Poesie di Cristina Bove


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Cristina Bove

Sono nata a Napoli il 16 settembre 1942, vivo a Roma dal '63, anno in cui mi sono sposata. Da sempre dipingo, scolpisco, scrivo, leggo, tempo e famiglia permettendo. Da qualche anno non godo di buona salute, sono stata più volte sul punto di andarmene...ma eccomi qui, davanti a questo mezzo meraviglioso che mi offre la possibilità di conoscere e farmi conoscere. Sono grata a tutta quella fascia di umanità che non si arrende e continua a battersi per un futuro illuminato in cui tutti gli uomini possano esprimere sé stessi senza subire ingiustizie e discriminazioni.. accolti come doni insostituibili in un mondo di pace e solidarietà.

Blog: http://cristinabove.splinder.com/

Leggi i racconti di Cristina

Fluitare
Sono di terra
e mi faccio ferita
così mi curerai con le tue mani di fiume
con i verbi del corpo declinati al
singolare apparente
scorrere tra rapide e muschi

m'incepperò sui tuoi traslati
berrò dagli interstizi dei tuoi occhi
colori dei ricordi

e poi vedrai
farsi declivio il seguitare
di calce viva e il rosso
del mio accendino infisso nel midollo
smuovere gli anni grigi del cemento
rinascere dal grumo di titanio
la morbidezza di un respiro
ancora

Galline discroniche
covavano ri_piani ovo_regolatori
di giornata
spiegazzavano aurore sullo strame
con la certezza che
mattina e sera
i galli
cantassero per loro
e di chicchiriché o di chicchiricà
tremavano i bargigli ai visigoti

nastro di scorrimento
a coda alzata
uova su uova sfornano indefesse
a memoria futura quelle sode
la frittata è banale
almeno cuciniamole flambées

Lì andranno comunque
E si trattiene inutilmente il fiato
sui panfili esibiti
se tutto ciò che sfoggia e spreca un uomo
sfamerebbe un paese

Dove arrivano firme d'atelier
sopra le grinze adagiano diamanti.
Ma non basta un diadema
né un blasone
ad ingannare il tempo -gentiluomo-
che non concede scampo
sotto le sete e i morbidi tessuti
alle maschere gonfie a botulino
negli abiti griffati
sullo chassis d'ossa consunte.

Si sono incamminati
e non lo sanno
con l'erre moscia
e serici chatouches
per il vicino cimitero d'ombra
dove vanno a morire gli eleganti.

la vera sorpresa è il tempo
passi tra lattine e fili
nei percorsi interrotti
a dire che d'eternità si tratta
ci crede l'argentata icona
e nei meandri della voce
annega.

chiude la porta all'alba
chi sul finire della notte veglia
pizzicandosi il petto
se forse per abbaglio
si presentasse un sogno.

i giorni della merla sono andati
restano scritte lungo marciapiedi
alcuni stop
l'alta tensione uccide
ma
meglio morire fulminati
che vivere di_sfatte
tali da non sapersi più trovare

di teatri e silenzi
in tutto questo immenso trattenere

e e e e e
essere caldi e vivi
assaporare
abbarbicati al mondo
amati amare
essere madri e padri
amanti disperati
orfani di figli e genitori
avere scavi in petto
trafitture negli occhi
mani serrate sulle dita
corpi afflitti
pagare istanti di piacere
millenni di dolore
e
e
e
e
morire sempre
non morire mai

Supplenze
in questi territori di commiato
viviamo vite obbligatorie
nemmeno le intenzioni sono
facoltative
prigioniere di lemmi nei paragrafi

come appuntati al cielo
giorni di turni e di malinconie
passano a frotte
sporgono di quel tanto
dai balconi
saluti e baci dentro un fazzoletto

il pensiero è una gronda
così stretta
che a posteriori un lembo
sempre manca

ci si distende allora nei ripari
nel fruscio di una voce improvvisata
s'inventano ideogrammi
dove la mano non racchiude gesti.

Figlie della solitudine
la bambina girava cocche di mistero
nel tessuto d'agosto
cinquanta grani di rosario in tasca
ferita nel grembiule
e smerli neri
sporgenti dalle scapole

i santi tutti
videro le panchine e le candele
smaltire i fumi dell'incenso
un gesucristo e la sua croce d'ebano
farsi amico e riparo
occhi di salvia splendens nel giardino
alle piccole api di preghiere
calici di una stilla di liquore

mondi celesti a consolare
trascendenti lusinghe
mordevano le favole già morte
lasciate sotto i sandali d'inverno
come impronte dei fatti.

sono passate tutte
le bambine del mondo
e adesso sono qui dentro di me
ad imparare l'arte d'invecchiare
senza troppo rumore
ma stanno ancora col sorriso in pugno
e la voglia d'amore inappagata
compressa tra le dita

Memorie dal futuro
fingerò che sia un quadro
privato dei contorni e delle linee
di fuga
terrò soltanto qualche punto di
riferimento
giusto per dire che sia un po' dipinto

scriverò forse le mie cifre
in braille
così che nottetempo
fossero luci da sfiorare piano

e resterò in ascolto
del mormorio di fondo passeggero
padrona dei miei sensi
e dei miei anni
a guardare pulviscoli incolori
credersi arcobaleni.

Polifonica
una delle mie voci
a volte parla in corsa
ad altre voci nei giardini fuori
ed è irreale star seduta dentro

ce lo diciamo tra e tra
interstizi di camere e di scambi
e nelle notti aperte parallele
il gigante dall'occhio di smeraldo
avanza lento e sola mi convoglia
le spalle al ciondolare dei sussulti
- strada di sassi questa -
prossima è la fermata della luna
la fuga dei filari
s'arresta con rumore di ferraglia
- ci si prepari a scendere -

una delle mie voci
ancora sale

Falconeria
paesi d'oltremare
su cupole di roccia
l'uomo che aspetta il girifalco
ha un nido
tatuato sul petto

assecondare il vento
questo conta, per l'ala del ritorno.

s'alzano nomi a dichiarare strade
lontano un tramestio
gente al mercato d'anime fa sconti
paghi una rosa e te ne danno tre


plana in silenzio remiganti stanche
giunge sull'avambraccio e
finalmente
appoggia il capo sulla casa incisa

Scelgo la gioia
Dicevano che i secoli dei secoli
fossero solo piaghe da scavare
sempre più vili sempre più profonde
per tristezze irredente
non il tepore di una mano amica
non il sostare a farsi compagnia.

Per chi scampò all'inferno
adesso è vita
quella di una ragazza disarmata
che fibrilla di seta un cuore antico
e sposta gli occhi dall'inverno al sole
felice d'ogni giorno regalato.

encausto
Lascerò segreti in cifre azzime
mescolati alle essenze
basteranno a fissare pigmenti
sulla lastra di cera
nella casa ad incroci di parole
definizioni facili

al di là dei battenti sui graffiti
reclama nel mio sogno prepagato
falco d’argento a fuoco nel cinabro
l'ultimo mio ritratto
l’anima mia
dipinta nello spazio 

In cava
Sabbia e filo d'acciaio
toglieranno il superfluo
apparirà il mio nucleo

avverti lo scultore
chissà che non mi sbozzi dalla pietra
e mi scolpisca nuvola

Apparente_mente qui
Si può giungere da ignoti paesi e non sapere come
sentirsi portatori di ricordi
che in questa vita mai potremmo avere

desideriamo quiete in questa forma esposta
terra di terra arata ed assordata
noi di carne sinistra gemme e spore
e di continui esilii. Esistiamo in simbiosi
ora figli ora madri ora sterminatori di noi stessi.
Chi ci perdona se non siamo docili
se non trattiamo con il dio dei lerci?

E perché mai restiamo in questa bolgia
di amicizie fallaci
se sentiamo il richiamo d'altri mondi?

è questo che non posso sopportare
questa nebbia che fa piacere il fondo
e ne vorrebbe rimestare ancora

io sono stanca di tutto questo turbinare
voglio respiro eternità di luce

se vi annoiate, se credete che
la vita tutta
sia in queste fosse e in queste lotte cieche
voi lasciatemi stare
ché tanto il mio pensiero è già lontano
e vive nell'altrove.

Alhabor
Sognammo di dimenticare
i nostri amori diventati sponda
e per antichi mari navigammo
senza nemmeno un astrolabio
a indicarci la rotta.

Nei giardini del cielo già vegliava
l'astro superbo il suo binario
da tempi ultragalattici affiancati.

Chi ti perdeva, alba dei miei sorrisi
giorno perenne e capovolto cielo
nei meandri del suono
nei vocaboli eretici e disgiunti
forieri di sciagure
qui
su questa immemore colonia
in cui si perde il senno
per un lembo di carne e un buco al centro

ora ti guardo priva di brillanza
adotto cenci e maschere
nascondo sotto le caduche vesti
rivoluzioni siderali
e mi disseterò dell'acqua amara
combaciando il pensiero
fin quando sarà libero il mio sole.

METAmetà
Ora
le girandole delle idee peregrine
incontrano aquiloni
e restano sospese equidistanti
tra spine e rose

c'eri
ogni volta che vissi di straforo
divisa in due
metà di un sortilegio
a segnare il confine tra due mondi
entrambi irraggiungibili

e a stare qui
terra di mezzo a coltivare fiori
o cavoli
c'è il rischio di restarsene spaiati
- come sezioni esposte
nelle sale anatomiche -
se non combacia almeno
il nostro cielo 

Criptica (della quale non do spiegazione)

S'inceppano dentro
ehm… colpi di tosse e un sorso
a mandar giù rospi di maggio
ma solo perché è maggio
se fosse stato agosto
rospi d'agosto.

Ti prende alla sprovvista
al nord dei desideri
iperborea presenza
- sapresti mai di me se non sentissi
il vuoto dell'assenza?-
esisto in quanto sono una mancanza.

si arresta al filo dell'ascolto
chi non conosce la parola giusta
e crede che una capra
campi di più sopra la panca
o che le fisarmoniche soffrano di raucedine
e la natrice senza sibilare
rimanga nella nebbia.
 

Vis à Vis
Una stanza limitrofa alla vita
sul letto una pozzanghera
maggio pioveva a cerchi
un volontario gesto
spalancava finestre

il ragazzo taceva
era trafitto dalla stessa luce
che li specchiava a ondate

là dove si disperdono le ore
le mani prigioniere
non avevano volti da sfiorare.

Con altri occhi
Vedi, ci vuole cuore temprato come il mio
per dire quella cosa
che mi farebbe assottigliare l'ombra
fino a sparire.
La parola vecchiaia
pende nei fianchi cinge le maniglie
e vedi come cade il ventre
come la voce giovane nasconde
il flaccido morire d'ogni giorno

vedi, si parte dalle mani
quattro vene in rilievo
leggo la V sulla sinistra, la N sulla destra:
VENE
o mio dio, perfino scritto!
Mi si inceppano rondini nel palmo
vorrei poterti dare spiegazioni
ma tu non vuoi, ti basta
avere quel minuto di trucco sulla faccia
- io sono brava a camuffare, sai -
tu non ti accorgi mai che sono vecchia.
Tu.

ma vedi
io devo stare attenta
se loro mi sentissero di sera
quando dovrei dormire nonna
donna da rottamare
a non sapere di quel paio di sillabe
fiorite sulle labbra.
Loro non capirebbero che ho l'anima
agile di gazzella
il collo bianco degli aironi
e non saprebbero vedere
la ragazza racchiusa in queste vesti.

Finestra
Oltre il campo visivo
e il tramestio di voci e di stoviglie
nella stanza di maggio
la bellezza
spalanca la sua luce
da distanze incolmabili che il tempo
fa generare spazio
i sognatori
cavalcano ippogrifi
tra le nuvole

noi qui scrutiamo il cielo
affacciati alle ansie del mattino

Parola di Dio (ma non lasciatevi ingannare)

Non siete ancora stufi
di pronunciare nomi già esistenti
di descrivere cose già sapute?
Scrivete d'orizzonti mari nuvole
laghi montagne e amore
non vi accorgete
che la parola
non somiglia mai
completamente al dato?

abbiamo già creato, è tempo
adesso
di nuove creazioni
io vi feci pionieri del pensiero
e dunque andate
oltre le meraviglie a Noi già note:
forse che nel ripeterle saranno
meglio di come sono?

Figli della mia luce
chiedete all'impossibile
afferrate l'ignoto
è quello che ignorate
che vi darà le nuove acquisizioni
l'anima che vi feci mia sostanza
ha spazi d'infinito
e sempre avanza... lanciatevi nel Solo
e avrete il Tutto
fatevi sorprendenza
ma non di quell'inutile assemblare
parole già esistenti
né di quel fare grattacieli vani
di piani vuoti e sghembi
che vi spacciate per originali

sgombratevi la mente da ogni dato
e solo allora accoglierete in Noi
altro creato

Ospiti
Si viene a dire di niente
con l'amica o il vicino
si riduce a un buco di serratura
l'orizzonte monocolo

un ragno grosso come una moneta
e nero
mi ha camminato addosso
ho urlato
ma nessuno s'intende di me
tantomeno di aracnidi.
Che hanno tanti occhi, io questo
lo sapevo
punti di vista multipli
- se hanno cataratte che casino
levarle tutte!-
odio quel suo restare disegnato
sul biancore del muro.

Un millepiedi che ha bisogno di scarpe
bussa stanotte alla mia porta
prego accomodati gli dico
qual buon vento ti... (come sopra)
- volevo e non volevo - dice
- titubo - (accento sulla i)
ma poi è entrato
si è seduto
sta ancora accavallando le zampe.

E non frinisce qui
Adesso mi fermerò
al di qua dei miei stessi pensieri
al riparo da in-versi
sui miei lidi rincorsi da formiche
vengo in loro soccorso
mi defilo

porto con me l'orchestra e gli spartiti
un ritiro sul monte il mio riparo
le divine cicale
musica dei miei giorni tante vite
che non finisca il canto
lo sa il nume: preferisco morire.

Chi s'attarda sui greti e chi
scopre delfini in mezzo al prato
chi si veste del tutto già passato
e poi chi s'avvicina al mio dolore
ma s'allontana quando arriva gioia.

Così mi stabilisco oltre le svolte
le parole ritrite
gli agghindamenti spiccioli
vado a sentirmi nascere gli spazi
ad accordarmi in sosta
tra battere e levare...

Halcón d' Eleanor
Nell'angolo del cielo di settembre
scrivevi fiori audaci sulla rupe
un girofiamma all'anulare
mio speciale respiro
quasi arreso
nei tuoi pesanti giorni

planavo in cerchi stretti
e per un trillo
una misura di parola inclusa
accendevo momenti
come se nulla fosse mai
compiuto

è così che mi verso
sorpresa dalle labbra
sotto grondaie di pioggia
ad aspettare
un nuovo cielo di galassie in fiore
che ci pronunci a sillabe d'eterno.

Alati e non
Non esisteva ancora
non era nata mai
la donna con il sole
alla caviglia
davanti alle inferriate
dell'inverno

acciambellato sotto la grondaia
il gatto legge i fondi
della vita
e la civetta
quando straripa il suono
della sera
inargenta di voli il davanzale

turni da srotolare
lungo i giorni
forse perduti e ritrovati
insieme
lucifero e l'angelica sua ombra

Non esiste  un silenzio così lungo
Chi non ha fatto un salto dalla vita
crede di conoscere il grido
e può voltarsi con il dito astioso
                                                           a chiederne il silenzio
ancora quello che si schiantò di notte
                                                           a fine agosto
nella mia voce stesa sull'asfalto

come se nulla fosse mai accaduto
                                                            i passanti distratti
guardavano la strana marionetta
                                                            una lattina vuota

e mi fu chiesto di dimenticare
 
ma scopro che un delitto s'è annidato
                                                            scavandomi nel petto
ora non me ne importa se mi ripudierete
e qui lo scrivo
non saranno le mille gioie del mondo
                                                            né una moneta d'arte
e neppure la carne generata
                                                            a cancellarmi.

Girate ancora il viso
ma se allora ho taciuto a più non posso
ora riprendo il grido
                                                            tappatevi le orecchie
o perfino ingiuriate
tanto non smetterò se non quel giorno
che non avrò più fiato.

In riva alla vita
Un posto
che doveva essere vuoto
rende troppo visibili in platea
si prova a star di lato ma c'è il rischio
d'essere vulnerabili. Si affonda
allora in segmenti
uno alla volta offerti sulla scena
d'un io presunto intatto.

Si respira di tempi ormai lontani
quasi non si sa più
chi le abitava quelle case di ieri:
una bambina, una ragazza smessa
una donna sospesa.
Ma conosce di gatti sulle case
sa di camini accesi
ha conservato impronte nei cassetti
fisse nel borotalco. E sono spunti
di mescolanze illogiche
a fare, d'una, mille sopravvivenze.

Un'alba di sorpresa
trafora l'aria di profumi e voci 

Pro_nomi
Come faccio a consistere di questo
che non so
che mi risulta assente
come un'allucinazione
una sferza di luce che saetta un sorriso
dicono sia il mio viso, mi risulta
difficoltoso crederci.

di Me di Noi di Voi
pensiamo tutti
d'essere molto più che carne ed ossa
eppure il nostro tempo ci frammenta
senza lasciare traccia

¨ come un dimenarsi di fantasmi
da un gesto all'altro nell'incompletezza
matematicamente in_coerenti
solo di tanto in tanto consapevoli
visibili per attimi

Conosciamo gli spazi oltre i confini
dei piccoli sentieri d'apparenza
ci sfioriamo nell'anima
e ci leggiamo ad ogni apparizione
poeti dell'eterno oltre la vita

NOI
nell'essenza univoca immortale
siamo fatti d'immenso

Patti nostri
Quaggiù
una zolla di terra che mi veste
apparente giardino
nascono già recisi tutti i fiori
pampini steli o foglie
un'illusione
fatta di clorofilla e qualche stoma

e Tu
che mi rimbocchi il cielo all'orizzonte
che mi sorprendi con gli umori e i sensi
mi hai fatto un falco senza nido
uno strappo di vuoto
che non saprà nemmeno d'aver pace
quando sarà finito.

Lassù
della mia vita a schema perso
dei miei incroci di nascite e di morti
forse hai perso il contratto in smagliature
di tempo e d'inevasi
il mio nel più completo sfalsamento

Tu
spero che ti ricordi
almeno del progetto

Re_iter_azione
Bisogna avere mani quasipetali
respiro di ciniglia
per carezzare i sensi dell'esilio
come foglie di salice
e bande periferiferiche
per digitare l'anima

un tempo avevo graffi sulle gambe
si coglievano more
bastava che si stesse bene di salute
i bambini giocavano in giardino
erano già affacciati al mio domani

tra conti da pagare
e giorni registrati nella scatola nera
da leggersi nel caso di caduta
nacqui dal mio passato
levatrice
del mio destino insolito
vissi di tante vite e tanti amori.

Mi pronuncia lontano
ascolto da vicino
e sono qui
che amo

Lila (il Gioco: conoscitore - conoscibile – conosciuto)
Scruta la processione degli eventi
lima la mente
ardisce voli
oltre confini noti, mai s'arresta
Rishi
me-sperimenta
entra di soffi e lampi
appercipiente

Tutto è li fuori
che comprende il dentro
essenza e non essenza
immota e semovente
Devata
sé-contiene
sempiterna divina
appercepibile

S'adagia nella mente
assimilato
contenitore e contenuto
il diritto e il rovescio
Chandas
fisso nell'atanor
sapienza mercuriale
appercepita

P.C.
Che un sipario di vetro
divenga indispensabile!
Quasi una dipendenza, quando manca
reclino in astinenza

la dose giornaliera
alcuni milligrammi di poesia
a casa degli amici
un trip di secoli
nell'abbraccio di vite parallele
oltre il brusio del mondo. 

Forse in un quadro di Degas
Una danza derviscia
le mille anime mie
prese nel vortice
eri nel suono e t'ascoltavo immenso
contrappunto immortale.
Costeggiamo la vita
ora che giunge notte
e le parole sono fari accesi

ospiti di una storia che ammaestra
abbiamo braccia a cingere fantasmi

da questa parte il tempo s'è già arreso
le ballerine in abiti soffusi
gambe alla sbarra
vivono di riflessi e pennellate

qui si appartiene al tempo
che non è un arabesque
fissato dentro margini di tela


Un amore di carta
ha solo fogli da scalare
e vette da raggiungere in silenzio

Dicono che il poeta
quello vero
è un dissenziente che non canta né suona
i giardini disprezza se di mosche osserva
nelle viscere esposte della terra
bambini da macero
donne da cancri spiccioli
uomini tratti fuori da sé stessi
nudi, senza nemmeno una virtù da santo

dicono che il poeta deve avere mani
callose, quelle di chi cammina a testa bassa
le gambe di varici. Il cuore turpe a volte
ché cerca tregua sopra i marciapiedi
o fa scempio di tutti i sé bambini che gli uccisero addosso.

Dicono poi che scrivere poesia
è oscenità da circo degli assenti
mentre i pezzenti muoiono di prosa e mangiano la morte
partoriscono figli come pietre consegnate ai deserti
o infilzati dai ghiacci
ed erano innocenti come tutte le cose intorno
come tutti i pensieri quando sono
solo pensieri

ci vuol poco, in effetti
a stringersi un fagotto d'immondizia
riciclata di_versi
una buccia ammuffita alle giornate amare
e chiamarla poesia.

Ditemi per favore
dov'è che ho appreso a lamentarmi
dove ho saputo che per non morire
sputo parole al cielo
e porgo il viso 

Del non capire un fico fresco
Qualcuno si sofferma a giudicare
se delle mie incertezze
posso o non posso dire
se nei cieli si tace
e si dibatte nelle strette il cuore
(l'ho nominato, sì, l'ho nominato)
e coccolo in incognito altre rime.

Ha capogiri l'albero di fico
se gli chiedi una foglia.

Ho voglia di contare sampietrini
senza guardare in alto
dovrà essere un giorno come un altro
a scrivere siffatte poesie
- che poi
chi le chiama così
queste amnesie del concreto
in pianta instabile? -

si divincola il dentro
il fuori appare cheto
ma non mi chiedo più
se l'albero finisce o si dirama

e nemmeno la tregua delle foglie.
 

Senza protezione
Così difforme si presenta
imprevisto di fresa
- scelgo di non scansarmi -
uno spezzone
mi sporge acuminato
a perforarmi un battito incalzante
relatore d' immenso

il sentiero sprofonda nell'argilla
è una strettoia sbucciata tra pareti
uadi
in attesa di pioggia
già mi portai sul ciglio
inciampavo col piede nel silenzio
caddi da questa vita
e ancora cado

se mi farò altro male è per il sole
che mi trafigge gli occhi

ma m'illumina il cuore

ORA ch'è ora
Non posso più morire giovane
è passato il traguardo
e morirò come ogni cosa
che s'invecchia e si spegne...

eppure è così strano
vedere questo involucro appassire
mentre l'anima mia sempre fiorisce

sono donna che ruzzola per scale
inseguita dai secoli
e il mio tempo scandito
è stato sempre un tempo in cui sbagliare

adesso che quest'ultima commedia
s'avvicina all'epilogo
una sola preghiera a quel Signore
dei Misteri infiniti:
che l'amore sia soprattutto pace. 

Guardami
potrei anche non esserci
nel buio sono o non sono
come il famoso gatto di Schrödinger
esisto solo se qualcuno osserva.

La logica dei quanti
sarà pure dei tanti compassati cervelli
espressa a formule
le nonmisure mie sulla lavagna

e_vasi comunicanti
per una fenditura
sangue a con_fondere
ti prometto quel bacio di carbonio
diamante a mezzanotte
solo se ti soffermi
alla sua luce.
 

Sana d'aspetto
Una felicità di parallele
viaggia di notte sui cancelli
teme
sferragliare di agguati
ai marciapiedi

reca di suo il convergere
d'incroci
- che non sia casuale -
lo stabilisce forse una sterzata
dove appare impossibile la svolta

è destino d'esilio ritrovarsi
uniti e separati
sulle banchine dell'altrove
un abbraccio infinito e mai
risolto

silenzi a raccontare

È, ma ne sa qualcosa solo il cielo
Nei portali d'inverno le parole
hanno spazi compresi
tra dolori e dolori
un sorriso a raccattarlo muto
ci si impolvera il cuore
ma dove andranno le mie stelle antiche
se piovono nottate
sempre più spoglie?

Le piego come fossero vestiti
ai piedi dei miei giorni
e mi riavvolgo
in pagine ondulate
capelli d'altre vite

Berenice discioglie i suoi fantasmi
nei frattali dei cieli
e corri luna corri
a declinare
i tempi che precedono l'eclissi.

Lontano più d'un sogno
abbraccia il narratore
il suo tacere.

D'ali e di selve
a giri lenti ormai
stentava un sogno
racchiuso tra le ali - millenari
si ergevano bastioni -
oltre l'ignoto.

Fiera di lontananze
selvatico il suo andare
gli occhi color tempesta
scrutavano le foglie
un varco d'aria.

Esiste come linea di confine
mare inciso tra sassi
cielo dipinto a lacrime d'eterno
- coraggio era il silenzio -
a chi bastava il vento come voce

il cuore fiero
racchiuso tra le sbarre degli amori
è solo sguardo ad osservare il volo
mentre una piuma cade
sul suo manto.

La sospirata eclissi
incantesimo estremo
per una volta ancora s'allontana
mentre chi plana di silenzio
muore. 

Di tempi e profezie
gesti di nonricordo
un abbuono di tempo
che gli nasceva in petto una spirale
rose d'ogni colore
- e basta spine -
diceva il suo pensiero

ci saranno linguaggi
che potranno sembrare lallazioni
sussurri nei riquadri
e sarai viva
come nei tuoi ventanni

avrai il mio dono
sapore di corbezzolo e dolore
senza inganni

ma ti prometto il sole.
 

Chagall
Ho incontrato me stessa in uno specchio
e dopo averti atteso così a lungo
giorno di festa
t'amo
perché mi sento viva

maggio è scritto sul vetro
e questa volta è proprio primavera
parole a fiori
voli e pleniluni.

un cerchio aperto è diventato luce
scorgo il tempo dell’anima
che non è fatto di minuti e ore
giorno scritto ai miei versi d'immortale
amore esisti
e già mi basta.

Ialina
Anomalie d'inverno
domande crespe nei pensieri assorti
su territori ancora da espiare

Da un’armonica a vetri
le mie dita
tracciano suoni e impronte

le risposte arroccate in fermo-immagine
che la mente ricusa
intollerante
prendono il sopravvento

perciò respiro sulle trasparenze
alito poi disegno una parola
cristallizzata in fretta

è continuo ritrarsi di maree
restringersi di cerchi a mezza riva
in gioco stravagante sulla rena

strìgide in volo
piume di felpa tra ramaglie
e rose

Miranda
il promontorio in blu
non aspetta più navi al suo tramonto

il pittore dipinge misteriose
case disabitate
sulla costa
- la voce gli narrava di naufragi
di tempi mai vissuti
di storie alle finestre degli addii -

c'è un sentore di vita nel silenzio
tace perfino l'onda
ed è l'approdo.

Ucciderò la luna
Non ti rincorrerò luna d'inverno
nei miraggi di luce
ti riterrò sospetta
rea di presagi e sicumere
quando scrissi domande a cera persa
che il tuo raggio invetriasse nella silice.

Tu lo sapevi:
rubava l'aria alle nottate
chiamando d'altri nomi
Io non so, io conosco poco, io vedo appena,
ma credo che il suo canto abbia il colore delle viole umide

o guaiva di schianti un paradiso
ritenuto d'amanti
e adesso
solo
accerchiato d'amori obbligatori
ha messo il piede
tra l'uscio e la tua luce

reca diamanti che t'impallidiscono
fottuta luna
e tu non sai che ne farò un diadema
per la sua voce che rapisce gli angeli
e non permetterò che sulle rive
una risacca ionica la spenga.

Esigua
E poi ho capito
non era una sorpresa
un capitolo scritto sulle dune
ma tutto quanto il coro
bocca a bocca.

Semplice a prima vista
lallazione
cantando che mi passa.
come prassi di giusta mediazione
tra un sogno e una frittata

però se mi ci metto
di misura
ho troppe sponde a farmi da confine.

Sortita
La tana è il posto giusto
nel battito di sé
le proprie orme
su terreni di neve.

Effetto della sera o scarsa luce
ti dirige per strade
a sprangare la voce sui portoni
a sospendere il cuore sugli infissi
un sillabario scritto in aramaico

annate di dimenticanze
colgono di sorpresa l'intelletto
e temo ri-versarmi fuori tempo

Accezioni
Ed ecco si separano linguaggi
il gesto ammutolisce
- non scardinare mai le differenze
il tempo ha commissure invalicabili -

Ombre di spalle sulla strada chiusa
una soltanto ha viso
e domande negli occhi di smeraldo.

La settima lanterna ha pochi guizzi
se l'argento l'ammanta
distanziata la vita nel maestrale
un ponte d'ombra che s'inoltra in mare
Un segno-sogno spira
su direttrici assorte
si smorzano le voci
- nella doppia legenda il verbo dice -
 

Albori semeiotici (in connessioni inspiegabili)

Un tuffo tra gli effetti secondari
la febbre da poeti fa il suo corso:
riporta in superficie
quel pensare indiretto
-“Boule de suif”
stupore
quindici anni erano pochi
per lèggere di neve e di puttane -
e ricordarlo adesso
è strano assai.

Come di molti segni
tracciati dentro camere di stucco
reminiscenze fossili
era un glifo la vita
precambiana
un nome vivo dentro il carbonato.

Ero già lì
miliardi di universi partoriti

e sono di un eterno irreversibile
in grembo all'Assoluto.
 

Di latitanze
mi avvincerai con il presente
eternità sommaria e frammentata
spianata nei deserti
non più da attraversare.

nè fiordi che mi fanno verticale
mentre me stessa scalo.

Tu
generico tu
che ti sparpagli nella notte in astri
a me sei buio
da cui non posso uscire.

mentre danzo la folle sarabanda
in continua caduta dai dirupi
e non ti trovo.
Tu
che tieni in sospeso
ore e minuti.

Ed è per questo che mi basta un tu
specifico e mortale
che mi salvi da questa
solitudine.

Stralunamenti
Stra
luna
menti
boccucce di crateri
sbuffi da qui al soffitto
resto supina e ascolto
dice l'illusionista: hai sparecchiato
i germi e le tignole?

È una domanda matta
bisogna riconoscerlo, sarebbe
come chiedere: hai fatto colazione
col bianconiglio e il cappellaio distratto?

Ma no, non c'entra niente
quella è una frase sciocca
si è presentata e invece d'ignorarla
l'ho trascritta di getto.

Che non sia poesia pare evidente
un divertissement da notte fonda
tra bere una tisana e uno sbadiglio.

Pausa d'irriflessione
Pensavo di starmene con le mani in mano
a rimediare poche cose
uno sguardo alle tende in trasparenza
fuori camelie in boccio
il gallo ancora canta
ed è stagione che non lascia scampo
lui finirà nel forno, io forse andrò all'inferno
se credessi all'inferno.

Intanto resto qui con le mie cose inutili
carabattole e pochi soprammobili
- li ho sempre riciclati -
quelli rimasti fanno da ricordi.

Come disse quel saggio
aiutati che il cielo non t'aiuta
o forse era il contrario
Ma giunti a questo punto
che si riveli un angelo o un demonio
non fa gran differenza
all'annunciare di giornate ovvie
anche una rana alata può bastare.

E questa che mi prende e non vuole finire
paranoia
da versi mentecatti

dovrò scegliere il punto
da tranciare.

Dura madre
la scorza chiude il nesso
gheriglio cerebrale
il freno stride
sulle corde vocali
quando le circonvoluzioni
disegnano gli eventi

sbarre non hanno curve
ad ingabbiare
l'infinito che evade
nella sfera apparente

e non si può dormire

ché di morte si vive
e si fa finta
d'essere già redenti. 

Stranariva
la notte
schermo d’acqua
non c'era ghiaia
soltanto una tastiera
sul bavero del sonno.
Raccoglievo le briciole degli anni
 

Palindromica
Questa è una cosa scritta al volo
così
per non sentirmi a destra della strada
ora tutta in discesa mentre
le case mi sorpassano

furono squilli anagrammati
a capoverso

e per tettoia un antipodo

ecco mi dice anima la mina
e distorce il palindromo nel senso
rato non dato
ardire un limerick:

“la poesia è bellezza
non solo immediatezza
ci vuole ispirazione
e poi l'applicazione
solo così è bellezza”.

Oppure un clerihew:

“Cristina Bove
scriveva cose nuove
ma soprattutto mille stramberie
che solo lei chiamava poesie”.
(dedicata ad Annamaria Giannini e
Lucius F. Schlinger
)

Giro di sito
Girovagare con due torce in mano
una per la speranza
una per dire addio
e senza fare un passo oltre la soglia
chinarsi un poco
a raccattare i resti

portano ancora i segni di ganasce
i polsi, sortilegi da piccole spelonche
avatar di ripiego

si presuppone un luogo
fatto di spaziature e di frequenze
speziate, amaramente amare
o restare insediati
tra virgolette e sbarre

ho gli occhi di gramigne
mi passa un velo che li fa di nebbia
e i miei colori - oh, i miei colori!-
mi tradiscono il vero.

Tu mi racconterai di giorni alterni
di quando senza redini
criniera al vento
eri il satiro di una ninfa triste.

Forse ti additerò una stella
infissa nel mio petto, una tardiva
stella. D'un tempo infinitesimo sarai
zampillo e sogno
e non t'accorgerai d'essere eterno.

Fantasmi a venire
Legava suoni
con mani che sembravano corolle
e poi diceva alle colombe
- la vedete laggiù? sembra una foglia
invece è la mia donna
di miele e di vaniglia
una piccola donna inghirlandata
venuta dal futuro
ed è perciò che non la vissi mai

ma le invento ricordi

in un mirino tra le tende chiuse
ne immortalo le ciglia -.

Ballerini s'avvitano alla luna
sinuosi di cobalto

la prenderò per mano
e voleremo.

Ralenty
Di sentieri d'estate
d'inaspettate primavere
d'infinite stagioni la sua assenza

cammina e sembra immobile
in questa vita fitta di scansioni
ciascuna con le sue malinconie.
Secoli di preghiera
percorsi a gradinate
- a quella Porta ci si arriva soli -
giungeva
da dimensioni sconosciute
amata voce
e ostacolava il tempo
- che rallentasse per non farle male -

Senza titolo
Sono stanca di sentirmi forte
ho voglia d'esser piccola
sparire
in una tazza rosa
in un cestino a cuore
ho voglia di contare come piume
di canarino in gabbia
e di non fare pause
nemmenounaqualunquetraparole
ho voglia di restare
ferma come una macchia sul divano
che non è mai saggia
eppure è testimone
ecco
direte è pazza
certo come i bambini
che tagliano lenzuola
per farne una pezzuola per gli occhiali.
oggi cucino riso rosso e alghe
per sentirmi da pesce
in boccia-camera
ma la ricetta...
non aspettate niente
ho finito le mani
ho finito i pensieri
non ho neppure il sale.

Mare di novembre
Sabbia d'autunno
flussi di madreperla sulla riva
e tu signora delle storie in segni
com'eri bella nei tuoi sguardi d'ombra
quando il suo desiderio
t'avvolgeva

lui suonatore d'incompiuto esistere
fantasma in trasparenza
che nemmeno la pioggia
rende vivo

E allora cosa resta? Una carezza
ormeggiata su piani sconosciuti
suono d'amore incredulo
raccolto
tra le sue braccia e il niente.

Tra se e sé
Come una brocca a perdere
sparge di sé la voce sulla ghiaia.
Una barriera a piombo
sul ciglio dell'inverno
tra riposi imbastiti a fior di pelle
presta attenzione a chi d'altre parole
al cuore bussa piano

della sua folle corsa intorno al se
vuole che sia quell’unica ragione
ultima goccia a tenderle un agguato.

E per confine il mai
Potrei assopirmi per varcare
gesti quotidiani
il tonfo di un saluto
lanciato a picco nelle fenditure

oltre lo schermo piatto
mescolo il cielo al blu del calendario
e mi trapassa il petto quella lama
a filo un grido
- oh, la mia morte di tutti i santi giorni! -

e mi addormento

Dimora
Io che non so vivermi al caldo
mi porto addosso fiori di salnitro
nuoto nei muri e frugo il sonno
alla ricerca di un significato

Sono fattori minimi
quelli che mi sbiadiscono parole
vulnerabili al soffio
in veste d'ombra mi defilo ancora
mi raccolgo nel cavo dei pensieri
e dici bene
nessuno è indispensabile davvero
tantomeno una donna di penombra.

intorno è gelo
da corte dei miracoli
occhi diretti all'immediato dove

porgo l'orecchio docile:
tuona un silenzio che non mi dà pace
se c'è chi pensa a me
disegnata col gesso in un riquadro
e a cancellarmi può bastare un clic.

A(f) FONDO
Perché sono finiti i tempi
dei segnali rotondi e dei capelli
scendo a tentoni e scavo le mie sere
in cerca di

se lo trovo -segno che c'era-
è libertà di un giro
controverso
come un pagliaio nell'ago

la nudità e l'esilio
didascalici
punti di non ritorno

potresti essere il verbo dei miei giorni
- un giaguaro sornione
acquattato nell'angolo del letto -
un'esca di parole
se un po' d'amore ti fiorisse in bocca.

Finalità
a non esser poeta
a dire solo un po' della ragione
a non saper morire

- ecco vorrei
che la mia vita scritta
in pagine su un blog
avesse un suono d'altro
che giungesse
in sordina -

e se pure non fosse poesia
che si dicesse almeno
poemia.

A Divinis
Dovrebbe raccontare di lembi trattenuti
a un cornicione
o chapiteau di circo senza rete
se solo avesse appreso
d'essere in mille e più, a cadere.

Avvitandosi appare e poi scompare
il dicitore amabile
esibisce
numeri d'altra luce
a volte una catena di miracoli
in revisione illogica

ancora sto planando in quella notte
di trapassi infiniti
un qualunque battesimo di morte
dissimulato ad arte.

Soft
mi raccontavo storie

- verrò col vento che respira gli alberi
percorrerò le vene degli addii -
mi sentivo al sicuro
e scivolavo negli imbuti
senza un gradino a freno

- godetevi il tepore dell'esserci a voi stessi -
non lo saprete mai quanto rigore
quanto silenzio
e quanto
pagai per la mia vita

datemi per dispersa

Acherontia
Allora ti avvicini con la bocca
alle cose sentite dire altrove
che non sono le tue
raccogli cenci
spolveri le travi i ragni li farai infelici
e se pronunci ancora altre parole
otterrai sei monete e due lustrini
di fandonie sgargianti

- tu non conosci decerebrazione
l'essere solo corpo - il pesce anfiosso
il suono delle cellule che cade
transitorio
giù per accenti tonici

emerge da cunicoli
deflagrando crisalidi l'atropa sfinge
separata ristagna e si nasconde
sotto lemmi e cifrari
l'anima mia
per un destino d'ali.

Per favore
Chiudetemi nel circolo dei matti
ch'io riposi dal vivere
mandando il cuore a farsi inzaccherare
d'attimi di passione

sappiatelo stordire
ve lo consento
usate anche picconi pur di farlo
tacere.

e mi allontano sempre più dal centro
perdo il respiro
non voglio che si creda ch'io finisca
ultimo raggio e sorso del bicchiere

il mio messia
fuma sigari e beve vino doc
scrive di taglio sulle pergamene
mette parole in croce / non redime/
avanza
per qualche inferno provvisorio
e allora
chiudetemi nel circolo dei matti.

Lontano il suolo
Incalzano
lei non vuole rispondere.
Dovrebbe raccontare
sospesa a un cornicione
o chapiteau di circo
senza rete.
È tutte ed è nessuna
riconoscersi mille fa paura.

Avvitando se stessa
appare che fa maschera al suo vivere.
Planare
in quella notte di trapassi
nascere ancora e ancora e ancora
nell'attesa
d'un punto di contatto. 

Realnauti
Abbiamo nomi
tracciati in corpi di periferia
puntiluce dal centro all'infinito

di frattali e parabole
di latimerie fossili
abitiamo caverne metafisiche
depositi di addii

ma nuda è la sorgente,
la dipinse Courbet - pareva viva -
questa la verità:
l'effige di una forma transitoria
esposta in un triangolo

e noi recisi andiamo
portando l'illusione
di non essere eterni
 

Sussurrata
A dire ciò che balza nella mente
uno schiamazzo d'erba
e sai
della discesa agli angoli
di un nonnulla di sensi
eppure sazia regole e sorprese
suffissi e meridiani
d'altro che mai si sfiora *

ti conduco nei giorni d'una vita
mai raccontata prima
io vado a passi
che non toccano il suolo

l'unica cosa certa è che gli scavi
dell'anima mia arresa
dove tu resterai nel piano d'ombra
è un argine voluto
alla mia storia.

