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Storia di Neve
di Mauro Corona Edizioni
Mondadori
Narrativa romanzo
Raramente mi è capitato di leggere un romanzo così lungo (817
pagine), eppure così intenso.
Vi è assicuro che è un'esperienza altamente coinvolgente, al punto
tale che come si inizia la lettura si desidererebbe andare sempre
avanti, senza mai fermarsi, per giungere alla fine. Va da sé che
invece sono necessarie delle interruzioni, anche per riflettere e
spunti e motivi ce ne sono in abbondanza.
Il teatro della rappresentazione è come al solito Erto, il paese
natio, ma la vicenda, questa storia di Neve Corona Menin, l'unica
bimba nata nel gelido inverno del 1919, è qualche cosa di
straordinario, come del resto lo è la protagonista. Sospeso fra
realtà e fantasia, con escursioni anche nel campo dell'horror, il
romanzo ha una forza travolgente, grazie a un testo vitale e
particolarmente suggestivo.
Neve è la parte buona della strega Melissa, tornata nel mondo per
porre rimedio ai torti commessi in vita, una specie di santa in
grado di miracolare, come in effetti ogni tanto fa, ma vittima della
cupidigia del padre teso ad arricchirsi grazie alle straordinarie
qualità della figlia, in un egoismo cieco e sordo, che porterà a una
serie di disgrazie e di delitti di raccapricciante efferatezza.
Il contrasto fra l'essenza spirituale della fanciulla e la
bestialità materiale del genitore riesce a dare all'opera quella
continuità logica che è indispensabile per sostenere l'impatto con
una storia particolarmente lunga.
In questo contesto si inserisce la vita del paese, la coralità dei
suoi abitanti nei riti annuali della primavera e dell'autunno, nella
fienagione e nel taglio delle piante, nelle sere trascorse
all'osteria, un microcosmo reale, pulsante di umori, anche
primitivo, talvolta violento e chiuso, oltre che omertoso.
I caratteri dei personaggi, le descrizioni delle stagioni, le pagine
dedicate ai rigidi e nevosi inverni sono tutti elementi che
nobilitano questo romanzo.
Pur se la vicenda di fantasia è preminente, si rimane stupiti di
fronte alla soavità, quasi poetica, che l'autore dedica a immagini
della natura, con albe, tramonti, i vortici del fiume Vajont, le
cime, i boschi, una sorta di concerto che accompagna tutta l'opera.
Nell'insieme Corona è riuscito a mantenere in adeguato equilibrio la
violenza e la bontà, l'orrore e la nobiltà dei sentimenti, un gioco
difficile e anche pericoloso condotto tuttavia con mano sicura dalla
prima all'ultima pagina.
Chiuso il libro ci si sente come frastornati dalla forza della
macchina narrativa, ma è solo un momento, perché ci si accorgerà ben
presto che questa splendida storia lascia dentro un senso di grande
serenità e di Neve serberemo il ricordo come della parte migliore di
ognuno di noi, quella platonica ingenuità infantile non condizionata
dalla realtà e di grande aiuto per superare gli scogli della vita,
pur se rifugiandosi solo in un sogno.
Storia di Neve è un libro magico.
Mauro
Corona
(Pinè, 9
agosto 1950
nasce sul carretto dei genitori friulani Domenico Corona e Lucia
Filippin, venditori ambulanti, sulla strada che da
Pinè
porta a
Trento.
Dopo i primi anni dell'infanzia passati in
Trentino
ritorna con la famiglia a Erto, il paese d'origine.
Lì vive in prima persona la
tragedia del
Vajont. Ha ereditato dal nonno
scultore
la passione per il
legno e
dal padre
cacciatore
la passione per le
cime.
Corona è uno dei più apprezzati scultori lignei contemporanei, noto
a livello europeo. Inoltre si dedica all'arrampicata
(ha aperto numerosi percorsi sulle
Dolomiti)
e alla
scrittura.
Molti suoi romanzi sono stati tradotti in diverse lingue fra cui il
cinese.
Ha scritto:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998
&
2008),
vincitore del Grinzane Cavour 2008
Finché il cuculo canta (1999)
Gocce di resina (2001)
La montagna (2002)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
Storie del bosco antico (2005)
L'ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005
&
2007)
Vajont: quelli del dopo (2006)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi(e un corvo) (2007)
vincitore del premio Itas “Cardo d’argento 2008”
Storia di neve (2008)
Sito web dell'autore:
www.maurocorona.it
Renzo Montagnoli
'A JATTA di
Cinzia Pierangelini Edizioni GBM
Narrativa romanzo
C'è qualche cosa che assilla Alfredo, pensionato e scapolo
impenitente, lungo tutto l'arco della giornata e che gli impedisce
perfino di dormire, è un tarlo che lentamente rosicchia la sua vita
e che gli propone di continuo il bilancio dell'esistenza. Quello che
lui non vuole ammettere è che ormai è in preda alla solitudine, un
sentimento di scoramento che, persi gli ardori giovanili, lo fa
sentire nel deserto di una casa vuota e anche l'amico più fidato che
decide di punto in bianco di sposarsi è un'ulteriore spina che si
conficca profondamente nel cuore, ampliando il senso di smarrimento
che si impadronisce di lui e che gli fa perdere la memoria, perché
tanto di importante c'è poco da ricordare.
Andrea, invece, più giovane e determinato, corona il desiderio da
tanto tempo agognato di concretizzare quella natura profondamente
femminile che si porta fin dalla nascita pur nei panni di un
maschio. Gli interventi chirurgici che lo trasformano in femmina,
una bella femmina peraltro, gli acuiscono però quel senso di
incompletezza che potrebbe essere colmato solo con l'incontro con un
uomo, di modo che l'amore, quello vero, costituisca il punto di
arrivo e di ripartenza della sua vita.
I due personaggi, non atipici, soprattutto Alfredo, per uno strano
scherzo del destino finiranno per incrociare le loro strade e dopo
alterne vicende confluiranno in unico percorso che darà un senso a
tutta la loro vita.
Questo secondo romanzo di Cinzia Pierangelini, dopo il convincente
Eraclito e il muro, sempre edito da GBM, conferma le buone
capacità narrative dell'autrice che riesce a confezionare una storia
che si snoda senza intoppi e nel complesso convincente.
L'ambientazione è ancora una volta quella della provincia siciliana,
tanto che non è infrequente il ricorso a un fraseggio in dialetto,
volto più che altro a dare spessore a certe situazioni o
affermazioni.
La trama è anche una schermaglia amorosa, in cui si inserisce un
terzo incomodo, Giorgio, un violoncellista di fama internazionale
che s'innamora di Andrea, provocando la gelosia di Alfredo, con
tanto di ansie e tormenti.
Troviamo così alcune tipicità dell'autrice, come appunto la figura
del musicista, con delle belle descrizioni delle esecuzioni di brani
classici, e anche l'amore per gli animali, tanto che Andrea nutre
una vera passione per i cani, un affetto materno che riversa su di
loro consapevole che la trasformazione che l'ha resa donna
esteticamente non potrà mai darle la gioia di un figlio.
Ma il titolo che c'entra con la storia?
'A jatta, cioè la gatta, è l'unica compagnia, peraltro mal
sopportata da Alfredo, a cui è pervenuta in eredità; la bestia, che
apre e chiude il romanzo, è di indolente natura, ma i progressivi
mutamenti del padrone la porteranno a ricercare l'amore di un altro
suo simile. Ci riuscirà e lei e i piccoli, frutto di una
scappatella, troveranno l'affetto di Andrea e di Alfredo.
Scritto con l'italiano corretto e ormai non consueto che è proprio
dell'autrice, 'A jatta è un romanzo che corre sicuro su
binari stilisticamente apprezzabili e che risulta di assai piacevole
lettura, tanto che lo consiglio vivamente.
Cinzia Pierangelini è nata nel
1963 a Messina, dove vive e svolge l'attività di docente e
violinista. Ha iniziato a scrivere solo nel 2004, realizzando così
un sogno che si portava dietro sin dai tempi dell'adolescenza.
Ha pubblicato: Dall'ultimo leggio, raccolta di racconti, ed.
traccediverse - Eraclito e il muro, romanzo ed.GBM - 'A jatta,
romanzo ed. GBM - Draghia, romanzo fantasy. In uscita Il professor
Scelestus - romanzo fantasy per ragazzi. Suoi racconti e poesie si
trovano nelle antologie. Noir. Quindici passi nel buio; Il mio mare;
Libera uscita; Femmine, Concorso di emozioni, Corrispondenze di
sensi; Siculiana. Una fiaba per Gramos, antologia a scopo benefico
ed. Lulu. Il racconto Il piromane vincitore del concorso
Writers-Magazine 2007 e il racconto Non c'è musica sono stati
pubblicati dalla rivista Writersmagazine. Tutti i colori dei
bambini,antologia a scopo benefico ed.Montag
Renzo Montagnoli
Michelangelo. La
grande ombra di Filippo Tuena
Fazi Editore
Narrativa romanzo
Leggere un libro di Filippo Tuena è sempre un'esperienza del tutto
particolare, perché si può star certi, ogni volta, di trovarsi di
fronte a una spiccata originalità, sia come struttura che come
stile, entrambi mai ripetitivi.
La sua espressione artistica, infatti, non è mai rivolta a
soddisfare il gusto di un pubblico assuefatto a modi di scrivere
tradizionali, ma è il frutto di una ricerca che se nelle prima
pagine può disorientare finisce poi con lo stupire, il meravigliare,
perché non c'è nulla come la novità che possa veramente colpire il
lettore attento.
Inoltre ci si accorgerà che successive riletture faranno scoprire
nuovi motivi di riflessione, mantenendo inalterato il gradimento
dell'opera.
Tuena, per parlarci di un Michelangelo al termine della sua vita,
avrebbe potuto scrivere un romanzo tipicamente storico, magari
avvincente, e invece ha saputo costruire una narrazione che
travalica i limiti propri di quel genere, offrendoci non solo un
affresco di pregevole fattura, ma un'approfondita disamina dei
rapporti fra arte e potere e tra disfacimento senile e decadenza di
un periodo storico di grande rilievo quale fu il Rinascimento.
Con queste finalità imbastisce un tessuto letterario che prende
spunto da una domanda: perché l'ormai anziano, quasi inabile
Michelangelo rifiutò i pressanti inviti di Cosimo de' Medici a
rientrare a Firenze? Che cosa determinò in lui la ferma decisione di
non fare ritorno in patria e di morire così a Roma?
Si tratta di un quesito senza apparente risposta, tanto che si
potrebbe pensare alle bizze di un vecchio, oppure addirittura a un
pretesto dell'autore per imbastire il solito romanzo storico, e
invece ci troviamo fra le mani un'opera dai mille risvolti, da
finalità che a primo colpo non si scorgono, ma che nel loro insieme
danno corpo e sostanza a un lavoro di straordinaria qualità.
Filippo Tuena infatti rivela ancora una volta la capacità di
stupire, di essere artista alla ricerca dell'originalità dei propri
lavori, tanto che non si smentisce con questo Michelangelo La
grande ombra, già uscito otto anni fa sempre per i tipi di Fazi
e ora in un'edizione rinnovata non solo nella veste, ma anche con
modifiche e implementazioni.
L'autore si pone la domanda e cerca la risposta avviando un'indagine
che vede protagonisti, di volta in volta, chi conobbe Michelangelo
negli ultimi anni della sua vita, nomi talora famosi, come lo stesso
Cosimo de' Medici o Giorgio Vasari, tanto per citarne due, e altri
meno noti, ma non per questo meno importanti per giungere al
risultato principale, nonché per affrontare altri argomenti di
interesse più generale.
Come le pietruzze, sapientemente accostate l'una all'altra, vanno a
formare un mosaico, le testimonianze sono singole voci di un coro e
con le loro specificità danno vita a un ritratto incredibilmente
palpitante del grande pittore e scultore fiorentino.
Un uomo, esso, affetto da profonda solitudine, propria solo dei
grandi geni che si sentono lontani dalla quotidianità degli altri
uomini, impossibilitati a condurre un'esistenza normale; è una
solitudine che al contempo esalta la sua arte, ma che anche lo
isola, gli fa avvertire fortemente come la creatività sia
concepibile solo con la massima astrazione e l'altrettanto massima
libertà.
Michelangelo non torna a Firenze perché Cosimo de' Medici
rappresenta il potere, il principe che pretende la proprietà
intellettuale di quell'opera d'arte che l'artefice invece sente solo
sua.
Ma dal coro di voci, costituite da uomini con inevitabili pregi e
difetti, quali l'invidia, il malanimo, emerge anche un altro
elemento che, oltre a connotare la fase di declino del Rinascimento,
proietta la specie umana ai nostri giorni, con gli stessi vizi e le
stesse virtù, comuni dei mortali e che nulla contribuiscono
all'accrescimento di valori della specie stessa.
Tuena non disprezza questi personaggi, anzi conferisce loro una
propria dignità, facendoli anche portavoce di riflessioni su cui il
lettore è indotto a soffermarsi, perché risultano tipiche
dell'esistenza e quindi sempre di attualità. Al riguardo trascrivo
alcune righe della testimonianza del poeta Giovan Battista Strozzi,
righe che danno la misura di ciò che l'uomo pensa e sente quando
avverte il declino della vita " Mi si viene a dire che
Michelagniolo ha compiuto una scelta simile. O, non parlo di palazzi
affrescati, di broccati, di arazzi. Del lusso, in una parola. Ma
parlo del buio di una stanza, del rinchiudersi in se stesso, del
cercare in sé la verità che fuori ci appare artefatta. Mai più
grandi sepolture per le morti altrui; mai più affreschi per altri
edifici. Tutto per sé è quello che produceva."
E' tutto un susseguirsi di opinioni, e anche di supposte verità, di
autoreferenzialità, ma pure di profonda convinzione dei propri
limiti; sono personaggi che riemergono dalle tenebre, si agitano,
ricorrono a un linguaggio che l'autore di fatto ha inventato (una
sorta di gradevole commistione tra rinascimento e moderno), operano
freneticamente come tante formiche all'ombra del genio, ammiratrici,
ma anche invidiose, perché incapaci di comprendere che cosa ci sia
realmente al fondo della creazione di quei capolavori. Quei
monumenti, quegli edifici, quelle statue che non finiscono di
sorprendere sono al tempo stesso l'estasi e il tormento di un autore
la cui genialità è tale da rendergli impossibile la convivenza con i
comuni mortali.
Da questo libro, quindi, emerge non solo l'eterno contrasto fra
potere e libertà artistica, ma scaturisce anche un ritratto
veritiero, spesso impietoso, della condizione umana, di una specie
dotata del bene dell'intelletto, eppure così fragile, così immatura
da non riuscire a comprendere nemmeno se stessa.
Ci si chiederà comunque perché il titolo sia Michelangelo La grande
ombra. Che cos'è quest'ombra? E' quella in cui agiscono gli artisti
dell'epoca inferiori al genio che brilla di luce propria, o è
qualche cosa d'altro?
Se consideriamo già le pagini iniziali, con un Cosimo de' Medici
emiplegico, con un filo di bava che gli scende da un angolo della
bocca, quasi un cadavere vivente, ma conscio del suo stato, e se poi
leggendo percepiamo nelle risposte degli altri intervistati il
timore, sempre latente ma che riemerge nell'occasione, della
naturale conclusione della vita umana, a cui non pochi sono
prossimi, o addirittura vi sono già giunti, emerge prepotente
l'atmosfera dell'ombra della morte che aleggia su tutto, a riprova
che la caducità è propria di tutti uomini, geni o sconosciuti che
siano.
In questo quadro di dolorosa, ma naturale angosciante incertezza per
il dopo, si viene così a delineare anche la decadenza di un periodo
storico così importante per le arti quale fu il Rinascimento. Del
resto i frutti, ormai marcescenti, del Concilio di Trento
arriveranno non solo a condizionare la vita degli uomini, ma anche a
creare un'epoca di illiberalità, una sorta di reazione metodica e
oppressiva, di cui anche Michelangelo, ormai defunto, fu vittima,
visto che si decise, con una stoltezza che si commenta sé, di metter
le braghe alle figure ignude del Giudizio Universale.
Nella lotta fra libertà creativa e potere temporale quest'ultimo
riprese il sopravvento, ma, per sua fortuna, Michelangelo già non
c'era più.
Filippo Tuena è nato a Roma nel
1953 e vive a Milano. E' laureato in Storia dell'arte.
Ha pubblicato:
Il tesoro dei Medici (Giunti Art & Dossier, 1987); Lo sguardo della
paura (Leonardo, 1991), Premio Bagutta Opera Prima; Il tesoro dei
Medici (De Agostani, 1992), in collaborazione con Anna Maria
Massinelli; Il volo dell'occasione (Longanesi, 1994); Il diavolo a
Milano (Ikonos, 1996); Cacciatori di notte (Longanesi, 1997); Tutti
i sognatori (Fazi, 1999), Premio Super Grinzane-Cavour; La grande
ombra (Fazi, 2001); La passione dell'error mio. Il carteggio di
Michelangelo (Fazi, 2002); Quattro notturni (Aletti, 2003); Il volo
dell'occasione (Fazi, 2004), nuova edizione; Le variazioni Reinach
(Rizzoli, 2005), Premio Bagutta; Il diavolo a Milano - nuova
edizione e Fantasmi di Schumann a Manhattan (Carte Scoperte, 2005);
Michelangelo. Gli ultimi anni (Giunti Art & Dossier, 2006); Ultimo
Parallelo (Rizzoli, 2007), Premio Viareggio.
Sito web:
http://digilander.libero.it/filippotuena/
Renzo Montagnoli
Prima di sparire
di Mauro Covacich ed. Einaudi “I
coralli”
Romanzo –Narrativa
“Vedi non l’hai uccisa, l’hai solo abbandonata. Adesso devi trovare
la forza di non tornare più”.
Questa storia viene considerata così viva da farne un libro
straziante sul desiderio e sull’abbandono. Lo scrittore riesce a
trasformare un fatto assolutamente privato in una vicenda di tutti,
è il caso in cui la scrittura scorre come il sangue e invade dalle
pagine alla vita. Covacich confessa di aver raccontato 18 mesi della
sua vita, precedenti la stesura del romanzo dove il ricordo è la sua
versione del ricordo e dove la vita di tanti si è trasformata nella
scrittura di uno solo.
La trama è come una treccia a tre incastri: LUI che abbandona la
moglie per un’altra donna, una moglie che tradisce il marito e
seguiamo gli incontri clandestini di questi due amanti e un atleta,
il marito tradito, diventato per puro caso un performer, artista di
successo. Mauro, Anna, la moglie abbandonata, Susanna, l’amante, una
triade di persone, personaggi ruotanti su se stessi alla ricerca
l’uno dell’altra in un continuo e contrastante tumulto di sentimenti
laceranti, forti. Uno scrittore di successo che tra conferenze,
presentazione di libri, reading consuma un amore non completamente
spento per un altro non pienamente convinto. Si strugge d’amore e
per amore e se non fosse per la scrittura dirompente, iperrealistica
ed incisiva, potrebbe la trama rassomigliare ad un romanzo
sentimental-rosa.
Impressiona in positivo non tanto la storia di per sé non
particolarmente avvincente, quanto la tecnica narrativa: l’io
narrante interno/esterno, il lessico attualizzato di inglesismi, la
minuzia descrittiva dei particolari fisici, ambientali. Es: studio
televisivo; i riflettori neutri, senza gelatina, le parti metalliche
delle telecamere, i cavi pendenti, la lucida convessità degli
obiettivi, la compostezza minerale degli assistenti di studio…
Covacich scandaglia persone, sentimenti, ambienti al microscopio,
individua i frammenti cellulari dell’animo umano e al pari di un
chirurgo viviseziona e segmenta ogni percezione sensoriale. In
questo senso smonta il congegno complesso del cervello scindendo
pensieri, riflessioni e pulsioni emotive. La centralità della storia
sta non nelle azioni, ma negli stati emozionali del protagonista che
mette a nudo senza filtri le sue debolezze e le sue sofferenze. E’
senz’altro un romanzo di qualità in cui la scrittura trascina sempre
più lontano lo scrittore al di là delle sue intenzioni, la
letteratura si sottomette alla vita.
L’autore:Mauro Covacich è nato a
Trieste nel 1965. Ha pubblicato diversi libri di narrativa, tra cui
Storia di pazzi e di normali (Teoria 1993, Laterza 2007), Anomalie
(Mondatori 1998, 2001), L’amore contro (Mondatori 2001), A
perdifiato (Mondatori 2003, Einaudi 2005), Fiona (Einaudi 2005) e
Trieste sottosopra (Laterza 2006).
Arcangela Cammalleri
Alla corte del nonno
masticando liquirizia di Mela
Mondì Sanò Edizioni Agemina
Prefazione di Salvatore G. Vicario
Narrativa romanzo
Varrebbe la pena di leggere questo romanzo almeno per la descrizione
del paesaggio nebroideo, una serie di affreschi di pregevolissima
fattura che ci introducono in un mondo di rara bellezza, con questa
valle che degrada verso il mare, colorata dai frutti degli aranci,
assopita nelle giornate torride d'estate, sconvolta ogni tanto da
furiosi temporali. Viene voglia di andarci subito per vedere con i
nostri occhi, per toccare con mano, per lasciarsi inebriare dal
profumo intenso delle zagare.
Ma il vero tema dell'opera non è il paesaggio, pur se importante
nella struttura, rappresentando di fatto la tela su cui l'autore ha
trascritto la vicenda.
Questo libro, in effetti, vuole parlare dei profondi sconvolgimenti
avvenuti in poco tempo in una società immobile da secoli, di stampo
quasi feudale, in cui i nobili erano tutto, mentre gli altri, i
cafoni, erano allineati sul gradino più basso di una scala che
impediva loro di risalire.
Il tutto avviene, nel racconto della protagonista isabella, in un
arco di pochi anni, all'incirca fra il 1930 e il 1960, con in mezzo
una guerra che non poco ha pesato in questo stravolgimento.
Per parlare degli altri occorre prima guardare dentro di sé ed è
quello che avviene per il personaggio principale che rivede fatti,
uomini, donne con il filtro della memoria, forse un po' sbiadita, ma
sempre volta a comprendere i perché di tante cose.
E' quasi una saga familiare, con la figura carismatica del vecchio
nonno, un patriarca di nobile lignaggio che tiene apparentemente i
fili del tutto, ma nella consapevolezza che il mondo da cui viene
inevitabilmente è destinato a finire. In questa famiglia i vari
componenti sembrano un blocco compatto, ma presi uno a uno rivelano
le piccolezze degli uomini, gli egoismi schermati fa un formalismo
di maniera.
Lei, Isabella, è l'ultima generazione ed ha come riferimento una
madre contessa, mentre il padre, avvocato, ha come genitori dei
cafoni. E' estremamente simbolico questo, perché rivela una
caratteristica che è propria di quel periodo di tempo, a cui la
guerra e il primo dopoguerra hanno contribuito in modo determinante.
Con Isabella avviene un passaggio dal mondo feudale, già incrinato
dal matrimonio fra un plebeo e una nobile, a una modernità che dà
vita a un ceto medio, relegando a un mondo di ricordi la nobiltà.
Mela Mondì racconta e si racconta, riflette, ci offre una figura di
nonno di grande rilievo, nella sua complessità, un uomo di grande
cultura, tutto teso a mantenere unita la famiglia con i suoi
privilegi, ma anche attento a cogliere il passaggio del tempo, a
tendere la mano o a mostrare i pugni, a stare con un piede nel
passato e con l'altro nel presente.
Pagina dopo pagina è anche una continua ricerca della verità, per
sapere delle proprie origini, ma le verità, sulla scia del pensiero
di Luigi Pirandello, sono tante e alla fine si riveleranno tutte
false con la scoperta di un fatto di grande rilievo e di cui voglio
tacere, per non togliere il piacere della lettura.
Ne risulta un romanzo di grande fascino, che, al di là della
vicenda, è un'approfondita analisi sociologica, con elementi anche
filosofici, una fusione di strumenti in grado di dare risposte alle
inevitabili domande che l'autore e il lettore finiscono con
l'imporsi.
Mela Mondi Sanò è nata a
Torrenova (ME).
Laureata in Pedagogia, abilitata in Scienze umane e Storia, ha
lavorato nella scuola: prima come insegnante e poi come capo
d'Istituto.
I suoi interessi culturali sono molteplici. Infatti ha scritto e
pubblicato di pedagogia, di matematica, di storia.
La stampa e la televisione si sono occupate di lei per le iniziative
socialmente significative che ha espresso fin da giovane, quando nel
1957, unica donna siciliana, si presentò a "Lascia o Raddoppia" e
vinse il massimo premio.
Nel 1984 ha pubblicato "Da Pietra di Roma a Torrenova" (ed.
Pubblisicula ), un libro che aiuta a scoprire l'identità di un paese
istituito a Comune autonomo.
Ha ricevuto riconoscimenti nel campo della poesia. Nel 1994 ha
ottenuto il premio internazionale di poesia "L'Acàlypha" con il
libro "Razza della mia terra" ed. Agemina.
Impegnata nel sociale ha conseguito:
negli anni 1970/80 la specializzazione nell'educazione degli alunni
stranieri;
nel 1996 il diploma triennale in formazione politica al Centro
Arrupe di Palermo. È stata consigliere nazionale e poi presidente
provinciale del M.I.E.A.C. (movimento di impegno educativo dell'A.C.).
"Alla corte del nonno masticando liquirizia" è il suo primo romanzo.
Ambientato sui Nebrodi, ci permette di conoscere ed apprezzare le
bellezze storiche e naturalistiche di questo territorio oggi
conosciuto come il Parco Regionale dei Nebrodi.
Renzo Montagnoli
“ Tu notte che
conduci” di Domenico Campana
Ed. Bompiani
Romanzo-narrativa
Quarta di copertina: “ La voglia di verità di fronte al mistero.
Eroismi e tradimenti in una Sicilia che è ormai Italia”.
Palermo, anni ’90: Elisabetta Tindari, una giovane ispettrice di
polizia, al capezzale della madre in coma, apprende l’uccisione
dell’anziano giudice (con il quale ha una relazione) insieme alla
scorta di cui ne fa parte lei, ma che per fatalità è scampata. Pensa
alla madre: che avesse presentito la tragedia e si fosse ammalata
per allontanare la figlia dal pericolo di morte? Elisabetta segue le
orme paterne (colonnello dei carabinieri), animata da uno spirito
idealista, si fa poliziotta per rimettere in squadra, un poco, lo
sgangherato universo. Pensa che in un ambiente come la polizia, la
libertà mentale avrebbe dovuto rifulgere. Ma non aveva calcolato
l’egemonia dello spirito burocratico, sul quale tutto deve
minuziosamente ricalcarsi. E’sposata con Stefano, un commissario che
per motivi di lavoro vive lontano; il loro rapporto è in crisi. Dopo
la strage, le viene assegnato un nuovo incarico, si sarebbe occupata
di minorenni perché era riguardoso, le dirà il capo di gabinetto, un
periodo lontano dalla mischia sanguinosa, al momento era pericoloso
continuare l’attività di capo scorta. Ma dopo una settimana,
accusata di aver agito in modo irriflessivo, sarà trasferita alla
squadra omicidi dove si occuperà dell’indagine dell’assassinio di
una giovane prostituta. Verrà a scoprire intrecci, trame, collusione
tra coloro i quali rappresentano la legge e dovrebbero applicarla e
tra coloro i quali sono al di fuori della legalità e ne fanno un
modello di vita. L’universo è complessivamente guasto! Ma anche il
suo universo precipita: la morte della madre, la rivelazione del
medico che ha assistito sua madre di essere il suo vero padre, il
marito accusato di “intelligenza con lo straniero”, tutto si
rivolta: pensa al nonno rappresentante della polizia del neonato
regno d’Italia, al padre ufficiale dei carabinieri che combattè la
mafia nel dopoguerra, quando la mafia era alleata degli alleati e
vaccinava l’isola, forse l’intera neonata Repubblica, contro le
infezioni delle sinistre. Ella teme che per la quarta volta, la sua
vita sarà passata come un vetrino al microscopio: quando fu
assegnata alla scorta, quando il giudice è morto, quando è stata
assegnata alla omicidi e …adesso come la moglie di un poliziotto
corrotto. Dispiacere e vergogna, ma anche incredulità misto a
sdegno. L’ indagine che porta avanti sull’omicidio della presunta
prostituta s’intreccia con un altro caso, la scomparsa di una
bambina inglese che Elisabetta crede di riconoscere nella figlia
adottiva di un mafioso. Un avvilimento solca il cuore di Elisabetta
quando il suo diretto capo le vieta il proseguimento delle indagini,
nessuno si prefiggeva di sconfiggere il male, bastava tenerlo sotto
controllo secondo le oscillazioni dell’umore popolare: il
patteggiamento era la regola. Ad una domanda che Elisabetta aveva
posto al giudice, dopo la caduta del muro di Berlino chi fossero
adesso, i nemici, si era sentita rispondere coloro contro i quali il
governo punta il dito allo scopo di vincere le elezioni. Alla fine
la storia avrà il suo finale liberatorio, sia pure amaro; si
ricompongono i tasselli e si cicatrizzano le ferite. Il romanzo una
sorta di scandaglio dell’animo femminile quando, soprattutto, si
trova a convivere in un universo dalla mentalità maschile e si trova
a cozzare con i disegni ambigui e torbidi della politica, delle
forze dell’ordine e del sottobosco della mafia. Le anime femminili
sono più elaborate, addestrate alla finzione, spesso, una pura
finzione teatrale: si sforzano di apparire indisponenti per non
svelarsi. Nei maschi l’orgoglio impone di recitare meno. Accade che
ad una mediocrità apparente corrisponda la banalità di fondo. Una
corrosiva critica al sistema del nostro Paese: la classe dirigente
ha violato e schernito la legge, alla fine lo Stato sta divorando se
stesso. L’idea di uno Stato che si estingue risulta maligna e
inconcepibile, va contro ogni convinzione e ragionevolezza, ma la
morale si trova in fondo alle pagine di questo romanzo, una
riflessione cinica e realista detta dal capo di polizia: si possono
compiere azioni non illegali, eterodosse, sì, ma sempre per il
vantaggio dello Stato. Una sorta di rivisitazione del fine
giustifica i mezzi di memoria machiavelliana: la differenza tra un
criminale e un rappresentante dell’ordine costituito sta in questo,
si può compiere un atto arrischiato, ma non si ammazza e non si ruba
ad ogni piè sospinto, non bisogna superare il limite.. La società
deve funzionare e la virtù l’intralcia. Un giallo sui generis, dove
il ritmo narrativo non è dato dal succedersi dei fatti quanto dal
convincente scavo psicologico dei personaggi, dalla struttura
narrativa che si dipana su due livelli, l’io narrante squaderna la
riflessioni personali, mentre le azioni sono narrate in terza
persona. Un romanzo dalla scrittura lucida ed essenziale e da una
rappresentazione della realtà sempre in perenne bilico tra atti di
eroismo e cadute nell’abisso della vendetta e dell’orgoglio. Riporto
una frase del nonno Michele Tindari dell’Isola delle Femmine, che
l’uomo: “deve erigere dighe al male pur sapendo che verranno
abbattute”. Un’altra frase che si presta al romanzo: “ Gli uomini
sono idealisti nell’ideologia, ma realisti in politica”.
L’autore: Domenico Campana vive
a Roma. Ha pubblicato i romanzi Memorie del crudele inverno (
Rusconi, 1976), La stanza dello scirocco (Sellerio, 1986),
L’Isola delle Femmine (Einaudi, 1991), I giardini della
Favorita (Einaudi, 1992).
Arcangela Cammalleri
Bastola La signora del
fuoco di Francesco Giubilei
Società Editoriale ARPANet
Narrativa romanzo breve
Quando la storia, specie quella molto antica, non ha riscontri
obiettivi si sviluppano leggende, frutti di fantasie che non di
rado, tuttavia, hanno alla base un fatto o un personaggio realmente
esistito.
L'incendio che nel 1237 distrusse completamente Gualdo Tadino, forse
causato dal nemico Ducato di Spoleto o anche innescato da un evento
del tutto fortuito, essendo rimasto senza spiegazioni plausibili
fecondò la fantasia popolare che tramandò oscuri disegni, già
ripresi da tale Alessio Bucari Battistelli, senza pretesa di essere
gli unici e veritieri.
La vicenda ha affascinato anche Francesco Giubilei, cesenate, ma di
origine gualdese per parte di padre e di nonno, e così la figura
della Bastola, già additata come responsabile del rogo, ha stimolato
la sua fantasia, tanto da scriverne una versione tutta personale.
Il romanzo breve (80 pagine) ha trovato il consenso della Società
Editoriale Arpanet che lo ha pubblicato nella sua collana mini
Concepts Storia, libriccini di piccolo formato (10 x 10),
comodissimi da portare con sé, ma che non sacrificano nulla al
piacere della lettura stante la normale dimensione del carattere.
Francesco Giubilei, dopo un preambolo doveroso e di carattere
artistico e storico di Gualdo Tadino, ricostruisce con attendibilità
le vicende di questa Bastola, non limitandosi alla sola narrazione
del fatto, ma anche deliziando gli occhi e l'animo con i toni
delicati con cui ha rappresentato il paesaggio della zona.
Ne scaturisce, così, un romanzo sospeso fra storia e leggenda, in un
equilibrio che non induce a credere che tutto si sia verificato
realmente così, ma non porta nemmeno a dubitare che quanto narrato
possa rispondere a verità. E' importante questa capacità di esporre
un'interpretazione fantastica di un evento dandole quel grado di
credibilità che alla fine della lettura viene da dire
spontaneamente: "Però, potrebbe essere andata veramente così."
E in effetti si resta avvinti, pagina dopo pagina, dal personaggio
della Bastola e da una vicenda che porterà, senza accorgersene, ad
arrivare alla fine con il desiderio di sapere sì ciò che già
immaginavamo in partenza, ma non importa, perché risulterà un tempo
piacevolmente trascorso.
Francesco Giubilei è nato a
Cesena l'1 gennaio 1992. Frequenta il Liceo scientifico "A.Righi"
nella sua città.
Appassionato di storia, è il direttore editoriale della rivista
Historica. Ha già pubblicato Giovinezza - Partitura per
mandolino e canto (Il Ponte Vecchio, 2007).
Renzo Montagnoli
Un ragazzo come tanti
di Laura Tufilli
Altromondo editore
GENERE: Sentimentale
Un ragazzo come tanti è la storia di una amore. L’ amore
sorprendente sbocciato tra un giovane ricco, desiderato e affermato
ed una ragazza semplice, bella, intraprendente e attorniata dai suoi
inseparabili amici.
Una scottante verità, alcune situazioni inaspettate e molteplici
colpi di scena metteranno a dura prova la loro unione.
Laura Tufilli
Il cerchio infinito
di
Renzo Montagnoli Edizioni Il Foglio
Introduzione dell’autore
Prefazione di Fabrizio Manini
In copertina “Galassia M 104”
fotografata dal telescopio spaziale Spitzer della NASA
Elaborazione grafica di Elena
Migliorini
Più che ad una
riflessione, la poesia di Renzo Montagnoli mi attira verso una
meditazione sulla teoria che sta a monte di essa, inviluppata nel
“Cerchio infinito”, teoria che si enuncia apoditticamente e si
analizza dialetticamente nella scomposizione del cerchio in due
realtà: quella dell’anima (Cerchio I: ”tempo senza fine/ catena
indissolubile di destini…/soffi di vita ritornati all’eternità”….)
e quella del mondo-natura-cultura.
Dall’enunciato la poesia si sprigiona in una liturgia di sentimenti
legati a ricordi, ad illusioni e disillusioni, ad accorate
tristezza, a melanconiche nostalgie che sembrano naufragare in un
mare di solitudine dove la speranza, in un mondo rituale, sempre
uguale a se stesso, e dove ci sono soltanto il poeta e la natura,
l’uomo e le cose, è àncora che come “goccia…lenta scivola sul petalo
del fiore”.
Nel ”Cerchio infinito” sembra di trovarsi nel tempo circolare dei
riti stagionali e dei misteri su cui gli Ioni costruirono le loro
teogonie e le loro cosmologie, in un circolo che se per certi versi
sembra quello della ragione divina nella quale ogni punto unisce
principio e fine e chiude tutta la realtà (Eraclito), dall’altro
lato sembra una retta dove il poeta, nel suo infinito procedere,
trova la “Montagna sacra”.
Sulla via della retta verticalità la vita è sofferenza ,”la via è
impervia e scoscesa” perché accadono gli incontri imprevisti,”canti
di sirene…vento e pioggia/ gelo e neve”.
Non siamo nel cerchio magico dove comanda il fato e le creature sono
passive, sulla verticalità c’è l’uomo partecipe, arbitro e libero
nelle sue scelte e può costruirsi la sua storia. Può cambiare la sua
relazione con il mondo.
Ma Montagnoli ci trascina dentro il suo “Cerchio infinito” dove
aspettiamo di incontrare l’ “Essere” universale ma incontriamo
sempre il mondo del molteplice, quel mondo de “La stazione”, del
“desiderio”, dei “sogni evanescenti”, un mondo che ci richiama
”l’eterno ritorno” di nietzscheana memoria della lotta tra l’ESSERE
ed il nulla e qui il poeta incontra il dolore e la noia perché esso
si rivela come il mondo della disgregazione, della limitazione e
della miseria. Così mi sembra che il poeta nel momento in cui sembra
pronto per consegnarsi all’epos si trasforma in antieroe. Come
Nietzsche con il suo “eterno ritorno” credeva di avere eliminato il
divino dal mondo invece era proprio con il divino che si scontrava,
Montagnoli si scontra nel “l’autunno è prossimo a venire”, e nel
vedere arrivare “il silenzio delle cicale”. Senza il divino all’uomo
non resta che contorcersi in un anello, sentirsi come blindato in
una fortezza volante e contemplare il “caos perfetto” ed il tempo
diventa tempo sconsacrato perché lo vive affidato al caso. Allora
dobbiamo dire che nelle poesie di Renzo Montagnoli non si respira il
divino?
Direi che il suo divino è del tipo parmenideo, ossia è ”Essere”
come forma. Ora la forma (il cerchio,il circolo, l’anello, il
triangolo, la retta….) ha di sé la caratteristica che esclude ogni
relazione e fuori di sé ha il nulla.
In questo territorio metafisico i “ricordi” diventano “dei” e gli
“dei” diventano “statue” da contemplare: Non operano. Riescono ad
essere soltanto ingombranti.
Il vero Dio di Montagnoli se ne sta fuori sulla “Montagna sacra”,
ossia sul suo Olimpo, fuori dagli eventi e quindi è un Dio che non
opera. E un dio che non opera non è Dio.
Eppure alla fine si ha l’impressione che il poeta sia errabondo alla
ricerca di una spiegazione attraverso i due percorsi di cui abbiamo
detto all’inizio. In questo suo errare vagabondo mi sembra di vedere
Nietzsche nella Silvaplana quando percepì quella situazione come
vissuta e concepì la sua idea dell’ ”ESSERE” esclamando “Io sono la
tua affermazione in eterno”.
Montagnoli ci dà l’idea che egli sia il fiume ”che ignora la sua
età”, “un incessante fluire di acque mutanti” blindate “tra
la limpida giovinezza…/e la pigra e lenta vecchiaia.”, e dove
tutto genera primavere e lune sempre uguali a se stesse.
Se le cose stanno così, se tutto si rincorre in una rituale
ripetizione, al poeta non resta che rassegnarsi.
Infatti , anche se la scoperta di Nietzsche sull’”ESSERE” fa si che
il filosofo dica “Non voglio nulla di diverso da quello che è, non
nel futuro, non nel passato, non per tutta l’eternità”, ma ci lascia
allo stesso tempo presagire la sua teoria del super-uomo, i versi di
Montagnoli ci rivelano un uomo rassegnato, blindato dentro il fato
fino a sembrare egli stesso l’anello della ripetizione rituale che
da poeta percorre tra sogno e realtà aspettando forse il tempo come
flusso di coscienza, quella coscienza cioè che fa di ogni soggetto
umano, un essere unico ed irripetibile ossia un essere storico.
Mela Mondì
Sentieri di luce
di Silvano Conti
- Graficherò 2008
(Recensione a cura di Carmen Lama)
Poliedrica voce della creatività e della ricerca interiore, qui e
ora, ma anche in prospettiva, oltre l’orizzonte visibile: così
definirei - d’impatto - il poeta Silvano Conti attraverso la lettura
delle poesie di questa nuova silloge.
Bisogna poi entrare con cautela nei “sentieri” percorsi dal poeta,
in ciascun poemetto, pur breve, perché è lì – dentro – in
profondità, la luce che li illumina. Pur breve, sottolineo, perché
una prima caratteristica delle poesie di Silvano Conti è proprio
quella della densità concettuale concentrata con grandissima
efficacia ed incisività in poche, essenziali, espressioni poetiche.
Inoltre, vi si percepisce un ritmo, emergente dal solo senso
profondo di ogni poesia, che invita a soffermarsi in silenzio, dopo
la lettura, per sentirlo risuonare ancora nell’anima. Ed è come
scuotersi da un dormiveglia. Dal mio punto di vista, esterno al
mondo poetico qui rappresentato, capto una volontà di trascendenza
di se stesso da parte del poeta, il quale si volge al divino, al
soprannaturale nella speranza di assorbire in qualche modo la sua
luce e, illuminati così i sentieri della vita, poter dare
spiegazioni accettabili a tutto ciò che accade e che “gli” accade.
C’è, evidente tra le righe, un movimento interiore del poeta, che
passa da un’autoanalisi incentrata inizialmente su una sorta di
torpore dell’anima,
(“Senza
di Te/ consumo solo tempo…”...
oppure: “E per quanto tempo la Tua voce / - a lungo inascoltata
-/ ho avuto dentro pei sentieri percorsi…”) a una successiva vibrazione delle sue corde più sottili e
profonde, (Anelo conoscerti / insieme a me
stesso/ senza impedirmi ancora/ di amarti al buio”)
a una timida consapevolezza di una presenza discreta ma forte
accanto a sé, (Mi
sei rimasto accanto,/ con gran fragore all’anima),
a una luce “invisibile” che guida, (e
più mi occorri/ più mi soccorri,/ prendendomi per mano),
alla visione, infine,
di un traguardo come sicuro ed eterno approdo
(Congiungo/
due punti in linea retta,/ dal vuoto all'infinito,/ e Ti ritrovo). In questa consapevolezza, e solo in questa apertura al
trascendente, il poeta ritrova se stesso e il fine della propria
esistenza mondana. Si sente anche emanare da ogni poesia una forza
prorompente che si esprime nella sicurezza del poeta di riuscire a
far fronte, d’ora in poi, ad ogni richiamo pur apparentemente
insensato che la vita potrebbe rivolgergli, poiché al fondo di tutto
un senso ci deve essere e c’è. Ed è proprio nella pienezza di questa
esistenza, da portare alla luce come resoconto di un passaggio non
inutile, non indifferente, che risiede il senso. In alcune poesie
“dedicate” questo desiderio del poeta è espresso con convinzione. Da
questo momento in poi, il poeta sente di doversi far portavoce della
sua scoperta molto personale ed intima per condividerla con i
lettori ed aiutarli ad “essere”. “Si è”, presenti a se stessi,
consapevoli del proprio mondo interiore e delle proprie aspirazioni,
delle proprie responsabilità e speranze, soltanto se ci si cerca nel
profondo, se si va oltre l’apparenza materiale veicolata dal corpo e
più ancora dal viso, dagli occhi e dal proprio nome, e ci si
trascende, trovando la propria spiritualità. È questo, mi pare, il
percorso poetico esistenziale di Silvano Conti che si può cogliere
leggendo le poesie di questa silloge. Occorre però una disposizione
d’animo particolare, intelligente, (nel senso etimologico di
“leggere dentro”, andare in profondità), ed essere pronti ad
immedesimarsi in quest’opera di scavo interiore compiuta dal poeta.
L’esito della lettura è senza dubbio un respiro dell’anima, uno
sguardo nuovo alle cose intorno a sé, un vedere se stessi in
cammino… sui “sentieri di luce” indicati. Sicuri che anche per
ciascuno di noi ci potrà essere una nuova Damasco. Seguire il poeta
allora, sarà come egli stesso ci dice: “Avere
un'ansa in questo andirivieni/ su cui aggrapparsi al volo alla
bisogna/ è come avere i sogni vuoti pieni”.
Silvano Conti - è nato e vive ad
Umbertide Pg, il 12.07.1951
Ha pubblicato: Frattaje - racconti satire poesie in lingua
frattigiana - ed. Promhos 1985
Il Significante - ed. Promhos 1985 - poesie
Aspettando l'attesa -– immagini rumori odori del tempo che passa -
ed. Promhos 1988 prosa-poesia.
La canzona de Stinchi de Màvero - ed. Nuova Promhos 1995 - poemetto
Tal merollone e al tondo - ed. Nuova Promhos 1995 - prosa-poesia
Sentieri d'aria - sguardi e grida dal cielo - ed. Nuova Promhos
1995 - poesia
Catene - e di rimando dettagli liberi e chiaroscuri - stampato in
proprio 1998 - poesia
Mario e Menco - i dottori de nna volta - ed. Edimond 2007 - prosa
Tutto l cucuzzaro - Ed. Edimond 2008 - Città di Castello -
prosa-poesia
Sentieri di luce - stampato in proprio - Graficherò - 2008 -
poesia
Carmen Lama
Agnese, ancora di
Giovanni Buzi Edizioni Akkuaria
In copertina fotografia di Agnese
negli anni '50 dello scorso secolo
Narrativa romanzo
Il filo dei ricordi, soprattutto quelli dell'infanzia, sempre
aggrovigliato tende a dipanarsi quando arriva il momento delle
grandi riflessioni e allora si va a cercare nel passato per
comprendere soprattutto il presente.
Giovanni Buzi, dopo il fortunato Agnese (Tabula Fati, 2005),
prova di nuovo investigare sul tempo trascorso con questo Agnese,
ancora, naturale seguito del precedente, da cui sarebbe stato
troppo pretendere originalità e freschezza, immancabilmente meno
evidenti quando con altro testo si vuole dare continuità a un'idea
creativa.
Tuttavia l'abilità dell'autore riesce egualmente a tener vivo
l'interesse in una serie di episodi, di affreschi e anche di
ritratti di un periodo di cui non rammenta tutto alla perfezione,
supplendo con la fantasia alla carenza di memoria. Sicuramente sono
spunti che emergono dalla nebbia di un tempo sempre più lontano,
intorno ai quali riesce a costruire vicende convincenti, anche se
sovente mancanti di quel pathos proprio di un'esperienza diretta.
E' lì che si riscontra la capacità del narratore, nell'imbastire
trame da un quasi nulla e in cui tutti possano anche ritrovarsi.
Così assistiamo al cicaleccio pomeridiano delle amiche della madre,
ai tentativi di far maritare una di loro, agli intermezzi gustosi,
una sorta di contrappunto, frutto della personalità del nonno,
anziano, sulla poltrona a rotelle, che poco parla tanto da sembrare
assente, ma invece è ben presente.
Senza un apparente ordine di continuità si susseguono dei brani, per
lo più brevi, che riescono a ricreare un ambiente di quasi mezzo
secolo fa, in un'Italia rialzatasi dalle rovine della guerra e in
pieno boom economico.
