a Roma. Ha pubblicato i romanzi Memorie del crudele inverno ( Rusconi, 1976), La stanza dello scirocco (Sellerio, 1986), L’Isola delle Femmine (Einaudi, 1991), I giardini della Favorita (Einaudi, 1992).
Arcangela Cammalleri


Bastola La signora del fuoco di Francesco Giubilei Società Editoriale ARPANet
Narrativa romanzo breve

Quando la storia, specie quella molto antica, non ha riscontri obiettivi si sviluppano leggende, frutti di fantasie che non di rado, tuttavia, hanno alla base un fatto o un personaggio realmente esistito.
L'incendio che nel 1237 distrusse completamente Gualdo Tadino, forse causato dal nemico Ducato di Spoleto o anche innescato da un evento del tutto fortuito, essendo rimasto senza spiegazioni plausibili fecondò la fantasia popolare che tramandò oscuri disegni, già ripresi da tale Alessio Bucari Battistelli, senza pretesa di essere gli unici e veritieri.
La vicenda ha affascinato anche Francesco Giubilei, cesenate, ma di origine gualdese per parte di padre e di nonno, e così la figura della Bastola, già additata come responsabile del rogo, ha stimolato la sua fantasia, tanto da scriverne una versione tutta personale.
Il romanzo breve (80 pagine) ha trovato il consenso della Società Editoriale Arpanet che lo ha pubblicato nella sua collana mini Concepts Storia, libriccini di piccolo formato (10 x 10), comodissimi da portare con sé, ma che non sacrificano nulla al piacere della lettura stante la normale dimensione del carattere.
Francesco Giubilei, dopo un preambolo doveroso e di carattere artistico e storico di Gualdo Tadino, ricostruisce con attendibilità le vicende di questa Bastola, non limitandosi alla sola narrazione del fatto, ma anche deliziando gli occhi e l'animo con i toni delicati con cui ha rappresentato il paesaggio della zona.
Ne scaturisce, così, un romanzo sospeso fra storia e leggenda, in un equilibrio che non induce a credere che tutto si sia verificato realmente così, ma non porta nemmeno a dubitare che quanto narrato possa rispondere a verità. E' importante questa capacità di esporre un'interpretazione fantastica di un evento dandole quel grado di credibilità che alla fine della lettura viene da dire spontaneamente: "Però, potrebbe essere andata veramente così."
E in effetti si resta avvinti, pagina dopo pagina, dal personaggio della Bastola e da una vicenda che porterà, senza accorgersene, ad arrivare alla fine con il desiderio di sapere sì ciò che già immaginavamo in partenza, ma non importa, perché risulterà un tempo piacevolmente trascorso.

Francesco Giubilei è nato a Cesena l'1 gennaio 1992. Frequenta il Liceo scientifico "A.Righi" nella sua città.
Appassionato di storia, è il direttore editoriale della rivista Historica. Ha già pubblicato Giovinezza - Partitura per mandolino e canto (Il Ponte Vecchio, 2007).
Renzo Montagnoli


Un ragazzo come tanti di Laura Tufilli Altromondo editore
GENERE: Sentimentale

Un ragazzo come tanti è la storia di una amore. L’ amore sorprendente sbocciato tra un giovane ricco, desiderato e affermato ed una ragazza semplice, bella, intraprendente e attorniata dai suoi inseparabili amici.
Una scottante verità, alcune situazioni inaspettate e molteplici colpi di scena metteranno a dura prova la loro unione.
Laura Tufilli


Il cerchio infinito di Renzo Montagnoli Edizioni Il Foglio
Introduzione dell’autore
Prefazione di Fabrizio Manini
In copertina “Galassia M 104”
fotografata dal telescopio spaziale Spitzer della NASA
Elaborazione grafica di Elena Migliorini

Più che ad una riflessione, la poesia di Renzo Montagnoli mi attira verso una meditazione sulla teoria che sta a monte di essa, inviluppata nel “Cerchio infinito”, teoria che si enuncia apoditticamente  e si analizza dialetticamente nella scomposizione del cerchio in due realtà: quella dell’anima (Cerchio I: ”tempo senza fine/ catena indissolubile di destini…/soffi di vita ritornati all’eternità”….) e quella del mondo-natura-cultura.
Dall’enunciato la poesia si sprigiona in una liturgia di sentimenti legati a ricordi, ad illusioni e disillusioni, ad accorate tristezza, a melanconiche nostalgie che sembrano naufragare in un mare di solitudine dove la speranza, in un mondo rituale, sempre uguale a se stesso, e dove ci sono soltanto il poeta e la natura, l’uomo e le cose, è àncora che come “goccia…lenta scivola sul petalo del fiore”.
Nel ”Cerchio infinito” sembra di trovarsi nel tempo circolare dei riti stagionali e dei misteri su cui gli Ioni costruirono le loro teogonie e le loro cosmologie, in un circolo che se per certi versi sembra quello della ragione divina nella quale ogni punto unisce principio e fine e chiude tutta la realtà (Eraclito),  dall’altro lato sembra una retta dove il poeta,  nel suo infinito procedere, trova la “Montagna sacra”.
Sulla via della retta verticalità la vita è sofferenza ,”la via è impervia e scoscesa” perché accadono gli incontri imprevisti,”canti di sirene…vento e pioggia/ gelo e neve”.
Non siamo nel cerchio magico dove comanda il fato e le creature sono passive, sulla verticalità c’è l’uomo partecipe, arbitro e libero nelle sue scelte e può costruirsi la sua storia. Può cambiare la sua relazione con il mondo.
Ma Montagnoli ci trascina dentro il suo “Cerchio infinito” dove aspettiamo di incontrare l’ “Essere” universale ma incontriamo sempre il mondo del molteplice, quel mondo de “La stazione”, del “desiderio”, dei “sogni evanescenti”, un mondo che ci richiama ”l’eterno ritorno” di nietzscheana memoria della lotta tra l’ESSERE ed il nulla e qui il poeta incontra il dolore e la noia perché esso si rivela come il mondo della disgregazione, della limitazione e della miseria. Così mi sembra che il poeta nel momento in cui sembra pronto per consegnarsi all’epos si trasforma in antieroe. Come Nietzsche con il suo “eterno ritorno” credeva di avere eliminato il divino dal mondo invece era proprio con il divino che si scontrava, Montagnoli si scontra nel “l’autunno è prossimo a venire”, e nel vedere arrivare “il silenzio delle cicale”. Senza il divino all’uomo non resta che contorcersi in un anello, sentirsi come blindato in una fortezza volante e contemplare il “caos perfetto” ed il tempo diventa tempo sconsacrato perché lo vive affidato al caso. Allora dobbiamo dire che nelle poesie di Renzo Montagnoli non si respira il divino?
Direi che il suo divino è del tipo parmenideo,  ossia è ”Essere” come forma. Ora la forma (il cerchio,il circolo, l’anello, il triangolo, la retta….) ha di sé la caratteristica che esclude ogni relazione e fuori di sé ha il nulla.
In questo territorio metafisico i “ricordi” diventano “dei” e gli “dei” diventano “statue” da contemplare: Non operano. Riescono ad essere soltanto ingombranti.
Il vero Dio di Montagnoli se ne sta fuori sulla “Montagna sacra”, ossia sul suo Olimpo, fuori dagli eventi e quindi è un Dio che non opera. E un dio che non opera non è Dio.
Eppure alla fine si ha l’impressione che il poeta sia errabondo alla ricerca di una spiegazione attraverso i due percorsi di cui abbiamo detto all’inizio. In questo suo errare vagabondo mi sembra di vedere Nietzsche nella Silvaplana quando percepì quella situazione come vissuta e concepì la sua idea dell’ ”ESSERE” esclamando “Io sono la tua affermazione in eterno”.
Montagnoli ci dà l’idea che egli sia il fiume ”che ignora la sua età”, “un incessante fluire di acque mutanti” blindate “tra la limpida giovinezza…/e la pigra e lenta vecchiaia.”, e dove tutto genera primavere e lune sempre uguali a se stesse.
Se le cose stanno così, se tutto si rincorre in una rituale ripetizione, al poeta non resta che rassegnarsi.
Infatti , anche se la scoperta di Nietzsche sull’”ESSERE” fa si che il filosofo dica “Non voglio nulla di diverso da quello che è, non nel futuro, non nel passato, non per tutta l’eternità”, ma ci lascia allo stesso tempo presagire la sua teoria del super-uomo, i versi di Montagnoli ci rivelano un uomo rassegnato, blindato dentro il fato fino a sembrare egli stesso l’anello della ripetizione rituale che da poeta percorre tra sogno e realtà aspettando forse il tempo come flusso di coscienza, quella coscienza cioè che fa di ogni soggetto umano, un essere unico ed irripetibile ossia un essere storico.  
Mela Mondì


Sentieri di luce di Silvano Conti - Graficherò 2008

(Recensione a cura di Carmen Lama)

Poliedrica voce della creatività e della ricerca interiore, qui e ora, ma anche in prospettiva, oltre l’orizzonte visibile: così definirei - d’impatto - il poeta Silvano Conti attraverso la lettura delle poesie di questa nuova silloge.

Bisogna poi entrare con cautela nei “sentieri” percorsi dal poeta, in ciascun poemetto, pur breve, perché è lì – dentro – in profondità, la luce che li illumina. Pur breve, sottolineo, perché una prima caratteristica delle poesie di Silvano Conti è proprio quella della densità concettuale concentrata con grandissima efficacia ed incisività in poche, essenziali, espressioni poetiche. Inoltre, vi si percepisce un ritmo, emergente dal solo senso profondo di ogni poesia, che invita a soffermarsi in silenzio, dopo la lettura, per sentirlo risuonare ancora nell’anima. Ed è come scuotersi da un dormiveglia. Dal mio punto di vista, esterno al mondo poetico qui rappresentato, capto una volontà di trascendenza di se stesso da parte del poeta, il quale si volge al divino, al soprannaturale nella speranza di assorbire in qualche modo la sua luce e, illuminati così i sentieri della vita, poter dare spiegazioni accettabili a tutto ciò che accade e che “gli” accade. C’è, evidente tra le righe, un movimento interiore del poeta, che passa da un’autoanalisi incentrata inizialmente su una sorta di torpore dell’anima, (“Senza di Te/ consumo solo tempo…”...  oppure: “E per quanto tempo la Tua voce / - a lungo inascoltata -/ ho avuto dentro pei sentieri percorsi…”) a una successiva vibrazione delle sue corde più sottili e profonde, (Anelo conoscerti / insieme a me stesso/ senza impedirmi ancora/ di amarti al buio”) a una timida consapevolezza di una presenza discreta ma forte accanto a sé, (Mi sei rimasto accanto,/ con gran fragore all’anima), a una luce “invisibile” che guida, (e più mi occorri/ più mi  soccorri,/ prendendomi per mano), alla visione, infine, di un traguardo come sicuro ed eterno approdo (Congiungo/ due punti in linea retta,/ dal vuoto all'infinito,/ e Ti ritrovo). In questa consapevolezza, e solo in questa apertura al trascendente, il poeta ritrova se stesso e il fine della propria esistenza mondana. Si sente anche emanare da ogni poesia una forza prorompente che si esprime nella sicurezza del poeta di riuscire a far fronte, d’ora in poi, ad ogni richiamo pur apparentemente insensato che la vita potrebbe rivolgergli, poiché al fondo di tutto un senso ci deve essere e c’è. Ed è proprio nella pienezza di questa esistenza, da portare alla luce come resoconto di un passaggio non inutile, non indifferente, che risiede il senso. In alcune poesie “dedicate” questo desiderio del poeta è espresso con convinzione. Da questo momento in poi, il poeta sente di doversi far portavoce della sua scoperta molto personale ed intima per condividerla con i lettori ed aiutarli ad “essere”. “Si è”, presenti a se stessi, consapevoli del proprio mondo interiore e delle proprie aspirazioni, delle proprie responsabilità e speranze, soltanto se ci si cerca nel profondo, se si va oltre l’apparenza materiale veicolata dal corpo e più ancora dal viso, dagli occhi e dal proprio nome, e ci si trascende, trovando la propria spiritualità. È questo, mi pare, il percorso poetico esistenziale di Silvano Conti che si può cogliere leggendo le poesie di questa silloge. Occorre però una disposizione d’animo particolare, intelligente, (nel senso etimologico di “leggere dentro”, andare in profondità), ed essere pronti ad immedesimarsi in quest’opera di scavo interiore compiuta dal poeta. L’esito della lettura è senza dubbio un respiro dell’anima, uno sguardo nuovo alle cose intorno a sé, un vedere se stessi in cammino… sui “sentieri di luce” indicati. Sicuri che anche per ciascuno di noi ci potrà essere una nuova Damasco. Seguire il poeta allora, sarà come egli stesso ci dice: “Avere un'ansa in questo andirivieni/ su cui aggrapparsi al volo alla bisogna/ è come avere i sogni vuoti pieni”.

Silvano Conti - è nato e vive ad Umbertide Pg, il 12.07.1951
Ha pubblicato: Frattaje - racconti satire poesie in lingua frattigiana  - ed. Promhos 1985
Il Significante -  ed. Promhos 1985  -  poesie
Aspettando l'attesa -– immagini rumori odori del tempo che passa - ed. Promhos 1988 prosa-poesia.
La canzona de Stinchi de Màvero -  ed. Nuova Promhos 1995 - poemetto
Tal merollone e al tondo - ed. Nuova Promhos 1995 - prosa-poesia
Sentieri d'aria - sguardi e grida dal cielo - ed. Nuova Promhos 1995  - poesia
Catene - e di rimando dettagli liberi e chiaroscuri -  stampato in proprio 1998 - poesia
Mario e Menco - i dottori de nna volta - ed. Edimond 2007  -  prosa
Tutto l cucuzzaro -  Ed. Edimond 2008 - Città di Castello   -  prosa-poesia
Sentieri di luce -  stampato in proprio - Graficherò -  2008 - poesia
Carmen Lama


Agnese, ancora di Giovanni Buzi Edizioni Akkuaria
In copertina fotografia di Agnese
negli anni '50 dello scorso secolo
Narrativa romanzo

Il filo dei ricordi, soprattutto quelli dell'infanzia, sempre aggrovigliato tende a dipanarsi quando arriva il momento delle grandi riflessioni e allora si va a cercare nel passato per comprendere soprattutto il presente.
Giovanni Buzi, dopo il fortunato Agnese (Tabula Fati, 2005), prova di nuovo investigare sul tempo trascorso con questo Agnese, ancora, naturale seguito del precedente, da cui sarebbe stato troppo pretendere originalità e freschezza, immancabilmente meno evidenti quando con altro testo si vuole dare continuità a un'idea creativa.
Tuttavia l'abilità dell'autore riesce egualmente a tener vivo l'interesse in una serie di episodi, di affreschi e anche di ritratti di un periodo di cui non rammenta tutto alla perfezione, supplendo con la fantasia alla carenza di memoria. Sicuramente sono spunti che emergono dalla nebbia di un tempo sempre più lontano, intorno ai quali riesce a costruire vicende convincenti, anche se sovente mancanti di quel pathos proprio di un'esperienza diretta.
E' lì che si riscontra la capacità del narratore, nell'imbastire trame da un quasi nulla e in cui tutti possano anche ritrovarsi.
Così assistiamo al cicaleccio pomeridiano delle amiche della madre, ai tentativi di far maritare una di loro, agli intermezzi gustosi, una sorta di contrappunto, frutto della personalità del nonno, anziano, sulla poltrona a rotelle, che poco parla tanto da sembrare assente, ma invece è ben presente.
Senza un apparente ordine di continuità si susseguono dei brani, per lo più brevi, che riescono a ricreare un ambiente di quasi mezzo secolo fa, in un'Italia rialzatasi dalle rovine della guerra e in pieno boom economico.
A volte queste storie sono interdipendenti, ma più spesso no, come se la memoria, sollecitata, le facesse uscire dalla mente in ordine sparso e questo, che potrebbe sembrare un difetto, finisce invece per snellire tutto il corpo dell'opera che scorre più armoniosa, meno legata a un filo logico di cui del resto l'autore non potrebbe avere un'esperienza completa, né un ricordo dettagliato.
Resta una figura, nel silenzioso dolore della sua malattia, quell'Agnese, la madre, questa sì ben impressa dentro, tanto da rivederne l'immagine, lo sguardo, dal risentirne la voce, dal percepirne il profumo.
Questo libro è certamente un romanzo da cui tutti potranno ritrarre piacere nel leggere, ma, come il precedente, costituisce anche la fissazione su carta del sentimento di un figlio per la mamma, una specie di sacrario di un amore che il tempo non attenua.
E anche se l'emozione è giustamente contenuta, il desiderio di parlarne non viene mai meno, ma sempre sommessamente, tranne nel finale, dove però tanto è forte quanto il pudore che ha portato a scrivere queste righe: Una cosa sola so di te, Agnese: il tuo mondo era di cartapesta, le tue pareti di carta colorata, solo i tuoi sogni erano veri, mamma.

Giovanni Buzi, nato a Vignanello (VT) nel 1961, insegna lingua e cultura italiana al Parlamento Europeo di Bruxelles e storia dell'arte contemporanea all'Accademia di Belle Arti di Bruxelles.
Amante della pittura espone suoi quadri in Italia e all'estero fin dal 1985. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni di romanzi, racconti, poesie e saggi. Ha ottenuto significativi riconoscimenti in molti premi letterari, tra cui Lovecraft, Rill e Yorik.
Oltre a partecipare a numerose antologie, ha pubblicato a solo:
Romanzi
Faemines (Libreria Croce, 1999), Il Giardino dei Principi (Massari, 2000), Agnese (Tabula Fati, 2005), Uragano (Delos Book, 2008), Agnese, ancora (Akkuaria, 2008).
Raccolta di novelle
Fluorescenze (Il Filo, 2004), Sesso, orrore e fantasia (Massari, 2005), Alchimie d'amore e di morte (Tabula Fati, 2006).
Saggistica di storia dell'arte
William Turner in Etruria (Massari, 2004) e un manuale di storia dell'arte per i licei (Multimedia, 1993).
Renzo Montagnoli


Il respiro della luna di Cristina Bove - Edizioni Il foglio 2008

Recensione a cura di Carmen Lama

In questa nuova silloge di Cristina Bove sono presenti poesie che si potrebbero raggruppare in quattro grandi tematiche: l’amore, immancabile motore della vita e delle più sofferte gioie, il dolore come insopprimibile compagno che dà maggior valore ai momenti positivi vissuti, l’attenzione per la natura e i suoi cambiamenti e le sue mirabili bellezze, e temi di carattere sociale non disgiunti da una vena personale molto giustamente critica osservando i guasti prodotti da uno spavaldo e spudorato uso della religione come mediatore tra l’uomo e il divino.
I temi affrontati, pur prendendo spunto da esperienze personali profondamente vissute, possono essere universalizzati, assumendo così una dimensione più ampia rapportabile all’esperienza di ciascuno di noi: questa possibilità di  generalizzazione fa sì che il lettore s’immedesimi nel vissuto espresso e lo faccia in qualche modo suo, riuscendo ad apprezzare maggiormente la significatività del contenuto di ogni singola poesia. Nelle poesie in cui si dà rilievo alla sofferenza, si avverte una nota intimistica, che induce ad accogliere i pensieri tristi dell’autrice sublimandoli però, insieme a lei, in quell’atmosfera leggera e rarefatta in cui li pone, accompagnati quasi sempre da una dolcezza di immagini di attesa, di speranza, o anche di ritorno a quell’approdo finale visto nella sua luce più rassicurante, come ricongiungimento all’origine e aggancio all’eternità.
Come è facilmente verificabile, nella vita di tutti i giorni si alternano esperienze positive e negative, l’animo umano si rafforza proprio in virtù di quel che vive giorno per giorno, purché sappia farsene delle ragioni che risultino plausibili alla mente ma anche al cuore. Così, in questa raccolta si alternano poesie in cui una sensazione forte di malinconia s’insinua nell’animo della poetessa che, talvolta, la lascia fluire dentro di sé senza opporre alcuna resistenza, anzi abbandonandosi a quel che è, e poesie in cui, pur mostrando in prima istanza la sopraffazione del dolore, della sofferenza, si giunge ad un distanziamento catartico che lascia ancora spazio al positivo che verrà. Si potrebbero fare in tal senso diversi esempi, ma per non appesantire e aggrovigliare qui il filo del discorso, ne proporrò soltanto alcuni, che ritengo particolarmente suggestivi. Nella poesia Mi rivesto, una breve illusione è la vita e tutto quel che accade. La poetessa sente dentro di sé lo scorrere del tempo che non perdona, non sconta giorni, né si risparmia di far danni, eppure un toccasana d’insania potrebbe capovolgere il destino (qui fa capolino la speranza). Ma è solo una brevissima illusione di un istante e subito ci si sente, infine, “il riflesso di un inganno”. Nella poesia Oggi, di contro, emerge una nuova speranza, una nuova attesa, che si compia un desiderio, “che l’amore di un dio fermi la notte”, che non avanzi il buio della sera della vita, che si fermi il tempo a “oggi” per poter godere ancora attimi di intensa gioia, attimi intensi di vita. E mentre in Avviene è lucidamente espresso il contrasto fra l’anima, che resiste al tempo perché è fuori dal tempo, e il corpo che nel tempo è immerso e ne segue ritmo e movimento con la necessaria conseguenza dell’incanutirsi e dell’accorgersi tristemente della solitudine che ci accompagna come “mistero che fa da culla e bara”, in un’altra bellissima poesia, No, anima mia, si cerca di capovolgere ciò che in un primo momento appare negativo, in qualcosa di bello e positivo, e nello stesso tempo in cui ci si accorge dell’estrema solitudine costitutiva dell’essere umano, si compie quel gesto di umiltà di sapercisi adattare e di saper rendere feconda la stessa solitudine. Giusto come fa Cristina, creando queste sue ricche liriche. Ne è pura e intensa testimonianza la bellissima Fuga dal tempo, in compagnia proprio della Poesia che rischiara la notte dell’anima, tiene desta la mente e con essa la vita così tenendo distante la morte.
Tra le poesie più legate ai temi sociali, ce ne sono alcune dedicate alle donne, nelle quali emerge con chiara e stridente consapevolezza, il valore della persona umana, troppo spesso denigrata, annientata da soprusi, violenze, oltraggi. Con deciso piglio, che sottende un amore profondo, la poetessa viene in loro soccorso invitando soltanto gli  uomini veri a fare altrettanto, e regalando loro “l’istante di un sorriso” che da solo “varrebbe un anno di mimose”. In un’altra poesia viene esaltata la forza della parola delle donne che viene più spesso utilizzata per rappacificare, nonostante tutto. E qui si rivela il sublime, secondo me.
Un accenno ancora alle poesie d’amore, una in particolare, L’accidente, in cui si dà una schietta quanto semplice, ma vera e profonda, definizione di questo sentimento: “l’amore vero è qualcosa di eterno che s’adorna solo di bellezza, mai di note stonate o di parole che portano in sé buio.” E tale è la consapevolezza di Cristina, rispetto a questo sentimento universale, che ne immagina anche i risvolti più impensabili, ma esistenti e inventa così una Favola asincronica, di un amore irrealizzabile. Investe così l’amore della capacità di divertirsi a fare scherzi di tempo, creando e facendo incontrare anime asincroniche, che vivono uno struggimento fortissimo per un’occasione mancata e per non poter sincronizzare gli orologi del loro tempo, ma che con dolcezza e patimento sono costrette a rassegnarsi al destino e a darsi appuntamento in un’altra vita. Un’altra bellissima poesia d’amore, Urlo, esprime l’audacia della bellezza di un sentimento. Un urlo preme dentro l’anima, vorrebbe uscire, ma si racchiude nei labirinti della ragione ed ecco che assume nuove sembianze di suono, di melodia. Metaforicamente: un sentimento, un’emozione che non possono trovare sbocco se non vivendo di se stessi e trovare, infine, in questa loro stessa esistenza la loro vera bellezza.
Infine, le poesie legate al tema ambientale hanno una loro particolare intrinseca vivacità, in quanto fanno in qualche modo da sfondo agli eventi che accadono nella nostra vita e spesso fanno solo da spettatori, spesso entrano a pieno titolo nell’evento, altre volte designano metaforicamente il corso dell’esistenza. E sempre con un finale a sorpresa. Un esempio: Tra i ciottoli. È una triste metafora della vita sofferta, che indurisce e inaridisce il cuore, eppure c’è la speranza di una nuova primavera che con lieve carezza di pioggia aiuti il disgelo (dell’anima). Un altro esempio, Sasso: bellissima metafora, in questo caso di un amore, che rigenera come acqua di pioggia. Pure un sasso può riprendere vita, ma qui purtroppo è solo una breve illusione.
Ma per comprendere appieno le poesie di questa silloge, occorre una lettura attenta, soppesata nel tempo necessario per coglierne le più profonde e nascoste sfumature, per sentire tutto il senso espresso in ogni poesia, dalla “poeta” Cristina Bove, che utilizza in modo magistrale metafore gradevoli e un lessico molto particolare, che è anche quello che le dà uno stile inconfondibile, come è stato già da me rilevato nella precedente recensione a Fiori e Fulmini, edizione 2007.
Dalla suggestione delle poesie qui brevemente tratteggiate, in relazione ai quattro momenti/temi più significativi rappresentati e descritti da Cristina, emerge una fantasia e una creatività eccezionale della musa che fortunatamente la ispira, e ne vengono fuori come dei bellissimi quadri d’autore. Come se Cristina, artista a tutto campo, sia capace di trasfondere la sua vena pittorica anche nella sua arte poetica. Così le creature che qui offre alla nostra lettura, prendono corpo, si animano e ci raggiungono fin nel profondo. E “il respiro della luna”, si riflette su di noi, in un crescendo che rigenera, perché ogni poesia è “un respiro” dell’anima.
Carmen Lama


La vita agra di Luciano Bianciardi Bompiani
Narrativa romanzo

Questo romanzo, in larga parte autobiografico, si sarebbe potuto anche intitolare Missione impossibile e il perché lo comprenderete con le righe che seguono.
La vicenda prende origine dal disastro minerario di Ribolla nel 1954, in cui perirono 43 minatori, per negligenza, ma soprattutto per calcoli di economia del padronato in cui il valore di una vita umana non rientrava minimamente.
E' così che il protagonista, nel desiderio di vendicare quegli innocenti, da buon anarchico vuole colpire il simbolo del potere che si annida in un palazzone di Milano, il torracchione, da far saltare con una giusta combinazione di aria e metano, proprio come era avvenuto per lo scoppio di grisù in miniera.
Il proposito è ardito, la volontà è salda, ma la grande città è un mostro che piano piano ingloba, appiattisce, distrugge la vita e gli ideali.
Nemmeno il desiderio di coinvolgere i suoi cittadini schiavi in un moto di ribellione (bellissima la descrizione delle partenze degli operai alla sera dalla stazione Centrale di Milano) può trovare sbocco, perché in quei sudditi l'appiattimento si è trasformato in apatia e l'abitudine in rassegnazione, anzi è gente che crede di poter convivere con il mostro che li asservisce.
E' un'umanità impersonale, quasi i suoi componenti non avessero il volto, oppure questo è sistematicamente eguale fra le donne, una sorta di automi inaciditi e invecchiati prima del tempo, a cui al massimo è concessa la facoltà di far le scarpe agli altri, in una modesta carriera che assomiglia a uno scontro quotidiano. Solo una appare non inglobata, quella Anna di cui lui, già sposato con Mara rimasta al paese con il pargolo, si innamora perdutamente, per reazione e perché tanta è la differenza rispetto alle altre.
In concomitanza con la conoscenza di questa compagna di vita iniziano le pagine più autenticamente rivoluzionarie con una visione libera totalmente della vita sessuale, con un richiamo forte a un amore fisico secondo natura, scevro dall'ossessiva pubblicità che sembra dare e invece toglie tutto, in una satira della classe dirigente come prima non si era mai scritta.
Nell'attesa, sempre più disillusa, di arrivare a far saltare non solo il torracchione, ma il coperchio di potere che schiaccia la città, il protagonista, per mantenere sé, la sua compagna e la famiglia, è costretto a lavorare, a fare il traduttore di testi letterari che, nella realtà, come ebbe a dire Bianciardi, divenne poi la sua effettiva occupazione.
E' un lavoro duro, non valutato adeguatamente, in cui un intellettuale preparato, impegnato ore e ore, finisce presto in preda all'amarezza, a quella vita agra che dà il titolo al libro. Sono pagine intense, anche di profonda commozione e che riescono a dare la misura del disagio esistenziale. Al riguardo mi permetto di citare due righe, non di più, ma ampiamente sufficienti per comprendere l'agro della vita: "Non è un mestiere avventuroso; le sue gioie e i suoi dolori dall'esterno si vedono assai poco.".
E' la disgregazione di un ideale, è una rassegnazione che si spegne dentro, con un finale profondamente triste: l'anarchico, in origine saldo, determinato, pieno di ardore, è stato avvinto dai tentacoli di quel sistema che lui voleva scardinare.
La sua è stata solo una missione impossibile.

Luciano Bianciardi (Grosseto, 14 dicembre 1922 - Milano, 14 novembre 1971). E' stato giornalista, saggista e scrittore.
Le opere: I minatori della Maremma, 1956 (in collaborazione con Carlo Cassola); Il lavoro culturale, 1957; L'integrazione, 1960; Da Quarto a Torino, 1960; La vita agra, 1962; La battaglia soda, 1964; Aprire il fuoco, 1969; Daghela avanti un passo!, 1969; Viaggio in Barberia, 1969; Garibaldi, 1972; Il Peripatetico e altre storie, 1972; La solita zuppa, 1994; Ai miei cari compagni, 2007; Le cinque giornate. Bisognerebbe anche occupare le banche, 2008.
Renzo Montagnoli


Una storia a Castelvecchio di Valentino Rocchi Società Editrice Il Ponte Vecchio
Presentazione di Alberto Berardi

E' l'opera prima, d'esordio, di Valentino Rocchi, autore di cui ho letto praticamente tutto, compreso il suo ultimo e splendido 1504 - Notte all'Hostaria La Guercia.
Dico subito che con questo scrittore sono andato a ritroso, partendo dagli ultimi romanzi e pervenendo a questo oggetto della presente, edito nel 1997 e, a quanto mi risulterebbe, non più in catalogo.
Il mondo rurale fra le due guerre, le colline preappenniniche (questa volta romagnole e non pesaresi), un personaggio principale dotato di un indubbio carisma e una vicenda d'amore sono elementi che poi si ritrovano nelle opere successive, segno inequivocabile che, tranne che per il romanzo storico 1504 - Notte all'Hostaria La Guercia, per l'autore sono punti fermi, radicati nel suo animo e che vengono utilizzati con trame diverse per esporci un mondo di proletariato che prende poco a poco coscienza della necessità di rialzare il capo.
La vicenda è segnata peraltro dall'irrequietezza giovanile nella scoperta del sesso, a cui sono dedicate non poche pagine che, forse, sono le più riuscite del romanzo, con fini ritratti psicologici, mai urtanti la sensibilità del lettore, pur nella delicatezza dell'argomento.
E che questa parte rivesta un'importanza fondamentale nel testo è provato anche dal fatto che a due dei tre protagonisti, e cioè Gino e Lisa, è riservata un'attenzione particolare, tanto da occupare circa la metà dell'intera narrazione. Poi Gino sparisce e continua la storia con Lisa e con un nuovo personaggio, Bruno, in ombra però rispetto alla figura femminile che pagina dopo pagina assurge al ruolo di vero fil rouge dell'opera.
E' la storia di un'emancipazione, in un'Italia maschilista quale era quella del ventennio fascista, ed è anche un riuscito ritratto, pur in un microcosmo quale un paese collinare, di un regime che, sotto l'apparenza di un'unità d'intenti, si sbreccia in tante realtà in lotta fra loro.
Lisa saprà approfittare di questo, sarà influente senza essere fascista, sarà donna attraente e desiderabile senza essere puttana.
E' un difficile equilibrio, questo, ma già si può notare la mano accorta del narratore che magari tende a esagerare con lunghe descrizioni del paesaggio, indubbiamente di pregevole fattura, ma che finiscono con il rallentare il ritmo. In seguito, con le altre opere, sarà capace di farci vedere colline, case, strade, boschi con poche e incisive parole, quasi un ornamento della trama.
Non mancano peraltro diversi personaggi minori, ma utili alla storia, disegnati con un'abilità che ritengo innata, e anche in questo caso non ci sono caricature, non c'è mai un eccesso, anzi l'autore appare più che rispettoso della loro dignità, chiunque essi siano, dal federale Montanari al principe, dal ciabattino errante padre di Bruno al Dr. Mario Zamagni, un mite praticamente confinato lì per le sue idee politiche.
Se con alcuni c'è tenerezza, con altri, essendo questa del tutto impossibile, c'è invece la pietà e così il fanatico fascista Figini diventa poco a poco l'emblema di una forza senza intelligenza, di una brutalità senza coscienza, di una miseria morale che se non lo scusa almeno lo fa apparire meno pericoloso dell'intelligente ed arrivista Montanari.
Ma su tutti svetta lei, Lisa, donna che ha preso coscienza di essere donna e non solo femmina.

Valentino Rocchi, nato a Savignano sul Rubicone, risiede sin dall'infanzia a Pesaro. È socio corrispondente della Rubiconia Accademia dei Filopatridi di Savignano sul Rubicone.Si è avvicinato alla narrativa, con libri di ampio respiro e di trame avvincenti, dopo una vita di intenso lavoro. Ha pubblicato: "Una Storia a Castelvecchio" (Società editrice Il Ponte Vecchio - Cesena); "L'Eredità di Venanzio" (Guaraldi - Rimini) Vincitore del Premio letterario "Il Pungitopo" 2001."Notte all'Hostaria La Guercia" (Argalìa Editore);"Gli uomini di Bluma" (Giraldi Editore) II Classificato al Premio "Palazzo al Bosco", 2002;"La saggezza di Toni" (Giraldi Editore); esce nell'anno del V centenario della morte di Pandolfo Collenuccio, uomo di corte e di legge, dalla vita straordinariamente avventurosa: "Notte all'Hostaria La Guercia", Pandolfo Collenuccio, uomo di corte del XV secolo, (Giraldi Editore) ambientato nel XV secolo, di cui è l'autore è profondo studioso e conoscitore. L'ultima pubblicazione, prima della presente, è il bellissimo "La Magia del fuoco". (Agemina)
Renzo Montagnoli


Il bosco degli urogalli di Mario Rigoni Stern Edizioni Einaudi
Narrativa raccolta di racconti

Lo ammetto, non amo la caccia, non amo uccidere degli animali indifesi, anzi tendo a rispettarli nella loro specificità, e quindi non vedo mai con simpatia un cacciatore.
Tuttavia, nonostante questa mia avversione, la lettura di questo libro mi è risultata estremamente appagante, forse perché Rigoni Stern è riuscito a dare una visione di questa "specie" di sport del tutto particolare.
La lunga marcia sulla neve per avvicinarsi alle prede, il silenzio dei monti nel freddo dell'alba, i boschi in cui si svolge la contesa donano un tocco di magia grazie a una vera e propria prosa poetica e danno l'idea di un ritorno dell'uomo alle origini, quando era in armonia con la natura.
In questa atmosfera, quasi ieratica, la caccia diventa un rito, in cui l'uomo e l'animale sono personaggi che si affrontano sullo stesso piano, ognuno con i mezzi di cui dispone, e non è sempre chi ha il fucile che ne esce vincitore.
E poi non ci sono solo racconti di caccia agli animali, ma altri in cui ricorre la metafora dell'uomo che è in competizione con suoi simili, come nello stupendo Esame di concorso, la ricerca spasmodica di un povero travet di una posizione migliore, la sua caparbietà in un mondo di miseria, i suoi sogni, le speranze, puntualmente deluse, quasi che l'autore volesse dirci che in questo mondo di cacciatori le prede non sono sempre lepri o volpi.
E a proposito di volpi Oltre i prati, tra la neve è un brano in cui uomo e canide fanno a gara in astuzia, in una serie di mosse e contromosse di grande effetto, al punto che viene spontaneo dividere i propri favori fra l'uno e l'altro.
Poi ci sono racconti in cui la caccia è solo un pretesto per parlare d'altro, come Vecchia America, oppure lo straziante Dentro il bosco o il commovente Alba e Franco, un omaggio a due cani del tutto particolari.
Non posso però tralasciare Chiusura di caccia, l'ultimo, che si conclude con alcuni spari nel vuoto, una sorta di sfogo della tensione di cui c'è un antecedente nel Sergente nella neve, quando Rigoni Stern, ultimo ad abbandonare la postazione in Russia all'inizio della ritirata, spara raffiche a casaccio; anche là è una liberazione, ma soprattutto è il grido di dolore di un uomo che si sente tradito da chi ha avviato quella guerra.
Sono due atteggiamenti uguali, ma provocati da diversi stati d'animo, e in ogni caso sono la reazione di un uomo al suo destino.
Il bosco degli urogalli è un altro libro di Mario Rigoni Stern che è senz'altro meritevole di essere letto.

Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921 - 2008).
Ha scritto Il sergente nella neve (1953), Il bosco degli urogalli (1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di Tönle (1978) (Premio Campiello e premio Bagutta), Uomini, boschi e api (1980), L'anno della vittoria (1985), Amore di confine (1986), Il libro degli animali (1990), Arboreto salvatico (1991), Le stagioni di Giacomo (1995) (Premio Grinzane Cavour), Sentieri sotto la neve (1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre storie (2000), L'ultima partita a carte (2002), Aspettando l'alba e altri racconti (2004), I racconti di guerra (2006), Stagioni (2006).
Renzo Montagnoli


Il volo della martora di Mauro Corona CDA & VIVALDA
Narrativa raccolta di racconti

E' il libro di esordio, nel 1997, di Mauro Corona, una raccolta di racconti dove l'io narrante è sempre e unicamente l'autore stesso, in un omaggio alle genti della sua zona nel riepilogo di fatti e vicende che emergono dalla memoria.
Ci sono ricordi dell'infanzia, ma anche di epoca più recente che sembrano percorrere una strada, secondo un filo logico che li concatena, fino al tragico evento del 9 ottobre 1963 che, oltre a mietere migliaia di vittime, provoca di fatto una frattura insanabile, con la perdita di una realtà fatta da anni di vita legati alla terra, alle tradizioni e al paese, e rende i superstiti orfani della loro storia.
La frana gigantesca del monte Toc, causata indirettamente da chi progettò la diga sul Vajont, rappresenta una scure che divide nettamente due epoche e che proietta nel futuro i superstiti, con un domani tuttavia incerto, per non dire inconcludente, proprio per quello sradicamento dal proprio passato.
Sono racconti che trovano nella semplicità dell'esposizione una freschezza che consente di assaporare i rapporti che esistevano fra i valligiani, le relazioni con la natura, mai vista ostile, in un lungo viaggio che porta il lettore alla consapevolezza che quel mondo che non tornerà più era, pur nelle difficoltà della vita, un microcosmo di comuni sentimenti e modi di agire che connotava una comunità a suo modo strutturata perfettamente.
Ora, senza voler rifarsi al detto che si stava meglio quando si stava peggio, appare comunque evidente una vena di nostalgia nella scrittura di Corona, a tratti anche un rimpianto per un mondo più vero, dove esistevano valori perpetuati nel tempo, dove l'amicizia era un bene supremo e dove il rispetto era reciproco.
Ritorno sullo stile dell'autore, semplice, ma non scarno, e con un notevole senso della misura, soprattutto quando si lascia andare a riflessioni, sempre apprezzabili, senza mai diventare greve.
E' quasi un modo innato, come l'arte di scolpire il legno di cui lui è maestro indiscusso, una capacità di coinvolgimento che con il tempo e l'esperienza si è via via perfezionata, raggiungendo accenti di notevole efficacia, anche attraverso periodi di prose poetiche, come è possibile verificare nel più recente I fantasmi di pietra.
Del resto, anche il prefatore (nientemeno che Claudio Magris!) è rimasto colpito da questo stile e pur non sbilanciandosi, cioè non gridando ai quattro venti che questa raccolta è un capolavoro, ha tuttavia evidenziato la sua ottima valenza, anche con un certo stupore, trattandosi di opera prima.
Da allora Mauro Corona ha fatto molta strada, ma non ha perso, anzi ha affinato le sue caratteristiche, già riscontrabili in modo chiaro e inequivocabile in questo volume di cui raccomando vivamente la lettura.

Mauro Corona (Pinè9 agosto 1950 nasce sul carretto dei genitori friulani Domenico Corona e Lucia Filippin, venditori ambulanti, sulla strada che da Pinè porta a Trento.
Dopo i primi anni dell'infanzia passati in Trentino ritorna con la famiglia a Erto, il paese d'origine.
Lì vive in prima persona la tragedia del Vajont. Ha ereditato dal nonno scultore la passione per il legno e dal padre cacciatore la passione per le cime.
Corona è uno dei più apprezzati scultori lignei contemporanei, noto a livello europeo. Inoltre si dedica all'arrampicata (ha aperto numerosi percorsi sulle Dolomiti) e alla scrittura. Molti suoi romanzi sono stati tradotti in diverse lingue fra cui il cinese.