Cantiere
il pelargonio nella betoniera
mescola alla calcina sangue e petali

aveva in mano briciole
da elargire prudente a incordatura
dell'impasto a decrescere
ma fu azzimo il pane

bussano alle lamiere
non addetti ai lavori
l'elmetto non protegge dai rimpianti
e la polvere avanza
ogni scomparsa d'uomo.

...E fuga
Con due centesimi di tempo
le compri il riso e il pianto
ma tu non senti che le fisarmoniche
di uno strambo concerto mattutino


poi forse te ne accorgi dei suoi occhi
benevoli sui tuoi passaggi in ombra
e lei chissà perché
conosce quell'impulso che t'assale


assolve il tuo pensiero scalmanato
perché lo sa
quella ragazza risvegliata in volo
di quel ragazzo spaventato a volte
che ti vive e ti manca.

Grandezze
Giungono
nell'infinitesimo di un sogno
memorie d'universo
a lieto fine
per la ragazza delle filastrocche

aggrappata alle redini del tempo
oggi si tinge l'anima e i capelli
e vive di parole le giornate

però se gira l'angolo
vede l'aria confondersi
e stringe allora
nell'apparente stasi dell'adesso
l'infinito di piccoli sorrisi

Dado di fatto
sei
di punti
e virgola
sfacciata_mente al massimo
radice in definire
cubica

sei
di radiali
e spigoli
in cerchiatura paradossa
anima verticale
esisti

Quelli che
Per sentito dire dicono
dicono
dicono
mille formiche nelle orecchie
mentre rifanno i conti
prima di spiaccicare una ciliegia bacio

stanno serrando i polsi alla svanita
della casa color zafferano
che adesso ha quattro scale di pietra
a sprofondare
incise a geroglifici
- dalle balze gitane cosce rosa
a vista che -
mancava uno spillone alle sue mani
vedete come si sussurra in giro
non ha cucito orlo di sole al cielo
e cade inverno


quelli che come me scrivono
scrivono
scrivono
mille e poi non so quanti tendini
di caratteri tesi e forse in versi
per mantenersi in piedi

Comunque le attraversa il sole
Le mie donne
sono i gigli delle serre d'inverno
e sbocciano se fuori c'è la neve

nascono a volte come luci
d'un attimo e dileguano
eppure il loro esistere fugace
mi rischiara la via

ci sono quelle dagli sguardi fieri
non li abbassano mai
quegli occhi d'ansia
e quelle che nascondono il dolore
perché non sia di troppo

le mie donne hanno tracce
di pensieri tradotti in gesti scarni
le dita tra i capelli
i sorrisi stremati delle attese
i singulti improvvisi
le ginocchia serrate per difesa
le braccia spalancate
benchè il raccolto non sia mai concluso

ci sono quelle dalle spalle erette
quelle piegate mai
se le incontro di notte nei miei sogni
mi raccontano storie inconfessate
si spogliano di rughe e di malanni
danzano sulle punte
ed io con loro mi traduco in canto.

Taciuta
Il mio cuore abitava sulle Ande
al planare dei condor
nido di rocca e nevi
inerme
Era il settimo giorno dei deliri
ai picchi audaci
andamenti di taglio e rifrazioni
nugoli di piccole croci

Scuotesti la tua cesta di raggi
e fu l'abbaglio
nel tramonto di fuoco

Ma stasera
tante di quelle cose mi dirai
meno che quella

Tanto per dire
Promettimi
che non avrai più voglia di sostare
per attimi taciuti
che andrai per altri mari
a cercarti il futuro
a me basta il presente

promettimi
se ancora fossi attratto dal mio fiume
che ti ricorderai quelle parole
che non ti dissi mai
e un minuscolo fiore
mi lancerai dall'alto della chiusa
prima di proseguire

Promettimi
che porterai con te quello che puoi
di queste soste strane
fosse pure un singhiozzo senza suono.

Se una clessidra...
Quando vi raccontai delle mie morti
udivo lo scandire dei rintocchi
pensavo non ci fosse molto tempo
presi coraggio e scrissi
senza pensarci troppo

e ancora sono qui
- non chiedevo miracoli stavolta -
eppure sono giunti
d'amore, d'amicizia, d'insolito accadere
d'ogni sorta

ed ho potuto avere di novembre
rose fiorite ancora

Ora chissà perché
penso che il tempo
abbia smesso di andare

D'infinita assenza
La memoria dei pieni si fa polvere
e poi diventa NON
quella dei vuoti è NON

ci sono?

ci siete?

E penso di pensare
in questa inesistenza

invece d'imparare a NON
esistere

Come una scultura di A. Pomodoro
Vi chiamo a testimoni
dei miei spicchi di faccia
minuzzoli d'arancia sanguinella
scioglilingua al palato
uno tra i tanti

ad osservarmi antropomorfa
e non
criceto a ruota in gabbia
divento un clown
dalle risate tonde
oppure melagrana fusa in bronzo
e le parole
chicchi di cinabro.

L_oca
Ai cigni fu sgradita
la presenza
anserina di passo
a starnazzare in loco

il lago non si adatta se
di qua
passaggio alletta
qua
dal pesce gatto
e qua
dal sottotetto
eco di passacaglia
un poco loco
allora per_di là
penne da sballo
quaqualunquismo
astratto

chi la vorrebbe sempre
più giuliva
l'accusa di schiamazzo
per rifilarle un calcio
nel codione.
Qua
più d'una rima avere
l'imbarazzo.

Quei morti
i morti hanno le scarpe
e i denti scintillanti
- lo sa la donna che scriveva numeri
sulle creste dei mari -
ruggine in bocca e remiganti sparse

hanno totem di latta
orchi di cartapesta
qui sulla terraferma
turaccioli nei buchi intercostali
e dormono stipati come pacchi
dentro carcasse al posto dei tucul.

Morire qui
morire adesso
cosa cambia per voi? Morite sempre.
Se lo fate guardando la tv
non ve ne accorgerete che dal sangue

<è rosso come il nostro, lo sapete?>

Quisquilie
Sradicherò quest'ordine di cose
a mani nude a graffi sulla pietra
distruggerò gli altari
dei benpensanti
denuderò i miei occhi di brina
i miei pensieri aperti
e taglierò i contatti. Presuppongo
giudizi da infilzare colombe
stagionate.

Conoscere le tregue di una vita
avere in mano una licenza d'anni
non uno spolvero a carbone
né soffio di cimosa
a renderla più donna
anzi madonna dalle braccia aperte
e farne niente.

Testa-coda fatale.
E niente coccodrilli a lacrimare
le defunte virtù
io fui poeta a ridere
che perfino nel piangere delusi
chi si aspettava tracimare d'arte
non ne vissi che i margini

ad averne timore quanto un osso
d'allodola. Il peso fu di sale
rovescio d'acqua immane
non lo ressi.

Numero qualsiasi
Sarà un lasciapassare
la forma del vestito
intanto che mi giro di tre quarti
è la strada che scorre
sotto i piedi.

Entrano in scena
figuranti stagliati controluce

s'adatta il punto mio focale

restringimento di pensieri
luci farsi lontane 

Oceanica
Sapeva fare nodi alla marinara
cazzare rande e ripassare bugne
non sapendo di nuvole
quel tanto da imparare le tempeste
errava di bolina
per scontare miracoli
così da poter essere acclamata
santa dei giorni dispari.

Resse il fasciame ma la velatura
fu divelta coll'albero maestro
e le sirene
ebbero gambe a dipartire il mare


i pesci quando piangono
hanno lacrime d'aria

le polene si arrendono agli abissi
non sanno camminare.
 

Quadratura del cerchio
Come una siepe frangivento
ha lacrime di mastice sfrondate
nel libeccio
e chiede perché mai l'hai contagiata
del tuo bene di vivere
lei che di resti in mano ho solo frange
e di muscolo in petto stonature
foriere dell'altrove.

Tu che le porti fuochi ed incensi
che te ne fai delle sue strade a sera
dei suoi giorni a settembre
del suo mondo distante dalle ore?

Qualcuno dice che si è fortunati
a non essere morti un giovedì
e a non avere lapidi nel cuore.

Che lei possa pensare
di tempi già finiti
a completare un cerchio d'ali
malgrado le ragioni
stasera è una finestra spalancata
su piccoli dolori
ed è il segnale della resa
manca
soltanto un frullo.

amA_LG_Ama
Ero quella dei “ti amo” detti seri
con la voce delle ore mancanti
e dei navigli dietro l'angolo del palazzo:
sillabe che restavano impigliate
laminarie tra sciabiche
lui le diceva facile come bere un pernod
e non s'era nemmeno in un bistrot.

Come palline di mercurio
io ci provavo
a unirle
le rincorrevo acclimatate
- soltanto 37 oggi, andiamo bene -
cadeva rare volte il termometro di vetro
ma...
Oggi basta puntare una lucina
sulla fronte.

A me
che ho una febbre obsoleta
un “t'amo” laser
sparato sulle tempie

Occasione speciale
A vestirlo d'amore
ho detto amore
non distorcete il caso
è una parola inutile si sa
non blasfemia
a ben pensarci si può tralasciare
dire che il gioco vale la candela
oppure
convincersi che il buio sia meno nero

amore, dicevamo
di quelli senza marchi di fabbrica
non baci perugina - per intenderci -
di quelli nati come nelle guerre
per non sentire fame e freddo
amore ricavato da millesimi
di vita
incartato di blu che faccia alcova
qualche sillaba muta

E mai far trasparire l'elemento
portante
mai nominare l'attimo struggente
nel sottoscala di una vita

niente che possa renderne il valore
oltre il ludico gesto

Amore da tenere nell'armadio
appeso tra i vestiti
da poter indossare, chissà
per una sera  

Le ragioni del grido
Sarò spudorata lo asserisco
io non sono tra quelli compassati
muri di calce e malta
sono di di mille buchi
di mille porti seppelliti e taccio
solo al sibilo inferto alle mie orecchie
di capriola (la femmina del cervide, s'intende)
e scendo scale
o le risalgo
a fronte alta, i miei gradini ebbero orme
più antiche delle suole di chi passa
credendo proprii mitici richiami.

Questa la mia risposta:
accanto c'è chi tende mani asciutte
una punta di stella
un'amica che dissotterra un figlio
- lei dice che le basta una calotta
a ricordarle quando generata
dalla sua stessa carne
ne accarezzava il viso-
se piango dei suoi lutti
il pudore dei geli e delle assenze
il suo mostrarsi forte
è per lei che mi sfugge ancora il fiato
nell'acuto lamento.

Non per le vuote rime sulla carta.
 

Dirittura d'arrivo
È necessaria adesso l'escissione
perché di suoni, di profumi inventati e sfumature di gesti
sfinimenti che partono dal cavo mio assediato
non si diparte strada e non c'è lume.
 Ed è così che aggirerò la storia da me stessa inventata
incautamente annessa alle necessità primarie
per toglierla dal seno
 
Perché torni a cercarmi, tu che conosci l'ansia
del mio vivere a stento?
Perché non copri di una pietra greve la fossa dei miracoli scaduti
lo stupido mio starmene affacciata?
 
Devo scrivere sempre con l'incognita: saprà?..
- sì che lo sa, quella sua mente amabile -
ma non può dare nome a ciò ch' è mio
e che non potrà mai essere suo.
 
Allora è giusto muoversi sul fondo di scene impermanenti
controfirmate da una voce e basta.
É che non posso vivere di questo.
 
Morirne è assai più facile.
 

Neologica riassuntiva
Appalizzarsi - si può dire?-
come appuntirsi o
prendersi il cimurro
o similmente sdiruparsi
riflessivi suicidi
complementarietà sinottiche
non tavole
da surf
fotografai l'ondata
era dicembre sulla costiera atlantica.

Qui regolo amnesie
per dispersione

Intrinseca
E voi
che se avessi braccia di paradiso
accoglierei per sempre e non soltanto
un giorno o un'ora rattoppata a metà
voi che sostate
conosco la tua sete, amico
la tua fame d'amore, amica
e il germinare delle croci
che non hanno platee né golgota
ma solo scene di silenzi orfani
parole vedove

Eden di mele e di serpenti
irragionevolmente amato
che nelle sottrazioni di coscienze
abbina vivi e morti
ai transeunti noi
convogliati alle pietre

voi che se non ci foste
non mi conoscerei
e che perfino quando mi uccidete
siete sussulto e vita
voi dalle labbra intinte nel vinsanto
un bacio rosso
e ancora voi da dirsene di notte
o tracimare risa

voi che se dico tu
mi diventate
sfera di pulsazioni e di scintille
sulla fronte d'un io
che siamo noi. 

DONO di uNA TALE
Ti regalo un momento
che troverai forse banale
senza un incarto, senza
infiocchettature
una cornice di penombra
una musica appena percettibile
e un dolore lasciato sulla soglia

perdonami se scrivo sul biglietto
con inchiostro simpatico
se un giorno vorrai leggerlo
dovrai tenerlo approssimato al petto
per renderlo visibile

io foglia
ormai presa nel volo del mio inverno
t'impacchetto il silenzio
a colonna insonora d'un amore.
 

Excipit
Sorridevano
di minuti contati una cartella piena
sul ripiano del mobile arte povera
dirsi d'amore
in tutt'altre parole

come a voler ristabilire tempi
e mandarini e datteri
di tante feste simili
appoggiati a memorie sempre uguali
incombenti a sé stessi

erano assorti nell'antico gioco:
evitare il restringersi del tempo
ricercare il contatto delle voci

mai quelle assenti.

Ormai la casa è un tetto
su macerie di vita
e
se dalla cappa scenderà qualcuno
nessuno lo vedrà
- la sua presenza
è decreto d'assenza - ed il suo nome
confermerà il silenzio.
 

una O
Stare seduto
come a chiudere il circolo
l'uomo anti-vitruviano (tra parentesi)
può dare la misura
nello sfilare di parole e dita
calamitate ai tasti.

Sull'alito degli archi
il violoncello adagia uno sbadiglio
Sheherazade
- l'amo che mi si fa agonia nel petto -

e me ne sto seduta
davanti a questa O priva d'un pezzo
quasi una C ospitale
l'arco d'un uomo che
diventa abbraccio
 

In S(ì) minore
Questa non è una tana di carezze, è piuttosto una scatola cinese
e dentro -sillabata- una fontana
ci sono voli sulle guglie e intrappolata
una bambina in processione per corridoi infiniti

la sua difesa è assecondare tutto

Dorme il fauno ebbro, ha sulla fronte il lascito di un sogno
l'edera sulla bocca
di terra i fori occlusi e muto il flauto

fuggi, bambina, è tempo di ferraglia
non di cocci smussati dalle onde, gemme
serbate nelle mani piccole
morivi di ogni età

disattesa la lingua e l'idiota enarmonico
canta quarti di luna. Sotto la scala immobile
il cane di Mirò

e tu
sì, dico a te
che il tuo passo di pioggia scivola sul mio vetro rassegnato
e non concede appigli
hai forse braccia
da contenere immenso?...
 

Incontestabilmente
Tutto sta a rendersene conto
non ignorare i dati e gli antefatti
- magari ad arrivarci alla tua età!...-
ed è così che ho appreso ad invecchiare.

Le locuzioni
hanno di buono questa ferrea logica
ti pongono davanti al tuo plotone
d'esecuzione. Ed è la verità che ti fucila

Sipario d'inverno
Spengo gli ultimi fuochi sui crocicchi
copro il mio piatto a tavola
e la sedia
servirà bene a un'altra compagnia.
Vi lascio il vino e il pane
una tovaglia a fiori e una caraffa
d'inutili parole
e vado via.

Sui fili tremebondi alte le voci
innescano gerundi a passatempo
nuvolaglia che incombe sulle case
dove regnava il sole

tresca di mandarine e mestoloni
le limacce che guadano tra i muschi
e grida ovunque
nel grande schiamazzare degli svassi

io mi dileguo
sono come quegli albatri feriti
dagli stili di ghiaccio
che senza nido vanno ad ali stanche
in cerca di uno spiazzo per dormire
finalmente dormire 


più non mi oppongo
al vento
e
infine volerò
 

Di me che allora...Di me che ora
Mi piacerebbe raccontarvi
di tane e di bisbigli
ma nella stanza si nasconde e tace
la rima chiusa della bocca
in formato ridotto.

Arcobaleni tondeggianti
sullo stelo di rosa spampanata
e mi rifletto multipla
microscopici tonfi la caduta

Non voglio che pensiate
a ghirlande romantiche
non c'è niente da cingere d'alloro
anche le gocce
ciondolanti sui rami
paragonarle a lacrime fa ridere.

Ma questo no
starsene a braccia vuote a contenere
quell'io dimenticato di bocciolo
non ancora dischiuso
e ripararlo per assurdo
questo non vale
adesso.

I suoi pesanti vestiti
Le dita di viola
le ha colorate il gelo
e tu smarrita vai con mantelli di pietra
il corpo e il cuore seppelliti
in ceramiche raku
per dormire e sognare
occorrerebbe alloggio di riserva
casa di quelle voci che non puoi
dimenticare mai.

Prestami la fierezza dei tuoi sguardi
diretti
il tuo sorriso aperto il dialogare
intorno agli altri fatti
e ti farò una stanza nel mio petto
tu come scricciolo accolto
finalmente
quando è ghiaccio là fuori.

E poi riprenderai il tuo volo
quando si abbatteranno palizzate al tempo
con ali d'aquila.

Ma Natale
Prendono corpo i fantasmi
hanno la fretta di chi segna tacche
sui muri della legge
Borsellino scrive col sangue suo
col sangue dei suoi custodi figli
di un'Italia minore

e sulle vie dell'edera mafiosa
s_loggiata_mente
pulsa il cuore massonico le vie
del biancogiallo regno d'anticristo

sfogliano leggi come crisantemi
e marce funebri
mugghiano leghe farfuglianti e sbilenche
pupazzi a zanne panoramiche
su stolli di cadaveri
quando l'acido è poco e il corrosivo
morde solo bambini

come siamo arrivati fino a qui?

Ero nata che i passi li segnavano avanti
nuovi Padri
si facevano Leggi in armonia
e la giustizia ancora
era uguale per tutti
oggi si scalza ad alabarde e cupole
si sorregge lo strascico a chi posa
il suo marchio di fabbrica al paese
Bi_sogna che il diritto sia corona
e ius prime noctis
sull'imene d'Italia.

Popolo di poeti e puttanieri
di santi e stupratori
viaggiatori di slum da casa nostra
a cosa nostra
ci vorrebbe un Escher nero su bianco
a disegnare la follia dei lordi
il travasare uccelli in ostensorii
e longa manus
unire transatlantici e tiare.

Fantasmi di un Natale da venire
di Cristi mai risorti
possiamo solo trattenerli a mente.

Non fermarsi mai
questa la strada che va
non io che osservo e guado mentre
vedo passare il carro
del vincitore

ancelle sulle sponde
sghirlandano madonne schiamazzando
bocche smerletti
offerte tra parentesi all'auriga

non un occhio che svicoli di lato
su me formica misurata in micron

non hanno braccia i versi
né porgono vetrine
hanno soltanto movimenti lenti
sillabe di rimando
al massimo uno schiocco fuori sincrono

ora se voglio
e mi delira nella mente un come
ora se voglio luce
e verità che spicchi come lama
sopra il filo di un nome
mi trafigga di netto la sentenza

mi condanni a pagare per la morte
pochi fiati di vita.

Shaker
Di giorni ricadenti
su territori mai calcati
aspettava la sera con le mani appoggiate
ai pensieri d'inverno - e avvenne che
arguta-mente
incautamente trattenuta a grolle
di vino blu -
bevesse alla finestra di un hotel
ciocche innevate.

A trattenerla
frasi da imbonitore: non hai età
donna delle disabitate meraviglie
se ti scopro
e se
d'inattesa domanda alzabandiera
ti sorprendo

Chiedevano perfino le comari del giovedì gnocchi
caviglie grosse
armadi sulle scarpe da ginnastica
complici in videoclip assecondare
presunzioni di noia camicia beat.

Nella notte listata a nerofumo
il precipizio
è il centro di una voce.

Ubi major
Tra quattro mura e un cielo d'aria
ombre stanziali
- si nega necessario isolamento -
al non
al mentre a
al quando
se m'invento facciate a
- io duttile e per alcuni versi malleabile -
scelgo passaggi interni
arresa all'innocenza marginale.

Il pino sul balcone traccia di sé gli infissi
smussa i riquadri e fende la cornice
intorno nubifragi di fantasmi
raccolti in questi letti
e il dirottare di pensieri altrove.

La notte in un cucchiaio
versata in bocca
e chi si aggrappa al vivere
distoglie l'attenzione per dormire.

Nel presente
soltanto un desiderio di calore.

Che non sia
Il giorno che saremo larve
assediate da glitter e fuochi d'artificio
a nascondere il nero
(perfino il grigio sembrerebbe offesa
a pagliacci liftati)
quel giorno portatemi una luce
un'azione di pace ardita
fatta di barricate di pensiero almeno
e ditemi che pagine di secoli
bui
non hanno spento fame e sete
di fratellanza vera.

Ma se vedrete il gioco dal rovescio
se scoprirete i nodi del potere
occulto e sommo
al vertice i padroni della terra
troni di sangue a incombere sui miti
sulle manovalanze e sui perduti
che già solo nel nascere
servivano da schiavi
turlupinati dalla dea procace
di culi e tette a fare da bandana
a consumare ciechi come talpe
il gheriglio di noce cerebrale

allora disponete la mia stella
sotto mucchi di terra
o gettatela in mare
ch'io non veda i miei figli prigionieri
i loro sogni infranti
gli amici diventare ombre fugaci.
Ch'io non abbia timore di parlare
e mi riduca a spolverare frasi
tra libellule e rose - arresa al marcio -
chinata per viltà.

Moebius strip
Farsi carezza
abbrivio e commissura
ritorno senza andata

i matti fanno festa
con ciclamini sparsi nottetempo
sulle curve dei santi

procedere a singhiozzi
per quanto ci si sforzi d'allineare
rende gobbe le strade

attraversare non sarà mai facile
non basterà un boy scout
né un semaforo verde

l'amoerro del cielo a rifinire
orlo fra terra e mare
sul convesso

essere poi nel concavo del tempo
sapienti per metà
duplici e trini

Ipofania
Appari come un ologramma
ad abbracciare l'aria
un viso che resusciti e non so
per qual motivo
qualcuno ti sottrae dal mio reale
e tu rimani un addensarsi d'ombra

Quale pensiero ti conduce a me
madre dimenticata?
È il sentiero degli angeli di notte
in questo baraccone di domande?

Eri venuta a dirmi della vita
dalla casa dei morti
avevi qualche annunciazione d'oltre
per il mio cuore stanco

mi chiedo adesso
se sarà uno squarcio nel mio respiro
a rivelarmi Dio - che forse tu conosci
d'un amore materno -

forse

ma qui di niente si è sicuri
mai

Diversamente stabile
C'è l'idiosincrasia
- quanto le piace questo lemma -
per la parola cuore
le dovesse scappare non sia mai
spalmata su parole altisonanti
prosodia
rea sconfessa

un ragazzo che viene dal passato
occhi di broncio
- di sensi all'erta le concede l'uomo
in minutaglie sparse
e il suo andare di fretta -

lui di bevute solitarie
nel palmo della mano in senso lato

lei che si gioca l'ultimo bicchiere
col piede nella staffa.

Amorevol_mente
Lo so che verrà il tempo dei ciliegi
ammantati di bianco
sarai quel giorno ad aspettarmi
non come adesso
che nei miei versi mai leggi l'amore
e la distanza diventata rima
mi rapirai
da quest'inverno sbocciato nel metallo
sarai fiero di me
delle mie rose morte e poi rinate
pronuncerai il mio nome
con accenti d'Eterno

Avremo giorni a vivere di sole.

Bora
un'aria
come gridata a raffica
mi scaraventa a terra

un'ala
di pacatezza mi sia data
per sorvolare circhi e imbonitori

desidero accucciarmi nel silenzio.

Cardioversione
notte sfiorita luna
babbucce rosse-oro a pièdiletto
tenuta stagna di polivinile
e lago il centro

piangono i miei contorni
nel plissé
cantilenando la Berceuse
è Strawinsky a lenire le mie ansie

ora il respiro s'è calmato
e il freddo
che bagnava i capelli
s'è allontanato in punta di sorrisi:
c'è una donna di sole (oltre i cancelli
del mio riparo d'ombra)
a raccontarmi d'allegria la vita
ed io mi lascio
andare alla deriva di una storia
quasi che fosse mia

e quella voce giunta all'ora giusta
mi ha resettato il cuore.

Cri_stallo
Dovrei dormire o starmene distesa
nella mia stanza dalle tante porte
a battenti disgiunti. Nei cassetti
trovo reliquie e cocci di me stessa
in castelli violati

< Oh, bella dama, salta sul destriero! >

No, non posso lasciare questi lidi
dove si pesta il cuore dei ragazzi
si tartassano corpi a randellate
si approva la ferocia e la menzogna
mentre la verità resta insabbiata

< Vieni, signora, sul cavallo alato! >

No, non li posso abbandonare
ho spire d'ansia
mi porto sulle soglie e grido Basta!
Prima che seppelliscano ogni voce
e svaniscano gli echi ad ogni varco

< Fuggi mia dama, ché non resta tempo! >

No, resto qui con loro.

Fiat
C'è una voce di poesia che squassa
interi mondi
in tracimare passi
sgretola invasi a perdere

la voce squarcia perimetrie
incendia nervature di gesti sensuali
ma senza miele d'anima
si scampa
alle necessità maldestre - metti la mano
nel costato -
senza domande

la voce ha ruvidezze anche
e zigrina i polmoni - se fosse da laringe -
ma è di corde
laccate d'ansia e di bitume

Dio s'è dimenticato come fare
per trarre dalle ceneri
la progenie degli uomini

e fuggo allora
fuggo
fuggo

non ne permetto l'eco
voglio annientare la finzione estrema
quella voce
si taccia. 

Karma
Scompongo liste nerofumo
su neve calpestata
le impronte dei calcagni
fanno attente le vie
- e dopo la cunetta viene il dosso -

mi appoggio alle radici del baniano
una fusciacca viola sulla fronte
il merlo indiano gracula sull'asse
frasi di piume

e mi sconnette il cuore un soliloquio

rinascerò da codici convessi
eliche e barre
a proda d'universi sconosciuti


e tu sarai fremente d'arabeschi
nel rovescio di_stanze della terra
il piacere d'un attimo scomposto
avrà braccia di cielo a contenermi
e luce finalmente
a farmi amore
 

Loro ci sono
Prestami un piccolo mantice
a sbuffo
da farne un vento zefiro
labbra di ciano tinte
scivolare
su profili di vetro

intanto scrivo
sulla tastiera l'ansia mia sonnambula
in diretta

si accoglie e ci si abbraccia
altrove
nel mio letto di ghiaccio e di scintille
incorniciata a stille segnatempo
dormire è un fuori-gioco

ma l'amicizia sa come arrivare
all'anima mia incredula
con spartiti di musicheparole
e d'improvviso
intorno a me la fiamma
ha mille braccia a riscaldarmi

e vivo. 

Plusvalore
Avverto il moto ondulatorio
dare il tempo alle scarpe
hip hop
seguire la pallina da tennis

la differenza
il gap come si dice
sta nella mia pochezza
non necessariamente un angelo
ma
Dio!
potevi almeno mettere patagi
tra le ascelle e le dita

E invece qui
sui piedi a trascinare
giorni di terra

Ma il mio pensiero no
quello scorrazza per le vie del cielo
e ti raggiunge a fine
di_ partita
 

Prima che il gallo canti
Si prega nei deserti
offrendo controluce
la luna nel grigiore

al sorgere del giorno
se le grate d'un tempio
rendono prigionieri di sé stessi
non mi resta che andare.

Nel mio giardino Zen
mescolo il sale
all'oro della sabbia
ne faccio dono all'anima
del mondo
 

Yin-Yang
Altro dice il mio dentro
di graffiti al nero
scapole in dissesto
abbozzi d'ali
è lì
che grido e volo e fingo
d'essere umano
spingo su fondi corrugati
spolveri a sanguigna
affresco stringhe
brane illusorie in tempo rovesciato
universo e pupille
sento che siamo il vuoto e il pieno
a combaciare

Con_fusione
statua dispersa c'_era
fiumane di capelli e gallerie
che non spuntano altrove

è lontananz_a _ mare

qui sui tizzoni della sera avanti
- il mantice soffiava sulla pelle
la voce dilagava nella forma
a colmare d'assenza un'architrave -

Basta
I muri della cantina
coperti di salnitro
le bottiglie rovesciate alcune
intatte nel silenzio a tappi
piene di sé
la carbonella
ovunque sul cemento
che nessuno raccoglie
la vite americana s'è infiltrata
sotto le travi curve
e ritorna novembre
sta finendo la voce
ora la sento ma sarà per poco
nè le zuffe dei gatti nè i roseti
dalle foglie smangiate
il ripiano d'un tavolo marcito
a ricordare un cane
e chi dice che il tempo è galantuomo
ha gli occhi indietro
io vedo il mondo senza correzioni
e me per prima
illudersi dei cristi e delle chiese
mentre la notte avvolge gli omicidi
e qui si muore d'attimi sospesi
l'ultima cosa che farò
poi taccio
è dire che mi sto uccidendo anch'io
con la finzione.

Marché des puces
Quando vi stancherete delle mie
cianfrusaglie, dei miei bric à brac
me ne andrò nel silenzio a richiamare
giorni di condanne minime

- erano spessori impronunciati
quasi rientranze
i muri respiravano righe di pastelli
i bambini scrivevano alfabeti
sul tavolo
ed io rubavo il tempo per vegliare -

oggi assolvo l'intonaco degli anni
le giullarate di pareti in stanze
più che distanze a credersi
poeti.

Case abissali
Parole orfane
come lutto del dire
a fluttuare in uno schermo di
cristalli liquidi

nascoste nelle mani
al riaffiorare
d'alga di sale plancton
carezza d'ombra
scena depositata sui fondali

si tace
quando
si sta toccando l'anima
di spalle.

Ridotto
Un Eden
di piccolo formato
alla portata dei miei pochi meriti
purché non sia di santi
né di madonne statiche.
Senz'alberi di mele

un Eden a misura
donna minima taglia
approssimazione di cultura
voglia di perdonarsi e perdonare
un po' di musica soft
preferirei Massenet

niente svolazzi o nuvole dorate
qualche rosa può starci
tutti quelli che amo
accanto a me sul prato
a progettare le più belle cose
e crearsi d'Eterno

Bufo et culex
Volevo scrivere di foglie pennatosette
- ch'è parola di fascino -
mi agghindano le idee simili lemmi
infatti mi rincorrono i pensieri
e un baleno li fissa
come postille a margine

mi dirottano verso chatillon
o canard à l'orange
perchè so di francese ma
se sapessi l'arabo o chessò
accanto al focolare degli igloo
sussurrerei negligevapse
attraversiamo il kuuk

Ma mi rigira dentro errata corrige
la parola sbilenco anche mi piace
e proditorio mi ricorda un gesto
quelle che più mi attraggono però
sono i nomi latini delle piante
helleborus per rosa di Natale
russula cyanoxantha la maggiore
delle più saporite colombine

quindi mi pare che
bufoculexmachia
non sarebbe nequizia ma utilissima
a sterminare tutte le zanzare.

In_numeri
Quando due
non sarà più il numero
da cercare e riunire
allora ci apriremo come infiniti
e in noi si compierà quel finalmente
che non raggiunge apici
ma Dio.

Divagazioni a Cnosso
Tra scimitarra e fiore
nell'argilla gli steli d'achillea
sono ditate impresse
nell'albedo

giorni di fuga
in versi _________distanziati
grovigli di parole e mescolanze

passo la lingua intorno all'orologio
su minuti sbreccati ((nel flacone
la goccia in rosso segna storie
sempre alla stessa ora))

ci si approssima a paratie di stagno
- flettere sottigliezze come un filo di Arianna -
in circonvoluzioni cerebrali.

L'incontro
Eccomi qua -disse la voce -
rumore di metallo e ruggine
il chiavistello un nome da girare

clangore per le scale
aveva atteso ritta alla finestra
il passo ignoto
nel petto accelerato il ticchettio

straniera la sua ombra
sfiorava il corrimano
lei seduta nel sogno ad aspettare

giunse che l'aria già lo conosceva
l'aveva assaporato anche nei gesti
la stretta delle braccia
il tuffo nel suo nome detto piano

e fu improvviso il tocco, si riscosse
col cuore che suonava
più forte della sveglia
a frantumare
anni di solitudine.

Invisible woman
Prova a fissare un lembo
di quella lontananza
a inchiodare garofani
nei giorni scassinati
- se non era ardimento -
era la faccia opposta dell'amore

Si scapigliava inutilmente
il germinare della nuova lei
che in anteprima
rabberciava minuti. I soliloqui
- risonanze confuse -
parevano risposte messe in croce

Si può mai stare in questo sfinimento
- nel separé d'una locanda astrale -
a sparecchiare nuvole?

Ma...
Vieni nelle mie giornate che
cominciano sempre a settentrione
ti poni come un ricciolo
sul punto di domanda
ti sento dire di misure e briciole
e poi ti vedo assottigliare
quando
preso d'assalto
non hai più scampo all'angolo
delle tue sepolte paure.

E giochi
come se fosse tutto un girotondo
ad ignorare il dito nella piaga
strizzi la vita a gocce e ti sorprende
il barlume d'un quanto
la stringa di rivalsa e l'universo
racchiuso in un pc.

Il drago
S'approssimò di fuoco e disse
scavandomi col fiato
- è l'ora del silenzio -

ed io: Maestro
che cosa vuoi che impari questa volta?

- A bruciarti le vesti
per tornartene nuda nell'Eterno -

Pane e convolvoli
Le mani infarinate asciuga sul grembiule
intanto il forno sta tingendo l'aria
della fragranza nota

batte sui tasti e scrive d'ipomee
alba e blu-viola
lui che impasta parole come pani
e ne porge bocconi
conditi con l'amore della vita

inventa storie
di sentimenti e accadimenti vari
il mio amico di penna e di poesia
mentre d'intorno
gli sorride il mondo.

30 Agosto
la sera ha ore che
se le guardi ad occhi stretti
hanno le stesse rughe dei tuoi anni

l'anima in secca a volte è grido
s'inceppa a bocca chiusa
aggrappata agli scarti di caduta
in quei giorni d'agosto
che si finiva sassi
sul selciato

mi sbuccio di ricordi e resto nuda
al risuonare di campane e virgole
la vittoria del vano e dell'inutile
imbarco per Cytera

Cede l'impalcatura a tratti

e nella notte il mare

Errata
siamo refusi d'una lingua arcana
evidenziati in rosso
- ci cancella la vita e sembra eterna -
non le cose che furono
né quelle che saranno
di minuto in minuto approssimati
all'anima dislessica

un segnalibro posto tra le pagine

e ci viviamo di malinconie 

Propriocezione
Vengo tastando il buio
lungo la siepe
potrei dirti dei grilli
del chiocchiolio della fontana
il muschio ai piedi
con la camicia a fiori
che ti piaceva tanto, il blu
di una genziana a baciarmi le forme
______e tu distratto_____
mettere in fila briciole
__e__
silenzi
 

Tutti
Ecco sfilano in punta di parole
quelli di ruvidezze e sfibramenti
perché si gioca in loro la partita
a morte certa.

C'è chi tempera storie a lama netta
chi si dipinge un mondo provvisorio
c'è chi gioca a carambola coi sassi
e chi sta fuori.

Ma nessuno è fuori

Hanno tutti un segnale
che li sporge dal vivere
e chi si ride nel suo raccontare
a quote basse
paga più caro l'attimo del vero.
La sorpresa di un volto
il proprio
guardato dal di dentro

e nessuno a salvare.

AppuntImenti
addensate tra costole
discostate dagli archi
io violoncello tra laringe e cuore
sonorità profondo
lungo le corde d'improvvisi
in gola
sono non sono solamente soglia
solve et coagula
argento mi distingue all'apparenza
se viaggiare sull'onda
è stringere lame_nti tra le mani
sapete bene come
può tagliare la carta
e allora questo che vi sembra un letto
già libro - o giaciglio disfatto -
infine è uno sbadiglio
in retroscena.

In levare
Nei vicoli dei mille posti letto
srotolo versi appesi ai corrimani
sopra gradini molli alla Dalì
_____________________
un soffitto a ribalta controcielo
mi afferro alle ringhiere
sgrano parole all'incontrario
il gelo _________ avanza
eppure ascolta _________chi

non levigate forme legge
in battere
non il mio cuore a placche
i miei segni dipinti d'ossidiana

semplice non è mai piegare il tempo
né tantomeno mascherare il dire
m'accompagna il silenzio
presuntuoso
di sussurrargli al cuore. 

Yin-Yang
Altro dice il mio dentro
di graffiti al nero
scapole in dissesto
abbozzi d'ali
è lì
che grido e volo e fingo
d'essere umano
spingo su fondi corrugati
spolveri a sanguigna
affresco stringhe
brane illusorie in tempo rovesciato
universo e pupille
sento che siamo il vuoto e il pieno
a combaciare
 

Prossim'ali
Siamo soli nelle nostre vertebre
in ogni poro della pelle mai
ci apparteniamo
nemmeno quando blastule e genomi
ci radicano un figlio

rassomigliamo a facce
d'un poliedro infinito
separate e contigue
come i Quadrati d'Abbott
quando, neppure Trigoni, le donne
sono Linee
e le Sfere profeti dell'altrove

noi - che indaghiamo stelle
spesso estinte
scandagliatori d'ombre e traiettorie
soltanto ipotizzabili -
ci contagiamo e siamo
portatori sani
d'anima.

Nova
Passo la mano
o dichiaro forfait
è così che si dice, no?
Sarò il mio collasso di bianca
nana
il foro inghiottitoio della mia insania
foiba

musica delle stelle, io sorda
nel rovescio d'imbuto
timpani d'illogica
risonanza

e non bussare ai miei stipiti
snòccati le dita
altrove
io voglio implodere. 

Tau
Si può avere una croce di nuvole basse appoggiata alle scapole nude
il destino di mezze parole - bizzarrie di gesti - nei campi di sole e di
grano - amputarsi d'orecchio il pittore - non furono pane i tuoi versi
partiture d'assensi in forma univoca le frotte di cornacchie coefore
ingrigite dei tuoi giorni di fiele.
È di rosa il tuo viso
si arresta se il ghiaccio
mi arriva al diaframma
e non posso morire.
Son io che mi stingo
di sangue la bocca
dipinta al di qua
delle ore, piegata
tu santa dei giorni
scoccati scaduti
insegnavi la vita
a chi muore.
 

Pour boire
Ti prenderà quella stanchezza
a barare tra calici e fumo di candela
all'ultima
offerta della notte au pair
piccoli gesti a fare dell'eterno
un assiette chauffé
donc
tre scalini e respirare ad ore
senza scatto all'avvio
e poi pagare il conto all'anima
che pure se ha bevuto
elle a encore soif

Una di noi - tutte -
Ai piedi delle donne
ci sono sempre bucce di lupini
loro mangiano sale e polpa amara
quando lo chef di turno
salta in padella l'anitra all'arancia
o inchioda l'oca – chi ha inventato il patè
de fois gras?- preferiamo catene
alle caviglie e ai denti
e diamo vita ad angeli e assassini

li nutriamo di noi
ci costa il sonno il ripetere gesti
alleviare i decubiti e la morte
quando gli uomini tacciono
vestiti d'ermellino
o fusciacche sgargianti
ergendosi a padroni
d'uteri e vite.

Ci vuol coraggio ad esser noi
ci vuole essere donne.

Ecchecca'...!
Un riparo, vi prego
solo un riparo di fortuna
per questo mio lasciarmi d'interrotto
punto
divelto
scorto
rosacarne distale

non avrai le catene di un cane
per quanto fedele
io lo detesto l'angolo delle visioni
in cambio di un miodio!

E tu non portarti al sicuro
con luminarie frasi ad hoc
niente di te costringo o stringo
e tu lo sai
sempre un pugno di pixel
a garanzia tombale

quindi
nel singolo ritorno rarefatto
fingilo solo un attimo
l'amore.

Solus ipse
Ogni movimento ch'io faccio
mi allontana dal rigore binario
sposto l'aria e le cifre si dispongono
in rapporti virtuali

tolgo il cappello delle feste
il petto ricamato a smerlo
giro il disturbo
avallo
l'ego perfetto

e non declamo sillabe
non mi propongo al suono
anzi m'incarto in sibili
azzero esclamazioni alla consolle

è riposto cunicolo il mio dire
sottinteso di corde
annuvolato snodo di laringe
enunciazione inversa

tu mi dici

Acci_denti
il pozzo e il secchio in splash
pubblicitario
il dire e il fare di volpina fama.
Tosatore d'immagini
frastaglia in frasi ripide
sui denti
suadenti
incidenti
e il gregge acclama

sono effetti speciali
quelli che da un manipolo di gente
ricavano una folla
- sessantotto percento - mi rifiuto
di credere l'Italia mentecatta:
chi ci dice che i buchi elettorali
non sian riempiti ad arte?

chi manovra per altre sommosse:
armi in giacenza
bombe da smaltire
europa o states?