A volte queste storie sono interdipendenti, ma più spesso no, come
se la memoria, sollecitata, le facesse uscire dalla mente in ordine
sparso e questo, che potrebbe sembrare un difetto, finisce invece
per snellire tutto il corpo dell'opera che scorre più armoniosa,
meno legata a un filo logico di cui del resto l'autore non potrebbe
avere un'esperienza completa, né un ricordo dettagliato.
Resta una figura, nel silenzioso dolore della sua malattia,
quell'Agnese, la madre, questa sì ben impressa dentro, tanto da
rivederne l'immagine, lo sguardo, dal risentirne la voce, dal
percepirne il profumo.
Questo libro è certamente un romanzo da cui tutti potranno ritrarre
piacere nel leggere, ma, come il precedente, costituisce anche la
fissazione su carta del sentimento di un figlio per la mamma, una
specie di sacrario di un amore che il tempo non attenua.
E anche se l'emozione è giustamente contenuta, il desiderio di
parlarne non viene mai meno, ma sempre sommessamente, tranne nel
finale, dove però tanto è forte quanto il pudore che ha portato a
scrivere queste righe: Una cosa sola so di te, Agnese: il tuo mondo
era di cartapesta, le tue pareti di carta colorata, solo i tuoi
sogni erano veri, mamma.
Giovanni Buzi, nato a Vignanello
(VT) nel 1961, insegna lingua e cultura italiana al Parlamento
Europeo di Bruxelles e storia dell'arte contemporanea all'Accademia
di Belle Arti di Bruxelles.
Amante della pittura espone suoi quadri in Italia e all'estero fin
dal 1985. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni di romanzi,
racconti, poesie e saggi. Ha ottenuto significativi riconoscimenti
in molti premi letterari, tra cui Lovecraft, Rill e Yorik.
Oltre a partecipare a numerose antologie, ha pubblicato a solo:
Romanzi
Faemines (Libreria Croce, 1999), Il Giardino dei Principi (Massari,
2000), Agnese (Tabula Fati, 2005), Uragano (Delos Book, 2008),
Agnese, ancora (Akkuaria, 2008).
Raccolta di novelle
Fluorescenze (Il Filo, 2004), Sesso, orrore e fantasia (Massari,
2005), Alchimie d'amore e di morte (Tabula Fati, 2006).
Saggistica di storia dell'arte
William Turner in Etruria (Massari, 2004) e un manuale di storia
dell'arte per i licei (Multimedia, 1993).
Renzo Montagnoli
Il
respiro della luna
di
Cristina Bove
-
Edizioni Il foglio 2008
Recensione a cura di Carmen Lama
In questa
nuova silloge di Cristina Bove sono presenti poesie che si
potrebbero raggruppare in quattro grandi tematiche: l’amore,
immancabile motore della vita e delle più sofferte gioie, il dolore
come insopprimibile compagno che dà maggior valore ai momenti
positivi vissuti, l’attenzione per la natura e i suoi cambiamenti e
le sue mirabili bellezze, e temi di carattere sociale non disgiunti
da una vena personale molto giustamente critica osservando i guasti
prodotti da uno spavaldo e spudorato uso della religione come
mediatore tra l’uomo e il divino.
I temi affrontati, pur prendendo spunto da esperienze personali
profondamente vissute, possono essere universalizzati, assumendo
così una dimensione più ampia rapportabile all’esperienza di
ciascuno di noi: questa possibilità di generalizzazione fa sì che
il lettore s’immedesimi nel vissuto espresso e lo faccia in qualche
modo suo, riuscendo ad apprezzare maggiormente la significatività
del contenuto di ogni singola poesia. Nelle poesie in cui si dà
rilievo alla sofferenza, si avverte una nota intimistica, che induce
ad accogliere i pensieri tristi dell’autrice sublimandoli però,
insieme a lei, in quell’atmosfera leggera e rarefatta in cui li
pone, accompagnati quasi sempre da una dolcezza di immagini di
attesa, di speranza, o anche di ritorno a quell’approdo finale visto
nella sua luce più rassicurante, come ricongiungimento all’origine e
aggancio all’eternità.
Come è facilmente verificabile, nella vita di tutti i giorni si
alternano esperienze positive e negative, l’animo umano si rafforza
proprio in virtù di quel che vive giorno per giorno, purché sappia
farsene delle ragioni che risultino plausibili alla mente ma anche
al cuore. Così, in questa raccolta si alternano poesie in cui una
sensazione forte di malinconia s’insinua nell’animo della poetessa
che, talvolta, la lascia fluire dentro di sé senza opporre alcuna
resistenza, anzi abbandonandosi a quel che è, e poesie in cui, pur
mostrando in prima istanza la sopraffazione del dolore, della
sofferenza, si giunge ad un distanziamento catartico che lascia
ancora spazio al positivo che verrà. Si potrebbero fare in tal senso
diversi esempi, ma per non appesantire e aggrovigliare qui il filo
del discorso, ne proporrò soltanto alcuni, che ritengo
particolarmente suggestivi. Nella poesia Mi rivesto, una
breve illusione è la vita e tutto quel che accade. La poetessa sente
dentro di sé lo scorrere del tempo che non perdona, non sconta
giorni, né si risparmia di far danni, eppure un toccasana d’insania
potrebbe capovolgere il destino (qui fa capolino la speranza). Ma è
solo una brevissima illusione di un istante e subito ci si sente,
infine, “il riflesso di un inganno”. Nella poesia Oggi,
di contro, emerge una nuova speranza, una nuova attesa, che si
compia un desiderio, “che l’amore di un dio fermi la notte”,
che non avanzi il buio della sera della vita, che si fermi il tempo
a “oggi” per poter godere ancora attimi di intensa gioia, attimi
intensi di vita. E mentre in Avviene è lucidamente espresso
il contrasto fra l’anima, che resiste al tempo perché è fuori dal
tempo, e il corpo che nel tempo è immerso e ne segue ritmo e
movimento con la necessaria conseguenza dell’incanutirsi e
dell’accorgersi tristemente della solitudine che ci accompagna come
“mistero che fa da culla e bara”, in un’altra bellissima
poesia, No, anima mia, si cerca di capovolgere ciò che in un
primo momento appare negativo, in qualcosa di bello e positivo, e
nello stesso tempo in cui ci si accorge dell’estrema solitudine
costitutiva dell’essere umano, si compie quel gesto di umiltà di
sapercisi adattare e di saper rendere feconda la stessa solitudine.
Giusto come fa Cristina, creando queste sue ricche liriche. Ne è
pura e intensa testimonianza la bellissima Fuga dal tempo, in
compagnia proprio della Poesia che rischiara la notte dell’anima,
tiene desta la mente e con essa la vita così tenendo distante la
morte.
Tra le poesie più legate ai temi sociali, ce ne sono alcune dedicate
alle donne, nelle quali emerge con chiara e stridente
consapevolezza, il valore della persona umana, troppo spesso
denigrata, annientata da soprusi, violenze, oltraggi. Con deciso
piglio, che sottende un amore profondo, la poetessa viene in loro
soccorso invitando soltanto gli uomini veri a fare
altrettanto, e regalando loro “l’istante di un sorriso” che
da solo “varrebbe un anno di mimose”. In un’altra poesia
viene esaltata la forza della parola delle donne che viene più
spesso utilizzata per rappacificare, nonostante tutto. E qui si
rivela il sublime, secondo me.
Un accenno ancora alle poesie d’amore, una in particolare,
L’accidente, in cui si dà una schietta quanto semplice, ma vera
e profonda, definizione di questo sentimento: “l’amore vero è
qualcosa di eterno che s’adorna solo di bellezza, mai di note
stonate o di parole che portano in sé buio.” E tale è la
consapevolezza di Cristina, rispetto a questo sentimento universale,
che ne immagina anche i risvolti più impensabili, ma esistenti e
inventa così una Favola asincronica, di un amore irrealizzabile.
Investe così l’amore della capacità di divertirsi a fare scherzi di
tempo, creando e facendo incontrare anime asincroniche, che vivono
uno struggimento fortissimo per un’occasione mancata e per non poter
sincronizzare gli orologi del loro tempo, ma che con dolcezza e
patimento sono costrette a rassegnarsi al destino e a darsi
appuntamento in un’altra vita. Un’altra bellissima poesia d’amore,
Urlo, esprime l’audacia della bellezza di un sentimento. Un urlo
preme dentro l’anima, vorrebbe uscire, ma si racchiude nei labirinti
della ragione ed ecco che assume nuove sembianze di suono, di
melodia. Metaforicamente: un sentimento, un’emozione che non possono
trovare sbocco se non vivendo di se stessi e trovare, infine, in
questa loro stessa esistenza la loro vera bellezza.
Infine, le poesie legate al tema ambientale hanno una loro
particolare intrinseca vivacità, in quanto fanno in qualche modo da
sfondo agli eventi che accadono nella nostra vita e spesso fanno
solo da spettatori, spesso entrano a pieno titolo nell’evento, altre
volte designano metaforicamente il corso dell’esistenza. E sempre
con un finale a sorpresa. Un esempio: Tra i ciottoli. È una
triste metafora della vita sofferta, che indurisce e inaridisce il
cuore, eppure c’è la speranza di una nuova primavera che con lieve
carezza di pioggia aiuti il disgelo (dell’anima). Un altro esempio,
Sasso: bellissima metafora, in questo caso di un amore, che
rigenera come acqua di pioggia. Pure un sasso può riprendere vita,
ma qui purtroppo è solo una breve illusione.
Ma per comprendere appieno le poesie di questa silloge, occorre una
lettura attenta, soppesata nel tempo necessario per coglierne le più
profonde e nascoste sfumature, per sentire tutto il senso espresso
in ogni poesia, dalla “poeta” Cristina Bove, che utilizza in modo
magistrale metafore gradevoli e un lessico molto particolare, che è
anche quello che le dà uno stile inconfondibile, come è stato già da
me rilevato nella precedente recensione a Fiori e Fulmini, edizione
2007.
Dalla suggestione delle poesie qui brevemente tratteggiate, in
relazione ai quattro momenti/temi più significativi rappresentati e
descritti da Cristina, emerge una fantasia e una creatività
eccezionale della musa che fortunatamente la ispira, e ne vengono
fuori come dei bellissimi quadri d’autore. Come se Cristina, artista
a tutto campo, sia capace di trasfondere la sua vena pittorica anche
nella sua arte poetica. Così le creature che qui offre alla nostra
lettura, prendono corpo, si animano e ci raggiungono fin nel
profondo. E “il respiro della luna”, si riflette su di noi, in un
crescendo che rigenera, perché ogni poesia è “un respiro”
dell’anima.
Carmen Lama
La vita agra
di Luciano Bianciardi Bompiani
Narrativa romanzo
Questo romanzo, in larga parte autobiografico, si sarebbe potuto
anche intitolare Missione impossibile e il perché lo
comprenderete con le righe che seguono.
La vicenda prende origine dal disastro minerario di Ribolla nel
1954, in cui perirono 43 minatori, per negligenza, ma soprattutto
per calcoli di economia del padronato in cui il valore di una vita
umana non rientrava minimamente.
E' così che il protagonista, nel desiderio di vendicare quegli
innocenti, da buon anarchico vuole colpire il simbolo del potere che
si annida in un palazzone di Milano, il torracchione, da far saltare
con una giusta combinazione di aria e metano, proprio come era
avvenuto per lo scoppio di grisù in miniera.
Il proposito è ardito, la volontà è salda, ma la grande città è un
mostro che piano piano ingloba, appiattisce, distrugge la vita e gli
ideali.
Nemmeno il desiderio di coinvolgere i suoi cittadini schiavi in un
moto di ribellione (bellissima la descrizione delle partenze degli
operai alla sera dalla stazione Centrale di Milano) può trovare
sbocco, perché in quei sudditi l'appiattimento si è trasformato in
apatia e l'abitudine in rassegnazione, anzi è gente che crede di
poter convivere con il mostro che li asservisce.
E' un'umanità impersonale, quasi i suoi componenti non avessero il
volto, oppure questo è sistematicamente eguale fra le donne, una
sorta di automi inaciditi e invecchiati prima del tempo, a cui al
massimo è concessa la facoltà di far le scarpe agli altri, in una
modesta carriera che assomiglia a uno scontro quotidiano. Solo una
appare non inglobata, quella Anna di cui lui, già sposato con Mara
rimasta al paese con il pargolo, si innamora perdutamente, per
reazione e perché tanta è la differenza rispetto alle altre.
In concomitanza con la conoscenza di questa compagna di vita
iniziano le pagine più autenticamente rivoluzionarie con una visione
libera totalmente della vita sessuale, con un richiamo forte a un
amore fisico secondo natura, scevro dall'ossessiva pubblicità che
sembra dare e invece toglie tutto, in una satira della classe
dirigente come prima non si era mai scritta.
Nell'attesa, sempre più disillusa, di arrivare a far saltare non
solo il torracchione, ma il coperchio di potere che schiaccia la
città, il protagonista, per mantenere sé, la sua compagna e la
famiglia, è costretto a lavorare, a fare il traduttore di testi
letterari che, nella realtà, come ebbe a dire Bianciardi, divenne
poi la sua effettiva occupazione.
E' un lavoro duro, non valutato adeguatamente, in cui un
intellettuale preparato, impegnato ore e ore, finisce presto in
preda all'amarezza, a quella vita agra che dà il titolo al libro.
Sono pagine intense, anche di profonda commozione e che riescono a
dare la misura del disagio esistenziale. Al riguardo mi permetto di
citare due righe, non di più, ma ampiamente sufficienti per
comprendere l'agro della vita: "Non è un mestiere avventuroso; le
sue gioie e i suoi dolori dall'esterno si vedono assai poco.".
E' la disgregazione di un ideale, è una rassegnazione che si spegne
dentro, con un finale profondamente triste: l'anarchico, in origine
saldo, determinato, pieno di ardore, è stato avvinto dai tentacoli
di quel sistema che lui voleva scardinare.
La sua è stata solo una missione impossibile.
Luciano Bianciardi (Grosseto, 14
dicembre 1922 - Milano, 14 novembre 1971). E' stato giornalista,
saggista e scrittore.
Le opere: I minatori della Maremma, 1956 (in collaborazione con
Carlo Cassola); Il lavoro culturale, 1957; L'integrazione, 1960; Da
Quarto a Torino, 1960; La vita agra, 1962; La battaglia soda, 1964;
Aprire il fuoco, 1969; Daghela avanti un passo!, 1969; Viaggio in
Barberia, 1969; Garibaldi, 1972; Il Peripatetico e altre storie,
1972; La solita zuppa, 1994; Ai miei cari compagni, 2007; Le cinque
giornate. Bisognerebbe anche occupare le banche, 2008.
Renzo Montagnoli
Una storia a
Castelvecchio di Valentino
Rocchi Società Editrice Il Ponte Vecchio
Presentazione di Alberto Berardi
E' l'opera prima, d'esordio, di Valentino Rocchi, autore di cui ho
letto praticamente tutto, compreso il suo ultimo e splendido 1504
- Notte all'Hostaria La Guercia.
Dico subito che con questo scrittore sono andato a ritroso, partendo
dagli ultimi romanzi e pervenendo a questo oggetto della presente,
edito nel 1997 e, a quanto mi risulterebbe, non più in catalogo.
Il mondo rurale fra le due guerre, le colline preappenniniche
(questa volta romagnole e non pesaresi), un personaggio principale
dotato di un indubbio carisma e una vicenda d'amore sono elementi
che poi si ritrovano nelle opere successive, segno inequivocabile
che, tranne che per il romanzo storico 1504 - Notte all'Hostaria
La Guercia, per l'autore sono punti fermi, radicati nel suo
animo e che vengono utilizzati con trame diverse per esporci un
mondo di proletariato che prende poco a poco coscienza della
necessità di rialzare il capo.
La vicenda è segnata peraltro dall'irrequietezza giovanile nella
scoperta del sesso, a cui sono dedicate non poche pagine che, forse,
sono le più riuscite del romanzo, con fini ritratti psicologici, mai
urtanti la sensibilità del lettore, pur nella delicatezza
dell'argomento.
E che questa parte rivesta un'importanza fondamentale nel testo è
provato anche dal fatto che a due dei tre protagonisti, e cioè Gino
e Lisa, è riservata un'attenzione particolare, tanto da occupare
circa la metà dell'intera narrazione. Poi Gino sparisce e continua
la storia con Lisa e con un nuovo personaggio, Bruno, in ombra però
rispetto alla figura femminile che pagina dopo pagina assurge al
ruolo di vero fil rouge dell'opera.
E' la storia di un'emancipazione, in un'Italia maschilista quale era
quella del ventennio fascista, ed è anche un riuscito ritratto, pur
in un microcosmo quale un paese collinare, di un regime che, sotto
l'apparenza di un'unità d'intenti, si sbreccia in tante realtà in
lotta fra loro.
Lisa saprà approfittare di questo, sarà influente senza essere
fascista, sarà donna attraente e desiderabile senza essere puttana.
E' un difficile equilibrio, questo, ma già si può notare la mano
accorta del narratore che magari tende a esagerare con lunghe
descrizioni del paesaggio, indubbiamente di pregevole fattura, ma
che finiscono con il rallentare il ritmo. In seguito, con le altre
opere, sarà capace di farci vedere colline, case, strade, boschi con
poche e incisive parole, quasi un ornamento della trama.
Non mancano peraltro diversi personaggi minori, ma utili alla
storia, disegnati con un'abilità che ritengo innata, e anche in
questo caso non ci sono caricature, non c'è mai un eccesso, anzi
l'autore appare più che rispettoso della loro dignità, chiunque essi
siano, dal federale Montanari al principe, dal ciabattino errante
padre di Bruno al Dr. Mario Zamagni, un mite praticamente confinato
lì per le sue idee politiche.
Se con alcuni c'è tenerezza, con altri, essendo questa del tutto
impossibile, c'è invece la pietà e così il fanatico fascista Figini
diventa poco a poco l'emblema di una forza senza intelligenza, di
una brutalità senza coscienza, di una miseria morale che se non lo
scusa almeno lo fa apparire meno pericoloso dell'intelligente ed
arrivista Montanari.
Ma su tutti svetta lei, Lisa, donna che ha preso coscienza di essere
donna e non solo femmina.
Valentino Rocchi, nato a
Savignano sul Rubicone, risiede sin dall'infanzia a Pesaro. È socio
corrispondente della Rubiconia Accademia dei Filopatridi di
Savignano sul Rubicone.Si è avvicinato alla narrativa, con libri di
ampio respiro e di trame avvincenti, dopo una vita di intenso
lavoro. Ha pubblicato: "Una Storia a Castelvecchio" (Società
editrice Il Ponte Vecchio - Cesena); "L'Eredità di Venanzio" (Guaraldi
- Rimini) Vincitore del Premio letterario "Il Pungitopo" 2001."Notte
all'Hostaria La Guercia" (Argalìa Editore);"Gli uomini di Bluma" (Giraldi
Editore) II Classificato al Premio "Palazzo al Bosco", 2002;"La
saggezza di Toni" (Giraldi Editore); esce nell'anno del V centenario
della morte di Pandolfo Collenuccio, uomo di corte e di legge, dalla
vita straordinariamente avventurosa: "Notte all'Hostaria La
Guercia", Pandolfo Collenuccio, uomo di corte del XV secolo, (Giraldi
Editore) ambientato nel XV secolo, di cui è l'autore è profondo
studioso e conoscitore. L'ultima pubblicazione, prima della
presente, è il bellissimo "La Magia del fuoco". (Agemina)
Renzo Montagnoli
Il bosco degli
urogalli di Mario Rigoni Stern
Edizioni Einaudi
Narrativa raccolta di racconti
Lo ammetto, non amo la caccia, non amo uccidere degli animali
indifesi, anzi tendo a rispettarli nella loro specificità, e quindi
non vedo mai con simpatia un cacciatore.
Tuttavia, nonostante questa mia avversione, la lettura di questo
libro mi è risultata estremamente appagante, forse perché Rigoni
Stern è riuscito a dare una visione di questa "specie" di sport del
tutto particolare.
La lunga marcia sulla neve per avvicinarsi alle prede, il silenzio
dei monti nel freddo dell'alba, i boschi in cui si svolge la contesa
donano un tocco di magia grazie a una vera e propria prosa poetica e
danno l'idea di un ritorno dell'uomo alle origini, quando era in
armonia con la natura.
In questa atmosfera, quasi ieratica, la caccia diventa un rito, in
cui l'uomo e l'animale sono personaggi che si affrontano sullo
stesso piano, ognuno con i mezzi di cui dispone, e non è sempre chi
ha il fucile che ne esce vincitore.
E poi non ci sono solo racconti di caccia agli animali, ma altri in
cui ricorre la metafora dell'uomo che è in competizione con suoi
simili, come nello stupendo Esame di concorso, la ricerca
spasmodica di un povero travet di una posizione migliore, la sua
caparbietà in un mondo di miseria, i suoi sogni, le speranze,
puntualmente deluse, quasi che l'autore volesse dirci che in questo
mondo di cacciatori le prede non sono sempre lepri o volpi.
E a proposito di volpi Oltre i prati, tra la neve è un brano
in cui uomo e canide fanno a gara in astuzia, in una serie di mosse
e contromosse di grande effetto, al punto che viene spontaneo
dividere i propri favori fra l'uno e l'altro.
Poi ci sono racconti in cui la caccia è solo un pretesto per parlare
d'altro, come Vecchia America, oppure lo straziante Dentro
il bosco o il commovente Alba e Franco, un omaggio a due
cani del tutto particolari.
Non posso però tralasciare Chiusura di caccia, l'ultimo, che
si conclude con alcuni spari nel vuoto, una sorta di sfogo della
tensione di cui c'è un antecedente nel Sergente nella neve,
quando Rigoni Stern, ultimo ad abbandonare la postazione in Russia
all'inizio della ritirata, spara raffiche a casaccio; anche là è una
liberazione, ma soprattutto è il grido di dolore di un uomo che si
sente tradito da chi ha avviato quella guerra.
Sono due atteggiamenti uguali, ma provocati da diversi stati
d'animo, e in ogni caso sono la reazione di un uomo al suo destino.
Il bosco degli urogalli è un altro libro di Mario Rigoni
Stern che è senz'altro meritevole di essere letto.
Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921
- 2008).
Ha scritto Il sergente nella neve (1953), Il bosco degli urogalli
(1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di
Tönle (1978) (Premio Campiello e premio Bagutta), Uomini, boschi e
api (1980), L'anno della vittoria (1985), Amore di confine (1986),
Il libro degli animali (1990), Arboreto salvatico (1991), Le
stagioni di Giacomo (1995) (Premio Grinzane Cavour), Sentieri sotto
la neve (1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre
storie (2000), L'ultima partita a carte (2002), Aspettando l'alba e
altri racconti (2004), I racconti di guerra (2006), Stagioni (2006).
Renzo Montagnoli
Il volo della martora
di Mauro Corona CDA & VIVALDA
Narrativa raccolta di racconti
E' il libro di esordio, nel 1997, di Mauro Corona, una raccolta di
racconti dove l'io narrante è sempre e unicamente l'autore stesso,
in un omaggio alle genti della sua zona nel riepilogo di fatti e
vicende che emergono dalla memoria.
Ci sono ricordi dell'infanzia, ma anche di epoca più recente che
sembrano percorrere una strada, secondo un filo logico che li
concatena, fino al tragico evento del 9 ottobre 1963 che, oltre a
mietere migliaia di vittime, provoca di fatto una frattura
insanabile, con la perdita di una realtà fatta da anni di vita
legati alla terra, alle tradizioni e al paese, e rende i superstiti
orfani della loro storia.
La frana gigantesca del monte Toc, causata indirettamente da chi
progettò la diga sul Vajont, rappresenta una scure che divide
nettamente due epoche e che proietta nel futuro i superstiti, con un
domani tuttavia incerto, per non dire inconcludente, proprio per
quello sradicamento dal proprio passato.
Sono racconti che trovano nella semplicità dell'esposizione una
freschezza che consente di assaporare i rapporti che esistevano fra
i valligiani, le relazioni con la natura, mai vista ostile, in un
lungo viaggio che porta il lettore alla consapevolezza che quel
mondo che non tornerà più era, pur nelle difficoltà della vita, un
microcosmo di comuni sentimenti e modi di agire che connotava una
comunità a suo modo strutturata perfettamente.
Ora, senza voler rifarsi al detto che si stava meglio quando si
stava peggio, appare comunque evidente una vena di nostalgia nella
scrittura di Corona, a tratti anche un rimpianto per un mondo più
vero, dove esistevano valori perpetuati nel tempo, dove l'amicizia
era un bene supremo e dove il rispetto era reciproco.
Ritorno sullo stile dell'autore, semplice, ma non scarno, e con un
notevole senso della misura, soprattutto quando si lascia andare a
riflessioni, sempre apprezzabili, senza mai diventare greve.
E' quasi un modo innato, come l'arte di scolpire il legno di cui lui
è maestro indiscusso, una capacità di coinvolgimento che con il
tempo e l'esperienza si è via via perfezionata, raggiungendo accenti
di notevole efficacia, anche attraverso periodi di prose poetiche,
come è possibile verificare nel più recente I fantasmi di pietra.
Del resto, anche il prefatore (nientemeno che Claudio Magris!) è
rimasto colpito da questo stile e pur non sbilanciandosi, cioè non
gridando ai quattro venti che questa raccolta è un capolavoro, ha
tuttavia evidenziato la sua ottima valenza, anche con un certo
stupore, trattandosi di opera prima.
Da allora Mauro Corona ha fatto molta strada, ma non ha perso, anzi
ha affinato le sue caratteristiche, già riscontrabili in modo chiaro
e inequivocabile in questo volume di cui raccomando vivamente la
lettura.
Mauro
Corona
(Pinè, 9
agosto 1950
nasce sul carretto dei genitori friulani Domenico Corona e Lucia
Filippin, venditori ambulanti, sulla strada che da
Pinè
porta a
Trento.
Dopo i primi anni dell'infanzia passati in
Trentino
ritorna con la famiglia a Erto, il paese d'origine.
Lì vive in prima persona la
tragedia del
Vajont. Ha ereditato dal nonno
scultore
la passione per il
legno e
dal padre
cacciatore
la passione per le
cime.
Corona è uno dei più apprezzati scultori lignei contemporanei, noto
a livello europeo. Inoltre si dedica all'arrampicata
(ha aperto numerosi percorsi sulle
Dolomiti)
e alla
scrittura.
Molti suoi romanzi sono stati tradotti in diverse lingue fra cui il
cinese.
Ha scritto:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998
&
2008),
vincitore del Grinzane Cavour 2008
Finché il cuculo canta (1999)
Gocce di resina (2001)
La montagna (2002)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
Storie del bosco antico (2005)
L'ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005
&
2007)
Vajont: quelli del dopo (2006)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi(e un corvo) (2007)
vincitore del premio Itas “Cardo d’argento 2008”
Storia di neve (2008)
Renzo Montagnoli
Opera Narrativa Noir
di AA. VV. Edizioni
Tabula Fati
Presentazione di Andrea Franco e Luca Di
Gialleonardo
Copertina di Giovanni Buzi
Narrativa Antologia di racconti noir
Partecipanti al Concorso Opera Narrativa
Questa antologia è il frutto della prima
edizione del Premio Letterario Opera Narrativa indetto dal portale
Opera Narrativa e relativo a racconti di genere noir.
In particolare ricomprende i primi due classificati ex aequo
Dentro lo scarico, di Gennaro Chierchia, e Romanzo criminale
2007, di Luca Ducceschi, il terzo classificato Il Pupillo,
di Afredo Mogavero, nonché altri tre finalisti che la commissione
editoriale ha ritenuto meritevoli di pubblicazione (Il libro
perduto, di Biancamaria Massaro, Una domanda, cento risposte,
di Fabio Giannelli e L’assassino è la cicala, di Enrico
Luceri).
Nel complesso la qualità è mediamente discreta e in ogni caso si
tratta di opere gradevoli e leggibili anche velocemente.
I primi due, quelli classificati ex aequo, sono a mio avviso i più
riusciti, sia per l’originalità della storia, che per come è stata
realizzata. Entrambi, poi, per quanto le trame siano del tutto
differenti, sono imperniati sul problema della pazzia, nella
fattispecie quella criminale; più ossessivo e anche assillante è il
racconto di Ducceschi, mentre più leggero, a tratti ironico, mi è
sembrato quello di Chierchia.
Degli altri 4 quello che secondo me si eleva su tutti è
L’assassino è la cicala, con cui Luceri è riuscito a rendere
credibili sia la vicenda che i personaggi. Il racconto della Massaro
è connotato dalla consueta diligenza espositiva dell’autrice romana,
mentre Il pupillo e Una domanda, cento risposte, mi
sono sembrati un po’ artificiosi, pur restando leggibili.
Gli Autori
Gennaro Chierchia, Gragnano
(NA). È presente nelle seguenti antologie: Un mondo di parole
(FreePress, Caivano 2003), Premio di Narrativa Formiche Rosse
2003-2004 (Betti Editrice, Siena 2004), Faximile. 49
riscritture di opere letterarie (Fratelli Frilli Editori, Genova
2004), Vedi Napoli e poi scrivi (Kairós Edizioni, Napoli
2005), Le parole per te (Giulio Perrone Editore, Gorgonzola
2006), Nulla è per sempre. 59 ultimi respiri (Giulio Perrone
Editore, Gorgonzola 2006), Partenope Pandemonium (Larcher
Editore, Città di Castello 2007), Corrispondenze di sensi (Albus
Edizioni, Caivano 2007), Dalla bocca del Vesuvio. Parole e versi
(Giulio Perrone Editore, Gorgonzola 2007), Scooter… con le ali ai
piedi (Albus Edizioni, Caivano 2007). È inoltre presente sul
numero 31 della rivista letteraria “Prospektiva”. Ha curato la
raccolta di racconti San Gennoir (Kairós Edizioni, Napoli
2006) e pubblicato il romanzo Filming Carmelo. Una vita senza
copione (Albus Edizioni, Caivano 2007).
Alfredo Mogavero è nato Salerno
nel 1979, dove attualmente vive. Si dedica da circa sei anni alla
scrittura di racconti horror, noir e fantastici, alcuni dei quali
sono stati pubblicati su antologie e riviste o hanno vinto concorsi
indetti sulla Rete. Attualmente lavora a una raccolta di racconti
tematici e a un romanzo.
Luca Ducceschi è nato a Sesto
San Giovanni (MI) nel 1977. Premiato e segnalato in vari premi
letterari, è presente nelle seguenti antologie: Samhain
(Ferrara, Torino 2004), Il Molinello 2007 (Premio il
Molinello), Fleurs du mal/Ghiaccio nero (Nicola Pesce, Roma
2008). Altre pubblicazioni sono in corso di stampa.
Biancamaria Massaro, Roma. È
presente in molte antologie, tra le quali: Bambini Cattivi (Melquiades,
Milano 2005), N.O.I.R, quindici passi nel buio (Traccediverse,
Torino 2006), Triora... terra di streghe (De Ferrari, Genova
2005), L’ora del Giallo (Esperienze, Fossano 2002),
Soprattutto Giallo! (Esperienze, Fossano 2004), Tributo a
Lovecraft (Chimera, Napoli), Stregonesque (Chimera,
Napoli), 666 passi nel delirio (Larcher, Milano 2006), Ore
contate (Ibis, Como 2007), Brividi a Roma (Alcione, Roma
2007) e la raccolta di racconti brevi di fantascienza allegata al
DVD “I Figli degli Uomini” (edizione speciale, 2007). Con Tabula
fati ha già pubblicato il fantasy La quercia dai rami d’oro
(Chieti 2005) e il giallo Senza corpo non c’è reato (Chieti
2007).
Fabio Giannelli, ha trentadue
anni vive a Ravenna dove lavora come consulente informatico. Ama i
libri di Stephen King e la letteratura fantastica in generale. È
stato finalista e segnalato in diversi concorsi nazionali. Un suo
racconto appare nell’e-book del concorso Il Sentiero dei Draghi 2007
con tema “La Follia”.
Enrico Luceri è autore di tre
romanzi, una cinquantina di racconti e una decina fra soggetti e
sceneggiature cinematografiche, tutti di genere giallo thrilling. Fa
parte dell’associazione RomaGialloFactory con i principali scrittori
di mistery di Roma e dintorni.
Ha pubblicato la raccolta di racconti Ma delitto è un sostantivo
maschile? (Il Calamaio, Roma 2001), Profondo come un pozzo
(Il Melograno, Milano 2006), Vita segreta di uno scrittore di
gialli (Magnetica, Milano 2006), Le colpe vecchie fanno le
ombre lunghe (Prospettiva, Civitavecchia 2008).
Suoi racconti appaiono nelle raccolte: 13 in noir (Effedue,
Piacenza 2003); Una notte di terrore (PhantomPress, 2004);
Bambini cattivi (Melquiades, Milano 2005); N.O.I.R. Quindici
passi nel buio (Traccediverse, Torino 2005); Dal tramonto
all’alba (Melquiades, Milano 2005); 666 passi nel delirio
(Larcher, Milano 2006), San Gennoir (Kairòs, Napoli 2006),
Criminalcivico 2 (Osiride, Rovereto 2007), GialloScacchi
racconti di sangue e di mistero (Ediscere, Verona 2008).
Racconti e saggi sono stati pubblicati sulle riviste: “Gemellae” (nn.
35-40-41/2004/5); “Prospektiva” (n. 34/2006); “Sherlock Magazine” (nn.
9-10-11/2007/8).
I curatori
Andrea Franco, Roma. È presente
nelle seguenti antologie: Bambini cattivi (Melquiades, Milano
2005), N.O.I.R. Quindici passi nel buio (Traccediverse,
Torino 2006), 666 passi nel delirio (Larcher, Milano 2006),
San Gennoir (Kairós Edizioni, Napoli 2005), <I<
dietro>(Magnetica, Napoli 2007), La Spranga (Pontegobbo,
Piacenza 2007). Ha pubblicato un’antologia personale, Tre
semplici sconosciuti (Traccediverse, Torino 2005) e il romanzo
Nella bolla (Giraldi, Bologna 2008).
Luca Di Gialleonardo, Anagni (FR). È
presente nelle seguenti antologie: N.O.I.R. Quindici passi nel
buio (Traccediverse, Torino 2006), 666 passi nel delirio
(Larcher, Milano 2006). Ha inoltre pubblicato sulla rivista
letteraria “Writers Magazine Italia”.
Renzo Montagnoli
La miglior vita
di Fulvio Tomizza Arnoldo
Mondadori Editore S.p.a.
Narrativa romanzo
Fulvio Tomizza è riuscito con questo libro a dare una visione
completa di un popolo spurio, che solo alla fine della prima guerra
mondiale si è accorto di essere italiano o slavo, non per scelta
individuale, ma in quanto questa suddivisione divenne forzata.
Questa gente, costituita per lo più da poveri contadini e che
parlava un dialetto a metà fra l'italiano e il croato, non appena le
terre su cui vivevano passarono all'Italia, si trovò
improvvisamente, e non autonomamente, italiana. E così la nostra
lingua divenne quella unica e ufficiale a tutti gli effetti, tanto
che durante le messe al celebrante fu imposto di usarla, al posto
del latino; a quelli che italiani non erano fu rivolto un deciso
invito ad emigrare, ad andare nel neonato stato jugoslavo.
In forza di ciò quelle popolazioni decisero di essere italiane o
croate, con fratture insanabili anche all'interno della stessa
famiglia, e fu in quella circostanza che non pochi, magari
aggiungendo solo una vocale, italianizzarono il loro nome.
E sarà un'altra guerra a rimescolare le carte, a far perdere
definitivamente la propria identità a quella popolazione contadina,
a quel mondo arcaico che in seno all'impero asburgico conviveva
senza problemi, consapevole solo di essere una comunità.
Di questa tragedia, perché di tragedia si tratta, Fulvio Tomizza
parla in La miglior vita, romanzo certamente non facile, da
leggere con attenzione per poter comprendere attraverso il racconto
di un sagrestano, Martin Crusich, non solo la realtà di questo
microcosmo, ma anche, allargandone la visione, gli aspetti cruciali
di un secolo.
Così ci narra di due grandi guerre, di cambiamenti di nazionalità,
di esodi volontari oppure forzati, di una grande epidemia di vaiolo,
di un terremoto, di una rivoluzione socialista, e questo partendo
dal particolare, da quel piccolo paese di Radovani in cui Martin
Crusich è ombra fidata dei ben sette parroci che si succedono, dalla
figura solenne e ieratica di Don Stepe al personaggio tormentato di
Don Miro, vittima di una passione, di cui si punirà
autodistruggendosi con il vizio del bere e nulla facendo per curarsi
dal cancro che lo ha colpito. Dopo di lui, stante il regime
socialista, la parrocchia non avrà più il suo prete e
nell'abitazione riservata ai sacerdoti si ritirerà Martin, testimone
di un'epoca e custode ultimo della memoria.
Scritto così può sembrare poca cosa, ma questo romanzo, non solo è
unico nel suo genere che potremmo definire epico di frontiera, ma è
anche una storia di uomini complessi e semplici al tempo stesso, di
sentimenti, di gioie e di dolori. Al riguardo, le pagine in cui
viene descritto il trasporto a casa su un carretto trainato da un
asino e alla cui guida c'è Martin del cadavere dell'unico figlio
Antonio, partigiano morto combattendo, sono di una bellezza
indescrivibile; non c'è il ricorso alla facile commozione, anzi
questo viaggio, che è forse una metafora di un popolo così smembrato
e che può ritornare alle sue case solo quando non è più in vita, è
descritto con uno stile asciutto, senza indulgere a pietismi, ma
proprio per questo tocca livelli di alta drammaticità che segnano
profondamente l'animo del lettore, apparendo del tutto naturali.
Il romanzo termina con l'ultima annotazione di Martin Crusich, che
avverte che la sua ora sta per arrivare, e che scrive: " Scende
sulla terra il vuoto dei cieli o su di noi si spalanca la miglior
vita? Questo non sapevo, che il mondo muore a ogni morte di un
uomo." E' un per chi suona la campana che conclude in modo superbo
un romanzo di rara bellezza.
Fulvio Tomizza (Giurizzani di
Materada, Umago, 26 gennaio 1935 - Trieste, 21 maggio 1999). Figlio
di piccoli proprietari agricoli, dediti anche a varie attività
commerciali, ottenuta la maturità classica, si trasferì
temporaneamente a Belgrado e a Lubiana, dove iniziò a lavorare
occupandosi di teatro e di cinema.
Ma nel 1955, quando l'Istria passò sotto l'amministrazione
jugoslava, Tomizza, benché legato visceralmente alla sua terra, si
trasferì a Trieste, dove rimase fino alla morte, tranne che negli
ultimi anni trascorsi nella natia Materada.
Scrittore di frontiera, riscosse ampi consensi di pubblico e di
critica (al riguardo basti pensare ai numerosi premi vinti: nel 1965
Selezione Campiello per La quinta stagione, nel 1969 il Viareggio
per L'albero dei sogni, nel 1974, nel 1986 e nel 1992 ancora
Selezione Campiello rispettivamente per Dove tornare, per Gli sposi
di via Rossetti e per I rapporti colpevoli, nel 1977 e nel 1979 lo
Strega e quello del Governo Austriaco per la letteratura Europea per
La miglior vita).
Ha pubblicato: Materada (1960), La ragazza di Petrovia (1963), La
quinta stagione (1965), Il bosco di acacie (1966), L'albero dei
sogni (1969), La torre capovolta (1971), La città di Miriam (1972),
Dove tornare (1974), Trick, storia di un cane (1975), La miglior
vita (1977), L'amicizia (1980), La finzione di Maria (1981), Il male
viene dal Nord (1984), Ieri, un secolo fa (1985), Gli sposi di via
Rossetti (1986), Quando Dio uscì di chiesa (1987), Poi venne
Cernobyl (1989), L'ereditiera veneziana (1989), Fughe incrociate
(1990), I rapporti colpevoli (1993), L'abate Roys e il fatto
innominabile (1994), Alle spalle di Trieste (1995), Dal luogo del
sequestro (1996), Franziska (1997), Nel chiaro della notte (1999).
Per ulteriori approfondimenti consiglio
Fulvio Tomizza, un saggio molo bello e interessante
scritto da
Grazia Giordani.
Renzo Montagnoli
Sentieri di luce
di Silvano Conti
Prefazione
La poetica di - Silvano Conti -
La silloge presente, non casualmente denominata -"sentieri di luce"-
è un percorso, frutto della sensibilità di Silvano Conti, che sembra
voler essere una specie di autobiografia interiore: un itinerario
che il poeta vuole delineare per mostrarlo al lettore, una
autobiografia resa per immagini e sensazioni di un tratto di cammino
interiore della sua vita nella quale designa a compagni di viaggio,
i suoi amici, i suoi lettori. Tuttavia, se è vero che la mente e le
parole possono delineare un'immagine, un sentimento o, perché no,
una sensazione; è però il cuore che dipinge a colori il mondo,
circondario o universo che sia: i colori di un "Luca dei robots" ad
esempio, che appare nella raccolta di Silvano. Sì, perché ciò che il
poeta propone non è semplicemente una raccolta di composizioni, non
un trito e scontato arrovellarsi nel buio di chissà quali dubbi, o
il descrivere il turbamento di un' anima alla ricerca di qualcosa o
che abbia scovato entità estranee alla sua scoperta e che cerchi di
inseguirlo: no! E' un cammino nella luce per scoprirne la fonte,
mentre tutto intorno è colorato, vivo, semplice, vero, così
evidente.
È un cammino dove " Zetti " - affettuoso appellativo di Franco
Caldari suo datore di lavoro - trova un interlocutore che è molto di
più di un subalterno e che non perde la ragione; un interlocutore,
il poeta, che nella realtà descrittiva del suo poetare, afferma
chiaramente, colmo di speranza, che non vi è nessun male che non
abbia in sé qualcosa di buono, e lo dice con quella semplicità
disarmante, asciutta, che diventa vera efficacia espressiva.
Leggendo le poesie di " Sentieri di luce", ci si accorge di
converso, quasi inconsapevolmente, di come la fede del poeta ci
proponga una "Bellezza" assoluta che è l'eternità, che è Dio stesso:
una bellezza che si contempla in uno specchio, quello dell'anima, e
noi siamo l'eternità, noi siamo lo specchio... " Avrò cura di me,
per compiacermi, per compiacerti, nella Tua gloria "
Si scopre gradualmente, in queste poesie, anche una dimensione
dell'amicizia incontenibile, che straripa anche verso il lettore.
Dimensione che non è solo e semplicemente comunione di interessi e
di sentimenti... è qualcosa che va oltre, che trascende e
trasfigura. Silvano ci dice che si ha bisogno dell'amico perché si
ha bisogno di un volto che ci accompagni per la strada della nostra
vita e che, assieme a noi, la condivida. Al centro della sua poetica
c'è pertanto un messaggio preciso, un segnale schietto di amicizia
verso il lettore, verso il mondo; un messaggio franco, onesto,
personale, che incuriosisce e conquista, avvince, provoca. Nei suoi
componimenti si rinviene un momento di verità... talvolta anche di
dolore che però mira esclusivamente a voler cambiare la creatura che
è in noi, a plasmarla, a darle occhi limpidi e a spogliarla di tutte
le maschere con cui, noi tutti, ci proteggiamo; a liberarci dalla
nostra grande impotenza, dalla debolezza, dai nostri limiti.
Tuttavia Conti ci dice con chiarezza che quel volto che abbiamo
accanto ( e che ci pensa ) non può non ricordarci che anche la
sofferenza incontrata per la via ha un senso, e che la salvezza è
possibile... che c'è "luce", insomma, attorno a noi e sentieri
luminosi da percorrere. Vuole concedersi, Silvano, offrirci il suo
sentire ed impossessarsi del nostro: vuole essere "amico". Ed è,
amico, un termine abusato purtroppo, ma il poeta, senza mai citare
la parola, ne propone la sostanza nell'accezione più autentica e
trasfonde il valore del termine in un ambito che trascende da quello
della semplice relazione interpersonale: egli diviene "amico
assoluto" del cosmo che lo circonda, amico del lettore. Amico anche
quando uno "sciopero generale", vorrebbe isolarti da tutto e da
tutti, ma lui ti pensa; quando una "carta millimetrata" non ha
parole né più limiti, ma lui è vicino a te; quando gli "orizzonti"
potrebbero sembrare non aprirsi alla speranza, ma lui prega per te!
In " Sentieri di luce " questo senso di amicizia con la realtà e con
il lettore è sigillato, firmato e affermato costantemente da un
presenza, da un sorriso, da un qualcuno che nobilita fino
all'assoluto questo senso del "sentirsi insieme". E' la presenza di
Colui che ha saputo "dare la vita per i suoi amici" aprendo un vero
sentiero di luce, incancellabile, nella storia umana.
Le poesie di Silvano Conti si imbevono dunque di una luce che
designa una sensibilità grandissima di immaginazione, di "coilluminazione"
con l'altro, di un'affettività amicale che si trasforma in
trasmissione telepatica delle emozioni che egli ci offre, con la
sincerità e la semplicità del compagno di cammino. L'alta statura e
grado della sua personalità e sensibilità ci offrono un linguaggio
aperto e penetrabile e le sue composizioni, in magistrale sintesi,
in rapidi tratti di immagini, non perdono mai il senso ordinato
della misura e della coerenza. Le sue composizioni, ormai scevre da
superati condizionamenti ermetici e post-ermetici, ne rigettano quel
linguaggio chiuso e impenetrabile e, anche quando, con vasto uso di
analogie e metafore, con frequenti ricorsi alla disintegrazione
apparente di legami logici, con ricorrenti usi di rapide allusioni e
fulminei susseguirsi di immagini si fa più introspettiva e
pensierosa, non perde mai di vista quella luce... equilibrata via,
che è recupero della poesia tradizionale ma anche nuovo percorso,
spirituale, inclassificabile.... ed è un risultato notevole sul
piano poetico che permette alla sua opera di conservare efficaci
attualità, spessori e verità.
Grazie Silvano, è stato davvero un bel regalo, per conoscerti ancora
di più, per non sentirci soli, per sentirti amico.
Don Pietro Vispi
Sentieri di luce
di Silvano Conti
Postfazione - Nota dell'autore
Della poetica e della prosa poetica dei sentieri di caccia, d'aria,
di luce...
