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21/2/2012

Il verde della tua veste
e altri racconti
di Piero Chiara

a cura di Federico Roncoroni
In copertina: Antonio Donghi,
Donna al caffè, 1931 (particolare)

Editore Se Srl
Narrativa racconti
 

Chiara inconsueto

Nell’ambito di una più approfondita conoscenza dello scrittore Piero Chiara vado cercando ogni suo libro e così mi sono imbattuto in questo volumetto, edito dalla Se, in cui sono confluiti 22 racconti del tutto inediti. In verità, a voler essere precisi, senza necessariamente essere pignoli, più che di racconti si tratta di articoli di varia tematica apparsi su quotidiani e periodici di vario genere in un arco di tempo che va dal 1948 al 1997, e quindi con alcuni postumi, essendo venuto a mancare l’autore il 31 dicembre 1986.
Sebbene la capacità affabulatoria di Chiara si manifesti anche in questa circostanza, tuttavia siamo assai lontani dalla narrativa ironica a cui ci ha abituato.
Il fatto che si tratti di articoli, in cui magari si parla del Lago Maggiore, ieri e oggi, oppure dei mesi dell’anno, fa venir meno quei personaggi del piccolo mondo della provincia che, benchè spesso sconosciuti, hanno lasciato, grazie allo scrittore luinese, una traccia indelebile, come per esempio Anselmo Bordigoni (Il balordo) oppure Emerenziano Paronzini (La spartizione).
Per lo più in queste prose si riscontra una serietà di esposizione, una minor partecipazione dell’autore, insomma un distacco, che
senza togliere nulla alla valenza dell’articolo, fa pensare a un mutamento del carattere di Chiara, ora più asettico, professionale come può essere un autore che si stacca dalla sua consueta produzione per parlare di tutt’altro.
In verità, Roncoroni, curatore della raccolta, nella ricerca di questi testi si è imbattuto anche in qualche vero e proprio racconto e ciò costituisce un pregio, se non il pregio maggiore, di questo volume.
Così con I cavalieri della stecca, una dissertazione sul gioco del biliardo, ritroviamo il Chiara frequentatore di bar, con i personaggi del tutto particolari che li frequentano; e sebbene più articolo che racconto, in L’espettorazione emerge, palpabile, quell’ironia a cui ci ha sempre abituato, ironia che ritroviamo anche in Il miracolo, storia tipica di paese, nonché in La ragazza e il grande Barzola, tutto giocato su un errore di identità, ma con risvolti anche erotici.
Mi ha meno convinto Anita casalinga gelosa, una breve biografia di Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, meglio conosciuta come Anita Garibaldi, perché si alternano notizie sicuramente vere ad altre del tutto inattendibili, come il fatto che fosse morta strangolata , sulla base del rapporto del Commissario Pontificio di Bologna, pronto a inventarsi qualsiasi corbelleria pur di screditare Garibaldi. A onor del vero, Chiara sembra piuttosto scettico al riguardo, ma non è che approfondisca, anche perché in lui si risveglia l’istinto della trasgressione che nell’Eroe dei due mondi trova terreno fertile, considerata la sua attitudine a innamorarsi facilmente e a ingravidare le donne che frequentava.
Secondo me, questo excursus storico era meritevole di più ampia trattazione, che invece risulta affrettata, quasi che al tema della gelosia, giustificata, di Anita, Chiara preferisse l’attività di cornificatore del marito.
Il verde della tua veste, che dà il titolo all’intera raccolta, è invece una dissertazione sulla Valtellina, piacevole, lieve, e in cui brevemente compare un personaggio femminile che sarà poi protagonista di un altro riuscito racconto pubblicato in altra raccolta.
Nel complesso il libro si legge e non di rado con interesse, sempre sorretto dallo stile ineguagliabile dello scrittore.
Pur con le riserve che ho dianzi espresso mi sento di consigliare la lettura, senz’altro gradevole.

Piero Chiara nacque a Luino nel 1913 e morì a Varese nel 1986. Scrittore tra i più amati e popolari del dopoguerra, esordì in narrativa piuttosto tardi, quasi cinquantenne, su suggerimento di Vittorio Sereni, suo coetaneo, conterraneo e grande amico, che lo invitò a scrivere una delle tante storie che Chiara amava raccontare a voce. Da Il piatto piange (Mondadori, 1962), che segna il suo esordio vero e proprio, fino alla morte, Chiara scrisse con eccezionale prolificità, inanellando un successo dopo l'altro.
E’ stato autore particolarmente fecondo e fra le sue numerose pubblicazioni figurano Il piatto piange (1962), La spartizione (1964), Il balordo (1967), L’uovo al cianuro e altre storie (1969), I giovedì della signora Giulia (1970), Il pretore di Cuvio (1973), La stanza del Vescovo (1976), Il vero Casanova (1977), Il cappotto di Astrakan (1978), Una spina nel cuore (1979), Vedrò Singapore? (1981), Il capostazione di Casalino e altri 15 racconti (1986).
 
Renzo Montagnoli

 

18/2/2012

Il disperso di Marburg
di Nuto Revelli

Note critiche di Rossana Rossanda,
Goffredo Fofi e Jens Petersen
In copertina elaborazione grafica
di una miniatura di Jean Fouquet
tratta dal manoscritto Histoireancienne jusqu’à Cesar et faits des Romains

Edizioni Einaudi
Narrativa
Collana ET Scrittori

C’era una volta un cavaliere biondo su un cavallo bianco

Nel cuneese circolava una leggenda, quella di un tedesco “buono”, che durante la guerra usciva a cavallo dalla caserma di San Rocco, scambiava qualche parola con i bimbi, donava un sigaro a un contadino e ogni giorno, alla medesima ora, ritornava in caserma. La sua pareva un’innocente passeggiata, in parte lungo la sponda del fiume locale, quasi un tentativo di avere, sia pur per poco tempo, un sogno di normalità nell’atroce tedio della guerra. Ma era imprudente, perché la zona pullulava di partigiani e accadde così che un giorno alla caserma ritornò solo il cavallo e di lui non si seppe più niente, tranne poche parole mormorate a voce bassa dalla popolazione locale che raccontava di come, catturato da patrioti, o da sbandati, oppure da colpisti (tanto per intenderci, quelli di vado, l’ammazzo e torno), fosse stato ucciso su un isolotto del corso d’acqua e di come il suo corpo fosse rimasto a lungo nascosto nella bassa boscaglia, fino a quando una piena del fiume l’aveva portato via, lasciando solo un lembo di stoffa bianca impigliato in un ramo.
Quando ne venne a conoscenza Revelli erano già trascorsi molti anni dal fatto, ma la figura del tedesco buono e del disperso presero il sopravvento sul razionale quotidiano, tanto da indurlo a effettuare una lunga ricerca storica, sulla base di prove orali e documentali, per sapere se questa leggenda avesse un fondamento, per dare un nome alla vittima e, soprattutto, per verificare se davvero fosse stato buono, perché lui, Revelli, di tedeschi buoni non ne aveva conosciuti, anzi aveva cominciato a odiarli durante la campagna di Russia, sentimento che si era ulteriormente acutizzato nel periodo della Resistenza.
La ricerca fu lunga, snervante, quasi impossibile e di questo lavoro straordinario abbiamo il resoconto con questo libro, in cui l’autore riporta, diaristicamente, il progredire delle indagini, le sensazioni, gli stati d’animo, il continuo riaffiorare di ricordi degli altri dispersi suoi compagni d’arme in Russia e di episodi indelebili della sua attività di partigiano.
Ne nasce una strana opera, che non è né saggio storico, né romanzo, ma che porta le caratteristiche di entrambi, con un “io” narrante che lascia chiaramente trasparire l’ansia di arrivare alla fine, di sapere, nella particolare condizione che un nemico è un’ombra senza volto da uccidere, mentre il nemico, quel nemico, perde le caratteristiche di bersaglio anonimo, diventa poco a poco parte di noi, sì che odiandolo odiamo noi stessi.
E’ un lavoro non facile, ma lo stile asciutto di Revelli molto aiuta nel trasmettere l’immediatezza degli stati d’animo, nell’intuire ciò che l’autore ha timore di rivelare perfino a sé medesimo.
Il percorso è doloroso e più ci si avvicina alla meta più risalta l’umanizzazione della vittima, probabilmente non buona, ma nemmeno cattiva. E il nemico così, a mano a mano che si conosce, diviene la nostra ombra, in un crescendo di commozione che l’autore conclude così malinconicamente:  Ogni qual volta rivivo l’episodio di San Rocco mi rivedo davanti agli occhi quel brandello della maglia bianca di Rudolf, risparmiato dall’onda lunga del fiume. Come il segnale di un destino crudele, di una vita sprecata, di una resa.” (pag. 174)
Rudolf Knaut perde il suo alone di leggenda, ma induce il nemico Nuto Revelli a provare un sentimento di autentica umana pietà.
Il disperso di Marburg è un bellissimo libro contro la follia di ogni guerra.

