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Questa pagina raccoglie le recensioni di romanzi, libri di racconti, volumi di poesia e di altro genere letterario (libri di saggi, viaggi, teatro, ecc.), film. |
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21/2/2012 Il verde della
tua veste a cura di Federico Roncoroni Editore Se Srl Chiara inconsueto Nell’ambito di una più approfondita conoscenza
dello scrittore Piero Chiara vado cercando ogni suo libro e così mi
sono imbattuto in questo volumetto, edito dalla Se, in cui sono
confluiti 22 racconti del tutto inediti. In verità, a voler essere
precisi, senza necessariamente essere pignoli, più che di racconti
si tratta di articoli di varia tematica apparsi su quotidiani e
periodici di vario genere in un arco di tempo che va dal 1948 al
1997, e quindi con alcuni postumi, essendo venuto a mancare l’autore
il 31 dicembre 1986.
Piero Chiara
nacque a Luino nel 1913 e morì a Varese nel 1986. Scrittore tra i
più amati e popolari del dopoguerra, esordì in narrativa piuttosto
tardi, quasi cinquantenne, su suggerimento di Vittorio Sereni, suo
coetaneo, conterraneo e grande amico, che lo invitò a scrivere una
delle tante storie che Chiara amava raccontare a voce. Da Il
piatto piange (Mondadori, 1962), che segna il suo esordio vero e
proprio, fino alla morte, Chiara scrisse con eccezionale
prolificità, inanellando un successo dopo l'altro.
18/2/2012 Il disperso di
Marburg Note critiche di Rossana Rossanda, Edizioni Einaudi C’era una volta un cavaliere biondo su un cavallo bianco Nel cuneese circolava una leggenda, quella di
un tedesco “buono”, che durante la guerra usciva a cavallo dalla
caserma di San Rocco, scambiava qualche parola con i bimbi, donava
un sigaro a un contadino e ogni giorno, alla medesima ora, ritornava
in caserma. La sua pareva un’innocente passeggiata, in parte lungo
la sponda del fiume locale, quasi un tentativo di avere, sia pur per
poco tempo, un sogno di normalità nell’atroce tedio della guerra. Ma
era imprudente, perché la zona pullulava di partigiani e accadde
così che un giorno alla caserma ritornò solo il cavallo e di lui non
si seppe più niente, tranne poche parole mormorate a voce bassa
dalla popolazione locale che raccontava di come, catturato da
patrioti, o da sbandati, oppure da colpisti (tanto per intenderci,
quelli di vado, l’ammazzo e torno), fosse stato ucciso su un
isolotto del corso d’acqua e di come il suo corpo fosse rimasto a
lungo nascosto nella bassa boscaglia, fino a quando una piena del
fiume l’aveva portato via, lasciando solo un lembo di stoffa bianca
impigliato in un ramo.
Nuto Revelli
(Cuneo, 1919-2004), ufficiale
degli alpini in Russia e protagonista della Resistenza nel cuneese,
si è battuto per anni per dare voce ai dimenticati di sempre: i
soldati, i reduci, i contadini delle campagne piú povere. Tra i suoi
libri, tutti editi da Einaudi, La guerra dei poveri (1962),
La strada del davai (1966 e 2010), Mai tardi (1967 e
2008) , L'ultimo fronte (1971 e 2009) , Il mondo dei vinti
(1977), L'anello forte (1985) Il disperso di Marburg (1994 e
2008), Il prete giusto (1998 e 2008), Le due guerre
(2003 e 2005).
15/2/2012 Piove di Gabriele Oselini Prefazione di Fabrizio Azzali Poesia silloge Inspiratio natura Nella sua prefazione a questa silloge, Fabrizio
Azzali cita il riferimento ad alcuni dipinti del grande pittore
romantico inglese John Constable, con quegli orizzonti che
sfumano in cieli solo lievemente corrucciati, una pittura
naturalistica che ha i tratti sfumati, tenui e pur così coinvolgenti
propri dell’acquarello. Nato a Viadana in
Provincia di Mantova il 19 settembre 1953 ed ivi residente,
Gabriele Oselini si è laureato
in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Parma. Negli anni
’70 ha conosciuto Daniele Ponchiroli, viadanese, capo redattore
della casa editrice Einaudi, dal quale ha avuto stimoli importanti e
utili alla propria formazione culturale e umana e col quale ha
intessuto un rapporto di profonda amicizia. È insegnante di Italiano
nella Scuola Media dell’Istituto Comprensivo di Sabbioneta. Sposato
con due figlie, impegnato in politica, ha ricoperto per anni
l’incarico di Assessore alla Cultura, Pubblica Istruzione e
Politiche giovanili del suo Comune. È appassionato di letteratura e
di poesia, con particolare attenzione per quella latinoamericana del
Novecento. Ha partecipato a diversi concorsi locali e nazionali: è
stato segnalato alla III edizione del concorso Pubblica con
noi di Fara Editore, con cui ha pubblicato nel 2005 una
selezione di poesie all’interno di Antologia Pubblica
e, successivamente, le sillogi Specchio (2006), e
Finito (2008).