I miei sentieri poetici, di caccia d'aria di luce, sono già di per
sé un appellativo implicativo che apre e indirizza il pensiero verso
la ricerca e la conoscenza, che sia luce o ignoto o intima
trascendenza. In questa situazione di attesa "si sta", di
ungarettiana memoria, sospesi nella precarietà esistenziale e al
tempo stesso dinamici; frastornati pur lucidamente protesi
all'esperienza. Ma, contemporaneamente, si va oltre: la si
attraversa di slancio, quella supposta staticità, scavalcandone i
termini iconici legati alla contingenza attraverso l'affidamento e
la spiritualità. È un donarsi cieco e fiducioso. È riconquista di
nuova etica che li trasfigura ribaltando l'amnio novecentesco e i
suoi stupori, i suoi chiaroscuri, le sue ansie magmatiche e le
angosce, a favore di nuove entità e densità poetiche ( quelle del
nuovo millennio ) e ancorchè, di nuova scalzante osata e motivata
modernità interpretativa di pensiero, di ispirazione, di
aspirazione. Sono ribaltamenti, a guardare bene, tutt'altro che
crepuscolari o tardo decadenti, nient'affatto remissivi o
rinunciatari, ma sorretti e ben argomentati, tenuti tesi e vivi da
scandagli analitici e profondi, da simultaneità e dualismi
prospettici, spesso polivalenti. Musiche e masse insomma, costruite
attorno alle ragioni di un dettaglio, di uno stato d'animo, d'una
sensazione, di una segreta speranza. Non sono concessi lassismi di
tono, cedimenti, indulgenze; non deve esserci resa alcuna nella
poesia dei miei sentieri ... casomai qualcosa che somigli al "sapore
della morte", al pari del Mozart degli ultimi anni, quale retrogusto
amaro assunto a volto e dimora dall'insondabile, volto verso il
sovra razionale ed il trascendente. Non vi è traccia alcuna di
passività - almeno è mia intenzione non lasciarla - né di flusso di
decadenza. Sono sentieri che debbono emanare polivalenze sensitive
policrome, allusive, volte all'ignoto ed alla sua esplorazione.
Vengono preclusi, nei miei intendimenti, tutti gli orpelli, le
ridondanze. La poetica dei sentieri ama le raggiere del caso
attribuite alla decodificazione del verso, della stessa parola, del
suono; non deve essere statica ma sempre sinuosa, semanticamente
turgida, cromatizzata dalla luce della coscienza emozionale e da
ricerche noumenologiche condotte nel segreto; resa universale dai
suoi sommovimenti interiori. A tratti ( si veda : - streap tease in
"Sentieri di luce" - o - magazzino spedizioni in "Sentieri d'aria"
Ed. Nuova Prhomos 1995- o nel racconto breve - alla ricerca del filo
conduttore in "Aspettando l'attesa" ed. Prhomos 1988) non disdegna
la pura meditazione, confessiva, metafisica ed autoreferente , dove
il verso può dilatarsi in esplosioni o implosioni di parole o in
prosa ( poetica ), che pure deve essere sempre supporto a un profilo
di lirismo, magari mutato a scabro frammento di vita o in una
scheggia di consapevole esistenza aperto alla poesia, al poema;
financo alla farsa o al romanzo, ma sempre colmo di variegate e
dense sensazioni... In questo caso la prosa-poesia dei sentieri è
prossima a farsi provocatrice, elemento di disturbo scatenante, nel
contesto di un libro ordinato; scompiglio, generale pazzia. Così la
prosa poetica, ma sempre corredata da temi conduttori e da rimandi
allusivi indipendenti e indivisibili tra loro, supporto - sine qua
non - al suo attecchimento, alla sua affermazione, e tutto ciò,
naturalmente in necessaria assolutezza di scrittura. Citando Mario
Luzi, penso anch'io che, solo quando si tocchi lo zenit o il nadir
del significato, il significante, l'involucro che avvolge la parola,
il componimento come esso appare, riluca nella poesia e divenga
luce, non disabitata trasparenza....
Silvano Conti 25.11.2007
www.poetare.it
Se stasera siamo qui
di Catherine Dunne Autrice di La
metà di niente
Titolo originale At a Time Like This
Ed. Guanda Narratori della Fenice
“Ricordo come fosse ieri il giorno in cui ci siamo conosciute. Il
giorno che ha cambiato tutto”.
Questo è l’incipit del romanzo incentrato sull’amicizia al
femminile. Quattro amiche dai tempi dell’università, Georgie,
Claire, Maggie e Nora, nella Dublino degli anni ’70, dove si svolge
la storia, festeggiano 25 anni di frequentazione. L’incontro si
rivelerà un auting per ciascuna di esse, sarà assente Georgie che ha
dato una virata alla sua vita lasciando tutti e andando a vivere in
Toscana. La vicenda si dipana a quattro voci, le protagoniste dal
loro punto di vista scardinano le loro esistenze e il legame che
unisce l’una all’altra. Tra confessioni, tradimenti, amori,
complicità, le amiche superano anni di, a volte, contrastanti
sentimenti, condividono chiacchiere, pettegolezzi e, un pizzico di
snobismo, tuttavia, non scalfendo la saldezza della loro amicizia
nonostante tutto.
Certamente questa storia non è un capolavoro, l’autrice è una
gradevole scrittrice, ma i personaggi hanno un che di stereotipato
alla “Sex and city”, diciamo che è una promessa di evasione o, per
alcuni, forse, una perdita di tempo, può darsi! C’è il campionario
della sfigata in amori tutti sbagliati, la perfettina e perbene, ma
con scheletri nell’armadio, la sofisticata snob, in apparenza, tutta
carriera e aplomb, ma che scopre la vera passione e, per non farci
mancare niente, la donna dal matrimonio infelice, alla fine si
riscatta, ritagliandosi un angolo di libertà. La scrittura risulta
opaca e, convenzionale, in cui i sentimenti e gli stati d’animo
delle protagoniste rimangono sommerse senza riuscire, nemmeno a
galleggiare vicino a noi lettori. Eppure sta riscuotendo successo di
pubblico, misteri dell’editoria e delle fortune di un libro.
L’autrice: Catherine Dunne è
nata nel 1954 a Dublino, dove vive. Ha studiato letteratura inglese
e spagnolo al Trinità College e ha lavorato come insegnante. Guanda
ha pubblicato i romanzi La metà di niente, La moglie che dorme,
Il viaggio verso casa, Una vita diversa, L’amore o quasi. Sempre
presso Guanda nel 2007 è uscito Un mondo ignorato,
sull’emigrazione irlandese degli anni Cinquanta.
Arcangela Cammalleri
I piccoli maestri
di Luigi Meneghello
RCS Libi S.p.a.
Introduzione di Maria Corti
Narrativa romanzo
Da Libera nos a Malo a I piccoli maestri c'è una
frattura che si stenta a comprendere. L'autobiografia di Meneghello
prosegue infatti con il periodo bellico e in particolare con quello
della Resistenza, sulla quale è imperniato pressoché totalmente il
libro.
Non è che ci si trovi davanti a qualche cosa di scritto
grossolanamente, tipo il diario di un partigiano di modesta cultura,
ma è il punto di vista che dovrebbe subire una svolta che però non
si verifica.
Certo, l'aver messo mano a quest'opera a distanza di tempo ha
smussato tensioni, ha spuntato acuti, ma francamente, se il ricorso
a una certa ironia appare sovente misurato, in alcuni punti
travalica i confini della logica, trasformando fatti in avventure
quasi picaresche.
La guerra partigiana, affrontata da giovani inesperti come un gioco,
non riesce a trasmettere le sensazioni di inevitabili amarezze che
la realtà provocherà nell'autore e nei suoi amici.
Il tono volutamente leggero, a tratti goliardico, non permette
infatti di comprendere appieno la maturazione di questo gruppo di
studenti, a loro modo indipendenti e autonomi in un contesto di un
conflitto aspro, sanguinoso, proprio di una guerra civile.
E se è possibile capire la ratio che impone il ricorso ad azioni
nell'ottica di limitare le quasi certe conseguenze sulla popolazione
amica, tuttavia appare poco comprensibile il discorso della crescita
umana e civile di questi combattenti.
Pur restando una testimonianza preziosa della guerra per bande nel
vicentino, mi sembra che questa volta qualche cosa non abbia
funzionato nell'ingegno narrativo dell'autore e che quel volere
smussare a tutti i costi i contorni dei fatti abbia finito con il
renderli, anziché più reali e veritieri, come doveva essere nelle
intenzioni, degli eventi il cui livello di credibilità viene più
volte messo in discussione.
Non è che manchino pagine e descrizioni di accadimenti che di per sé
sono notoriamente tragici, ma il raccontarli, alleggerendo troppo la
tensione, finisce con lo sminuirli e può dare un'errata visione di
quello che fu la resistenza.
I piccoli maestri è senz'altro un romanzo minore di
Meneghello, anche dal punto di vista stilistico, con una certa
inclinazione all'estetismo quasi fine a se stesso.
Ciò non toglie che meriti di essere letto, ma certo non ci si può
attendere l'esemplare prova di equilibrio di Libera nos a Malo.
Luigi Meneghello (Malo, 16
febbraio 1922 - Thiene, 26 giugno 2007).
Laureato in filosofia all'Università di Padova, si trasferì nel 1947
in Inghilterra, dove qualche anno più tardi fondò la cattedra di
letteratura italiana presso l'Università di Reading, dirigendola
praticamente fino al 2000, anno in cui ritornò definitivamente in
Italia.
Ha scritto, fra l'altro, Libera nos a Malo (Mondadori, 1963),
senz'altro la sua opera più conosciuta, I piccoli maestri
(Mondadori, 1964), Pomo Pero (Mondadori, 1974), Fiori italiani
(Mondadori, 1976), Maredè, Maredè (Rizzoli, 1991), Il dispatrio
(Rizzoli, 1993).
Renzo Montagnoli
Il mio cuore umano
di Nada Malanima Fazi Editore
pag. 141
Romanzo-narrativa
La quarta di copertina è l’incipit della narrazione ... “Era la fine
di febbraio, esattamente il periodo di carnevale, da tutte la parti
si festeggiava. Quella sera mio padre e mia madre erano andati a
ballare in un paese vicino, mia madre ballò così tanto che le si
consumarono i tacchi”.
Nella Toscana degli anni ’50, attraverso gli occhi che “sanno
guardare distante” e i sentimenti di una bambina, Nada, l’io
narrante, si dispiegano i ricordi della prima fanciullezza segnati
da una sensibilità affinata dagli eventi famigliari. Per chi ha
vissuto quegli anni a cavallo tra i ’50 e i ’60, ritrova il profumo
lontano, ma, ancora, forte di un tempo irripetibile di
trasformazioni economiche e sociali di grande impatto emotivo. La
televisione, “La scatola parlante”, al circolo dell’Arci si andava a
vedere il sabato il varietà, vissuta come rito collettivo, le vespe
sostituite dalle automobili, i servizi igienici in casa… Da una
società arcaica, contadina, ritmata dai cambiamenti della natura ad
una società industriale che pulsa al ritmo della invenzioni e delle
modernità. C’è incanto e stupore di altri tempi ormai mitizzati
perché legati a stagioni della vita in cui la scoperta del mondo
famigliare e circostante è preludio alla ricerca di se stessi e al
perché della propria esistenza. La protagonista vive gli umori, gli
amori, le sofferenze e anche le bizzarrie dei suoi famigliari con
estrema sensibilità e tanto bisogno d’affetto materno non sempre
elargito semplicemente. All’ombra della madre bella, ma sofferente
di nervi, di un padre poco incline al dialogo, della sorella tanto
amata, della nonna Mora, ruvida di modi, ma ricca di genuina
saggezza contadina, Nada, bambina magra e fragile attraversa
l’infanzia solitaria, piena di incubi e scuri pensieri che nessuno
conosceva per approdare all’adolescenza in cui il suo cuore, un
normale “Cuore umano” moltiplica sensazioni e stati d’animo. E’ un
racconto che fluisce limpido come un ruscello di montagna che a
tratti, ma solo, a tratti, s’intorbida, non s’avverte nostalgia,
piuttosto traluce la semplicità quotidiana del mondo reale: i più
intimi e semplici legami tra le persone, un mondo dietro cui si
nascondono altri mondi possibili. Uno sguardo il suo che con
sofferta acutezza amplia l’orizzonte conoscitivo ( si rifugia nella
scrittura poetica, nei libri) riflettendo sul senso dell’esistere,
della morte. Sorprende la scrittura piana, lieve, scevra da
infarciture retoriche, essenziale senza indulgere in paradigmi
stilistici complessi e spesso, segni di meri esercizi letterari.
L’autrice: Nada Malanima,
conosciuta solamente come Nada, è una tra le artiste più originali
della scena musicale italiana. E’ nata a Gabbro (Livorno) nel 1953.
Interprete e cantautrice, compositrice di versi e prose di note
dalla decadenza ambrata, poeta veggente di mondi arcani in cui si
specchia, disconnessa e spudorata, una realtà fatta di passione,
d’istinti primordiali e bisogni intensi ed intimi, dell’intimità
violata dall’incanto. Per Fazi Editore ha già pubblicato la raccolta
di poesie e racconti Le mie madri. Il mio cuore umano
è il suo primo romanzo.
Arcangela Cammalleri
“Tocchi di pennello” autrice
Maristella Angeli – Casa Editrice
MEF - L’Autore Libri Firenze
Collana Biblioteca 80 –Poeti
Raccolta di poesie
Prefazione di Sandro Orlandi
Versi di copertina
Soave il giorno che si apre al futuro
senza paure nel domani
.
Lo slendore è negli occhi di chi ti ama
nelle carezze di bambagia
che accompagnano le notti.
Biografia dell'autrice
Maristella Angeli è nata a
Foligno e vive a Macerata. Ha pubblicato l'opera alla ricerca del
proprio corpo: animazione e ricerca gestuale nell'Educazione Fisica,
Lo Faro Edizioni Roma, la raccolta poetica Gocce di vita Casa
Editrice Il Filo - Roma. E' vincitrice del primo Premio
Internazionale Una Terra di Leggende - Castelli Romani (RM), per la
poesia inedita ed è finalista del Premio Letterario Nazionale e
Internazionale Accademia G. Belli, Roma.
ha partecipato a varie iniziative letterarie e al VII edizione del
Festival Internazionale della Letteratura Aggiornata svoltosi a
Macerata (MC). Il suo libro "Gocce di vita" è stato positivamente
recensito da critici letterari: Cristina Contilli www.literary.it e
da "VibrArte", Coordinamento Artisti Salentini
www.vibrarte.ilcannocchiale.it .
Suoi componimenti sono inseriti in numerose antologie, blog e siti
letterari.
Prefazione
Rincorrere le nuvole con lo sguardo, perdersi in un cielo stellato,
inebriarsi del profumo della primavera, ascoltare la voce del mare,
nutrirsi del silenzio delle montagne. In una goccia di pioggia, come
in una lacrima, è racchiuso il segreto della vita, una vita piena di
insidie, forse anche di sofferenze, ma pur sempre una vita degna di
essere vissuta fino in fondo, cogliendo il più possibile ciò che di
magico e meraviglioso sa donarci. E’ questo il segreto delle poesie
di Maristella Angeli. Una lirica, a tratti semplice, ma che tocca
profondamente ognuno di noi, perché semplici sono le cose più
importanti che rendono straordinaria l’avventura del vivere. E’
questo il senso di “Gocce di Vita” la raccolta poetica di Maristella
Angeli, cioè l’espressione del sentimento con genuinità e candore,
l’inno all’amore sincero e vero, quello che non ammette compromessi
o ipocrisie, l’amore verso gli altri e verso la natura, verso la
vita e verso se stessi e infine verso la persona che sa comprendere
ed apprezzare.
Speranza contro il dolore, entusiasmo contro il grigiore, gioia
contro la tristezza; perché la vita per Maristella Angeli, è troppo
importante e supera qualunque impedimento, qualunque disperato
tentativo di distruggerla.
Solo l’amore può, solo l’amore combatte e vince l’annichilimento
interiore. Troppo spesso lo dimentichiamo, lo contestiamo o
cerchiamo di confonderlo. Questa silloge ce lo ricorda con forza e
semplicità.
Tra due guerre e altre
storie di Mario Rigoni Stern
Edizioni Einaudi
Narrativa raccolta di racconti
Sono cinquantotto le storie che compongono questa raccolta di
racconti apparsi, in parte, nell'arco di oltre vent'anni sulle
pagine del quotidiano La stampa.
I temi affrontati sono quelli cari all'autore asiaghese e cioè la
guerra, la montagna e la natura, ma c'è anche la ricerca di qualche
cosa di nuovo, onde evitare, inevitabilmente, di ripetersi.
Si passa così dalle Storie della prima guerra mondiale, in cui alla
fantasia creativa è lasciato poco spazio per dare invece una visione
dei fatti sulla base di documenti o della memoria di chi vi
partecipò, per affrontare poi in modo più partecipe quelle della
seconda guerra mondiale.
La differenza fra le prime e le seconde è data dal fatto che Stern è
nato nel 1921, quindi a conflitto già concluso, mentre quelle della
seconda guerra mondiale sono frutto della sua testimonianza diretta
di fatti ed eventi, ripescati dallo scrigno della memoria, con
l'aggiunta di interessanti riflessioni. Al riguardo, esemplare è
Nel cuore la rabbia del Don, sugli eventi dell'8 settembre 1943,
dove l'esperienza diretta (l'autore fu fatto prigioniero dai
tedeschi e deportato in un lager) si fonde con razionalità con
l'aspetto puramente storico, riuscendo così a fornire un quadro
esauriente dello stato di incertezza prima e di rabbia dopo dei
nostri soldati, abbandonati dal re e da Badoglio alla mercé dell'ex
alleato.
Ci sono però anche Le storie dell'est, resoconti di viaggi di
Stern ritornato nell'Unione Sovietica sui luoghi teatro del suo
celeberrimo Il sergente nella neve. In questi ho rilevato che
al sentimento di ammirazione per il popolo russo, di cui non si
sentì mai nemico, si aggiunge un certo compiacimento per quella
realtà post bellica comunista che tuttavia non ritengo frutto di una
scelta politica, bensì di un ampliamento della base di ammirazione
di cui ho appena accennato. Così ci sono visite ai luoghi di
battaglie, commoventi ritorni dove tanto si è sofferto, emozione che
l'autore riesce a trasmettere tangibilmente al lettore, ma anche la
visita a un colcos, con tanto di festeggiamenti e di pranzo
speciale, oppure disamine tecniche di quell'economia i cui risultati
sembrerebbero soddisfarlo pienamente.
Troviamo, però, anche nuovi orizzonti letterari, che vanno oltre le
pur belle Storie dell'Altipiano (stupendo è il ricordo del
giorno dei Morti di quando lui era fanciullo), e che sembrano
inaugurare un nuovo filone che comunque in seguito non sarà
sviluppato.
Ed è un peccato, perché i racconti delle Storie dall'Europa,
pur svolti con quell'indole volta a privilegiare le radici di un
popolo e la natura in cui vive, assumono una veste nuova, una specie
di desiderio recondito di andare oltre i confini della propria
esperienza diretta per abbracciare realtà diverse, viste con
l'occhio e la creatività di un osservatore esterno.
Però, Rigoni Stern è uomo che scrive soprattutto della sua vita, con
una mano felicissima, con un'indole poetica naturale che fanno
assumere alla narrazione un carattere autonomo e del tutto unico, in
un giusto equilibrio fra fatti e inventiva.
Proprio per questo qualcuno ha lamentato il ripetersi dei suoi
argomenti, il riprendere un evento già raccontato per riproporlo in
una prospettiva e in una stesura diversa, fermo restando
l'immutabilità della storia. Qualche cosa del genere c'è anche in
Tra due guerre, ma, pur sovvenendomi di aver già letto di un certo
fatto, ho potuto apprezzare la diversa visuale, l'esposizione in
altri termini, ritraendone, anziché un fastidio, un ulteriore motivo
di compiacimento per la indubbia capacità artistica di questo
autore.
Tra due guerre è un libro senz'altro da leggere.
Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921
- 2008).
Ha scritto Il sergente nella neve (1953), Il bosco degli urogalli
(1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di
Tönle (1978) (Premio Campiello e premio Bagutta), Uomini, boschi e
api (1980), L'anno della vittoria (1985), Amore di confine (1986),
Il libro degli animali (1990), Arboreto salvatico (1991), Le
stagioni di Giacomo (1995) (Premio Grinzane Cavour), Sentieri sotto
la neve (1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre
storie (2000), L'ultima partita a carte (2002), Aspettando l'alba e
altri racconti (2004), I racconti di guerra (2006), Stagioni (2006).
Renzo Montagnoli
Recensione Esprit
libre
di Daniele D'Agostino
"Esprit libre", il primo romanzo del giovane autore Daniele
D'Agostino, é un cocktail esplosivo fatto di amori, amicizie,
incomprensioni, eccessi, problemi esistenziali. È il mondo di
Marcello Sardina alias Marcy e degli adolescenti in genere e in
particolare di un gruppo di amici assaliti dal desiderio di voler
essere e soprattutto apparire indipendenti, inseriti a fatica nel
contesto scuola dove i primi amori e le prime delusioni li
proiettano ferocemente nel mondo degli adulti e delle prime vere
responsabilità. Un mondo che fanno fatica a capire e accettare, dove
spesso il destino o semplicemente la piega degli aventi, ci mette il
suo per complicare la loro esistenza.
Un romanzo divertente, agile, dove vengono utilizzate con destrezza
e ironia espressioni e sigle tratti direttamente dal gergo
giovanile, ambientato in una caotica città del sud Italia ricca di
contraddizioni come Palermo.
Un urlo generazionale di un gruppo di ragazzi in perenne bilico tra
ribellioni e responsabilità, delusioni e passioni intense, dove a
volte si commette qualche scorrettezza comportamentale a discapito
delle amicizie più salde e inossidabili. Ma è anche un messaggio
rivolto al distaccato mondo degli adulti, alla scuola che non deve
essere vista solo come un'istituzione severa a seria, ma come un
luogo di approccio alla vita da adulto."
I fantasmi di pietra
di Mauro Corona Edizioni
Mondadori
Narrativa romanzo
Di questo suo libro
l’autore ha detto “Ho scritto la Spoon River del mio paese
perduto” e Mario Rigoni Stern, lo scrittore a cui Corona viene
spesso accostato per le tematiche, ritenne che questo fosse il
miglior lavoro dell’artista friulano, perché il racconto va con le
stagioni e subito viene il desiderio di andare avanti nella lettura
con ingordigia.
In queste due opinioni mi ritrovo anch’io, come si potrà meglio
comprendere nella prosecuzione di questa mia.
Erto, da quando si staccò il 9 ottobre 1963 un’immensa frana dal
monte Toc, precipitando nell’invaso del Vaiont e sollevando un’onda
altissima che sconvolse gli abitati vicini e rase al suolo in
pianura il paese di Longarone, è un agglomerato di case abbandonate,
in cui la natura avanza riprendendo possesso di quello che le era
stato tolto.
Le visite di Mauro Corona in questo paese ormai morto, effettuate
durante le stagioni dell’anno, sono un pellegrinaggio della memoria,
alla riscoperta di un passato nemmeno tanto lontano, ma che, in
quelle vie ormai spopolate e in quelle case dove rigogliose crescono
le ortiche, sembra infinito, come se il tempo si fosse fermato in
quella notte e avesse vetrificato i giorni.
Ogni casa è come una lapide di Spoon River, senza epigrafi, se non
quelle che emergono prepotenti dalla memoria dell’autore.
E così conosciamo chi erano gli abitanti, le loro storie, a volte
addirittura risalenti, per effetto della trasmissione orale, a
epoche assai precedenti.
Per certi aspetti il racconto diventa un poema, un canto intimo che
l’autore avverte in sé mano a mano che procede per le vie deserte.
Nulla sfugge al ricordo, emergono dalle nebbie dell’oblio figure che
non potranno che restarvi in mente, personaggi all’apparenza
insignificanti, ma che nella narrazione, senza enfasi peraltro,
acquistano una luce propria di straordinaria intensità.
C’è l’infanzia, povera, di Mauro Corona, ci sono perfino leggende
popolari che riacquistano nerbo, come la maledizione delle streghe
che prevedeva, anche se in termini generici, il disastro del Vajont.
Quelle mura vuote, quei tetti sfondati rivivono grazie alla memoria
e alla straordinaria magia della scrittura che fa rinascere una
realtà che non c’è più.
Sovente sembra di essere accanto all’autore in questa sua
deambulazione, scoprendo con lui piazze, osterie, officine di
fabbri, ma non è solo una serie di ritratti che ci viene proposta,
perché non sono figure statiche quelle degli abitanti, ma riusciamo
a coglierli nella loro attività, nella vita di ogni giorno, nelle
bevute all’osteria, nel lavoro dei campi, nella cruda desinenza
delle morti.
Grazie a Mauro Corona il paese defunto torna in vita e lo vediamo
com’era in un periodo di riferimento tipico, quell’anno solare in
cui le quattro stagioni ci portano il profumo della primavera, il
calore dell’estate, i tappeti di foglie dell’autunno e la fiamma nel
camino dell’inverno.
E’ una narrazione commovente, a volte anche struggente, è il più
bell’omaggio che l’autore potesse fare al suo paese morto,
rendendolo immortale con questo stupendo libro.
Mauro
Corona
(Pinè, 9
agosto 1950
nasce sul carretto dei genitori friulani Domenico Corona e Lucia
Filippin, venditori ambulanti, sulla strada che da
Pinè
porta a
Trento.
Dopo i primi anni dell'infanzia passati in
Trentino
ritorna con la famiglia a Erto, il paese d'origine.
Lì vive in prima persona la
tragedia del
Vajont. Ha ereditato dal nonno
scultore
la passione per il
legno e
dal padre
cacciatore
la passione per le
cime.
Corona è uno dei più apprezzati scultori lignei contemporanei, noto
a livello europeo. Inoltre si dedica all'arrampicata
(ha aperto numerosi percorsi sulle
Dolomiti)
e alla
scrittura.
Molti suoi romanzi sono stati tradotti in diverse lingue fra cui il
cinese.
Ha scritto:
Il volo della martora (1997)
Le voci del bosco (1998
&
2008),
vincitore del Grinzane Cavour 2008
Finché il cuculo canta (1999)
Gocce di resina (2001)
La montagna (2002)
Nel legno e nella pietra (2003)
Aspro e dolce (2004)
Storie del bosco antico (2005)
L'ombra del bastone (2005)
Storie del bosco antico (2005
&
2007)
Vajont: quelli del dopo (2006)
I fantasmi di pietra (2006)
Cani, camosci, cuculi(e un corvo) (2007)
vincitore del premio Itas “Cardo d’argento 2008”
Storia di neve (2008)
Renzo Montagnoli
S. Lodato, R. Scarpinato -
IL RITORNO DEL PRINCIPE - Ed.
Chiarelettere
Recensione a cura di Carmen Lama
Un'analisi storico-politica lucidissima, obiettiva, dettagliata e
documentata, testimonianza di un Magistrato in prima linea, sulla
"criminalità dei potenti (sic!) in Italia": è un libro per capire i
giochi politici nell'intreccio con la criminalità organizzata, con
il mondo imprenditoriale, finanziario ecc…, un libro che svela i
retroscena del potere, quello che non si vede e non è mai stato
detto, né raccontato, "ma che decide, fa politica e piega le leggi
ai propri interessi. Ci avviamo verso una democrazia mafiosa?" Verso
un declino anziché verso lo sviluppo dell'Italia? "Gli italiani
possono reagire, è già successo", sostiene Scarpinato, con un
pizzico di ottimismo che si vorrebbe non fosse clamorosamente ancora
smentito dai fatti. Il Principe è una rievocazione dell'opera
omonima del Machiavelli, che viene utilizzato in questo testo, come
metafora del potere che si serve di qualsiasi mezzo, spesso violento
o comunque di sopraffazione, per raggiungere i "propri" fini, legati
ad interessi delle classi dirigenti e dell'alta borghesia affarista.
È un libro da leggere per capire che non possiamo farci illusioni,
ma che non dobbiamo neppure farci continuare a sfruttare e a
depredare, dal basso, dall'alto e in crescendo. È un libro da
leggere per capire che dobbiamo tenere gli occhi aperti e pretendere
che al primo posto nell'agenda politica dei partiti e dei governi ci
sia il rispetto della legalità e la sconfitta definitiva dei poteri
mafiosi e criminali.
Una frase di Scarpinato, nella prima pagina della sua Premessa al
testo è subito illuminante: " Qui pensare non è un lusso, ma una
necessità per evitare che ciò che non hai compreso in tempo ti
piombi addosso all'improvviso, come in un agguato, cogliendoti
inerme". Vale per Palermo, sede in cui egli opera, ma vale anche per
il resto d'Italia. E un'altra frase: ".. questo è un libro di storie
"oscene" che nel loro intrecciarsi sui terreni della mafia, della
corruzione e dello stragismo possono offrire una chiave per
comprendere pagine importanti del passato e per decifrare il
presente e il futuro… o forse la mancanza di futuro del Paese". (Il
termine 'oscene' è da intendersi nel suo senso etimologico, dal
latino ob scenum, ciò che opera nel fuori scena). È un libro da
leggere perché aiuta a pensare e a capire, perché apre uno sguardo
più accorto sul senso della quotidiana messinscena dei politici, nei
luoghi istituzionali e attraverso i luoghi mediatici, delle
rappresentazioni per il pubblico. Abbiamo a che fare con
un'oligarchia travestita da democrazia, ma ciò esula dalla parte
politica di volta in volta al governo: fa parte del sistema di
potere che non è ancora riuscito a passare nella modernità e nella
postmodernità come in altri paesi occidentali. Per questo motivo, il
nostro Paese sembra destinato a scontare un'arretratezza che si
perpetua dai tempi del Principe (di machiavelliana memoria), senza
riuscire a raggiungere il livello di civiltà dei partner europei ed
occidentali in senso lato. Perché il Principe "è ancora in una forma
smagliante" nonostante secoli di vita!!! Il libro si chiude con un
cauto ottimismo che sa più di pessimismo per il nostro futuro.
Leggere per capire e per credere. Il costo è di appena Euro 15.60
(comunque ben spesi).
Saverio Lodato è giornalista e
scrittore, lavora per "L'Unità".
Roberto Scarpinato è Procuratore
aggiunto presso la Procura antimafia di Palermo, dove dirige il
dipartimento mafia-economia. Ha lavorato con Falcone e Borsellino e
si è occupatori alcuni dei più importanti processi di mafia degli
ultimi anni. È stato uno dei PM nel processo Andreotti.
Carmen Lama
1504 - Notte all'Hostaria "La Guercia"
Pandolfo Collenuccio uomo di corte del XV
secolo
di Valentino Rocchi
Edizioni Agemina
Prefazione di Renzo Montagnoli
Narrativa romanzo storico
Già ho scritto qualche tempo fa di questo bellissimo romanzo
storico, allorché risultava edito da Argalia e con il titolo di
Notte all'Hostaria La Guercia.
Mi risulta quindi difficile riparlarne in altri termini, per quanto
in questa seconda edizione non sia cambiato solo il titolo, ora più
indovinato ed esplicativo, ma anche perché opportunamente l'autore
ha colto l'occasione per apportare piccole modifiche, per la verità
nulla di importante, ma che hanno finito per perfezionare un'opera
già originariamente di elevato livello.
A suo tempo avevo scritto che era un capolavoro e anche ora il mio
giudizio resta invariato, perché l'impronta, la struttura mantengono
le stesse caratteristiche che così tanto mi avevano impressionato.
Quella notte trascorsa in una cameretta dell'Hostaria La Guercia è
lunga un'intera vita, costituisce l'occasione per l'uomo Collenuccio
di ripensare al lungo percorso che l'ha portato fin lì. E se il
personaggio storicamente si presenta di notevole interesse, quello
che permea di grazia tutta l'opera è la sua essenza, è quello
spogliarlo dei panni di protagonista famoso di un'epoca per metterlo
a nudo, per ricondurlo al suo stato di uomo fra gli uomini.
È solo così, infatti, che ci è consentito di avvicinarlo, di vivere
con lui, di essere parte dei suoi sentimenti.
Se fosse rimasto un personaggio idealizzato, ben staccato nelle sue
caratteristiche da quelle di tutti i mortali, non avremmo potuto
apprezzare le bellissime pagine della sua iniziazione alla vita
sessuale, né avremmo potuto comprendere i suoi tormenti, né essere
partecipi delle sue pene d'amore.
Così, in una notte dal futuro molto incerto, anzi dalla sensazione
che non ci sarà un futuro, Pandolfo Collenuccio, nel raccontare di
se stesso, finisce con il dialogare con noi, proponendoci episodi in
cui non è difficile che ci possiamo riconoscere, ma il tutto con una
delicatezza che dona al ricordo la dimensione della sacralità, lo fa
diventare una testimonianza indelebile di una vita vissuta.
Quel rievocare il tempo andato alla luce dei dubbi e dei patemi
d'animo del presente impregna tutto il romanzo di una velata
malinconia, umanizza il personaggio e in tal modo lo fa sentire
parte di noi.
Così la sua emozione del primo rapporto con Maria, chiamata
affettuosamente 'susina acerba' per le sue qualità estetiche,
diventa anche la nostra emozione, la sua nostalgia per questo primo
amore finisce con l'essere anche la nostra e, sebbene per un
naturale senso di conservazione non moriamo con lui (una pagina,
questa, di altissima letteratura), però siamo lì presenti e diventa
veramente difficile riuscire a trattenere le lacrime.
Ma anche l'aspetto storico è tutt'altro che secondario, con la
descrizione di un'epoca e con un corollario di personaggi anche
famosi che non finiscono lì a caso o che vengono citati solo per
convenienza, ma perché c'è una precisa ragione logica che li colloca
nella trama, rispondendo di fatto a quello che avvenne veramente.
Si riesce così a tornare indietro nel tempo, quasi ci si cala nel
mondo del quindicesimo secolo, in compagnia di questo protagonista
che in effetti fu un grande cortigiano e diplomatico.
Incontreremo così Poliziano, Pico della Mirandola, i Borgia e così
via, in un affresco storico che nulla lascia alla fantasia, ma che
interpretato in chiave romanzesca risulta particolarmente
avvincente.
È strana, comunque, la vita. Io non sapevo nulla di questo Pandolfo
Collenuccio, ma da quando ho letto questo libro mi sembra che sia
diventato un vecchio amico, il cui ricordo ormai mi accompagna.
I personaggi storici normalmente si ricordano per ciò che hanno
fatto di straordinario, nel bene o nel male, ma dell'uomo, cioè
della sua essenza, distaccata dall'incarico ricoperto o dall'impresa
svolta, sappiamo ben poco, perché ciò che conta sono le azioni che
ne decretano la memoria.
L'abilità di Valentino Rocchi è l'averci rivelato anche un Pandolfo
Collenuccio privato, di averlo svestito dei panni ufficiali della
storia per mostrarci l'uomo, con le sue debolezze, i suoi patemi
d'animo, le sue piccole gioie.
Questa umanizzazione del personaggio, anziché sminuirlo, tende ad
avvicinarlo a noi, a ricondurlo a quella natura che è propria di
tutti, così che è anche possibile comprendere il comportamento e le
azioni che lo hanno reso celebre.
La caducità, invece di svilirlo, ha finito con il donargli uno
spessore del tutto particolare, che non potrà non restare impresso
nella memoria del lettore, conferendogli così quell'immortalità
dell'uomo salito all'olimpo degli dei.
VALENTINO ROCCHI, nato a
Savignano sul Rubicone, risiede sin dall'infanzia a Pesaro. È socio
corrispondente della Rubiconia Accademia dei Filopatridi di
Savignano sul Rubicone.Si è avvicinato alla narrativa, con libri di
ampio respiro e di trame avvincenti, dopo una vita di intenso
lavoro. Ha pubblicato: "Una Storia a Castelvecchio" (Società
editrice Il Ponte Vecchio - Cesena); "L'Eredità di Venanzio" (Guaraldi
- Rimini) Vincitore del Premio letterario "Il Pungitopo" 2001."Notte
all'Hotel La Guercia" (Argalìa Editore);"Gli uomini di Bluma" (Giraldi
Editore) II Classificato al Premio "Palazzo al Bosco", 2002;"La
saggezza di Toni" (Giraldi Editore);Esce nell'anno del V centenario
della morte di Pandolfo Collenuccio, uomo di corte e di legge, dalla
vita straordinariamente avventurosa: "Notte all'Hostaria La
Guercia", Pandolfo Collenuccio, uomo di corte del XV secolo, (Giraldi
Editore) ambientato nel XV secolo, di cui è l'autore è profondo
studioso e conoscitore. L'ultima pubblicazione, prima della
presente, è il bellissimo "La Magia del fuoco". (Agemina)
Renzo Montagnoli
L’età del dubbio di
Andrea Camilleri ed. Sellerio
Palermo pag.261
Siamo al 14° libro con protagonista il commissario Montalbano!
L’incipit di ben 12 romanzi è simile, Salvo s’arrisbiglia malamente,
dopo nuttate fituse, sudatizzo…tutto un ramazzarsi, un votari e
rivotari…Camilleri, di Montalbano in Montalbano, scava sempre più in
profondità nelle visceri dell’animo del nostro eroe e le notti e i
sogni diventano i segni premonitori del tempo che inevitabilmente
sopravanza. I 58 anni si dispiegano tutti davanti al commissario e
incombono su di lui come tanti macigni che lo travolgono, i
soliloqui s’infittiscono e, in questa ultima opera letteraria, per
non moriri affocato nel mare della vecchiaia si trova come in una
timpesta tra Scilla e Cariddi: l’attrazione improvvisa per un’altra
donna, nuova linfa, pura adrenalina che gli fa scorrere il sangue
veloce e limpido come l’acqua di un ruscello alpino, ma lo getta in
una gran confusioni ‘n testa. Ma era giusto, era onesto essiri saggi
davanti alla ricchezza dell’amuri?
Attraverso i 14 capitoli della saga di Montalbano abbiamo, noi
lettori, conosciuto progressivamente tutte le sfaccettature del suo
carattere che in nuce nei primi romanzi via via si sono acuite
accentuandone la solitudine insita nel personaggio e la sua
propensione a rinchiudersi sempre più in se stesso. L’abbrivio è un
sogno di stampo machbetiano, grottesco e allucinatorio, ma il
meccanismo delle indagini poliziesche ripete l’usuale cliché, il
rinvenimento di un cadavere che metterà in moto tutta la vicenda,
arricchita, questa volta, da un coup de foudre, dal sapore, quasi,
adolescenziale, dove fremiti e palpiti ‘mparpagliano il nostro
commissario. Lo scrittore si diverte dietro le quinte ad esasperare,
anche, a livello caricaturale, tic, vezzi, caratteristiche
comportamentali dei suoi personaggi alla stregua di macchiette o
maschere teatrali; i cognomi sono uno dei suoi divertissements, come
Catarella li stroppìa, il nostro puparo ci gioca, fa allusioni,
metafore: Lattes, Augello (ingentilito letterariamente), “Laura” di
memoria petrarchesca, riecheggia l’amor gentile che ratto e
rattamente rapisce il cor di Salvo, ”Belladonna”, è donna bella e
onesta e… atropina per i suoi sensi. Qua e là affiorano citazioni
letterarie, un verso di Saba, il titolo di un romanzo di Simenon e,
Tetrarca. In questa ennesima storia montalbiana tutto è più
esasperato e al contempo estenuato, insita una sfinitezza di fondo
che aleggia nella trama sia pure di ampio respiro internazionale,
(bella la frase tratta dia un libro di Vittorini traslata per gli
extra comunitari:“ erano i dolori del mondo offeso che emanavano
quell’odore che feriva”); se l’impasto linguistico è il tratto
distintivo di Camilleri e uno dei motivi di affezione a questo
autore e al suo personaggio, l’alone di uggia e scoramento che
adugge Montalbano è forse segno di un latente e annunciato epilogo?
L’età del dubbio è di Montalbano o di Camilleri?
L’autore: Andrea Camilleri è
nato a Porto Empedocle nel 1925. Ha esordito come romanziere nel
1978 con “Il corso delle cose”. Della sua ricchissima produzione
letteraria tutti i romanzi con protagonista il commissario
Montalbano sono pubblicati dalla casa editrice Sellerio e altri, tra
questi ricordiamo: “La forma dell’acqua”, “Il cane di terracotta”,
“Il ladro di merendine”, “La voce del violino”, “La stagione della
caccia”, “Il birraio di Preston”, “La concessione del telefono”, “La
gita a Tindari”, “Maruzza Musumeci”, “Il casellante”, “Il campo del
vasaio”.
Arcangela Cammalleri
IL DIO IGNOTO NELLA POESIA DI RENATO
FILIPPELLI
L’OPERA POETICA “DAI FATTI ALLE PAROLE” SVETTA COME MINARETI NEL
DESERTO
DI CARMEN MOSCARIELLO
Se un cristiano si sofferma sulla passione di Cristo non può che
piangere per i tormenti che gli inflissero.
Il percorso al Golgota fu lento e doloroso.
Leggere quest’ultima preziosa raccolta del Poeta Renato Filippelli è
stato come la cerva del salmo/fiutando sorgenti lontane mi ha
stretto il cuore in una morsa di dolore purificante, strenuo Cche mi
diede conferma ,come dissi in una conferenza a Minturno, che per me
la poesia di Filippelli è come il vangelo di Luca.
A ragion veduta, poiché mai come in questi versi si ha la
constatazione di una grande estenuante ricerca dell’uomo nella sua
crisi più distruttiva, nella sua luce più fiammeggiante; pur essendo
stato Egli sempre sostenitore della Poesia come anima, anche quando
il gioco del verseggiare e l’alchimia della parola approdava ad un
prato brinato, Egli sempre dilaniato,cantava i gemiti della gente
del Sud (la sua gente protetta dal manto della Poesia che denunzia).
Ma, qui a guidarci è l’esperienza di Dio , imponderabile soffio,
estenuante sussurro, rabbioso urlo: diviene ora un mezzo per dare
alla parola un senso divino che mentre approccia al nulla, tra le
nebbie del mare si innalza come croce del firmamento a sottolineare
che l’essenza dell’uomo è solo in Dio nel suo splendido annientante
desiderio di vivere e morire.
Morire per attraversare il dolore, per lasciarsi indietro
quell’esperienza di “figlio” che è del Poeta che affronta l’ oceano
sulla fragile foglia, baciata dalla rugiada della carità,
dall’urgenza del bene che nella Poesia e nella vita di Filippelli si
è tradotta nella sua grande opera di educatore, di guida ed aiuto
agli artisti gemmanti, di sdegnoso giudizio contro la corruzione e
la malvagità . Egli ha donato alla nostra terra e al mondo un flusso
di civiltà, di mansuetudini, di rispetto per ogni creatura
dell’universo, non a caso nella sua poesia anche il suo cane ha una
centralità catartica di struggente solitudine e di amore.
Il Dio di Filippelli non più creatore, ma soglia agognata,
liberazione , preghiera, abbandono, approdo di un uomo non
acquietato, ciò che Egli contiene esplode come lance conficcate nel
costato e al padre non implora, ma urla, protesta.
L’altare del dio ignoto non ha fiori da offrire al divino , ma le
infinite tribolazioni di noi sofferenti, dubbiosi, smarriti.
Il vincolo vita-morte diviene così approdo a un ampio e delicato
dibattito che si muove in versi modulati al canto della vita, alla
disperazione dei giorni , al candido scoprirsi implume come
pettirosso appena nato , ma il canto è della buona novella, di un
uomo che non si arrende e ricerca e costruisce ciò che rende l’uomo
simile a Dio.
Sulla mia strada di Damasco
mancò la segnaletica
verso Gerusalemme.Quando
cadevo all’urto
dei Tuoi cavalli un altro si torceva
in me, Ti domandava
aspro e gemente: “Perché mi perseguiti?”
Figli che mi portate sulle spalle
come pietoso Enea portò suo padre,
se voi non foste il filo che ricuce
brandelli alla speranza della vita,
mi getterei nel vuoto della valle
come un fantasma in fuga dalla luce
Il trapianto dell’anima e
altri racconti
– di
Aguzzi Luciano
[Manni (collana Occasioni) ; 2005, 135 p.
brossura].
L’ho letto tutto d’un fiato, ché si lascia leggere tutto d’un…con
interesse, curiosità e piacere. Nove racconti godibilissimi che […]
attraversando lo spazio vitale e mentale dove il pensiero del reale,
sollecitato dalla fantasia, si trasforma in proiezione e progetto di
un futuro deformato, fra sogno e incubo, fra ironia e critica
sociale […] (dalla quarta di copertina) e che coinvolge il lettore
aggiungo, penso sia la migliore sintesi possibile che, dunque, mi
permetto di fare mia. Della raccolta ho apprezzato, particolarmente
e parecchio, il racconto intitolato « La Madonnina di lapisluzzuli »
ché lo ritengo – opinione personale – un vero e proprio inno alla
Speranza (articolo raro oggigiorno a trovarsi a prezzo conveniente).
Un po’ meno « Il giustiziere » - decisamente breve : lascia una
sensazione di, come dire, non compiuto – e « Dio è morto » : proprio
non ne afferro il senso. Interessante « Il caso Bonvecchio » (l’Autore
va giù pesante, mi pare, su una certa politica italiana degli anni
Ottanta e Novanta) : le posizioni ed affermazioni del professor
Ermenegildo Lovecchio coincidono con quelle dell’Autore ? Se così
fosse - l’intuizione non è di quelle che cambieranno il corso della
Storia insomma…- mi lasciano interdetto . Quella […] svolta liberal/anarchica
[…], proprio non la condivido. Desta inquietudine in un meridionale
come me che crede ancora – poveraccio ! – alla storiella
dell’Unità (non federale, sicuro !) dell’Italia ; da Bolzano a
Palermo, da Aosta a Lecce, da Como a Crotone, da Cagliari ad Ancona
(passando per Roma). Punto. Suvvia sono
soltanto dei racconti e come tali li recepisco – da lettore
interessato che ha apprezzato -, un libro che mi è piaciuto, da
leggere e commentare…evviva videoPlanet ops…Internet!...Sottolineo:
trattasi di opioni e saluto.
L’Autore (dall’ultima di
copertina – ndr -): Luciano Aguzzi è nato nel 1944 a Piagge
(Pesaro). Dal 1969 vive e lavora a Milano.
Docente di Storia e filosofia e poi preside nei licei, ha insegnato
Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli studi di
Milano. Si è occupato di storia dell’America Latina, di pedagogia e
politiche scolastiche, di storia del pensiero politico italiano. Ha
pubblicato saggi in volume e su riviste specializzate. Questo è il
suo primo libro di narrativa.
Giuliano da Rocca del Santo
Il
codice svelato
– di
Marco Fasol
[Fede & Cultura* ; 96 p. 2006, brossura]
Chiaro, asciutto, conciso e politicamente scorretto – q.b.–.
Chiaramente di parte e, in questo senso, utile e necessario: non
sono convinto del tutto che il thriller di D.Brown sia
soltanto un romanzo (da troppo tempo, a mio avviso, si respira aria
di campagna denigratoria “organizzata” contro la Chiesa Cattolica
Romana, in particolare, e il Cristianesimo, in generale)…Mi sono
tuffato a pesce nella lettura – avvenuta tutta d’un fiato – e
alla fine della medesima mi è piaciuto moltissimo. Tuttavia nutro
qualche perplessità – o meglio: curiosità da profano, da lettore –
circa I criteri storici di selezione delle fonti (p.58 e ss)
in particolare sui punti A – L’antichità della fonte storica
e C – Il criterio di molteplice attestazione.