Nuto Revelli (Cuneo, 1919-2004), ufficiale degli alpini in Russia e protagonista della Resistenza nel cuneese, si è battuto per anni per dare voce ai dimenticati di sempre: i soldati, i reduci, i contadini delle campagne piú povere. Tra i suoi libri, tutti editi da Einaudi, La guerra dei poveri (1962), La strada del davai (1966 e 2010), Mai tardi (1967 e 2008) , L'ultimo fronte (1971 e 2009) , Il mondo dei vinti (1977), L'anello forte (1985) Il disperso di Marburg (1994 e 2008), Il prete giusto (1998 e 2008), Le due guerre (2003 e 2005).
Renzo Montagnoli

 

15/2/2012

Piove

di Gabriele Oselini

Prefazione di Fabrizio Azzali
Copertina di Elvira Pagliuca (studio Kaleidon)
Fara Editore
www.faraeditore.it

Poesia silloge
Collana Sia cosa che

Inspiratio natura

Nella sua prefazione a questa silloge, Fabrizio Azzali cita il riferimento ad alcuni dipinti del grande pittore romantico inglese John Constable, con quegli orizzonti che sfumano in cieli solo lievemente corrucciati, una pittura naturalistica che ha i tratti sfumati, tenui e pur così coinvolgenti propri dell’acquarello.
E’ indubbio che quest’opera poetica di Gabriele Oselini approdi, attraverso le parole, a descrizioni paesaggistiche del territorio padano, non fini a se stesse, ma metafore degli stati d’animo, dei sentimenti, delle emozioni dell’autore (al tramonto / con frivola certezza / dallo stagno odoroso / molle di luci ondulate / soffuse fra frasche di salice / e anatre in fila affamate / dietro il ponte verde marcio / vola un rondone.). Pochi versi e si apre uno squarcio nel grigiore quotidiano per un ritorno alla serena complessità della natura, una natura realistica, non idealizzata come un’Arcadia, ma semplicemente portata alla luce perché se ne sappiano cogliere i positivi influssi, immergendosi in essa, parte e mai controparte del caos perfetto dell’universo.
Per chi non si lascia travolgere dalla quotidianità è un ritorno alle origini, un rifugio a cui approdare dopo una continua fuga da se stessi. C’è una certa atmosfera che si può ritrovare anche nelle Bucoliche di Virgilio, ma non stupisce perché l’essere umano, per ritrovare il suo intimo io, deve ritornare nel grembo della grande madre, appunto della natura.
Le sensazioni indotte, però,  non si limitano solo ai tratti di pennello con cui si delinea il paesaggio, perché come in ogni opera pittorica assumono valenze i colori, quasi sempre tenui, un’impalpabile mano di vernice che sembra dissolversi nell’aria se si soffia sulle pagine ( Greve / il giorno della merla / colora d’opale / la neve.). La fine di gennaio, nel pieno dell’inverno, assume così i tratti di un freddo interiore, di una stagione morta da cui è possibile risorgere solo a primavera ( da Rondine – linea nera / veleggi / nell’azzurro / sinuosa…).
E la natura è sempre protagonista, anche laddove fa da sfondo a un emergente ricordo (da Compagno Bruno - …Dorme ora la tua anima / capace di assalti / un tempo verdi / di alberi amati / lungo la strada del Po /…) ( da Ennio – un vecchio salice / monta la guardia / alla barchessa / abbandonata / dietro il bugno…).
C’è una semplicità in queste poesie che è perfino disarmante, ma esse sanno ricreare un ambiente, un’atmosfera palpabile e che coinvolge, magari senza la vena mistica propria della produzione di Tagore, ma quel senso innato di rispetto e amore per la natura c’è tutto, come quell’inconscio ritorno al passato, un’isola lontana che riaffiora dentro fra le brume dense del tempo presente, e che non ci fa dimenticare da dove veniamo, alla ricerca di una rotta sicura e serena nei marosi di un’epoca che procede come un veliero disalberato.
Sono una quarantina di poesie in tutto, fra le quali Piove, che dà il titolo alla silloge e che è paradigmatica di tutta l’ars poetica di Oselini (fra arabeschi / color verde / su nubi diafane / chiaro un raggio / - o forse un’ombra - /…). Natura che richiama i ricordi, memorie che si fondono nel paesaggio, colori tenui, un senso di vita calmo, pacato, appena sfiorato da quell’ombra, quasi sempre nascosta, e che di tanto in tanto ci ricorda che l’eternità non è per noi, piccoli esseri che per poco tempo alimentiamo quell’autentico miracolo che è la vita.
Leggete queste poesie, ritroverete una serenità di cui non serbavate nemmeno il ricordo.

Nato a Viadana in Provincia di Mantova il 19 settembre 1953 ed ivi residente, Gabriele Oselini si è laureato in Pedagogia presso l’Università degli Studi di Parma. Negli anni ’70 ha conosciuto Daniele Ponchiroli, viadanese, capo redattore della casa editrice Einaudi, dal quale ha avuto stimoli importanti e utili alla propria formazione culturale e umana e col quale ha intessuto un rapporto di profonda amicizia. È insegnante di Italiano nella Scuola Media dell’Istituto Comprensivo di Sabbioneta. Sposato con due figlie, impegnato in politica, ha ricoperto per anni l’incarico di Assessore alla Cultura, Pubblica Istruzione e Politiche giovanili del suo Comune. È appassionato di letteratura e di poesia, con particolare attenzione per quella latinoamericana del Novecento. Ha partecipato a diversi concorsi locali e nazionali: è stato segnalato alla III edizione del concorso Pubblica con noi di Fara Editore, con cui ha pubblicato nel 2005 una selezione di poesie all’interno di Antologia Pubblica e, successivamente, le sillogi Specchio (2006), e Finito (2008).
Renzo Montagnoli

 

11/2/2012

La spartizione
di Piero Chiara

Arnoldo Mondadori Editore
Narrativa romanzo
 

Uno per tutte, tutte per uno

“Da dove era venuto con quella faccia severa, con quell’aspetto composto e a prima vista distinto? Da qualche importante città, da una famiglia di rango, da una lunga abitudine alla riservatezza?
Solo dopo qualche mese si seppe che veniva, in seguito a trasferimento d’ufficio, dal capoluogo della provincia; ma che era di Cantévria, un paesucolo della Valcuvia, a pochi chilometri da Luino.”
Emerenziano Paronzini, un impiegato statale di mezza età, ha idee ben chiare in testa: è giunto il momento di accasarsi, di trovare una moglie, non necessariamente bella, ma che rappresenti per lui una sicurezza, un approdo definitivo in attesa dell’ultima stagione.
E’ così che nella sua ricerca, in cui spirito di osservazione e fiuto istintivo procedono appaiati, s’imbatte nelle tre sorelle Tettamanzi, zitelle ormai, timorate di Dio, anzi quasi beghine, senza problemi economici e con una vecchia, ma comoda casa in paese, circondata da un bel giardino. Belle non sono, anzi a voler essere realisti  sono proprio brutte, anche se qualche particolare anatomico non è disprezzabile. E così come la faina si avvicina al pollaio con circospezione, il Paronzini guata le prede, fino a riuscire a introdursi nella loro dimora.
La scelta cade sulla più anziana, Fortunata, ma il corteggiamento di un uomo, del tutto ormai inatteso, sconvolge l’equilibrio familiare, provoca scariche ormonali al punto che tutte e tre le sorelle decidono, autonomamente beninteso, di farlo innamorare. E così, se la scelta formale sarà per Fortunata, portata infatti all’altare, Emerenziano Paronzini si farà in tre, passando da un letto all’altro, accontentando così anche le altre due che, per la prima volta, nella loro ingessata vita da nubili, conosceranno la felicità.
Convinte di condurre il gioco, in effetti questo è comandato dal maschio, un vero e proprio gallo nel pollaio che, secondo turni prestabiliti, giace con l’una o con l’altra, in tutti i giorni della settimana, fatta eccezione per la domenica, vero e proprio giorno di riposo in tutti i sensi.
Secondo romanzo di Piero Chiara, dopo Il piatto piange, La spartizione vanta un’invidiabile freschezza, una leggerezza narrativa che presenta, per la prima volta nella produzione dell’autore luinese, una misurata ironia che fa muovere più al sorriso che alla risata, che stempera qualche scena un po’ troppo erotica, restituendo all’atto sessuale quella sua naturalezza che solo secoli di calunnie hanno relegato fra i peccati.
Fra l’altro, l’abilità dello scrittore è veramente rimarchevole dove descrive i turbamenti di queste mature zitelle, la trasformazione da insensibili cariatidi a femmine voluttuose, prima frastornate dalla novità e poi compiaciute del loro tranquillo menage.
La spartizione è un romanzo sicuramente piacevole e divertente e quindi la lettura è senz’altro consigliata.  

