Racconti di Vincenzo Patierno


Home page  Lettura   Poeti del sito   Narratori del sito   Antologia   Autori   Biografie  Guida   Metrica   Figure retoriche


Leggi le poesie di Vincenzo

La mia storia letteraria
Ebbi i natali, il 05/06/1966, in quel di Napoli, dove tutt'ora risiedo; con la mia città ho un rapporto d'amore conflittuale, perché davvero la vorrei vedere diversa e cambiare.
Iniziai a scrivere i miei pensieri nei primi anni dell'adolescenza, ispirato, si fa per dire, dal dolore per la morte della mia nonna Maria, poi dopo qualche anno smisi di scrivere, nessuno ha mai letto quegli scritti e tantomeno rammento il loro contenuto, non so nemmeno se si potevano definire poesia; solo qualche anno fa si è riaccesa la fiammella dell'ispirazione: era un pomeriggio nel quale dopo essermi svegliato dal pisolino pomeridiano, ispirato, presi il taccuino, la penna e scrissi la poesia "Il sogno". Sono consapevole che la passione fa in modo di far appassionare, il talento fa sì che la passione sia ben svolta, ma poi si deve studiare per capire e comprendere e io penso che ho ancora tanto da comprendere della poesia; però è l'unico modo, la scrittura e la poesia, tramite il quale mi sento libero e mi esprimo meglio. Il messaggio predominante che desidero dare con la mia poetica è sulle problematiche sociali, marcando i problemi di questa società un po' ambigua, più delle volte triste e scellerata. Non disdegnando altre tematiche, essendo che ritengo la poesia un mondo immenso e fantastico.
Nel giugno del 2014, con la Schena Editore ho la possibilità di vedere pubblicata la mia prima raccolta di poesie, racchiusa nel mio libro Abbraccio alla vita. Cod.
ISBN 88-6806-053-4
Il titolo del libro è dovuto alla poesia da cui prende il nome, inserita in esso, in cui si racconta della mia esperienza extracorporea durante un intervento chirurgico.
Abbraccio alla vita significa: " Non essere una minaccia ". Sentirsi protetti, essere compresi… Poi la tradizione dice che quando si abbraccia qualcuno, in modo sincero e disinteressato, si guadagna un giorno in più di vita ed io lo faccio attraverso la poesia.
Non cito i vari riconoscimenti fin ora aggiudicatomi essendo che li reputo unicamente gratificazione personale.
Vincenzo Patierno

 

Link dell'e-book del romanzo
https://www.ivvi.it/product/1977-alla-valle-dei-mulini-di-gragnano/
 

Sinossi

Un reparto scout si reca nella Valle dei Mulini di Gragnano per un campeggio, che poi rappresenterebbe
il primo campo del narrante.
Questo non fa di "1977-Alla valle dei mulini di Gragnano" romanzo sullo scautismo, neppure lo vuole essere.
La vita dei campeggiatori è quasi marginale, solo per alcuni di essi non è così: come per Aurelio,
che si trova a vivere una storia d'amore con Anna, una ragazza che vive tra l'abitazione ad Amalfi e la valle, all'interno di uno dei mulini, trasformato, negli anni addietro, in un'abitazione estiva, insieme al padre keir, uno scozzese ex pilota aviatore della RAF, trovatosi nella valle dopo essersi paracadutato, nel 42,
perché il suo aereo, colpito, stava precipitando; come per Andrea, che durante l'escursione personale incontra Matilde, la quale lo conduce alla scoperta del piacere fisico; come per Guglielmo, costui
è quel protagonista che, insieme ad altri personaggi frequentatori della valle, fa del romanzo un genere principalmente giallo; come per lo stesso autore, all'epoca appena undicenne, che oltre ad essere colui
che narra, e protagonista di alcune birichinate, è la pedina che indirizzerà alla soluzione di un fondamentale interrogativo.
La suggestiva valle dei mulini, dove per l'appunto sono ubicati i macinatoi, costruiti intorno al XIII secolo
per la lavorazione della farina, è una lingua di terra tra i monti Lattari, facente parte del comune
di Gragnano, anch'esso scenario principale, come lo sono Amalfi e Lettere.
L'accaduto è frutto unicamente dell'immaginazione dello scrivente, alcuna vicenda è realmente accaduta, come i personaggi, neppure nella sola descrizione; gli unici citati, anche nella descrizione, realmente esistiti, oltre naturalmente a Vincenzo Patierno, sono il nonno Vincenzo, padre Vincenzo e lo scout Gino; citate, questi tre, per l'affetto del loro ricordo.


 

Shiarrael e Mattia
Shiarrael è nel giardino d'inverno, dietro una vetrata formata da una struttura con vetri quadri
e chiari; ad entrambi i lati, accanto ai muri, una fila colorata dalle tinte calde.
Garofani; gerani; ciclamini; alberelli di rosa; erica; ficus; un alberello di limone; una felce;
piante rampicanti, tra cui un bouganville e altra flora che con il tutto è a comporre ciò che lei definisce, orgogliosamente, un grazioso boschetto, nel cui interno si trovano delle gabbie che ospitano dei canarini,
un tavolino con intorno quattro sedie, con sopra la seduta e accanto alla spalliera dei grossi cuscini,
in ferro battuto e una panchina in marmo su cui è seduta, con le mani, giunte con le dita intrecciate,
che poggiano su un libro posto sulle cosce.
La donna, col marito Mattia, risiede a Cernusco sul naviglio, comune dell'hinterland milanese,
zona della Martesana.
Il matrimonio gli ha regalato quattro figli che, ormai grandi, hanno preso la loro strada, tra lavoro
e proprie famiglie; hanno molti più nipoti che prole, che però non possono godersi quanto vorrebbero, essendo che non vivono tra quelle zone, come i propri genitori.
Sono tanti anni che abitano a Cernusco, nella quale realtà sono integrati bene,
superando la diffidenza dei primi tempi nei loro confronti da parte dei cernuschesi.
Entrambi, che si conoscono da ragazzi, sono nativi di Napoli, se pur Shiarrael e di origine rom.
Anni settanta, Mattia ogni domenica mattina accompagna nonna Pina alla cappella di famiglia
al cimitero di Santa Maria del Pianto.
Nel tempietto, la donna e le cognate si adoperano in grandi pulizie, facendo quasi a gara a chi fatica di più: tolgono la polvere, lavano marmi, pavimento, lucidano il lampadario in bronzo, i portalampade in bronzo,
i portafiori a cui cambiano acqua e fiori, luci votive, cambiano i paramenti sull'altare, puliscono le sedie;
un affaccendarsi come se durante i giorni precedenti della settimana i defunti residenti avessero organizzato feste e festi.
Alla fine, accomodatesi sulle sedute sui due lati della cappella al di sotto dei loculi, recitano il rosario.
Una volta al mese, insieme ai propri consorti, quelli ancora di questo mondo, partecipano alla Santa Messa lì all'interno, celebrata dal prete della chiesa del cimitero.
Egli è un sacerdote a modo suo: oltre ad avere il vizio di giocare d'azzardo, nel retrobottega
di un bar/bigliardo, spendendo offerte dei fedeli, ha come perpetua la propria comare,
con la quale convive da moltissimi anni, con cui ha un figlio, fattolo crescere, dalla nascita,
dai genitori di lui in un paesino della Basilicata.
Mattia, che è sempre l'unico bambino della comitiva, scorrazza all'esterno, raggiunto ogni tanto dalla voce
di nonna Pina, che gli chiede dove sta e cosa stia facendo, che poi, se pur lui è un continuo combina guai,
cosa può mai fare in un cimitero per passare il tempo?
Al massimo può togliere fiori e foto da loculi e tabernacoli funerari, ma non di più.
A cento di metri di distanza dalla cappella vi è quella di Antonio de Curtis in arte Totò, lì seduta, sui gradini sotto il marmo a forma di pergamena su cui è incisa la Livella, v'è sempre una rom in cerca
di elemosina, in compagnia di una ragazzina intenta a nascondersi tra l'ampia e lunga gonna della donna.
In una delle consuete giornate, il ragazzo, non curante delle raccomandazioni avute di stare lontano
da tali persone, conoscendo tutti i luoghi comune sul perché deve farlo, si avvicina alle due e presa
una caramelle dalla tasca la porge alla bambina, chiedendole come si chiami, lei, con un filo di voce, gli dice di chiamarsi Shiarrael, nello stesso tempo tende timidamente la mano per ricevere la caramella.
Mattia gli dice il suo di nome, poi ritorna alla cappella.
Ogni domenica, recatosi dalla nonna, prima di uscire non dimentica mai di farsi dare le Mou da poter offrire alla fanciulla quando è a trovarla.
I due, le volte che s'incontrano, giocano insieme sullo spiazzale che si affaccia sul belvedere,
dove lo sguardo arriva al mare, fino alla penisola sorrentina e all'isola di Capri.
Il tempo passa e Shiarrael inizia a sbocciare, assumere quei lineamenti femminili che la fanno una piccola donna.
Da una domenica come tante non la si vede più in compagnia della donna seduta sui gradini sotto
la pergamena, Mattia, anche se spera sempre di rincontrarla, non si avvicina mai alla rom per chiederle
della ragazza e il perché non è più ad accompagnarla.
Scorono le stagioni, lasciandosi alle spalle le età.
Mattia, ormai diciottenne e fresco di diploma, in una sera d'autunno, è imbarcato sul treno, che partito dalla stazione centrale di Napoli, lo sta conducendo nel capoluogo lombardo.
Sono circa le sette e quaranta quando giunge a Milano, dove trova ad attenderlo, sulla banchina del binario, la zia Graziella, che ha preso per lui appuntamento con il capo del personale, suo amico, di un'azienda chimica, essendo il giovane un perito chimico fresco di diploma.
Il colloquio va bene e viene assunto, ma chissà quanto grazie alle grazie della zia.
Con l'impiego milanese Mattia corona il sogno di abbandonare una città con un contesto che non ha mai sentito vestito adatto a lui.
Per circa un anno risiede a casa degli zii, contribuendo in parte al ménage familiare, per non pesare,
ma una mattina confida ai parenti la volontà di volersi affittare una casa per avere una propria autonomia.
Dopo un periodo di ricerca, trovato un appartamento adatto alle sue possibilità economiche, inizia la vita
da single.
Mattia, quando il tempo lo permette, e il tempo di Milano non è quello di Napoli che sono più le volte
che lo permette, ama trascorre la giornata domenicale in giro per la città.
E' una di quelle occasioni, si è nel pomeriggio inoltrato, il giovane si trova in una delle stazioni metropolitane del centro cittadino, in attesa del metrò che giunge nella zona dove abita, quando sente
una mano che si poggia sulla spalla, di soprassalto si gira: è una giovane donna.
Il giovane si chiede tra sé e sé se sia persona che conosce, essendo che non ha un viso, in memoria, conosciuto.
<< Ciao, sei Mattia?
Mi sembri tu, il viso è quello del bambino che ricordo.
Ti ricordi di me, se sei tu e non mi sono sbagliata?>>
Mattia inizia ad aprire i cassetti della memoria e da uno di essi esce il ricordo di quando giocava
con una piccola rom sullo spiazzale del cimitero, dove lo sguardo arriva al mare, fino alla penisola sorrentina e Capri.
Dice di essere lui quel ragazzo, esclamando il nome di lei: Shiarrael!
In due si abbracciano affettuosamente, dopo di che Mattia<< Come mai non venisti più al cimitero tutto
ad un tratto e cosa fai qui a Milano?>>
Shiarrael << Dovetti fuggire!
La donna con cui venivo al cimitero, che era la sorella di mio padre, una mattina mi venne a prendere
alla baracca insieme ad altre due donne, ero sola, mi chiesero se volessi seguirle, mio padre sapeva
che sarebbero venute a prendermi, almeno così mi dissero, le seguii senza obiettare.
Ci dirigemmo fuori del campo, raggiungemmo con vari mezzi Agnano, arrivati ai semafori dell'incrocio
dove v'è la strada per le concessionarie ci fermammo.
Le tre, in disparte, si misero a confabulare sottovoce, dopo poco accostò una grossa macchina nera,
a quel punto mia zia mi venne a prendere per il braccio, salimmo a bordo, l'uomo, che aveva un'aria tutt'altro che raccomandabile, prima di rimettere in moto, consegnò alle tre una busta con un mucchio
i soldi, le donne a quel punto scesero, restai da sola con lui seduta tremante sul sediolino posteriore, l'auto s'incamminò, giunti a Cavalleggeri d'Aosta, per il traffico, l'auto rallentò tantissimo, fu allora
che presi coraggio e mi lanciai al difuori, mi misi a correre, mi trovai dinanzi alla stazione, vi entrai, raggiunsi i binari, in quell'istante giungeva la metropolitana, salii sul treno, arrivati alla stazione di Napoli raggiunsi
i binari e m'imbarcai sul primo treno in partenza, mi sedetti in un vagone accanto a una coppia d'anziani,
che vedendomi impaurita mi chiesero cosa fosse successo, glielo raccontai, anche per questo quando venne il controllore mi pagarono il biglietto per Milano, facendo così in modo che non dovessi scendere alla prima fermata.
A Milano ho vissuto per strada, chiedendo l'elemosina, un mese fa, passando dinanzi ad una trattoria
a Quarto Oggiaro lessi che cercavano una sguattera, entrai chiedendo di lavorare, il proprietario subito acconsentì, mi sembrò strano che vedendo una rom gli desse il lavoro, iniziai il mio compito lavorativo.
La sera tardi, prima che me ne andassi, l'uomo mi chiese se avessi dove dormire, dissi no e a quel punto
mi propose di dormire nella stanza al disopra del locale, da quella sera non chiudo occhio, essendo
che debbo barricarmi all'interno perché lui cerca ogni modo e pretesto per entrare per farmi sua.
Mattia, senza indugio, gli chiede se volesse essere accompagnata per prendere le sue cose e trasferirsi
a casa sua, l'assicura che non ha da temere, lo fa soltanto per l'amicizia che li lega da piccoli, gli consiglia anche di abbandonare quel lavoro.
Da quel giorno i due vivono sotto lo stesso tetto.
Mattia gli cede la sua camera, mentre lui si sistema nello studio.
Dall'inizio della convivenza lei si occupa delle faccende di casa ed egli lavora per il sostentamento
e per le spese varie.
Una grande amicizia può tramutarsi in un sentimento diverso e non programmato:
in un giorno come tanti i due s'incontrano in corridoi, gli sguardi, inaspettatamente diversi
da quelli di prima, s'incrociano, i due si avvicinano, ad un palmo l'uno dall'altro si stringono cercando entrambi le labbra dell'altro: è l'inizio di un sentimento diverso dall'amicizia, è amore.
In quell'appartamento in affitto, insieme trascorrono tre anni, nei quali concepiscono e iniziano
a crescere il primo figlio.
Mattia ha la possibilità di avere un secondo lavoro per incrementare la possibilità di spesa,
propostogli dal cognato della zia Graziella, che lui accetta: lavorare nel laboratorio di quest'ultimo.
Una sera, prima di cena, appena rientra in casa, Mattia ha la notizia, da parte di Shiarrael, che diventerà
padre per la seconda volta, entusiasta decide che la domenica successiva, per festeggiare, andranno a fare un pic-nic nella zona della Martesana.
Nel giorno feriale, organizzatasi per la scampagnata, la famigliola si mette in viaggio.
Ed è quando giungono a Cernusco sul naviglio che vedono per la prima volta, con un cartello indicante
che è in vendita fisso su di essa, la casa con la veranda che poi diventerà un giardino d'inverno.
Il giorno seguente, tornato da lavoro lui, i due si recano in agenzia per iniziare le pratiche per acquistare quello che ad oggi è il loro focolare, nel quale, la prima volta, accederanno da coniugi.
 


 

 

1977- Alla valle dei Mulini di Gragnano


I cap.

Raggi di luce dell'aurora iniziavano a penetrare nella stanza, illuminando la camera e il letto
in cui dormivo con arcobaleno di luce, sembrava far animare i personaggi dei fumetti che erano stampati
sulla carta da parati incollata alle mura: sorgeva il 29 luglio del 1977.
La stanza dove dormivo, insieme alle mie sorelle, si trovava in un'abitazione al quinto piano
di un condominio formato da novantanove alloggi; era tra quelle più ampie del fabbricato, costituita
da tre stanze, cucina e bagno, attraversata da un lungo corridoio che formava una elle.
Da qualche mese ero iscritto al gruppo scout del mio quartiere; dalla mia iscrizione al mio presentarmi fisicamente ce ne passò di tempo e se non fosse stato per un amico di famiglia forse non mi sarei mai presentato.
Venni iscritto dai miei genitori con la speranza che il mio carattere ribelle e un po' matto si placasse,
essendo che per poter far parte del corpo si dovevano accettare regole di vita ben precise da me sistematicamente non rispettate: lì finii per comportarmi peggio di come mi comportassi a scuola e a casa, rischiando più volte, nel corso degli anni, di essere radiato.
Una delle mie peggiori " marachelle " fu di dar fuoco alla porta d'ingresso in legno del terrazzo
su cui erano le antenne e la cabina dell'ascensore del condominio, l'escalation si evitò grazie al portiere
dello stabile; a scuola, anche se il più delle volte venivo messo in mezzo, senza esserne l'autore,
fu quella di far cadere a culo in terra la vice preside in seconda media e quella di quando non potendo uscire un'ora prima, come il resto della mia classe, per l'assenza di un professore, me ne scappai
senza dir nulla a nessuno, mettendo in apprensione tutto l'istituto, quella volta non fui sospeso,
se pur il giorno seguente trovai docenti e preside infuriati; di quelle compiute nell'associazione avrei l'imbarazzo della scelta: qualcheduna la descriverò.
La sede scout si trovava nel cortile di un vecchio palazzo situato nella traversa opposta a dove si trovava
il palazzo in cui abitavo, divisi dalla strada cardinale di un pezzo di quartiere, che tutt'oggi sembra
un villaggio isolato nella città, sulla quale vi era la tabaccheria di mio nonno Vincenzo, grande quanto
un supermercato e in più aveva un piano soppalco abitabile dove erano conservati ricordi
delle famiglie Patierno/Strino, il cognome della madre di mio nonno; lì sopra vi era tra tante cose:
un presepe del settecento e fogli di articoli di quotidiani risalenti alla monarchia e alla cronaca
dell'epoca fascista ed altri oggetti.
Quando io giunsi in sede i lavori di ristrutturazione, in atto, venivano eseguiti dai ragazzi del reparto
che si adoperavano nel tempo libero: essa era un grande stanzone rettangolare.
Sistemato il soffitto, sotto ad esso, per illuminazione, vennero messi due rettangoli l'uno nell'altro formati da neon; sulle pareti laterali vennero fissate delle stuoie di paglia e su quella frontale fu incollato un grande poster raffigurante la boscaglia vista dall'interno di una capanna.
Ai quattro lati dello stanzone vennero messi dei tavoli costruiti con pali di legno con sopra delle mensole, attorno ad essi panche e sgabelli, tutto costruito in loco, e vicini ad essi furono poste delle cassapanche; ogni cantone apparteneva a una delle squadriglie che formavano il reparto di trentasei unità
più tre componenti dello staff.
I nomi delle squadriglie erano quelli di quattro animali: falchi, lupi, ghepardi e condor; composte
da un capo squadriglia, un vice squadriglia, un terzo di squadriglia e quattro squadraglieli.
Fui assegnato a quella dei falchi, gli altri che con me la componevano erano: Valerio e Riccardo capo e vice squadriglia, i due si distinguevano dagli altri perché il primo portava due strisce di stoffa di color verde
sulla tasca sinistra della divisa mentre il secondo ne portava una; da Andrea che era il terzo di squadriglia,
il quale non aveva nessun simbolo che lo distinguesse dagli altri se non per l'anzianità, Matteo, Alberto, Bernardo e Dario.
A capo della divisione vi era lo staff composto dal capo che si chiamava Flavio, il vice che era Guglielmo
e l'aiuto reparto Aurelio.
Sul cortile su cui si affacciava la sede si trovavano altri due fabbricati: uno era adibito a magazzino ed era anche unito a quello dove si stavano facendo i lavori e l'altro era la toilette, pure costruita per l'occasione, essendo inesistente.
Le tre strutture non avevano altre strutture al disopra di esse, il condominio si issava ad un lato di loro, dall'altro lato vi era un alto muro che divideva il cortile da una fabbrica di legnami.
Nello spiazzale svolgevamo le nostre attività come giochi e didattiche, in sede vi erano sia riunione
di reparto sia quelle di ogni singola squadriglia.
Non sempre gli abitanti del condominio, che affacciavano sul cortile, gradivano la nostra presenza
sullo spiazzale, fra tutti il sig. Michele: un uomo quasi novantenne ma con ancora un fisico e postura eretta e fiera, alto e con una capigliatura folta e candida; dirigente in pensione delle ferrovie di stato aveva combattuto nella grande guerra, mentre nella seconda scampò per miracolo alla deportazione.
Correva voce che nel quartiere ci fossero altri suoi figli nati da diverse relazioni, oltre a quelli che aveva avuti dalla sua consorte: donna Margherita.
L'uomo diceva o meglio la sua ormai non limpida lucidità mentale, che non rispecchiava la sua figura fisica,
gli faceva credere e dire che noi facevamo parte di un'organizzazione dedita a sovvertire
la repubblica, per questo ogni volta ci minacciava di denunciarci e di far chiudere la sede e nello stesso tempo faceva il gesto di sputarci in testa; ma era un buon uomo.
Quella mattinata mi recai in sede incontrando gli altri scout con cui sarei partito per il campo estivo.
Mi alzai dal letto prestissimo, feci colazione, le mie pulizie personali e mi preparai lo zaino insieme
a mia madre, nel cui interno mettemmo: magliette di cotone blu, la camicia di ricambio della divisa,
una tuta da ginnastica, delle scarpette da ginnastica, tre pantaloncini di cui uno jeans, un pigiama formato da un pantaloncino e maglietta a mezze maniche, un pantalone lungo di jeans e tre magliette
a maniche corte, degli slip, una maglia intima con mezze maniche come quelle dei pescatori, una giacca
a vento, un maglione, il materassino con il gonfiatore, il sacco a pelo, la torcia, la pentolina, le posate,
un coltello da caccia, la borraccia, dei calzini blu di filo di Scozia, un costume e una busta di plastica preparata da lei contenente Nutella, biscotti, caramelle, cioccolatini, merendine; caso mai mi avessero fatto rimanere digiuno, se pur con la sbobba che avrebbero dato come cibo, alla quale non ero abituato,
si rivelò cosa buona che me l'avessi portata la scorta di leccornie.
Un peso lo zaino pieno che mi faceva camminare piegato in due.
Prima di uscire di casa indossai la divisa, formata da una camicia grigia con i simboli del reparto
e della squadriglia di appartenenza, un foulard con i colori di divisione d'appartenenza, sfondo blu
con fasce ai bordi gialle, pantaloni di jeans, una cintura di cuoi con fibbia con sopra inciso un giglio
e la scritta Agesci, il boero grigio come copricapo, ai piedi calzai, sopra i calzettoni, degli scarponi.
In sede prima di ogni partenza e in presenza dei genitori, parenti e del parroco, che portava il mio stesso nome, si recitava la preghiera della strada:

Signore, io ho preso il mio sacco
e il mio bastone
e mi sono messo sulla strada.
Tu dici: Tutte le vie sono davanti a te.
Fa dunque, o Signore,
che fino dai primi passi
io mi metta sotto i tuoi occhi.
Mostrami la tua via
e guidami per il retto sentiero.
So che la tua via è quella della pace.
Per tutti coloro che incontro,
domani, o Signore, il sorriso
dell'amicizia,
l'aperto confronto del saluto,
la prontezza attenta del soccorso.
Tu doni o Signore,
la rugiada ai fiori,
il nido agli uccelli
e noi ti diciamo grazie sin d'ora
per ogni tuo dono:
Per il caldo e il freddo,
per il vento che ci batte sul volto
e i reca gioia
di terre lontane,
per le albe piena di fiducia
e per i tramonti ricchi di pace.
Grazie per il conforto che ci dai,
affinché ogni ora riprendiamo i nostri passi,
affinché arriviamo ad incontrarci.