Ha scritto:

Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998 & 2008), vincitore del Grinzane Cavour 2008
Finché il cuculo canta (1999)
Gocce di resina (2001)
La montagna (2002)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
Storie del bosco antico (2005)
L'ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005 & 2007)
Vajont: quelli del dopo (2006)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi(e un corvo) (2007) vincitore del premio Itas “Cardo d’argento 2008”
Storia di neve (2008)
Renzo Montagnoli


Opera Narrativa Noir di AA. VV. Edizioni Tabula Fati

Presentazione di Andrea Franco e Luca Di Gialleonardo
Copertina di Giovanni Buzi
Narrativa Antologia di racconti noir
Partecipanti al Concorso Opera Narrativa 

Questa antologia è il frutto della prima edizione del Premio Letterario Opera Narrativa indetto dal portale Opera Narrativa e relativo a racconti di genere noir.
In particolare ricomprende i primi due classificati ex aequo Dentro lo scarico, di Gennaro Chierchia, e Romanzo criminale 2007, di Luca Ducceschi, il terzo classificato Il Pupillo, di Afredo Mogavero, nonché altri tre finalisti che la commissione editoriale ha ritenuto meritevoli di pubblicazione (Il libro perduto, di Biancamaria Massaro, Una domanda, cento risposte, di Fabio Giannelli e L’assassino è la cicala, di Enrico Luceri).
Nel complesso la qualità è mediamente discreta e in ogni caso si tratta di opere gradevoli e leggibili anche velocemente.
I primi due, quelli classificati ex aequo, sono a mio avviso i più riusciti, sia per l’originalità della storia, che per come è stata realizzata. Entrambi, poi, per quanto le trame siano del tutto differenti, sono imperniati sul problema della pazzia, nella fattispecie quella criminale; più ossessivo e anche assillante è il racconto di Ducceschi, mentre più leggero, a tratti ironico, mi è sembrato quello di Chierchia.
Degli altri 4 quello che secondo me si eleva su tutti è L’assassino è la cicala, con cui Luceri è riuscito a rendere credibili sia la vicenda che i personaggi. Il racconto della Massaro è connotato dalla consueta diligenza espositiva dell’autrice romana, mentre Il pupillo e  Una domanda, cento risposte, mi  sono sembrati un po’ artificiosi, pur restando leggibili.

Gli Autori

Gennaro Chierchia, Gragnano (NA). È presente nelle seguenti antologie: Un mondo di parole (FreePress, Caivano 2003), Premio di Narrativa Formiche Rosse 2003-2004 (Betti Editrice, Siena 2004), Faximile. 49 riscritture di opere letterarie (Fratelli Frilli Editori, Genova 2004), Vedi Napoli e poi scrivi (Kairós Edizioni, Napoli 2005), Le parole per te (Giulio Perrone Editore, Gorgonzola 2006), Nulla è per sempre. 59 ultimi respiri (Giulio Perrone Editore, Gorgonzola 2006), Partenope Pandemonium (Larcher Editore, Città di Castello 2007), Corrispondenze di sensi (Albus Edizioni, Caivano 2007), Dalla bocca del Vesuvio. Parole e versi (Giulio Perrone Editore, Gorgonzola 2007), Scooter… con le ali ai piedi (Albus Edizioni, Caivano 2007). È inoltre presente sul numero 31 della rivista letteraria “Prospektiva”. Ha curato la raccolta di racconti San Gennoir (Kairós Edizioni, Napoli 2006) e pubblicato il romanzo Filming Carmelo. Una vita senza copione (Albus Edizioni, Caivano 2007).

Alfredo Mogavero è nato Salerno nel 1979, dove attualmente vive. Si dedica da circa sei anni alla scrittura di racconti horror, noir e fantastici, alcuni dei quali sono stati pubblicati su antologie e riviste o hanno vinto concorsi indetti sulla Rete. Attualmente lavora a una raccolta di racconti tematici e a un romanzo.

Luca Ducceschi è nato a Sesto San Giovanni (MI) nel 1977. Premiato e segnalato in vari premi letterari, è presente nelle seguenti antologie: Samhain (Ferrara, Torino 2004), Il Molinello 2007 (Premio il Molinello), Fleurs du mal/Ghiaccio nero (Nicola Pesce, Roma 2008). Altre pubblicazioni sono in corso di stampa.

Biancamaria Massaro, Roma. È presente in molte antologie, tra le quali: Bambini Cattivi (Melquiades, Milano 2005), N.O.I.R, quindici passi nel buio (Traccediverse, Torino 2006), Triora... terra di streghe (De Ferrari, Genova 2005), L’ora del Giallo (Esperienze, Fossano 2002), Soprattutto Giallo! (Esperienze, Fossano 2004), Tributo a Lovecraft (Chimera, Napoli), Stregonesque (Chimera, Napoli), 666 passi nel delirio (Larcher, Milano 2006), Ore contate (Ibis, Como 2007), Brividi a Roma (Alcione, Roma 2007) e la raccolta di racconti brevi di fantascienza allegata al DVD “I Figli degli Uomini” (edizione speciale, 2007). Con Tabula fati ha già pubblicato il fantasy La quercia dai rami d’oro (Chieti 2005) e il giallo Senza corpo non c’è reato (Chieti 2007).

Fabio Giannelli, ha trentadue anni vive a Ravenna dove lavora come consulente informatico. Ama i libri di Stephen King e la letteratura fantastica in generale. È stato finalista e segnalato in diversi concorsi nazionali. Un suo racconto appare nell’e-book del concorso Il Sentiero dei Draghi 2007 con tema “La Follia”.

Enrico Luceri è autore di tre romanzi, una cinquantina di racconti e una decina fra soggetti e sceneggiature cinematografiche, tutti di genere giallo thrilling. Fa parte dell’associazione RomaGialloFactory con i principali scrittori di mistery di Roma e dintorni.
Ha pubblicato la raccolta di racconti Ma delitto è un sostantivo maschile? (Il Calamaio, Roma 2001), Profondo come un pozzo (Il Melograno, Milano 2006), Vita segreta di uno scrittore di gialli (Magnetica, Milano 2006), Le colpe vecchie fanno le ombre lunghe (Prospettiva, Civitavecchia 2008).
Suoi racconti appaiono nelle raccolte: 13 in noir (Effedue, Piacenza 2003); Una notte di terrore (PhantomPress, 2004); Bambini cattivi (Melquiades, Milano 2005); N.O.I.R. Quindici passi nel buio (Traccediverse, Torino 2005); Dal tramonto all’alba (Melquiades, Milano 2005); 666 passi nel delirio (Larcher, Milano 2006), San Gennoir (Kairòs, Napoli 2006), Criminalcivico 2 (Osiride, Rovereto 2007), GialloScacchi racconti di sangue e di mistero (Ediscere, Verona 2008).
Racconti e saggi sono stati pubblicati sulle riviste: “Gemellae” (nn. 35-40-41/2004/5); “Prospektiva” (n. 34/2006); “Sherlock Magazine” (nn. 9-10-11/2007/8).


I curatori

Andrea Franco, Roma. È presente nelle seguenti antologie: Bambini cattivi (Melquiades, Milano 2005), N.O.I.R. Quindici passi nel buio (Traccediverse, Torino 2006), 666 passi nel delirio (Larcher, Milano 2006), San Gennoir (Kairós Edizioni, Napoli 2005), <I< dietro>(Magnetica, Napoli 2007), La Spranga (Pontegobbo, Piacenza 2007). Ha pubblicato un’antologia personale, Tre semplici sconosciuti (Traccediverse, Torino 2005) e il romanzo Nella bolla (Giraldi, Bologna 2008).

Luca Di Gialleonardo, Anagni (FR). È presente nelle seguenti antologie: N.O.I.R. Quindici passi nel buio (Traccediverse, Torino 2006), 666 passi nel delirio (Larcher, Milano 2006). Ha inoltre pubblicato sulla rivista letteraria “Writers Magazine Italia”.
Renzo Montagnoli


La miglior vita di Fulvio Tomizza Arnoldo Mondadori Editore S.p.a.
Narrativa romanzo

Fulvio Tomizza è riuscito con questo libro a dare una visione completa di un popolo spurio, che solo alla fine della prima guerra mondiale si è accorto di essere italiano o slavo, non per scelta individuale, ma in quanto questa suddivisione divenne forzata.
Questa gente, costituita per lo più da poveri contadini e che parlava un dialetto a metà fra l'italiano e il croato, non appena le terre su cui vivevano passarono all'Italia, si trovò improvvisamente, e non autonomamente, italiana. E così la nostra lingua divenne quella unica e ufficiale a tutti gli effetti, tanto che durante le messe al celebrante fu imposto di usarla, al posto del latino; a quelli che italiani non erano fu rivolto un deciso invito ad emigrare, ad andare nel neonato stato jugoslavo.
In forza di ciò quelle popolazioni decisero di essere italiane o croate, con fratture insanabili anche all'interno della stessa famiglia, e fu in quella circostanza che non pochi, magari aggiungendo solo una vocale, italianizzarono il loro nome.
E sarà un'altra guerra a rimescolare le carte, a far perdere definitivamente la propria identità a quella popolazione contadina, a quel mondo arcaico che in seno all'impero asburgico conviveva senza problemi, consapevole solo di essere una comunità.
Di questa tragedia, perché di tragedia si tratta, Fulvio Tomizza parla in La miglior vita, romanzo certamente non facile, da leggere con attenzione per poter comprendere attraverso il racconto di un sagrestano, Martin Crusich, non solo la realtà di questo microcosmo, ma anche, allargandone la visione, gli aspetti cruciali di un secolo.
Così ci narra di due grandi guerre, di cambiamenti di nazionalità, di esodi volontari oppure forzati, di una grande epidemia di vaiolo, di un terremoto, di una rivoluzione socialista, e questo partendo dal particolare, da quel piccolo paese di Radovani in cui Martin Crusich è ombra fidata dei ben sette parroci che si succedono, dalla figura solenne e ieratica di Don Stepe al personaggio tormentato di Don Miro, vittima di una passione, di cui si punirà autodistruggendosi con il vizio del bere e nulla facendo per curarsi dal cancro che lo ha colpito. Dopo di lui, stante il regime socialista, la parrocchia non avrà più il suo prete e nell'abitazione riservata ai sacerdoti si ritirerà Martin, testimone di un'epoca e custode ultimo della memoria.
Scritto così può sembrare poca cosa, ma questo romanzo, non solo è unico nel suo genere che potremmo definire epico di frontiera, ma è anche una storia di uomini complessi e semplici al tempo stesso, di sentimenti, di gioie e di dolori. Al riguardo, le pagine in cui viene descritto il trasporto a casa su un carretto trainato da un asino e alla cui guida c'è Martin del cadavere dell'unico figlio Antonio, partigiano morto combattendo, sono di una bellezza indescrivibile; non c'è il ricorso alla facile commozione, anzi questo viaggio, che è forse una metafora di un popolo così smembrato e che può ritornare alle sue case solo quando non è più in vita, è descritto con uno stile asciutto, senza indulgere a pietismi, ma proprio per questo tocca livelli di alta drammaticità che segnano profondamente l'animo del lettore, apparendo del tutto naturali.
Il romanzo termina con l'ultima annotazione di Martin Crusich, che avverte che la sua ora sta per arrivare, e che scrive: " Scende sulla terra il vuoto dei cieli o su di noi si spalanca la miglior vita? Questo non sapevo, che il mondo muore a ogni morte di un uomo." E' un per chi suona la campana che conclude in modo superbo un romanzo di rara bellezza.

Fulvio Tomizza (Giurizzani di Materada, Umago, 26 gennaio 1935 - Trieste, 21 maggio 1999). Figlio di piccoli proprietari agricoli, dediti anche a varie attività commerciali, ottenuta la maturità classica, si trasferì temporaneamente a Belgrado e a Lubiana, dove iniziò a lavorare occupandosi di teatro e di cinema.
Ma nel 1955, quando l'Istria passò sotto l'amministrazione jugoslava, Tomizza, benché legato visceralmente alla sua terra, si trasferì a Trieste, dove rimase fino alla morte, tranne che negli ultimi anni trascorsi nella natia Materada.
Scrittore di frontiera, riscosse ampi consensi di pubblico e di critica (al riguardo basti pensare ai numerosi premi vinti: nel 1965 Selezione Campiello per La quinta stagione, nel 1969 il Viareggio per L'albero dei sogni, nel 1974, nel 1986 e nel 1992 ancora Selezione Campiello rispettivamente per Dove tornare, per Gli sposi di via Rossetti e per I rapporti colpevoli, nel 1977 e nel 1979 lo Strega e quello del Governo Austriaco per la letteratura Europea per La miglior vita).
Ha pubblicato: Materada (1960), La ragazza di Petrovia (1963), La quinta stagione (1965), Il bosco di acacie (1966), L'albero dei sogni (1969), La torre capovolta (1971), La città di Miriam (1972), Dove tornare (1974), Trick, storia di un cane (1975), La miglior vita (1977), L'amicizia (1980), La finzione di Maria (1981), Il male viene dal Nord (1984), Ieri, un secolo fa (1985), Gli sposi di via Rossetti (1986), Quando Dio uscì di chiesa (1987), Poi venne Cernobyl (1989), L'ereditiera veneziana (1989), Fughe incrociate (1990), I rapporti colpevoli (1993), L'abate Roys e il fatto innominabile (1994), Alle spalle di Trieste (1995), Dal luogo del sequestro (1996), Franziska (1997), Nel chiaro della notte (1999).
Per ulteriori approfondimenti consiglio Fulvio Tomizza, un saggio molo bello e interessante scritto da Grazia Giordani.
Renzo Montagnoli


Sentieri di luce di Silvano Conti
Prefazione

La poetica di - Silvano Conti -
La silloge presente, non casualmente denominata -"sentieri di luce"- è un percorso, frutto della sensibilità di Silvano Conti, che sembra voler essere una specie di autobiografia interiore: un itinerario che il poeta vuole delineare per mostrarlo al lettore, una autobiografia resa per immagini e sensazioni di un tratto di cammino interiore della sua vita nella quale designa a compagni di viaggio, i suoi amici, i suoi lettori. Tuttavia, se è vero che la mente e le parole possono delineare un'immagine, un sentimento o, perché no, una sensazione; è però il cuore che dipinge a colori il mondo, circondario o universo che sia: i colori di un "Luca dei robots" ad esempio, che appare nella raccolta di Silvano. Sì, perché ciò che il poeta propone non è semplicemente una raccolta di composizioni, non un trito e scontato arrovellarsi nel buio di chissà quali dubbi, o il descrivere il turbamento di un' anima alla ricerca di qualcosa o che abbia scovato entità estranee alla sua scoperta e che cerchi di inseguirlo: no! E' un cammino nella luce per scoprirne la fonte, mentre tutto intorno è colorato, vivo, semplice, vero, così evidente.
È un cammino dove " Zetti " - affettuoso appellativo di Franco Caldari suo datore di lavoro - trova un interlocutore che è molto di più di un subalterno e che non perde la ragione; un interlocutore, il poeta, che nella realtà descrittiva del suo poetare, afferma chiaramente, colmo di speranza, che non vi è nessun male che non abbia in sé qualcosa di buono, e lo dice con quella semplicità disarmante, asciutta, che diventa vera efficacia espressiva.
Leggendo le poesie di " Sentieri di luce", ci si accorge di converso, quasi inconsapevolmente, di come la fede del poeta ci proponga una "Bellezza" assoluta che è l'eternità, che è Dio stesso: una bellezza che si contempla in uno specchio, quello dell'anima, e noi siamo l'eternità, noi siamo lo specchio... " Avrò cura di me, per compiacermi, per compiacerti, nella Tua gloria "
Si scopre gradualmente, in queste poesie, anche una dimensione dell'amicizia incontenibile, che straripa anche verso il lettore. Dimensione che non è solo e semplicemente comunione di interessi e di sentimenti... è qualcosa che va oltre, che trascende e trasfigura. Silvano ci dice che si ha bisogno dell'amico perché si ha bisogno di un volto che ci accompagni per la strada della nostra vita e che, assieme a noi, la condivida. Al centro della sua poetica c'è pertanto un messaggio preciso, un segnale schietto di amicizia verso il lettore, verso il mondo; un messaggio franco, onesto, personale, che incuriosisce e conquista, avvince, provoca. Nei suoi componimenti si rinviene un momento di verità... talvolta anche di dolore che però mira esclusivamente a voler cambiare la creatura che è in noi, a plasmarla, a darle occhi limpidi e a spogliarla di tutte le maschere con cui, noi tutti, ci proteggiamo; a liberarci dalla nostra grande impotenza, dalla debolezza, dai nostri limiti. Tuttavia Conti ci dice con chiarezza che quel volto che abbiamo accanto ( e che ci pensa ) non può non ricordarci che anche la sofferenza incontrata per la via ha un senso, e che la salvezza è possibile... che c'è "luce", insomma, attorno a noi e sentieri luminosi da percorrere. Vuole concedersi, Silvano, offrirci il suo sentire ed impossessarsi del nostro: vuole essere "amico". Ed è, amico, un termine abusato purtroppo, ma il poeta, senza mai citare la parola, ne propone la sostanza nell'accezione più autentica e trasfonde il valore del termine in un ambito che trascende da quello della semplice relazione interpersonale: egli diviene "amico assoluto" del cosmo che lo circonda, amico del lettore. Amico anche quando uno "sciopero generale", vorrebbe isolarti da tutto e da tutti, ma lui ti pensa; quando una "carta millimetrata" non ha parole né più limiti, ma lui è vicino a te; quando gli "orizzonti" potrebbero sembrare non aprirsi alla speranza, ma lui prega per te! In " Sentieri di luce " questo senso di amicizia con la realtà e con il lettore è sigillato, firmato e affermato costantemente da un presenza, da un sorriso, da un qualcuno che nobilita fino all'assoluto questo senso del "sentirsi insieme". E' la presenza di Colui che ha saputo "dare la vita per i suoi amici" aprendo un vero sentiero di luce, incancellabile, nella storia umana.

Le poesie di Silvano Conti si imbevono dunque di una luce che designa una sensibilità grandissima di immaginazione, di "coilluminazione" con l'altro, di un'affettività amicale che si trasforma in trasmissione telepatica delle emozioni che egli ci offre, con la sincerità e la semplicità del compagno di cammino. L'alta statura e grado della sua personalità e sensibilità ci offrono un linguaggio aperto e penetrabile e le sue composizioni, in magistrale sintesi, in rapidi tratti di immagini, non perdono mai il senso ordinato della misura e della coerenza. Le sue composizioni, ormai scevre da superati condizionamenti ermetici e post-ermetici, ne rigettano quel linguaggio chiuso e impenetrabile e, anche quando, con vasto uso di analogie e metafore, con frequenti ricorsi alla disintegrazione apparente di legami logici, con ricorrenti usi di rapide allusioni e fulminei susseguirsi di immagini si fa più introspettiva e pensierosa, non perde mai di vista quella luce... equilibrata via, che è recupero della poesia tradizionale ma anche nuovo percorso, spirituale, inclassificabile.... ed è un risultato notevole sul piano poetico che permette alla sua opera di conservare efficaci attualità, spessori e verità.
Grazie Silvano, è stato davvero un bel regalo, per conoscerti ancora di più, per non sentirci soli, per sentirti amico.
Don Pietro Vispi


Sentieri di luce di Silvano Conti
Postfazione - Nota dell'autore

Della poetica e della prosa poetica dei sentieri di caccia, d'aria, di luce...
I miei sentieri poetici, di caccia d'aria di luce, sono già di per sé un appellativo implicativo che apre e indirizza il pensiero verso la ricerca e la conoscenza, che sia luce o ignoto o intima trascendenza. In questa situazione di attesa "si sta", di ungarettiana memoria, sospesi nella precarietà esistenziale e al tempo stesso dinamici; frastornati pur lucidamente protesi all'esperienza. Ma, contemporaneamente, si va oltre: la si attraversa di slancio, quella supposta staticità, scavalcandone i termini iconici legati alla contingenza attraverso l'affidamento e la spiritualità. È un donarsi cieco e fiducioso. È riconquista di nuova etica che li trasfigura ribaltando l'amnio novecentesco e i suoi stupori, i suoi chiaroscuri, le sue ansie magmatiche e le angosce, a favore di nuove entità e densità poetiche ( quelle del nuovo millennio ) e ancorchè, di nuova scalzante osata e motivata modernità interpretativa di pensiero, di ispirazione, di aspirazione. Sono ribaltamenti, a guardare bene, tutt'altro che crepuscolari o tardo decadenti, nient'affatto remissivi o rinunciatari, ma sorretti e ben argomentati, tenuti tesi e vivi da scandagli analitici e profondi, da simultaneità e dualismi prospettici, spesso polivalenti. Musiche e masse insomma, costruite attorno alle ragioni di un dettaglio, di uno stato d'animo, d'una sensazione, di una segreta speranza. Non sono concessi lassismi di tono, cedimenti, indulgenze; non deve esserci resa alcuna nella poesia dei miei sentieri ... casomai qualcosa che somigli al "sapore della morte", al pari del Mozart degli ultimi anni, quale retrogusto amaro assunto a volto e dimora dall'insondabile, volto verso il sovra razionale ed il trascendente. Non vi è traccia alcuna di passività - almeno è mia intenzione non lasciarla - né di flusso di decadenza. Sono sentieri che debbono emanare polivalenze sensitive policrome, allusive, volte all'ignoto ed alla sua esplorazione. Vengono preclusi, nei miei intendimenti, tutti gli orpelli, le ridondanze. La poetica dei sentieri ama le raggiere del caso attribuite alla decodificazione del verso, della stessa parola, del suono; non deve essere statica ma sempre sinuosa, semanticamente turgida, cromatizzata dalla luce della coscienza emozionale e da ricerche noumenologiche condotte nel segreto; resa universale dai suoi sommovimenti interiori. A tratti ( si veda : - streap tease in "Sentieri di luce" - o - magazzino spedizioni in "Sentieri d'aria" Ed. Nuova Prhomos 1995- o nel racconto breve - alla ricerca del filo conduttore in "Aspettando l'attesa" ed. Prhomos 1988) non disdegna la pura meditazione, confessiva, metafisica ed autoreferente , dove il verso può dilatarsi in esplosioni o implosioni di parole o in prosa ( poetica ), che pure deve essere sempre supporto a un profilo di lirismo, magari mutato a scabro frammento di vita o in una scheggia di consapevole esistenza aperto alla poesia, al poema; financo alla farsa o al romanzo, ma sempre colmo di variegate e dense sensazioni... In questo caso la prosa-poesia dei sentieri è prossima a farsi provocatrice, elemento di disturbo scatenante, nel contesto di un libro ordinato; scompiglio, generale pazzia. Così la prosa poetica, ma sempre corredata da temi conduttori e da rimandi allusivi indipendenti e indivisibili tra loro, supporto - sine qua non - al suo attecchimento, alla sua affermazione, e tutto ciò, naturalmente in necessaria assolutezza di scrittura. Citando Mario Luzi, penso anch'io che, solo quando si tocchi lo zenit o il nadir del significato, il significante, l'involucro che avvolge la parola, il componimento come esso appare, riluca nella poesia e divenga luce, non disabitata trasparenza....
Silvano Conti 25.11.2007 www.poetare.it


Se stasera siamo qui di Catherine Dunne Autrice di La metà di niente
Titolo originale At a Time Like This
Ed. Guanda Narratori della Fenice

“Ricordo come fosse ieri il giorno in cui ci siamo conosciute. Il giorno che ha cambiato tutto”.

Questo è l’incipit del romanzo incentrato sull’amicizia al femminile. Quattro amiche dai tempi dell’università, Georgie, Claire, Maggie e Nora, nella Dublino degli anni ’70, dove si svolge la storia, festeggiano 25 anni di frequentazione. L’incontro si rivelerà un auting per ciascuna di esse, sarà assente Georgie che ha dato una virata alla sua vita lasciando tutti e andando a vivere in Toscana. La vicenda si dipana a quattro voci, le protagoniste dal loro punto di vista scardinano le loro esistenze e il legame che unisce l’una all’altra. Tra confessioni, tradimenti, amori, complicità, le amiche superano anni di, a volte, contrastanti sentimenti, condividono chiacchiere, pettegolezzi e, un pizzico di snobismo, tuttavia, non scalfendo la saldezza della loro amicizia nonostante tutto.

Certamente questa storia non è un capolavoro, l’autrice è una gradevole scrittrice, ma i personaggi hanno un che di stereotipato alla “Sex and city”, diciamo che è una promessa di evasione o, per alcuni, forse, una perdita di tempo, può darsi! C’è il campionario della sfigata in amori tutti sbagliati, la perfettina e perbene, ma con scheletri nell’armadio, la sofisticata snob, in apparenza, tutta carriera e aplomb, ma che scopre la vera passione e, per non farci mancare niente, la donna dal matrimonio infelice, alla fine si riscatta, ritagliandosi un angolo di libertà. La scrittura risulta opaca e, convenzionale, in cui i sentimenti e gli stati d’animo delle protagoniste rimangono sommerse senza riuscire, nemmeno a galleggiare vicino a noi lettori. Eppure sta riscuotendo successo di pubblico, misteri dell’editoria e delle fortune di un libro.

L’autrice: Catherine Dunne è nata nel 1954 a Dublino, dove vive. Ha studiato letteratura inglese e spagnolo al Trinità College e ha lavorato come insegnante. Guanda ha pubblicato i romanzi La metà di niente, La moglie che dorme, Il viaggio verso casa, Una vita diversa, L’amore o quasi. Sempre presso Guanda nel 2007 è uscito Un mondo ignorato, sull’emigrazione irlandese degli anni Cinquanta.
Arcangela Cammalleri


I piccoli maestri di Luigi Meneghello RCS Libi S.p.a.
Introduzione di Maria Corti
Narrativa romanzo

Da Libera nos a Malo a I piccoli maestri c'è una frattura che si stenta a comprendere. L'autobiografia di Meneghello prosegue infatti con il periodo bellico e in particolare con quello della Resistenza, sulla quale è imperniato pressoché totalmente il libro.
Non è che ci si trovi davanti a qualche cosa di scritto grossolanamente, tipo il diario di un partigiano di modesta cultura, ma è il punto di vista che dovrebbe subire una svolta che però non si verifica.
Certo, l'aver messo mano a quest'opera a distanza di tempo ha smussato tensioni, ha spuntato acuti, ma francamente, se il ricorso a una certa ironia appare sovente misurato, in alcuni punti travalica i confini della logica, trasformando fatti in avventure quasi picaresche.
La guerra partigiana, affrontata da giovani inesperti come un gioco, non riesce a trasmettere le sensazioni di inevitabili amarezze che la realtà provocherà nell'autore e nei suoi amici.
Il tono volutamente leggero, a tratti goliardico, non permette infatti di comprendere appieno la maturazione di questo gruppo di studenti, a loro modo indipendenti e autonomi in un contesto di un conflitto aspro, sanguinoso, proprio di una guerra civile.
E se è possibile capire la ratio che impone il ricorso ad azioni nell'ottica di limitare le quasi certe conseguenze sulla popolazione amica, tuttavia appare poco comprensibile il discorso della crescita umana e civile di questi combattenti.
Pur restando una testimonianza preziosa della guerra per bande nel vicentino, mi sembra che questa volta qualche cosa non abbia funzionato nell'ingegno narrativo dell'autore e che quel volere smussare a tutti i costi i contorni dei fatti abbia finito con il renderli, anziché più reali e veritieri, come doveva essere nelle intenzioni, degli eventi il cui livello di credibilità viene più volte messo in discussione.
Non è che manchino pagine e descrizioni di accadimenti che di per sé sono notoriamente tragici, ma il raccontarli, alleggerendo troppo la tensione, finisce con lo sminuirli e può dare un'errata visione di quello che fu la resistenza.
I piccoli maestri è senz'altro un romanzo minore di Meneghello, anche dal punto di vista stilistico, con una certa inclinazione all'estetismo quasi fine a se stesso.
Ciò non toglie che meriti di essere letto, ma certo non ci si può attendere l'esemplare prova di equilibrio di Libera nos a Malo.

Luigi Meneghello (Malo, 16 febbraio 1922 - Thiene, 26 giugno 2007).
Laureato in filosofia all'Università di Padova, si trasferì nel 1947 in Inghilterra, dove qualche anno più tardi fondò la cattedra di letteratura italiana presso l'Università di Reading, dirigendola praticamente fino al 2000, anno in cui ritornò definitivamente in Italia.
Ha scritto, fra l'altro, Libera nos a Malo (Mondadori, 1963), senz'altro la sua opera più conosciuta, I piccoli maestri (Mondadori, 1964), Pomo Pero (Mondadori, 1974), Fiori italiani (Mondadori, 1976), Maredè, Maredè (Rizzoli, 1991), Il dispatrio (Rizzoli, 1993).
Renzo Montagnoli


Il mio cuore umano di Nada Malanima Fazi Editore pag. 141
Romanzo-narrativa

La quarta di copertina è l’incipit della narrazione ... “Era la fine di febbraio, esattamente il periodo di carnevale, da tutte la parti si festeggiava. Quella sera mio padre e mia madre erano andati a ballare in un paese vicino, mia madre ballò così tanto che le si consumarono i tacchi”.
Nella Toscana degli anni ’50, attraverso gli occhi che “sanno guardare distante” e i sentimenti di una bambina, Nada, l’io narrante, si dispiegano i ricordi della prima fanciullezza segnati da una sensibilità affinata dagli eventi famigliari. Per chi ha vissuto quegli anni a cavallo tra i ’50 e i ’60, ritrova il profumo lontano, ma, ancora, forte di un tempo irripetibile di trasformazioni economiche e sociali di grande impatto emotivo. La televisione, “La scatola parlante”, al circolo dell’Arci si andava a vedere il sabato il varietà, vissuta come rito collettivo, le vespe sostituite dalle automobili, i servizi igienici in casa… Da una società arcaica, contadina, ritmata dai cambiamenti della natura ad una società industriale che pulsa al ritmo della invenzioni e delle modernità. C’è incanto e stupore di altri tempi ormai mitizzati perché legati a stagioni della vita in cui la scoperta del mondo famigliare e circostante è preludio alla ricerca di se stessi e al perché della propria esistenza. La protagonista vive gli umori, gli amori, le sofferenze e anche le bizzarrie dei suoi famigliari con estrema sensibilità e tanto bisogno d’affetto materno non sempre elargito semplicemente. All’ombra della madre bella, ma sofferente di nervi, di un padre poco incline al dialogo, della sorella tanto amata, della nonna Mora, ruvida di modi, ma ricca di genuina saggezza contadina, Nada, bambina magra e fragile attraversa l’infanzia solitaria, piena di incubi e scuri pensieri che nessuno conosceva per approdare all’adolescenza in cui il suo cuore, un normale “Cuore umano” moltiplica sensazioni e stati d’animo. E’ un racconto che fluisce limpido come un ruscello di montagna che a tratti, ma solo, a tratti, s’intorbida, non s’avverte nostalgia, piuttosto traluce la semplicità quotidiana del mondo reale: i più intimi e semplici legami tra le persone, un mondo dietro cui si nascondono altri mondi possibili. Uno sguardo il suo che con sofferta acutezza amplia l’orizzonte conoscitivo ( si rifugia nella scrittura poetica, nei libri) riflettendo sul senso dell’esistere, della morte. Sorprende la scrittura piana, lieve, scevra da infarciture retoriche, essenziale senza indulgere in paradigmi stilistici complessi e spesso, segni di meri esercizi letterari.

L’autrice: Nada Malanima, conosciuta solamente come Nada, è una tra le artiste più originali della scena musicale italiana. E’ nata a Gabbro (Livorno) nel 1953. Interprete e cantautrice, compositrice di versi e prose di note dalla decadenza ambrata, poeta veggente di mondi arcani in cui si specchia, disconnessa e spudorata, una realtà fatta di passione, d’istinti primordiali e bisogni intensi ed intimi, dell’intimità violata dall’incanto. Per Fazi Editore ha già pubblicato la raccolta di poesie e racconti Le mie madri. Il mio cuore umano è il suo primo romanzo.
Arcangela Cammalleri



“Tocchi di pennello” autrice Maristella Angeli – Casa Editrice MEF - L’Autore Libri Firenze
Collana Biblioteca 80 –Poeti
Raccolta di poesie
Prefazione di Sandro Orlandi

Versi di copertina
Soave il giorno che si apre al futuro
senza paure nel domani
.
Lo slendore è negli occhi di chi ti ama
nelle carezze di bambagia
che accompagnano le notti.


Biografia dell'autrice
Maristella Angeli è nata a Foligno e vive a Macerata. Ha pubblicato l'opera alla ricerca del proprio corpo: animazione e ricerca gestuale nell'Educazione Fisica, Lo Faro Edizioni Roma, la raccolta poetica Gocce di vita Casa Editrice Il Filo - Roma. E' vincitrice del primo Premio Internazionale Una Terra di Leggende - Castelli Romani (RM), per la poesia inedita ed è finalista del Premio Letterario Nazionale e Internazionale Accademia G. Belli, Roma.
ha partecipato a varie iniziative letterarie e al VII edizione del Festival Internazionale della Letteratura Aggiornata svoltosi a Macerata (MC). Il suo libro "Gocce di vita" è stato positivamente recensito da critici letterari: Cristina Contilli www.literary.it e da "VibrArte", Coordinamento Artisti Salentini www.vibrarte.ilcannocchiale.it .
Suoi componimenti sono inseriti in numerose antologie, blog e siti letterari.

Prefazione
Rincorrere le nuvole con lo sguardo, perdersi in un cielo stellato, inebriarsi del profumo della primavera, ascoltare la voce del mare, nutrirsi del silenzio delle montagne. In una goccia di pioggia, come in una lacrima, è racchiuso il segreto della vita, una vita piena di insidie, forse anche di sofferenze, ma pur sempre una vita degna di essere vissuta fino in fondo, cogliendo il più possibile ciò che di magico e meraviglioso sa donarci. E’ questo il segreto delle poesie di Maristella Angeli. Una lirica, a tratti semplice, ma che tocca profondamente ognuno di noi, perché semplici sono le cose più importanti che rendono straordinaria l’avventura del vivere. E’ questo il senso di “Gocce di Vita” la raccolta poetica di Maristella Angeli, cioè l’espressione del sentimento con genuinità e candore, l’inno all’amore sincero e vero, quello che non ammette compromessi o ipocrisie, l’amore verso gli altri e verso la natura, verso la vita e verso se stessi e infine verso la persona che sa comprendere ed apprezzare.
Speranza contro il dolore, entusiasmo contro il grigiore, gioia contro la tristezza; perché la vita per Maristella Angeli, è troppo importante e supera qualunque impedimento, qualunque disperato tentativo di distruggerla.
Solo l’amore può, solo l’amore combatte e vince l’annichilimento interiore. Troppo spesso lo dimentichiamo, lo contestiamo o cerchiamo di confonderlo. Questa silloge ce lo ricorda con forza e semplicità.


Tra due guerre e altre storie di Mario Rigoni Stern Edizioni Einaudi
Narrativa raccolta di racconti

Sono cinquantotto le storie che compongono questa raccolta di racconti apparsi, in parte, nell'arco di oltre vent'anni sulle pagine del quotidiano La stampa.
I temi affrontati sono quelli cari all'autore asiaghese e cioè la guerra, la montagna e la natura, ma c'è anche la ricerca di qualche cosa di nuovo, onde evitare, inevitabilmente, di ripetersi.
Si passa così dalle Storie della prima guerra mondiale, in cui alla fantasia creativa è lasciato poco spazio per dare invece una visione dei fatti sulla base di documenti o della memoria di chi vi partecipò, per affrontare poi in modo più partecipe quelle della seconda guerra mondiale.
La differenza fra le prime e le seconde è data dal fatto che Stern è nato nel 1921, quindi a conflitto già concluso, mentre quelle della seconda guerra mondiale sono frutto della sua testimonianza diretta di fatti ed eventi, ripescati dallo scrigno della memoria, con l'aggiunta di interessanti riflessioni. Al riguardo, esemplare è Nel cuore la rabbia del Don, sugli eventi dell'8 settembre 1943, dove l'esperienza diretta (l'autore fu fatto prigioniero dai tedeschi e deportato in un lager) si fonde con razionalità con l'aspetto puramente storico, riuscendo così a fornire un quadro esauriente dello stato di incertezza prima e di rabbia dopo dei nostri soldati, abbandonati dal re e da Badoglio alla mercé dell'ex alleato.
Ci sono però anche Le storie dell'est, resoconti di viaggi di Stern ritornato nell'Unione Sovietica sui luoghi teatro del suo celeberrimo Il sergente nella neve. In questi ho rilevato che al sentimento di ammirazione per il popolo russo, di cui non si sentì mai nemico, si aggiunge un certo compiacimento per quella realtà post bellica comunista che tuttavia non ritengo frutto di una scelta politica, bensì di un ampliamento della base di ammirazione di cui ho appena accennato. Così ci sono visite ai luoghi di battaglie, commoventi ritorni dove tanto si è sofferto, emozione che l'autore riesce a trasmettere tangibilmente al lettore, ma anche la visita a un colcos, con tanto di festeggiamenti e di pranzo speciale, oppure disamine tecniche di quell'economia i cui risultati sembrerebbero soddisfarlo pienamente.
Troviamo, però, anche nuovi orizzonti letterari, che vanno oltre le pur belle Storie dell'Altipiano (stupendo è il ricordo del giorno dei Morti di quando lui era fanciullo), e che sembrano inaugurare un nuovo filone che comunque in seguito non sarà sviluppato.
Ed è un peccato, perché i racconti delle Storie dall'Europa, pur svolti con quell'indole volta a privilegiare le radici di un popolo e la natura in cui vive, assumono una veste nuova, una specie di desiderio recondito di andare oltre i confini della propria esperienza diretta per abbracciare realtà diverse, viste con l'occhio e la creatività di un osservatore esterno.
Però, Rigoni Stern è uomo che scrive soprattutto della sua vita, con una mano felicissima, con un'indole poetica naturale che fanno assumere alla narrazione un carattere autonomo e del tutto unico, in un giusto equilibrio fra fatti e inventiva.
Proprio per questo qualcuno ha lamentato il ripetersi dei suoi argomenti, il riprendere un evento già raccontato per riproporlo in una prospettiva e in una stesura diversa, fermo restando l'immutabilità della storia. Qualche cosa del genere c'è anche in Tra due guerre, ma, pur sovvenendomi di aver già letto di un certo fatto, ho potuto apprezzare la diversa visuale, l'esposizione in altri termini, ritraendone, anziché un fastidio, un ulteriore motivo di compiacimento per la indubbia capacità artistica di questo autore.
Tra due guerre è un libro senz'altro da leggere.

Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921 - 2008).
Ha scritto Il sergente nella neve (1953), Il bosco degli urogalli (1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di Tönle (1978) (Premio Campiello e premio Bagutta), Uomini, boschi e api (1980), L'anno della vittoria (1985), Amore di confine (1986), Il libro degli animali (1990), Arboreto salvatico (1991), Le stagioni di Giacomo (1995) (Premio Grinzane Cavour), Sentieri sotto la neve (1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre storie (2000), L'ultima partita a carte (2002), Aspettando l'alba e altri racconti (2004), I racconti di guerra (2006), Stagioni (2006).
Renzo Montagnoli


Recensione Esprit libre
di Daniele D'Agostino

"Esprit libre", il primo romanzo del giovane autore Daniele D'Agostino, é un cocktail esplosivo fatto di amori, amicizie, incomprensioni, eccessi, problemi esistenziali. È il mondo di Marcello Sardina alias Marcy e degli adolescenti in genere e in particolare di un gruppo di amici assaliti dal desiderio di voler essere e soprattutto apparire indipendenti, inseriti a fatica nel contesto scuola dove i primi amori e le prime delusioni li proiettano ferocemente nel mondo degli adulti e delle prime vere responsabilità. Un mondo che fanno fatica a capire e accettare, dove spesso il destino o semplicemente la piega degli aventi, ci mette il suo per complicare la loro esistenza.
Un romanzo divertente, agile, dove vengono utilizzate con destrezza e ironia espressioni e sigle tratti direttamente dal gergo giovanile, ambientato in una caotica città del sud Italia ricca di contraddizioni come Palermo.
Un urlo generazionale di un gruppo di ragazzi in perenne bilico tra ribellioni e responsabilità, delusioni e passioni intense, dove a volte si commette qualche scorrettezza comportamentale a discapito delle amicizie più salde e inossidabili. Ma è anche un messaggio rivolto al distaccato mondo degli adulti, alla scuola che non deve essere vista solo come un'istituzione severa a seria, ma come un luogo di approccio alla vita da adulto."


I fantasmi di pietra di Mauro Corona Edizioni Mondadori

Narrativa romanzo

Di questo suo libro l’autore ha detto “Ho scritto la Spoon River del mio paese perduto” e Mario Rigoni Stern, lo scrittore a cui Corona viene spesso accostato per le tematiche, ritenne che questo fosse il miglior lavoro dell’artista friulano, perché il racconto va con le stagioni  e subito viene il desiderio di andare avanti nella lettura con ingordigia.
In queste due opinioni mi ritrovo anch’io, come si potrà meglio comprendere nella prosecuzione di questa mia.
Erto, da quando si staccò il 9 ottobre 1963 un’immensa frana dal monte Toc, precipitando nell’invaso del Vaiont e sollevando un’onda altissima che sconvolse gli abitati vicini e rase al suolo in pianura il paese di Longarone, è un agglomerato di case abbandonate, in cui la natura avanza riprendendo possesso di quello che le era stato tolto.
Le visite di Mauro Corona in questo paese ormai morto, effettuate durante le stagioni dell’anno, sono un pellegrinaggio della memoria, alla riscoperta di un passato nemmeno tanto lontano, ma che, in quelle vie ormai spopolate e in quelle case dove rigogliose crescono le ortiche, sembra infinito, come se il tempo si fosse fermato in quella notte e avesse vetrificato i giorni.
Ogni  casa è come una lapide di Spoon River, senza epigrafi, se non quelle che emergono prepotenti dalla memoria dell’autore.
E così conosciamo chi erano gli abitanti, le loro storie, a volte addirittura risalenti, per effetto della trasmissione orale, a epoche assai precedenti.
Per certi aspetti il racconto diventa un poema, un canto intimo che l’autore avverte in sé mano a mano che procede per le vie deserte.
Nulla sfugge al ricordo, emergono dalle nebbie dell’oblio figure che non potranno che restarvi in mente, personaggi all’apparenza insignificanti, ma che nella narrazione, senza enfasi peraltro, acquistano una luce propria di straordinaria intensità.
C’è l’infanzia, povera, di Mauro Corona, ci sono perfino leggende popolari che riacquistano nerbo, come la maledizione delle streghe che prevedeva, anche se in termini generici, il disastro del Vajont.
Quelle mura vuote, quei tetti sfondati rivivono grazie alla memoria e alla straordinaria magia della scrittura che fa rinascere una realtà che non c’è più.
Sovente sembra di essere accanto all’autore in questa sua deambulazione, scoprendo con lui piazze, osterie, officine di fabbri, ma non è solo una serie di ritratti che ci viene proposta, perché non sono figure statiche quelle degli abitanti, ma riusciamo a coglierli nella loro attività, nella vita di ogni giorno, nelle bevute all’osteria, nel lavoro dei campi, nella cruda desinenza delle morti.
Grazie a Mauro Corona il paese defunto torna in vita e lo vediamo com’era in un periodo di riferimento tipico, quell’anno solare in cui le quattro stagioni ci portano il profumo della primavera, il calore dell’estate, i tappeti di foglie dell’autunno e la fiamma nel camino dell’inverno.
E’ una narrazione commovente, a volte anche struggente, è il più bell’omaggio che l’autore potesse fare al suo paese morto, rendendolo immortale con questo stupendo libro.

