Racconti di Vincenzo Patierno


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Leggi le poesie di Vincenzo

La mia storia letteraria
Ebbi i natali, il 05/06/1966, in quel di Napoli, dove tutt'ora risiedo; con la mia città ho un rapporto d'amore conflittuale, perché davvero la vorrei vedere diversa e cambiare.
Iniziai a scrivere i miei pensieri nei primi anni dell'adolescenza, ispirato, si fa per dire, dal dolore per la morte della mia nonna Maria, poi dopo qualche anno smisi di scrivere, nessuno ha mai letto quegli scritti e tantomeno rammento il loro contenuto, non so nemmeno se si potevano definire poesia; solo qualche anno fa si è riaccesa la fiammella dell'ispirazione: era un pomeriggio nel quale dopo essermi svegliato dal pisolino pomeridiano, ispirato, presi il taccuino, la penna e scrissi la poesia "Il sogno". Sono consapevole che la passione fa in modo di far appassionare, il talento fa sì che la passione sia ben svolta, ma poi si deve studiare per capire e comprendere e io penso che ho ancora tanto da comprendere della poesia; però è l'unico modo, la scrittura e la poesia, tramite il quale mi sento libero e mi esprimo meglio. Il messaggio predominante che desidero dare con la mia poetica è sulle problematiche sociali, marcando i problemi di questa società un po' ambigua, più delle volte triste e scellerata. Non disdegnando altre tematiche, essendo che ritengo la poesia un mondo immenso e fantastico.
Nel giugno del 2014, con la Schena Editore ho la possibilità di vedere pubblicata la mia prima raccolta di poesie, racchiusa nel mio libro Abbraccio alla vita. Cod.
ISBN 88-6806-053-4
Il titolo del libro è dovuto alla poesia da cui prende il nome, inserita in esso, in cui si racconta della mia esperienza extracorporea durante un intervento chirurgico.
Abbraccio alla vita significa: " Non essere una minaccia ". Sentirsi protetti, essere compresi… Poi la tradizione dice che quando si abbraccia qualcuno, in modo sincero e disinteressato, si guadagna un giorno in più di vita ed io lo faccio attraverso la poesia.
Non cito i vari riconoscimenti fin ora aggiudicatomi essendo che li reputo unicamente gratificazione personale.
Vincenzo Patierno

 

La storia di un torinese emigrante


I
Agli inizi degli anni sessanta Evaristo Gusibolsi si trovò, a poco più di vent'anni,
a doversi trasferire a Napoli, anche se lui pensava di trascorrere una sorte di vacanza.
L'anomala emigrazione fu dovuta a una donna che acquistati dei panni e stoffe
al mercato di Resina, dopo averli trasformati o creati dal tessuto, partiva alla volta di Torino
per vendere la sua mercanzia tramite vendita porta a porta.
I genitori di Evaristo, che abitavano in una via del quartiere Vanchiglia del capoluogo piemontese,
erano tra i tanti clienti della venditrice in città; era sua consuetudine visitare la famiglia Guisibolsi
ogni mercoledì dell'ultima settimana del mese.
( Trascorreva un'intera settimana di ogni fine mese nella città torinese: partiva la domenica
e faceva ritorno nel capoluogo campano nella tarda mattinata del sabato.
Questo lavoro gli era stato trasmesso dal padre, che facendosi vecchio
e sapendo la situazione della figlia decise di farsi affiancare e dopo un periodo di apprendistato
e fattole conoscere i clienti e viceversa si era ritirato.
Donna Concetta, Cuncé per gli amici compaesani, poco più che cinquantenne,
con un marito ergastolano, doveva crescere e sfamare sei figli.
Aveva imparato bene come fare la venditrice, anche di sé stessa: sapeva come farsi benvolere dai clienti,
farsi accogliere come un'amica di famiglia e non come un'estranea, anche se poi quando era il momento
di farsi pagare i conti erano sempre salati, se pur dava ad intendere che si trattava di prezzo di favore.
Se solo i malcapitati avessero saputo dove avvenivano i suoi acquisti da rivendere e quanto miseramente
a lei costavano in realtà! )
In uno dei giorni di visita alla casa la donna chiese del ragazzo, lo conosceva da quand'era adolescente,
ma da tempo non lo vedeva, la madre e la nonna, madre della madre, gli dissero che era cresciuto
ed era diventato un bellissimo ragazzo e che finito l'istituto tecnico industriale ed espletato
il dovere di leva attendeva un' occupazione.