Mi spiego: se, per assurdo, un “potere forte”
organizzasse una campagna di avversione sistematica e costante
sdradicalizzazione e distruzione dell’opera di Brown, diciamo nei
prossimi due o trecento anni, cosa ne resterebbe de “Il Codice da
Vinci” tra dieci, quindici o venti secoli (nonostante le
quaranta e passa milioni di copie vendute)?!...Comunque sia « Il
codice svelato » di Marco Fasol lo ritengo un libro Amico
e di riferimento poiché pratico e maneggevole rispetto magari ad
altre opere (penso a « I segreti del Codice » di – a cura –
Dan Burstein). Note sull’Autore (dall’ultima di copertina – ndr –):
Marco Fasol, laureato in filosofia all’Università Cattolica
di Milano e diplomato in scienze religiose presso l’Istituto “San
Pietro Martire” di Verona, è docente di filosofia e storia nei
Licei classico e scientifico dell’Istituto Alle Stimate di
Verona. Ha partecipato alla pubblicazione
del testo Duemila anni di Cristianesimo, (Ed.
Stimmatine) con i capitoli su la civiltà
cristiana nel Medio evo: la regola benedettina e il francescanesimo.
La dottrina sociale della Chiesa.
*Fede & Cultura è un marchio di : Edizioni Soc.Coop.di Lavoro e
Solidarietà Sociale Cercate a r.l; Via Bramante, 15 – 37138
Verona -.
Giuliano da Rocca del Santo
Io mi ricordo di
Paolo Ferro Edizioni Tabula Fati
Presentazione di Emilia Longheu
Narrativa romanzo
Già il titolo dice molto, perché quel " Io mi ricordo" è una
riscoperta nei meandri della memoria di un tempo passato, quello
dell'infanzia dell'autore.
Ma questa narrazione autobiografica è molto di più di un semplice
ripasso di fatti ed eventi accaduti tempo fa, perché è un'opera
volta a rispondere a tante domande sulla vita e sul suo mistero,
soprattutto con una graduale percezione del proprio "io".
Oserei dire che è una scrittura dell'anima, della componente
nascosta in noi e che opportunamente stimolata si rivela in tutta la
sua grandezza e in tutta la sua capacità di colloquiare oltre il
tangibile, avvicinandoci inconsciamente all'Assoluto.
Diviso in capitoletti che presentano la piacevole caratteristica
della consecutività, grazie al fatto che ognuno termina con un
concetto che poi viene ripreso all'inizio del successivo, questo
libretto di 128 pagine ha il pregio non trascurabile di avvincere
con gradualità, perché è come se l'autore, sempre presente, fosse lì
davanti a noi, con i suoi ragionamenti, con le sue riflessioni che
partono dal ricordo analizzato con la coscienza del presente.
Questa tecnica poteva costituire un motivo di appesantimento, che
tuttavia è stata abilmente evitata grazie a un'innata vena poetica
che dona leggerezza ai periodi, pur nella profondità dei concetti
espressi.
" Sopra quei monti ho imparato a guardare oltre il dono, la mano.
E' salendo che ho toccato il cielo. Salendo, che mi sono calato
dentro.
Si sale per contemplare e per scendere migliorati, pronti a portare
il meglio fino a valle, fino al punto più basso, per donargli un
pezzetto del cielo lontano e farlo fiorire."
Ecco, in una visione mistica, sembra che sia l'anima a parlare, con
soave lievità, e non è l'unico periodo che presenta tali
caratteristiche, che sono invece proprie dell'intera opera.
Si ripropongono così gli insegnamenti dei vecchi in una logica che
permette di sapere chi siamo solo se non ignoriamo ciò che siamo
stati e chi è stato prima di noi.
"- Il lampo si vede ma non si sente, il tuono si sente ma non si
vede" sussurrai a mia nonna che si era approssimata al letto per
coricarsi."
Semplice e logico, vero? Anzi, la frase considerata avulsa dal
discorso può anche far pensare a un bambino incolto.
E invece, proseguendo con la risposta della nonna, si può benissimo
capire il vero significato di questo periodo, che quindi non è così
scontato come sembra. " - E' semplice, - mi rispose, - ma come
tutte le cose semplici, che sono le più belle, spesso passano
inosservate e si finisce per non comprenderle. Ecco perché è
importante imparare ad ascoltare e osservare: per non restare al
buio nella vita."
Pagina dopo pagina cominceremo a riflettere anche noi, a cercare di
rispondere alle domande di un bambino ripescate dalla memoria con
l'esperienza di un adulto.
Ci accorgeremo così che sono quesiti che inconsciamente ci poniamo e
a cui o diamo risposte scontate o non le diamo affatto.
Condotti per mano con intuizioni poetiche ci lasceremo affascinare
da questo dialogo della memoria e riscopriremo anche la nostra, ci
sentiremo uniti con l'autore, testimoni di un percorso da svelare
insieme.
Nell'apprendere o nel ricordare di come si faceva il pane in casa,
oppure di come si giocava, ritornerà un pezzo della nostra vita, con
la consapevolezza che ora siamo così perché allora eravamo così.
Io mi ricordo, di Paolo Ferro, è un autentico gioiello, da
leggere e da meditare, e che ha il pregio di infondere tanta
serenità.
Paolo Ferro è nato ad Avezzano (Aq)
nel 1965. Scrittore esordiente, laureato in Economia e Commercio,
sta ultimando gli studi di Scienze motorie e di chitarra classica
presso il Conservatorio musicale di Pescara. Ha lavorato come
speaker radiofonico in varie emittenti. Come pittore ha partecipato
a esposizioni individuali e collettive. Impegnato nel sociale, la
sua attuale professione è quella di allenatore di calcio.
Renzo Montagnoli
L'ultima partita a carte di
Mario Rigoni Stern Edizioni
Einaudi
Narrativa romanzo
"Quando arrivai al Discorso della Montagna tutto mi apparve
chiaro, mi sembrava di capire senza alcuna ombra. Era la fame che mi
aveva portato na questa chiarezza di pensiero? Capii che gli uomini
liberi non erano quelli che ci custodivano, tanto meno quelli che
combattevano per la Germania di Hitler. Che noi lì rinchiusi eravamo
uomini liberi."
Questo piccolo volume (sono 107 pagine) ha una sua precisa valenza,
non solo nell'ambito della produzione letteraria di Mario Rigoni
Stern, ma anche per comprendere che cosa effettivamente avvenne
nella seconda guerra mondiale, quale doloroso e infinito calvario
dovettero compiere gli italiani per le follie di un regime già
morente ancor prima dello scoppio del conflitto.
E' la storia vista e scritta da chi l'ha vissuta, una testimonianza
che nella narrazione prende corpo, partendo da singoli episodi, per
giungere, grazie alle riflessioni equilibrate effettuate a distanza
di tempo, a una visione globale di rara efficacia.
E' il lavoro di un umile, di un protagonista suo malgrado che cerca
di capire, che vuole che non si dimentichi.
Ci sono dei passi illuminanti, metafore migliori di qualsiasi
trattato o saggio storico, come questo, un breve discorsetto durante
il commiato dallo zio di Torino:
"zio,-gli dissi,- vedrai che finirà presto. Quando noi arriveremo
in Russia sarà già tutto finito. Mi guardò in silenzio. Sussurrò: -
ragazzo, tu parti perché sei un soldato. Ti auguro solo di tornare.
Queste ultime parole scesero pesanti e riprendemmo la partita. Loro,
quelli cui andavo a combattere, avevano il settebello, gli ori, gli
assi, noi le scartine. Le nostre figure erano già giocate."
Dai preparativi, con la vile aggressione alla Francia, alla campagna
di Albania, a quella di Russia, alla dura prigionia nei lager
tedeschi, è un susseguirsi di passi dolorosi, di un progressivo
sordo rancore che s'impossessa dello scrittore, che comprende quanto
il ventennio fosse stato solo un palcoscenico di menzogne, di false
verità, e come l'onore e la patria, così frequenti nei discorsi
fascisti, fossero parole buttate lì, tanto per riempire le orecchie
di ignari cittadini, ora vittime di un inutile sacrificio.
Da leggere, per riflettere, per diffidare di chi parla di grandezze,
di chi si ciba di retorica, di chi ambisce a essere un uomo della
provvidenza.
Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921
- 2008).
Ha scritto Il sergente nella neve (1953), Il bosco degli urogalli
(1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di
Tönle (1978) (Premio Campiello e premio Bagutta), Uomini, boschi e
api (1980), L'anno della vittoria (1985), Amore di confine (1986),
Il libro degli animali (1990), Arboreto salvatico (1991), Le
stagioni di Giacomo (1995) (Premio Grinzane Cavour), Sentieri sotto
la neve (1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre
storie (2000), L'ultima partita a carte (2002), Aspettando l'alba e
altri racconti (2004), I racconti di guerra (2006), Stagioni (2006).
Renzo Montagnoli
Il muro dell'apparenza di
Sabrina Campolongo Edizioni
Historica - Il Foglio Letterario
Narrativa romanzo giallo
Giulia Campi è un commissario di polizia che vuole chiudere con il
passato, amareggiata, delusa per il tradimento del suo uomo, al
punto di farsi trasferire da Milano a Sparàgi, in Sicilia.
Qui troverà collaboratori prevenuti, come del resto lo è lei stessa,
e avrà il difficile compito di giungere alla soluzione di un
efferato delitto, scontrandosi con due realtà: ciò che appare e ciò
che veramente è.
Sulla trama, trattandosi di un giallo, non dirò altro, limitandomi
solo a segnalare che la vicenda è veramente avvincente.
Sabrina Campolongo ha avuto il grande pregio di mantenere un
perfetto equilibrio fra le dinamiche tipiche del genere (scoperta
del reato, indagini e chiusura delle stesse con l'identificazione
del colpevole) e un'analisi dell'ambiente, dell'atmosfera e dei
personaggi veramente encomiabile.
Del resto questa sua capacità di scavare dentro, di penetrare sotto
la pelle per giungere alle parti più recondite dei protagonisti
l'avevo già riscontrata nel suo bel romanzo Il cerchio imperfetto.
In questo giallo ha saputo unire tensione e approfondimento in modo
tale da far pervenire il lettore alla conclusione appagato e anche
consapevole di avere fra le mani un prodotto non fine a se stesso,
ma anche una lezione di vita, una ripresa di quei valori morali che
la nostra società va scordando ogni giorno.
Se non sapessi che Sabrina ha ben altri programmi, le proporrei di
dare un seguito a questo lavoro, perché personaggi così ben
disegnati come Giulia Campi e il suo assistente Alfano meritano di
essere protagonisti di altre vicende, formando un'accoppiata
perfetta come Montalbano e Fazio, o come Ricciardi e Maione.
Nel caso specifico, trattandosi di uomo e donna, inoltre ci sarebbe
la possibilità di ulteriori svolgimenti, a cui tuttavia l'autrice
sembra aver posto ostacolo nelle ultime pagine annunciando
l'imminente matrimonio di Alfano.
E' una lettura che, se anche richiede un po' d'attenzione per
seguire la logica coerente dell'intreccio e per assimilare quegli
approfondimenti dei personaggi sempre proposti al momento giusto,
risulta assai gradevole e facile, tanto che le pagine scorrono senza
intoppi, senza affaticamenti, al punto che è possibile pensare di
raggiungere la fine in poche ore.
Quel che più conta, però, è che, chiuso il libro, ci si accorge che
non è stato puro svago, ma che dentro di noi è rimasto qualche cosa
e che figure come il commissario e Alfano rientreranno in quelle
immagini che crea la nostra fantasia e che conserviamo come se si
trattasse di persone che abbiamo conosciuto veramente, individui
che, nonostante pregi e difetti, rappresenteranno per noi un caro
indelebile ricordo.
Per quanto ovvio, raccomando vivamente la lettura di questo bel
romanzo.
Sabrina Campolongo, nata nel
1974 a Monza, ha esordito nel 2007 con la raccolta di racconti
"Balene Bianche" (Michele Di Salvo editore) e ha pubblicato nel 2008
il romanzo "Il cerchio imperfetto" per la collana Declinato al
femminile, diretta da Francesca Mazzucato, di Edizioni creativa.
Finalista al premio Alberto Tedeschi (giallo Mondadori) nel 2000,
collabora con varie riviste e siti internet, oltre che per la
rivista "Historica-Il Foglio letterario".
Cura il blog:
http://balenebianche.splinder.com
Renzo Montagnoli
Eugenio Corti : "
Processo e morte di Stalin " , Ares
, Milano , 1999 .
L' azione di quest' opera teatrale , rappresentata per la prima
volta a Roma nel 1961 , si svolge nel 1953 , anno della morte del
dittatore sovietico . Lo Stalin che ci viene presentato é un uomo
prigioniero di se stesso e del sistema da lui stesso creato .
Sottoposto ad un serrato interrogatorio da parte dei suoi più
stretti collaboratori , ora congiurati contro di lui ( Beria ,
Molotov , Malencov , Crusciov... ), si difende fino all' ultimo
dall' accusa di avere ordinato le deportazioni e le esecuzioni di un
numero incalcolabile di persone , fra le quali anche parenti ed
amici , sostenendo di non avere fatto altro che applicare fedelmente
le teorie di Lenin , riconosciuto come capo carismatico dai suoi
stessi accusatori .
La struttura dell' opera é ricalcata magistralmente sul modello
della Tragedia Greca Classica , con l' intervento del " coro " ,
rappresentato , tra un episodio e l' altro , ora dai familiari delle
vittime di Stalin , ora dai congiurati . Il dittatore é ormai privo
dell' " aureola "di difensore dei popoli oppressi ; e non può più
nascondere non solo il vero scopo della sua vita , quello di
incutere terrore su un popolo da lui spregiato ; ma anche la vera
natura del Comunismo , un sistema destinato al fallimento perpetuo
perchè fondato sulla presunzione di costruire l'" Uomo Nuovo "
partendo da una concezione materialistica della Storia . Verso la
fine della Tragedia é lo stesso Stalin che presagisce questa
evoluzione del Comunismo quando getta in faccia ai congiurati la
profezia che faranno anche loro la stessa sua fine .
" Processo e morte di Stalin " é il frutto del lungo studio sul
fenomeno comunista cui si é impegnato l' Autore , reduce della
Campagna di Russia , nel Dopoguerra . Testimonianza di questo studio
sono le abbondanti note esplicative a piè pagina , ricche di
citazioni bibliografiche e di richiami alla storia dell' U.R.S.S.
Gianfranco Stivaletti
Carlos Ruiz Zafón “L’ombra
del vento” ( La sombra del viento) ed. Mondatori
Romanzo-Narrativa
Un espediente letterario è il fulcro della storia: siamo nella meta-
letteratura, la finzione nella finzione, la scoperta di un libro e
l’autore dello stesso libro Julian Carax trasporteranno il giovane
protagonista del romanzo, Daniel, in caleidoscopici intrighi fatti
di misteri e svelamenti a scatola cinese. La trama in breve: siamo a
Barcellona nel 1945, un libraio di un negozio specializzato in
edizioni per collezionisti e libri usati conduce il figlioletto
Daniel, di 11 anni, in un luogo misterioso, conosciuto solo da pochi
eletti:”Il cimitero dei Libri Dimenticati”, in cui libri dimenticati
si trovano preservati in questo labirinto di scaffali e corridoi.
Daniel scoverà quel libro, come una predestinazione: “ L’ombra del
vento” l’aveva atteso per anni, e sembrava che aspettasse proprio
lui. Ha trovato il libro che avrebbe adottato, o meglio, il libro
che avrebbe adottato lui. Rilegato in pelle color vino, col titolo
impresso sul dorso a caratteri dorati. Leggere il libro ed esserne
rapito è per Daniel essere trascinato in un turbine di emozioni
sconosciute, in un mondo popolato da personaggi non meno reali
dell’aria che respirava. Già sfogliandolo con cautela, le sue pagine
palpitano come le ali di una farfalla a cui viene restituita la
libertà, sprigionando una nuvola di polvere dorata. Un uomo cercava
il suo vero padre di cui aveva appreso l’esistenza solo grazie alle
parole della madre pronunciate in punto di morte. Questa ricerca si
trasformerà in un’odissea fantasmagorica: il protagonista lottava
per ritrovare l’infanzia e la gioventù perdute; poi emergeva l’ombra
di un amore maledetto destinata a perseguitarlo fino alla fine. La
struttura del romanzo al protagonista gli fa ricordare una di quelle
bambole russe che racchiudono innumerevoli miniature di se stesse;
la narrazione si frammentava in mille storie, come in una galleria
di specchi e in tanti riflessi scisso, pur mantenendo la sua unità.
E’ uno di quei casi in cui è l’autore stesso a fornire la chiave di
lettura di una sua opera, a rilevare le tecniche molteplici a cui ha
attinto, la capacità descrittiva di toccare il cuore del lettore. Il
protagonista “Reale” a forza del libro vivrà inquietanti paralleli
con la propria vita. “L’ombra del vento”, dal titolo stesso,
poetico, fa presagire un ritmo ed un linguaggio retrò da romanzo
ottocentesco, di grande respiro e vigore narrativo: il susseguirsi
delle situazioni, il vivere emozioni contrastanti, passioni ed
amori, segreti custoditi dal tempo e svelati a poco a poco, ambienti
lividi tra calles, ramblas e personaggi a tutto tondo, in cui emerge
Fermìn Romero de Torres, uomo dai mille volti, caricaturale nelle
sue fulminanti battute e rocamboleschi escamotages per sfuggire al
suo paradossale destino.
Gli elementi costitutivi del romanzo sono lo stile alto ed armonioso
della scrittura, la trama ad incastro, i luoghi reali, ma come
trasfigurati in una sorta di magia, l’età storia che assume
dimensioni atemporali e una celebrazione del libro per eccellenza
che dà una specifica connotazione a tutta la storia. “Ogni libro,
ogni volume, possiede un’anima, l’anima di chi l’ha scritto e
l’anima di coloro che l’hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha
sognato, grazie ad esso. Ogni volta che un libro cambia
proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine,
il suo spirito acquista forza. Dietro ogni copertina si cela un
universo infinito da esplorare”.
“L’ombra del vento”è un romanzo tradizionale di grande tensione che
si legge tutto di un fiato, anche se prevedibile nel suo epilogo,
che irretisce il pubblico intrappolandolo in questo intricato e
complesso tessuto narrativo.
L’autore: nato a Barcellona il
25-9-1964, è autore di libri per ragazzi (Il principe della nebbia),
esordisce nella narrativa per adulti con il suo quinto romanzo,
“L’ombra del vento”(2001). Uscito in sordina in Spagna, ha
conquistato con il passaparola il vertice delle classifiche
letterarie europee, diventando un vero e proprio fenomeno
letterario. Vive a Los Angeles dal 1993, dove è impegnato
nell'attività di sceneggiatore. Collabora regolarmente con le pagine
culturali di "El Pais" e "La Vanguardia". “L'ombra del vento” è
stato un successo, con più di 8 milioni di copie vendute nel mondo,
acclamato come una delle grandi rivelazioni letterarie degli ultimi
anni. È stato tradotto in più di 36 lingue e ha ottenuto numerosi
premi internazionali. Il 17 aprile 2008 è uscito per Planeta il
secondo romanzo "El Juego del Ángel" ( Il gioco dell’angelo). La
tiratura iniziale di questo libro è la più alta mai tirata per una
prima edizione in Spagna.
Arcangela Cammalleri
Avana Killing di
Gordiano Lupi Edizioni Sered
Collana Thriller e avventure
Fiction n. 3
Narrativa romanzo
In vendita in edicola, ma per chi desiderasse riceverlo a casa
(le spese di spedizione sono incluse nel prezzo di copertina) chiami
il numero verde 800.98.52.86.
Fra le opere, pur eccellenti, di un autore c'è sempre quella che
emerge per particolari qualità e questo è il caso di Avana
Killing, l'ultimo romanzo di Gordiano Lupi.
Sono sempre stato convinto che i suoi lavori non siano di genere, ma
che abbiano caratteristiche tali che vanno oltre una normale
classificazione.
E in effetti, anche in Avana Killing, troviamo il giallo, con
qualche accenno di horror, ma soprattutto si può rilevare come
l'impronta del thriller costituisca solo un'ossatura, un fil rouge,
intorno al quale l'autore costruisce storie di assai più ampia
portata.
Ho iniziato a leggere in sordina, attento a seguire più che la
vicenda, di per sé avvincente, tutti i contorni e gli aspetti che
nobilitano questa scrittura e che, giunti al termine, appagano assai
di più della naturale curiosità di sapere il nome del serial killer.
Lupi è riuscito a dare una visione della realtà cubana senza enfasi
e con pochi appropriati particolari, quasi delle icone che portano
il lettore a vedere, magari a suo modo, un mondo che prima gli era
anche sconosciuto; in ogni caso, l'impressione che si ricava di una
nazione in cui la speranza di cambiamento è da tempo sopita penso
sia inequivocabile per tutti.
Si è soffermato, brevemente, e senza indulgere all'estetismo, su
aspetti apparentemente di scarso significato, ma che nel loro
insieme si ricollegano in modo da formare un quadro esauriente.
Tanto per fare un esempio, il riferimento al mezzo di locomozione
pubblico, la Guagua, una sorta di invenzione autarchica, affollata
di lavoratori, satura di odori corporali, terreno ideale per gli
amanti delle toccate a parti del corpo femminile, è realizzato in
modo sobrio e non tanto per stupire, ma per far capire.
In questo libro, più che il risentimento di Lupi per un regime
dispotico che affama anche il popolo, c'è tutto l'affetto per i
cubani, costretti, loro malgrado, a vivere senza libertà e di
espedienti, non ultimo la vendita del proprio corpo, vista come
l'ultima tappa di un degrado morale di cui gli opulenti turisti
stranieri sembrano non accorgersene, anzi ambiscono approfittare.
L'atmosfera, quindi, viene sapientemente ricreata, così che si ha
l'impressione di essere già stati a Cuba, di aver visto la vita di
quel paese con occhi attenti e con le conseguenti riflessioni.
In questo contesto girano diversi personaggi, ritratti pregevoli di
un'umanità mai forzatamente inserita nella trama, ma in perfetta
sintonia con la stessa.
E se la figura di Isabel non potrà che esservi simpatica con la
partecipazione alle disavventure di una donna seria e onesta,
l'ispettore di polizia Gerardo Abril, inesperto alle prese con una
serie di omicidi di difficilissima soluzione, sarà un'autentica
scoperta.
In questo microcosmo di vite quasi alla deriva non ci sono mai il
tutto buono e il tutto cattivo, proprio come nella realtà, e nemmeno
il serial killer muove il lettore all'odio o al desiderio di
vendetta, perché Lupi lo ha misurato con la pietà, una virtù della
massima importanza e purtroppo in estinzione.
Altro aspetto del romanzo è che Lupi propone, non impone, e così
anche per la parte horror, con i riti della santeria, la religione
pagana dei locali, si è liberi di credervi, oppure no. Al riguardo
l'autore sembra dire " lascia forse il tempo che trova, ma c'è, è
una pratica diffusa, e forse esprime il tentativo di un popolo
sofferente di trovare sollievo sulla terra, senza rinunciare al
credo cristiano che lo promette da morti".
Il romanzo si apprezza anche per il particolare equilibrio sotto
tutti gli aspetti, sia della trama che dello stile, e proprio per
questo mi sento di ribadire che Avana Killing non solo è il
miglior romanzo di Gordiano Lupi, ma è addirittura un'opera di
elevatissimo livello.
Gordiano Lupi (Piombino, 1960)
Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz:
Machi di carta (Stampa Alternativa, 2003), La Marina del mio
passato (Nonsoloparole, 2003), Vita da jinetera (Il
Foglio, 2005), Cuba particolar - Sesso all'Avana (Stampa
Alternativa, 2007) e Adios Fidel (A.Car., 2008).
I suoi lavori più recenti di argomento cubano sono: Nero
Tropicale (Terzo Millennio, 2003), Cuba Magica -
conversazioni con un santero (Mursia, 2003), Un'isola a passo
di son - viaggio nel mondo della musica cubana (Bastogi, 2004),
Orrori tropicali - storie di vudu, santeria e palo mayombe
(Il Foglio, 2006), Almeno il pane, Fidel - Cuba quotidiana
(Stampa Alternativa, 2006), Mi Cuba (Mediane, 2008).
Traduce i post e cura la versione italiana del blog Generacion Y
della scrittrice cubana Yoani Sanchez.
Extra Cuba ha pubblicato (tra gli altri): Serial killer italiani
(Olimpia, 2005), Coppie diaboliche (Olimpia, 2007) e molti
saggi sul cinema italiano degli anni Settanta - Ottanta (Le dive
nude, Sexy made in Italy, …).
Pagine web: www.infol.it/lupi
E.mail per contatti: lupi@infol.it
Renzo Montagnoli
Nero, l'inchiostro che tu chiami parole
di Fabio Barcellandi
Edizioni Montag
Prefazione di Beppe Costa
Collana Solaris
Poesia silloge
Penso che l'evento più saliente della vita, quello che volutamente
ci scordiamo, sia la sua fine, cioè la morte.
Ora parlare di un tema così delicato, al punto che la mente umana lo
accantona per poi riprenderlo in occasione di decessi altrui o in
prossimità del proprio, non è certo cosa facile, quasi da scongiuri
verrebbe da dire se si volesse ironizzare volando bassi.
Invece l'argomento ha la sua dignità e la sua logica, tanto che in
altri autori, scrittori o poeti, assurge a protagonista.
Fabio Barcellandi, in questa sua seconda silloge, si propone come
antagonista in un dialogo con la signora dal nero mantello, a
diversi livelli di discussione, ma penso con un'unica finalità,
quella di esorcizzarla.
Il tema ricorre anche quando apparentemente il percorso è diverso
(io sono/un fiore/d'esser colto/in attesa di/ morir/fra le tue
mani); si potrebbe pensare a versi rivolti a un'amata fanciulla, ma
non è così, perché invece è un abbandono totale all'ultimo passo,
quasi un invito alla dolcezza dell'atto stesso con cui finisce la
vita terrena.
A scanso d'equivoci, c'è addirittura una lirica dedicata alla morte
(Morte), curiosamente contraddistinta da versi costituiti da una
sola parola, quasi un sillabare devoto a chi è più forte di noi.
Per non parlare poi di La Morte, assai riuscita nella sua completa
essenzialità (canto/d'amore/per la vita/ché tutta per sé la vuole).
L'antitesi è fra il positivo (la vita) e il polo opposto che è la
morte, una belva sempre vincente nella tenzone.
Ma poi ricompare il pessimismo che comporta inevitabilmente il
parlare di qualcosa di certo e definitivo come una dipartita e
allora i versi si tingono di malinconia, di una rassegnazione pacata
propria di chi sa che a nulla serve opporsi (Ho paura / So già che
morirò / il giorno in cui accetterò di voler vivere /…per sempre! /
E ciononostante ho paura.)
Si scopre, però, l'arcano di questa consapevolezza meditata nei
versi che si susseguono, volti a lenire il fato, e nella speranza
che esista un dopo. Del resto, in tutte le religioni la finalità è
di provvedere a una vita, se pur diversa, dopo che quella che ci
siamo portati appresso per tanti anni se n'è andata (da Resurrezione
- …./ non la fine dunque ma l'inizio / sì).
Eppure, il tema della rassegnazione è come un refrain, e lo troviamo
anche nella bella I vecchi. Forse di fronte all'unica certezza che a
un certo punto la vita finisce, il timore che poi ci sia solo il
vuoto si riflette nella consapevolezza della nostra caducità, in
questa impossibile lotta da cui già sappiamo che usciremo sconfitti.
La malinconia non è tristezza, non è dolore, ma è il trovarsi
bambini separati dalla mamma senza possibilità di ritrovarla, è il
riconoscersi deboli quando spesso ci siamo atteggiati a forti senza
esserlo.
E la conclusione, l'ultima poesia è dedicata all'antitesi, alla vita
(un grido / fino a perder / la voce / a diventare assordante / …così
/ assoluto silenzio), ma finisce con l'essere l'ennesimo tributo
alla morte, in questa esistenza che per sempre si spegne.
Da leggere, senza lasciarsi impressionare, ma riflettendo affinché
ci si renda conto di quanto ogni vita meriti, sempre, di essere
vissuta.
Fabio Barcellandi (Brescia,
1968) non è un nome nuovo nel panorama editoriale e poetico
italiano. Ha già pubblicato un corpus di nove poesie nell'antologia
"Il Mercante d'Inchiostro" edita da Farnedi Edizioni; un ulteriore
corpus di sette poesie nell'antologia "Florilegio" edita da Lisi
Editore e la silloge "Parole Alate", poesie ispirate dall'omonima
canzone di Meg, edita da Cicorivolta Edizioni. Attivo anche nella
narrativa, suoi racconti sono stati pubblicati sulle riviste
Macworld e Writers Magazine Italia, con la quale collabora. Coopera
con il sito di scrittura creativa Opposto.net, che si occupa di
creatività, narrativa, racconti e poesia, e con
http://www.tellusfolio.it/,
il giornale telematico dedicato ad argomenti di attualità e cultura.
Vincitore del premio Solaris edizione 2008 delle Edizioni Montag,
presenta ora la silloge Nero, l'inchiostro - che tu chiami parole.
Renzo Montagnoli
Amore di confine di
Mario Rigoni Stern Edizioni Einaudi
Narrativa raccolta di racconti
Quarantaquattro racconti, divisi in quattro capitoli, costituiscono
questo libro, che di fatto è una vera e propria autobiografia. Del
resto in tutte le sue opere c'è la presenza attiva dell'io che non è
solo narrante, ma che ripercorre le tappe del suo passato a
beneficio del lettore. Sono esperienze maturate o fatti dei quali,
se pur non presente, ha avuto dettagliata notizia, insomma sono il
ricordo di Mario Rigoni Stern. Spesso si tratta di racconti brevi,
quasi di piccole annotazioni, ma che hanno il pregio di aprire uno
squarcio su un mondo che ormai non c'è più; in tutti è sempre
presente una grande pacatezza, una capacità di comunicare
dolcemente, tanto che si ha l'impressione di avere l'autore dinanzi
a noi, seduto comodamente e intento a raccontarci.
Troviamo così il breve periodo di vita militare prima dello scoppio
della seconda guerra mondiale (semplicemente stupendo In una
valle felice), i duri mesi della prigionia nei lager tedeschi,
il dopoguerra con l'impiego al catasto e infine il progressivo
avvicinamento all'epoca attuale, forse il più interessante, anche
per gli aspetti etnologici. Infatti qui rivivono le tradizioni del
popolo cimbro dell'altopiano, con feste, processioni, ed è sempre
presente l'avvicendarsi delle stagioni, con quel periodo ricorrente
del disgelo che dà chiaramente l'idea del rinnovarsi della vita. In
quest'ultimo quarto capitolo forse ci sono i racconti migliori, come
Marte, cane libero dai segreti amori, quasi una metafora
dello spirito di libertà dell'autore, oppure le vicende commoventi
del Capriolo alla guerra e degli Amici, le fughe
dell'asina Giorgia.
Si comprende benissimo quanto Rigoni Stern abbia amato il suo paese
e la sua gente, quanto radicato sia stato in lui il concetto di
patria rappresentato da quell'altopiano a cui i suoi avi sono giunti
molti secoli fa. Fra i boschi innevati che gocciolano al primo
tepore della primavera e i voli degli uccelli che festeggiano
l'avvento della bella stagione l'autore ritrova tutto il significato
della vita, in una perfetta armonia con la natura che gli infonde
una sensazione di serenità talmente profonda da riuscire a
trasmetterla al lettore.
In Rigoni Stern è sempre presente il piacere di vivere, quel
desiderio di percorrere la strada della propria esistenza senza
spintonare, ma sapendo cogliere a ogni passo quanto di buono ci
viene offerto.
L'ultimo racconto, L'aratro dell'Angelo, è un commosso
ricordo di quattro amici che sono scomparsi, che sono arrivati alla
fine di quell'ultima stagione calpestando gli ultimi metri del
percorso che ci accomuna e che lui, il nostro Mario, ha concluso nel
giugno del corrente anno.
Amore di confine è un libro bellissimo.
Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921
- 2008).
Ha scritto Il sergente nella neve (1953), Il bosco degli urogalli
(1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di
Tönle (1978) (Premio Campiello e premio Bagutta), Uomini, boschi e
api (1980), L'anno della vittoria (1985), Amore di confine (1986),
Il libro degli animali (1990), Arboreto salvatico (1991), Le
stagioni di Giacomo (1995) (Premio Grinzane Cavour), Sentieri sotto
la neve (1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre
storie (2000), L'ultima partita a carte (2002), Aspettando l'alba e
altri racconti (2004), I racconti di guerra (2006), Stagioni (2006).
Renzo Montagnoli
Libera nos a Malo di
Luigi Meneghello Edizioni R.C.S.
Libri
con un saggio di Cesare Segre
Narrativa romanzo
Nel corso della lettura mi sono chiesto più volte se questo libro
può essere effettivamente classificato come romanzo (così lo
definiva tuttavia l'autore), perché per alcuni aspetti è
un'autobiografia, ma per altri è un saggio sociologico, oppure anche
un trattato linguistico.
Ora Libera nos a Malo è tutti questi generi, senza essere
totalmente uno di essi e questo forse costituisce una certa
difficoltà per chi si appresta a leggerlo e che abituato al romanzo,
con una trama ben definita, resta all'inizio un po' disorientato, ma
poi, entrato nello spirito dell'opera, permeata da una sottile
autoironia, finisce inevitabilmente con l'apprezzare, per
comprendere il vero scopo di questo lavoro. Meneghello, in buona
sostanza, non ha fatto altro che raffrontare due epoche, dalle
differenze profonde, vissute in un microcosmo costituito dal paese;
e questo senza cercare di dimostrare che l'una è meglio dell'altra,
ma unicamente per far emergere il contrasto fra una visione del
mondo di quando era bambino e quella ampiamente disincantata
dell'adulto, in un ricordo, a tratti anche commosso, altre volte
esilarante, che finisce con il rappresentare la coscienza storica
della propria esistenza.
Il filo conduttore è la vita dello scrittore vicentino in un piccolo
paese, Malo, con tutti gli aspetti dei rapporti sociali
intercorrenti fra i suoi abitanti alla luce degli istituti e dei
comportamenti di una comunità. Così troviamo l'aulica retorica del
fascismo, con tanto fumo e niente arrosto, la storia della famiglia
Meneghello, il mondo scolastico, i giochi dell'epoca, i primi
turbamenti sessuali, amorazzi vari, corna a profusione, e, tipica
del Veneto, quella dipendenza dalla religione così come espressa
dalla Chiesa più che da una spiritualità uniformata all'insegnamento
cristiano.
Ho scritto sopra dell'ironia presente nella scrittura di Meneghello,
ironia che troviamo subito nel titolo, un gioco con le parole finali
del Padre Nostro in latino e con il nome del suo paese.
Ma Libera nos a Malo è per certi aspetti anche un trattato
linguistico, perché il dialetto locale ritrova una sua dignità, con
tanto di dissertazione in cui gli si attribuisce il concetto di
prima e vera lingua - in quanto parlata dalla nascita - rispetto a
quella ufficiale, a quell'italiano frutto di costruzioni che non
possono avere la spontaneità del volgare.
Non posso che dargli ragione, soprattutto quando ricorre al dialetto
non con intere frasi, ma con una, massimo due parole che esprimono
in modo assolutamente diretto il concetto.
Insomma, accanto a una cultura ufficiale fatta di testi ponderati,
c'è quella grande tradizione di una cultura popolare basata su
storie o dissertazioni pressoché totalmente orali.
E' la riscoperta della valenza della tradizione, di quel perpetuarsi
della storia grazie al quale è possibile sapere chi siamo poiché
conosciamo da dove siamo venuti.
Quindi, Libera nos a Malo ha più di un pregio, mantenendo a
distanza di anni (è stato pubblicato per la prima volta nel 1963)
un'attualità che sorprende, ma non più di tanto, qualora si abbia a
mente che lo scopo principale è stato senz'altro la conservazione
della memoria, quel sottile filo logico che lega due epoche anche
così differenti, ma che permette di comprendere i motivi di questa
diversità, consentendo perfino di guardare in avanti, verso il
futuro, consapevoli di ciò che siamo.
Mi pare ovvio che la lettura sia più che raccomandata.
Luigi Meneghello (Malo, 16
febbraio 1922 - Thiene, 26 giugno 2007).
Laureato in filosofia all'Università di Padova, si trasferì nel 1947
in Inghilterra, dove qualche anno più tardi fondò la cattedra di
letteratura italiana presso l'Università di Reading, dirigendola
praticamente fino al 2000, anno in cui ritornò definitivamente in
Italia.
Ha scritto, fra l'altro, Libera nos a Malo (Mondadori, 1963),
senz'altro la sua opera più conosciuta, I piccoli maestri
(Mondadori, 1964), Pomo Pero (Mondadori, 1974), Fiori
italiani (Mondadori, 1976), Maredè, Maredè (Rizzoli,
1991), Il dispatrio (Rizzoli, 1993).
Renzo Montagnoli
Dacia Maraini
Il treno dell’ultima notte ed.
Rizzoli
“Ogni treno in fondo passa verso
il regno dei trapassati”
Romanzo-narrativa
Questo è in ordine cronologico l’ultimo libro della scrittrice,
sulla copertina è riportato il dipinto“The
Disasters of War”di Gottfried
Helnwein e, infatti, lo sfondo della
storia, in periodo di guerra fredda ( la guerra è finita da 11
anni), è il dramma degli Ebrei patito nei campi di sterminio.
All’inizio del libro sono trascritte alcune righe del romanzo
“Cuore di tenebra” di Joseph
Conrad “Mi chiesi
cosa ci stessi a fare là, con un senso di panico nel cuore…mi sembrò
di sentire quel grido sussurrato: Che orrore!
Che orrore”!
Dacia Maraini ambienta la sua storia nel
1956, tra Firenze,Vienna,
Auschwitz e a Budapest mentre scoppia la
rivolta contro i sovietici e dove le rovine e gli orrori della
guerra bruciano ancora, la fame e le aspirazioni di libertà sono in
fieri. E’un romanzo in cui l’indicibile, le atrocità, ancora una
volta ci travolgono come quando noi lettori ascoltiamo insieme
ad Amara, la giovane protagonista, il
racconto di Emanuele sopravvissuto ad ogni abiezione: morto più
volte e risorto, ma rovinato nel fisico e nella psiche dalla inumana
esperienza vissuta La trama, in breve: Amara ed Emanuele, vivono a
Firenze, sono due ragazzini avvinti da un legame forte che la
deportazione di Emanuele, di famiglia ricca ebrea, spezzerà per
sempre. Amara andrà alla ricerca di lui,
custodendo, con ossessiva cura, le sue lettere che ad un certo
punto si interrompono e di cui non saprà più nulla e scoprirà la
sua nuova identità; del ragazzo della sua fanciullezza non è rimasta
nessuna rassomiglianza, ma un morto tra i vivi guastato in maniera
indelebile dalle nefandezze viste e vissute.
Emanuele, diventato Peter, è corrotto e degradato nel fisico e
nell’animo, così erano resi gli Ebrei dai loro aguzzini nazisti,
come loro, per togliergli la stima di loro stessi; dei sopravvissuti
svuotati di sentimenti…di pensieri…dentro; l’orrore diventa il loro
giudice implacabile che li annienta e li distrugge inesorabilmente:
l’annichilimento totale. Il treno che dà il titolo al
romanzo è quello su cui viaggia Amara
attraverso l’Europa dell’est, ancora in faticosa fase di
ricostruzione e in misere condizioni, alla ricerca del suo amico
d’infanzia, simile al treno che trasportava gli Ebrei ignari verso
il loro fatale destino e metaforicamente è quello che traghetta noi
tutti verso l’ignoto, come suggerisce il libro, nella quarta di
copertina. La spietatezza della guerra, le nefandezze dei nazisti,
l’ottusità pervicace dei sovietici danno
il senso della follia umana e dell’insensatezza di chi governa e
manipola le folle. Dacia Maraini,
attraverso l’odissea di Amara, ci
trasporta in un periodo storico non del tutto
disvelato, dove ancora ipocrisie e menzogne formano un
sottile strato di opacità. I carri armati russi che invadono
Budapest in rivolta e sventrano le case e sparano uccidendo migliaia
e migliaia di Ungheresi; dopo il rapporto
Kruscev del xx
Congresso sembrava che i Russi non avrebbero fatto un’opera di
repressione, un’iniziativa dispotica verso un altro paese
socialista, dove tutto il popolo magiaro era sceso in piazza, con
tutti gli operai che loro veneravano tanto, in testa. Dacia
Maraini riesuma scheletri dall’armadio
dell’ex partito comunista italiano in cui
Togliatti, capo del partito, stette dalla parte del PCUS. Il
comunismo, il partito unico, la dittatura del proletariato, il gran
leader …il potere corrompe, ma il potere
assoluto corrompe assolutamente. Tutti sogni infranti, la
Grande Illusione catalizzatrice di milioni di persone, un Grande
Inganno! Il romanzo si chiude con una sorta di speranza. La vita,
pensa Amara, è un perverso correre verso un ignoto giocoso e
irreale, nel viaggio di ritorno in Italia, in treno, dopo i fatti di
Budapest, il ritrovamento di Emanuele, la
sua deriva, il futuro si apre davanti a lei come un fiore precoce
che ha sentito il primo raggio di sole, ma potrebbe rimanere
congelato sul ramo. Perché la primavera non è
ancora arrivata e quel raggio di sole l’ha ingannata. E’ uno
di quei libri che dà l’opportunità al
lettore di poter fare una pausa di riflessione “amara” come il nome
della protagonista, ma di realizzare ancora una volta che
l’esperienza dovrebbe insegnare a non ripetere gli stessi errori:
non sempre il passato è nostalgico.
L’autrice: Dacia
Maraini è nata a Fiesole nel 1936, ha
scritto romanzi, opere teatrali, poesie, narrazioni autobiografiche
e saggi, editi da Rizzoli e tradotti in
20 paesi. Nel 1990 ha vinto il Premio Campiello
con “La lunga vita di Marianna
Ucria” e nel 1999 il Premio
Strega con “Buio”.
Scrive sul “Corriere della Sera” .
Nel 2006 è uscito nei tascabili Firme Oro il volume dei
Romanzi che comprende
Memorie di una
ladra (1973),
Isolina,(1985),
Bagheria
(1993), Voci(1994),
Dolce per sé (1997) e
Colomba (2004).
Arcangela Cammalleri
Le variazioni Reinach
di Filippo Tuena
Edizioni Rizzoli
Narrativa romanzo
Questo è un libro sulla memoria, ma non quella dell'autore, poiché
per età e assenza di motivi di contatto non avrebbe potuto esserci.
E' un libro in cui il ricordo deriva da oggetti, immagini che
suscitano l'interesse di chi osserva e che lo inducono a cercare
cosa vi sia dietro di essi, chi siano i personaggi delle fotografie,
in che occasione le stesse siano state scattate, perché questa
famiglia di israeliti può rappresentare un importante ritratto
storico di un'epoca passata, in un susseguirsi di eventi ricostruiti
con certosine ricerche, quasi un'opera archeologica.
Non è pero solo questo, che pure è già molto. E' anche il ricordo di
una tragedia maturata nel corso della seconda guerra mondiale.
L'autore, al riguardo, si deve essere posto le due domande che
seguono e che le cui risposte fanno di questo libro un vero e
proprio caso letterario.
Si può scrivere del dramma dell'Olocausto narrando la vita di una
famiglia che lo ha subito? Certamente sì. E' possibile descrivere la
genesi di questa tragedia seguendo la storia familiare di alcune
vittime? Indubbiamente, ed è quello che ha fatto Filippo Tuena con
Le variazioni Reinach, un libro singolare, una commistione di
romanzo storico, di saggio, di esperienza autobiografica, da cui
emerge la caducità degli uomini, la dolorosa sensazione che nulla
sia dovuto al caso, ma che negli imperscrutabili fogli del destino
ci sia già scritta tutta la vicenda, fatti, eventi a cui sembra
impossibile opporsi.
E' così quasi casualmente che l'autore approda al Musée Nissim de
Camondo a Parigi, dove dimorarono Leon Reinach e Béatrice de Comondo,
e che si appassiona alla storia di queste famiglie, di spicco negli
anni che vanno dalla fine del XIX secolo all'occupazione nazista.
Non è che Filippo Tuena scriva in prima persona, anzi è sempre in
terza persona che si esprime la voce narrante, quasi a voler evitare
un coinvolgimento indiretto che potrebbe togliere quel senso di
progressivo disfacimento che poco a poco permea il testo.
Ma chi è Leon Reinach?
E' uno dei membri di una nobile e ricca famiglia ebrea che, sposando
Béatrice de Camondo, altra agiata ereditiera, ha concretizzato due
fortune alle quali sembra indifferente, avvertendo in sé invece la
passione per la musica, quella classica, forse anche componendo,
anzi di sicuro una composizione c'è stata, queste variazioni di cui
Tuena, nella continua ricerca di documentazione, ha trovato lo
spartito in un'università americana, un brano forse di non eccelso
livello, ma che rappresenta il messaggio di un uomo segnato dal
passaggio del tempo, da quell'involuzione che accompagna la storia
di una famiglia. Ho avuto il piacere di ascoltare questa
composizione, poiché l'autore mi ha fatto avere la copia di
un'esecuzione; senza addentrarmi in aspetti tecnici, in cui Tuena è
senz'altro più competente di me, ho avvertito in quelle note,
apparentemente capricciose, una malinconia profonda, come un urlo
soffocato di un animo che in quel mondo che cambia non si ritrova
più e che presagisce una tragedia.
Per certi versi questo libro mi pare possa costituire un antesignano
di Ultimo parallelo, un autentico capolavoro costruito sulla base di
esperienze che hanno provveduto a limare, a migliorare tutte quelle
caratteristiche di novità introdotte proprio con Le variazioni
Reinach.
Come tutti gli esperimenti presenta ovviamente elementi riusciti ed
altri meno convincenti, ma ciò non toglie che questo libro, senza
raggiungere l'elevato livello di Ultimo parallelo, sia un'opera di
eccellenza, scandita con un ritmo volutamente lento e anche
distaccato, una narrazione che è frutto di una continua scoperta.
Pur se la vicenda non è in grado di offrire il pathos della
drammatica spedizione di Scott al Polo Sud, ha tuttavia il pregio di
acquisire l'attenzione con misurata lentezza, facendo rivivere
un'epoca, fra annotazioni del presente e ritorni al passato, con
accenti tipicamente proustiani.
Le variazioni Reinach è un libro da leggere, da meditare,
perché più non ci siano olocausti, perché con i tempi che corrono e
in cui il passato rischia di essere oscurato, se non travisato, la
memoria sia sempre presente a ricordare che Leon Reinach era un uomo
come noi, ma fu travolto dalla follia di altri uomini, una follia
che richiama la bestialità sempre presente e che quindi potrebbe di
nuovo tornare a emergere.
In conclusione è un testo che conferma le qualità di Filippo Tuena,
capace di analizzare personaggi, di comprendere e di assimilare le
loro esistenze, trasferendo il tutto su carta per il piacere dei
lettori che, in ogni caso, avranno la certezza di un arricchimento
del proprio livello culturale.
Filippo Tuena è nato a Roma nel
1953 e vive a Milano. E' laureato in Storia dell'arte.