 Mauro Corona (Pinè9 agosto 1950 nasce sul carretto dei genitori friulani Domenico Corona e Lucia Filippin, venditori ambulanti, sulla strada che da Pinè porta a Trento.
Dopo i primi anni dell'infanzia passati in Trentino ritorna con la famiglia a Erto, il paese d'origine.
Lì vive in prima persona la tragedia del Vajont. Ha ereditato dal nonno scultore la passione per il legno e dal padre cacciatore la passione per le cime.
Corona è uno dei più apprezzati scultori lignei contemporanei, noto a livello europeo. Inoltre si dedica all'arrampicata (ha aperto numerosi percorsi sulle Dolomiti) e alla scrittura. Molti suoi romanzi sono stati tradotti in diverse lingue fra cui il cinese.

Ha scritto:

Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998 & 2008), vincitore del Grinzane Cavour 2008
Finché il cuculo canta (1999)
Gocce di resina (2001)
La montagna (2002)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
Storie del bosco antico (2005)
L'ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005 & 2007)
Vajont: quelli del dopo (2006)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi(e un corvo) (2007) vincitore del premio Itas “Cardo d’argento 2008”
Storia di neve (2008)
Renzo Montagnoli


S. Lodato, R. Scarpinato - IL RITORNO DEL PRINCIPE - Ed. Chiarelettere

Recensione a cura di Carmen Lama

Un'analisi storico-politica lucidissima, obiettiva, dettagliata e documentata, testimonianza di un Magistrato in prima linea, sulla "criminalità dei potenti (sic!) in Italia": è un libro per capire i giochi politici nell'intreccio con la criminalità organizzata, con il mondo imprenditoriale, finanziario ecc…, un libro che svela i retroscena del potere, quello che non si vede e non è mai stato detto, né raccontato, "ma che decide, fa politica e piega le leggi ai propri interessi. Ci avviamo verso una democrazia mafiosa?" Verso un declino anziché verso lo sviluppo dell'Italia? "Gli italiani possono reagire, è già successo", sostiene Scarpinato, con un pizzico di ottimismo che si vorrebbe non fosse clamorosamente ancora smentito dai fatti. Il Principe è una rievocazione dell'opera omonima del Machiavelli, che viene utilizzato in questo testo, come metafora del potere che si serve di qualsiasi mezzo, spesso violento o comunque di sopraffazione, per raggiungere i "propri" fini, legati ad interessi delle classi dirigenti e dell'alta borghesia affarista. È un libro da leggere per capire che non possiamo farci illusioni, ma che non dobbiamo neppure farci continuare a sfruttare e a depredare, dal basso, dall'alto e in crescendo. È un libro da leggere per capire che dobbiamo tenere gli occhi aperti e pretendere che al primo posto nell'agenda politica dei partiti e dei governi ci sia il rispetto della legalità e la sconfitta definitiva dei poteri mafiosi e criminali.
Una frase di Scarpinato, nella prima pagina della sua Premessa al testo è subito illuminante: " Qui pensare non è un lusso, ma una necessità per evitare che ciò che non hai compreso in tempo ti piombi addosso all'improvviso, come in un agguato, cogliendoti inerme". Vale per Palermo, sede in cui egli opera, ma vale anche per il resto d'Italia. E un'altra frase: ".. questo è un libro di storie "oscene" che nel loro intrecciarsi sui terreni della mafia, della corruzione e dello stragismo possono offrire una chiave per comprendere pagine importanti del passato e per decifrare il presente e il futuro… o forse la mancanza di futuro del Paese". (Il termine 'oscene' è da intendersi nel suo senso etimologico, dal latino ob scenum, ciò che opera nel fuori scena). È un libro da leggere perché aiuta a pensare e a capire, perché apre uno sguardo più accorto sul senso della quotidiana messinscena dei politici, nei luoghi istituzionali e attraverso i luoghi mediatici, delle rappresentazioni per il pubblico. Abbiamo a che fare con un'oligarchia travestita da democrazia, ma ciò esula dalla parte politica di volta in volta al governo: fa parte del sistema di potere che non è ancora riuscito a passare nella modernità e nella postmodernità come in altri paesi occidentali. Per questo motivo, il nostro Paese sembra destinato a scontare un'arretratezza che si perpetua dai tempi del Principe (di machiavelliana memoria), senza riuscire a raggiungere il livello di civiltà dei partner europei ed occidentali in senso lato. Perché il Principe "è ancora in una forma smagliante" nonostante secoli di vita!!! Il libro si chiude con un cauto ottimismo che sa più di pessimismo per il nostro futuro. Leggere per capire e per credere. Il costo è di appena Euro 15.60 (comunque ben spesi).

Saverio Lodato è giornalista e scrittore, lavora per "L'Unità".

Roberto Scarpinato è Procuratore aggiunto presso la Procura antimafia di Palermo, dove dirige il dipartimento mafia-economia. Ha lavorato con Falcone e Borsellino e si è occupatori alcuni dei più importanti processi di mafia degli ultimi anni. È stato uno dei PM nel processo Andreotti.
Carmen Lama


1504 - Notte all'Hostaria "La Guercia"
Pandolfo Collenuccio uomo di corte del XV secolo
di Valentino Rocchi
Edizioni Agemina
Prefazione di Renzo Montagnoli
Narrativa romanzo storico

Già ho scritto qualche tempo fa di questo bellissimo romanzo storico, allorché risultava edito da Argalia e con il titolo di Notte all'Hostaria La Guercia.
Mi risulta quindi difficile riparlarne in altri termini, per quanto in questa seconda edizione non sia cambiato solo il titolo, ora più indovinato ed esplicativo, ma anche perché opportunamente l'autore ha colto l'occasione per apportare piccole modifiche, per la verità nulla di importante, ma che hanno finito per perfezionare un'opera già originariamente di elevato livello.
A suo tempo avevo scritto che era un capolavoro e anche ora il mio giudizio resta invariato, perché l'impronta, la struttura mantengono le stesse caratteristiche che così tanto mi avevano impressionato.
Quella notte trascorsa in una cameretta dell'Hostaria La Guercia è lunga un'intera vita, costituisce l'occasione per l'uomo Collenuccio di ripensare al lungo percorso che l'ha portato fin lì. E se il personaggio storicamente si presenta di notevole interesse, quello che permea di grazia tutta l'opera è la sua essenza, è quello spogliarlo dei panni di protagonista famoso di un'epoca per metterlo a nudo, per ricondurlo al suo stato di uomo fra gli uomini.
È solo così, infatti, che ci è consentito di avvicinarlo, di vivere con lui, di essere parte dei suoi sentimenti.
Se fosse rimasto un personaggio idealizzato, ben staccato nelle sue caratteristiche da quelle di tutti i mortali, non avremmo potuto apprezzare le bellissime pagine della sua iniziazione alla vita sessuale, né avremmo potuto comprendere i suoi tormenti, né essere partecipi delle sue pene d'amore.
Così, in una notte dal futuro molto incerto, anzi dalla sensazione che non ci sarà un futuro, Pandolfo Collenuccio, nel raccontare di se stesso, finisce con il dialogare con noi, proponendoci episodi in cui non è difficile che ci possiamo riconoscere, ma il tutto con una delicatezza che dona al ricordo la dimensione della sacralità, lo fa diventare una testimonianza indelebile di una vita vissuta.
Quel rievocare il tempo andato alla luce dei dubbi e dei patemi d'animo del presente impregna tutto il romanzo di una velata malinconia, umanizza il personaggio e in tal modo lo fa sentire parte di noi.
Così la sua emozione del primo rapporto con Maria, chiamata affettuosamente 'susina acerba' per le sue qualità estetiche, diventa anche la nostra emozione, la sua nostalgia per questo primo amore finisce con l'essere anche la nostra e, sebbene per un naturale senso di conservazione non moriamo con lui (una pagina, questa, di altissima letteratura), però siamo lì presenti e diventa veramente difficile riuscire a trattenere le lacrime.
Ma anche l'aspetto storico è tutt'altro che secondario, con la descrizione di un'epoca e con un corollario di personaggi anche famosi che non finiscono lì a caso o che vengono citati solo per convenienza, ma perché c'è una precisa ragione logica che li colloca nella trama, rispondendo di fatto a quello che avvenne veramente.
Si riesce così a tornare indietro nel tempo, quasi ci si cala nel mondo del quindicesimo secolo, in compagnia di questo protagonista che in effetti fu un grande cortigiano e diplomatico.
Incontreremo così Poliziano, Pico della Mirandola, i Borgia e così via, in un affresco storico che nulla lascia alla fantasia, ma che interpretato in chiave romanzesca risulta particolarmente avvincente.
È strana, comunque, la vita. Io non sapevo nulla di questo Pandolfo Collenuccio, ma da quando ho letto questo libro mi sembra che sia diventato un vecchio amico, il cui ricordo ormai mi accompagna.
I personaggi storici normalmente si ricordano per ciò che hanno fatto di straordinario, nel bene o nel male, ma dell'uomo, cioè della sua essenza, distaccata dall'incarico ricoperto o dall'impresa svolta, sappiamo ben poco, perché ciò che conta sono le azioni che ne decretano la memoria.
L'abilità di Valentino Rocchi è l'averci rivelato anche un Pandolfo Collenuccio privato, di averlo svestito dei panni ufficiali della storia per mostrarci l'uomo, con le sue debolezze, i suoi patemi d'animo, le sue piccole gioie.
Questa umanizzazione del personaggio, anziché sminuirlo, tende ad avvicinarlo a noi, a ricondurlo a quella natura che è propria di tutti, così che è anche possibile comprendere il comportamento e le azioni che lo hanno reso celebre.
La caducità, invece di svilirlo, ha finito con il donargli uno spessore del tutto particolare, che non potrà non restare impresso nella memoria del lettore, conferendogli così quell'immortalità dell'uomo salito all'olimpo degli dei.

VALENTINO ROCCHI, nato a Savignano sul Rubicone, risiede sin dall'infanzia a Pesaro. È socio corrispondente della Rubiconia Accademia dei Filopatridi di Savignano sul Rubicone.Si è avvicinato alla narrativa, con libri di ampio respiro e di trame avvincenti, dopo una vita di intenso lavoro. Ha pubblicato: "Una Storia a Castelvecchio" (Società editrice Il Ponte Vecchio - Cesena); "L'Eredità di Venanzio" (Guaraldi - Rimini) Vincitore del Premio letterario "Il Pungitopo" 2001."Notte all'Hotel La Guercia" (Argalìa Editore);"Gli uomini di Bluma" (Giraldi Editore) II Classificato al Premio "Palazzo al Bosco", 2002;"La saggezza di Toni" (Giraldi Editore);Esce nell'anno del V centenario della morte di Pandolfo Collenuccio, uomo di corte e di legge, dalla vita straordinariamente avventurosa: "Notte all'Hostaria La Guercia", Pandolfo Collenuccio, uomo di corte del XV secolo, (Giraldi Editore) ambientato nel XV secolo, di cui è l'autore è profondo studioso e conoscitore. L'ultima pubblicazione, prima della presente, è il bellissimo "La Magia del fuoco". (Agemina)
Renzo Montagnoli


L’età del dubbio di Andrea Camilleri ed. Sellerio Palermo pag.261

Siamo al 14° libro con protagonista il commissario Montalbano! L’incipit di ben 12 romanzi è simile, Salvo s’arrisbiglia malamente, dopo nuttate fituse, sudatizzo…tutto un ramazzarsi, un votari e rivotari…Camilleri, di Montalbano in Montalbano, scava sempre più in profondità nelle visceri dell’animo del nostro eroe e le notti e i sogni diventano i segni premonitori del tempo che inevitabilmente sopravanza. I 58 anni si dispiegano tutti davanti al commissario e incombono su di lui come tanti macigni che lo travolgono, i soliloqui s’infittiscono e, in questa ultima opera letteraria, per non moriri affocato nel mare della vecchiaia si trova come in una timpesta tra Scilla e Cariddi: l’attrazione improvvisa per un’altra donna, nuova linfa, pura adrenalina che gli fa scorrere il sangue veloce e limpido come l’acqua di un ruscello alpino, ma lo getta in una gran confusioni ‘n testa. Ma era giusto, era onesto essiri saggi davanti alla ricchezza dell’amuri?

Attraverso i 14 capitoli della saga di Montalbano abbiamo, noi lettori, conosciuto progressivamente tutte le sfaccettature del suo carattere che in nuce nei primi romanzi via via si sono acuite accentuandone la solitudine insita nel personaggio e la sua propensione a rinchiudersi sempre più in se stesso. L’abbrivio è un sogno di stampo machbetiano, grottesco e allucinatorio, ma il meccanismo delle indagini poliziesche ripete l’usuale cliché, il rinvenimento di un cadavere che metterà in moto tutta la vicenda, arricchita, questa volta, da un coup de foudre, dal sapore, quasi, adolescenziale, dove fremiti e palpiti ‘mparpagliano il nostro commissario. Lo scrittore si diverte dietro le quinte ad esasperare, anche, a livello caricaturale, tic, vezzi, caratteristiche comportamentali dei suoi personaggi alla stregua di macchiette o maschere teatrali; i cognomi sono uno dei suoi divertissements, come Catarella li stroppìa, il nostro puparo ci gioca, fa allusioni, metafore: Lattes, Augello (ingentilito letterariamente), “Laura” di memoria petrarchesca, riecheggia l’amor gentile che ratto e rattamente rapisce il cor di Salvo, ”Belladonna”, è donna bella e onesta e… atropina per i suoi sensi. Qua e là affiorano citazioni letterarie, un verso di Saba, il titolo di un romanzo di Simenon e, Tetrarca. In questa ennesima storia montalbiana tutto è più esasperato e al contempo estenuato, insita una sfinitezza di fondo che aleggia nella trama sia pure di ampio respiro internazionale, (bella la frase tratta dia un libro di Vittorini traslata per gli extra comunitari:“ erano i dolori del mondo offeso che emanavano quell’odore che feriva”); se l’impasto linguistico è il tratto distintivo di Camilleri e uno dei motivi di affezione a questo autore e al suo personaggio, l’alone di uggia e scoramento che adugge Montalbano è forse segno di un latente e annunciato epilogo? L’età del dubbio è di Montalbano o di Camilleri?

L’autore: Andrea Camilleri è nato a Porto Empedocle nel 1925. Ha esordito come romanziere nel 1978 con “Il corso delle cose”. Della sua ricchissima produzione letteraria tutti i romanzi con protagonista il commissario Montalbano sono pubblicati dalla casa editrice Sellerio e altri, tra questi ricordiamo: “La forma dell’acqua”, “Il cane di terracotta”, “Il ladro di merendine”, “La voce del violino”, “La stagione della caccia”, “Il birraio di Preston”, “La concessione del telefono”, “La gita a Tindari”, “Maruzza Musumeci”, “Il casellante”, “Il campo del vasaio”.
Arcangela Cammalleri


IL DIO IGNOTO NELLA POESIA DI RENATO FILIPPELLI
L’OPERA POETICA “DAI FATTI ALLE PAROLE” SVETTA COME MINARETI NEL DESERTO
DI CARMEN MOSCARIELLO

Se un cristiano si sofferma sulla passione di Cristo non può che piangere per i tormenti che gli inflissero.
Il percorso al Golgota fu lento e doloroso.
Leggere quest’ultima preziosa raccolta del Poeta Renato Filippelli è stato come la cerva del salmo/fiutando sorgenti lontane mi ha stretto il cuore in una morsa di dolore purificante, strenuo Cche mi diede conferma ,come dissi in una conferenza a Minturno, che per me la poesia di Filippelli è come il vangelo di Luca.
A ragion veduta, poiché mai come in questi versi si ha la constatazione di una grande estenuante ricerca dell’uomo nella sua crisi più distruttiva, nella sua luce più fiammeggiante; pur essendo stato Egli sempre sostenitore della Poesia come anima, anche quando il gioco del verseggiare e l’alchimia della parola approdava ad un prato brinato, Egli sempre dilaniato,cantava i gemiti della gente del Sud (la sua gente protetta dal manto della Poesia che denunzia).
Ma, qui a guidarci è l’esperienza di Dio , imponderabile soffio, estenuante sussurro, rabbioso urlo: diviene ora un mezzo per dare alla parola un senso divino che mentre approccia al nulla, tra le nebbie del mare si innalza come croce del firmamento a sottolineare che l’essenza dell’uomo è solo in Dio nel suo splendido annientante desiderio di vivere e morire.
Morire per attraversare il dolore, per lasciarsi indietro quell’esperienza di “figlio” che è del Poeta che affronta l’ oceano sulla fragile foglia, baciata dalla rugiada della carità, dall’urgenza del bene che nella Poesia e nella vita di Filippelli si è tradotta nella sua grande opera di educatore, di guida ed aiuto agli artisti gemmanti, di sdegnoso giudizio contro la corruzione e la malvagità . Egli ha donato alla nostra terra e al mondo un flusso di civiltà, di mansuetudini, di rispetto per ogni creatura dell’universo, non a caso nella sua poesia anche il suo cane ha una centralità catartica di struggente solitudine e di amore.
Il Dio di Filippelli non più creatore, ma soglia agognata, liberazione , preghiera, abbandono, approdo di un uomo non acquietato, ciò che Egli contiene esplode come lance conficcate nel costato e al padre non implora, ma urla, protesta.
L’altare del dio ignoto non ha fiori da offrire al divino , ma le infinite tribolazioni di noi sofferenti, dubbiosi, smarriti.
Il vincolo vita-morte diviene così approdo a un ampio e delicato dibattito che si muove in versi modulati al canto della vita, alla disperazione dei giorni , al candido scoprirsi implume come pettirosso appena nato , ma il canto è della buona novella, di un uomo che non si arrende e ricerca e costruisce ciò che rende l’uomo simile a Dio.

Sulla mia strada di Damasco
mancò la segnaletica
verso Gerusalemme.Quando
cadevo all’urto
dei Tuoi cavalli un altro si torceva
in me, Ti domandava
aspro e gemente: “Perché mi perseguiti?”

Figli che mi portate sulle spalle
come pietoso Enea portò suo padre,
se voi non foste il filo che ricuce
brandelli alla speranza della vita,
mi getterei nel vuoto della valle
come un fantasma in fuga dalla luce


Il trapianto dell’anima e altri racconti – di Aguzzi Luciano [Manni (collana Occasioni) ; 2005, 135 p. brossura].

L’ho letto tutto d’un fiato, ché si lascia leggere tutto d’un…con interesse, curiosità e piacere. Nove racconti godibilissimi che […] attraversando lo spazio vitale e mentale dove il pensiero del reale, sollecitato dalla fantasia, si trasforma in proiezione e progetto di un futuro deformato, fra sogno e incubo, fra ironia e critica sociale […] (dalla quarta di copertina) e che coinvolge il lettore aggiungo, penso sia la migliore sintesi possibile che, dunque, mi permetto di fare mia. Della raccolta ho apprezzato, particolarmente e parecchio, il racconto intitolato « La Madonnina di lapisluzzuli » ché lo ritengo – opinione personale – un vero e proprio inno alla Speranza (articolo raro oggigiorno a trovarsi a prezzo conveniente). Un po’ meno « Il giustiziere » - decisamente breve : lascia una sensazione di, come dire, non compiuto – e « Dio è morto » : proprio non ne afferro il senso. Interessante « Il caso Bonvecchio » (l’Autore va giù pesante, mi pare, su una certa politica italiana degli anni Ottanta e Novanta) : le posizioni ed affermazioni del professor Ermenegildo Lovecchio coincidono con quelle dell’Autore ? Se così fosse - l’intuizione non è di quelle che cambieranno il corso della Storia insomma…- mi lasciano interdetto . Quella […] svolta liberal/anarchica […], proprio non la condivido. Desta inquietudine in un meridionale come me che crede ancora  –  poveraccio ! –  alla storiella dell’Unità (non federale, sicuro !) dell’Italia ; da Bolzano a Palermo, da Aosta a Lecce, da Como a Crotone, da Cagliari ad Ancona (passando per Roma).
Punto. Suvvia sono soltanto dei racconti e come tali li recepisco – da lettore interessato che ha apprezzato -, un libro che mi è piaciuto, da leggere e  commentare…evviva videoPlanet ops…Internet!...Sottolineo: trattasi di opioni e saluto.

L’Autore (dall’ultima di copertina – ndr -): Luciano Aguzzi è nato nel 1944 a Piagge (Pesaro). Dal 1969 vive e lavora a Milano. Docente di Storia e filosofia e poi preside nei licei, ha insegnato Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli studi di Milano. Si è occupato di storia dell’America Latina, di pedagogia e politiche scolastiche, di storia del pensiero politico italiano. Ha pubblicato saggi in volume e su riviste specializzate. Questo è il suo primo libro di narrativa.
Giuliano da Rocca del Santo


Il codice svelato – di Marco Fasol [Fede & Cultura* ; 96 p. 2006, brossura]

Chiaro, asciutto, conciso e politicamente scorretto – q.b.–. Chiaramente di parte e, in questo senso, utile e necessario: non sono convinto del tutto che il thriller di D.Brown sia soltanto un romanzo (da troppo tempo, a mio avviso, si respira aria di campagna denigratoria “organizzata” contro la Chiesa Cattolica Romana, in particolare, e il Cristianesimo, in generale)…Mi sono tuffato a pesce nella lettura – avvenuta tutta d’un fiato – e alla fine della medesima mi è piaciuto moltissimo. Tuttavia nutro qualche perplessità – o meglio: curiosità da profano, da lettore – circa I criteri storici di selezione delle fonti (p.58 e ss) in particolare sui punti  A – L’antichità della fonte storica e C – Il criterio di molteplice attestazione. Mi spiego: se, per assurdo, un “potere forte” organizzasse una campagna di avversione sistematica e costante sdradicalizzazione e distruzione dell’opera di Brown, diciamo nei prossimi due o trecento anni, cosa ne resterebbe de “Il Codice da Vinci”  tra dieci, quindici o venti secoli (nonostante le quaranta e passa milioni di copie vendute)?!...Comunque sia  « Il codice svelato » di Marco Fasol lo ritengo un libro  Amico  e di riferimento poiché pratico e maneggevole rispetto magari ad altre opere (penso a « I segreti del Codice » di – a cura – Dan Burstein). Note sull’Autore (dall’ultima di copertina – ndr –): Marco Fasol, laureato in filosofia all’Università Cattolica di Milano e diplomato in scienze religiose presso l’Istituto “San Pietro Martire” di Verona, è docente di filosofia e storia nei Licei classico e scientifico dell’Istituto Alle Stimate di Verona. Ha partecipato alla pubblicazione del testo Duemila anni di Cristianesimo, (Ed. Stimmatine) con i capitoli su la civiltà cristiana nel Medio evo: la regola benedettina e il francescanesimo. La dottrina sociale della Chiesa.
*Fede & Cultura è un marchio di : Edizioni Soc.Coop.di Lavoro e Solidarietà Sociale Cercate    a r.l; Via Bramante, 15 – 37138 Verona -.
Giuliano da Rocca del Santo


Io mi ricordo di Paolo Ferro Edizioni Tabula Fati
Presentazione di Emilia Longheu

Narrativa romanzo

Già il titolo dice molto, perché quel " Io mi ricordo" è una riscoperta nei meandri della memoria di un tempo passato, quello dell'infanzia dell'autore.
Ma questa narrazione autobiografica è molto di più di un semplice ripasso di fatti ed eventi accaduti tempo fa, perché è un'opera volta a rispondere a tante domande sulla vita e sul suo mistero, soprattutto con una graduale percezione del proprio "io".
Oserei dire che è una scrittura dell'anima, della componente nascosta in noi e che opportunamente stimolata si rivela in tutta la sua grandezza e in tutta la sua capacità di colloquiare oltre il tangibile, avvicinandoci inconsciamente all'Assoluto.
Diviso in capitoletti che presentano la piacevole caratteristica della consecutività, grazie al fatto che ognuno termina con un concetto che poi viene ripreso all'inizio del successivo, questo libretto di 128 pagine ha il pregio non trascurabile di avvincere con gradualità, perché è come se l'autore, sempre presente, fosse lì davanti a noi, con i suoi ragionamenti, con le sue riflessioni che partono dal ricordo analizzato con la coscienza del presente.
Questa tecnica poteva costituire un motivo di appesantimento, che tuttavia è stata abilmente evitata grazie a un'innata vena poetica che dona leggerezza ai periodi, pur nella profondità dei concetti espressi.
" Sopra quei monti ho imparato a guardare oltre il dono, la mano.
E' salendo che ho toccato il cielo. Salendo, che mi sono calato dentro.
Si sale per contemplare e per scendere migliorati, pronti a portare il meglio fino a valle, fino al punto più basso, per donargli un pezzetto del cielo lontano e farlo fiorire.
"
Ecco, in una visione mistica, sembra che sia l'anima a parlare, con soave lievità, e non è l'unico periodo che presenta tali caratteristiche, che sono invece proprie dell'intera opera.
Si ripropongono così gli insegnamenti dei vecchi in una logica che permette di sapere chi siamo solo se non ignoriamo ciò che siamo stati e chi è stato prima di noi.
"- Il lampo si vede ma non si sente, il tuono si sente ma non si vede" sussurrai a mia nonna che si era approssimata al letto per coricarsi."
Semplice e logico, vero? Anzi, la frase considerata avulsa dal discorso può anche far pensare a un bambino incolto.
E invece, proseguendo con la risposta della nonna, si può benissimo capire il vero significato di questo periodo, che quindi non è così scontato come sembra. " - E' semplice, - mi rispose, - ma come tutte le cose semplici, che sono le più belle, spesso passano inosservate e si finisce per non comprenderle. Ecco perché è importante imparare ad ascoltare e osservare: per non restare al buio nella vita."
Pagina dopo pagina cominceremo a riflettere anche noi, a cercare di rispondere alle domande di un bambino ripescate dalla memoria con l'esperienza di un adulto.
Ci accorgeremo così che sono quesiti che inconsciamente ci poniamo e a cui o diamo risposte scontate o non le diamo affatto.
Condotti per mano con intuizioni poetiche ci lasceremo affascinare da questo dialogo della memoria e riscopriremo anche la nostra, ci sentiremo uniti con l'autore, testimoni di un percorso da svelare insieme.
Nell'apprendere o nel ricordare di come si faceva il pane in casa, oppure di come si giocava, ritornerà un pezzo della nostra vita, con la consapevolezza che ora siamo così perché allora eravamo così.
Io mi ricordo, di Paolo Ferro, è un autentico gioiello, da leggere e da meditare, e che ha il pregio di infondere tanta serenità.

Paolo Ferro è nato ad Avezzano (Aq) nel 1965. Scrittore esordiente, laureato in Economia e Commercio, sta ultimando gli studi di Scienze motorie e di chitarra classica presso il Conservatorio musicale di Pescara. Ha lavorato come speaker radiofonico in varie emittenti. Come pittore ha partecipato a esposizioni individuali e collettive. Impegnato nel sociale, la sua attuale professione è quella di allenatore di calcio.
Renzo Montagnoli


L'ultima partita a carte di Mario Rigoni Stern Edizioni Einaudi
Narrativa romanzo

"Quando arrivai al Discorso della Montagna tutto mi apparve chiaro, mi sembrava di capire senza alcuna ombra. Era la fame che mi aveva portato na questa chiarezza di pensiero? Capii che gli uomini liberi non erano quelli che ci custodivano, tanto meno quelli che combattevano per la Germania di Hitler. Che noi lì rinchiusi eravamo uomini liberi."

Questo piccolo volume (sono 107 pagine) ha una sua precisa valenza, non solo nell'ambito della produzione letteraria di Mario Rigoni Stern, ma anche per comprendere che cosa effettivamente avvenne nella seconda guerra mondiale, quale doloroso e infinito calvario dovettero compiere gli italiani per le follie di un regime già morente ancor prima dello scoppio del conflitto.
E' la storia vista e scritta da chi l'ha vissuta, una testimonianza che nella narrazione prende corpo, partendo da singoli episodi, per giungere, grazie alle riflessioni equilibrate effettuate a distanza di tempo, a una visione globale di rara efficacia.
E' il lavoro di un umile, di un protagonista suo malgrado che cerca di capire, che vuole che non si dimentichi.
Ci sono dei passi illuminanti, metafore migliori di qualsiasi trattato o saggio storico, come questo, un breve discorsetto durante il commiato dallo zio di Torino:
"zio,-gli dissi,- vedrai che finirà presto. Quando noi arriveremo in Russia sarà già tutto finito. Mi guardò in silenzio. Sussurrò: - ragazzo, tu parti perché sei un soldato. Ti auguro solo di tornare. Queste ultime parole scesero pesanti e riprendemmo la partita. Loro, quelli cui andavo a combattere, avevano il settebello, gli ori, gli assi, noi le scartine. Le nostre figure erano già giocate."
Dai preparativi, con la vile aggressione alla Francia, alla campagna di Albania, a quella di Russia, alla dura prigionia nei lager tedeschi, è un susseguirsi di passi dolorosi, di un progressivo sordo rancore che s'impossessa dello scrittore, che comprende quanto il ventennio fosse stato solo un palcoscenico di menzogne, di false verità, e come l'onore e la patria, così frequenti nei discorsi fascisti, fossero parole buttate lì, tanto per riempire le orecchie di ignari cittadini, ora vittime di un inutile sacrificio.
Da leggere, per riflettere, per diffidare di chi parla di grandezze, di chi si ciba di retorica, di chi ambisce a essere un uomo della provvidenza.

Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921 - 2008).
Ha scritto Il sergente nella neve (1953), Il bosco degli urogalli (1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di Tönle (1978) (Premio Campiello e premio Bagutta), Uomini, boschi e api (1980), L'anno della vittoria (1985), Amore di confine (1986), Il libro degli animali (1990), Arboreto salvatico (1991), Le stagioni di Giacomo (1995) (Premio Grinzane Cavour), Sentieri sotto la neve (1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre storie (2000), L'ultima partita a carte (2002), Aspettando l'alba e altri racconti (2004), I racconti di guerra (2006), Stagioni (2006).
Renzo Montagnoli


Il muro dell'apparenza di Sabrina Campolongo Edizioni Historica - Il Foglio Letterario
Narrativa romanzo giallo

Giulia Campi è un commissario di polizia che vuole chiudere con il passato, amareggiata, delusa per il tradimento del suo uomo, al punto di farsi trasferire da Milano a Sparàgi, in Sicilia.
Qui troverà collaboratori prevenuti, come del resto lo è lei stessa, e avrà il difficile compito di giungere alla soluzione di un efferato delitto, scontrandosi con due realtà: ciò che appare e ciò che veramente è.
Sulla trama, trattandosi di un giallo, non dirò altro, limitandomi solo a segnalare che la vicenda è veramente avvincente.
Sabrina Campolongo ha avuto il grande pregio di mantenere un perfetto equilibrio fra le dinamiche tipiche del genere (scoperta del reato, indagini e chiusura delle stesse con l'identificazione del colpevole) e un'analisi dell'ambiente, dell'atmosfera e dei personaggi veramente encomiabile.
Del resto questa sua capacità di scavare dentro, di penetrare sotto la pelle per giungere alle parti più recondite dei protagonisti l'avevo già riscontrata nel suo bel romanzo Il cerchio imperfetto.
In questo giallo ha saputo unire tensione e approfondimento in modo tale da far pervenire il lettore alla conclusione appagato e anche consapevole di avere fra le mani un prodotto non fine a se stesso, ma anche una lezione di vita, una ripresa di quei valori morali che la nostra società va scordando ogni giorno.
Se non sapessi che Sabrina ha ben altri programmi, le proporrei di dare un seguito a questo lavoro, perché personaggi così ben disegnati come Giulia Campi e il suo assistente Alfano meritano di essere protagonisti di altre vicende, formando un'accoppiata perfetta come Montalbano e Fazio, o come Ricciardi e Maione.
Nel caso specifico, trattandosi di uomo e donna, inoltre ci sarebbe la possibilità di ulteriori svolgimenti, a cui tuttavia l'autrice sembra aver posto ostacolo nelle ultime pagine annunciando l'imminente matrimonio di Alfano.
E' una lettura che, se anche richiede un po' d'attenzione per seguire la logica coerente dell'intreccio e per assimilare quegli approfondimenti dei personaggi sempre proposti al momento giusto, risulta assai gradevole e facile, tanto che le pagine scorrono senza intoppi, senza affaticamenti, al punto che è possibile pensare di raggiungere la fine in poche ore.
Quel che più conta, però, è che, chiuso il libro, ci si accorge che non è stato puro svago, ma che dentro di noi è rimasto qualche cosa e che figure come il commissario e Alfano rientreranno in quelle immagini che crea la nostra fantasia e che conserviamo come se si trattasse di persone che abbiamo conosciuto veramente, individui che, nonostante pregi e difetti, rappresenteranno per noi un caro indelebile ricordo.
Per quanto ovvio, raccomando vivamente la lettura di questo bel romanzo.

Sabrina Campolongo, nata nel 1974 a Monza, ha esordito nel 2007 con la raccolta di racconti "Balene Bianche" (Michele Di Salvo editore) e ha pubblicato nel 2008 il romanzo "Il cerchio imperfetto" per la collana Declinato al femminile, diretta da Francesca Mazzucato, di Edizioni creativa.
Finalista al premio Alberto Tedeschi (giallo Mondadori) nel 2000, collabora con varie riviste e siti internet, oltre che per la rivista "Historica-Il Foglio letterario".
Cura il blog: http://balenebianche.splinder.com
Renzo Montagnoli


Eugenio Corti : " Processo e morte di Stalin " , Ares , Milano , 1999 .

L' azione di quest' opera teatrale , rappresentata per la prima volta a Roma nel 1961 , si svolge nel 1953 , anno della morte del dittatore sovietico . Lo Stalin che ci viene presentato é un uomo prigioniero di se stesso e del sistema da lui stesso creato . Sottoposto ad un serrato interrogatorio da parte dei suoi più stretti collaboratori , ora congiurati contro di lui ( Beria , Molotov , Malencov , Crusciov... ), si difende fino all' ultimo dall' accusa di avere ordinato le deportazioni e le esecuzioni di un numero incalcolabile di persone , fra le quali anche parenti ed amici , sostenendo di non avere fatto altro che applicare fedelmente le teorie di Lenin , riconosciuto come capo carismatico dai suoi stessi accusatori .
La struttura dell' opera é ricalcata magistralmente sul modello della Tragedia Greca Classica , con l' intervento del " coro " , rappresentato , tra un episodio e l' altro , ora dai familiari delle vittime di Stalin , ora dai congiurati . Il dittatore é ormai privo dell' " aureola "di difensore dei popoli oppressi ; e non può più nascondere non solo il vero scopo della sua vita , quello di incutere terrore su un popolo da lui spregiato ; ma anche la vera natura del Comunismo , un sistema destinato al fallimento perpetuo perchè fondato sulla presunzione di costruire l'" Uomo Nuovo " partendo da una concezione materialistica della Storia . Verso la fine della Tragedia é lo stesso Stalin che presagisce questa evoluzione del Comunismo quando getta in faccia ai congiurati la profezia che faranno anche loro la stessa sua fine .
" Processo e morte di Stalin " é il frutto del lungo studio sul fenomeno comunista cui si é impegnato l' Autore , reduce della Campagna di Russia , nel Dopoguerra . Testimonianza di questo studio sono le abbondanti note esplicative a piè pagina , ricche di citazioni bibliografiche e di richiami alla storia dell' U.R.S.S.
Gianfranco Stivaletti


Carlos Ruiz ZafónL’ombra del vento” ( La sombra del viento) ed. Mondatori

Romanzo-Narrativa

Un espediente letterario è il fulcro della storia: siamo nella meta- letteratura, la finzione nella finzione, la scoperta di un libro e l’autore dello stesso libro Julian Carax trasporteranno il giovane protagonista del romanzo, Daniel, in caleidoscopici intrighi fatti di misteri e svelamenti a scatola cinese. La trama in breve: siamo a Barcellona nel 1945, un libraio di un negozio specializzato in edizioni per collezionisti e libri usati conduce il figlioletto Daniel, di 11 anni, in un luogo misterioso, conosciuto solo da pochi eletti:”Il cimitero dei Libri Dimenticati”, in cui libri dimenticati si trovano preservati in questo labirinto di scaffali e corridoi. Daniel scoverà quel libro, come una predestinazione: “ L’ombra del vento” l’aveva atteso per anni, e sembrava che aspettasse proprio lui. Ha trovato il libro che avrebbe adottato, o meglio, il libro che avrebbe adottato lui. Rilegato in pelle color vino, col titolo impresso sul dorso a caratteri dorati. Leggere il libro ed esserne rapito è per Daniel essere trascinato in un turbine di emozioni sconosciute, in un mondo popolato da personaggi non meno reali dell’aria che respirava. Già sfogliandolo con cautela, le sue pagine palpitano come le ali di una farfalla a cui viene restituita la libertà, sprigionando una nuvola di polvere dorata. Un uomo cercava il suo vero padre di cui aveva appreso l’esistenza solo grazie alle parole della madre pronunciate in punto di morte. Questa ricerca si trasformerà in un’odissea fantasmagorica: il protagonista lottava per ritrovare l’infanzia e la gioventù perdute; poi emergeva l’ombra di un amore maledetto destinata a perseguitarlo fino alla fine. La struttura del romanzo al protagonista gli fa ricordare una di quelle bambole russe che racchiudono innumerevoli miniature di se stesse; la narrazione si frammentava in mille storie, come in una galleria di specchi e in tanti riflessi scisso, pur mantenendo la sua unità. E’ uno di quei casi in cui è l’autore stesso a fornire la chiave di lettura di una sua opera, a rilevare le tecniche molteplici a cui ha attinto, la capacità descrittiva di toccare il cuore del lettore. Il protagonista “Reale” a forza del libro vivrà inquietanti paralleli con la propria vita. “L’ombra del vento”, dal titolo stesso, poetico, fa presagire un ritmo ed un linguaggio retrò da romanzo ottocentesco, di grande respiro e vigore narrativo: il susseguirsi delle situazioni, il vivere emozioni contrastanti, passioni ed amori, segreti custoditi dal tempo e svelati a poco a poco, ambienti lividi tra calles, ramblas e personaggi a tutto tondo, in cui emerge Fermìn Romero de Torres, uomo dai mille volti, caricaturale nelle sue fulminanti battute e rocamboleschi escamotages per sfuggire al suo paradossale destino.
Gli elementi costitutivi del romanzo sono lo stile alto ed armonioso della scrittura, la trama ad incastro, i luoghi reali, ma come trasfigurati in una sorta di magia, l’età storia che assume dimensioni atemporali e una celebrazione del libro per eccellenza che dà una specifica connotazione a tutta la storia. “Ogni libro, ogni volume, possiede un’anima, l’anima di chi l’ha scritto e l’anima di coloro che l’hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato, grazie ad esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza. Dietro ogni copertina si cela un universo infinito da esplorare”.
“L’ombra del vento”è un romanzo tradizionale di grande tensione che si legge tutto di un fiato, anche se prevedibile nel suo epilogo, che irretisce il pubblico intrappolandolo in questo intricato e complesso tessuto narrativo.

L’autore: nato a Barcellona il 25-9-1964, è autore di libri per ragazzi (Il principe della nebbia), esordisce nella narrativa per adulti con il suo quinto romanzo, “L’ombra del vento”(2001). Uscito in sordina in Spagna, ha conquistato con il passaparola il vertice delle classifiche letterarie europee, diventando un vero e proprio fenomeno letterario. Vive a Los Angeles dal 1993, dove è impegnato nell'attività di sceneggiatore. Collabora regolarmente con le pagine culturali di "El Pais" e "La Vanguardia". “L'ombra del vento” è stato un successo, con più di 8 milioni di copie vendute nel mondo, acclamato come una delle grandi rivelazioni letterarie degli ultimi anni. È stato tradotto in più di 36 lingue e ha ottenuto numerosi premi internazionali. Il 17 aprile 2008 è uscito per Planeta il secondo romanzo "El Juego del Ángel" ( Il gioco dell’angelo). La tiratura iniziale di questo libro è la più alta mai tirata per una prima edizione in Spagna.
Arcangela Cammalleri


Avana Killing di Gordiano Lupi Edizioni Sered
Collana Thriller e avventure
Fiction n. 3
Narrativa romanzo

In vendita in edicola, ma per chi desiderasse riceverlo a casa (le spese di spedizione sono incluse nel prezzo di copertina) chiami il numero verde 800.98.52.86.