Mentre le tre donne stavano chiacchierando il dlin dlon del campanello sulla porta d'entrata catturò
la loro attenzione, la signora Guisibolsi si allontanò dalla cucina dove si stava tenendo la riunione
e si recò a vedere chi aveva suonato e se era il caso aprirgli la porta: era colui di cui stavano parlando, Evaristo.
La madre lo fece entrare e gli disse della presenza di donna Concetta e di recarsi a salutare,
anche perché aveva chiesto di lui.
Il giovine così fece, i due si salutarono, dopodiché la signora prima lo squadrò per bene,
era davvero un bel ragazzo e molto educato, fisicamente aitante ma non palestrato, longilineo,
superava il metro e ottanta e poi gli fece una sorte di terzo grado.
Donna Concetta, che parlava un italiano in modo approssimato,
imbastardito dal dialetto<< Era da molto che non ti vedevo, sei venuto su davvero bene.
Ti ho visto crescere e conoscendo che fai parte di una famiglia perbene vorrei proprio farti conoscere
la mia figlioccia di Napoli. >>
Che poi non era altro che la figlia di una sua cliente di Napoli.
La donna si rivolse alla madre << Se volete potete darmi una sua foto per farla vedere alla famiglia
e alla cara ragazza, io il mese prossimo, quando torno a Torino, vi porto una sua foto,
sempre se i genitori e lei accettano. >>
Evaristo diede l'impressione di essere contento, ma era solo troppo educato per dare una risposta di rifiuto, la madre, per una sorte di gratitudine, andò nella camera del salotto e tolto una foto fata dopo il diploma dalla cornice che era sul mobile la portò alla napoletana, la quale fu sul vago nel dare informazioni
sulla famiglia della fanciulla e su di essa; dopo poco lasciò la casa.
La nonna, che fino ad allora non aveva professato parola, non era entusiasta della situazione
in cui la figlia stava facendo incanalare il nipote, proferendo che sperava che la cosa
non sarebbe andata in porto.
Puntuale il mercoledì dell'ultima settimana del mese successivo, si era alla fine di gennaio
con una temperatura da neve, meno tre gradi, donna Concetta bussò alla porta Gusibolsi,
aveva lasciato Napoli con il sole che dava un tepore primaverile e un cielo libero da velature.
Si era abituata alle escursioni termiche tra le due zone del paese; già in treno, recatasi in bagno,
faceva il cambio di abbigliamento.
Ad accoglierla vi erano Evaristo, la madre e il padre, il quale fu messo accorrente della proposta della donna la sera stessa,
quando tornò da lavoro, del giorno in cui venne fatta, non è che ne fosse contento,
una volta tanto si trovava d'accordo con la suocera, ma aveva troppe magagne che doveva tenere nascoste
per mettersi contro le decisioni della moglie, gli conveniva accontentarla!
Si accomodarono in cucina, come in tutte le riunioni che avvenivano in quel giorno,
si sedettero tutti e quattro attorno al tavolo
e attesero che donna Concetta parlasse << Il giorno dopo il mio arrivo a Napoli,
la domenica dopo pranzo, ho fatto visita alla mia cara Angelina e ai suoi genitori,
gli ho detto che di mia iniziativa, conoscendo che famiglie siete e per l'affetto che provo
per entrambi i ragazzi, sono entrambi due pezzi del mio cuore che ho visto crescere…>>
Evaristo l'interruppe<<Grazie signora Concetta!>>
La donna continuando<<…mi sono permessa di espormi e farvi da intermediario in questa conoscenza,
se poi saranno fiori fioriranno.>>
Tirò fuori dalla borsa una foto del primo piano fatta in una macchina automatica per fototessera
e la posò sul tavolo: un bel viso tondo, uscito poco prima della foto dalle mani del parrucchiere
e del truccatore, di una fanciulla diciannovenne dai tratti mediterranei.
I tre familiari non restarono dispiaciuti dalla foto.
La padrona di casa << Signora Concetta, se mio figlio vuole fare conoscenza della ragazza,
che voi ci garantite che fa parte di una buona famiglia di Napoli, come ci potremmo disobbligare con voi,
per il vostro fastidio?>>
Donna Concetta << Ma quale fastidio! Per me è un onore e piacere, vi ho detto che lo faccio soltanto
perché conosco le famiglie e i ragazzi. Tu che ne dici ragazzo, ti farebbe piacere?