Saluti, abbracci e tante raccomandazioni da parte dei genitori, prima di partire.
Il materiale che occorreva al campo era caricato sul camion: le cassapanche, le tende in cui avremmo pernottato, quella della cambusa, le provviste, i pali di legno di varie misure, cordini, corde, carrucole, occorrente per fare le doccia da campo e altri vari attrezzi.
Non restava altro da fare che salire, dopo aver messo gli zaini nel portabagagli dell'autobus,
il quale ci avrebbe condotto alla Valle dei Mulini: la nostra meta.
La Valle dei Mulini, attraversata dal torrente Vernotico, è situata sui monti Lattari,
deve il suo nome ai macinatoi che si trovano in essa, oramai ruderi avviluppati dalla natura.
Durante il viaggio trascorremmo il tempo scherzando e intonando canti scout, fino a quando l'autista Pasquale, che fumava più di un turco e che era il peso più grosso imbarcato, con un linguaggio poco comprensibile, un dialetto napoletano imbastardito da una lingua tutta propria, ci disse che il nostro canto era di fastidio alla guida, senza pensare che quello che dava fastidio ad essa era l'ingombrante pancia
che si trovava: per la circonferenza lo sterzo veniva girato a fatica.
Ciò che a noi dava fastidio, oltre al fumo delle sigarette, era la puzza e la sporcizia sul mezzo:
si trovavano residui di viaggi precedenti.
In circa due ore e mezzo raggiungemmo Gragnano, giunti ci dirigemmo in piazza Rosario,
presso la parrocchia di San Sebastiano; fummo accolti da don Alfonso e dalla perpetua.
Lui, dagli atteggiamenti apparentemente effemminati, non aveva più di sessant'anni, una figura longilinea, completamente calvo, portava degli occhiali con montatura a televisione montante vetri doppi come fondi
di bicchieri; di carattere solare e compagnone.
Lei, Concilia, donna molto piacente, aveva lunghi capelli castani raccolti in un tupè, di statura non superava il metro e sessanta, sui quarantacinque anni, si prendeva cura del prete e della parrocchia,
di carattere riservato; era vedova e abitava in un'abitazione poco distante dalla chiesa, teneva un solo figlio, emigrato da qualche anno in Canada per lavoro, dove aveva messo su famiglia.
I capi squadriglia, vice squadriglia e terzi di squadriglia, insieme a due dei componenti
dello staff, proseguirono per raggiungere la zona della valle a bordo del camion del materiale,
dove ci saremmo accampati, per poter iniziare la costruzione del campo.
Il resto del reparto rimase alla parrocchia, insieme al nostro parroco e il nostro capo reparto Flavio.
Per ringraziare il parroco della sua ospitalità gli chiedemmo, anzi lo facemmo dopo l'ordine del capo,
se avesse avuto bisogno che eseguissimo qualche lavoretto alla parrocchia, i quali, non tanto da lui
ma dalla donna, ne furono trovati a iosa da svolgere, compreso quello di togliere la cera dai candelabri
e dal pavimento; non puliti come Dio comanda da tempo.
Nel pomeriggio chiedemmo di poter fare una passeggiata in paese, speranzosi di poterci andare da soli
ma non fu così, essendo che fummo accompagnati sia dal nostro capo sia dai due parroci.
Al termine del giro, in cui don Alfonso fece da instancabile cicerone, ci ridirigemmo alla parrocchia,
avendo la chiesa difronte, il prete ci fece notare la differenza tra l'attuale chiesa e i campanili sulla stessa
e quello accanto ad essa: sulla sommità della struttura di quest'ultimo, di costruzione precedente, formato da tre piani attraversati da archi, uno di essi a livello della strada e valicabile, si trovava il vano
delle campane con sopra un orologio.
Noi ragazzi restammo ancora un po' sullo spiazzale dinanzi alla parrocchia, sedendoci sui gradoni.
Fummo avvicinati da alcuni ragazzi del paese con i quali facemmo amicizia: ci parlarono dei disagi,
a quei tempi, che comportava vivere in un piccolo comune di provincia, uno di loro ci confidò che i genitori dovevano recarsi assiduamente a Napoli per accompagnare la sorella di cinque anni al Policlinico
e che alcune volte era dovuta rimanere ricoverata un'intera settimana e la madre con lei.
Chiesero che tipo di attività svolgessimo, essendo tutti frequentatori dell'oratorio, perché il loro parroco
gli aveva parlato della nostra venuta, avendo l'intenzione di aprire un gruppo scout in loco.
Le restanti luci del giorno non avevano ancora lasciato posto a quelle della sera quando rientrammo
in parrocchia; cenammo con spezzatino di carne con patate e piselli, preparato dalla signora Concilia,
prima che ritornasse alla sua abitazione.
Dopo il pasto e dopo aver pulito piatti, pentole e cucina ci preparammo perla notte: il nostro parroco
ebbe come giaciglio un comodo letto, noi dovemmo sistemarci con i sacchi a pelo sul pavimento
della sacrestia.
La mattina il suono dell'antico organo diede la sveglia, alzatici riponemmo i nostri sacchi e ciò che avevamo tirato fuori per la notte negli zaini; facemmo le pulizie personali e ci vestimmo.
Consumammo la colazione preparata dalla sacrestana: latte proveniente direttamente dalla mungitura, orzo, caffè, pane su cui spalmare della marmellata e burro.
Le campane richiamavano i fedeli alla messa e anche noi, prima di partire, ci recammo,
il don per la circostanza volle concelebrare la funzione con il nostro parroco, facendo posizionare il reparto sull'altare alle spalle dei sacerdoti, come era consuetudine nella parrocchia di Napoli.
Dopo la recita del Vangelo, durante la predica del parroco ai fedeli, iniziai a scompisciarmi dalle risa senza che riuscissi a trattenermi, ebbi quella reazione per il modo in cui venivano bacchettati i fedeli,
con la perpetua in prima fila avente gli occhi rivolti al cielo: mi dovettero portare via dall'altare, conducendomi nella sacrestia, da dove comunque facevo ugualmente risuonare le mie risa.
Non vi sto a raccontare il rimprovero con scappellotto che ebbi dal nostro parroco alla fine
della celebrazione.
Issati gli zaini in spalla ci incamminammo a piedi verso il campo, mentre il parroco si stabilì alla parrocchia.
Usciti dalla cittadina mi stramazzai a terra per il peso sul groppone, gli altri pensarono che stessi male
e rialzatomi mi tolsero lo zaino, a turno i più grandi se lo sobbarcarono: visto questo, anche
negli anni successivi, nonché durante quel campo, in una marcia, fingevo di non farcela a camminare, riuscendo sempre a rifilare agli altri lo zaino.
Erano trascorse alcune ore dalla nostra partenza, facendo un paio di soste, quando arrivammo
su una radura sulla quale lo sguardo arrivava sino a frazioni di paesini diroccati, ci fermammo per il pranzo
al sacco: dei panini rosetta con una sottile fettina di prosciutto cotto e una trasparente di mozzarella.
Essendo che vi erano ragazzi piccoli come me, non abituati a lunghi cammini, il capo decise che avremmo pernottato in quel posto all'addiaccio, senza riparo, avendo come tetto il cielo stellato e la luna.
Passammo il tempo a crogiolarci al sole, ci era ignaro che al campo avremmo avuto poco tempo per star distesi ad abbronzarci, peggio dei collegi più severi.
Alle prime luci del tramonto iniziammo a preparare un falò, il quale ci avrebbe protetto dall'umidità
della notte e tenuto lontani eventuali animali.
Posizionammo i sacchi a pelo in due file frontali, uno vicino all'altro; entrammo in essi e volgendo
lo sguardo in su le stelle colmavano il cielo e la luna spendeva illuminando il paesaggio, con tale cartolina
i miei occhi si chiusero.
La mattina successiva il percepire di un segnale morse scandito da un fischietto.
._ / _.. / .._ / _. / ._ / _ / ._ Era l'adunata mattutina fatta dal capo reparto Flavio.
Sfilatici dai sacchi a pelo ci preparammo, interrammo la cenere, disperdendo le pietre,
ci caricammo gli zaini, questa volta mi toccò, sulle indolenzite spalle e proseguimmo per l'agognata meta.
Lungo il percorso, nel quale mi lamentavo speranzoso che qualcheduno si risobbarcasse lo zaino, passammo sotto uno gli archi dell'antico acquedotto romano, le quali pareti erano divenute rifugio
per stormi di cardellini.
Raggiungemmo il torrente e proseguimmo costeggiandolo.
Un oramai spettrale rudere di uno degli antichi mulini visitammo, all'interno vi erano mura e macerie
che resistevano alla corrosione del tempo e dalla conquista della natura.
Ritornammo sui nostri passi parlando del fatto che nel nostro paese non si ha cura di testimonianze
e tracce del passato.
Flavio << Si sarebbe potuto preservare la zona facendola rivivere come un vecchio villaggio tipico
di quei tempi, facendo rievocare quelle tradizioni che diedero lustro alla valle.
Altri stati hanno poca storia o almeno non come la nostra che parli di loro, ma ogni edificio, ogni anfratto, ogni pietra e ogni lembo di terra, viene valorizzato al massimo e presentato al viaggiatore e al turista
come qualcosa d'eccezionale.>>.
Dato un'ora e trequarti di passi in lontananza vedemmo il resto del reparto venirci incontro: finalmente
si era arrivati sul luogo del campo; la messa in opera era in atto.
Si costruivano le cucine di ogni squadriglia: consisteva piantare nel terreno quattro pali legandoli
con dei cordini e formando due X, posizionandole l'una difronte all'altra, si mettevano poi degli altri
tra essi legandoli perché non cadessero, sui pali messi in orizzontale si costruiva il piano cottura formato
da uno composto di terra mescolata con acqua e delle foglie, si posizionavano sopra tre mattoni frammentati lasciando il lato davanti libero, sopra veniva messa una griglia per poggiarvi le pentole;
si cucinava a legna e tanta pazienza.
I tavoli venivano fatti con lo stesso criterio delle cucine, più bassi e senza piano cottura, venivano messi pali in orizzontali sulla parte bassa della X per formare delle panche per sedersi.
Al centro del campo veniva fatta la struttura per issare le tre bandiere in dotazione: il tricolore nazionale,
la fiamma simbolo del reparto e l'altra con sfondo i colori dell'associazione e al centro lo stemma di essa: un giglio.
Le tende per il pernottamento, che erano di cinque posti anche se dormivamo in otto, dovevano essere montate con l'apertura rivolta verso quella dello staff, manco fosse stato il Sacro Sepolcro in Gerusalemme.
Quella della cambusa, in cui venivano conservate le provviste.
Le latrine: erano strutture in legno coperte con dei teli mimetici, con tanto di trono e con fossa biologica
e bidone dell'acqua per sciacquone all'interno.
Le docce venivano montate usufruendo del corso d'acqua, il quale era ghiacciato al tal punto che alcuni preferivano lavarsi solo il viso, trascurando di molto le pulizie personali per tutto il tempo.
A proposito di questo: ricordo che una volta, non ricordo se fosse in questo campo, ad un ragazzo
si attaccarono i calzini ai piedi, sui quali si formarono delle piaghe causate dalla sporcizia.
Infine ogni squadriglia si personalizzava il proprio angolo, recintandolo, cercandolo di abbellirlo
e personalizzandolo: il nostro aveva un'entrata come i forti del vecchio west e anche la recinzione richiamava essi; costruimmo anche una piccola torretta.
I pasti erano tre: la mattina vi era la colazione con un bicchiere di latte a lunga conservazione,
caffè e una fetta di pane " stagionato " sporcata con della marmellata; a pranzo si mangiava
un primo con prodotti perlopiù precotti; a cena vi era un secondo freddo.
In tutte le quadriglie si cucinavano e si mangiavano le stesse cose.
Giunti al crepuscolo di quella giornata e dopo una fugace cena ci riunimmo esausti intorno al falò; lì vi era sempre un pentolone in cui bolliva dell'acqua in cui veniva sciolto il tè.
Era consuetudine ad ogni fine giornata raccoglierci intorno al bivacco, falò, per cantare e cimentarsi in veri e propri sketch, che tutte le squadriglie dovevano preparare ogni volta come delle scimmiette e nei quali
mi rivelai molto bravo nell'interpretarli e realizzarli, recitando anche da solo a volte, come quando feci
un magistrale domatore di pulci, finendo per andarle a raccogliere nella barba di Flavio.
Un altro motivo era ascoltare il parlare del capo: non ho mai capito come facesse a trovare sempre
un argomento diverso e logorroico, per altro; si sperava che il suo confabulare fosse breve, ma purtroppo, anche se ogni volta dicesse che non si sarebbe prolungato più di tanto, finiva per andare avanti per troppo, al punto che molto spesso si perdeva nel suo dibattere.
Flavio, il capo reparto, era una figura alla quale non si riusciva a scorgere l'espressività del viso perché coperta da una folta e scura barba, la quale era tutt'una con gli arruffati capelli; aveva una corporatura tozza, non si è mai visto il bianco dei denti perché non rideva mai, forse il suo animo rispecchiava il corvino
dei suoi capelli e dei suoi occhi, aveva poco meno di trent'anni, ma una mentalità vegliarda e autoritaria; era un sottoufficiale dell'esercito mancato, essendo che non era riuscito ad andare avanti nell'accademia militare.
Come titolo di studio conferì la maturità classica e dopo aver lasciato l'accademia si iscrisse
alla facoltà di scienze politiche, riuscendo dopo la laurea a trovare occupazione nell'ambito universitario;
si comportava con noi da generale di corpo d'armata.
Insieme a sé portò al campo la sua fidanzata, con la quale non è che si comportasse in modo diverso,
essa giunse il giorno dopo il nostro arrivo: venne con l'auto di Flavio; i due dormivano in una tenda diversa da quella dove dormivano gli altri due componenti dello staff.
Carla, di aspetto fisico non proprio avvenente, portava il taglio di capelli, di colore castano, identico
a quello dei suoi occhi, a caschetto; caratterialmente era scostante e acida, almeno così dava a vedere.
All'inizio non la si vedeva in giro e tantomeno partecipava alle nostre attività, trascorreva le giornate all'angolo dello staff.
Una volta mi dovetti recare presso la loro tenda e vidi che sopra un ceppo, appena poggiato da lei,
vi era un romanzo intitolato Il Terzo Occhio, pensavo che fosse un libro che narrasse magia
o stregoneria e per questo incuriosito le chiesi di cosa trattasse: raccontava la storia di un bambino
del Tibet iniziato a divenite monaco tibetano, mi spiegò.
Carla e Flavio, si erano conosciuti in una comunità di recupero dove egli svolgeva volontariato
e da dove lei cercava di venir fuori da problemi esistenziali, niente a che fare con droga o alcol per quanto riguardasse lei.
Da quella stessa comunità, che cercava pure di recuperare minori che erano stati condannati per reati vari o con problemi sociali, dopo circa cinque sei anni giunse un ragazzo che aveva problemi di droga
e un pomeriggio si presentò alterato da chissà quale sostanza e prendendone altra che era in una bustina, che tirò fuori dalla tasca del giubbino, provò ad offrirla a chi era presente come fosse cioccolata; costui si iscrisse sotto invito del capo.
Quando successe era la prima volta che sentivo parlare di droga.
Alcuni ragazzi si rovinarono alla frequentazione di quel ragazzo.
In seguito arrivarono altri della comunità e non a minare l'ambiente in un modo o nell'altro.
Per questo lasciai gli scout.
Carla aveva subito vessazioni da coloro che l'avevano cresciuta, che poi era la famiglia della sorella
della madre.
I suoi genitori morirono in un incidente d'auto dove a bordo vi era anche lei.
Preferì allontanarsi dalla casa dei parenti non ancora maggiorenne, trovando riparo nella collettività
dove ebbe l'opportunità di terminare gli studi di scuola superiore.
Aveva alcuni anni in meno di Flavio, almeno quattro, il suo atteggiamento e il suo comportamento passati un po' giorni ebbero una metamorfosi.
"Non sempre siamo quello che sembriamo, nel bene e nel male… "

II cap.

Le prime fievoli luci del giorno mi colsero già veglio, indossato la tuta da ginnastica
e le scarpette uscii, tutto intorno era tacito, gli untimi fumi del falò, in lontananza, si dissipavano nell'aria confondendosi alla foschia che avvolgeva il campo.
Dietro di me, a distanza di alcuni minuti, anche Alberto uscì dalla tenda e auguratoci rispettivamente
il buongiorno mi chiese come mai fossi già fuori << Per gustarmi un po' di pace senza che nessuno
mi dica cosa fare, sembriamo un reparto di balilla, l'unica cosa bella è che siamo
in mezzo alla natura, solo che non sono abituato a questi confort alquanto spartani.>>
Lui sorridendomi e prendendomi con una mano sulla spalla << E dire che abbiamo anche dovuto pagare
per venire, oltre la quota che abbiamo mensilmente versato al reparto, che non so a cosa sia servita.
Sono venuto per non recarmi al mare dove con mio padre passavo le giornate a pescare e fare immersioni, adesso che lui non è più tra noi mi avrebbe fatto male andare in vacanza nel luogo in cui andavo di solito con tutta la famiglia, nemmeno mia madre con mio fratello piccolo e mia sorella si sono recati,
sono voluti restare a casa; almeno qui mi distraggo un po', anche perché è venuto a mancare
alcuni mesi fa.>>
Dissi che mi dispiaceva<<Ma così all'improvviso? Non l'ho mai conosciuto, anche perché pochi mesi fa entrambi ci siamo iscritti all'associazione.>>
Lui << Colpa una malattia terribile, la malaria, è restato contagiato in Congo.
La cosa che fa più male è che morto da solo laggiù, senza che nessuno dei cari gli sia potuto essere vicino, quando è arrivato il feretro a Napoli non si è aperta neanche la bara per potergli dare l'ultima carezza.>>
Io << Atroce!
Non ho parole!
Era giovane, quanti anni aveva?>>
Lui << Il mese prossimo avrebbe compiuto trentanove anni.>>
Lo disse mentre la voce si spezzava e gli occhi diventavano lacrimosi.
L'abbracciai, senza aggiungere altro.
Alberto era una di quelle persone che quando sono allegre esprimono tutta la loro giovialità,
ma al momento in cui il nervoso sale per chi gli stava intorno a dargli fastidio sarebbe stato meglio affrontare una carica di bisonti.
Eravamo coetanei, ci conoscemmo il giorno che entrammo a far parte del reparto.
Era più alto e più robusto di me, con un fisico asciutto e atletico, al contrario del mio.
Non ho mai avuto un diverbio con lui, anzi tutt'oggi lo ricordo con amicizia.
Lasciò il reparto un anno dopo, preferì dedicarsi agli studi.
Gli altri erano oramai svegli e intenti a prepararsi quando dall'angolo dello staff i capi uscirono
dalle loro tende; Flavio fischiò l'adunata e tutte le squadriglie scattarono verso il centro
del campo, dove si sarebbe svolta l'alzabandiera.
Prima avveniva il saluto al capo reparto: il capo squadriglia abbassava l'alpenstock, bastone di legno dotato di una punta metallica con la bandierina all'altro lato col simbolo del proprio animale, lungo la riga
dei propri squadriglieri e diceva ad alta voce il nome dell'animale simbolo, seguiva il vice dicendo pronti
e tutti gli altri continuavano con il grido che li distingueva.
Quello dei falchi, la mia squadriglia, era: falchi, pronti, sempre alti e voraci.
Recitammo la preghiera, dopodiché il tricolore, la bandiera del reparto e quella del movimento scautistico furono issate mentre si cantava l'inno di Mameli.
Già preventivamente indossate, tutti compresi lo staff, le tute ginniche, passammo a vari esercizi ginnici: flessioni, corsa, torsione piegamenti e quant'altro, cose alle quali non ero affatto abituato.
Tornati ai rispettivi angoli fu il momento delle pulizie personali alle docce e la colazione
con un bicchiere di latte a lunga conservazione e caffè, una fetta di pane sporcata con della marmellata.
Rassettammo con cura certosina la tenda: toglievano gli zaini, i sacchi a pelo che si erano
già arrotolati e i materassini, per spazzare e lavare il pavimento della stessa, nonché pulire l'angolo
con cucina e tavolo prima dell'abituale ispezione dello staff.
Essendo che per cucinare bisognava accendere la legna, Valerio, uno al quale mancava solo il cinturone
e gli speroni per sembrare un personaggio dei fumetti western per atteggiamenti e per l'esprimersi,
mi disse di andare a raccogliere la legna per accendere il fuoco, me lo feci dire un paio di volte
ma poi presi l'accetta dalla cassapanca e mi avviai, seguito da raccomandazioni sullo stare attento
e sul fatto che forse non avrei avuto bisogno di usarla e quindi di non portarla, essendo
che avrei dovuto prendere i rami secchi e già caduti dagli alberi; finsi di non sentire, feci una bevuta d'acqua dalla mia borraccia e m'incamminai.
Dovetti percorrere circa trecento metri prima di raggiungere una piccola scarpata attraversata
da un sentiero che si immetteva nella boscaglia.
Proseguii inoltrandomi in essa, abbandonando dopo un po' il sentiero battuto, attraversai il sotto bosco dove gli uccelli, abituatosi alla mia presenza, cominciarono a cinguettare e svolazzare da un albero all'altro, mentre una lepre, incuriositasi della mia presenza, si sporse dalla tana dirizzando le lunghe orecchie.
Per buona parte del cammino la vegetazione mi superava le ginocchia, poi divenne rada, ero sicuro
di non perdermi, avendo imparato ad orientarmi e a prendere punti di riferimento.
Mi trovai dinanzi a un piccolo muretto di arbusti, al di là di esso sentii lo scorrere di un piccolo ruscello,
con l'accetta feci strada e lo attraversai; intanto che camminavo, già da un po', avevo la sensazione
di essere osservato.
Rinfrescatomi con l'acqua, dato il caldo, dinanzi a me vi era una radura e non sapendo dove conducesse essendo che era ai piedi di una collina, riattraversai gli arbusti, proseguii a ritroso il tragitto accorgendomi che avevo messo abbastanza strada tra me e il campo, ero preoccupato dal fatto
che se non fossi arrivato con la legna non si sarebbe potuto accendere il fuoco per cucinare.
Sulla zona dove la vegetazione mi arrivava alle ginocchia decisi di raccoglierla.
Mantenevo l'accetta per la lama, con il taglio rivolto verso il senso di marcia, la presi con la mano destra
dal manico per tagliarne un ramo grosso, non facendo caso che al disotto di esso vi era un masso ricoperto dalle foglie, il quale fece rimbalzare l'arnese sulla coscia, ad un centimetro dal ginocchio, provocandomi
una ferita, non riuscivo a vedere né la profondità né la grandezza, tanto era il sangue
che usciva, mi sedetti, provai a fasciarmela con il foulard, ma in pochi istanti s'intrise di sangue
come la vegetazione ai miei piedi.
M'affrettai ad uscire da quella zona, la preoccupazione e la vegetazione non mi facevano vedere
cosa calpestavo e per questo inciampai e caddi, sentii male e svenni.
Mi ripresi non capendo dove mi trovassi, solo una flebile luce dei raggi del sole penetravano
in quel luogo, non vedevo quanto fosse grande, vedevo solo l'uscita, un po' più in là.
Ero disteso per terra, mi faceva male più la testa che la gamba.
Sentivo qualche insetto che mi camminava addosso, provai ad alzarmi, riuscendoci uscii vedendo
la mia gamba medicata con un'improvvisata fasciatura; la testa non si era rotta e tantomeno gli occhiali.
Non vi era nessuno da quelle parti, fatto qualche metro, dopo che la vista non era più abbagliata dalla luce, mi voltai indietro notando che il luogo dal quale ero uscito era una grotta ricoperta da vegetazione pendente dalle rocce.
Cercai di affrettarmi più che potevo, avevo perso sia la poca legna raccolta che l'accetta, ritornai al campo, prima d'arrivare comunque raccolsi dei rami che erano per terra, gran parte dei componenti del reparto non vi erano, come la mia squadriglia, intenti nelle ricerche, ma trascorso un breve tempo tornarono anch'essi, preoccupati per non avermi trovato.
Rincuoratosi tutti mi chiesero come mi avessi fatto male, gli spiegai che era successo perché volevo tagliare un grosso ramo con l'accetta, Valerio mi rimproverò << Te l'ho anche detto di non portarti l'accetta, adesso dov'è, l'hai messa al suo posto? >>
Io << No, l'ho smarrita!>>
Valerio << Dove l'hai rimasta?>>
Io << Penso dove mi sono fatto male, quest'altra legna l'ho raccolta facendo la strada a ritroso.>>
Spiegai l'accaduto e anche l'essermi ritrovato nella grotta, pensarono che fosse frutto
della mia immaginazione, tranne la ferita e la botta in testa.
Gli ambulanzieri mi attorniarono facendomi distendere supino sul tavolo del mio angolo, tolsero
la rudimentale medicazione, la quale servì a fermare la fuoriuscita di sangue, pulendomi e disinfettandomi la parte e mi applicarono delle farfalle fatte con il cerotto.
Così chiamavamo coloro che si occupavano di praticare il pronto soccorso, dei quali ogni squadriglia
ne aveva uno; nella mia a questo compito era addetto Matteo, un ragazzone con un aplomb e una pazienza da vero gentlemen inglese che faceva onore alla sua giovine età, una volta questa sua virtù, a sua insaputa, la misi a dura prova: in una scenetta che stavamo interpretando dovevamo raccontare un tipico funerale siciliano, recitavo la parte del figlio folle del defunto, entrai con troppa foga e passione nel personaggio facendomi prendere la mano, al punto da schiacciare il basco, che aveva sulla testa al modo di coppola siciliana, sotto i miei piedi in una sorta di danza, con salti e urla disperate, scatenando l'ilarità di tutti, tranne la sua naturalmente, dando l'impressione però di essere più dispiaciuto che arrabbiato
perciò che stava accadendo.
Della vicissitudine non feci più nessuna narrazione, tranne col nostro parroco, che la mattina seguente arrivò al campo a bordo di una Fiat Campagnola guidata da uno dei compaesani di don Alfonso.
Padre Vincenzo ha visto lo scorrere della mia infanzia e della mia prima adolescenza, sotto enormi sopracciglia di colore nero su un viso rotondo e paffuto, come tutta la sua persona, aveva due occhi profondi ai quali veniva voglia di affidarti; aveva un temperamento gioviale, ma anche forte ed ironico
e pungente.
Andando tutti versi di lui, per salutarlo e dimostrargli il nostro compiacimento per il suo arrivo, alla vista della mia fasciatura << Vincenzo cosa hai combinato questa volta per farti quella ferita?>>
Gli spiegai il tutto, anche il fatto che Valerio si raccomandò nel dirmi di non portarmi l'accetta e che però non lo ascoltai, lui mi guardò << Come si deve fare con questa tua testa dura e un po' matta?>>
Insieme al conducente e all'illustre passeggero dall'auto vennero fuori alcuni doni inviatici dal gioviale don, uno di questi era una damigiana di venti litri di buon vino rosso di Gragnano, il quale è anch'esso
una delle eccellenze di quei luoghi, per ogni squadriglia e per lo staff.
Padre Vincenzo << Mi raccomando, non volevo assolutamente portarvelo a voi squadriglie il vino, volevo solo portarlo allo staff, ma don Alfonso ha insistito.
Vi deve bastare fino alla fine del campo, soprattutto per la domenica della visita dei genitori.>>.
Il nostro parroco ci chiese se avessimo già organizzato per pranzo, essendo che aveva con sé anche quattro cestini di fagioli rossi freschi, quelli ancora nel baccello, e qualche chilo di pasta a tubetti grandi, come quelli che si usano nelle cucine delle caserme, della cotica e altro occorrente.
Era una buonissima forchetta e buongustaio della buona cucina.
Il prete << Voglio vedere chi mi cucina la miglior pasta e fagioli, voglio vedere la tradizione napoletana
in quei piatti che mi farete assaggiare, proverò il cucinato di tutte le squadriglie, vi raccomando!>>.
I cuochi delle varie squadriglie si misero subito all'opera, come se fosse stata un'anteprima
della gara di cucina, ma prima si dovettero togliere i fagioli dai baccelli, cosa che tocco anche a me.
Per lo smaltimento dei rifiuti organici avevamo l'abitudine di raccoglierli in dei bidoni e a fine giornata
con il contenitore si raggiungeva l'esterno del campo e scavato con una pala un bel fosso
si versavano dentro i residui del cibo, ma anche la brace spenta, ricoprendo con il terreno il fosso.
Invece per i restanti rifiuti venivano raccolti negli appositi sacchi e venivano portati e versati nei più vicini contenitori del paese.
Padre Vincenzo ripartì nel pomeriggio insieme all'accompagnatore, entrambi soddisfatti e sazi,
anche di bevuta.
 

III cap.