Fra le opere, pur eccellenti, di un autore c'è sempre quella che emerge per particolari qualità e questo è il caso di Avana Killing, l'ultimo romanzo di Gordiano Lupi.
Sono sempre stato convinto che i suoi lavori non siano di genere, ma che abbiano caratteristiche tali che vanno oltre una normale classificazione.
E in effetti, anche in Avana Killing, troviamo il giallo, con qualche accenno di horror, ma soprattutto si può rilevare come l'impronta del thriller costituisca solo un'ossatura, un fil rouge, intorno al quale l'autore costruisce storie di assai più ampia portata.
Ho iniziato a leggere in sordina, attento a seguire più che la vicenda, di per sé avvincente, tutti i contorni e gli aspetti che nobilitano questa scrittura e che, giunti al termine, appagano assai di più della naturale curiosità di sapere il nome del serial killer.
Lupi è riuscito a dare una visione della realtà cubana senza enfasi e con pochi appropriati particolari, quasi delle icone che portano il lettore a vedere, magari a suo modo, un mondo che prima gli era anche sconosciuto; in ogni caso, l'impressione che si ricava di una nazione in cui la speranza di cambiamento è da tempo sopita penso sia inequivocabile per tutti.
Si è soffermato, brevemente, e senza indulgere all'estetismo, su aspetti apparentemente di scarso significato, ma che nel loro insieme si ricollegano in modo da formare un quadro esauriente. Tanto per fare un esempio, il riferimento al mezzo di locomozione pubblico, la Guagua, una sorta di invenzione autarchica, affollata di lavoratori, satura di odori corporali, terreno ideale per gli amanti delle toccate a parti del corpo femminile, è realizzato in modo sobrio e non tanto per stupire, ma per far capire.
In questo libro, più che il risentimento di Lupi per un regime dispotico che affama anche il popolo, c'è tutto l'affetto per i cubani, costretti, loro malgrado, a vivere senza libertà e di espedienti, non ultimo la vendita del proprio corpo, vista come l'ultima tappa di un degrado morale di cui gli opulenti turisti stranieri sembrano non accorgersene, anzi ambiscono approfittare.
L'atmosfera, quindi, viene sapientemente ricreata, così che si ha l'impressione di essere già stati a Cuba, di aver visto la vita di quel paese con occhi attenti e con le conseguenti riflessioni.
In questo contesto girano diversi personaggi, ritratti pregevoli di un'umanità mai forzatamente inserita nella trama, ma in perfetta sintonia con la stessa.
E se la figura di Isabel non potrà che esservi simpatica con la partecipazione alle disavventure di una donna seria e onesta, l'ispettore di polizia Gerardo Abril, inesperto alle prese con una serie di omicidi di difficilissima soluzione, sarà un'autentica scoperta.
In questo microcosmo di vite quasi alla deriva non ci sono mai il tutto buono e il tutto cattivo, proprio come nella realtà, e nemmeno il serial killer muove il lettore all'odio o al desiderio di vendetta, perché Lupi lo ha misurato con la pietà, una virtù della massima importanza e purtroppo in estinzione.
Altro aspetto del romanzo è che Lupi propone, non impone, e così anche per la parte horror, con i riti della santeria, la religione pagana dei locali, si è liberi di credervi, oppure no. Al riguardo l'autore sembra dire " lascia forse il tempo che trova, ma c'è, è una pratica diffusa, e forse esprime il tentativo di un popolo sofferente di trovare sollievo sulla terra, senza rinunciare al credo cristiano che lo promette da morti".
Il romanzo si apprezza anche per il particolare equilibrio sotto tutti gli aspetti, sia della trama che dello stile, e proprio per questo mi sento di ribadire che Avana Killing non solo è il miglior romanzo di Gordiano Lupi, ma è addirittura un'opera di elevatissimo livello.

Gordiano Lupi (Piombino, 1960) Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz: Machi di carta (Stampa Alternativa, 2003), La Marina del mio passato (Nonsoloparole, 2003), Vita da jinetera (Il Foglio, 2005), Cuba particolar - Sesso all'Avana (Stampa Alternativa, 2007) e Adios Fidel (A.Car., 2008).
I suoi lavori più recenti di argomento cubano sono: Nero Tropicale (Terzo Millennio, 2003), Cuba Magica - conversazioni con un santero (Mursia, 2003), Un'isola a passo di son - viaggio nel mondo della musica cubana (Bastogi, 2004), Orrori tropicali - storie di vudu, santeria e palo mayombe (Il Foglio, 2006), Almeno il pane, Fidel - Cuba quotidiana (Stampa Alternativa, 2006), Mi Cuba (Mediane, 2008).
Traduce i post e cura la versione italiana del blog Generacion Y della scrittrice cubana Yoani Sanchez.
Extra Cuba ha pubblicato (tra gli altri): Serial killer italiani (Olimpia, 2005), Coppie diaboliche (Olimpia, 2007) e molti saggi sul cinema italiano degli anni Settanta - Ottanta (Le dive nude, Sexy made in Italy, …).
Pagine web: www.infol.it/lupi
E.mail per contatti: lupi@infol.it
Renzo Montagnoli


Nero, l'inchiostro che tu chiami parole di Fabio Barcellandi Edizioni Montag
Prefazione di Beppe Costa
Collana Solaris
Poesia silloge

Penso che l'evento più saliente della vita, quello che volutamente ci scordiamo, sia la sua fine, cioè la morte.
Ora parlare di un tema così delicato, al punto che la mente umana lo accantona per poi riprenderlo in occasione di decessi altrui o in prossimità del proprio, non è certo cosa facile, quasi da scongiuri verrebbe da dire se si volesse ironizzare volando bassi.
Invece l'argomento ha la sua dignità e la sua logica, tanto che in altri autori, scrittori o poeti, assurge a protagonista.
Fabio Barcellandi, in questa sua seconda silloge, si propone come antagonista in un dialogo con la signora dal nero mantello, a diversi livelli di discussione, ma penso con un'unica finalità, quella di esorcizzarla.
Il tema ricorre anche quando apparentemente il percorso è diverso (io sono/un fiore/d'esser colto/in attesa di/ morir/fra le tue mani); si potrebbe pensare a versi rivolti a un'amata fanciulla, ma non è così, perché invece è un abbandono totale all'ultimo passo, quasi un invito alla dolcezza dell'atto stesso con cui finisce la vita terrena.
A scanso d'equivoci, c'è addirittura una lirica dedicata alla morte (Morte), curiosamente contraddistinta da versi costituiti da una sola parola, quasi un sillabare devoto a chi è più forte di noi.
Per non parlare poi di La Morte, assai riuscita nella sua completa essenzialità (canto/d'amore/per la vita/ché tutta per sé la vuole). L'antitesi è fra il positivo (la vita) e il polo opposto che è la morte, una belva sempre vincente nella tenzone.
Ma poi ricompare il pessimismo che comporta inevitabilmente il parlare di qualcosa di certo e definitivo come una dipartita e allora i versi si tingono di malinconia, di una rassegnazione pacata propria di chi sa che a nulla serve opporsi (Ho paura / So già che morirò / il giorno in cui accetterò di voler vivere /…per sempre! / E ciononostante ho paura.)
Si scopre, però, l'arcano di questa consapevolezza meditata nei versi che si susseguono, volti a lenire il fato, e nella speranza che esista un dopo. Del resto, in tutte le religioni la finalità è di provvedere a una vita, se pur diversa, dopo che quella che ci siamo portati appresso per tanti anni se n'è andata (da Resurrezione - …./ non la fine dunque ma l'inizio / sì).
Eppure, il tema della rassegnazione è come un refrain, e lo troviamo anche nella bella I vecchi. Forse di fronte all'unica certezza che a un certo punto la vita finisce, il timore che poi ci sia solo il vuoto si riflette nella consapevolezza della nostra caducità, in questa impossibile lotta da cui già sappiamo che usciremo sconfitti. La malinconia non è tristezza, non è dolore, ma è il trovarsi bambini separati dalla mamma senza possibilità di ritrovarla, è il riconoscersi deboli quando spesso ci siamo atteggiati a forti senza esserlo.
E la conclusione, l'ultima poesia è dedicata all'antitesi, alla vita (un grido / fino a perder / la voce / a diventare assordante / …così / assoluto silenzio), ma finisce con l'essere l'ennesimo tributo alla morte, in questa esistenza che per sempre si spegne.
Da leggere, senza lasciarsi impressionare, ma riflettendo affinché ci si renda conto di quanto ogni vita meriti, sempre, di essere vissuta.

Fabio Barcellandi (Brescia, 1968) non è un nome nuovo nel panorama editoriale e poetico italiano. Ha già pubblicato un corpus di nove poesie nell'antologia "Il Mercante d'Inchiostro" edita da Farnedi Edizioni; un ulteriore corpus di sette poesie nell'antologia "Florilegio" edita da Lisi Editore e la silloge "Parole Alate", poesie ispirate dall'omonima canzone di Meg, edita da Cicorivolta Edizioni. Attivo anche nella narrativa, suoi racconti sono stati pubblicati sulle riviste Macworld e Writers Magazine Italia, con la quale collabora. Coopera con il sito di scrittura creativa Opposto.net, che si occupa di creatività, narrativa, racconti e poesia, e con http://www.tellusfolio.it/,  il giornale telematico dedicato ad argomenti di attualità e cultura. Vincitore del premio Solaris edizione 2008 delle Edizioni Montag, presenta ora la silloge Nero, l'inchiostro - che tu chiami parole.
Renzo Montagnoli


Amore di confine di Mario Rigoni Stern Edizioni Einaudi
Narrativa raccolta di racconti

Quarantaquattro racconti, divisi in quattro capitoli, costituiscono questo libro, che di fatto è una vera e propria autobiografia. Del resto in tutte le sue opere c'è la presenza attiva dell'io che non è solo narrante, ma che ripercorre le tappe del suo passato a beneficio del lettore. Sono esperienze maturate o fatti dei quali, se pur non presente, ha avuto dettagliata notizia, insomma sono il ricordo di Mario Rigoni Stern. Spesso si tratta di racconti brevi, quasi di piccole annotazioni, ma che hanno il pregio di aprire uno squarcio su un mondo che ormai non c'è più; in tutti è sempre presente una grande pacatezza, una capacità di comunicare dolcemente, tanto che si ha l'impressione di avere l'autore dinanzi a noi, seduto comodamente e intento a raccontarci.
Troviamo così il breve periodo di vita militare prima dello scoppio della seconda guerra mondiale (semplicemente stupendo In una valle felice), i duri mesi della prigionia nei lager tedeschi, il dopoguerra con l'impiego al catasto e infine il progressivo avvicinamento all'epoca attuale, forse il più interessante, anche per gli aspetti etnologici. Infatti qui rivivono le tradizioni del popolo cimbro dell'altopiano, con feste, processioni, ed è sempre presente l'avvicendarsi delle stagioni, con quel periodo ricorrente del disgelo che dà chiaramente l'idea del rinnovarsi della vita. In quest'ultimo quarto capitolo forse ci sono i racconti migliori, come Marte, cane libero dai segreti amori, quasi una metafora dello spirito di libertà dell'autore, oppure le vicende commoventi del Capriolo alla guerra e degli Amici, le fughe dell'asina Giorgia.
Si comprende benissimo quanto Rigoni Stern abbia amato il suo paese e la sua gente, quanto radicato sia stato in lui il concetto di patria rappresentato da quell'altopiano a cui i suoi avi sono giunti molti secoli fa. Fra i boschi innevati che gocciolano al primo tepore della primavera e i voli degli uccelli che festeggiano l'avvento della bella stagione l'autore ritrova tutto il significato della vita, in una perfetta armonia con la natura che gli infonde una sensazione di serenità talmente profonda da riuscire a trasmetterla al lettore.
In Rigoni Stern è sempre presente il piacere di vivere, quel desiderio di percorrere la strada della propria esistenza senza spintonare, ma sapendo cogliere a ogni passo quanto di buono ci viene offerto.
L'ultimo racconto, L'aratro dell'Angelo, è un commosso ricordo di quattro amici che sono scomparsi, che sono arrivati alla fine di quell'ultima stagione calpestando gli ultimi metri del percorso che ci accomuna e che lui, il nostro Mario, ha concluso nel giugno del corrente anno.
Amore di confine è un libro bellissimo.

Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921 - 2008).
Ha scritto Il sergente nella neve (1953), Il bosco degli urogalli (1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di Tönle (1978) (Premio Campiello e premio Bagutta), Uomini, boschi e api (1980), L'anno della vittoria (1985), Amore di confine (1986), Il libro degli animali (1990), Arboreto salvatico (1991), Le stagioni di Giacomo (1995) (Premio Grinzane Cavour), Sentieri sotto la neve (1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre storie (2000), L'ultima partita a carte (2002), Aspettando l'alba e altri racconti (2004), I racconti di guerra (2006), Stagioni (2006).
Renzo Montagnoli


Libera nos a Malo di Luigi Meneghello Edizioni R.C.S. Libri
con un saggio di Cesare Segre
Narrativa romanzo

Nel corso della lettura mi sono chiesto più volte se questo libro può essere effettivamente classificato come romanzo (così lo definiva tuttavia l'autore), perché per alcuni aspetti è un'autobiografia, ma per altri è un saggio sociologico, oppure anche un trattato linguistico.
Ora Libera nos a Malo è tutti questi generi, senza essere totalmente uno di essi e questo forse costituisce una certa difficoltà per chi si appresta a leggerlo e che abituato al romanzo, con una trama ben definita, resta all'inizio un po' disorientato, ma poi, entrato nello spirito dell'opera, permeata da una sottile autoironia, finisce inevitabilmente con l'apprezzare, per comprendere il vero scopo di questo lavoro. Meneghello, in buona sostanza, non ha fatto altro che raffrontare due epoche, dalle differenze profonde, vissute in un microcosmo costituito dal paese; e questo senza cercare di dimostrare che l'una è meglio dell'altra, ma unicamente per far emergere il contrasto fra una visione del mondo di quando era bambino e quella ampiamente disincantata dell'adulto, in un ricordo, a tratti anche commosso, altre volte esilarante, che finisce con il rappresentare la coscienza storica della propria esistenza.
Il filo conduttore è la vita dello scrittore vicentino in un piccolo paese, Malo, con tutti gli aspetti dei rapporti sociali intercorrenti fra i suoi abitanti alla luce degli istituti e dei comportamenti di una comunità. Così troviamo l'aulica retorica del fascismo, con tanto fumo e niente arrosto, la storia della famiglia Meneghello, il mondo scolastico, i giochi dell'epoca, i primi turbamenti sessuali, amorazzi vari, corna a profusione, e, tipica del Veneto, quella dipendenza dalla religione così come espressa dalla Chiesa più che da una spiritualità uniformata all'insegnamento cristiano.
Ho scritto sopra dell'ironia presente nella scrittura di Meneghello, ironia che troviamo subito nel titolo, un gioco con le parole finali del Padre Nostro in latino e con il nome del suo paese.
Ma Libera nos a Malo è per certi aspetti anche un trattato linguistico, perché il dialetto locale ritrova una sua dignità, con tanto di dissertazione in cui gli si attribuisce il concetto di prima e vera lingua - in quanto parlata dalla nascita - rispetto a quella ufficiale, a quell'italiano frutto di costruzioni che non possono avere la spontaneità del volgare.
Non posso che dargli ragione, soprattutto quando ricorre al dialetto non con intere frasi, ma con una, massimo due parole che esprimono in modo assolutamente diretto il concetto.
Insomma, accanto a una cultura ufficiale fatta di testi ponderati, c'è quella grande tradizione di una cultura popolare basata su storie o dissertazioni pressoché totalmente orali.
E' la riscoperta della valenza della tradizione, di quel perpetuarsi della storia grazie al quale è possibile sapere chi siamo poiché conosciamo da dove siamo venuti.
Quindi, Libera nos a Malo ha più di un pregio, mantenendo a distanza di anni (è stato pubblicato per la prima volta nel 1963) un'attualità che sorprende, ma non più di tanto, qualora si abbia a mente che lo scopo principale è stato senz'altro la conservazione della memoria, quel sottile filo logico che lega due epoche anche così differenti, ma che permette di comprendere i motivi di questa diversità, consentendo perfino di guardare in avanti, verso il futuro, consapevoli di ciò che siamo.
Mi pare ovvio che la lettura sia più che raccomandata.

Luigi Meneghello (Malo, 16 febbraio 1922 - Thiene, 26 giugno 2007).
Laureato in filosofia all'Università di Padova, si trasferì nel 1947 in Inghilterra, dove qualche anno più tardi fondò la cattedra di letteratura italiana presso l'Università di Reading, dirigendola praticamente fino al 2000, anno in cui ritornò definitivamente in Italia.
Ha scritto, fra l'altro, Libera nos a Malo (Mondadori, 1963), senz'altro la sua opera più conosciuta, I piccoli maestri (Mondadori, 1964), Pomo Pero (Mondadori, 1974), Fiori italiani (Mondadori, 1976), Maredè, Maredè (Rizzoli, 1991), Il dispatrio (Rizzoli, 1993).
Renzo Montagnoli


Dacia Maraini  Il treno dell’ultima notte ed. Rizzoli

Ogni treno in fondo passa verso il regno dei trapassati”

Romanzo-narrativa

Questo è in ordine cronologico l’ultimo libro della scrittrice, sulla copertina è riportato il dipinto“The Disasters of War”di Gottfried Helnwein e, infatti, lo sfondo della storia,  in periodo di guerra fredda ( la guerra è finita da 11 anni), è il dramma degli Ebrei patito nei campi di sterminio. All’inizio del libro sono trascritte  alcune righe del romanzo “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad “Mi chiesi cosa ci stessi a fare là, con un senso di panico nel cuore…mi sembrò di sentire quel grido sussurrato: Che orrore! Che orrore”!

Dacia Maraini ambienta la sua storia nel 1956, tra Firenze,Vienna, Auschwitz e a Budapest mentre scoppia la rivolta contro i sovietici e dove  le rovine e gli orrori della guerra bruciano ancora, la fame e le aspirazioni di libertà sono in fieri.  E’un romanzo in cui l’indicibile, le atrocità, ancora una volta ci travolgono come quando  noi lettori ascoltiamo insieme ad Amara, la giovane protagonista, il racconto di Emanuele sopravvissuto ad ogni abiezione: morto più volte e risorto, ma rovinato nel fisico e nella psiche dalla inumana esperienza vissuta La trama, in breve: Amara ed Emanuele, vivono a Firenze, sono due ragazzini avvinti da un legame forte che la deportazione di Emanuele, di famiglia ricca ebrea, spezzerà per sempre. Amara andrà alla ricerca di lui, custodendo, con ossessiva cura,  le sue lettere che ad un certo punto si interrompono e di cui  non saprà più nulla e scoprirà la sua nuova identità; del ragazzo della sua fanciullezza non è rimasta nessuna rassomiglianza, ma un morto tra i vivi guastato in maniera indelebile dalle nefandezze viste e vissute. Emanuele, diventato Peter, è corrotto e degradato nel fisico e nell’animo, così erano resi gli Ebrei dai loro aguzzini nazisti, come loro, per togliergli la stima di loro stessi; dei sopravvissuti svuotati di sentimenti…di pensieri…dentro; l’orrore diventa il loro giudice implacabile che li annienta e li distrugge inesorabilmente: l’annichilimento totale. Il treno che dà il titolo al romanzo è quello su cui viaggia Amara attraverso l’Europa dell’est, ancora in faticosa fase di ricostruzione e in misere condizioni, alla ricerca del suo amico d’infanzia, simile al treno che trasportava gli Ebrei ignari verso il loro fatale destino e metaforicamente è quello che traghetta noi tutti verso l’ignoto, come suggerisce il libro, nella quarta di copertina. La spietatezza della guerra, le nefandezze dei nazisti, l’ottusità pervicace dei sovietici danno il senso della follia umana e dell’insensatezza di chi governa e manipola le folle. Dacia Maraini, attraverso l’odissea di Amara, ci trasporta in un periodo storico non del tutto disvelato, dove ancora ipocrisie e menzogne formano un sottile strato di opacità. I carri armati russi che invadono Budapest in rivolta e sventrano le case e sparano uccidendo migliaia e migliaia di Ungheresi; dopo il rapporto Kruscev del xx Congresso sembrava che i Russi non avrebbero fatto un’opera di repressione, un’iniziativa dispotica verso un altro paese socialista, dove tutto il popolo magiaro era sceso in piazza, con tutti gli operai che loro veneravano tanto, in testa. Dacia Maraini riesuma scheletri dall’armadio dell’ex partito comunista italiano in cui Togliatti, capo del partito, stette dalla parte del PCUS. Il comunismo, il partito unico, la dittatura del proletariato, il gran leader …il potere corrompe, ma il potere assoluto corrompe assolutamente. Tutti sogni infranti, la Grande Illusione   catalizzatrice di milioni di persone, un Grande Inganno! Il romanzo si chiude con una sorta di speranza. La vita, pensa Amara, è un perverso correre verso un ignoto giocoso e irreale, nel viaggio di ritorno in Italia, in treno, dopo i fatti di Budapest, il ritrovamento di Emanuele, la sua deriva, il futuro si apre davanti a lei come un fiore precoce che ha sentito il primo raggio di sole, ma potrebbe rimanere congelato sul ramo. Perché la primavera non è ancora arrivata e quel raggio di sole l’ha ingannata. E’ uno di quei libri che l’opportunità al lettore di poter fare una pausa di riflessione “amara” come il nome della protagonista, ma di realizzare ancora una volta che l’esperienza dovrebbe insegnare a non ripetere gli stessi errori: non sempre il passato è nostalgico.

L’autrice: Dacia Maraini è nata a Fiesole nel 1936, ha scritto romanzi, opere teatrali, poesie, narrazioni autobiografiche e saggi, editi da Rizzoli e tradotti in 20 paesi. Nel 1990 ha vinto il Premio Campiello con “La lunga vita di Marianna Ucria e nel 1999 il Premio Strega con “Buio”. Scrive sul “Corriere della Sera” . Nel 2006 è uscito nei tascabili Firme Oro il volume dei Romanzi che comprende Memorie di una ladra (1973), Isolina,(1985), Bagheria (1993), Voci(1994), Dolce per sé (1997) e Colomba (2004).
Arcangela Cammalleri


Le variazioni Reinach di Filippo Tuena Edizioni Rizzoli
Narrativa romanzo

Questo è un libro sulla memoria, ma non quella dell'autore, poiché per età e assenza di motivi di contatto non avrebbe potuto esserci.
E' un libro in cui il ricordo deriva da oggetti, immagini che suscitano l'interesse di chi osserva e che lo inducono a cercare cosa vi sia dietro di essi, chi siano i personaggi delle fotografie, in che occasione le stesse siano state scattate, perché questa famiglia di israeliti può rappresentare un importante ritratto storico di un'epoca passata, in un susseguirsi di eventi ricostruiti con certosine ricerche, quasi un'opera archeologica.
Non è pero solo questo, che pure è già molto. E' anche il ricordo di una tragedia maturata nel corso della seconda guerra mondiale. L'autore, al riguardo, si deve essere posto le due domande che seguono e che le cui risposte fanno di questo libro un vero e proprio caso letterario.
Si può scrivere del dramma dell'Olocausto narrando la vita di una famiglia che lo ha subito? Certamente sì. E' possibile descrivere la genesi di questa tragedia seguendo la storia familiare di alcune vittime? Indubbiamente, ed è quello che ha fatto Filippo Tuena con Le variazioni Reinach, un libro singolare, una commistione di romanzo storico, di saggio, di esperienza autobiografica, da cui emerge la caducità degli uomini, la dolorosa sensazione che nulla sia dovuto al caso, ma che negli imperscrutabili fogli del destino ci sia già scritta tutta la vicenda, fatti, eventi a cui sembra impossibile opporsi.
E' così quasi casualmente che l'autore approda al Musée Nissim de Camondo a Parigi, dove dimorarono Leon Reinach e Béatrice de Comondo, e che si appassiona alla storia di queste famiglie, di spicco negli anni che vanno dalla fine del XIX secolo all'occupazione nazista.
Non è che Filippo Tuena scriva in prima persona, anzi è sempre in terza persona che si esprime la voce narrante, quasi a voler evitare un coinvolgimento indiretto che potrebbe togliere quel senso di progressivo disfacimento che poco a poco permea il testo.
Ma chi è Leon Reinach?
E' uno dei membri di una nobile e ricca famiglia ebrea che, sposando Béatrice de Camondo, altra agiata ereditiera, ha concretizzato due fortune alle quali sembra indifferente, avvertendo in sé invece la passione per la musica, quella classica, forse anche componendo, anzi di sicuro una composizione c'è stata, queste variazioni di cui Tuena, nella continua ricerca di documentazione, ha trovato lo spartito in un'università americana, un brano forse di non eccelso livello, ma che rappresenta il messaggio di un uomo segnato dal passaggio del tempo, da quell'involuzione che accompagna la storia di una famiglia. Ho avuto il piacere di ascoltare questa composizione, poiché l'autore mi ha fatto avere la copia di un'esecuzione; senza addentrarmi in aspetti tecnici, in cui Tuena è senz'altro più competente di me, ho avvertito in quelle note, apparentemente capricciose, una malinconia profonda, come un urlo soffocato di un animo che in quel mondo che cambia non si ritrova più e che presagisce una tragedia.
Per certi versi questo libro mi pare possa costituire un antesignano di Ultimo parallelo, un autentico capolavoro costruito sulla base di esperienze che hanno provveduto a limare, a migliorare tutte quelle caratteristiche di novità introdotte proprio con Le variazioni Reinach.
Come tutti gli esperimenti presenta ovviamente elementi riusciti ed altri meno convincenti, ma ciò non toglie che questo libro, senza raggiungere l'elevato livello di Ultimo parallelo, sia un'opera di eccellenza, scandita con un ritmo volutamente lento e anche distaccato, una narrazione che è frutto di una continua scoperta.
Pur se la vicenda non è in grado di offrire il pathos della drammatica spedizione di Scott al Polo Sud, ha tuttavia il pregio di acquisire l'attenzione con misurata lentezza, facendo rivivere un'epoca, fra annotazioni del presente e ritorni al passato, con accenti tipicamente proustiani.
Le variazioni Reinach è un libro da leggere, da meditare, perché più non ci siano olocausti, perché con i tempi che corrono e in cui il passato rischia di essere oscurato, se non travisato, la memoria sia sempre presente a ricordare che Leon Reinach era un uomo come noi, ma fu travolto dalla follia di altri uomini, una follia che richiama la bestialità sempre presente e che quindi potrebbe di nuovo tornare a emergere.
In conclusione è un testo che conferma le qualità di Filippo Tuena, capace di analizzare personaggi, di comprendere e di assimilare le loro esistenze, trasferendo il tutto su carta per il piacere dei lettori che, in ogni caso, avranno la certezza di un arricchimento del proprio livello culturale.

Filippo Tuena è nato a Roma nel 1953 e vive a Milano. E' laureato in Storia dell'arte.
Ha pubblicato:
Il tesoro dei Medici (Giunti Art & Dossier, 1987); Lo sguardo della paura (Leonardo, 1991), Premio Bagutta Opera Prima; Il tesoro dei Medici (De Agostani, 1992), in collaborazione con Anna Maria Massinelli; Il volo dell'occasione (Longanesi, 1994); Il diavolo a Milano (Ikonos, 1996); Cacciatori di notte (Longanesi, 1997); Tutti i sognatori (Fazi, 1999), Premio Super Grinzane-Cavour; La grande ombra (Fazi, 2001); La passione dell'error mio. Il carteggio di Michelangelo (Fazi, 2002); Quattro notturni (Aletti, 2003); Il volo dell'occasione (Fazi, 2004), nuova edizione; Le variazioni Reinach (Rizzoli, 2005), Premio Bagutta; Il diavolo a Milano - nuova edizione e Fantasmi di Schumann a Manhattan (Carte Scoperte, 2005); Michelangelo. Gli ultimi anni (Giunti Art & Dossier, 2006); Ultimo Parallelo (Rizzoli, 2007), Premio Viareggio.
Sito web: http://digilander.libero.it/filippotuena/
Renzo Montagnoli


I racconti di guerra di Mario Rigoni Stern Edizioni Einaudi
Introduzione di Folco Portinari
Narrativa raccolta di racconti

In questo libro di ben 616 pagine sono ricompresi tutti i racconti che Mario Rigoni Stern ha dedicato al tema della guerra nei suoi precedenti lavori, oltre ad alcuni articoli apparsi su giornali e riviste.
Si tratta quindi di un'opera tematica "omnia" ordinata cronologicamente dall'autore e infatti ci sono quattro grandi capitoli dedicati, rispettivamente, alla prima guerra mondiale, a quella immediatamente successiva, cioè la seconda, alla prigionia e alla resistenza.
Perché Stern abbia voluto riunire in un unico volume tutte queste prose penso sia abbastanza evidente; in lui, uomo in completa sintonia con l'ambiente spontaneo della natura e fratello per indole di tutti gli altri uomini, il ricordo di ciò che di orrendo, di tragico e di incivile è rappresentato dalla guerra deve essere perpetuato, affinché chi non ha subito, chi non ha sofferto sappia quanto altri, prima, hanno patito. L'intento è pertanto chiaramente pacifista e non è un caso se l'opera è uscita nel 2006, dopo la prima e la seconda guerra dell'Iraq, dopo il conflitto in Afganistan. Posso solo immaginare l'angoscia di un povero vecchio, scampato alle campagne d'Albania e di Russia e alla prigionia nei lager tedeschi, nel constatare che oggi regna una sostanziale indifferenza verso conflitti che non ci toccano direttamente; e allora solo chi sa, solo chi ha provato sulla propria pelle che cosa significhi una guerra, si deve sentire in dovere di mettere sull'avviso, ricordando anni di dolore, vittime che il tempo ha affossato nell'oblio.
Peraltro, se c'è un autore che può scrivere di queste cose, per averle sperimentate direttamente, è proprio Stern, di cui non possiamo dimenticare quel capolavoro che è Il sergente nella neve, un diario di una campagna militare tragica, pervaso, però, da un grande senso di pietà, quella pietà che nello scrittore vicentino troviamo sempre presente, perché radicata in lui.
E se i racconti della prima guerra mondiale sono il risultato di narrazioni dei reduci al giovane Mario e quelli della resistenza invece sono frutto di notizie orali attinte in loco, cioè sull'altopiano, nell'immediato dopoguerra, quelli invece del secondo conflitto e della prigionia sono incisi nell'animo perché esperienze realmente e personalmente provate.
In particolare, il periodo di detenzione nei lager tedeschi ha portato alla creazione di pagine di grande bellezza, perché l'autore è riuscito a tradurre in parola scritta la prostrazione per fame, il senso sempre presente di una miseria materiale e morale che ho potuto constatare solo in un altro testo: Se questo è un uomo, di Primo Levi.
Tuttavia, se c'è paura, se esiste uno stato latente di scoramento, negli scritti di Mario Rigoni Stern non c'è mai odio, perché, lo ripeto, è sempre presente la pietà, una virtù sempre più rara, ma d'importanza fondamentale per non far precipitare l'uomo al rango di essere puramente bestiale.
Da leggere senz'altro, ma soprattutto da far leggere nelle scuole, perché i ragazzi sappiano, perché le voci mute dei tanti caduti possano rappresentare veramente un monito.

Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921 - 2008).
Ha scritto Il sergente nella neve (1953), Il bosco degli urogalli (1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di Tönle (1978) (Premio Campiello e premio Bagutta), Uomini, boschi e api (1980), L'anno della vittoria (1985), Amore di confine (1986), Il libro degli animali (1990), Arboreto salvatico (1991), Le stagioni di Giacomo (1995) (Premio Grinzane Cavour), Sentieri sotto la neve (1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre storie (2000), L'ultima partita a carte (2002), Aspettando l'alba e altri racconti (2004), I racconti di guerra (2006), Stagioni (2006).
Renzo Montagnoli


Appunti della Storia di Gaspare Armato Edizioni Autorinediti
Ideazione copertina di Maria Catalina Alvarez

La passione per la storia di Gaspare Armato è inequivocabile, tanto che è il dominus di un blog dove si parla esclusivamente di questa materia, a scuola troppo spesso trascurata e comunque non considerata, erroneamente, prioritaria.
Peraltro il metodo di approccio dell'autore toscano è quanto mai ampio, non comprendendo solo i fatti salienti che si sono verificati, ma estendendo la visione alle caratteristiche di determinati periodi, con la descrizione di usi, di costumi, perfino dell'alimentazione. In questo modo il risultato è rappresentativo in misura abbastanza attendibile dei personaggi ignoti della storia, cioè della quasi totalità degli esseri umani di un'epoca, ombre sconosciute che pure hanno collaborato in modo determinante al concretizzarsi di eventi che non possono trovare spiegazione solo nell'iniziativa dei singoli, ma inquadrandoli nel contesto generale.
E' quindi una visione a tutto campo, con particolari spesso trascurati, ma essenziali per cercare di comprendere e potersi avvicinare alla verità.
In questo senso Appunti della Storia, ultima fatica di Armato, si presenta come una sequenza di interviste impossibili, ma utili per capire contesti specifici.
Sono diversi i personaggi che interloquiscono con l'autore e anche di periodi differenti, giusto per contribuire a fornire un quadro dello sviluppo nel tempo.
Si parte da Giuseppe da Settignano, un umile muratore del XIII secolo, una di quelle ombre che prima citavo e posta in luce per parlare del costo della vita nella Firenze di quel periodo.
Il personaggio successivo è invece un professore, scomparso da poco, che viene indotto a parlare di Federico da Montefeltro, grande condottiero e duca di Urbino fino alla sua morte, avvenuta nel 1482.
Si va avanti così, e sempre piacevolmente, perché la scrittura è lieve e per nulla affaticante, passando da Carlo V a Elisabetta I d'Inghilterra, da Federico II Il Grande per arrivare all'ultimo, senz'altro il più longevo, quel Francesco Giuseppe che anche il più somaro degli scolari conosce per l'essere stato l'avversario dei Savoia nelle guerre d'indipendenza.
Su quest'ultimo intervistato mi soffermo un po' di più, visto l'interesse storico del personaggio, in parte artefice della fine delle grandi monarchie continentali, scomparse con la prima guerra mondiale.
Si tratteggia la sua infanzia, fatta di ore e ore di studi e di pochi svaghi, una regola ferrea per chi doveva reggere l'immenso territorio imperiale, che andava dall'Austria alla Galizia.
L'ho sempre considerato l'emblema dello stato centralizzato, l'uomo che teneva in pugno terreni e popoli diversi. Eppure, in questa conversazione, il sapere della sua infanzia non da bimbo, ma già da uomo mi ha portato a considerare il personaggio come la prima vittima di un sistema anelastico, all'apparenza solido, ma pieno di contraddizioni al punto tale che lo fecero implodere.
Sono solo 108 pagine, dico solo perché avrei gradito anche altre interviste, di personaggi magari più recenti, ma non è detto che Gaspare Armato non ci riprovi, anzi gli consiglio di farlo, come a voi consiglio di leggere questo piacevole libro.

Gaspare Armato
Pistoia, Italia
babilonia61@alice.it  www.babilonia61.com
Gaspare Armato vive e risiede a Pistoia.

HA PUBBLICATO
" Epistemi, poesie, Albatros Editrice, 1983
" 41 mesi di guerra, saggio storico, Mazzotta editore, 1983
" Ex novo epistemi, poesie, Lalli editore, 1983
" Piante mediterranee per giardini, saggio, Edagricole, 1986
" Giardini al mare, saggio, Edagricole, 1990
" Charlette, itinerario di un amore, poesie, Mazzotta editore, 1990, 1ª edizione
" Charlette, itinerario di un amore, poesie, Lulu.com, 2007, 2ª edizione
" Piante esotiche per climi miti , saggio, Zanfi editore, 1991
" Passeggiando per la storia, dal 1200 al 1800, Lulu.com, 2007

ALCUNI DEI PREMI LETTERARI VINTI:
" Premio Martin Luther King per la poesia, 1983
" Premio Giuseppe Ungaretti per la poesia, 1983
" Premio Cesare Pavese per la poesia, 1983
" Premio Rebecca-Francavilla M. per la saggistica, 1984
" Premio Jacopone da Todi per la poesia, 1984
" Premio International Award-Malta per la poesia, 1984
" Premio Città di Alanno per la saggistica, 1984
" Premio Città di Pomezia per la poesia, 1985
" Premio Histonium per la poesia, 1990
Renzo Montagnoli


Al Diavul di Alessandro Bertante Marsilio Editori
Narrativa romanzo

Questo romanzo, di ambientazione storica, è costituito da due parti.
Nella prima ci sono gli anni dell'infanzia e della giovinezza del protagonista Errico Nebbiascura, figlio di Ruggero, fabbro di un paese della provincia di Alessandria e anarchico convinto. Siamo nei primi anni del XX secolo e l'atmosfera viene resa da Bertante in modo stupendo, con il progressivo avvicinarsi all'ideologia anarchica di questo ragazzo, nato con un occhio viola, segno di presagio e di sventura, e che poi verrà soprannominato al Diavul.
Il periodo storico, con la prima guerra mondiale e l'avvento del fascismo, è delineato con precisione e con approfondimenti che inducono a riflessioni sul perché degli eventi. In ciò, pertanto, sta anche il pregio di questa prima parte, dove ben poco, per non dire nulla, è lasciato a luoghi comuni e tantomeno alla retorica, lasciando invece intravvedere, nelle pieghe della vicenda, aspetti che poi si proiettano anche nell'oggi.
Ci sono pagine di straordinaria bellezza, quali, per esempio, la fuga all'estero del protagonista, onde uscire dal torpore imposto da un regime ormai consolidato. Il passaggio della frontiera italo-francese è uno di quei brani che, giustamente, possono essere considerati di alta letteratura, con le sensazioni, i timori, ma anche le speranze che Errico avverte e che il lettore poco a poco fa proprie.
La seconda parte inizia con il protagonista inserito negli ambienti anarchici di Barcellona nei mesi immediatamente antecedenti l'inizio della guerra civile. Anche qui troviamo pagine in cui la maturazione della coscienza critica di Errico sboccia lentamente, così che si è accompagnati con gradualità al grande sogno della rivoluzione proletaria. Quando questa ha inizio, però, la scrittura cambia passo, diventa più chiassosa, assumendo aspetti stereotipati di un evento e di un'epoca che meriterebbero invece maggiori approfondimenti e riflessioni.
Così il crollo del sogno avviene in modo poco omogeneo, mescolando risentimento e spirito di vendetta, che nulla possono apportare a una conoscenza dei motivi della sconfitta repubblicana. Ci sono certo accenni alla doppiezza dei comunisti, si scalfisce, si abbozza, ma non si va oltre, finendo con l'assumere rilievo preponderante la vicenda personale del protagonista. Diminuisce così lo spessore dell'opera, senza che peraltro sia dato il risalto che merita al travaglio interiore del deluso Errico, che addirittura viene fatto finire in manicomio, una soluzione sbrigativa che resta solo un abbozzo del dramma del protagonista.
Su questa scia arriva anche la fine, purtroppo assai convenzionale, ove fa di nuovo capolino una retorica di cui certo un anarchico convinto non sarebbe stato contento.
Peccato, dunque, perché è stata un'occasione persa per delineare il quadro di un'ideologia nel periodo in cui ebbe maggiori proseliti. Comunque, alla luce dell'attuale produzione letteraria nazionale, asfittica e priva di idee, il romanzo di Bertante ha il merito di aver cercato di dire qualche cosa di nuovo, magari riuscendovi solo in parte, ma è già un po' di luce nell'oscurità dell'odierna narrativa italiana.

Alessandro Bertante è nato ad Alessandria nel 1969. Scrittore e critico letterario, vive e lavora a Milano.
Collabora con "La Repubblica", "Liberazione", "Satisfiction" e "Pulp", ed è condirettore artistico del festival letterario Officina Italia.
Ha pubblicato: Malavida (romanzo, Leoncavallo Libri, 2000); Re Nudo (saggio, NDA Press, 2005), Contro il '68 (saggio, Agenzia x, 2007).
Renzo Montagnoli


Le stagioni di Giacomo di Mario Rigoni Stern Edizioni Einaudi
Narrativa romanzo

Le stagioni di Giacomo è un romanzo struggente su una gioventù che non poté conoscere le gioie della vita tipiche della sua età, su un mondo di miseria e di fame in cui tuttavia fiorivano la solidarietà e il mutuo soccorso, su un fascismo retorico e tronfio che non solo non permise a tanti, a troppi di vivere dignitosamente, ma che sacrificò inutilmente in una guerra non sentita proprio quei figli che avrebbero dovuto rappresentare l'avvenire.
Giacomo, l'amico di Mario Rigoni Stern, non può essere bambino, ma si deve adattare a qualsiasi lavoro pur di sopravvivere. Così segue le orme del padre diventando un recuperante, cioè raccogliendo quanto di bellico è rimasto sull'altopiano. E' un lavoro duro, pericoloso e anche poco remunerato, ma è l'unico possibile, perché il regime, nonostante le promesse, non è in grado di creare nuove occasioni di occupazione, se non per periodi limitati e sempre legati al suo mondo irreale dove conta solo l'apparenza.
Giacomo è la tipica figura del ragazzo diventato troppo presto uomo, ma che, nonostante le avversità, riesce a cogliere i valori della vita, con quel senso di umiltà che è proprio di chi è povero di beni materiali, ma ricco d'animo.
Conoscerà anche l'amore, un sentimento delicato delineato in modo magistrale, una storia che non potrà aver seguito, perché la tempesta della guerra non restituirà il protagonista al suo altopiano.
Questo è un romanzo che dovrebbe entrare di diritto nei programmi scolastici, affinché i giovani di oggi abbiano quella memoria di un passato ancor recente che a loro è stata preclusa da un insensato sistema che promette un inarrivabile benessere di tipo solo materiale.
Come al solito stupisce lo stile di Mario Rigoni Stern, quella capacità di narrare come se fosse davanti al lettore e con pacatezza gli raccontasse la vita di questo suo grande amico.
Le stagioni di Giacomo, che si concludono con il gelido inverno della campagna di Russia, è un'opera di elevatissimo livello.

Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921 - 2008).
Ha scritto Il sergente nella neve (1953), Il bosco degli urogalli (1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di Tönle (1978) (Premio Campiello e premio Bagutta), Uomini, boschi e api (1980), L'anno della vittoria (1985), Amore di confine (1986), Il libro degli animali (1990), Arboreto salvatico (1991), Le stagioni di Giacomo (1995) (Premio Grinzane Cavour), Sentieri sotto la neve (1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre storie (2000), L'ultima partita a carte (2002), Aspettando l'alba e altri racconti (2004), I racconti di guerra (2006), Stagioni (2006).
Renzo Montagnoli


Il cerchio infinito di Renzo Montagnoli Edizioni Il Foglio
Introduzione dell'autore
Prefazione di Fabrizio Manini
In copertina "Galassia M 104"
fotografata dal telescopio spaziale Sptitzer della NASA
Elaborazione grafica di Elena Migliorini

Ho letto le poesie di Renzo Montagnoli in un'atmosfera evocata dai suoi intensi versi soffusi di malinconia, eppure anche aperti alla speranza.
Credo che l'Autore abbia espresso al meglio lo stupore dell'uomo di fronte al mistero della vita, il suo sentirsi a volte travolto dagli eventi, il suo doversi rassegnare alle perdite e agli abbandoni, il suo cercare senso e significato dove c'è invece solo il silenzio...mai una risposta.

"E' già il buio e poi sarà la luce
fra atomi erranti
in un tempo senza fine,
in una catena di indissolubili destini,
dove resta la polvere di anime spoglie,
soffi di vita ritornati nell'eternità.
"

Questi versi da "Il cerchio infinito", la poesia che apre questa splendida raccolta, sono tra i più pregnanti e significativi della sua poetica.
Si è poi trasportati da una visione aperta alla bellezza della natura, alla sua continua offerta all'uomo.
Anche l'amore risalta come insondabile ma necessaria espressione, si avverte intensamente nelle felici espressioni dell'Autore che in esso viene riposta la maggior parte delle sue certezze e delle sue umane speranze.
L'amore vissuto come estatico momento ma anche come certezza del cuore.
C'è come un abbandono alla dolcezza dei sentimenti e dei sensi, come se il poeta volesse, attraverso le parole, conservarne i profumi, le emozioni, e, quando remote, lasciarle sedimentare in un quieto esistere.

Una grande prova di maturità poetica, in tutto e per tutto.

"La vita, nel suo mistero, il tempo, nella sua incertezza, la distanza, nella sua imperfezione, sono il tema di questa silloge.
E' un tema unico, perché nell'universo tutto è infinito e nulla è lasciato al caso: il tempo, lo spazio, e, lasciatemelo credere, anche la vita.
Se esiste l'anima, scintilla che fa scoccare l'esistenza, questa non può finire con il corpo e quindi è eterna."
Questa la spiegazione che lo stesso Renzo Montagnoli ci dà, facendoci conoscere ancora di più la profondità del suo pensiero, lo spessore da cui sono scaturite queste poesie che pervadono l'anima di chi legge.
Da "Una lacrima" : il sole sbatteva sugli occhi
nebbia di calore ondeggiava
un orizzonte stanco.
"…

e questi altri versi con la commossa chiusa:
"…ho sentito
il silenzio delle cicale
ammutolite.
Certo era solo un sogno.
Ma dentro me
ho sentito scorrere
una lacrima,
una stilla di pietà.
"

E ancora, "La stazione" in cui il Tempo è percepito come inesorabile sottrazione della vita:
"…le lancette dell'orologio si fermano
uno s'alza, un'ultima occhiata,
poi lentamente s'incammina
verso un'opaca porta
."
Si entra così nel vivo delle tematiche di questo poeta che ci sorprende con le sue pacate descrizioni, sempre in equilibrio tra il sogno e la realtà, in sospensione quasi, ma sempre sfumate in una residua consapevolezza che il mistero in cui lo stesso pensiero si manifesta sia di per se stesso bastante alla speranza
In "Onda" la cui suggestiva chiusa è indicativa di tutto il pensiero malinconico del poeta, questi versi assumono un significato speciale: "…All'ultima meta - infine ha portato - la sua vita di sale."
Infine la maestosità che avvolge pur ostacolando, che fa volare l'anelito dell'anima al di là della vetta ma ne segna anche la fragilità, profondamente umana "La montagna sacra". Questi versi ne sono fortemente rivelatori:
"…ostacoli
che intralciano
canti di sirene
tentazioni continue
la terra che m'avvinghia…
"

Concludo con una riflessione, scaturita dalla lettura di questa seconda raccolta di un poeta che già conoscevo per il suo valore, una constatazione che la parola, quando è filtrata dal cuore, diventa poesia.
Cristina Bove


Presenze e Assenze di Davide Vaccino Edizioni Il Foglio
Prefazioni di Thomas Lowe e Arnaldo Colombo
In copertina immagine tratta dal free site
http://www.windoweb.it:80/desktop_temi/foto_belle/foto_belle_326.jpg 
rielaborata dall'autore.
Elaborazione grafica e assemblamento di Elena Migliorini

Presenze e Assenze è l'ultima opera poetica di Davide Vaccino, autore dai toni pessimistici, dai versi velati di una tristezza che sembra emergere dall'oceano dell'animo come una nebbia che impregna i versi e poco a poco avvolge il lettore. Ma forse non è tristezza, almeno come normalmente l'intendiamo, bensì un'intensa angoscia che riverbera nelle parole, nel fluttuare del discorso, un'esplosione che solo all'apparenza è liberatoria, ma che poi rifluisce implacabile donde è venuta.
Ma che cosa s'intende per Presenze e per Assenze? Ho girato la domanda all'autore nel corso di un'intervista e lui è stato ampiamente chiarificatore, intendendo per presenze quei punti fermi su cui si può contare, come le convinzioni, gli ideali sociali e politici, l'amore per chi è a noi vicino. Le assenze sono invece ciò che si è perso, i rimpianti, le persone che sono scomparse per sempre dalla nostra vita.
Così, frutto di un gravoso meditato lavoro, le poesie di questa silloge si snodano lungo questo percorso tematico, impervie vette della creatività che s'affacciano al mondo, trasognate immagini di una realtà interiore che vogliono dialogare con il lettore.
In questo gioco, se così si può chiamarlo, di presenze e di assenze il poeta è testimone di un dipanarsi di grovigli che si linearizzano nel verso, mantenendo l'originaria curvatura, gomitoli di pensiero che s'infrangono sullo scoglio del tempo schiumando dimensioni cerebrali di una spinta interiore.

ANIMA

Anima,
fin che tu puoi
,
resta.

Le parole
non contano:
passano.

Le idee
non bastano:
cambiano.

Le illusioni
non servono:
ingannano.

Anima,
fin che tu puoi
,
resta.

Come il profumo
dei fiori.

L'anima, una presenza silente, una compagna fedele che dona all'uomo la capacità di sentirsi vivo, di sublimare concetti trascendendo la pura materialità dell'esistenza, accogliendo in sé le nostre sensazioni, le emozioni, trasformandole in un patrimonio inalienabile.

In queste liriche l'aspetto figurativo ha la funzione non tanto di stupire, ma di esteriorizzare il concetto, di trasformare lo spirito in materia fruibile.


LE FARFALLE

Palpiti di Vita
in lembi di cielo,
simili a fiori
che sanno volare.

Come i sogni,
le farfalle,
sono i sospiri
dell'Infinito.

Ma in queste presenze e assenze non c'è solo l'intelletto creativo di Davide Vaccino.
Comunque si leggano queste poesie si ritrova un po' del mondo di ognuno di noi, perché universali sono questi punti fermi, come ciò che abbiamo perso, e in questo sta il grande pregio della silloge, nel richiamare alla nostra attenzione ciò che abbiamo e ciò che non teniamo più, elementi che nella frenetica corsa del mondo troppo presto dimentichiamo.
Davide Vaccino sembra invitarci a soffermarci, a riflettere, per accorgerci che, nonostante tutto, il nostro percorso è lastricato da presenze ed assenze, un patrimonio solo nostro e che ci dà la misura di vivere.
Se il poeta è permeato di pessimismo lascia tuttavia aperta la porta a una speranza, a una consapevolezza di esistenza che sta solo a noi cogliere affinché il tempo non trascorra invano.
Da leggere, rileggere, da riflettere, da guardare in noi, una silloge che è una luce nel buio di coscienze sopite, di anime inascoltate.

Davide Vaccino è nato a Vercelli nel 1970 e attualmente risiede ad Albano Vercellese. Ha iniziato a scrivere i primi versi intorno agli anni '80, ma la sua carriera artistica si è concretizzata professionalmente soltanto a metà degli anni '90. Nel 1996 Davide Vaccino ha pubblicato il romanzo gotico "Frammenti di Pazzia" (2 ristampe), vincitore del Premio Internazionale "A. Manzoni" e del "Trofeo delle Nazioni". Tornato al suo primo amore, la poesia, Davide Vaccino si è classificato nel 1997 al primo posto al Premio Artistico "Città di Cava" e ha vinto nel 1998 il Premio "Cultura Europea". Nel 1999, il suo secondo libro: "Benvenuti nel Crepuscolo" (poesie, 3 ristampe) si è aggiudicato il Premio "Regioni Duemila"; mentre il suo terzo lavoro, "Passaggi" (versi e racconti, edizione limitata) è stato insignito del Premio Internazionale "Alba del Terzo Millennio". Vaccino ha ricevuto finora oltre 60 premi e riconoscimenti in Italia e all'estero e appare inoltre su una quarantina di Antologie regolarmente presentate al Salone del Libro di Torino.
Renzo Montagnoli


Il respiro della luna di Cristina Bove Edizioni Il Foglio
Prefazione di Renzo Montagnoli
Immagine di copertina di Cristina Bove
Elaborazione grafica di Elena Migliorini
Collana Autori Contemporanei Poesia
Diretta da Fabrizio Manini
Poesia silloge

Come una fonte antica che disseta con le sue fresche acque il viandante accaldato dal lungo viaggio, da Cristina Bove sgorgano versi limpidi a placare l'arsura dell'affanno della vita quotidiana.
Questa raccolta di poesie è un compendio dell'attività artistica di una donna che già ci aveva stupito con Fiori e fulmini (Edizioni Il Foglio, 2007), confermando la sua innata capacità a trasfondere in equilibrate e armoniose parole sentimenti ed emozioni che irrefrenabili traboccano dall'animo.
I temi affrontati, sviscerati, approfonditi sono i più diversi, ma in ogni caso ciò che ne scaturisce è in un delicato equilibrio fra la potenza della folgore e il lieve soffio della brezza della sera; sono parole che fluiscono incessanti, che entrano dentro con leggerezza, ma che incidono, lasciano traccia tale da ritornare prepotenti nel corso delle giornate, quando meno te l'aspetti. Come ricordi emergono all'improvviso, un verso, anche solo l'inizio di un verso, e allora ti metti a pensare, a riflettere sulla caducità della vita, su questo nostro correre vano verso il nulla, ma anche sulla bellezza della natura, sulla purezza dei sentimenti più semplici e spontanei.

Ma tu che ne sai / delle lune traverse / dei tronchi contorti dei meli / Che ne sai delle maschere nere / delle strade di notte? / …
In tanta abbondanza c'è spazio per ogni cosa, per ogni elemento della vita a cui spesso non facciamo caso, come l'emozione di ritrovarsi a una nuova stagione:
….. / splendo di nuovo a maggio / ancora vivo / in questa sorprendente primavera.

Oppure l'omaggio, del tutto personale, alle donne, non le inutili e retoriche parole con cui si celebra l'8 marzo:
Ed io non ho mimose / né le vorrei portare ai vostri spenti / amari giorni e trascurate notti / donne della mia vita / donne per cui l'istante di un sorriso / varrebbe tutto l'anno di mimose / …

Oppure ancora la natura, pur se pretesto per una riflessione sul trascorrere del nostro tempo:
… / il croco è già sfiorito / or che la neve / liquefacendo sta scendendo a valle / e stormi di migranti / a fare il nido / garriscono dai tetti / …

Né mancano visioni quasi oniriche, trasposizioni poetiche di leggende che assumono una valenza del tutto particolare se viste con gli occhi della storia, del perpetuarsi di comportamenti a cui l'uomo sembra non voler rinunciare, come in Nàvar e Isabeau:
… / Al sorgere del sole / io sono falco / e rivesto Isabeau delle mie piume /…

Tutta una vita, tutta la vita, trova spazio nella fertile vena poetica di Cristina, come in Teatro:
…/ Adesso è l'ora dei pittori d'ombre /…

Verso felicissimo che con un tocco di genialità ci riporta a una realtà, attuale, che meglio non si sarebbe potuta descrivere.
Cristina riesce a superare anche le più radicate convinzioni e in lei che, dotata di grande spiritualità, religiosa tuttavia non è, capovolge l'immagine dell'angelo vendicatore, conferendogli il simbolo dell'eterna disillusione, del disincanto che prorompe forte dal suo petto con L'angelo di Mezzanotte:
…./ e poi / senz'ali / riscenderei per piangere con loro.

Una poesia, questa, di forte impatto emotivo, ma anche di dirompente catarsi, con un angelo che sembra un Cristo definitivamente votato alla causa dell'umanità.
Ma tutto il pensiero di Cristina Bove trova la perfetta sintesi in Siamo angeli, in quei tre versi di una semplicità disarmante, ma di una profondità assoluta, la rivelazione di ciò che è anche in noi, ma che o ignoriamo, o volutamente soffochiamo:
… la parola che sola è la salvezza: / AMORE, parola che contiene l'infinito / ed è mare ed è valle. / …

Penso che siano superflue ulteriori parole perché è solo leggendo che potrete acquietare la vostra ansia quotidiana, è solo lasciandovi accarezzare dall'armonia di questi versi che avrete la possibilità di conoscere il significato della parola serenità, è solamente soffermandovi di tanto in tanto sui concetti espressi che comprenderete il senso della vita.

Cristina Bove
E' nata a Napoli il 16 settembre 1942, vive nelle vicinanze di Roma dal '63, anno in cui si è sposata. Da quando si ricorda ha sempre dipinto, scolpito, letto molto e qualche volta scritto, famiglia permettendo, poiché la sua stata alquanto numerosa e la sua vita intensa, ricca di eventi meravigliosi come la nascita dei suoi quattro figli, la creatività, gli amici, il miracolo di esserci ancora, sopravvissuta non sa quante volte.
Presente in diversi siti Internet con le sue poesie, ha pubblicato nel 2007 la silloge Fiori e fulmini (Edizioni Il Foglio).
Blog: Cristina Bove; Giardino dei poeti; Cristelia.
Renzo Montagnoli


La chimera di Sebastiano Vassalli Edizioni Einaudi
Narrativa romanzo storico

Per cercare le chiavi del presente, e per capirlo,
bisogna uscire dal rumore: andare in fondo alla notte,
o in fondo al nulla; magari laggiù, un po’ a sinistra
e un po’ oltre il secondo cavalcavia, sotto il «macigno bianco» che oggi non si vede. Nel villaggio fantasma
di Zardino, nella storia di Antonia. E così ho fatto.
                                                                 (dalla Premessa)

Sebastiano Vassalli è un autore che scrive del passato, grazie a un meticoloso lavoro di ricerca storica, ma che ha lo sguardo sempre rivolto al presente.
Un chiaro esempio è dato da La chimera, libro di notevole valore, forse il suo più riuscito.
E’ una storia ambientata nel ‘600, in un paese, Zardino, che non esiste più (Dalle finestre di questa casa si vede il nulla). Un fatto realmente accaduto, il processo a una presunta strega che si conclude con la sua condanna al rogo, sono solo il pretesto per un esame più approfondito di una società tanto lontana nel tempo da apparire quasi irreale, ma purtroppo vera, una composita umanità schiava dei potenti e della Chiesa, ma prima ancora prigioniera di se stessa, delle sue paure, delle sue insicurezze.
E’ un ritorno al passato per svelare caratteristiche che ritroviamo purtroppo nel presente (dal Congedo: Continuarono tutti a vivere nella gran confusione e nel frastuono di quel loro presente che a noi oggi appare così silenzioso, così morto, e che rispetto al nostro presente fu soltanto un po’ meno attrezzato per produrre rumore, e un po’ più esplicito in spietatezze…Infine, uno dopo l’altro, morirono: il tempo si chiuse su di loro, il nulla li riprese; e questa, sfrondata d’ogni romanzo, ed in gran sintesi, è la storia del mondo).
La vicenda, di per sé non rara e nemmeno eclatante, assume così una veste profetica che proietta sul mondo attuale una visione di un presente desolante, privo di valori, senza speranze, in una visione nichilista, però non tanto da scivolare  nel cinismo.
Il romanzo, pur fra tante, ma necessarie, divagazioni è scritto in modo esemplare, in un italiano di rara bellezza, con descrizioni soffuse a volte di una appena accennata vena poetica, finendo con il far emergere dal nulla, dalla nebbia caliginosa dell’oblio un mondo che ignoravamo.
Resta il perché del titolo. Come mai questo richiamo all’essere mostruoso e inesistente della mitologia greca?
Le ultime righe del Congedo sono al riguardo esaustive:
Colui che conosce il prima e il dopo e le ragioni del tutto e però purtroppo non può dircele per quest’unico motivo, così futile!: che non esiste.
Ovviamente tutto è opinabile nei confronti con la fede, che supera ogni razionalità, ma in questo concetto, in questa visione atea rientra anche l’analisi di una Chiesa che, almeno in quell’epoca e relativamente alla vicenda raccontata, sembra composta da pochi fanatici veramente credenti e da molti invece tesi più a privilegiare la vita terrena, compiendo anche abusi e nefandezze. In questo contesto le figure del vescovo Bascapè, religioso fervido che vorrebbe tutti dediti anima e corpo alla fede, ma il cui credo comincia a vacillare, e il giovane don Teresio, fanatico oltre ogni misura, ma legatissimo ai beni terreni, tanto da vessare i suoi parrocchiani con continue richieste di regalie, finiscono con il diventare le due facce di una stessa medaglia: la Chiesa. 
L’impressione che si ritrae è che gli uomini in abito talare finiscano con connotare in eccesso i difetti di tutti gli altri, una sorta di insoddisfazione che li divora, rendendoli al tempo stesso carnefici e vittime di se stessi.
Stranamente gli unici due personaggi che nella loro apparente semplicità emergono positivamente sono il camparo Maffiolo, dignitoso vecchio soldato che riesce perfino, senza averne conseguenza, a dire la sua all’Inquisizione,  e il  boia Sasso, la cui pietà impedirà alla strega di morire fra atroci dolori.
Ne consiglio vivamente la lettura.

Sebastiano Vassalli è nato a Genova nel 1941 e vive in provincia di Novara. Ha scritto: Disfaso (1968), Tempo di màssacro. Romanzo di centramento e sterminio (1970) , L'arrivo della lozione (1976) , Abitare il vento (1980); nuova edizione con una postfazione del'autore, Calypso, Milano, 2008, Mareblù (1982),  Ombre e destini (1983), Narcisso (1983), La notte della cometa (1984), L'alcova elettrica 1913: il futurismo italiano processato per oltraggio al pudore (1985), Sangue e suolo (1985), L'oro del mondo (1987), La chimera (1990), Premio Strega e Campiello,  Marco e Mattio (1992), Il cigno (1993), 3012 (1995), Cuore di pietra (1996), La notte del lupo (1998), Gli italiani sono gli altri (1998), Un infinito numero (1999), Archeologia del presente (2001), Dux (2002), Il mio Piemonte, Novara (2002), Stella avvelenata (2003), Amore lontano (2005), Terra d'acque (2005), Dino Campana - Un po' del mio sangue (2005), La morte di Marx e altri racconti (2006), L'Italiano (2007) .
Renzo Montagnoli


Storia di Tönle
L'anno della vittoria
di Mario Rigoni Stern  Edizioni Einaudi

Giustamente la casa editrice Einaudi ha riunito in un unico volume questi due romanzi brevi che narrano di un periodo storico che va dalla fine del 1800 all'inverno del 1919 e che sono anche accomunati dall'essere straordinariamente pacifisti, in una visione umana e spirituale del mondo che raggiunge, a tratti, dei vertici sublimi.
Rigoni Stern racconta della sua gente, di questa popolazione cimbrica, e quindi di origine celtica, che nel tempo è rimasta ancorata ai sani principi della mutualità, del rispetto delle persone e della natura, e che, pur conducendo a quell'epoca una vita grama, è ricca di una forza interiore che, nonostante le difficoltà, la diaspora dovute alla guerra, ritorna, si ricompatta in quella che è la loro autentica patria: l'altopiano dei Sette Comuni e le proprie famiglie.
E così Tönle Bintarn è un contadino, un pastore, un contrabbandiere per necessità che per sfuggire a una condanna vaga per tutta l'Europa austro-ungarica, adattandosi a fare a qualsiasi lavoro, ma sempre con la speranza di tornare, l'unica vera forza che lo sostiene nonostante le fatiche e le privazioni. Questo piccolo grande uomo è legato inscindibilmente alla sua terra, all'alternarsi delle stagioni sia della natura che della vita. Non c'è evento che possa fermarlo, non c'è nulla che possa dissuaderlo, perché lui è ed esiste solo in funzione di quella piccola patria fra i monti.
Ritornerà, subirà i contraccolpi della Grande Guerra e della Strafenspedition, di cui sarà vittima senza che ci siano carnefici. La violenza di un conflitto non lo ferma, sempre va, sempre resiste, per poter tornare a quei luoghi a lui indissolubilmente legati e che sarà costretto a vedere distrutti, profanati dalla malvagità degli uomini.
In lui non c'è odio, ma solo tristezza e come in una storia dove c'è sempre un inizio e una fine, Tönle Bintarn sa quando tirarsi da parte e comprendere che per lui è arrivata l'ultima stagione.
L'anno della vittoria racconta invece del ritorno della comunità ai loro luoghi natii, dopo essere stati costretti a lasciare l'altopiano ed Asiago a seguito dell'attacco austriaco.
Sono pagine di intensa commozione, con donne, vecchi e bambini, che, a guerra finita, s'incamminano per raggiungere le loro vecchie case, che troveranno distrutte in uno sconvolgimento che interessa anche i prati, i boschi, le sommità dei loro monti, al punto da faticare a riconoscerli. E poi ci sono trincee, proiettili inesplosi e tanti, tanti, troppi morti insepolti.
I giorni sono difficili, senza più un tetto, senza forse un futuro, ma la comunità viene prima di tutto e poco a poco si ricompattano, si aiutano, si danno da fare, riacquistano quella dignità di uomini liberi e di popolo che la diaspora sembrava aver soffocato.
E' gente mite, laboriosa, il cui contatto continuo con la natura è un'inderogabile necessità; non saranno molti quelli istruiti, ma tanto hanno da insegnare a tutti, noi compresi, come il simpatico vecchietto Tana che, durante un'escursione con due compaesani, si imbatte nei resti di un accampamento austriaco, al centro del quale troneggia una forca.
La sua osservazione al riguardo è di una logica ferrea ed estremamente umana: " Da noi li fucilavano, qui li impiccavano. E invece la loro colpa era di aver avuto paura e di voler vivere.".
E' un pacifismo che viene dall'animo, senza retorica, come molte altre pagine di questo stupendo libro.
La storia di Tönle è un romanzo sull'uomo, sul suo innato sentimento per la terra dove è nato e vissuto, sulla nostalgia che prevale su ogni evento e che fa della battaglia per il ritorno a casa un inno al concetto di patria come luogo dei propri affetti.
L'anno della vittoria è invece un'opera corale, dove uomini come Tönle, riuniti, esaltano il concetto di comunità, di identiche radici, indissolubili, inalienabili, tali da superare ogni difficoltà purché sempre solidali, in un'unica grande famiglia per cui vale la pena di vivere e di lottare.
In entrambi i casi ci troviamo di fronte a veri e propri gioielli della letteratura italiana.

Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921 - 2008).
Ha scritto Il sergente nella neve (1953), Il bosco degli urogalli (1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di Tönle (1978) (Premio Campiello e premio Bagutta), Uomini, boschi e api (1980), L'anno della vittoria (1985), Amore di confine (1986), Il libro degli animali (1990), Arboreto salvatico (1991), Le stagioni di Giacomo (1995) (Premio Grinzane Cavour), Sentieri sotto la neve (1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre storie (2000), L'ultima partita a carte (2002), Aspettando l'alba e altri racconti (2004), I racconti di guerra (2006), Stagioni (2006).
Renzo Montagnoli


Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio Edizioni Einaudi
Edizione critica
a cura di Dante Isella
Narrativa romanzo

Ritengo indispensabile una doverosa premessa: questo romanzo è stato pubblicato postumo (Fenoglio era deceduto senza completare l'opera) in una versione che mescolava, in modo del tutto arbitrario, due diverse stesure, con tutte le inevitabili lacune e contraddizioni.
Peraltro l'edizione di Einaudi ha fatto propria delle due la seconda, quella che viene più universalmente accettata come la più coerente con lo spirito dell'autore.
In ogni caso la mancanza di un imprimatur ufficiale da parte dello scrittore finisce con il lasciare un po' l'amaro in bocca, perché si avverte anche in questa versione l'incompiutezza che si riflette poi in una conclusione che si intuisce, ma non si legge.
Ciò premesso mi sembra di aver ritratto dalla lettura più di un'impressione non legata solo all'aspetto storico della resistenza, ma anche a una sua proiezione negli anni a venire.
Johnny è un partigiano che partecipa alla guerra di liberazione con una visione del tutto individuale delle problematiche e con uno spirito quasi da novello Robin Hood che gli dona immediatamente una naturale simpatia.
Peraltro, se l'aspetto storico è di grande rilievo, non bisogna dimenticare che Fenoglio è riuscito a imprimere alla narrazione una notevole forza immaginifica, in certi momenti addirittura da pellicola cinematografica; inoltre il tema è stato svolto in modo tale da conferire all'opera significati di carattere universale, con la guerra di liberazione che finisce con l'essere il pretesto per ricercare il fine stesso dell'esistenza.
Da molti è stato definito il più riuscito romanzo sulla resistenza, ma in tutta sincerità mi sembra inferiore a La messa dell'uomo disarmato, di Luisito Bianchi, che pure affronta significati universali, ma in modo più chiaro e convincente.
Con ciò non intendo dire che Il partigiano Johhny sia un'opera non riuscita, ma che è solo di eccellente livello, senza raggiungere i vertici propri di un capolavoro.
Se poi aggiungiamo il linguaggio usato (al riguardo il volume di Einaudi riporta un interessante saggio di Dante Isella) accetto termini nuovi coniati dall'autore, pur con riserve per qualcuno, ma non sopporto che ci siano periodi parte in italiano e parte in inglese, quando il ricorso a questa lingua non trova nessuna giustificazione. E' un sistema che indispettisce e che tende ad astrarre dalla lettura di un'opera che, pur con tutti i limiti sopra accennati, è meritevole della massima attenzione.

Beppe Fenoglio (Alba 1922 - Torino 1963). Einaudi ha pubblicato tutte le sue opere: I ventitré giorni della città di Alba, La malora, Primavera di bellezza, Un giorno di fuoco, Una questione privata, Il partigiano Johnny, La paga del sabato, Appunti partigiani 1944-1945 a cura di L. Mondo Einaudi, L'affare dell'anima e altri racconti, Einaudi, La sposa bambina, tratto dalla raccolta "Un giorno di fuoco", L'imboscata, Lettere 1940-1962, a cura di Luca Bufano, in collaborazione con la Fondazione Ferrero di Alba, Una crociera agli antipodi e altri racconti fantastici, Epigrammi, a cura di Gabriele Pedullà.
Renzo Montagnoli


“Le ribelli” di Nando dalla Chiesa ed. Melampo
Storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore
Narrativa-civile

Nando dalla Chiesa, sullo sfondo della lotta alla mafia, racconta le storie drammatiche e dolenti di sei figure femminili, madri, sorelle e mogli ribelli per amore, diventate, malgrado loro, protagoniste di una tragedia greca. Come si legge nella prefazione del libro, queste donne con coraggio, dignità e fierezza si ribellano all’ideologia dominante, infrangendo costumi e convenzioni, la loro richiesta di giustizia è un urlo universale in cui confluisce tutto l’amore ferito a morte. Sei storie esemplari che ne rappresentano tante altre, scelte per privilegiare il punto di vista della donna-vittima, della donna siciliana considerata per decenni simbolo di sottomissione e silenzio che, attraverso la forza rivoluzionaria dei sentimenti, si ribella all’ingiustizia, alla politica mafiosa contribuendo alla crescita di una piena coscienza civile.
Sei le donne di cui si narra la loro vicenda umana intrisa di dolore, rabbia e ingiustizie. Francesca Serio, madre del sindacalista contadino Salvatore Carnevale, ucciso dalla mafia di Sciara, in provincia di Palermo, nel 1955, ultimo di una serie di uccisioni dei dirigenti più combattivi del movimento contadino siciliano. Felicia Impastato, madre di Peppino, fatto saltare in aria con il tritolo a Cinisi, diventato protagonista del film “Cento passi”. Saveria Antiochia, la madre del poliziotto Roberto, ucciso insieme al commissario Ninni Cassarà. Michela Buscemi, due fratelli vittime di Cosa Nostra, uno vicino agli ambienti del clan, eppure coraggiosa parte civile al maxiprocesso di Palermo. Rita Atria, diciassettenne sorella di Nicola, giovane boss dello spaccio, collaboratrice di Borsellino e suicida disperata dopo la strage di via D’Amelio. Infine, Rita Borsellino, sorella dello stesso giudice, diventata simbolo più alto di questa ribellione. Queste donne indomite hanno aperto per tutte le donne la strada della denuncia, della domanda di giustizia che non si arrende; sono donne che sembrano tratte dalle pagine di Eschilo, Dostoevskij, tragiche eroine, ferite nei sentimenti, ma pronte a sfidare l’omertà e a lottare per l’antimafia e per la legalità.
“Le ribelli” è una lettura che colpisce perché pur trattando un tema usato e sfruttato ( spesso, male) in letteratura, l’autore fornisce una chiara chiave di lettura, usa toni calibrati, ma di grande forza espressiva senza dimenticare la misura e l’equilibrio dello studioso dei fatti storici.
In conclusione trascrivo i versi di una poesia di Antonio Machado, riportata nell’ultima pagina del libro, che esprime il cammino di lotta e di verità perseguito dalle protagoniste. “ Caminante, son tus/ huellas/ el camino, nada màs;/ caminante, no hay/ camino,/ se hace camino al andar…/ Caminante, no hay/ camino,/ sino estelas en la mar”. Tu che cammini, la strada sono le tue orme, null’altro. Tu che cammini, la strada non c’è, la strada si fa camminando…Tu che cammini, non c’è una strada, ma scie nel mare.
L’autore: Nando dalla Chiesa, professore di Sociologia economica all’Università degli studi di Milano, è stato parlamentare della Repubblica ed è attualmente sottosegretario all’Università e alla Ricerca. Scrittore, editorialista e narratore civile. Tra i suoi scritti più noti: “Delitto imperfetto”, “Il giudice ragazzino”, ( Da cui è stato tratto l’omonimo film), “ La fantastica storia di Silvio Berlusconi”, “ Vota Silviolo!” etc…
Arcangela Cammalleri


Pregiudizi della libertà
Libro di sarcasmi e di malinconiche superstizioni di Roberto Morpurgo Joker Edizioni
Prefazione di Sandro Montalto
Poesia aforismi

Già ho scritto una recensione di un libro di aforismi (Frecce e pugnali, di Nicola Vacca) e in un certo qual senso mi stupisce, senza sorprendermi però, che anche Roberto Morpurgo abbia avuto l'idea di mettere a disposizione dei lettori le tante riflessioni che caratterizzano la vita di un poeta che ama osservare il mondo, nelle sue linearità, ma anche nei sempre più emergenti controsensi.
Secondo me, per far questo occorre soprattutto una buona dose di ironia, perché temperare quelle che sono le nostre più marcate reazioni di fronte ai comportamenti umani ci consente di vivere sorridendo sulle nostre miserie.
Amo definire l'aforisma una perla di saggezza, perché in effetti è una riflessione che invita gli altri a fare altrettanto e se è facile leggere una raccolta, perché in fin dei conti ogni pensiero è di poche righe, più complesso è invece considerare l'enunciazione in tutte le sue sfaccettature, perché inevitabilmente potremmo ritrovare qualcosa di noi stessi. Potrebbe essere un dramma, potrebbe essere una sconvolgente verità, ma non lo sarà mai, perché grazie all'ironia ci accetteremo così come siamo, anzi sarà un motivo in più per compiacerci dei nostri difetti, nella presunzione, non infondata, che siano di tutti.
Ci sono aforismi che possono apparire neutri, in quanto semplici constatazioni di fatti evidenti, ma che normalmente non sappiamo cogliere ( Se c'è un esibizionista involontario, è lui il genio, oppure Gli altri ci consegnano a un destino che potremmo anche accettare, se solo parlasse con il nostro accento, o ancora Lo scultore elimina il marmo superfluo, lo scrittore un vuoto eccessivo: il primo crea per sottrazione, il secondo per sovrimpressione); ma c'è anche il sarcasmo nemmeno velato ( Morire è il solo atto di fede che ogni uomo compia con tutto il suo essere. Perciò è così penoso non potervi assistere: è come se ci convertissimo in contumacia, oppure Con quale coraggio uccidi un tuo simile!?"Con il suo", o addirittura C'è chi parla come mangia e chi come cucina. Io preferisco il secondo genere di oratore, dato che quando posso mi faccio invitare a cena. )
Insomma, un libro di verità svelate, di ciò che sempre è, ma che non riusciamo normalmente a vedere.
Divertente, ma a volte anche punzecchiante, per certi versi è dissacratore del normale comportamento umano, tanto radicato da essere spontaneo.
Di facile lettura, è la candid camera della nostra esistenza e ci rivela quello che come inconsapevoli attori recitiamo ogni giorno.
Per quanto ovvio, è un libro che vi consiglio vivamente.

Roberto Morpurgo (Milano, 1959) è laureato in filosofia e scrive poesie, aforismi, racconti, saggi, oltre a coltivare interessi per la psicologia psicoanalitica, il cinema e anche il teatro. In campo cinematografico ha collaborato fra gli altri con la Provincia di Milano, l'Arci Cinema e l'Obraz Cinestudio. In campo teatrale ha lavorato fra gli altri con il Teatro Universitario di Richard Gordon e collabora come autore drammatico con la RSI (Radio Svizzera Italiana). In campo musicale ha scritto canzoni (musiche e testi) e lavorato per la Ricordi. In campo editoriale ha collaborato fra l'altro con editori ed enciclopedie.
Svolge la professione di consulente aziendale.
Renzo Montagnoli


La condanna del sangue La primavera del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni Fandango Libri

Narrativa romanzo

La primavera arrivò a Napoli il quattordici aprile millenovecentotrentuno, poco dopo le due del mattino.
Arrivò in ritardo e come al solito, con un colpo di vento nuovo dal sud, dopo un acquazzone.

Dopo l’inverno del Senso del dolore arriva per il commissario Ricciardi la primavera de La condanna del sangue, una stagione di risvegli, di nuovi amori che sbocciano, ma anche di delitti, fra i quali quello, particolarmente efferato, che vede come vittima  una cartomante e usuraia.
Come per il precedente la vicenda gialla, pur se apprezzabile, costituisce solo l’ossatura intorno alla quale è costruito il romanzo vero e proprio e qui de Giovanni mostra l’indubbia capacità di non ripetersi, creando nuovi personaggi di contorno e colorando più intensamente, scendendo ancor di più dentro l’anima, quelli che già si conoscono: il tormentato e malinconico commissario Ricciardi, il pratico, ma umano, brigadiere Maione, il Dr. Modo, medico legale pragmatico e antifascista, e lei, Enrica, la dirimpettaia, un amore silenzioso e mai dichiarato. 
Il romanzo procede a ritmo costante con lo svolgimento razionale della trama principale, accompagnata da altre solo in apparenza minori e che si ricollegano come in un mosaico a dar vita all’immagine di un’umanità dolente, in cui la passione, la gelosia, i sentimenti e perfino il delitto sono l’espressione di un’esistenza in cui la felicità è solo una chimera.
Così accanto al feroce delitto della cartomante ci sono le vicende di Filomena, la più bella di Napoli, e perciò desiderata dagli uomini e odiata dalle donne,  oppure quella di un sogno infranto di un povero pizzaiolo che si era illuso di poter guadagnare di più.
Su tutte, però, domina il sempre presente senso del dolore di Ricciardi, quell’intima pietà che in un mondo di fame e di morte riesce ad aver ragione del più gretto materialismo, conferendo dignità non solo alle vittime, ma anche ai colpevoli.
In questo contesto di grande effetto, dove l’ambientazione e l’atmosfera sono resi in modo veramente pregevole, di tanto in tanto c’è lo spazio anche per osservazioni illuminanti, come questa:
L’usura è vile, pensava Ricciardi: tra i delitti più tristi, perché prende la fiducia e la rivolta contro chi la dà. E succhia lavoro, speranze, aspettative, succhia via il futuro.
Non mancano, inoltre, tutte le menzogne di un regime (il romanzo è ambientato in epoca fascista) dove tutto deve essere bello e ordinato, dove la gente deve essere ricca, parole vuote che stridono con l’opprimente realtà.
Scritto in punta di piedi, con un lessico semplice, ma assai efficace, La condanna del sangue mi ha avvinto già dall’inizio e, quando alla fine Ricciardi scorge nuovamente attraverso i vetri della finestra la dirimpettaia che ricama pensando a lui, mi sono messo a piangere, perché quel ritrovato timido silenzioso amore è la conclusione logica di un romanzo stupendo, che è maturato dentro di me pagina dopo pagina, mettendo radici profonde.
E poi mi vengono le lacrime solo quando arrivo all’ultima pagina di un capolavoro.

Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Con il Senso del dolore (Fandango Libri, 2007) di prossima pubblicazione in Francia e in Germania dà inizio alle stagioni del commissario Ricciardi. Dopo La condanna del sangue sono previsti altri due titoli.
Renzo Montagnoli


Arboreto salvatico di Mario Rigoni Stern Edizioni Einaudi
Narrativa romanzo

Ogni volta che leggo un libro di Mario Rigoni Stern provo un'intensa emozione già dalle prime pagine, perché la struttura dell'io narrante, unita a uno stile semplice, ma di grande immediatezza, fa sì che mi sembri di stare ad ascoltare le parole del grande scrittore vicentino e ora che non è più fra i vivi quell'emozione diventa anche commozione.
Arboreto salvatico è un'opera a sé, forse minore, ma riassume tutte quelle caratteristiche che hanno reso giustamente famoso l'autore.
Così troviamo quella perfetta unione dell'uomo con la natura che di per se stessa è un messaggio di fondamentale importanza per l'umanità che sembra non accorgersi di essere parte di un ecosistema perfetto, ma anche fragile, al punto che qualsiasi offesa gli venga resa finisce con il ritorcersi notevolmente amplificata su chi gliela ha arrecata.
E' un libro semplice, con interessanti e piacevoli annotazioni botaniche, accompagnate da richiami al significato delle piante nell'antichità e impreziosita da brani di romanzi o da versi poetici di autori che cantarono la bellezza di determinati alberi.
Non mancano annotazioni, sempre correlate a questi vegetali, di fatti o eventi di cui Stern fu protagonista nel corso della sua vita, ma non si tratta di meri espedienti per allungare o vivacizzare la narrazione, bensì sono incisi funzionali a dimostrare che l'uomo deve convivere con la natura, nel pieno rispetto di questa, traendone benefici che le attuali generazioni ignorano completamente.
Con Mario Rigoni Stern la natura diventa la vera protagonista della narrativa e l'autore è sempre presente, perché umile parte di essa.
Particolarmente commoventi sono le ultime pagine dedicate al ciliegio, con la visione di una vecchia casa contadina, vuota e abbandonata, ora posta in vendita per costruire un condominio per i villeggianti, così che il vecchio ciliegio che nei pressi vi dimora da tantissimi anni e che porta le ferite della prima guerra mondiale sarà inesorabilmente abbattuto.
Nell'autore c'è l'autentico sincero dolore di Ljubov Andreevna quando è costretta a vendere i suoi amati alberi nel Giardino dei ciliegi di Cechov.
"Mio caro, dolce, meraviglioso giardino…Vita mia, giovinezza mia, felicità mia. Addio!...Addio."
Con il ciliegio di Asiago che verrà abbattuto se ne va un amico, un testimone e protagonista di gioventù, se ne vanno ricordi, emozioni passate, se ne va un pezzo dell'autore.
Leggere i libri di Mario Rigoni Stern non è solo un accrescimento culturale, ma è anche vivere dalla prima all'ultima pagina accanto a questo grande uomo e scrittore.

Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921 - 2008).
Ha scritto Il sergente nella neve (1953), Il bosco degli urogalli (1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di Tönle (1978) (Premio Campiello e premio Bagutta), Uomini, boschi e api (1980), L'anno della vittoria (1985), Amore di confine (1986), Il libro degli animali (1990), Arboreto salvatico (1991), Le stagioni di Giacomo (1995) (Premio Grinzane Cavour), Sentieri sotto la neve (1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre storie (2000), L'ultima partita a carte (2002), Aspettando l'alba e altri racconti (2004), I racconti di guerra (2006), Stagioni (2006).
Renzo Montagnoli


L’eleganza del riccio di Muriel Barbery ed.e/o

Romanzo-narrativa

Siamo a Parigi, in età contemporanea, in un elegante palazzo al numero 7 di rue de Grenelle, abitato da famiglie dell’alta borghesia. Un romanzo a due voci, da un osservatorio privilegiato, la guardiola della portineria, Renée vede passare la sua vita e quella dei lussuosi condomini e Paloma, una dodicenne ricca abitante dello stesso palazzo.