11/2/2012 La spartizione Arnoldo Mondadori Editore Uno per tutte, tutte per uno “Da dove era venuto con quella faccia severa,
con quell’aspetto composto e a prima vista distinto? Da qualche
importante città, da una famiglia di rango, da una lunga abitudine
alla riservatezza?
Piero Chiara
nacque a Luino nel 1913 e morì a Varese nel 1986. Scrittore tra i
più amati e popolari del dopoguerra, esordì in narrativa piuttosto
tardi, quasi cinquantenne, su suggerimento di Vittorio Sereni, suo
coetaneo, conterraneo e grande amico, che lo invitò a scrivere una
delle tante storie che Chiara amava raccontare a voce. Da Il
piatto piange (Mondadori, 1962), che segna il suo esordio vero e
proprio, fino alla morte, Chiara scrisse con eccezionale
prolificità, inanellando un successo dopo l'altro.
2/2/2012 Tenebre su tenebre
Quando Dio si vergogna degli uomini e gli di Ferdinando Camon Garzanti Libri Un’analisi impietosa Nel
2006 Ferdinando Camon ha riunito in un volume (Tenebre su
tenebre) una serie di pensieri, ragionamenti, meditazioni,
ricordi, scritti nel corso di circa tre lustri in concomitanza con i
fatti più eclatanti della storia e della cronaca, come guerre,
encicliche, omicidi, suicidi, fenomeni sociali di vario genere,
tutti eventi che, senza che magari che ne accorgiamo, incidono in
modo determinante sulla nostra vita.
Ferdinando Camon
è nato in provincia di Padova. In una dozzina di romanzi (tutti
pubblicati con Garzanti) ha raccontato la morte della civiltà
contadina (Il quinto stato, La vita eterna, Un
altare per la madre – Premio Strega 1978), il terrorismo (Occidente,
Storia di Sirio), la psicoanalisi (La malattia chiamata
uomo, La donna dei fili), e lo scontro di civiltà, con
l'arrivo degli extracomunitari (La Terra è di tutti). È
tradotto in 22 paesi. Il suo ultimo romanzo è La mia stirpe
(2011).
29/1/2012 Il balordo di Piero Chiara A cura e
introduzione di Mauro Novelli Arnoldo Mondadori
Editore Un personaggio straordinario “Anselmo Bordigoni pesava centoquaranta chili e la sua altezza era di metri uno e novantotto. La vita sedentaria aveva favorito la crescita del suo ventre, il cui asse antero-posteriore era di settanta centimetri, in rapporto proporzionale col peso…. Scalinate di carne, sacche di grasso d’incalcolabile consistenza, cordonate di lardo e spessore incredibile di cotiche, materializzavano in lui una forma che troppo facilmente poteva definirsi mostruosa, e aveva invece una sua armonia di rapporti tra misura e misura, e come si è visto, tra misura e peso. Nel luogo dove capitò a vivere egli era, positivamente, il più grande e grosso uomo che si fosse mai visto.”
Questa è una parte della descrizione che Piero Chiara fa del
protagonista di Il balordo, il suo terzo romanzo dopo
Il piatto piange e La spartizione. E’
indubbiamente un personaggio eccezionale e non solo per la sua mole,
perché, additato di volta in volta come omosessuale, antifascista,
debole di mente, musicofilo e concertista di grande fama, è invece
un uomo che più che vivere, si lascia vivere, senza apparenti
desideri, senza memoria del passato, completamente soddisfatto della
sua innata passione per la musica, alternata con lunghe sedute in
riva al lago o ai fiumi, cercando di far abboccare qualche
pesciolino.
Piero Chiara
nacque a Luino nel 1913 e morì a Varese nel 1986. Scrittore tra i
più amati e popolari del dopoguerra, esordì in narrativa piuttosto
tardi, quasi cinquantenne, su suggerimento di Vittorio Sereni, suo
coetaneo, conterraneo e grande amico, che lo invitò a scrivere una
delle tante storie che Chiara amava raccontare a voce. Da Il
piatto piange (Mondadori, 1962), che segna il suo esordio vero e
proprio, fino alla morte, Chiara scrisse con eccezionale
prolificità, inanellando un successo dopo l'altro.