Inutili parole di risveglio
a chi non trova l'ago
nella paglia – se nel pagliaio ci dorme
nemmeno se gli punge il deretano.
Figuriamoci d'altre insinuazioni
pre_supposte, inchinato
effetto vaselina gli è piaciuto.

Con-comitanze
Si può scrivere in ordine di frasi
andando a capoverso
solite idee
espresse in altro modo
niente di che.
Dire che la poesia
ha strumenti da vendere
o merce da promuovere
a discapito d'altra che più vale
assoggettarla ai margini
equivocando su valori intrinseci
questa è la realtà
in ogni campo dell'umano affare
c'è chi perde sapendo
e chi vince ignorando 

Pseudoriparo
e
e
chissà
se scrivere di me
non sia un ombrello per
schivare la vita e il suo diluvio intanto
che l'immagine è ripiego alla mia solitudine
stringhe di sole espongo in virgole rimosse e cerco
senso tra una costola e l'altra nel tessuto di lutti me distratta
dai mille
buchi
della
consuetudine
 

Stonehenge
Abbiamo dalla nostra parte
recidive d'inverni camuffati
da estate
e intorno il germinare di spighe
tra ciottoli e rifiuti

onde di fotogrammi
attivano visioni genuflesse
in spiccioli d'umano alla follia
senza spada l'affondo nella gola
termina il suo percorso equinoziale

sotto le vesti s-carne
intersecanti punti di giunzione
ripercorriamo dedali
in cattedrali ed emicicli
il sole
impartisce il suo raggio.

E Dio è noi.
 

Pronuncia
Accòstati al mio silenzio
disegnerò parole con le mani
senza sbagliare accento

Non più
Pregai col viso ch'era più un torrente
mani artigliate alla stadera delle
speranze equanimi
quel tanto da pensare che lo fossero
ma sapeva la parte del mio cuore
quella più esposta al pianto
che non avrebbe bilanciato curve
né spazi vertebrali
tantomeno le creste dei bi_sogni

il dilatare imboccature al tempo
non sarebbe servito ad un travaso
nemmeno di un minuto

e vengo allora con le scarpe in mano
a scuoterle dai sassi
ma non ti chiederò quel che non puoi
se quello che non sai
è l'ultimo dei mondi sul confine
di un' ignota galassia

Il bucaniere
C'è chi scrive poesie-circolari
per tutte le donne di tutte l'età
ne piange distanze sorrisi e sottane
a farne trofei pei suoi pascoli grigi

Ci cadono cigni e civette
assetati d'un gesto d'amore
lui sa come fare
di rime perfino tentare

ma quando si trova da solo
di fronte al suo mare di pece
morire fa tanta paura
allora lui scrive per una
quell'una che ancora gli crede
che infine gli cede.
E lei non lo sa
che al primo richiamo di gonna
lui ancora la lascerà sola.

Nientedichè
Ho aperto un libro
dalle pagine bianche
le lettere cadute lungo i bordi
giacevano sfinite
e non c'è stato verso di rianimarle

non c'è stato verso

(ispirata dalla lettura di “Rotolibro” di Carlo Berselli)

SALÒnew
Questi sono tempi d'accidia
di dentature extrapanoramiche
di mascelle s-cadenti
eppure il ferro
delle torri e dei carri
cigola sotto i tendini

ci vuole sordità assoluta
per non udire pianto
e non che sia lontano dagli schermi
l'aquila non ha grido
e dorme sotto fumi di macerie
gravata di sussieghi

per quanto altèra ormai non vola
ha speroni inservibili
occhi di grano secco
ali di sangue e polvere

mentre pagliacci osceni
s'impossessano d'ogni apparizione
padroni delle tenebre
che soffocano il mondo.

Donna di mare
storia ridotta in segni
com'era bella avvolta nel sartiame
un'amarra recisa
una chiglia di storia in sguardi d'ombra
il respiro dell'onda
che non avrebbe mai toccato riva
fingeva sangue caldo
ma
gambe di polena in odore d'ulivo
tagliava scie d'azzurro in acquafoglia

permettile un guizzare di compasso

Ci sono giornate
Ci sono scatole di montaggio
cuori artificiali fai-da-te
nella vetrina
e il kit di bisturi affilati
istruzioni per l'uso:
prima d'ogni intervento consultare
la sibilla di pietra

Bisogna esercitarsi con tenacia
riprendere daccapo per un taglio preciso
sotto la giugulare
la testa la mettiamo in bella mostra

piangi?
Senza corde vocali griderai
nel totale silenzio
- lo ricordate il film di Pasolini?
Le giornate dei fuochi di Salò
sui punti cardinali
in zucchetti di porpora e transenne
a separare i vivi
da chi muore

c'è chi gode alla vista
di cuori enucleati

È già
Ora mi dico
se non resto in silenzio
se di pugni levati
baratto la mia calma smorta
tingo di sangue il grido
se mi rivoluziono dentro
e scaglio pietre

è qui che ci conduci
per apparenze
a distogliere gli occhi
ah! ci regali
- Senti formicolare vene
sciolinare la gola
e lingua adatta all'estasi dei sensi
ecco ti frego e ti confondo
per orgasmi irrisori
ti seppellisco nella carne
ti camuffo le viscere e le ossa -

Ora non me la fai
sputo su quei lampioni
che appendi nei tuoi cieli
e vengo vuota
scavata nella polvere
dannata già da adesso

e sto all'inferno.

S_collegamento
Il telefono in fondo alla dorsale
vibra
ci si abitua a ogni cosa
anche a sentire scosse di metallo
come elisir di lunga vita
o corta
se qualcosa fibrilla.

è strano
non sentire più battere nel petto
provare ad esser morti

e intorno aleggia il prossimo respiro
al sapore di gelo
non più montagne o litorali
le curve sono diventate dritte
lungo l'abisso del lasciarsi andare

l'unico desiderio
in fondo
è cielo

Del non poter dimenticare
Osservo spazi tra pensieri
vacillo
non trovo che ruggine

mi sviene dentro un suono
lungo la schiena
il filo d'un elettrodo
sosta di un'occasione ultima
per non morire di parole infisse
nella carne

aveva mano ferma
sia che fosse una sagola esibita
o bisturi a tranciare la sentenza
essere viva o morta tra le opzioni
poi quella stessa dalla gola all'inguine
senza perdere il senno
rimestare

è di carbone l'anima
di quella stessa mano
che artiglia sul finire
con violento silenzio.

A saperlo
han detto che un sentimento vero
grida
allora forse questo mio tacere
è un amore da poco

Riflesso marginale
avevo appreso a vivere di lato
tendevo a spostarmi oltre il confine
tralasciando bagagli
e non guadavo specchi
mi tenevo a distanza dagli appigli
nuotavo
costeggiando silenzi

non avara di me
solo del tempo.

Giunsi all'incaglio stanca
fui costretta a guardare l'altro volto
la me stessa sbiancata nei pensieri

e quella voce diventata abbraccio
fu la gomena tesa
ch'io non vidi

E poi ne scrivo
Volo cappello a punta
gocce di fisarmonica lontana
su tegole spioventi rincorrersi di gatti
tra lumicini e pifferi stonati

e non son'io
che mi divento muta
intanto che solinga
interstiziale
lingua di fiamma scrivo

quando l'effetto notte
avvicendarsi di pianeti e soli
rifulgerà sull'orlo dell'eterno
sarà compiuto finalmente dio

Dislocazioni
Io qui mangio un gelato
altrove si sconfina
in misura consunta e rarefatta
ci si nutre di plasma
e s'annegano sogni nel catrame

il contatore scatta

e mi distolgo dalla tua condanna
mentre il sapore della cioccolata
s'affloscia nel bicchiere.

Decodificando Godot
Siamo arrivati fin qui
noi che giocavamo con la sabbia
i trenini di latta
le bambole di pezza
noi che nessuno c'insegnò a barare

seduti composti taciturni
- son discorsi da grandi -
le malizie sostavano in cortile
in trecce scarmigliate
ciuffi rimessi a posto col sapone
inamidato il cuore oltre ai colletti
e sandali d'inverno

chi ci chiede il sapore di quegli anni
innesca micce

ma qui, sediamo tutti intabarrati
pesanti d'anni e di malinconia
stampigliata nel codice l'origine
la data di scadenza indecifrabile
pescatori di nebbia
nell'attesa di vivere davvero.

Provence
I bastioni di S. Paul
alloggiano gli artisti- dove ti giri-
racchiudono il mistral
scatole di rintocchi a monetine
l'anno delle ricette soupe d'oignon
e l'occhio a precipizio
che non l'arresta il mare

lì ti ho incontrato al fischio del rigogolo
che sarà mai? Dicesti
c'est un oiseau
bien sûr
e pastrani color delle montagne
intabarrata notte
ovunque nell'ardesia
al bacio d'ombra

scendevano le vie quasi da sole
a raggiungere coste

noi si mangiava amore ed un croissant.

Poesia scalza
Non puoi dormire
è stanco il tuo presente
hai voglia di sorridere di nuovo
di vestirti di maggio d'erba e fiori
e te ne stai mimosa ripiegata
sopra te stessa immobile

la strada che s'inoltra nel crepuscolo
è coperta di rovi
e non bastano i fiori di chi t'ama
a proteggerti i piedi.
Potremo solamente trasportare
sulle parole docili il presente
nel futuro di un giorno luminoso
che di bellezza vesta anche il tramonto
le nostre mani a carezzare un sogno
le braccia aperte a fare da riparo.

Quella voce che narra i tuoi silenzi
cullarla dentro come una speranza.

Peristilio
Sfondo di veli antichi ad occidente
sfumature in riposo indaco e oro
colonne orizzontali
mi direte se il senso è quello giusto
se non me lo direte sarà uguale
io sono una sezione del passato
uno stralcio del mio-vostro presente

rivolgerete l'attenzione altrove
è certo come è certo il divenire
occhi di biglie a rotolare in cielo
fino a mostrare il bianco

e allora me nell'entasi solcata
fossile emerso nella terra d'ombra
mano nella mia mano
a ricordare

Furto a piè del monte
Prima volevo chiudere la roccia
-sesamo non ti aprire-
e tu con le movenze d'un derviscio
schiodavi gambe e braccia
un chicco d'uva passa tra le dita
e solfeggi d'inverno tra le mani

non insabbiarti adesso
che da un uovo di struzzo
nasce un cuculo

se ti afferri alle frange del tappeto
sorvolerai la vetta del Kailash
ti stupirai
per un ladro di versi a viso duro
determinato a derubarti ancora.

E lasci fare

alle falde del monte
in acqua chiara
infiniti ruscelli a dissetarti.

Ecce Deus
Questa mattina proprio non mi ascolto
ho altro da pensare
c'è polvere dovunque su scaffali
i libri non consentono la pioggia
ed è il deserto lungo i dorsi spenti
non mi dicono niente, sarà il caldo
o forse l'improvviso avermi accanto
la me stessa di tante primavere

ma poi perché non dire degli inverni?

Sono tanti comunque
e al volgere di pagine interrotte
molteplici irrisolte
a dare un senso per alcune vite
gioie fugaci
i nipoti in giardino, il cane biondo
che se pure ha pisciato sul tappeto
è piccolo e non sa

i miei figli da adulti
hanno perso lo sguardo da bambini
e sento il peso
delle loro fatiche anche non dette

Ci sarà mai un domani
alle voci dell'anima, ai sorrisi
liberamente disegnati in cielo
senza supporti di stremata carne?..

ora mi servirebbe un dio qualunque
non quello degli altari, un dio stregone
un dio che fa magie senza vangeli e tonache
un silenzioso Fiato alle creature.

Se volessi rinsavire...
Sarebbe tempo d'attraccare, invece
mi trovo a scardinare
dispositivi e ingombri controvento
in battiti e pulsione di rimando

Vivo di quell'età che non ritorna

A chi racconto della mia sconfitta
dell'armatura tolta
dell'essermi spogliata di saggezza?

Alla mercè dell'onda che ritorna
la mia riva ch'è sempre più lontana
l'isola che mi appare e poi dilegua

e questo canto: l'essere medusa
ialinamente sfatta
ché tutto quel che sono è stato scritto
come cerchio nell'acqua.

Sherifa
Il terrazzo di fronte a le Bardo
un brontolio protratto su maniglie
d'ebano a fiori blu
la salle d'eau

mi ricordo di te
dei sonagli di armille a Matmata
il giropozzo e i buchi nella pietra
i cammelli grondavano di sale
e nelle ondulazioni del calore
percorrevo le nenie dei beduini
le jellabah a coprire corpi d'ebano
e bevevo la luce dal turchino

rendimi una parola, che sia nel souk
o su per i pendii di Jebel Rabia
da Chenini a Tozeur
sotto le palme a Dar Cherait.
Ero anch'io una ragazza
quando con allegria mi depilavi tutta
con zucchero e limone
e poi mi dipingevi mani e piedi
ridevi
mi chiamavi “la piccola signora”
e portavi mio figlio a l'Hammam.

Mi piacerebbe rivederti un giorno
con la mia stessa età portata addosso
sono sicura che mi abbracceresti
e forse mi diresti come allora:
Beslema, petite dame des verts yeux.

Medievale
C'è una porta nel muro dei mille ritegni
senza scritta, mimetizzata quasi
conduce dove l'io diventa noi
una mandorla oppure un grano azzurro
a volte una manciata di pistilli
e la pioggia che lucida la soglia
e controvento
apre singhiozzi agli occhi

a volte brucia
si chiude alle risate sulle rampe
come colpi d'ariete
lungo il fossato i cardini caduti
delle battaglie perse.
I vincitori restano impettiti
nelle toghe d'amianto
non li stana l'acerbo temporale.

Non li denuda il fulmine
ed il fiore
attorcigliato a fune di stagione
è dis-piacere dis-pensato ad arte

bussano senza tema di ferire
e lei riavvolge trecce dalla torre. 

Phi
Son tutti andati
chi per un verso e chi per l'altro
scontornati di rose e di drappeggi
baffi rivolti in su, boccucce a cuore
sedie rigide a fare da spalliera
e fondali di carta color seppia

disegnami stasera blu turchino
numero irrazionale
rendimi l'eco il peso la misura
se di coppella in fondere mi sciolgo.
E d'un calco perfetto
la conchiglia
divina_mente armonica
rivesto.
 

Oggi scrivo per lei
Agli occhi verdi
nel concerto del gioco
è suo bisogno
credere a chi dice di amarla.

di maschere infinite
per contendere il gioco
un'amica talvolta si tradisce
nel raccontare favole svilite
ai compari di versi e capoversi.

Questa non è la sede dei contrasti
nell'azzurro sconcerto
resisto con un minimo bagaglio
e vento nelle tasche.

Capella
Sprizza faville il fabbro
ti rimescola il sangue in congiunture
e ginocchia serrate sulla panca
dove la capra mai
campa né salta
è sale che le gusta
o salnitro di vena giugulare
assaporato piano, lei è là
a scontare parole, s_numerarle... ah.

Le sarebbe sembrato il monte
erbaggio in sommità di fiato
dove potevi attendere
perché
simili ai suoi deliri erano i tuoi
ma t'imbrigliava il collo l'abitudine

ora la conta torna, e ti precede
scortata dall'Auriga
ai pascoli del nord
st_ella immutata

È giusto
Mi perdòno da sola
delle azioni sconnesse
e dei riporti complici di fatti
mentre uno schiocco incasso
d'autoschiaffo

ho una riserva d'aria congelata
però in cubetti
solo per darmi modo d'invidiare
me stessa:
che volete che sia passare il tempo
a respiro contratto
o trapassarsi a canale diretto
in ticchettio sul dorso?
C'è perfino chi danza senza piedi!

Allora vado a spegnere le luci
sul fondale
lascio la scena a chi sa far sorridere
e gioire

mi appresto a ritornare al mio silenzio.

La strada per il molo
Hai sogni dipinti in verticale
come gli occhi dei gatti
tristi di vissuto a gabbie
per infinitesimi chiacchierii riposti
scaffali imbarcati al centro
a sostenere il peso
dei miracoli

una cicca d'avanzo tra le labbra
il respiro invetriato nella tosse

mi prendo tempo e giro oltre la strada
a filo di gessetti - il marciapiede
dilaga di madonne
dipinte con l'assenzio ed il vetriolo -
non è tempo da tetti né comignoli
vieni sul mare
a guardare velieri controluce
doppiare l'orizzonte e il calendario.

Se non mi vedo
sfilaccio frange passamanerie sudate
la poltrona che zoppica da un lato
anch'io
è il mio braccio sinistro che s'impenna
un'ala rotta mi sbilancia il passo

se mi affaccio a me tessa
esisto solo dal torace ai piedi
non posso mai vedere la mia testa
sono dentro uno specchio
che m'invia
una fandonia raccontata al tempo:

sono solo un'ipotesi nel vetro.

eppure volo.

Notifica a ciel sereno
che tu deponga adesso
Vita
il tuo sorriso da gioconda
alle ferite accorrerei
lo stesso, e se la lente
in cui guardavo il microcosmo
dei fatti secondari
le azioni scaturite dai condotti
in cui scrutai l'ignoto
si annerisse
te lo direi con il residuo fiato
che il silenzio è peccato originale

è meglio un grido
Madre
di una lacerazione all'infinito.

Giorno così
Baciami giorno a festa
chiamami tua in sordina
e scioglimi campane
aggiungi qualche trillo
e un fiore aperto, una sonata
d'archi, una vita sottile
un girotondo
di mani aperte il figlio
che telefona amore da lontano
quelli che ti sorridono presenti
e dammi la bellezza dei contrasti
il rumore di passi dei bambini
e ti ringrazierò giorno di sole
domenica da bere
da vestire di voci
da tenere serrata contro il petto
l'amica che ti cerca
quella che ti accarezza da vicino
quella che ti vorrebbe spensierata
baciali tutti quanti
figli e amici
stringili a madreterra
a padrecielo
contienici per oggi più sereni.

D'improvviso andare
in assenza di funi
ci aggrappiamo alle voci
e siamo vivi
delle vostre visioni
ormai le nostre inesorabilmente
andate...

Longitudine
mare di ignota percorrenza
un gradino in cambusa
al terminare scale
o capitano
ascoltavi deliri e riposavi all'ombra
di te stesso. Io raccoglievo in fogli
e paratie
la mia vita sommersa

sognavo di remare alla catena
e nell'affanno della latitudine
mio capitano
cartesiane e trigoni
non consentono attracco.

Appoggiami l'orecchio sulla vita
trentatre sessantaquattro mille
mi dispiace dottore - non ho abbastanza fiato -
dico zero.
Ti concedo il mugugno
marinaio
e un remo corto per il tuo rientro
stringiti il ceppo alle caviglie
quattro misure d'aria.

Intaglio dell'olivo più ritorto
polena immersa seni e fianchi all'onda
cellule staminali e dio risorto in
affondare lento.
Perchè prestavi ascolto
e tendevi le mani ai miei riflessi
avevi sete e ti porsi la bocca di ruscello
o capitano
volevi anche di terra e di colline
cicale imbavagliate alle radici
albero ancora infisso
e non sirena dalle gote rosa
a tagliare riverberi nell'acqua.

Un astrolabio almeno
una cima di scorta o un suono acceso
battito d'una sola mano
è il porto

Pareti
La stanza delle ore di carta
profuma si salsedine
si ammorbisce agli angoli
quando divento linea
e tremano le cose

da spigolosa si fa bolla
io come manta
nuoto in perfetta sintonia
col dentro

solo i capelli dicono che sono
ancora superficie
in quanto abisso tra pavimento
e nuvole
scocco di me il pensiero.

Lei, ma forse io
Lei che rincorre lacrime da tempo
abita stanze inverse
pallottoliere in mano conta giorni

lei si concede un minimo d'avere
un caffè forte, un calice di vino
un abbraccio di sbieco

il fumo non comprende la candela
solo la cera cola sulle mani
arde quel poco a dire
ancora brucia.

È lì affacciata
nei ritagli del sogno alle finestre
notti di lune svolte a sinusoidi
in andamento piano.

Non la vedrei di maggio
perdere i suo colori in campo grigio
l'arrivare di giugno di soppiatto
una carezza estorta e lei che ride
soltanto con la bocca
il dentro piange.

Ironia un pixel
Aspetto il segno della luna
a falce
circostanze di smog
non ho lanterne e il pattinare
al buio
sa di fatica temeraria
quindi
bisaccia in spalla
per la strada dei corvi
a farmi denudare di me stessa
nella penombra tendere
le braccia

sarà un giro di do
smaniare in petto
e pulsazioni della giugulare
battere di tastiera
in disarmato credere
Vedi?
Ci sono cose sotto il sole e cose
nel profondo di me
lancio di note acute a precipizio.

Deserto
una fata morgana capovolta
al confine di netto nell'azzurro
una città di mare in proiezione
baluginare al sole
in latitudini
dove nemmeno l'acqua. 

Myrmeleontidae
Voci di cartavetro assottigliano spigoli di latta ipotesi perfette che l'immenso genio
offre sui marciapiedi di desideri sparsi e cuscini di pietra alle sottane smosse
allunga arpia la mano come gli aztechi a depredarti il cuore e danza
sulle tue ossa stanche il suo bolero d'ombra piramide di sangue
ahimé!quanto sconquasso le parole e quanto scivolosa
nell'imbuto la tana oscura. Può gridare piacere
ai quattro venti: è l'amante del nulla
regina della nebbia lungolago
piffero incanta-cobra che
silente non lascerà
sfuggire dal
canestro.
Oh!

Tra-scende-re
Vieni alle falde degli uomini salici
fronde sul lago cenere e fondali
vieni a provarne brivido e sgomento

è così che risiedi nelle cose
è così che ti nutri d'emozioni

Ora decido
diventerò macigno inamovibile
invano le tue lacrime di pioggia
righeranno la pietra e
in cristalli riflessi sulla fronte
tra le pieghe degli anni
terminerò i miei giorni

e sperimenti il limite e il finire
Tu l'eterno immanente
in ogni quanto particella nome
Tu che immortale vivi
d'ogni morte.

Forma
cosa vuoi che rappresenti
esterno il limite e in nuce
l'essenza
imperscrutabile materia che
non puoi scavare a oltranza
ti fermi al levigato
sensi di superficie il tatto
o gli occhi
e se pure il respiro che l' appanna
ti rivela disegni
tu che ne hai fatto il calco
della vita di dentro
mai la potrai esternare
se non distruggi il fuori
quando...

Non mi muovo
Colmata la misura del travaso
sotto la pelle ammutolisco
viso di cocciniglie smalto rosso
un sorriso perfetto
a cancellare tracce di vissuto.

E l'ho intravisto:
appena un cenno
un raccontare assorto
di giorni andati e di perduta luna
di vicoli traversi
dove come fagotto di me stessa
restavo sola
in fogli ripiegati.

Mi ha vestita d'azzurro e di poesia
ma non ci credo ancora
che proceda così teneramente
e mi offra fiori

resto così a osservare
le sue parole lievi di cristallo
mentre non oso muovermi d'un passo.

Anni concentrici
Braccia d'avorio e infine una misura
di vita pescanoce
sbocconcellata al limite del nòcciolo
o una mandorla dolce
bianca fuori dal mallo un'avventura
di ramo quasi spoglio
puoi dire quanti anelli abbia il suo tronco
ma prima devi sezionarla in toto
esporla sul bancone degli affari
- se paghi due
te la daranno intera -
scorze comprese.

Sarebbe convenienza
cominciarla dall'ala dei capelli
terminarla nei piedi
tu che non conti i cerchi nel midollo
le riconosci il suono dei vent'anni
sotto le vesti dei suoi strani giorni.

E fuggi
perchè non osi contenerla
temi
che ti si avviti addosso l'importanza
della sua vita
il termine che avanza – se lontano
ne scanserai il dolore -

Ma lei vive nel cavo di parole
e mai potrai scordare la sua voce.

Oltremusica
Si affaccia alla cornice
taglia la convergenza e il filo
a piombo
io mi sorrido sola e trovo i tasti
corrono sull'allegro e sull'adagio
variazione di gesti a contrappunto
il timpano rinvia in mi bemolle
l'organo avvita il tempo
e soffia canne.

Mi porge di rintocco
scampanellii fraseggi dondolii
l'anima nell'udire si fa carne
ovunque il palpitare di scansioni
ha flussi espressi
incantamenti sincopati e forse
un colore di fiato

ardono i miei falò sull'oltre-suono
dove tendo le mani
alle parole.

Mai
A pugni alzati
cielo della tempesta a tracimare
vasi d'argilla ai piedi del titano
affogo
ma il mio grido
o rombo di vulcano che
sputi il suo grembo
mi avrai fiamma e lapilli
non muto piangere a formiche
di gocce né lombrichi

smuovi placche tettoniche
apri di faglie il sangue della terra
e qui che scorre il dentro
tu sei fuori
dai giochi e dalle braccia
di madri
di gemiti del ventre tu
non conosci il dio delle viscere
sai forse la piaga
o il sapersi di pietra?

Il vero dio
siamo in frammenti noi
noi che forniamo il senso
a croste
a buchi
siamo i teloni dell'impermanenza
perchè tu possa dichiararti eterno.

Dorothy e il mago
Non gridare se nasci d'autunno
se la tua voce è traccia del vissuto
la città di smeraldo ha le sue tane
e non temere il freddo sulle vie
battute dal maestrale
vieni a braccia distese
portami ombrelli rosa d'artemisia

ti disegno col dito nelle fragole
i contorni di Oz
e tu da quel velario che separa
giorni di grigio dalle luminarie
scrivimi fiabe a margine
ti leggerò le labbra
e basterà.

Camera non-vista
(ricordo di una camera d'ospedale)

Terrazzo il golfo esterno effetto mare
dentro
un lettino in ferro e lei riposa
ha capelli di sabbia
poca voce: - oh! un piatto di spaghetti
a vongole veraci
mangiarlo in piedi nella mia cucina!-

E non trova la vena l'infermiera

Signora mia, sapeste la bellezza
che le cantava gli occhi!
quant'allegria portava nelle mani!

e l'accompagna fino al parapetto
il lungomare occhieggia mille luci:
- dimmi quel nome -
- non me ne ricordo -
- era un film che parlava di una strada
d'una vecchia signora e uno chauffeur -

Sto toccando le braccia dell'inverno
e Sorrento profuma di limoni
- perché vortica il cielo? Me lo dici?-

- Non è l'azzurro a farti male
amore
è quell'ombra discesa nelle occhiaie
è il tuo respiro corto-

Il golfo intorno è una folata fredda
una scena di Napoli che dorme
ti bacio gli occhi
tu non la vedrai

domani andrò da solo

a nostra figlia
racconterò di te.

Finestra in cucina con vista sull'aia
Considerato il fondo del canestro
acqua non porterà
le gambe mi sorreggono che
al dire quattro più quattro
in presa diretta
raccatterei parole sgranate
come piselli sfuggiti dal baccello

ah, sì, raccolti sotto il tavolo
in quell'angolo buio dove non spazzo
salvo che quando vengono le visite
ma a voi che importa?
Mi tengo le ditate sugli occhiali
il vapore sui vetri come quando fuori
“non” piove (vi aspettavate il contrario?)

mi sono fatta un po' di conti
giorni di più o di meno, i dilettanti
che si credono critici importanti
e qui lascio assonanze – e se mi va -
pure una rima, oplà

non vi permetto più di entrare in casa
con le scarpe infangate
e nemmeno l'ombrello gocciolante
il mio zerbino ha fatto rimostranze
ora vuole una sciarpa di chiffon
adagiata con tatto sulle scale

recate i vostri detti nei cortili
gli anseriformi in cambio di becchime
vi cederanno penne remiganti
càlami intinti nella
banalità, non quella loro:
le oche sono molto intelligenti.

Nemmeno isole
Ciascuno è come un'isola
l'han detto in mille modi
se una ragione ha radici di vento
attecchirà nell'acqua

io vivo come quei personaggi strambi
affacciati alla vita
con gli occhiali a smeriglio
ascolto voci
rivestite da corpi entusiasmanti
a volte mitici
ciascuno come scoglio in mezzo al niente

fossimo almeno promontori
o rizomi di terra
o sciami d'api
invece siamo spazi senza cielo
rive dove non batte la risacca.

Rime di scimmie
bocche d'artificio

per noi morire è ancora la salvezza
s'è possibile scegliere
la vita è sangue e scorie e putridume
soltanto negli umori a concimare
e seminare morte

che fossimo campane
a suonare di notte a quelle chiese
di santi e di patiboli
inventarsi di regole e d'insidie
mai faro
mai nemmeno un cerino a farsi dio.

Isole?
No
spettri di navi.

D'agosto
aveva tra le braccia il deserto
e le parole come in una boccia
domiciliate tra i ripieghi
la ragazza a bolle
dalle annate rubate lungo i muri

una vecchia corriera alla fermata
facoltativa

spegni quel faro
appòggiati sui gomiti l'estate
di cicale e dei
ormai s'è fatta notte

e quel lontano
giorno saldato a ceralacca
non raccontarlo più
nemmeno in braille

sulla tua stele incisa
manca una data
ma...

Anch'io
quando sono sola
danzo
metto dei fiocchi rossi nei capelli
e la mia pelle va a singhiozzi d'aria
mi pulsano i contorni
le domande le chiudo nell'armadio
stanno bene con scheletri e vestiti
che non indosserò
mai più.
Ora dipano frange
sinuose di liscio
ahi! Se mi giro
l'anta di specchio è un corvo
ma lo faccio tacere con l'inganno:
gli appanno le sporgenze e le rientranze
ammicco di smeraldo tra le ciglia
labbra rosso granato
e sulle anche
mi delineo leggiadra in movimento
sono bella, Dio mio
ma ne ho paura!
Se ci credo mi lascerai tentare
il passo ancora d'una sarabanda?

Cose da web
Si muore per trasparenza
estrema
non c'è caldo di pelle a ricordare
odori
solo visioni e suoni
il segno incorniciato
che ti sfogliava il cuore

a parlare degli aliti di vento
versi di libri non ancora scritti
un bacio mai partito dalle labbra
e barattare i sensi per un sogno.

E cosa resta? Spine d'acacia
e il vuoto che ti assedia.

Come commento
aveva la poesia dei giorni rossi e delle lacrime
usciva da vari orifici non allineati
di salmastro e sieroso usciva a fiotti
a sassi
per chi passava a cuore muto
in residue misure da strapazzo
anche di burro
dove s'avvitano bulloni
e femori da batterci tamburi

ma nella rosa un minimo
di ronzio d'ape a ritmo di samba
un pingiglione a dichiarare vita
condanna eseguita. E prendi allora
due tempie battenti
quattro zigomi pianti
tot silenzi di via delle spighe
un giorno rimasto in sospeso
una sera per due solitudini avanzate
agitare bene
nell'uso.

Ti serviranno stelle e lenticchie
e cara_pace
e spirali monche di frattali
uno zero quadrato
un poliedro infinito
improvvisarti genio ed inghiottire
la metà sconosciuta di te stessa.

Età
Una dorsale a vertebre d'avorio
terminare d'aguzzo
profumato di vita nel rovescio
dove morde l'affanno
alla tua età che - dicono -
essere di saggezza e di rinuncia
tu batti i piedi ancora

alla tua età si addice il nero
non lo scialle andaluso
e nei capelli un segnatempo a scatti
non pettini bordati di vermiglio
a scriminare argento
a separare
il tenero dell'ombra

Adagio
Adagio
che non se ne accorgano i guardiani
del fiume
che non si pieghino ancora sulle sponde
salici ad ingombrarne il corso.
Adagio
che il suo cuore contenga
un'altra piena

vado sola
come una foglia priva del suo ramo
costeggiando la riva e la sassaia
chiedo alla ghiaia una musica diversa
un sussurrare d'anima
a recargli
un invito di rose e gelsomini

ma che non sia recidere di steli
che sia tempo di nuvole e carezze
dita leggere a disegnarne il viso
che vivo si conformi a un nuovo sogno
se lo vorrà saranno le parole
abbandoni di seta
e gesti lievi.

Anche questa
Vedrai
verrò d'estate con sei soldi e una sciarpa di seta
di bellezza sicura - me lo dice -
luna dagli occhi verdi.
Parto
faccio il biglietto e arrivo
preparati all'evento

Ahi! Teme il peggio e si ritira a monte
gli vacilla
perfino il desiderio - ora lo teme -­
più dei cinghiali inferociti a caccia

si tratta di loquela in assenza di corpi
segreta intemperanza di parole
in mancanza d'azione
e vuoi chiamarla amore?
Quando sei solo il morto
del tressette.

Acque profonde
livrea di fiaccole minuscole
in fila sulla schiena
a fluttuare
alicia mirabilis in approccio
barlumi e disincagli

luna d'avanzo delle beatitudini
hai forse braccia
da svendere al mercato dei polpi
o tranci d'anima
serbati in salamoia per pescecani
in trasferta

e se mi adagio a fossili
di laminarie se
di me s'irradia il solco nella rena
mille piccoli stomi di madrepore
baciano nudibranchi sui fondali

Vendetta inutile
Ha messo il piede
sulla mia vita stanca
s'appropria del mio dire
ed è il suo abbraccio
spira di serpe

mi vorrebbe nell'ombra
o già sepolta

conta i miei anni
a filo d'inferriata
lei
che mi sottrarrebbe
anche i minuti

così mi mostra finta
cortesia

e di spicchi una lama
gli occhi suoi
m'infilzano le spalle
dove il bianco
fu remoto dolore.

E basterebbe solo che aspettasse:
sarà breve
l'attesa.

Atlant_i_dea
Guardarsi intorno e l'acqua che dilaga
negli interstizi in cui
trapelano rosari e japamala
ora sommersi, taciti di morte
apparente
ma l'acqua non doveva trasmettere vita?

C'è ancora un cerchio aperto
che si allarga
e campane assordate
alghe
al posto di abeti.

Il mietitore non ha più la falce
ma sciabiche e siluri.

Mi rintano tra foglie di biloba
tra bolle di sargassi
non respiro di mio
so che un mistero
ventila paratie nei miei polmoni
già quasi branchie.

Ali di un giorno al sole
oh! Dio dell'impossibile, ti prego
dammi un volo di vetta
sono stanca
di tutto questo sale.

Tempo che fa
minima storia e mai
più d' un sospiro
non ti racconterò di quando sola
resto seduta ai margini di un giorno
che non verrà - ché se venisse -
morirei per eccesso di sentire

e tu che mi sorprendi
per un attimo insonne o una mattina
di poche frasi - e pure basta -
tu che ti fermi al mentre
oltre le mani il tenero di donna
il suo centro disciolto
luna priva di cielo in cui brillare

però - sono sicura -
quel momento verrà che in un altrove
che sarò fiume e riva
di parole mai dette
cederai finalmente, e le dirai.

Di pontili e lanterne
Chioma d'argento
fiaccola
non si ritrae dal molo la risacca
vedesti le mie spalle
le sfiorasti di specchio

di classifiche a tempo il sussurrare
nell'ordine convesso
navigasti sui flutti del con_senso.
Una lucerna sulla cima di scogli
il mio segreto
l'unico che conosci
barlumi circolari in acqua smossa
tu soltanto una voce
a farmi cenno
io soltanto una luce
d'allegria.

Come commento
aveva la poesia dei giorni rossi e delle lacrime
usciva da vari orifici non allineati
di salmastro e sieroso usciva a fiotti
a sassi
per chi passava a cuore muto
in residue misure da strapazzo
anche di burro
dove s'avvitano bulloni
e femori da batterci tamburi

ma nella rosa un minimo
di ronzio d'ape a ritmo di samba
un pingiglione a dichiarare vita
condanna eseguita. E prendi allora
due tempie battenti
quattro zigomi pianti
tot silenzi di via delle spighe
un giorno rimasto in sospeso
una sera per due solitudini avanzate
agitare bene
nell'uso.

Ti serviranno stelle e lenticchie
e cara_pace
e spirali monche di frattali
uno zero quadrato
un poliedro infinito
improvvisarti genio ed inghiottire
la metà sconosciuta di te stessa.

DONNA chissà...
Portale un guizzo di vita
una lama diretta nel centro
a infilzarle pensieri
oppure a mormorii
di sé precipitando che le strappa
il vestito
il chiaro-luna pelle
l'ansimo di un'ora resa insolita
se ti trema la voce
poi non chiudere a sassi l'apertura
non trafiggerne l'ombra.

le mani te le rendo
non sono indispensabili al morire

Coventry
Non i capelli a manto
lady Godiva
a ricoprire trucioli
vita scolpita a concavi di nulla

cavalchi l'ombra
intorno ride il giorno
ma tu non sai che il viso delle gioie
è finito da tempo
e cerchi ancora il luccichio
la fossetta sul mento
e sì che te ne vai pezzo per pezzo

fermati adesso, lady
raccogliti nel grembo
aspetta il giorno delle luminarie
e la staffetta con il testimone
che ti porti una rosa e
forse
un sogno.

A pensare
L'aria dipinta a vetri e rose
è diventata buia
nessuno guarda più dallo spiraglio.
Io resisto a contare alcuni gesti
una sera d'estate
quando la mia cortina di damaschi
era un sogno ribelle.
Era amore, il suo gesto, io lo credevo,
ché non era possibile
dar vita a una vetrina:
ero trafitta da una lama liquida
una valvola ad acqua.
DEVO capire, crederlo! Altrimenti
vacillerebbe anche la mia ragione,
perciò mi dico e mi ripeto a oltranza:
amava la mia vita e la mia essenza
non fingeva d'amare anche il mio male
non avrebbe potuto farlo mai
lui non poteva uccidermi di nuovo.
Sapeva che non ho
poi tanto tempo.

Ex voto
Ho scritto parole
che non hanno battenti.
Ah! Le avessi pronunciate tu
sarei di fuoco
nel percorrere piazze
a raccontare immenso

Di memoria e di fiamma invece ho pianto
il tonfo della sera
Ho fatto un fascio allora di catgut
suturandomi il dentro
e l'ho deposto
sull'altare del dio delle ragioni

impegnandomi l’anima.

In rotta oceanica
Ma li avete ben guardati i sirenidi?
Ditemi, allora, quale
oro, broccato o seta li riveste.
Avete fatto caso alle ondate randagie
udito i canti
dei dugonghi poeti?...
sono maree di vuoti
lune traverse appese ai litorali.

L'ostrica invece nutre
misura d'ippocampi a rete minima:
è mio quel mare, è mio quell’arco tondo
è mia la perla.
In serratura ermetica le valve.

Non ha fratture il dorso della pietra
che sia roccia di terra oppure scoglio
piedi saldati a coda, l_amantino
mugghia sul fondo.
Ha già ingoiato l'amo.

Oche Pickwick
Per una manciata di piume
calami ancora caldi
non inchiostro di china
sangue piuttosto
gocciolare di segni a lutto
tra le righe e il fiato
dipingersi la bocca di violetto

Signora mia, funziona malamente
il mantice di carta
l'organetto si stringe
sei cipolle dorate in bella mostra
per cambiare discorso.

Chi ti conta sul suo pallottoliere
a bolle di sapone
tira la somma che non torna mai
un bel viavai di nulla
intercostale

Considerarsi luci
selvatiche di cielo
quando si è solo sassi di morena.

Alfa privativo
Dall'altra parte della vita
sono le donne svolte, le guardiane
dei regni di Ossian
arpe nel vento
le signore dei canti e dei crocicchi
Ecate assorta a raccattare pezzi
nella casa dai mille corrimano
lascia su piani a-critici il sentire

all'esistenza e al nome a-sessuate
rammendi a parte.
Itinerari tracciati sulla pelle
incisi a punti e strappi
mappe a-morali
senza cartelli strade all'inferriata
l'altra metà del cielo che s'inerpica
per mammelle accoglienti a devastare.

Avanzate di voci a cetre spente
incastrate nel ventre
a-sperse d'irreale
sulle tracce cruente o cicatrici
d'altri asporti chirurgici
la terra non ripaga le sue amazzoni
e nei giardini i pomi delle esperidi
restano appesi ai rami.

Dovevano bastare i miei ricordi.
Eri la fonte d'ogni commozione
mi apparivi dovunque
perfino fra le crepe di un dirupo
nelle foglie ingiallite
nei rigagnoli
vestivi fiori rossi e il nome mio.

Il nome tuo
io lo portavo indosso
scritto di vita in vita nel diamante
nel segreto di cuspidi e menhir
e poi tornavo e ritornavo ancora
ti cercavo nei luoghi che più amavo
in ogni mio possibile ricordo
il tuo sguardo d’amore in ogni sguardo.

Bussa piano
se torni

Argento
Non sono saggi i miei capelli bianchi
ci tengo a precisare
erano già d'argento i miei trent'anni
di fatiche di compiti e mansioni
anche di mille idee
anche d'amore

la saggezza è una balla

io rompo e pago ancora
tingo pareti e poi le butto a terra
mi afferro alle ringhiere per volare
non tengo conto di cartelli gialli
m'intrufolo di notte nei miei sogni
tendo agguati a me stessa
offrendo il petto
come cambiale in bianco

La saggezza è nemmeno una scodella.
Figuriamoci un piatto da portata!