Al limite ti fai una vacanza!>>
Evaristo << Voi siete una garanzia, una persona di famiglia, sì, mi farebbe piacere, ma dove andrei a stare
in quei giorni?.>>
La madre << Vai a mamma, vai a conoscere Napoli, ti fai una vacanza al limite! Signora Concetta
lo affido nelle vostre mani, sapete che ho solo lui!>>
Donna Concetta << Non vi preoccupate è come se fosse mio figlio. Starai a casa mia, sia a dormire
che a mangiare, per tutta la settimana, certo non è così tranquilla come la vostra con sei figli che ho.>>
Rivolgendosi ai genitori<< Signora voi sapete la mia condizione familiare e per questo vi chiedo
un minimo di contributo, accompagnerò io stesso a conoscere vostro figlio ai genitori e alla ragazza.>>
Il padre del ragazzo<< Ma certo, copriremo le spese di mio figlio, non vogliamo che sia un peso.>>
Donna Concetta <<Per carità, quale peso è soltanto necessità! Sua moglie sa che le faccio sempre
dei prezzi di favore, è più per il piacere di recarmi in casa vostra che per la vendita.
Facciamo come se ci facessimo noi quattro un vestito confezionato a testa
e paghereste voi: centosessanta mila lire!>>
Il signor Guisibolsi si sentì come se si stesse per ingoiare la lingua, ripresosi,
accennò a professar parola ma lo sguardo della moglie lo colpì, come un automa
si recò in camera da letto per prendere la cifra che era stata richiesta
da uno dei cassetti del comò: certo il suo stipendio era di più di quello di un semplice operaio,
ma comunque era una bella botta alle finanze di famiglia, se pur la moglie contribuiva
con il suo stipendio da cassiera alla Standa.
Tornò in cucina a piccoli passi con lo sguardo fisso sui soldi che aveva in mano, giuntoci,
senza professare parola porse le centosessanta mila lire alla venditrice, che li prese e senza contarli
li mise in una borsetta che tirò dal reggiseno; depositati rimise la porta soldi dov'era.
Disse ai genitori di accompagnare il figlio alla stazione il venerdì successivo, li mise accorrente
sull'orario della partenza del treno, di fargli il biglietto d'andata e quello di ritorno, gli diede
dei consigli sull'abbigliamento, salutò cordialmente e se ne andò.


II
Il sabato successivo il treno giunse a Napoli, presi i bagagli donna Concetta ed Evaristo scesero
dalla carrozza, ad attenderli due dei quattro figli maschi della donna.
I sei, espletati i saluti e le presentazioni, uscirono all'esterno della stazione, il tempo meteorologico
che aveva visto partire la venditrice persisteva, voltarono a destra imboccando corso Novara,
proseguirono a piedi fino al ponte di Casanova, giunti nei pressi del quadrivio attraversarono
prima il corso e poi da un lato all'altro via Casanova, nei pressi, giù delle scale,
vi era la stradina dove si trovava il palazzo in cui era ubicata, al primo piano, l'abitazione.
Giunti alla casa ad aprire la porta fu una delle due figlie della donna, Anna, una ragazza graziosa
che conosceva le buone maniere, di carattere riservato ma cordiale; aveva una fila di pretendenti,
che a turno, le facevano la serenata, ma ogni volta restava in camera senza uscire:
gli andava stretto quell'ambiente.
La madre la presentò ad Evaristo e mentre, rivolgendosi alla mamma, chiedeva, avendolo intuito,
se era lui che doveva conoscere Angelina, senza farsi accorgere dal ragazzo,
fece una smorfia tra il disappunto e il dispiaciuto.
La domenica giunse il grande giorno, dopo pranzo, verso le diciassette, su via Casanova un taxi
venne a prendere Evaristo e la signora Concetta, per condurli al vicoletto Donnalbina,
sito tra il complesso monumentale di Santa Maria la Nova e la chiesa Santa Maria Donnalbina;
uno di quei luoghi che da un balcone all'altro si possono, senza scendere in strada,
tanto passarsi una tazza di caffè o se prendono un questione fare a mazzate
saltando da un balcone all'altro.
Al terzo piano di uno dei palazzi abitava Angelina con i genitori e tre fratelli maschi.