Renée, vedova 55enne, dall’aspetto sciatto e trasandato nasconde un’anima raffinata e colta, dalle letture filosofiche, di letteratura, d’arte, un tradimento costante del suo archetipo perchè nessuno degli abitanti del condominio sospetta. Dagli altri è vista come un complemento della guardiola alla quale vengono richieste le sue mansioni di portinaia, senza prestare alcunché di attenzione come persona. Solo la sua unica, amica, portoghese, Manuela comprende la bellezza del suo animo e la delicatezza dei comportamenti. Paloma, dotata di una acuta intelligenza, finge di essere una ragazzina dalla sottocultura comune a tanti, cercando di ridurre le sue prestazioni a scuola, giudica un disastro la vita degli adulti, come mosche sbattono sempre contro lo stesso vetro, si agitano, soffrono, si deprimono e stanca di vivere, ha programmato la sua fine. Queste due anime sensibili e accomunate da uno stesso sentire, incroceranno per un attimo le loro esistenze, condividendo medesime impressioni e sentimenti: trait d’union, il ricco e colto giapponese, Ozu che ne ha avvertito le loro vere essenze, senza lasciarsi ingannare dalle false apparenze. Una storia originale e ben orchestrata, in uno stile colto e distillato da considerazioni filosofiche e da una prosa caleidoscopica che trasmette suoni, colori ed emozioni. Il finale lascia amarezza e rimpianto per una vita spesa ai margini della società in cui la ricchezza d’animo e l’amore per la bellezza sono stati oscurati da un fato capriccioso e avverso. Il caso è prodigo per alcuni e per altri ignora i meriti e inibisce animi altamente nobili.

L’autrice è nata nel 1969 a Bayeux. Docente di filosofia, insegna all’IUFM di Saint-Lô. L’eleganza del riccio è il suo secondo romanzo. Pubblicato in Francia da Gallimard, in poco tempo ha scalato le classifiche, arrivando al primo posto e vincendo numerosi premi tra cui il Prix Georges Brassens 2006, il Prix Rotary International 2007 e il Prix des Libraires 2007.
Arcangela Cammalleri


Poesie d'amore di Nazim Hikmet Arnoldo Mondadori Editore
Traduzione e nota di Joyce Lussu
Poesia raccolta

Poeta e rivoluzionario Nazim Hikmet fu a suo modo un caso unico nella storia della letteratura, osteggiato in patria e osannato all'estero. Del suo impegno politico, della sua idea marxista ci sono ampi resoconti e anche pubblicazioni di opere specifiche, peraltro nemmeno in catalogo nel nostro paese, ma ciò che lo ha reso famoso e conosciuto in tutto il mondo sono le poesie d'amore, raccolte ora in un volume degli Oscar Mondadori nella traduzione originaria di Joyce Lussu.
Quest'opera è frutto di un lavoro assai lungo, tanto che raccoglie i testi scritti fra il 1933 e il maggio del 1963, comprendendo anche Il mio funerale, veramente splendido, con cui l'autore immagina la cerimonia a seguito della sua morte che avverrà di lì a pochissimo, il 3 giugno 1963.

Il mio funerale
Maggio 1963

……..

La finestra della nostra cucina mi seguirà con lo sguardo
il nostro balcone mi accompagnerà col bucato steso.
Sono stato felice in questo cortile, pienamente felice.
Vicini miei del cortile, vi auguro lunga vita, a tutti.


Una poesia in cui il commiato è più del morto che dei superstiti, forse un espediente scaramantico per chi già aveva un cuore malandato, ma anche una sintesi della vita dell'autore, con quelle fede nella libertà che mai gli verrà a mancare anche nei lunghi anni di prigionia in Turchia, durante i quali, guarda caso, ha scritto gran parte delle sue celebri poesie d'amore.

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.


Certamente questa poesia, che fa parte di Lettere dal carcere a Munevvèr, è d'amore, è una comunicazione di sentimenti all'adorata moglie, ma è anche un canto di libertà, giacché l'amore non può essere imprigionato se non dagli innamorati e quel riferimento al mare non ancora navigato è l'anelito a potersi nuovamente ritrovare liberi di scegliere la propria vita.

Il  messaggio si sublima tuttavia in questi versi che per me sono fra i più riusciti e in cui la passione, il desiderio e la speranza si fondono in un'ode all'amore.

Sei la mia schiavitù sei la mia libertà
sei la mia carne che brucia
come la nuda carne delle notti d'estate
sei la mia patria
tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi
tu, alta e vittoriosa
sei la mia nostalgia
di saperti inaccessibile
nel momento stesso
in cui ti afferro.


Ma se il carcere consente alla mente di fuggire grazie al ricordo dell'amore, anche il successivo esilio, senza l'adorata moglie, impone un'astrazione della mente per idealizzare un ricongiungimento con la persona amata.

Prima che Bruci Parigi
Parigi, 1958

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora temp0, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
vorrei una notte di maggio
una di queste notti
sul lungosenna Voltaire
baciarti sulla bocca

………

La raccolta comprende, oltre a Poesie d'amore, anche liriche di altro genere, fra cui dei poemetti e le altrettanto celebri Poesie sulla morte, un compendio quindi assai completo e la cui lettura è vivamente raccomandata per conoscere l'arte di Nazim Hikmet.

Nazim Hikmet (Salonicco, 1901 - Mosca, 1963). E' stato uno dei primi poeti turchi a usare il verso libero, ma la sua vita è stata un atto costante di fede politica (nel caso specifico nel marxismo), il che gli ha comportato una lunga detenzione nelle prigioni turche e poi l'esilio. Come poeta, ha avuto subito una larga notorietà in occidente, fama di cui gode ancor oggi.
Renzo Montagnoli


Eugenio Corti : " IL CAVALLO ROSSO " Tre volumi : 1° IL CAVALLO ROSSO ; 2° IL CAVALLO LIVIDO ; 3° L' ALBERO DELLA VITA - Edizioni Paoline - Milano - 2008 .

Attraverso le storie di un gruppo di giovani della Brianza del 1940 , coetanei dell' Autore e tra i quali si riconosce l' Autore stesso , Corti descrive in modo avvincente le speranze e le disillusioni della sua generazione , che dalla serenità e la spensieratezza degli anni trascorsi nella provincia lombarda si vide come " catapultata " nella guerra . I giovani protagonisti seguono ognuno un proprio percorso nei vari fronti in cui venne coinvolto il nostro Paese .
Vivi e nitidi ci appaiono così i caratteri di Michele ed Ambrogio , ambedue destinati al Fronte Russo ( il primo conoscerà il gelo e la fame dei " Gulag " ; il secondo , ferito durante la ritirata dalla Linea del Don , sarà ricoverato prima a Leopoli e poi in un ospedale italiano ) ; di Manno , , reduce da El Alamein , che riesce a tornare in Italia in barca insieme ad altri commilitoni scampati alla prigionia e si troverà poi a combattere sul fronte di Cassino contro i Tedeschi con il Corpo Italiano di Liberazione ; di Pino , che sceglierà la lotta partigiana aggregandosi alle formazioni " azzurre " tra la Lombardia e il Piemonte ...
La ricostruzione delle vicende storiche che fanno da sfondo ai protagonisti é scrupolosa ; e questo spiega la lunga " gestazione " della Trilogia , pubblicata per la prima volta dalla Casa Editrice Ares di Milano nell' estate del 1983 .
Particolare rilievo hanno le figure femminili di Alma , Colomba , Fanny : la descrizione dei sentimenti che per esse provano i giovani del Romanzo rispecchia una concezione pura e " cavalleresca " dell' Amore che molti oggi considerano superata , ma che certamente non é banale ed é interessante " riscoprire " .
La precisione descrittiva del Corti si rivela anche nel modo in cui riporta le varie espressioni dialettali regionali che si trovano nel Romanzo .

Eugenio Corti nasce a Besana , in Brianza , il 21 gennaio 1921 , primo di dieci figli , da genitori profondamente religiosi . Il padre Mario é un industriale tessile che concepisce il proprio lavoro come una missione per l' elevazione materiale e morale dei propri operai .
Frequenta il Liceo Classico al Collegio San Carlo di Milano .
Nel 1941 , nominato sottotenente di Artiglieria ,chiede di essere inviato in Russia per conoscere di persona la realtà del Comunismo , " gigantesco tentativo di costruire un mondo nuovo completamente svincolato da Dio , anzi , contro Dio ... "
Rimane in Russia fino al gennaio 1943 , quando ebbe inizio la grande ritirata dalla Linea del Don .
Dopo l'8 settembre 1943 raggiunge il Corpo Italiano di Liberazione a Brindisi , sede del governo provvisorio dell' Italia liberata . Questa esperienza sarà narrata nel libro autobiografico " Gli ultimi soldati del Re " ( 1994 ) .
Si laurea nel 1947 a Milano in Giurisprudenza .
Nel 1951 comincia a lavorare nell' industria paterna . Nel frattempo , si dedica ad un minuzioso studio , teorico e storico , del Comunismo , che culminerà nella pubblicazione dell' opera teatrale " Processo e morte di Stalin " , rappresentata nel 1962 .
Nel 1972 lascia l' attività imprenditoriale per dedicarsi alla Narrativa . Per ben tredici anni é impegnato nella stesura de " Il cavallo Rosso " .
Ultima sua fatica letteraria é il romanzo storico " Catone l' antico " .
( Notizie tratte dal sito web dell' Associazione Culturale Eugenio Corti : www.aciec.org )
Gianfranco Stivaletti


Il tesoro della Grancia e altre storie lucane di Donato Altomare Besa Editrice
Narrativa raccolta di racconti

Le leggende popolari hanno un'importanza fondamentale nella storia umana, perché consentono di tramandare, di volta in volta, il passato al presente,
radicando così nelle popolazioni la comune origine e in pratica contribuendo a creare un'identità culturale.
Spesso sono storie in cui vengono riflesse caratteristiche autoctone, unitamente ad ancestrali paure o a più contingenti desideri che sono propri di ogni essere umano.
Donato Altomare, eclettico narratore, con una naturale indole per la fantascienza (ha vinto per ben due volte il prestigioso Premio Urania), ha dalla sua un indubbio talento creativo che gli ha consentito di rielaborare in modo convincente antiche leggende della Lucania, arrivando a costituire una raccolta dalla gradevolissima lettura.
Le tematiche sono le più svariate, ma in ogni caso prevale l'elemento soprannaturale, la ricerca di simboli di innate paure, tanto più radicate in popolazioni semplici, la cui vita è legata soprattutto alla coltivazione della terra.
Si innestano così le descrizioni di boschi intricati, quasi inaccessibili tanto da assumere una veste magica, ma non mancano storie legate al brigantaggio meridionale, laddove a suo tempo coloro che ebbero il coraggio di ribellarsi alla dura dominazione sabauda furono bollati con l'appellativo di banditi, quando invece prevalentemente si trattava di autentici patrioti.
Le loro gesta, le loro figure assursero così nel popolo a veri e propri miti, ingigantendo imprese e velando di mistero la loro scomparsa.
Uno di questi ribelli è il protagonista del racconto Il tesoro della Grancia da cui è tratto il titolo dell'opera, ma ad essi è dedicata un'altra leggenda, ancora più coinvolgente (Ninco Nanco).
Il merito dell'autore è quello anche di vivificare queste saghe con presenze contemporanee di personaggi del passato, di modo che appare forte il legame fra ciò che è stato, ciò che è ora e, si spera, quel che sarà nel tempo a venire.
In tutto sono 11 racconti, con caratteristiche autonome, e che riescono a dare una rappresentazione assai interessante dello spirito di una popolazione. Si va così dal ricordo di "briganti" ai lupi mannari, dalla vendetta, postuma, di un povero marito morente a cui la moglie nega anche l'ultimo desiderio, fino a quello che per me è il migliore in tutti i sensi, percorso com'è da una vena poetica in alcuni momenti di tutto rilievo. Mi riferisco a L'organetto e la morte bella, una vera e propria chicca, dove l'esorcizzazione della "signora in nero" passa attraverso le melodie sublimi che escono dall'organetto del vecchio Rocco.
La lettura, assai agevole, è quindi sicuramente consigliata.

Donato Altomare nasce a Molfetta nel 1951 e vi risiede. È laureato in Ingegneria Civile presso l'Università di Bari ed esercita la libera professione.
Ha vinto due Premi Italia a San Marino e Courmayeur, il Premio Urania 2000 col romanzo inedito Mater Maxima, il Premio Urania 2007 con Il dono di Svet e nel 2005 il Premio Le Ali della Fantasia per l'inedito col romanzo Surgeforas.
Tra le varie pubblicazioni da ricordare i volumi Cuore di ghiaccio (La Vallisa, Bari 1989), La risata di Dio (Solfanelli, Chieti 1993), L'albero delle conchiglie (Milella, Bari 1994), Prodigia (Tabula fati, Chieti 2001), Mater Maxima (Mondadori, Milano 2001), Uno spettro, probabilmente (Mondo Ignoto, Roma 2004), E la padella disse… (Delos Books, Milano 2004), Il fuoco e il silenzio (Perseo Libri, Bologna 2005), Il tesoro della Grancia (BESA, Nardò 2005), Surgeforas (Tabula fati, Chieti 2006). Sono stati pubblicati all'estero: Cas je spiràla (tit. orig. Dolcissima Roberta, romanzo breve, Svet Fantastiky n. 1, Praga 1990); Il popolo del cielo (testo in cirillico, Gradina, Belgrado 1993); La casa degli scheletri (testo in cirillico, Gradina, Belgrado 1996).
Renzo Montagnoli


La virtù di Checchina di Matilde Serao Albus Edizioni
Introduzione di Aldo Putignano
Copertina di Paolo Cancello Tortora
Narrativa romanzo breve

Nel panorama letterario italiano di fine '800 - inizi '900, Matilde Serao trova la sua giusta collocazione quale scrittrice della piccola borghesia e del popolino. A queste due classi sociali ha dedicato la parte migliore della sua produzione, con accenti di particolare intensità per la povera gente, una sorta di verismo, ma con una particolarità: mentre il realismo è destinato agli oppressi, ai paria, ai nobili e ai ricchi riservava figurazioni irrealistiche, frutto non di un'esperienza diretta, ma di una visione di fantasia.
Sì, perché Matilde Serao si sentiva parte di quella piccola borghesia in cui era in effetti nata e non è un caso quindi se riesce a descriverla così bene, come anche in questo romanzo breve, intitolato La virtù di Checchina.
Assai apprezzata da Giosuè Carducci e da Benedetto Croce per le sue indubbie qualità di narratrice attenta a ricreare perfettamente le ambientazioni, sondando anche finemente la psicologia dei personaggi, questo testo breve, quasi un racconto lungo, ha caratteristiche tali da poterlo considerare un piccolo capolavoro, tanto più ove si tenga conto del fatto che la protagonista, per carattere, ma anche per aspetto fisico, è tutto il contrario di Matilde Serao, che invece era grossa, un po' tozza, chiassosa, ma anche sempre controcorrente (basti pensare che la sua opposizione alla prima guerra mondiale la rese invisa al fascismo e pregiudicò la possibilità di essere candidata al Nobel, che poi fu assegnato a Grazia Deledda).
La virtù di Checchina ha un tema che richiama tanto la produzione di Flaubert e verte sul contrasto fra lo squallore della vita borghese e il sogno di un'esistenza ben al di sopra delle proprie possibilità.
Non c'è la miseria dello splendido reportage Il ventre di Napoli, ma c'è tutta quella rassegnazione di una classe sociale di poco sopra l'indigenza, ma assai lontana dal mondo aristocratico, a cui mai potrà arrivare.
La figura di Checchina è disegnata con una maestria veramente eccezionale, frutto anche della delicata e profonda sensibilità dell'autrice, e il suo tentennamento fra il tradire il marito con un nobile o lasciare cadere le profferte amorose è così ben descritto al punto dal far nascere una naturale simpatia per una protagonista dall'apparenza tutto sommato anonima.
In effetti, quel desiderio di salire in cima alla scala per godere dei benefici di casta, altri non è che la verifica della propria condizione sociale, dell'impossibilità di permettersi abbigliamenti costosi per essere presentabile davanti a questo nobile. Nascono così una serie di idee, si sviluppano dei processi volti a ottenere almeno qualche cosa del tanto che le manca, ma quello che non sorge è l'amore, anzi Checchina è innamorata solo del mondo del Marchese di Aragona, il cui appuntamento galante rappresenta per lei solo la possibilità di concretizzare un desiderio.
Riuscirà l'incontro nell'alcova del patrizio? Non ve lo dico, per non togliervi il piacere di una gran bella lettura.

Matilde Serao (Patrasso, 7 marzo 1856 - Napoli, 25 luglio 1927).
Giornalista di valore, fondatrice con il primo marito Eduardo Scarfoglio de Il Corriere di Napoli e de Il Mattino, e, successivamente, con il compagno Giuseppe Natale de Il Giorno, ha una vasta produzione letteraria, da cui tuttavia emergono per qualità solo quattro opere: Il ventre di Napoli, Il paese di cuccagna, Suor Giovanna della Croce e, soprattutto, La virtù di Checchina.
Renzo Montagnoli


La vendetta del longobardo di Marco Salvador Edizioni Piemme

Narrativa romanzo storico 

Alcuni giorni fa ero in libreria a cercare un titolo che mi interessava e, guardando negli scaffali, ho trovato all’improvviso questo volumetto. Premetto che ho letto già i romanzi di Salvador non di genere storico (La casa del quarto comandamento e Il maestro di giustizia), ma mi era sempre rimasta la curiosità di poter conoscere almeno uno dei tre libri ambientati in epoca longobarda.
Per farla breve, ho smesso di cercare e ho acquistato unicamente La vendetta del longobardo.
Il romanzo, con le sue 427 pagine, risulta piuttosto corposo, ma la lettura è senz’altro agevole, oltre che veramente piacevole.
Il periodo affrontato dall’autore sono gli ultimi anni del regno longobardo (VIII secolo d.C.) e, fra l’altro, riporta la decadenza di un popolo che riuscì, abbastanza a lungo, a regnare sull’Italia. Ritroviamo così i re Astolfo e Desiderio, figure importanti nella storia, dotate anche di notevoli capacità, ma che nulla poterono per contrastare un declino naturale. Ci sono pure i grandi avversari, come Pipino e suo figlio Carlo e la politica assai terrena di una Chiesa romana sempre più votata al potere temporale.
In queste vicende, fra guerre, intrighi di corte, paci traballanti, emerge la figura del franco-longobardo Evaldo, la cui vita è improntata alla vendetta da compiersi contro il crudele Pipino. Se tutti gli altri personaggi sono esistiti veramente, questo penso sia il parto della fertile fantasia di Salvador. Tuttavia, è degna di nota la capacità di far assumere a questo protagonista una veridicità quale potrebbe esserci solo nel caso che fosse effettivamente vissuto, inserendolo in modo preciso nella vicenda e rendendolo di fatto il narratore della stessa.
Salvador non si è limitato a raccontarci la fine del regno longobardo, ma ha anche saputo ricreare le atmosfere, delineare, facendoli rivivere, personaggi di cui serbiamo memoria dai banchi di scuola, in un quadro d’insieme che ha il pregio non da poco di educare divertendo.
E così, pagina dopo pagina, comprendiamo che cosa accadde tanti secoli fa e anche il perché, un lavoro di ricerca che appaga lo storico e il lettore.
Quindi, La vendetta del longobardo mi è talmente piaciuto che, oltre a  raccomandarne vivamente la lettura, mi impegna a reperire anche gli altri due testi (Il longobardo e L’ultimo longobardo), che potranno così accrescere la mia conoscenza di un popolo che francamente conoscevo in modo approssimativo.

Marco Salvador nasce il 10 novembre 1948 a San Lorenzo di Arzene (PN), dove tuttora vive. Ha pubblicato numerosi saggi sulle comunità rurali nel medioevo e sulle giurisdizioni feudali minori. Inoltre ha scritto cinque romanzi: Il longobardo (Piemme, 2004), La vendetta del longobardo (Piemme, 2005), L’ultimo longobardo (Piemme, 2006), La casa del quarto comandamento (Fernandel, 2004) e appunto Il maestro di giustizia (Fernandel, 2007). 
Renzo Montagnoli


Giovanni Codovini - Urlo e geometria - Antonio Pellicani editore
Recensione a cura di Carmen Lama

Urlo e geometria è un libro interessantissimo e molto ben scritto. Il titolo così particolare è quello che desta la prima curiosità. Voglio lasciar scoprire il significato di questi due termini associati a chi avrà la possibilità di leggere questo libro e quindi non ne parlerò in questa breve recensione.
Il libro mi ha coinvolto molto e l'ho letto a ritmo serrato, per non perdere il filo del discorso. È densissimo di concetti e pieno di molta cultura. Mi è piaciuto molto perché mi ha dato occasione di vedere da un punto di vista meno problematico e più positivo, per esempio il pensiero di Nietzsche, pur restando di questo filosofo la difforme e deforme interpretazione che ne ha avuto, con le conseguenze forse implicite più nel tempo di allora che nel suo pensiero…
Ci sono moltissime citazioni e il libro spazia dalla filosofia, all'arte, alla poesia, alla storia, ovviamente, e il filo conduttore, che riporta in ogni capitolo e paragrafo alla tesi dell'autore (la nozione del tragico dell'età contemporanea) è sempre a fior di pagina. Potrebbe sembrare pessimistica ma non lo è, la tesi che informa tutto il libro: il tragico dell'età contemporanea, detta età dell'ansia, è infatti considerato in una accezione particolare, quella secondo cui solo dal negativo, dal dolore, dalla sofferenza, dalla disperazione (dal tragico, appunto) si possa passare al positivo, alla speranza.
L'autore, a supporto della sua tesi, analizza moltissimi testi filosofici, testi di letteratura ebraica e testi critici del pensiero di filosofi importanti, e sempre vi trova ampie giustificazioni per dipanare il significato che accompagna ogni gesto, ogni azione, ogni comportamento che ha luogo nel nostro tempo. È un modo per capire l'età in cui viviamo. Importantissimo è il riferimento di fondo alla catastrofe di Auschwitz e al silenzio potente che ne consegue. È un silenzio -deve essere un silenzio- che dice tutta la drammaticità di quell'evento ma, come silenzio assoluto, non avrà l'esito di lasciar morire il ricordo, piuttosto ne evocherà costantemente la tragicità. Solo nel silenzio, infatti, potranno emergere le parole, i significati. Nel caso specifico di Auschwitz però, nessun significato può essere rintracciato, e il silenzio dirà, urlandolo, tutto il dolore delle vittime e dei sopravvissuti e tutta la colpevolezza di cui si è macchiato tutto il genere umano. Il silenzio, dopo Auschwitz dirà l'indicibile, perché come con quell'evento si è prodotta una frattura insanabile nella storia, così si è prodotta una frattura nel linguaggio, che non avrà più alcuna possibilità di dire ciò che non è possibile tradurre in parole. Il capitolo del silenzio è davvero molto toccante. È filosofia teoretica, e filosofia del linguaggio che, dopo Auschwit, registra la sua sconfitta assoluta. Molto interessante è anche tutta l'analisi sul concetto di Dio. Con Auschwitz si registra non la morte di Dio, ma la sua impotenza e il suo essere nel mondo molto più presente di prima, nella sofferenza delle vittime di quei tragici fatti, ma anche nel silenzio degli ebrei e dei non-ebrei. Il Dio sofferente, "è quel bambino appeso alla forca" ed anche tutti quei volti muti, tragicamente silenziosi. Il nichilismo in cui s'è inabissato il pensiero contemporaneo proviene da questo evento innominabile, inesprimibile, ma diviene, nella tesi di Codovini, il punto di partenza per ricreare un mondo, il mondo in cui gli esseri umani portano su di sé tutta la responsabilità di quel che avviene. Responsabilità e libertà che provengono dall'abdicazione di Dio, dal fatto che Dio si è fatto da parte per far posto all'uomo, ma senza abbandonarlo, anzi standogli accanto e soffrendo con lui. Insomma, questo libro è essenziale per capire quel che accade nel nostro mondo. Ci sono anche molti riferimenti biblici, la cui interpretazione sostiene quanto l'autore vuole dimostrare.
Molto interessante anche il capitolo finale sul Pensiero della complessità e le relative teorizzazioni, in particolare il riferimento al testo di Edgar Morin, Introduzione al pensiero complesso. Quest'ultima parte conferma, ma su un piano più vasto, quanto Codovini ha sostenuto in tutto il suo libro: vengono, infatti, individuati nell'epistemologia e nella scienza contemporanea i temi di fondo affrontati, in quanto essi consentono di interpretare l'età contemporanea come età del tragico, dell'incertezza e dell'ansia. "Però, di un'ansia riscattante", sottolinea Codovini. In tal modo conferendo al suo libro un carattere positivo, in quanto rivela, con un'analisi critica rigorosa, le caratteristiche che identificano il nostro tempo e da esse, pur a partire dalla loro negatività, fa discendere come possibile conseguenza il riscatto, appunto, la speranza, il positivo, la consapevolezza.
Emerge dal testo una vasta cultura dell'autore, Giovanni Codovini e la sua capacità di trarre una tesi così coerente ed anche piena di speranza per il nostro futuro, da moltissimi testi consultati/letti. La sua bravura è anche nel modo di scrivere, che è molto coinvolgente. Ogni frase è un piccolo trattato a sé. L'utilizzo di termini addirittura poetici in molti casi fa di questo libro una bella ed importantissima "guida al sapere".
Unico rammarico è però il fatto che il libro non sia più in commercio.
Carmen Lama


Rivoli di donna di Gloria Venturini
Prefazione di Paolo Santato
Edizioni Nuovi Poeti
di Gianpiero Grasso

Mi vestirò

Vestita di sole,
camminerò tra verdi giardini,
vestita di luna,
andrò tra i sentieri dei sogni.


Inizia così Rivoli di donna, pochi versi che delineano la personalità dell'autrice, che di giorno, pur essendo occupata dal lavoro e dalla famiglia, riesce a osservare ciò che la circonda con la sensibilità propria del poeta, a cui lascia ampi spazi nel silenzio della notte, quando il soffuso chiarore della luna imperla le idee e le emozioni trasformandole in versi.
Non ci troviamo di fronte a una silloge tematica, ma a una raccolta di alcuni testi, con argomenti quindi anche assai diversi fra di loro.

L'introspezione, quello scavare dentro se stessi, trova una felice trasposizione in Nulla echeggia (Grido senza suono / assediata / dall'impotenza / schiacciata / dal peso asfissiante / della realtà. / Un grido senza voce / oscura questo cielo, già nero / rincorre impazzito / un'eco lontana, / dispersa nel tempo, / nella memoria. / …), oppure in Una goccia di mercurio ( E' una goccia di mercurio / la personalità, / ad ogni caduta / si stacca in mille frammenti. /…).
Mi sembra opportuno evidenziare che, accanto alla ricerca di quanto di più nascosto e recondito alberga nel suo animo, frutto di metabolismi intellettuali, voci udite e sepolte per tempi migliori, assai felice è il ricorso a immagini esaustive non fini a se stesse, che tendono a dare corpo al verso, creando un'atmosfera surreale propria di quell'andare tra i sentieri dei sogni.
Nel rapportarsi con l'esistenza, con il ciclo della vita il ricorso alla metafora si estrinseca in immagini per nulla ridondanti, ma che confluiscono nel concetto con particolare leggiadria, come in Rosa d'autunno (Fragile e stanca / rosa d'autunno / affidi i tuoi petali / al tenero abbraccio / vellutato del vento, / un leggero volteggio, / un'ultima danza. / …).
Né poteva mancare una tematica d'obbligo come l'amore e qui Gloria Venturini, più che traboccare di passione, di traslare poeticamente una carnale attrazione, stempera il sentimento con una soffusa malinconia, ci rende partecipi di un anelito sospeso fra sogno e realtà, un'immagine che si fissa nell'animo più che negli occhi (da Speranze d'amore:
Prenderò gocce di rugiada / e le sostituirò alle lacrime amare / che imperlano i tuoi occhi. /…
).
Un altro tipo d'amore, per quanto analogo, è rivolto ai figli, con la genitrice che permea del suo sentimento i versi con una intuizione creativa di rara bellezza ( da Voi siete in me: …./ Io sono in voi, / un cerchio di vita / abbraccia l'infinito, / il mio spirito dimora / nel vostro cuore. /…).

Come potrete comprendere non si potrebbe descrivere meglio Gloria Venturini di quanto non abbia fatto lei con i versi di Mi vestirò, un essere umano in eterno contrasto fra la realtà in cui cerca di scorgere le poche luci e la poetessa che nel buio della notte riesce a vedere se stessa.
Rivoli di donna, sentimenti, emozioni, riflessioni e ricerca di dialogo, una silloge assolutamente da leggere.

Gloria Venturini ha ideato e organizzato la prima e seconda edizione del Concorso Internazionale di Poesia e Prosa, "L'arcobaleno della vita" della Città di Lendinara, giunto alla quinta edizione, del quale è anche il Presidente della giuria. Collabora con il Centro Studio di Torino, come giurata nei concorsi letterari. Le sue opere sono state pubblicate in molte antologie, su siti internet, dove ha ottenuto l'interesse dei lettori.
Ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie nel febbraio 2003: Camminando tra i giardini dell'anima, seguita già nel giugno dello stesso anno dalla seconda edizione della predetta silloge poetica e da un volume antologico di racconti intitolato L'arcobaleno della vita.
Ha inoltre ottenuto numerosi premi e riconoscimenti in concorsi nazionali di poesia, fra i quali ricordiamo, omettendo per brevità gli altri pur significativi risultati, solo i primi posti:
Premio del Triveneto Città di Lonigo con la poesia Coriandoli di ricordi;
Concorso Internazionale I Colori delle Donne di Ascoli Piceno con la poesia Tra le mani stringevi ancora cotone;
3° Edizione del concorso i Fiori 2003 - Edizioni I Fiori di Campo (PV) con il racconto Ai bordi della vita;
Don Lelio Podestà di Chiavari (GE) sezione narrativa;
Concorso del triveneto Città di Lonigo 2004 con la poesia Come una quercia;
Premio Internazionale Valeria di Cittaducale 2005 di Rieti con la poesia Il cancello dell'infinito.
Renzo Montagnoli


L ' A r c a  D i  N o è
di Claudio Manduchi
Edizioni Agèmina
Collana: Paesi, fatti, personaggi (Il viaggio)

Fra i tanti fatti riportati dall'Antico Testamento c'è anche il diluvio universale, da cui si sarebbe salvato solo Noè con la sua famiglia e con numerosissime specie di animali, tutti insieme imbarcati su un vascello chiamato appunto l'arca di Noè.
E' logico chiedersi se non si tratta di una leggenda, ma di un fatto realmente accaduto e per far questo l'unica possibilità è quella di andare a cercare i resti di questo bastimento.
E' quello che fa Claudio Manduchi in questo volume non solo di viaggio, ma anche didattico.
Partito dal Santuario di San Romedio in Val di Non, il professore di fisica generale dell'Università di Padova si reca in compagnia di altri studiosi in Medio Oriente, nei luoghi sacri alla Bibbia.
Così, dal Monastero di Santa Caterina al Monte Ararat di svolge un viaggio avventuroso, con bellissime descrizioni dei posti e con una non indifferente capacità di ricreare l'atmosfera di luoghi dai nomi già noti, ma che magari non abbiamo mai avuto l'occasione di visitare: Petra, il Mar Morto, Hebron, Gerusalemme, solo per citarne alcuni.
Nello scorrere le pagine della Bibbia troviamo così descritti eventi spesso incomprensibili di cui l'autore cerca di trovare una spiegazione scientifica.
Sembrerebbe, pertanto, a un primo superficiale esame che Manduchi tenda a contestare la mano divina all'origine dei fatti, ma non è così, perché molto opportunamente - e in ciò concordo - tiene separato l'aspetto religioso, alla cui base c'è solo la fede, da quello scientifico, frutto delle conoscenze maturate dall'uomo nel tempo.
Così troviamo spiegazioni logiche di eventi che sembrano miracolosi, pur restando tali, in quanto l'ordine generale dell'universo è comunque presieduto da un'Entità Suprema; ciò che è frutto di conoscenze scientifiche può essere considerato esso stesso un miracolo, perché risponde a leggi fisiche e/o chimiche che presiedono l'universo.
Anche se un giorno arrivassimo a comprendere il perché di ogni cosa nulla scalfirebbe il miracolo di un sistema troppo grande per essere compreso.
Penso che sia naturale la curiosità di sapere se i nostri viaggiatori hanno poi trovato l'arca di Noè, se Manduchi, nei panni di Indiana Jones, combattendo fra feroci beduini e mille pericoli è riuscito a calcare i ponti del vascello biblico.
Al riguardo non dirò nulla, perché l'avventura è veramente avvincente e anticipare la conclusione sarebbe un cattivo servizio per il lettore.
Concludo dicendo che consiglio vivamente questo libro, perché non è frequente la possibilità di imparare divertendosi.

Claudio Manduchi, nato a Trento il 10 maggio 1924, già Ufficiale di Marina nell'ultimo conflitto, ha seguito la carriera accademica presso la Cattedra di Fisica dell'Università di Padova fino a raggiungere l'ordinariato, quale Professore di Fisica Generale.
L'attività scientifica concerne essenzialmente la Fisica Nucleare, dallo studio dei Raggi Cosmici alle ricerche sulle reazioni di particelle nucleari accelerate. Recentemente si dedica a indagini sulla Fusione Nucleare Fredda.
Molteplici le pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali.
Per l'Agèmina ha pubblicato due libri di successo: Antimateria (2006), e La Tavola Smeraldina (2007).
Renzo Montagnoli


Il Meridiano di Maribruna Toni
Opera poetica
a cura di Gordiano Lupi
L'immagine di copertina è
di Elena Migliorini
Casa Editrice Il Foglio Letterario
Collana Autori Contemporanei Poesia
Direttore Fabrizio Manini

Maribruna Toni, il piacere della scoperta

Circa un mese fa, o poco più, nel corso di una conversazione con l'amico Gordiano Lupi, noto scrittore e dominus della casa editrice Il Foglio Letterario, a un certo punto è emerso qualche cosa che teneva dentro e che aveva necessità di parteciparmi. Mi ha detto: - A metà luglio sono 10 anni che è morta Maribruna Toni e per ricordarla e per far conoscere agli altri quanto era brava ho deciso di pubblicare un Meridiano, sì come quelli della Mondadori, un'opera omnia di tutta la sua produzione. Che ne pensi?
Ho risposto che mi sembrava un'ottima idea, nascondendo che in verità nulla sapevo di Maribruna Toni. Ho provveduto, però, subito a colmare la lacuna, facendomi mandare due sue sillogi e un'anteprima del Meridiano.
Il tempo tiranno mi ha impedito di porvi mano appena ricevute, ma quando alcuni giorni fa ho cominciato a sfogliarle è accaduto un fatto strano. Verso dopo verso le pareti del mio studio si sono lentamente aperte per svelarmi squarci di mare e di monti (Rimpianto d'onde, di sale e di tempeste / e invece ha solo un mare di foreste. / Del vento di bufere e di bonacce: ora ha solamente picchi e rocce…).
E' stato tutto un susseguirsi di immagini, di sensazioni, che dapprima mi hanno travolto per poi lentamente coinvolgermi mentre la lettura procedeva. L'impressione era di essere presente sulla scena, di udire il rumore del mare, di sentire la brezza che lentamente mi avvolgeva (Dondolavano le barche / lasciate illanguidire / nel borbottio del mare, / ascoltando lo sciacquio / della risacca.)
Questa capacità di rendere in parole l'immagine, ma più ancora l'emozione provocata dalla stessa è indubbiamente rara e di grande effetto, ma non sarebbe di impatto emotivo se non fosse accompagnata dall'equilibrio armonico dei versi, invece sempre presente nelle poesie di Maribruna Toni, con una sua regola di metrica che le consente perfino di non rendere leziosa una lirica di 34 versi caratterizzata dalle rime baciate (Eran rimasti stracci scomposti / poveri resti di mondi nascosti / sotto le coltri di una speranza / che ammuffiva in squallida stanza.)
Questo rincorrersi di paesaggi con una trasposizione onirica ha un suo preciso significato, vale a dire l'autrice si avvale della metafora per rapportarsi con il mondo che la circonda e con la vita (Ho spezzato i cordami dell'ormeggio, / recisa la catena d'ancoraggio), in una serie di esperienze che sono di fatto vere e proprie fini e rinascite, come se il percorso dell'esistenza non fosse una linea retta, o una parabola, ma una serie ondulatoria che richiama le onde di quel mare tanto amato.
C'è però anche a volte una malinconia diffusa, un senso di isolamento, tipico dei poeti, che trova felici espressioni di rara bellezza (Il silenzio / congela in un cartoccio / di ghiaccio / il cuore.).
E in queste occasioni la mente corre a misurare la propria dimensione con quella dell'infinito, a riflettere sull'esiguità del tempo della vita rispetto all'eternità (Ma se guardi / quello che sta sotto / le creste dei cavalloni, / trovi l'oceano / con il suo mistero / oceano eterno / sempre in moto, / senza tempo.)
E' sempre quel mare che accompagna il poeta e che rappresenta il fluire del tempo, incessante e infinito, un mistero che affascina e sgomenta, ma che anche consente di sognare, di superare le barriere degli uomini e della natura, di vivere in un'altra dimensione in un continuo rincorrersi di domande e di risposte, per ascendere, o almeno tentare, all'assoluto. Maribruna infatti ha una sua intensa religiosità, una sintonia perfetta con il creato, una fusione di algida bellezza ( E' assurdo che vi sia ancora colore! / Il colore è l'essenza della vita…/).
La vita, cosi amata l'ha lasciata la notte del 15 luglio 1998, ma già in una sua poesia è presente una vaga sensazione di questo abbandono, peraltro del tutto naturale, ma nel caso specifico quasi profetica ( Ho sognato una notte / che morivo alla vita. / Ho sognato nel buio / che con un solo / batter di palpebre / avevo detto basta. /…).
Chissà quanti altri bei versi avrebbe potuto scrivere, chissà quante risposte avrebbe fornito ancora il suo mare (Dentro a un vaso / ho rinchiuso la tristezza. / Ho messo dentro a un sacco / la dolcezza. / Dentro a uno scrigno questo mio candore. / Chiusa in un'urna / insieme alle mie ceneri / ho imprigionato la speranza / d'ieri, d'oggi, domani. / E ho buttato tutto a mare: / Scrigno, ceneri, urna, / vaso, il sacco / sono rimasti lenti a galleggiare. / Tristezza, poi dolcezza, / questo mio candore / e la speranza / son troppo lievi/ troppo poca cosa / per affondare.).
Del resto era in grado di affrontare diverse tipologie di tematiche, molte delle quali potrebbero essere definite esistenziali e nel suo caso erano una vera e propria ricerca di risposte a perché che esulano dalla contemporaneità, ma sono sempre quegli irrisolti su cui l'uomo, dalle sue origini, tende a cimentarsi; ebbene, dimostrando una notevole arguzia e, soprattutto un'invidiabile autoironia, riesce da dare plausibilità là dove c'è incertezza (Un infinito. / Un punto. / L'universo. / E l'uomo. / Homo Sapiens. / Ma Sapiens in che senso?.).
Questo Meridiano, pertanto, non ha il valore di una semplice commemorazione, ma ridona vita al talento di Maribruna Toni.
Nello stesso sono ricomprese quattro sillogi già edite, cioè Le vele, i voli, i veli (Libroitaliano, 1997), unica antologia pubblicata in vita , L'urlo si fa silenzio (Traccedizioni, 1999), Un sogno smarrito (Il Foglio Letterario, 2001) e Rimpianto d'onde, di sale e di tempeste (Il Foglio Letterario, 2003).
Inoltre in appendice riporta una raccolta di Poesie ritrovate e si chiude con L'occhio incantato, una lirica che riassume in pratica tutto il pensiero filosofico-religioso dell'autrice. Non mancano, peraltro, anche due recensioni di Gordiano Lupi a Le vele, i voli, i veli e a L'Urlo si fa silenzio e una stupenda poesia scritta dallo stesso Gordiano Lupi il 20 marzo 2000 e dedicata alla poetessa scomparsa.
Devo dire che per me la poesia di Maribruna Toni è stata una vera e propria scoperta, un piacere nella lettura che saliva dalle pagine che non profumavano più di carta, ma di salmastro, di resina, di maestrale.
E' incredibile quanto possano fare dei versi e supera ogni immaginazione l'idea che grazie ad essi altri uomini avvertiranno le emozioni provate a suo tempo da una persona ormai scomparsa.
Questa è la vera magia della poesia, perché fa rivivere in noi chi non c'è più.
Renzo Montagnoli


La Morte fra la Piazza e la Stazione
Storia e cultura politica del terrorismo
in Italia negli anni '70

di Domenico Guzzo
Edizioni Agemina

Saggio storico

Nella storia del nostro paese c'è stato un periodo, che va dal 12 dicembre 1969 al 2 agosto 1980, in cui la vita era diventata un optional. Uscivi per andare al lavoro nel timore di non fare poi ritorno a casa, la nazione viveva poi in una specie di stato d'assedio, con frequenti attentati, esecuzioni mirate in pieno giorno, insomma una sorta di incubo che accompagnava le giornate. Già allora si parlava di eversione nera e di eversione rossa, di un terrorismo che sembrava perfino protetto in alto loco. Tutto è iniziato quel 12 dicembre 1969 con l'attentato alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano ed è finito a Bologna il 2 agosto 1980 con un'autentica strage nella stazione ferroviaria.
Ci sono immagini che non potrò mai dimenticare, macerie avvolte in una nube di polvere, le urla dei feriti, lo strazio dei morenti, cittadini semplici come noi, in attesa di partire per le vacanze o dell'arrivo di congiunti in quel caldo agosto del 1980.
Ebbene, al di là di quanto accaduto in quel tragico periodo, senza voler nemmeno pensare all'orrore, ciò che sgomenta di più è che nessun colpevole è in galera, finendo con l'avvalorare le ipotesi che allora la gente comune formulava e cioè di una strategia della tensione, in cui un unico burattinaio muoveva a suo piacimento sia i terroristi neri che quelli rossi.
Sono passati quasi ventotto anni da quel 2 agosto 1980, dalla fine di quella scia di delitti e oggi ancora sappiamo ben poco.
Per fortuna che è uscito questo bel libro di Domenico Guzzo, un'opera per certi versi straordinaria e indispensabile per ricordare affinché certe cose non accadano più e per approfondire il discorso, le ricerche, per fare un po' più luce in una buia verità.
L'autore è riuscito a scrivere un saggio di notevole completezza e ben strutturato organicamente.
Infatti nulla è stato trascurato e il quadro che ne risulta delinea una situazione sotto tutti gli aspetti possibili, dalla politica di quegli anni dell'egemone americano, alle culture politiche di destra e di sinistra, alla storia dei gruppi armati, agli studi di caso, alle conclusioni e perfino a due illuminanti interviste ad altrettanti magistrati.
Ne risulta un testo di grandissima qualità, indispensabile sia per conoscere quel periodo sia per mettere mano ad altri studi sullo stesso.
Non manca proprio nulla, nemmeno pagine dedicate al fallito golpe di Junio Valerio Borghese oppure a una trattazione incisiva ed esauriente del sequestro di Aldo Moro.
Alla fine della lettura non c'è da attendersi la notizia clamorosa, tanto per intenderci quella che fa il nome o i nomi delle menti di questa folle strategia, perché questo è tuttora impossibile, per quanto, soffermandoci sui vari punti, qualche idea abbastanza plausibile può essere fatta, anche se si tratta ancora di ipotesi non verificabili, anzi temo che mai si potrà sapere con certezza nemmeno fra un secolo.
Tuttavia, per chi ha vissuto quel periodo e per chi invece non era ancora nato, questo libro rappresenta una provvidenziale fonte di conoscenza.
E proprio per questi motivi non solo è opportuno, ma è addirittura indispensabile leggerlo.