Adesso me lo dico chiaro e tondo
voglio morire con la luna in mano
io stessa pozzo ai desideri miei

e ne uscirò soltanto quando... il sole.

Perchè non ti guardo
Cosa è rimasto di te
compagno di quei giochi speziati
sulle dune d'argento
della bocca odorosa di maggio
nulla è rimasto, nemmeno
quel guizzo improvviso negli occhi
a riparo dell'eros

volavano le folaghe, rammenti?
E sul fiume gli aironi
scendevano in planata
noi restavamo immobili
poi mano nella mano
raggiungevamo casa
e il nostro letto.

Questo è terreno che mi manca
e non posso avanzare
ché se mi guardo indietro perdo il cuore

farò finta di niente
rivolgerò lo sguardo alle pareti
per non farti sparire da quei giorni.

Non c'è ragione
Tu che hai capito tutto, amico mio
che ti logori in slarghi a ruotagonna
tu chino su caviglie e mezziguanti

prenditi pure tutto il tempo a valle
ché in cima non avremo altro che vento.
Se tracima di te l'evanescenza
d'un frullo tra le spalle
tu lo rinnegherai, perché l'inferno
stupisce il corpo e non lo fa pensare

Orma di noi
che guardavamo il cielo, idioti perfetti
non resterà più traccia sulla terra.

E sarà giocoforza ancora
andare.

Tattica
mi stringo a nodo
per non essere esposta
totalmente a nudo.

CHI sogna CHE
Meno d'un fiato è il sogno
della vita
dall'agglomerazione alla scompagine.

Se poi sarai preghiera
dalla cima del mondo a sventolare
lungo rosari e tanka
tu, sarai il sogno.
E allora
sogneranno di te faggi e sequoie
stormiranno il tuo nome le montagne
e chiederanno al dio delle galassie
perché ti nascondeva nella carne.

Se ci sarà risposta alle domande
e col tuo sangue venga scritta in cielo
quella fame d'amore che ti uccide
sarai tu stesso il sogno
dell'universo intero.

Di_versi fuochi
Per attizzare un fuoco
basta soffiare a mantice la brace
e capelli di fumo come alari
al ceppo resinoso
sopra numeri primi.

Per sostenere un sogno
ci vogliono ventagli invece
su notturni di fiamma che la luna
accorda le distanze.
E faville scippate al firmamento.

la Méduse
Percorrerò le vie dell'ancoraggio
in moto ondoso

sulla zattera c'era, ed era udibile
la nota persa, la distratta cima
a me non data
eppure avevo tra le braccia fiori
e pensieri d'incanto

dov'era mai il buonsenso
nel mareggiare
se la nave affonda?

allora mi dipinga Géricault
l'ultimo attracco
prima che il mare inghiotta.

Al_kimiya
Che ne farà di quei respiri
impronte di una sposa di secoli futuri
macchie di sale sciolto?

il fiore rosso sbriciolato nel marmo
non c'è linfa che possa dargli vita.
Ora vaga
spettro di donna manto senza corpo
tra gli scarti del nascere
il morire per poco

accordata su tasti fuori tempo
si vide già risorta dalle sabbie
invece fu declivio
di lacrime sul muro.

sulle gambe di marmo lui drappeggia
le ginocchia cedevoli nei giorni
e di galassie
remote d'oltrecielo
di colei che l'aspetta.
avrà memoria.

"Niente è a noi più vicino di noi stessi, eppure nulla è a noi più sconosciuto della nostra vera essenza"
(motto dei Rosacroce)

Fantasma di via L.C.
Stamattina mi cerco tra i vestiti
ero sicura d'esserci
scruto bottoni e pences:
io non ci sono

È tutto intorno, il mondo
che prosegue e squilla
sboccia di maggio e piove
qualche volta si affanna
tira con l'arco, replica uno show
usa gesso, diamanti
m'incolla ad un pc

così mi veste il mondo

e mi sopprime.

Contromisure
Oh, beh, sì,
potrei parlare di dolcetti al miele
certo potrei
anche di quel loukhoum pistacchi e rose
e poi tutta la gamma dei colori
potrei metterci un tango
o il quartetto per archi in fa maggiore
potrei farvi venire
una crisi glicemica

invece no,
giro la sedia a vite
in calzamaglia
immagino trent'anni e lui be-bop
muscoli e fiato
forse una spruzzatina di far west
e
pupa vieni qui, fatti baciare
pizzi neri e due fucsie tra i capelli
odore che - miodio -
potrò mai farti giungere in ritardo

oh, beh, certo che sì
va tutto bene
hai portato le coppe mon amour?
Vedrai, stanotte un angolo di luna
la cantilena a mantice di un gatto
suggerire deliri
e tu lo vuoi.

Fuori stagione
Accordo in soffio d'organo
respirare di canne, e di ghirlande
fiordalisi e frumento
nemmeno fossi carta da parati
a srotolarmi in camere d'affanno
immanente la pioggia
e il contrappunto

che lo chiamavo amore -ecco lo dico-
curva di adagio un sopracciglio
ala di viso stanco

adesso
il piatto piange al buio
ma non rilancio
si prepara un'estate di cicale.

Interruzione
Mi sono appena scorta a pencolare
sulle gambe, ragazza
ancora sporta sul davanzale_nido
mano aggrappata ai fili delle vele
camicie ad asciugare
e sono là
mentre passava il treno delle ore
mentre si disfaceva il pieno
e sempre più gli ammassi degli amori
subiti – bisognava pur farsene ragione -
lasciati indietro a reclamare massima
attenzione, arco di me granito
s'ipotizza d'avermi a tutto sesto.

Nel dissesto di me che invece resto
come incompiuto volo
il seno bianco, le spalle ricettacolo di piume
chiedono tregua al tempo
- mia diciottenne appollaiata luna -
nell'estate d'allora ammainata
la giovinezza all'asta in preda al vento.

Non ci saranno braccia oltre la rete.

Basterà aprire quelle dita
e poi...

Dissolvenza
pulisco il posto
lascio il vestito
e sfumo.

Ale_satura
Di lima tolgo pezzi
li assottiglio
stralci di vita e segni
dal troppo lesinare infine stallo
in quasi-niente

allora vado
per elemosinare un quarto d'ora
trasferito al momento

ne vuoi di più?
ce n'è di meno?

s'allunga o accorcia il paradiso a entrare
nell'asole i bottoni
tu che ci perdi il fiato
non capisci
rubi tramonti e cieli
li fai passare in fori circolari
a cappio
e stringi
il tempo in un oblò
minimo dire
quando fuori l'eterno...

Ossimoro io
certo che sono a vento
manica arrotolata
mi darete due lire in fondo al pozzo
dei desideri in nero
io mi nascondo nei pressi dell'ascella
sono radici d'ombre

ma voi non lo darete da vedere
bisbiglierete un frettoloso addio
detergerete zigomi
e stringerete il cuore tra le costole

quando sarò l'erede di me stessa
cresciuta a vita
condannata a morte
vi condurrò con me, siete miei sogni
di come non vorrei restare sola

vi creai per paura

ora fantasmi voi, chi sono io?..

Far finta di niente
In sovraesposizione
una di me traballa
l'altra scrive.
Lacrime intorno
stillano grondaie.
Terminava l'autunno
trattenevo la luce:
non capii che l'inverno
era alle porte.
Sono perciò sospesa
attenta a un trillo
a un tremolare d'ombra
come se nulla
fosse mai finito.
In caduta a mezz'aria
è così che rimango
nome tra cuore e labbra
nell'attesa.

Che cosa mai
Forse petali sparsi in un agguato
di fasci d'erba
forse fili bevuti dalla fame di luce

occupati a sgranchirsi le caviglie
a piedi scalzi, il saio ci manca e nel
cappuccio l'aria di santità
non ci si addice

è un io blasfemo - io lo dichiaro fiero -
quello che mi conduce nei deserti
libero da vangeli - è un io che tace -
quando occorre morire
oppure dice di triboli irrisolti
e santodio delle bufere
santamadonna dalle mille facce
prendono barche grandi come chiese
i pupazzi da scena

per questo vado nuda
dal momento che guardo nel mio sangue
stretto fra i denti il fiato
e nulla mi condanno
anzi mi assolvo con il mio furore
di belva mite cui non è la voce
a farsi grido
ma la carne di cui l'hai rivestita
la stessa che fissasti su una croce

vuoi che ti dica?
Meglio di no
meglio che tu non sappia.

Come un incarto
Mi conduco per mano
trattengo i labbri della mia ferita
anche se tremo e non mi torna il tempo
ai piedi di una strofa improvvisata
una parola chiede d'esser detta
ed io la scrivo

e mentre sillabando va a singhiozzo
il cuore, sì, che sento
in solfeggi dipinti su stagnola
i versi
con le dita li stendo

fanno musica strana
mi ricuciono in punti lacerati
con adagi in sordina
e se mi abbraccio
è te che stringo innominato e solo
fratello nella notte.

Vieni anche tu
domani guariremo.

Il prigioniero
Io la sentivo la voce che piangeva
alla finestra, tra gli orologi muti
nello spiraglio tra parole e gesti
acqua di meraviglia nella mano
offrivo alla tua sete. Intorno il mondo
girava tra le maschere in attesa.

Mi sporsi a carezzare il tuo grigiore
i tuoi resti di vita incatenata
alle pietre di un fiume senza foce
funi di sbarramento alle ferite
ricevute ed inferte, a farti peso.

Volavo basso,
appena il tempo di guardare indietro
impronte quasi erase:
colsi il bagliore d'anima riaccesa
ma durò solo un fiato.
Ripresi il volo
le cicatrici a farmi compagnia.

Tu siedi mesto in abito da scena
di parole raccolte in poche righe
in assonanze alcuni dei miei versi
ma lo so ch'è soltanto il tuo gridare
quel sì fossilizzato nella pietra

Altri secoli ancora e lo dirai
perciò ti aspetto.

Provvedimenti
Luci di un giorno rimediato
una sequenza muta
a contraltare il coro
di litanie pagate a sangue e ceri
lustrini d’oro e passamanerie
affrescano d'incenso
le logge ed il sagrato.

La mia mente confusa
vorrebbe una ragione
per quelle urgenti cupole di chiese
ricostruzione lesta
le case invece le facciamo in tela
antisismiche
e il popolo è al sicuro.

subLIMINALE
Appaio
il tempo di far credere che esisto
e poi scompaio
geco fantasma
m'inerpico sui vetri
e dico al vento
amico mio non scuotere
le imposte
respirami profondo, a distaccare.

Spargi il tuo sale
trasportami granello senz'appiglio
a disciogliermi ancora
in questo mare - occhi di strada fatta -
smemorato rintocco sul finire.
E portami nel Sole
a casa mia.

Essere basta all'essere
Cosa dovrei chiederti
girandole, stelle filanti?
Nel carnevale dei giorni presenti
gli uomini togati
accanto agli assassini
tutti con scarpe uguali
la sabbia riempie l'orme e le cancella

da tendredini a nuvole
parla in dialetto, Dio
ciascuno il suo
se talvolta si sbaglia, un tirapiedi
coglie fischi per fiaschi
e dice al mondo: vi parlo a nome Suo
e allora pasqua arriva come vuole
e nessuna quaresima perdona

perché se Lui pronuncia una parola
l'unica ch'è la stessa in ogni idioma
viene fraintesa, trascinata in strada
e crocifissa
o trasferita al cielo
e quella sola la diciamo sbagliata
perché AMORE
non si può pronunciare
AMORE è.

Dove trovo il perfetto
Se ti guardo negli atomi
se ti sento nell'anima
fratello
avverto Dio.

Con_sensi
Sonnecchia
le gambe già ricovero ai sensi
affiorano torpore
mani quelle dei giochi
a buccia persa labbradicorallo
t'appartiene nel sogno e solo in quello
ti traccia amore intorno, t'incatena

Non puoi lasciarti andare
eppure se ti adagi e circonflesso
respiri il tuo sentore, il tuo sapore
in cogliere te stesso. A perdifiato
vieni a introdurre suoni
qua
che sparsa lei non si controlla
che si dissalda e perde e si disseta
ad illusorio chiocchiolio di fronte.

Tu immagini
le sue gote d'avorio, le sue anche
le colline dei versi e degli inversi
giada nei solchi a valle
a raccontarti muschi d'ombre arrese
di lei conosci suoni, ma non sai
qual'è il profumo e il cavo dei suoi sì.

Glielo dirò
Il mio amore occhi color castagna
svolta di tempo e ricciolo di fiato
lave d’insonnia liquida
è un’orchestra sdraiata
tra capelli argento
e fiamma tra le mani

Il mio amore è un passaggio nelle strade
un cammino tra i nomi
e sa che “t'amo” non è parola
è solco nella carne
e sa che Dio
vive nei desideri anche lontani
nelle parole mai rappresentate
perché troppo vicine al paradiso.

Nessun dove
Ovunque spazio chiuso
in ricalcare giri

basterà discostarsi in solitudine
e scrivere sul palmo con la biacca
oppure il sottoscala
tingere di pareti in segatura
le cantine depositi d'addii

non basteranno lenti bifocali
per osservare il centro
l'abbandono è una cesta
che ruota dentro un muro

avrai il cordone mai reciso
tu mille volte partorito
e non ti basteranno le carezze
per quanto delicate sulle dita.
Allora ti prometto
non scriverò di te, ma di un amore.

Parole inferte
Sotto la chioma bruna
che parla in strato sferico
riferimenti in sovran_numero
si calano le fronti corrugate
strade d'asfalto accelerando il passo
non il respiro, quello
rimane appeso al chiodo.

E sbeffeggiare chi la vita stringe
filo di ferro infisso tra le vertebre
a consentirle transiti di scarto
- ecco un bacino idrico -

Altèra tra le frasche
a calunniar la luce si dispone .
Di quello che non ha ferisce a morte
ché se appena si approssima d'un cielo
bavero di cristallo
termina l'alfabeto nella forra
e nel suo manto nero sfoga l'urlo.

Io sono qui, mi accosto con prudenza
perché ho paura d'essere ferita
la millesima volta.
E sì che vorrei essere un abbraccio.

Matrici
Culle di concavo amare
moltiplicare pani e dare luce al fiato
fabbricanti di calchi a cera persa
colare sangue fino alle radici
farsi vita da vita

Nasceranno d’autunno con il soffio
dell’incipiente inverno nei brusii
intonare il magnificat di foglie
alberi umani dalle braccia aperte
che sbattono nel vento
e mai di primavera
accorgersi per tempo.

Donne a finestre chiuse affacciate
per non precipitare
ora.

Barche
Non un semaforo all’incrocio di flutti.
Percorrevo distanze distogliendo
anima e sguardo da recenti tumuli
Stringevo i pugni intorno al niente
ed afferravo con orecchi sordi
bisbigli anziché grida
e tutto per andare oltre me stessa.
Era nella mia carne che giaceva dio
sotto la pelle introduceva spasimi
perché sentissi che la vita è vita.
Quando mi spinsi oltre le mie battaglie
vidi smarrirsi logica e ragione
nemmeno le cicale poterono ammaliare
l’occhio di Aldebaran.
Mi spinsi allora, con la mia barca vuota
alla deriva, lasciandomi la scia di volti esangui
carne mutata in pietra
attraversai quel fiume che di notte
si snoda e scorre tra distanti rive
mentre il mio desiderio si afferrava
all’aldiqua,
rasentando gli ormeggi di bambù
e tu dall’altra barca, un solo remo
pertica di un affondo.
Un solo remo anch’io.

Mnemonica
Se nella “persistenza di memoria”
Dalì segnava molle il fuori tempo
se nella precessione equinoziale
la gemella del Cane all’orizzonte
celata nel profondo dello spazio
e Sirio solamente brilla ancora
…”
Chi, scriveva di stelle nel passato
e poi chiedeva: ma CHI siamo, noi?

Mi sembra tutto il mondo una folata
di misterioso andare a incenerire
fra le parole dette e quelle morte.
A prevederlo
avrei raccolto prove e controprove
per i giorni di noia, tra lune e soli
squarci sanguigni
un silenzio tagliente a sparecchiare.

Andante sincopato il testimone
sacrario di follia sulle montagne
stupa di fuoco, croce il mio pensiero.

matematicaMENTE inCERTO
S’apre di luce
un varco tra cornici prive di tela
quadridimensionale
Escher disegna chi disegna chi
altro si obliqua lungo diagonali
mostra in vetrina che si mostra che

Bach in sordina
canone cancrizzante e canto inverso
nelle spire di note il clavicembalo
ben temperato s’ode

mentre dimostra Gödel assiomatica
la coerenza dell’incoerenza
analisi inconclusa
e la collana brilla sempre più

capitolare occorre alla mia mente
(avrò poi questa mente che soccorre?)
e decidere se
quello che veramente è conveniente
sia tralasciare cose
credute consistenti e, dalla fonda,
mollare ormeggi e guadagnare il largo.

Plié
Quando le porte di un sogno
aprono brecce nel presente e il tempo
ripiega sui foulards dipinti a rose
riversa sul damasco dei cuscini
indiscreta la notte a tatto e seta.
Calzo la vita con babbucce a punta

un sospetto di suono s’apre a tratti
in un plié raccolto, la mia danza
senza pareti ora che avanza il mare.

Diversamente andare
Si sposta appena
farfalla di barlumi screziati che
non lascia traccia
e vive come può
scampata al ferro e al grido.

Ma non al tessitore di parole e di gelo
scricchiolare di tacchi le sue impronte
seppellite nel ghiaccio. Il dicitore
nei frantumi si cela e nell’oscuro.
Per andare
si battezza da solo immacolato
sicuro di portare nelle tasche
il consenso di Dio.

A partire da un fonografo
Il graffio della puntina erosa
sulla facciata A nel pvc, non ancora fissura
e ratatatata l'inceppamento
al monte di pietà lo porto in pegno.

Dall'emisfero destro, partitura
braccio sinistro cuore
solfeggiare.
Quanto di sole posso contenere
nel mio spontaneo moto
perpetuazione immagine di flash
contromorire in loco?

Vita m'assale a stento
Intanto vedo
assottigliarsi il vincolo e il re _fuso
svitando la corona diventare
in _fuso passiflora e biancospino
regina addormentata tra gli scacchi.
Al risveglio sia dono
giusto cielo.

Resti
Restavano sul fondo
di un cassetto tarlato, come briciole
dure di ferraglie
parole oltre lo stremo
distanti dall’amore più dell’ultima stella
rapinavano i sensi
ma sfuggivano l’orlo delle cime.

Frequentava il silenzio tra le favole morte,
un nome fatto lapide
nel campo dei sospiri, e se di lama
trancia la rosa, non importa quanto
ne resti di profumo tra le dita.

Amigdala
Regolare il livello goccia cade-non cade
redigere atti sostantivi
meno aggettivi
dati oggettivi
plink
a capoverso l’A maiuscola
convertire minuscola
sgonfiare senso

divertissement, ora piega
non alla bocca
né ruga a mezza cecità congiunta.

S’apre nel retrofronte
occhio di luce.

Elfo in incognita
In scarpe da ginnastica
piedi misura piccola, altrimenti
una spanna di veste verdemuschio
in abbondante scivolata spalle
trine da scavallare rosa bocci

gioco di luci e lucciole nell’erba
musicare in sordina
non si comprano con le cianfrusaglie
ali di primamore, né le annate
chateau d’yquem e desideri doc

di mughetti le brocche
per l’unicorno in sosta di boscheggio
l’elfo prepara il vento in un cincin.

Huaca
Ondate sul display, sono disposta
a pixel. Dall'era quaternaria
distante come i piedi dai capelli
approdo a sassi di memoria inscritta
selce mai polvere
né arresa
sorpresa forse in segmenti
incisa
a mano libera in sanguigna e calce
campitura perfetta dell'affresco
dove riporto storie. Mi trovate
se non vi basta un coro, quando
scandisco palpiti in assolo
al dio dei rebus
io l'Arlecchino di losanghe
fossili. 

Porta
Riconobbi la soglia
una fotografia fatta di vento
lo riportava a me dall’infinito
Il camino era spento e la finestra
si spalancava sull’eternità
le distanze incolmabili generavano spazio
su gradini sbreccati ero seduta
di crepa in crepa
a rattoppare il tempo.
 

Roccia a sembrare
Scalpelli e sgorbie li rivolgo a scorza
d’ossidiana, nucleo di lava
tra le scapole

mi cerco il punto equidistante dalle
e mentre sbozzo
il mio esatto sembiante si rivela
atomi di carbonio

Spiando con Virginia Woolf
Le donne appuntano sull’abito
delle sere confesse
spilli e fiori
e non sanno abbracciarsi tra di loro

in solitaria gita verso il faro

l’una se annega
non avrà una sagola
né un appiglio di boa

saranno invece balsamo e consenso
al marinaio che torna a reti piene

perché le donne
tutte
hanno fame d’amore

Di rive e binari
I guardiani del fiume
chinarono salici su sponde
parallele

si levò un respiro

Ancora sola
foglia priva di ramo
intorno è vento

alle rotaie
non fu concessa mai
la convergenza.

Dis_sensi
Portami sulle braccia come un serpente
di filigrana argento, ti cingo i movimenti
nel tintinnare a scaglie di campanelli
ti respiro
Portami come un cappello a veletta
profumo di sandalo e neo sulla bocca
le mie mani un rimedio
una santa occasione da succhiare dita
sentire nel calice del palmo
il singhiozzo spezzato dal riso

Portami come una foto arrotolata in tasca
come una camicia con impressi baci
di rosso tinto il giardino degli aceri
e le mie gote, i piedi invece liberi
unghie di rosalacca
a cercarmi quegli anni
negli umori salmastri, mare e silenzio
mare e calchi di noi sulla rena.

Portami infine presso il cancello degli anni
tra le pieghe dei nomi smozzicati
che ti manca il fiato
e chiedere alle stelle una proroga
di mille giorni a venire
senza tentennamenti, che non ti chiamo se
non vuoi, non lo dirò il tuo nome,
basterà farsi morbido un sospiro.

Bande laterali
Metri o chilometri le strisce
di Gaza a metà del mese infinito
ramadan di coscienze in catalessi
confezionarsi apocalissi spicce.
Dall’altra riva in sephirot
movimenti di mitra
dirompono tra corpi di bambini
nati da questi parti
in queste parti
a rovescio del mondo.

Occhi bistrati in tonache-sudari
prigioniere le donne
madri di sassi e sangue

Braccia di candelabri all’inutile muro
di promessi suoli, di crune d’ago
in archi a sesto acuto.

E qui
nei blablabla documentati
a chi soffre d’insonnia, il convertire
brandelli d’uomo in frasi
infiocchettate.

Oceano
Acqua nel defluire
mare sia
che nell’immenso suo
già si raccoglie

Di finestre, tante
Inaspettato giunse il crocevia
nel pullulare d’api, nel ronzio
perdevo il senso delle sue parole.

La bocca di vermiglio
papaveri schiacciati fra le labbra
pronunciavo la sera, e meraviglia
pareva la sua voce nella stanza

davanti alla finestra l’aspettavo
a tende aperte gli porgevo il niente:
ora lo so, non c’ero nel mio petto.

Non esistevo ancora, non ero nata mai.

Poi scorsi alle finestre della notte
affacciarsi di pianto e di lanterne
avvoltolarsi di parole smesse
e non un grido
non una spallata
alla porta dell’ombra
s’apriva il vuoto dietro la facciata. 

Sultano
Colori d’occhi e di cuscini
mai le stesse labbra
mai gli stessi passi
danze di mille vesti.
Dove li porterai, già sovrapposti
calchi di seni e fianchi?
Dove conoscerai quella misura
che ti farà significare un volto?

Avrai nasse ricolme di sussurri
donne tinte di fiori alle finestre
nemiche-amiche fra di loro, in gara
a porgersi nel vuoto di parole
padrone di una notte.

Lei nella casa verde le colline
a galoppare sogni in sella al vento
custodirà segreti mai risolti
la chiave sotto l’anfora
in giardino.

Ephemera
Sai
smarrirsi nelle tegole o negli orti
andare o ritornare
polvere farsi il tempo
alle grondaie
se ancora nel disperdersi in rigagnoli
sull’edera e calcina, infisso il raggio
di un soliloquio tra le canne e il vento
portasse a puntellare ali con screzi
di cristalli fotonici
crisalidi
ultimi guizzi da intuire
non sarebbe che un salto
tra le brane
non più nostra memoria
soltanto una scansione temporale.
Sai.
 

Quando finiranno le parole
Smetterò di scrivere, lo so.
Verrà quel momento e la mia mano
si fermerà sui tasti, oppure mentre
appoggiata alla ringhiera
tolgo le cocciniglie dal roseto .
E forse resterò sorpresa
piegata sulle gambe a scivolare
tra il mirto e la fontana.

Prima però le voglio tutte
le parole che affollano i miei giorni
se pure le dovessi pronunciare
al melograno e al noce

e andare a capo

Amore disperso
Un riciclo d'estate
le terme rapprese in fuggire
con tutte che tutte le spoglia...
Chi amore rivende ai mercati di versi
e ne scrive nel vento

ha gioco di matte e di buio
oscuri segreti e qui canta
farfalle addormenta


si lascia sfuggire una rosa
per coglierne ancora
e poi la rimpiange

non vede e non sente
che l'albero muore
distante.

Barca
Avanzo nel frusciare dei canneti
chiglia di solchi scivolati via
vesti di cui respiro.
Stendo
tutta me stessa in breve
“tutta me stessa in breve”
e qui che rido
ci vuole poco, il periplo di me
basta una spanna

schivo grovigli, sguscio
e mi ritrovo
in mare aperto vela controvento.

inCEDERE
Ci occuperemo delle cose giuste
noi che non siamo menestrelli
avremo storie di penne e cianfrusaglie
volgeremo clessidre all’incontrario

schiavi di veglie e di destini
a lettere maiuscole
titoleremo l’ultimo volume
giunti alla fine, forse,
ci occuperemo delle cose giuste

Carnevale
Non ricordo segreti,
isole vive, astro delle veglie
la musa sciorinata per le strade
scrive per me ridendo,
a dirla breve
scivola sugli specchi e mi fa il verso.

Intarsio meraviglie
e mi sparpaglio, canticchio sottovoce
una pavana-gondola in canali
di smerigli e d’opali. Abita in nuce
il bocciolo d’eterno
la mia pace, che sulla fronte si sminuzza
luce. Li chiamano coriandoli.

Pessime chiusure il tempo
cerniere che s’ inceppano, da esse non traspare
che un deglutire impigliato fra i denti.
Sulla gola pulsante è scritto un punto:
premere qui.
La giugulare guizza sotto labbra invisibili
segna il tempo di un sole ingoiato
a parole
di un generatore di frecce
rivolte all’interno

“e mai ti colpirò
mai ti farò che un pianto ti rovesci
ti porto nella fronte, dietro gli occhi.

sei le mie mani , i miei respiri, i passi
e dove l’erba e i sassi, calpesterò
sarai nel mio cammino.”
Zip

Esito
Circonvoluzioni
dura madre pia madre
sfagno di concimaie
fiore di loto nasce dai viluppi
della mia vita organica

contorni e dissonanze
vado perdendo petali e ricordi
su questa via che pure
va sfumando…

Giravolta
Capovolgendo il sopra e sotto
càpita il fondo in primo piano
assetto involontario
catapulta di nomi nella lista

visitatore
passa e annusa l’aria
di zenzero candito, ne ho una scorta
pizzica sottovetro a retrogusto

alzo la veste e mostro il vuoto
nemmeno a chiaroscuro nel rovescio
dita sanno d’aceto, se nel petto
infisso un punteruolo
sparge sale.

Aperture a latere
Il sole non candeggia
la biancheria ammuffita o il seno brullo
né l’ala del cucù
filtra soltanto tra listelli e buchi
disegnato di punti su piastrelle
il piatto cede, rifornisce rose.
In deltaplano
funambola in assetto
gioca la mia ragazza dei silenzi
la muta dei ritorni e degli infissi
cardini sottotraccia
sa di quella finestra mai richiusa.
Qualora fosse il caso
se le porte sprangate a fil di buio
reggessero per anni
avrebbe almeno via d’uscita
il non ritorno sugli stessi passi..
un volo finalmente completato.

La monaca e il vento
Portava storie frantumate e cocci
di luna e stelle
Chu-Yen dal sorriso amaranto
il cuore indifferente alle stagioni
accarezzata mai sulle colline
dimenticò la valle e scelse il cielo

Sotto il cappello, in una lingua amata
c’era un biglietto scritto a mano libera
si sforzava di leggerlo
ma una folata glielo strappò via.

Ora di molti volti
Ora bizzarra questa
cifra caduca
in dipanare versi
dove l’altrove è nido
sfumano sottovento
rive d’eternità
in trasferta di sensi
camaleonte il dire
unire è necessario
per corsi e dislivelli
rischiare di coscienza
e fischiettare.

Stendo quest’ora diafana sul greto
ombra non c’è di porto
né diporto.
La rena è testimone d’un abbaglio.

Àncora ancòra
Di movimento e flutti
àncora estorta al fondo
dove la linea al mare cede il cielo
scendo e risalgo ancòra
Attendo l’onda che travolge e squassa
e che mi lascia, frammentata scia
sparsa di mille fogli e mille addii.

La regina della notte
Scrivo per chi
non taglia l'acqua con le mani
affonda e non ha voce
stoppie nella sua gola sottoriva
all'orecchio del gelo
scrivo per lei che tace

in doppia solitudine
d'insenature e di colline
lanterne in fitta alberatura
ciafciaf scarpe di gomma
si chiamano calosce
servono mai?
L'Uccellatore ha timpani di vetro

Ma dove li hai nascosti
fiori argento?
Astrifiammante ha mani ghiacce
e nell'acuto
finirà l'assolo.

Verso il tacere
Saranno secoli? Attimi che mi giro
a tascapane, a giustacuore, a scudo
e di necessità virtù mi allaccio scarpe

camminare dovrò
per la carrozza han già preso la zucca
a me non resta che la mezzanotte
la mia fata madrina s'è distratta.

Mi cucio sulla lingua un che di fiato
zenzero e cinnamomo retrogusto
enzima di saliva mordiefuggi
e mi farò bastare ancora il gioco.

Tanto mi sveglierò, verrà il silenzio
quello che non sopporta ancora voci
né le cose sospese
quello che non s'inganna con le impronte
di parole calcate nella sabbia.

E avrò la colpa d'essere poeta
per abuso di suono.

Quasi  che fosse vero
Apprendo il vivere nell'attimo
                 il sostare a ridosso ebbrezza riso
                 e controcanto
nella casa dei sogni e del fiorire
                 rose a novembre rassegnate mai.
                 Profili d'arte
incassano pareti spazi arcuati
                 fiordi frattali nicchie le preghiere
                 affisse sulle rupi.
Intorno addormentato il mondo
                 ombre sirene mie sorelle, mantra
                 scanditi controvento
                 e soffio andare

Tempi di esposizione
Fu soltanto un istante
la sua solitudine dai tempi sbagliati
l'evasione sbiadita, i giochi d'ombra.
E vedevo la ruga approfondirgli la fronte
inerme, senza più corazze.
Un ragazzo lontano gli tremava negli occhi
aggrappato alle mani si sporgeva dal petto.

Foglia fissata ancora sul suo ramo
lo stelo assottigliato dall'autunno

Colsi il grido taciuto
la maschera ingrigita a separare
il passato e il presente.
E capivo. E capiva.

Ti chiederai
Ti chiederai dei tuoi passi discosti
delle parole che potevi dire
e non dicesti
di quando uscivi dalla casa
con le braccia di fiori
e non ti soffermasti.

Testimone a difesa chiamerai
sere d'autunno
e ti discolperò della mia pena.

Vorrai saldare il conto
conoscere quell'ombra nel mio sguardo
mentre me ne starò solinga e muta
sfilando il tempo per dimenticare.

Pari­_mente
Oggi,
al mio bisogno d'aria
che ancora mi pareva mare
e possibile nido nel sartiame,
come risposta il vuoto.

E non reclamo segni d'altra fatta
ho disgiunto gli effetti dalle cause
così
semplicemente
sgombro il suolo.

Volerò così alto
che più non torneranno i suoni
e nemmeno i miei gesti
avranno ombra

scenderò se una voce avrà canzoni
scritte solo per me
non mi accontenterò più delle briciole
e al senso eterno del mio amare
solo di pari fuoco accoglierò
l'ardore.
Lo merito l'immenso
anche il divino.

Fiume
Nessuno è creatura siffatta che
l'interezza colga del suo andare
e che stampelle mai
ne abbia bisogno.
Ed è quando al momento dell'incerto
procedere che tendi la tua mano e non sai
che di fiori la potresti riempire
ti sottrai
a te rimane, chiuso nel pugno il
cuore.

Attraversare un fiume è poca l'ansia
che ne divelte d'alghe
ne raggira i meandri o vi si incaglia
nei fuscelli del sogno
e poi non basta
la traccia di una rondine lontana

al sovrastante carico di chiatta scendere
lento e accorto

dammi un ramo di salice
per un prossimo appiglio oltre le rapide.

Uomo
A chi lo trovasse
transfert in dimensione metafisica
a chi lo incontrasse e con nomi
di sillabe in trucioli
dicesse:
ecco è davanti al mondo
che ti osserva e ti chiama

risponderei che non è me
che vede,
mi attraversano donne in processione
quelle già vinte e quelle
da espugnare

se solo si fermasse
nudo di sassi, fiume, infine mare,
alla sua foce toccherebbe Dio.

Di_stanze di mare

Siedi, con le mani strette alle parole
tastiera di stelle e refusi
Dov'eri? mi chiedi
in tutti questi anni che ho battuto strade
tra barboni e puttane
e il desiderio di un angelo spaesato mi prendeva
davanti al mare, scompigli, tragitti a bassa quota
di gabbiani-spazzini nel sartiame
odore del catrame, e la risacca a dondolare barche.

Siedo, e scorro veloce con le dita
detriti di pensieri scivolati sui fianchi
ha fermagli d'acciaio lo sbadiglio
che fotocopia pause.
Accompagna il mio ritmo in alghe e diatomee
bollicine di luce l'abat-jour
disegna l'onda prossima al lenzuolo.

L'antro dell'elfo ha stalattiti argento
scialli di verdeazzurro alle pareti
e musica riversa sui cuscini
vieni, siediti accanto al mio respiro.

Tutto a posto,no?...
Una ressa al portello
e certo i figli andavano a giocare
a chi annegava prima

che piacere alle madri e alle nonne
avrebbe fatto!
avrebbero potuto finalmente
coprirsi il capo dello scialle
e stare mute immobili occhi asciutti
a reclamare corpi
nella Plaza de Majo

vorrete mica fare come loro?
vorrete mica il candido foulard?

Allora attente
se non vedrete rincasare figli
se non vedrete rincasare padri.

Ma forse il nostro duce ha già previsto
prima le donne , anzi, le nonne
e madri
così non c'è problema
e vieteranno di confezionare
qualunque cosa sembri un fazzoletto
specie se bianco.
(per le madri e le nonne di Plaza de Majo
e per i loro figli e nipoti torturati e uccisi
gaglioffamente vilipesi da un buffone)

L'oiseau de feu
Ha immense ali di fuoco
l'angelo uccello anima mia
scintilla che sorvola maestosa
piuma danzante a risvegliare
le pietre di Kascej
Tra lune e soli
i miei capelli tesi
un argentato
pizzicare
d'arpa

Ancora luna
Contro il battente un po' scheggiato
spingi la storia di una sera, una soltanto
scelta, a viticcio sullo stipite blu
liquefatto. Nel galleggiare il viso
esisto e non esisto
Arco di soliloqui sullo sfondo
in primo piano è quello che ti porti
vuoi o non vuoi
marchio di ceralacca.
Sprovvista d'armatura, senza scudo
che l'ombra dei capelli
la mia falce di luna alle maree
piegata dal sorriso
l'ho deposta staccandola dal cielo.

A me una tana
A un che d'immaginario, caldo, mi rivolgo
e respiro di fretta, anche il tacere
ha un senso. Se mi parla di viali
consoni al mio andare, è di sentieri impervi
che ho bisogno a misura di passo.
Sospendere sussurri ai lampadari
tendere una bandiera d'ali, al limite del fiato
e poi forare ad aghi tristi il pallone
mio gioco di bambina irrequieta, mia bella
addormentata
a coccolare tracce di vesti e trecce.

Scoccami adesso, vita,
esigi il tuo tributo in pulsazioni fioche
riprenditi il bagaglio, non lo voglio.
E non suadermi, non tornare indietro.

Sono cerva di bosco, dalla tana
aperta colgo eclissi di luna e di parole
un fascio che smeriglia sassi.
Al mio occhio dipinto, scansione temporale
madre dei miei perché, ferisce al centro
e di rimando esige una risposta
che mai verrà, lo so. Dissimulate lame
nello strame d'inverno, a sangue freddo.
Scoccami te ne prego
ho bisogno di andare.

Come uadi
Pareti a picco
sulle mie mani in secca
nei vetri spenti della notte
schermo fantasma d'acqua
battere sulla ghiaia d'una tastiera.
Un capello d'argento sul bavero del sonno.
Raccoglievo le briciole degli anni

in echi nella camera.

Tra le sponde
ci separava

Il tempo

Circostanze
Se busso
in punta di dita
alla quadrupla ombra
e mi si dice: avanti
ma non s'apre spiraglio
ritorno sui miei passi
osservo il dipanarsi delle cose
intrecciate a dar voce alle stanze.

In unico file le conserva
l'amica paziente
e Dio
che delle donne conta lacrime
intesse di sospiri
stole di vento.

Mani
Le mie mani congiunte
sul tuo petto di cielo
disegno che tende a scomparire
eppure è linea chiara
la pressione
fiorita a madreperla
e dolce al tatto

hai presente la lacrima di luna?
È silente
scivola su nuove pergamene.
Nemmeno stinge.

Smuovere suoni
Sono le loro voci a raccontarmi
il carnevale di coriandoli sparsi
tra l'indice che aggira e ne disperde
minuzzoli di suoni, propaggini di radiche
inabissate in giorni che non fui io
ma il male dell'andare raschiando gli aspri muri
e brecciare pareti color ecrù.

Batte lontano come di ferraglia e ruggine
il lamento che s'ode e la campana al vespro
nei cortili di spenti santi e cumuli di pietre
accompagnare il tutto con gli spifferi
delle persiane rotte.

Quando annotammo questi mesti canti?
Quando le nostre bocche ebbero risa?

Metto l'orecchio al suolo per sentire
scalpitare i ricordi
la terra mi coltiva a pane e pianto
e mi concima a lutto.

Prendo la mia bisaccia, anzi no, ve la lascio
ormai ch'è vuota
potrete rivoltarne ancora il fondo
e nelle cuciture polverose, smosse
di contropiede
semi di zucca e bucce di lupini.

Di me
non fui che l'ombra.

Oppure
Coltivo di vermiglio
risate e melograni

rifuggo la penombra, vesto il sole.

Quando il tempo dei mantici
scardinerà per sottrazione terminale
infissi di silenzio
inghirlandata mi offrirò all'altrove.

Oppure

mentre

Illuminazione sull'isola
Al bivio, ogni momento tra e tra
nel sistema binario in apparente
esistenza naufragare
nell'azzurro d'intorno a Santorini.
Sui fili alle finestre mani con otto dita
In fioriture di sale
ovunque sale

Amnesia su sponde in declinare
luna d'inverno
argirio ne diffonde evaporando
sensi dissolti

Salpano corpi in direzione
ubiqua, equivalente il cerchio
alla luce che abbrivia la tangente
l'ombra permane ai vertici di un dire
sul diaframma nel segno circostante
e ne attutisce il male.
Pure fa ancora male.

Oltre
Luci mimose accese a grappoli
sorvolo ad ali stese spazi interni
tra portici e colonne scorgo azzurro
sfiocchettato di sole.

Dall'acqua emersi,
fu battesimo nudo e sfolgorio
poi mi disgiunsi
andai nell'oltre intatto delle cime.

Ego me absolvo, rido
e volo ancora.

In finire
Non avere avuto altra vita che
l'immagine in un soffio di vetro
boccia dei pesci rossi
morti i pesci
segno interno di carica esaurita
crosta in residuo d'alghe
marea che non ritorna.
Spiaggiata
balena in riva al mondo
in boccia l'orizzonte d'amaranto
ellisse sopra il porto dei miracoli
canto
l'ultima strofa nello sbuffo d'aria
quella che nell'abisso era mia voce
e udivano soltanto
le megattere.

Nell'attesa di un'onda
intanto
arresa.