Laddove il terreno era suddiviso perlopiù in piazzole fu montato il campo, lì un vecchio rudere,
quello che restava di un mulino, situato tra due rilievi montuosi, raccontava la storia d'un tempo;
il rossore dell'aurora nascente appariva alle sue spalle, arrivando lentamente ad illuminare la nostra tenda.
La costruzione dei mulini risale al XIII secolo D.C. per la produzione della farina e negli anni a venire
la loro attività divenne la principale risorsa per tutta la provincia partenopea; essi erano di proprietà di varie famiglie come gli Scola oppure della stessa chiesa.
Nei secoli successivi lentamente la loro produttività venne a finire, molti divennero delle cartiere,
un paio tutt'oggi funzionanti, mentre i restanti cessarono di essere tali definitivamente durante
il quarto decennio del '9OO.
Quella mattina mancava poco alla sveglia quando m'incamminai verso il centro del campo, i miei passi
s'incrociarono con quelli dello staff che mi chiese cosa facessi in giro, assicurai che non stavo facendo guai
e dissi che mi piaceva fare due passi di prima mattina, in compagnia dei miei pensieri.
Flavio << Allora rifletti sulle tue malefatte?>>.
Finita la recita della preghiera, dopo il cantare l'inno nazionale, dopo l'alzabandiera e terminati
gli estenuanti esercizi fisici, il capo ci comunicò che dovevamo stilare, ogni squadriglia, un diario di campo
e consegnarlo al bivacco.
Ahimè, cattiva idea dare a me la possibilità di dire quello che penso, è un'abitudine che ho tutt'oggi, purtroppo.
L'incarico di reporter nella mia squadriglia lo presi io, essendo che era mia intenzione prendere la specialità di giornalista.
Si assegnava una specialità quando si dimostrava di avere attitudine e talento in qualche attività,
ve ne erano di molteplici, alcune erano: tuttofare (omnia), cuoco, mercurio, porta dispacci, ambulanziere, addetto al pronto soccorso, fuochista, guida, attore, osservatore e così via.
Esse si esibivano cucendo un pezzetto di stoffa sulla manica della camicia della divisa con sopra stampata
la raffigurazione che la rappresentava: quella di attore, che già avevo, ad esempio, aveva un viso sorridente e burlone.
Il mio intento di specializzarmi restò un sogno, non per come scrivessi ma per quello che scrivevo, essendo che attaccavo continuamente lo staff e criticavo l'andazzo al campo: i miei scritti non erano delle calunnie, al limite romanzavo.
Avevo anche molto da dire su Carla, cosa che faceva infuriare Flavio, anche se questo lentamente riuscì
a far cambiare l'atteggiamento di lei verso il reparto e a farla avere partecipazione.
Da quando iniziò ad essere presente tra noi per me e Gino, uno squadrigliere della squadriglia dei ghepardi, divenne il nostro sogno proibito, le chiedevamo ogni volta che la si vedeva se le potessimo essere utili, standole appena possibile intorno.
Il nostro comportamento veniva preso per affetto adolescenziale, non era mai infastidita,
ma se solo avesse saputo i nostri giovini pensieri!
Io e Gino, coetanei, siamo sempre stati buoni amici anche nel corso degli anni, fino al cessare della sua vita,
cessata nella ancor giovinezza.
Eravamo le teste pazze del reparto, ma anche se lui apparisse più guascone di me non era così.
Durante il lungo soggiorno al campo, perlopiù noioso, almeno per me, svolgevamo varie mansioni
e attività, le prime comprendevano tenere pulito il campo da cartacce e cose varie, pulire i propri angoli,
pulire e occuparsi delle latrine, controllare la funzionalità delle docce, pulire l'angolo dello staff, cucinare, accendere il fuoco, preparare il bivacco, raccogliere la legna, lavare le gavette, le posate e le pentole,
fare il bucato e altre; le seconde erano delle vere e proprie mini olimpiadi: gare di corsa, ad ostacolo; lancio del palo di legno quello della pietra; salto in alto, in lungo; torneo di palla a volo, calcetto,
torneo di palla scout.
Gioco formato da un minimo di cinque giocatori ad un massimo di otto su un campo
a forma rettangolare, le cui misure, può essere anche quello di un campo da calcio, dipendono dallo spazio disponibile e dalla disponibilità del numero di giocatori; lo scopo del gioco è portare la palla con le mani palleggiandola oltre la linea di porta avversaria, detta meta, senza limiti di passaggi, per fermare l'azione del giocatore avversario che porta la palla si può fare sottraendogliela o togliendogli il foulard da dietro
la schiena quando ha la stessa tra le mani.
Una delle cose che influiva per aggiudicarsi i punti che consentivano di essere i vincitori
al campo, sia delle squadriglie stesse sia dei singoli, era la disciplina e il comportamento:
quell'anno se la mia squadriglia non risultò vincitrice fu soprattutto " merito " mio.
Non ho mai ambito, né allora né durante tutti gli anni di scautismo, di fare carriera o passare di livello, anche quando l'anno seguente dovevo conseguire la promessa ebbi la faccia tosta di dire:
non me la merito!
La promessa scout rappresentata da un pezzetto di stoffa al cui interno è raffigurato il giglio e scritto
il nome dell'associazione.
Di solito si conferisce il giorno di San Giorgio dell'anno dopo l'iscrizione.
Nell'occasione tutti gli scout rinnovano la loro promessa.
"Con l'aiuto di Dio prometto sul mio onore di fare del mio meglio: per compiere il mio dovere verso Dio
e il mio paese; per aiutare gli altri in ogni circostanza; per osservare le leggi scout."
In una prima mattina, quando ancora tutti dormivano, sgattaiolai dalla tenda per fare un giro, ma preso
da un raptus da "burlone" mi avvicinai all'auto di Flavio, una Fiat 500 color giallo canarino che amava
più di ogni cosa o era l'unica cosa che amasse, bloccando una delle due ruote posteriori con una grossa pietra: doveva andare in paese quella mattina, per questo salì a bordo dell'auto e dopo averla messa
in moto inserì la marcia per farla muovere senza riuscirci, il veicolo andava in avanti e poi tornava in dietro, impedito dalla pietra nel movimento; accorse tutto il reparto, dal più grande al più piccolo, una scena
che andò avanti per venti minuti, in quel tempo il colore della barba e dei capelli di Flavio divennero canuti, solo quando io finsi di notare cosa non facesse muovere l'auto si mise fine allo spassoso spettacolo
e lui riprese il suo colore naturale: corvino.
Io << Cavolo ragazzi c'è una pietra e bella grossa, fermatevi!
Per questo va avanti e in dietro, è lei che impedisce all'auto di muoversi.>>.
Flavio mi ringraziò.
Se sol avesse saputo che ero l'artefice!
Una scena di quelle che è una cosa raccontare e un'altra viverla: l'intero reparto, compreso il resto
dello staff, non riusciva a fare avanzare una piccolissima auto, ogni parte di essa aveva una mano sopra intenta a spingerla.
 

IV cap.

Durante il bivacco fu Flavio a parlarci del castello di Gragnano e di quel luogo << Del maniero che abbiamo visto vi sono due teorie storiche che raccontano della sua costruzione: nella prima si attribuisce essa
al ducato di Amalfi, avvenuta intorno al X secolo D.C. per difendere il territorio dalle incursioni e saccheggi da parte di Longobardi e Normanni; nella seconda che fu opera di Roberto il Guiscardo, un principe Normanno, intorno a l'anno mille, che lo volle dopo aver conquistato parte di queste terre.
Una leggenda narra che in una delle torri venne imprigionato un ufficiale longobardo, perché rapì
e possedé la figlia dell'allora duca di Amalfi: trascorse i suoi giorni di prigionia in catene con la finestra
e la porta della cella nella torre murate fino alla sua morte, fu lasciato morire di fame, gli venne lasciato soltanto un catino con l'acqua piovana da bere, come simbolo delle lacrime dal paradiso.
Si racconta che nella notte, nel circondario, si odono rumori di catene e qualcuno giura di aver incrociato
il fantasma che fugge dalla torre.
Il castello era protetto da tre cinte murate, dodici torri e tre porte d'ingresso, di tutto ciò oggi si possono ammirare una delle porte e di quello che resta di alcune torri, al centro del borgo fu eretta
la chiesa dedicata alla SS. Maria dell'Assunta, visibile tutt'oggi, anche di essa le ipotesi sulla fondazione
sono discordanti: in una viene datata in concomitanza al periodo del castello, in un'altra viene datata anteriormente di cinque secoli; la scalinata di pietra vesuviana, la quale conduce al sagrato, fu realizzata dopo che la torre più alta del castello fu abbattuta.
In una giornata d'autunno, una di quelle dove si percepivano ancora fragranze di un'estate oramai passata, del lontano millequattrocento sessant'otto, un viandante, ormai attempato, il cui sguardo era spento
dalle traversie della vita e del quale non si sapeva né da dove venisse e né chi fosse, anche se il suo nome
si seppe che era Antonio, giunse alle mura di Gragnano.
Entrato nella cittadina raggiuse, trovando lì riparo per alcuni giorni, la SS. Maria dell'Assunta.
Una mattina ascoltata la messa e presa l'eucarestia, essendosi confessato prima e anche per questo
il suo dire e il suo narrarsi era celato dal segreto della confessione, raccolse la bisaccia
che custodiva poche cose, il bastone con cui era solito accompagnare i suoi passi e uscì dalla chiesa.
Si diresse verso una delle porte della cittadina e l'oltrepassò, incamminandosi sulla strada che dalla valle
delle Ferriere conduceva ad Amalfi.
Non sapeva che avrebbe raggiunto tale località: dal confessore gli venne indicata la strada per il mare, essendo che lui chiese indicazioni per raggiungere il mare.
Non del luogo ed essendo che non comprese bene le indicazioni si smarrì.
Si trovò ad attraversare monti, boschi, radure e costeggiò e attraversò torrenti e ruscelli;
durante il tortuoso cammino, dove esso costeggiava una delle cascata, si riposò,
essendo che le logore calzature gli facevano lacerare i piedi dai tortuosi sentieri che calpestava.
Chi non incontrò fu un'anima ad incrociare i suoi passi.
Attese che le ferite si rimarginassero e le gambe riprendessero le forze, potendolo così sorregge, riparandosi in una grotta.
Non si sa quale fu il suo sostentamento.
Durante l'incalzare d'un temporale, all'alba, ricominciò a dare i suoi passi verso la meta,
ma prima di farlo lasciò la bisaccia in quel che fu riparo e rifugio, per lui un tesoro
essendo che era tutto quello che possedeva ed era l'unico legame col suo passato,
accertandosi di nasconderla in modo che non fosse trovata.
Giunto nella cittadina amalfitana, dopo aver girovagato in cerca d'elemosina o di cibo, si diresse verso
una piccola spiaggia di scura sabbia situata in una conca, alla quale si accedeva percorrendo
un ripido pendio.
Lì restò assorto nei suoi pensieri e mentre il vissuto e i ricordi gli fluivano dinanzi agli occhi
iniziò a passeggiare su e giù per battigia.
Le onde s'infrangevano accarezzando la sabbia e i suoi piedi; lo sciabordio risultava all'uomo
un dolce canto ristoratore.
L'oro del tramonto iniziava a lambire il cielo quando decise di proseguire il suo vagabondare,
ma all'improvviso, quando rivolse un ultimo sguardo al mare, la sua attenzione fu rapita
da una figura non chiara all'orizzonte che emerse all'improvviso dalle acque e incominciò a nuotare
nella scia di luce verso la spiaggia: restò a guardarla arrivare.
Arrivò presso di lui manifestandosi per quello che era, per cui egli divenne marmoreo.
I suoi occhi erano increduli e sbarrati per ciò che vedevano: una sirena.
Di colorito bronzeo, la chioma, corvina e folta adornata da variopinti coralli, le scendeva fin sui nudi seni facendoli intravedere; il vermiglio degli occhi, profondi e luminosi, era tutt'uno con quello del mare
e l'argentea coda luccicava nelle trasparenti acque.
Porse ad Antonio la mano adornata da bracciali di conchiglie, invitandolo a seguirla con voce suadente
e un sorriso che le riempiva il viso.
Lui, con voce tremante, che nessuno, tranne i monaci che lo accolsero, ai quali non raccontò dettagli
della sua storia nel periodo che si trovò a Gragnano, udì<< Sto sognando o non sei mitologia?
Non ho mai amato il mare se pur l'ho solcato, m'affascina il suo essere oceano misterioso
e scrigno di mondo parallelo a quello su cui si posano e restano purtroppo proprie orme.>>
La fanciulla non rispose ma continuava a tenere la mano protesa in segno d'invito a seguirla.
Se pur titubante Antonio entrò in acqua prendendole la mano ed insieme, mano nella mano,
iniziarono a nuotare.
Lontani dalla terra ferma s'immersero nel ventre degli abissi, nel tempo in cui gli ultimi istanti di tramonto scomparivano all'orizzonte.
L'uomo, che non si voltò neppure una volta indietro, non fece più ritorno nelle zone in cui fu visto
in quel tempo e neppure si seppe più nulla di lui.
Però una leggenda di pescatori del luogo narra: nelle notti in cui la luna è viva in cielo si possono scorgere Antonio e la sirena fanciulla danzare dinanzi ad Amalfi tra le onde del mare, lontano da occhi indiscreti.>>
Terminata la narrazione, senza aggiungere altro, ci congedò augurandoci la buona notte.
In venti minuti eravamo infilati nei sacchi a pelo, con qualche d'uno che in un nonnulla già iniziò a russare.
Nella notte, mentre il silenzio padroneggiava nel campo, nel dormiveglia notai una luce dirigersi verso
la nostra tenda, tirai la testa fuori dal sacco vedendo la luce arrivare e subito dopo sentii il rumore
della lampo che l'apriva.
A farci visita fu il vice capo reparto Guglielmo, entrato con il mezzo busto chiamò Valerio che stava dormendo.
Egli era, non so ora, una di quelle persone che danno a pelle la sensazione di essere brutte persone,
di costui correva voce che molestasse le ragazze del reparto femminile.
Frequentava la facoltà di medicina, ma il merito dei bei voti ai vari esami, fino a quel momento conseguiti, erano frutto dei soldi e conoscenze dei genitori.
Approfittava delle pseudo conoscenze mediche per farsi confidare dalle fanciulle le loro cose più intime
e non solo.
Svegliatolo a Valerio gli consegnò una lettera dicendogli di seguire le indicazioni in essa, andandosene subito senza aggiungere altro.
Restati soli e svegliati gli altri il capo squadriglia aprì e lesse la missiva, che diceva: il grande gioco
ha iniziato, chi lo porterà a termine si aggiudicherà punti per conseguire la vittoria al campo; dovete prendere lo stretto necessario, lasciare il vostro angolo e dopo aver preso le provviste necessarie
alla cambusa dovrete partire alla ricerca della bisaccia del viandante.
Sulla facciata esterna di una delle torri ancora esistenti è raffigurato il volto di una fanciulla
e sotto di esso vi è una scritta che cela le indicazioni che possono portate al ritrovamento
del tesoro.
Io << Pensavo che fosse una favoletta, è esistito davvero Antonio o è frutto della fantasia del burbero?
Ho sonno andate voi, nessuno ha mai trovato nulla, ora andiamo noi e puffi facciamo la magia? >>
Riccardo << Vincenzo ma tu ti lamenti sempre?
Mi sembri brontolo, la statura c'è ci manca la barba e il cappello.>>
Tolto il superfluo dagli zaini lasciammo la tenda.
Recatoci alla cambusa e preso le provviste ci avviammo verso e per la boscaglia, senza far rumore e senza farci scorgere dalle altre squadriglie.
Procedevamo in silenzio e senza accendere torce elettriche, tanto a dar luce ai nostri passi, oltre alla luna, vi erano centinaia di lucciole che danzavano intorno.
Fatta della strada notammo che il tempo iniziava a cambiare: il vento cominciò a sferzare sempre più
gli alberi e i nostri volti, trascinando con sé minacciose nuvole.
All'improvviso il chiarore fu sostituito dal buio, mentre scrosci di pioggia sempre più intensi precipitarono al suolo; in pochi istanti eravamo fradici e gli zaini divennero macigni.
I lampi squarciavano il cielo e i tuoni rimbombavano nelle nostre orecchie.
Un flash di luce ci fece scorgere un mulino, più avanti sulla nostra sinistra, in cui ci riparammo.
Quando la pioggia cessò si era alle prime luci, restammo ancora lì per un po'.
Ritornati a camminare cercammo di capire quanto ci mancasse per la meta.
Bernardo, che aveva la sindrome della vedetta lombarda, si arrampicò su un albero se pur scivoloso
e grondate d'acqua, per cercare di scorgerla all'orizzonte la meta: riusciva ad arrampicarsi come fosse
una scimmia, soltanto che dopo non riusciva a scendere perché pervaso dalla paura.
Con questa sua mania metteva molte volte in allarme e apprensione l'intero reparto;
in quella occasione gli altri, anche se arrabbiati, cercavano di aiutarlo, tranne io che incominciai a tirargli
pietre, una gli andò a segno, causando la sua caduta e provocandogli, per fortuna, solo la distorsione
delle caviglie, che non pregiudicò la nostra missione.
Proseguendo, attenti dove mettevamo i piedi perché il terreno era scivoloso e in alcuni tratti scosceso, sentivamo il frusciare di un corso d'acqua, giunti nei pressi di un piccolo lago, che si formava
dalla caduta di una piccola cascata, notammo, seduta su un margine, una fanciulla intenta ad immortalare su tela lo specchio d'acqua e il paesaggio intorno; sembrava una ninfa.
Ci chiedemmo chi fosse e da dove giungesse.
Assorta in ciò che stava facendo non si accorse del nostro giungere, solo quando le fummo vicina ci notò.
Le rivolgemmo un saluto, non ricordo chi le chiese come si chiamasse e cosa facesse nella valle:
disse di chiamarsi Anna e che stava in uno dei mulini insieme a suo padre, senza distogliere lo sguardo
dal dipinto.
Le sue fattezze non erano di quelle zone: sull'ovale e roseo viso vi erano due occhi dai vermigli
di germogliate foglie, delle labbra rosse e carnose come dei boccioli; i folti capelli biondi con riflessi rossicci, che erano legati a formare di spiga di grano, pendevano sulla schiena.
Restammo lì mentre dipingeva, trascorsa una mezz'oretta ci allontanammo, proseguendo il nostro tragitto. Era verso il primo pomeriggio quando arrivammo alle mura.
Notammo che sul posto vi era Aurelio, l'assistente capo reparto: era partito prima che iniziasse il gioco
per seguire il suo svolgimento e vigilare sui partecipanti.
Egli era un vero e proprio poeta, non si staccava mai dalla sua chitarra con cui deliziava i bivacchi, accompagnandola con sua voce, aveva sempre tra le mani un taccuino su cui scriveva i suoi pensieri.
Era poco più che maggiorenne e già appena finita la maturità aveva iniziato a seguire il padre nei viaggi
di lavoro a Londra, restandone rapito al punto che aveva deciso di frequentare lì l'università, con l'intento
di trasferirvisi definitivamente.
Ci incitò a far presto e a non perdere tempo, ci mettemmo subito alla ricerca della raffigurazione.
Mi aggiravo fantasticando sulla storia di quel luogo, essendo appassionato del periodo storico della nascita del castello e della chiesa stessa, quando, ad un certo punto, notai il volto di donna, la cui grandezza
era quella di un pugno di un uomo di grossa stazza.
Al disotto della raffigurazione vi era lo scritto: sequitur viam quae ducit ad mare - nunquam pervenient
- coniugere fons
Non compresi nulla di ciò, per questo chiamai Valerio e Riccardo che con quaderno e penna trascrissero.
Riccardo un ragazzo cresciuto senza padre, morto dopo pochi mesi dalla sua nascita,
del quale non ricordava nulla, era vissuto e viveva con sua madre e i nonni materni; molto operoso
e disponibile verso tutti.
Valerio <<Cerchiamo di capire esattamente.
Aurelio come hanno fatto gli altri?>>.
Il componente dello staff sorrise e senza aggiungere niente su ciò <<I ragazzi mi hanno accennato dell'incontro fatto.
Ma chi era quella ragazza, cosa faceva da sola da queste parti?
Soprattutto dopo il diluvio che c'è stato.
Hanno anche detto che era bella.>>
Valerio << Ci ha detto di chiamarsi Anna, abita in uno dei mulini con il padre, non ha pronunciato altro. >>
Aurelio << In uno dei mulini?
Ma sono abbandonati, avrà detto così per dire?
Quanti anni poteva avere, come erano il suo aspetto?>>
Valerio sorridendo << Ma quante domande per una che non conosci nemmeno!
Scusa ma non gli ho chiesto le sue misure.
Ma ho visto la sua altezza, che riportata alla tua la supera quasi di dieci centimetri; se avessi saputo
te l'avrei portata a conoscere, dopo aver trovato uno sgabello sul quale farti salire.
A stento ha risposto al nostro saluto, per tutto il tempo non ha distolto lo sguardo da ciò che stava facendo.>>
Aurelio <<Ho capito è uno scherzo, loro hanno iniziato e tu gli stai dando spago.>>
Valerio <<No, è la verità, non è uno scherzo.
Ma come hanno fatto gli altri con il messaggio, gli hai dato tu una mano?>>
Aurelio << Non so come abbiano fatto.
Quando li vedevo arrivare mi nascondevo per non farmi vedere, vi sono venuto vicino per incitarvi.>>
Ci sedemmo a terra in cerchio, il capo squadriglia con accanto Riccardo lesse il messaggio più volte pronunciando le parole lentamente, soprattutto quelle dell'ultima parte, solo la prima parte era chiara, nella quale si faceva riferimento a un luogo sulla via che conduceva al mare.
Decidemmo di accamparci lì insieme ad Aurelio.
Per cena così come fu per il pranzo mangiammo cibo in scatola e un tozzo di pane.
Attorno al fuoco l'assistente capo strimpellava con la sua chitarra mentre noi intonavamo canzone in voga in quegli anni, ve ne era una che quando l'ascoltavo mi faceva piangere d'emozione, s'intitolava "Concerto in la minore": suonava in tutto il mondo concerti di Choopen, in prima fila gli occhi su di lei, sui tasti le sue dita farfalle in libertà…
Non so come mai mi facesse quell'effetto se pur fossi appena adolescente.
Aurelio << Ragazzi ora vi faccio un grande regalo.>>
Noi meravigliati << Di cosa si tratta?>>
Prese un foglietto dalla tasca destra della camicia e lesse: seguite la via che conduce al mare,
senza mai arrivare, raggiungete la fonte.
Questa è la traduzione dello scritto vicino alle mura.
Esclamando noi in coro << Sei un bastardo!>>
Dopo aver scherzato per ancora un po' cademmo tutti tra le braccia di Morfeo.
La mattina Aurelio venne insieme a noi, forse speranzoso di incontrare la ragazza della quale gli avevamo parlato.
La valle dei Mulini è anche detta valle delle ferriere, perché presenti anch'esse nella valle; furono edificate intorno al XIV secolo, restando in attività fino agli inizi dell'800.
Laddove la via divenne a scalini si incrociavano tre torrenti: il Canneto, il Chiarito e il Cerano,
i quali formavano delle scenografiche cascate.
All'improvviso un cane spuntò dalla vegetazione venendoci vicino e iniziando a farci le feste,
ma subito una voce, emesso un lungo fischio, lo richiamò col suo nome << Black!>>
Apparteneva ad un uomo che procedeva dalla direzione opposta alla nostra.
Aveva una corporatura longilinea con un fisico prestante, i capelli con i folti baffi erano di colore ramato,
di età su per giù sui sessantacinque anni.
Con un lessico tra l'inglese e l'italiano << Scusate il mio cane, fa le feste a chiunque incontra.>>
Rivolgendosi a me << Come va la ferita?
Sono stato io a soccorrerti qualche giorno fa, ti stavo tenendo d'occhio da un po' da lontano, mi chiedevo da dove fossi sbucato, feritoti ti sarai fatto prendere dal panico, corresti e inciampasti, svenisti
più per la paura e il caldo che per la caduta.
Ti medicai alla meglio la ferita, poi, presoti in braccio, ti riparai nella grotta in cui ti sei trovato;
mi allontanai per andare a prendere la cassetta del pronto soccorso, però quando tornai non c'eri.>>
Io << Sto bene, infinite grazie, mi chiamo Vincenzo.
Mi chiedevo chi mi avesse soccorso, quando mi ripresi provai ad alzarmi e visto che stavo su e riuscivo
a camminare feci ritorno al campo, lì mi medicarono. >>
Lui << Mi chiamo Keir, con la K, e come si sente non sono di origine italiane, anche se vivo ad Amalfi
da moltissimi anni, ma sono di origine scozzese.
Siete nella zona?
Cosa sono quelle divise?>>
Aurelio<<Siamo un reparto scout, il fondatore del movimento era originario delle sue parti.>>
Lui <<Scusate la mia non conoscenza, è la prima volta che ne sento parlare. >>
Valerio << Ieri abbiamo incontrato una ragazza che stava dipingendo vicino ad un lago, ha detto
di chiamarsi Anna e di abitare con suo padre in uno dei mulini, aveva i capelli biondi con riflessi rossi
la conosce?>>
L'uomo sorrise << Si è mia figlia, unica donna tra tre figli maschi, tra pochi mesi compirà la maggiore età.
E' l'unica che ancora vive con me.
Dove state andando?>>
Io in modo ironico<< Abbiamo una missione da portare a termine.>>
Lui <<Allora vi lascio andare, mi farebbe piacere se foste a farmi visita al mulino.>>
L'uomo spiegò la strada ad Aurelio e Valerio, ci salutò e proseguì.
Proseguimmo cercando di scorgere un segno che ci dicesse che si era sulla strada descritta nelle indicazioni.
Al ritorno si decise che avremmo lasciato il sentiero battuto.
Arrivammo ad Amalfi, eravamo alle spalle del duomo, lo aggirammo, trovandoci ai piedi della maestosa scalinata, raggiungemmo la piazza sulla quale s'ergeva la fontana del popolo, sovrastata dalla statua
di S. Andrea.
I nostri passi ci condussero al mare, lo costeggiammo arrivando ad una delle spiagge, lì ci togliemmo scarpe e calzini, camminando a piedi nudi fin la battigia.
Io << E' qui che Antonio ha incontrato la sirena?>>
Si decise di lasciare gli zaini, Aurelio non lasciò la chitarra, e fare un giro per il borgo.
Alla sera le vie sì intasarono di persone locali e turisti.
Entrammo in un ristorante, gli occhi di tutti erano puntati sulle nostre divise e noi eravamo accompagnati da commenti ironici.
Si trovava in un stretto vicolo tra antichi palazzi, il locale non era molto grande e alcuni tavolini erano
al difuori, sulle pareti interne delle reti da pesca e sui muri disegnate paranze intente alla pesca
in alto mare, con su di esse vecchi marinai.
Attendemmo quasi un'ora prima che si liberassero un paio di tavolini vicini.
Io rivolgendomi al cameriere che venne al tavolo per prendere l'ordine<< Siamo ospiti di Valerio e Aurelio, pagano loro.>>
Quattro antipasti di mare che dividemmo, da bere io, Aurelio, Riccardo e Valerio prendemmo dei boccali medi di birra, gli altri delle Coca Cola, una pizza capricciosa che presi io, una pizza alla pescatore
per Aurelio, sei margherite e una marinara.
Valerio <<Vincenzo ti sei preso la pizza che porta l'aggettivo che più ti descrive.>>
Aurelio rivolto a me << Non era meglio una Coca Cola al posto della birra?>>
Io << Non preoccuparti, reggo bene la birra.>>
Aurelio aveva la chitarra, per questo, a sua insaputa, andammo dal titolare del locale per chiedergli
se potesse invitarlo a cantare e suonare.
Un uomo di bello aspetto, se pur paffuto, con grossi mustacci e basettoni; indossava una camicia sbottonata fino allo stomaco per mettere in mostra la catenina con un grosso Crocifisso d'oro
che affondavano nella peluria pettorale.
L'uomo con tono ironico << Non penso che qui vadano bene i vostri canti.>>
Riccardo <<E chi ha detto che gli vogliamo far fare delle canzoni scout, non si preoccupi.>>
L'uomo cambiando tono << Va bene, vi voglio accontentare.
Ma sa suonare e cantare?>>
In coro noi, mentre Valerio tratteneva Aurelio al tavolo <<Si certo!
Non vogliamo di certo metterlo in imbarazzo.>>
A quel punto l'uomo raggiunse il centro del locale, richiamò l'attenzione dei presenti e chiamò Aurelio accanto a sé, lo presentò e lo invitò a cantare, insieme al piano bar già presente nel locale.
Non potendo rifiutarsi il ragazzo prese lo strumento e iniziò la sua esibizione, si esibì per circa venti minuti, prima che iniziasse ad arrivare quello che avevamo ordinato, tra il tripudio delle persone ai tavoli all'interno e all'esterno del locale, ma anche di quelle di passaggio.
Consumati gli antipasti gli venne chiesto se volesse cantare e suonare un'altra canzone, Aurelio riprese
la chitarra e raggiunse di nuovo il centro del locale, esibendosi con una canzone in napoletano di Mario Abbate: Core napulitano (Cuore napoletano).
Finita l'esibizione, dopo dieci minuti, arrivarono le pizze che divorammo.
Alla fine non si volle che pagassimo il conto, complimentandosi con l'artista.
Aurelio quando fummo fuori dal locale piantandosi sul posto << E' bravi, io ho lavorato e voi avete mangiato a sbafo e divertiti, l'importante è che abbiamo trascorso una bella serata, le pizze
erano buonissime per non parlare degli antipasti, se avessimo dovuto pagare ci sarebbe costato
un occhio a testa.>>
Valerio << Meno male che ti sei portato la chitarra! >>
Andammo dove avevamo lasciato le nostre cose: il mare dolcemente formava piccole onde
che si arrampicavano sulla battigia, euforici e con voglia di scherzare, in mutande, facemmo il classico bagno di mezzanotte, dopodiché infreddoliti ci asciugammo alla meglio facendo su e giù per la spiaggia.
Non scorgemmo alcuna sirena e tantomeno Antonio.
Ci infilammo nei sacchi a pelo, la musica dei locali giungeva fino a noi.
Al mattino svegliatici, indossate le divise, sciacquato il viso con l'acqua di mare, chiusi i sacco a pelo
negli zaini, ci dirigemmo alla cattedrale.
All'interno, accanto alla cripta di Sant'Andrea, patrone della cittadina, vi era la ragazza incontrata giorni prima, Valerio rivolgendosi ad Aurelio << Guarda, è la ragazza che abbiamo incontrato nella valle, è vicino
alla cappella, è quella con lo scialle, chissà cosa fa ad Amalfi, solo l'altro ieri l'abbiamo incontrata
alla valle.>>
Aurelio << E' davvero bella, non penso che sia da sola, quei ragazzi e ragazze che le sono vicini saranno
suoi amici.
Ci avviciniamo?>>
Qualcheduno dei fedeli disse di fare silenzio, la chiesa era gremita di persone ed iniziata la funzione
non potemmo muoverci per andarle vicino.
L'aiuto capo reparto era assente, mentre nella sua mente la cattedrale era vuota e nei suoi occhi
vi era una sola visione: Anna.
Terminata la messa il capo squadriglia e il componente dello staff sgattaiolarono tra la folla
lasciando noi indietro, uscendo li vedemmo catapultarsi tra i sessantadue scalini, intenti nel cercar
di raggiungere la ragazza, che nel frattempo si era soffermata con gli amici.
Giuntici i due si fecero notare da lei.
Indossava un vestito con collo a giro e con le maniche a tre quarti che le arrivava appena al disopra
delle ginocchia, di fantasie color pastello, aveva una borsetta di cuoio che le pendeva da una spalla
e ai piedi indossava dei sandali che si allacciavano alle caviglie e il capo era coperto da uno scialle
di merletto.
Appena li vide, nel frattempo stavamo giungendo anche noi<<Ma voi siete sempre in giro?
Non vi stancate mai, siete dei gran camminatori come vedo.>>
Aurelio si presentò.
Anna rivolgendosi ad Aurelio, mentre toglieva il velo dal capo scoprendo i biondi capelli con riflessi rossicci << Sei tu che li mandi in giro?>>
I due tenendosi le mani, con le quali si stavano salutando, incrociarono gli occhi in uno sguardo intenso
da sembrare che si conoscessero da più vite.
Aurelio << Mi hanno detto che abiti in uno dei mulini della valle, dove abbiamo incontrato un signore
di nome Keir in compagnia del proprio cane, il quale ci ha detto di essere tuo padre, essendo che loro hanno detto a lui di averti visto e chiestogli se ti conoscesse.>>
Anna <<Si è mio padre, al mulino andiamo per qualche giorno o quando capita.
Abitiamo qui ad Amalfi, oggi trascorro la giornata con i miei amici, poi in serata mi ritorna a prendere
e saremo alla valle una settimana.>>
Aurelio << Tuo padre ci ha inviato a trascorrere una giornata al mulino.>>
Anna<< Come mai vi ha invitato, già lo conoscevate?>>
A quel punto intervenni<< A loro no ma a me sì, è lui che mi ha soccorso quando mi sono fatto male,
mi ha visto sul sentiero e si è fermato per chiedermi come stessi, abbiamo fatto due chiacchiere e alla fine,
nel momento che ci ha salutato, è scattato l'invito.>>
Anna << Ah sei tu il ragazzo che ha soccorso?
Era preoccupato per il fatto di non averti trovato quando è ritornato.>>
Io <<Ripresomi e notando che potevo camminare me ne andai.>>
Anna rivolgendosi di nuovo ad Aurelio << Siete arrivati stamani?>>
Aurelio << No ieri, siamo andati a mangiarci una pizza e grazie al fatto che queste canaglie hanno chiesto
al padrone del locale se mi facesse suonare e cantare non abbiamo pagato.
Abbiamo pernottato sulla spiaggia.>>
Anna << Anch'io suono, il clarinetto, tu cosa suoni, scommetto la chitarra, vedo la sacca.>>
Valerio << Hai indovinato.>>
Anna << In quale ristorante siete andati? >>
Valerio << Non ricordo il nome del locale ma il titolare si chiama Gaetano.>>
Anna << Ho capito, ci sono stata, si mangia benissimo ed è pure salatissimo.>>
Aurelio << Spero d'incontrarti alla valle, poi dovremmo venire al mulino; forse. >>
La ragazza sorrise.
Trascorremmo circa mezz'ora a chiacchierare con la natia comitiva, mentre Anna e Aurelio continuavano
a lanciarsi sguardi e a chiacchierare più che altro tra loro.
Pensando alla strada del ritorno si pensò bene di congedarci e proseguire per far ritorno,
prima però facemmo una telefonata alle nostre famiglie, essendo che da molto oramai non le sentivamo.
Ripreso il cammino iniziammo la strada a ritroso.
Raggiunto il Canneto lo costeggiammo per poi inoltrandoci sempre più nella boscaglia tra pini, faggi
ed enormi felci che sembravano dei veri e propri giganti.
Avanzavamo in linea orizzontale e un po' a fatica, il terreno era alquanto impervio, ci mantenevamo
a una distanza l'uno dall'altro di un paio di metri.
Bernardo ad un tratto emanò un urlo scomparendo all'istante nella vegetazione, come se fosse stato inghiottito dalla terra, lo sentivamo lamentarsi senza vederlo, lo chiamammo e lui ci rispose <<Mi fa male
la gamba, non posso muovermi, mi trovo in una buca, riesco a vedervi tra il fogliame, aiutatemi!>>
Valerio, preso il coltello da caccia che sembrava più un machete, cominciò a tagliare gli arbusti, anche noi cercavamo di liberare la zona cercando di stare attenti a non precipitare.
Ad un tratto notammo che il ragazzo era finito in una fossa all'incirca di due metri e mezzo di profondità
e un metro e mezzo di larghezza.
Il capo squadriglia si calò aggrappandosi a qualsiasi cosa lo reggesse, per soccorrere e cercare di tirare fuori il malcapitato, si fece calare la cassetta del pronto soccorso, chiese di procurargli dei rami con i quali avrebbe immobilizzato la gamba, insieme a dei cordini.
Lentamente lo fece salire sulla sua schiena e incominciò la salita, lo tirò fuori, con l'aiuto di Riccardo, poggiandolo, una volta fuori da lì, supino sul terreno.
Presero due lunghi rami e li passarono tra le cinture che ci togliemmo, in modo da formare una barella
con la quale trasportare il ferito.
Gli era rimasta una scarpa nella fossa, per questo Valerio si calò di nuovo, giù, mentre la recuperava, notò su una delle pareti l'ingresso di una grotta, per questo richiamò l'attenzione e mentre la lanciava
disse della scoperta.
Valerio <<Riccardo che dici di scendere e dare un'occhiata insieme? >>
Riccardo << Ok, ora scendo. >>
Si decise che mentre lui e Riccardo esploravano la grotta Aurelio e il resto della squadriglia avrebbero trasportato la barella con il ferito al campo, i due lasciarono i loro zaini sull'orlo del precipizio e prese
delle torce elettriche si calarono; chiesero se mi sentissi di rimanere sul posto, nel caso avessero avuto bisogno di aiuto, dissi di sì e mi misi accovacciato sul bordo.
La vegetazione era così fitta che mi copriva, ad alcuni metri da dove ero, in un incavo nelle rocce, scendeva una cascata le cui acque penetravano nel sottosuolo.
Non ricordo quanto tempo stetti ad aspettare che risalissero, fino quando li notai emergere dalle viscere della terra, uno di essi aveva un logoro sacco tra le mani.
Io << Ragazzi che c'è lì dentro, cosa avete visto lì sotto?>>
Riccardo <<Aspetta che saliamo, poi ti raccontiamo il tutto.
Stenditi a pancia sotto e cerca di allungare una mano e il braccio, così mentre mi arrampico ti passo
la saccoccia.>>
Così feci, dopodiché i due risalirono senza problemi.
Si decise che non avremmo aperto l'involucro ma che lo avremmo portato integro al capo reparto,
il quale avrebbe deciso il da farsi.
Ci mettemmo subito in marcia, volevamo uscire da quella zona prima che facesse buio.
Io << Allora che c'era lì giù, era grande la grotta e questo sudicio e maleodorante sacco dove l'avete preso?>>
Valerio <<Al termine della piccola entrata vi è una sdrucciolevole discesa tra uno stretto anfratto,
si deve avanzare stando di lato, esso è lungo circa tre metri e conduce in una caverna in cui scorre
un piccolo corso d'acqua alimentato dalla superfice; guardandoci in torno, su una piccola nicchia, abbiamo trovato la sacca, era troppo buio e anche con le torce non è che abbiamo potuto vedere granché.>>
Io<< Allora è esistito davvero Antonio, non era una fantasia di Flavietto?>>
Camminavamo, ma dato che loro erano stanchi e io non ne potevo più di camminare, raggiunta una zona meno selvaggia, decidemmo di accamparci per la notte.
Divorammo le provviste che avevamo, in più avevo nel mio zaino delle leccornie che mi aveva dato
mia madre prima che partissi.
Io << Domani cerchiamo di arrivare al campo dopo l'alzabandiera e soprattutto dopo la ginnastica,
andiamo con molta calma.>>
Valerio << Non preoccuparti, la faremo qui la ginnastica prima di partire.>>
Quella mattina quando i nostri occhi si aprirono era davvero tardi, ci preparammo in fretta, togliemmo
le tracce del bivacco, riponemmo i sacchi e ripartimmo.
Al campo ad accoglierci vi era un furioso Flavio, che subito rimproverò Riccardo e Valerio: prima per aver abbandonato la squadriglia con un ferito e poi per essersi messi in pericolo calandosi nella grotta
e che anche avendo lasciato me sul ciglio non avrei avuto modo di aiutarli in caso di bisogno,
non avendone i mezzi.
Finita la sfuriata Valerio consegnò al capo la bisaccia e chiese di Bernardo.
Flavio <<Durante il tragitto i ragazzi hanno incontrato una coppia di anziani contadini che a bordo
di un carretto trainato da un vecchio ronzino si stavano dirigendo a Gragnano da dei parenti.
Si sono fermati e hanno chiesto se servisse aiuto vedendo il ferito, li hanno caricati e raggiunto la cittadina; dalla parrocchia, con l'auto il don e padre Vincenzo hanno portato il malcapitato in ospedale, mentre loro sono ritornati al campo.
Delle condizioni di Bernardo non sappiamo ancora nulla, domani mi recherò al paese per sapere qualcosa
in merito.>>.
La sera durante il bivacco eravamo tutti ansiosi di scoprire il fantomatico tesoro, anche se qualcheduno
di altre squadriglie fosse più che altro invidioso.
Flavio << Scommetto che non vedete l'ora di sapere cosa c'è dentro il sacco, ora lo apriamo.>>.
Prese la bisaccia, slegò la cordicella che la chiudeva e l'aprì con cautela.
Il maleodorante contenitore aperto formò un piccolo lenzuolo che il capo distese
sul terreno, rivelandone il contenuto: ciò che restava di quello che erano stati dei capi di abbigliamento,
un girasole e una libellula, entrambi di creta, due monete delle quali non si riuscì a capire l'epoca
e un piccolo pugnale.
Ci avvicinammo un po' alla volta per vedere da vicino, dopodiché il capo richiuse il tutto
nella bisaccia e la depose sul ceppo che era nell'angolo dello staff.
Non si sbilanciò sull'esistenza di Antonio e tantomeno su di chi potesse essere stata la bisaccia
e il suo contenuto.