23/1/2012 Leonardo Sciascia – La Sicilia come metafora – ed. Mondadori Recensione di M. Carmen Lama
Un libro atipico questo di Leonardo Sciascia, dal titolo La Sicilia come metafora, costituito da una interessante intervista sottoposta allo scrittore siciliano dalla giornalista francese, Marcelle Padovani, nel 1979. Si potrebbe già pensare che sia inutile leggere un libro così datato e che non è nemmeno uno degli importanti romanzi-denuncia di Sciascia, salvo rendersi conto che la sua vena critica, emergente con lucidità e severa obiettività in questa intervista, possa ancora rivelarsi attuale. E in effetti, il libro è di un’attualità sconvolgente, quasi una premonizione, anche perché basato su un filo rosso storico dal quale si evince che nel mondo politico e sociale non ci sono delle novità positive, almeno dal tempo dei Romani! E la condizione politica e sociale dei nostri giorni, purtroppo, ne risulta candidamente rispecchiata, come se Leonardo Sciascia stesse parlando del nostro tempo e non del suo. E non è una sorta di pessimismo insanabile dello scrittore questa sua visione delle cose, in caduta, ma semplicemente il risultato sia di esperienze vissute in prima persona, sia di una osservazione disincantata della realtà: quella a lui prossima negli anni dell’intervista e quella a cui egli risale, con una memoria storica nient’affatto corta e men che meno indulgente verso ciò che non va assolutamente, specie in una società che vuole dirsi democratica e civilmente evoluta. Insomma, semplicemente (sic!) una presa d’atto di una realtà che, nel suo inevitabile divenire temporale, è di una staticità mortifera e mortificante, nel senso più deleterio di questi ultimi due aggettivi, perché si tratta di una tragica involuzione, di un ritorno continuo ad esperienze politico-sociali e quindi anche storico-individuali, che non permettono di prendere respiro, che non fanno avanzare di un passo la cultura in senso lato e quella democratica in particolare, e che non liberano l’uomo dalle pastoie burocratico-legislative, economico-finanziarie, in cui ve l’avviluppa lo strato sociale che detiene il potere e che, chissà perché, è costituito sempre da chi possiede di più in termini materiali, patrimoniali, e di buona dose d’arroganza e di presunzione di legittimità delle sue funzioni, come un’investitura a vita e/o simil-ereditaria. Per non parlare delle pastoie religiose e di quelle che avvolgono persino i comportamenti più privati e il modo stesso di pensare (v. tutte le forme di manipolazione del pensiero attraverso messaggi pubblicitari subliminali e attraverso la distorsione di verità per interessi di parti politiche, partitiche o idelologiche, ecc… che già facevano pesantemente sentire la loro presa al tempo di questa intervista e del rispettivo libro di Sciascia).
Il titolo di questo libro, oltrettutto, è emblematico, perché ci invita immediatamente a chiederci: la Sicilia è metafora di cosa? Se il titolo vuole condensare tutto il percorso della conversazione sostenuta nel libro, è da chiarire subito che cosa intende comunicare. Sciascia afferma: «La realtà tende a diventare ovunque “mafiosa”. La “linea della palma” risale dall’Africa verso l’Europa di 50 centimetri l’anno. Guai alle conseguenze!». Sembra proprio una profezia, almeno a giudicare da quel che vediamo compiersi giorno per giorno sotto i nostri occhi. Per questo, ritengo che l’attualità di questo libro non si riferisca solo al nostro tempo, che ripercorre, ampliandoli e distorcendoli, gli stessi modelli politico-sociali degli anni ’70, ma molto probabilmente si riferisca anche a un tempo futuro, nel quale le conseguenze non potranno essere che un ulteriore ampliamento dei problemi e deterioramento del sistema-Italia. A meno che non ci sia un soprassalto di orgoglio nazionale che facendoci intravedere un baratro non ci imponga un cambiamento culturale e mentale e una virata decisa verso un’auspicata quanto necessaria moralità che partendo dal basso e dal privato individuale, coinvolga in una spirale virtuosa il sociale e soprattutto, e in tempi brevi, il mondo politico.
Per confermare ed analizzare in tutte le possibili accezioni l’assunto del titolo di questo libro, l’intervista si snoda su diversi temi: - inizia dall’identità dello stesso Sciascia, siciliano che ha vissuto dentro il mondo del dramma pirandelliano, dove identità e relatività costituivano (costituiscono!) elementi di un “pirandellismo in natura”, ma che per superare la solitudine in cui un tale mondo lo poneva, ha voluto aggrapparsi alla ragione, cioè all’altra faccia delle cose e a un modo diverso di “ragionarle” - passa poi a parlare della “mafia” dandone una rappresentazione quanto mai rivelatrice del potenziale distruttivo e disgregante che contiene e facendo indignare nel leggere una sorta di “elogio funebre di un mafioso”, dove dopo un distico in corsivo che dice: “In Lui gli uomini ritrovarono / una scintilla dell’eterno rubata ai cieli”, dà alcune informazioni sulla vita di quest’individuo e termina con queste parole: “… dimostrò, con le parole e con le opere, che la mafia sua non fu delinquenza, ma rispetto alla legge dell’onore, difesa di ogni diritto, grandezza d’animo: fu amore” - prosegue con il punto di vista dello scrittore su “come si può essere siciliani” - e con il sostenere una “verità dello scrittore”, il quale, grazie ad una sua esperienza diretta in politica, riesce ad essere molto critico anche con il partito da lui appoggiato - e si conclude, infine, con una disamina molto ben articolata del potere - soprattutto se è comunista. Questa, in breve, la successione dei capitoli del libro.