A un angolo di strada
Malgrado tutto
in passi nel catrame
lasciare scarpe e proseguire
agile ancora , indossando la vita
una cerniera-lampo sulle ossa
s'intravedono ali

è gioco d'ansia ancora
attardarsi nei vicoli cappello in mano
un cartello sul petto

chi ti lascia cadere un po' di spiccioli
chi ti ruba il silenzio e chi

prosegue

Acrocoro
Tra i peristili dorici sintomi d'aria
nelle luci in azzurro circonflesso
ho che la fame
delle cose impossibili
è un'entasi dell'anima che
seduce e mi accompagna
in giro tra vestigia di me stessa

Pensiero come ragno imbonitore
tesse steli tra massi e geroglifici
mi vuole a tutti i costi incolonnata.

Riversa, invece, a foglie fratturate
decapitata dell'acanto e del
sole a corona
a schiere d'ombra
offro nel marmo il suono e la parola
"et in arcadia ego"

Qui solo gerani al davanzale.

Accontentarsi
Anima nasce tra le sponde e i disistili
dorici. La nebbia che non c'era eppure c'era.
Il vento porta gli echi ed i miraggi
di monadi sepolte entro le assenze.
Un sogno antico, appartenere ai numi,
ruberebbe l'eterno anche per chi…né l'alloro gli basta,
ha fatto una scissura nella rena bagnata:
la risacca l'ha erasa.
Allora chiama lei, ch'è solo un nome.
E s'accontenta.

L'ombra conosce il manto delle ore
Nelle sfide segrete accoglie i gesti.

Quando lo assale disperato assolo,
lupo ferito, la pietosa luna
tende i fili dei suoi pallidi suoni
e lo inargenta.
Gli canta il sonno, e lui quelle parole beve
Nel silenzio che grava tra le entasi.
Infine vi si accuccia
e s'addormenta.

Mi ha detto C.L.Dodgson
Chiedilo al Bianconiglio
che fine ha fatto Alice, ti dirà
dove consuma e perde
le sue scarpe
basta che tu scandisca nei capelli
tracce d'inverno, oppure
quando
nel folto del Cheshire
tra luna e vento
abita in volo a vela

Se la Regina stana
per raccontare delle sue giornate
e confessarle quanto greve
è il trono

Alice plana, le sorride, poi
cancella semi
e al posto delle picche mette cuori.

Approdo
Adattarsi alle crespe del lenzuolo
onda di mare asciutto
appena mosso a riccioli di seta
nuotare in tondo.
Moli di carta
notte dove approdo

Il fantasma divelto dal trinchetto
precipita nel suono, una risata
e poi silenzio
spiccioli di vita

Quanto mi rendi in giorni
mia rugginosa chiglia
e quanto avanza
di questa singolare percezione
nella stanza dei giorni di novembre?

Di fiori d'artemisia distillati
bevo l'assenzio
mi aggrappo ai corrimani
nel silenzio sartiame arrotolato
infine
non ho voglia di attraccare.

Strigidi
Nella stanza dei lumi
con incensi a marcare ombre cinesi
dove l'ala si spiuma, la civetta
bilanciando millesimi a parole
vorrebbe farti a spicchi
a punte di smeriglio invece il sole
bruciartelo nel petto

ma venni già con i deserti in mano
e non temo né strigidi né voci
la mia luce d'autunno
è dono al bianco

solve et coagula
frontone a Compostela
bonifica bastoni e pellegrini
la verità si pone in atto trina
squadra e compasso
al muratore attento, misura di mattoni.

il volatile in fuga vira al rosso
e la fusione acceca nel bagliore.

Chi li ricorderà i miei gesti?
Finiranno con gli attimi fuggiti
anche le piegature e le nervosità di ali
nerofumo trascritto su pareti
E tutto muta
io non avrò silenzi dedicati
e nemmeno la storia degli eroi,
per un cippo al finire della strada
fui passo intinto nell'inchiostro,
una macchia sul muro nel salnitro.

Ancora adesso mi trascrivo in tema
di consonanza ardita
una lettera sciolta che assottiglio
sulla carta nel punto
esclamativo.

Importuno è il sogno
quando scardina abbassa le difese assedia
gesti inusuali, affonda
nei tragitti dalla mente al sangue
con battiti discordi.
In ombra il seno, gambe distanti e mani
che non sanno altre vie (spero di non svegliarmi)
è chiassoso pulsare onda fluente una
striscia marcata sulla pelle, bava
di luna, ballo in giravolte
sui gradini di un letto
io mendicante il tempo ed il sussurro.

Mi apparto, allora, salverò quel poco
in discesa costante
e sfilerò dito per dito il guanto
delle mie insicurezze, strapperò di bianco
aguzzi denti, poi
rifissata nei cardini, serrata ombra, dirupi
sconfinerò sonnambula
nella metà del mio restare indietro.

Passaggi
Era la porta appena un pò socchiusa
sui gradini del sogno
da una finestra aperta sulla luce
ero affacciata sull'eternità

in distanze che il tempo
fa generare spazio
un atto di presenza è quel che conta
per un assaggio d'immortalità.

Di luci riflesse
Luci chinavano spiragli
quasi di ragnatela riflessa
in goccia mia rappresa, udivo
il ticchettare
della terra a riposo.
Contro lenti convesse ad una ad una
lucciole stampate
come di baci rossi su uno specchio
a dire: che sarà mai l'eterno
se non un punto fisso
oltre l'illimitato?
e tu
diversamente amabile
donna a prescindere
ti servirai di piume e di ventagli
per fartene una treccia e una mantiglia

Uomo
A chi lo trovasse
transfert in dimensione metafisica
a chi lo incontrasse e con nomi
di sillabe in trucioli
dicesse:
ecco è davanti al mondo
che ti osserva e ti chiama

risponderei che non è me
che vede,
mi attraversano donne in processione
quelle già vinte e quelle
da espugnare

se solo si fermasse
nudo di sassi, fiume, infine mare,
alla sua foce toccherebbe Dio.

Adesso…poi
Poi smetterete di parlare dei bambini di Gaza
ché ne muore un paese ogni giorno, di bambini.
Sotto coperte oscure.
voi sapete che a caccia si diverte
il vicino di casa, vedetelo partire
per esotici lidi, dove si paga a pezzi
l'infanzia incustodita
dove si compra a quarti anche il sorriso
c'è chi lo spegne sotto il tacco.

I bambini son merce, questa è la verità
quando nascono in piedi, già pronti per la lotta
quando gli si fratturano le gambe
e futuri novelli homini ridens
assicurano vie di carità
l'oste si impingua, l'albergatore tace.

E se adesso si smette di parlare
sarà quello ch'è sempre stato, al mondo
nessuno mai distruggerà le armi
nessun pope, nessun imam, nessun papa
chiuderà mai i battenti delle chiese
né si rivolge a Dio: smetto gli incensi
smetto le litanie, smetto i preziosi addobbi
e chiedo pace, e non avrò pietà per chi la toglie.
E smetterò di scrivere trattati
sull'Amore e la genesi degli angeli
o di inferni lontani e paradisi da comprare a rate.
Né di vergini offerte come premio.
Vestirò i cenci adatti, quelli stessi
che vestono gli offesi e i derelitti
scenderò tra di loro e griderò che Dio
non è arrivato, il figlio è morto invano
qui c'è solo Caino in veste occulta.

Nulla da raccontare
Non avevo nulla da raccontare
quando a chiudere la mia giovinezza
fu la viltà,
non mendicai altra vita
ma si fece giorno su meraviglie estreme
vissi
e imparai a coltivare figli e rose

non avevo nulla da raccontare
quando l'accanimento del dolore
mi colpì di sbieco
pregai per la mia vita
avevo ancora figli e rose in tenera
età
la casa, i loro sogni, i loro amori

non avevo nulla da raccontare
quando nell'anticamera del tempo
ebbi amici speciali ad avvolgermi in versi
e fili di luna nei capelli
ringraziai con lo sguardo sul nitido
orizzonte
avrei potuto ancora camminare

Avevo tutto da raccontare
e dissi con le parole scritte o sussurrate
a un orecchio gentile
la pietra che mi scindeva corpo e mente
in raccolto stupore,
il tardo
amare sul finire della sera

Avere tutto da raccontare
non è servito a niente
il branco uccide a colpi di sorrisi
in punta di metafora
Ma non mi attarderò su queste lame
è ora
di volare nel sole.

La sosta
Non aver colto l'ombra a sentinella:
diceva e paventava
mani dietro la schiena.
 
Da valchiria ferita
erbe d'assenzio e sale, arroventando
spade a cauterio
resto
su bastioni a riprendere il fiato
irraggiungibile
 
                   È la Montagna il luogo
                   dove mi annuncio ancora pellegrina
                   compagna delle aquile
                   e del grido

POETI e poeti
L'aristocrazia della parola
è vuoto di canne, vento senza moto
sondaggio nelle viscere dell'io
sopraffatto dall'uso terminale dei
relitti semantici
delitti invece perpetra la vita
se la miseria incombe
e non c'è poesia nelle ossa che piangono
nemmeno quando gli occhi
che vorrebbero aprirsi strattonano la terra
e reclamano larve
allora a cosa serve
mettere insieme quattro frasi
allungare le mano a dividere segni
noi di qua, scarsa gente di parole viete
e voi di là, nobile stirpe d'etimo
lessico blasonato.
Mi indigno con le porte socchiuse
con gli spiragli da sniffare
oh, sollecitamente, diomio! Non vorrete
ostacolare il passo dei Poeti!... li attende
già il Parnaso. Essi baciati dalle muse.
E la plebea muraglia spinge stolidamente
forte della sua fame
scissione di pensieri
occhiute merci sui vassoi blindati
cocciuti amori adunchi
senza luce né pace.
Eppure c'è chi osa, il temerario
stupirsi delle gote di un bambino, di un
dolore lenito, d'un rivolo sui vetri
d'un profumo d'acacie
dei pennelli del cielo intinti nel tramonto
della mano che cala a dare tregua, ma,

attenzione: linee incompiute tutte, scarti di Dio,
e mai
mai si dica Poesia…

Archivi
Sempre (può sembrare impossibile)
mi rapiva il piacere d'ammirare
equilibrismi in giorni cadenzati
fulmini e stelle
quest'ultime durare di più.
E dalle spalliere d'ombre a cavalcioni
di un esserci e non
guardare il dislivello degli anni.

Mi sarebbe bastato dare il nome
di curva a una rosa
o battezzare il film dalla regia
penombra e forme
non confonderle con armi e brocche
non nominare la poesia invano

e Dio non si sarebbe scomodato
per così poco udire
non avrebbe accordato altre parole
a solitudine muta
archivi dalle porte sprangate.

Quando potrebbe dare, invece,
la chiave per aprire silenzi
e ritrovarsi cielo.

Apprendo
 Apprendo il vivere nell'attimo
                 il sostare a ridosso
                 ebbrezza riso
                 e canto
intorno addormentato il mondo
                 mie sirene le ombre
                 mie sorelle di mantra
                 scandire controvento
nella casa dei sogni e del fiorire
                 rose a novembre
                 rassegnate mai.
                 Profili d'arte
incassi da parete, fiordi frattali  
                 nicchie di spazi arcuati
                 le preghiere a colori
                 affisse sulle rupi.
Sbriciola il tempo l'ansimare, e solo
                 il palmo di una mano
                 libera un bacio
                 al soffio che lo invia.

Vuoi dirmi
Vuoi dirmi che hai dimenticato il sogno
adagiato sul tempo di ieri
che sei smarrito dall'eterno andare?
E quanto amore è a un respiro da te?
Volgiti allora al sole e digli quelle
parole che non sanno fiorire, che
hanno tracciato vie traverse e che
di te profumano ancora
alla luna calante.

Scegli quel suono d'oltre
ti avvince dentro, lo conosci ancora
non ha mai smesso di vestirsi d'oro e minuscoli
addii
non quello eterno
mai.

Ha braccia d'infinito
ha potere d'arcano e tu lo sai
tu che senti nei baratri arrivare gli echi
e sulle cime giungere il tuo sublime
giungiti al centro
cogli l'immensità del tuo morire
per esistere ancora.
Io qui.

Dipingo sorrisi
Può avere un nome, questa nostalgia di brace
misurata al diaframma
in tosse, aggrappata agli occhi
ad estinguerla
fiamma, non basteranno lacrime né strategie
lo scarto fra pensiero e pane
quotidiano
fatto di saliscendi e tarli
approcci
alle fantasticherie mediate
ruderi di antico splendore…
strada disseminata d'ansia
che non sarà mai dritta
e un figlio che ne arranca
la salita
se non l'abbraccio che si avvita
con nascoste spirali
a un arpeggio soltanto accennato
cosa narrargli adesso
che ho finito le fiabe
e che non trovo più nemmeno tasche
almeno quelle
che una volta riempivo di allegria

disegnare
ecco il sorriso, lo potrò colorare
a punta di pastello
per quel poco che occorre
a dirsi vivo.

Incompiuto
Sparisce di spalle scantonando
scalpiccio s'allontana, nebbia riavvolge
il nastro alla bobina
è ammanettato il tempo al fiato corto.

mi trapassano punte sbrigative
era lì che dovevo interrompere il mio gesto
e mai fui sveglia, pentimenti in declivio rotolare
nella morena dove
mi raccolgo.

Ora sono frammenti d'occasioni vissute
acerbe a volte
o maturate al buio come le sorbe
buone se nere_peste
invecchiano soltanto superfici, dentro l'umore
dolce si conserva
fittizia-mente
in archi temporali mai compiuti.

Meleagrìna
S'imbattè nella conchiglia quasi catapultando il piede
nella rena, la sospinse di lato e non s'accorse
della perla racchiusa tra le valve

è il destino di tutte le nascoste cose
di tutte le gramaglie dell'anima essere ricercate
e poi scansate quasi fosse vittoria della mente
fuggirne il rosa-carne

partiture di simboli su strie, pietra silente
lacrima detersa con il lembo di un vestito
di seta, carapace vano, un risibile scudo
fatto di mormorii, mai grida, mai
voce appigliata a cieli fissi e silenzi
come la scolorina sopra i versi e nessuno
che legga veramente, non le parole disegnate,
non le parvenze liquide di gesti, i suoni forti
i respiri di corse contro il tempo
e due sillabe
perché mai pronunciate? Non
sarebbe amorevole evitarle?

E taci cuore, non proferire ancora il tuo morire
taci, non farlo udire. Ridi di te, ridi delle tue stanze
e degli errori concessi alla tua sera
ridi ché non si vuole il tuo lamento, e aspetta.

Se un tremolio di luce il tuo presente
stilla d'arancia rossa sul tappeto.

Etichetta
Naso schiacciato al vetro
fuori piove
quanta ce n'è, per me, d'assoluzione
a colpe omesse?

Con la coda dell'occhio mi sorpasso
chiedendo chiarimenti se
(i bagliori diffusi nei gomiti nei polsi
nelle ginocchia e intorno
pari al centro)
la data sia la stessa.

giornate pettinate a trecce
corpo che trema sulla china
in mia vece
frammento sabbia rose
di calcite…

In me l'itinerario dei sensori impronte
di titanio
infissi nel profondo
codice a barre
l'ora del tramonto.
E poi dirà, la brava gente, ha vissuto
di suo più che abbastanza.
Ed io lo penso?
Ho cognizione d'essere scaduta?.. 

Già
Dopo aver bevuto il sole
sulla cima del sacro monte, non
quello visibile ai cervelli, quello dei prismi
rigeneratori e, dopo aver udito gli echi
riflettere la Voce, ripartiremo per la valle.
Non avremo le vesti di sempre
è già fulgore l'abito di ogni cosa
i sogni hanno vita di luce.

Ci appressiamo al momento
noi già mutati, noi che restiamo in mezzo
offrendo le mani dalla soglia
con la nota nel petto, il la maggiore
arpa di primavera. Il violino la esegue
in cerchi adatti alle falde di pietra.
Nascono meraviglie.

Ruotano le montagne su sé stesse
perno il sorriso. Accoglie sul finire
il non finire eterno
e cose che scintillano nei becchi delle piche
saranno pasto ai corvi.
Audace è il respirare Dio
bere sé stessi.

Opaline
Me ne starei accucciata con la vita
nei palmi fra le dita di zucchero, in testa
una lampada accesa. Di quelle che mia nonna
teneva sul suo tavolo di noce
Il centrino era fatto all'uncinetto
color ecrù
non arrivavo al margine
mi cancellava lo stipite e l'affaccio
e son rimasta piccola.

Se mi squadro in misure
regolandomi al minimo rientro
effetto aggancio, mi proietto sui muri
come un geco
dalle ventose fragili.
Ho bisogno di andare, oltrepassarmi
all'angolo, abitare il soffitto ed il rosone
nella testa di Athena
e forse avanza, opale di Via Lattea,
sentiero aperto al centro
la mia mente.

simbioticaMEnte
Perché stasera invece di abbracciare l'aria
non mi avvinghio serpente
al tronco del ciliegio spoglio?
di mie sembianze rivestirne l'ombra
nel suo tempo durare
rami snudati tesi nell'inverno il suo sfoltire
di foglie
il mio di voglie

andare invece a rammendare giorni
di larghi strappi
e non sapere il nido
né il canto dell'allodola.

Viso di meridiana, il mio,
l'ora lo incide

Il maestro
Ho incontrato il maestro della riva sinistra
gli ho chiesto perché mai
sul sentiero dei falchi finissero
le allodole  
taceva mentre con livrea d'inverno
gli ermellini sgusciavano dal bianco
e cavalli a pariglie
saltavano le siepi.
 
Ho chiesto, intanto che il mio piede
si attardava sul ciglio
se ci fosse una zolla incustodita
abitabile
o una crepa da cui nascere ancora
taceva e soppesava la mia veste
ora pochi danari
le mie calze di nylon
 
oh, maestro! Tu vuoi che mi arrenda
a starmi dentro?
vuoi che il mio luccicare resti ignoto?
È di tutti quest'aria
ch'è mia soltanto in petto
quando mi assale Dio
che assume forma. E il suo chiarore
aspetto. E tu, chi sei?
 
                           Rispose
         sono il maestro della delusione
               se il passato ti bracca
                 se il futuro ti alletta
  sei nella zona che non tocchi mai tra
 la sinistra               e              la destra
                               e
                               e
                        qui sei tutto
                           adesso

Minima
Ne raccattiamo forse le cocche
noi che a metraggio
ci avvolgiamo in rocchi
oppure in disarmo di
pepe, paprika, zenzero candito
lecchiamo falde e nocche dal sapore
d'aceto.
Mi apparto per decidere se vado
con zoccoli di paglia
oppure m'incarrozzo nella zucca
e oop
stelle e coriandoli
pioggia di cenerentole in pigiama
affollano il mio prato.

Ora mi avvio
schegge di vetro rotto
le mie scarpe.

Soglia
La pietra sulla soglia, un grigio
approdo sbottonato in fretta,
capelli sulle spalle, una mantiglia
le mie ciocche d'inverno.
anni
che mi galoppano negli argini
fune d'argento
una treccia d'insonnia.

Alla catena un orologio matto
si arrotola di notte, Alice alata
guarda in tralice il gatto
ride, scompare,appare, si dilegua
freme di volo e fende
a colpi d'ombra
la necessarietà d'altro respiro.

Rose a Novembre
Poco distante dal passo carraio
sembrava sfinito il roseto
due boccioli nell'aria già fredda
si sono dischiusi
carezzo quell'ombra che svolta sul muro

del geco, a ponente
contorsioni del glicine abbracciato
ai suoi svolazzi
sul terrazzo le lastre sollevate dell'ardesia.
                        Dovremo farlo riparare o
                        s'infiltrerà di pioggia nei declivi.
Il tempo è quello delle pigne aperte
l'acero che stinge nel suo rosso
il castagno tra i ricci
il fumo che nell'aria scrive inverno
                      un ragno tra i rubini
                      nella sua ragnatela di rugiada
e quelle rose
le coglierò prima che arrivi
il gelo.

Nulla da raccontare
Non avevo nulla da raccontare
quando a chiudere la mia giovinezza
fu la viltà,
non mendicai altra vita
ma si fece giorno su meraviglie estreme
vissi
e imparai a coltivare figli e rose

non avevo nulla da raccontare
quando l'accanimento del dolore
mi colpì di sbieco
pregai per la mia vita
avevo ancora figli e rose in tenera
età
la casa, i loro sogni, i loro amori

non avevo nulla da raccontare
quando nell'anticamera del tempo
ebbi amici speciali ad avvolgermi in versi
e fili di luna nei capelli
ringraziai con lo sguardo sul nitido
orizzonte
avrei potuto ancora camminare

Avevo tutto da raccontare
e dissi con le parole scritte o sussurrate
a un orecchio gentile
la pietra che mi scindeva corpo e mente
in raccolto stupore,
il tardo
amare sul finire della sera

Avere tutto da raccontare
non è servito a niente
il branco uccide a colpi di sorrisi
in punta di metafora
Ma non mi attarderò su queste lame
è ora
di volare nel sole.

Archivi
Sempre (può sembrare impossibile)
mi rapiva il piacere d'ammirare
equilibrismi in giorni cadenzati
fulmini e stelle
quest'ultime durare di più.
E dalle spalliere d'ombre a cavalcioni
di un esserci e non
guardare il dislivello degli anni.

Mi sarebbe bastato dare il nome
di curva a una rosa
o battezzare il film dalla regia
penombra e forme
non confonderle con armi e brocche
non nominare la poesia invano

e Dio non si sarebbe scomodato
per così poco udire
non avrebbe accordato altre parole
a solitudine muta
archivi dalle porte sprangate.

Quando potrebbe dare, invece,
la chiave per aprire silenzi
e ritrovarsi cielo.

Apprendo
Apprendo il vivere nell'attimo
                 il sostare a ridosso
                 ebbrezza riso
                 e canto
intorno addormentato il mondo
                 mie sirene le ombre
                 mie sorelle di mantra
                 scandire controvento
nella casa dei sogni e del fiorire
                 rose a novembre
                 rassegnate mai.
                 Profili d'arte
incassi da parete, fiordi frattali  
                 nicchie di spazi arcuati
                 le preghiere a colori
                 affisse sulle rupi.
Sbriciola il tempo l'ansimare, e solo
                 il palmo di una mano
                 libera un bacio
                 al soffio che lo invia.

Vuoi dirmi
Vuoi dirmi che hai dimenticato il sogno
adagiato sul tempo di ieri
che sei smarrito dall'eterno andare?
E quanto amore è a un respiro da te?
Volgiti allora al sole e digli quelle
parole che non sanno fiorire, che
hanno tracciato vie traverse e che
di te profumano ancora
alla luna calante.

Scegli quel suono d'oltre
ti avvince dentro, lo conosci ancora
non ha mai smesso di vestirsi d'oro e minuscoli
addii
non quello eterno
mai.

Ha braccia d'infinito
ha potere d'arcano e tu lo sai
tu che senti nei baratri arrivare gli echi
e sulle cime giungere il tuo sublime
giungiti al centro
cogli l'immensità del tuo morire
per esistere ancora.
Io qui.

Dipingo sorrisi
Può avere un nome, questa nostalgia di brace
misurata al diaframma
in tosse, aggrappata agli occhi
ad estinguerla
fiamma, non basteranno lacrime né strategie
lo scarto fra pensiero e pane
quotidiano
fatto di saliscendi e tarli
approcci
alle fantasticherie mediate
ruderi di antico splendore…
                  strada disseminata d'ansia
                  che non sarà mai dritta
                  e un figlio che ne arranca
                  la salita
se non l'abbraccio che si avvita
con nascoste spirali
a un arpeggio soltanto accennato
cosa narrargli adesso
che ho finito le fiabe
e che non trovo più nemmeno tasche
almeno quelle
che una volta riempivo di allegria
 
disegnare
ecco il sorriso, lo potrò colorare
a punta di pastello
per quel poco che occorre
a dirsi vivo.

Incompiuto
Sparisce di spalle scantonando
scalpiccio s'allontana, nebbia riavvolge
il nastro alla bobina
è ammanettato il tempo al fiato corto.

mi trapassano punte sbrigative
era lì che dovevo interrompere il mio gesto
e mai fui sveglia, pentimenti in declivio rotolare
nella morena dove
mi raccolgo.

Ora sono frammenti d'occasioni vissute
acerbe a volte
o maturate al buio come le sorbe
buone se nere_peste
invecchiano soltanto superfici, dentro l'umore
dolce si conserva
fittizia-mente
in archi temporali mai compiuti.

Meleagrìna
S'imbattè nella conchiglia quasi catapultando il piede
nella rena, la sospinse di lato e non s'accorse
della perla racchiusa tra le valve

è il destino di tutte le nascoste cose
di tutte le gramaglie dell'anima essere ricercate
e poi scansate quasi fosse vittoria della mente
fuggirne il rosa-carne

partiture di simboli su strie, pietra silente
lacrima detersa con il lembo di un vestito
di seta, carapace vano, un risibile scudo
fatto di mormorii, mai grida, mai
voce appigliata a cieli fissi e silenzi
come la scolorina sopra i versi e nessuno
che legga veramente, non le parole disegnate,
non le parvenze liquide di gesti, i suoni forti
i respiri di corse contro il tempo
e due sillabe
perché mai pronunciate? Non
sarebbe amorevole evitarle?

E taci cuore, non proferire ancora il tuo morire
taci, non farlo udire. Ridi di te, ridi delle tue stanze
e degli errori concessi alla tua sera
ridi ché non si vuole il tuo lamento, e aspetta.

Se un tremolio di luce il tuo presente
stilla d'arancia rossa sul tappeto.

Etichetta
Naso schiacciato al vetro
fuori piove
quanta ce n'è, per me, d'assoluzione
a colpe omesse?

Con la coda dell'occhio mi sorpasso
chiedendo chiarimenti se
(i bagliori diffusi nei gomiti nei polsi
nelle ginocchia e intorno
pari al centro)
la data sia la stessa.

giornate pettinate a trecce
corpo che trema sulla china
in mia vece
frammento sabbia rose
di calcite…

In me l'itinerario dei sensori impronte
di titanio
infissi nel profondo
codice a barre
l'ora del tramonto.
E poi dirà, la brava gente, ha vissuto
di suo più che abbastanza.
Ed io lo penso?
Ho cognizione d'essere scaduta?..

La sosta
Non aver colto l'ombra a sentinella:
diceva e paventava
mani dietro la schiena.
 
Da valchiria ferita
erbe d'assenzio e sale, arroventando
spade a cauterio
resto
su bastioni a riprendere il fiato
irraggiungibile
 
                   È la Montagna il luogo
                   dove mi annuncio ancora pellegrina
                   compagna delle aquile
                   e del grido

Lavori in corso
Mille secoli fa
ti ho parlato coi segni, ho misurato in fretta
spazio e vita
su lavagne di vetro
Quando mi sono persa senza fiato
nell'immobile corsa su una sedia?

Lavori in corso, pala e piccone
un triangolo rosso
lontano dai ritagli in cui perdevo
il senso critico, il mio a-plomb.
Amare il buio che tace
battito discorde
gesto volontario. O involontario? Chissà…
me lo dirà forse un domani di cieli
insospettati, e di incerti rituali
un dislivello mai colmato,
in fine.

Di cose e di voci
Al mercato delle piccole cose
passavo lo straccio sui riquadri
plexiglass
con un occhio alle briciole sparse
e con l'altro lontano

gemevano strani suoni dai sassi
che avevo mai notato
con le festuche della sassifraga
a spuntare
vincenti nel candore

quando una voce amica, da regioni
stellari, distintamente udii:
resta al tuo banco dove si respira aria
di luna, resta a mostrare l'anima
ché tu non sei, mi disse,
figura da specchi, non sovraesposta sei
ma rarefatta
e perciò più vicina alle non-cose.

In bilico
I mesi che verranno
forse saranno gli ultimi d'inverno
per accendere fuochi
ché fa paura stringersi nel ghiaccio
certo sarebbe meglio primavera o
un'estate d'avorio
voce di tasti bianchi e neri
mani tracciare ignari soliloqui

al di là di un abbaglio
la luna spettinata affonda e tace
aspetta che si chiudano le onde
sulle lapidi incise dai solstizi
tagli di luce obliqua ed ingranaggi
che trasmettono moto alle intenzioni

tu nascondi la chiave d'un solfeggio
sotto la giara
in bilico costante
penzolante sul mare di silenzio.

simbioticaMEnte
Perché stasera invece di abbracciare l'aria
non mi avvinghio serpente
al tronco del ciliegio spoglio?
di mie sembianze rivestirne l'ombra
nel suo tempo durare
rami snudati tesi nell'inverno il suo sfoltire
di foglie
il mio di voglie

andare invece a rammendare giorni
di larghi strappi
e non sapere il nido
né il canto dell'allodola.

Viso di meridiana, il mio,
l'ora lo incide

Anello…
Dicesti:
un anello intagliato per te
nell'angolo del cielo di settembre
indimenticata mia sposa
da tempi infiniti
ho recato

scrivesti
di fiori sull'orlo di una rupe
in attesa del falco d'Arborea
belva notturna incatenata
ai passi della selva
quotidiana.

Era forse
il mio sogno incurvato nell'aria
filo d'arco in attesa di scocco?
Al mio anulare un girofiamma
sappi, brucia e consuma
il tempo.

E ti sei perso ancora
mio speciale respiro, mio rarefatto amore
ti sei arreso
agli opprimenti giorni
di questi anni a finire e mi sorridi
con il viso appassito dentro un vaso
di argenti grigi,
nei raggiri
della tua mente in cerca d'emozioni.
Per non morire
infine
ti sei spento.

Torna
ho in serbo una nuvola-abbraccio
una storia d'immenso
per te.

Chi alleva i rapaci?
Forse mi pento
d'avere insegnato l'amore
ai miei figli, di averne curato
l'aspetto interiore, di averli ispirati
a sentire le voci, a lèggere i visi
a cogliere il senso più alto di sé…
Sì, forse ho sbagliato:
li vedo indifesi di fronte alle false
persone, a chi si fa beffa del loro sentire
a chi non distingue la delicatezza
da un falso agghindare.

Ormai è troppo tardi
saranno i perdenti in un mondo di lupi
perché senza artigli
li ho solo cresciuti leggendo poesie
nemmeno le favole ho loro narrato
ho solo inventato possibili luci, mostrato l'aspetto
che più mi attraeva, dell'anima ho detto
e della giustizia, del cuore sincero…

li ho esposti al soffrire.

In riva a una tastiera
L'amico del sole ha bussato
alla mia porta d'occidente, nel grigiore
silenzio (ossido di metallo)
ha pronunciato un mantra nei sussurri

mi volto, sorrido e dico al cielo
ogni cosa di me
ripeto quelle sillabe a oltranza
l'ascoltare è sorpresa di nuvole su mare

assetata di pace mi ritiro
nel poco andare, assenza nei miei piedi
a pedalare il niente, ché non pesa
in questo golfo dai braccioli neri
stare seduta, arresa. Onde lambire rive
di una stanza, e le sirene stanno a curiosare

io placida respiro
nella pioggia che scivola sui vetri
prismatici riflessi, un giorno ancora.

Come la folla  conduce
C'è folla intorno
sospese ragnatele tra gli spazi esigui
le campane dell'Angelus echeggiare
nei risvolti dei portici.
Ciascuno ha fretta di segnare passi e barlumi,
il proseguire incerto lo richiede,
come pure le tracce dei vissuti, scale
nel movimento delle spalle, ondeggiare il percorso.
È rammarico cogliere la sera
infiltrata negli occhi.
Addii con piedi scalzi, tonache lise, vertici confluenti
sulle dita intrecciate nell'ossuta quiete.
                           Una fetta d'oblio
                           tagliata nel tramonto che incupisce
e falchi in volo
sopra le selve, con ardite ali.

Solitudine di vetta
Mi arrendo al sole
lascio gli ombrelli a mantice
con gli orologi fuori dal percorso.
Immobile mi attesto sulla cengia
esposta al vento

funi dimenticate appese agli spuntoni
gravi furono un giorno
d'appesantite braccia a sorreggere grida,
che poi nessuno udiva, o non poteva
abbandonare guide e corrimani
di latta

e adesso che mi scuote anche il tinnire
di una mosca sul vetro
decido nel dischiudere i miei spazi
ardire ancora voli
disegnare silenzi e sugli altari
far ricadere solamente piume.

Sabbia
Al posto di vedetta, nella dura scorza,
abbozzo d'angelo tratto dagli scalpelli
e dalle sgorbie a forza di deliri
io non ho pianto a dilavare scabre superfici
di granito o di lavica roccia
è nel mio interno il nucleo sasso

l'andirivieni è fuori
è tra le foglie delle camelie morte
il brulicare di sarchophaghe
sulla poltiglia del gatto sull'asfalto
era vivo ieri
oggi è pasto per mosche.

Ma dove si andrà mai coi nostri piedi?
saremo mai diretti altrove?
Noi inchiodati alle ore, alle scadenze,
alle nostre virtù
andremo via soltanto quando i colpi
bussati al petto
non avranno risposta, e come semi di polvere
coltiveremo sabbia.

Glicine d'autunno
Siediti qui con me
sui gradini del portico, è di rosso
che si riveste il muro e sul terrazzo
la vite americana si è avvinghiata
ai fili tesi
lontano dorme il resto del paese

io qui mi fermo a respirare il tempo
l'uomo capelli bianchi e voce roca
imita il gallo, parla alle finestre, il matto
del villaggio
abita cerchi intorno alla mia casa
a volte ride a volte grida
raccontando se stesso a voce alta.

Ho saputo di inverni con la neve
sparire argini e guide
chiodi ficcati a colpi di tragedie
i destini raccolti da sudari.

E canta il vecchio, con le mani a imbuto
alle grondaie, dai tralci ricadenti
il glicine ingiallito
tasta nell'aria mossa sui cancelli.

Mi accoccolo tra il muro e la ringhiera
sui miei pensieri traccio
larghe ics
e sulle gambe stendo voli di mani
ai lembi di un vestito che mi appassisce addosso
e dentro no
non mi arrendo a sfiorire.

Rue Eve Noelle
Quando la luna
si ritrae, nebbia dalla terra, nuvole
inglobano uno spettro d'intensi grigi
viene girata al largo una scena di me
che stringo nella mano un lume
tra corridoi di siepi e luci
intermittenti

…" au bord de la lune, mon ami Pierrot…"
Com'è rimasta dentro quella nenia?
canticchiava alla culla di mio figlio
Sherifa, disegnate mani di hennè,
l'ho come persa nelle giornate smesse,
(non avvisa il ricordo
s'appiglia a squinternate tracce in un palazzo
secondo piano, rue Eve Noelle, Tunis).

La stessa luna sopra Monastir deserta,
pochissime le case allora, il minareto immerso
nella sera di fine estate
a dorso di cammello percorrere la spiaggia
per chilometri senza anima viva.

Un album della mente, fotografie scattate
clic, un battere di palpebre.
Abbraccio il mio vissuto, brocca preziosa
e imparo a non svendere nulla di me stessa
non più
cerco riparo nell'intima mia teca
oltre la luna.

Bassa marea
In quante lingue l'eco può far ritorno
e quante pietre e sfalsati piani, o rupi
in pianto d'argento
cui mirabili voci armate di sussiego
sparvieri a caccia di feriti
fanno l'ombra.

Ti giunga la mia voce nell'idioma
che luna chiama luna
e adesso vado
lascio
questa marina frastagliata a picco
in cui sono una riva senza il mare.

Cosí
L'altra faccia del ventaglio
azzurro verde traforata
a letto ascoltare Mussorgsky
notte sul monte calvo
o Dizzy Gillespie
contraddiciti pure: io ti conosco come
i miei pugni in tasca, catenelle
di occhiali
dallo specchio mi osserva
e incrocia sul finire, lei me,
nei confini di carne ancora soda
ma per quanto? Il tempo scade e…
conosci quella data?

Mi resta una manciata d'altri guizzi
un'urgenza di spesa nei mercati
a livello strada
tu
portami un po' di spiccioli
comprerò qualche penna e qualche addio
magari un bacio dalle labbra
morbide, una peonia in fiore
da mettere nel prato a mezzosole
e luna guardi, crisoelefantina
rivestire la notte
necessità di stringere parole
dove non sono braccia a contenere
l'ombra che avanza
e
intorno
crescere il fuoco e l'ansia
del mattino.

Durata
L'olivo dalla chioma d'argento mi somiglia
solo che esisterà ancora
quando delle mie ossa nemmeno la polvere
potrà nutrirne le radici.

E lo saprò
che il tempo di una vita
sia tralcio foglia o frullare di ali
è solo irripetibile momento.

Una e luna
Una
a far da contraltare al mio ingegno
una
ma può bastare
È suo l'andare lento
mano nasconde sasso
di squisita fattura
risvolti minuziosi
di glaciali piumaggi e scivolati
arpeggi
giù dal rigo
contrapposti
alla mia brocca colma
a fenditure
tenute ancora insieme
con il gancio degli stagnini a salve
(partiture nascoste un po' ingenue
e credenziali zero).

Eppure
lui
torna ad ogni passaggio della
luna
contro l'algido segno
vince il fuoco
vampa di me che abbraccio
con il sole.

Quadri e cornici
Un quadro
misure estreme non
le potrai contenere in una stanza
no
ci vorrebbe soffitto di cielo
e parete infinita
eppure resterebbe incompiuto
nel cuore di Dio
Non ci sarebbero musicanti
a sottofondo
delle notti regalate ai sogni tra lenzuola
d'altre forme note
benché vestite del mio non esserci
non sarebbe mai la stessa musica.
Non sono un pittore d'interni
amo le nuvole e benché
mi soffermi sulle cose minime
adoro il vento
e le braccia degli alberi
il fulmine che mi prende in petto
mentre squassa il mio nucleo.

Demarcazioni
Lo vedo, è notte sui torrioni
la ragione dorme sotto il ponte
abbracciata alle alghe del fossato
il mio castello si sgretola, vestigia
ma splendide, direi.
Affanni e clarini
il cielo allunga spade orientate a nord.
Viene con le saette a pretendere il tempo
il mio dimenticato, il suo giocoso
a distrazione di un passo che
batte punta e tacco
nelle tempie.
Una fila di perfette nozioni
non fanno un solo gesto d'anima
non una rosa che si attacca petali
con sogni al vinavil.
Ecco mi sfoglio, invio per posta celere
pagine ammiccanti un po' equivoche
là dove sarebbe certo solo sussurrare
silenzio, e mi sciolgo dilagando a un crocevia
senza semaforo.
Con ampi giri vola
il mio falcocuore sul confine.

Il ponte
Il ponte sullo stretto arriva a Roma
sospeso sopra un mare di risate
a volte stroboscopiche
lei direbbe prismatiche
piloni in carta semplice.

Si percorre con mezzi di fortuna, basta
pure un triciclo
o una corsa su pattini
le rotelle ci girano comunque.

Ha parapetti d'oro-sole e spartiti
musicali
falchi e colombe in volo, sotto passano
navi
dirette a nord e a sud

tra nuvole sospese a bassa quota, raggi
di luna e d'altre stelle
alambicco d'azzurro
il succo ne distilla

ora che il Sole è alto
e Luce sulle luci attarda e inonda
il passo mio si fa veloce e la mano tende
a lei che disinvolta
canta
alla sua voce un coro
di sottofondo
già si fa preghiera.

Di che si tace
Sagoma a tentoni
il limite che non appartiene alle ossa
la superficie di una forma
scabra, impronte nette
di nerofumo
il salice annerito brucia, tra le felci
è scoppiettio di larve
pupe in letargo non
saranno crisalidi.

Arriverà col vento d'occidente
prima uno schiaffo d'aria
poi
pioveranno nuvole e veleno.

I nati morti saranno favoriti
quelli vivi avranno gli zoccoli spaccati e
una casa di scorie.
teche di porte chiuse, all'occhio di normale
non arrivi blasfemo
il bifidocaudato
arti in soprannumero o assenti
In fin dei conti i centri di un don
benefattore
al recupero mostri
non attendono corpi e visi lisci.

il dio delle discariche industriali
dell'immondizia d'oro
di carne umana vive.

Calendario
Si adattano
amori consumati in fretta
agli interstizi
verdi sussurri di parietaria
nè mare, nè sabbia,
onda di segatura,
passeri sul rigo del telegrafo in fa
diesis
ribollire di sangue le tronche
parole di miele

calendario dei giorni che non
verranno mai
promesse perfette di niente
spose d'autunno
sull'asse da stiro

officiante di sera a porte
chiuse
l'indomani dimenticata festa
scatto di serratura.
Fuori sul davanzale una
piuma.

Vernissage
Avenue de la Liberté, nombre 14
poco distante dalla sinagoga
era lì che attendevo, nell'abito di seta
tagliato da un autentico kimono
un costume di scena tra le robe
del teatro in disuso.
L'Istituto Culturale Italiano
apriva le sue sale alle mie tele.

Ventitreenne giovane pittrice
esordiva il dépliant,
promettente dicevano gli inviti e
il Direttore amico degli artisti.

Stringevo mani, dispensavo sorrisi
l'emozione mi arrochiva la voce.
Il libro aperto sopra la consolle, in attesa
di firme
ed ecco nomi, e segni d'entusiasmo
l'augurio dell'amico tunisino
già pittore famoso

ed io confusa
col mio bambino in braccio
e un altro che aspettavo…
Fu così che li scelsi.