V cap.

Nelle ore antimeridiane, intanto che ritornavo alla mia tenda, notai Flavio aggirarsi nervosamente nell'angolo staff, ad un tratto lo vidi dirigersi al mulino, vi entrò per uscirvi
trascorso un po' di tempo, ritornandosene al suo angolo; in quell'istante anche Guglielmo e Aurelio uscirono dalla loro tenda.
I tre si misero a confabulare.
La mia squadriglia era già pronta quando suonò l'adunata; raggruppati il capo ci disse il motivo
dalla sua agitazione: la bisaccia era sparita.
Chiese se qualcheduno avesse voluto fare uno scherzo, buttando un'occhiatina su di me, ma tutti
gli garantimmo che non sapevamo nulla della scomparsa.
Decise comunque di andare insieme a Valerio a Gragnano per raccontare la faccenda ai carabinieri
e da lì si sarebbero recati ad accertarsi delle condizioni di Bernardo.
Ci chiedevamo chi potesse essere stato a far ciò e perché prendersi la sacca, chi poteva sapere?
Attendemmo con ansia il ritorno dei due, essendo che ci premevano le condizioni del ragazzo.
Nei pressi della sorgente, nelle vicinanze del campo, la quale era visibile da esso, passò Anna
in compagnia del suo cane e con il necessario con cui soleva dipingere.
Notatala Aurelio le andò incontro<< Ciao, che fai da queste parti? >>
Anna << Sono qui per caso, facevo un giro con la bici in cerca di qualche angolo da immortalare.
E' qui che siete accampati, mi fai visitare il campo?>>
Aurelio << Certo!>>
In seguito, recatosi al mulino nei pressi del campo, la fanciulla iniziò a dipingere rivolta al macinatoio
e ai promontori.
Aurelio << E' così il mulino dove stai?>>
Anna <<No, è diverso di struttura e non fatiscente.
Mio nonno e i miei zii fecero dei lavori, in seguito ne fece mio padre e tutt'ora ne fa.
Gli interventi vennero e sono fatti per renderlo abitabile, modifiche strutturali non sono state fatte
e non si possono fare, è l'unico nella valle, quando verrai ti renderai conto.>>
Trascorsero del tempo a chiacchierare, mentre lei immortalava su tela, rivolse anche i tre piedi al campo
per inserire parte di esso nel dipinto.
Lui le raccontò che scriveva poesie per cui si recò nella tenda in cui era il suo zaino e dal quale prese
il quaderno dove vi erano gli scritti, riuscito raggiunse nuovamente Anna, aprì una pagina e declamò:

Luna, sei ad ogni morir del giorno
lassù
e a me, teatrante
del librato scoglio,
s'allieta il pensier,
al figurar nella mente,
che tu venga
ad adottar i travagli miei. Rilega
codesta invocazione nella notte,
che tu, cinereo visino,
col nitore che ti ghinda
lo scenario trasli
e ad essa
magia tributi.
Mia intimità
a te evasa non v'è, ed è
alla letterale foggia
che il mio brusio rimetto: oh Luna
è il tuo il sapere
che sol nei sogni
ho sentore d'esser in patria.

Anna<<Non sembri un ragazzo malinconico, come si avvince dal testo, ne fai un fatto personale con l'astro,
va bene che un po' tutti sembriamo avere un rapporto speciale e personale con la luna.
Anch'io in un ritratto l'ho dipinta mentre illumina la valle e il mio mulino, dal quale un fanciullo,
seduto sul tetto, l'ammira.>>
Il ragazzo le porse il quaderno, dicendo che gli avrebbe fatto piacere se avesse letto
i suoi contenuti, riconsegnandoglielo il giorno che si sarebbero rincontrati.
Anna strinse il quaderno a sé facendo un sorriso e depostolo nella borsa continuò il disegno.

I due tra una pennellata e l'altra continuarono a dialogare, fino a quando Anna non terminò gran parte
del disegno, allora depose tutto l'occorrente, caricò e legò il tre piedi sul sedile posteriore della bici,
la tela sul cestino anteriore e disse ad Aurelio che doveva andare, egli le chiese se potesse accompagnarla
per un tratto di strada: ne fu lieta.
Quando Flavio e Valerio fecero ritorno Aurelio e Anna si erano allontanati da una decina di minuti,
il capo reparto chiamò l'altro componente dello staff e il resto dei capo squadriglia e gli raccontò
cosa era avvenuto dalle autorità e per quanto riguardava Bernardo<< Arrivati dai carabinieri e riferito
al maresciallo del ritrovamento e il probabile furto egli in primo momento è rimasto meravigliato
ed incredulo.
A Valerio ha chiesto se avessero visto o notato qualcuno sul luogo del ritrovamento o se si fosse detto
di ciò a qualcheduno che non appartenesse al reparto e ha chiesto se possa esserci dell'altro laggiù.
Lui ha detto che non si era visto nessuno da quelle parti, pur anche che non sapeva se Vincenzo avesse notato persone mentre era ad attenderli; lì giù non hanno potuto vedere granché, perché le luci delle torce
non erano sufficienti ed era pericoloso muoversi.
Il maresciallo ha fatto un'ipotesi su chi sarebbe potuto essere: ha parlato di un'ipotetica setta,
della quale si sa ben poco e perlopiù per sentito dire, si tratterebbe della Genespilogues, gli adepti,
uno di questi ha ipotizzato che potesse essere l'autore, si riunirebbero in luoghi segreti e diversi della valle.
Essi non si sa da quali luoghi giungano e chi siano.
Non c'è nulla che attesti in modo ufficiale dell'esistenza e il fine di essa.
Prima di congedarci ci ha riferito che domani verrà al campo e da qui andrà con Valerio e Riccardo
sul luogo del ritrovamento.
Per quanto riguarda Bernardo sta abbastanza bene, in ospedale gli hanno dovuto ingessare la gamba, avendo riportato una frattura, i genitori, che gli sono accanto, lo porteranno con loro a casa questa sera stessa, più che altro per l'ingessatura.>>.
L'indomani, il maresciallo Catiello, così si chiamava il sottoufficiale dell'arma, una di quelle persone
che vengono al mondo proprio per fare quel mestiere e anche se l'incontrassi in borghese ti viene spontaneo pensare costui è un carabiniere, data l'altezza avrebbe potuto essere un corazziere, corpulento fisicamente, era un bell'uomo, entrò nell'arma appena compiuto i diciotto anni, giunse a bordo di una jeep.
Accompagnato da altri due agenti e due speleologi che conoscevano la zona.
Fermato il mezzo scesero e visto che non vi era ancora nessuno in giro richiamarono l'attenzione suonando più volte il clacson; era poco meno di un'ora prima dell'adunata.
Qualcheduno fece capolino da una tenda e vedendo i carabinieri si avvicinò ad essi, i quali si fecero accompagnare da Flavio che in quell'istante stava uscendo dal suo giaciglio, i visitatori e il capo
s'incamminarono verso la macchina; stettero a parlare per circa dieci minuti, poi Flavio si diresse verso l'angolo della squadriglia dei falchi per chiamare sia Valerio che Riccardo, il caposquadriglia e il vice squadriglia preparatisi uscirono dalla tenda, i tre s'incamminarono verso la jeep e vi salirono insieme
agli altri.
Io nel frattempo già ero errante sui miei passi, più in là notai dei lembi di tenda sollevarsi su di essa:
Carla giaceva con mezzo busto dentro il sacco a pelo e l'altro mezzo al difuori di esso.
Giunto all'ingresso, piegandomi sulle ginocchia, le porsi il buondì, lei mi rispose sorridendomi << Cosa fai già in piedi peste?>>
Io << Faccio sempre un giro al mattino presto, nella tenda siamo in troppi, vengo schiacciato; per non parlare dei naturali gas di scarico emessi.>>
Carla si scompisciò dalle risa << Togliti le scarpe e stenditi un po' qua, vieni.
Perché ti comporti sempre in modo dispettoso e un po' villano, che poi si vede che non sei cattivo. >>
Le accarezzai i capelli e l'abbracciai, sentii il suo piccolo seno schiacciarsi sul mio piccolo torace;
indossava una sottile e aderente t-shirt, al disotto non aveva il reggiseno.
Rispose all'abbraccio.
Lei << Vedi che in fondo sei un coccolone?>>
Un coccolone, forse ella non sapeva quanto apprezzassi già le femminili braccia e non solo gli arti.
Lei << Adesso vai che tra poco c'è l'adunata.>>
La spedizione continuava la sua missione: attraversato sentieri sterrati, vegetazione e corsi d'acqua,
i componenti che la formavano arrivarono fin ove era possibile arrivare con un fuoristrada
e scaricata l'attrezzatura proseguirono a piedi, avanzando in base alle indicazioni e del ricordare dei due ragazzi.
Le divise degli scout, dei carabinieri e quelle degli speleologi, che sotto le prime semi impermeabili, avevano una sotto tuta, erano zuppe di sudore.
Arrivarono, per fortuna o perché il fato lo volle, sulla buca dalla quale si accedeva alla grotta,
gli speleologi si prepararono indossando l'imbracatura con vari attrezzi per la discesa, indossarono
degli stivali di gomma e gli elmetti con torcia inserita, le maschere, presero altre fonti d'illuminazioni
e legatosi con funi, mentre altre le portavano con loro, si calarono fino all'ingresso della grotta dove lasciarono le corde alla fine della prima calata e arpionate alla rocce altre proseguirono.
Entrati nella caverna e accese le fonti di luce poterono notare vicino alla caduta dell'acqua, che avveniva scivolando attaccata ad una parete, un cunicolo sul pavimento; che l'ambiente era circolare
avente una profondità di circa sei metri; non v'era null'altro di rilevante se non dei segni indecifrabili
sulla parete frontale nella nicchia.
Si avvicinarono al margine del cunicolo e calarono una corda con una torcia per vederne
la profondità e se fosse stato possibile passare attraverso il passaggio, che era di un metro e mezzo
di larghezza all'ingresso, ma soprattutto l'eventuale presenza dell'acqua; riuscirono a vedere soltanto
i primi tre metri, essendo non era del tutto verticale.
Ritirata la corda, uno dei due, imbracatosi, iniziò la discesa, senza problemi si trovò nel secondo ambiente ad una profondità di otto metri.
Poggiati i piedi in terra diresse il fascio di luce su una delle pareti, sulla quale poté scorgere la raffigurazione di una libellula in volo e una fanciulla piegata sulle ginocchia intenta ad accoglierla sulla mano che teneva protesa; sul pavimento vi era una piccola insenatura che faceva sì che l'acqua defluisse più in profondità.
Quest'altra camera aveva una forma di mezza luna, con una lunghezza di circa tre metri
e una larghezza di due metri circa, con un'altezza inferiore ad una persona di un metro e settanta.
Girandosi su se stesso, insieme al fascio di luce, su un basamento notò resti di due corpi: erano distesi l'uno rivolto verso l'altro avendo la mano dell'uno in quella dell'altro, poté intuire che si trattava
di un uomo ed una donna, dato la differenza delle pelvi.
Risalì e uscito dal cunicolo riferì della scoperta al collega, insieme uscirono dalla grotta, arrampicatisi
sulla fossa raggiunsero gli altri mettendoli accorrente, il maresciallo ci voleva vedere chiaro: i due escursionisti, uno degli agenti e i due scout restarono sul sito, mentre il sottoufficiale e un carabiniere ritornarono alla macchina e via radio venne fatta una chiamata alla caserma per dare i ragguagli
sulla vicenda e chiedere l'intervento del magistrato e del medico legale.
Ormai in quella giornata non si poteva far ancora molto sul posto e prima del giorno seguente
il magistrato non sarebbe arrivato.
Catiello mandò il suo subalterno a chiamare l'altro agente, gli speleologi e gli scout, che radunatosi
si imbarcarono sulla jeep e si diressero a Gragnano.
I carabinieri e gli speleologi passarono la notte in caserma, Flavio, Valerio e Riccardo la trascorsero
alla parrocchia.
Don Alfonso da uno sgabuzzino li fece prendere un materasso a due piazze, delle lenzuola
e una rete, facendoli sistemare in sacrestia e lì dormirono, dopo essersi dati una pulita ed essere stati rifocillati.
Carla, alla fine del bivacco, era preoccupata di dover dormire da sola in tenda, m'avvicinai chiedendole
se volesse che le facessi compagnia, ne fu contenta, di corsa andai a prendere il mio sacco e il pigiama, dirigendomi alla tenda di lei.
Spostai lo zaino e il sacco del capo quasi buttandoli per aria, la ragazza sorrise, distendendo il mio
ed entrandoci subito dentro dopo aver infilato il pigiama avendo tolto i vestiti; Carla già era nel suo sacco
a pelo.
Ci volle un bel po' prima che prendessi sonno, mi misi accovacciato vicino a lei e così ci addormentammo.
Il giorno seguente a Gragnano, Flavio, Valerio e Riccardo ebbero l'opportunità di fare una buona colazione
e partecipare alla messa.
Raggiunsero la caserma, incontrando il maresciallo, gli agenti, gli speleologi e due jeep pronte
con le attrezzature a bordo; giunse pure un furgone per trasportare i corpi con il medico legale
e l'assistente.
Erano le undici e trenta quando giunse il magistrato, al quale fu consigliato di togliersi il suo bel vestito
con cravatta e mocassini ai piedi e indossare una tuta e degli stivali datigli dagli agenti.
Arrivarono, anche questa volta, fin dove poterono con i mezzi e con un po' di disappunto
del magistrato, che era un uomo di una cinquantina d'anni ma un po' troppo in sovrappeso: anche questa volta dovettero proseguire a piedi.
Il togato grondava sudore da ogni poro del corpo, gli altri non erano da meno, essendo che faceva
più caldo del giorno prima.
Sul luogo gli speleologi si prepararono: indossarono le imbracature, le maschere, presero
le corde, le fonti di illuminazione, indossarono gli elmetti, presero i sacchi in cui sistemare i corpi
e discesero la buca tramite delle corde, si portarono una cinepresa Super Otto e una macchina fotografica con flash; entrarono nello stretto anfratto camminando di lato, proseguirono sulla sdrucciolevole discesa, entrarono nella grotta, raggiunsero il cunicolo e arpionate delle corde si calarono entrambi.
Si dovevano mettere i corpi nei sacchi e prepararli per poterli portare in superficie, ma prima uno di loro
iniziò a filmare accendendo la cinepresa e l'altro si diede alla fotografia.
Finito aprirono i sacchi per poter inserire i corpi all'interno, ma appena vennero toccati e si tentò
di staccarli dalla tenuta delle mani divennero perlopiù un cumulo di cenere, a quel punto i due
raccolsero l'attrezzatura e risalirono il cunicolo; attraversarono la grotta, passarono
per l'anfratto, risalirono la fossa, presentandosi a mani vuote.
Quando coloro in superfice seppero l'accaduto ed essendo che né il magistrato né il medico legale dissero di ritornare a prendere ciò che restava tornarono tutti a Gragnano.
 