Piero Chiara nacque a Luino nel 1913 e morì a Varese nel 1986. Scrittore tra i più amati e popolari del dopoguerra, esordì in narrativa piuttosto tardi, quasi cinquantenne, su suggerimento di Vittorio Sereni, suo coetaneo, conterraneo e grande amico, che lo invitò a scrivere una delle tante storie che Chiara amava raccontare a voce. Da Il piatto piange (Mondadori, 1962), che segna il suo esordio vero e proprio, fino alla morte, Chiara scrisse con eccezionale prolificità, inanellando un successo dopo l'altro.
E’ stato autore particolarmente fecondo e fra le sue numerose pubblicazioni figurano Il piatto piange (1962), La spartizione (1964), Il balordo (1967), L’uovo al cianuro e altre storie (1969), I giovedì della signora Giulia (1970), Il pretore di Cuvio (1973), La stanza del Vescovo (1976), Il vero Casanova (1977), Il cappotto di Astrakan (1978), Una spina nel cuore (1979), Vedrò Singapore? (1981), Il capostazione di Casalino e altri 15 racconti (1986).
Renzo Montagnoli

 

2/2/2012

Tenebre su tenebre

Quando Dio si vergogna degli uomini e gli
uomini si vergognano di Dio

di Ferdinando Camon

Garzanti Libri
www.garzantilibri.it
Saggistica
 

Un’analisi impietosa

Nel 2006  Ferdinando Camon ha riunito in un volume (Tenebre su tenebre) una serie di pensieri, ragionamenti, meditazioni, ricordi, scritti nel corso di circa tre lustri in concomitanza con i fatti più eclatanti della storia e della cronaca, come guerre, encicliche, omicidi, suicidi, fenomeni sociali di vario genere, tutti eventi che, senza che magari che ne accorgiamo, incidono in modo determinante sulla nostra vita.
Ormai dovrei essere abituato all’originalità delle opere di questo autore, mai ripetitivo, e in grado di affrontare qualsiasi tema a 360°; eppure questo Tenebre su tenebre mi ha stupito, con questa lunga serie di riflessioni su aspetti diversi, ma in un’unica ottica: quella di rappresentare i controsensi di una società apparentemente felice, ma che va di giorno in giorno degradando. E il quadro che ne esce è per certi aspetti disarmante, perché non lascia scampo, perché non resta un barlume di speranza a che questa decadenza possa arrestarsi, o comunque rallentare.
Tengo a precisare che Camon non è l’inguaribile pessimista che da un aspetto, magari anche marginale, trae, per estensione, conclusioni apocalittiche; no, nel leggere questi pensieri, che a volte possono anche indisporre perché ci toccano direttamente, nascono altre riflessioni che finiscono con il pervenire, al termine del libro, a un unico giudizio sul futuro di questa povera umanità, tesa a percorrere una discesa senza freni e comunque nel più totale disinteresse per la propria sorte.
Ora parlare diffusamente di tutte queste ponderazioni è pressoché impossibile, perché il libro consta di 368 pagine, dove sono numerosissimi i fatti su cui l’autore ha ragionato e pertanto mi limiterò ad accennare solo ad alcuni, a quelli che, a mio parere, possono meglio dare un’idea dei contenuti di questo volume.
Comunque non è sfuggito nulla dei piccoli e grandi temi, o problemi, che caratterizzano la nostra società. A volte le riflessioni hanno imposto un discorso piuttosto lungo, altre, più spesso, si formalizzano in poche righe, una vera e propria fucilata che ci richiama alla realtà di situazioni e di fatti che abbiamo affrontato in modo superficiale, e frequentemente sulla base di preconcetti, che diamo come verità assolute, e invece sono delle falsità di comodo su cui costruire castelli che, per l’infondatezza delle loro stesse basi, prima o poi finiranno per crollare su di noi.
In un’epoca come la nostra, caratterizzata da grandi spostamenti di esseri umani dalle aree misere della terra alle nostre, in cui il benessere è ancora palpabile nonostante la crisi, non poteva così mancare un’attenzione per il fenomeno delle migrazioni ed ecco allora alcune meditazioni, fra le quali Verme mi sembra che più di ogni altra valga a spiegare la nostra diffidenza verso questi stranieri (I paesi che hanno avuto una forte emigrazione sono i più crudeli nel bloccare l’immigrazione. Perché l’ex-emigrante vede nel nuovo povero il povero che lui è stato. La visione accanto a sé dello straniero-povero è come la scoperta di un verme nella mela che sta mangiando: sputa perché lo disgusta. Perciò gli immigranti, dopo aver lavorato qua per decenni, prima di morire tornano nei loro paesi: finalmente liberi, pari tra pari.).
Altre riflessioni sono brevi, quasi uno strale che colpisce all’improvviso e che dà l’impressione di un epitaffio disincantato, proprio per la logica ferrea che è alla loro base, come nel caso di Vincitori (Nelle polemiche letterarie, come nelle guerre, vince chi ha più potere, non chi ha più ragione. La tv sul giornale, il giornale sulla rivista, il premiato sul finalista, le centomila copie sulle diecimila copie.).
Di questi pensieri lapidari ce ne sono parecchi e, a differenza di quelli che sono più lunghi da leggere, sono brevissimi, ma richiedono, magari in più tempi, ulteriori nostre riflessioni che finiscono poi per approdare ad altre problematiche, proprie dell’esercizio della mente quando viene opportunamente stimolata, come in Bene (Il bene è silenzioso. Se diventa rumoroso, è pubblicità.). E’ vero e senz’altro incontestabile, ma in una società in cui conta l’apparenza, finirà nella maggior parte dei casi con l’essere pubblicità. E se poi pensiamo al concetto che abbiamo di bene, sorge immediata una richiesta di verifica, su cosa sia effettivamente il bene, su come cercarlo in noi, su come farlo senza la cognizione di farlo, come gesto spontaneo, contro ogni forzatura.
Si potrebbe andare avanti per un bel po’, e infatti la lettura del libro è stata piuttosto lunga, nel senso che mi ha impegnato in un arco di tempo di circa un anno, che può sembrare un’enormità, ma non lo è, poiche gli stimoli che mi ha indotto continuano a perpetuarsi, provocano indirette e anche non cercate riflessioni che tendono a far sì che il mio apprezzamento, a distanza di tempo da quando l’ho terminato, si accresca, al punto da farmi esclamare:” Se non l’avessi letto, mai e poi mai avrei fatto queste considerazioni; mai e poi mai avrei pensato che ciò che ritenevo assodato era solo un preconcetto; mai e poi mai avrei cercato di comprendere, attraverso me stesso, i problemi di questa società.”. 
Quelli che erano atti di fede sono così risultate semplici convinzioni, assimilate come veri e propri dogma, e quindi a prova di ogni logica, in quanto questa aprioristicamente respinta.
Al riguardo Camon scrive una riflessione esemplare sulla Fede (Su quel che promette la fede l’umanità si divide in due parti: metà crede che ci sia tutto ma teme che non ci sia niente, l’altra metà crede che non ci sia niente ma teme che ci sia tutto.)
Quasi senza accorgerci, una pagina dopo l’altra, emerge una diagnosi cruda, impietosa, della nostra società, una conclusione che turba e che porta a una visione di un mondo insensato, in un libro di grandissimo interesse, e di altrettanto consistente valore.
Leggetelo, per sapere come siamo, per conoscere dove andiamo.