Rifiutai quell'invito: La "galerie des..."
(dimenticai nel mentre)

e poi ci fu la cura degli amori.

L'ora del Tao
Si è fatta l'ora
che la sera ha timori aggrumati
desideri
tardi per scoprire il seno il fianco o
le curve sbiadite nel vestito
se di liscio si tratta, di piegato
gesto
o di capelli volti sulle punte di bianco.
Scaduta l'aria, la libertà del giro
tondo, pareti a virgola
parentesi.

Un indizio vi chiedo
voi che parlate umano
ditemi se c'è differenza tra
lo stupa, l'altare
e i passi che mi calco dentro.

Il Sole nero illumini il rovescio
ignoto
il Tao che si pronuncia non è il vero
Tao.
Anima intraducibile vagabonda
oscuro-luminoso Atman.
Io sono.

Il soffio, il vetro…
Al maestro vetraio ho chiesto se ricordasse
il tremolio del bolo dal cannello
e il colore del pianto
ma era disattento
perciò, quando nel palmo della mano
aperta
gli mostrai le mie lacrime
pensò che di cristalli da soffiare
fossero
perle o grumi
e non si accorse che le fiamme intorno
urlavano il dolore
(parola che si possa dire in versi
al posto dell'amore, quello è meglio nasconderlo)
e le rime non farle combaciare.

È lì che insuffla l'anima nel vetro
per renderlo infrangibile
borace e silice
oro a tingerne di sangue
la forma.

Eppure una domanda…
Eppure una domanda la farei:
è un'abitudine,
dimmi, questa tua mano sopra
la tastiera
questo scrutare tra le pieghe
il niente?

Tu voli in stretti giri
ghermisci l'aria per avere luce
il buio dentro una stanza che di un soffio
si sazia
e di speranza

C'è forse chi conosce il mio dolore
quanto di male offusca i miei pensieri:
Horus che pesa l'anima, di rose
sulla libra dispone a contrappeso
a pareggiar le spine.
A lui mi affido e piango sul suo petto.
tutta la mia stanchezza,
il mio non dire.

Schermi paralleli
Stanze liquide, al plasma,
esistere nel tempo di un incontro
con se stessi. Che altro?
Un rettangolo è forse ancora vita?
Somiglia forse a un letto, a una mensa
costellata di briciole?..È teatro di gesti,
braccia ripiegate su sé stesse
respiro affamato, parole.
Una finestra aperta sopra un viso
ne parrebbe il ritratto fin ch'è accesa.

Ma intanto è grido alto la Poesia
che ti adombra e ti scansa
oltre il sublime incalza e tu persisti
soltanto perché l'altra si sottrae.

E rimani sosrpresa di te stessa, avanzi
con gli spiccioli di un giorno che a fatica
hai percorso
prendi le cocche d'una vita sfrangiata
fili appallottolati tra le dita
e chiedi alle pareti una follia d'azzurro
uno squarcio da cui poter fuggire.

Ma non vorresti sola,
libero lo vorresti anche il suo volo.

Di che non so
Il tempo che bracca i pensieri sui versanti
di una malinconia senza nome. Le perdite a gocce
dei giorni, delle ore fanciulle, dei luoghi
convessi nei flauti di Pan
gli angeli a passi vincenti sui démoni.
I fiori mietuti col grano
Le mani che aspirano cisti dai corpi
che tentano inutili arresti
emorragie di numeri primi ed ultimi
il cuore lasciato in attesa
e maggio mai arriva
piuttosto l'inverno segaligno affonda
zanne, il viso ha sfumature blande
prossime al viola cupo

il turchese ha lasciato gli spazi coperti
a fronte dei dirupi, il falco vola
sfiorando fili messi a pentagramma e de profundis
clamavi ad te domine
abbi pietà dei grumi che le note vestono
e che altri deridono
figli di un dio maggiore.

Gli occhi perduti a reggere aquiloni
e smalti di sorrisi
a me lascia che il giorno sia canzone dei
rami curvi, degli sguardi semplici
dei miei respiri fanne una corona da pagarci
le notti, le veglie che mi parlino
in termini accessibili.

Uadi
      Lei:
le pietrose pareti, scivolate a picco
sulle mie mani in secca
S'era già spento il vetro della notte
Io ti cercavo
In uno schermo d'acqua…
Ma non c'era che ghiaia
d'una tastiera pallida, un capello
d'argento sul bavero del sonno.
Raccoglievo le briciole degli anni
le martellavo in echi nella camera.
Mi separava il tempo dal tuo sogno
tu che sei nato tardi ad incontrarmi.
Io che ti nacqui prima di saperti
e vissi prima di poterti amare
 
      Lui:
 Dimenticavo l'anima nel chiuso
fra le pareti di una tana accesa
curando i mali altrui, nelle giornate
dense di spossanti vittorie
o di battaglie perse tra le mani,
le stesse che accarezzano il tuo sguardo.
Lo schermo d'acqua chiara che mi tenta
con emozioni d'alveare antico
i favi ancora gocciolanti miele
non basteranno infine
né a vincere i tuoi battiti discordi
né a dilavare il male che mi opprime.
Se pure lo potessi
sarebbe sempre il tempo a farci torto.
 
Allora chiudo l'uscio alle mie spalle
e non mi volterò, se chiamerai.
 
 Allora vedrò chiudersi la porta
e non ti chiamerò, perché ti amo.

Il dono
Se ti amassi
avrei dovuto già lasciarti un dono.
Quindi non ti amo
perché se ti amassi non accuserei
il cielo di non averti qui
mi basterebbe solo che esistessi.
Non ti amo
perché se ti amassi non sarei infelice
di saperti cullato dalle braccia
che non fossero mie.
Non avrei mai bisogno di conferme
non dovrei stare all'erta, e mai
dimenticare che la vita è silenzio talvolta.
Non avrei desideri di bellezza
mi basterebbe questa del tramonto
né chiederei la massima attenzione
sarebbe sufficiente un tuo pensiero.

E per questo capisco che non ti amo
perché, se ti amassi, anch'io amerei
chi t'ama, e questo non avviene.

Allora vado
con il mio non-amore tra le mani
con il mio non-amore sulle labbra
e mi allontano
perchè nel non amarti almeno un dono
posso lasciarti infine:
la mia assenza.

Case
Di case lontane, di vissuti odori
di colori non scelti da me
mobili ignoti, abitudini e briciole sparse,
non le conosco, non frequento nemmeno
quegli angoli bui dove si arrestano le ombre
della sua giornata

io vivo nello spazio di un'immagine
un rettangolo acceso
un tasto che mi spegne.

Un allarme confuso, un assedio di suoni
cornamuse
nenie di un paradiso prossimo passato

A chi può interessare
un frammento di cuore? Chi vorrebbe
una trama ormai sgualcita
un sonno disarmato
un libro già riletto
una casa che vive in un pc?...

Barche
Non un semaforo all'incrocio di flutti.
Percorrevo distanze distogliendo
anima e sguardo da recenti tumuli
                          Stringevo i pugni intorno al niente
                          ed afferravo con orecchie sorde
                          bisbigli anziché grida
                          e tutto per andare oltre me stessa.
Era nella mia carne che giaceva dio
sotto la pelle introduceva spasimi
perché sentissi che la vita è vita.
                            Quando mi spinsi oltre le mie battaglie
                             vidi smarrirsi  logica e ragione
                             nemmeno le cicale poterono ammaliare
                             l'occhio di Aldebaran.
Mi spinsi allora, con la mia barca vuota
alla deriva, lasciandomi la scia di volti esangui
carne mutata in pietra
attraversai quel fiume che di notte
si snoda e scorre tra distanti rive
                              mentre il mio desiderio si afferrava
                              all'aldiqua,
                              rasentando gli ormeggi di bambù
e tu dall'altra barca, un solo remo
pertica di un affondo.
Un solo remo anch'io.

Riva
Segmenti nell'acqua della scia
disciolti
scialli di seta il mare sciabordio.
Tu luna delle sere e dei sospiri
nella stanza dei sogni
le maree
ne sollevi e intrattieni,
è dolce l'onda, il suo sorriso specchio
amore in sillaba

Ditemi che non dormo
ancora adesso ho le sue impronte
addosso, ed il suo cuore acceso sulle dita.
Angeli che s'inchinano
alla vita, e regalano tempo in un respiro…
cigno sarò nell'ultima mia danza
e lui s'inoltrerà nell'acqua chiara
per tenermi abbracciata nel silenzio.

Ditemi che non sogno
e che persiste in questa notte vagabonda
e tersa, il suo dono di brividi e di rose
le sue parole, il suo pensiero, il suo
essere sulla riva, in ogni cosa..

Prestare attenzione
Andiamo, e mi trascina via, mio figlio,
dai miei stessi pensieri.
Saranno foglie di un autunno sprecato se
rimpiangerai la primavera ad ogni passo e se
rivolgi all'ombra l'attenzione anziché al sole.
E poi rincara: forse dolori che ti sono ignoti
ti risparmiano ancora, forse nemmeno sai
quali finestre rotte hanno i cuori che dormono
per terra e quali lutti hanno stomaci vuoti,
non certo di parole.

Mentre curi i tuoi mali e tra le rose dipingi
nel teatro di spartiti e copioni
lui ti guarda con la pancia gonfia
affollato di mosche, senza peso,
bambino, non saprà d'aver vissuto.

Non puoi salvare il mondo, aggiunge,
alla rovina assurdamente indotto anche da noi

E forse prego
Mi inginocchio tra le quattro pareti di una vita
fatta a cassetti, panni sull'asse
ancora da stirare
frange di suoni appena udibili e il rosa
di un bocciolo alla finestra
e prego
mostrando al cielo quel che so di me
quel che non so…

Mi snocciolo in riquadri, nemmeno fossi un
cruciverba di quelli senza schema
definizioni scritte in altra lingua, se
questa è una preghiera, mica potrò risolverla,
non tanto facilmente.

Se mi soffermo lungo i tratti di
un dipinto fiorito tra pennelli e dita
a risalto di un sogno, i connotati recenti
di una fuga impressa dalla fronte alle labbra
in traccia di sorriso
curvato appena da un'opzione fluida
e già mi osserva
occhi di bruno tinti di castano
e il grigio dei capelli contromare…

Cielo, mi ascolti?
Mi obblighi a sentire tempie pulsanti
palpiti asincronici, esigi soluzioni, invece
le mie mani preferiscono invii di gesti
del colore del sangue e della notte.

In ginocchio mi arrendo al mio destino
certo migliore di chi non ha voce. Stacco
dai fogli del mio calendario cedole in bianco
pagabili soltanto al portatore,
cifre di soli zeri.

Obolo insufficiente
Giungerò, con la placidità di un fiume
lento alla foce, al giorno, in assoluto l'unico,
di segreti e di nebbie che
spegneranno gli occhi, e cateratte
a chiusura di processi cervellotici, amen
non pronunciati, scritti nell'aria coi respiri brevi.

Un macigno sul petto questa notte
mi tiene sveglia. Ho bisogno di ossigeno
e di comode scarpe per il guado
suole di gomma i sassi non avvertono.

Mi aggrappo alla tastiera, sciolgo la voce
asserragliata in gola. Mostro le tasche vuote:
Caronte rema, vira oltre l'approdo.

Io mi prometto il prossimo mattino.

Anche il mio amore vuole il suo domani, lui
mi vieta di andare, dice: gioia, non pensare
alle ombre, non evocare scene che appartengono
a spettri. Vola d'azzurro adesso. Ti trattengo,
mia farfalla insperata, nel crepuscolo.
E mai, ti giuro, mai permetterò
il tramonto.

Il viandante e la farfalla
Ha forse la parola una farfalla? Non quando vola
e nemmeno posata sull'acanto dei
capitelli, quando
osserva il saltellare,
il gracidar di rane, le capriole
delle cerve in amore. Gradisce una farfalla
posarsi sul pensiero, sostare sulla fronte
una carezza ignota.
Conosce le fermate del viandante
ma non gli pressa il piede.

Spesso si mimetizza tra le stoppie
per sottrarsi ai rapaci.
E s'addormenta sola nella sera
quando la luna abbraccia il cuore stanco.
Sotto il portico antico fronte mare.
sistema le sue ali, le rassetta
e ne distende gli orli col sorriso.

Gufi e civette a caccia silenziosa
la vorrebbero muta, ad ali chiuse, ma
lei non fugge, impavida si posa sulla mano
che non trattiene, che
la vive d'aria.

Daojiao
Ondulazioni lente le mie braccia
tracciano curve balinesi, non pregare
di gioia
doppia lama la luce mi scardina
vene

Verrò come un'anfora in secca
ricolma d'abbaglio,
le rose, i leoni di pietra
le lingue di bronzo a catena
gli schiocchi al palato
la gola di bianco sorpresa. Se muovo
le dita
trapasso lo schermo, carezzo una fronte assetata
di sosta e di quiete.

Conducimi vita, al confine di sassi
e di stelle
se un colpo di tosse mi allarma con sillabe
strette,
se stringo al mio tatto l'odore ologramma
di un corpo, respiro di seta
il mio Tao.

Impermanenza
C'è una scarna maniera di consistere
un'approssimazione per difetto
raccogliersi di pioggia nelle gronde
e perdersi nei rivoli
infilarsi di sbieco nella storia
mentre chi farà vivere il domani
ha radici che mordono la terra

C'è la possibilità di non sparire
di soffermarsi almeno un giorno
a credere.
Che poi se un orologio senza sfere
nella circonferenza compia un giro
sarà la tua illusione.

A ticchettare non è certo il tempo
ma solo il tuo percorrere di sangue
i canali del vivere
un tuffo nell'attesa, sibillino
il responso: l'azzurro è noncolore, spazio
e il corpo
soltanto un'apparenza.

Disegno il tempo
Accolta fra le braccia, accoccolata
diafana quasi al centro
ti respiro
scendi per le mie valli, il tempo rassegnato
mi consegna la pendola che tace
io scrivo l'ora: oggi sono felice e…
L'eternità mi giace sulle dita.

Dalle profondità dell' ES
È sempre festa
in un lontano specchio
il riflesso del sole.
È sempre pianto
se chi mi abbraccia
anche di spilli mi trafigge

ma io non torno indietro
e lascio all'ombra
il compito di chiudere la porta
con gli stracci mi ci tappo la bocca
e copro gli occhi
mi racconto del buio, e nelle orecchie
ascolterò le note del mio sangue
farsi sempre più lente
fino a non farmi male.

Oltre il giardino
Avremo parole a contenere le strade
e le mille e una storia della nostra pazienza
avere il fiato addosso
sentire il fuoco della vampa
farsi tenero fiume nei passaggi
segreti

nascosta nella giara
all'ombra sotto l'edera, la chiave
d'un azzurro sogno, d'un riposto cielo.

E quando si farà pressante l'aria
quando nemmeno la parola basterà e il suo miele
avrà come bersaglio l'uscio chiuso
e la distanza incolmabile dei passi
mi farà irraggiungibile
allora
ricordati quel sì
quella promessa fatta all' anima mia
nascosta come perla nella carne vinta
ricordati
quando verrà il momento e sarai solo
di fronte all'infinito
-io ci sarò-

Minime (?) COSE
Una tazza da tè nel lavandino
sul pensile barattoli
allineati
la sinfonia dal nuovo mondo, Dvořák
risuona gocciolando nell'immenso

madreperlacea lunula il mio dito
scrosta minuti da una vecchia pendola

la fila di coperchi
le casseruole vuote
i panni stesi
sul davanzale il vaso di basilico
il sole nell'ampolla dell'aceto.

ondeggiano del glicine
tralci leggeri al vento, tra le foglie
sospesa una figura mi sorride…
Un paio di rose
scolorano di petali il giardino.

Enigmi
Fasciame per enigmi, lettere cancellate
dalla chiglia
di una barca arenata.
Ovunque c'è il frinire di cicale
tra la campagna e il mare, un' equazione
sulla lavagna tesa orizzontale, scritta
da un genio avaro di parole.

Io me ne andrei chiudendomi la porta
piano alle spalle, se non fosse ancora
l'anima mia a restare
chiamando pietra la speranza e varco
nella nerezza ottusa una scintilla.

Ma so che non si possono pagare
le rate di un amore all'infinito
col dolore dei tendini, né il sonno
scambiare con la vita.

Mai si può dire
Mai si può dire al vento
di farsi indietro o di soffiare piano
mai si può dire al sogno di aspettare.
Vivo di vita spicciola un racconto
quasi sfogliando il tempo di un rosario.

Diradata mi approssimo all'orecchio
di un divino sospeso
ed inquietante sgocciola il pensiero
io liquefatta
sono un astratto stingere nell'erba, il mare
un suono un fatto un libro aperto
a fianco il gesto o la ballata, il tratto
di una parola impronunciata
l'acerba forma di un' età svanita

se tu la puoi abbracciare
se tu la puoi vedere e niente inganno
nelle tue braccia tese, solo cenni
di un voluto sorprendersi e gioire
al tuo fianco rimango
mentre spando di me, della mia cera
tra le tue mani forme da plasmare.

notte fatta.
Un che di luminoso oltre le stelle
visibile soltanto con il cuore

Amicizia
Era il dolore sì, e l'ansia nera a trarmi
nell'oscuro… che quasi non vedevo
e tutto era dipinto di quel sangue
che volevo ignorare e rifiutavo mio.
E tu restavi con il tuo calore
mi avvolgevi di braccia e di parole
quasi ignorando il luogo, quell'odore
di sofferenza esplicita.
Tu avevi il sole fra le mani e gli occhi
finalmente tuoi verdi,
eretta sulle gambe di gazzella
così come ti vedo, amica mia.

Non sono quattro passi fra gli archivi
a percorrere vuoti di memoria
o registrare immagini,
sono voci di un dentro che reclama
il canto di una sera, prima che sia discesa

Amore ameno
Essere all'erta con gli stivali dalle
sette leghe, da Mosca agli States
perimetrare zone dilavate nel sangue
altrui. Portare i segni di una lotta
mai vinta né perduta
singing my Dylan, ti ricordi la Baez?
Poi venne il tizio lì con gli occhialini
morì
prima d'aver potuto constatare
che le donne si uccidono
tra loro.

Prendere con i guanti i dolori degli altri
quelli in polivinile
usarli con la faccia rigirata
quindi gettarli via con l'acqua sporca
dov'era scolorito il vero amore
o il non amore,
l'uno vale meno che niente,
l'altro pure.

Svolgimento di refe agucchia e trancia
di parole amicali
hai innaffiato il giardino? Sei stata dal dottore?
Oh, come scrivi bene! oh, come taci!... E,
mani sprofondate nelle tasche,
due pugnali.

Di solitudini
Alla tua solitudine lo posso raccontare
dei miei pensieri cavi, e delle notti
calate sulle rive di soppiatto.
Tu la conosci, è specchio al tuo sottrarsi
anche la mia
ch'è sabbia, neve, voli e
speronate a picco.

A te lo posso dire, fatta di nebbia io sono
quindi nei vuoti d'aria m'abbandono
per una tregua minima
se vuoi
tu che ti specchi nel mio nulla
puoi, nella forma del buio,
porgere la tua mano alla mia assenza.

Ora vorrei
Ora vorrei di cielo
un vetro terso dal quale osservare
le cose che non hanno destino
quelle lasciate indietro con le orme
il desiderio
di un sapore gentile
forse di un tè alla menta e gelsomino

Ora vorrei di terra
un incalzare di respiro senza
l'ansia di andare
o promettere spazi che negai
perfino a me quando era tempo
voglia
di libertà di vivere chi sono
di sapermi dannata, forse, oppure giusta
e di stendere veli.

Ora vorrei accordare il mio sentire
al fuoco del mio mare.

Quelli che
Restano come briciole sul fondo
di un cassetto tarlato: sono figure minime
hanno strascichi duri di ferraglie
bavagli neri, sensi portati oltre lo stremo
di polvere bianca
una favola persa
distante dall'amore più dell'ultima stella.
In maschere e sogghigni
si afferra ai fianchi con le mani adunche
rapina il cuore e i sensi
ha musiche e trasporti, ha perfino parole
di poesia, ma tentacoli sfuggono dall'orlo
d'un tempo morso dalle sfere rotte.

L'illusione di un nome, che sia il solo
adesca ancora come fiore nato
nel campo dei sospiri.
chi beve al suono delle lame trancia
la rosa, non importa al vento quanti
petali perda, né il profumo
avverte dell'amore leggero tra le dita…

Conoscono il sapore degli estremi appetiti
il numero li adesca, colossale,
hanno nel petto un mostro cui sfuggire.
Frequentano l' eccesso
tra le favole morte, un che d'insano
un silenzio remoto che stordito
ne estingua ogni fragore.

Grandezze
Mi confesso alle cose del cielo
prima che il gallo canti o che il rumore
della giostra dei tempi imperfetti
coagulati
vernice sull'unghia
nodo di spago avvolga il soliloquio.

Vorrei mimare il suono del caffè
che sale: crsh crsh
spengo dal suo sognare, forse, (che ne posso
sapere dei suoi sonni?) il moscerino
appiccicato al vetro. Sono la Parca che decide
i suoi ultimi istanti, suo malgrado
il suo dio, anche suo agguato.

Lo tsunami di un microbo
basta un colpo di tosse.
Un elemento che sia acqua o fuoco
o divino delirio
una scossa del mondo
siam forse molto più che moscerini? Chi
lo può dire? Chi lo può affermare?
più importante di un uomo
forse
il clostridium botulinum.

Di mare
Vedo staccarsi intorno a me la vita
le chiglie speronate, le zattere di giunchi
ingarbugliati
non ci saranno dita ad aggrapparsi
né tantomeno funi.
Tra me vado esperendo
rea confessa, irregolare
Kore dai mille passi.

Maieutica l'arte che non lascia scampo
sui banchi del dolore fa lezione
infligge straniamenti
audaci desideri incontrollati.
Tremo e mi danzo
oltre il profilo labile del bordo
travalico la forma e mi sospendo
ad alternanze di pensieri indocili
nutro il mio cuore di scompensi e sale
in stille
lacrime del mio mare
annego ancora

frattalMENTE
So che la voce che mi parla quando
il divino mi trafigge d'ali
ha timbro e suono udibili soltanto
al mio spirito nudo
So che allora
più che parole vivono le danze
di cellule vestite d'infinito

Mi riavvolgo nei quanti, in frattali di luce
indi mi svolgo
mentre mi sfuggo microcosmo-Alice
indosso oltre il confine le galassie
dall'altro punto estremo mi concentro
nel rovescio concentrico del sogno
frammento di frammento di frammento…

Graduatorie
Poco più della media
"issima" mai sarò
il podio è già occupato dalla musa
di me non saprò mai la posizione.

Al bivio sono e rappresento
il fiume, esondo
anche se ho un mare dentro
anche se in me si ricongiunge il tempo
se pure raffiguro luce e incanto
con parole che stringono l'eterno.

Io non sarò che un'ombra tra le tante
comparsa effetto notte
inconsistente.

Irregolarità
Annaspo
annego
nelle mie parole

ai cercatori di preziosi
ai genii
io granulo di sabbia
offro la voce
il passo di una danza
l'inesperto sfogliare
gambe e seni

spero
non ne sono sicura
d'esser perla barocca
a intenditor di bizzarria
selezionata.

Essere amata è sogno:
per questo ci vorrebbe
un'altra vita

Rogo
Scintille sparpagliate
su nerofumo seppia di una griglia
parole incise
corro a perdifiato sui trampoli che il sogno
mi ha fornito, è trafitta la strada
dai miei tacchi
pure son io la strada e il dislivello.

Amo guardarmi intorno, rilevare
le cose sotto i sassi
quelle nascoste tra le pieghe e il dire,
dall'alto conto i passi, le festuche
che volano nell'afa.

Se pure sulla fronte sento il soffio
della vampa distante
al transito mi appresso. Vorrei scendere
adesso, dai pensieri
assentarmi, nascondermi, e non posso.

Il non esistente
Esiste la parola significante il vuoto
ma non esiste il vuoto, che non è.
Come possiamo concepire il nulla? E l'oltre
e l'infinito, e il tutto?...
Frammenti siamo di un intero, il sogno
ci racconta di mondi virtuali.
Intorno a noi lo spazio, e noi il contorno
una forma che ci ospita e costringe.

E in questo vuoto che crediamo pieno
lasciamo tracce fossili
memorie cocleari
mentre il nostro pensiero all'arrembaggio
va popolando i suoi distanti cieli
di miracoli muti e sordi dei.

Andamenti
La vede qualche volta la mia anima
perfino l'accarezza
e le sue mani sembrano farfalle
assorto guarda il bordo dei miei gesti
le pieghe ricadenti del vestito
talvolta sa osservare oltre la maschera
filigrana di rughe sul mio viso
quindi la danza al centro
di me stessa

il suo parlare allora si fa denso
e come un cannocchiale rovesciato
nel concavo raccoglie
il microcosmo.
A distogliere l'occhio un taglio d'ombra
partiture furtive
movimenti di piani, allegri, adagi.

Finita nel sussurro l'attenzione,
separati dal vivere, smarrisce
il mio ricordo, una spruzzata d'acqua,
aceto sulle tempie
i sali annusa delle sue abitudini
per riprendere ancora il suo cammino.

Marea
La luna apre le braccia e chiama il mare
nei capelli d'argento
le parole
sorprese a scintillare sulle labbra
formano bolle d'aria

è sospesa la luna, ha l'aria stanca
il sognatore
nella barca sull'acqua sfiora il tempo,
ma la promessa attende
in riva al mondo

Aladino
Nel cerchio della lampada
sfida il suo Genio a una partita
a scacchi
di fianco la regina frammentata
fugge perdendo pezzi
il re vorrebbe fingere l'arrocco

ha la catena al piede, è prigioniero
di bianchi e neri
e teme le maree.
La regina raccoglie nella luna
capelli sulla cima, appunti d'ombra
a tessere le trame nell'argento.

Sulla scacchiera vuota ora rimane
solitaria una torre a sentinella
di riquadri d'assenza
scala Mohs

il Genio sfiora appena la lucerna
ed Aladino torna nella lampada.

p-RECISIONE
Vorrei tagliare adesso il tutto incluso
prima che mi sia d'obbligo
falciare il sangue senza andare a capo,
Mano nella mia mano
andrò da sola
in zone ignote tra lapilli e cenere,
nessuno ch'io ritenga responsabile
Dite che accade a tutti?
Dite che sono stolta
se ancora posso credere all'amore?

Allora eccomi qua, mi porto fuori
le masserizie infinitesime, gli scarti
nemmeno c'è bisogno di smaltirli:
un giorno scalerò con decisione
la vetta di un vulcano.

Giunta sull'orlo
avanzerò di un passo.

Plume d'oie
Se mi afferrasse
sarei tempo morso da battiti, se
mi ponesse infine l'etichetta
quale sarebbe il nome
quale parete adatta
il lato a mezzanotte oppure quello
a sud, nel suo museo:
"anatide di passo"?

E come potrò mai considerare
l'essermi vita scritta?

La parola sancita, non importa
sotto quale vestito e quale nome
si spoglierà per rivelarsi
nuda
penna affilata, sola via di fuga.

Di vuoto e altre cose
Il rovescio del vuoto non è il pieno
è un pozzo chiuso a fare da confine
le mani messe a coppa, ne trattengo
l'eterno scivolare.

Uomini come immagini e disegni
sagome dai contorni approssimati
e c'era il grano
c'erano i fiordalisi, i piedi stanchi
il sapore di more, la ghiandaia
ticchettare sull'albero d'olivo
e sotto il pino le processionarie
Come faremo?
il cane ha il muso gonfio, mio figlio l'allergia
ed io stasera
sicuramente non mi sento bene.

È una liscia parete il vuoto, una falcata
lama le ginocchia, nell'infinito
un guanto rovesciato.
Lui l'apparecchio acustico lo toglie
non vuol sentirmi viva.
Nel silenzio
spera di trattenere il mio ricordo.

Sineru
Tesserò con fili di luna
la stoffa della tua camicia
ti vestirò di cielo
Maestro delle spade adamantine
fiore di vetta e raggio dei sentieri alti

è la strada che adesso ti si inchina
benedicendo l'orma
che la calca
e l'aria ha luci di colori nuovi
trasparenze
donate alle tue mani
che risanano e donano la vita.

Gli stolti che la roccia
al monte Meru
cercano appigli e scale ed ascensori
sempre distante a loro sarà il sole
e più lontano ancora
il giardino di Dio.

La poesia
Mi attraversa, e sorge da matrici
preistoriche
o ancora oltre, rombo di galassie
che trafigge le costole
piuma e granito
non si ripete mai nel suo percorso
eppure fa il suo letto quando è calmo
tracima nelle ossa, mi sparpaglia
quando ha voce di tuono.

Mi frantuma nei mille e più
d'ignoto mi stordisce la nuca , quasi uccide
la me di desideri minimi
sorprende pigolante un io smarrito

eppure in essa unicamente vivo
è in quello spazio tra respiro e respiro, che mi nutro.
Ad essa mi abbandono, se pure tenta sibili
anomalie di lingue e di spergiuri pensieri
mi risiede.
Sarei morta da secoli se Lei
non mi avesse prescelta, non mi avesse
distrutta e ricreata in ogni abisso
in ogni stella estinta e poi risorta.

Megaride
Sta occupando il mio spazio dalla fronte
alla punta dei piedi
pietrose lische
contamina di piombo isole agglomerate
liquefacendo vita
mi divento metallica, cromata.

E fredda
pelle congela i miei vapori.

All'apparenza simulo una forma
braccia d'avorio
perimetri di sangue e di respiro
ma dentro è lei che avanza
con precisione e squame
di cemento

sotto il vestito
una marmorea coda

sentirò l'onda battermi sull'orma
cancellare i miei piedi.

Mai si può dire
Mai si può dire al vento
di farsi indietro o di soffiare piano
mai si può dire al sogno di aspettare.
Vivo di vita spicciola un racconto
quasi sfogliando il tempo di un rosario.

Diradata mi approssimo all'orecchio
di un divino sospeso
ed inquietante sgocciola il pensiero
io liquefatta
sono un astratto stingere nell'erba, il mare
un suono un fatto un libro aperto
a fianco il gesto o la ballata, il tratto
di una parola impronunciata
l'acerba forma di un' età svanita

se tu la puoi abbracciare
se tu la puoi vedere e niente inganno
nelle tue braccia tese, solo cenni
di un voluto sorprendersi e gioire
al tuo fianco rimango
mentre spando di me, della mia cera
tra le tue mani forme da plasmare.

Riva
Segmenti nell'acqua della scia
disciolti
scialli di seta il mare sciabordio.
Tu luna delle sere e dei sospiri
nella stanza dei sogni
le maree
ne sollevi e intrattieni,
è dolce l'onda, il suo sorriso specchio
amore in sillaba

Ditemi che non dormo
ancora adesso ho le sue impronte
addosso, ed il suo cuore acceso sulle dita.
Angeli che s'inchinano
alla vita, e regalano tempo in un respiro…
cigno sarò nell'ultima mia danza
e lui s'inoltrerà nell'acqua chiara
per tenermi abbracciata nel silenzio.

Ditemi che non sogno
e che persiste in questa notte vagabonda
e tersa, il suo dono di brividi e di rose
le sue parole, il suo pensiero, il suo
essere sulla riva, in ogni cosa..

Di selve e di sabbia
Contrassegnavo i tronchi delle acacie
per non perdermi ancora
avevo le ferite aperte, allora,
che nessun unguento mai guarì, e mari
nei posti più impensati delle selve.
Perciò le mani vuote
delle rose che pure coltivavo nei giardini
dell'eros, ora sono le ombre proiettate
sul muro di cemento
aquile o lepri fuggitive
davanti ad una lampada cinese.

All'erta sugli spalti,
l'orecchio teso invano sulla bocca
al custode distratto
temo lo scalpitare dei cavalli
gli zoccoli che avanzano implacabili,
eretto a cavalcare, intabarrato nell'incubo del gelo
il Grande Mongolo…

È qui, su queste terre dissacrate,
disarcionato e inerme il mio guardiano,
ali ridotte in polvere.
La sabbia è una barriera alla mia voce e lui
non può sentire il mio lamento.

Velo
Adesso il velo, uno di quelli fitti,
e mi cancello.
Di me si scorga solamente l'orma.

E
in lontananze e oscurità gentili.
il gesto mai compiuto
l'abbraccio mai toccato.

Trafitta da spiragli
nella discesa frano e il nome mio
lo spengo sotto il manto. Altro mio dono
sarà l'ombra e il silenzio.

così il pianto per me tu non l'avrai, né soffrirai l'assenza.
È mio lo schianto, mentre ti stringo al petto
col pensiero
le parole che vestono carezze
i miei sguardi d'eterno a farti il nido
nello specchio del mio perdente amore

E andrò a morire sola e senza un grido.

Se potessi
Se potessi sfogliare il tuo cuore di farfalla
compressa nell'intervallo di te che vivi
e di te che sogni
se potessi
ti spoglierei di quella nebbia che ti vela
ti racconterei di strade
percorse a passo lesto e di statue
sulle rive lontane.
e di mughetti

Sulla soglia
Liscia la pietra sulla soglia, un grigio
approdo sbottonato in fretta, muto, nei capelli
girati sulle spalle, una mantiglia
d'ombra, le mie ciocche d'inverno.
Immersa in anni
che galoppano al limite del tempo
io reggo un'argentata
fune, una treccia d'insonnia.

Alla catena un orologio matto
mi appassisce la vita

Tu mi guardi dal ramo alto, sorriso
che dilegua e riappare
chimera t'amo e resto in abbandono
amandoti nel mai
nel nulla
ancora.

Spero mi sia improvviso il colpo
d'ala.

Accenno
Accenno un giro lento
un cadenzato assorto paso doble
avvitamento
sul perno di me stessa
e poso adagio poi
senza spessore
l'ultima resistenza opposta
al vento

la musica procede nell'assolo
di una chitarra triste
intorno cala
tela di nebbia smossa
e sul fondale
di questa scena vuota
ora permane
l'eco del tacco
come un'ombra al suolo.

Ipazia di Alessandria
Alla caviglia lesta il bordo della tunica
brezza dispone e lascia
intravedere i lacci delle calighe
il piede posi, Ipazia dalle chiare virtù
luce donata agli uomini, profilo
sull' astrolabio svetti, accordo in cifre
dalla Vergine a Sirio.

Tu, mia Maestra sei, malgrado al bando
il tradimento ti condanni
e il cirillo di turno ancor ti uccida.
E mentre tu ignorata, tu sublime,
il reprobo ha gli onori dell'altare…

Così di me ti affido
l'ultima luce che mi disorienta
perché troppo brillante
perché non ho la stessa tua visione
io talpa
che brancolo al nadir, nemmeno infrango
le regole di un macabro ritorno, io che non rido
piango, ma inutilmente
e tu, prima tra gli uomini sapienti,
per ironia risiedi
nei frammenti, nella casa del boia.

Attendimi, astro che mi schiarisci
e che mi ispiri il passo,
l'orlo della mia vita
non sia d'impaccio al rendermi il traguardo.
Incoraggiami, ed io
percorro il sangue, in questo tempo giunto
alla scadenza
e mai ti perdo
ultima casa della mia speranza.

Fuori dal campo
Io non conosco le misure estreme, nacqui
nelle terre di mezzo e attraversai poco profonde
acque, lambire appena i piedi
e spendevo gli spiccioli di un giorno qualsiasi
le briciole di pane di un lunedì
oppure di una festa
di altre minime cose nelle tasche
e venivo a guardare dalla ruggine
di una vecchia ringhiera
lo svolgersi di un fiume tra le case

passavano tetri con le mani
serrate al petto gli habitués degli eccessi
e a guardarli mettevano brividi
eppure si sedevano nel campo di papaveri
neri, a simulare rose.
Ridatemi il mio cielo terso, il mio restare
in disparte, quello che chiedo, infine,
è camminare ancora a testa alta.
un sereno e sicuro silenzio nel quale
riposare
e poi dormire.

Ribaltamento
È solo ad esserne capaci
scindere e capovolgere le cose e stare
dove ogni lembo di pensiero, ogni
concetto è quello che tu vuoi
e vedere
svolgersi trame mai previste e mai
neppure immaginate, il cielo capovolto
il mare un buco
nel centro delle nuvole, il silenzio
dardeggiare di musica e colori, e tu,
disciolta , solo una bava d'anima a impregnare
della tua non essenza
il non ancora…

Ritmi
Tum – tum – tum - - - - - tumtum
è lei
ho paura
avanza a piedi scarni, ha
la testa di dietro e guarda in basso
nulla di umano, anzi
proprio il contrario.

Tum – tum – tum – tum – tum
tutto bene
ha fiori rosa, musica giallo oro
una carezza rossosangue in mano e
sdrucciolate libere
ahahahahahah
risate nelle vertebre

tum – tum – ssh – ssh – tum – tum
sìììììììììììììììììììì
ohhhhhhhhhh
ti colpisco così, ti annichilisco
nera domanda
tu
esci adesso di sghembo, fuggi
via
ho altro da pensare.

La verità
La verità
dove l'ombra è più fitta
si accuccia e geme, non può smarrirsi
nelle attese
la verità è una lama passata con il filo
sulla lingua di un muto

se dirla
suscita noia, fastidio, e voglia
di dimenticare
anche non dirla è un rischio,
lembo di straccio a chiudere la bocca…

La verità
è il silenzio e solo quello
che permette di avere un sogno in tasca
e ti porta lontano, fuori tiro,
perché se la menzogna
può far male
ancora peggio è rivelare invano
i tuoi frammenti, forse la tua vita.

Il segreto
Lo porterò con me, dipinto
di cobalto, e avrò la spada della mia vittoria
sulle pietre dei sogni inconfessati, non
per avvilimento, ma per bellezza estrema.

Il limite è follia, io sono il centro
Io sono
nella caducità delle cose il punto fermo e
della mia poesia vestirò il vuoto
il mio dolore di
non essere in tempo.

Mai
lo sapranno gli argini dei sensi
mai lo potrà sorprendere in se stesso
chi veste l'abitudine
io che in disparte vivo
di sangue caldo solamente il suono
io che dell'aria vivo.

Tra lune e soli
Tra lune e soli
squarci nel vivo rosso sangue
cellule già in attesa di impazzire
ombra tagliente che sparecchia la vita
e toglie il senso.
Ed è sussurro lieve il testimone
lo scalatore di montagne
e fuoco
preso in prestito a dio
croce
ma pure sasso inviolato
vetta
a piedi nudi ti percorro e muoio
mentre si compie altrove il mio
mistero.

La ragazza di Via delle Spighe
Era un vestito a pallini bianchi e rossi
sopra la sottoveste inamidata, quasi una crinolina.
Inizio anni sessanta
la musica del Platters, John Coltrane, i Beatles
Aretha Franklin ed Elvis Presley
si ballavano rock, oppure lenti, cheek-to-cheek
per uscire la sera
si andava quasi sempre da un'amica
e si tornava a casa entro le dieci.

Lui la lasciò per strada,
era d'estate
otto di sera, c'era ancora luce.
Attraversò la villa comunale
poi, d'improvviso, le calò la notte.

C'erano già le stelle, dalla pietra
fu l'ultima visione di bellezza…
furono mani e spinte, e voci crude
il dolore avanzava in ogni anfratto.
Aveva braccia inutili, mio dio,
le gambe stese senza più una fine
e soffocava l'anima e la gola.
Il branco non conosce la pietà.
Ma forse c'era un dio su quel viale
un dio che non voleva
la sua morte, ma qualcosa di lei
era già morto.

E allora seppelliamola
in silenzio
un tuffo dalla sponda di un balcone, un volo che
potesse confermare
l'avvenuta estinzione. Era un vestito
di cotonina con pallini bianchi
e rossi, a farle da paracadute, sopravvisse
a quel salto
soltanto il cuore, il corpo restò muto.

Accade
È tutto all'improvviso che si accende
di colori e di luci la mia stanza
girano in tondo luminarie e voci
escono dai cassetti baci e rose
Si ferma il tempo ancora e gli orologi
si afflosciano sull'orlo dei pensieri
mentre un abbraccio torna a fare il nido
dove l'amore è battito e respiro

Toccare un sogno a dirlo non si crede
la vita ha zone d'ombra e a volte basta
accendere un sorriso tra le mani.
Mi guarisce con gli occhi, mi sorprende
incredula e felice. Ora vorrei
che si potesse dipanare il sole
e che un prodigio tridimensionale
unisse due figure sul confine.

Il giardiniere
E quando sono tante le rose del giardino
ed una è già sfiorita e un'altra sboccia
il giardiniere non sa quale amare,
tutte vorrebbe sceglierle la sera
a profumargli il tempo che s'oscura
quando le sfiora con sospiri lenti
le contorna di luci
le fa apparire nella sua penombra

ma poi viene il mattino, di rugiada
una lacrima tenta di dar vita
a quella che si appoggia reclinata
prima che tra le pagine ingiallite
di un libro mai più letto, si ritrovi
nel cassetto di un mobile tarlato.