VI cap.

Nella giornata di visita delle famiglie si sarebbe disputava la gara di cucina e i genitori, nell'occasione, avrebbero fatto da giudici.
Andrea, il cuoco della nostra squadriglia, voleva preparare una pietanza turca, essendo sua madre Ecrin nativa della città di Ordu, luogo in cui conobbe suo marito, padre del ragazzo, che lavorava come tecnico specializzato presso una ditta in Turchia.
Il piatto tradizionale che voleva e che poi preparò fu l'Imam Bayildi: l'Imam svenuto.
Andrea << Si racconta che l'Imam dinanzi a tale bontà svenne, sono melanzane farcite con polpa
delle stesse, pinoli e pomodori; gli ingredienti occorrenti e che dovremmo richiedere allo staff
sono: melanzane, cipolle, aglio, pelati, cannella, zucchero, pinoli, sale, pepe e prezzemolo.
Si scottano le melenzane, si colano e si tagliano a metà nella loro lunghezza, si toglie la polpa interna facendola a dadini, in un tegame si rosola la cipolla aggiungendo l'aglio a pezzetti, si versano i pomodori,
la cannella, la polpa e i pinoli.
Le melanzane si riempiono e prima di aggiungervi il prezzemolo s'infornano.>>
Noi<<Le melenzane allo scarpone alla fine sarebbero e ti sei messo a fare pure il discorsetto?
Infornare poi!
E dove prendiamo un forno, ti rendi conto delle comodità di cui ci posiamo servire?>>
Valerio << Un forno da campo!
Chissà se il capo sapesse come si costruisce, glielo possiamo chiedere.>>
Il capo squadriglia prese Andrea sotto il braccio e se pur titubanti andarono a parlagli: il truce Flavio,
non solo gli disse che si poteva fare e come si costruiva ma avrebbe procurato l'occorrente e dato
una mano nella realizzazione.
Spiegò<< Si prende una lamiera, si toglie il coperchio e si divide in modo da fare una parte di misura diversa dell'altra, si prende la parte più grande, che verrà usata come sotto, e si fanno dei fori per infilarvi
delle staffe legandole agli incroci con il fil di ferro, nel vano sotto le staffe si accenderà il fuoco,
nell'altra metà si pratica un foro per infilarvi un pezzo di grondaia o altro materiale per fare la canna fumaria e in fine si crea un piano stabile su cui posarlo.>>

Mentre ritornavano contenti e soddisfatti al loro angolo Aurelio chiamò e comunicò a Valerio che aveva chiesto a Flavio se si fosse potuti andare a trascorrere una giornata al mulino da Keir: egli acconsentì
per il giorno seguente.

La mattina successiva, eseguita l'ispezione, il grande capo comunicò anch'egli che potevamo andare insieme all'aiuto capo reparto a fare visita al macinatoio.
Andrea declinò l'invito lo seguirono gli altri, mentre a me non diedero la possibilità di scegliere, essendo
che Valerio e Riccardo mi volevano tenere sotto il loro controllo, non fidandosi di farmi restare con gli altri.

Io, i due e l'euforico Aurelio, che faceva il tutto solo per incontrare Anna, lasciammo il campo incamminandoci tra la valle secondo le indicazioni di Keir.
Attraversammo quello che restava di un vecchio ponte di pietra senza parapetti di protezione
e che sovrastava il torrente, per arrampicarci sulla sponda opposta, almeno non eravamo sotto il peso
degli zaini.
Il terreno era scivoloso e pesante per la pioggia caduta la notte prima.
Arrivammo, alla fine di una bella passeggiata, ad un ponte, anch'esso di pietra e che sovrastava il torrente, oltre al quale, alle pendici di una scoscesa parete di roccia, vi era il mulino: sulla parete fronte a noi vi erano due porte in legno, da una, con a fianco una finestra avente le ante in legno sbarrate, si accedeva nell'ambiente della vecchia macina, all'interno si trovavano anche vari attrezzi in uso nei tempi lontani, dall'altra, con di canto un'altra finestra, si accedeva all'abitato e al disopra dell'accesso vi era una finestra
del piano superiore; a sinistra sul piano inferiore vi era una torretta incorporata alla costruzione
anche per quanto riguarda il piano sovrastante.

Giunti al di là del ponte Keir uscì per venirci ad accogliere<< Salve ragazzi, siete venuti
a trovarmi, sono state buone le mie indicazioni? >>
Aurelio << Abbiamo sbagliato strada, ma poi abbiamo ritrovata quella giusta.>>
Nel frattempo ci condusse all'interno.
Appena entrati vi era un'ampia stanza che fungeva da salotto e da cucina: sul lato del primo si trovava
una credenza, un mobile basso e lungo che prendeva un'intera parete, sullo stesso lato c'era un camino
e difronte ad esso un divano; la cucina era composta da un piano cottura alimentato tramite
bombola del gas, un lavabo e mobili, il tutto incorporato in una struttura in muratura.

Intenta ai fornelli vi era Anna<< Buongiorno ragazzi. >>
Aurelio<<Cosa stai cucinando di buono?>>
Anna << Coniglio all'ischitana, con cui sugo condirò la pasta.>>
Keir << Venite, vi faccio visitare il piano superiore.>>
Entrammo in una stanza che comprendeva la torretta, dei dipinti riempivano le pareti.
Keir << I dipinti sono opera di mia figlia, avete avuto modo di vederla in opera; l'inverno scorso
ha partecipato ad una mostra a Salerno.
Anche in cucina è molto brava, avendo appreso da mia moglie.>>

Salimmo per una scala a chiocciola in pietra al piano superiore: vi erano tre camere,
in una delle stanze si trovava un armadio, un letto matrimoniale e vicino ad una parete un quadro,
poco distante dalla finestra, raffigurante una donna con tratti mediterranei.
Keir << E' la mia povera moglie Marta, maestra della scuola elementare di Amalfi, morta
un paio di anni fa, il ritratto l'ha fatto mia figlia.>>
Visitammo anche le altre due camere, una dove dormiva la ragazza con alle pareti dipinti che ritraevano molti angoli della valle, compreso il mulino di famiglia; vi era un mobile basso al disotto alla finestra
che dava sul di dietro del fabbricato e un armadio; l'altra camera era dei figli maschi, i quali oramai,
da alcuni anni, non venivano al mulino, essendo che avevano la loro vita e i loro impegni.

Scendemmo di nuovo al piano d'ingresso, nella cucina Anna stava apparecchiando la tavola, ci prodigammo un po' tutti nel darle una mano.
I due padroni di casa, quando venne il momento di pranzare, si sedettero ai due posti di capo tavolo
e noi ai rispettivi lati; Valerio e Aurelio si proposero di servire a tavola e così fu.
Iniziammo con un antipasto d'insaccati, formaggi e sottoli, per poi passare agli spaghetti col sugo
del coniglio e quest'ultimo per secondo con un'insalata di contorno; da bere, a tavola, vi era una brocca
di vino rosso, di loro produzione, dell'acqua con l'idrolitina, una polverina per far divenire l'acqua frizzante usata a quei tempi, e un'aranciata Fanta.
Anna<< Cosa mangiate di solito al campo? >>
Aurelio<< La maggior parte è tutta roba in scatola, già precotta per lo più.>>
Anna << Spero che oggi vi stia andando meglio.>>
In coro<< Lo puoi dire forte e senza problemi!>>
La ragazza e il padre sorrisero.

Finito il pranzo io, Valerio, Aurelio e Riccardo aiutammo Anna a rassettare la cucina, anche per disobbligarci dell'ospitalità, intanto Keir si accomodò sul divano, accendendosi la pipa.
Mentre la ragazza preparava il caffè, raggiungemmo il padre sul salotto, egli si mise a parlare con noi
e ad un certo punto, intanto che teneva la pipa con una mano, dalla quale il tabacco bruciato emanava
un gradevole odore, narrò la sua storia << Erano i primi mesi del 1942, all'epoca ero arruolato
da circa un anno nella RAF (Royal Air Force: l'aviazione britannica) come pilota di bombardieri Bristol Blenhaim ed ero di stanzia nella base aereonautica sull'isola di Malta.
All'alba di un giorno di quei mesi mi alzai dalla branda un po' prima che suonasse l'adunata
per scrivere una lettera alla mia famiglia, che non vedevo dalla mia partenza, la quale risiedeva in Scozia nella città di Nairn, un antico borgo reale nelle Highlands scozzesi, situato sulla costa del Moray Firth Nair, luogo in cui son nato e vissuto fino a quando sono partito per quella maledetta guerra.
Abitavo con la mia famiglia nei pressi del porto, un villaggio di pescatori, essendo mio padre uno di essi, nonché figlio e nipote di pescatori; eravamo tre figli maschi e da quando iniziammo a stare i piedi nostro padre iniziò a portarci in barca.
Quello stesso giorno, lo ricordo come se fosse oggi, nel briefing degli equipaggi, ci venne comunicato
che, lì a poco, saremmo dovuti partire con i nostri aerei per bombardare Napoli.
Finita la riunione andammo, alcuni, a distenderci sulle brande mentre altri trovarono in altro
un po' di svago, fino a quando ci fu l'ordine di salire a bordo dei nostri aerei e partire per la missione
con il carico di morte e distruzione.
Attraversammo il Mediterraneo e arrivati sulle coste della Campania, all'orizzonte, dei caccia
della Regio aereonautica ci vennero incontro ingaggiando con i nostri di scorta un combattimento.
Da lì a poco anche l'artiglieria anti aerea cominciò a tuonare, fu allora che il mio aereo fu colpito, persi
il controllo del mezzo in fiamme che cominciò a precipitare.
Eravamo in tre di equipaggio, ma solo in due riuscimmo a lanciarci col paracadute, raggiungendo il suolo
in due luoghi distanti; d'allora non ho più rivisto il mio amico Clark.
Ero ferito, sapevo che i soldati si sarebbero messi alla mia ricerca, ma mi addormentai dopo essermi nascosto nella vegetazione, non sapevo di essere nella valle dei Mulini, nel sonno, all'improvviso,
sentii di essere preso di peso, erano dei civili italiani per fortuna, un uomo e due ragazzi, suoi figli,
che mi portarono in questo mulino in cui vi erano una donna, moglie dell'uomo, e altre due ragazze,
figlie della coppia.
La donna e le giovani si presero cura di me.
Insieme alla famiglia che mi ospitava le altre persone che frequentavano la valle fecero in modo
che mi potessi nascondere e non cadere prigioniero, oltre a sfamarmi e vestire.
Lentamente cominciai a capire e parlare l'italiano e nello stesso tempo tra me e una delle figlie della coppia iniziò una forte simpatia, fino a sfociare nell'amore e nel matrimonio, alla fine della guerra,
durante il quale nacquero i nostri quattro figlioli: Anna che conoscete, Marco che è il primogenito
ed è un ingegnere e lavora a Napoli, Luca che da poco è diventato avvocato e fa praticantato
in uno studio legale di Milano e Gianni che gestisce un pastificio.
Alla fine del conflitto iniziai a lavorare nella cartiera in cui lavoravano mio suocero e i miei cognati.
Non sono più tornato al mio paese e né tantomeno ho rivisto i miei genitori, morti dopo la guerra
a poca distanza l'uno dall'altro.
Spero un giorno di poter fare un viaggio con i miei figli per fargli conoscere la mia terra natia, i luoghi
che mi hanno visto nascere e crescere, nonché quello che resta della mia famiglia d'origine;
i miei fratelli li ho potuto contattare solo dopo che l'Italia fu liberata.
Sono molto legato a questo luogo, nel quale mi reco appena posso, l'abitazione in cui vivo, in cui ho vissuto con mia moglie Marta e nella quale sono nati e cresciuti i nostri ragazzi, si trova ad Amalfi,
in via delle Cartiere, acquistata con il mio lavoro, quello di mia moglie e molti sacrifici.>>.
Il racconto s'interruppe mentre le lacrime colmavano il volto dell'uomo: nessuno ebbe il coraggio
di commentare.
Preso il caffè, che Anna servì, e consumato dei dolci di piccola pasticceria, uscimmo per fare un giro,
durante il quale io, Valerio e Riccardo seguimmo il padrone di casa, Aurelio e Anna si allontanarono
nella direzione opposta, oltrepassando il ponte e dirigendosi lungo il torrente.
La fanciulla si era portata il quaderno delle poesie datogli in precedenza.
Anna << Sono molto belle e piene di significato: Risonanze, in cui la scogliera dà risonanza
ai ricordi, in questo caso d'infanzia o della prima adolescenza; L'incontro potrebbe suggellare sia l'incontro
con la poesia stessa oppure con un amore che ha lasciato il segno nel tuo cuore.>>

A sé il mare ha consegnato orme: solchi
in distante data piantati.
In risonanza, vibrazioni delle onde
giochi lontani commemorano;
la lor scia è vissuto
sull'oceano dei ricordi,
dissipati in granelli,
che fan del compiuto
opera musiva,
proiettata in rilettura
sul sempiterno promontorio…

Nei caldi vermigli d'autunno, in sembianze
di venature di vita, a me venisti
in refolo di catarsi.
Mi s'incarnò e d'allor
mercante e cacciatore divenni
di ciò che inonda il discernere.
Essenza sei
di flora musicale di note,
che sull'ameno rigo s'adagiano
e da cui si librano
in farfalle in libertà…

Aurelio <<L'amore è come la poesia: entrambe non amano "padroni", desiderano sol che si rispetti la loro natura libera.>>
(Non spiegò se l'incontro fosse riferito alla scrittura o all'amore.)

Noialtri compiemmo il giro attorno al mulino: iniziammo a visitare l'interno del vano accanto all'ingresso; usciti notammo la vigna dalla quale si era ricavato il vino che era stato messo a tavola e del quale potei assaggiarne soltanto un bicchiere; di seguito l'orto; un po' più in là, nella prossimità della roccia
del promontorio, s'ergeva una piccola costruzione in legno che raggiungemmo:
l'uomo alzò la parte superiore da un lato, mentre l'altra parte si manteneva alla base tramite
delle cerniere, il rialzo, quando fu alzato e fermato, sollevato da una leva, rivelò una scala in legno
che discendemmo, ci trovammo in ciò che era la cantina e cambusa, era una camera alta circa un metro
e settantacinque, con una lunghezza di circa otto metri e con una larghezza di tre,
ci fece avvicinare alla parete in fondo e alzò un quadrato di basamento, rivelandoci
che dentro lì veniva nascosto quando vi erano soldati per la valle, per respirare aveva una cannula
la quale arrivava all'esterno.
Risaliti in superfice continuammo a passeggiare, notando, dall'altro lato, un fabbricato in legno che non era altro che il bagno, con gabinetto, doccia, lavandino con sopra uno specchio incorporato ad un mobile,
di fianco alla porta e al finestrino che affacciava all'esterno, con una tendina davanti, un mobile alto;
attaccata quasi alla struttura una cisterna, contenente l'acqua che alimentava cucina e servizi,
e un generatore a gasolio.
Ritornati sul davanti, al di là del ponte, notata già in precedenza, un auto identica
a quella che era stata di mio nonno Vincenzo, per cui rivolgendomi a Keir << E' una Fiat millecento vero?
Quella che aveva mio nonno era di colore celeste.>>
Keir <<Si, è l'ultima serie prodotta di questo modello, l'ho comprata nel'67, due anni prima che uscisse
di produzione, ad ottobre farà dieci anni; l'unico tragitto che compie è da casa a lavoro e da casa a qui.
Tra un anno non farà neanche più il tragitto casa e lavoro, essendo che andrò in pensione, finalmente!>>

Ritornarono Aurelio e Anna, dopodiché decidemmo di far ritorno al campo; con grande compiacimento l'uomo si offrì di darci un passaggio sino al campo con l'auto.
Salutammo e ringraziammo Anna.

Da quel dì gli allontanamenti dal campo da parte di Aurelio divennero frequenti, vagabondava
in quei luoghi appena poteva sgattaiolare, essendo che sapeva che Anna, a volte, si recava in quei posti.
Giungeva fino ad una sorgente di un piccolo ruscello con dell'acqua cristallina:
una sorgiva che fuoriusciva da due piccole grotte formate da rocce basse che si trovava in un luogo
in cui la vegetazione era fitta e bassa.
Non sempre riusciva nell'intento d'incontrarsi con la fanciulla, di questo ci si accorgeva immediatamente
al suo ritorno, essendo che si recava al nostro angolo e raccontava il suo trascorso a Valerio,
con il quale aveva una forte e sincera amicizia dall'infanzia.
Divenne consuetudine tra i due ragazzi che quando l'uno o l'altro non poteva esserci chi attendeva
dopo un po' se ne andasse, lasciando un messaggio scritto sotto uno specifico masso.

Anna e Aurelio cominciarono lentamente a conoscersi, un paio di volte organizzarono un vero e proprio picnic, recandosi in loco dalla mattina, del quale occorrente per rifocillarsi lo portava la ragazza insieme
a un plaid con fantasie scozzesi su cui s'accomodavano.
Avevano una gran voglia di conoscersi e raccontarsi, complice era la magia di quel luogo.
Nel salutarsi in uno dei loro incontri la giovine disse ad Aurelio di portarsi la chitarra al successivo incontro, non volle però dirgli il motivo, si limitò nel dire che gli avrebbe fatto una sorpresa e nell'occasione dell'incontro si presentò con una ventiquattro ore che aveva poggiato sul cestino posteriore della bici.
Aurelio << Stai per partire per un fine settimana?>>
Anna sorridendo<< Hai portato la chitarra?>>
Aurelio << E' qui! >>
Nello stesso tempo aprì la valigetta tenendo il lato rialzato davanti, facendo in modo che egli non potesse guardare cosa stesse manipolando, tirando fuori dopo pochi istanti un clarinetto.
Aurelio prese la chitarra tra le mani e sedutosi su dei massi iniziarono a suonare i loro strumenti.

In seguito lei, quando furono più in confidenza, gli cominciò a parlare della madre, dei fratelli, del rapporto protettivo che aveva verso il genitore e su quest'ultimo gli rivelò che alla fine della guerra fu costretto
dal padre e dal fratello maggiore della moglie a non recarsi dalla sua famiglia,
temendo che potesse abbandonare la consorte in attesa del loro primo figlio.
La madre non aveva mai saputo nulla di ciò, ad Anna lo rivelò una sera dopo la morte di Marta.
I suoi genitori erano stati sempre innamorati e pieni di passione l'uno per l'altro, crescendo i figli nell'amore e nella serenità familiare ed era ciò che avrebbe ricercato se un giorno si fosse sposata.
Anche Aurelio non era da meno nel parlargli della sua famiglia e in merito gli rivelò
che anche lui adorava il padre, il quale discendeva da una delle migliori famiglie della città, dei suoi viaggi
a Londra e anche di Napoli, di quest'ultima Anna non è che conoscesse molto.
 

VII cap.

A Gragnano, il periodo di celebrazioni per la ricorrenza della S.S. Maria del Carmelo durava un'intera settimana e in uno di quei giorni, quando si svolgeva una delle processioni, ci fu chiesto di partecipare;
due giorni, per nostro compiacimento, li avremmo trascorsi nella cittadina, sul luogo dell'accampamento restarono soltanto Aurelio e Guglielmo.
Avremmo pernottato a S. Sebastiano, per trovarci in loco la mattina presto.
Durante il tragitto notammo un uomo su uno dei margini che delimitavano un corso d'acqua, sormontato
da alti archi di roccia che collegavano le due sponde, aveva lo sguardo proteso nel nulla e la mente distaccata dalla realtà vissuta.
Continuammo il nostro cammino su uno di quei cavalcavia e più in là, a pranzo, ci riparammo all'interno
un mulino, da mangiare avevamo delle patate che furono cotte sotto la brace e delle cipolle, che sbucciate furono divise a metà, svuotata una delle parti, inserito un uovo, aggiunto del sale, unite con l'altra parte, chiuse nella carta stagnole e messe anch'esse nella brace.
Arrivammo alla chiesa di S. Sebastiano, oltre ai due preti vi era anche Concilia, una donna
agli antipodi dello stereotipo di perpetua per il suo aspetto, che per cena preparò un ottimo agnello arrosto.
Al mattino, fatto colazione, raggiungemmo a piedi il santuario dei carmelitani, mentre padre Vincenzo
e don Alfonso arrivarono anticipandoci in macchina.
Prospiciente all'edificio religioso, oltre la piazza con al centro un secolare ulivo, vi era uno spazio alberato, successiva ad esso la scalinata di roccia lavica, prima dell'ingresso della la chiesa.
Sul balcone al primo piano del palazzo al lato destro, avendo frontale la cattedrale, c'era il sindaco
con le autorità, don Alfonso, padre Vincenzo e il maresciallo Catiello, il quale fece cenno a Flavio
di raggiugerlo, mentre al reparto lo fecero posizionare davanti alla prima fila dei fedeli.
La messa, per l'enorme partecipazione di persone, fu celebrata sul sagrato e da lì successivamente partì
la sfilata: sul baldacchino insieme al quadro raffigurante la Madonna del Carmine, la protettrice dei pastai,
si notarono, simboleggiati in statua, il patrono di Gragnano, un bue, un leone e un'aquila.
I portatori alzarono l'impalcatura e dopo la benedizione iniziarono a muoversi avendo davanti a sé
gli ecclesiasti, compreso il nostro parroco e il don, dietro precedevamo noi le autorità e il resto dei credenti.
Raggiungemmo quasi tutti gli angoli della cittadina, prima di tornare in piazza Augusto Aubry
( Ammiraglio e politico italiano).
Al ritorno, si era ancora chi intorno e chi sul sagrato quando si udì, ad un tratto, il pianto disperato
di un bambino, voltai lo sguardo in concomitanza ad altri verso di lui, notando che si dimenava perché voleva scendere dalle braccia della madre e mettersi a terra, raggiungeva i quattro anni di età, il genitore
lo accontentò e a quel punto si svincolò e a carponi, non era in grado ancora di camminare,
cominciò a dirigersi verso l'altare, ripetendo: solo! Solo!
Le persone gli facevano largo, i genitori che lo seguivano non avevano il coraggio d'interrompere
il suo cammino, un monaco, all'altezza dei gradoni, lo prese tra le sue braccia e datogli un bacio sulla fronte lo condusse dinanzi alla Madonna Del Carmelo.
A pranzo rimanemmo ospiti dei carmelitani, insieme al nostro parroco e a don Alfonso.
All'entrata del refettorio risaltava agli occhi un dipinto con tecnica ad olio raffigurante l'ultima cena
e altri dipinti sacri sulle parete, su una di esse, all'estremità capo tavola, si trovava un Crocefisso in legno risalente a qualche secolo prima.
Luce all'ambiente la davano finestroni posti più alti della misura d'uomo, oltre a tre lampadari con base ruote da carro in bronzo.
Seduti intorno al tavolo e ringraziato il buon Dio per il cibo, notammo in disparte, noi eravamo seduti raggruppati vicino ai religiosi, l'uomo visto accanto al torrente, aveva una lunga barba e i capelli
che gli arrivavano alle spalle, entrambi erano canuti, se pur non candidi e curati; vestiva in modo trasandato, anzi più che trasandato.
Si comportava come non fosse abituato a sedere a tavola.
Aveva il viso chino nel piatto e lo stesso sguardo che aveva quando l'avevamo incontrato; per tutto il tempo non pronunciò una parola.
Chiesi ai monaci come mai non si unisse a noi, non mi evitai l'essere redarguito per l'ennesima volta,
ma la mia curiosità venne esaudita: era vissuto come eremita per anni, vagabondando nella zona,
dopo aver trascorso anni in prigione essendo stato accusato ingiustamente di violenza carnale e omicidio
nei confronti di una bambina di dieci anni.
Fu scagionato perché si riuscì a fare luce sulla tragica vicenda e catturare il vero colpevole, macchiatosi
dello stesso reato, che si trovò a confessare, non si sa il perché, anche ciò che aveva fatto tempo a dietro;
il reo confesso l'insospettabile postino di zona di allora.
Virgilio, l'uomo di cui si stava parlando, era il custode della scuola elementare frequentata dalla bambina,
non si era mai sposato e viveva solo nell'abitazione dell'istituto a lui spettante, già dalla sola scomparsa della fanciulla molte persone del paese puntarono il dito su di lui, senza pensare che era soltanto
una persona schiva e un po' burbera, ma incapace di fare del male.
La ragazzina era la nipote di un vecchio maestro che aveva insegnato nella scuola anni prima; quando avvenne la sua scomparsa mancavano due mesi all'esame che le avrebbe permesso di poter frequentare
le medie.
Tutto successe perché il padre ritardò nell'andare a prenderla all'uscita di scuola: i ragazzi erano usciti presi in custodia dai propri genitori o familiare, lei, restata sola, presa dal panico e dopo essersi messa
a piangere sgattaiolò dal controllo e dalle raccomandazioni di non uscire dal portone da parte di Virgilio, allontanandosi.
La scomparsa avvenne in trecento metri, la distanza tra l'istituto e l'abitazione.
Sparita per poi essere trovata cadavere e violata, il nonno morì di crepacuore sul luogo del ritrovamento,
la madre della piccola, figlia del maestro, d'allora non volle più vedere il marito, il quale lasciò il paese
per non farvi più ritorno; trascorso qualche anno morì, essendo divenuto alcolizzato e ammalatosi di cirrosi.
La moglie gli dava la colpa della morte della bambina, essendo che se lui non avesse ritardato nel prelevare la figlia non sarebbe successo nulla, la consorte sapeva che egli si era prolungato in compagnia dell'amante, dimenticandosi di guardare l'orologio, travolto da fedifraga passione.
Col sopraggiungere dell'età e non stando più in buona salute i religiosi gli offrirono ospitalità.
Virgilio trascorreva l'intera giornata, se non era per la valle, tra la branda e i giardini adiacente la chiesa,
senza mai interagire con nessuno.
Si rifiutava di dare una mano nei lavori e nelle faccende della comunità nella quale era entrato a far parte.
Durante la narrazione, fattaci dall'abate, l'uomo smise di mangiare e continuando a tenere lo sguardo basso si sciolse in un pianto, al punto che le lacrime inumidirono ciò che era nel piatto e senza terminare
il pranzo, cessato il racconto, si alzò da tavola allontanandosi.
Nel primo pomeriggio ci dirigemmo nello spazio alberato, Flavio ci riferì che aveva saputo che le indagini
del furto proseguivano e per quanto riguardava il sito, in cui furono ritrovati i resti umani, oltre la bisaccia, le autorità laiche e religiose decisero che sarebbe stato sigillato ponendo nella fossa, da dove si accedeva alla grotta, dei massi e ponendo su di essi due angeli con lo sguardo rivolto l'uno a l'altro.
Il sito non sarebbe stato reso noto.
Flavio diede un'ora di libertà: approfittammo per comperare delle cartoline nella tabaccheria accanto
alla chiesa, inviandole alle nostre famiglie lontane.
 