La lungimiranza di Leonardo Sciascia, basata -come ho già scritto- su una lettura diacronica della vita politica in Italia (con cenni su qualche altra nazione europea) e sull’osservazione dei dati di fatto del periodo storico a ridosso del cosiddetto “affare Moro”, è veramente sorprendente e, mentre invita a non perdere di vista il passato per non ripetere gli errori commessi, dà una fotografia quanto più nitida possibile del presente, purtroppo minato da troppi compromessi e corruzione e mafiosità dilagante, e nello stesso tempo mette in guardia su un futuro che potrebbe non distinguersi poi tanto dal presente e da quello stesso passato che sempre si fatica a lasciarsi definitivamente alle spalle, giungendo però a dare anche prospettive di speranza in un cambiamento possibile in positivo, se si acquisisse la consapevolezza delle zavorre (politiche, morali, sociali, culturali, economiche, commerciali… ecc… ecc..) che continuano a pesarci addosso e della necessità-urgenza di abbatterle, alleggerendo e rimodernando il nostro Paese, in modo che si abbia a buon diritto la certezza di vivere in uno Stato veramente democratico e veramente civile.
È un libro che una siciliana come me, trapiantata da alcuni decenni al Nord d’Italia, non poteva non leggere con la convinzione che si può essere buoni italiani, ma solo a patto che ci si riesca a liberare dalla marginalità in cui siamo continuamente spinti (lo vediamo ancora in quale considerazione è tenuta l’Italia dai partners europei!), rigettando una volta per tutte quella brutta etichetta di mafiosità che infanga la Sicilia in primo luogo e ormai anche il resto d’Italia dove la malavita organizzata ha prolungato i suoi tentacoli. Pur nel pessimismo di fondo che si possa rivoltare una condizione ormai secolare, non ci resta comunque che il dovere di sperare nel cambiamento e negli uomini e nelle donne che hanno a cuore il futuro delle nuove generazioni e dell’Italia. M. Carmen Lama 3 dicembre 2011
19/1/2012 Le corna del
diavolo di Piero Chiara a cura di Mauro Novelli introduzione di Giansiro Ferrara Arnoldo Mondadori Editore Narrativa raccolta di racconti Collana Oscar scrittori moderni Non è solo una questione di corna Nel
1976 a Piero Chiara venne l’idea di riunire in un unico volume dei
racconti brevi scritti anni prima, alcuni dei quali già noti in
quanto pubblicati sul Corriere della Sera.
Piero Chiara
nacque a Luino nel 1913 e morì a Varese nel 1986. Scrittore tra i
più amati e popolari del dopoguerra, esordì in narrativa piuttosto
tardi, quasi cinquantenne, su suggerimento di Vittorio Sereni, suo
coetaneo, conterraneo e grande amico, che lo invitò a scrivere una
delle tante storie che Chiara amava raccontare a voce. Da Il
piatto piange (Mondadori, 1962), che segna il suo esordio vero e
proprio, fino alla morte, Chiara scrisse con eccezionale
prolificità, inanellando un successo dopo l'altro.
15/1/2012
Andrea Camilleri Quarta di copertina
Un caso.
Qualcosa d’incredibile, d’irreale. Una proba- 33 luciferini racconti, certamente per più di 33 altrettanti luciferini lettori… L’inesausta creatività letteraria di Andrea Camilleri ha concepito questo ultimo libro “Il diavolo, certamente”, in cui ha dato ampio respiro alla sua feconda immaginazione. 33 racconti di 3 pagine l’uno, secondo un disegno o una numerologia simbolica rovesciata: non 666, ma 333 perché - citazione di Camilleri - è meglio avere a che fare con mezzo diavolo che con uno intero. Nella nota alla fine dei racconti, l’Autore dice di sapere benissimo che esiste un film di Robert Bresson che in Italia è stato intitolato Il diavolo probabilmente … e che non ha nessuna remora a confessare d’essersene impadronito perché è stato proprio quel titolo a fargli venire l’idea di scrivere queste brevi 33 narrazioni. Diavolo di un Camilleri! Quasi in combutta con la Bestia ci propina questi scritti diabolici, luciferini, lo zampino del diavolo…del caso…dell’imprevisto sono sempre pronti a cogliere di sorpresa la vita, a scompigliare le carte degli eventi. Nulla è prevedibile, la sorte gioca a rimpiattino con le umane vicende e non sempre quello che desideriamo avviene per vie consuete. Mettersi nei panni di questa variegata umanità è un’impresa improba, si rischia di sprofondare nel buio dell’imperscrutabile. I racconti sono congegnati all’interno di un meccanismo pressoché perfetto, i personaggi manovrati con arte e maestria sbalorditive: una rappresentazione sinistra di tutto ciò che alberga negli animi …passioni, vizi, desideri, vendette, perfidie, ma anche slanci, generosità e altro. Fanno da cornice a tutta la raccolta, il primo e l’ultimo racconto, entrambi sono due riflessioni filosofiche