La madre della ragazza, donna Sofia, vendeva le sigarette di contrabbando
alla via sulla quale si accedeva al vicoletto e di cui aveva lo stesso nome; il padre teneva una bancarella d'ambulante
 nei pressi del palazzo delle poste e telecomunicazioni; i fratelli si campavano da soli per strada.
Angelina si doveva occupare della casa; a scuola aveva frequentato fino alla quinta elementare,
i genitori decisero che l'apprendimento conseguito già le bastava.
Tutto il vicinato e dintorni sapevano che doveva giungere dal nord Italia
n pretendente per Angelina, a Napoli siamo così: si bruciano le tappe nel pensare e giudicare.
C'era gente affacciata ai balconi e in strada ad attendeva l'avvento.
Il taxi arrivò, i due uscirono tra sguardi e vocii, entrarono nel palazzo
e per raggiungere l'appartamento dovettero salire scalinate formate da scalini enormi.
Ad aprire la porta fu don Carmine, il probabile futuro suocero,
uno che per descriverlo basta dire che si poteva paragonare a un primate,
non per l'aspetto fisico, quello era trappano, ma per il suo pensiero.
Era convinto che un uomo non diventava tale se non trascorreva un periodo nelle patrie galere.
La signora Concetta, entrati, salutò l'uomo e poi gli presentò il ragazzo, i due si salutarono
con una stretta di mano.
Si diressero nella camera da pranzo; per i parenti presenti farei prima a dirvi quelli assenti.
Evaristo li salutò ad uno ad uno, poi, sempre in compagnia del padre di Angelina,
guidato da quest'ultimo, si diresse sul lato dove vi era il balcone, su cui erano accomodate,
su delle sedie, la probabile futura suocera, la cugina del cuore della probabile fidanzata e la stessa.
Il fanciullo torinese si sentiva fuori luogo, faceva fatica a non darlo a capire.
Ora stava riflettendo del perché la foto, portata a vedere a lui e alla sua famiglia,
ritraeva un primo piano con ritocchi d'antico photoshop.
I due, messi vicini, non formavano l'articolo "il" ma l'artico "lo", con la consonante maiuscola.
Alla fine della festa si trovarono seduti attorno al tavolo Angelina, il padre, la madre, Evaristo e donna Concetta;
 fu quest'ultima a mettere i puntini sulle I, era lontano da lei la volontà
di mettere in difficoltà il ragazzo, stemperò la situazione: conosceva bene la mentalità di quell' ambiente.
Infondo lei il ricavo lo aveva intascato.
Chissà quanti vestiti confezionati pagarono i genitori della ragazza per la sua intercessione?
Rimasero che i due si sarebbero incontrati nella settimana avvenire, prima della partenza del torinese,
per conoscersi: sarebbe stato lo stesso don Carmine ad andare a prendere Evaristo e insieme avrebbero raggiunto Angelina in via Roma,
dove i due avrebbero passeggiato sotto l'occhio vigile delle nonne di quest'ultima.
Martedì, il giorno della passeggiata, alle quattro passò a prenderlo l'uomo, chiedergli se prima di andare all'appuntamento
poteva accompagnarlo a fare una commissione e che poi da lì sarebbero andati all'incontro.
Di gran carriera l'auto si diresse nella zona di Secondigliano, l'uomo giunto vicino ad un palazzo entrò
a marcia in dietro nel portone, scese dicendo al ragazzo d'attenderlo a bordo.
Dato che il cofano della macchina era stato aperto e che la visuale degli specchietti laterali era impedita
dai muri dell'edificio Evaristo non vedeva con chi stesse parlando il napoletano e cosa stesse dicendo
con i suoi interlocutori, non li capiva; nonché cosa stessero caricando.
Ad un tratto si sentirono delle sirene: giunsero due volanti della finanza; dietro non si sentiva più nessuno
e niente più veniva caricato.
Gli agenti intimarono ad Evaristo di scendere con le mani in alto, il ragazzo, ignaro del perché di ciò,
appena si trovò in piedi fuori dell'auto, avendo difronte delle armi spianate,
crollò a terra battendo la testa violentemente.
L'ultima sensazione che ebbe fu quella che l'anima lo stesse abbandonando.


III
Il vissuto e lo scorrere del tempo è cognizione umana e il vivere è cognizione degli esseri viventi,
ma Evaristo, se pur giunto al vespro della vita terrena e raggiunto quello che poteva essere
l'altrove aveva le stesse sensazioni e percezioni di quando era in un corpo.