Ferdinando Camon è nato in provincia di Padova. In una dozzina di romanzi (tutti pubblicati con Garzanti) ha raccontato la morte della civiltà contadina (Il quinto stato, La vita eterna, Un altare per la madre – Premio Strega 1978), il terrorismo (Occidente, Storia di Sirio), la psicoanalisi (La malattia chiamata uomo, La donna dei fili), e lo scontro di civiltà, con l'arrivo degli extracomunitari (La Terra è di tutti). È tradotto in 22 paesi. Il suo ultimo romanzo è La mia stirpe (2011).
Il suo sito è www.ferdinandocamon.it

Renzo Montagnoli

 

29/1/2012

Il balordo

di Piero Chiara

A cura e introduzione di Mauro Novelli
In copertina: Domenico Gnoli,
LEFT SIDE PARTITION, 1969 – Stedelijk
Museum Amsterdam

Arnoldo Mondadori Editore
Narrativa romanzo
Collana Oscar scrittori moderni
 

Un personaggio straordinario

Anselmo Bordigoni pesava centoquaranta chili e la sua altezza era di metri uno e novantotto. La vita sedentaria aveva favorito la crescita del suo ventre, il cui asse antero-posteriore era di settanta centimetri, in rapporto proporzionale col peso…. Scalinate di carne, sacche di grasso d’incalcolabile consistenza, cordonate di lardo e spessore incredibile di cotiche, materializzavano in lui una forma che troppo facilmente poteva definirsi mostruosa, e aveva invece una sua armonia di rapporti tra misura e misura, e come si è visto, tra misura e peso. Nel luogo dove capitò a vivere egli era, positivamente, il più grande e grosso uomo che si fosse mai visto.

Questa è una parte della descrizione che Piero Chiara fa del protagonista di Il balordo, il suo terzo romanzo dopo Il piatto piange e La spartizione. E’ indubbiamente un personaggio eccezionale e non solo per la sua mole, perché, additato di volta in volta come omosessuale, antifascista, debole di mente, musicofilo e concertista di grande fama, è invece un uomo che più che vivere, si lascia vivere, senza apparenti desideri, senza memoria del passato, completamente soddisfatto della sua innata passione per la musica, alternata con lunghe sedute in riva al lago o ai fiumi, cercando di far abboccare qualche pesciolino.
Una vita anonima e silenziosa, la sua, in evidente contrasto con la sua dimensione, che da sola basta a farlo notare.
Si potrebbe anche dire che conduce un’esistenza chiuso in se stesso, indifferente al mondo che lo circonda, in un atteggiamento tipico del diverso o comunque del disadattato.
Addirittura potrebbe essere scambiato per lo scemo del paese, con quel suo mutismo ostinato che avvolge di ulteriore mistero la sua persona.
Ma se lo scemo del paese viene tollerato e finisce con il diventare quasi un’istituzione, perché c’è senza esserci, perché in lui normalmente non c’è un talento che supplisca alla sua disgrazia e che lo elevi dal suo grigiore, in Anselmo Bordigoni è presente una grazia divina, una capacità di accostarsi alla musica, di interpretarla, di suonare diversi strumenti come ben pochi sanno fare. E’ un piacere ascoltare il suono del suo pianoforte, è una melodia che scende dell’anima, ma inevitabilmente questo riscatto della sua volontaria astrazione dal mondo urta la sensibilità di chi, attivo e presente in società, non ha nulla da contrapporre a questa qualità così eccelsa. Uno comincia a mormorare, a inventare fatti inesistenti, e in una piccola realtà la voce corre, si propaga, si amplifica, fino a diventare una verità.
Accusato di comportamento sconveniente sarà inviato al confino, in un altro piccolo paese del meridione, chiuso, ma disponibile ad accogliere, senza riserve, questo omone che trascorre lunghe giornate seduto sotto un albero gigantesco e secolare, chiamato nella tradizione popolare Il Buon Cazzone. Ed è tanta la simbiosi con la pianta che anche Anselmo Bordigoni, il Bordiga, ne assumerà il soprannome.
Rientrato al paese lacustre, dopo il secondo conflitto mondiale, in cui saprà farsi valere con la sua musica, tanto da essere arruolato nell’esercito americano come direttore di banda, non verrà riconosciuto dapprima da chi pur aveva a lungo vissuto vicino a lui. Scambiato per un maggiore dell’esercito alleato, dimenticata da tutti l’accusa infamante che l’aveva mandato al confino, anzi nella convinzione che questo suo soggiorno obbligato fosse dovuto a un’attività antifascista, in un quadro generale che vede le autorità del paese latitanti per il loro trascorso attivo nel regime, sarà proclamato sindaco a furor di popolo. E mai simile incarico verrà svolto così bene, con l’introduzione di una democrazia diretta accettata da tutti, in quanto partecipi delle decisioni.
Durante questo incarico verrà a mancare (le pagine della sua morte sono di grande bellezza) e umile come era sempre stato chiederà solo di essere sepolto lungo il muro di cinta del cimitero, con una piccola lapide con su scritto solo Qui riposa Il Buon Cazzone.
I tempi, tuttavia, dopo la sua morte cambieranno rapidamente, vi sarà un ritorno ai preconcetti del passato, una silenziosa restaurazione che provvederà a far cancellare dall’iscrizione “Il Buon Cazzone” e così ci si è dimenticherà di lui, di una presenza tanto ingombrante quanto esaltante.
Piero Chiara ha scritto un romanzo che è semplicemente stupendo, forse sotto l’influsso del Candido di Voltaire, un candido nazionale, paesano, un personaggio indimenticabile così come tracciato dall’autore, che rivela in quest’opera anche un rilevante talento poetico. Al riguardo bastano le poche righe che seguono per dimostrare questa sua capacità:
Finì l’anno scolastico e con l’estate ricominciò a funzionare l’orchestra. Nelle notti stellate le due motociclette canterellavano per le strade delle valli; e appena arrivati loro dentro i saloni a finestre spalancate delle trattorie tacevano i grilli e incominciavano i tonfi della grancassa, le cascatelle del pianoforte, i singulti del sassofono e le sviolinate del Ginetta. Il pubblico era sempre lo stesso, con l’intrusione di qualche villeggiante milanese.
E io che pensavo di aver letto tutto di Chiara, tranne Il balordo, forse per il titolo che non mi attraeva, ora sono contento di parlarne, perché per ultimo mi sono riservato il suo romanzo più bello, che non esito a definire un capolavoro per il tema trattato, per come è stato svolto, per la grande maestria con cui, più volte, si è indotti al riso e contemporaneamente al pianto, come appunto nelle pagine della morte del Bordiga.
Il balordo è un’opera imperdibile.

Piero Chiara nacque a Luino nel 1913 e morì a Varese nel 1986. Scrittore tra i più amati e popolari del dopoguerra, esordì in narrativa piuttosto tardi, quasi cinquantenne, su suggerimento di Vittorio Sereni, suo coetaneo, conterraneo e grande amico, che lo invitò a scrivere una delle tante storie che Chiara amava raccontare a voce. Da Il piatto piange (Mondadori, 1962), che segna il suo esordio vero e proprio, fino alla morte, Chiara scrisse con eccezionale prolificità, inanellando un successo dopo l'altro.
E’ stato autore particolarmente fecondo e fra le sue numerose pubblicazioni figurano Il piatto piange (1962), La spartizione (1964), Il balordo (1967), L’uovo al cianuro e altre storie (1969), I giovedì della signora Giulia (1970), Il pretore di Cuvio (1973), La stanza del Vescovo (1976), Il vero Casanova (1977), Il cappotto di Astrakan (1978), Una spina nel cuore (1979), Vedrò Singapore? (1981), Il capostazione di Casalino e altri 15 racconti (1986).
Renzo Montagnoli

 

23/1/2012

Leonardo SciasciaLa Sicilia come metafora – ed. Mondadori

Recensione di M. Carmen Lama

 
 

Un libro atipico questo di Leonardo Sciascia, dal titolo La Sicilia come metafora, costituito da una interessante intervista sottoposta allo scrittore siciliano dalla giornalista francese, Marcelle Padovani, nel 1979.

Si potrebbe già pensare che sia inutile leggere un libro così datato e che non è nemmeno uno degli importanti romanzi-denuncia di Sciascia, salvo rendersi conto che la sua vena critica, emergente con lucidità e severa obiettività in questa intervista, possa ancora rivelarsi attuale.

E in effetti, il libro è di un’attualità sconvolgente, quasi una premonizione, anche perché basato su un filo rosso storico dal quale si evince che nel mondo politico e sociale non ci sono delle novità positive, almeno dal tempo dei Romani! E la condizione politica e sociale dei nostri giorni, purtroppo, ne risulta candidamente rispecchiata, come se Leonardo Sciascia stesse parlando del nostro tempo e non del suo.

E non è una sorta di pessimismo insanabile dello scrittore questa sua visione delle cose, in caduta, ma semplicemente il risultato sia di esperienze vissute in prima persona, sia di una osservazione disincantata della realtà: quella a lui prossima negli anni dell’intervista e quella a cui egli risale, con una memoria storica nient’affatto corta e men che meno indulgente verso ciò che non va assolutamente, specie in una società che vuole dirsi democratica e civilmente evoluta.