che diventano l’anello di congiunzione di tutta la trama narrativa; nel primo il ricorso all’iperbole, ai paragoni supremi, ai complimenti stratosferici verso un avversario, non sostenuti da un’efficace ironia, fanno prendere per autentico il contenuto e quindi invece di una stroncatura risulta un elogio sperticato. Nell’ultimo una discussione filosofica tra due amici si trasforma in un duello argomentativo all’ultimo spasimo sulla discussa dimostrazione della verità (άλήθεια). Ed ecco aprirsi il sipario e su un fondale grigio recita un’umanità invereconda in cui si disvelano abissi interiori: un prefetto perfetto e di cristallina onestà sente riaccendersi una giovanile passione amorosa, un partigiano, tradito dall’irrompere di memorie e sentimenti, tradirà dei suoi compagni. Un ladro d’appartamenti diventa ladro gentiluomo, un bambino dodicenne ordisce freddamente una vendetta famigliare, il monsignor, venerato come un sant’uomo dai fedeli, a causa di un refuso tipografico la sua integrità morale viene deturpata per sempre, il tacco spezzato di una scarpa segna la fine di una relazione, ma è galeotto di una nuova…Tante donne concupiscenti, mogli tradite e che tradiscono a loro volta, amanti di troppo, segretarie che custodiscono segreti…insomma molteplici sfaccettature di personalità e situazioni, a volte paradossali o assurdamente verosimili, sono sinonimi di una realtà che spesso sta davanti ai nostri occhi e non vogliamo decifrarla nella sua crudezza. Il male è spesso motore dell’agire umano, si annida e si manifesta nelle forme più subdole; è un demone che s’insinua nelle menti dei personaggi e come un tarlo scava e corrode i loro pensieri, Camilleri è stato in un certo senso demoniaco a cercare le combinazioni più bislacche, a far incrociare destini, ad architettare incontri: il caso, qualcosa d’incredibile, d’irreale. E se era accaduto doveva ben significare qualcosa. L’attualità nella sua drammaticità è uno dei temi presenti, con la crisi economica, le difficoltà aziendali, lo spauracchio della rovina, i licenziamenti, l’impossibilità di trovare lavoro...Ho letto da qualche parte che l’inferno riesce meglio del paradiso; queste fulminanti e nere e amare storie in cui la verità si colora di menzogna e viceversa si avvalgono dello stile ineguagliato di Camilleri, così netto e deciso, con sottesa ironia, come scriverebbe lui, profusa a tinchitè ( a iosa), mai pesante e tedioso, sempre insita quella speciale leggerezza di linguaggio che lo contraddistingue. Un’altra piacevolissima occasione di lettura.
Andrea
Camilleri
(1925), è autore di oltre 60 romanzi tra
storici, civili e polizieschi, e di diverse raccolte di racconti,
tradotti in più di 30 lingue. Vincitore di numerosi premi in
Italia e all’estero, è noto al
grande pubblico anche per i
romanzi dedicati alle inchieste del commissario Montalbano, della
casa editrice Sellerio,
da cui è stata tratta la fortunata serie televisiva. Tra i tanti
titoli ricordiamo: “La forma
dell’acqua”, “Il cane di terracotta”, “Il ladro di merendine”, “La
voce del violino”, “La stagione della caccia”, “Il birraio di
Preston”,
“La concessione del telefono”, “La gita a
Tindari”, “Maruzza
Musumeci”,
“Il casellante”, “Il campo del vasaio”, “L’età del dubbio”, “Un
sabato, con gli amici” “Il sonaglio” “ La caccia al tesoro” “Il
sorriso di
Angelica”, “ Gran Circo Taddei” “Il
gioco degli specchi””La setta degli angeli”.
14/1/2012 La fabula bella Una lettura sociologica dei Promessi Sposi
di
Presentazione di Enrico Ghidetti Edizioni Solfanelli Saggistica Collana Micromegas
Fu vera gloria?
“Questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai. “ Questo dice in tono perentorio uno dei bravi di don Rodrigo al pavido Don Abbondio. La frase è arcinota, tanto che non è stato difficile farla riemergere dal labirinto della mia memoria, anche perché, quando fu letta e commentata a scuola dall’insegnante, mi venne il sospetto che, per quanto il Manzoni fosse andato a risciacquare i panni in Arno, avesse finito per delineare come autentica lingua italiana, e quindi da essere da tutti utilizzata, quel parlare proprio dei toscani che, nel caso specifico, si estrinseca nell’elisione della i davanti alla h del verbo. In questo senso le comuni riletture de I promessi sposi sono effettuate o con lo scopo di evidenziare l’aspetto linguistico, oppure di privilegiare quello storico, e, meno frequentemente, con accorta equidistanza, entrambi. Resta il fatto che mai romanzo italiano ebbe una diffusione come questo e che, per quanto non possa essere considerato popolare, chi più chi meno ne ha avuto sentore, se non altro per il fatto della sua obbligatorietà come testo scolastico.