In vita non era stato certo un peccatore, non ne aveva avuto il tempo,
per questo quella che era la sua anima si sentì defraudata: si trovò catapultata
in quella che poteva essere un'angusta caverna con un unico prosieguo in pendio.
Senza che se ne accorgesse o che ne avesse l'intenzione, ma come se fosse condotto,
proseguì lungo la china dove incrociò altre anime che proseguivano, in modo mesto,
nella stessa direzione, ignare a cosa andassero incontro;
tutte si chiedevano come mai fossero capitate ivi.
All'improvviso si videro parare davanti quelle che gli ricordavano due enormi colonne di fuoco;
ad una ad un si videro oltrepassare e ad una ad una ebbero la percezione di precipitare
in un precipizio che sembrava non avere fondo.
Fluttuanti arrivarono al cospetto di quello che appariva essere il guardiano di quel luogo.
Costui, con un calcio, le malcapitate anime le lanciava verso quella che era la fine del burrone.
Il fu Evaristo era smarrito, non ricordava e pur si sforzava a voler ricordare quali peccati, a vent'anni,
lo avessero condotto là, dopo la morte corporea.
Gli sembrò di essere chiamato da una voce profondamente tenebrosa,
li fu fatto cenno di raggiungerla e quando fu nei pressi di essa<< Putrida anima sei qui per scontare
la tua vita terrena!>>
Evaristo<< Scusate ma che ho fatto di così grave che io non ricordi? Non dico l'Elisio,
ma almeno il secondo regno, no addirittura la terza scelta!>>
L'interlocutore<< Evaristo Guscolzi…>>
Evaristo << Non iniziamo anche qua a non pronunciare bene il mio nome che è Evaristo Gusibolsi!>>
L'interlocutore infastidito e con cenno di ira << E' nato sulla terra, in tale continente, in tale nazione,
in tale regione, in tale città, in questa data? Qui è gradito!>>
Evaristo sconcertato di tutta risposta<< Signor no! Sapete che sono morto a Napoli
ma che non sono nato lì e nemmeno ci vivevo? Se volete vi racconto chi sono stato,
ci deve essere uno sbaglio di persona,
il mio posto era di sicuro di un altro, cercatelo, glielo cedo volentieri!
Forse era la persona con il cui nome avete chiamato me per sbaglio?>>
L'interlocutore che gli iniziava ad uscire il fumo dal naso<< Se ti trovi qui è perché ci devi essere,
non dire menzogne, e poi questo è il regno della menzogna, non hai nulla da insegnarci!>>
Evaristo<< Le decisioni si vede che qui le prendono coloro che furono umani!>>
L'interlocutore<< Badi a quello che dice, noi siamo diavoli, facciamo le cose seriamente!>>
Evaristo<< Signor diavolo lei sa quanti diavoli ci sono da dove vengo io
e che dicono la stessa cosa che ha detto lei?>>
Questa volta lo aveva davvero fatto infuriare!
Evaristo sembrava che stava per trascorrere un'eternità non sua, ma come si trovò nella caverna
ad un tratto ora si ritrovava nel suo giovane corpo che era su un letto dell'ospedale Ascalesi;
vide un medico che sopra di lui gli disse: guagliò ti è andata bene!
Sotto all'uscio della porta vi erano due agenti che lo piantonavano.
Si sentì tenersi la mano da un'altra mano, si girò e vide che era Anna, la figlia di donna Concetta,
restatagli accanto…


Antonio e la sirena fanciulla
In una giornata d'autunno, una di quelle dove si percepivano ancora fragranze di un'estate oramai passata,
del lontano millequattrocento sessant'otto, un viandante ormai attempato il cui sguardo era spento
dalle traversie della vita e del quale non si sapeva né da dove venisse e né chi fosse, anche se il suo nome
si seppe che era Antonio, giunse alle mura di Gragnano, entrato nella cittadina raggiunse, dove trovò riparo per alcuni giorni, la chiesa della SS. Maria dell'Assunta.
Una mattina ascoltata la S. Messa e presa l'eucarestia, essendosi voluto confessare prima e anche
per questo il suo dire e il suo narrarsi era celato dal segreto della confessione, raccolse la vecchia bisaccia che custodiva poche cose, il bastone con cui era solito accompagnare i suoi passi e uscì dalla chiesa.