VIII cap.

Ad Andrea e ad altri esploratori venne comunicato, all'adunata, che la sera sarebbero dovuti partire
per l'escursione personale: sarebbero stati lontano dal campo per circa ventiquattro ore, dovendosi mettere al servizio del prossimo in una buona azione.
Appena dopo pranzo, durante l'ora di siesta, nella quale la maggior parte faceva
una pennichella, vidi in lontananza Gino e Aristide, un ragazzo della squadriglia dei lupi, che dall'aspetto
e dagli atteggiamenti ricordava letteralmente Fra Tuck, uscito direttamente dalla leggenda
di Robin Hood.
Aristide un ragazzo generoso e allegrone, sui sedici diciassette anni, già allora era un buon conoscitore
e amante del buon vino.
Egli camminava da qualche giorno con la sua borraccia da due litri a tracollo.
Mi avvicinai.
Gino rivolgendosi a me << Indovina questo briccone cosa ha nella borraccia? >>
Io << Acqua, dice che ha sempre sete. >>
Gino << Si acqua! >>
Aristide mentre rideva di pancia e il viso gli diveniva rosso acceso << Vincenzo non lo dire a nessuno
ti raccomando. >>
Io << Sai che so mantenere un segreto. >>
Aristide farfugliando, perché il ridere gli impediva quasi di parlare << La scorta personale del vino
che ci ha portato padre Vincenzo. >>
Gino << Ma non è caldo? >>
Io << Perché quello che abbiamo alle squadriglie non è più bollente della pipì?>>
Aristide << Per questo l'ho messo nella borraccia, appena posso vado al torrente e la immergo nell'acqua gelata, dopo un po' il vino diventa fresco, dopodiché bevo.>>
Gino<< E' da lì che vieni ora, per questo hai le ciocche rosse e il riso stampati sulla faccia? >>
Aristide << No!
Ma stavo andando a metterla in ammollo.
Non venite perché non avrete nemmeno un sorso, andate a pigliarvelo dal vostro.>>
Gino << Ok, ci vediamo al corso d'acqua. >>
Io << Conosco un posticino tranquillo poco distante, raggiungetemi alle spalle del mio angolo.>>
Aristide fece parte della strada con me, poi mi andò ad attendere alle spalle del mio cantone, al ridosso
della boscaglia, intanto che Gino si recava a prendere e riempire la sua borraccia con il vino.
Presi la mia che era appesa ad un palo del tavolo, la svuotai dall'acqua e aprii la cassa panca in cui era conservato la bibita degli Idei.
Mentre facevo ciò e mi accingevo a versare il vino dalla tenda pervenne la voce di Valerio << Vincenzo sei tu, cosa stai facendo?
Non fare guai ti raccomando!>>
Io<< Non preoccuparti, sto solo vedendo se ci fosse del materiale che vorrei usare per la scenetta
di questa sera.>>
Versai il vino, chiusi la damigiana, chiusi il coperchio della cassapanca e mi dileguai.
Aristide che mi attendeva << Per dove dobbiamo andare?>>
Io << Dobbiamo attendere Gino.
Mi stavano sgamando, Valerio dalla tenda mi ha chiesto cosa stessi facendo.>>
Aristide << Cosa gli hai risposto?>>
Io << Che dovevo preparare la scenetta e che mi serviva del materiale.>>
Aristide << Hai una bella fantasia, la scenetta, fai Flavio ubriaco.>>
Si mise a ridere di nuovo di pancia.
Lo seguii nella risata, nel frattempo arrivò Gino con la sua borraccia riempita di vino <<Tutto liscio?>>
Aristide<< A Vincenzo Valerio, che era in tenda, lo stava scoprendo, lui ha risposto che doveva preparare
la scenetta>>.
Ricominciò a ridere.
Gino << A me nessuno si è accorto di niente, dalla tenda usciva un russare che sembrava un tiro
d'aspirapolvere.>>
Io << Andiamo, è di qua. >>
Aristide <<Non ci allontaniamo troppo dal campo>>
Io << Sono circa un chilometro.>>
Aristide << Ogni passo è circa un metro dunque uno, due, tre, quattro, cinque, sei , sette, otto nove, dieci…>>
Gino << Risparmia il fiato per il bere.>>
Aristide << Non mi manca, non preoccuparti.
Facciamo una scommessa?
Chi si abbatte per primo paga il gelato agli altri due quando andiamo in paese oppure quando torniamo
a Napoli>>
Gino<< D'accordo! >>
Io<< Ci sto! >>
Arrivammo mentre chiacchieravamo.
Il torrente fluiva repentino e due massi immobili sembravano due guardiani avviluppati dalla dura doccia,
la vegetazione non era fitta, gli alberi permettevano soltanto d'intravederlo il cielo.
Aristide << Come hai scovato questo posto, quando ti feristi?
Quasi quasi vengo quando voglio farmi un sorso. >>
Io << Vengo qui quando voglio sottrarmi dai vari lavoretti e anche per pensare gli scheck.>>
Gino << Forza, a dopo le chiacchiere, mettiamo le borracce in acqua, scendiamo perché le dobbiamo mantenere mentre sono immerse, se no il torrente le porta via.>>
Così facemmo accovacciandoci.
Le fibbie delle borracce sembravano lenze e noi pescatori.
Trascorso un quarto d'ora, da quando le immergemmo, le tirammo su e ci arrampicammo
fin su il più piccolo dei massi, io ed Aristide, mentre Gino salì su quello più alto che sovrastava
quello dove eravamo noi di quasi due metri.
Io << Scendi da là, siediti vicino a noi, lì se qualcuno dovesse venire dal campo ti vede e poi è più facile
che cadi. >>
Aristide << Ma se dobbiamo bere non sarà meglio che scendiamo da qui sopra, era meglio dove eravamo vicino al torrente.>>
Gino << Così cadiamo in acqua e rischiamo di affogare, invece che precipitare a terra e romperci la testa.>>
Rimanemmo dove eravamo e messoci comodi svitammo i tappi e dopo il cin, cin buttammo giù il primo sorso.
Durante ognuno di essi facevamo a chi ingurgitava più a lungo.
A ogni sorso un brindisi, ogni volta uno di noi tre diceva a chi lo dedicava.
All'improvviso Aristide fece un balzo in avanti ruzzolando sul terreno, d'istinto e traballanti scendemmo anche noi dal masso; vedemmo Aristide, che non era stabile sulle gambe, avanzare e scivolare
nel torrente.
Il ragazzo era in acqua a lottare con la forza delle rapide e i fumi dell'alcool, con una delle mani riuscì
ad acchiappare un ramo che lentamente cedeva.
Implorava che lo soccorressimo, ma eravamo intontiti dal vino che quasi ci impediva di ragionare
e ci bloccava.
Dalla direzione del campo ci chiamavano, Gino si sentì male e vomitò al punto che sembrava che stesse
per cacciare l'anima.
Il ramo dove Aristide era aggrappato scricchiolava, con l'altra mano batte il pugno << Cazzo aiutatemi! >>
Ringraziando Dio la lucidità s'impadronì delle nostri menti, delle nostra bracci e gambe, così ci lanciammo verso il ragazzo, ma scivolammo in acqua.
Sentimmo ad un tratto ragazzi del reparto: formarono una catena per arrivare fino ad Aristide e noi, riuscendo a tirarlo e tirarci fuori dall'acqua.
Tornati al campo ci trovammo tutti e tre al centro di un cerchio umano formato dal reparto: di fronte avevamo lo staff al completo con al centro il capo, un po' defilata c'era Carla.
Tutti, dal più alto in grado all'ultimo degli esploratori erano incazzati e furiosi.
Il mal di testa, per la sbornia, faceva rimbombare nelle orecchi e nella testa, come tonanti cannoni di grosso calibro, ogni voce e rumore; alche il frusciare delle foglie.
Eravamo completamente fradici.
Flavio <<Vi rendete conto già o ci dovete pensare su per la tragedia sfiorata, se non fossimo arrivati
in tempo? >>.
A me a Gino e ad Aristide si scatenò, guardando Barbanera negli occhi e per la posizione accerchiata
in cui eravamo, una risata a crepapelle da farci piangere d'allegria, una di quelle da piegarsi in tre
e far mancare il respiro, una di quelle che diventano contagiose anche nei confronti dei più truci: lentamente tutti furono contagiati, tutti, dal più grande al più piccolo, al più alto in grado all'ultimo
degli esploratori, compreso Carla, tranne il capo reparto, ma costui era l'eccezione che giustificava
la regola.
Al bivacco, sedutici, il capo reparto fu preso dall'attacco logorroico, spiegando minuziosamente l'importanza di ciò che coloro intenti a partire stavano per compiere.
Passammo alla recitazione delle scenette: noi proponemmo lo sketch dello scherzo della pietra
che bloccava l'auto di Flavio, fattogli da me qualche giorno prima, cosa che non gradì tanto.
La bevanda, il tè, era pronto e mentre ognuno di noi prendeva la propria razione
Carla richiamò l'attenzione<< Un mio professore aveva la consuetudine, prima che iniziasse l'interrogazione, porgere una caramella all'interrogato dicendogli: addolcisciti la bocca ora,
perché poi arriva l'amaro dell'interrogazione.>>
Contemporaneamente prese da una busta di carta dei cioccolatini dandogliene una ad ogni partente.
Nessuno capì se fosse sarcasmo o un ironico in bocca al lupo.
Aurelio disse che aveva una sorpresa e dopo aver chiesto il nostro silenzio declamò:

Marciavamo come piccoli soldatini
con lo zaino sul groppone
e tra la natura andavamo.
Cantando il nostro fortino issavamo,
rannicchiati in tende dormivamo.
Tra boschi e ruscelli vivevamo,
ove animali tutt'intorno avevamo.
Attorno al fuoco
la sera ci ritrovavamo,
a cantar e a recitar scenette e preghiere;
a suscitar risate
se pur stanchi
ci allietavamo…

Flavio <<Codesta poesia, "Piccoli cuccioli", la si dovrà impararla a memoria, iniziando da coloro
che stanno per inoltrarsi nell'avventura di venti quattro ore, domani, al loro rientro, dovranno declamarla
e se non la dovessero sapere si toglieranno dieci punti alla squadriglia d'appartenenza, nonché non scatterà il terzo livello d'anzianità.>>
Furono consegnate le buste ai partecipanti, riferendogli che non potevano far domande in merito,
al di fuori della direzione da prendere, differente l'uno da l'altro, di pigliare i rispettivi zaini, partire e aprire
le rispettive buste lontano dal campo.
Valerio dovette dirigersi in direzione nord-est, lentamente lo vedemmo scomparire all'orizzonte, mentre noi dopo un po' fummo congedati e ci ritirammo ai nostri giacigli; non vedevo l'ora, essendo che la testa sembrava essere ancora nel pallone.
Valerio erano circa venti minuti che camminava, decise di accamparsi per la notte con l'intento di destarsi
alle prime luci dell'alba.
Accese un fuoco e aprì la busta che gli era stata consegnata: nell'interno si trovava una cartina topografica, una lettera dove vi era scritta la poesia da imparare e dei fogli su cui doveva scrivere della sua esperienza scautistica fino ad allora e le sue aspettative, nonché il diario della missione, che era quella di recarsi,
la mattina, da una famiglia della zona e mettersi a loro disposizione per lavoretti di vario genere,
guadagnandosi il pasto.
Meditava su ciò che avrebbe scritto quando nella penombra notò una figura che indossava un mantello
che gli arrivava fino ai piedi e un cappuccio che le copriva sia il capo che il viso.
Avanzava nella sua direzione, egli rimase immobile o meglio pietrificato, proprio come Antonio quando vide la sirena.
Giuntagli vicino si scoprì il capo rivelando il suo volto di donna: aveva lunghi capelli corvini e occhi neri,
il viso rivelava che non avesse meno di quarantacinque anni, i lineamenti erano rotondi, la sua carnagione bruna si confondeva con il buio della notte.
La donna si presentò<<Ciao!
Mi chiamo Matilde, come mai stai qui da solo?>>
Andrea rincuoratosi<< Piacere Andrea, con altri ragazzi siamo accampati nella valle, sono in un'escursione personale, appartengo ad un reparto scout.
Non ha paura di girovagare da sola di notte per questi luoghi?>>
Matilde <<Diamoci del tu, vuoi?
Spero di non averti intimorito.
Non ho paura girovagare, anzi farlo mi fa sentire bene e parte integrante della natura, poi questo luogo
è magico.
Mi parli degli scout, di cosa si occupano e qual è il loro intento?>>
Andrea dandogli del tu glielo spiegò, notando sul manto, di verde petrolio, i simboli del girasole
e della libellula, il primo stampato sull'indumento, l'altro su un medaglione legato ad una catenina
che le pendeva al collo.
Si ricordò che entrambi, raffigurati in argilla, erano nella bisaccia trovata nella grotta,
sparita nel nulla << Ho già visto quei simboli, come mai l'indossi? >>
La donna<< Il girasole simboleggia la radiosità della natura, la libellula rappresenta la trasformazione
della vita stessa.
Dove hai visto questi simboli?>>
L'esploratore spiegò senza molti particolari la vicenda del ritrovamento degli oggetti e chiese alla donna come mai li avesse raffigurati.
Matilde << Ti ho detto cosa rappresentano.
Amo questi luoghi che molti deprezzano, mi chiedo cosa ne sarà di essi tra qualche anno
e qualche decennio.
Insieme a me vi sono altre persone che si fanno queste domande, cerchiamo solo di preservarli, almeno
per quello che ci è concesso e per quello che riusciamo. >>.
Prendendo Andrea per una mano gli chiese se volesse fare un passeggiata, lui si alzò e tenendola per mano la seguì.
Camminavano mano nella mano, fino a quando lei prese il braccio di lui facendosi cingere la vita
da dietro la schiena; cinse lui in egual modo.
Raggiunsero un vallone, diroccato su un roccione, più in giù di dove fossero loro, vi era uno mulino. Costeggiarono il costone fino a una discesa su una delle pareti, dalla quale si raggiungeva, attraversato
un ponticello, il rudere; pochi metri all'esterno e vi entrarono, mentre lo scorrere del torrente interrompeva il silenzio della notte e i raggi della luna penetravano all'interno illuminando, in un gioco
di ombre, quell'ambiente.
Il macinatoio era dominato dalla natura, dopo il primo accesso dovettero attraversare un cortile,
prima di entrare in quello che fu l'abitato principale: nella prima stanza si trovavano dei ceppi a forma di sgabelli e altri più alti, con sopra delle assi, formavano un tavolo sopra al quale vi erano delle candele; vicino alle pareti delle torce infiammabili, le quali insieme alle prime furono accese dalla donna,
che si muoveva in quel luogo come se ci fosse già stata.
Matilde si avvicinò ad Andrea facendogli percepire la sua fisicità, spinto e incoraggiato dall'atmosfera
le accarezzò delicatamente il viso; avvicinarono le labbra tenendole socchiuse, la donna posò la mano
su quella che l'aveva accarezzata facendola scivolare sul sinuoso seno del lato del cuore.
Il ragazzo la liberò dal mantello, l'uno denudava l'altro dolce mente, come se volessero assaporare quell'istante, tenendo lo sguardo silente l'uno nell'altro.
Nudi, egli prese a baciarla stringendola a sé, scivolò le mani lungo il corpo della donna fino al fondo schiena.
Mani e labbra raggiunsero ogni lembo dell'altrui corpo, lungo orizzonti del piacere.
Matilde<< Conosci la posizione della libellula?>>
Si alzò e fece alzare Andrea dal mantello che era stato posto sul pavimento,
si distese a pancia in su sulla tavola e inerpicò le gambe posandole sulle spalle di lui, face forza
sugli avambracci per alzare il bacino all'altezza dell'altro bacino, in modo che ci fosse l'invaso fremito;
le membra divennero tutt'uno in ardente concupiscenza.
Ancora con il sangue che ribolliva si ricambiarono baci e carezze, fino a quando esanimi
sì addormentarono sul tavolo.
L'indomani mattina, quando la foschia era ancora alta e l'alba iniziava lentamente a lambire il cielo,
Andrea si svegliò percependo ancora la fragranza di quella notte sulla pelle, ma ella era sparita
nel nulla come era apparsa.
Si rivestì uscendo dall'alcova e risalito il vallone si diresse dove erano le sue cose, lì, sedutosi accanto
allo zaino, cominciò a scrivere della sua esperienza di vita scautistica, ma non di certo dell'avventura
e l'incontro della notte prima.
Ripartì per la missione: raggiunse la fattoria di una coppia di anziani contadini, che già sapendo cosa facesse lì, lo accolsero festosi; essi trascorrevano le intere giornate da soli, senza che nessuno gli facesse mai visita, per questo erano contenti di quell'arrivo.
Lo scout aiutò l'uomo nell'orto, gli sistemò la legnaia, sistemarono lo steccato e all'ora del pranzo la donna bandì la tavola delle grandi occasioni.
Nel primo pomeriggio ringraziò dell'ospitalità e si avviò.
Tornò al campo un po' prima del bivacco, quasi in concomitanza con gli altri che erano partiti.
Salutatoci, prima di portare il plico al capo reparto, raccontò a Valerio e Riccardo quello che gli era accaduto nella notte precedente, assicuratosi che non stesse scherzando gli suggerirono di non farne
parola con nessuno, soprattutto a Flavio.
 

IX cap.

Una di quelle mattine di ritorno dalla passeggiata vidi arrivare Flavio a bordo della sua auto,
lo raggiunsi quando era ancora nella scatoletta 500 color canarino << Buongiorno!
Come mai questa passeggiata di buonora?>>
Lui <<Ma sei così impiccione?
Ho dovuto accompagnare Aurelio a Gragnano, per il resto non sono affari tuoi!
Torna al tuo angolo e preparati per l'adunata.>>
Io << Sono pronto!
E poi non volevo essere indiscreto; ogni tanto fallo un sorriso che hai a che fare con dei ragazzi,
non con dei soldatini.>>
Non gli lasciai il tempo di controbattermi, gli girai le spalle e me ne andai.
Tornai dai miei compagni di squadriglia, intenti a prepararsi<< Ho incontrato Barbanera che tornava
con la sua auto.>>
Valerio << E dove era andato?>>
Io << In modo scorbutico mi ha riferito di aver accompagnato Aurelio in paese,
per il resto mi ha detto di farmi i fatti miei.>>
Valerio << Sarà qualcosa inerente a qualche attività che dovremo svolgere, per questo non ha voluto darti spiegazioni.>>
Riccardo << Di certo non per fare un piacere o una cortesia ad Aurelio, non è il tipo.>>
Venne il momento dell'alzabandiera e il resto del contorno mattutino, tutti notarono che mancava Aurelio ma nessuno chiese nulla, essendo che si conosceva il caratteraccio del capo.
Flavio mi redarguì su ciò che gli avevo rinfacciato, chiedendo manforte agli altri, che se pur la pensassero come me, vigliaccamente mi smentirono, come dei veri pecoroni.
Era consuetudine avere sia a pranzo che a cena ospite un componente dello staff, quella volta venne Guglielmo, chiedemmo a lui se sapesse qualcosa di Aurelio<<Non capisco come mai tutti vi preoccupate
per Aurelio, tanto che gli volete bene?
So che ieri sera, prima che ci ritirassimo nelle tende, chiese a Flavio la cortesia se l'indomani mattina l'avesse potuto accompagnare a Gragnano.
Ci è stato anche l'intercessione di Carla, essendo che il capo si era rifiutato.
Da lì avrebbe preso l'autobus per Amalfi per recarsi a trovare una zia.
Tornerà prima di cena, Flavio lo andrà a riprendere a Gragnano, di più non so!>>
Immaginammo il vero motivo per cui quel bricconcello si era recato nella cittadina amalfitana;
il nostro cuoco alimentò il fuoco per celerare la cottura del pasto: pasta e ceci in scatola precotti.
Si diede da fare soprattutto per liberarci dello sgradito ospite.
Amalfi, sullo spiazzale adiacente la piazza su cui campeggiava e campeggia la statua di Flavio Gioia,
colui che perfezionò la bussola magnetica, la mattina si fermò l'autobus in cui vi era Aurelio, sceso si diresse verso il mare delimitato tra due pontili, dinanzi allo stazionamento.
Iniziò a passeggiare in direzione del centro della piazza, senza distogliere lo sguardo dal mare, arrivato
al lato opposto dello spiazzato sulla sua destra vi era uno dei due pontili, che confinava all'altro suo lato
con la spiaggia.
Iniziò a percorrerlo raggiungendo alcune persone intente a pescare con delle canne a mulinello, tra loro
vi era una donna, oramai matura e dalle rotondità accentuate, che al contrario degli altri usava una fissa.
Aveva il bottino di pescato più cospicuo e a lei si rivolse Aurelio <<Buongiorno, sta andando bene la pesca vedo, che esca usa?>>
La donna, per nulla infastidita << Un pastone di mollica di pane, formaggio pecorino, parmigiano
e acqua.>>
Ad un tratto la punta della canna si flesse, distratta dal parlare fu presa alla sprovvista
ma riuscì a dare un energico strappo e tirò su l'attrezzo, scoprendo che aveva abboccato all'amo
un sarago di circa due chili<< Mi hai portato fortuna!>>
Si fece un capannello di persone incuriosite dalla pescata, mentre Aurelio ritornò sui suoi passi
che lo condussero alla punta del molo, arrivò fino agli scogli dinanzi ad esso.
Approfittando della bella giornata, con il mare che era piatto come una tavola e il cielo terso, si liberò
della maglietta di cotone per prendere il sole, venendogli poco dopo voglia di fare un tuffo; liberatosi
delle scarpe e dai calzini mise il portafoglio avvolto nell'indumento tolto e si gettò in acqua.
Nuotava verso l'orizzonte quando si ricordò del foglietto che aveva in tasca degli jeans, sul quale
c'era il messaggio lasciato ad Anna in precedenza nel loro luogo d'incontro, il che era la causa
della sua venuta nella cittadina, ritornò agli scogli, tirò con cura fuori il foglietto e lo distese accanto a lui
ad asciugare.
Il suo sguardo si perdeva verso l'oceano mare, mentre rifletteva sul fatto che certe parole non possono
essere fatte leggere ma bisogna dirle con il cuore, per cui quando ritornò sui suoi passi lasciò lì il biglietto.
Al punto d'incontro tra il pontile e la spiaggia scese giù e iniziò a percorrere la battigia,
ad un tratto si aprì un mondo di emozioni: dinanzi a lui, sul bagnasciuga, vi era Anna,
uscita in quell'istante dal mare.
Si posò sulla battigia nello stesso modo della sirenetta di Copenaghen, con lo sguardo rivolto allo specchio d'acqua: indossava un costume due pezzi di colore arancio che risaltava le sue forme, la sua pelle imbrunita dal sole le donava ancor più fascino.
In quell'istante l'unica visione che Aurelio aveva nei suoi occhi era lei, avvicinatosi le passò per davanti
e quando le fu accanto, dopo che entrambi si sorrisero, la baciò con ardore.
Distaccato le labbra da quelle di lei le sussurrò ciò che era scritto sul foglio: m'addormenterò e nei sogni
ti cercherò; marginale sarà se all'indomani cosciente sarò che t'abbia incontrata, mi basterà
non aver obliato d'aver sognato.
Alle parole pronunciate le si sciolse come un ghiacciolo esposto al solleone: fu stesso Anna a donagli
le labbra.
Mano nella mano s'immersero dando qualche bracciata, ritornarono a riva e risalirono la spiaggia
fino a uno degli ombrelloni della seconda fila, lì vi era un'amica della ragazza, restata basita
da quell'improvviso approccio.
Anna << Ti presento Olga la mia amica più cara, lui è Aurelio il ragazzo di cui ti ho parlato
e con cui mi sono incontrata alla valle.>>
Olga << Ma non mi avevi detto, canaglia, che c'era una storia.>>
Anna<< Ti giuro che quello che hai visto è stato il primo bacio, non sapevo neanche che venisse
e ne che sapesse dove trovarmi.
Come hai fatto?>>
Aurelio << Sono arrivato stamani con l'autobus preso a Gragnano, volevo darti il messaggio che avevo scritto su un foglietto rimasto a lungo dove sai e che poi ora ti ho sussurrato le parole;
speravo d'incontrarti.
Ho fatto una passeggiata sul molo fino agli scogli, ho fatto un tuffo, asciugatomi stavo ritornando indietro, sceso sulla spiaggia ti ho vista e ti sono venuto incontro.
Nel pomeriggio riprenderò l'autobus che mi ricondurrà a Gragnano; mi verranno a riprendere
per riportarmi al campo.
Come mai non sei più venuta alla valle?>>
Anna << Lo sai che per la valle vado solo quando sono al mulino con mio padre, il quale ha avuto
un po' di malanni dovuti all'età.>>
Stettero lì facendo qualche bagno e prendendo il sole, in compagnia di Olga, poi avvicinatasi
l'ora di pranzo Anna con la sua amica dovettero fare ritorno alle rispettive case.
Anna <<Cosa ti mangi ora?>>
Aurelio << Mi farò un panino; dopo pranzo ritorni?>>
Anna<< Va bene, dopo mangiato rassetto la cucina, vedo se a mio padre possa servire qualcosa e vengo, vediamoci vicino al secondo molo.>>
Le fanciulle indossarono i loro vestitini, i bikini ai piedi e lasciarono la compagnia del ragazzo.
La spiaggia cominciò a svuotarsi, restarono un paio di famiglie con le loro frittate di maccheroni,
panini con polpette o cotolette di carne e peperoni fritti.
Aurelio si trattene ancora un po' sull'arenile facendo qualche altro tuffo e asciugandosi al sole.
Si diresse al bar pizzeria che era sulla strada, si sedette ad uno dei tavolino e ordinò un panuozzo,
grosso panino a forma di pagnotta fatto con la pasta della pizza e cotto al legna, tipico di quelle zone,
che s'imbottisce secondo i propri gusti: lui lo fece farcire con provola, pancetta e carciofini sott'olio;
da bere prese una Coca Cola.
Restò seduto all'ombra un bel po' nell'attesa di rincontrarsi con Anna.
Erano verso le quindici, più o meno, quando la ragazza arrivò, il ragazzo già era sul luogo dell'incontro,
il sole picchiava, i due si diedero un bacio, poi tenendosi stretti passeggiarono fino agli scogli
contemplando il mare.
Lei<< Ho fatto prima che potessi.>>
Lui<< Non preoccuparti ho gli orari degli autobus.
Avevo proprio voglia di vederti.>>
Aurelio le passo nei mani nei capelli e piagatele la testa, lei era più alta, le diede un bacio che finì
nel momento che andarono in apnea.
Lei << Quando tornerai a Napoli?>>
Lui<< Ci vuole ancora tempo, a fine settembre dovrò andare a Londra, dalla quale non ritornerò prima
di Natale, prima d'allora verro ancora ad Amalfi; mi mancherà il nostro posticino alla valle.
Ti telefonerò tutti i giorni e quando rientrerò a Napoli dall'Inghilterra la prima cosa che farò
sarà quella di venire da te.>>
La strinse forte a sé.
Stava per farsi l'orario nel quale Aurelio doveva prendere l'autobus, per questo lasciarono il pontile.
Accompagnò Anna, prima di giungere in via delle Cartiere dove lei abitava, distante dalla piazza circa ottocento metri, si soffermarono nella piazza dinanzi alla scalinata del duomo, continuarono il percorso
e arrivati nelle prossimità dell'abitazione i due si tennero le mani avendole tese, dopodiché lui s'incamminò per la stessa strada fatta, arrivato allo stazionamento, già c'era l'autobus pronto a partire.
S'imbarcò per Gragnano.
Al suo arrivo Flavio era già ad attenderlo, a quest'ultimo chiese, al suo arrivo, se potessero andare
a prendersi un caffè, durante la consumazione al bar e una boccata di sigaretta gli rivelò tutto.
Il barbuto gli disse che non aveva creduto alla storia della visita alla zia, lo ringraziò per la sua sincerità, senza fare più domande di quello che il giovane aveva voglia di raccontargli.
 