Insomma, semplicemente (sic!) una presa d’atto di una realtà che, nel suo inevitabile divenire temporale, è di una staticità mortifera e mortificante, nel senso più deleterio di questi ultimi due aggettivi, perché si tratta di una tragica involuzione, di un ritorno continuo ad esperienze politico-sociali e quindi anche storico-individuali, che non permettono di prendere respiro, che non fanno avanzare di un passo la cultura in senso lato e quella democratica in particolare, e che non liberano l’uomo dalle pastoie burocratico-legislative, economico-finanziarie, in cui ve l’avviluppa lo strato sociale che detiene il potere e che, chissà perché, è costituito sempre da chi possiede di più in termini materiali, patrimoniali, e di buona dose d’arroganza e di presunzione di legittimità delle sue funzioni, come un’investitura a vita e/o simil-ereditaria.

Per non parlare delle pastoie religiose e di quelle che avvolgono persino i comportamenti più privati e il modo stesso di pensare (v. tutte le forme di manipolazione del pensiero attraverso messaggi pubblicitari subliminali e attraverso la distorsione di verità per interessi di parti politiche, partitiche o idelologiche, ecc… che già facevano pesantemente sentire la loro presa al tempo di questa intervista e del rispettivo libro di Sciascia).

 

Il titolo di questo libro, oltrettutto, è emblematico, perché ci invita immediatamente a chiederci: la Sicilia è metafora di cosa?

Se il titolo vuole condensare  tutto il percorso della conversazione sostenuta nel libro, è da chiarire subito che cosa intende comunicare.

Sciascia afferma: «La realtà tende a diventare ovunque “mafiosa”. La “linea della palma” risale dall’Africa verso l’Europa di 50 centimetri l’anno. Guai alle conseguenze!».

Sembra proprio una profezia, almeno a giudicare da quel che vediamo compiersi giorno per giorno sotto i nostri occhi.

Per questo, ritengo che l’attualità di questo libro non si riferisca solo al nostro tempo, che ripercorre, ampliandoli e distorcendoli, gli stessi modelli politico-sociali degli anni ’70, ma molto probabilmente si riferisca anche a un tempo futuro, nel quale le conseguenze non potranno essere che un ulteriore ampliamento dei problemi e deterioramento del sistema-Italia. A meno che non ci sia un soprassalto di orgoglio nazionale che facendoci intravedere un baratro non ci imponga un cambiamento culturale e mentale e una virata decisa verso un’auspicata quanto necessaria moralità che partendo dal basso e dal privato individuale, coinvolga in una spirale virtuosa il sociale e soprattutto, e in tempi brevi, il mondo politico.

 

Per confermare ed analizzare in tutte le possibili accezioni l’assunto del titolo di questo libro, l’intervista si snoda su diversi temi:

-  inizia dall’identità dello stesso Sciascia, siciliano che ha vissuto dentro il mondo del dramma   pirandelliano, dove identità e relatività costituivano (costituiscono!) elementi di un “pirandellismo in natura”, ma che per superare la solitudine in cui un tale mondo lo poneva, ha voluto aggrapparsi alla ragione, cioè all’altra faccia delle cose e a un modo diverso di “ragionarle”

-  passa poi a parlare della “mafia” dandone una rappresentazione quanto mai rivelatrice del potenziale distruttivo e disgregante che contiene e facendo indignare nel leggere una sorta di “elogio funebre di un mafioso”, dove dopo un distico in corsivo che dice: “In Lui gli uomini ritrovarono / una scintilla dell’eterno rubata ai cieli”,  dà alcune informazioni sulla vita di quest’individuo e termina con queste parole: “… dimostrò, con le parole e con le opere, che la mafia sua non fu delinquenza, ma rispetto alla legge dell’onore, difesa di ogni diritto, grandezza d’animo: fu amore

-  prosegue con il punto di vista dello scrittore su “come si può essere siciliani”

- e con il sostenere una “verità dello scrittore”, il quale, grazie ad una sua esperienza diretta in politica, riesce ad essere molto critico anche con il partito da lui appoggiato

- e si conclude, infine, con una disamina molto ben articolata del potere - soprattutto se è comunista.

Questa, in breve, la successione dei capitoli del libro.

 

La lungimiranza di Leonardo Sciascia, basata -come ho già scritto- su una lettura diacronica della vita politica in Italia (con cenni su qualche altra nazione europea) e sull’osservazione dei dati di fatto del periodo storico a ridosso del cosiddetto “affare Moro”, è veramente sorprendente e, mentre invita a non perdere di vista il passato per non ripetere gli errori commessi, dà una fotografia quanto più nitida possibile del presente, purtroppo minato da troppi compromessi e corruzione e  mafiosità dilagante, e nello stesso tempo mette in guardia su un futuro che potrebbe non distinguersi poi tanto dal presente e da quello stesso passato che sempre si fatica a lasciarsi definitivamente alle spalle, giungendo però a dare anche prospettive di speranza in un cambiamento possibile in positivo, se si acquisisse la consapevolezza delle zavorre (politiche, morali, sociali, culturali, economiche, commerciali… ecc… ecc..) che continuano a pesarci addosso e della necessità-urgenza di abbatterle, alleggerendo e rimodernando il nostro Paese, in modo che si abbia a buon diritto la certezza di vivere in uno Stato veramente democratico e veramente civile.

 

È un libro che una siciliana come me, trapiantata da alcuni decenni al Nord d’Italia, non poteva non leggere con la convinzione che si può essere buoni italiani, ma solo a patto che ci si riesca a liberare dalla marginalità in cui siamo continuamente spinti (lo vediamo ancora in quale considerazione è tenuta l’Italia dai partners europei!), rigettando una volta per tutte quella brutta etichetta di mafiosità che infanga la Sicilia in primo luogo e ormai anche il resto d’Italia dove la malavita organizzata ha prolungato i suoi tentacoli.

Pur nel pessimismo di fondo che si possa rivoltare una condizione ormai secolare, non ci resta comunque che il dovere di sperare nel cambiamento e negli uomini e nelle donne che hanno a cuore il futuro delle nuove generazioni e dell’Italia.

M. Carmen Lama

 3 dicembre 2011

 

19/1/2012

Le corna del diavolo
e altri racconti

di Piero Chiara

a cura di Mauro Novelli

introduzione di Giansiro Ferrara

Arnoldo Mondadori Editore

Narrativa raccolta di racconti

Collana Oscar scrittori moderni

Non è solo una  questione di corna

Nel 1976 a Piero Chiara venne l’idea di riunire in un unico volume dei racconti brevi scritti anni prima, alcuni dei quali già noti in quanto pubblicati sul Corriere della Sera.
Trovò anche il titolo, un po’ bizzarro in verita, “ O soffio dell’april “, che ha origine dal brano del Werther di Massenet intonato da un tenore che aveva perso la voce e la ritrova con un innamoramento, racconto questo inedito, in cui la consueta ironia dell’autore luinese appare stemperata dalla malinconia legata all’avanzare degli anni a cui più di un essere umano crede di porre rimedio con l’amore per donne assai giovani,  un autentico pezzo di bravura che da solo vale l’intera raccolta. In esso si combinano il consueto stile sciolto e una ricchezza di fraseggio, un’opulenza letteraria che conferiscono allo scritto una patina dorata.
Tuttavia, molto probabilmente per esigenze commerciali, al titolo proposto da Chiara fu preferito quello di un altro racconto, pure facente parte della raccolta, in quanto Le corna del diavolo richiamano l’idea di chissà quali avventure boccacesche, che in effetti sono quasi sempre presenti nelle opere dell’autore, ma che poi, con il trascorrere del tempo, si sono molto affinate, lasciando immaginare al lettore, più che imponendogliele, scene erotiche, peraltro sempre descritte con invidiabile mano leggera e con un brio che muove più al sorriso che alla risata.
E infatti in Le corna del diavolo ci sono tradimenti, ma niente di particolare o che comunque faccia supporre le gesta di un grande amatore, ma non dirò altro per rispetto dei lettori.
In tutto si tratta di ventidue racconti, in genere di buona qualità, e di cui almeno quattro raggiungono vertici di eccellenza, fra i quali appunto O soffio dell’april.
Sono tutte narrazioni in parte di vita vissuta, pur se vista come proiezione della propria fantasia, e abbracciano uno spazio temporale piuttosto ampio, partendo dalla fine della prima guerra mondiale a un’epoca non esattamente definota, ma che si può intuire come i primi anni ’70.
In questo contesto spiccano tre racconti, fra i quali Una cattiva scelta non ha solo per tema una cornificazione, ma è un ritratto, particolarmente ironico, di come la fortuna sia cieca e di come si possa passare da una temuta sfortuna a una situazione di favorevole privilegio. Di notevole rilievo, come anche testimonianza storica, è La spagnola, quella febbre malsana che al termine del primo conflitto falcidiò l’Europa, nella descrizione qui di un Chiara che all’epoca non era di più di un bambino. In questo caso non si ride, si prende solo atto della testimonianza di uno che c’era e che non ne cancellò mai il ricordo.
E infine non posso non segnalare Il fico sull’incudine, una storia d’amore d’altri tempi, vissuta nel rispetto di chi potrebbe averne a soffrire, una prova di grande abilità dell’autore, perché lì non era per niente difficile cadere nella trappola della facile commozione e lui invece è riuscito a starne bene alla larga.  
I protagonisti sono sempre figure con una spiccata personalità, personaggi che tuttavia la loro scomparsa avrebbe relegato nell’oblio e che invece Piero Chiara ha immortalato affinchè non se ne perdesse la memoria.
Nel complesso si tratta di una lettura assai piacevole e quindi senz’altro raccomandabile.