Ha pubblicato:
Il tesoro dei Medici (Giunti Art & Dossier, 1987); Lo sguardo della
paura (Leonardo, 1991), Premio Bagutta Opera Prima; Il tesoro dei
Medici (De Agostani, 1992), in collaborazione con Anna Maria
Massinelli; Il volo dell'occasione (Longanesi, 1994); Il diavolo a
Milano (Ikonos, 1996); Cacciatori di notte (Longanesi, 1997); Tutti
i sognatori (Fazi, 1999), Premio Super Grinzane-Cavour; La grande
ombra (Fazi, 2001); La passione dell'error mio. Il carteggio di
Michelangelo (Fazi, 2002); Quattro notturni (Aletti, 2003); Il volo
dell'occasione (Fazi, 2004), nuova edizione; Le variazioni Reinach
(Rizzoli, 2005), Premio Bagutta; Il diavolo a Milano - nuova
edizione e Fantasmi di Schumann a Manhattan (Carte Scoperte, 2005);
Michelangelo. Gli ultimi anni (Giunti Art & Dossier, 2006); Ultimo
Parallelo (Rizzoli, 2007), Premio Viareggio.
Sito web:
http://digilander.libero.it/filippotuena/
Renzo Montagnoli
I racconti di guerra
di Mario Rigoni Stern Edizioni
Einaudi
Introduzione di Folco Portinari
Narrativa raccolta di racconti
In questo libro di ben 616 pagine sono ricompresi tutti i racconti
che Mario Rigoni Stern ha dedicato al tema della guerra nei suoi
precedenti lavori, oltre ad alcuni articoli apparsi su giornali e
riviste.
Si tratta quindi di un'opera tematica "omnia" ordinata
cronologicamente dall'autore e infatti ci sono quattro grandi
capitoli dedicati, rispettivamente, alla prima guerra mondiale, a
quella immediatamente successiva, cioè la seconda, alla prigionia e
alla resistenza.
Perché Stern abbia voluto riunire in un unico volume tutte queste
prose penso sia abbastanza evidente; in lui, uomo in completa
sintonia con l'ambiente spontaneo della natura e fratello per indole
di tutti gli altri uomini, il ricordo di ciò che di orrendo, di
tragico e di incivile è rappresentato dalla guerra deve essere
perpetuato, affinché chi non ha subito, chi non ha sofferto sappia
quanto altri, prima, hanno patito. L'intento è pertanto chiaramente
pacifista e non è un caso se l'opera è uscita nel 2006, dopo la
prima e la seconda guerra dell'Iraq, dopo il conflitto in
Afganistan. Posso solo immaginare l'angoscia di un povero vecchio,
scampato alle campagne d'Albania e di Russia e alla prigionia nei
lager tedeschi, nel constatare che oggi regna una sostanziale
indifferenza verso conflitti che non ci toccano direttamente; e
allora solo chi sa, solo chi ha provato sulla propria pelle che cosa
significhi una guerra, si deve sentire in dovere di mettere
sull'avviso, ricordando anni di dolore, vittime che il tempo ha
affossato nell'oblio.
Peraltro, se c'è un autore che può scrivere di queste cose, per
averle sperimentate direttamente, è proprio Stern, di cui non
possiamo dimenticare quel capolavoro che è Il sergente nella neve,
un diario di una campagna militare tragica, pervaso, però, da un
grande senso di pietà, quella pietà che nello scrittore vicentino
troviamo sempre presente, perché radicata in lui.
E se i racconti della prima guerra mondiale sono il risultato di
narrazioni dei reduci al giovane Mario e quelli della resistenza
invece sono frutto di notizie orali attinte in loco, cioè
sull'altopiano, nell'immediato dopoguerra, quelli invece del secondo
conflitto e della prigionia sono incisi nell'animo perché esperienze
realmente e personalmente provate.
In particolare, il periodo di detenzione nei lager tedeschi ha
portato alla creazione di pagine di grande bellezza, perché l'autore
è riuscito a tradurre in parola scritta la prostrazione per fame, il
senso sempre presente di una miseria materiale e morale che ho
potuto constatare solo in un altro testo: Se questo è un uomo,
di Primo Levi.
Tuttavia, se c'è paura, se esiste uno stato latente di scoramento,
negli scritti di Mario Rigoni Stern non c'è mai odio, perché, lo
ripeto, è sempre presente la pietà, una virtù sempre più rara, ma
d'importanza fondamentale per non far precipitare l'uomo al rango di
essere puramente bestiale.
Da leggere senz'altro, ma soprattutto da far leggere nelle scuole,
perché i ragazzi sappiano, perché le voci mute dei tanti caduti
possano rappresentare veramente un monito.
Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921
- 2008).
Ha scritto Il sergente nella neve (1953), Il bosco degli urogalli
(1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di
Tönle (1978) (Premio Campiello e premio Bagutta), Uomini, boschi e
api (1980), L'anno della vittoria (1985), Amore di confine (1986),
Il libro degli animali (1990), Arboreto salvatico (1991), Le
stagioni di Giacomo (1995) (Premio Grinzane Cavour), Sentieri sotto
la neve (1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre
storie (2000), L'ultima partita a carte (2002), Aspettando l'alba e
altri racconti (2004), I racconti di guerra (2006), Stagioni (2006).
Renzo Montagnoli
Appunti della Storia
di Gaspare Armato Edizioni
Autorinediti
Ideazione copertina di Maria Catalina Alvarez
La passione per la storia di Gaspare Armato è inequivocabile, tanto
che è il dominus di un blog dove si parla esclusivamente di
questa materia, a scuola troppo spesso trascurata e comunque non
considerata, erroneamente, prioritaria.
Peraltro il metodo di approccio dell'autore toscano è quanto mai
ampio, non comprendendo solo i fatti salienti che si sono
verificati, ma estendendo la visione alle caratteristiche di
determinati periodi, con la descrizione di usi, di costumi, perfino
dell'alimentazione. In questo modo il risultato è rappresentativo in
misura abbastanza attendibile dei personaggi ignoti della storia,
cioè della quasi totalità degli esseri umani di un'epoca, ombre
sconosciute che pure hanno collaborato in modo determinante al
concretizzarsi di eventi che non possono trovare spiegazione solo
nell'iniziativa dei singoli, ma inquadrandoli nel contesto generale.
E' quindi una visione a tutto campo, con particolari spesso
trascurati, ma essenziali per cercare di comprendere e potersi
avvicinare alla verità.
In questo senso Appunti della Storia, ultima fatica di
Armato, si presenta come una sequenza di interviste impossibili, ma
utili per capire contesti specifici.
Sono diversi i personaggi che interloquiscono con l'autore e anche
di periodi differenti, giusto per contribuire a fornire un quadro
dello sviluppo nel tempo.
Si parte da Giuseppe da Settignano, un umile muratore del XIII
secolo, una di quelle ombre che prima citavo e posta in luce per
parlare del costo della vita nella Firenze di quel periodo.
Il personaggio successivo è invece un professore, scomparso da poco,
che viene indotto a parlare di Federico da Montefeltro, grande
condottiero e duca di Urbino fino alla sua morte, avvenuta nel 1482.
Si va avanti così, e sempre piacevolmente, perché la scrittura è
lieve e per nulla affaticante, passando da Carlo V a Elisabetta I
d'Inghilterra, da Federico II Il Grande per arrivare all'ultimo,
senz'altro il più longevo, quel Francesco Giuseppe che anche il più
somaro degli scolari conosce per l'essere stato l'avversario dei
Savoia nelle guerre d'indipendenza.
Su quest'ultimo intervistato mi soffermo un po' di più, visto
l'interesse storico del personaggio, in parte artefice della fine
delle grandi monarchie continentali, scomparse con la prima guerra
mondiale.
Si tratteggia la sua infanzia, fatta di ore e ore di studi e di
pochi svaghi, una regola ferrea per chi doveva reggere l'immenso
territorio imperiale, che andava dall'Austria alla Galizia.
L'ho sempre considerato l'emblema dello stato centralizzato, l'uomo
che teneva in pugno terreni e popoli diversi. Eppure, in questa
conversazione, il sapere della sua infanzia non da bimbo, ma già da
uomo mi ha portato a considerare il personaggio come la prima
vittima di un sistema anelastico, all'apparenza solido, ma pieno di
contraddizioni al punto tale che lo fecero implodere.
Sono solo 108 pagine, dico solo perché avrei gradito anche altre
interviste, di personaggi magari più recenti, ma non è detto che
Gaspare Armato non ci riprovi, anzi gli consiglio di farlo, come a
voi consiglio di leggere questo piacevole libro.
Gaspare Armato
Pistoia, Italia
babilonia61@alice.it
www.babilonia61.com
Gaspare Armato vive e risiede a Pistoia.
HA PUBBLICATO
" Epistemi, poesie, Albatros Editrice, 1983
" 41 mesi di guerra, saggio storico, Mazzotta editore, 1983
" Ex novo epistemi, poesie, Lalli editore, 1983
" Piante mediterranee per giardini, saggio, Edagricole, 1986
" Giardini al mare, saggio, Edagricole, 1990
" Charlette, itinerario di un amore, poesie, Mazzotta editore, 1990,
1ª edizione
" Charlette, itinerario di un amore, poesie, Lulu.com, 2007, 2ª
edizione
" Piante esotiche per climi miti , saggio, Zanfi editore, 1991
" Passeggiando per la storia, dal 1200 al 1800, Lulu.com, 2007
ALCUNI DEI PREMI LETTERARI VINTI:
" Premio Martin Luther King per la poesia, 1983
" Premio Giuseppe Ungaretti per la poesia, 1983
" Premio Cesare Pavese per la poesia, 1983
" Premio Rebecca-Francavilla M. per la saggistica, 1984
" Premio Jacopone da Todi per la poesia, 1984
" Premio International Award-Malta per la poesia, 1984
" Premio Città di Alanno per la saggistica, 1984
" Premio Città di Pomezia per la poesia, 1985
" Premio Histonium per la poesia, 1990
Renzo Montagnoli
Al Diavul
di Alessandro Bertante Marsilio
Editori
Narrativa romanzo
Questo romanzo, di ambientazione storica, è costituito da due parti.
Nella prima ci sono gli anni dell'infanzia e della giovinezza del
protagonista Errico Nebbiascura, figlio di Ruggero, fabbro di un
paese della provincia di Alessandria e anarchico convinto. Siamo nei
primi anni del XX secolo e l'atmosfera viene resa da Bertante in
modo stupendo, con il progressivo avvicinarsi all'ideologia
anarchica di questo ragazzo, nato con un occhio viola, segno di
presagio e di sventura, e che poi verrà soprannominato al Diavul.
Il periodo storico, con la prima guerra mondiale e l'avvento del
fascismo, è delineato con precisione e con approfondimenti che
inducono a riflessioni sul perché degli eventi. In ciò, pertanto,
sta anche il pregio di questa prima parte, dove ben poco, per non
dire nulla, è lasciato a luoghi comuni e tantomeno alla retorica,
lasciando invece intravvedere, nelle pieghe della vicenda, aspetti
che poi si proiettano anche nell'oggi.
Ci sono pagine di straordinaria bellezza, quali, per esempio, la
fuga all'estero del protagonista, onde uscire dal torpore imposto da
un regime ormai consolidato. Il passaggio della frontiera
italo-francese è uno di quei brani che, giustamente, possono essere
considerati di alta letteratura, con le sensazioni, i timori, ma
anche le speranze che Errico avverte e che il lettore poco a poco fa
proprie.
La seconda parte inizia con il protagonista inserito negli ambienti
anarchici di Barcellona nei mesi immediatamente antecedenti l'inizio
della guerra civile. Anche qui troviamo pagine in cui la maturazione
della coscienza critica di Errico sboccia lentamente, così che si è
accompagnati con gradualità al grande sogno della rivoluzione
proletaria. Quando questa ha inizio, però, la scrittura cambia
passo, diventa più chiassosa, assumendo aspetti stereotipati di un
evento e di un'epoca che meriterebbero invece maggiori
approfondimenti e riflessioni.
Così il crollo del sogno avviene in modo poco omogeneo, mescolando
risentimento e spirito di vendetta, che nulla possono apportare a
una conoscenza dei motivi della sconfitta repubblicana. Ci sono
certo accenni alla doppiezza dei comunisti, si scalfisce, si
abbozza, ma non si va oltre, finendo con l'assumere rilievo
preponderante la vicenda personale del protagonista. Diminuisce così
lo spessore dell'opera, senza che peraltro sia dato il risalto che
merita al travaglio interiore del deluso Errico, che addirittura
viene fatto finire in manicomio, una soluzione sbrigativa che resta
solo un abbozzo del dramma del protagonista.
Su questa scia arriva anche la fine, purtroppo assai convenzionale,
ove fa di nuovo capolino una retorica di cui certo un anarchico
convinto non sarebbe stato contento.
Peccato, dunque, perché è stata un'occasione persa per delineare il
quadro di un'ideologia nel periodo in cui ebbe maggiori proseliti.
Comunque, alla luce dell'attuale produzione letteraria nazionale,
asfittica e priva di idee, il romanzo di Bertante ha il merito di
aver cercato di dire qualche cosa di nuovo, magari riuscendovi solo
in parte, ma è già un po' di luce nell'oscurità dell'odierna
narrativa italiana.
Alessandro Bertante è nato ad
Alessandria nel 1969. Scrittore e critico letterario, vive e lavora
a Milano.
Collabora con "La Repubblica", "Liberazione", "Satisfiction" e
"Pulp", ed è condirettore artistico del festival letterario Officina
Italia.
Ha pubblicato: Malavida (romanzo, Leoncavallo Libri, 2000); Re Nudo
(saggio, NDA Press, 2005), Contro il '68 (saggio, Agenzia x, 2007).
Renzo Montagnoli
Le stagioni di Giacomo
di Mario Rigoni Stern Edizioni
Einaudi
Narrativa romanzo
Le stagioni di Giacomo è un romanzo struggente su una
gioventù che non poté conoscere le gioie della vita tipiche della
sua età, su un mondo di miseria e di fame in cui tuttavia fiorivano
la solidarietà e il mutuo soccorso, su un fascismo retorico e
tronfio che non solo non permise a tanti, a troppi di vivere
dignitosamente, ma che sacrificò inutilmente in una guerra non
sentita proprio quei figli che avrebbero dovuto rappresentare
l'avvenire.
Giacomo, l'amico di Mario Rigoni Stern, non può essere bambino, ma
si deve adattare a qualsiasi lavoro pur di sopravvivere. Così segue
le orme del padre diventando un recuperante, cioè raccogliendo
quanto di bellico è rimasto sull'altopiano. E' un lavoro duro,
pericoloso e anche poco remunerato, ma è l'unico possibile, perché
il regime, nonostante le promesse, non è in grado di creare nuove
occasioni di occupazione, se non per periodi limitati e sempre
legati al suo mondo irreale dove conta solo l'apparenza.
Giacomo è la tipica figura del ragazzo diventato troppo presto uomo,
ma che, nonostante le avversità, riesce a cogliere i valori della
vita, con quel senso di umiltà che è proprio di chi è povero di beni
materiali, ma ricco d'animo.
Conoscerà anche l'amore, un sentimento delicato delineato in modo
magistrale, una storia che non potrà aver seguito, perché la
tempesta della guerra non restituirà il protagonista al suo
altopiano.
Questo è un romanzo che dovrebbe entrare di diritto nei programmi
scolastici, affinché i giovani di oggi abbiano quella memoria di un
passato ancor recente che a loro è stata preclusa da un insensato
sistema che promette un inarrivabile benessere di tipo solo
materiale.
Come al solito stupisce lo stile di Mario Rigoni Stern, quella
capacità di narrare come se fosse davanti al lettore e con pacatezza
gli raccontasse la vita di questo suo grande amico.
Le stagioni di Giacomo, che si concludono con il gelido
inverno della campagna di Russia, è un'opera di elevatissimo
livello.
Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921
- 2008).
Ha scritto Il sergente nella neve (1953), Il bosco degli urogalli
(1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di
Tönle (1978) (Premio Campiello e premio Bagutta), Uomini, boschi e
api (1980), L'anno della vittoria (1985), Amore di confine (1986),
Il libro degli animali (1990), Arboreto salvatico (1991), Le
stagioni di Giacomo (1995) (Premio Grinzane Cavour), Sentieri sotto
la neve (1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre
storie (2000), L'ultima partita a carte (2002), Aspettando l'alba e
altri racconti (2004), I racconti di guerra (2006), Stagioni (2006).
Renzo Montagnoli
Il cerchio infinito
di Renzo Montagnoli Edizioni Il
Foglio
Introduzione dell'autore
Prefazione di Fabrizio Manini
In copertina "Galassia M 104"
fotografata dal telescopio spaziale Sptitzer della NASA
Elaborazione grafica di Elena Migliorini
Ho letto le poesie di Renzo Montagnoli in un'atmosfera evocata dai
suoi intensi versi soffusi di malinconia, eppure anche aperti alla
speranza.
Credo che l'Autore abbia espresso al meglio lo stupore dell'uomo di
fronte al mistero della vita, il suo sentirsi a volte travolto dagli
eventi, il suo doversi rassegnare alle perdite e agli abbandoni, il
suo cercare senso e significato dove c'è invece solo il
silenzio...mai una risposta.
"E' già il buio e poi sarà la luce
fra atomi erranti
in un tempo senza fine,
in una catena di indissolubili destini,
dove resta la polvere di anime spoglie,
soffi di vita ritornati nell'eternità."
Questi versi da "Il cerchio infinito", la poesia che apre
questa splendida raccolta, sono tra i più pregnanti e significativi
della sua poetica.
Si è poi trasportati da una visione aperta alla bellezza della
natura, alla sua continua offerta all'uomo.
Anche l'amore risalta come insondabile ma necessaria espressione, si
avverte intensamente nelle felici espressioni dell'Autore che in
esso viene riposta la maggior parte delle sue certezze e delle sue
umane speranze.
L'amore vissuto come estatico momento ma anche come certezza del
cuore.
C'è come un abbandono alla dolcezza dei sentimenti e dei sensi, come
se il poeta volesse, attraverso le parole, conservarne i profumi, le
emozioni, e, quando remote, lasciarle sedimentare in un quieto
esistere.
Una grande prova di maturità poetica, in tutto e per tutto.
"La vita, nel suo mistero, il tempo, nella sua incertezza, la
distanza, nella sua imperfezione, sono il tema di questa silloge.
E' un tema unico, perché nell'universo tutto è infinito e nulla è
lasciato al caso: il tempo, lo spazio, e, lasciatemelo credere,
anche la vita.
Se esiste l'anima, scintilla che fa scoccare l'esistenza, questa non
può finire con il corpo e quindi è eterna."
Questa la spiegazione che lo stesso Renzo Montagnoli ci dà,
facendoci conoscere ancora di più la profondità del suo pensiero, lo
spessore da cui sono scaturite queste poesie che pervadono l'anima
di chi legge.
Da "Una lacrima" : il sole sbatteva sugli occhi
nebbia di calore ondeggiava
un orizzonte stanco."…
e questi altri versi con la commossa chiusa:
"…ho sentito
il silenzio delle cicale
ammutolite.
Certo era solo un sogno.
Ma dentro me
ho sentito scorrere
una lacrima,
una stilla di pietà. "
E ancora, "La stazione" in cui il Tempo è percepito come inesorabile
sottrazione della vita:
"…le lancette dell'orologio si fermano
uno s'alza, un'ultima occhiata,
poi lentamente s'incammina
verso un'opaca porta."
Si entra così nel vivo delle tematiche di questo poeta che ci
sorprende con le sue pacate descrizioni, sempre in equilibrio tra il
sogno e la realtà, in sospensione quasi, ma sempre sfumate in una
residua consapevolezza che il mistero in cui lo stesso pensiero si
manifesta sia di per se stesso bastante alla speranza
In "Onda" la cui suggestiva chiusa è indicativa di tutto il pensiero
malinconico del poeta, questi versi assumono un significato
speciale: "…All'ultima meta - infine ha portato - la sua vita di
sale."
Infine la maestosità che avvolge pur ostacolando, che fa volare
l'anelito dell'anima al di là della vetta ma ne segna anche la
fragilità, profondamente umana "La montagna sacra". Questi versi ne
sono fortemente rivelatori:
"…ostacoli
che intralciano
canti di sirene
tentazioni continue
la terra che m'avvinghia…"
Concludo con una riflessione, scaturita dalla lettura di questa
seconda raccolta di un poeta che già conoscevo per il suo valore,
una constatazione che la parola, quando è filtrata dal cuore,
diventa poesia.
Cristina Bove
Presenze e Assenze
di Davide Vaccino Edizioni Il
Foglio
Prefazioni di Thomas Lowe e Arnaldo Colombo
In copertina immagine tratta dal free site
http://www.windoweb.it:80/desktop_temi/foto_belle/foto_belle_326.jpg
rielaborata dall'autore.
Elaborazione grafica e assemblamento di Elena Migliorini
Presenze e Assenze è l'ultima opera poetica di Davide
Vaccino, autore dai toni pessimistici, dai versi velati di una
tristezza che sembra emergere dall'oceano dell'animo come una nebbia
che impregna i versi e poco a poco avvolge il lettore. Ma forse non
è tristezza, almeno come normalmente l'intendiamo, bensì un'intensa
angoscia che riverbera nelle parole, nel fluttuare del discorso,
un'esplosione che solo all'apparenza è liberatoria, ma che poi
rifluisce implacabile donde è venuta.
Ma che cosa s'intende per Presenze e per Assenze? Ho girato la
domanda all'autore nel corso di un'intervista e lui è stato
ampiamente chiarificatore, intendendo per presenze quei punti fermi
su cui si può contare, come le convinzioni, gli ideali sociali e
politici, l'amore per chi è a noi vicino. Le assenze sono invece ciò
che si è perso, i rimpianti, le persone che sono scomparse per
sempre dalla nostra vita.
Così, frutto di un gravoso meditato lavoro, le poesie di questa
silloge si snodano lungo questo percorso tematico, impervie vette
della creatività che s'affacciano al mondo, trasognate immagini di
una realtà interiore che vogliono dialogare con il lettore.
In questo gioco, se così si può chiamarlo, di presenze e di assenze
il poeta è testimone di un dipanarsi di grovigli che si linearizzano
nel verso, mantenendo l'originaria curvatura, gomitoli di pensiero
che s'infrangono sullo scoglio del tempo schiumando dimensioni
cerebrali di una spinta interiore.
ANIMA
Anima,
fin che tu puoi,
resta.
Le parole
non contano:
passano.
Le idee
non bastano:
cambiano.
Le illusioni
non servono:
ingannano.
Anima,
fin che tu puoi,
resta.
Come il profumo
dei fiori.
L'anima, una presenza silente, una compagna fedele che dona all'uomo
la capacità di sentirsi vivo, di sublimare concetti trascendendo la
pura materialità dell'esistenza, accogliendo in sé le nostre
sensazioni, le emozioni, trasformandole in un patrimonio
inalienabile.
In queste liriche l'aspetto figurativo ha la funzione non tanto di
stupire, ma di esteriorizzare il concetto, di trasformare lo spirito
in materia fruibile.
LE FARFALLE
Palpiti di Vita
in lembi di cielo,
simili a fiori
che sanno volare.
Come i sogni,
le farfalle,
sono i sospiri
dell'Infinito.
Ma in queste presenze e assenze non c'è solo l'intelletto creativo
di Davide Vaccino.
Comunque si leggano queste poesie si ritrova un po' del mondo di
ognuno di noi, perché universali sono questi punti fermi, come ciò
che abbiamo perso, e in questo sta il grande pregio della silloge,
nel richiamare alla nostra attenzione ciò che abbiamo e ciò che non
teniamo più, elementi che nella frenetica corsa del mondo troppo
presto dimentichiamo.
Davide Vaccino sembra invitarci a soffermarci, a riflettere, per
accorgerci che, nonostante tutto, il nostro percorso è lastricato da
presenze ed assenze, un patrimonio solo nostro e che ci dà la misura
di vivere.
Se il poeta è permeato di pessimismo lascia tuttavia aperta la porta
a una speranza, a una consapevolezza di esistenza che sta solo a noi
cogliere affinché il tempo non trascorra invano.
Da leggere, rileggere, da riflettere, da guardare in noi, una
silloge che è una luce nel buio di coscienze sopite, di anime
inascoltate.
Davide Vaccino è nato a Vercelli
nel 1970 e attualmente risiede ad Albano Vercellese. Ha iniziato a
scrivere i primi versi intorno agli anni '80, ma la sua carriera
artistica si è concretizzata professionalmente soltanto a metà degli
anni '90. Nel 1996 Davide Vaccino ha pubblicato il romanzo gotico
"Frammenti di Pazzia" (2 ristampe), vincitore del Premio
Internazionale "A. Manzoni" e del "Trofeo delle Nazioni". Tornato al
suo primo amore, la poesia, Davide Vaccino si è classificato nel
1997 al primo posto al Premio Artistico "Città di Cava" e ha vinto
nel 1998 il Premio "Cultura Europea". Nel 1999, il suo secondo
libro: "Benvenuti nel Crepuscolo" (poesie, 3 ristampe) si è
aggiudicato il Premio "Regioni Duemila"; mentre il suo terzo lavoro,
"Passaggi" (versi e racconti, edizione limitata) è stato insignito
del Premio Internazionale "Alba del Terzo Millennio". Vaccino ha
ricevuto finora oltre 60 premi e riconoscimenti in Italia e
all'estero e appare inoltre su una quarantina di Antologie
regolarmente presentate al Salone del Libro di Torino.
Renzo Montagnoli
Il respiro della luna
di Cristina Bove Edizioni Il
Foglio
Prefazione di Renzo Montagnoli
Immagine di copertina di Cristina Bove
Elaborazione grafica di Elena Migliorini
Collana Autori Contemporanei Poesia
Diretta da Fabrizio Manini
Poesia silloge
Come una fonte antica che disseta con le sue fresche acque il
viandante accaldato dal lungo viaggio, da Cristina Bove sgorgano
versi limpidi a placare l'arsura dell'affanno della vita quotidiana.
Questa raccolta di poesie è un compendio dell'attività artistica di
una donna che già ci aveva stupito con Fiori e fulmini
(Edizioni Il Foglio, 2007), confermando la sua innata capacità a
trasfondere in equilibrate e armoniose parole sentimenti ed emozioni
che irrefrenabili traboccano dall'animo.
I temi affrontati, sviscerati, approfonditi sono i più diversi, ma
in ogni caso ciò che ne scaturisce è in un delicato equilibrio fra
la potenza della folgore e il lieve soffio della brezza della sera;
sono parole che fluiscono incessanti, che entrano dentro con
leggerezza, ma che incidono, lasciano traccia tale da ritornare
prepotenti nel corso delle giornate, quando meno te l'aspetti. Come
ricordi emergono all'improvviso, un verso, anche solo l'inizio di un
verso, e allora ti metti a pensare, a riflettere sulla caducità
della vita, su questo nostro correre vano verso il nulla, ma anche
sulla bellezza della natura, sulla purezza dei sentimenti più
semplici e spontanei.
Ma tu che ne sai / delle lune traverse / dei tronchi contorti dei
meli / Che ne sai delle maschere nere / delle strade di notte? / …
In tanta abbondanza c'è spazio per ogni cosa, per ogni elemento
della vita a cui spesso non facciamo caso, come l'emozione di
ritrovarsi a una nuova stagione:
….. / splendo di nuovo a maggio / ancora vivo / in questa
sorprendente primavera.
Oppure l'omaggio, del tutto personale, alle donne, non le inutili e
retoriche parole con cui si celebra l'8 marzo:
Ed io non ho mimose / né le vorrei portare ai vostri spenti /
amari giorni e trascurate notti / donne della mia vita / donne per
cui l'istante di un sorriso / varrebbe tutto l'anno di mimose / …
Oppure ancora la natura, pur se pretesto per una riflessione sul
trascorrere del nostro tempo:
… / il croco è già sfiorito / or che la neve / liquefacendo sta
scendendo a valle / e stormi di migranti / a fare il nido /
garriscono dai tetti / …
Né mancano visioni quasi oniriche, trasposizioni poetiche di
leggende che assumono una valenza del tutto particolare se viste con
gli occhi della storia, del perpetuarsi di comportamenti a cui
l'uomo sembra non voler rinunciare, come in Nàvar e Isabeau:
… / Al sorgere del sole / io sono falco / e rivesto Isabeau delle
mie piume /…
Tutta una vita, tutta la vita, trova spazio nella fertile vena
poetica di Cristina, come in Teatro:
…/ Adesso è l'ora dei pittori d'ombre /…
Verso felicissimo che con un tocco di genialità ci riporta a una
realtà, attuale, che meglio non si sarebbe potuta descrivere.
Cristina riesce a superare anche le più radicate convinzioni e in
lei che, dotata di grande spiritualità, religiosa tuttavia non è,
capovolge l'immagine dell'angelo vendicatore, conferendogli il
simbolo dell'eterna disillusione, del disincanto che prorompe forte
dal suo petto con L'angelo di Mezzanotte:
…./ e poi / senz'ali / riscenderei per piangere con loro.
Una poesia, questa, di forte impatto emotivo, ma anche di dirompente
catarsi, con un angelo che sembra un Cristo definitivamente votato
alla causa dell'umanità.
Ma tutto il pensiero di Cristina Bove trova la perfetta sintesi in
Siamo angeli, in quei tre versi di una semplicità disarmante, ma di
una profondità assoluta, la rivelazione di ciò che è anche in noi,
ma che o ignoriamo, o volutamente soffochiamo:
… la parola che sola è la salvezza: / AMORE, parola che contiene
l'infinito / ed è mare ed è valle. / …
Penso che siano superflue ulteriori parole perché è solo leggendo
che potrete acquietare la vostra ansia quotidiana, è solo
lasciandovi accarezzare dall'armonia di questi versi che avrete la
possibilità di conoscere il significato della parola serenità, è
solamente soffermandovi di tanto in tanto sui concetti espressi che
comprenderete il senso della vita.
Cristina Bove
E' nata a Napoli il 16 settembre 1942, vive nelle vicinanze di Roma
dal '63, anno in cui si è sposata. Da quando si ricorda ha sempre
dipinto, scolpito, letto molto e qualche volta scritto, famiglia
permettendo, poiché la sua stata alquanto numerosa e la sua vita
intensa, ricca di eventi meravigliosi come la nascita dei suoi
quattro figli, la creatività, gli amici, il miracolo di esserci
ancora, sopravvissuta non sa quante volte.
Presente in diversi siti Internet con le sue poesie, ha pubblicato
nel 2007 la silloge Fiori e fulmini (Edizioni Il Foglio).
Blog: Cristina Bove;
Giardino dei poeti;
Cristelia.
Renzo Montagnoli
La chimera di Sebastiano Vassalli
Edizioni Einaudi
Narrativa romanzo storico
Per cercare le chiavi del presente, e per
capirlo,
bisogna uscire dal rumore: andare in fondo alla notte,
o in fondo al nulla; magari laggiù, un po’ a sinistra
e un po’ oltre il secondo cavalcavia, sotto il «macigno bianco» che
oggi non si vede. Nel villaggio fantasma
di Zardino, nella storia di Antonia. E così ho fatto.
(dalla Premessa)
Sebastiano Vassalli è un autore che scrive del passato, grazie a un
meticoloso lavoro di ricerca storica, ma che ha lo sguardo sempre
rivolto al presente.
Un chiaro esempio è dato da La chimera, libro di notevole
valore, forse il suo più riuscito.
E’ una storia ambientata nel ‘600, in un paese, Zardino, che non
esiste più (Dalle finestre di questa casa si vede il nulla).
Un fatto realmente accaduto, il processo a una presunta strega che
si conclude con la sua condanna al rogo, sono solo il pretesto per
un esame più approfondito di una società tanto lontana nel tempo da
apparire quasi irreale, ma purtroppo vera, una composita umanità
schiava dei potenti e della Chiesa, ma prima ancora prigioniera di
se stessa, delle sue paure, delle sue insicurezze.
E’ un ritorno al passato per svelare caratteristiche che ritroviamo
purtroppo nel presente (dal Congedo: Continuarono tutti a vivere
nella gran confusione e nel frastuono di quel loro presente che a
noi oggi appare così silenzioso, così morto, e che rispetto al
nostro presente fu soltanto un po’ meno attrezzato per produrre
rumore, e un po’ più esplicito in spietatezze…Infine, uno dopo
l’altro, morirono: il tempo si chiuse su di loro, il nulla li
riprese; e questa, sfrondata d’ogni romanzo, ed in gran sintesi, è
la storia del mondo).
La vicenda, di per sé non rara e nemmeno eclatante, assume così una
veste profetica che proietta sul mondo attuale una visione di un
presente desolante, privo di valori, senza speranze, in una visione
nichilista, però non tanto da scivolare nel cinismo.
Il romanzo, pur fra tante, ma necessarie, divagazioni è scritto in
modo esemplare, in un italiano di rara bellezza, con descrizioni
soffuse a volte di una appena accennata vena poetica, finendo con il
far emergere dal nulla, dalla nebbia caliginosa dell’oblio un mondo
che ignoravamo.
Resta il perché del titolo. Come mai questo richiamo all’essere
mostruoso e inesistente della mitologia greca?
Le ultime righe del Congedo sono al riguardo esaustive:
“Colui che conosce il prima e il dopo e le ragioni del tutto e
però purtroppo non può dircele per quest’unico motivo, così futile!:
che non esiste.”
Ovviamente tutto è opinabile nei confronti con la fede, che supera
ogni razionalità, ma in questo concetto, in questa visione atea
rientra anche l’analisi di una Chiesa che, almeno in quell’epoca e
relativamente alla vicenda raccontata, sembra composta da pochi
fanatici veramente credenti e da molti invece tesi più a
privilegiare la vita terrena, compiendo anche abusi e nefandezze. In
questo contesto le figure del vescovo Bascapè, religioso fervido che
vorrebbe tutti dediti anima e corpo alla fede, ma il cui credo
comincia a vacillare, e il giovane don Teresio, fanatico oltre ogni
misura, ma legatissimo ai beni terreni, tanto da vessare i suoi
parrocchiani con continue richieste di regalie, finiscono con il
diventare le due facce di una stessa medaglia: la Chiesa.
L’impressione che si ritrae è che gli uomini in abito talare
finiscano con connotare in eccesso i difetti di tutti gli altri, una
sorta di insoddisfazione che li divora, rendendoli al tempo stesso
carnefici e vittime di se stessi.
Stranamente gli unici due personaggi che nella loro apparente
semplicità emergono positivamente sono il camparo Maffiolo,
dignitoso vecchio soldato che riesce perfino, senza averne
conseguenza, a dire la sua all’Inquisizione, e il boia Sasso, la
cui pietà impedirà alla strega di morire fra atroci dolori.
Ne consiglio vivamente la lettura.
Sebastiano Vassalli
è nato a Genova nel 1941 e vive in provincia di Novara. Ha scritto:
Disfaso (1968), Tempo di màssacro. Romanzo di
centramento e sterminio (1970) , L'arrivo della lozione
(1976) , Abitare il vento (1980); nuova edizione con una
postfazione del'autore, Calypso, Milano, 2008, Mareblù
(1982), Ombre e destini (1983), Narcisso (1983),
La notte della cometa (1984), L'alcova elettrica 1913: il
futurismo italiano processato per oltraggio al pudore (1985),
Sangue e suolo (1985), L'oro del mondo (1987),
La chimera
(1990),
Premio Strega
e
Campiello,
Marco e Mattio (1992), Il cigno (1993),
3012 (1995),
Cuore di pietra
(1996), La notte del lupo (1998), Gli italiani sono
gli altri (1998),
Un infinito numero
(1999), Archeologia del presente (2001),
Dux
(2002), Il mio Piemonte, Novara (2002),
Stella avvelenata
(2003), Amore lontano (2005), Terra d'acque (2005),
Dino Campana
- Un po' del mio sangue (2005), La morte di Marx e altri
racconti (2006), L'Italiano (2007) .
Renzo Montagnoli
Storia di Tönle
L'anno della vittoria di Mario
Rigoni Stern Edizioni Einaudi
Giustamente la casa editrice Einaudi ha riunito in un unico volume
questi due romanzi brevi che narrano di un periodo storico che va
dalla fine del 1800 all'inverno del 1919 e che sono anche accomunati
dall'essere straordinariamente pacifisti, in una visione umana e
spirituale del mondo che raggiunge, a tratti, dei vertici sublimi.
Rigoni Stern racconta della sua gente, di questa popolazione
cimbrica, e quindi di origine celtica, che nel tempo è rimasta
ancorata ai sani principi della mutualità, del rispetto delle
persone e della natura, e che, pur conducendo a quell'epoca una vita
grama, è ricca di una forza interiore che, nonostante le difficoltà,
la diaspora dovute alla guerra, ritorna, si ricompatta in quella che
è la loro autentica patria: l'altopiano dei Sette Comuni e le
proprie famiglie.
E così Tönle Bintarn è un contadino, un pastore, un contrabbandiere
per necessità che per sfuggire a una condanna vaga per tutta
l'Europa austro-ungarica, adattandosi a fare a qualsiasi lavoro, ma
sempre con la speranza di tornare, l'unica vera forza che lo
sostiene nonostante le fatiche e le privazioni. Questo piccolo
grande uomo è legato inscindibilmente alla sua terra, all'alternarsi
delle stagioni sia della natura che della vita. Non c'è evento che
possa fermarlo, non c'è nulla che possa dissuaderlo, perché lui è ed
esiste solo in funzione di quella piccola patria fra i monti.
Ritornerà, subirà i contraccolpi della Grande Guerra e della
Strafenspedition, di cui sarà vittima senza che ci siano carnefici.
La violenza di un conflitto non lo ferma, sempre va, sempre resiste,
per poter tornare a quei luoghi a lui indissolubilmente legati e che
sarà costretto a vedere distrutti, profanati dalla malvagità degli
uomini.
In lui non c'è odio, ma solo tristezza e come in una storia dove c'è
sempre un inizio e una fine, Tönle Bintarn sa quando tirarsi da
parte e comprendere che per lui è arrivata l'ultima stagione.
L'anno della vittoria racconta invece del ritorno della comunità ai
loro luoghi natii, dopo essere stati costretti a lasciare
l'altopiano ed Asiago a seguito dell'attacco austriaco.
Sono pagine di intensa commozione, con donne, vecchi e bambini, che,
a guerra finita, s'incamminano per raggiungere le loro vecchie case,
che troveranno distrutte in uno sconvolgimento che interessa anche i
prati, i boschi, le sommità dei loro monti, al punto da faticare a
riconoscerli. E poi ci sono trincee, proiettili inesplosi e tanti,
tanti, troppi morti insepolti.
I giorni sono difficili, senza più un tetto, senza forse un futuro,
ma la comunità viene prima di tutto e poco a poco si ricompattano,
si aiutano, si danno da fare, riacquistano quella dignità di uomini
liberi e di popolo che la diaspora sembrava aver soffocato.
E' gente mite, laboriosa, il cui contatto continuo con la natura è
un'inderogabile necessità; non saranno molti quelli istruiti, ma
tanto hanno da insegnare a tutti, noi compresi, come il simpatico
vecchietto Tana che, durante un'escursione con due compaesani, si
imbatte nei resti di un accampamento austriaco, al centro del quale
troneggia una forca.
La sua osservazione al riguardo è di una logica ferrea ed
estremamente umana: " Da noi li fucilavano, qui li impiccavano. E
invece la loro colpa era di aver avuto paura e di voler vivere.".
E' un pacifismo che viene dall'animo, senza retorica, come molte
altre pagine di questo stupendo libro.
La storia di Tönle è un romanzo sull'uomo, sul suo innato
sentimento per la terra dove è nato e vissuto, sulla nostalgia che
prevale su ogni evento e che fa della battaglia per il ritorno a
casa un inno al concetto di patria come luogo dei propri affetti.
L'anno della vittoria è invece un'opera corale, dove uomini
come Tönle, riuniti, esaltano il concetto di comunità, di identiche
radici, indissolubili, inalienabili, tali da superare ogni
difficoltà purché sempre solidali, in un'unica grande famiglia per
cui vale la pena di vivere e di lottare.
In entrambi i casi ci troviamo di fronte a veri e propri gioielli
della letteratura italiana.
Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921
- 2008).
Ha scritto Il sergente nella neve (1953), Il bosco degli urogalli
(1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di
Tönle (1978) (Premio Campiello e premio Bagutta), Uomini, boschi e
api (1980), L'anno della vittoria (1985), Amore di confine (1986),
Il libro degli animali (1990), Arboreto salvatico (1991), Le
stagioni di Giacomo (1995) (Premio Grinzane Cavour), Sentieri sotto
la neve (1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre
storie (2000), L'ultima partita a carte (2002), Aspettando l'alba e
altri racconti (2004), I racconti di guerra (2006), Stagioni (2006).
Renzo Montagnoli
Il partigiano Johnny
di Beppe Fenoglio
Edizioni Einaudi
Edizione critica
a cura di Dante Isella
Narrativa romanzo
Ritengo indispensabile una doverosa premessa: questo romanzo è stato
pubblicato postumo (Fenoglio era deceduto senza completare l'opera)
in una versione che mescolava, in modo del tutto arbitrario, due
diverse stesure, con tutte le inevitabili lacune e contraddizioni.
Peraltro l'edizione di Einaudi ha fatto propria delle due la
seconda, quella che viene più universalmente accettata come la più
coerente con lo spirito dell'autore.
In ogni caso la mancanza di un imprimatur ufficiale da parte dello
scrittore finisce con il lasciare un po' l'amaro in bocca, perché si
avverte anche in questa versione l'incompiutezza che si riflette poi
in una conclusione che si intuisce, ma non si legge.
Ciò premesso mi sembra di aver ritratto dalla lettura più di
un'impressione non legata solo all'aspetto storico della resistenza,
ma anche a una sua proiezione negli anni a venire.
Johnny è un partigiano che partecipa alla guerra di liberazione con
una visione del tutto individuale delle problematiche e con uno
spirito quasi da novello Robin Hood che gli dona immediatamente una
naturale simpatia.
Peraltro, se l'aspetto storico è di grande rilievo, non bisogna
dimenticare che Fenoglio è riuscito a imprimere alla narrazione una
notevole forza immaginifica, in certi momenti addirittura da
pellicola cinematografica; inoltre il tema è stato svolto in modo
tale da conferire all'opera significati di carattere universale, con
la guerra di liberazione che finisce con l'essere il pretesto per
ricercare il fine stesso dell'esistenza.
Da molti è stato definito il più riuscito romanzo sulla resistenza,
ma in tutta sincerità mi sembra inferiore a La messa dell'uomo
disarmato, di Luisito Bianchi, che pure affronta significati
universali, ma in modo più chiaro e convincente.
Con ciò non intendo dire che Il partigiano Johhny sia
un'opera non riuscita, ma che è solo di eccellente livello, senza
raggiungere i vertici propri di un capolavoro.
Se poi aggiungiamo il linguaggio usato (al riguardo il volume di
Einaudi riporta un interessante saggio di Dante Isella) accetto
termini nuovi coniati dall'autore, pur con riserve per qualcuno, ma
non sopporto che ci siano periodi parte in italiano e parte in
inglese, quando il ricorso a questa lingua non trova nessuna
giustificazione. E' un sistema che indispettisce e che tende ad
astrarre dalla lettura di un'opera che, pur con tutti i limiti sopra
accennati, è meritevole della massima attenzione.
Beppe Fenoglio (Alba 1922 -
Torino 1963). Einaudi ha pubblicato tutte le sue opere: I
ventitré giorni della città di Alba, La malora, Primavera di
bellezza, Un giorno di fuoco, Una questione privata, Il partigiano
Johnny, La paga del sabato, Appunti partigiani 1944-1945 a cura di
L. Mondo Einaudi, L'affare dell'anima e altri racconti, Einaudi, La
sposa bambina, tratto dalla raccolta "Un giorno di fuoco",
L'imboscata, Lettere 1940-1962, a cura di Luca Bufano, in
collaborazione con la Fondazione Ferrero di Alba, Una crociera agli
antipodi e altri racconti fantastici, Epigrammi, a cura di Gabriele
Pedullà.
Renzo Montagnoli
“Le ribelli”
di Nando dalla Chiesa ed.
Melampo
Storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore
Narrativa-civile
Nando dalla Chiesa, sullo sfondo della lotta alla mafia, racconta le
storie drammatiche e dolenti di sei figure femminili, madri, sorelle
e mogli ribelli per amore, diventate, malgrado loro, protagoniste di
una tragedia greca. Come si legge nella prefazione del libro, queste
donne con coraggio, dignità e fierezza si ribellano all’ideologia
dominante, infrangendo costumi e convenzioni, la loro richiesta di
giustizia è un urlo universale in cui confluisce tutto l’amore
ferito a morte. Sei storie esemplari che ne rappresentano tante
altre, scelte per privilegiare il punto di vista della
donna-vittima, della donna siciliana considerata per decenni simbolo
di sottomissione e silenzio che, attraverso la forza rivoluzionaria
dei sentimenti, si ribella all’ingiustizia, alla politica mafiosa
contribuendo alla crescita di una piena coscienza civile.
Sei le donne di cui si narra la loro vicenda umana intrisa di
dolore, rabbia e ingiustizie. Francesca Serio, madre del
sindacalista contadino Salvatore Carnevale, ucciso dalla mafia di
Sciara, in provincia di Palermo, nel 1955, ultimo di una serie di
uccisioni dei dirigenti più combattivi del movimento contadino
siciliano. Felicia Impastato, madre di Peppino, fatto saltare in
aria con il tritolo a Cinisi, diventato protagonista del film “Cento
passi”. Saveria Antiochia, la madre del poliziotto Roberto, ucciso
insieme al commissario Ninni Cassarà. Michela Buscemi, due fratelli
vittime di Cosa Nostra, uno vicino agli ambienti del clan, eppure
coraggiosa parte civile al maxiprocesso di Palermo. Rita Atria,
diciassettenne sorella di Nicola, giovane boss dello spaccio,
collaboratrice di Borsellino e suicida disperata dopo la strage di
via D’Amelio. Infine, Rita Borsellino, sorella dello stesso giudice,
diventata simbolo più alto di questa ribellione. Queste donne
indomite hanno aperto per tutte le donne la strada della denuncia,
della domanda di giustizia che non si arrende; sono donne che
sembrano tratte dalle pagine di Eschilo, Dostoevskij, tragiche
eroine, ferite nei sentimenti, ma pronte a sfidare l’omertà e a
lottare per l’antimafia e per la legalità.
“Le ribelli” è una lettura che colpisce perché pur trattando un tema
usato e sfruttato ( spesso, male) in letteratura, l’autore fornisce
una chiara chiave di lettura, usa toni calibrati, ma di grande forza
espressiva senza dimenticare la misura e l’equilibrio dello studioso
dei fatti storici.
In conclusione trascrivo i versi di una poesia di Antonio Machado,
riportata nell’ultima pagina del libro, che esprime il cammino di
lotta e di verità perseguito dalle protagoniste. “ Caminante, son
tus/ huellas/ el camino, nada màs;/ caminante, no hay/ camino,/ se
hace camino al andar…/ Caminante, no hay/ camino,/ sino estelas en
la mar”. Tu che cammini, la strada sono le tue orme, null’altro. Tu
che cammini, la strada non c’è, la strada si fa camminando…Tu che
cammini, non c’è una strada, ma scie nel mare.