Però, questa vicenda di un amore
ostacolato nella sua realizzazione formale, di questo matrimonio
tanto desiderato, ma che per qualcuno non si ha da fare, può
essere letta anche in chiave sociologica ed è quel che ha fatto
Quel che è particolare è rappresentato dall’occasione che ha indotto l’autore a porre mano a questo lavoro, vale a dire la riduzione televisiva del 1990 del regista Salvatore Nocita, frutto quindi di un mezzo, quello televisivo, capace di porgersi con fini didattici, ma che indubbiamente nasconde, per le potenzialità insite nello stesso, i pericoli di un assoggettamento dello spettatore, di un condizionamento della mente che di per sé finisce con il costituire l’oggetto di altre analisi sociologiche. Di per sé l’opera è stata esaminata prescindendo dalla qualità intrinseca e considerandola alla stregua di un normale romanzo di consumo e astraendo così dal suo rilevante valore, nonché ignorando la corposa documentazione critica che seguì la sua uscita e che continua ancor oggi. Il risultato di queste scelte, di quest’occhio attento più alle implicazioni sociologiche che al contesto letterario, è sbalorditivo, perché appare un romanzo totalmente nuovo, senza che con questo il giudizio sulla sua valenza venga sminuito, anche se, a ben guardare, risulta, sia pur di poco, ridimensionato. Quella di Bordoni è una rilettura, insomma, fuori dai canoni e che evidenzia la trascurabile personalità dei due protagonisti principali, Lucia ligia al senso del suo onore femminile, abbastanza scialba, e Renzo, quasi un sempliciotto pronto a inalberarsi di fronte a un ostacolo, ma lesto a rimettere il capo sotto le ali. Assume invece un rilievo particolare la figura di Gertrude, la monaca di Monza, esistita veramente e non quindi frutto di fantasia, la cui presenza nell’opera manzoniana può sembrare eccessiva in funzione della struttura e della trama della narrazione. Anche in questo caso avevo colto da studente l’anomalia, in un romanzo quasi matematico dall’apparire alla lunga freddo. Che il Manzoni avesse avuto pietà della triste vicenda di questa donna costretta per volere paterno in convento dove si risvegliò poi una passione, normale in altri luoghi, invereconda fra le mura di una casa di Dio? Molto probabilmente non fu così, perché l’autore, nel dare risalto agli aspetti negativi di una donna che in pratica cercò di ribellarsi alla sua condizione, intese invece in tal modo, e in contrapposizione, esaltare la fermezza di propositi di Lucia Mondella, però secondo un concetto di donna vista nei ristretti limiti di una mentalità che la considerava una costola dell’uomo. Personalmente riconosco meriti al romanzo che tuttavia presenta luci e ombre, e non sempre le prime sono tali da far dimenticare le seconde, ma d’altra parte l’aria paternalistica di cui il testo è impregnato risente della posizione sociale dell’autore, un conservatore pio, pietoso anche, ma non di certo disposto a cambiare l’ordine gerarchico dell’umanità. Ecco, il Manzoni cattolico, ligio alla conservazione, emerge in modo chiaro e non è difficile ipotizzare che l’uso del testo nelle scuole non fosse solo finalizzato allo studio della lingua italiana, ma costituisse un esempio-monito di ciò che le classi meno privilegiate dell’epoca dovessero aspettarsi, in una invariabilità dello status quo a tutto beneficio di chi deteneva il potere. Bordoni riesce a cogliere nei personaggi le sfumature generalmente ignorate nella didattica e li rende meno astratti e più veritieri, così come anche alcuni opportuni rilievi circa l’inquadramento del periodo storico nell’opera manzoniana riportano il romanzo a una maggiore aderenza a realtà prima un po’ offuscate dalla fantasia. Insomma, senza che per questo I promessi sposi diventino un’opera da gettare – e credo che non pochi studenti lo desidererebbero – quel che esce da La fabula bella è una più razionale valutazione di un romanzo dalle indubitabili qualità, ma non il capolavoro assoluto, giudizio che in epoca scolastica ci è stato surrettiziamente imposto.
Il libro di Bordoni è quindi
senz’altro da leggere, magari con accanto un’edizione dei
Promessi sposi.
8/1/2012
Vladimir Nabokov – La difesa di Lužin – B. Adelphi
Recensione di M. Carmen Lama
È possibile difendersi dalla vita? Nabokov, con il suo romanzo “La
difesa di Lužin”, ha provato a dimostrare che sì, si può trovare
almeno un modo per difendersi dalla iterazione degli eventi della
vita, attuando qualche mossa completamente a sorpresa, un po’ come
avviene nel gioco degli scacchi quando si fronteggiano dei veri
esperti in tornei internazionali, dove ha sempre la meglio il
giocatore che previene l’avversario, a volte con mosse del tutto
imprevedibili perché assurde, ma che proprio per questo lasciano
interdetto l’altro giocatore che non poteva aver previsto una
mossa talmente semplice quanto inconcepibile.