Domenico Guzzo nasce a Losanna (Svizzera) nel 1982 da una famiglia di emigrati meridionali, e cresce in un piccolo villaggio del basso Cilento. Trasferitosi a Forli', diviene direttore di una piccola pubblicazione a diffusione intrastudentesca e Curatore di un fortunato cineforum universitario. Laureatosi in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università Alma Mater Studiorum di Bologna - Sede di Forli', si occupa dapprima di politiche migratorie comunitarie a Bruxelles, per poi passare alla sezione eventi cinematografici e culturali dell'Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia.
"La morte fra la Piazza e la Stazione" è il suo primo libro.
Renzo Montagnoli


I miei amici. Diari (1968 – 1970) di Luisito Bianchi Sironi Editore

Collana indicativo presente
Narrativa diaristica

La messa dell’uomo disarmato, il bellissimo romanzo di Luisito Bianchi, non avrebbe potuto esistere se non ci fosse stato un periodo di esperienza, non tanto a contatto con il mondo, ma essendo parte integrante di esso.
L’umile sacerdote cremonese realizza questa sua discesa nei problemi concreti di ogni giorno diventando operaio, per sostentarsi, ma, soprattutto, per comprendere.
Questo suo apparente ritorno alla laicità è il mezzo per rispondere ai dubbi della fede, ma è anche la concretizzazione di quel grande valore cristiano che è la gratuità.
Sono più di 800 pagine quelle de I miei amici. Diari (1968 – 1970) e chi si aspetta di leggere un romanzo con tanto di trama se lo scordi subito.
Giorno per giorno Luisito Bianchi ha annotato sul diario le impressioni della sua esperienza di prete operaio e talvolta queste si ripetono, anche con sfumature diverse, perché l’avvicinamento all’assoluto di un’anima avviene necessariamente per gradi.
Il rapporto fra fede e chiesa, fra uomo di fede e uomo parte della comunità degli altri uomini, anzi di una categoria sempre disagiata quale quella operaia, sono i temi che vengono alla luce e donano corposità e valenza all’opera, perché sono del tutto veritieri e reali.
I problemi di ogni giorno, materiali per gli operai, soprattutto spirituali per Luisito, scorrono in queste pagine come rivoli, torrentelli che poi vengono a confluire nel grande lago della rivelazione di un servo di Cristo che del suo verbo ha fatto l’unico modo di vita, povero fra i poveri, oppresso fra gli oppressi, paria fra i paria.
Ne emerge un quadro personale di grande spiritualità,  ma anche una visione del mondo operaio di quegli anni, non sfiorato dal ’68, come mai era stata realizzata.
Senza indulgere ad atteggiamenti politici Don Luisito porta la sua parola fra  i lavoratori, una parola fatta di esempio, di amicizia, di condivisione, e a sua volta riporta a noi le parole spesso mute di un’umanità sofferente, ma dignitosa, uno scambio di lealtà che sancisce quell’eguaglianza di uomini che solo l’egoismo di pochi ha soffocato.
Da leggere senz’altro e da far leggere, perché è un’opera unica di grande valore storico e spirituale.

Luisito Bianchi è nato a Vescovato nel 1927 ed è sacerdote dal 1950. È stato insegnante e traduttore ma anche operaio, benzinaio e inserviente d’ospedale. Ora svolge funzione di cappellano presso il monastero di Viboldone (Milano). Ha pubblicato: Salariati (1968), Gratuità tra cronaca e storia (1982), Dittico vescovatino (2001), Simon mago (2002), Dialogo sulla gratuità (2004) e Monologo partigiano (2004). Sironi ha pubblicato Come un atomo sulla bilancia e La messa dell’uomo disarmato, il suo grande romanzo sulla Resistenza, elogiato da critica e pubblico.
Renzo Montagnoli


Zcome Amore di Aa. Vv. Albus Edizioni
Prefazione di Irene Caliendo
Collana Le parole per te
Antologia di poesie d'amore

La Albus Edizioni ha nella sua linea editoriale la pubblicazione di antologie di racconti e di poesie scritti da diversi autori. Si potrà obiettare che questa scelta è dettata da motivi di vendita, perché i singoli artisti tendono ad acquistare una o più copie dei volumi in cui sono presenti i loro lavori. Rispondo che non c'è nulla di strano, perché l'editore deve pur vivere, e non solo il metodo è ben diverso da quello delle pubblicazioni a pagamento, ma consente di porre all'attenzione dei lettori autori altrimenti sconosciuti e invece meritevoli di attenzione.
E' il caso di questa antologia di poesie d'amore, in cui è presente anche una mia lirica (Solo le labbra) e, infatti, per ovvi motivi deontologici non la citerò più.
Preferisco invece evidenziare il fatto che la curatrice Irende Caliendo ha saputo scegliere testi di buona levatura e fra questi alcuni meritevoli, a mio giudizio, di particolare attenzione.
Mi riferisco alla veritiera e amara "Ricordo" di Avrionova Nadejda, alla riflessiva "Fuoco Fatuo" di Loredana Cappellazzo, alla religiosa "Sabato Santo" di Domenico De Ferraro, alla concreta, e pur soave, "Mare" di Michael Liam Gibbs, alla figurativa "Si inseguono le onde" di Francesco Satanassi, alla malinconica "Ci sono giorni così" di Gino Zanette, all'intrepida "Dentro te" di Giuseppe Bianco.
C'è poi un'altra poesia che, sempre secondo la mia opinione, è forse la migliore di una raccolta già di per sé assai valida ed è "A quest'ora" di Paolo Sangiovanni.
Pensate che l'autore non è certamente giovane, essendo nato nel 1930, ma i suoi versi sono di una quieta freschezza veramente invidiabile.
In questa poesia, non a caso sottotitolata "Gli innamorati sessantenni", la passione sfuma nell'affetto e l'amore è un reciproco scambio di sogni.
Insomma, è proprio una bella antologia, di piacevole lettura, e poi l'amore non ha tempo, è sempre di moda, perché è vita.
Renzo Montagnoli


Frecce e pugnali di Nicola Vacca  Edizioni Il Foglio

Introduzione di Giordano Bruno Guerri 

In copertina “Spaziale” di Lucio Fontana

Collana Autori Contemporanei Poesia

Diretta da Fabrizio Manini

Poesia Aforismi

L’aforisma (o aforismo) è una frase breve che, tuttavia, riesce a concentrare un sapere di carattere filosofico o morale.

Per quanto creati anche in passato, la loro diffusione si è incrementata in modo notevole a partire dalla seconda metà del XX secolo, con numerose pubblicazioni di raccolte di aforismi di autori diversi, insomma delle vere e proprie antologie.

Più raro è il caso di libri costituiti da queste massime a opera di un solo autore e fra questi rientra Frecce e pugnali di Nicola Vacca, già conosciuto come poeta e come critico letterario.

Come precisa giustamente l’autore, nel corso dell’intervista che gli ho fatto in concomitanza con l’uscita di quest’opera, l’aforisma è un modo efficace per essere ironici e divertenti, ma è anche, nel caso specifico, un mezzo per scuotere e far pensare una società che sembra vivere in una sorta di limbo, avulsa da una concreta realtà, prigioniera di un’illusione propinatale e che ha recepito volentieri: vivere senza esistere.

E così Vacca ci trascina in un vortice di punzecchiature mentali sulle quali pare impossibile non sentire la necessità di riflettere, mettendo in discussione le nostre convinzioni, frutto di anni di martellanti lobotomie tese al nostro annullamento, volte a toglierci quella innata capacità di raziocinio.

Perché vi ostinate a pregare un Dio che non porge mai l’altra guancia quando deve  diffondere nel mondo il bene? Che è poi il motivo fondamentale  per cui l’essere umano gli è ciecamente devoto.

Oppure

In ognuno di noi c’è un ribelle. Abbiamo talmente paura di credere nelle nostre potenzialità, che amiamo  contaminarci  con il mito dell’uguaglianza.

Oppure ancora una stilettata come questa:

L’imbecillità  incontra sempre il favore degli dei. Dio incontra il favore degli imbecilli.

Non c’è che dire, perché ci troviamo di fronte a delle vere e proprie perle di saggezza e quel che è più interessante è che scavano dentro, incidono fino in fondo, pongono immediatamente dei quesiti che fanno vacillare teoremi che crediamo innati, ma che ci sono stati subdolamente imposti.

L’ avvento di un dio è un luogo comune che impedisce di pensare.

Ce n’è poi una che mi trova concorde al 100% perché è da tanto tempo che vado ripetendo certe cose, tanto da metterle anche in poesia, ed è questa:

Il ventesimo secolo è morto sotto i colpi dell’Utopia. Il ventunesimo lo sta assassinando una decadenza che non ha eguali nella Storia.

Bruciante, nella sua verità, è poi la seguente:

 Nella  società della comunicazione  l’unico dialogo fecondo è quello con la nostra solitudine.

Diviso in una sorta di capitoli, o meglio ancora di oggetti (Alfabeto della crudeltà, La perfezione del male, Allegria del terrore, Dio e lo scettico) questo libro è tutto da meditare e se anche solo dovesse farvi sorridere sarebbe la prova che ha comunque raggiunto il suo scopo.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza vive  a Roma . È  scrittore, opinionista , critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. Dirige le pagine culturali del mensile www.confronto.it. Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea.  Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Nel bene e nel male(1994), Frutto della passione (Manni, 2000), La grazia di un pensiero(Prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta(Manni, 2003),  Civiltà delle anime(Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (Prefazione di Sergio Zavoli, Manni, 2006), Ti ho dato tutte le stagioni(prefazione di Antonio Debenedetti, Manni, 2007)
Renzo Montagnoli


Lungo la strada di Aa. Vv. Historica – Edizioni Il Foglio

A cura di Francesco Giubilei

Narrativa antologia di racconti

Fortemente voluta da Francesco Giubilei per ricordare il primo anno del magazine “Historica” e la riuscita unione con la rivista “Il Foglio Letterario” (ma anche e soprattutto, come precisa lui stesso nell’introduzione, per celebrare tutti i collaboratori che con passione hanno sempre inviato i loro lavori, consentendo la realizzazione della rivista), Lungo la strada è un’antologia di racconti di diversi scrittori, quanto mai variegata nelle tematiche e negli stili, così da costituire un insieme che non potrà deludere il lettore, avendo sempre la possibilità di trovare, fra i lavori, quelli di maggiore gradimento. Il merito è anche del curatore, Francesco Giulibei, presente peraltro con un brano che dà il titolo all’opera.
Poiché si tratta di un’antologia mi limiterò a evidenziare le caratteristiche di ogni racconto, così che chi legge possa avere un’idea di questo interessante volume.

Notti d’agosto, di Elisa Ramazzina
Sul filo dei ricordi, con la memoria di un congiunto che non c’è più se non nel cuore di chi è rimasto.

Nabo e Polidoro, di Pacifico Bartolomeo Paolo
Un sogno, o meglio una serie di sogni, con l’evanescenza tipica di tutto ciò che è onirico.

Il segreto di Caterina Carmon, di Renzo Montagnoli
Una vocazione imposta per necessità, i giorni uguali fra le fredde mura di un convento di clausura, una pulsione naturale che si trasforma in un erotismo spirituale.

Il più vile tra i vili, di Luciano Cacciavillani
Il compito degli assistenti sociali e la forza delle idee insita nella letteratura.

Il pozzo, di Marco Mazzanti
Una metafora delle nostre paure inconsce.

Bazar di colori, di Selena e Arianna Mannella
Un viaggio in India fra anime inquiete in cerca di pace.

Breve istante di emozione in un albergo del centro, di MariaGiovanna Luini
Un incontro, forse anche un po’ di vero amore, ma fugace, breve come un sospiro.

Torre di guardia, di Francesco Jonus
In un’atmosfera tenebrosa alla caccia di un mostro misterioso.

Le perle di resina, di Fiorenza Aste
Nella valle dell’Adige, fra Teroldego e Tebro, in una cantina.

 Lo spazzino, di Massimo Burioni
Il destino è dietro l’angolo: basta non voltare e tutto andrà bene.

Marguerite, di Marco Marchese
Racconto di finissima introspezione, un’analisi che rifugge dai luoghi comuni per restituirci un’immagine di eccelsa purezza.

Palline da flipper, di Francesco Dell’Olio
Una festa a dir poco movimentata, un sogno, o meglio due sogni a lungo coltivati e in un attimo infranti, ma con il risvolto positivo di un cambiamento radicale.

Un giorno ti alzi, di Barbara Gozzi
Il vero senso della vita quando questa (nel caso specifico quella di una persona che conosci) è minacciata da una grave malattia; una riflessione acuta e veritiera.

Lungo la strada, di Francesco Giubilei
Un grande amore descritto con mano leggera, ma sicura, e con un folgorante finale che fornisce più di una possibile interpretazione.

Personalmente, ma è una questione di gusto, quelli che mi sono piaciuti maggiormente sono stati Notti d’agosto, Marguerite, Un giorno ti alzi e Lungo la strada, racconti che, se pur diversi, sono tutti accomunati da un apprezzabile equilibrio fra originalità, contenuto e stile.
Comunque anche gli altri sono più che meritevoli di lettura e pertanto non posso che caldamente consigliarvi questa bella antologia.
Renzo Montagnoli


L'amore negato Violazione dell'amore di Dunja Torroni  Edizioni Il Foglio Letterario
Prefazione di Guido Pedrojetta
In copertina "Gouligou"
di Malu Barben
Collana Autori Contemporanei Poesia
diretta da Fabrizio Manini
Poesia silloge

Gran Premio Speciale della giuria, sezione Libro Edito, della città La Spezia.

I poeti celebri che con le loro penne
hanno dato vita all'opera sublime e solenne,
non voglio né posso contrastare.

In tutta umiltà, vorrei semplicemente narrare
la pena immane e le passioni vane
di chi geme e soffre le tribolazioni della vita.


Con questi versi inizia la bellissima silloge di Dunja Torroni, un'opera dedicata al mal d'amore, un corrosivo sentimento che si traduce in intima, intensa angoscia di vivere.
Ci sono versi in cui l'amore riesce a predominare, con una visione apodittica di questo sentimento, altri in cui invece traspare il tentativo di comprendere il suo significato e altri ancora dove invece si riduce a un fenomeno fisico istintivo.
Comunque, pur in presenza di diverse sfaccettature, manca la gioia, ma è sempre presente un'angosciante disperazione.

Sussulta ancora il vecchio, / che per le carezze ancora palpita. / Sussurra amore sibillina / la morte vicina. / Sussulta e scalpita, / cercando un ultimo bacio: / un ultimo soffio / che colpisce il cuore.

Altre volte c'è una visione disincantata, una ricerca dell'amore inteso come stato di giovinezza ( Vorrei abbracciarti e baciarti / prima che il mio pene penda definitivamente. / Vorrei penetrarti ed amarti / prima che si afflosci inesorabilmente.).

Oppure l'istintivo desiderio di ricominciare il tutto (Fare un semplice click e / cancellare il passato. /…).

Non mancano amare constatazioni, dove la metafora coglie il senso in modo assai suadente:

E' così breve il dono dell'amore,
la vita di una rosa,
che sboccia al mattino
e si spegne la sera.

Triste destino,
per colui che coglie la rosa:
spoglia alla sera
muore al mattino.


Oppure il tormento di una cupa rassegnazione:

Amori riciclati
amori clonati,
rifatti chirurgicamente
per vivere eternamente.

Rifatti con i soldi,
con i programmi per PC,
per ripeter l'illusione
di vivere in eterno e mai morire.



E poi l'ultima, splendida metafora, compendio di tutta l'opera:

Corrono:
i fili della corrente elettrica

Si inseguono, abbracciano
e abbandonano…
Intrecciano le loro vite

I fili dell'alta tensione

Portano

un sorriso, un presagio,
forse un po' di luce.



E' una poesia giovane, nel senso che traspare nei versi un linguaggio più corrente, ma non per questo meno efficace, né mancano tuttavia esempi di apprezzabile armonia e di ricercatezza formale, frutto di una ecletticità che riesce a variegare l'opera, avvincendo il lettore.
Da non perdere.

Dunja Torroni è nata a Locarno (CH) nel 1974. E' laureata in letteratura italiana, filologia romanza, lingua e letteratura russa presso l'Università di Friburgo. Vive nel Canton Ticino.
Renzo Montagnoli


Se questo è un uomo di Primo Levi Einaudi
Postfazione di Cesare Segre
Copertina di Fabrizio Farina
Narrativa romanzo

Ancor oggi, anzi ora più che in passato, ci sono non pochi che dubitano che vi sia stato effettivamente l'olocausto. Accanto a quelli che per ideologia lo negano ci sono molti scettici e, purtroppo, tanti, troppi agnostici che si disinteressano completamente del problema.
I giovani, poi, nati molti anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, ne hanno una vaga conoscenza, spesso maturata visionando pellicole sull'argomento, con il risultato che un'immane tragedia sta per venire sepolta dalla polvere del tempo e dell'indifferenza degli uomini.
I campi di sterminio, i famigerati lager non sono purtroppo una leggenda, ma una realtà che non deve essere dimenticata.
In questo senso la lettura di libri come Se questo è un uomo di Primo Levi non solo è opportuna, ma indispensabile e dovrebbe essere oggetto degli studi scolastici, per sapere, per capire, per evitare che un giorno ci siano nuovi olocausti.
Ogni volta che lo apro, che ne scorro le pagine soffermandomi su un punto o sull'altro, ritrovo l'emozione provata nel corso della prima lettura, perché il pregio della narrativa di Levi è di essere non romanzata, ma la descrizione della pura e semplice verità. L'autore, che racconta in prima persona essendo stato rinchiuso ad Auschwitz, non ricorre all'enfasi, né va alla ricerca della facile commozione, ma, con tono quasi distaccato, parla della sua esperienza e, pur descrivendo sofferenze e patimenti, ha il pregio di effettuare riflessioni che donano all'opera una valenza generale, non limitandola a una dolorosa esperienza personale.
In lui c'è pacatezza, desiderio di comprendere per rendere partecipe il lettore di una grande tragedia che supera ogni umana immaginazione.
Le lunghe giornate invernali, coperti da abiti che non riparano dal freddo, l'alimentazione insufficiente, i carichi di lavoro eccessivi, la spersonalizzazione dell'individuo che perde il suo nome, sostituito da un numero tatuato sul polso, portano in pochissimo tempo a un generale abbrutimento, in uno stato quasi vegetativo, dove ciò che conta è solo il presente, essendo il futuro anche prossimo del tutto inimmaginabile. E' in queste condizioni che all'eccesso emergono le caratteristiche degli individui.
I deboli si lasciano andare, sono le vittime designate delle prossime selezioni fra chi ancora potrà vivere e chi invece sarà avviato alle camere a gas.
I raziocinanti rafforzano il loro spirito di conservazione e operano per sopravvivere giorno per giorno, per lavorare meno, per mangiare un po' di più, arrivando perfino al punto di collaborare con l'aguzzino. E se fra questi la quasi totalità cerca di instaurare un rapporto con il carnefice che gli consenta di tirare ancora un po' avanti, ce ne sono altri che, per attitudini, diventano simili alle crudeli SS e questi sono i Kapò, indispensabili peraltro nella gestione del campo di concentramento, vigilato da un ristretto numero di militari nazisti.
Levi ci descrive così una varia umanità, per lo più cenciosa, spettri che si agitano nelle tormente di neve, che s'impantanano nel fango primaverile, che boccheggiano nell'arsura estiva, tutti figuranti di una danza macabra che porterà all'annientamento della dignità umana e alla distruzione del Terzo Reich.
Ci sono pagine che non si possono dimenticare, sopra tutte le ultime, con i russi ormai alle porte e con i nazisti che eliminano gli ultimi prigionieri rimasti, fatta eccezione, per un motivo che non si saprà mai, per i ricoverati nell'ospedale da campo, forse perché ritenuti insanabili. Fra questi c'è l'autore che, questa volta con una commozione che passa dalla pagina all'animo del lettore, ci racconta delle giornate di ritrovata libertà nell'attesa dell'arrivo dell'Armata Rossa. E' forse l'unico momento in cui, ipotizzando un futuro, l'uomo non è più così pragmatico e l'essere consapevole di esistere ancora, nonostante tutto, lo porta a scrivere della penosa fine di alcuni suoi ultimi compagni di sventura. Riaffiora così, se pur frenata, la pietà "Somogyi si accaniva a confermare alla morte la sua dedizione."
Se questo è un uomo è un capolavoro?
Lo è, per lo stile narrativo, per il modo di affrontare il tema trattato, per la capacità dell'autore di raccontarci la pura e semplice verità, pur essendo parte della vicenda.

Primo Levi (1919 - 1987). Ha scritto anche La chiave a stella, I sommersi e i salvati, Se non ora, quando?, Il sistema periodico, I racconti, L'altrui mestiere, La ricerca delle radici, La tregua, L'ultimo Natale di guerra e Dialogo (con Tullio Regge).
Renzo Montagnoli

“Il casellante” di Andrea Camilleri ed. Sellerio Palermo
Romanzo -narrativa

Dopo “ Maruzza Musumeci” metamorfosi donna-sirena, siamo alla trasformazione donna-albero (arbolo): le mutazioni di Camilleri si replicano! Eh già, nell’era della fanta-politica, della fanta-scienza, della fanta-stampa, non poteva mancare la fanta-letteratura. Chi poteva inaugurarla riveduta e corretta? Ma lo scrittore “ Cult” per una larghissima fascia di pubblico che ad ogni uscita di un suo romanzo l’appuntamento in libreria diventa irrinunciabile, quasi, un punto d’onore. Certo che la fantasia di Camilleri è una fonte energetica inesauribile e va “oltre i confini della realtà”e a noi poveri lettori ci fa strabuzzare tanto d’occhi e raggiungere sempre alti gradi di piacevolezza. Si ha l’impressione che i libri “Camilleriani”, senza Montalbano, stiano subendo una virata in senso fiabesco, senza, tuttavia, perdere gli agganci con la realtà in una commistione tra passato e presente in cui i fatti sono trasfigurati e i personaggi esacerbati nei loro caratteri, le donne si trasmutano come se volessero attingere a nuove forme per affrontare sfide sempre più esaltanti. Questo substrato di materia narrativa, paradossale e, sempre divertita, e spesso, divertente, è impastata da una lingua così strettamente imparentata con il dialetto che anch’essa in trasmutazione, diviene tale. Siamo a Vigata, nel 1942, durante la 2° guerra mondiale, le leggi fascistissime, ridicole nella loro iperbolica radicalizzazione, i bombardamenti aerei, gli immancabili uomini d’onore fanno da sfondo al teatro umano fatto di bassi istinti, primigenia barbarie, violenza ferina e ottundimento delle menti; i due protagonisti, Minica e il marito casellante Nino Zarcuto, si trovano, vittime inconsapevoli, in balia di eventi più grandi di loro. Il tema della metamorfosi, in questo caso, non riuscito (di classica e non memoria), s’innesta nella mente di Minica quando la sua essenza di donna, non in grado di procreare, la porta a voler diventare un tutt’uno con la natura per riappropriarsi del ciclo vitale di essa a lei che quel ciclo le era stato estirpato con la forza bruta. Questa figura di donna attaccata alle sue radici della vita, cerca di trovarle nella terra, in una sorta di rivendicazione di essere soggetto mutante quando la ferocia bestiale dell’aggressore l’aveva ridotta in mero oggetto consumante. Minica semplice ed illetterata, ma caparbia e determinata nelle sue azioni e sentimenti, forte del suo istinto materno, persegue un disegno impossibile che solo suo marito per amore e solo per amore riesce a condividere. Ed ecco che la tenacia e l’ostinazione di Minica alla fine darà i suoi frutti: dalle macerie della guerra un bambino sortirà ad illuminare i toni foschi e drammatici degli eventi in atto. Lo sguardo pietoso di Camilleri vigila al fine di non precipitare nella tragedia. In un’immagine da dipinto sacro di madre con il “Suo” bambino si chiude “Il casellante” a cristallizzare il momento di assoluta felicità raggiunta da Minica. Un bel romanzo nello stile di Camilleri dove si fondono armoniosamente tutti i topos peculiari delle sue storie.

L’autore: Andrea Camilleri è nato a Porto Empedocle nel 1925, vive a Roma. Ha esordito come romanziere, nel 1978 con l’opera Il corso delle cose. Ha pubblicato con la casa editrice Sellerio tutti i romanzi con protagonista Montalbano e anche tra gli altri La strage dimenticata, La stagione della caccia, il birraio di Presto, La concessione del telefono, Il re di Girgenti, Le pecore e il pastore, Maruzza Musumeci.
Arcangela Cammalleri

La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano ed. Mondadori
Romanzo-narrativa

Questo notevole romanzo, dell’esordiente Paolo Giordano, scava nel labirinto dell’animo umano con grande vigore espressivo ed emotivo.
I due personaggi centrali della storia, Alice e Mattia, sono stati segnati, nell’infanzia, da un’esperienza lacerante che ha devastato e come compresso i loro destini che si incroceranno, ma come i numeri primi gemelli, saranno vicini, ma mai così tanto da toccarsi.
Il tracciato narrativo si snoda intersecando due vite parallele, crepuscolari, che scorrono secondo scansioni e ritmi emotivi straordinariamente simili.
Il loro microcosmo sentimentale è stato contratto da questi due traumi infantili che come una patina impalpabile di inadeguatezze, paure e ritrosie ha narcotizzato le pulsioni emozionali impedendo loro di aprire un canale di percezione con gli altri.
Alice e Mattia seguono traiettorie divergenti, le loro vite, sospese, fluttuano in attesa di una catarsi delle loro intime ed inconfessabili sofferenze, come barriere ostacolano una naturale ed immediata espressività avviluppata in un groviglio insoluto.
Giordano, questo giovane autore, sembra attingere la sua perizia narrativa da remoti luoghi dell’anima, in una sorta di profonda immersione psicologica degna di grandi scrittori. La solitudine, la sperdizione esistenziale, l’anoressia, uno dei tanti segnali sottesi di angosce individuali sono alcuni dei temi che intessono tutto il filo narrativo. Alla trama interessante che scorre su binari di lettura scorrevole e riflessiva, si condensa una certa energia stilistica ed una capacità descrittiva analitica e dura della realtà, soffusa da intermittenti lampi di trattenuta tenerezza.

L’autore: Paolo Giordano è nato a Torino nel 1982. E’ laureato in fisica teorica e lavora presso l’Università con una borsa di dottorato. Ha frequentato la scuola “Holden” di scrittura creativa, a Torino, diretta dallo scrittore Alessandro Baricco. Questo è il suo primo romanzo.
Arcangela Cammalleri


Tra le pagine della fantasia di Gloria Venturini Edizioni EdiGio’

Copertina di Gloria Venturini
Narrativa fiabe

Siamo abituati a considerare le fiabe narrativa per bambini, perché abbiamo memoria di quelle che i genitori ci raccontavamo quando eravamo piccini. Il gatto con gli stivali, o Biancaneve e i sette nani, che ai miei tempi mi impressionarono, mi fecero volare con la fantasia. Oggi, purtroppo, non è più così, perché i bimbi non conoscono le fiabe e questo per colpa dei genitori che le hanno dimenticate, che demandano l’educazione letteraria prescolastica a insulsi cartoni animati. Il rapporto magico fra madre e figlio, cementato attraverso le parole sussurrate di una favola, non esiste più.

In questo senso fa notizia un libro di fiabe, scritto da una mamma per Luce, la sua piccolina, ma che presenta caratteristiche di valenza anche per gli adulti.

Tra le pagine della fantasia di Gloria Venturini è infatti una raccolta rivolta sì ai piccini, ma con tematiche che sono di interesse anche per gli adulti, e ha un illustre predecessore ne Il principe felice di Oscar Wilde.

Sono racconti semplici, ma adatti ai nostri tempi, e sopra a tutti il bellissimo e surreale Il calore di un cuore, con un’umanità disperata per le risorse energetiche in via di esaurimento.

Il dramma è velato opportunamente dalla fantasia dell’autrice che pone come protagonisti una caldaietta murale, uno scaldabagno, alcuni antichi caminetti, ecc.

Suadente nei discorsi, con toni anche moderatamente umoristici, ha come tutte le fiabe la sua morale e un’ultima frase che è un inno all’amore.

Un’altra ha un’impronta di notevole fantasia  (Il libero arbitrio), poi ce n’è una addirittura di fantascienza (Il pianeta dei sogni); non che le altre siano inferiori, perché su tutte aleggia un velo di speranza, con quella positività che è propria delle favole.

Non sto a parlarne di tutte, anche se sono belle, perché invece preferisco rilevare nuovamente come in un mondo di arida scienza come il nostro la fantasia rappresenti più che in passato il ritorno, se pure temporaneo, a una dimensione umana, una valvola di sfogo più per gli adulti che per i piccini, ai quali tuttavia non dispiacerà di certo ascoltare dalla bocca dei genitori Un gatto in braccio alla luna, oppure Rosso segreto, tanto per citare altre due fiabe di questa bella raccolta.

Gloria Venturini ha ideato e organizzato la prima e seconda edizione del Concorso Internazionale di Poesia e Prosa, “L’arcobaleno della vita” della Città di Lendinara, giunto alla quinta edizione, del quale è anche il Presidente della giuria. Collabora con il Centro Studio di Torino, come giurata nei concorsi letterari. Le sue opere sono state pubblicate in molte antologie, su siti internet, dove ha ottenuto l’interesse dei lettori.

Ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie nel febbraio 2003: Camminando tra i giardini dell’anima, seguita già nel giugno dello stesso anno  dalla seconda edizione della predetta silloge poetica e da un volume antologico di racconti intitolato L’arcobaleno della vita.

Ha inoltre ottenuto numerosi premi e riconoscimenti in concorsi nazionali  di poesia, fra i quali ricordiamo, omettendo per brevità gli altri pur significativi risultati, solo i primi posti:

Premio del Triveneto Città di Lonigo con la poesia Coriandoli di ricordi;

Concorso Internazionale I Colori delle Donne di Ascoli Piceno con la poesia Tra le mani stringevi ancora cotone;

3° Edizione del concorso i Fiori 2003 – Edizioni I Fiori di Campo (PV) con il racconto Ai bordi della vita;

Don Lelio Podestà di Chiavari (GE) sezione narrativa;

Concorso del triveneto Città di Lonigo 2004 con la poesia Come una quercia;

 

Premio Internazionale Valeria di Cittaducale 2005 di Rieti con la poesia Il cancello dell’infinito.
Renzo Montagnoli
 


Cronache degli artisti e dei commedianti di Giorgia Tribuiani

Ventidue racconti. Un viaggio tra il surreale e il fantastico, tra invenzioni oniriche e suggestioni visionarie. La mancanza di certezze e i conflitti umani vengono raccontati sottoforma di parabole letterarie: ci imbattiamo in Venere che, scesa dalla Torre d'Avorio, finisce per prostituirsi nella grande metropoli; veniamo trasportati nel grande palazzo del Carnevale, nel quale è necessario creare una maschera di cartapesta identica a quella di tutti gli altri per poter sopravvivere; giungiamo su Rerat, dove gli uomini - nati con una gamba sola - partecipano a una grande pesca di beneficenza che donerà loro un'altra, raccapricciante gamba; facciamo la conoscenza di un giovane convinto di essere il creatore di tutto ciò che lo circonda e di un altro che vede sparire a poco a poco le persone e le cose che compongono il suo mondo. Vita e arte tessono tra queste pagine una tela in grado di intrappolare storie in apparenza dissimili tra loro; artisti e commedianti, intanto, intrecciano le loro storie fino a lacerare irreparabilmente il confine che li separa.
Luana Salomè


Cosa Cerchi? di Francesco Carraro

Poesie (1990 -2006)
Opera stampata in proprio
Poesia - raccolta

Prima ancora di aprire questo volume, caratterizzato dalla copertina bianca, candore interrotto solo dal titolo, dal nome dell’autore e da tre cerchi di diverso diametro e dalla circonferenza blu, mi sono chiesto quale è stata la molla che ha indotto un poeta ancora giovane a sostenere i costi della stampa in proprio, ben sapendo l’impossibilità poi di una normale distribuzione.

Le risposte sono state tante e nemmeno una soddisfacente, ma quella che reputo convincente è emersa solo in corso di lettura, come si evincerà dalle righe seguenti.

Cosa Cerchi? è una silloge costituita da raccolte di poesie che Francesco Carraro ha scritto dal 1990 al 2006. Considerato il periodo è indubbio che finisca con il rappresentare l’opera omnia dell’autore, una sorta di diario esistenziale che ha inteso raccogliere in un’unica struttura come memoria,  prima per sé che per gli altri.

Ali di Carta costituisce la prima raccolta ed è relativa agli anni dal 1990 al 1994. Carraro all’epoca frequentava ancora l’università e pur nella sua giovinezza accompagna i versi con una nota malinconica, lieve, ma sempre presente, come in Sera

(Sera / mi riporti l’eco / spenta / delle strida / di uccelli selvatici…/…..Anche / nel mio intimo / rifugio / è sera.).

Mi si potrà dire che è il frutto di turbamenti dell’età, di quel connubio di entusiasmi e di insicurezze che tutti abbiamo sperimentato, ma lui li ha ritenuti determinanti tali da fissarli sulla carta, come in Giovinezza (…./ Momenti urlati nel vuoto / e riflesse a ondate negli occhi / le voglie roventi /del sole di maggio. /Momenti vissuti /con incauto trasporto / incoscienti / dell’immensa voluttà / dell’esistere.)

Adesso anche a me, come a voi, tornerà in mente questo periodo di inconsapevole felicità, in cui tutto ci sembrava o troppo solare, o troppo scuro, in cui si viveva come in una sorta di limbo.

Stazione di posta è la seconda raccolta ed è relativa agli anni dal 1995 al 1997; in essa mi sembra più evidente uno sconforto esistenziale, quasi come se dalla vita ci si potessero attendere solo consapevoli illusioni, come, per esempio, in Ascensioni, (…/ Per non ridurre il vivere / a una landa brulla, / a un tessuto brucato / dalle voraci, / infaticabili larve / del nulla….).  Qui troviamo anche quella che giudico una delle migliori poesie di questo volume e mi riferisco a In memoria di Fabio Casartelli, versi per nulla scontati e che conferiscono al ricordo la dignità di un grande sentimento espresso con serena struggente pacatezza.

Più avanti, e già sono gli anni 1998 e 1999, c’è la strana raccolta intitolata Quaderni di quando ho capito. Di colpo l’autore sembra aver trovato le risposte a tanti perché (…Le ho detto: / sei la verità / e ti conosco…), (…E null’altro / che conti / tranne / che esistere. / Sapendolo.). Tuttavia, le possibilità interpretative aumentano, nel senso che si avvia una certa tendenza a un linguaggio introverso, quasi come se si temesse di aprire agli altri soluzioni considerate proprie e forse per questo fallaci.

Nel 2000 scrive Sincronie Tantriche (coincidenze d’amore). Appare evidente che c’è qualche cosa di nuovo, con la nascita e l’incontro di un sentimento, e la mano del poeta sa cogliere momenti e stati particolari, con una grazia misurata e pudica e con risultati più facilmente comprensibili ( Rivelarmi / è stato semplice./ Molto / più difficile / scoprirmi / disvelato. / Sapermi amato / amando / mi pungeva / quanto un infinito dolore / mai espresso. / Solo / che era / grazia.).

E’ stato un momento di certezze corrisposte, una sorta di osmosi che ha beatificato il poeta, testimone attore  che ci rende partecipi di questo pathos.

L’ultima raccolta, del 2006, si intitola Ritratti in carboncino, denominazione indovinatissima, perché si tratta di veri e propri schizzi letterari. Questi ritratti sono di figure reali, persone che sono entrate, ognuna con il suo peso, nella vita dell’autore e la capacità di descriverne il carattere, la personalità è veramente di tutto rilievo. Troviamo così il Padre ( Quello / che non ti dissi / non sarà detto / quello / che non ti scrissi / non sarà scritto. …), una poesia lunga in cui si esprime con sobrietà la riconoscenza per chi ha allevato un figlio, oppure la Madre ( Hai un sorriso/ in bilico / cui m’aggrappo…), una serie di versi di affettuosa e lieve tenerezza. L’ultimo ritratto, a conclusione del volume, è dedicato alla Moglie, forse meno originale di altri, più conformista e incline a riecheggiare, ma fortemente sentito, perché questa figura è il presente e sarà anche il futuro.

Considerato il lungo periodo abbracciato da questa silloge e le molteplici tematiche è naturale che si finisca con il valutare più l’autore che l’opera e in questo senso ritengo che il ricorso al verso libero di Carraro, fatto di poche parole, di frequente addirittura di una sola, costituisca nell’insieme tuttavia una composizione equilibrata e dotata anche di una propria armonia su cadenze sempre piuttosto lente, come se la carta venisse accarezzata dalla penna.

L’impressione che ho ritratto è di un poetare frutto di una preventiva costruzione interiore, e quindi mai istintivo, anzi assai riflessivo, ma ciò non toglie che il sapiente ricorso a metafore, a unioni concettuali e anche a sospensioni finisce con il consentire una fluidità propria, come se il tutto fosse esclusivamente frutto della spontaneità, e ciò rende assai piacevole la lettura. 

Francesco Carraro è nato nel 1970 a Padova, dove vive.
Si è laureato in Giurisprudenza ed è avvocato.
Renzo Montagnoli


Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern Edizioni Einaudi

Narrativa romanzo

“ Sergentmagiù ghe rivarem a baita?” ripete spesso l’alpino Giuanin, rivolgendosi al sergente maggiore Mario Rigoni Stern.
In terra di Russia andarono in molti e ben pochi tornarono, e fra questi superstiti c’è stato anche Mario Rigoni Stern, che in questo suo romanzo d’esordio ha voluto raccontare che cosa realmente accadde.
Non crediate però che si tratti di un racconto memorialistico, perché va ben oltre il pur riuscito intento di spiegarci la famosa e tragica ritirata dell’ARMIR.
Le grandi qualità di scrittore di Mario Rigoni Stern sono già evidenti in questo suo primo libro, le stesse che, in occasione della recensione del suo ultimo lavoro (Stagioni) mi hanno indotto scrivere che ci trovavamo di fronte a un capolavoro, e lo è anche questo.
Quando a distanza di anni, non pochi, anzi molti, si rilegge un romanzo e si provano le stesse emozioni d’un tempo è perché quel testo ha mantenuto immutata la sua bellezza e ciò avviene solo quando si tratta di un’opera di elevatissimo valore.
L’autore ha saputo ricreare l’atmosfera in modo tale che il coinvolgimento è totale; si legge, e poco a poco si è presenti al caposaldo, ci si trova intorno al tagliere con la polenta di segale, si vivono le pericolose ore dello sganciamento, e infine si cammina, si combatte, si patisce la fame, si soffre il freddo, si prova l’angoscia della lunga ritirata.
Già questo è molto, ma Il sergente nella neve è assai di più, è un’opera dove è sempre presente la natura, ammirata anche quando è inclemente e con pagine in cui si respirano lo sgomento e l’attrazione per la grandezza nell’universo, ed è inoltre un’ode sommessa a una virtù ormai purtroppo desueta, la pietà.
Così, fra un combattimento e l’altro, descritti magistralmente, c’è il tempo per le riflessioni di fatti appena accaduti e che nel trascorrere del tempo  (l’opera verrà ultimata qualche anno dopo quel tragico 1943) si sfumano per scoprirne gli aspetti più reconditi. E’ il caso del pasto consumato in un’isba insieme a dei soldati russi, in una pausa della battaglia di Nikolajewka. Al riguardo la riflessione di Stern è quanto semplice ed efficace: “In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto di più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini.”
C’è tutto il senso della pietà, prima per se stessi e poi per gli altri, c’è quella comprensione della propria e dell’altrui debolezza,  c’è una ritrovata umanità che supera ogni barriera e confine.
E’ un grandissimo messaggio di pace di un uomo che, partito volontario per la guerra, ne ritornerà maturato, ma soprattutto consapevole dell’autentica dignità di ogni essere umano.
Quello che poi sorprende in questo primo romanzo è la capacità di prosa poetica che ha l’autore, con quelle descrizioni brevi, ma ispirate, del firmamento, del Don, della pianura ghiacciata. Sono stacchi che non sono avulsi dalla narrazione, ma che si innestano nella stessa in modo preciso e solo quando serve, a riprova di un’esperienza professionale innata.
Al riguardo Rigoni Stern si supera nelle ultime pagine con quella ritrovata serenità nel caldo di un’isba e con le ragazze russe che filano la canapa cantando le loro canzoni popolari.
Mi raccomando di leggere le sei righe finali, perché anche in voi entrerà dolcemente questa serenità.
Giuanin e tanti altri non sono tornati, ma hanno trovato la loro baita nella steppa russa.
Mario Rigoni Stern, che ha avuto la fortuna di uscirne vivo, non ha voluto dimenticare, anzi ha voluto ricordare soprattutto a noi l’insensatezza della guerra.
E’ un libro che non si può non leggere e che rientra, giustamente, fra i grandi romanzi pacifisti, con pari dignità del più famoso Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Erich Maria Remarque. 

 Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921 - 2008).
Ha scritto Il sergente nella neve (1953), Il bosco degli urogalli (1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di Tönle (1978) (Premio Campiello e premio Bagutta), Uomini, boschi e api (1980), L’anno della vittoria (1985), Amore di confine (1986), Il libro degli animali (1990), Arboreto selvatico (1991), Le stagioni di Giacomo (1995) (Premio Grinzane Cavour), Sentieri sotto la neve (1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre storie (2000), L’ultima partita a carte (2002), Aspettando l’alba e altri racconti (2004), I racconti di guerra (2006), Stagioni (2006).
Renzo Montagnoli


Fiorenzo Briccola "Poesie Meditative sull’esistenza" Casa editrice Nuovi Autori

"Dedico questo libro al mondo perché possa avere il coraggio di compiere il gesto di tornare al mondo".
Con questa premessa chiarificatrice e nel contempo coraggiosa, l’autore si presenta ai lettori che potrebbero , soprattutto se partecipi di quelle che sono attualmente le problematiche legate alla poesia contemporanea , giudicare ingenua e poco in linea con le tendenze del nuovo millennio una tale certezza programmatica. Si potrebbe anche da subito, al fine di evitare equivoci, collocare la poetica del giovane Briccola al di fuori di quelli che sono i parametri di riferimento della poesia del terzo millennio che prevedono, anche nei casi in cui risultino evidenti aneliti metafisici, la frequentazione con una realtà molto più terrena.
I poeti oggi infatti, talvolta eccedendo, rivelano l’aperta propensione a vivere una quotidianità minimale, frantumata, contingente, transitoria e contrassegnata da una vocazione al dubbio e alla complessità quali stigmate mai sanabili in quanto elementi essenziali all’ispirazione poetica che, in caso contrario, ossia con un eventuale ed ipotetico raggiungimento delle certezze e della verità, perderebbe la sua caratteristica precipua ed identificatoria.
Occorre aggiungere, per converso, che è anche particolarità distintiva dei nostri tempi postmoderni e multietnici accettare la molteplicità delle forme espressive per cui, non potendo e non volendo commettere l’errore di rinserrarci in canoni formali e perimetri contenutistici troppo rigidi ed elitari, risulta operazione non solo metodologicamente corretta, ma oltremodo arricchente, avvicinarsi a poetiche influenzate da culture e modalità di pensiero estranee alla pragmaticità del nostro vivere quotidiano e soprattutto alle mode letterarie correnti.
Ci pare che Briccola, e ciò va a sua lode, non si curi dei canoni imposti dall’establishment letterario ma, mosso da un’ispirazione naturale, dia corso al fluire dei suoi pensieri guidato da istanze spirituali che, ad una lettura a posteriori, si rivelano portatrici di atmosfere, sensazioni, visioni ed esperienze altamente poetiche anche se non rintracciabili attraverso le regole e le astuzie che caratterizzano la pratica compositiva contemporanea. Risulta bastante la lettura delle prime poesie della silloge per rendersi conto che Briccola è tutt’altro che ingenuo e che il suo atteggiamento disarmante è voluto, serve infatti a disporci ad una ricezione possibile ma solo se si entra in una dimensione nuova e poco conforme al nostro vivere pragmatico e disincantato. "Chissà se qualcuno saprà ascoltare ciò che il mio cuore sa…vorrei tanto che coloro che non vedono ascoltassero il mio racconto". Il messaggio dell’autore è oltremodo sincero e spinge all’empatia anche chi non ne condivide la complessa ed avvincente visione cosmologica.
I suoi versi si rifanno alla poesia orientale che, a differenza della nostra, esprime i sentimenti d’amore con modalità molto più complesse ed onnicomprensive. Si prevede un percorso che porta dall’uomo ad un graduale distacco da tutto ciò che sa di materiale per raggiungere l’illuminazione, e Briccola ci esorta:"…la gente cerca qualcosa che non riesce a toccare, forse non vuole guardare veramente" e non teme di affrontare il discorso della verità, una voce filosofico-religiosa oggi molto dibattuta e contrastata.
In sintesi Briccola ci avverte che l’uomo è pervaso da immagini provenienti dall’esterno, icone di ordine politico, sociale, religioso che ingombrano la nostra mente rendendoci schiavi di una quotidianità che ci fa stranieri gli uni agli altri; occorre invece saper guardare con occhi nuovi ed amare la vita in modo diverso. L’uomo ha in sé la facoltà di giungere a conoscere l’unità intrinseca dell’essere: "La verità è qualcosa che nasce dentro"…"Confusione di un vivere fasullo e pieno di incertezze"..
"Nella ricerca dell’essere trovo la mia essenza". Non sappiamo né siamo in grado di affrontare in così breve spazio la poetica dell’autore ma, indipendentemente dal credo religioso o dalle filosofie di vita dei lettori, riteniamo che la lettura di "Poesie meditative sull’esistenza", unitamente alla validità estetica, possa avere sui nostri spiriti una funzione vivificante e rasserenante.
-Recensione su DIALOGO < bimensile di attualità di frontiera e cultura senza confini n:13/2007 di Olgiate Comasco (CO)> di Manrico Zoli-
Manrico Zoli


Età di paura al freddo di William Navarrete Edizioni Il Foglio
Traduzione di Ilaria Gesi
Copertina di Elena Migliorini
Collana Letteratura Cubana Contemporanea
diretta da Gordiano Lupi
Poesia raccolta

In queste poesie di William Navarrete c'è l'anima malinconica di un esule che cerca in ogni luogo fuori dalla sua patria un legame, anche solo spirituale, con la terra che ha dovuto abbandonare e che resta indissolubilmente legata al suo peregrinare, una sorta di Itaca a cui, novello Ulisse, desidera fortemente ritornare, ma che pur così vicina assume, per colpa degli uomini, le caratteristiche di un vascello che sempre più si allontana.
La sua è una fatica di Sisifo, è uno strazio del cuore che nei versi trova l'indispensabile sfogo.

Bucintoro
Violasti il segreto del tuo mare, città perduta
vaghi nella densità della nebbia
che sparge i suoi presagi questa notte
in cui nessuna stella ti darà il benvenuto

………..
In questa immagine di una Venezia decadente, crepuscolare, è forte il richiamo all'Avana, altra città che sembra perdersi nelle dense nubi dei Caraibi.
Il poeta le unisce in un unico destino, in conflitto fra lo splendore di un tempo e la spettralità attuale.

Mercurio alato
Pendi, Mercurio alato,
su volti che ignorano la tua agonia,
in fragile equilibrio,
capriccio di artista perfido,
egoista, forse senza amori.

………..

Nella sua ars poetica appare anche notevole l'influenza del mondo classico, in particolare quello ellenico, evidentemente considerato un'epoca felice, di uomini liberi con dei a loro immagine e somiglianza.

Ingannevole profezia
Vita,
quanto ho aspettato per sapere
che in te non c'è altro che un canto!

…..
Benché si tratti di una raccolta non tematica di poesie resta sempre presente quella malinconia di cui prima accennavo, una sorta di dolore compassato, un rimpianto che non cessa mai.
Sorprende poi l'abilità di passare dal verso libero al sonetto con cui è realizzata una specie di mini silloge intitolata Divertimenti famosi. Questa intestazione non deve però trarre in inganno. Sì, William Navarrete è probabilmente uomo che sa anche ridere, ma l'amarezza di fondo lo porta a stemperare la vena umoristica che finisce con l'essere appena accennata, in una profusione di versi da cui emerge un'ironia sottile, quasi un gioco fra sé e sé per dimostrare che alla malinconia comunque non si sfugge e tutto ciò che è in contrasto a essa finisce con l'essere un semplice surrogato.
Quindi una raccolta quanto mai varia da cui è possibile avere un'idea abbastanza completa delle qualità di questo grande poeta, i cui testi non sono per niente incomprensibili, pur se sovente sospesi in una dimensione irreale che dona loro un tocco di arcana magia, come, per esempio, in Maree di San Michele:

Marea della rupe, incastro della luna
sei o onda che cavalca su una sella
di vongole, capesante, ostriche.

Sposa del pescatore, Excalibur del mare,
tu che lambisci i piedi dell'arcangelo
lambisci i miei, stanchi di aspettare.

…….
Apprezzabile, peraltro, è il fatto che a fronte ci sia la versione in lingua originale, il che rende possibile cogliere l'armonia e l'equilibrio dei versi.
Età di paura al freddo è una raccolta di gradevolissima lettura, ma anche di contenuti di tutto rilievo, pregi che mi inducono a raccomandarvelo caldamente.

William Navarrete (Cuba, 1968).
Scrittore, saggista e critico d'arte.
Resiede a Parigi dal 1991. Autore dei saggi La chanson cubaine, Cuba:la musique en exil, Insulsa al pairo e Centenario de la República Cubana. Fondatore e presidente della Asociación por la Tercera República Cubana. Ha organizzato molteplici conferenze ed esposizioni di arte in Francia, collabora per diverse riviste e periodici in Europa e in America. La sua raccolta di poesie Edad de miedo al frío (Cádiz, 2005), che presentiamo per la prima volta in traduzione italiana, ha vinto il primo premio di poesia Eugenio Florit organizzato dal Circolo di Cultura Panamericano di New York.
Renzo Montagnoli


Fiori di serra di Miriam Ballerini Serel International - EEditrice.com
Prefazione dell'autore
In copertina immagine di Aldo Colnago
Narrativa romanzo

La vita carceraria, ma anche le finalità della reclusione sono un tema che è sempre stato oggetto di ampi dibattiti. In buona sostanza ci si domanda se una pena detentiva sia finalizzata al recupero del reo, oppure se si tratti di una semplice vendetta della società nei confronti di chi non ne accetti le regole, oppure ancora, nella migliore delle ipotesi, se si intenda perseguire l'una e l'altra strada.
Resta comunque un fatto: quello che succede al di là del muro, dietro le inferriate, quale sia la vita che là si conduce è quasi sempre ignoto ai più, proprio perché la reclusione rappresenta una parentesi di isolamento dal mondo esterno, una sorta di "altro mondo" di cui sappiamo l'esistenza, ma che confiniamo in una zona di disinteresse mentale.
Miriam Ballerini si deve essere posta questo problema se al riguardo ha deciso di scrivere addirittura un libro che ha intitolato assai bene Fiori di serra, perché al pari dei fiori che possono nascere liberamente o possono essere coltivati sotto strutture artificiali (e sempre fiori restano), ci sono uomini che vivono liberamente e altri invece che sono detenuti nelle carceri. Anche in questo caso sempre uomini restano, con la loro personalità, i loro affetti, le angosce e le gioie che si portano dentro.
Ecco, mi sembra che con questo libro l'autrice comasca abbia inteso sollevare quel velo di ipocrisia che sommerge la pietà, una virtù ormai rara, quasi dimenticata, ma che consente di comprendere anche chi sbaglia e, fermo restando che le leggi devono essere rispettate, questo non toglie tuttavia che chi ha commesso un reato debba conservare la sua dignità anche durante l'espiazione della colpa.
Quello che più mi ha colpito in questo lavoro è stata la struttura dello stesso, perché Miriam Ballerini aveva di fronte a sé due strade: quella del romanzo di ambientazione carceraria e quella dell'indagine giornalistica.
Ha fatto, però, una scelta che mi ha stupito e che, secondo me, si è rivelata molto oculata, perché riesce ad avvincere il lettore.
In pratica ha percorso sia l'una che l'altra strada e così troviamo un romanzo certamente di fantasia e anche un'inchiesta giornalistica, ma non mescolate, bensì presenti su due piani sovrapposti, di cui il primo discendente e il secondo invece progressivamente emergente, con il risultato che alla fine vengono a fondersi.
L'aspetto di indagine, frutto di un'esperienza diretta che l'ha portata a ottenere di visitare la Casa Circondariale "Il Bassone" di Como, integra così e approfondisce le problematiche che vanno emergendo nella narrazione di fantasia.
In tal modo si vengono a creare dei momenti di riflessione a cui il lettore viene naturalmente condotto, una tecnica molto proficua e che mantiene viva l'attenzione dalla prima all'ultima pagina, a cui si giunge più consapevoli di quel che accade al di là del muro, con il risultato che riscopriamo anche noi che i reclusi non sono ombre, ma semplicemente esseri umani che stanno espiando le colpe per cui sono stati giudicati.
Miriam Ballerini ha maturato un'esperienza per certi versi sconvolgente quando è stata a tu per tu con la realtà carceraria, ma è riuscita a trasfonderla in modo assai convincente in questo libro, al punto che chi legge riesce ad avvertire le stesse sensazioni e i medesimi timori.
Onde evitare equivoci, l'ho detto prima e lo ripeto, perché è importante: con Fiori di serra l'autrice non si pone il problema della detenzione, cioè se sia una pena più o meno giusta, ma intende ridare a chi ha sbagliato la dignità di essere umano e questo mi sembra veramente importante.
Sono sicuro che, chiuso il libro, vedrete in modo diverso, ma soprattutto non superficiale, quei nostri simili che se ne stanno dietro le sbarre.
E' superfluo che dica che ne raccomando vivamente la lettura.

Miriam Ballerini è nata a Como il 28 ottobre 1970.
Ha pubblicato i romanzi Il giardino dei maggiolini (EEditrice.com - Serel International, 2002), Dietro il sorriso del clown (EEditrice.com - Serel International, 2003), La casa degli specchi (Otma Edizioni, 2004), vincitore del premio internazionale Michelangelo, e la raccolta di racconti e poesie Bassa Marea (EEditrice.com - Serel International, 2005).
Ha ottenuto ottimi risultati in diversi concorsi letterari nazionali e internazionali, collabora con riviste culturali e siti Internet.
Sito Internet personale: http://www.webalice.it/miriamballerini/
Renzo Montagnoli


"Le api di Paulette" autore Sandro Orlandi - Casa Editrice "Il Filo”, Roma
Collana Nuove Voci – Confini
Raccolta di racconti
Prefazione di Giuliana Angeli

Un nuovo autore che scrive da sempre, ma che è alla sua prima pubblicazione. Una raccolta di cinque racconti avvincenti, profondi che fanno riflettere.
Dalla prefazione: “La sua parola giusta, spontanea nel fluire dei vari accadimenti, fa risaltare i personaggi e li rende reali, umani, appassionati”. "Cinque racconti sospesi tra passato e presente, realtà e fantasia.....Amore, giustizia tolleranza, solitudine, ricordi: questi i temi tratteggiati nei racconti; temi che s'intrecciano l'uno nell'altro dando vita a un caleidoscopio di voci e di umori".
Uno splendido inizio letterario per Sandro Orlandi che vive a Roma, è medico ospedaliero e si dedica con passione alla letteratura seguendo il terzo anno della Scuola di scrittura "Omero".
I libri sono ordinabili on line sul sito www.ilfilonline.it/autori e sono in catalogo in tutte le librerie.

Sandro Orlandi nasce il 2/1/1951 a Roma, dove vive e lavora. E’ medico ospedaliero e ama dedicare buona parte del suo tempo libero alla scrittura, sia di brani musicali (testi e musica) sia di poesie, sia di racconti. Ciò che più di tutto lo spinge a scrivere è l’indispensabile bisogno di esprimersi, di tentare di interpretare la vita nelle sue innumerevoli sfaccettature. La persona, l’essere umano a tutto tondo, è sempre al centro delle sue storie, che, a volte, sono tratte dalla realtà. Ha vinto il primo premio per la poesia e per la canzone a San Donà di Piave con i brani “Ho Sognato” e “ Ciao Luna”. Ha pubblicato su antologie quali “Duecento lettere d’amore” della Keltia editrice di Aosta dic.99 (Un ultima lettera, un ultimo bacio); “Prosa e Versi” della 4Elle di Genova Vol VII mar.99 (Un mondo tutto bianco); “I Porti Sepolti” della Aletti editore di Roma Giu.02 (Fortunata). Ha vinto il primo premio ex aequo per il concorso a tema sulla resistenza indetto dal comune di Roma, ott.04 con il brano “Il Carro”. Ha conseguito il primo premio con pubblicazione nella rassegna per cantautori per la Multiart Communication di Milano con il brano “Raffaella”, che gli è valso anche il diploma di merito al Festival della canzone Italiana di Reggio Emilia nel nov.03. Sempre nel 99 e con la 4Elle di Genova ha pubblicato il brano musicale “Un lunedì mattina”. E’ in lavorazione attualmente la pubblicazione del suo primo romanzo. Ha pubblicato ad aprile ‘08 la raccolta di racconti “Le Api di Paulette” per la casa editrice Il Filo di Roma.
Maristella Angeli


L'azzurro del mare di Roberto Morpurgo Edizioni Joker
Prefazione di Sandro Montalto
Poesia - raccolta

Chiudo il libro e mi dispiace, perché il fluire dei versi di questa silloge ha la stessa carezza lieve di una brezza di primavera; già la luce fuori si fa fioca e il giorno è passato assaporando le armonie di una penna felice, un susseguirsi di immagini e di emozioni, mai forti, ma sommesse e quasi pudiche, in un lento adagio che avvolge e coinvolge trasmettendo, senza che me ne accorga, una grande serenità.
Questa è la poesia di Roberto Morpurgo, un verbo sussurrato con soavità.
La silloge in verità è costituita da quattro raccolte tematiche (Il dolore e paesaggi, L'azzurro del mare, Viaggiare l'Italia, Pianura e anima), quattro riflessioni di ampio respiro che s'intrecciano a formare un'unica opera composita, come i tempi di una sinfonia.
L'azzurro del mare è anche il titolo di una poesia…

C'è a Itaca un trono
sepolto nelle acque
chiare dello Ionio.


Il richiamo al mitico eroe omerico, al lungo pellegrinaggio per il ritorno alla terra natia cela il percorso del poeta alla continua ricerca di una verità che sembra quasi di toccar con mano, ma che poi si disperde come nebbia al sole.
Il ricorso alla metafora è precipuo in questa raccolta, ma è fatto con misura e con grazia; così nella raccolta Il dolore e i paesaggi appare sfumato (Cammino perché scricchi / la ghiaia), oppure, come ne L'azzurro del mare, l'aspetto figurativo è simbolo di un'espressione non didascalica, ma incisiva (…/ E' come un istmo il mare. / …). Non manca anche l'aspetto figurativo che introduce al sogno (Autunno / ti illude Roma / alla sua luce / aurora / che azzurra ulcera / i cieli / come nevi…) e nemmeno l'impatto tagliente, quasi brutale, per quanto soffuso ( Tango / ballato da enormi tacchi / sul fango / di un lucido / acquazzone…).
Mi sembra indubbio che Roberto Morpurgo riesca a far sentire la sua voce senza gridare, senza sovrastare quella d'altri, e ciò in forza di un forte personalità poetica che permea tutta la sua produzione in cui l'apparente semplicità della costruzione è frutto invece di un'attenta, e probabilmente anche minuziosa, continua ricerca dell'armonia. Il suo è un verso libero, ma procede in un flusso ininterrotto, senza asprezze e acuti, bensì con una levità sonora tale da sembrare soggetta a regole metriche, per quanto diverse dalle classiche. E in questo scorrere di parole viene a crearsi una composizione di esemplare equilibrio formale e fonetico che arricchisce ulteriormente la lettura, con il risultato che al termine l'appagamento è tale che dispiace che non vi siano altre pagine e altre poesie.

Roberto Morpurgo (Milano, 1959) è laureato in filosofia e scrive poesie, aforismi, racconti, saggi, oltre a coltivare interessi per la psicologia psicoanalitica, il cinema e anche il teatro. In campo cinematografico ha collaborato fra gli altri con la Provincia di Milano, l'Arci Cinema e l'Obraz Cinestudio. In campo teatrale ha lavorato fra gli altri con il Teatro Universitario di Richard Gordon e collabora come autore drammatico con la RSI (Radio Svizzera Italiana). In campo musicale ha scritto canzoni (musiche e testi) e lavorato per la Ricordi. In campo editoriale ha collaborato fra l'altro con editori ed enciclopedie.
Svolge la professione di consulente aziendale.
Renzo Montagnoli


Recensione su "Pensieri di inchiostro" di Giorgia Spurio.

Ho letto il libro Pensieri di inchiostro di Giorgia Spurio. è strabiliante come una ragazzina adolescente possa scrivere le sue emozioni e trasmetterle a tutti noi. Nella poesia di Giorgia Spurio possiamo scorgere quel mondo che appartiene ai ragazzi, quel mondo fatto non di alcool o di discoteca, ma quel mondo che è fatto ancora di fantasia e di bisogno di vivere e credere nelle fiabe. Il fatto che una ragazza abbia iniziato a scrivere a 11 anni è sicuramente strano e ci fa essere attoniti, però tra le sue parole possiamo sentire la tristezza profonda di un'adolesceanza disorientata e impaurita che non sa cosa può accaderle in futuro. Le sue poesie sono la descrizione di un attimo di vita che segna la fine dell'infanzia e che dà inizio alla maturità. La semplicità delle immagini e del linguaggio ci avvicinano con affetto a quel cuore ancora puerile che ha paura di crescere. Ma il suo linguaggio icastico ci trasferisce nella mente paesaggi, persone, emozioni come se fossero dei dipinti e il nostro unico scopo è esser travolti dai colori.
Luca De Angelis


Dal mensile di vita e cultura "Cupra e la val menocchia" la recensione di Settimio Virgili sul libro "Pensieri di inchiostro" di Giorgia Spurio:
"Ho appena terminato di leggere 'Pensieri di inchiostro', una recente pubblicazione di Giorgia Spurio, edita dall'Autore Libri Firenze. Un libro di poesie di una studentessa di archeologia che è nata e vive ad Ascoli Piceno. Ha iniziato a scrivere in versi all'età di undici anni. La raccolta comprende poesie scritte quando l'autrice era ancora una ragazza e prosegue fino all'adolescenza. Da esse emerge uno spaccato dei sogni, delle ansie, delle paure e delle speranze di chi percorre i primi passi lungo l'irto cammino della vita: 'Sul letto a pensare/o forse a sognare/ sospirando respirando/ Perchè la vita?' Quella di Giorgia Spurio è una poesia autentica, dove modernità ed epoca classica si compenetrano fino a realizzare un unicum perfettamente integrato, dove semplici immagini di immediata comprensione prefigurano e raffigurano realtà complesse, dove le ovvie riflessioni sono tali solo all'apparenza poichè presentano interrogativi inquietanti sull'eterno destino dell'Uomo: 'Venire dal nulla, operare nel nulla, per tornare nel nulla?' Tutto è poesia nella raccolta della giovane autrice . è poesia il titolo, è poesia la dedica scritta ad una sua giovane amica: 'dalla finestra della mente/ arrivano i profumi dei prati/ e l'odore del vento/ che il mare crea.../ ...dal cuore della mente/ arrivano i profumi degli sguardi/ e il sorriso meraviglioso/ come un fiore fatto di stelle/ e gli occhi verdi/ che il cielo ha all'aurora di ogni giorno.../' Scriveva un noto pensatore: 'Quando manca la poesia, non c'è bisogno di poeti; c'è bisogno di poesia'."
Diana Florenzi


La rilegatrice dei libri proibiti di Belinda Starling ed. Neri Pozza
Romanzo - narrativa

Un’altra sorprendente figura femminile, emblema di libertà dell’anima e della mente
Londra 1859 può una passione diventare ossessione?
Questo romanzo per la tensione intrinseca e ossessiva che si respira e traspare non può che ricordare “Profumo” di Süskind, simili i bassifondi e i luoghi d’ambientazione e di Parigi e di Londra dell’epoca, simili i personaggi animati da insane passioni. La protagonista Dora Damage è la moglie di Peter Damage dell’omonima legatoria, colpito dall’artrite reumatica che gli deforma le mani e non può rilegare i libri, lei prende il posto del marito e diviene una raffinata ed originale rilegatrice. Dora trasgredisce alle leggi della corporazione dei legatori che vietavano alle donne questo tipo di lavoro. Le sue bizzarre e fuori dagli schemi rilegature trovano degli estimatori nei “ Sauvage Nobles” una congrega di dissoluti uomini di alto livello sociale che collezionano libri proibiti dai puritani dell’epoca e uno di questi sir Jocelyn Knightley le commissiona delle opere scandalose, appunto libri proibiti come rimanda il titolo. Ma per Dora questa, insolita, ma necessaria attività diventerà lo strumento per prendere coscienza di sé come persona in quanto tale, rivendicherà libertà sessuale e infrangerà le regole e i tabù del tempo. Si troverà a lottare contro sordidi e loschi figuri, ma la sua intelligenza, la sua cultura l’aiuteranno a superare ostacoli e pastoie sociali fino ad assurgere a eroina e ad esempio di altre donne come lei desiderose di acquisire dignità sociale. E’ un grande romanzo di ampio respiro storico, attraverso la vita di Dora il lettore ripercorre e vive i conflitti di sesso, razza e classe dell’età vittoriana, la scrittrice ci restituisce un’atmosfera ammaliante, quasi palpabile con luoghi e personaggi nella loro concretezza. Dora è uno dei personaggi letterari che da subito si amano, ammirandone la risolutezza del carattere, la forza dei sentimenti e la solidità di cultura affinata da una sensibilità squisitamente femminile. La dovizia con la quale l’autrice descrive le tecniche di un mestiere difficile e preciso ci trascina in un mondo affascinante dove il libro come oggetto materiale ed estetico acquista la stessa importanza del contenuto. Ci addentriamo in questa preziosa e quasi religiosa arte, rilegature dalle pelli pregiate, dai tessuti più rari, dalle incisioni in polvere d’oro, dai disegni, i ricami, gli arabeschi di pregevoli fatture; un lavoro di fine artigianato dove si legge di stendere il foglio di marocchino, tracciare sopra le sagome per le copertine, passare la colla sul dorso, tagliare le fettucce, indorsare, scanalare e rinforzare il volume…tutto è così arcano e d’altri tempi… E’ un libro visivo perchè procede per immagini ( quelli osceni dei libri pornografici e non solo), per descrizioni minuziose, un libro olfattivo perché i miasmi della città avvolgono come un sudario le persone, il Grande Fetore, il fiume fetido, limaccioso, un libro sonoro perché si sente il vento impetuoso, la pioggia insistente satura di fuliggine che picchiettava sulle tegole e il fruscio dei carri sul selciato fangoso.…E’ un libro dove la prosa diventa poesia…la stanza scivolò nell’oscurità e parve restringersi fra le ombre tremolanti create dalla luce del camino. Il libro è la storia di una donna, il suo percorso verso la libertà e l’emancipazione quando finalmente il passato con tutti i suoi demoni erano scomparsi, sepolti per sempre. In questo primo ed unico romanzo la scrittrice prematuramente scomparsa dà prova di una grande forza espressiva e di una sagace ricostruzione storica ben documentata e ricca di particolari.

L’autrice: Belinda Starling viveva a Wivenhoe, nell’Essex, con il marito e i figli. E’ scomparsa nell’agosto del 2006, all’età di 34 anni, per delle complicazioni sorte dopo un intervento chirurgico. Aveva appena completato il manoscritto della Rilegatrice dei libri proibiti, il suo primo romanzo.
Arcangela Cammalleri


Il senso del dolore
L'inverno del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni Fandango Libri
Narrativa romanzo giallo

Ci sono romanzi gialli e romanzi gialli e in particolare ce n'è uno che, prendendo a pretesto una trama che prevede un delitto e la classica ricerca del colpevole, si rivela opera di elevato livello, con una descrizione memorabile dell'atmosfera dominante nel ventennio.
Maurizio de Giovanni ci presenta una Napoli crepuscolare, quasi tenebrosa, con una immediatezza tale da far pensare che lui sia vissuto in quel periodo e invece all'epoca era ben lungi dal nascere.
Più che la vicenda, contano le caratterizzazioni dei personaggi, le descrizioni dei luoghi, gli istinti amorosi, traboccanti, oppure pudici, quasi timorosi.
La rappresentazione al Teatro San Carlo, per esempio, è raccontata nello stato emotivo di uno che l'ha vissuta, come se quella Cavalleria rusticana fosse stata rappresentata il giorno prima, con l'autore seduto in uno dei primi posti e al tempo stesso assente quel tanto da far avvertire solo una discreta presenza.
E' un gioco di equilibri, dove de Giovanni è il funambolo che si esibisce su una corda con straordinaria abilità: un'accentuazione della caratteristica del commissario Ricciardi nel vedere i morti nel loro ultimo atto di vita, avvertendone il dolore del distacco, e tutto il romanzo potrebbe precipitare in un banale horror, o, addirittura, franare fra le risate dei lettori.
E invece no, questo proprio non accade, perché l'autore nel commissario identifica un'umanità tradita, un essere che riassume in sé tutti i dolori del mondo, sotto un apparente distacco che cela invece un uomo che, senza pretendere di giudicare, colloca la giustizia in una sfera asettica, non dimenticando tuttavia che ci sono vittime e vittime, e colpevoli e colpevoli.
E' quasi un automa Ricciardi e si muove fra gli ostacoli dell'indagine puntando sempre e solo sulla ricerca della verità, ma il Ricciardi uomo, in un mondo di prede e predatori, incappucciato nel cielo di piombo di un regime dispotico, riesce anche a sperare, grazie a un rapporto d'amore muto, mai dichiarato, ma intenso, due finestre una davanti all'altra e due cuori che battono e che sognano, separati solo da una via e da quel dolore che lui si porta dentro e che non può rendere partecipe ad altri.
Vento gelido, imposte che sbattono, carta che svolazza, bambini a piedi nudi che si rincorrono, cadaveri agli angoli di strade che ripetono le loro ultime parole a un commissario che, stringendo i denti, lotta ogni giorno, ogni ora per cercare una verità che non è solo quella del crimine, ma è anche lo stato di abulia, di abbandono e, al tempo stesso, di opprimente torpore di un regime che si avvia allo sfacelo.
E' un romanzo molto bello, che fa riflettere e che ti resta dentro.

Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005, con il racconto "I vivi e i morti", protagonista il commissario Ricciardi, vince il premio nazionale Tiro Rapido per giallisti esordienti. Il senso del dolore è il suo primo romanzo, pubblicato nel 2006 con il titolo Le lacrime del pagliaccio, ora rivisto e aggiornato per Fandango Libri. È anche il primo di una serie dedicata alle stagioni del commissario Ricciardi, di cui Fandango Libri pubblicherà i prossimi tre titoli.
Renzo Montagnoli


Amor di ninfa di Fabrizio Corselli per Lulù.com
Poesia mitologica

Non mi stancherò di dirlo, né di ripeterlo, ma leggere i versi di Fabrizio Corselli è come tornare indietro nel tempo di almeno 2.500 anni, giacché i miti che propone sono quelli di un mondo configurabile nell'antica Grecia e a cui peraltro le civiltà successive, soprattutto quella romana, si ispirarono in un senso tacito di continuità della cultura del bello, di quella ricerca costante di arrivare a una perfezione estetica che solo in epoca più recente si è rarefatta.
Certo non sono le poesie che noi siamo abituati a leggere al giorno d'oggi ed in cui prevalentemente c'è un'analisi riflessa dell'insoddisfazione della nostra società, quindi tutto il contrario del bello, con versi in prevalenza disarticolati da un'armonia, composti senza il ricorso alla metrica classica o comunque a regole di stesura che tendano a distinguere la poesia dalla narrativa.
Si potrà dire che in un'altra epoca, in cui tutto è frenesia, non c'è né il tempo né la voglia di traslare sentimenti ed emozioni se non attraverso il linguaggio corrente, in uno spezzettamento del ritmo che necessariamente fa passare in secondo piano la forma per dedicare la sola attenzione al contenuto.

Eros
Dorme, alato e stanco su quella coltre
d'ombroso disio, con viso adorno, Eros,
mentre io, docile, finanche mi struggo
ai suoi piedi come una serva mortale.

……

Oppure

Inno a Seiphoros
Di Seiphoros,
signore di tutti i cavalli
ratto, s'infuoca il vello
d'eburnea tinta,
come del promaco Ares
s'incendia la propria ira furente.

……

E' appena il caso di sottolineare che sono versi che si prestano a essere declamati, più che a essere semplicemente letti, perché solo in questo modo è possibile avvertire la fluidità, lo scorrimento senza intralci delle parole, a formare una musicalità che è il nerbo principale di queste opere, che pure hanno il pregio di far volare la mente, di oltrepassare il limite apparentemente invalicabile fra realtà e irrealtà, trasportandoci nell'etereo mondo di divinità solo credute scomparse e invece solo dimenticate.
Regna un'aria di bucolico mistero, quasi un'evanescente visione di quelle che sono le aspirazioni degli uomini e che nelle divinità trovano sbocco, creando così una fusione perfetta fra l'aspetto onirico della vita e la concretezza materiale di ogni giorno.
Riproporre i miti, quindi, non è un puro esercizio velleitario, ma rappresenta uno sbocco all'insostenibilità che molti provano per l'aridità della loro vita.
In questo senso, il lavoro continuo di Corselli ha una sua nobiltà che esula da quella di fornirci solo una visione del bello, ma è molto più pregnante, essendo di fatto un indirizzo, un segnale, una via da percorrere per ritrovare quella pace interiore troppo compromessa dal materialismo dilagante.
Penso che per chi si accosta per la prima volta a questa forma di poesia Amor di Ninfa possa rappresentare l'inizio più appropriato, ma se s'innamorerà di questo stile, di questa forma sarà gioco forza il suo passaggio ai poemi epici, che sono il vero e autentico punto di forza dell'autore, opere nelle quali si esprime a livelli veramente elevati.
Per cominciare, quindi, questo libro rappresenta l'optimum, la chiave d'ingresso in un mondo che si rivelerà in tutta la sua bellezza.

Fabrizio Corselli, scrittore di poesia epico-mitologica e saggista classe '73, nato a Palermo.
Ha pubblicato nel 2001 il libro di poesie sui miti greci I Giardini di Orfeo, Edizioni Laboratorio Giovanile.
Diverse le pubblicazioni di poesie e critica letteraria su riviste del settore, e collaborazioni con il Salone Internazionale di Parigi e con il Museo Beleyevo di Mosca.
Si occupa da tempo d'iniziative volte a promuovere il mondo della poesia attraverso corsi mirati (Il Sogno di Dafne, Eidyllion), con un occhio di riguardo nei confronti della cultura classica greca (nella fattispecie, promozione della cultura olimpica classica e dell'attività sportiva moderna attraverso la poesia). Considerato tuttora uno dei maggiori esponenti del mitomodernismo italiano.
Presidente di Giuria del prestigioso premio Laire Lorala, di poesia a tema tolkieniano e mitologico, dal 2004.
Segnalato sul sito della Treccani dal Prof. Roberto Carnero per la positiva riscrittura dei classici greci in relazione all'epica sportiva antica di cui si occupa con assiduità e dedizione dal '96, con l'inedito non integrale Olimpica - Il respiro dell'eternità, recensito da Lorenzo Flabbi.
Tra le sue pubblicazioni: il saggio sull'Eros e Poesia dal titolo Sublimis, Apologia dell'Estasi presso la nota rivista cartacea Atelier; il ciclo mitografico a puntate, dal titolo Eos - Il risveglio del Mito, sulla rilevazione delle diverse tipologie dell'Eros nei miti greci presso il settimanale palermitano Città Mia News; il saggio di Estetica Il Silenzio di Laocoonte - ovvero del dolore come dimensione oggettiva dell'atto compositivo.
Ha pubblicato presso il portale di cultura ellenica Mondogreco 1) il poema di rievocazione mitologica della Battaglia delle Termopili dal titolo All'Ombra di una Guerra; la prefazione è stata curata dal Prof. Matteo Veronesi. 2) il Satyros - viaggio arcadico di un satiro danzante (opera epico-mitologica in due libri, versione E-Book), presentato dalla Prof.ssa Cettina Messina.
Pubblicazione nel 2008 del libro Amor di Ninfa, Nympholeptos, opera tematica sul delirio ninfale.
Blog: Endymion 
Renzo Montagnoli


L'esistenza di dio di Raul Montanari Baldini Castoldi Dalai
Collana I tascabili
Narrativa romanzo noir

In una Milano primaverile Adriano esce dal carcere dopo una reclusione di cinque anni per avere ucciso la moglie. Si riaffaccia alla vita grazie soprattutto all'amicizia con Carlo, un suo vecchio compagno, ma il destino riserva sempre sorprese e così, in un alternarsi di improvvise memorie e di tempo presente, si snoda una vicenda che vede coinvolto il protagonista, suo malgrado, in un dramma che nelle pagine finali raggiunge l'apice della tragedia.
Ma sarebbe riduttivo limitarsi a questi scarni dati se non aggiungessi che nell'intreccio entra anche un particolare personaggio, Bruno, figlio di un boss, conosciuto in carcere e che Adriano ha salvato da una violenza sessuale.
Si snodano così due amicizie apparentemente solo simili, in quanto appartenenti a mondi diversi, perché con Carlo è un rapporto di reciproca riconoscenza, mentre con Bruno obbedisce alle ataviche regole dalla malavita, a un codice d'onore in cui ogni aiuto disinteressato finisce con il creare l'obbligo di ripagarlo.
In questi due mondi antitetici si muove, suo malgrado, Adriano, cercando sempre di restare in quello originario, ma costretto poi a piombare nell'altro nel momento in cui Carlo, mosso dal bisogno, commetterà un'imperdonabile sciocchezza.
Narrata così la storia può sembrare poca cosa, ma data la natura noir del romanzo volutamente non aggiungo altro per non togliere al lettore il piacere della scoperta.
Quindi mi limiterò ad alcune annotazioni di ciò che mi ha particolarmente colpito e che poco ha a che fare con il genere noir, per quanto la scrittura di Raul Montanari mi sia apparsa sicura, lineare, senza sbavature, riuscendo a tenere saldo il ritmo della vicenda che, come ho scritto prima, raggiunge la tragedia nel finale, secondo un copione che un po' mi ricorda Carlito's Whay, il bellissimo film di Brian De Palma.
Ci sono alcune righe di introduzione dove si fa un distinguo fra illusioni e speranze, due concetti che si assomigliano, ma non sono uguali. Le prime fanno parte del passato, mentre le speranze guardano al futuro, e i contrari sono rispettivamente le delusioni e le disperazioni, in cui le prime finiscono per essere esperienze amare, ma salutari, mentre le seconde sono la resa totale, o meglio ancora, come dice l'autore, sono l'unico peccato per il quale non c'è perdono, né in terra né in cielo.
Ecco, in questa disquisizione c'è tutto il nocciolo dell'opera e si arriva anche a comprendere il perché dello strano titolo: chi vive di illusioni finisce per le sue disgrazie con il prendersela con Dio (Dio perché mi hai fatto questo?). Ma con le illusioni non si cresce, perché non hanno futuro, a differenza delle speranze, e il gesto finale di Adriano è una speranza, in un mondo migliore, dove tutti i suoi affetti possano vivere, magari anche nel suo ricordo.
La forza del romanzo sta soprattutto negli inevitabili contrasti fra i sentimenti, nella difficile scelta fra ciò che è bene e male, nel desiderio di espiare effettivamente sublimando i concetti di amicizia e di amore con il sacrificio, una tendenza all'assoluto, di fatto un una ricerca dell'esistenza di Dio.
Ma ci sono anche curiosità, parentesi che di fatto sono riflessioni volte a stemperare in alcuni momenti la tensione della trama come per esempio la dissertazione su ciò che sono effettivamente gli psicanalisti, questa fra l'altro per certi versi spassosa.
Nel complesso, L'esistenza di dio finisce con il travalicare i canoni del noir classico, affrontando tematiche che quasi sommergono la trama, ma che riescono a dare al romanzo un'impronta che lo nobilita
e che con convinzione mi induce a raccomandarne vivamente la lettura.

Raul Montanari è nato a Bergamo nel 1959 e si avvicina al mondo letterario inizialmente come traduttore sia dall'inglese che dal greco e dal latino. Nel 1991 pubblica il suo primo romanzo (Il buio divora la strada, edito da Leonardo) e successivamente La perfezione (Feltrinelli, 1994, 1996, 2006), Sei tu l'assassino (Marcos y Marcos, 1997), Dio ti sta sognando (Marcos y Marcos 1998), e, per Baldini Castoldi Dalai, Che cosa hai fatto (2001, 2004), Il buio divora la strada (2002), Chiudi gli occhi (2004, 2005), La verità bugiarda (2005), L'esistenza di dio (2006, 2008), La prima notte (2008); inoltre le raccolte di racconti Un bacio al mondo (Rizzoli, 1998) e E' di moda la morte (Perrone, 2007).
Molti suoi racconti, articoli e saggi sono usciti in antologie, e sui maggiori quotidiani e periodici italiani.
Con Aldo Nove e Tiziano Scarpa ha scritto la fortunata raccolta di poesie Nelle galassie oggi come oggi. Covers (Einaudi, 2001).
Ha curato le antologie Il '68 di chi non c'era (ancora) (Rizzoli, 1998), Onda lunga (Archivi del '900, 2002) e Incubi. Nuovo horror italiano (Baldini Castoldi Dalai, 2007).
Ha tradotto per le scene Doppio Sogno di