L’autore: Nando dalla Chiesa, professore di Sociologia economica
all’Università degli studi di Milano, è stato parlamentare della
Repubblica ed è attualmente sottosegretario all’Università e alla
Ricerca. Scrittore, editorialista e narratore civile. Tra i suoi
scritti più noti: “Delitto imperfetto”, “Il giudice ragazzino”, ( Da
cui è stato tratto l’omonimo film), “ La fantastica storia di Silvio
Berlusconi”, “ Vota Silviolo!” etc…
Arcangela Cammalleri
Pregiudizi della
libertà
Libro di sarcasmi e di malinconiche
superstizioni di Roberto Morpurgo
Joker Edizioni
Prefazione di Sandro Montalto
Poesia aforismi
Già ho scritto una recensione di un libro di aforismi (Frecce e
pugnali, di Nicola Vacca) e in un certo qual senso mi stupisce,
senza sorprendermi però, che anche Roberto Morpurgo abbia avuto
l'idea di mettere a disposizione dei lettori le tante riflessioni
che caratterizzano la vita di un poeta che ama osservare il mondo,
nelle sue linearità, ma anche nei sempre più emergenti controsensi.
Secondo me, per far questo occorre soprattutto una buona dose di
ironia, perché temperare quelle che sono le nostre più marcate
reazioni di fronte ai comportamenti umani ci consente di vivere
sorridendo sulle nostre miserie.
Amo definire l'aforisma una perla di saggezza, perché in effetti è
una riflessione che invita gli altri a fare altrettanto e se è
facile leggere una raccolta, perché in fin dei conti ogni pensiero è
di poche righe, più complesso è invece considerare l'enunciazione in
tutte le sue sfaccettature, perché inevitabilmente potremmo
ritrovare qualcosa di noi stessi. Potrebbe essere un dramma,
potrebbe essere una sconvolgente verità, ma non lo sarà mai, perché
grazie all'ironia ci accetteremo così come siamo, anzi sarà un
motivo in più per compiacerci dei nostri difetti, nella presunzione,
non infondata, che siano di tutti.
Ci sono aforismi che possono apparire neutri, in quanto semplici
constatazioni di fatti evidenti, ma che normalmente non sappiamo
cogliere ( Se c'è un esibizionista involontario, è lui il genio,
oppure Gli altri ci consegnano a un destino che potremmo anche
accettare, se solo parlasse con il nostro accento, o ancora Lo
scultore elimina il marmo superfluo, lo scrittore un vuoto
eccessivo: il primo crea per sottrazione, il secondo per
sovrimpressione); ma c'è anche il sarcasmo nemmeno velato (
Morire è il solo atto di fede che ogni uomo compia con tutto il suo
essere. Perciò è così penoso non potervi assistere: è come se ci
convertissimo in contumacia, oppure Con quale coraggio uccidi un tuo
simile!?"Con il suo", o addirittura C'è chi parla come mangia e chi
come cucina. Io preferisco il secondo genere di oratore, dato che
quando posso mi faccio invitare a cena. )
Insomma, un libro di verità svelate, di ciò che sempre è, ma che non
riusciamo normalmente a vedere.
Divertente, ma a volte anche punzecchiante, per certi versi è
dissacratore del normale comportamento umano, tanto radicato da
essere spontaneo.
Di facile lettura, è la candid camera della nostra esistenza e ci
rivela quello che come inconsapevoli attori recitiamo ogni giorno.
Per quanto ovvio, è un libro che vi consiglio vivamente.
Roberto Morpurgo (Milano, 1959)
è laureato in filosofia e scrive poesie, aforismi, racconti, saggi,
oltre a coltivare interessi per la psicologia psicoanalitica, il
cinema e anche il teatro. In campo cinematografico ha collaborato
fra gli altri con la Provincia di Milano, l'Arci Cinema e l'Obraz
Cinestudio. In campo teatrale ha lavorato fra gli altri con il
Teatro Universitario di Richard Gordon e collabora come autore
drammatico con la RSI (Radio Svizzera Italiana). In campo musicale
ha scritto canzoni (musiche e testi) e lavorato per la Ricordi. In
campo editoriale ha collaborato fra l'altro con editori ed
enciclopedie.
Svolge la professione di consulente aziendale.
Renzo Montagnoli
La condanna del sangue
La primavera del commissario Ricciardi
di Maurizio de Giovanni
Fandango Libri
Narrativa romanzo
La primavera
arrivò a Napoli il quattordici aprile millenovecentotrentuno, poco
dopo le due del mattino.
Arrivò in ritardo e come al solito, con un colpo di vento nuovo dal
sud, dopo un acquazzone.
Dopo l’inverno del
Senso del dolore arriva per il commissario Ricciardi la
primavera de La condanna del sangue, una stagione di
risvegli, di nuovi amori che sbocciano, ma anche di delitti, fra i
quali quello, particolarmente efferato, che vede come vittima una
cartomante e usuraia.
Come per il precedente la vicenda gialla, pur se apprezzabile,
costituisce solo l’ossatura intorno alla quale è costruito il
romanzo vero e proprio e qui de Giovanni mostra l’indubbia capacità
di non ripetersi, creando nuovi personaggi di contorno e colorando
più intensamente, scendendo ancor di più dentro l’anima, quelli che
già si conoscono: il tormentato e malinconico commissario Ricciardi,
il pratico, ma umano, brigadiere Maione, il Dr. Modo, medico legale
pragmatico e antifascista, e lei, Enrica, la dirimpettaia, un amore
silenzioso e mai dichiarato.
Il romanzo procede a ritmo costante con lo svolgimento razionale
della trama principale, accompagnata da altre solo in apparenza
minori e che si ricollegano come in un mosaico a dar vita
all’immagine di un’umanità dolente, in cui la passione, la gelosia,
i sentimenti e perfino il delitto sono l’espressione di un’esistenza
in cui la felicità è solo una chimera.
Così accanto al feroce delitto della cartomante ci sono le vicende
di Filomena, la più bella di Napoli, e perciò desiderata dagli
uomini e odiata dalle donne, oppure quella di un sogno infranto di
un povero pizzaiolo che si era illuso di poter guadagnare di più.
Su tutte, però, domina il sempre presente senso del dolore di
Ricciardi, quell’intima pietà che in un mondo di fame e di morte
riesce ad aver ragione del più gretto materialismo, conferendo
dignità non solo alle vittime, ma anche ai colpevoli.
In questo contesto di grande effetto, dove l’ambientazione e
l’atmosfera sono resi in modo veramente pregevole, di tanto in tanto
c’è lo spazio anche per osservazioni illuminanti, come questa:
L’usura è vile, pensava Ricciardi: tra i delitti più tristi,
perché prende la fiducia e la rivolta contro chi la dà. E succhia
lavoro, speranze, aspettative, succhia via il futuro.
Non mancano, inoltre, tutte le menzogne di un regime (il romanzo
è ambientato in epoca fascista) dove tutto deve essere bello e
ordinato, dove la gente deve essere ricca, parole vuote che stridono
con l’opprimente realtà.
Scritto in punta di piedi, con un lessico semplice, ma assai
efficace, La condanna del sangue mi ha avvinto già
dall’inizio e, quando alla fine Ricciardi scorge nuovamente
attraverso i vetri della finestra la dirimpettaia che ricama
pensando a lui, mi sono messo a piangere, perché quel ritrovato
timido silenzioso amore è la conclusione logica di un romanzo
stupendo, che è maturato dentro di me pagina dopo pagina, mettendo
radici profonde.
E poi mi vengono le lacrime solo quando arrivo all’ultima pagina di
un capolavoro.
Maurizio de Giovanni
è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Con il Senso del
dolore (Fandango Libri, 2007) di prossima pubblicazione in Francia e
in Germania dà inizio alle stagioni del commissario Ricciardi. Dopo
La condanna del sangue sono previsti altri due titoli.
Renzo Montagnoli
Arboreto salvatico
di Mario Rigoni Stern Edizioni
Einaudi
Narrativa romanzo
Ogni volta che leggo un libro di Mario Rigoni Stern provo un'intensa
emozione già dalle prime pagine, perché la struttura dell'io
narrante, unita a uno stile semplice, ma di grande immediatezza, fa
sì che mi sembri di stare ad ascoltare le parole del grande
scrittore vicentino e ora che non è più fra i vivi quell'emozione
diventa anche commozione.
Arboreto salvatico è un'opera a sé, forse minore, ma riassume
tutte quelle caratteristiche che hanno reso giustamente famoso
l'autore.
Così troviamo quella perfetta unione dell'uomo con la natura che di
per se stessa è un messaggio di fondamentale importanza per
l'umanità che sembra non accorgersi di essere parte di un ecosistema
perfetto, ma anche fragile, al punto che qualsiasi offesa gli venga
resa finisce con il ritorcersi notevolmente amplificata su chi
gliela ha arrecata.
E' un libro semplice, con interessanti e piacevoli annotazioni
botaniche, accompagnate da richiami al significato delle piante
nell'antichità e impreziosita da brani di romanzi o da versi poetici
di autori che cantarono la bellezza di determinati alberi.
Non mancano annotazioni, sempre correlate a questi vegetali, di
fatti o eventi di cui Stern fu protagonista nel corso della sua
vita, ma non si tratta di meri espedienti per allungare o
vivacizzare la narrazione, bensì sono incisi funzionali a dimostrare
che l'uomo deve convivere con la natura, nel pieno rispetto di
questa, traendone benefici che le attuali generazioni ignorano
completamente.
Con Mario Rigoni Stern la natura diventa la vera protagonista della
narrativa e l'autore è sempre presente, perché umile parte di essa.
Particolarmente commoventi sono le ultime pagine dedicate al
ciliegio, con la visione di una vecchia casa contadina, vuota e
abbandonata, ora posta in vendita per costruire un condominio per i
villeggianti, così che il vecchio ciliegio che nei pressi vi dimora
da tantissimi anni e che porta le ferite della prima guerra mondiale
sarà inesorabilmente abbattuto.
Nell'autore c'è l'autentico sincero dolore di Ljubov Andreevna
quando è costretta a vendere i suoi amati alberi nel Giardino dei
ciliegi di Cechov.
"Mio caro, dolce, meraviglioso giardino…Vita mia, giovinezza mia,
felicità mia. Addio!...Addio."
Con il ciliegio di Asiago che verrà abbattuto se ne va un amico, un
testimone e protagonista di gioventù, se ne vanno ricordi, emozioni
passate, se ne va un pezzo dell'autore.
Leggere i libri di Mario Rigoni Stern non è solo un accrescimento
culturale, ma è anche vivere dalla prima all'ultima pagina accanto a
questo grande uomo e scrittore.
Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921
- 2008).
Ha scritto Il sergente nella neve (1953), Il bosco degli urogalli
(1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di
Tönle (1978) (Premio Campiello e premio Bagutta), Uomini, boschi e
api (1980), L'anno della vittoria (1985), Amore di confine (1986),
Il libro degli animali (1990), Arboreto salvatico (1991), Le
stagioni di Giacomo (1995) (Premio Grinzane Cavour), Sentieri sotto
la neve (1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre
storie (2000), L'ultima partita a carte (2002), Aspettando l'alba e
altri racconti (2004), I racconti di guerra (2006), Stagioni (2006).
Renzo Montagnoli
L’eleganza del riccio
di Muriel Barbery ed.e/o
Romanzo-narrativa
Siamo a Parigi, in età contemporanea, in un elegante palazzo al
numero 7 di rue de Grenelle, abitato da famiglie dell’alta
borghesia. Un romanzo a due voci, da un osservatorio privilegiato,
la guardiola della portineria, Renée vede passare la sua vita e
quella dei lussuosi condomini e Paloma, una dodicenne ricca abitante
dello stesso palazzo.
Renée, vedova 55enne, dall’aspetto sciatto e trasandato nasconde
un’anima raffinata e colta, dalle letture filosofiche, di
letteratura, d’arte, un tradimento costante del suo archetipo perchè
nessuno degli abitanti del condominio sospetta. Dagli altri è vista
come un complemento della guardiola alla quale vengono richieste le
sue mansioni di portinaia, senza prestare alcunché di attenzione
come persona. Solo la sua unica, amica, portoghese, Manuela
comprende la bellezza del suo animo e la delicatezza dei
comportamenti. Paloma, dotata di una acuta intelligenza, finge di
essere una ragazzina dalla sottocultura comune a tanti, cercando di
ridurre le sue prestazioni a scuola, giudica un disastro la vita
degli adulti, come mosche sbattono sempre contro lo stesso vetro, si
agitano, soffrono, si deprimono e stanca di vivere, ha programmato
la sua fine. Queste due anime sensibili e accomunate da uno stesso
sentire, incroceranno per un attimo le loro esistenze, condividendo
medesime impressioni e sentimenti: trait d’union, il ricco e colto
giapponese, Ozu che ne ha avvertito le loro vere essenze, senza
lasciarsi ingannare dalle false apparenze. Una storia originale e
ben orchestrata, in uno stile colto e distillato da considerazioni
filosofiche e da una prosa caleidoscopica che trasmette suoni,
colori ed emozioni. Il finale lascia amarezza e rimpianto per una
vita spesa ai margini della società in cui la ricchezza d’animo e
l’amore per la bellezza sono stati oscurati da un fato capriccioso e
avverso. Il caso è prodigo per alcuni e per altri ignora i meriti e
inibisce animi altamente nobili.
L’autrice è nata nel 1969 a Bayeux. Docente di filosofia, insegna
all’IUFM di Saint-Lô. L’eleganza del riccio è il suo secondo
romanzo. Pubblicato in Francia da Gallimard, in poco tempo ha
scalato le classifiche, arrivando al primo posto e vincendo numerosi
premi tra cui il Prix Georges Brassens 2006, il Prix Rotary
International 2007 e il Prix des Libraires 2007.
Arcangela Cammalleri
Poesie d'amore
di Nazim Hikmet Arnoldo
Mondadori Editore
Traduzione e nota di Joyce Lussu
Poesia raccolta
Poeta e rivoluzionario Nazim Hikmet fu a suo modo un caso unico
nella storia della letteratura, osteggiato in patria e osannato
all'estero. Del suo impegno politico, della sua idea marxista ci
sono ampi resoconti e anche pubblicazioni di opere specifiche,
peraltro nemmeno in catalogo nel nostro paese, ma ciò che lo ha reso
famoso e conosciuto in tutto il mondo sono le poesie d'amore,
raccolte ora in un volume degli Oscar Mondadori nella traduzione
originaria di Joyce Lussu.
Quest'opera è frutto di un lavoro assai lungo, tanto che raccoglie i
testi scritti fra il 1933 e il maggio del 1963, comprendendo anche
Il mio funerale, veramente splendido, con cui l'autore immagina la
cerimonia a seguito della sua morte che avverrà di lì a pochissimo,
il 3 giugno 1963.
Il mio funerale
Maggio 1963
……..
La finestra della nostra cucina mi seguirà con lo sguardo
il nostro balcone mi accompagnerà col bucato steso.
Sono stato felice in questo cortile, pienamente felice.
Vicini miei del cortile, vi auguro lunga vita, a tutti.
Una poesia in cui il commiato è più del morto che dei superstiti,
forse un espediente scaramantico per chi già aveva un cuore
malandato, ma anche una sintesi della vita dell'autore, con quelle
fede nella libertà che mai gli verrà a mancare anche nei lunghi anni
di prigionia in Turchia, durante i quali, guarda caso, ha scritto
gran parte delle sue celebri poesie d'amore.
Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.
Certamente questa poesia, che fa parte di Lettere dal carcere a
Munevvèr, è d'amore, è una comunicazione di sentimenti all'adorata
moglie, ma è anche un canto di libertà, giacché l'amore non può
essere imprigionato se non dagli innamorati e quel riferimento al
mare non ancora navigato è l'anelito a potersi nuovamente ritrovare
liberi di scegliere la propria vita.
Il messaggio si sublima tuttavia in questi versi che per me
sono fra i più riusciti e in cui la passione, il desiderio e la
speranza si fondono in un'ode all'amore.
Sei la mia schiavitù sei la mia libertà
sei la mia carne che brucia
come la nuda carne delle notti d'estate
sei la mia patria
tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi
tu, alta e vittoriosa
sei la mia nostalgia
di saperti inaccessibile
nel momento stesso
in cui ti afferro.
Ma se il carcere consente alla mente di fuggire grazie al ricordo
dell'amore, anche il successivo esilio, senza l'adorata moglie,
impone un'astrazione della mente per idealizzare un ricongiungimento
con la persona amata.
Prima che Bruci Parigi
Parigi, 1958
Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora temp0, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
vorrei una notte di maggio
una di queste notti
sul lungosenna Voltaire
baciarti sulla bocca
………
La raccolta comprende, oltre a Poesie d'amore, anche liriche di
altro genere, fra cui dei poemetti e le altrettanto celebri Poesie
sulla morte, un compendio quindi assai completo e la cui lettura è
vivamente raccomandata per conoscere l'arte di Nazim Hikmet.
Nazim Hikmet (Salonicco, 1901 -
Mosca, 1963). E' stato uno dei primi poeti turchi a usare il verso
libero, ma la sua vita è stata un atto costante di fede politica
(nel caso specifico nel marxismo), il che gli ha comportato una
lunga detenzione nelle prigioni turche e poi l'esilio. Come poeta,
ha avuto subito una larga notorietà in occidente, fama di cui gode
ancor oggi.
Renzo Montagnoli
Eugenio Corti
: " IL CAVALLO ROSSO " Tre volumi : 1° IL CAVALLO ROSSO ; 2° IL
CAVALLO LIVIDO ; 3° L' ALBERO DELLA VITA - Edizioni Paoline - Milano
- 2008 .
Attraverso le storie di un gruppo di giovani della Brianza del 1940
, coetanei dell' Autore e tra i quali si riconosce l' Autore stesso
, Corti descrive in modo avvincente le speranze e le disillusioni
della sua generazione , che dalla serenità e la spensieratezza degli
anni trascorsi nella provincia lombarda si vide come " catapultata "
nella guerra . I giovani protagonisti seguono ognuno un proprio
percorso nei vari fronti in cui venne coinvolto il nostro Paese .
Vivi e nitidi ci appaiono così i caratteri di Michele ed Ambrogio ,
ambedue destinati al Fronte Russo ( il primo conoscerà il gelo e la
fame dei " Gulag " ; il secondo , ferito durante la ritirata dalla
Linea del Don , sarà ricoverato prima a Leopoli e poi in un ospedale
italiano ) ; di Manno , , reduce da El Alamein , che riesce a
tornare in Italia in barca insieme ad altri commilitoni scampati
alla prigionia e si troverà poi a combattere sul fronte di Cassino
contro i Tedeschi con il Corpo Italiano di Liberazione ; di Pino ,
che sceglierà la lotta partigiana aggregandosi alle formazioni "
azzurre " tra la Lombardia e il Piemonte ...
La ricostruzione delle vicende storiche che fanno da sfondo ai
protagonisti é scrupolosa ; e questo spiega la lunga " gestazione "
della Trilogia , pubblicata per la prima volta dalla Casa Editrice
Ares di Milano nell' estate del 1983 .
Particolare rilievo hanno le figure femminili di Alma , Colomba ,
Fanny : la descrizione dei sentimenti che per esse provano i giovani
del Romanzo rispecchia una concezione pura e " cavalleresca " dell'
Amore che molti oggi considerano superata , ma che certamente non é
banale ed é interessante " riscoprire " .
La precisione descrittiva del Corti si rivela anche nel modo in cui
riporta le varie espressioni dialettali regionali che si trovano nel
Romanzo .
Eugenio Corti nasce a Besana ,
in Brianza , il 21 gennaio 1921 , primo di dieci figli , da genitori
profondamente religiosi . Il padre Mario é un industriale tessile
che concepisce il proprio lavoro come una missione per l' elevazione
materiale e morale dei propri operai .
Frequenta il Liceo Classico al Collegio San Carlo di Milano .
Nel 1941 , nominato sottotenente di Artiglieria ,chiede di essere
inviato in Russia per conoscere di persona la realtà del Comunismo ,
" gigantesco tentativo di costruire un mondo nuovo completamente
svincolato da Dio , anzi , contro Dio ... "
Rimane in Russia fino al gennaio 1943 , quando ebbe inizio la grande
ritirata dalla Linea del Don .
Dopo l'8 settembre 1943 raggiunge il Corpo Italiano di Liberazione a
Brindisi , sede del governo provvisorio dell' Italia liberata .
Questa esperienza sarà narrata nel libro autobiografico " Gli ultimi
soldati del Re " ( 1994 ) .
Si laurea nel 1947 a Milano in Giurisprudenza .
Nel 1951 comincia a lavorare nell' industria paterna . Nel frattempo
, si dedica ad un minuzioso studio , teorico e storico , del
Comunismo , che culminerà nella pubblicazione dell' opera teatrale "
Processo e morte di Stalin " , rappresentata nel 1962 .
Nel 1972 lascia l' attività imprenditoriale per dedicarsi alla
Narrativa . Per ben tredici anni é impegnato nella stesura de " Il
cavallo Rosso " .
Ultima sua fatica letteraria é il romanzo storico " Catone l' antico
" .
( Notizie tratte dal sito web dell' Associazione Culturale Eugenio
Corti : www.aciec.org )
Gianfranco Stivaletti
Il tesoro della
Grancia e altre storie lucane di
Donato Altomare Besa Editrice
Narrativa raccolta di racconti
Le leggende popolari hanno un'importanza fondamentale nella storia
umana, perché consentono di tramandare, di volta in volta, il
passato al presente,
radicando così nelle popolazioni la comune origine e in pratica
contribuendo a creare un'identità culturale.
Spesso sono storie in cui vengono riflesse caratteristiche
autoctone, unitamente ad ancestrali paure o a più contingenti
desideri che sono propri di ogni essere umano.
Donato Altomare, eclettico narratore, con una naturale indole per la
fantascienza (ha vinto per ben due volte il prestigioso Premio
Urania), ha dalla sua un indubbio talento creativo che gli ha
consentito di rielaborare in modo convincente antiche leggende della
Lucania, arrivando a costituire una raccolta dalla gradevolissima
lettura.
Le tematiche sono le più svariate, ma in ogni caso prevale
l'elemento soprannaturale, la ricerca di simboli di innate paure,
tanto più radicate in popolazioni semplici, la cui vita è legata
soprattutto alla coltivazione della terra.
Si innestano così le descrizioni di boschi intricati, quasi
inaccessibili tanto da assumere una veste magica, ma non mancano
storie legate al brigantaggio meridionale, laddove a suo tempo
coloro che ebbero il coraggio di ribellarsi alla dura dominazione
sabauda furono bollati con l'appellativo di banditi, quando invece
prevalentemente si trattava di autentici patrioti.
Le loro gesta, le loro figure assursero così nel popolo a veri e
propri miti, ingigantendo imprese e velando di mistero la loro
scomparsa.
Uno di questi ribelli è il protagonista del racconto Il tesoro
della Grancia da cui è tratto il titolo dell'opera, ma ad essi è
dedicata un'altra leggenda, ancora più coinvolgente (Ninco Nanco).
Il merito dell'autore è quello anche di vivificare queste saghe con
presenze contemporanee di personaggi del passato, di modo che appare
forte il legame fra ciò che è stato, ciò che è ora e, si spera, quel
che sarà nel tempo a venire.
In tutto sono 11 racconti, con caratteristiche autonome, e che
riescono a dare una rappresentazione assai interessante dello
spirito di una popolazione. Si va così dal ricordo di "briganti" ai
lupi mannari, dalla vendetta, postuma, di un povero marito morente a
cui la moglie nega anche l'ultimo desiderio, fino a quello che per
me è il migliore in tutti i sensi, percorso com'è da una vena
poetica in alcuni momenti di tutto rilievo. Mi riferisco a
L'organetto e la morte bella, una vera e propria chicca, dove
l'esorcizzazione della "signora in nero" passa attraverso le melodie
sublimi che escono dall'organetto del vecchio Rocco.
La lettura, assai agevole, è quindi sicuramente consigliata.
Donato Altomare nasce a Molfetta
nel 1951 e vi risiede. È laureato in Ingegneria Civile presso
l'Università di Bari ed esercita la libera professione.
Ha vinto due Premi Italia a San Marino e Courmayeur, il Premio
Urania 2000 col romanzo inedito Mater Maxima, il Premio
Urania 2007 con Il dono di Svet e nel 2005 il Premio Le Ali
della Fantasia per l'inedito col romanzo Surgeforas.
Tra le varie pubblicazioni da ricordare i volumi Cuore di
ghiaccio (La Vallisa, Bari 1989), La risata di Dio (Solfanelli,
Chieti 1993), L'albero delle conchiglie (Milella, Bari 1994),
Prodigia (Tabula fati, Chieti 2001), Mater Maxima
(Mondadori, Milano 2001), Uno spettro, probabilmente (Mondo
Ignoto, Roma 2004), E la padella disse… (Delos Books, Milano
2004), Il fuoco e il silenzio (Perseo Libri, Bologna 2005),
Il tesoro della Grancia (BESA, Nardò 2005), Surgeforas
(Tabula fati, Chieti 2006). Sono stati pubblicati all'estero: Cas
je spiràla (tit. orig. Dolcissima Roberta, romanzo breve, Svet
Fantastiky n. 1, Praga 1990); Il popolo del cielo (testo in
cirillico, Gradina, Belgrado 1993); La casa degli scheletri
(testo in cirillico, Gradina, Belgrado 1996).
Renzo Montagnoli
La virtù di Checchina
di Matilde Serao
Albus Edizioni
Introduzione di Aldo Putignano
Copertina di Paolo Cancello Tortora
Narrativa romanzo breve
Nel panorama letterario italiano di fine '800 - inizi '900, Matilde
Serao trova la sua giusta collocazione quale scrittrice della
piccola borghesia e del popolino. A queste due classi sociali ha
dedicato la parte migliore della sua produzione, con accenti di
particolare intensità per la povera gente, una sorta di verismo, ma
con una particolarità: mentre il realismo è destinato agli oppressi,
ai paria, ai nobili e ai ricchi riservava figurazioni irrealistiche,
frutto non di un'esperienza diretta, ma di una visione di fantasia.
Sì, perché Matilde Serao si sentiva parte di quella piccola
borghesia in cui era in effetti nata e non è un caso quindi se
riesce a descriverla così bene, come anche in questo romanzo breve,
intitolato La virtù di Checchina.
Assai apprezzata da Giosuè Carducci e da Benedetto Croce per le sue
indubbie qualità di narratrice attenta a ricreare perfettamente le
ambientazioni, sondando anche finemente la psicologia dei
personaggi, questo testo breve, quasi un racconto lungo, ha
caratteristiche tali da poterlo considerare un piccolo capolavoro,
tanto più ove si tenga conto del fatto che la protagonista, per
carattere, ma anche per aspetto fisico, è tutto il contrario di
Matilde Serao, che invece era grossa, un po' tozza, chiassosa, ma
anche sempre controcorrente (basti pensare che la sua opposizione
alla prima guerra mondiale la rese invisa al fascismo e pregiudicò
la possibilità di essere candidata al Nobel, che poi fu assegnato a
Grazia Deledda).
La virtù di Checchina ha un tema che richiama tanto la
produzione di Flaubert e verte sul contrasto fra lo squallore della
vita borghese e il sogno di un'esistenza ben al di sopra delle
proprie possibilità.
Non c'è la miseria dello splendido reportage Il ventre di Napoli,
ma c'è tutta quella rassegnazione di una classe sociale di poco
sopra l'indigenza, ma assai lontana dal mondo aristocratico, a cui
mai potrà arrivare.
La figura di Checchina è disegnata con una maestria veramente
eccezionale, frutto anche della delicata e profonda sensibilità
dell'autrice, e il suo tentennamento fra il tradire il marito con un
nobile o lasciare cadere le profferte amorose è così ben descritto
al punto dal far nascere una naturale simpatia per una protagonista
dall'apparenza tutto sommato anonima.
In effetti, quel desiderio di salire in cima alla scala per godere
dei benefici di casta, altri non è che la verifica della propria
condizione sociale, dell'impossibilità di permettersi abbigliamenti
costosi per essere presentabile davanti a questo nobile. Nascono
così una serie di idee, si sviluppano dei processi volti a ottenere
almeno qualche cosa del tanto che le manca, ma quello che non sorge
è l'amore, anzi Checchina è innamorata solo del mondo del Marchese
di Aragona, il cui appuntamento galante rappresenta per lei solo la
possibilità di concretizzare un desiderio.
Riuscirà l'incontro nell'alcova del patrizio? Non ve lo dico, per
non togliervi il piacere di una gran bella lettura.
Matilde Serao (Patrasso, 7 marzo
1856 - Napoli, 25 luglio 1927).
Giornalista di valore, fondatrice con il primo marito Eduardo
Scarfoglio de Il Corriere di Napoli e de Il Mattino,
e, successivamente, con il compagno Giuseppe Natale de Il Giorno,
ha una vasta produzione letteraria, da cui tuttavia emergono per
qualità solo quattro opere: Il ventre di Napoli, Il paese di
cuccagna, Suor Giovanna della Croce e, soprattutto, La virtù
di Checchina.
Renzo Montagnoli
La vendetta del longobardo di Marco
Salvador Edizioni Piemme
Narrativa romanzo storico
Alcuni giorni fa ero
in libreria a cercare un titolo che mi interessava e, guardando
negli scaffali, ho trovato all’improvviso questo volumetto. Premetto
che ho letto già i romanzi di Salvador non di genere storico (La
casa del quarto comandamento e Il maestro di giustizia),
ma mi era sempre rimasta la curiosità di poter conoscere almeno uno
dei tre libri ambientati in epoca longobarda.
Per farla breve, ho smesso di cercare e ho acquistato unicamente
La vendetta del longobardo.
Il romanzo, con le sue 427 pagine, risulta piuttosto corposo, ma la
lettura è senz’altro agevole, oltre che veramente piacevole.
Il periodo affrontato dall’autore sono gli ultimi anni del regno
longobardo (VIII secolo d.C.) e, fra l’altro, riporta la decadenza
di un popolo che riuscì, abbastanza a lungo, a regnare sull’Italia.
Ritroviamo così i re Astolfo e Desiderio, figure importanti nella
storia, dotate anche di notevoli capacità, ma che nulla poterono per
contrastare un declino naturale. Ci sono pure i grandi avversari,
come Pipino e suo figlio Carlo e la politica assai terrena di una
Chiesa romana sempre più votata al potere temporale.
In queste vicende, fra guerre, intrighi di corte, paci traballanti,
emerge la figura del franco-longobardo Evaldo, la cui vita è
improntata alla vendetta da compiersi contro il crudele Pipino. Se
tutti gli altri personaggi sono esistiti veramente, questo penso sia
il parto della fertile fantasia di Salvador. Tuttavia, è degna di
nota la capacità di far assumere a questo protagonista una
veridicità quale potrebbe esserci solo nel caso che fosse
effettivamente vissuto, inserendolo in modo preciso nella vicenda e
rendendolo di fatto il narratore della stessa.
Salvador non si è limitato a raccontarci la fine del regno
longobardo, ma ha anche saputo ricreare le atmosfere, delineare,
facendoli rivivere, personaggi di cui serbiamo memoria dai banchi di
scuola, in un quadro d’insieme che ha il pregio non da poco di
educare divertendo.
E così, pagina dopo pagina, comprendiamo che cosa accadde tanti
secoli fa e anche il perché, un lavoro di ricerca che appaga lo
storico e il lettore.
Quindi, La vendetta del longobardo mi è talmente piaciuto
che, oltre a raccomandarne vivamente la lettura, mi impegna a
reperire anche gli altri due testi (Il longobardo e
L’ultimo longobardo), che potranno così accrescere la mia
conoscenza di un popolo che francamente conoscevo in modo
approssimativo.
Marco Salvador
nasce il 10 novembre 1948 a San
Lorenzo di Arzene (PN), dove tuttora
vive. Ha pubblicato numerosi saggi sulle comunità rurali nel
medioevo e sulle giurisdizioni feudali
minori. Inoltre ha scritto cinque romanzi: Il longobardo (Piemme,
2004), La vendetta del longobardo (Piemme,
2005), L’ultimo longobardo (Piemme,
2006), La casa del quarto comandamento (Fernandel,
2004) e appunto Il maestro di giustizia (Fernandel,
2007).
Renzo Montagnoli
Giovanni Codovini -
Urlo e geometria - Antonio
Pellicani editore
Recensione a cura di Carmen Lama
Urlo e geometria è un libro interessantissimo e molto ben scritto.
Il titolo così particolare è quello che desta la prima curiosità.
Voglio lasciar scoprire il significato di questi due termini
associati a chi avrà la possibilità di leggere questo libro e quindi
non ne parlerò in questa breve recensione.
Il libro mi ha coinvolto molto e l'ho letto a ritmo serrato, per non
perdere il filo del discorso. È densissimo di concetti e pieno di
molta cultura. Mi è piaciuto molto perché mi ha dato occasione di
vedere da un punto di vista meno problematico e più positivo, per
esempio il pensiero di Nietzsche, pur restando di questo filosofo la
difforme e deforme interpretazione che ne ha avuto, con le
conseguenze forse implicite più nel tempo di allora che nel suo
pensiero…
Ci sono moltissime citazioni e il libro spazia dalla filosofia,
all'arte, alla poesia, alla storia, ovviamente, e il filo
conduttore, che riporta in ogni capitolo e paragrafo alla tesi
dell'autore (la nozione del tragico dell'età contemporanea) è sempre
a fior di pagina. Potrebbe sembrare pessimistica ma non lo è, la
tesi che informa tutto il libro: il tragico dell'età contemporanea,
detta età dell'ansia, è infatti considerato in una accezione
particolare, quella secondo cui solo dal negativo, dal dolore, dalla
sofferenza, dalla disperazione (dal tragico, appunto) si possa
passare al positivo, alla speranza.
L'autore, a supporto della sua tesi, analizza moltissimi testi
filosofici, testi di letteratura ebraica e testi critici del
pensiero di filosofi importanti, e sempre vi trova ampie
giustificazioni per dipanare il significato che accompagna ogni
gesto, ogni azione, ogni comportamento che ha luogo nel nostro
tempo. È un modo per capire l'età in cui viviamo. Importantissimo è
il riferimento di fondo alla catastrofe di Auschwitz e al silenzio
potente che ne consegue. È un silenzio -deve essere un silenzio- che
dice tutta la drammaticità di quell'evento ma, come silenzio
assoluto, non avrà l'esito di lasciar morire il ricordo, piuttosto
ne evocherà costantemente la tragicità. Solo nel silenzio, infatti,
potranno emergere le parole, i significati. Nel caso specifico di
Auschwitz però, nessun significato può essere rintracciato, e il
silenzio dirà, urlandolo, tutto il dolore delle vittime e dei
sopravvissuti e tutta la colpevolezza di cui si è macchiato tutto il
genere umano. Il silenzio, dopo Auschwitz dirà l'indicibile, perché
come con quell'evento si è prodotta una frattura insanabile nella
storia, così si è prodotta una frattura nel linguaggio, che non avrà
più alcuna possibilità di dire ciò che non è possibile tradurre in
parole. Il capitolo del silenzio è davvero molto toccante. È
filosofia teoretica, e filosofia del linguaggio che, dopo Auschwit,
registra la sua sconfitta assoluta. Molto interessante è anche tutta
l'analisi sul concetto di Dio. Con Auschwitz si registra non la
morte di Dio, ma la sua impotenza e il suo essere nel mondo molto
più presente di prima, nella sofferenza delle vittime di quei
tragici fatti, ma anche nel silenzio degli ebrei e dei non-ebrei. Il
Dio sofferente, "è quel bambino appeso alla forca" ed anche tutti
quei volti muti, tragicamente silenziosi. Il nichilismo in cui s'è
inabissato il pensiero contemporaneo proviene da questo evento
innominabile, inesprimibile, ma diviene, nella tesi di Codovini, il
punto di partenza per ricreare un mondo, il mondo in cui gli esseri
umani portano su di sé tutta la responsabilità di quel che avviene.
Responsabilità e libertà che provengono dall'abdicazione di Dio, dal
fatto che Dio si è fatto da parte per far posto all'uomo, ma senza
abbandonarlo, anzi standogli accanto e soffrendo con lui. Insomma,
questo libro è essenziale per capire quel che accade nel nostro
mondo. Ci sono anche molti riferimenti biblici, la cui
interpretazione sostiene quanto l'autore vuole dimostrare.
Molto interessante anche il capitolo finale sul Pensiero della
complessità e le relative teorizzazioni, in particolare il
riferimento al testo di Edgar Morin, Introduzione al pensiero
complesso. Quest'ultima parte conferma, ma su un piano più vasto,
quanto Codovini ha sostenuto in tutto il suo libro: vengono,
infatti, individuati nell'epistemologia e nella scienza
contemporanea i temi di fondo affrontati, in quanto essi consentono
di interpretare l'età contemporanea come età del tragico,
dell'incertezza e dell'ansia. "Però, di un'ansia riscattante",
sottolinea Codovini. In tal modo conferendo al suo libro un
carattere positivo, in quanto rivela, con un'analisi critica
rigorosa, le caratteristiche che identificano il nostro tempo e da
esse, pur a partire dalla loro negatività, fa discendere come
possibile conseguenza il riscatto, appunto, la speranza, il
positivo, la consapevolezza.
Emerge dal testo una vasta cultura dell'autore, Giovanni Codovini e
la sua capacità di trarre una tesi così coerente ed anche piena di
speranza per il nostro futuro, da moltissimi testi consultati/letti.
La sua bravura è anche nel modo di scrivere, che è molto
coinvolgente. Ogni frase è un piccolo trattato a sé. L'utilizzo di
termini addirittura poetici in molti casi fa di questo libro una
bella ed importantissima "guida al sapere".
Unico rammarico è però il fatto che il libro non sia più in
commercio.
Carmen Lama
Rivoli di donna di
Gloria Venturini
Prefazione di Paolo Santato
Edizioni Nuovi Poeti
di Gianpiero Grasso
Mi vestirò
Vestita di sole,
camminerò tra verdi giardini,
vestita di luna,
andrò tra i sentieri dei sogni.
Inizia così Rivoli di donna, pochi versi che delineano la
personalità dell'autrice, che di giorno, pur essendo occupata dal
lavoro e dalla famiglia, riesce a osservare ciò che la circonda con
la sensibilità propria del poeta, a cui lascia ampi spazi nel
silenzio della notte, quando il soffuso chiarore della luna imperla
le idee e le emozioni trasformandole in versi.
Non ci troviamo di fronte a una silloge tematica, ma a una raccolta
di alcuni testi, con argomenti quindi anche assai diversi fra di
loro.
L'introspezione, quello scavare dentro se stessi, trova una felice
trasposizione in Nulla echeggia (Grido senza suono / assediata /
dall'impotenza / schiacciata / dal peso asfissiante / della realtà.
/ Un grido senza voce / oscura questo cielo, già nero / rincorre
impazzito / un'eco lontana, / dispersa nel tempo, / nella memoria. /
…), oppure in Una goccia di mercurio ( E' una goccia
di mercurio / la personalità, / ad ogni caduta / si stacca in mille
frammenti. /…).
Mi sembra opportuno evidenziare che, accanto alla ricerca di quanto
di più nascosto e recondito alberga nel suo animo, frutto di
metabolismi intellettuali, voci udite e sepolte per tempi migliori,
assai felice è il ricorso a immagini esaustive non fini a se stesse,
che tendono a dare corpo al verso, creando un'atmosfera surreale
propria di quell'andare tra i sentieri dei sogni.
Nel rapportarsi con l'esistenza, con il ciclo della vita il ricorso
alla metafora si estrinseca in immagini per nulla ridondanti, ma che
confluiscono nel concetto con particolare leggiadria, come in
Rosa d'autunno (Fragile e stanca / rosa d'autunno / affidi i
tuoi petali / al tenero abbraccio / vellutato del vento, / un
leggero volteggio, / un'ultima danza. / …).
Né poteva mancare una tematica d'obbligo come l'amore e qui Gloria
Venturini, più che traboccare di passione, di traslare poeticamente
una carnale attrazione, stempera il sentimento con una soffusa
malinconia, ci rende partecipi di un anelito sospeso fra sogno e
realtà, un'immagine che si fissa nell'animo più che negli occhi (da
Speranze d'amore:
Prenderò gocce di rugiada / e le sostituirò alle lacrime amare / che
imperlano i tuoi occhi. /…).
Un altro tipo d'amore, per quanto analogo, è rivolto ai figli, con
la genitrice che permea del suo sentimento i versi con una
intuizione creativa di rara bellezza ( da Voi siete in me:
…./ Io sono in voi, / un cerchio di vita / abbraccia l'infinito, /
il mio spirito dimora / nel vostro cuore. /…).
Come potrete comprendere non si potrebbe descrivere meglio Gloria
Venturini di quanto non abbia fatto lei con i versi di Mi vestirò,
un essere umano in eterno contrasto fra la realtà in cui cerca di
scorgere le poche luci e la poetessa che nel buio della notte riesce
a vedere se stessa.
Rivoli di donna, sentimenti, emozioni, riflessioni e ricerca
di dialogo, una silloge assolutamente da leggere.
Gloria Venturini ha ideato e
organizzato la prima e seconda edizione del Concorso Internazionale
di Poesia e Prosa, "L'arcobaleno della vita" della Città di
Lendinara, giunto alla quinta edizione, del quale è anche il
Presidente della giuria. Collabora con il Centro Studio di Torino,
come giurata nei concorsi letterari. Le sue opere sono state
pubblicate in molte antologie, su siti internet, dove ha ottenuto
l'interesse dei lettori.
Ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie nel febbraio 2003:
Camminando tra i giardini dell'anima, seguita già nel giugno
dello stesso anno dalla seconda edizione della predetta silloge
poetica e da un volume antologico di racconti intitolato
L'arcobaleno della vita.
Ha inoltre ottenuto numerosi premi e riconoscimenti in concorsi
nazionali di poesia, fra i quali ricordiamo, omettendo per brevità
gli altri pur significativi risultati, solo i primi posti:
Premio del Triveneto Città di Lonigo con la poesia Coriandoli di
ricordi;
Concorso Internazionale I Colori delle Donne di Ascoli Piceno con la
poesia Tra le mani stringevi ancora cotone;
3° Edizione del concorso i Fiori 2003 - Edizioni I Fiori di Campo
(PV) con il racconto Ai bordi della vita;
Don Lelio Podestà di Chiavari (GE) sezione narrativa;
Concorso del triveneto Città di Lonigo 2004 con la poesia Come una
quercia;
Premio Internazionale Valeria di Cittaducale 2005 di Rieti con la
poesia Il cancello dell'infinito.
Renzo Montagnoli
L ' A r c a D i N o è
di Claudio Manduchi
Edizioni Agèmina
Collana: Paesi, fatti, personaggi (Il viaggio)
Fra i tanti fatti riportati dall'Antico Testamento c'è anche il
diluvio universale, da cui si sarebbe salvato solo Noè con la sua
famiglia e con numerosissime specie di animali, tutti insieme
imbarcati su un vascello chiamato appunto l'arca di Noè.
E' logico chiedersi se non si tratta di una leggenda, ma di un fatto
realmente accaduto e per far questo l'unica possibilità è quella di
andare a cercare i resti di questo bastimento.
E' quello che fa Claudio Manduchi in questo volume non solo di
viaggio, ma anche didattico.
Partito dal Santuario di San Romedio in Val di Non, il professore di
fisica generale dell'Università di Padova si reca in compagnia di
altri studiosi in Medio Oriente, nei luoghi sacri alla Bibbia.
Così, dal Monastero di Santa Caterina al Monte Ararat di svolge un
viaggio avventuroso, con bellissime descrizioni dei posti e con una
non indifferente capacità di ricreare l'atmosfera di luoghi dai nomi
già noti, ma che magari non abbiamo mai avuto l'occasione di
visitare: Petra, il Mar Morto, Hebron, Gerusalemme, solo per citarne
alcuni.
Nello scorrere le pagine della Bibbia troviamo così descritti eventi
spesso incomprensibili di cui l'autore cerca di trovare una
spiegazione scientifica.
Sembrerebbe, pertanto, a un primo superficiale esame che Manduchi
tenda a contestare la mano divina all'origine dei fatti, ma non è
così, perché molto opportunamente - e in ciò concordo - tiene
separato l'aspetto religioso, alla cui base c'è solo la fede, da
quello scientifico, frutto delle conoscenze maturate dall'uomo nel
tempo.
Così troviamo spiegazioni logiche di eventi che sembrano miracolosi,
pur restando tali, in quanto l'ordine generale dell'universo è
comunque presieduto da un'Entità Suprema; ciò che è frutto di
conoscenze scientifiche può essere considerato esso stesso un
miracolo, perché risponde a leggi fisiche e/o chimiche che
presiedono l'universo.
Anche se un giorno arrivassimo a comprendere il perché di ogni cosa
nulla scalfirebbe il miracolo di un sistema troppo grande per essere
compreso.
Penso che sia naturale la curiosità di sapere se i nostri
viaggiatori hanno poi trovato l'arca di Noè, se Manduchi, nei panni
di Indiana Jones, combattendo fra feroci beduini e mille pericoli è
riuscito a calcare i ponti del vascello biblico.
Al riguardo non dirò nulla, perché l'avventura è veramente
avvincente e anticipare la conclusione sarebbe un cattivo servizio
per il lettore.
Concludo dicendo che consiglio vivamente questo libro, perché non è
frequente la possibilità di imparare divertendosi.
Claudio Manduchi, nato a Trento
il 10 maggio 1924, già Ufficiale di Marina nell'ultimo conflitto, ha
seguito la carriera accademica presso la Cattedra di Fisica
dell'Università di Padova fino a raggiungere l'ordinariato, quale
Professore di Fisica Generale.
L'attività scientifica concerne essenzialmente la Fisica Nucleare,
dallo studio dei Raggi Cosmici alle ricerche sulle reazioni di
particelle nucleari accelerate. Recentemente si dedica a indagini
sulla Fusione Nucleare Fredda.
Molteplici le pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali.
Per l'Agèmina ha pubblicato due libri di successo: Antimateria
(2006), e La Tavola Smeraldina (2007).
Renzo Montagnoli
Il Meridiano di
Maribruna Toni
Opera poetica
a cura di Gordiano Lupi
L'immagine di copertina è
di Elena Migliorini
Casa Editrice Il Foglio Letterario
Collana Autori Contemporanei Poesia
Direttore Fabrizio Manini
Maribruna Toni, il piacere della scoperta
Circa un mese fa, o poco più, nel corso di una conversazione con
l'amico Gordiano Lupi, noto scrittore e dominus della casa editrice
Il Foglio Letterario, a un certo punto è emerso qualche cosa
che teneva dentro e che aveva necessità di parteciparmi. Mi ha
detto: - A metà luglio sono 10 anni che è morta Maribruna Toni e per
ricordarla e per far conoscere agli altri quanto era brava ho deciso
di pubblicare un Meridiano, sì come quelli della Mondadori, un'opera
omnia di tutta la sua produzione. Che ne pensi?
Ho risposto che mi sembrava un'ottima idea, nascondendo che in
verità nulla sapevo di Maribruna Toni. Ho provveduto, però, subito a
colmare la lacuna, facendomi mandare due sue sillogi e un'anteprima
del Meridiano.
Il tempo tiranno mi ha impedito di porvi mano appena ricevute, ma
quando alcuni giorni fa ho cominciato a sfogliarle è accaduto un
fatto strano. Verso dopo verso le pareti del mio studio si sono
lentamente aperte per svelarmi squarci di mare e di monti (Rimpianto
d'onde, di sale e di tempeste / e invece ha solo un mare di foreste.