Il gioco degli scacchi, quindi, come metafora della vita, in
questo romanzo.
Il gioco degli scacchi che, una volta imparato cominciando a
prendere gusto nell’immaginare le mosse più audaci (che ne
anticipano, nella mente del giocatore veramente bravo, molte più
di una, cioè molte più di quella che potrebbe essere la successiva
dell’avversario), diventa inizialmente un passatempo intelligente,
per trasformarsi man mano in un desiderio di provare a giocare con
sempre nuovi interlocutori a loro volta esperti, con cui ci si può
reciprocamente sfidare imparando anche nuove strategie e muovendo
i personaggi del gioco in modi sempre diversi, finché non diventa
una vera e propria passione, quasi una mania, un’ossessione e una
sorta di malattia psichica, come una “coazione a ripetere”.
Lužin, il protagonista del romanzo, comincia a sviluppare una
passione irrefrenabile per gli scacchi sin da quando era bambino.
Era un bambino molto intelligente che però a scuola non voleva
mettersi in vista, anzi mostrava già una tendenza ad isolarsi dai
compagni con i quali non condivideva gli stessi interessi e dai
quali non era ben accolto; da essi, al contrario, veniva spesso
deriso e turbato nell’animo con brutti scherzi ai quali non sapeva
o forse non voleva reagire.
Era questa una modalità di rapporti tra coetanei in cui
s’inserivano i rapporti familiari e soprattutto la figura paterna
di Lužin, la cui attività di scrittore era divenuta un’occasione,
per i compagni di Lužin figlio, per prenderlo di mira canzonandolo
e offendendone il padre. Molte occasioni di umiliazioni per il
piccolo Lužin ne avevano segnato la psiche al punto di aver voluto
rinunciare a frequentare la scuola, con disappunto dei genitori,
ma con quella rassegnazione che giunge quando le decisioni
riguardano altri e ogni insistenza si rivela non soltanto inutile,
ma addirittura del tutto controproducente.
La salvezza per il piccolo Lužin arriva inaspettata da una zia, la
cui presenza in casa è controversa, ma che riesce a indirizzare il
bambino almeno verso un interesse, quello del gioco degli scacchi,
appunto.
All’insaputa del padre, il bambino trascorre molto del suo tempo a
“studiare” tutte le possibili combinazioni di mosse scacchistiche
in riviste specializzate che trova nella biblioteca di famiglia.
Il padre conosceva questo gioco e aveva provato a dilettarsene in
precedenti anni della sua vita, nelle occasioni dei ricevimenti
che avevano luogo periodicamente in casa sua.
A cose fatte, quando il figlio svela le sue grandi capacità, il
suo talento nel gioco, vincendo anche con vecchi amici del padre
ritenuti dei veri e propri campioni, il padre non può far altro
che assecondarlo e iscriverlo a tornei, nei quali prima il ragazzo
e poi il giovane Lužin riesce sempre vittorioso.
Col tempo, viene introdotto nei circoli scacchistici più
importanti da un amico del padre, Valentinov, il quale prende a
cuore il suo ruolo di sostenitore (anche finanziario) del giovane,
finché questi diventa un vero e proprio campione imbattibile,
arrivando a giocare più partite contemporaneamente senza subire
mai alcuna sconfitta, alcuno “scacco”. Il ruolo di Valentinov
diventa decisivo verso la fine del romanzo.
Col passare del tempo, si comincia ad intravedere in Lužin un
inizio di cedimento, di cui si accorge per prima una ragazza che
lo conosce per caso. Da questo momento, l’interessamento reciproco
dei due porta ad una svolta nella vita di Lužin, fino ad un brutto
esaurimento psichico che lo costringe a interrompere la sua
carriera nel mondo degli scacchi.
Ma ormai la sua psiche è segnata per sempre. La vita stessa di
Lužin assume le sembianze del gioco, ingannandolo, certo, ma
facendogli provare ancora il brivido della scoperta della mossa
giusta per non soccombere di fronte al nuovo avversario.
L’epilogo non si può svelare qui, ma è sintomatico e quasi
scontato. Bisogna però arrivare alla fine del romanzo per averne
la certezza. A mio parere, poteva ben essere un altro, nel quale
ho sperato ardentemente. Ma i presupposti hanno avuto il loro
senso.
L’amore, come il gioco condotto con il coinvolgimento delle fibre
più profonde dell’anima, come la stessa vita amata con passione e
nello stesso tempo temuta come se fosse un avversario che vuole
metterci alla prova, può avere talvolta degli esiti simili a
quello del romanzo.
La difesa di Lužin è un libro la cui lettura si potrebbe ritenere
obbligata per chi ama gli scacchi, ma anche per chi desidererebbe
amarli, perché si ha a che fare con il funzionamento straordinario
della mente di un giocatore geniale e, soprattutto, con la forza
di astrazione di questo gioco.