Piero Chiara nacque a Luino nel 1913 e morì a Varese nel 1986. Scrittore tra i più amati e popolari del dopoguerra, esordì in narrativa piuttosto tardi, quasi cinquantenne, su suggerimento di Vittorio Sereni, suo coetaneo, conterraneo e grande amico, che lo invitò a scrivere una delle tante storie che Chiara amava raccontare a voce. Da Il piatto piange (Mondadori, 1962), che segna il suo esordio vero e proprio, fino alla morte, Chiara scrisse con eccezionale prolificità, inanellando un successo dopo l'altro.
E’ stato autore particolarmente fecondo e fra le sue numerose pubblicazioni figurano Il piatto piange (1962), La spartizione (1964), Il balordo (1967), L’uovo al cianuro e altre storie (1969), I giovedì della signora Giulia (1970), Il pretore di Cuvio (1973), La stanza del Vescovo (1976), Il vero Casanova (1977), Il cappotto di Astrakan (1978), Una spina nel cuore (1979), Vedrò Singapore? (1981), Il capostazione di Casalino e altri 15 racconti (1986).
Renzo Montagnoli

 

15/1/2012

Andrea Camilleri
Il diavolo, certamente
Libellule Mondadori

Quarta di copertina

Un caso. Qualcosa d’incredibile, d’irreale. Una proba-
bilità su miliardi e miliardi. Ma era accaduto.
 E se era accaduto, doveva ben significare qualcosa.
<< Sono spaventata>> disse Anna ansante, come sull’orlo di un abisso.
<<Anch’io.>>
Annidato nell’ombra, travestito abilmente, pronto a “scoperchiare” la vita: è il diavolo, certamente.

33 luciferini racconti, certamente per più di 33 altrettanti luciferini lettori…

L’inesausta creatività letteraria di Andrea Camilleri ha concepito questo ultimo libro “Il diavolo, certamente”, in cui ha dato ampio respiro alla sua feconda immaginazione. 33 racconti di 3 pagine l’uno, secondo un disegno  o una numerologia simbolica rovesciata: non 666, ma 333 perché - citazione di Camilleri - è meglio avere a che fare con mezzo diavolo che con uno intero. 

Nella nota alla fine dei racconti, l’Autore dice di sapere benissimo che esiste un film di Robert Bresson che in Italia è stato intitolato Il diavolo probabilmente … e che non ha nessuna remora a confessare d’essersene impadronito perché è stato proprio quel titolo a fargli venire l’idea di scrivere queste brevi 33 narrazioni.

Diavolo di un Camilleri! Quasi in combutta con la Bestia ci propina questi scritti diabolici, luciferini, lo zampino del diavolo…del caso…dell’imprevisto sono sempre pronti a cogliere di sorpresa la vita, a scompigliare le carte degli eventi. Nulla è prevedibile, la sorte gioca a rimpiattino con le umane vicende e non sempre quello che desideriamo avviene per vie consuete. Mettersi nei panni di questa variegata umanità è un’impresa improba, si rischia di sprofondare nel buio dell’imperscrutabile. I racconti sono congegnati all’interno di un meccanismo pressoché perfetto, i personaggi manovrati con arte e maestria sbalorditive: una   rappresentazione sinistra di tutto ciò che alberga negli animi …passioni, vizi, desideri, vendette, perfidie, ma anche slanci, generosità e altro.

Fanno da cornice a tutta la raccolta, il primo e l’ultimo racconto, entrambi sono due riflessioni filosofiche che diventano l’anello di congiunzione di tutta la trama narrativa; nel primo il ricorso all’iperbole, ai paragoni supremi, ai complimenti stratosferici verso un avversario, non sostenuti da un’efficace ironia, fanno prendere per autentico il contenuto e quindi invece di una stroncatura risulta un elogio sperticato. Nell’ultimo una discussione filosofica tra due amici si trasforma in un duello argomentativo all’ultimo spasimo sulla discussa dimostrazione della verità (άλήθεια).

Ed ecco aprirsi il sipario e  su un fondale grigio recita un’umanità invereconda in cui si disvelano abissi interiori: un prefetto perfetto e di cristallina onestà sente riaccendersi una giovanile passione amorosa, un partigiano,  tradito dall’irrompere di memorie e sentimenti, tradirà dei suoi compagni. Un ladro d’appartamenti diventa ladro gentiluomo, un bambino dodicenne ordisce freddamente una vendetta famigliare, il monsignor, venerato come un sant’uomo dai fedeli,  a causa di un refuso tipografico la sua integrità morale viene deturpata per sempre, il tacco spezzato di una scarpa segna la fine di una relazione, ma è galeotto di una nuova…Tante donne concupiscenti, mogli tradite e che tradiscono a loro volta, amanti di troppo, segretarie che custodiscono segreti…insomma molteplici sfaccettature di personalità e situazioni, a volte paradossali o assurdamente verosimili, sono sinonimi di una realtà che spesso sta davanti ai nostri occhi e non vogliamo decifrarla nella sua crudezza. Il male è spesso motore dell’agire umano, si annida e si manifesta nelle forme più subdole; è un demone che s’insinua nelle menti dei personaggi e  come un tarlo scava e corrode i loro pensieri, Camilleri è stato in un certo senso demoniaco a cercare le combinazioni più bislacche, a far incrociare destini, ad architettare incontri: il caso, qualcosa d’incredibile, d’irreale. E se era accaduto doveva ben significare qualcosa.

L’attualità nella sua drammaticità è uno dei temi  presenti, con la crisi economica, le difficoltà aziendali, lo spauracchio della rovina, i licenziamenti, l’impossibilità di trovare lavoro...Ho letto da qualche parte che l’inferno riesce meglio del paradiso; queste fulminanti e nere e amare storie in cui la verità si colora di menzogna e viceversa si avvalgono dello stile ineguagliato di Camilleri, così netto e deciso, con sottesa ironia, come scriverebbe lui, profusa a tinchitè ( a iosa), mai pesante e tedioso, sempre insita quella speciale leggerezza di linguaggio che lo contraddistingue.

Un’altra piacevolissima occasione di lettura.      

 Andrea Camilleri (1925), è autore di oltre 60 romanzi tra storici, civili e polizieschi, e di diverse raccolte di racconti, tradotti in più di 30 lingue. Vincitore di numerosi premi in Italia e all’estero, è noto al grande pubblico anche per i romanzi dedicati alle inchieste del commissario Montalbano, della casa editrice Sellerio, da cui è stata tratta la fortunata serie televisiva. Tra i tanti titoli ricordiamo: “La forma dell’acqua”, “Il cane di terracotta”, “Il ladro di merendine”, “La voce del violino”, “La stagione della caccia”, “Il birraio di Preston”, “La concessione del telefono”, “La gita a Tindari”, “Maruzza Musumeci”, “Il casellante”, “Il campo del vasaio”, “L’età del dubbio”, “Un sabato, con gli amici” “Il sonaglio”  “ La caccia al tesoro”  “Il sorriso di Angelica”, “ Gran Circo Taddei” “Il gioco degli specchi””La setta degli angeli”.
Arcangela Cammalleri

 

14/1/2012
 

La fabula bella

Una lettura sociologica

dei Promessi Sposi

di Carlo Bordoni

Presentazione di Enrico Ghidetti

Edizioni Solfanelli

www.edizionisolfanelli.it

Saggistica

Collana Micromegas

 

Fu vera gloria?

 

Questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai. “ Questo dice in tono perentorio uno dei bravi di don Rodrigo al pavido Don Abbondio.