X cap.

In una di quelle notti che sarebbe stato meglio restare chiusi in tenda, perché il tempo non prometteva
nulla di buono, si sentì il rumore dell'apertura della zip per poter accedere al difuori: Andrea aveva
un impellente bisogno fisiologico.
Uscito dal Vespasiano, in lontananza nel bosco vide una fonte di luce muoversi, incuriositosi,
credendo che fosse qualche componente del reparto, si diresse nella stessa direzione, raggiuntala si accorse che era la donna incontrata giorni prima.
Andrea<< Matilde!>>
Matilde<< Sei tu Andrea?>>
Andrea << Si sono io, ciao, dove stai andando?
Sembri l'anima errante della valle.
Perché al vallone non aspettasti che mi svegliassi?>>
Matilde << Dovevo tornare a casa, mio marito poteva far ritorno, non sa di queste mie passeggiate.>>
Andrea << Tuo marito, sei sposata?>>
Matilde << Si, ne approfitto quando lui va a giocare a carte con gli amici, facendo l'alba.
È una triste storia la nostra unione, iniziata quando ero troppo giovane: mi innamorai di un uomo
che poi si rivelò tutt'altro di quello che dimostrava d'essere.
Mi tratta con arroganza, lede, ogni volta che apre bocca o con gli atteggiamenti, la mia dignità,
nell'intimità non ha né passione né delicatezza: in quei momenti sono un oggetto nelle sue mani, incurante se stia provando piacere o meno.>>
Andrea << Perché non lo lasci?>>
Matilde << E dove vado oramai, dipendo completamente da lui.
Se avessi una figlia gli suggerirei di non sposarsi per una sorte di necessità, ma di fare in modo
di realizzarsi, studiando per crearsi una propria indipendenza economica, anche nel matrimonio.>>
S'incamminarono, Andrea le prese la mano, fecero un breve giro silenzioso per il campo, per poi dirigersi
al mulino; accesero la lanterna che avevano spento nell'attraversare l'accampamento ed entrarono.
Lei non indossava il mantello ma un vestito con l'abbottonatura davanti, sopra aveva un golfino che portava sbottonato.
Si strinsero e si baciarono con passione, Andrea si abbassò poggiando la testa sul ventre di lei, lentamente si rialzò senza distaccare il volto da quel corpo invitante e sensuale, si soffermò sui seni, risalì
e mentre si guardavano negli occhi le sbottono lentamente uno ad uno i bottoni del vestito calandoglielo, insieme al golf, sui fianchi.
All'interno delle mura vi era una conca in muratura, quella fu il loro talamo, che come un tappeto magico
li condusse in inebriante copula.
Matilde << E' le prime volte che ho assaporato la beatitudine nel fare all'amore.>>
Andrea << Se ti confesso una cosa mi prometti che non ridi?>>
Matilde << Certo!>>
Andrea <<E' le prime volte che giaccio con una donna, sono state travolgenti.>>
Lei lo strinse forte a sé << Non lo dimenticherò mai, abbi sempre un buon ricordo di me.>>
Lui<< Certo!
Ci rivedremo ?>>
Lei non rispose, accarezzo affettuosamente il ragazzo passandogli la mano nei capelli e sul viso,
intanto che i suoi occhi dicevano quello che la bocca non pronunciava, prima che se ne andasse.
 

XI cap.

A pranzo avemmo ospiti Carla e Flavio, mangiammo pennette con ragù pronto, di cui non sopportavo
e non sopporto né l'odore né il sapore; sentimmo che la ragazza disse al capo di voler andare
in paese insieme a lui ed Aurelio, per potersi recare dal parrucchiere.
Non era ancora finita l'ora di siesta quando i tre s'imbarcarono sulla 500 e partirono, l'assistente capo
con lui imbarcò una borsa che appoggio sul sediolino posteriore accanto a sé.
Nella cittadina, avvicinatosi al centro, passarono dinanzi ad un parrucchiere, Flavio accostò l'auto
al marciapiede e fece scendere la ragazza, che mentre loro erano in sosta andò a chiedere quanto tempo
ci sarebbe voluto per farsi i capelli al coiffeur, riuscita dal negozio andò a comunicare
il tempo a Flavio, poi ritornò nel locale.
L'auto ripartì, ma prima Aurelio passo davanti per sedersi sul posto passeggero, la borsa restò al suo posto.
Fatte le compere si diressero a prendersi un caffè e a farsi un giro, durante quest'ultimo il passeggero chiese all'autista se potessero andare a chiedere gli orari degli autobus.
Allo stazionamento Aurelio scese e andò a procurarsi gli orari.
La borsa era ancora lì, sul sediolino posteriore accanto al posto su cui era seduto l'aiuto capo reparto,
il quale la caricò senza che il capo reparto se ne accorgesse, essendo salito prima sull'auto; la cui portiera l'aprì Carla quando ancora Flavio doveva arrivare sul posto dove era parcheggiata.
Aurelio <<Flavio hai notato la borsa che è in auto? >>
Flavio << No, quale borsa, non l'ho vista, è di Carla? >>
Aurelio << Credevo che ci avessi fatto caso, forse non l'hai vista perché siamo saliti prima di te.>>
Flavio << E' tua?>>
Aurelio<< Si è la mia!
Ti ricordi quando ti ho parlato di quella ragazza conosciuta ad Amalfi e che poi andai a trovare
e con la quale mi sono anche incontrato a volte nella valle, che poi è la figlia di quel signore
che soccorse Vincenzo nel bosco e che andammo sui ospiti al mulino?
Vorrei andare qualche giorno ad Amalfi, mi sono permesso di portarmi la borsa con gli indumenti
e altre utilità con la speranza che mi dicessi di sì.>>
Flavio << Dove dormiresti arrivato nella cittadina, sulla spiaggia?>>
Aurelio << Troverò un hotel.>>
Flavio << In piena estate e con il flusso di turisti?
Stiamo parlando di Amalfi non di Ponticelli!>>
Aurelio << Come possiamo fare?
E se ci recassimo alla parrocchia e cercassimo nelle pagini gialle, chiedendo a don Alfonso se ci facesse fare una telefonata?
Però non diciamo il vero motivo, troviamo la scusa della zia.>>
Flavio<< Benedetta zia!>>
Passarono a prendere Carla dal parrucchiere, attesero circa un quarto d'ora dopodiché si videro le porte
del negozio aprirsi e lei uscire.
Aurelio scese dal veicolo per subito risalirvi accanto alla borsa, mentre Carla si sedette sul posto passeggero anteriore.
Carla << Cosa avete fatto in questo frattempo?>>
Flavio<< Cosa dobbiamo fare ora, vuoi dire.>>
Carla <<Cosa dobbiamo fare?>>
Flavio << Dobbiamo passare per la parrocchia, Aurelio vorrebbe cercare un hotel ad Amalfi
sulle pagini gialle e telefonare per chiedere se ci fosse disponibilità per una camera per alcuni giorni.>>
Carla << Allora è per questo che ti sei portato la borsa, vuoi ritornare a trovare tua zia?
Ma non puoi sistemarti da lei?
Gli devi essere moto legato. >>
Flavio << Non c'è nessuna zia.
Ha conosciuto una ragazza quando ha accompagnato i ragazzi, me l'ha detto quando sono andato
a prenderlo l'altra volta a Gragnano.>>
Lei guardò Aurelio e sorrise.
Partirono per dirigersi alla chiesa, Flavio disse a Carla che avrebbero detto che Aurelio vorrebbe andare
ad Amalfi per recarsi da una zia e che però lei non lo può ospitare.
Carla non disse nulla e non fece domande.
L'auto si districava tra vie e vicoli di Gragnano fino a giungere dinanzi alla chiesa, parcheggiato scesero
e s'incamminarono verso il portone d'entrata, il quale era aperto, mentre la borsa rimase a giacere
sul sediolino posteriore.
I tre oltrepassato l'ingresso, si soffermarono per farsi il segno della croce e attraversata la navata,
si diressero nel retro nella sacrestia; nell'ufficio del prete, don Alfonso e padre Vincenzo erano seduti ai due lati della scrivania a confabulare e per questo vennero presi alla sprovvista dallo giungere dei tre.
Padre Vincenzo << Cosa fate qui è successo qualcosa?>>
Flavio << No padre, Aurelio vorrebbe raggiungere Amalfi e per questo vorremmo cercare il numero
di telefono di qualche hotel consultando le pagine gialle.>>
Padre Vincenzo << Cosa devi andare a fare fin lì Aurelio?>>
Aurelio pensò un attimo cosa dire, poi disse il vero motivo del suo volersi recare ad Amalfi << Padre,
ho conosciuto una ragazza qualche giorno fa, durante lo svolgersi del gioco, nel quale mi trovai con i ragazzi nella cittadina, ci siamo anche incontrati qualche volta nella valle e anche in un'altra giornata che mi recai ad Amalfi.
Flavio mi accompagnò qui a Gragnano a prendere l'autobus e ritornò a riprendermi nel pomeriggio. >>
Padre Vincenzo << Bravo, mi fa piacere, ma come faceva lei a raggiungere la valle?>>
Aurelio<< Si reca con il padre, che pur abbiamo conosciuto sempre nella valle, in quel che fu il vecchio mulino di famiglia, trasformato in una rustica abitazione. >>
Padre Vincenzo<< Non stai facendo un campo scout ma una vacanza allora, bravo!>>
Intervenne il don << Dovrei avere nella rubrica telefonica un numero di telefono di un hotel nei pressi
di via delle Cartiere.
La titolare, donna Lidia, è la moglie di un mio caro amico, che non vedo da tanto e che ora so non stia
tanto bene.>>
Aprì un cassetto della scrivania e tirò fuori la rubrica, iniziando a sfogliarla.
Aurelio era sulle spine, soprattutto sapendo dove era locato l'hotel.
Trovato il numero don Alfonso prese con una mano la cornetta del telefono e con l'altra mano compose
il numero, il telefono dall'atra parte squillo più volte prima che qualcuno rispondesse << Pronto, qui hotel donna Lidia, cosa desidera?>>
Il don << Sono don Alfonso della chiesa di S. Sebastiano di Gragnano, volevo chiederle se ci fosse
la disponibilità per una camera per… un attimo!>>
Lasciò in attesa l'interlocutore dall'atra parte della cornetta e rivolgendosi ad Aurelio << Per quanto tempo vorresti occupare la camera?>>
Aurelio << Per quattro giorni, iniziando da questa sera.>>
Don Alfonso tolse la mano da sopra il lato della cornetta e rivolgendosi alla persona in attesa
all'altro telefono << Scusate se vi ho fatto attendere ma dovevo chiedere, la camera occorrerebbe
ad un mio amico per quattro giorni, iniziando dal pernottamento di questa sera.>>
L'interlocutore dell'hotel<< Controllo sul registro. >>
Passarono pochi minuti.
L'interlocutore << Guardi stamani si è liberata una camera e prima di una settimana non ci sono
prenotazioni.>>
Il don<< Va benissimo!>>
L'interlocutore<< Potrebbe allora darmi nome e cognome di chi verrà ad occupare la camera?>>
Il don<< Le passo l'interessato, buona giornata, mi saluti donna Lidia e Carlo.>>
L'interlocutore << Senz'altro, buona giornata a lei.>>
Venne passata la cornetta ad Aurelio << Pronto, buon pomeriggio, sono la persona interessata alla camera,
il mio nome è Aurelio Cagliano, allora posso venire ad occupare la camera?
Se lei mi dice di sì arrivo.>>
L'interlocutore<<Si certo, un attimo che la prenoto; l'attendiamo sig. Cagliano, arrivederla.>>
Aurelio << Arrivederla!>>
Porse la cornetta al don, il quale la pose sull'apparecchio telefonico per concludere la chiamata.
Aurelio << Grazie don Alfonso!>>
Il don<< Di nulla figliolo, in bocca al lupo.>>
Aurelio volle andare in macchina a prendere la borsa per potersi cambiare, togliendosi la camicia
della divisa e mettersi una comune maglietta, Flavio gli porse la chiave per poter aprire la portiera dell'auto, presa si precipitò al difuori della chiesa accanto la 500.
Inserì la chiave nella serratura, aprì la portiera, alzò il sediolino anteriore, aprì la lampo della borsa
e dall'interno tirò fuori una maglietta e stesso in auto si sbottonò la divisa e dopo essersela tolta indossò l'indumento, piegò la camicia e la depose nella borsa, chiuse la lampo della stessa, abbasso il sediolino, chiuse la portiera dell'auto, chiuse la serratura, tirò fuori la chiave dalla stessa e ritornò in chiesa, raggiungendo gli altri nella sacrestia.
Aurelio rivolgendosi a Flavio << Sono pronto, possiamo andare!>>
Salutato si avviò fuori dall'ufficio e attese Flavio nella sacrestia, il quale chiese alla fidanzata se volesse attendere in compagnia dei preti il suo ritorno o se volesse andare pure lei: Carla preferì andare con i due. Raggiunsero il ragazzo nella sacrestia e insieme attraversarono la navata raggiungendo l'uscita, l'oltrepassarono, raggiunsero l'auto, il capo inserì la chiave per aprire le portiere, salirono a bordo
e quando l'auto fu messa in moto s'incamminarono per raggiungere lo stazionamento degli autobus.
Flavio aveva molta dimestichezza con la guida, non ci mise molto a raggiungere il luogo d'imbarco.
Il capo fermò l'auto, aprì la portiera, scese, alzò il sediolino, Aurelio prese la borsa, salutò Carla e scese dall'auto, abbraccio Flavio ringraziandolo e prima che si allontanasse si mise d'accordo con il barbuto
che si sarebbero visti dove erano trascorsi quattro giorni da quella giornata, nella seconda parte
della mattinata; si diresse verso l'autobus che era in sosta, salì a bordo, pagò il biglietto, si sedette
e attese la partenza.
Flavio abbasso il sediolino, salì nell'auto, chiuse la portiera, avviò l'auto e si diresse verso il campo
con Carla.
Il ragazzo scese tra i primi dei passeggeri ad Amalfi, voltò le spalle al mare e attraversò la piazza
con la borsa in una delle mani, s'immise nella traversa alla sua destra, proseguì vedendo comparire
la piazza del duomo, raggiunse via Cardinale Del Giudice e prima d'oltrepassare l'arco, che conduceva
in via delle Cartiere, vide l'hotel nel quale entrò.
Si diresse alla reception, si presentò e disse all'accoglienza che aveva chiamato insieme a don Alfonso
di Gragnano per la disponibilità di una camera e che gli era stata confermata.
L'impiegato guardò nelle prenotazioni, chiedendo nello stesso tempo un documento di riconoscimento; espletato il cheek in e avuta la chiave della camera, numero 15 al primo piano, raggiunse la scalinata
e la percorse, arrivato al pianerottolo attraverso il corridoio e giunto dinanzi alla porta della camera
inserì la chiave nella serratura e l'aprì, entrato, sotto l'uscio, accese l'interruttore della luce
che era sulla parete alla sua destra.
La camera era a forma rettangolare: sulla parete appena dopo l'interruttore vi era un armadio in legno color noce a due ante, seguito da uno scrittoio sempre in legno color noce con davanti una sedia in legno color castagno, sulla parete successiva vi era un comodino in legno color noce con due cassetti
e sulla base in marmo un lume e il telefono, a seguire si trovava il letto a due piazze, sulla parete laterale
a quest'ultimo una finestra, coperta da una lunga e spessa tenda, che affacciava all'interno di un cortile,
difronte al letto, oltre ad un mobile alto e stretto con sopra un televisore, vi era la bussola che faceva accedere al bagno; alle pareti della camera era incollata una carta da parati di color rosso lacca con greche d'orate, sul soffitto un lampadario di stoffa, con una sola lampadina, pendeva da uno stucco.
Mise la borsa nell'armadio senza disfarla, si tolse i vestiti ponendoli sulla sedia e andò in bagno
a farsi una doccia, stette un buon trenta minuti sotto lo scroscio dell'acqua, insaponandosi
il corpo e i capelli più volte: da tempo non aveva la possibilità di stare in un vero bagno e potersi lavare con acqua calda.
Sazio di pulizie personali uscì dalla doccia, si asciugò, uscì dal bagno, si rivestì, uscì dalla camera,
attraversò il corridoio, discese le scale, oltrepassò la hall, raggiunse l'uscita dell'hotel
e si immise sulla strada, fatti un centinaio di metri entrò in un ristorante, si sedette al primo tavolo libero
e chiamato il cameriere ordinò: una frittura di pesce e una bottiglia di vino Greco di Tufo.
Consumato pagò e uscì dal locale, si diresse verso il mare, passo dinanzi alla piazza del duomo
che era gremita di ragazzi e famiglie; il sagrato era illuminato e sull'enorme scalinata si notavano comitive di amici, moltissimi gli stranieri e di certo non mancavano turisti italiani.
Andò a dare due passi sul lungomare, passeggiò fino all'ultimo pontile sulla destra e ritornò ai piedi
del duomo, decise di sedersi ad un tavolino nei pressi di un bar per ascoltare un po' di musica suonata
dal piano bar, ordinando e consumando un limoncello, dopodiché decise di ritirarsi,
raggiunto l'hotel vi entrò, attraversò la hall dove la sua attenzione fu catturata da una voce<< Mi scusi signore.>>
Aurelio voltandosi << Mi dica! >>
<< E' lei il sig. Cagliano, l'amico di don Alfonso della chiesa di San Sebastiano a Gragnano? >>
Aurelio << Si sono io, sono arrivato nel pomeriggio, dopo che il don aveva chiamato,
ci sono problemi? >>
<< No, nessun problema, io sono donna Lidia, ma mi chiami semplicemente Lidia,
anzi perché non ci diamo del tu, essendo che abbiamo un amico in comune: don Alfonso.
Lui è una bella persona, molto disponibile verso gli altri, è un caro amico di mio marito Carlo, si conoscono da quando erano ragazzi. >>
Aurelio << Certo, a me va benissimo, io mi chiamo Aurelio.>>
Donna Lidia << Sai questo Hotel è gestito a carattere familiare e gli stessi clienti vengono trattati
come componenti della famiglia, mi piace conoscerli e istaurare un rapporto con loro.
Come conosci don Alfonso e com'è che ti trovavi a Granano?
Spero di non risultarti impertinente con queste domande.>>
Aurelio << Ero in campeggio a Gragnano, ho conosciuto il don e desiderando di trascorrere
qualche giorno ad Amalfi ho chiesto a lui se conoscesse un posto dove alloggiare per alcuni giorni.>>
Donna Lidia << E' la prima volta che vieni ad Amalfi?>>
Aurelio << Cero che no!
Sono di Napoli, già da piccolo ho fatto delle passeggiate e delle gite, non ho mai soggiornato, questo sì. >>
Donna Lidia << Spero che ti troverai bene qui da noi, si vede che oltre ad essere un bel ragazzo
sei un bravo ragazzo.
Io abito nel palazzo a sinistra in appresso all'hotel, di qualsiasi cosa tu abbia bisogno puoi venire,
anche a prenderti un caffè, a casa sono sempre da sola.
Questa attività è l'unico mio svago.>>
Donna Lidia, una vera e propria divoratrice di patrimoni e di uomini, amante della bugia, al punto
che se avesse mangiato pasta e fagioli avrebbe detto e giurato di aver mangiato pasta e ceci.
Non era una bella donna, ma attraeva gli uomini con le sue movenze e con la sua dialettica.
Di statura non superava il metro e cinquanta, aveva un sedere enorme sempre in mostra e un decolté, tutt'altro che procace, anch'esso in bella vista.
Molti uomini amalfitani e non solo erano passati e passavano per il suo letto, l'importante che avessero qualcosa di cospicuo da offrirle.
Il marito era l'ex proprietario dell'hotel, al quale non solo venne cambiato il nome durante il matrimonio, che andava avanti da dieci anni, gli fu pure intestato a lei.
Il consorte da circa un anno trascorreva giornate allettato, debilitato da lei con farmaci,
in una delle camere del secondo e ultimo piano, della quale solo lei possedeva la chiave.
L'uomo più grande di lei di circa dieci anni.
Carlo era vedovo e padre di due figli, con i quali, dal matrimonio con la donna, aveva rapporti conflittuali.
Donna Lidia prima delle nozze aveva avuto sempre relazioni con uomini più grandi, ai quali aveva lapidato tutto ciò che avevano prima che li lasciasse o che morissero, se pur senza mai sposarsi.
Congedatosi, Aurelio raggiunse le scale, le salì, raggiunse il primo piano, attraversò il corridoio,
raggiunse la camera, aprì la porta e vi entrò, prima di chiuderla alle sue spalle accese la luce.
Si svestì restando con gli slip, pose piegati i panni sulla sedia vicino allo scrittoio, prese lo spazzolino
e dentifricio dalla borsa che era nell'armadio e andò in bagno per lavarsi i denti, rifece la doccia, si asciugò, uscì dal bagno, tirò da un lato la tenda, aprì la finestra, scoprì il letto dalle lenzuola, chiuse la luce, si distese sul letto, poggiò la testa sul cuscino e si addormentò beato.
 

XII cap.