Personalmente, però, mi accontento di saper giocare per
estraniarmi solo momentaneamente dal resto e per rilassarmi. Dopo
la lettura di questo libro, il gioco degli scacchi continuerà ad
appassionarmi al livello amatoriale e per puro diletto della
mente.
Non mi propongo però di studiare una mossa vincente per difendermi
dalla vita, perché mi piace subirla anche se con l’apparenza di
guidarla a modo mio.
5
dicembre 2011
5/1/2012
Il
capostazione di Casalino
e altri 15
racconti
di Piero Chiara
a cura di Mauro Novelli
introduzione di Giovanni Tesio
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.
Narrativa raccolta di racconti
Collana Oscar scrittori moderni
Per non dimenticare
Con il Capostazione di Casalino
Chiara scrive gli ultimi racconti, mentre combatte con la malattia
che lo porterà alla morte.
Si tratta di sedici prose, sedici
memorie di fatti e accadimenti di quel mondo della provincia di
cui l’autore luinese rimarrà il magnifico cantore.
Per quanto l’ironia sia sempre
arguta, in sottofondo è presente la malinconia di chi sa che sono
le ultime occasioni per far rivivere personaggi, spesso oscuri, e
che pure, nel loro piccolo, hanno contribuito alla storia del
mondo.
Dalla vicenda quasi kafkiana del
signor Pettoruto alla figura rassegnata, e pur illusa, dell’amico
Trenk, passando per il ferroviere svizzero Camillo e, soprattutto,
per il personaggio di
Siamo lontani dai clamori e dalle
risate di Il piatto piange, no qui al più si strappa
un sorriso, ma protagonisti e vicende sono di quelli che più
restano dentro perché lontani dalle caricature, più umani, per non
definirli più simili a tanti che non conosciamo e che incontriamo
per la strada; ognuno, per quanto ignoto, ha la sua storia e tutti
insieme concorriamo, senza saperlo e magari senza lasciar traccia
indelebile del nostro passaggio, alla grande storia dell’umanità.
In un racconto (I fratelli Mascherpa)
l’autore giustamente scrive “ Vite sprecate, gettate al vento,
si potrebbe dire. Martiri di nessuna fede, ombre che sono passate
senza lasciare un segno.” Conclude, però, con quattro righe in
cui c’è tutto il pensiero di Chiara “ Ma sulla tomba del
Tonchino, un loculo in fondo al portico di un cimitero, è scritto
sopra una piccola lapide il suo nome e cognome: Mino Mascherpa.
Sotto, a caratteri più piccoli, si legge: “Armida Perego non lo
dimenticherà mai.”.
Ecco, con queste ultime prose anche
Piero Chiara ha posto una lapide sul loculo di un mondo che c’era
e che è ormai scomparso, ha dato voce e luce a ombre che
altrimenti si sarebbero perse nel buio, ai tanti del piccolo, del
paese, di quelle comunità che ora sono più numeri statistici che
esseri umani connessi in un unico destino, tanto che è come se in
calce, ma non in caratteri minuscoli, bensì a chiare lettere
avesse scritto: Piero Chiara non vi ha dimenticato.
E sono così belli questi racconti,
completi, storie che hanno un inizio, una fine, uno svolgimento
talmente esauriente da non far rimpiangere un loro eventuale
ampliamento in romanzo, per quanto breve, il che, come riporta
Giovanni Tesio nell’introduzione, dimostra un particolare
attaccamento dell’autore per la prosa breve, ribadito anche nella
risposta che diede a una domanda sul “perché” del racconto: “Bisognerebbe
chiederci perché il romanzo”.
Il capostazione di Casalino
è un canto del cigno, ma è un canto stupendo e, forse, è il
capolavoro di Piero Chiara.
Piero
Chiara nacque a Luino nel
1913 e morì a Varese nel 1986. Scrittore tra i più amati e
popolari del dopoguerra, esordì in narrativa piuttosto tardi,
quasi cinquantenne, su suggerimento di Vittorio Sereni, suo
coetaneo, conterraneo e grande amico, che lo invitò a scrivere una
delle tante storie che Chiara amava raccontare a voce. Da Il
piatto piange (Mondadori, 1962), che segna il suo esordio vero
e proprio, fino alla morte, Chiara scrisse con eccezionale
prolificità, inanellando un successo dopo l'altro.
E’ stato
autore particolarmente fecondo e fra le sue numerose pubblicazioni
figurano Il piatto piange (1962), La spartizione
(1964), Il balordo (1967), L’uovo al cianuro e altre
storie (1969), I giovedì della signora Giulia (1970),
Il pretore di Cuvio (1973), La stanza del Vescovo
(1976), Il vero Casanova (1977), Il cappotto di Astrakan
(1978), Una spina nel cuore (1979), Vedò Singapore?
(1981), Il capostazione di Casalino e altri 15 racconti
(1986). |
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