La frase è arcinota, tanto che non è stato difficile farla riemergere dal labirinto della mia memoria, anche perché, quando fu letta e commentata a scuola dall’insegnante, mi venne il sospetto che, per quanto il Manzoni fosse andato a risciacquare i panni in Arno,

avesse finito per delineare come autentica lingua italiana, e quindi da essere da tutti utilizzata, quel parlare proprio dei toscani che, nel caso specifico, si estrinseca nell’elisione della i davanti alla h del verbo.

In questo senso le comuni riletture de I promessi sposi sono effettuate o con lo scopo di evidenziare l’aspetto linguistico, oppure di privilegiare quello storico, e, meno frequentemente, con accorta equidistanza, entrambi.

Resta il fatto che mai romanzo italiano ebbe una diffusione come questo e che, per quanto non possa essere considerato popolare, chi più chi meno ne ha avuto sentore, se non altro per il fatto della sua obbligatorietà come testo scolastico.

Però, questa vicenda di un amore ostacolato nella sua realizzazione formale, di questo matrimonio tanto desiderato, ma che per qualcuno non si ha da fare, può essere letta anche in chiave sociologica ed è quel che ha fatto Carlo Bordoni con questo libro che, pur nella sua brevità, riesce a svolgere i propositi in modo esauriente e, cosa non da poco, facilmente comprensibile.

Quel che è particolare è rappresentato dall’occasione che ha indotto l’autore a porre mano a questo lavoro, vale a dire la riduzione televisiva del 1990 del regista Salvatore Nocita, frutto quindi di un mezzo, quello televisivo, capace di porgersi con fini didattici, ma che indubbiamente nasconde, per le potenzialità insite nello stesso, i pericoli di un assoggettamento dello spettatore, di un condizionamento della mente che di per sé finisce con il costituire l’oggetto di altre analisi sociologiche.

Di per sé l’opera è stata esaminata prescindendo dalla qualità intrinseca e considerandola alla stregua di un normale romanzo di consumo e astraendo così dal suo rilevante valore, nonché ignorando la corposa documentazione critica che seguì la sua uscita e che continua ancor oggi.

Il risultato di queste scelte, di quest’occhio attento più alle implicazioni sociologiche che al contesto letterario, è sbalorditivo, perché appare un romanzo totalmente nuovo, senza che con questo il giudizio sulla sua valenza venga sminuito, anche se, a ben guardare, risulta, sia pur di poco, ridimensionato.

Quella di Bordoni è una rilettura, insomma, fuori dai canoni e che evidenzia la trascurabile personalità dei due protagonisti principali, Lucia ligia al senso del suo onore femminile, abbastanza scialba, e Renzo, quasi un sempliciotto pronto a inalberarsi di fronte a un ostacolo, ma lesto a rimettere il capo sotto le ali.

Assume invece un rilievo particolare la figura di Gertrude, la monaca di Monza, esistita veramente e non quindi frutto di fantasia, la cui presenza nell’opera manzoniana può sembrare eccessiva in funzione della struttura e della trama della narrazione. Anche in questo caso avevo colto da studente l’anomalia, in un romanzo quasi matematico dall’apparire alla lunga freddo. Che il Manzoni avesse avuto pietà della triste vicenda di questa donna costretta per volere paterno in convento dove si risvegliò poi una passione, normale in altri luoghi, invereconda fra le mura di una casa di Dio? Molto probabilmente non fu così, perché l’autore, nel dare risalto agli aspetti negativi di una donna che in pratica cercò di ribellarsi alla sua condizione, intese invece in tal modo, e in contrapposizione, esaltare la fermezza di propositi di Lucia Mondella, però secondo un concetto di donna vista nei ristretti limiti di una mentalità che la considerava una costola dell’uomo.   

Personalmente riconosco meriti al romanzo che tuttavia presenta luci e ombre, e non sempre le prime sono tali da far dimenticare le seconde, ma d’altra parte l’aria paternalistica di cui il testo è impregnato risente della posizione sociale dell’autore, un conservatore pio, pietoso anche, ma non di certo disposto a cambiare l’ordine gerarchico dell’umanità.

Ecco, il Manzoni cattolico, ligio alla conservazione, emerge  in modo chiaro e non è difficile ipotizzare che l’uso del testo nelle scuole non fosse solo finalizzato allo studio della lingua italiana, ma costituisse un esempio-monito di ciò che le classi meno privilegiate dell’epoca dovessero aspettarsi, in una invariabilità dello status quo a tutto beneficio di chi deteneva il potere.

Bordoni riesce a cogliere nei personaggi le sfumature generalmente ignorate nella didattica e li rende meno astratti e più veritieri, così come anche alcuni opportuni rilievi circa l’inquadramento del periodo storico nell’opera manzoniana riportano il romanzo a una maggiore aderenza a realtà prima un po’ offuscate dalla fantasia.

Insomma, senza che per questo I promessi sposi diventino un’opera da gettare – e credo che non pochi studenti lo desidererebbero – quel che esce da La fabula bella è una più razionale valutazione di un romanzo dalle indubitabili qualità, ma non il capolavoro assoluto, giudizio che in epoca scolastica ci è stato surrettiziamente imposto.  

Il libro di Bordoni è quindi senz’altro da leggere, magari con accanto un’edizione dei Promessi sposi.
 

Carlo Bordoni è docente di “Editing e scrittura editoriale” all’Università di Pisa. Si occupa di sociologia dei processi culturali e ha insegnato nelle Università di Firenze, Milano e Napoli.
     Per Solfanelli ha pubblicato La paura il mistero l’orrore dal romanzo gotico a Stephen King (1989), La fabula bella. Una lettura sociologica dei Promessi Sposi (1991), l’antologia di racconti Cuori di tenebra (1993), La dismisura immaginata (2009) e Le scarpe di Heidegger (2010). Tra le altre sue pubblicazioni: La pratica editoriale. Testo contesto paratesto (Felici, Pisa 2010), Dal sublime ai nuovi media (Felici, Pisa 2010), L’identità perduta. Moltitudini, consumismo e crisi del lavoro (Liguori, Napoli 2010); Libera multitudo (Franco Angeli, Milano 2008); Introduzione alla sociologia dell’arte (Liguori, Napoli 2008), Società digitali (Liguori, Napoli 2007), Il testo complesso (Clueb, Bologna 2005).
     Nella narrativa ha esordito col romanzo L’ultima frontiera (Ponzoni, Milano 1965) e, negli ultimi anni, si è riproposto con Il nome del padre (Baroni, Retignano 2001), Istanbul Bound (Tabula fati, Chieti 2006) e Il cuoco di Mussolini (Bietti, Brescia 2008).
     Collabora a “Prometeo” e dirige la rivista “IF”, trimestrale dell’Insolito e del Fantastico.

Renzo Montagnoli

 

8/1/2012
 

Vladimir Nabokov – La difesa di Lužin – B. Adelphi

Recensione di M. Carmen Lama

 

È possibile difendersi dalla vita? Nabokov, con il suo romanzo “La difesa di Lužin”, ha provato a dimostrare che sì, si può trovare almeno un modo per difendersi dalla iterazione degli eventi della vita, attuando qualche mossa completamente a sorpresa, un po’ come avviene nel gioco degli scacchi quando si fronteggiano dei veri esperti in tornei internazionali, dove ha sempre la meglio il giocatore che previene l’avversario, a volte con mosse del tutto imprevedibili perché assurde, ma che proprio per questo lasciano interdetto l’altro giocatore che non poteva aver previsto una mossa talmente semplice quanto inconcepibile.

Il gioco degli scacchi, quindi, come metafora della vita, in questo romanzo.

Il gioco degli scacchi che, una volta imparato cominciando a prendere gusto nell’immaginare le mosse più audaci (che ne anticipano, nella mente del giocatore veramente bravo, molte più di una, cioè molte più di quella che potrebbe essere la successiva dell’avversario), diventa inizialmente un passatempo intelligente, per trasformarsi man mano in un desiderio di provare a giocare con sempre nuovi interlocutori a loro volta esperti, con cui ci si può reciprocamente sfidare imparando anche nuove strategie e muovendo i personaggi del gioco in modi sempre diversi, finché non diventa una vera e propria passione, quasi una mania, un’ossessione e una sorta di malattia psichica, come una “coazione a ripetere”.

 

Lužin, il protagonista del romanzo, comincia a sviluppare una passione irrefrenabile per gli scacchi sin da quando era bambino.