Si diresse verso una delle porte del maniero, l'oltrepassò incamminandosi sulla strada che dalla valle
delle Ferriere conduceva ad Amalfi; lui non sapeva che avrebbe raggiunto tale località: dal confessore
gli venne indicata la strada per il mare, essendo che chiese indicazioni per raggiungere il mare,
prima di distogliersi dal confessionale accanto al quale stava genufletto.
Non del luogo ed essendo che non comprese bene le indicazioni dategli si smarrì.
Attraversò monti, boschi, radure e costeggiò e attraversò torrenti e ruscelli; durante il tortuoso cammino, dove esso costeggiava una delle cascata, si riposò, le logore e traforate calzature gli facevano lacerare
i piedi dai tortuosi sentieri che calpestava.
Quello che non incontrò fu un'anima ad incrociare i suoi passi.
Attese che le sue ferite si rimarginassero e le gambe riprendessero le forze e lo sorreggessero, riparandosi in una grotta.
Non si sa quale fu il suo sostentamento.
Durante l'incalzare d'un temporale, all'alba, ricominciò a dare i suoi passi verso la meta.
Prima di farlo lasciò la bisaccia in quel che fu riparo e rifugio, per lui un tesoro essendo che era tutto quello che possedeva ed era l'unico legame col passato, accertandosi di nasconderla in modo che non fosse trovata da qualcuno; forse era sua intenzione ripassare a riprenderla.
Giunto nella cittadina amalfitana e dopo aver girovagato in cerca d'elemosina o di cibo si diresse verso
una piccola spiaggia di scura sabbia situata in una conca, alla quale si accedeva dopo aver percorso
una serie di ripidi discese.
Lì restò assorto nei suoi pensieri e mentre la vita e i ricordi gli fluivano dinanzi agli occhi iniziò a passeggiare su e giù per battigia.
Le onde s'infrangevano accarezzando la sabbia e i suoi piedi; lo sciabordio risultava ad Antonio un dolce canto.
L'oro del tramonto iniziava a lambire il cielo quando decise di proseguire il suo vagabondare,
ma all'improvviso, quando rivolse un ultimo sguardo al mare, la sua attenzione fu rapita
da una figura non chiara all'orizzonte che emerse all'improvviso dalle acque e incominciò a nuotare
nella scia di luce verso la spiaggia, restò a guardarla arrivare; arrivò presso di lui manifestandosi
per quello che era, per cui egli divenne marmoreo.
I suoi occhi erano increduli e sbarrati per ciò che vedevano: una sirena!
Di colorito bronzeo, la chioma, corvina e folta adornata da variopinti coralli, le scendeva fin sui nudi seni facendoli solo intravedere; il vermiglio degli occhi, profondi e luminosi, era tutt'uno con quello del mare
e l'argentea coda luccicava nelle limpide acque.
Porse all'uomo la mano adornata da bracciali di conchiglie invitandolo a seguirla con voce suadente
e un sorriso che le riempiva l'ovale viso.
Antonio con voce tremante, che nessuno, tranne i monaci che lo accolsero, ai quali non raccontò apertamente dettagli della sua storia, nei giorni che si trovò a Gragnano udì<< Sto sognando o non sei mitologia? Non ho mai amato il mare se pur l'ho solcato, m'affascina il suo essere oceano misterioso
e scrigno di mondo parallelo a quello su cui si posano e restano proprie orme.>>
Lei non rispose ma continuava a tenere la ma protesa in segno d'invito a seguirla.
Se pur titubante l'uomo entrò in acqua prendendo la mano della marina fanciulla, i due insieme, mano
nella mano, iniziarono a nuotare.
Lontani dalla terra ferma s' immersero nel ventre degli abissi, nel tempo in cui gli ultimi istanti di tramonto scomparivano all'orizzonte.
L'uomo, che non si voltò neppure una volta indietro, non fece più ritorno nelle zone in cui fu visto
in quel tempo e neppure si seppe più nulla di lui.
Però una leggenda di pescatori del luogo narra che nella notte di S. Lorenzo si possono scorgere,
mentre le stelle cadenti sembrano spente sagitte che s'infrangono in cielo, lontano dalla costa e da occhi indiscreti, Antonio e la sirena, illuminati dal chiarore di luna, danzare dinanzi ad Amalfi tra le onde del mare.


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