/ Del vento di bufere e di bonacce: ora ha solamente picchi e rocce…).
E' stato tutto un susseguirsi di immagini, di sensazioni, che
dapprima mi hanno travolto per poi lentamente coinvolgermi mentre la
lettura procedeva. L'impressione era di essere presente sulla scena,
di udire il rumore del mare, di sentire la brezza che lentamente mi
avvolgeva (Dondolavano le barche / lasciate illanguidire / nel
borbottio del mare, / ascoltando lo sciacquio / della risacca.)
Questa capacità di rendere in parole l'immagine, ma più ancora
l'emozione provocata dalla stessa è indubbiamente rara e di grande
effetto, ma non sarebbe di impatto emotivo se non fosse accompagnata
dall'equilibrio armonico dei versi, invece sempre presente nelle
poesie di Maribruna Toni, con una sua regola di metrica che le
consente perfino di non rendere leziosa una lirica di 34 versi
caratterizzata dalle rime baciate (Eran rimasti stracci scomposti
/ poveri resti di mondi nascosti / sotto le coltri di una speranza /
che ammuffiva in squallida stanza.)
Questo rincorrersi di paesaggi con una trasposizione onirica ha un
suo preciso significato, vale a dire l'autrice si avvale della
metafora per rapportarsi con il mondo che la circonda e con la vita
(Ho spezzato i cordami dell'ormeggio, / recisa la catena
d'ancoraggio), in una serie di esperienze che sono di fatto vere
e proprie fini e rinascite, come se il percorso dell'esistenza non
fosse una linea retta, o una parabola, ma una serie ondulatoria che
richiama le onde di quel mare tanto amato.
C'è però anche a volte una malinconia diffusa, un senso di
isolamento, tipico dei poeti, che trova felici espressioni di rara
bellezza (Il silenzio / congela in un cartoccio / di ghiaccio /
il cuore.).
E in queste occasioni la mente corre a misurare la propria
dimensione con quella dell'infinito, a riflettere sull'esiguità del
tempo della vita rispetto all'eternità (Ma se guardi / quello che
sta sotto / le creste dei cavalloni, / trovi l'oceano / con il suo
mistero / oceano eterno / sempre in moto, / senza tempo.)
E' sempre quel mare che accompagna il poeta e che rappresenta il
fluire del tempo, incessante e infinito, un mistero che affascina e
sgomenta, ma che anche consente di sognare, di superare le barriere
degli uomini e della natura, di vivere in un'altra dimensione in un
continuo rincorrersi di domande e di risposte, per ascendere, o
almeno tentare, all'assoluto. Maribruna infatti ha una sua intensa
religiosità, una sintonia perfetta con il creato, una fusione di
algida bellezza ( E' assurdo che vi sia ancora colore! / Il
colore è l'essenza della vita…/).
La vita, cosi amata l'ha lasciata la notte del 15 luglio 1998, ma
già in una sua poesia è presente una vaga sensazione di questo
abbandono, peraltro del tutto naturale, ma nel caso specifico quasi
profetica ( Ho sognato una notte / che morivo alla vita. / Ho
sognato nel buio / che con un solo / batter di palpebre / avevo
detto basta. /…).
Chissà quanti altri bei versi avrebbe potuto scrivere, chissà quante
risposte avrebbe fornito ancora il suo mare (Dentro a un vaso /
ho rinchiuso la tristezza. / Ho messo dentro a un sacco / la
dolcezza. / Dentro a uno scrigno questo mio candore. / Chiusa in
un'urna / insieme alle mie ceneri / ho imprigionato la speranza /
d'ieri, d'oggi, domani. / E ho buttato tutto a mare: / Scrigno,
ceneri, urna, / vaso, il sacco / sono rimasti lenti a galleggiare. /
Tristezza, poi dolcezza, / questo mio candore / e la speranza / son
troppo lievi/ troppo poca cosa / per affondare.).
Del resto era in grado di affrontare diverse tipologie di tematiche,
molte delle quali potrebbero essere definite esistenziali e nel suo
caso erano una vera e propria ricerca di risposte a perché che
esulano dalla contemporaneità, ma sono sempre quegli irrisolti su
cui l'uomo, dalle sue origini, tende a cimentarsi; ebbene,
dimostrando una notevole arguzia e, soprattutto un'invidiabile
autoironia, riesce da dare plausibilità là dove c'è incertezza (Un
infinito. / Un punto. / L'universo. / E l'uomo. / Homo Sapiens. / Ma
Sapiens in che senso?.).
Questo Meridiano, pertanto, non ha il valore di una semplice
commemorazione, ma ridona vita al talento di Maribruna Toni.
Nello stesso sono ricomprese quattro sillogi già edite, cioè Le
vele, i voli, i veli (Libroitaliano, 1997), unica antologia
pubblicata in vita , L'urlo si fa silenzio (Traccedizioni,
1999), Un sogno smarrito (Il Foglio Letterario, 2001) e
Rimpianto d'onde, di sale e di tempeste (Il Foglio Letterario,
2003).
Inoltre in appendice riporta una raccolta di Poesie ritrovate
e si chiude con L'occhio incantato, una lirica che riassume
in pratica tutto il pensiero filosofico-religioso dell'autrice. Non
mancano, peraltro, anche due recensioni di Gordiano Lupi a Le
vele, i voli, i veli e a L'Urlo si fa silenzio e una
stupenda poesia scritta dallo stesso Gordiano Lupi il 20 marzo 2000
e dedicata alla poetessa scomparsa.
Devo dire che per me la poesia di Maribruna Toni è stata una vera e
propria scoperta, un piacere nella lettura che saliva dalle pagine
che non profumavano più di carta, ma di salmastro, di resina, di
maestrale.
E' incredibile quanto possano fare dei versi e supera ogni
immaginazione l'idea che grazie ad essi altri uomini avvertiranno le
emozioni provate a suo tempo da una persona ormai scomparsa.
Questa è la vera magia della poesia, perché fa rivivere in noi chi
non c'è più.
Renzo Montagnoli
La Morte fra la Piazza e la Stazione
Storia e cultura politica del terrorismo
in Italia negli anni '70
di Domenico Guzzo
Edizioni Agemina
Saggio storico
Nella storia del nostro paese c'è stato un periodo, che va dal 12
dicembre 1969 al 2 agosto 1980, in cui la vita era diventata un
optional. Uscivi per andare al lavoro nel timore di non fare poi
ritorno a casa, la nazione viveva poi in una specie di stato
d'assedio, con frequenti attentati, esecuzioni mirate in pieno
giorno, insomma una sorta di incubo che accompagnava le giornate.
Già allora si parlava di eversione nera e di eversione rossa, di un
terrorismo che sembrava perfino protetto in alto loco. Tutto è
iniziato quel 12 dicembre 1969 con l'attentato alla Banca Nazionale
dell'Agricoltura di Milano ed è finito a Bologna il 2 agosto 1980
con un'autentica strage nella stazione ferroviaria.
Ci sono immagini che non potrò mai dimenticare, macerie avvolte in
una nube di polvere, le urla dei feriti, lo strazio dei morenti,
cittadini semplici come noi, in attesa di partire per le vacanze o
dell'arrivo di congiunti in quel caldo agosto del 1980.
Ebbene, al di là di quanto accaduto in quel tragico periodo, senza
voler nemmeno pensare all'orrore, ciò che sgomenta di più è che
nessun colpevole è in galera, finendo con l'avvalorare le ipotesi
che allora la gente comune formulava e cioè di una strategia della
tensione, in cui un unico burattinaio muoveva a suo piacimento sia i
terroristi neri che quelli rossi.
Sono passati quasi ventotto anni da quel 2 agosto 1980, dalla fine
di quella scia di delitti e oggi ancora sappiamo ben poco.
Per fortuna che è uscito questo bel libro di Domenico Guzzo,
un'opera per certi versi straordinaria e indispensabile per
ricordare affinché certe cose non accadano più e per approfondire il
discorso, le ricerche, per fare un po' più luce in una buia verità.
L'autore è riuscito a scrivere un saggio di notevole completezza e
ben strutturato organicamente.
Infatti nulla è stato trascurato e il quadro che ne risulta delinea
una situazione sotto tutti gli aspetti possibili, dalla politica di
quegli anni dell'egemone americano, alle culture politiche di destra
e di sinistra, alla storia dei gruppi armati, agli studi di caso,
alle conclusioni e perfino a due illuminanti interviste ad
altrettanti magistrati.
Ne risulta un testo di grandissima qualità, indispensabile sia per
conoscere quel periodo sia per mettere mano ad altri studi sullo
stesso.
Non manca proprio nulla, nemmeno pagine dedicate al fallito golpe di
Junio Valerio Borghese oppure a una trattazione incisiva ed
esauriente del sequestro di Aldo Moro.
Alla fine della lettura non c'è da attendersi la notizia clamorosa,
tanto per intenderci quella che fa il nome o i nomi delle menti di
questa folle strategia, perché questo è tuttora impossibile, per
quanto, soffermandoci sui vari punti, qualche idea abbastanza
plausibile può essere fatta, anche se si tratta ancora di ipotesi
non verificabili, anzi temo che mai si potrà sapere con certezza
nemmeno fra un secolo.
Tuttavia, per chi ha vissuto quel periodo e per chi invece non era
ancora nato, questo libro rappresenta una provvidenziale fonte di
conoscenza.
E proprio per questi motivi non solo è opportuno, ma è addirittura
indispensabile leggerlo.
Domenico Guzzo nasce a Losanna
(Svizzera) nel 1982 da una famiglia di emigrati meridionali, e
cresce in un piccolo villaggio del basso Cilento. Trasferitosi a
Forli', diviene direttore di una piccola pubblicazione a diffusione
intrastudentesca e Curatore di un fortunato cineforum universitario.
Laureatosi in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso
l'Università Alma Mater Studiorum di Bologna - Sede di Forli', si
occupa dapprima di politiche migratorie comunitarie a Bruxelles, per
poi passare alla sezione eventi cinematografici e culturali
dell'Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia.
"La morte fra la Piazza e la Stazione" è il suo primo libro.
Renzo Montagnoli
I miei amici.
Diari (1968 – 1970)
di
Luisito Bianchi Sironi Editore
Collana indicativo presente
Narrativa diaristica
La messa
dell’uomo disarmato, il bellissimo romanzo di Luisito Bianchi,
non avrebbe potuto esistere se non ci fosse stato un periodo di
esperienza, non tanto a contatto con il mondo, ma essendo parte
integrante di esso.
L’umile sacerdote cremonese realizza questa sua discesa nei problemi
concreti di ogni giorno diventando operaio, per sostentarsi, ma,
soprattutto, per comprendere.
Questo suo apparente ritorno alla laicità è il mezzo per rispondere
ai dubbi della fede, ma è anche la concretizzazione di quel grande
valore cristiano che è la gratuità.
Sono più di 800 pagine quelle de I miei amici. Diari (1968 –
1970) e chi si aspetta di leggere un romanzo con tanto di trama
se lo scordi subito.
Giorno per giorno Luisito Bianchi ha annotato sul diario le
impressioni della sua esperienza di prete operaio e talvolta queste
si ripetono, anche con sfumature diverse, perché l’avvicinamento
all’assoluto di un’anima avviene necessariamente per gradi.
Il rapporto fra fede e chiesa, fra uomo di fede e uomo parte della
comunità degli altri uomini, anzi di una categoria sempre disagiata
quale quella operaia, sono i temi che vengono alla luce e donano
corposità e valenza all’opera, perché sono del tutto veritieri e
reali.
I problemi di ogni giorno, materiali per gli operai, soprattutto
spirituali per Luisito, scorrono in queste pagine come rivoli,
torrentelli che poi vengono a confluire nel grande lago della
rivelazione di un servo di Cristo che del suo verbo ha fatto l’unico
modo di vita, povero fra i poveri, oppresso fra gli oppressi, paria
fra i paria.
Ne emerge un quadro personale di grande spiritualità, ma anche una
visione del mondo operaio di quegli anni, non sfiorato dal ’68, come
mai era stata realizzata.
Senza indulgere ad atteggiamenti politici Don Luisito porta la sua
parola fra i lavoratori, una parola fatta di esempio, di amicizia,
di condivisione, e a sua volta riporta a noi le parole spesso mute
di un’umanità sofferente, ma dignitosa, uno scambio di lealtà che
sancisce quell’eguaglianza di uomini che solo l’egoismo di pochi ha
soffocato.
Da leggere senz’altro e da far leggere, perché è un’opera unica di
grande valore storico e spirituale.
Luisito Bianchi è
nato a Vescovato nel 1927 ed è sacerdote dal 1950. È stato
insegnante e traduttore ma anche operaio, benzinaio e inserviente
d’ospedale. Ora svolge funzione di cappellano presso il monastero di
Viboldone (Milano). Ha pubblicato: Salariati (1968),
Gratuità tra cronaca e storia (1982), Dittico vescovatino
(2001), Simon mago (2002), Dialogo sulla gratuità
(2004) e Monologo partigiano (2004). Sironi ha pubblicato
Come un atomo
sulla bilancia e
La messa
dell’uomo disarmato, il suo grande romanzo
sulla Resistenza, elogiato da critica e pubblico.
Renzo Montagnoli
Zcome Amore di
Aa. Vv. Albus Edizioni
Prefazione di Irene Caliendo
Collana Le parole per te
Antologia di poesie d'amore
La Albus Edizioni ha nella sua linea editoriale la pubblicazione di
antologie di racconti e di poesie scritti da diversi autori. Si
potrà obiettare che questa scelta è dettata da motivi di vendita,
perché i singoli artisti tendono ad acquistare una o più copie dei
volumi in cui sono presenti i loro lavori. Rispondo che non c'è
nulla di strano, perché l'editore deve pur vivere, e non solo il
metodo è ben diverso da quello delle pubblicazioni a pagamento, ma
consente di porre all'attenzione dei lettori autori altrimenti
sconosciuti e invece meritevoli di attenzione.
E' il caso di questa antologia di poesie d'amore, in cui è presente
anche una mia lirica (Solo le labbra) e, infatti, per ovvi motivi
deontologici non la citerò più.
Preferisco invece evidenziare il fatto che la curatrice Irende
Caliendo ha saputo scegliere testi di buona levatura e fra questi
alcuni meritevoli, a mio giudizio, di particolare attenzione.
Mi riferisco alla veritiera e amara "Ricordo" di Avrionova Nadejda,
alla riflessiva "Fuoco Fatuo" di Loredana Cappellazzo, alla
religiosa "Sabato Santo" di Domenico De Ferraro, alla concreta, e
pur soave, "Mare" di Michael Liam Gibbs, alla figurativa "Si
inseguono le onde" di Francesco Satanassi, alla malinconica "Ci sono
giorni così" di Gino Zanette, all'intrepida "Dentro te" di Giuseppe
Bianco.
C'è poi un'altra poesia che, sempre secondo la mia opinione, è forse
la migliore di una raccolta già di per sé assai valida ed è "A
quest'ora" di Paolo Sangiovanni.
Pensate che l'autore non è certamente giovane, essendo nato nel
1930, ma i suoi versi sono di una quieta freschezza veramente
invidiabile.
In questa poesia, non a caso sottotitolata "Gli innamorati
sessantenni", la passione sfuma nell'affetto e l'amore è un
reciproco scambio di sogni.
Insomma, è proprio una bella antologia, di piacevole lettura, e poi
l'amore non ha tempo, è sempre di moda, perché è vita.
Renzo Montagnoli
Frecce e pugnali
di Nicola Vacca
Edizioni Il Foglio
Introduzione di
Giordano Bruno Guerri
In copertina
“Spaziale” di Lucio Fontana
Collana Autori Contemporanei Poesia
Diretta da Fabrizio
Manini
Poesia Aforismi
L’aforisma (o
aforismo) è una frase breve che, tuttavia, riesce a concentrare un
sapere di carattere filosofico o morale.
Per quanto creati
anche in passato, la loro diffusione si è incrementata in modo
notevole a partire dalla seconda metà del XX secolo, con numerose
pubblicazioni di raccolte di aforismi di autori diversi, insomma
delle vere e proprie antologie.
Più raro è il caso
di libri costituiti da queste massime a opera di un solo autore e
fra questi rientra Frecce e pugnali di Nicola Vacca, già
conosciuto come poeta e come critico letterario.
Come precisa
giustamente l’autore, nel corso dell’intervista che gli ho fatto in
concomitanza con l’uscita di quest’opera, l’aforisma è un modo
efficace per essere ironici e divertenti, ma è anche, nel caso
specifico, un mezzo per scuotere e far pensare una società che
sembra vivere in una sorta di limbo, avulsa da una concreta realtà,
prigioniera di un’illusione propinatale e che ha recepito
volentieri: vivere senza esistere.
E così Vacca ci
trascina in un vortice di punzecchiature mentali sulle quali pare
impossibile non sentire la necessità di riflettere, mettendo in
discussione le nostre convinzioni, frutto di anni di martellanti
lobotomie tese al nostro annullamento, volte a toglierci quella
innata capacità di raziocinio.
Perché vi
ostinate a pregare un Dio che non porge mai l’altra guancia quando
deve diffondere nel mondo il bene? Che è poi il motivo
fondamentale per cui l’essere umano gli è ciecamente devoto.
Oppure
In ognuno di noi
c’è un ribelle. Abbiamo talmente paura di credere nelle nostre
potenzialità, che amiamo contaminarci con il mito
dell’uguaglianza.
Oppure ancora una
stilettata come questa:
L’imbecillità incontra sempre il favore
degli dei. Dio incontra il favore degli imbecilli.
Non c’è che dire,
perché ci troviamo di fronte a delle vere e proprie perle di
saggezza e quel che è più interessante è che scavano dentro,
incidono fino in fondo, pongono immediatamente dei quesiti che fanno
vacillare teoremi che crediamo innati, ma che ci sono stati
subdolamente imposti.
L’ avvento di un
dio è un luogo comune che impedisce di pensare.
Ce n’è poi una che
mi trova concorde al 100% perché è da tanto tempo che vado ripetendo
certe cose, tanto da metterle anche in poesia, ed è questa:
Il ventesimo
secolo è morto sotto i colpi dell’Utopia. Il ventunesimo lo sta
assassinando una decadenza che non ha eguali nella Storia.
Bruciante, nella sua
verità, è poi la seguente:
Nella società
della comunicazione l’unico dialogo fecondo è quello con la nostra
solitudine.
Diviso in una sorta
di capitoli, o meglio ancora di oggetti (Alfabeto della crudeltà, La
perfezione del male, Allegria del terrore, Dio e lo scettico) questo
libro è tutto da meditare e se anche solo dovesse farvi sorridere
sarebbe la prova che ha comunque raggiunto il suo scopo.
Nicola Vacca è
nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza vive a
Roma . È scrittore, opinionista , critico letterario, collabora
alle pagine culturali di quotidiani e riviste. Dirige le pagine
culturali del mensile www.confronto.it. Svolge, inoltre, un’intensa
attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed
eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato i
seguenti libri di poesia: Nel bene e nel male(1994),
Frutto della passione (Manni, 2000), La grazia di un
pensiero(Prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002),
Serena musica segreta(Manni, 2003), Civiltà delle anime(Book
editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (Prefazione
di Sergio Zavoli, Manni, 2006), Ti ho dato tutte le stagioni(prefazione
di Antonio Debenedetti, Manni, 2007)
Renzo Montagnoli
Lungo
la strada di
Aa. Vv. Historica – Edizioni Il
Foglio
A cura di Francesco Giubilei
Narrativa antologia di racconti
Fortemente voluta da
Francesco Giubilei per ricordare il primo anno del magazine
“Historica” e la riuscita unione con la rivista “Il Foglio
Letterario” (ma anche e soprattutto, come precisa lui stesso
nell’introduzione, per celebrare tutti i collaboratori che con
passione hanno sempre inviato i loro lavori, consentendo la
realizzazione della rivista), Lungo la strada è un’antologia
di racconti di diversi scrittori, quanto mai variegata nelle
tematiche e negli stili, così da costituire un insieme che non potrà
deludere il lettore, avendo sempre la possibilità di trovare, fra i
lavori, quelli di maggiore gradimento. Il merito è anche del
curatore, Francesco Giulibei, presente peraltro con un brano che dà
il titolo all’opera.
Poiché si tratta di un’antologia mi limiterò a evidenziare le
caratteristiche di ogni racconto, così che chi legge possa avere
un’idea di questo interessante volume.
Notti
d’agosto, di Elisa Ramazzina
Sul filo dei ricordi, con la memoria di un congiunto che non
c’è più se non nel cuore di chi è rimasto.
Nabo e
Polidoro, di Pacifico Bartolomeo Paolo
Un sogno, o meglio una serie di sogni, con l’evanescenza
tipica di tutto ciò che è onirico.
Il segreto di
Caterina Carmon, di Renzo Montagnoli
Una vocazione imposta per necessità, i giorni uguali fra le
fredde mura di un convento di clausura, una pulsione naturale che si
trasforma in un erotismo spirituale.
Il più vile
tra i vili, di Luciano Cacciavillani
Il compito degli assistenti sociali e la forza delle idee
insita nella letteratura.
Il pozzo, di
Marco Mazzanti
Una metafora delle nostre paure inconsce.
Bazar di
colori, di Selena e Arianna Mannella
Un viaggio in India fra anime inquiete in cerca di pace.
Breve istante
di emozione in un albergo del centro, di MariaGiovanna Luini
Un incontro, forse anche un po’ di vero amore, ma fugace,
breve come un sospiro.
Torre di
guardia, di Francesco Jonus
In un’atmosfera tenebrosa alla caccia di un mostro
misterioso.
Le perle di
resina, di Fiorenza Aste
Nella valle dell’Adige, fra Teroldego e Tebro, in una
cantina.
Lo spazzino,
di Massimo Burioni
Il destino è dietro l’angolo: basta non voltare e tutto
andrà bene.
Marguerite, di
Marco Marchese
Racconto di finissima introspezione, un’analisi che rifugge
dai luoghi comuni per restituirci un’immagine di eccelsa purezza.
Palline da
flipper, di Francesco Dell’Olio
Una festa a dir poco movimentata, un sogno, o meglio due
sogni a lungo coltivati e in un attimo infranti, ma con il risvolto
positivo di un cambiamento radicale.
Un giorno ti
alzi, di Barbara Gozzi
Il vero senso della vita quando questa (nel caso specifico
quella di una persona che conosci) è minacciata da una grave
malattia; una riflessione acuta e veritiera.
Lungo la
strada, di Francesco Giubilei
Un grande amore descritto con mano leggera, ma sicura, e con
un folgorante finale che fornisce più di una possibile
interpretazione.
Personalmente, ma è
una questione di gusto, quelli che mi sono piaciuti maggiormente
sono stati Notti d’agosto, Marguerite, Un giorno ti alzi e Lungo
la strada, racconti che, se pur diversi, sono tutti accomunati
da un apprezzabile equilibrio fra originalità, contenuto e stile.
Comunque anche gli altri sono più che meritevoli di lettura e
pertanto non posso che caldamente consigliarvi questa bella
antologia.
Renzo Montagnoli
L'amore negato
Violazione dell'amore di
Dunja Torroni Edizioni Il
Foglio Letterario
Prefazione di Guido Pedrojetta
In copertina "Gouligou"
di Malu Barben
Collana Autori Contemporanei Poesia
diretta da Fabrizio Manini
Poesia silloge
Gran Premio Speciale della giuria, sezione Libro Edito, della città
La Spezia.
I poeti celebri che con le loro penne
hanno dato vita all'opera sublime e solenne,
non voglio né posso contrastare.
In tutta umiltà, vorrei semplicemente narrare
la pena immane e le passioni vane
di chi geme e soffre le tribolazioni della vita.
Con questi versi inizia la bellissima silloge di Dunja Torroni,
un'opera dedicata al mal d'amore, un corrosivo sentimento che si
traduce in intima, intensa angoscia di vivere.
Ci sono versi in cui l'amore riesce a predominare, con una visione
apodittica di questo sentimento, altri in cui invece traspare il
tentativo di comprendere il suo significato e altri ancora dove
invece si riduce a un fenomeno fisico istintivo.
Comunque, pur in presenza di diverse sfaccettature, manca la gioia,
ma è sempre presente un'angosciante disperazione.
Sussulta ancora il vecchio, / che per le carezze ancora palpita.
/ Sussurra amore sibillina / la morte vicina. / Sussulta e scalpita,
/ cercando un ultimo bacio: / un ultimo soffio / che colpisce il
cuore.
Altre volte c'è una visione disincantata, una ricerca dell'amore
inteso come stato di giovinezza ( Vorrei abbracciarti e baciarti
/ prima che il mio pene penda definitivamente. / Vorrei penetrarti
ed amarti / prima che si afflosci inesorabilmente.).
Oppure l'istintivo desiderio di ricominciare il tutto (Fare un
semplice click e / cancellare il passato. /…).
Non mancano amare constatazioni, dove la metafora coglie il senso in
modo assai suadente:
E' così breve il dono dell'amore,
la vita di una rosa,
che sboccia al mattino
e si spegne la sera.
Triste destino,
per colui che coglie la rosa:
spoglia alla sera
muore al mattino.
Oppure il tormento di una cupa rassegnazione:
Amori riciclati
amori clonati,
rifatti chirurgicamente
per vivere eternamente.
Rifatti con i soldi,
con i programmi per PC,
per ripeter l'illusione
di vivere in eterno e mai morire.
E poi l'ultima, splendida metafora, compendio di tutta l'opera:
Corrono:
i fili della corrente elettrica
Si inseguono, abbracciano
e abbandonano…
Intrecciano le loro vite
I fili dell'alta tensione
Portano
un sorriso, un presagio,
forse un po' di luce.
E' una poesia giovane, nel senso che traspare nei versi un
linguaggio più corrente, ma non per questo meno efficace, né mancano
tuttavia esempi di apprezzabile armonia e di ricercatezza formale,
frutto di una ecletticità che riesce a variegare l'opera, avvincendo
il lettore.
Da non perdere.
Dunja Torroni è nata a Locarno (CH)
nel 1974. E' laureata in letteratura italiana, filologia romanza,
lingua e letteratura russa presso l'Università di Friburgo. Vive nel
Canton Ticino.
Renzo Montagnoli
Se questo è un uomo di
Primo Levi Einaudi
Postfazione di Cesare Segre
Copertina di Fabrizio Farina
Narrativa romanzo
Ancor oggi, anzi ora più che in passato, ci sono non pochi che
dubitano che vi sia stato effettivamente l'olocausto. Accanto a
quelli che per ideologia lo negano ci sono molti scettici e,
purtroppo, tanti, troppi agnostici che si disinteressano
completamente del problema.
I giovani, poi, nati molti anni dopo la fine della seconda guerra
mondiale, ne hanno una vaga conoscenza, spesso maturata visionando
pellicole sull'argomento, con il risultato che un'immane tragedia
sta per venire sepolta dalla polvere del tempo e dell'indifferenza
degli uomini.
I campi di sterminio, i famigerati lager non sono purtroppo una
leggenda, ma una realtà che non deve essere dimenticata.
In questo senso la lettura di libri come Se questo è un uomo
di Primo Levi non solo è opportuna, ma indispensabile e dovrebbe
essere oggetto degli studi scolastici, per sapere, per capire, per
evitare che un giorno ci siano nuovi olocausti.
Ogni volta che lo apro, che ne scorro le pagine soffermandomi su un
punto o sull'altro, ritrovo l'emozione provata nel corso della prima
lettura, perché il pregio della narrativa di Levi è di essere non
romanzata, ma la descrizione della pura e semplice verità. L'autore,
che racconta in prima persona essendo stato rinchiuso ad Auschwitz,
non ricorre all'enfasi, né va alla ricerca della facile commozione,
ma, con tono quasi distaccato, parla della sua esperienza e, pur
descrivendo sofferenze e patimenti, ha il pregio di effettuare
riflessioni che donano all'opera una valenza generale, non
limitandola a una dolorosa esperienza personale.
In lui c'è pacatezza, desiderio di comprendere per rendere partecipe
il lettore di una grande tragedia che supera ogni umana
immaginazione.
Le lunghe giornate invernali, coperti da abiti che non riparano dal
freddo, l'alimentazione insufficiente, i carichi di lavoro
eccessivi, la spersonalizzazione dell'individuo che perde il suo
nome, sostituito da un numero tatuato sul polso, portano in
pochissimo tempo a un generale abbrutimento, in uno stato quasi
vegetativo, dove ciò che conta è solo il presente, essendo il futuro
anche prossimo del tutto inimmaginabile. E' in queste condizioni che
all'eccesso emergono le caratteristiche degli individui.
I deboli si lasciano andare, sono le vittime designate delle
prossime selezioni fra chi ancora potrà vivere e chi invece sarà
avviato alle camere a gas.
I raziocinanti rafforzano il loro spirito di conservazione e operano
per sopravvivere giorno per giorno, per lavorare meno, per mangiare
un po' di più, arrivando perfino al punto di collaborare con
l'aguzzino. E se fra questi la quasi totalità cerca di instaurare un
rapporto con il carnefice che gli consenta di tirare ancora un po'
avanti, ce ne sono altri che, per attitudini, diventano simili alle
crudeli SS e questi sono i Kapò, indispensabili peraltro nella
gestione del campo di concentramento, vigilato da un ristretto
numero di militari nazisti.
Levi ci descrive così una varia umanità, per lo più cenciosa,
spettri che si agitano nelle tormente di neve, che s'impantanano nel
fango primaverile, che boccheggiano nell'arsura estiva, tutti
figuranti di una danza macabra che porterà all'annientamento della
dignità umana e alla distruzione del Terzo Reich.
Ci sono pagine che non si possono dimenticare, sopra tutte le
ultime, con i russi ormai alle porte e con i nazisti che eliminano
gli ultimi prigionieri rimasti, fatta eccezione, per un motivo che
non si saprà mai, per i ricoverati nell'ospedale da campo, forse
perché ritenuti insanabili. Fra questi c'è l'autore che, questa
volta con una commozione che passa dalla pagina all'animo del
lettore, ci racconta delle giornate di ritrovata libertà nell'attesa
dell'arrivo dell'Armata Rossa. E' forse l'unico momento in cui,
ipotizzando un futuro, l'uomo non è più così pragmatico e l'essere
consapevole di esistere ancora, nonostante tutto, lo porta a
scrivere della penosa fine di alcuni suoi ultimi compagni di
sventura. Riaffiora così, se pur frenata, la pietà "Somogyi si
accaniva a confermare alla morte la sua dedizione."
Se questo è un uomo è un capolavoro?
Lo è, per lo stile narrativo, per il modo di affrontare il tema
trattato, per la capacità dell'autore di raccontarci la pura e
semplice verità, pur essendo parte della vicenda.
Primo Levi (1919 - 1987). Ha scritto anche La chiave a stella, I
sommersi e i salvati, Se non ora, quando?, Il sistema periodico, I
racconti, L'altrui mestiere, La ricerca delle radici, La tregua,
L'ultimo Natale di guerra e Dialogo (con Tullio Regge).
Renzo Montagnoli
“Il casellante” di
Andrea Camilleri ed. Sellerio
Palermo
Romanzo -narrativa
Dopo “ Maruzza Musumeci” metamorfosi donna-sirena, siamo alla
trasformazione donna-albero (arbolo): le mutazioni di Camilleri si
replicano! Eh già, nell’era della fanta-politica, della
fanta-scienza, della fanta-stampa, non poteva mancare la
fanta-letteratura. Chi poteva inaugurarla riveduta e corretta? Ma lo
scrittore “ Cult” per una larghissima fascia di pubblico che ad ogni
uscita di un suo romanzo l’appuntamento in libreria diventa
irrinunciabile, quasi, un punto d’onore. Certo che la fantasia di
Camilleri è una fonte energetica inesauribile e va “oltre i confini
della realtà”e a noi poveri lettori ci fa strabuzzare tanto d’occhi
e raggiungere sempre alti gradi di piacevolezza. Si ha l’impressione
che i libri “Camilleriani”, senza Montalbano, stiano subendo una
virata in senso fiabesco, senza, tuttavia, perdere gli agganci con
la realtà in una commistione tra passato e presente in cui i fatti
sono trasfigurati e i personaggi esacerbati nei loro caratteri, le
donne si trasmutano come se volessero attingere a nuove forme per
affrontare sfide sempre più esaltanti. Questo substrato di materia
narrativa, paradossale e, sempre divertita, e spesso, divertente, è
impastata da una lingua così strettamente imparentata con il
dialetto che anch’essa in trasmutazione, diviene tale. Siamo a
Vigata, nel 1942, durante la 2° guerra mondiale, le leggi
fascistissime, ridicole nella loro iperbolica radicalizzazione, i
bombardamenti aerei, gli immancabili uomini d’onore fanno da sfondo
al teatro umano fatto di bassi istinti, primigenia barbarie,
violenza ferina e ottundimento delle menti; i due protagonisti,
Minica e il marito casellante Nino Zarcuto, si trovano, vittime
inconsapevoli, in balia di eventi più grandi di loro. Il tema della
metamorfosi, in questo caso, non riuscito (di classica e non
memoria), s’innesta nella mente di Minica quando la sua essenza di
donna, non in grado di procreare, la porta a voler diventare un
tutt’uno con la natura per riappropriarsi del ciclo vitale di essa a
lei che quel ciclo le era stato estirpato con la forza bruta. Questa
figura di donna attaccata alle sue radici della vita, cerca di
trovarle nella terra, in una sorta di rivendicazione di essere
soggetto mutante quando la ferocia bestiale dell’aggressore l’aveva
ridotta in mero oggetto consumante. Minica semplice ed illetterata,
ma caparbia e determinata nelle sue azioni e sentimenti, forte del
suo istinto materno, persegue un disegno impossibile che solo suo
marito per amore e solo per amore riesce a condividere. Ed ecco che
la tenacia e l’ostinazione di Minica alla fine darà i suoi frutti:
dalle macerie della guerra un bambino sortirà ad illuminare i toni
foschi e drammatici degli eventi in atto. Lo sguardo pietoso di
Camilleri vigila al fine di non precipitare nella tragedia. In
un’immagine da dipinto sacro di madre con il “Suo” bambino si chiude
“Il casellante” a cristallizzare il momento di assoluta felicità
raggiunta da Minica. Un bel romanzo nello stile di Camilleri dove si
fondono armoniosamente tutti i topos peculiari delle sue storie.
L’autore: Andrea Camilleri è
nato a Porto Empedocle nel 1925, vive a Roma. Ha esordito come
romanziere, nel 1978 con l’opera Il corso delle cose. Ha pubblicato
con la casa editrice Sellerio tutti i romanzi con protagonista
Montalbano e anche tra gli altri La strage dimenticata, La
stagione della caccia, il birraio di Presto, La concessione del
telefono, Il re di Girgenti, Le pecore e il pastore, Maruzza
Musumeci.
Arcangela Cammalleri
“La
solitudine dei numeri primi” di
Paolo Giordano ed. Mondadori
Romanzo-narrativa
Questo notevole romanzo, dell’esordiente Paolo Giordano, scava nel
labirinto dell’animo umano con grande vigore espressivo ed emotivo.
I due personaggi centrali della storia, Alice e Mattia, sono stati
segnati, nell’infanzia, da un’esperienza lacerante che ha devastato
e come compresso i loro destini che si incroceranno, ma come i
numeri primi gemelli, saranno vicini, ma mai così tanto da toccarsi.
Il tracciato narrativo si snoda intersecando due vite parallele,
crepuscolari, che scorrono secondo scansioni e ritmi emotivi
straordinariamente simili.
Il loro microcosmo sentimentale è stato contratto da questi due
traumi infantili che come una patina impalpabile di inadeguatezze,
paure e ritrosie ha narcotizzato le pulsioni emozionali impedendo
loro di aprire un canale di percezione con gli altri.
Alice e Mattia seguono traiettorie divergenti, le loro vite,
sospese, fluttuano in attesa di una catarsi delle loro intime ed
inconfessabili sofferenze, come barriere ostacolano una naturale ed
immediata espressività avviluppata in un groviglio insoluto.
Giordano, questo giovane autore, sembra attingere la sua perizia
narrativa da remoti luoghi dell’anima, in una sorta di profonda
immersione psicologica degna di grandi scrittori. La solitudine, la
sperdizione esistenziale, l’anoressia, uno dei tanti segnali sottesi
di angosce individuali sono alcuni dei temi che intessono tutto il
filo narrativo. Alla trama interessante che scorre su binari di
lettura scorrevole e riflessiva, si condensa una certa energia
stilistica ed una capacità descrittiva analitica e dura della
realtà, soffusa da intermittenti lampi di trattenuta tenerezza.
L’autore: Paolo Giordano è nato
a Torino nel 1982. E’ laureato in fisica teorica e lavora presso
l’Università con una borsa di dottorato. Ha frequentato la scuola
“Holden” di scrittura creativa, a Torino, diretta dallo scrittore
Alessandro Baricco. Questo è il suo primo romanzo.
Arcangela Cammalleri
Tra le pagine della fantasia
di Gloria Venturini
Edizioni EdiGio’
Copertina di Gloria
Venturini
Narrativa fiabe
Siamo abituati a
considerare le fiabe narrativa per bambini, perché abbiamo memoria
di quelle che i genitori ci raccontavamo quando eravamo piccini. Il
gatto con gli stivali, o Biancaneve e i sette nani, che ai miei
tempi mi impressionarono, mi fecero volare con la fantasia. Oggi,
purtroppo, non è più così, perché i bimbi non conoscono le fiabe e
questo per colpa dei genitori che le hanno dimenticate, che
demandano l’educazione letteraria prescolastica a insulsi cartoni
animati. Il rapporto magico fra madre e figlio, cementato attraverso
le parole sussurrate di una favola, non esiste più.
In questo senso fa
notizia un libro di fiabe, scritto da una mamma per Luce, la sua
piccolina, ma che presenta caratteristiche di valenza anche per gli
adulti.
Tra le pagine
della fantasia di Gloria Venturini è infatti una raccolta
rivolta sì ai piccini, ma con tematiche che sono di interesse anche
per gli adulti, e ha un illustre predecessore ne Il principe felice
di Oscar Wilde.
Sono racconti
semplici, ma adatti ai nostri tempi, e sopra a tutti il bellissimo e
surreale Il calore di un cuore, con un’umanità disperata per
le risorse energetiche in via di esaurimento.
Il dramma è velato
opportunamente dalla fantasia dell’autrice che pone come
protagonisti una caldaietta murale, uno scaldabagno, alcuni antichi
caminetti, ecc.
Suadente nei
discorsi, con toni anche moderatamente umoristici, ha come tutte le
fiabe la sua morale e un’ultima frase che è un inno all’amore.
Un’altra ha
un’impronta di notevole fantasia (Il libero arbitrio), poi ce n’è
una addirittura di fantascienza (Il pianeta dei sogni); non che le
altre siano inferiori, perché su tutte aleggia un velo di speranza,
con quella positività che è propria delle favole.
Non sto a parlarne
di tutte, anche se sono belle, perché invece preferisco rilevare
nuovamente come in un mondo di arida scienza come il nostro la
fantasia rappresenti più che in passato il ritorno, se pure
temporaneo, a una dimensione umana, una valvola di sfogo più per gli
adulti che per i piccini, ai quali tuttavia non dispiacerà di certo
ascoltare dalla bocca dei genitori Un gatto in braccio alla luna,
oppure Rosso segreto, tanto per citare altre due fiabe di
questa bella raccolta.
Gloria
Venturini
ha ideato e organizzato la prima e seconda edizione del Concorso
Internazionale di Poesia e Prosa, “L’arcobaleno della vita” della
Città di Lendinara, giunto alla quinta
edizione, del quale è anche il Presidente della giuria. Collabora
con il Centro Studio di Torino, come giurata nei concorsi letterari.
Le sue opere sono state pubblicate in molte antologie, su siti
internet, dove ha ottenuto l’interesse dei lettori.
Ha pubblicato la sua prima raccolta di
poesie nel febbraio 2003: Camminando tra i giardini dell’anima,
seguita già nel giugno dello stesso anno
dalla seconda edizione della predetta silloge poetica e da un
volume antologico di racconti intitolato L’arcobaleno
della vita.
Ha inoltre ottenuto numerosi premi e
riconoscimenti in concorsi nazionali di
poesia, fra i quali ricordiamo, omettendo per brevità gli altri pur
significativi risultati, solo i primi posti:
Premio del Triveneto Città di
Lonigo con la poesia Coriandoli di ricordi;
Concorso
Internazionale I Colori delle Donne di Ascoli Piceno
con la poesia Tra le mani stringevi ancora cotone;
3° Edizione del
concorso i Fiori 2003 – Edizioni I Fiori di Campo (PV) con il
racconto Ai bordi della vita;
Don Lelio Podestà
di Chiavari (GE) sezione narrativa;
Concorso del triveneto Città di Lonigo 2004 con la poesia Come
una quercia;
Premio Internazionale Valeria di Cittaducale 2005 di Rieti con la
poesia Il cancello dell’infinito.
Renzo Montagnoli
Cronache degli artisti
e dei commedianti di Giorgia
Tribuiani
Ventidue racconti. Un viaggio tra il surreale e il fantastico, tra
invenzioni oniriche e suggestioni visionarie. La mancanza di
certezze e i conflitti umani vengono raccontati sottoforma di
parabole letterarie: ci imbattiamo in Venere che, scesa dalla Torre
d'Avorio, finisce per prostituirsi nella grande metropoli; veniamo
trasportati nel grande palazzo del Carnevale, nel quale è necessario
creare una maschera di cartapesta identica a quella di tutti gli
altri per poter sopravvivere; giungiamo su Rerat, dove gli uomini -
nati con una gamba sola - partecipano a una grande pesca di
beneficenza che donerà loro un'altra, raccapricciante gamba;
facciamo la conoscenza di un giovane convinto di essere il creatore
di tutto ciò che lo circonda e di un altro che vede sparire a poco a
poco le persone e le cose che compongono il suo mondo. Vita e arte
tessono tra queste pagine una tela in grado di intrappolare storie
in apparenza dissimili tra loro; artisti e commedianti, intanto,
intrecciano le loro storie fino a lacerare irreparabilmente il
confine che li separa.
Luana Salomè
Cosa Cerchi? di Francesco Carraro
Poesie (1990 -2006)
Opera stampata in proprio
Poesia - raccolta
Prima ancora di
aprire questo volume, caratterizzato dalla copertina bianca, candore
interrotto solo dal titolo, dal nome dell’autore e da tre cerchi di
diverso diametro e dalla circonferenza blu, mi sono chiesto quale è
stata la molla che ha indotto un poeta ancora giovane a sostenere i
costi della stampa in proprio, ben sapendo l’impossibilità poi di
una normale distribuzione.
Le risposte sono
state tante e nemmeno una soddisfacente, ma quella che reputo
convincente è emersa solo in corso di lettura, come si evincerà
dalle righe seguenti.
Cosa Cerchi?
è una silloge costituita da raccolte di poesie che Francesco Carraro
ha scritto dal 1990 al 2006. Considerato il periodo è indubbio che
finisca con il rappresentare l’opera omnia dell’autore, una sorta di
diario esistenziale che ha inteso raccogliere in un’unica struttura
come memoria, prima per sé che per gli altri.
Ali di Carta
costituisce la prima raccolta ed è relativa agli anni dal 1990 al
1994. Carraro all’epoca frequentava ancora l’università e pur nella
sua giovinezza accompagna i versi con una nota malinconica, lieve,
ma sempre presente, come in Sera
(Sera / mi riporti
l’eco / spenta / delle strida / di uccelli selvatici…/…..Anche / nel
mio intimo / rifugio / è sera.).
Mi si potrà dire che
è il frutto di turbamenti dell’età, di quel connubio di entusiasmi e
di insicurezze che tutti abbiamo sperimentato, ma lui li ha ritenuti
determinanti tali da fissarli sulla carta, come in Giovinezza
(…./ Momenti urlati nel vuoto / e riflesse a ondate negli occhi / le
voglie roventi /del sole di maggio. /Momenti vissuti /con incauto
trasporto / incoscienti / dell’immensa voluttà / dell’esistere.)
Adesso anche a me,
come a voi, tornerà in mente questo periodo di inconsapevole
felicità, in cui tutto ci sembrava o troppo solare, o troppo scuro,
in cui si viveva come in una sorta di limbo.
Stazione di posta
è la seconda raccolta ed è relativa agli anni dal 1995 al 1997; in
essa mi sembra più evidente uno sconforto esistenziale, quasi come
se dalla vita ci si potessero attendere solo consapevoli illusioni,
come, per esempio, in Ascensioni, (…/ Per non ridurre il
vivere / a una landa brulla, / a un tessuto brucato / dalle voraci,
/ infaticabili larve / del nulla….). Qui troviamo anche quella che
giudico una delle migliori poesie di questo volume e mi riferisco a
In memoria di Fabio Casartelli, versi per nulla scontati e
che conferiscono al ricordo la dignità di un grande sentimento
espresso con serena struggente pacatezza.
Più avanti, e già
sono gli anni 1998 e 1999, c’è la strana raccolta intitolata
Quaderni di quando ho capito. Di colpo l’autore sembra aver
trovato le risposte a tanti perché (…Le ho detto: / sei la verità /
e ti conosco…), (…E null’altro / che conti / tranne / che esistere.
/ Sapendolo.). Tuttavia, le possibilità interpretative aumentano,
nel senso che si avvia una certa tendenza a un linguaggio
introverso, quasi come se si temesse di aprire agli altri soluzioni
considerate proprie e forse per questo fallaci.
Nel 2000 scrive
Sincronie Tantriche (coincidenze d’amore). Appare evidente che
c’è qualche cosa di nuovo, con la nascita e l’incontro di un
sentimento, e la mano del poeta sa cogliere momenti e stati
particolari, con una grazia misurata e pudica e con risultati più
facilmente comprensibili ( Rivelarmi / è stato semplice./ Molto /
più difficile / scoprirmi / disvelato. / Sapermi amato / amando / mi
pungeva / quanto un infinito dolore / mai espresso. / Solo / che era
/ grazia.).
E’ stato un momento
di certezze corrisposte, una sorta di osmosi che ha beatificato il
poeta, testimone attore che ci rende partecipi di questo pathos.
L’ultima raccolta,
del 2006, si intitola Ritratti in carboncino, denominazione
indovinatissima, perché si tratta di veri e propri schizzi
letterari. Questi ritratti sono di figure reali, persone che sono
entrate, ognuna con il suo peso, nella vita dell’autore e la
capacità di descriverne il carattere, la personalità è veramente di
tutto rilievo. Troviamo così il Padre ( Quello / che non ti dissi /
non sarà detto / quello / che non ti scrissi / non sarà scritto. …),
una poesia lunga in cui si esprime con sobrietà la riconoscenza per
chi ha allevato un figlio, oppure la Madre ( Hai un sorriso/ in
bilico / cui m’aggrappo…), una serie di versi di affettuosa e lieve
tenerezza. L’ultimo ritratto, a conclusione del volume, è dedicato
alla Moglie, forse meno originale di altri, più conformista e
incline a riecheggiare, ma fortemente sentito, perché questa figura
è il presente e sarà anche il futuro.