Era un bambino molto intelligente che però a scuola non voleva mettersi in vista, anzi mostrava già una tendenza ad isolarsi dai compagni con i quali non condivideva gli stessi interessi e dai quali non era ben accolto; da essi, al contrario, veniva spesso deriso e turbato nell’animo con brutti scherzi ai quali non sapeva o forse non voleva reagire.

Era questa una modalità di rapporti tra coetanei in cui s’inserivano i rapporti familiari e soprattutto la figura paterna di Lužin, la cui attività di scrittore era divenuta un’occasione, per i compagni di Lužin figlio, per prenderlo di mira canzonandolo e offendendone il padre. Molte occasioni di umiliazioni per il piccolo Lužin ne avevano segnato la psiche al punto di aver voluto rinunciare a frequentare la scuola, con disappunto dei genitori, ma con quella rassegnazione che giunge quando le decisioni riguardano altri e ogni insistenza si rivela non soltanto inutile, ma addirittura del tutto controproducente.

 

La salvezza per il piccolo Lužin arriva inaspettata da una zia, la cui presenza in casa è controversa, ma che riesce a indirizzare il bambino almeno verso un interesse, quello del gioco degli scacchi, appunto.

All’insaputa del padre, il bambino trascorre molto del suo tempo a “studiare” tutte le possibili combinazioni di mosse scacchistiche in riviste specializzate che trova nella biblioteca di famiglia.

Il padre conosceva questo gioco e aveva provato a dilettarsene in precedenti anni della sua vita, nelle occasioni dei ricevimenti che avevano luogo periodicamente in casa sua.

A cose fatte, quando il figlio svela le sue grandi capacità, il suo talento nel gioco, vincendo anche con vecchi amici del padre ritenuti dei veri e propri campioni, il padre non può far altro che assecondarlo e iscriverlo a tornei, nei quali prima il ragazzo e poi il giovane Lužin riesce sempre vittorioso.

Col tempo, viene introdotto nei circoli scacchistici più importanti da un amico del padre, Valentinov, il quale prende a cuore il suo ruolo di sostenitore (anche finanziario) del giovane, finché questi diventa un vero e proprio campione imbattibile, arrivando a giocare più partite contemporaneamente senza subire mai alcuna sconfitta, alcuno “scacco”. Il ruolo di Valentinov diventa decisivo verso la fine del romanzo.

 

Col passare del tempo, si comincia ad intravedere in Lužin un inizio di cedimento, di cui si accorge per prima una ragazza che lo conosce per caso. Da questo momento, l’interessamento reciproco dei due porta ad una svolta nella vita di Lužin, fino ad un brutto esaurimento psichico che lo costringe a interrompere la sua carriera nel mondo degli scacchi.  

Ma ormai la sua psiche è segnata per sempre. La vita stessa di Lužin assume le sembianze del gioco, ingannandolo, certo, ma facendogli provare ancora il brivido della scoperta della mossa giusta per non soccombere di fronte al nuovo avversario.

L’epilogo non si può svelare qui, ma è sintomatico e quasi scontato. Bisogna però arrivare alla fine del romanzo per averne la certezza. A mio parere, poteva ben essere un altro, nel quale ho sperato ardentemente. Ma i presupposti hanno avuto il loro senso.

 

L’amore, come il gioco condotto con il coinvolgimento delle fibre più profonde dell’anima, come la stessa vita amata con passione e nello stesso tempo temuta come se fosse un avversario che vuole metterci alla prova, può avere talvolta degli esiti simili a quello del romanzo.

 

La difesa di Lužin è un libro la cui lettura si potrebbe ritenere obbligata per chi ama gli scacchi, ma anche per chi desidererebbe amarli, perché si ha a che fare con il funzionamento straordinario della mente di un giocatore geniale e, soprattutto, con la forza di astrazione di questo gioco.

Personalmente, però, mi accontento di saper giocare per estraniarmi solo momentaneamente dal resto e per rilassarmi. Dopo la lettura di questo libro, il gioco degli scacchi continuerà ad appassionarmi al livello amatoriale e per puro diletto della mente.

Non mi propongo però di studiare una mossa vincente per difendermi dalla vita, perché mi piace subirla anche se con l’apparenza di guidarla a modo mio.

 
M. Carmen Lama

 5 dicembre 2011

 

5/1/2012
 

Il capostazione di Casalino

e altri 15 racconti

di Piero Chiara

a cura di Mauro Novelli

introduzione di Giovanni Tesio

Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.

Narrativa raccolta di racconti

Collana Oscar scrittori moderni

 

Per non dimenticare

 

Con il Capostazione di Casalino Chiara scrive gli ultimi racconti, mentre combatte con la malattia che lo porterà alla morte.

Si tratta di sedici prose, sedici memorie di fatti e accadimenti di quel mondo della provincia di cui l’autore luinese rimarrà il magnifico cantore.

Per quanto l’ironia sia sempre arguta, in sottofondo è presente la malinconia di chi sa che sono le ultime occasioni per far rivivere personaggi, spesso oscuri, e che pure, nel loro piccolo, hanno contribuito alla storia del mondo.

Dalla vicenda quasi kafkiana del signor Pettoruto alla figura rassegnata, e pur illusa, dell’amico Trenk, passando per il ferroviere svizzero Camillo e, soprattutto, per il personaggio di Giuseppe Cuniberti, in cui l’autore sembra voler riflettere se stesso, è tutta una carrellata di ignoti a cui la penna e la scrittura donano luce e fulgore, ombre che tali sarebbero rimaste, se di loro Chiara non avesse stilato l’ultimo epitaffio.

Siamo lontani dai clamori e dalle risate di Il piatto piange, no qui al più si strappa un sorriso, ma protagonisti e vicende sono di quelli che più restano dentro perché lontani dalle caricature, più umani, per non definirli più simili a tanti che non conosciamo e che incontriamo per la strada; ognuno, per quanto ignoto, ha la sua storia e tutti insieme concorriamo, senza saperlo e magari senza lasciar traccia indelebile del nostro passaggio, alla grande storia dell’umanità.

In un racconto (I fratelli Mascherpa) l’autore giustamente scrive “ Vite sprecate, gettate al vento, si potrebbe dire. Martiri di nessuna fede, ombre che sono passate senza lasciare un segno.” Conclude, però, con quattro righe in cui c’è tutto il pensiero di Chiara “ Ma sulla tomba del Tonchino, un loculo in fondo al portico di un cimitero, è scritto sopra una piccola lapide il suo nome e cognome: Mino Mascherpa. Sotto, a caratteri più piccoli, si legge: “Armida Perego non lo dimenticherà mai.”.

Ecco, con queste ultime prose anche Piero Chiara ha posto una lapide sul loculo di un mondo che c’era e che è ormai scomparso, ha dato voce e luce a ombre che altrimenti si sarebbero perse nel buio, ai tanti del piccolo, del paese, di quelle comunità che ora sono più numeri statistici che esseri umani connessi in un unico destino, tanto che è come se in calce, ma non in caratteri minuscoli, bensì a chiare lettere avesse scritto: Piero Chiara non vi ha dimenticato.

E sono così belli questi racconti, completi, storie che hanno un inizio, una fine, uno svolgimento talmente esauriente da non far rimpiangere un loro eventuale ampliamento in romanzo, per quanto breve, il che, come riporta Giovanni Tesio nell’introduzione, dimostra un particolare attaccamento dell’autore per la prosa breve, ribadito anche nella risposta che diede a una domanda sul “perché” del racconto: “Bisognerebbe chiederci perché il romanzo”.

Il capostazione di Casalino è un canto del cigno, ma è un canto stupendo e, forse, è il capolavoro di Piero Chiara.

 

Piero Chiara nacque a Luino nel 1913 e morì a Varese nel 1986. Scrittore tra i più amati e popolari del dopoguerra, esordì in narrativa piuttosto tardi, quasi cinquantenne, su suggerimento di Vittorio Sereni, suo coetaneo, conterraneo e grande amico, che lo invitò a scrivere una delle tante storie che Chiara amava raccontare a voce. Da Il piatto piange (Mondadori, 1962), che segna il suo esordio vero e proprio, fino alla morte, Chiara scrisse con eccezionale prolificità, inanellando un successo dopo l'altro.

E’ stato autore particolarmente fecondo e fra le sue numerose pubblicazioni figurano Il piatto piange (1962), La spartizione (1964), Il balordo (1967), L’uovo al cianuro e altre storie (1969), I giovedì della signora Giulia (1970), Il pretore di Cuvio (1973), La stanza del Vescovo (1976), Il vero Casanova (1977), Il cappotto di Astrakan (1978), Una spina nel cuore (1979), Vedò Singapore? (1981), Il capostazione di Casalino e altri 15 racconti (1986).
Renzo Montagnoli

 


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