Chi lo dirà, domani, al giardiniere,
dell'improvvisa grandine caduta?

Resto
     Ma di che scrivo ancora? Stupida me che non avverto
     il grido, non vedo il luccicare delle lame
     e bevo le fandonie di uno schermo, mentre la morte affonda
     le sue dita. Gente che prega e muore del suo dio,
     gente che avanza e sparge di sue ceneri territori lontani
grassi padroni adunchi nelle fabbriche
dove si ruba l'anima ai bambini
E pure di ogni dio che si compiace d'incensi e tabernacoli,
di minareti e cupole si dovrebbe sentire almeno il fiato
per chi distrugge ciò che lui ha creato.Ma nessuno protesta,
ai loro altari pornografia e reliquie
ai loro templi sarcofaghi di mummie ancora vive.
           Vedo sassaie deposte a fare cumulo
           sopra ricordi d'ossa. È sempre altrove
           che si colloca l'argine, tracima di catene di potere
           bombe silenti labbra strette e mute, abbiate fede e dite
           le preghiere. Vi ascolterà lo scorrere di sabbia in una sfera
           prigionieri di un tempo da clessidra.
Acquisterete invano le risate spergiure dei diamanti
 i vostri letti sfatti nei deserti dell'anima, di giochi truci avrete
le ceneri di un'orgia senza fine, crani collane a sanguinarie dee.
Oppure avrete inutili rincorse mentre vi assedia fuori una corazza
appesi al soffio di perdute ali.
 
             Vado con scarpe rotte e senza lacci
              barbona dentro l'anima. I miei versi farò bruciare agli angoli
              di strade, andrò spargendo lacrime e poesia, per un tozzo di pane.
              Avrete allora quello sguardo stinto tra la pietà e il disprezzo
              mi darete due soldi di coscienza e girerete al largo.
              A voi le griffes, rispedisco al mittente le promesse. Ormai ho deciso:
              non mi avrai, Cielo, così stanca e sola, no, non mi avrai
              per una gabbia d'oro, né per tutto l'amore degli dei,
              sarà nella mia polvere il mio grido, che lo ascoltino o meno
              e sarò il dito puntato sulla terra, è qui che resto
              nel deserto dei sogni senza scopo
              degli umani deliri. Io fra gli umani un atomo di voce
              e tra gli umani tutti ad aspettare, se mai ci fosse tregua,
              un chiarimento o una resurrezione.

Di tragedia e bellezza
I tuoi frantumi raccolgo, il tuo viso specchiato
ogni frammento un grido
con la pazienza dell'amore escludo
minuzzoli inservibili
riempio di tenerezza ogni fessura.

Di tragedia e bellezza il tuo consistere.
Ti sentivi disperso e ti ho raccolto
nelle tue sfumature, e se pensavi
d'essere ormai introvabile a te stesso
io ricucivo la tua veste bianca.

Tu che hai smarrito i sensi nell'ebbrezza
che hai disgiunto le mani il tempo breve
di fugaci carezze, tu rivivi
perché son io che di parole eterne
ne ho cosparso le palme, e ancora curo
i tuoi piedi piagati dal cammino.
Che mai sarebbe questa mia follia
se non l'acqua sorgiva che ti lava
l'aria che ti respira e ti disseta?

Infatti ora ti scorgo fronte al vento
profilo allineato all'orizzonte
terra straniera a chi non ti conosce
a me sublime senso d'infinito.

Tacchi e catene
Un mondo di catene e tacchi a spillo
lacci di pelle nera tra staffili
il piacere diventa artificiale
ma poi, si sa, mica soltanto questo
è il piacere d'un brivido sottratto…

i cavalli di frisia erano scale
per i fuochi dei sensi ammaestrati
cosa ti fa concedere alla notte
il pizzicare stelle, trafiggere le gote
infilzare scorpioni e farsi andare
in liquide impossibili fusioni?

I denti della morte fanno mostra
sui letti sfatti, s'aprono alla noia
con sbadigli di sangue
e chi si perde in musica e ferraglia
trapassa il tempo, se ne fa garante
mentre il cuore si accoccola di lato
ed in vetrina si esibisce il sesso

Fame di tutto quello che non trovi
voracità di concavi e di pieni
che non si basta mai, mai si conclude…
di bianco solamente una sniffata
e qui ti uccide il non finire, il dare
interrotti pensieri e tronche voci.

E torni alla tua solita dimora
perduto all'avanzare del mattino
allo specchio non vedi altro che un viso
l'anima l'hai lasciata nelle scarpe
nei tratti di fuliggine, nel buio.
Ora che si fa luce sul tuo sguardo
quello che vedi è un corpo senza l'uomo.

Ferie
Vacanza
quasi come un fermo-immagine
una barriera labile nel mentre
la vita passa e mi trascorre intorno
è mare e sole a questo tavolino
me rapita nell'onda
di uno schermo che vive e mi respira

una bibita fresca, una parola
al sapore d'arancia, immaginario
un abbraccio mi avvolge sulla spiaggia
su un telo colorato d'allegria

parto in aliante e silenziosamente
sorvolo le pareti della stanza
e mi conduco libera nel cielo
a carezzare nuvole e ricordi
intanto che una voce mi trattiene
fra sussurri e risate
per regalarmi il gusto della vita.

Morse
Divisi da un riga spartierba
una semplice stria che nel fieno
distanzia i papaveri
ed io con le mani nel grembo
a osservare perseidi di un cielo
ribaltato nel fosso.
In fila sull'entrata, in attesa di un amen
angeli ormai dimentichi di ali
chiedono a me se ho visto
sostare a riposarsi un uomo stanco

ed io son muta, non conosco risposte
e solo spero che la sua mano stringa
ancora il filo
che non lo lasci andare il mio aquilone
per l'afasia di un verso

eppure mi risuona una parola
un punto linea,
due linee ancora e ancora linee tre
e quindi un punto
e linea e un punto ancora
e per finire, punto.
Un alfabeto scrive in punta d'aria
quello che ormai la lingua non sa dire.

Sutura
S'inarca la sera
sulle stesse colline della giacca
dai risvolti di cenere. Divento
folto stridere di gesso
nel diaframma. Ho falsi allarmi
lucciole spente dentro
gli occhi aperti

allora prendo un refolo di seta
lo infilo nella cruna del mio petto
tra il quinto e il sesto
spazio intercostale
e con esso ricucio quello strappo

è colore di stella il punto smerlo
asola aperta e battito di ore
ma domani chissà, forse una fiamma
a saldarmi nei lembi di scissura.

Almeno per un attimo di gioco
avrò le braccia tese, e le mie mani
stringeranno una voce
una carezza
nel tempo solitario di velluto.

Sorgente
Non che non sei
lo specchio rugginoso
né sei quel bordo di cristallo morso
dalle parole adunche della notte

tu sei musica in alito sospesa
sei le labbra del cielo
e soffio orlato
dalle perle che nascono dagli occhi

sembri quasi tutt'uno con le note
del rincorrersi d'acqua, il chiocchiolio
sommesso di una fonte
che bagna l'erba e i piedi
di smeraldo

Mi appoggio cheta alla spalliera
in ombra, solo quel tanto che
mi faccia udire
il tintinnio di qualche rara goccia
che lava e scende
a rinverdire il prato.

Simbiosi
L'attico in cima ai rami
senza i fronzoli delle giornate
è il posto dove la sera metto i piedi
e mi affaccio
coccola o ghianda o cono
cupressacea di origine ignota
occhi lontani e vizio lancinante
adempio piccolissimi doveri, le gambe penzoloni
e il nulla avanza.

Cerco nei mille nodi e dentro i cerchi
di colore asfalto
ma vedo intanto l'indaco, il mio sangue
farsi venoso e le mie labbra diventare
brulle
rime
screpolature
tranelli d'eco e di sgualciti
intarsi.
Lunule illividite (mi raccomando disse, mia signora
si rechi celermente all'ospedale).

Ed io come potrò porgere il tempo
a me
obliquamente appesa all'inferriata
una rosta d'acciaio
che mi contiene? Al crescere dell'albero
mi unisco,
il respiro nel centro.

Quello che resta
Tra schiamazzi e risate, il prezzo è alto
tradirsi un poco, forse pezzo a pezzo
per un insano rimediare d'ore
un gioco matto

ma signori, vi pare questo il posto
dove trattare di chincaglieria?
Mica un foro boario, santiddio.
Qui si scommette come
a un tirassegno
si piallano le idee, quelle geniali
si sotterrano prima che
si muoia.

Ma infine basta solo andare via
sarà mica lasciare un manicomio
che ti farà più povera e più vecchia?
No, tu la partita l'hai giocata
e persa
hai chiesto qualche proroga e
l'hai avuta,
adesso è tempo di condurre altrove.
quello che resta della tua
follia.

Orecchio
Ci arrovelliamo, usiamo le parole
come fossero trucioli di latta
ne stendiamo i brandelli alle ringhiere
sui fili arrugginiti di un ricordo
dove acquattato se ne sta il silenzio.

Un orecchio assoluto è cosa rara
acufeni e tinniti, ipoacusia
sono gli avvisi d'una stanca resa

cantare allora è diventare
grido
corpo che non si arrende
e ancora chiede
con tremito assordante al proprio dio
perché di tanto
inutile
tacere.

Lo sguardo altrove
Ricorderai le mani delicate
gli occhi dipinti a lacrime, i sospiri
di serate indecenti
e poi la musica dei tempi
una canzone, e un porto in una
stanza
e tu volterai il capo, alla parete
dove lontano si disegna l'ombra.

E guarderai soltanto l'apparenza

A me non sarà facile capire
no, che non lo sarà. Vedrò le scorie
di una stagione morta
farsi strada
per vie traverse, anzi per mari e abissi
e vedrò il gelso carico di frutti
che tu non coglierai
perché di un tronco da contar gli anelli
vedesti solamente la corteccia.

Le donne della sera
Le donne della sera, hanno capelli
color di luna, oppure rossi, tinti
con l'hennè
hanno camicie a fiori e gonne larghe
stringono in pugno il tempo
e meridiane senza cifre e nomi

Hanno l'ombra appuntata tra le ciglia
stringono gli occhi
per scrutare il sole

Le donne della sera, di nascosto
si librano nell'aria
dipingono le labbra di sorrisi
regalano gomitoli di frasi
sferruzzano le nuvole di seta
Hanno seni di muschio, odore buono
e lasciano la scia del proprio ieri
tra l'acqua e il vento a separare il mare

le donne della notte hanno il respiro
corto, sentono l'aria volteggiare intorno
a macerie di sogni da sgombrare
e mani a coppa bevono la vita.

Impermanenza
C'è una scarna maniera di consistere
un'approssimazione per difetto
raccogliersi di pioggia nelle gronde
e perdersi nei rivoli
infilarsi di sbieco nella storia
mentre chi farà vivere il domani
ha radici che mordono la terra

C'è la possibilità di non sparire
di soffermarsi almeno un giorno
a credere.
Che poi se un orologio senza sfere
nella circonferenza compia un giro
sarà la tua illusione.

A ticchettare non è certo il tempo
ma solo il tuo percorrere di sangue
i canali del vivere
un tuffo nell'attesa, sibillino
il responso: l'azzurro è noncolore,
spazio, ed il corpo
è solo un'apparenza.

E voglio dirti
E voglio dirti
sì voglio parlare di questa misteriosa
nostalgia, di questo nodo che
prende alla gola
e di come sia grigia la parola
quando non ha nessuno ad ascoltarla

e voglio dirti
sì, voglio svelarti tutto il mio disegno
ma no, non lo farò
perché, se t'amo, mai ti vorrei ferire
e mai vorrei
che tu dovessi piangere un'uscita

quindi lo soffierò nell'erba nuova
confiderò alla terra il mio segreto
sul bordo del proscenio, nella buca
senza aspettare fischi o battimani
senza svestire gli abiti di scena
prima che cali docile il sipario.

E voglio dirti ancora
e non lo dico…

Aurora
Se il gelo è trafitto da un suono
d'azzurro, la vita si alterna
e la musica è storia
infinita.

La luna si è già liquefatta
tra palpebre e ciglia
rimane il cinabro, discende
nel solco vermiglio traspare, riflesso
il mattino
nell'aria che danza pulviscoli d'oro
la mano dischiusa ti porge
un respiro di sole.

Allora è poesia?
Allora anch'io mi chiedo se è così
che si fa poesia
se basta avere l'aria nella testa
un pulviscolo in petto
o una notte di lucciole in cantina

se basta essere appesi ad un ricordo
o avere nelle mani una manciata
di fuochi spenti, un solco nella scarpa
e restare appoggiati a una spalliera
di gelsomino ormai quasi appassito

Che ve ne importa? Dite forse un nome
o raggiungete un argine d'addio
o assicurate un'ancora sul fondo?
Ah, se bastasse un po' di oscurità
per cancellare un attimo di sonno
una caduta in triplo
salto mortale
una scia di verbena
una vecchia borsetta fatta a maglia
un ombrello tarlato e un libro aperto.

Invitatemi almeno a un valzer lento
datemi il tempo di mirare a segno
così che con un tiro ben centrato
io possa andare via
senza un lamento.

Si sta
A me ritorneranno le parole
come se averle pronunciate o scritte
le avesse il nero delle seppie
avvolte
s'aggireranno per la mente in cerca
di veglie incatramate
e fogli sparsi.

Mi terrà ferma e mi farà da cella
stare seduta a scrivere di rose
e invano ancora resterò nel tempo
di acuminate spine, e di serpenti
piumati sui gradoni, ai teocalli
voli di corvi dentro pozzi neri.

Metterò fine al gioco, scacco matto
darò a me stessa chiusa nell'arrocco
Senti pareti stringersi d'intorno?
Lontano un clavicembalo in sordina
batte per noi sui tasti delle ghiaie
sonorità di un subito e di un poi
in attesa del mai.

Gli spazi
Gli spazi che profilano i contorni
delle colonne sotto i capitelli
foglie di acanto e intrecci di reseda
al mio passaggio che si fa più stanco
una traccia di segni dentro il vuoto

e sempre meno chiedo
e sempre meno chiamo, affievolita
voce di una giornata giunta a sera
adesso piango
ho gli occhi di una maschera
e il mio viso
mostro nel chiaroscuro di un inganno
e a petto nudo
cedo le piume per un sorso d'acqua.

Avviso l'alba di tenersi pronta.

Falco
In cerchi d'ala
a remiganti tese
volo ed osservo l'ombra sul dirupo

ala vorrei che si facesse mano
una carezza nella stanca sera

Se avessi artigli strapperei
quel cielo
per farne un manto sulle sue giornate
sui tremori d'inverno adagerei
il respiro del sole, e lui sereno
avrebbe canti fatti di rugiada
e di stelle e di piume
un solo amore.

In punta di piedi
In punta di piedi, alla porta
del tempo ho bussato, mai voce
che alcuno
potesse sentire.
Me stessa soltanto, vestita
d'autunno e di smorti colori,
ho tradita
è doppia la lama che stringo,
snudata mi incide.

Nemmeno un lamento a sentire
nemmeno ci provo
a chiamare
la porta mi chiudo alle spalle
mi siedo nel nulla
le gambe sospese nel vuoto
il fiato mancare.

La tengo piegata, la vita,
negli angoli bassi di vetri
l' opaco svanire.
Ma è solo il morire di un' ombra
nel mentre mi stacco
con l'ultima colpo
di tacco. Poi spicco il mio volo.

Addio
Fuga di sera quando
già il raccolto di poche spighe non
promette inverno

giorni messi a tracolla, pugni
in tasca
una mente vacilla e passa il fiume
tra ciottoli il suo passo
spinge l'ombra

vivono nelle mani i suoi ricordi
guizzano ancora di sospiri.
Un sogno
appeso a una finestra e lì lasciato

chiusa la porta ai venti con la spranga
una pietra già fatta rotolare
e seppellito un refolo, che mai
ritorni, mai
vivo risorga…

Addio fatto di niente
impronunciato
un mormorio di pianto
è quanto resta.

Resa
Era zenzero o un che di ocraceo colore
quella polvere sparsa nel cassetto
quella scia di memoria, persistenza
di sabbia e sale, bruscoli e granaglie
becchettate dai corvi. Senza vita
le mani in grembo, vene in evidenza
indaco su quel grigio, e gli avambracci
poggiati stancamente sui braccioli.

Melina si era arresa e si spogliava
di sé, della sua terra, del suo mare
(nemmeno più chiedeva compassione)
e restava distesa, mentre intorno
la vita proseguiva a passo lesto.

Si volse solo un attimo e per poco
la si vide specchiata nel lamento
sussurrato a metà, fu come un fuoco
senza più fiamma, un'ultima favilla.
E la cenere ormai copre ogni cosa.

Di cicale
Spostati in là, cicala, è mezzanotte
avresti già dovuto tacitarti
è finito il tuo giorno
e nella sera avresti già dovuto
inabissarti. E taci adesso, taci
per una buona volta fissa il suolo
è lì che attende il tuo destino il tempo

Anche se la tua voce è solo attrito
anche se finirai con le ali rotte
adesso taci, è l'ora dei silenzi,
è l'ora grigia che la terra accoglie
resti di te, d'inutile tua vita.
È tempo di crisalidi cicale
e delle nuove ninfe pronte al volo.

Quando
Avevamo lo stormire dei fogli di carta
nel cassetto delle speranze perse
e sentenziose presenze imbacuccate
da ospiti provvisori.
Invece si affacciarono i gatti delle strade
alcuni guerci alcuni senza coda
avvezzi alle battaglie dei vicoli di notte.

Barattoli d'incenso spediti dall'oriente
e bastoncini accesi
tamburellare di preghiere appese
a cancellate nere e le colombe
tubavano nei varchi dell'estate.

Verrete?
Verrete tutti, me lo promettete,
alla mia cena di prelibatezze,
a gustare pietanze di una vita?
Quelle imparate ovunque, vi assicuro.
Avevo chiesto invano le ricette
e ho dovuto inventarmene di nuove.

Quindi mi son vestita di parole
le ho fatte rosolare a fuoco lento
alcune le ho saltate sulle braci
ardenti, e dolci ancora ho poi creato
per chi ne assaggia, un fremito o un
digiuno
ma questa volta sono già in ritardo
per l'ultima portata, e vado via.

Prima di andare, proprio sulla porta
un attimo di attesa, forse un fiore
qualcuno vorrà porgermi, un abbraccio
che mi conforti, un po' di compagnia.

Thongdrol
Ho steso sul versante
di un monte lontano, un thongdrol
l'ho intessuto di seta e di luna
e preghiere celate nei fusi
nei fiori negli archi, nei phurba
a tre lame
le bande di fiumi le bùccine
e i corni

ne miro a distanza il disegno
segreto, celato nel bordo una mistica
rosa, una pietra caduta,
ne ho fatto una polvere accesa.
la stoffa legata a campana
l'argento dai mille tinniti, la folta
discesa tra i sassi, di strani ricami fioriti.

Nel sogno rivelo il mio nome
la scelta del segno, l'univoca nota
che uccide.

Il macchinista
I fili ho rotto del mio andare per mari
e negoziare luci, sul proscenio
si muovono sospetti
ammutinati , onde di tela smosse
dalle quinte
un pio suggeritore infila testi.

Fibrillazione di pareti
e fiati
che spingono lontano una festuca.

Il cerchio e Mangiafuoco
Quattro salti in padella, oppure arrosto
accortamente, con il tempo giusto
il cuoco viene da lontani lidi
apre finestre sulle rocce piatte
e spalanca l'inferno di carbone
spala la vita
a cocci ed a bocconi
amari, dentro il cerchio della vita.

la sua specialità l'aria rifritta,
di prima qualità, fili di paglia
e tutoli sorretti ad occhi chiusi
a cuore spento
incenerito il cerchio.
Pinocchio ride, sguscia dal vestito
e lascia la commedia a Mangiafuoco.

Di farse, di drammi...
C'è chi vive di scena, chi non conta
l'ombra che nasce dalle proprie azioni
chi s'illude di muovere ritagli
e in questo ritenere che germogli
possano dare sassi

in fondo è solamente indifferenza
quella che fa voltare e andare via
è la gelida forma dell'inganno

Mongolfiere
Scontri di mongolfiere a cielo aperto
né spiragli di volo
è la caduta
fiamme sospinte in zone
senza vento
uomini fummo fatti di maestria
d'abilità misura e convenienza
involucri di oblio
palloni d'aria vincolati al nulla
nell'atterraggio che non lascia impronta.

Senza confini angelici
senz'ali
come cerini accesi nella notte
a chi facciamo lume, se agli dei
già basta averci nudi, inermi e morti?

Così
Me ne sto come rondine d'inverno
in attesa d'azzurro per volare

Dove ?..
Allora m'incammino
io stanca
carica d'anni e di malinconia
non ho preso nemmeno una camicia
porto con me il disegno di una stanza
solo l'effige di uno schermo piatto
e farfalle trafitte dal silenzio

quelle non ho potuto liberarle
hanno seguito voli involontari
innocenze vestite di abbandoni

ed ora sono qui, su questa strada
che non conduce da nessuna parte
dove non vedo quando è cominciata
e nella nebbia non si scorge fine

sono fatta di creta
ho mani diacce , che non stringono il sole
e non respiro
sto imparando dai fossili a morire
piano, piano che mai nessuno
se ne accorga.

Sosta
Sul ciglio del mondo
senz'altro bagaglio che me a piedi nudi.
Ghirlande ed arpioni, ho scalato pendii
nell'ombra di un fiato.

Dell'alba un'impronta
rimane, di notte acquattata su me
che tramonto.

Sala d'attesa
Piega a destra la strada che porta alla sala
d'attesa
poltrone similpelle nere
stampe Monet sulle pareti grigie
e lì seduti
a pazientare tanti

quelli che ad occhi stinti sui fondali
di questa scena trita
pesci rossi senz'acqua, hanno imparato
a simulare l'anima, pazienti
ineluttabilmente, sì, sono malati

e stanno lì aggrappati
affamati di vita nell'attesa
d'un minimo respiro e un filo d'aria.

L' amore cosí…
L'amore che percorre in autostrada
più di mille chilometri, che giunge
sul predellino mentre parte il treno
che ti fa stare col sacchetto in mano
in quel volare che ti fa paura

l'amore senza uscita
che per un letto fatto di minuti
sa prendere e donare
è il tuo gioco d'azzardo, la tua cena
di silenzio e di fumo
ed il tuo addio

che non è veramente mai
un addio
ma solo velocissimo fuggire.

Arlecchino
Affascinato dalle nebbie io sono
un Arlecchino in grigio
ho smesso i miei colori per un'ombra
che si è acquattata taciturna
e cheta
a raccattar le pezze del vestito.

Come un puzzle scomposto
nella stanza
siedo nella penombra.
Una folata
attendo, che mi investa
e mi separi mesta, dalla tetra
cornice di un addio.

E andrò per fiori ancora
andrò a vestirmi
di bandiere nei pressi di uno stupa
e lascerò che le pareti oscure
si chiudano sull'orlo di un dolore.

Gioco facile
Un bel tiro mancino ai miei sussieghi
eclettica follia si va
si viene
e domandarsi mai
solo risate

appendi allora al chiodo la poesia
quella che di parole ti ha
ferito
e senza indugi accogli la tua mano
È vivere soltanto del momento
cosa chiedere ancora? Cosa fare?
Scrivere versi, piangere un addio?

Necessità non fa virtù
nemmeno
ti fa sognare inutile vittoria
e il giocatore mai
non paga pegno
raggiunge trafelato la tua sponda
s'approssima alla buca, un tiro esatto,
il gesso sulla stecca
la giusta angolazione del biliardo
un tiro fra le biglie
un respiro che irrompe nel silenzio.

Un saluto ai presenti:
il gioco è fatto.

Avete mai sentito
Avete mai sentito parlare dell'amore
dei soffitti caduchi, delle
sporgenze di ultimi fiati rappresi
e diretti a un traguardo che mai
si raggiunge? Avete mai sentito
attraversare il suono di una sillaba
muta, il ritrarsi da stipiti ingrigiti
per evitare il crollo? Per sfuggire
alla propria deriva e patteggiare
la propria vita almeno
per un amen?

È incerto il mormorare di sfiniti
gesti, di nuda storia
è insonne tante volte quella
sfibrante attesa…che il destino
si compia. A tralasciare i dati fissi
di quella che pensavi fosse, incolume,
la vita. Oltre davanti
ai muri di silenzio, allo scaltrito
offrirtene compensi, il cuore giace
ferito già di suo, ma speranzoso
d'essere accolto, cuore senza tempo,
ed essere importante per un poco,
almeno per quell'attimo di
gioco. Di più non sa sperare, ha tempi
stretti
e passaggi obbligati alla frontiera.

Fammi questo piacere
Fammi questo piacere, il senso
dimmi, che cosa rappresenta
un giorno d'aria
a chi non tira il fiato ed un respiro
l'ha già come una svolta per il cielo
dimmi che cosa è un nome
o uno chassis dall'asola scucita
nel suono di un adagio
sbottonato
canone inverso e decifrare
Bach

ma non rallenta il disco, s'è incrinato,
in più nell'andamento
accelerato, ormai per un silenzio
che la vita mi scioglie tra le mani
e scivola con me che mi scoloro.

Il mio tramonto cade nella sera
e tu mi porgi briciole
di che?..

Ossimorica
Ho un corpo fatto a rete
a maglie larghe
sono un crivello per chi porta sabbia.
Il tempo mi attraversa
per finire
rivolo d'aria e scivolo di sera
nella nebbia di tutto ciò che appare

ho mani di medusa, e trasparenze
che mai san trattenere
e mai sanno carpire un andamento
una corsa, una stretta, una carezza.

Eppure sento
in me l'arduo granito
la compattezza che si arrocca in vetta
e mentre una morena giace ai piedi
la fronte al vento
ho il sole dentro gli occhi.

Un'alba
Un'alba spera
tra la sabbia e il mare
che giunga da lontano ancora
il vento
gonfi le vele a chi naviga il dire
e lo sospinga ancora ad approdare.

Fatto di sale il pianto
è luccichio
una traccia di luce che l'invita
a ricordanze nella notte incluse.
E bandiere di seta appone al tempo
nell'azzurro di un volto
e di uno specchio.

E lei che ha messo il piede sul dirupo
ora sospesa appare
stretto al petto
un po'di sole, appiglio a braccia tese
planare sulla riva
e qui aspettare…

Fotografia
Fotografo un sospiro
lungo quanto una vita
è il mio ritratto
ho steso un po' di fard sulle giornate
grigie, un ombretto azzurro
sulle notti.

Ritocco con la punta di un sorriso
lacrime stinte e cavità dolenti
vi mostro quello che di me
non pesa, la mia faccia di sole
nell'estate.
L'inverno lo nascondo
anche a me stessa

È di ghirlande nate fra le mani
di fiori colti quando
già inattesi
che mi vesto e mi agghindo
mi vedete
una silfide in abito da sposa
nella cornice della mia serata.

Assenza
È possibile mai che non ti manchi?
Che dell'assenza mia nemmeno un poco
tu soffra, mentre poggi il piede altrove?
Ecco perché non fu chiamato amore
perché l'amore fa tornare indietro
apre cancelli, passa tra le sbarre
quando non può più farcela
di notte
cambia perfino i tempi e le parole
scolora quelle nate maledette
ricorda solo quelle del piacere.

È così che si apparta e poi
ritorna
è così che ti chiama e porge fiori
respira con gli stessi tuoi respiri
rivisita i tuoi spazi e i tuoi silenzi…

Porta con sé le tracce delle ore
penombre di passione e la poesia
che tengo ancora ripiegata attende
la tua mano riaprire quei cassetti…
la conservo per te, sotto il tuo nome,
e se vorrai, se tornerai un mattino,
chiedila di diritto, è solo tua.

E lo sarà per sempre, anche se io
sarò partita ormai…
Lo sai per dove.

Haiku 2
Persa nel vento
ciascuno una foglia
l'albero resta

Erano valli
Erano valli dove
la genziana
punteggiava d'azzurro
l'erba sfinita
della tarda estate
ed Essi percorrevano
i Sentieri
lievemente ondeggiando
tra riverberi e falde
di vapore

mi chiedevano attenti
e disinvolti
sensi
e taciturni addii
e inesistenti brame

ma il mio cuore pulsava
e non voleva smettere
e profonde radici
viscerali
affondava nel Tempo
e invano Essi mi attesero
oblique vele
agli angoli degli occhi
invano si protesero
per attimi di sogno. . .

ed ora dovrò credere
al Presente

e nel presente credere
all'Eterno. . .

(Dalla silloge FIORI e FULMINI - Edizioni Il Foglio, 2007)

Fammi questo piacere
Fammi questo piacere, il senso
dimmi, che cosa rappresenta
un giorno d'aria
a chi non tira il fiato ed un respiro
l'ha già come una svolta per il cielo
dimmi che cosa è un nome
o uno chassis dall'asola scucita
nel suono di un adagio
sbottonato
canone inverso e decifrare
Bach

ma non rallenta il disco, s'è incrinato,
in più nell'andamento
accelerato, ormai per un silenzio
che la vita mi scioglie tra le mani
e scivola con me che mi scoloro.

Il mio tramonto cade nella sera
e tu mi porgi briciole
di che?..

Di farfalle e margherite
Andava per sentieri d'aprile, una bisaccia
di parole di pietra
lame d'assenzio grigio intorno agli occhi
il cuore stretto, la mente no
ché navigava anfratti
e possibili avvisi, pigolii
scambiati per ruggiti
Assentire, in punta di spillone
catturare farfalle.

A vederle bruciare sopra il rogo
accorrono da misere contrade,
con specchi deformanti, oscure
singolarità temporali
e nei frastuoni
dico non dico di parole acute
sempre più conficcate nella carne.
di margherite stanche…

A rifiorire
se mai tornasse ancora primavera
un soffio di speranza e un po' di sole.

Trasparenze letali
Alle mie spalle trasparenze
nulla che incomba
il peso e la zavorra nell'abisso
di un dolore lontano

e tu che piangi lacrime insensate

che del momento vivi solo il fuoco
e cogli
gesti non tuoi
le mimiche di un sogno
che ha pareti di vetro e luce netta
anche se la penombra
li disegna

ti sprechi in fiori di profumo
lieve
e nel farlo raccogli intorno
ancora
l'ombra che ti persegue.

Io non posso aspettarti
ho urgenza d'aria
ho pochi passi ancora, il tempo
breve
annoto solo musiche e respiri
e parole taciute, più di quelle
inutilmente dette.

Alter ego
Il mio alter ego è stanco
ha planato di schianto nella sera
di luci scarse quando uno straniero
ha preso il suo delirio
ne ha fatto una ghirlanda
e poi l'ha appesa a porte
scardinate, mentre
di porte ancora apriva stanze
e luoghi
chiamati tutti con lo stesso
nome

forse per primo
credeva fosse l'unico
quel nome di multiformi facce

ed io
che porto ancora una lucerna
e mai dimenticai di caricarla
d'oli pregiati
e di preziose essenze
continuo a farle luce sul sentiero
anche se lei si avvolge
nella notte.

Hic sunt leones
Dormono intorno al proprio sé
s'aggiustano le notti
nell'affanno, nel giorno hanno respiri
di tragedie irrisolte
ed a tentoni
cercano i propri artigli
il proprio nome
hanno sognato d'essere gli eroi
di sentieri di vetta
hanno pensato d'essere
al traguardo
mentre assopiti sono
a metà strada
ma chi li desterà se non
l'Amore?
e più si crederanno irraggiungibili
più mostreranno i loro
lati deboli
nella savana entrambi, cacciatori
e leoni
una cassa toracica trattiene
gabbia speciale
prigioniero
il cuore.

Maratona
La marcialonga di pensieri
in fila
dove si arriva e parte
senza orario
lontano da radici etimologiche
oscuro il senso della propria
origine

sventola i suoi confini
una bandiera
uccelli neri fanno il girotondo
nella sera si avvista già
il traguardo:
è scritto il nome in lettere
di paglia
festuche d'ombra
e prossimo è il maestrale.

Atanor
Mezzatinta
tra bolle di coscienza
e scogli d’ombra
il filo di una frase nel fondale
tagliato da un singhiozzo

liquido, che tracima
precipitando ai margini
del mondo

tane abissali, nido agli scorpioni,
isole senza mare
centri di fuoco e l’aria
è crepitio
nei futuri deserti.
Assente, l’uomo.

Sono – Non sono
C’è tutto l’universo
negli infiniti luoghi del mio
non esistere
ed io che sono l’alfa
e l’omega
nel punto dove inizio e poi finisco
come una stella implosa
ho propaggini audaci
rivoli di coscienza
intermittenti
mareggi d’ore
e frangiflutti è il tempo

Sono la particella e sono
l’onda
sono il pensiero chiuso
e sono il gesto

dal momento che esisto
anche non sono

Per un amico cinico
Ha gli occhi d’oro bruno
e sguardo mite
sul viso un’espressione un pò smarrita
le sue labbra hanno morbide parole
che la sua mente stenta a pronunciare

gli è passata negli occhi tanta vita
e tanta vita ha stretto fra le mani
ha l’aria schiettamente divertita
la sua risata è quella di un bambino.

Pensa di aver provato proprio tutto
estremamente, ma la poesia
che si faccia carezza nel suo cuore
quella non sa di possederla in mente
e quanto ancora sia, per lui,
importante.
ama mostrarsi virilmente
cinico
ma è solo forzatura, su ogni cosa
teme che lo si scambi per romantico.

Di silenzi e di ombre
Ho la voce impigliata
nel silenzio
avrei qualche parola da annotare
invece mimo
tra le mezze luci
lo scorrere del sangue e della sabbia

alla mia porta
senza più battenti
si bussa ormai soltanto nel riquadro
di un tempo arrugginito
dove passano cifre in meridiane
ombre che mai nessuno
potrà leggere

ha pareti di vetro la mia stanza
un artiglio di fiato
e tento il volo

A ciascuno
A ciascuno la propria
solitudine
il castello di sabbia che si
sgretola
di granello in granello
e porta via

e noi siamo progetti giunti a termine
oppure solo dei contenitori
sperimentali
beute
nemmeno vuoti a rendere?

Ancora l’angelo di mezzanotte
Sugli inferni di terre abbandonate
dimenticate dagli dei del sole
dove il sangue dilaga sulle pietre
io demone inquieto
volerei
ad ali grandi come tetre vele.

La nemesi furente diverrei
avrei spietate lame per chi uccide
per chi produce ancora guerra e fame
che ride mentre suo fratello muore.
mi cabrerei in picchiata
per rasentare nelle oscure strade
cuori sepolti in tumuli di vita
e poi sepolti ancora dall'oblio


raccoglierei il dolore degli umani
il loro pianto in una coppa d'ombra
il loro grido dentro l'arca nera
e trapassando nuvole e bagliori
ai piedi tuoi li deporrei
e ti rassegnerei le dimissioni
d'angelo disilluso del divino


e poi
senz'ali
riscenderei per piangere con loro.

Di un remoto atterrare
A trafiggere i sogni, le sparute
ali di feltro
era l'asfalto il termine del volo
duro il vociare e duro
ancora il viso
dei questuanti con bisacce vuote

domande seppellite
quando scadeva il tempo, e la ragione
chiedeva invano lumi.
Era l'inverno stretto dei ghiacciai
a rapprendere lacrime, e l'addio
si trasformava in altro giorno
ancora.

Affondare negli anni
fu la meta
della mia tenda, il circo desolato
delle mie acrobazie
dal davanzale.

Adesso ride un angolo di pace
un silenzio pacato
ad occhi asciutti
e intorno a me l'amore
ha fattoli nido.

Andarmene
Avrei voglia di andarmene
da questa storia minima
fatta d’acido e base
ho voglia d’incontrarmi con me stessa
in luoghi dove cessa ogni menzogna

avrei voglia di sole
e di celesti dita a farmi amore
non più sbilenco andare
né flaccidi sostegni a un cuore stanco
ho voglia di ruotare sul mio asse
in equilibrio stabile
fulmine e fiore insieme
e luce ed ombra
senza necessità di domandare.

Il collezionista di ombre
Dello sparviero ha l’ampia visuale
sa cogliere la preda ancora in volo
è la tua ombra
che gli preme avere
la ghermisce d’un tratto, sulle balze
sotto l’ala di tenebra l’avvolge

e fuggi invano, lasci sulle rocce
lembi di vita e brani di ragione
corri, le braccia tese verso il cielo
invano gridi, non ti risponde voce
e torni indietro
implori ad uno ad uno i tuoi colori
ma l’ala nera ormai già l’avviluppa
l’ombra rubata non ti sarà resa
diafana tu nell’aria rarefatta
che più non hai di che lasciare impronta.

Chef
Troppi assaggi da tavole imbandite
troppe pietanze esposte d’ogni rango
io me ne vado via, col mio menù
lascio cappello e piume al ristorante
conduco altrove il vino e le vivande

io sono un cuoco per palati fini
delicatessen che non hanno pari
bisogna essere attenti ai miei sapori
non confonderli mai con altri uguali

ora cucinerò solo per pochi
anzi solo per due, le mie delizie:
a rondine di passo in sosta lieve
al solitario migratore in panne
ho serbato per questi tempi alteri
il pallido caviale Almas d’Iran
e uno Chateau d’Yquem dell’ottocento
‘93

Mentre
Abito scene mute
osservo la vertigine e mi arrendo
rimango immota in questo fermo-immagine
mentre balzano intorno mille voci
dalla platea d’un emiciclo vuoto.

Sospirano fantasmi, ed io ammaliata
dai ritagli di carta e dalle effigi
impronte che ritagliano il fondale
apro me stessa con la lama d’ombra
lacero la mia vela senza mare.

A che mi servirebbe, ora che il vento
ha smesso di soffiare e che la notte
precipitosa scende e mi ricopre?
Forse a dimenticare che il domani
è un’illusione e che il passato è morto?

Ecco la luce più crudele e vera
farsi cammino di pugnali in petto
non esisto nell’ieri, nel domani
meno che mai, v’è solo la certezza
di questo mentre, che mi scorre addosso.

Oh! Non ti appassionare
Oh! Non ti appassionare
a questa storia sghemba
non chiedere che il tempo mi dia tregua!
Oh! farò in modo di lasciarti andare
prima che sia la notte a trarmi via.
prima che a questo tavolo per due
tu sieda solo, con il pianto in cuore.

Così ricorderai solo bellezza
e alla stazione tu non ci sarai
per sventolare fazzoletti e addii
E avrai di me solo respiri vivi
la voce che ti bacia e ti asseconda.
Ti lascio adesso, mentre l’allegria
di questo strano amore ti diletta.
Oh! lo vorrei! Sicuro, lo vorrei!

E invece resto a bere il tuo sorriso
pur sapendo che l’ombra è già in agguato,
sapendo quanto male ti farà…

Di soste…Di voli…
Sulla cengia, ad un passo dal dirupo
sosti col fiato corto
hai di respiro un gemito
un silenzio accorato che mi assale

cerchi te stesso ovunque, ma il tuo volo
ti porta in alto a sorvolarti il cuore
e le timide cose che allontani
hanno silenzi tristi come i tuoi.
Nell’arrocco di amara solitudine
sembra che il tempo giochi a tuo favore.

Per me, che della sosta ho fatto un nido
ad ali stanche, l’inoltratata sera
già si tinge di notte,
c’è solo il canto di cicale roche
che sempre più si smorza e poi si tace.

Sette le fonti che mi han dissetata.
Ora che il loto è già quasi fiorito,
Shivavarahi degli ultimi segreti
stende pietosi veli sul percorso
e vive in me con i suoi dolci giochi.

Io più non fuggo, danzo,
a piedi e mani giunte affronto il vento
tutta l’aria mi bevo, con la sete
di chi tutto il deserto ha attraversato.

Ho conservato petali di rose
nelle mie mani sempre aperte e tese…

Sui confini del mondo
Sui confini del mondo
ho fatto il nido
raccogliendo frammenti di me stessa
pulviscoli di sole

e siedo nel tratteggio di una storia
che racconta il passato ed il futuro
mentre il presente
è solo linea d’ombra.

Una montagna
Una montagna mi avvicina al cielo
su un altare di pietra, ed è su quello
che ho reso sacro il mio libero spazio
ed ho imparato a vivere nel mondo
anche se anelo di librarmi in volo.

In silenzio rimane la ragione,
non sa che la parola è segno e fiamma
Sposa biancovestita sul sagrato
ha fiori rossi tra le braccia e piume
d’angelica fenice.

Ora appartengo a ticchettare d’ore,
a falsi piani, a dimensioni d’ombra
e vive in me la storia di ogni azione.

Non ho riferimenti di giudizio
sono semplicemente quel che sono
senza aggettivi, senza attribuzioni
di trasparenza estrema
infine l’aria.

Scrivo respiri
Scrivo respiri su quadranti d’ombra
in cifre di silenzio, e meridiane
ormeggio lungo il piano d’orizzonte.
Da un’armonica a vetri
con le dita
gocce di suono traggo
in trasparenza.
di seta un fermo-immagine sospeso
alito e poi disegno una parola.