Considerato il lungo
periodo abbracciato da questa silloge e le molteplici tematiche è
naturale che si finisca con il valutare più l’autore che l’opera e
in questo senso ritengo che il ricorso al verso libero di Carraro,
fatto di poche parole, di frequente addirittura di una sola,
costituisca nell’insieme tuttavia una composizione equilibrata e
dotata anche di una propria armonia su cadenze sempre piuttosto
lente, come se la carta venisse accarezzata dalla penna.
L’impressione che ho
ritratto è di un poetare frutto di una preventiva costruzione
interiore, e quindi mai istintivo, anzi assai riflessivo, ma ciò non
toglie che il sapiente ricorso a metafore, a unioni concettuali e
anche a sospensioni finisce con il consentire una fluidità propria,
come se il tutto fosse esclusivamente frutto della spontaneità, e
ciò rende assai piacevole la lettura.
Francesco Carraro
è nato nel 1970 a Padova, dove vive.
Si è laureato in Giurisprudenza ed è avvocato.
Renzo Montagnoli
Il sergente nella neve
di Mario Rigoni Stern
Edizioni Einaudi
Narrativa romanzo
“ Sergentmagiù
ghe rivarem a baita?” ripete spesso l’alpino Giuanin,
rivolgendosi al sergente maggiore Mario Rigoni Stern.
In terra di Russia andarono in molti e ben pochi tornarono, e fra
questi superstiti c’è stato anche Mario Rigoni Stern, che in questo
suo romanzo d’esordio ha voluto raccontare che cosa realmente
accadde.
Non crediate però che si tratti di un racconto memorialistico,
perché va ben oltre il pur riuscito intento di spiegarci la famosa e
tragica ritirata dell’ARMIR.
Le grandi qualità di scrittore di Mario Rigoni Stern sono già
evidenti in questo suo primo libro, le stesse che, in occasione
della recensione del suo ultimo lavoro (Stagioni) mi hanno indotto
scrivere che ci trovavamo di fronte a un capolavoro, e lo è anche
questo.
Quando a distanza di anni, non pochi, anzi molti, si rilegge un
romanzo e si provano le stesse emozioni d’un tempo è perché quel
testo ha mantenuto immutata la sua bellezza e ciò avviene solo
quando si tratta di un’opera di elevatissimo valore.
L’autore ha saputo ricreare l’atmosfera in modo tale che il
coinvolgimento è totale; si legge, e poco a poco si è presenti al
caposaldo, ci si trova intorno al tagliere con la polenta di segale,
si vivono le pericolose ore dello sganciamento, e infine si cammina,
si combatte, si patisce la fame, si soffre il freddo, si prova
l’angoscia della lunga ritirata.
Già questo è molto, ma Il sergente nella neve è assai di più,
è un’opera dove è sempre presente la natura, ammirata anche quando è
inclemente e con pagine in cui si respirano lo sgomento e
l’attrazione per la grandezza nell’universo, ed è inoltre un’ode
sommessa a una virtù ormai purtroppo desueta, la pietà.
Così, fra un combattimento e l’altro, descritti magistralmente, c’è
il tempo per le riflessioni di fatti appena accaduti e che nel
trascorrere del tempo (l’opera verrà ultimata qualche anno dopo
quel tragico 1943) si sfumano per scoprirne gli aspetti più
reconditi. E’ il caso del pasto consumato in un’isba insieme a dei
soldati russi, in una pausa della battaglia di Nikolajewka. Al
riguardo la riflessione di Stern è quanto semplice ed efficace: “In
quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i
bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto
di più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per
l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli
uomini a saper restare uomini.”
C’è tutto il senso della pietà, prima per se stessi e poi per
gli altri, c’è quella comprensione della propria e dell’altrui
debolezza, c’è una ritrovata umanità che supera ogni barriera e
confine.
E’ un grandissimo messaggio di pace di un uomo che, partito
volontario per la guerra, ne ritornerà maturato, ma soprattutto
consapevole dell’autentica dignità di ogni essere umano.
Quello che poi sorprende in questo primo romanzo è la capacità di
prosa poetica che ha l’autore, con quelle descrizioni brevi, ma
ispirate, del firmamento, del Don, della pianura ghiacciata. Sono
stacchi che non sono avulsi dalla narrazione, ma che si innestano
nella stessa in modo preciso e solo quando serve, a riprova di
un’esperienza professionale innata.
Al riguardo Rigoni Stern si supera nelle ultime pagine con quella
ritrovata serenità nel caldo di un’isba e con le ragazze russe che
filano la canapa cantando le loro canzoni popolari.
Mi raccomando di leggere le sei righe finali, perché anche in voi
entrerà dolcemente questa serenità.
Giuanin e tanti altri non sono tornati, ma hanno trovato la loro
baita nella steppa russa.
Mario Rigoni Stern, che ha avuto la fortuna di uscirne vivo, non ha
voluto dimenticare, anzi ha voluto ricordare soprattutto a noi
l’insensatezza della guerra.
E’ un libro che non si può non leggere e che rientra, giustamente,
fra i grandi romanzi pacifisti, con pari dignità del più famoso
Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Erich Maria Remarque.
Mario
Rigoni Stern (Asiago, 1921 - 2008).
Ha scritto Il sergente nella neve (1953), Il bosco degli
urogalli (1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don
(1973),
Storia di Tönle
(1978) (Premio Campiello e premio Bagutta),
Uomini, boschi e api (1980), L’anno della vittoria
(1985), Amore di confine (1986), Il libro degli animali
(1990), Arboreto selvatico (1991), Le stagioni di Giacomo
(1995) (Premio Grinzane Cavour), Sentieri sotto la neve
(1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre
storie (2000), L’ultima partita a carte (2002),
Aspettando l’alba e altri racconti (2004), I racconti di
guerra (2006), Stagioni (2006).
Renzo Montagnoli
Fiorenzo Briccola
"Poesie Meditative sull’esistenza"
Casa editrice Nuovi Autori
"Dedico questo libro al mondo perché possa avere il coraggio di
compiere il gesto di tornare al mondo".
Con questa premessa chiarificatrice e nel contempo coraggiosa,
l’autore si presenta ai lettori che potrebbero , soprattutto se
partecipi di quelle che sono attualmente le problematiche legate
alla poesia contemporanea , giudicare ingenua e poco in linea con le
tendenze del nuovo millennio una tale certezza programmatica. Si
potrebbe anche da subito, al fine di evitare equivoci, collocare la
poetica del giovane Briccola al di fuori di quelli che sono i
parametri di riferimento della poesia del terzo millennio che
prevedono, anche nei casi in cui risultino evidenti aneliti
metafisici, la frequentazione con una realtà molto più terrena.
I poeti oggi infatti, talvolta eccedendo, rivelano l’aperta
propensione a vivere una quotidianità minimale, frantumata,
contingente, transitoria e contrassegnata da una vocazione al dubbio
e alla complessità quali stigmate mai sanabili in quanto elementi
essenziali all’ispirazione poetica che, in caso contrario, ossia con
un eventuale ed ipotetico raggiungimento delle certezze e della
verità, perderebbe la sua caratteristica precipua ed identificatoria.
Occorre aggiungere, per converso, che è anche particolarità
distintiva dei nostri tempi postmoderni e multietnici accettare la
molteplicità delle forme espressive per cui, non potendo e non
volendo commettere l’errore di rinserrarci in canoni formali e
perimetri contenutistici troppo rigidi ed elitari, risulta
operazione non solo metodologicamente corretta, ma oltremodo
arricchente, avvicinarsi a poetiche influenzate da culture e
modalità di pensiero estranee alla pragmaticità del nostro vivere
quotidiano e soprattutto alle mode letterarie correnti.
Ci pare che Briccola, e ciò va a sua lode, non si curi dei canoni
imposti dall’establishment letterario ma, mosso da un’ispirazione
naturale, dia corso al fluire dei suoi pensieri guidato da istanze
spirituali che, ad una lettura a posteriori, si rivelano portatrici
di atmosfere, sensazioni, visioni ed esperienze altamente poetiche
anche se non rintracciabili attraverso le regole e le astuzie che
caratterizzano la pratica compositiva contemporanea. Risulta
bastante la lettura delle prime poesie della silloge per rendersi
conto che Briccola è tutt’altro che ingenuo e che il suo
atteggiamento disarmante è voluto, serve infatti a disporci ad una
ricezione possibile ma solo se si entra in una dimensione nuova e
poco conforme al nostro vivere pragmatico e disincantato. "Chissà se
qualcuno saprà ascoltare ciò che il mio cuore sa…vorrei tanto che
coloro che non vedono ascoltassero il mio racconto". Il messaggio
dell’autore è oltremodo sincero e spinge all’empatia anche chi non
ne condivide la complessa ed avvincente visione cosmologica.
I suoi versi si rifanno alla poesia orientale che, a differenza
della nostra, esprime i sentimenti d’amore con modalità molto più
complesse ed onnicomprensive. Si prevede un percorso che porta
dall’uomo ad un graduale distacco da tutto ciò che sa di materiale
per raggiungere l’illuminazione, e Briccola ci esorta:"…la gente
cerca qualcosa che non riesce a toccare, forse non vuole guardare
veramente" e non teme di affrontare il discorso della verità, una
voce filosofico-religiosa oggi molto dibattuta e contrastata.
In sintesi Briccola ci avverte che l’uomo è pervaso da immagini
provenienti dall’esterno, icone di ordine politico, sociale,
religioso che ingombrano la nostra mente rendendoci schiavi di una
quotidianità che ci fa stranieri gli uni agli altri; occorre invece
saper guardare con occhi nuovi ed amare la vita in modo diverso.
L’uomo ha in sé la facoltà di giungere a conoscere l’unità
intrinseca dell’essere: "La verità è qualcosa che nasce
dentro"…"Confusione di un vivere fasullo e pieno di incertezze"..
"Nella ricerca dell’essere trovo la mia essenza". Non sappiamo né
siamo in grado di affrontare in così breve spazio la poetica
dell’autore ma, indipendentemente dal credo religioso o dalle
filosofie di vita dei lettori, riteniamo che la lettura di "Poesie
meditative sull’esistenza", unitamente alla validità estetica, possa
avere sui nostri spiriti una funzione vivificante e rasserenante.
-Recensione su DIALOGO < bimensile di attualità di frontiera e
cultura senza confini n:13/2007 di Olgiate Comasco (CO)> di Manrico
Zoli-
Manrico Zoli
Età di paura al freddo
di William Navarrete
Edizioni Il Foglio
Traduzione di Ilaria Gesi
Copertina di Elena Migliorini
Collana Letteratura Cubana Contemporanea
diretta da Gordiano Lupi
Poesia raccolta
In queste poesie di William Navarrete c'è l'anima malinconica di un
esule che cerca in ogni luogo fuori dalla sua patria un legame,
anche solo spirituale, con la terra che ha dovuto abbandonare e che
resta indissolubilmente legata al suo peregrinare, una sorta di
Itaca a cui, novello Ulisse, desidera fortemente ritornare, ma che
pur così vicina assume, per colpa degli uomini, le caratteristiche
di un vascello che sempre più si allontana.
La sua è una fatica di Sisifo, è uno strazio del cuore che nei versi
trova l'indispensabile sfogo.
Bucintoro
Violasti il segreto del tuo mare, città perduta
vaghi nella densità della nebbia
che sparge i suoi presagi questa notte
in cui nessuna stella ti darà il benvenuto
………..
In questa immagine di una Venezia decadente, crepuscolare, è forte
il richiamo all'Avana, altra città che sembra perdersi nelle dense
nubi dei Caraibi.
Il poeta le unisce in un unico destino, in conflitto fra lo
splendore di un tempo e la spettralità attuale.
Mercurio alato
Pendi, Mercurio alato,
su volti che ignorano la tua agonia,
in fragile equilibrio,
capriccio di artista perfido,
egoista, forse senza amori.
………..
Nella sua ars poetica appare anche notevole l'influenza del mondo
classico, in particolare quello ellenico, evidentemente considerato
un'epoca felice, di uomini liberi con dei a loro immagine e
somiglianza.
Ingannevole profezia
Vita,
quanto ho aspettato per sapere
che in te non c'è altro che un canto!
…..
Benché si tratti di una raccolta non tematica di poesie resta sempre
presente quella malinconia di cui prima accennavo, una sorta di
dolore compassato, un rimpianto che non cessa mai.
Sorprende poi l'abilità di passare dal verso libero al sonetto con
cui è realizzata una specie di mini silloge intitolata Divertimenti
famosi. Questa intestazione non deve però trarre in inganno. Sì,
William Navarrete è probabilmente uomo che sa anche ridere, ma
l'amarezza di fondo lo porta a stemperare la vena umoristica che
finisce con l'essere appena accennata, in una profusione di versi da
cui emerge un'ironia sottile, quasi un gioco fra sé e sé per
dimostrare che alla malinconia comunque non si sfugge e tutto ciò
che è in contrasto a essa finisce con l'essere un semplice
surrogato.
Quindi una raccolta quanto mai varia da cui è possibile avere
un'idea abbastanza completa delle qualità di questo grande poeta, i
cui testi non sono per niente incomprensibili, pur se sovente
sospesi in una dimensione irreale che dona loro un tocco di arcana
magia, come, per esempio, in Maree di San Michele:
Marea della rupe, incastro della luna
sei o onda che cavalca su una sella
di vongole, capesante, ostriche.
Sposa del pescatore, Excalibur del mare,
tu che lambisci i piedi dell'arcangelo
lambisci i miei, stanchi di aspettare.
…….
Apprezzabile, peraltro, è il fatto che a fronte ci sia la versione
in lingua originale, il che rende possibile cogliere l'armonia e
l'equilibrio dei versi.
Età di paura al freddo è una raccolta di gradevolissima lettura, ma
anche di contenuti di tutto rilievo, pregi che mi inducono a
raccomandarvelo caldamente.
William Navarrete (Cuba, 1968).
Scrittore, saggista e critico d'arte.
Resiede a Parigi dal 1991. Autore dei saggi La chanson cubaine,
Cuba:la musique en exil, Insulsa al pairo e Centenario de
la República Cubana. Fondatore e presidente della Asociación por
la Tercera República Cubana. Ha organizzato molteplici conferenze ed
esposizioni di arte in Francia, collabora per diverse riviste e
periodici in Europa e in America. La sua raccolta di poesie Edad
de miedo al frío (Cádiz, 2005), che presentiamo per la prima
volta in traduzione italiana, ha vinto il primo premio di poesia
Eugenio Florit organizzato dal Circolo di Cultura Panamericano di
New York.
Renzo Montagnoli
Fiori di serra
di Miriam Ballerini Serel
International - EEditrice.com
Prefazione dell'autore
In copertina immagine di Aldo Colnago
Narrativa romanzo
La vita carceraria, ma anche le finalità della reclusione sono un
tema che è sempre stato oggetto di ampi dibattiti. In buona sostanza
ci si domanda se una pena detentiva sia finalizzata al recupero del
reo, oppure se si tratti di una semplice vendetta della società nei
confronti di chi non ne accetti le regole, oppure ancora, nella
migliore delle ipotesi, se si intenda perseguire l'una e l'altra
strada.
Resta comunque un fatto: quello che succede al di là del muro,
dietro le inferriate, quale sia la vita che là si conduce è quasi
sempre ignoto ai più, proprio perché la reclusione rappresenta una
parentesi di isolamento dal mondo esterno, una sorta di "altro
mondo" di cui sappiamo l'esistenza, ma che confiniamo in una zona di
disinteresse mentale.
Miriam Ballerini si deve essere posta questo problema se al riguardo
ha deciso di scrivere addirittura un libro che ha intitolato assai
bene Fiori di serra, perché al pari dei fiori che possono
nascere liberamente o possono essere coltivati sotto strutture
artificiali (e sempre fiori restano), ci sono uomini che vivono
liberamente e altri invece che sono detenuti nelle carceri. Anche in
questo caso sempre uomini restano, con la loro personalità, i loro
affetti, le angosce e le gioie che si portano dentro.
Ecco, mi sembra che con questo libro l'autrice comasca abbia inteso
sollevare quel velo di ipocrisia che sommerge la pietà, una virtù
ormai rara, quasi dimenticata, ma che consente di comprendere anche
chi sbaglia e, fermo restando che le leggi devono essere rispettate,
questo non toglie tuttavia che chi ha commesso un reato debba
conservare la sua dignità anche durante l'espiazione della colpa.
Quello che più mi ha colpito in questo lavoro è stata la struttura
dello stesso, perché Miriam Ballerini aveva di fronte a sé due
strade: quella del romanzo di ambientazione carceraria e quella
dell'indagine giornalistica.
Ha fatto, però, una scelta che mi ha stupito e che, secondo me, si è
rivelata molto oculata, perché riesce ad avvincere il lettore.
In pratica ha percorso sia l'una che l'altra strada e così troviamo
un romanzo certamente di fantasia e anche un'inchiesta
giornalistica, ma non mescolate, bensì presenti su due piani
sovrapposti, di cui il primo discendente e il secondo invece
progressivamente emergente, con il risultato che alla fine vengono a
fondersi.
L'aspetto di indagine, frutto di un'esperienza diretta che l'ha
portata a ottenere di visitare la Casa Circondariale "Il Bassone" di
Como, integra così e approfondisce le problematiche che vanno
emergendo nella narrazione di fantasia.
In tal modo si vengono a creare dei momenti di riflessione a cui il
lettore viene naturalmente condotto, una tecnica molto proficua e
che mantiene viva l'attenzione dalla prima all'ultima pagina, a cui
si giunge più consapevoli di quel che accade al di là del muro, con
il risultato che riscopriamo anche noi che i reclusi non sono ombre,
ma semplicemente esseri umani che stanno espiando le colpe per cui
sono stati giudicati.
Miriam Ballerini ha maturato un'esperienza per certi versi
sconvolgente quando è stata a tu per tu con la realtà carceraria, ma
è riuscita a trasfonderla in modo assai convincente in questo libro,
al punto che chi legge riesce ad avvertire le stesse sensazioni e i
medesimi timori.
Onde evitare equivoci, l'ho detto prima e lo ripeto, perché è
importante: con Fiori di serra l'autrice non si pone il
problema della detenzione, cioè se sia una pena più o meno giusta,
ma intende ridare a chi ha sbagliato la dignità di essere umano e
questo mi sembra veramente importante.
Sono sicuro che, chiuso il libro, vedrete in modo diverso, ma
soprattutto non superficiale, quei nostri simili che se ne stanno
dietro le sbarre.
E' superfluo che dica che ne raccomando vivamente la lettura.
Miriam Ballerini è nata a Como
il 28 ottobre 1970.
Ha pubblicato i romanzi Il giardino dei maggiolini (EEditrice.com
- Serel International, 2002), Dietro il sorriso del clown (EEditrice.com
- Serel International, 2003), La casa degli specchi (Otma
Edizioni, 2004), vincitore del premio internazionale Michelangelo, e
la raccolta di racconti e poesie Bassa Marea (EEditrice.com -
Serel International, 2005).
Ha ottenuto ottimi risultati in diversi concorsi letterari nazionali
e internazionali, collabora con riviste culturali e siti Internet.
Sito Internet personale:
http://www.webalice.it/miriamballerini/
Renzo Montagnoli
"Le api di Paulette"
autore Sandro Orlandi - Casa
Editrice "Il Filo”, Roma
Collana Nuove Voci – Confini
Raccolta di racconti
Prefazione di Giuliana Angeli
Un nuovo autore che scrive da sempre, ma che è alla sua prima
pubblicazione. Una raccolta di cinque racconti avvincenti, profondi
che fanno riflettere.
Dalla prefazione: “La sua parola giusta, spontanea nel fluire dei
vari accadimenti, fa risaltare i personaggi e li rende reali, umani,
appassionati”. "Cinque racconti sospesi tra passato e presente,
realtà e fantasia.....Amore, giustizia tolleranza, solitudine,
ricordi: questi i temi tratteggiati nei racconti; temi che
s'intrecciano l'uno nell'altro dando vita a un caleidoscopio di voci
e di umori".
Uno splendido inizio letterario per Sandro Orlandi che vive a Roma,
è medico ospedaliero e si dedica con passione alla letteratura
seguendo il terzo anno della Scuola di scrittura "Omero".
I libri sono ordinabili on line sul sito www.ilfilonline.it/autori e
sono in catalogo in tutte le librerie.
Sandro Orlandi nasce il 2/1/1951
a Roma, dove vive e lavora. E’ medico ospedaliero e ama dedicare
buona parte del suo tempo libero alla scrittura, sia di brani
musicali (testi e musica) sia di poesie, sia di racconti. Ciò che
più di tutto lo spinge a scrivere è l’indispensabile bisogno di
esprimersi, di tentare di interpretare la vita nelle sue
innumerevoli sfaccettature. La persona, l’essere umano a tutto
tondo, è sempre al centro delle sue storie, che, a volte, sono
tratte dalla realtà. Ha vinto il primo premio per la poesia e per la
canzone a San Donà di Piave con i brani “Ho Sognato” e “ Ciao Luna”.
Ha pubblicato su antologie quali “Duecento lettere d’amore” della
Keltia editrice di Aosta dic.99 (Un ultima lettera, un ultimo
bacio); “Prosa e Versi” della 4Elle di Genova Vol VII mar.99 (Un
mondo tutto bianco); “I Porti Sepolti” della Aletti editore di Roma
Giu.02 (Fortunata). Ha vinto il primo premio ex aequo per il
concorso a tema sulla resistenza indetto dal comune di Roma, ott.04
con il brano “Il Carro”. Ha conseguito il primo premio con
pubblicazione nella rassegna per cantautori per la Multiart
Communication di Milano con il brano “Raffaella”, che gli è valso
anche il diploma di merito al Festival della canzone Italiana di
Reggio Emilia nel nov.03. Sempre nel 99 e con la 4Elle di Genova ha
pubblicato il brano musicale “Un lunedì mattina”. E’ in lavorazione
attualmente la pubblicazione del suo primo romanzo. Ha pubblicato ad
aprile ‘08 la raccolta di racconti “Le Api di Paulette” per la casa
editrice Il Filo di Roma.
Maristella Angeli
L'azzurro del mare
di Roberto Morpurgo
Edizioni Joker
Prefazione di Sandro Montalto
Poesia - raccolta
Chiudo il libro e mi dispiace, perché il fluire dei versi di questa
silloge ha la stessa carezza lieve di una brezza di primavera; già
la luce fuori si fa fioca e il giorno è passato assaporando le
armonie di una penna felice, un susseguirsi di immagini e di
emozioni, mai forti, ma sommesse e quasi pudiche, in un lento adagio
che avvolge e coinvolge trasmettendo, senza che me ne accorga, una
grande serenità.
Questa è la poesia di Roberto Morpurgo, un verbo sussurrato con
soavità.
La silloge in verità è costituita da quattro raccolte tematiche (Il
dolore e paesaggi, L'azzurro del mare, Viaggiare l'Italia, Pianura e
anima), quattro riflessioni di ampio respiro che s'intrecciano a
formare un'unica opera composita, come i tempi di una sinfonia.
L'azzurro del mare è anche il titolo di una poesia…
C'è a Itaca un trono
sepolto nelle acque
chiare dello Ionio.
Il richiamo al mitico eroe omerico, al lungo pellegrinaggio per il
ritorno alla terra natia cela il percorso del poeta alla continua
ricerca di una verità che sembra quasi di toccar con mano, ma che
poi si disperde come nebbia al sole.
Il ricorso alla metafora è precipuo in questa raccolta, ma è fatto
con misura e con grazia; così nella raccolta Il dolore e i
paesaggi appare sfumato (Cammino perché scricchi / la ghiaia),
oppure, come ne L'azzurro del mare, l'aspetto figurativo è
simbolo di un'espressione non didascalica, ma incisiva (…/ E' come
un istmo il mare. / …). Non manca anche l'aspetto figurativo che
introduce al sogno (Autunno / ti illude Roma / alla sua luce /
aurora / che azzurra ulcera / i cieli / come nevi…) e nemmeno
l'impatto tagliente, quasi brutale, per quanto soffuso ( Tango /
ballato da enormi tacchi / sul fango / di un lucido / acquazzone…).
Mi sembra indubbio che Roberto Morpurgo riesca a far sentire la sua
voce senza gridare, senza sovrastare quella d'altri, e ciò in forza
di un forte personalità poetica che permea tutta la sua produzione
in cui l'apparente semplicità della costruzione è frutto invece di
un'attenta, e probabilmente anche minuziosa, continua ricerca
dell'armonia. Il suo è un verso libero, ma procede in un flusso
ininterrotto, senza asprezze e acuti, bensì con una levità sonora
tale da sembrare soggetta a regole metriche, per quanto diverse
dalle classiche. E in questo scorrere di parole viene a crearsi una
composizione di esemplare equilibrio formale e fonetico che
arricchisce ulteriormente la lettura, con il risultato che al
termine l'appagamento è tale che dispiace che non vi siano altre
pagine e altre poesie.
Roberto Morpurgo (Milano, 1959)
è laureato in filosofia e scrive poesie, aforismi, racconti, saggi,
oltre a coltivare interessi per la psicologia psicoanalitica, il
cinema e anche il teatro. In campo cinematografico ha collaborato
fra gli altri con la Provincia di Milano, l'Arci Cinema e l'Obraz
Cinestudio. In campo teatrale ha lavorato fra gli altri con il
Teatro Universitario di Richard Gordon e collabora come autore
drammatico con la RSI (Radio Svizzera Italiana). In campo musicale
ha scritto canzoni (musiche e testi) e lavorato per la Ricordi. In
campo editoriale ha collaborato fra l'altro con editori ed
enciclopedie.
Svolge la professione di consulente aziendale.
Renzo Montagnoli
Recensione su "Pensieri
di inchiostro" di Giorgia Spurio.
Ho letto il libro Pensieri di inchiostro di Giorgia Spurio. è
strabiliante come una ragazzina adolescente possa scrivere le sue
emozioni e trasmetterle a tutti noi. Nella poesia di Giorgia Spurio
possiamo scorgere quel mondo che appartiene ai ragazzi, quel mondo
fatto non di alcool o di discoteca, ma quel mondo che è fatto ancora
di fantasia e di bisogno di vivere e credere nelle fiabe. Il fatto
che una ragazza abbia iniziato a scrivere a 11 anni è sicuramente
strano e ci fa essere attoniti, però tra le sue parole possiamo
sentire la tristezza profonda di un'adolesceanza disorientata e
impaurita che non sa cosa può accaderle in futuro. Le sue poesie
sono la descrizione di un attimo di vita che segna la fine
dell'infanzia e che dà inizio alla maturità. La semplicità delle
immagini e del linguaggio ci avvicinano con affetto a quel cuore
ancora puerile che ha paura di crescere. Ma il suo linguaggio
icastico ci trasferisce nella mente paesaggi, persone, emozioni come
se fossero dei dipinti e il nostro unico scopo è esser travolti dai
colori.
Luca De Angelis
Dal mensile di vita e cultura "Cupra e la val
menocchia" la recensione di Settimio Virgili sul libro "Pensieri
di inchiostro" di Giorgia Spurio:
"Ho appena terminato di leggere 'Pensieri di inchiostro', una
recente pubblicazione di Giorgia Spurio, edita dall'Autore Libri
Firenze. Un libro di poesie di una studentessa di archeologia che è
nata e vive ad Ascoli Piceno. Ha iniziato a scrivere in versi
all'età di undici anni. La raccolta comprende poesie scritte quando
l'autrice era ancora una ragazza e prosegue fino all'adolescenza. Da
esse emerge uno spaccato dei sogni, delle ansie, delle paure e delle
speranze di chi percorre i primi passi lungo l'irto cammino della
vita: 'Sul letto a pensare/o forse a sognare/ sospirando respirando/
Perchè la vita?' Quella di Giorgia Spurio è una poesia autentica,
dove modernità ed epoca classica si compenetrano fino a realizzare
un unicum perfettamente integrato, dove semplici immagini di
immediata comprensione prefigurano e raffigurano realtà complesse,
dove le ovvie riflessioni sono tali solo all'apparenza poichè
presentano interrogativi inquietanti sull'eterno destino dell'Uomo:
'Venire dal nulla, operare nel nulla, per tornare nel nulla?' Tutto
è poesia nella raccolta della giovane autrice . è poesia il titolo,
è poesia la dedica scritta ad una sua giovane amica: 'dalla finestra
della mente/ arrivano i profumi dei prati/ e l'odore del vento/ che
il mare crea.../ ...dal cuore della mente/ arrivano i profumi degli
sguardi/ e il sorriso meraviglioso/ come un fiore fatto di stelle/ e
gli occhi verdi/ che il cielo ha all'aurora di ogni giorno.../'
Scriveva un noto pensatore: 'Quando manca la poesia, non c'è bisogno
di poeti; c'è bisogno di poesia'."
Diana Florenzi
La rilegatrice dei
libri proibiti di Belinda
Starling ed. Neri Pozza
Romanzo - narrativa
Un’altra sorprendente figura femminile, emblema di libertà
dell’anima e della mente
Londra 1859 può una passione diventare ossessione?
Questo romanzo per la tensione intrinseca e ossessiva che si respira
e traspare non può che ricordare “Profumo” di Süskind, simili i
bassifondi e i luoghi d’ambientazione e di Parigi e di Londra
dell’epoca, simili i personaggi animati da insane passioni. La
protagonista Dora Damage è la moglie di Peter Damage dell’omonima
legatoria, colpito dall’artrite reumatica che gli deforma le mani e
non può rilegare i libri, lei prende il posto del marito e diviene
una raffinata ed originale rilegatrice. Dora trasgredisce alle leggi
della corporazione dei legatori che vietavano alle donne questo tipo
di lavoro. Le sue bizzarre e fuori dagli schemi rilegature trovano
degli estimatori nei “ Sauvage Nobles” una congrega di dissoluti
uomini di alto livello sociale che collezionano libri proibiti dai
puritani dell’epoca e uno di questi sir Jocelyn Knightley le
commissiona delle opere scandalose, appunto libri proibiti come
rimanda il titolo. Ma per Dora questa, insolita, ma necessaria
attività diventerà lo strumento per prendere coscienza di sé come
persona in quanto tale, rivendicherà libertà sessuale e infrangerà
le regole e i tabù del tempo. Si troverà a lottare contro sordidi e
loschi figuri, ma la sua intelligenza, la sua cultura l’aiuteranno a
superare ostacoli e pastoie sociali fino ad assurgere a eroina e ad
esempio di altre donne come lei desiderose di acquisire dignità
sociale. E’ un grande romanzo di ampio respiro storico, attraverso
la vita di Dora il lettore ripercorre e vive i conflitti di sesso,
razza e classe dell’età vittoriana, la scrittrice ci restituisce
un’atmosfera ammaliante, quasi palpabile con luoghi e personaggi
nella loro concretezza. Dora è uno dei personaggi letterari che da
subito si amano, ammirandone la risolutezza del carattere, la forza
dei sentimenti e la solidità di cultura affinata da una sensibilità
squisitamente femminile. La dovizia con la quale l’autrice descrive
le tecniche di un mestiere difficile e preciso ci trascina in un
mondo affascinante dove il libro come oggetto materiale ed estetico
acquista la stessa importanza del contenuto. Ci addentriamo in
questa preziosa e quasi religiosa arte, rilegature dalle pelli
pregiate, dai tessuti più rari, dalle incisioni in polvere d’oro,
dai disegni, i ricami, gli arabeschi di pregevoli fatture; un lavoro
di fine artigianato dove si legge di stendere il foglio di
marocchino, tracciare sopra le sagome per le copertine, passare la
colla sul dorso, tagliare le fettucce, indorsare, scanalare e
rinforzare il volume…tutto è così arcano e d’altri tempi… E’ un
libro visivo perchè procede per immagini ( quelli osceni dei libri
pornografici e non solo), per descrizioni minuziose, un libro
olfattivo perché i miasmi della città avvolgono come un sudario le
persone, il Grande Fetore, il fiume fetido, limaccioso, un libro
sonoro perché si sente il vento impetuoso, la pioggia insistente
satura di fuliggine che picchiettava sulle tegole e il fruscio dei
carri sul selciato fangoso.…E’ un libro dove la prosa diventa
poesia…la stanza scivolò nell’oscurità e parve restringersi fra le
ombre tremolanti create dalla luce del camino. Il libro è la storia
di una donna, il suo percorso verso la libertà e l’emancipazione
quando finalmente il passato con tutti i suoi demoni erano
scomparsi, sepolti per sempre. In questo primo ed unico romanzo la
scrittrice prematuramente scomparsa dà prova di una grande forza
espressiva e di una sagace ricostruzione storica ben documentata e
ricca di particolari.
L’autrice: Belinda Starling
viveva a Wivenhoe, nell’Essex, con il marito e i figli. E’ scomparsa
nell’agosto del 2006, all’età di 34 anni, per delle complicazioni
sorte dopo un intervento chirurgico. Aveva appena completato il
manoscritto della Rilegatrice dei libri proibiti, il suo primo
romanzo.
Arcangela Cammalleri
Il senso del dolore
L'inverno del commissario Ricciardi
di Maurizio de Giovanni Fandango
Libri
Narrativa romanzo giallo
Ci sono romanzi gialli e romanzi gialli e in particolare ce n'è uno
che, prendendo a pretesto una trama che prevede un delitto e la
classica ricerca del colpevole, si rivela opera di elevato livello,
con una descrizione memorabile dell'atmosfera dominante nel
ventennio.
Maurizio de Giovanni ci presenta una Napoli crepuscolare, quasi
tenebrosa, con una immediatezza tale da far pensare che lui sia
vissuto in quel periodo e invece all'epoca era ben lungi dal
nascere.
Più che la vicenda, contano le caratterizzazioni dei personaggi, le
descrizioni dei luoghi, gli istinti amorosi, traboccanti, oppure
pudici, quasi timorosi.
La rappresentazione al Teatro San Carlo, per esempio, è raccontata
nello stato emotivo di uno che l'ha vissuta, come se quella
Cavalleria rusticana fosse stata rappresentata il giorno prima, con
l'autore seduto in uno dei primi posti e al tempo stesso assente
quel tanto da far avvertire solo una discreta presenza.
E' un gioco di equilibri, dove de Giovanni è il funambolo che si
esibisce su una corda con straordinaria abilità: un'accentuazione
della caratteristica del commissario Ricciardi nel vedere i morti
nel loro ultimo atto di vita, avvertendone il dolore del distacco, e
tutto il romanzo potrebbe precipitare in un banale horror, o,
addirittura, franare fra le risate dei lettori.
E invece no, questo proprio non accade, perché l'autore nel
commissario identifica un'umanità tradita, un essere che riassume in
sé tutti i dolori del mondo, sotto un apparente distacco che cela
invece un uomo che, senza pretendere di giudicare, colloca la
giustizia in una sfera asettica, non dimenticando tuttavia che ci
sono vittime e vittime, e colpevoli e colpevoli.
E' quasi un automa Ricciardi e si muove fra gli ostacoli
dell'indagine puntando sempre e solo sulla ricerca della verità, ma
il Ricciardi uomo, in un mondo di prede e predatori, incappucciato
nel cielo di piombo di un regime dispotico, riesce anche a sperare,
grazie a un rapporto d'amore muto, mai dichiarato, ma intenso, due
finestre una davanti all'altra e due cuori che battono e che
sognano, separati solo da una via e da quel dolore che lui si porta
dentro e che non può rendere partecipe ad altri.
Vento gelido, imposte che sbattono, carta che svolazza, bambini a
piedi nudi che si rincorrono, cadaveri agli angoli di strade che
ripetono le loro ultime parole a un commissario che, stringendo i
denti, lotta ogni giorno, ogni ora per cercare una verità che non è
solo quella del crimine, ma è anche lo stato di abulia, di abbandono
e, al tempo stesso, di opprimente torpore di un regime che si avvia
allo sfacelo.
E' un romanzo molto bello, che fa riflettere e che ti resta dentro.
Maurizio de Giovanni è nato nel
1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005, con il racconto "I vivi
e i morti", protagonista il commissario Ricciardi, vince il premio
nazionale Tiro Rapido per giallisti esordienti. Il senso
del dolore è il suo primo romanzo, pubblicato nel 2006 con il
titolo Le lacrime del pagliaccio, ora rivisto e aggiornato
per Fandango Libri. È anche il primo di una serie dedicata alle
stagioni del commissario Ricciardi, di cui Fandango Libri
pubblicherà i prossimi tre titoli.
Renzo Montagnoli
Amor di ninfa
di Fabrizio Corselli per
Lulù.com
Poesia mitologica
Non mi stancherò di dirlo, né di ripeterlo, ma leggere i versi di
Fabrizio Corselli è come tornare indietro nel tempo di almeno 2.500
anni, giacché i miti che propone sono quelli di un mondo
configurabile nell'antica Grecia e a cui peraltro le civiltà
successive, soprattutto quella romana, si ispirarono in un senso
tacito di continuità della cultura del bello, di quella ricerca
costante di arrivare a una perfezione estetica che solo in epoca più
recente si è rarefatta.
Certo non sono le poesie che noi siamo abituati a leggere al giorno
d'oggi ed in cui prevalentemente c'è un'analisi riflessa
dell'insoddisfazione della nostra società, quindi tutto il contrario
del bello, con versi in prevalenza disarticolati da un'armonia,
composti senza il ricorso alla metrica classica o comunque a regole
di stesura che tendano a distinguere la poesia dalla narrativa.
Si potrà dire che in un'altra epoca, in cui tutto è frenesia, non
c'è né il tempo né la voglia di traslare sentimenti ed emozioni se
non attraverso il linguaggio corrente, in uno spezzettamento del
ritmo che necessariamente fa passare in secondo piano la forma per
dedicare la sola attenzione al contenuto.
Eros
Dorme, alato e stanco su quella coltre
d'ombroso disio, con viso adorno, Eros,
mentre io, docile, finanche mi struggo
ai suoi piedi come una serva mortale.
……
Oppure
Inno a Seiphoros
Di Seiphoros,
signore di tutti i cavalli
ratto, s'infuoca il vello
d'eburnea tinta,
come del promaco Ares
s'incendia la propria ira furente.
……
E' appena il caso di sottolineare che sono versi che si prestano a
essere declamati, più che a essere semplicemente letti, perché solo
in questo modo è possibile avvertire la fluidità, lo scorrimento
senza intralci delle parole, a formare una musicalità che è il nerbo
principale di queste opere, che pure hanno il pregio di far volare
la mente, di oltrepassare il limite apparentemente invalicabile fra
realtà e irrealtà, trasportandoci nell'etereo mondo di divinità solo
credute scomparse e invece solo dimenticate.
Regna un'aria di bucolico mistero, quasi un'evanescente visione di
quelle che sono le aspirazioni degli uomini e che nelle divinità
trovano sbocco, creando così una fusione perfetta fra l'aspetto
onirico della vita e la concretezza materiale di ogni giorno.
Riproporre i miti, quindi, non è un puro esercizio velleitario, ma
rappresenta uno sbocco all'insostenibilità che molti provano per
l'aridità della loro vita.
In questo senso, il lavoro continuo di Corselli ha una sua nobiltà
che esula da quella di fornirci solo una visione del bello, ma è
molto più pregnante, essendo di fatto un indirizzo, un segnale, una
via da percorrere per ritrovare quella pace interiore troppo
compromessa dal materialismo dilagante.
Penso che per chi si accosta per la prima volta a questa forma di
poesia Amor di Ninfa possa rappresentare l'inizio più appropriato,
ma se s'innamorerà di questo stile, di questa forma sarà gioco forza
il suo passaggio ai poemi epici, che sono il vero e autentico punto
di forza dell'autore, opere nelle quali si esprime a livelli
veramente elevati.
Per cominciare, quindi, questo libro rappresenta l'optimum, la
chiave d'ingresso in un mondo che si rivelerà in tutta la sua
bellezza.
Fabrizio Corselli, scrittore di
poesia epico-mitologica e saggista classe '73, nato a Palermo.
Ha pubblicato nel 2001 il libro di poesie sui miti greci I Giardini
di Orfeo, Edizioni Laboratorio Giovanile.
Diverse le pubblicazioni di poesie e critica letteraria su riviste
del settore, e collaborazioni con il Salone Internazionale di Parigi
e con il Museo Beleyevo di Mosca.
Si occupa da tempo d'iniziative volte a promuovere il mondo della
poesia attraverso corsi mirati (Il Sogno di Dafne, Eidyllion), con
un occhio di riguardo nei confronti della cultura classica greca
(nella fattispecie, promozione della cultura olimpica classica e
dell'attività sportiva moderna attraverso la poesia). Considerato
tuttora uno dei maggiori esponenti del mitomodernismo italiano.
Presidente di Giuria del prestigioso premio Laire Lorala, di poesia
a tema tolkieniano e mitologico, dal 2004.
Segnalato sul sito della Treccani dal Prof. Roberto Carnero per la
positiva riscrittura dei classici greci in relazione all'epica
sportiva antica di cui si occupa con assiduità e dedizione dal '96,
con l'inedito non integrale Olimpica - Il respiro dell'eternità,
recensito da Lorenzo Flabbi.
Tra le sue pubblicazioni: il saggio sull'Eros e Poesia dal titolo
Sublimis, Apologia dell'Estasi presso la nota rivista cartacea
Atelier; il ciclo mitografico a puntate, dal titolo Eos - Il
risveglio del Mito, sulla rilevazione delle diverse tipologie
dell'Eros nei miti greci presso il settimanale palermitano Città Mia
News; il saggio di Estetica Il Silenzio di Laocoonte - ovvero del
dolore come dimensione oggettiva dell'atto compositivo.
Ha pubblicato presso il portale di cultura ellenica Mondogreco 1) il
poema di rievocazione mitologica della Battaglia delle Termopili dal
titolo All'Ombra di una Guerra; la prefazione è stata curata dal
Prof. Matteo Veronesi. 2) il Satyros - viaggio arcadico di un satiro
danzante (opera epico-mitologica in due libri, versione E-Book),
presentato dalla Prof.ssa Cettina Messina.
Pubblicazione nel 2008 del libro Amor di Ninfa, Nympholeptos, opera
tematica sul delirio ninfale.
Blog: Endymion
Renzo Montagnoli
L'esistenza di dio
di Raul Montanari Baldini
Castoldi Dalai
Collana I tascabili
Narrativa romanzo noir
In una Milano primaverile Adriano esce dal carcere dopo una
reclusione di cinque anni per avere ucciso la moglie. Si riaffaccia
alla vita grazie soprattutto all'amicizia con Carlo, un suo vecchio
compagno, ma il destino riserva sempre sorprese e così, in un
alternarsi di improvvise memorie e di tempo presente, si snoda una
vicenda che vede coinvolto il protagonista, suo malgrado, in un
dramma che nelle pagine finali raggiunge l'apice della tragedia.
Ma sarebbe riduttivo limitarsi a questi scarni dati se non
aggiungessi che nell'intreccio entra anche un particolare
personaggio, Bruno, figlio di un boss, conosciuto in carcere e che
Adriano ha salvato da una violenza sessuale.
Si snodano così due amicizie apparentemente solo simili, in quanto
appartenenti a mondi diversi, perché con Carlo è un rapporto di
reciproca riconoscenza, mentre con Bruno obbedisce alle ataviche
regole dalla malavita, a un codice d'onore in cui ogni aiuto
disinteressato finisce con il creare l'obbligo di ripagarlo.
In questi due mondi antitetici si muove, suo malgrado, Adriano,
cercando sempre di restare in quello originario, ma costretto poi a
piombare nell'altro nel momento in cui Carlo, mosso dal bisogno,
commetterà un'imperdonabile sciocchezza.
Narrata così la storia può sembrare poca cosa, ma data la natura
noir del romanzo volutamente non aggiungo altro per non togliere al
lettore il piacere della scoperta.
Quindi mi limiterò ad alcune annotazioni di ciò che mi ha
particolarmente colpito e che poco ha a che fare con il genere noir,
per quanto la scrittura di Raul Montanari mi sia apparsa sicura,
lineare, senza sbavature, riuscendo a tenere saldo il ritmo della
vicenda che, come ho scritto prima, raggiunge la tragedia nel
finale, secondo un copione che un po' mi ricorda Carlito's Whay,
il bellissimo film di Brian De Palma.
Ci sono alcune righe di introduzione dove si fa un distinguo fra
illusioni e speranze, due concetti che si assomigliano, ma non sono
uguali. Le prime fanno parte del passato, mentre le speranze
guardano al futuro, e i contrari sono rispettivamente le delusioni e
le disperazioni, in cui le prime finiscono per essere esperienze
amare, ma salutari, mentre le seconde sono la resa totale, o meglio
ancora, come dice l'autore, sono l'unico peccato per il quale non
c'è perdono, né in terra né in cielo.
Ecco, in questa disquisizione c'è tutto il nocciolo dell'opera e si
arriva anche a comprendere il perché dello strano titolo: chi vive
di illusioni finisce per le sue disgrazie con il prendersela con Dio
(Dio perché mi hai fatto questo?). Ma con le illusioni non si
cresce, perché non hanno futuro, a differenza delle speranze, e il
gesto finale di Adriano è una speranza, in un mondo migliore, dove
tutti i suoi affetti possano vivere, magari anche nel suo ricordo.
La forza del romanzo sta soprattutto negli inevitabili contrasti fra
i sentimenti, nella difficile scelta fra ciò che è bene e male, nel
desiderio di espiare effettivamente sublimando i concetti di
amicizia e di amore con il sacrificio, una tendenza all'assoluto, di
fatto un una ricerca dell'esistenza di Dio.
Ma ci sono anche curiosità, parentesi che di fatto sono riflessioni
volte a stemperare in alcuni momenti la tensione della trama come
per esempio la dissertazione su ciò che sono effettivamente gli
psicanalisti, questa fra l'altro per certi versi spassosa.
Nel complesso, L'esistenza di dio finisce con il travalicare
i canoni del noir classico, affrontando tematiche che quasi
sommergono la trama, ma che riescono a dare al romanzo un'impronta
che lo nobilita
e che con convinzione mi induce a raccomandarne vivamente la
lettura.
Raul Montanari è nato a Bergamo
nel 1959 e si avvicina al mondo letterario inizialmente come
traduttore sia dall'inglese che dal greco e dal latino. Nel 1991
pubblica il suo primo romanzo (Il buio divora la strada, edito da
Leonardo) e successivamente La perfezione (Feltrinelli, 1994, 1996,
2006), Sei tu l'assassino (Marcos y Marcos, 1997), Dio ti sta
sognando (Marcos y Marcos 1998), e, per Baldini Castoldi Dalai, Che
cosa hai fatto (2001, 2004), Il buio divora la strada (2002), Chiudi
gli occhi (2004, 2005), La verità bugiarda (2005), L'esistenza di
dio (2006, 2008), La prima notte (2008); inoltre le raccolte di
racconti Un bacio al mondo (Rizzoli, 1998) e E' di moda la morte (Perrone,
2007).
Molti suoi racconti, articoli e saggi sono usciti in antologie, e
sui maggiori quotidiani e periodici italiani.
Con Aldo Nove e Tiziano Scarpa ha scritto la fortunata raccolta di
poesie Nelle galassie oggi come oggi. Covers (Einaudi, 2001).
Ha curato le antologie Il '68 di chi non c'era (ancora) (Rizzoli,
1998), Onda lunga (Archivi del '900, 2002) e Incubi. Nuovo horror
italiano (Baldini Castoldi Dalai, 2007).
Ha tradotto per le scene Doppio Sogno di |