Arresta il sistema
Arresta il sistema
o mandati in tilt
con l’ultimo post
e spegni il pc
anzi spegni le luci
anzi spegniti il cuore
anzi
anzi
anzi
puoi piangere in arabo
non capirò
nè ti aprirò.

Cestina la mente
cancella i pensieri
“sei proprio sicuro di eliminare?”
clicca di “sì”.

Urlo
Un urlo prigioniero del silenzio
vibra
nella mia cassa armonica
di ossa
corre nel sangue e giunge
ininterrotto
alle labbra
che tengo rinserrate

è grido senza geometrie
un percorso d’interni
incontrastato
nei labirinti della mia ragione

bramo le consonanze
gli arditi arpeggi di un violino
acuto
gli squilli di una tromba
cristallina
in essi mi farei
soltanto suono.

Candidi i miei capelli
Candidi i miei capelli
sul mio viso di cera
e il fuoco e il vento
non ci saranno a farmi compagnia

Sarà la fredda notte a ricoprire
di silenzio le stanze
che mi videro danza
e segno e sangue.

Serberai nel cassetto con le tue
le mie poesie
te ne farai ricordo e testamento
sarai l’erede
delle mie parole.

Di sabbia
Di sabbia scorro
in forme di clessidra
protetta da ogni vento,
qualcuno mi rigira
e ancora suono
e ancora il mio respiro.

Sangue mi tinge l’anima, il fluire
di carezze sul vetro
un’arpa vibra
traendone concentrico piacere.

nei singoli granelli mi compatta
il desiderio di restare ancora.

Teatro
Dalle quinte del tempo sul fondale
di miraggi ed inganni fingo l’arte
la recita che impone
di nascondere lacrime e dolore

nessuno che mi possa applaudire
ciascuno ha un suo teatro

adesso è l’ora dei pittori d’ombre
dei macchinisti immemori di funi
dei trovarobe in cerca di fantasmi

in attesa che calino il sipario
su questa scena prossima alla notte
un monologo appena sussurrato
a una platea fatta di sedie vuote.

Oltre il sentiero
Oltre il sentiero del drago
a Lunana
i pupazzi di neve
hanno fatto da sponda
e il silenzio una spada
la corda si spezza nell’aria
di gelo
le piume di un’ala
e lontano il Kailash
si fa ombra nel cielo

i gradini che hai fatto
non servono a niente
le scale son fatte di sangue
e di cuori
nessuno con passo seppure leggero
calpesti l’amore
chè il grido risuona
per secoli a dio

nessuno raggiunge
da solo
il suo trono…

L’ultima tentazione
Appressati allo specchio
disse
e guarda
la natura del mondo

ed io vidi le tenebre infittirsi
il manto delle cose farsi soglia
brulicare di voci, le mie ossa
sparire nella polvere
e me stessa…

fui lampo e tuono e mille vite implose
risucchiate nel vortice del Tempo…
Urlante e scisso
nel furore dei draghi nacqui ancora
li attesi tutti e tutti
li sconfissi

e solo quando accolsi il mio segreto
e la fine di dio
rifulse la sua Luce a darmi il nome:
nel mistero lo udii
fu battesimo e sale e fuoco e vento
in ogni mio frammento vibrò il suono
nello scandire l’ultima promessa…
Chi percorre le strade della notte
incrociando discepoli e destini
ha soltanto il silenzio sulle labbra.

La saggezza è illusoria
disse
e quindi
càlati nelle viscere del mondo.

Camminano
Camminano su lastre di ossidiana
sull’orlo del cratere in processione
vestono fiamma e brace
e grida soffocate in sospensione
            Hanno domande ancora
            dentro il vuoto dell’orbita
            chiedono ancora a chi li sterminò
            qualche ragione
            d’essere morti per amor di un dio
            che più spietato ed avido non c’è…
 
Nelle profondità di un nero inferno
rode Pissarro a vendicarne il costo
demone a guardia della dannazione
           Preda fu l’oro e la temuta scienza
           Papi a braccetto ai sordidi regnanti
Ora a braccetto a multinazionali
banche tesori
loro adunche prese
e possessi di corpi, vite e cose
spacciati come gli ordini di dio
             passato ormai remoto
             senti dire
prossimo fu soltanto in Argentina?
Oppure il dittatore Pinochet?
O sotterranee beghe coi nazisti?
È passato remoto anche il silenzio
sulla pedofilia dei suoi pastori?
È passato remoto il papa buono
buono solo a metà
l’altra imponeva
di tacitare vittime e coscienza.
 
Oggi una farsa losca che ci opprime
remota a chi non vuole risvegliarsi
e preferisce far come gli struzzi
testa insabbiata e culi in bella mostra.
             Se dall’alto dei cieli un dio guardasse
             come è stato ridotto a malaffare
             prenderebbe davvero le saette
             e invece di creare maremoti
             per la povera gente
             scaglierebbe
             fulmini sopra campanili e chiese
             e poi su minareti e su moschee
e sulla razza losca di predoni
sugli assassini dalla pietra facile
lapidatori di bellezza e vita
e su tutti i feroci che in suo nome
si fanno mediatori di parola
che mai lui pronunciò
              perché l’Amore
              mai si presenta in libri
              e mai fu scritto
              dalla sua mano eterna
              inaccessibile
              all’umano pensiero
e regna là dove si fa natura
semplice e vera
senz’artificio e senza una struttura
come fiore che sboccia
e non si chiede.

È pietra
È pietra la paura
ed è mio affondo
è la melma che viscida trattiene
che trasforma nel sordido metallo
il più fulgido oro

alchemico processo all’incontrario
è il divorzio dell’anima
ciò che l’amore unisce
essa divide

e noi poveri e soli recliniamo
a contare le ore dentro il nulla
tra gli spettri che adescano la fine.

Il falco
Sorvolavo solingo e silenzioso
in larghi giri sulle vette aguzze
ero stanco e planavo
a settentrione
con ali immote e lacere dal volo
vedevo l’ombra
mia spostarsi lenta
dipingere i crinali della roccia
spezzarsi nelle crepe, nei frammenti

seduto sopra un masso
scorsi un uomo
quasi mimetizzato nel granito
chino sulle ginocchia e su se stesso

raccolsi allora le residue forze
scesi in picchiata dove il prato inclina
presi nel becco un fiore
di genziana
glielo portai volando controvento
ma lui non se ne accorse
e volse il capo…

Sasso
Mi giungi come pioggia improvvisa
e goccioli sulle mie pause
di riflessione
un corteo di parole a sentinella
di un argine
io sasso
uno fra i tanti di una strada vuota
un ciottolo slavato
che si piange nell’acqua
infisso
nella corteccia della madreterra
deve il mio lato oscuro
è seppellito

sulla mia faccia alle intemperie
esposta
segni di passi
l’ombra che calpesta.

Voci
La sua voce giunge dai millenni
dalle case disabitate da secoli
dal silenzio dove cresceva l’amore
in vane misure di sogno
e dove si tessevano fra gli angeli
i pensieri degli ultimi ricordi

ora mi giunge chiara
ora quella sua musica ineffabile
raggiunge il mio cuore e mi fa piangere
di una felicità mai conosciuta

e giunge a lui la mia
dal suo spirito mai dimenticata
voci che hanno imparato il paradiso
che hanno varcato i piani dell’ignoto
per farsi ancora suono
e per vibrare
all’unisono il senso del divino
voci che fra due ali hanno segnato
il tempo e lo scandire dell’amore.

Questo amore
Questo amore
senza pareti senza
corridoi nè camere nè porte
questo amore
ha per letto il silenzio
e per coltre l’Eterno

Ha respiri di suono
in due corpi di vetro
e l’incontro
è tinnire di note
sussurro di sillabe lievi

questo amore
paziente
ci mette le ali

Non finiscono
Non finiscono mai le parole
per quanto già scritte da tutti
per quanto già dette
hanno sempre di nuovo
il respiro
hanno sempre nel volo le cose
e l’addio
oltre il segno
oltre il suono
oltre l’anima stessa che traccia
nel vento il suo esistere ancora

Le ragazze
Le ragazze dai corpi attempati
hanno bocche di rosa
e sorrisi di perle nascoste
nell’ostrica chiusa di mare
mai più navigato

hanno fili di seta e capelli di luna
e squame lucenti
di eterne sirene incantate nel giro
di boa
sanno piangere piano
con occhi di stelle lontane
di lacrime fanno un monile
da appendere al cielo silente

le ragazze che vivono dentro
celate da pieghe e sospiri
hanno frecce d’amore rovente
stupori di donne bambine
sorprese di notte
sui mille gradini di fiato
dei nuovi giardini d’aprile.

Nàvar e Isabeau
È accanto a me
con gli occhi suoi di brace
Nàvar il lupo
testa sul mio grembo
i miei capelli sciolti sul suo manto
accanto a me nel folto della notte...

E sorge il sole
e nella luce il falco
delle sue piume me, Isabeau,
riveste

e mi alzo in volo
mentre tu fuoriesci
splendore amato
dal focoso lupo

questo ci resta:
insieme nella notte
io donna innamorata di un feroce
mentre nel giorno
tu mio falconiere
attendi il mio ritorno sul tuo braccio

ma tornerà a risplendere per noi
quell’aurora mancata e sospirata
in cui ci desteremo
entrambi umani
appassionati e finalmente
insieme.

Io segno le scadenze
io segno le scadenze
del mio andare
sono come una nuvola di sera
appesa al limitare della vita
pure sorrido al bacio colorato
di questa notte che cancella
gli argini
e le intemperie di chi è nato
prima
sospinge verso i margini

io seguo itinerari metafisici
e parole interrotte
di occhi complici
nell’ombra che compone
gesti semplici
svelati nell’agguato del destino

e mi dono a me stessa
al mio sfiorire
come pioggia d’aprile
e qualche fiore
ancora coglierò prima che annotti
sillabe taciturne e sussurrate
rivoli d’acqua dolce appena sciolti.

Parole in fila
Metto le parole in fila
come fossero tracce di un percorso
orme di vite e vite
e mi ci perdo
e se nel mare dei pensieri affondo
l’itinerario mi nasconde il senso

devo restare un attimo in disparte
nel silenzio degli occhi
a interpretare
le necessarie pause

un movimento lento mi sospinge
un girotondo di respiri e vento
sangue che pulsa in sillabe
il mio dire
velato dal biancore di una veste
che mi racchiude nell’inciso marmo

Attendo ormai da secoli
quel bacio
che infranga la mia pietra
e il mio dolore.

Il pendolo
tra un tic e un tac
io
che non so chi sono

La notte
La notte mi circonda
dalle finestre spente dell’inverno
mi nascondo alla vita
mi rapprendo
nella logica estrema di un contatto
dove appendo il dolore
e la sconfitta

e tutto fu già detto e fu già fatto
se non fosse il barlume di un sorriso
un lampo su uno schermo
d’improvviso

io qui distesa
nella forma chiusa
accarezzo i miei brividi e d’un tratto
è sangue e vita che mi scorre dentro
e pulsazione rapida nei polsi

intorno c’è il mistero che mi abbaglia

Fuga
Io fuggo
dalla mia storia aperta
ho nelle mani gli ultimi lembi
di una veste sfatta
nelle tasche bucate solo il vento
dissemino parole negli spazi
sempre più rarefatti e nel silenzio
corro lontano dalla mia presenza

ombra son io su questa superficie
dove scrivo parole di poesia
mia compagna di fuga
e mia alleata

ma non l’inseguo più
le passo a fianco
a lei conduco il testimone
a lei
che nella notte mi rischiara un poco
e stratega di fuga
dalla morte
mi tenga ancora un attimo distante.

Piccole cose
Piccole cose nascoste
tra lembi di vesti dimesse
hanno ruvida voce
rincorrono brividi fin sopra i capelli
e aspira la terra di petali stinti
l’estremo sentore di un fiore

raccogli le trecce disfatte
che il vento di spighe e cicale
ne ondeggia le ciocche

ora vieni a contare i miei segni
i miei numeri neri
saltando a pié pari le crepe
sul lastrico grigio

poi tendi le mani
accarezzi
un sogno vestito di luci
un volto che ammicca e sorride
un sorso di bacio
miraggio che adesca i tuoi sensi
percorre di linfa gli anfratti
ti vive
e ti scioglie la vita.

Era il suo tempo
Era il suo tempo
ed era pronto il campo delle meraviglie
perciò fiorì di giorno
come una rosa in apparenza aperta
ed alla luce
di suoni tremuli e scintille
le parole che portano il respiro
sulle labbra e le mani a dire vieni
oltre il semplice amare

da stamattina sopra i rami spogli
la magnolia è già carica di bocci

guardo lontano
storni neri a frotte
disegnare nel cielo forme a scatti
quasi pensieri che la mente incalza
e fra battiti asincroni fibrilla
un cuore che si adegua
e non sobbalza
anzi funziona al minimo
lo sento
come un frullare d’ali nel mio petto
un movimento appena
di soppiatto.

Si affacciavano
Si affacciavano gli occhi di bambini
alle finestre della primavera
ed erano colori ed armonie
poi crebbero le spine del roveto
assumendo contorni di catene
e tutto fu inchiodato alle persiane

del glicine è rimasto solo il muro
dove cresceva e sempre rifioriva
ora non è che un labirinto muto
intagliato di sbieco

come arroccate fra i mattoni
chiuse
tra residue vittorie di sarmenti
le stecche rotte cigolano al vento

dai vetri infranti ormai si affaccia il buio

Tra i ciottoli
Tra i ciottoli del greto
io come un sasso
sola come le pietre fra di loro
torrente inaridito

ero fiume d’inverno
e nella piena
cavalcavo la terra
e il mio vestito d’acqua
era seta di luna
e gioia
e canto
ora sono una bava di tristezza
e faccio scena muta
nemmeno il sole penetra il mio spazio

forse di pioggia ancora a primavera
una lieve carezza
a me il disgelo.

Di rose e di spine
Di rose e di spine
è la sera
c’è silenzio di brace
una scarna seduta di pietra
che fa da cornice
il mio canto si smorza nel vuoto
al di là di una porta socchiusa
nella logica d’ombra
la luce si è arresa
e mi porta lontano una nenia
costante e soffusa

li ho deposti tra ciottoli neri
i miei lunghi abbandoni
se tu, tra le mani le rose...

Se tu, tra le mani le spine
venissi per darmi l’addio
se tu mi vedessi dormire
ti supplico amore
non farti sentire
e dolce
non farmi svegliare...

Una brocca
Una brocca di sogni e pensieri
contienimi vita
nel puro cristallo
di rocca
ricordami pioggia di sera
sospiro di sole
immagini chiuse di pioggia
l’ombrello lasciato sul patio
ed io che mi danzo d’intorno
riempiendomi ancora di vita

nell’erba le prime viole.

Fantasma
Mi divento fantasma
mi perdo il peso e la complessità
mi confondo nel nulla
per essere soltanto nell’idea

Perdo le piume ormai
da tanto tempo
vivo senz’ali nel grigiore muto
di questo lungo inverno

se mi ridesterò
sarà nel sogno
in cui l’amore trasmetteva al bacio
il suo dono di vita nell’eterno.

No, mia anima
No, mia anima, non avrò paura
della prossima uscita
non la temo
questa mia solitudine
essenziale
so che dentro di me posso trovare
conforto alla condanna all’abitudine

e quelle rose a me furono date
col profumo, coi petali, e le spine.
Il miracolo estremo di una vita
a me per farmi giungere alla meta

Nessuno è solo
eppure ognuno è solo.

Oasi
Le nenie
della tribù dei berberi attendati
nel palmizio dell’oasi
le bambine dagli occhi di carbone
già vestite da donna
battere di tamburi in frenesia
danza di piedi nudi sui tappeti

lo sceicco che siede tra i cuscini
chicchere e scimitarre
sui bassissimi tavoli dorati
e poi quel rito magico del thè:
sulle foglie di menta nel bicchiere
il liquido scurissimo che scende
dalla teiera a manici dorati
e datteri farciti con le mandorle
le donne in piedi ad eseguire gli ordini
alcune accoccolate ad un fornello
altre nascoste dietro fitti veli
una dipinge il palmo di una mano
sono accolta da loro e dai bambini
una accarezza i miei capelli biondi
il riso soffocato nel chador

sono trascorsi circa quarant’anni
e lo ricordo come fosse ieri
un viaggio nel deserto noi da giovani
noi che la vita ci ha portati qui
ancora insieme eppure già distanti
incanutiti stancamente entrambi.

I pendii
I pendii
si somigliano tutti
salite se vai verso il cielo
discese se vai verso terra
tu li percorri nei tempi che il sole decide
che la notte ti impone
e raccogli nel mentre procedi
i ritratti di te che cammini

le pietre son storie di vita
ma l’ anima tua non dispone
di metro che sappia evocare
oppure scordare

Mi accorgo di andare
con gli occhi rivolti in avanti
nè terra nè cielo
e vedo chi sale e chi scende
passandomi accanto

ma non mi sorprendo al dolore
nemmeno all’amore
trattengo il mio passo nell’ombra
non temo il sorpasso
non corro e non chiedo vittoria
un angelo stanco
son io
seduto a cercarmi le ali.

Avviene
Avviene
e non puoi farci proprio niente
avviene che tu invecchi e il cuore no
e allora ti domandi a cosa serve
sentirlo ancora battere
se poi
all’esterno di te c’è solo inverno

Raccogli le tue cose
questo è il tempo
di vestirti di tutta la tua vita
di rovistare il fondo dei bauli
ché non vi sia una favola di troppo

china la testa e guarda di sfuggita
la fioritura che ti esplode a fianco
tu non potrai più averla
sei appassita
e quel che resta è solo un’altra uscita.

E vai tranquilla
vai per la tua strada
lascia alla giovinezza la partita
tu puoi sentire l’anima e il silenzio
farti da specchio della tua follia
a dimostrarti che
se due più due
ha fatto sempre quattro
è casuale.

Io viaggio ancora sola
in quest’eterno
mistero che mi fa
da culla e bara…

Siamo angeli
Siamo angeli
di passaggio soltanto sotto i cieli
un’escursione lenta
nella luce e nei suoni
depositammo al margine le ali

per questo adesso camminiamo adagio
col dolore che segue i nostri passi
e labbra che non sanno pronunciare
la parola che sola è la salvezza:
AMORE, parola che contiene l’infinito
ed è mare ed è valle.

Grava la carne
palpita nel petto e assedia il cuore
quando con braccia aperte i vasti spazi
anelito e respiro noi cerchiamo

e nelle forme i ventri, i seni, i fianchi
accarezziamo come promemoria
di quel che siamo con le nostre ali…

Lo voglio
Lo voglio con tutte le mie forze questo amore
di anime
voglio che sia il viatico sull’orlo
della mia folle corsa intorno al mondo
voglio che sia quell’unica ragione
che tende ancora agguati al mio sentire
lo voglio come appassionata brama
anelito del mio esserci ancora
seppure spersa tra le foglie, i rami
tra i sassi tra le ortiche nelle case
nelle gelide strade dell’inverno
nel divampare in terre desolate

Lo voglio così tanto che lo grido
lo grido al cielo, all’universo tutto
e sono voce armata di silenzio
e pianto
e pianto
e pianto
e tu che sei signore delle cose
che mi hai fatta alla vita ed alla morte
quali orecchie di pietra hai tu, signore?
Perché non mi dai ascolto
e perché mai
puoi startene nel cielo quando io grido?

Sappi che non mi bastano le voci
che riempiono le bocche sul pianeta
non mi bastano gli ori né gli sfarzi
di cui si fanno belli i tuoi mercanti
io sono infinitesima dio mio
eppure in me si compie l’infinito
e allora grido
e piango
e ancora grido
voglio che sia l’amore a trarmi in salvo…

Nel cortile
Nel cortile dei tempi rabberciati
colonne di cemento e porticati
bambine che vestivano bambine
e saltacorda oppure moscacieca
niente avevamo che le nostre mani
per trastullarci, il gioco degli spaghi
o qualche corsa a chi arrivava prima

quando scendeva l’ombra sul cortile
in fila indiana tristi e rassegnate
riprendevamo in mano il nostro esilio
la nostra solitudine malata
e fra lenzuola gelide il tepore
di quei piccoli corpi non bastava
a darci almeno un senso, un’illusione
d’essere accolte e un poco confortate

e si cresceva sole e sconsolate
si mettevano in fila anche i pensieri
lungo quei corridoi privi di luce
a cuore muto e senza trovar pace
si finiva di vivere ogni sera
tra quattro avemaria cinque rosari
mentre serviva solo un po’ d’amore
magari solo un pizzico di luce

ed ora è tardi, in me sedimentata
ai confini di un tempo mai vissuto
se ne resta nascosta e rannicchiata
una bambina mesta, mai cresciuta
una bambina che non è invecchiata.

Adagio
Adagio
che non se ne accorgano i guardiani
di questo posto d’ombre
che non si pieghino ancora sulle sponde
del mio fiume
e fitti salici ingombrarne il corso.
Adagio, mio dio
non mi togliere più, chè l’ho incontrato
appena
mio respiro gemello
non mi privare più della sua luce…

Andavo sola
come una foglia ormai priva del ramo
sulla cima d’un monte
una sassaia
dove ha pianto il mio cuore adamantine
lacrime di carbonio
a lesionare
la roccia quaternaria

avvio la solitudine mia estrema
sui binari
scartamento ridotto verso il cielo
altro elemento a me della rotaia
te ne prego, mio dio, per una volta
per questa volta solo
rendile convergenti
parallele.

E poi le rose
E poi le rose
dai toni più profondi a quelli chiari
rose nelle spirali dei miei giorni
rose di cui si veste il mio pensiero
e sulle labbra petali vermigli
sangue che scorre profumato e lento
per offrirsi alla vita
tra le spine

e tra le spine il mio fiorire ancora
rosa d’inverno che resiste al gelo

splendo di nuovo a maggio
ancora vivo
in questa sorprendente primavera.

Ho un pianto
Ho un pianto di piccoli rintocchi
spettinati
e sfilacci di ciglia intorno agli occhi
ma non ti mostrerò questo dolore
né ti racconterò nei giochi d’ombra
della pace che perdo
e dei frantumi
che vado raccogliendo per salvarmi

non puoi sapere, tu
se sulla pelle
mi ricamo il tuo nome e il tuo respiro
nemmeno puoi sentire oltre la soglia
quale gioco mi perdo e quanto pago

scommetto con il mondo
che verrai
con le tue scarpe in mano
a piedi scalzi
per deporre il tuo fiore sul mio letto
ma sarà tardi
e sopra le lenzuola
vedrai solo l’impronta del mio salto.

L’ accidente
La nota accidentale
uscita un po’ stonata
quella sera di briciole e sorsate
assorda col clangore
è una parola che non porta luce
una parola che ti sporca il cuore
e tu vorresti che
mai fosse stata scritta o pronunciata

felci e cristalli sparsi nella luna
e fresche rose rosse sulla bocca
questo vorrei per me
di quell’amore
che non si stinge con l’andar degli anni
che non s’incanutisce coi capelli
che s’adorna di nenie e gelsomini
e che di note false mai risuona

Ancora però
Ancora però vince l’azzurro
alto di cirri in movimento
ancora nel profumo dei giacinti
si percorrono
sentieri a primavera

il croco è già sfiorito
or che la neve
liquefacendo sta scendendo a valle
e stormi di migranti
a fare il nido
garriscono dai tetti

ma chi le conta più queste stagioni
che scorrono veloci
a sarabanda
e sono tante ormai che non c’è un volo
che nella mente
sia determinante

vedo una donna con la chioma al vento
fiori di pesco a farle da cornice
e fresca e ardente
correre nell’erba
denti di margherita gote rosa
alito profumato di viola

è lì che ammicca
ma non può sapere
del tempo in cui la guardo
fuori tempo
dal qui presente
carica d’oblio.

Si raccolsero pietre
Si raccolsero pietre ad una ad una
e poi sulla battigia
fu eretta la muraglia

si compiacque la terra
al compulsivo
trarsi e ritrarsi ancor della risacca
quando però il contrasto
fu sì grande
che il muro fu trafitto dalle crepe
a sgretolare fu paziente
l’acqua.

Vino
Un liquido amaro che in gola
corrode che spegne che assale
perfino non bere
fa male
intanto che a tavola brilla
ricolmo un bicchiere
un secolo oppure un minuto
un vino al sapore di fiele
mi viene servito
qualcosa
di pessima annata
che pure ho bevuto
fingendo che fosse il migliore
Chateau d’Yquem.

Entra
Entra felpato nel folto dei sensi
un accenno di danza
mi spoglia e mi incanta
emozione in attesa d’uscita
mi sento stremata
indifesa e smarrita
fra lembi di singola vita

che ti colgano almeno i pensieri
profilati di luna che a tratti
si riflette nell’ombra tagliente
dai margini netti.

Se mi accogli per quanto fugace
tu mi rendi una stella cometa
tu mi accendi di vita la vita
sei una luce nel lungo imbrunire
che tra poco sarà notte fatta…

Si rappresenta
Si rappresenta
recita
voi tenetela d’occhio
ha tutti quanti i numeri
per farvi entusiasmare

è un giullare
una matta un cantastorie
e vi racconta che la vita è bella
e vi lusinga fino a tarda notte
per farvi divertire

ma soprattutto
questo per amore
per non farvi pensare che la morte
magari un po’ ingannandovi
non sia
bastante a seppellirvi
in allegria

Ma fino a quando
Ma fino a quando
sugli spalti di quella che fu vita
e adesso è solamente taglio d’ombra
nascostamente recito e ricamo?
E perché mai? Mi chiedo
perché mai
ho questo filo che mi lega
al cielo
perché sento stormire nella mente
angeli e foglie insieme
un carnevale?

Ho tanta voglia di lasciarmi andare
di raccogliermi a lembi di vestito
di chiudere la casa che fu mia
e lasciare la chiave sul tappeto.
Quindi morire alfin per non morire.
 

Soltanto rose  
Ed io non ho mimose
nè le vorrei portare ai vostri spenti
amari giorni e trascurate notti
donne della mia vita
donne per cui l’istante di un sorriso
varrebbe tutto l’anno di mimose

io no, forse però saranno rose
quelle che recherò nelle mie mani
quelle stesse che vi offro in ogni casa
mentre siete ai fornelli, a rassettare
o mentre ritirate i panni stesi
o mentre vi affannate tra il lavoro
la camera lo studio e il conto spesa

vi coprirò di mille e mille rose
senza le spine, quelle le ho levate,
vi faranno da letto e da cuscino
e suonerò per voi cetre e liuti
cantando di ciascuna amori e vita
madri di madri, figlie, donne mie
che siete l’altra pagina del cielo
con me verranno con le braccia tese
gli uomini veri, padri, figli,sposi
recando anch’essi mille e mille rose.


Al mercato dei sogni

Al mercato dei sogni
in vetrina
hai voluto comprare il più caro
pagandolo a suon di dolori
e spade non erano ammesse
nel gioco fatale

eppure tu adesso ferita
racchiudi il tuo sangue nell’ombra
perché non si veda…
intanto si è aperta una breccia
nel muro di vita
che tu ritenevi normale.

E’ deserto
E’ deserto d’intorno
assenza d’ombre
e non mi muovo più
calcificata
in questa zona sempre più rovente

portatemi dell’acqua
sta morendo.
chiuso nel mio silenzio
un cuore muto

E tu che mi hai condotta fra le dune
per poi lasciarmi sola
anima mia
desso cosa fai? mi guardi e taci?
Tu voli mentre qui
di sangue accesa
mi lasci in questo torrido bruciare
tra fossili di mari preistorici
in queste sabbie mobili affondare.

Come una lama
Come una lama acuminata affondo
questo mio amore dentro te
lo pianto
lucente e disperato nel profondo
della tua vita
e pure se non vuoi
infissa rimarrò respiro ardente

che tu lo voglia o no sarò presente
lama che non saprai quanto fa male
finchè ti durerà l’anestesia
che ti propina sempre una risata

ma lo conoscerai , qui te lo giuro
quando i tuoi passi giungeranno a riva
quando ti accorgerai che alla tua vita
non saran più bastanti
sensi e brio

e allora questa lama in te silente
si farà strada e doloroso appiglio
per ricondurti a me
nell’infinito.

Amore per gioco
Amore dai sussurri persuadenti
dove l’invito a rannicchiarmi esplora
ed eloquenti spazi a contrastare
margini miei frementi
a tese mani
carezze già sognate ali di vita
farmi dono del tempo

Amore dai contorni imprecisati
che giochi a nascondino nella sera
che aspetti un’emozione
assicurata
e qui ti dai senza frenare il suono
anzi nel suono cogli il tuo piacere
amore incontrollato amore mio
ti lascio

perché il battito in petto
mi ha stanato
e qui piegata al gioco ora mi arrendo
il piatto piange al buio
ma non rilancio
te la do vinta perché adesso
io passo.

Nessun luogo
Nessun luogo è il mio luogo
ovunque c’è il silenzio delle cose
ovunque c’è lo spazio che racchiude
basta talora discostarsi un poco
farsi portare a stormo dai pensieri
e sollevarsi solamente un poco
quel tanto che mi faccia sopportare
la visione del baratro
il suo buio.

E invece no
E invece no
non ho poesia da vendere
per un spicciolo di vita minima
non ho più voglia d’ingannarmi ancora
perché quello che tocco si frantuma
perché mi piango addosso e intanto vivo

non ho la forza di chi taglia e fugge
non ho il coraggio per andare via
ho solo un mare di silenzio vuoto
che m’ingegno a colmare di parole

e invece
hanno le mani con i calli
quelli che sono morti alla catena
di montaggi infiniti
stritolati da sordidi ingranaggi
e loro no, non scrivono poesie

Ma cosa faccio qui? Nei pugni stretti
le paure del mondo
i grigi addii
gli sguardi di traverso
i giochi osceni
le nottate d’inchiostro a disegnare
spazi di case mute
e sono ingrata
a chi mi tesse amore e tenerezza.

Ancora vivo
ma la mia tana è nera solitudine.

Ah! Quest’asincronia
Ah! quest’asincronia della mia mente
chiusa nella rovina del mio corpo
che ruga dopo ruga
ora per ora
cancella viso e tracce di bambina
eppure lei
rimane ancora qui dentro di me
in questo carillon arrugginito
con lo stesso motivo ormai stonato
e prossimo al finire delle note.

È che la vita mi è rimasta dentro
come bellezza e gioventù
ma fuori
è groviglio di pieghe
e sfacimento

So che non basterà fuoco di paglia
a farmi risentire quel fermento
che per infinitesimo
momento
ha fatto suo questo mio corpo
stanco
e allora me ne andrò
da me lontano
da me che non mi accolgo e non mi dono
perché domani è solo una speranza

Quando la sera cala sopra gli anni
di questa impalcatura da due soldi
nido di un cuore vivo per scommessa
non basterà mai più
cogliere un bacio
né fingere che il tempo che mi resta
abbia lunga scadenza
ed è di cose minime che ormai
posso gioire
o di cose talmente inesplicate
che la mia mente non sa contenere

Ad amare i miei figli e i loro figli
dovrà bastarmi ancora una giornata
per dire addio per sempre alla bambina
che fino ad oggi
stava in me celata.

Ne avrai le ombre
Ne avrai le ombre e le stinte visioni
a far da mezzanotte
al tuo fiume di cera
e prima ancora che si sciolga al fuoco
di roventi respiri
avrai disfatto il sogno e il tuo bagaglio

correrai
con le misere penne d’uno struzzo
veloce sulla terra e mai nell’aria
e di rimbombi cupi dentro il petto
assorderai la stanza del domani

ancora segnerai qualche profonda
tacca
qualche silenzio troppo serio
inciso
nel tuo cuore che tremulo fibrilla
cercando invano un quieto palpitare

poi seduta nel buio
supplicherai
d’avere ancora in prestito
la vita.

Sorgi
Sorgi mio cavaliere
dalle nebbie di Avalon
inforca ancora il tuo destriero bianco
e vieni a me
che già i capelli sciolgo
e sulle note della mia celesta
ti canterò l’amore che m’infiamma

scalpita il tuo cavallo nel galoppo
percorrendo le brume di brughiera
sulle tue labbra il vento si fa assaggio
dell’impetuoso bacio che ti aspetta

Ho sparso cinnamomo e tuberosa
altre spezie preziose sui cuscini
brindo al mio cuore
al palpito costante
che liquefa ed espande il desiderio
e tu fremente è qui che lo conduci

Ecco mi vieni incontro
è ardente abbraccio
è vibrante delirio
ardito intreccio
solitudine estrema che si sazia
di un’altra solitudine d’amore.

Bastava (ricordando Spinoza)
Bastava in fin dei conti aprire gli occhi
il tempo di vederli tutti chini
ed alzare la testa
e quindi intorno
accorgersi di ceppi e di catene
e poi sentirli salmodiare in coro
mentre proni la bestia li cavalca
ed è immane la bestia
ed è feroce
insaziabile d’anime e pensieri
divora sangue e cuori
e li convince
che soffrire e morire
è godimento…
perciò cantando vanno alla tortura
fieri di guadagnarsi paradisi
fieri d’essere schiavi del terrore
al servizio di antichi e nuovi Moloch
una volta la lama di ossidiana
a cavare dal petto cuori vivi
oggi lame di bieca corruzione
e tu scrivesti invano
mio Baruch…

È lì
È lì come se fosse un fermo-immagine
che scruta capillari e fenditure
poi si acquatta nell’ombra e mi sorprende
nello stingersi d’acqua lungo i vetri
d’una finestra asmatica e sbilenca

calzando ai piedi scarpe senza suola
il cammino nel tondo di una stanza
accoccolata in questo crocevia
fra pensieri e barattoli di tinta
mi sogghigna e mi spia
mi sconforta con strascichi di rughe
mi sfida e mi lusinga
e se ci credo
mellifluamente mi sottrae la vita.

Favola asincronica
Lui attraversò le terre di occidente
tutte
secoli e spazi intrusi fra di loro
e sulla porta
dell’asincronia
desideri precisi e sensi invasi
a braccia aperte la cercava
in gesti
nei giorni dove lei s’era accucciata…

Lei sentiva la strada che avanzava
rapida
più rapida dei passi dei suoi piedi
e con le braccia tese circondava
l’orizzonte ad oriente

lui s’invaghì dell’anima di lei
tutto lo spazio suo ne palpitava
nello scandire delle note acute

lei stringeva se stessa in una danza
ch’era rimpianto nostalgia distanza
e di lucciole spente aveva il cuore

lui creava confini
col suo corpo
al tempo ladro che la tallonava
tentando d’ingannare anche la morte

lei volgeva lo sguardo in lontananza
il cuore preso da una mongolfiera
che più portava in alto
e più distanti
carezze le sfuggivano le mani

e lui raccolse l’ombra di un abbraccio
ne fece un sogno da poter vestire
e mentre lei salpava in un addio
le fissò l’ora dell’appuntamento:

allo scoccare della terza luna
nei dintorni di Proxima Centauri
sulla stella più vivida del sole
ti aspetterò
per completarci, amore…

e lei:
io ci sarò
perchè là ti ho aspettato
nei secoli
per fondermi con te.

Angelo di mezzanotte
Se per un prodigioso evento
vedessi il vero senso delle cose
e scoprissi l’origine del fato
ed ali grandi come nere vele
prorompessero dietro le mie spalle
io demone inquieto
volerei
sugli inferni di terre abbandonate
dimenticate dagli dei del sole
dove il sangue è la lava dei vulcani

mi cabrerei in picchiata
per rasentare cuori nelle strade
e registrarne il folle ticchettio
sepolto nell’oscuro della carne

raccoglierei il dolore degli umani
il loro pianto in una coppa nera
il loro assillo dentro l’arca d’ombra
i loro amori desolati in mano
e trapassando nuvole e bagliori
ai piedi tuoi li deporrei
per rassegnarti le mie dimissioni
d’angelo disilluso del divino
e scenderei per piangere con loro.

Oggi
Oggi voglio svolgermi in sensi
voglio che il sole mi sorrida in faccia
e non voglio pensare cose in nero
oggi mi stendo come rosa al sole
e poi mi giro dolcemente in tondo
fra le braccia dell’albero nel prato

Oggi lascio nel grigio della casa
una triste signora un po’ attempata
e sguscio fuori all’aria del mattino…
e mi prendo l’amore
per le strade
che conducono all’estasi
l’amore
per i capelli sciolti e per l’estate

mi avvio per sogni fremiti e velluto
per pelle ambrata e baci appassionati
e lì t’incontrerò
sogno proibito
che per un cenno della mia magia
d’un colpo solo perderai le squame…

Lasciar così
Lasciar così ogni cosa
lasciar sedimentare ogni elemento
come greto di fiume
nella piena
che attende infine il defluir dell’acqua…

e mare sia
che nell’immenso accoglie.

Adesso
Adesso puoi raccontarmi
di me
puoi tracciami le mappe della vita
e dirmi cose
che non seppi mai

mi scioglierai con le tue mani
e mi ci troverò riflessa e muta

nel concavo di un sogno
mi dirai
(ti ascolterò)
dei nostri tempi delle mele d’oro
dei piegati orologi appesi ai cieli

degli astrolabi posti a settentrione
la gemella del Cane all’orizzonte
celata nel profondo dello spazio
e Sirio solamente brilla ancora

di piramidi e raggi trasversali
di semicerchi obliqui e di catene
in cui mi specchio e affioro
singolare

mi spiegherai il perché
di questo ascolto
del mio rosso vermiglio del mio fiato
delle mie ossa della mia esistenza
e di questa assoluta mia ignoranza.

Dovrai pur farlo
nell’annientamento
che mi disperderà lucciola spenta
dovrai trovare una ragione al Caso
e una ragione alla Necessità…

Ma tu che ne sai?
Ma tu che ne sai
delle lune traverse
dei tronchi contorti dei meli
Che ne sai delle maschere nere
delle strade di notte?

Tu che pensi che basti sognare
per vincere il mondo
o una tregua di stretta clessidra
sull’isola muta
che raccogli conchiglie al mattino
e faville d’ignoto splendore
ti porti negli occhi
nelle mani carezze e colori
sei tardo crepuscolo, è vero
ma intorno hai l’amore

e perciò che ne sai
delle lame che incidono il buio
delle uste furenti di sangue
di tigri e di lupi?

Ti appartengono a oriente
primavere di gigli e mimose
e la chioma stagliata di un mandorlo
che forse avrà ancora il suo fiore…

Entra
Entra felpato nel folto dei sensi
un accenno di danza
mi spoglia e mi incanta
emozione in attesa d’uscita
mi sento stremata
indifesa e smarrita
fra lembi di singola vita

che ti colgano almeno i pensieri
profilati di luna che a tratti
si riflette nell’ombra tagliente
dai margini netti.

Se mi accogli per quanto fugace
tu mi rendi una stella cometa
tu mi accendi di vita la vita
sei una luce nel lungo imbrunire
che fra poco sarà notte fatta…

Mi rivesto
mi rivesto di brune diatomee
mi avviluppo negli argini di un guado
silice e greto dove il fiume attende
e mi sospendo
e d’infinito andare entro silente

perderò il senno fra le mie rovine
e dove
si tingerà di bianco un volo stanco
ritroverò quell’anima estasiata
che pensavo d’avere ormai perduta
e pure quando infine
alta la luna
chimerico riflesso dentro un lago
mi affiorerà nel luogo dei ventanni
dolore lancinante che mi pressa
sarò affondata a morte nei miei anni.

Avrai le onde
Avrai le onde di un mare grigio acciaio
a lambirti le orme sulla riva
avrai che le tue mani
stringeranno nel vento i desideri
avrai musiche a farti da scenario
vorrai soltanto un cielo
da toccare
ti partirà perfino il senso logico
nella morsa di caldo ricordare
e il buio s’inoltrerà per le tue strade
ti sarà lama in cuore
e tu sarai la preda disperata
dei tuoi stessi pensieri.

Solo se potrai cogliere il profumo
nelle parole sue
nelle sue mani
ti sarà dolce ancora una carezza
d’alga, di plenilunio
e del suo mare.

Una lampada
Una lampada appena un po’ schermata
l’ombra leggera a farti da carezza
sugli anni che percorsero il tuo corpo
segnato dalle mappe del silenzio
di quel tuo cuore stanco


e quando sentirai che t’abbandona
a me ti stringerò mia luce offesa
lo placherò per farti addormentare

e non lo chiameremo certo amore
non quello declamato dai poeti
né quello che divora la ragione
non gli daremo nomi e se non basta
mai ne denunceremo la presenza
purchè rimanga vivo
fra di noi


dormi tranquilla, sai
per te ho deposto
ai piedi del tuo letto armi e corazza
ti resto accanto solo per vegliarti
vestito di sorriso e tenerezza.

Conducimi
Conducimi per mano
amico dell’ombra
oltre le soglie della mia ferita
rimarginami il cuore
guariscimi la vita
e se pure non puoi ridarmi il tempo
dimmi che tutto non è mai perduto.

Dipingimi di note l’invisibile
ch’io lo possa mirare
svolgit