Aurelio si alzò con comodità, entrò in bagno, fece le sue pulizie, vi uscì, indosso il costume
con al disopra un pantaloncino e maglietta, calzò un paio di zoccoli, uscì dalla camera, proseguì
per il corridoio, raggiunse le scale, le discese, attraversò la hall, uscì dall'albergo, entrò nel primo
bar e fece colazione con un caffè e un cornetto ripieno di crema e amarena; consumato pagò,
uscì e continuò il cammino.
Costeggiò il mare restando sulla strada, raggiunse il pontile di fianco alla spiaggia, s'incamminò
al disopra di esso, come fece la prima volta, raggiunse gli scogli infondo, vi salì, si tolse maglietta, pantaloncini e zoccoli, poggiandoli su uno degli scogli, accanto a quello dove si sedette.
Vide nell'insenatura il foglietto su cui scrisse il messaggio che avrebbe voluto dare ad Anna, lo raccolse
e tenendolo in una mano si tuffò in acqua, nuotò andando a largo e consegnò lo scritto al mare; guardò
il foglietto lentamente posarsi sul fondale, diede qualche altra bracciata, si diresse agli scogli e salì, distendendosi a prendere il sole, poi si rivestì e ritornò verso l'abitato.
Attraversò via duomo, proseguì per via del Cardinale e prima di oltrepassare il ponte vide uscire
da un negozio laterale Anna e Keir; non ebbe bisogno di chiamarli perché si voltarono verso di lui
per proseguire nella direzione opposta alla sua.
Aurelio<< Buongiorno sig. Keir, ciao Anna.>>
Anna << Ciao!
Papà ti ricordi di lui?
E' uno dei ragazzi che vennero al mulino; cosa fai ad Amalfi?>>
Keir<< Si certo!
Se ricordo ti chiami Aurelio, sei da solo?>>
Aurelio << Si sono da solo, alloggio più avanti all'hotel donna Lidia, sono arrivato ieri sera, ritorno al campo dopodomani mattina.>>
Keir<< Dove stavi andando a fare due passi?>>
Aurelio<< Si, sono ritornato dal mare e ora prima di andarmi a fare una doccia e poi andare a pranzo
stavo facendo un giro.>>
Keir<< Se vuoi puoi venire a pranzo da noi, in casa stiamo solo io ed Anna.
E' facile arrivare, basta che oltrepassi il ponte e vai diritto, ti aspetto sul balcone di casa, non farmi aspettare troppo, all'una e trenta siamo a tavola.>>
Anna non disse nulla, sorrise guardando Aurelio.
Aurelio << Mi fa piacere essere in vostra compagnia e poi Anna è una cuoca bravissima,
l'ho provato quando sono venuto al mulino con gli altri ragazzi.
Vado in hotel, faccio una doccia, mi cambio e vengo da voi un po' prima dell'orario di pranzo.>>
Anna << Ora dobbiamo andare prima a fare una commissione poi ritorniamo a casa.>>
Aurelio << Ok ci vediamo, grazie dell'invito.>>
Il ragazzo raggiunse l'hotel, vi entrò, attraversò la hall, raggiunse le scale, arrivò al primo piano, attraversò
il corridoio, arrivò dinanzi alla porta della camera, l'aprì e vi entrò.
All'interno la tenda era tirata e la finestra aperta, non dovette accendere la luce,
chiuse la porta, si tolse il completino pantaloncino e maglietta, lo pose sulla spalliera della sedia,
andò in bagno per farsi una doccia.
Uscito dalla doccia si asciugò, tolse il costume che aveva messo in ammollo nel bidè, lo strizzò e lo distese sulla porta della cabina doccia, poi si lavò i denti ed uscì dal bagno.
Si distese sul letto e quando si stava per fare l'ora si alzò, prese il pantaloncino, la maglietta,
uno slip dalla borsa che era nell'armadio e si vestì.
Lasciò la camera, attraversò il corridoio, scese le scale, attraversò la hall, si avvicinò alla reception
e chiese dove era possibile acquistare dei buoni dolci, avuta l'informazione uscì dall'hotel e si diresse
alla pasticceria che gli era stata consigliata, comperò dei bignè con crea a caffè, uscì e prese la strada
che l'avrebbe condotto all'abitazione, che si trovava su un primo e unico piano.
Keir notato Aurelio arrivare disse ad Anna di andare ad aprire il portone al ragazzo,
la ragazza lasciò quello che stava facendo e si diresse verso la porta d'ingresso dell'abitazione
che era in legno con al centro un vetro lavorato, la schiuse, discese la rampa di scalini che conduceva
al portone di legno color verde con dei maniglioni in bronzo e lo apri: Aurelio era già lì fuori;
i due si salutarono con un bacio appena lui entrò.
Chiuso il portone risalirono la scalinata ed entrarono nell'appartamento.
Appena entrati vi era un ambiente aperto con pavimento di maioliche dai colori che ricordavano
il mare; a sinistra una camera con la bussola aperta nel cui interno si notavano un letto, un balcone
con davanti una tenda bianca di merletto, un armadio, un comò con sopra uno specchio e una bambola,
su un piccolo basamento di marmo, con piedi, mani e viso, con perfetti lineamenti, in ceramica, indossava un vestito da damina dell'800, un tavolino con su un televisore, un comodino con sopra la foto
della sig. Marta, una lampada e un lampadario al soffitto; continuando nell'ambiente si trovava
una credenza in legno e vetro, altre due camere con le bussole chiuse e il bagno; a destra un lungo divano,
difronte ad esso un mobile con sopra dei vari soprammobili e un televisore; a fianco al balcone, su cui Keir aveva atteso Aurelio, di lato ad esso, un'altra credenza; appresso un altro balcone, la cui affacciata era tutt'una con il primo, frontale ad esso; in mezzo alla stanza un lungo tavolo di legno attorniato da sei sedie in legno con seduta in paglia, di seguito veniva la cucina con i mobili che prendevano la parete frontale
e laterale.
Aurelio << Ho portato un dolce, mi sono fatto consigliare all'hotel dove acquistarlo.>>
Anna<< Non c'era bisogno che bussassi con i piedi.
Siediti accanto a mio padre, tra poco si mangia.
Ho preparato delle linguine con capperi e olive, per secondo delle polpette e patate fritte,
spero ti piacciono. >>
Aurelio << Non ho vizi per quanto riguarda il cibo, l'unica cosa che non riesco a mangiare sono pasta
con lenticchie e pasta con zucca.>>
Keir<< L'altra volta mi dicesti che frequenti l'università in Inghilterra e segui tuo padre nel suo lavoro,
telo chiedo perché sai che io sono scozzese, volevo sapere se ti fosse capitato di andare in Scozia.>>
Aurelio<< No, vado lì per il periodo di studi o ad accompagnare mio padre, conosco Londra,
come città più a nord sono stato a Coventry, neanche in Galles sono mai stato.>>
La tavola già era apparecchiata e Anna aveva appena calato la pasta.
Aurelio chiese di andare in bagno per lavarsi le mani, Anna gli andò a prendere un asciugamano
per asciugarsi.
La ragazza ritornò ai fornelli, nel frattempo il ragazzo raggiunse il suo posto.
Anna mise le linguine, avendole colate, il sugo con olive e i capperi in una zuppiera e mescolati li portò
a tavola, riempiendo i piatti.
Consumato la metà del cibo nel piatto il padrone di casa riempì il suo bicchiere e quello di Aurelio
con il vino e quello della figlia con aranciata.
Quando la pasta fu terminata nei piatti tutti e tre presero una fettina di pane e fecero la scarpetta.
Anna portò la zuppiera, le posate con i piatti sul lavandino e portò altri piatti e posate pulite.
Ritornò ai fornelli per friggere le polpette e le patate, che già aveva pelato e tagliato a spicchi.
I due a tavola continuarono la loro conversazione sulla Gran Bretagna in attesa che fosse pronta la seconda pietanza, finito di friggere la ragazza portò a tavola il vassoio con le polpette e le patate,
dopodiché fece le porzioni.
Quello che era nei piatti tra una chiacchiera e l'altro venne consumato; Anna ritornò ad alzarsi per andare
a prendere la frutta dal frigo, portandola a tavola.
Finito il pranzo, Aurelio e il padrone di casa restarono seduti ai loro posti, mentre la ragazza sparecchiò
e rassettò la cucina.
Mentre finiva di pulire preparò il caffè che dopo portò a tavola insieme al dolce.
Keir << Quando ritorni al campeggio?>>
Aurelio << Dopodomani, prenderò l'autobus che mi porterà a Gragnano e lì mi verranno a prendere.>>
Keir << Come mai sei venuto a farti questi giorni ad Amalfi?>>
Anna alzò gli occhi per un attimo verso il ragazzo, che gli era seduto difronte.
Aurelio questa volta la bugia la disse << Sono qui perché volevo recarmi a far visita ad una mia zia venuta
in vacanza, però è già ripartita e io non lo sapevo.>>
Anna<< Cosa farai in questi giorni?>>
Aurelio<< Andrò al mare la mattina, la sera farò un giro, il fatto è che non conosco nessuno.>>
Anna << Stasera con i miei amici andiamo a mangiarci una pizza, ti puoi unire a noi?>>
Aurelio << Va bene, mi piace stare in compagnia e fare nuove amicizie, dimmi l'orario
e il luogo dell'incontro.>>
Anna << Alle ventuno ci riuniamo in piazza del duomo, poi da lì ci spostiamo, fatti trovare.>>
Mangiato il dolce e bevuto il caffè stettero ancora seduti a dialogare, poi il ragazzo decise di andare,
salutò e ringraziò dell'ospitalità, ritornò all'hotel, vi entrò, attraverso la hall, salì le scale, attraversò
il corridoio, raggiuse la porta della camera, l'aprì, entrò, chiuse la porta, si svestì, tirò la tenda,
aprì la finestra e distesosi sul letto si addormentò.
Erano circa le diciassette quando un temporale d'estate lo fece svegliare, si alzò dal letto e raggiunse
a piedi nudi la finestra, restandovi a guardare la pioggia cadere per poi ridistendersi sul letto.
Intanto che la pioggia cessava e il sereno tornava a predominare decise di darsi una rinfrescatina, rimettersi gli stessi indumenti che aveva quando era rientrato e uscire dalla camera e dall'hotel per andare
a fare un giro.
Si diresse verso la piazza adiacente al duomo, ad un'edicola sulla strada comperò un volume
dei Grandi Western edito dalla Longanesi dal titolo: Ritratto di un Sioux.
Fatto l'acquisto e raggiunta la meta si sedette ad uno dei tavolini di un bar con al centro
un ombrellone che ancora grondava d'acqua per la pioggia precipitata e ordinato un Martini
con ghiaccio cominciò a leggere il romanzo; bevuto il drink, mangiato alcuni stuzzichini e aver letto
una decina di pagini su centosessanta tre pagò il conto e si diresse nuovamente all'hotel, entrò, attraversò la hall, raggiunse le scale, le salì fino al primo piano, attraversò il corridoio, raggiunse la camera,
aprì la porta, accese la luce, richiuse la porta, raggiunse, aprendolo, l'armadio, prese la borsa,
tirò fuori il pantalone, dei calzini, li distese sul letto, prese degli indumenti intimi e distese anch'essi
sul letto, chiuse la borsa, la riposò nell'armadio, chiuse quest'ultimo e si recò in bagno per fare una doccia.
Controllava ogni tanto l'orologio da polso e dopo averlo guardato più volte si accorse che era giunta l'ora
di vestirsi e andare all'appuntamento.
Indossò dei calzini, un pantalone di cotone verde bottiglia, una camicia bianca di lino a mezze maniche,
si sistemò i capelli, prese il portafogli, mise le scarpe, aprì la porta della camera, chiuse la luce,
uscì dalla camera, rinchiuse la porta, attraversò il corridoio, scese le scale, attraversò la hall e uscì dall'hotel.
Per la via molte persone con cui incrociava i suoi passi.
Ad un tratto si sentì chiamare, voltatosi vide, da una traversa laterale, venire verso di lui Olga,
l'amica di Anna conosciuta in spiaggia giorni prima, in compagnia di un ragazzo, si fermò e attese
che i due lo raggiungessero.
Aurelio e Olga si salutarono, poi quest'ultima presentò i due.
Olga sorridendo << Immagino cosa fai da queste parti, quando sei arrivato?>>
Aurelio << Ieri pomeriggio.>>
Olga << Hai incontrato Anna, sa che sei qui ad Amalfi?>>
Intervenne Tulio, il ragazzo che era con Olga << Conosce Anna?>>
Olga << La cosce, la conosce, è il fidanzato!
Si sono conosciuti alla valle, giorni addietro in spiaggia si sono dati un bacio appassionato.
Mi fa piacere per Anna, spero che la relazione vada avanti.>>
Aurelio sorrise << Oggi sono stato a pranzo a casa sua, è successo che l'ho incontrata stamani insieme
al padre, che già conoscevo, e lui mi ha invitato.
Mi ha detto che questa sera sarebbe stata nei pressi della cattedrale.>>
Olga sorrise, mentre giungeva Anna che arrivò alle spalle di Aurelio, arrivatagli vicino posò sulla spalla di lui una mano per catturare la sua attenzione ed egli si voltò.
Ella aveva un accenno di trucco che valorizzava ancor più le sue abbronzate fattezze del viso, indossava
una camicia di tessuto estivo con sfondo bianco e righe verticali lilla, un pantalone di colore delle righe
della camicia; tra capelli, sciolti, portava un fermaglio da un lato del capo che faceva pendere la capigliatura sul lato opposto della spalla.
I due si salutarono sfiorandosi le labbra, lei poi salutò Olga e Tulio.
Olga << L'ho trovato che vagava per la strada, l'ho chiamato, mi ha detto che è stato a pranzo a casa tua.>>
Anna << Si, ci siamo incontrati stamani, ero con mio padre ed è stato lui ad invitarlo.>>
Olga <<Cotto e mangiato?
E a te non penso che ti sia dispiaciuto.>>
Anna << No, spero che non sia dispiaciuto a lui.>>
Aurelio sorridendo << Non scherzare, certo che mi ha fatto piacere, stimo tantissimo tuo padre,
se anche è poco tempo che lo conosco. >>
Anna << Ah buono a saperlo!
Solo per mio padre ti ha fatto piacere, non per altro!>>
Lui le accarezzò il viso.
Decisero, loro quattro, come trascorrere la serata.
Si fermarono al bar e si sedettero ad un tavolino: lì vi era una coppia che suonavano entrambi la chitarra
e nello stesso tempo lei cantava canzoni classiche napoletane.
Ordinarono e consumarono degli aperitivi.
Trascorsa circa un'ora decisero di far un giro sul lungomare tenendosi, a coppia, mano nella mano
e camminando tutti e quattro in fila orizzontale, fecero su e giù tra i due pontili che delimitavano
il tratto di mare dinanzi piazza Flavio Gioia.
Tulio<< Che ne dite di fare un giro in barca domani?>>
Olga<< Si, dai ragazzi organizziamo!>>
Anna << Va bene, questa sera avviso mio padre, gli preparo qualcosa per pranzo.>>
Olga << Allora a che ora ci si vede?
Facciamo alle sei, mi piace andare in barca quando ancora albeggia.>>
Tutti furono d'accordo.
Decisero di dirigersi verso una pizzeria, ve ne era una non distante, la raggiunsero, vi entrarono
per chiedere un tavolo, finirono per attendere quasi un'ora fuori che se ne liberasse uno.
Seduti fecero portare prima due porzioni di frittura all'italiana, che divisero, insieme a una birra a testa
per Aurelio e Tulio e una Coca Cola a testa per le ragazze, in seguito ordinando le pizze, decidendo
di prenderle di gusti differente e di farle tagliare a spicchi per poterle dividere, potendo così provare i vari gusti.
Finito di consumare decisero di far rientro alle rispettive dimore.
Si salutarono e si ricordarono l'appuntamento; Olga e Tulio si allontanarono mentre Aurelio accompagnò Anna in via delle Cartiere prima di ritirarsi in albergo.
Ad Amalfi, nella camera 15 al primo piano dell'hotel donna Lidia squillo il telefono, era la sveglia programmata; Aurelio, già sveglio, alzò la cornetta riabbassandola subito, si alzò e andò in bagno
per le pulizie personali, uscito indossò il costume, il pantaloncino, la maglietta, gli zoccoli ed uscì
dalla camera e dall'hotel, si diresse verso l'abitazione di Anna, giuntoci suonò il campanello, la ragazza andò ad aprire il portone, i due si salutarono e salirono.
Keir era già sveglio e già destatosi dal letto.
Anna preparò il caffè che servì ai due e a sé stessa.
Anna << Ho preparato delle frittate di vermicelli e zucchine fritte, quando ritorniamo veniamo
qui a mangiare insieme ad Olga e Tulio, che ne dici?
Così facciamo compagnia a mio padre.>>
Aurelio << Si certo!
Non ho mai mangiato una frittata fatta così.>>
Anna << E' buonissima, mia madre la preparava spesso.
Mio padre oggi pomeriggio, dopo un pisolino, vuole andare al mulino ed essendo che tu domani mattina devi prendere l'autobus che ti porterà a Gragnano e poi da lì ti dovranno venire a prendere vorresti
uno strappo fino al campo?>>
Aurelio<< Mi conviene, grazie!>>
Keir << Dopo pranzo faccio una mezz'ora di sonno e partiamo.
Intanto che siete via io già preparo il necessario e lo carico in auto, non fate tardi a ritornare dalla gita
in barca e state attenti.>>
Anna era pronta, già aveva indossato un grazioso prendisole a fiori verde pastello e sotto il costume.
Finito il caffè salutarono l'uomo e uscirono dalla casa e dal palazzo, si diressero verso il punto dell'appuntamento con l'altra coppia.
Aurelio si volle fermare ad un bar per acquistare quattro cornetti a crema pasticcera e amarena.
Quando giunsero sul lungomare Tulio e Olga già erano lì, i quattro si salutarono e consumarono i cornetti. Anna disse ai due il programma previsto per dopo la gita e chiese loro se fossero d'accordo: dissero di sì.
Le due coppie si diressero sulla piccola spiaggia dopo il porticciolo turistico e il molo, punto in cui si trovava
la barca.
Messa in acqua salirono sull'imbarcazione prendendo posto: le due ragazze si sedettero sull'asse centrale, Aurelio a prua e Tulio a poppa da dove condusse la barca tramite i comandi sul motore.
Preso il largo raggiunsero la conca dei marinai.
Si diressero verso la spiaggia del saraceno, luogo in cui vi era e vi è la fortezza accanto la spiaggia; scesero per visitarla.
Tornati alla barca decisero di tornare alla conca, dove, gettata in mare l'ancora, si tuffarono uno dopo l'altro, facendo una nuotata fino all'interno della grotta scavata nel promontorio.
Trascorsero del tempo sulla barca a prendere il sole prima di tornare.
Si diressero verso piazza Gioia, dopodiché ognuna delle coppie prese la loro direzione per poi rivedersi
a casa di Anna per il pranzo.
Arrivati dinanzi all'hotel Aurelio e la ragazza si separarono, il primo entrò all'interno di esso, raggiunta
la reception comunicò che dopo essere salito in camera, fatta una doccia e raccolto le sue cose, l'avrebbe liberata anzitempo.
La ragazza si diresse a casa.
Aurelio, Tulio e Olga si ritrovarono a casa di Anna, insieme a quest'ultima vi era anche suo padre,
si sedettero a tavola e divorarono le frittate di vermicelli e zucchine fritte.
Alla fine del pranzo Olga diede una mano ad Anna a resettare la cucina, dopodiché insieme a Tulio lasciò
la casa.
Keir fece un pisolino seduto sul divano, svegliatosi, verso le sedici, si decise di partire per la valle.
 

XIII cap.

In lontananza, ripetuti spari tuonarono nel silenzio della notte; mi svegliai di scatto insieme
ad altri due ragazzi, uno era Riccardo.
Chiesi ai due << Avete sentito ragazzi, sono degli spari.>>
Riccardo rincuorando noi e forse se stesso << Qualche bracconiere. >>
Io << E cosa c'è da bracconare?>>
Il sole iniziava a fare capolino tra i promontori quando indossata la tuta uscii dalla tenda e messomi
le scarpette feci la mia solita passeggiata mattutina.
Arrivato al mulino vi entrai, non lo avevo mai fatto nei giorni precedenti, cercai d'immaginare come poteva essere stata la vita nei fausti giorni in cui dei gragnanesi lavoravano in essi.
Tornai al mio angolo prima che lo staff uscisse dalle tende, il resto dei componenti della mia squadriglia erano già desti, chiesi se oltre a me, Riccardo e non ricordo chi altro, avesse sentito gli spari, senza sapere
che la stessa domanda già l'aveva fatta il vice capo squadriglia ed era proprio di ciò che si stava parlando.
Eravamo tutti fuori dalla tenda quando Barbanera "ululò" l'adunata.
Scattammo verso il centro del campo.
Schierati, ci fu il saluto al capo, dopo il quale Flavio chiese chi avesse sentito gli spari: alcuni di noi li sentì,
ci disse che gli spari erano di un fucile e che lui ne aveva sentiti cinque, altri ragazzi arrivarono ad otto,
chi molti meno; vi era anche chi non aveva sentito nulla.
Quella mattina gli esercizi ginnici non vennero fatti essendo che di nuovo il clacson di una Fiat campagnola, la stessa della volta precedente, annunciò l'arrivo di padre Vincenzo; appena sceso dall'auto << Siete
degli scomunicati!
La vacanza vi ha fatto dimenticare che questa è soprattutto un'associazione cattolica, a stento avete partecipato a due messe.
Sono qui per celebrare, prendete pali, paletti, cordini e costruite un l'altare, di corsa!
Chi desidera essere confessato per ricevere l'eucarestia sono a sua disposizione.>>
Un componente d'ogni squadriglie si adoperò nel ciò che aveva chiesto il parroco, mentre gli altri rassettarono i propri angoli, quello dello staff e il resto, prima dell'ispezione e dopo la colazione e le pulizie personali, almeno chi ne aveva la consuetudine assidua come me.
L'accompagnatore del prete ritornò al paese con la sua auto, lasciandolo al campo.
L'altare, che alle cui spalle fu issata una croce, venne montata nei pressi del mulino, padre Vincenzo aveva
con sé la borsa nera dalla quale non si separava mai, tirò fuori un pisside, un manutergio, un calice,
delle ampolline, incenso e il corporale, sistemando tutto ciò sull'altare; i paramenti liturgici che indosso
e i libri liturgici, anch'essi sistemati sull'altare.
Alle dodici la funzione iniziò, ci sistemammo in semi cerchio intorno all'ara che fu benedetta
dal celebrante prima della funzione, i due esploratori più piccoli servirono alla messa.
Flavio gli riferì degli spari sentiti in lontananza nella valle e dicendo questo disse
che avrebbe preferito andare dai carabinieri per metterli accorrente; il sacerdote fu d'accordo.
Il capo reparto, subito dopo il banchetto, fece salire padre Vincenzo nell'auto e insieme partirono
per Gragnano.
Flavio e il parroco, dopo l'iniziale percorso fuoristrada e il resto di carreggiata stradale, arrivarono
a Gragnano, decisero di andare a consultare don Alfonso sull'accaduto della notte prima, per essere consigliati da uno del posto su cosa fare: il don disse che nessuno aveva mai sparato nella valle,
per questo consigliò che era meglio andare dai carabinieri, preoccupato che vi erano dei ragazzi
in campeggio.
Accompagnò i due alla caserma, giuntici chiesero del maresciallo Catiello, gli venne detto, dal brigadiere,
che dalla mattina non si era visto e che avevano provato a chiamarlo a casa ma non avevano avuto risposta. Egli non abitava a Gragnano, cosa che sapeva anche il sacerdote del luogo, ma nel comune di Lettere,
che distava circa quattro chilometri.
Flavio riferì degli spari e disse che i colpi esplosi da lui sentiti erano cinque.
Il carabiniere<< Gli spari li hanno sentiti anche altri al campo? >>
Flavio << Stamani all'adunata ho chiesto ai ragazzi e al resto dello staff se avessero sentito qualcosa,
la maggior parte di loro li ha sentiti, chi più chi di meno di quelli che ho sentito io.
Quello che ho capito sull'arma è che si trattava di un fucile.>>
Il carabiniere chiamò un agente facendolo sedere davanti alla macchina da scrivere perché stilasse
il verbale, nel frattempo al telefono cercò di contattare il superiore, sperando che fosse a casa,
ma non vi fu risposta allo squillare del telefono dell'abitazione chiamata.
Verbalizzata la denuncia congedò i preti e Flavio.
Don Alfonso, padre Vincenzo e il capo reparto ritornarono alla parrocchia, i preti uscirono dall'auto,
il conducente a bordo della sua sfavillante 500 fece ritorno al campo.
Al bivacco, Flavio, ci disse che aveva avuto l'idea di fare un giro in tuta per i dintorni, la passeggiata sarebbe iniziata all'alba, ma per causa che non si sapeva bene per cosa erano quegli spari non era possibile,
se non fosse che la maggior parte dei ragazzi l'avrebbe voluto farla, insistendo fino a quando Flavio
cambiò idea, decidendo che ciò che aveva programmato si sarebbe fatto; la sveglia la mattina seguente
fu data alle cinque e un quarto.
Non camminavamo in ordine di squadriglia ma più o meno in ordine sparso, il percorso sarebbe stato fatto formando un cerchio: si partì da una direzione del campo e si sarebbe arrivati nello stesso luogo da un'altra.
Su una spianata, attraversata dal torrente, facemmo una sosta.
Alla caserma, nella quale vi era un orto ben curato e degli alberi da frutto e agrumi,
il maresciallo Catiello non si era ancora fatto vivo e tanto meno al telefono di casa nessuno rispondeva.
Flavio << Aurelio è da queste parti il mulino dove andaste?>>
Aurelio << No, è a tutt'altra parte.>>
Dal nulla apparve un piccolo cane di razza meticcia col dorso color nero e l'addome bianco, era piccolo anche di età, incerto se avvicinarsi a noi o andarsene per i fatti suoi, visibilmente impaurito;
Aurelio lo aggirò alle spalle e lo prese tra le braccia, ci avvicinammo, lui rincuoratosi fece le feste a tutti.
A Gragnano, dopo l'ennesima telefonata fatta a casa Catiello per cercare di contattare il maresciallo,
si decise che il brigadiere e un carabiniere si sarebbero diretti a Lettere alla casa del sottoufficiale.
Carla e Flavio erano sul sentiero che costeggiava il torrente nella direzione della caduta dell'acqua,
la raggiunsero mentre noi ci preparavano a partire.
Sul costone, accanto allo strapiombo, la ragazza emanò un urlo disumano, accorremmo tutti, mentre il capo allontanava da lì la fidanzata: lo strillo fu emesso perché sulla riva formata da ciottoli e piccoli massi vi era un corpo senza vita di una donna.
Gli agenti nella volante chiamavano di continuo via radio Catiello, essendo che esso
in casa aveva una stazione radio collegata con la frequenza delle forze dell'ordine.
Lo staff e ragazzi più grandi fecero allontanare oltre Carla anche noi più piccoli, intanto loro scesero
a vedere quel corpo esanime; durante la discesa, laterale alla cascata, notarono un bossolo, Flavio raccomandò di non toccarlo.
La donna era nuda, aveva soltanto le scarpe, con la testa rivolta verso l'alto e in acqua,
il resto del corpo sulla riva, aveva due fori, uno al torace, nei pressi vi era un altro bossolo,
e uno dietro il ginocchio della gamba destra.
Accanto al cadavere Andrea, essendo che scese anche lui avendola vista dall'alto e notato che aveva
un viso conosciuto, sbiancato in volto e con gli occhi lucidi << Conosco questa donna,
l'ho incontrata durante l'escursione ed una seconda volta l'ho incontrata nei pressi del campo;
si chiama Matilde, la prima volta indossava un mantello e un medaglione, su entrambi vi erano
i simboli trovati nella bisaccia: il girasole e la libellula.
Mi parlò della valle, facemmo un giro per essa fino ad un mulino nel cui interno avemmo un rapporto fisico, la mattina, svegliatomi, non la trovai.
Nella seconda occasione la incontrai nei pressi del campo: notai in lontananza una luce e incuriosito
mi avvicinai scoprendo che era lei, in quell'occasione mi parlò del difficile rapporto che aveva con il marito, con cui non avevano figli, volle fare un giro per il campo, arrivammo al mulino, entrati avemmo di nuovo
un rapporto, al momento che ci salutammo mi fece capire che non ci sarebbe stato un altro incontro.>>
Flavio << Me ne dovevi parlare, al tuo capo squadriglia glielo hai detto? >>
Valerio << Si, sapevo dell'incontro.>>
Riccardo << Anch'io lo sapevo, ci sembrava una cosa personale di Andrea.>>
Flavio << Pezzi di pecoroni lo volete capire che la responsabilità su tutti voi cade su di me, sul resto
dello staff e sul parroco o no?
Io ho il diritto di sapere ogni cosa capiti, finché siete qui al campo.
Adesso risaliamo, raggiungiamo gli altri e facciamo un veloce rientro al campo, da là io, tu Andrea,
e tu Valerio, con l'auto, andiamo dai carabinieri per avvisarli del ritrovamento; anzi noi tre avanzeremo
il passo rispetto al resto del reparto.
Facciamo presto, qui non possiamo far nulla.>>
L'auto dei carabinieri era giunta a Lettere.
Affannati ed esausti i tre scout raggiunsero il campo e mentre il capo squadriglia e il terzo di squadriglia raggiunsero la 500 il capo reparto si recò in tenda a prendere dal suo zaino i documenti e le chiavi dell'auto, oltre alla patente, dopodiché, saliti sul veicolo, si diressero a Gragnano.
I tre agenti, presso l'abitazione del maresciallo non trovarono né lui e né qualche componente
della famiglia, chiesero ai vicini se avessero visto Catiello ma nessuno lo aveva visto,
quindi non restò loro che tornare in caserma ed è lì che all'improvviso squillo il telefono,
un agente nei pressi dell'apparecchio si affrettò a rispondere << Qui caserma dei carabinieri
di Gragnano.>>
La voce dall'altra parte della cornetta << Sono il Maresciallo Catiello, mi trovo da ieri all'ospedale
Santa Maria di Casa Scola qui a Gragnano, sono al capezzale di mia figlia ricoverata al pronto soccorso,
è stata operata d'urgenza di peritonite, solo ora che sta meglio ho avuto la testa di avvisarvi e mettervi
al accorrente.
Domani sarò in caserma.>>
L'agente al telefono << Maresciallo eravamo tutti preoccupati, il brigadiere Dicristo è venuto fino a casa per cercarla, non riuscivamo a metterci in contatto con lei.
Avviso subito loro via radio e in caserma.
Sua figlia sta meglio, ci sono problemi?>>
Catiello << Ha rischiato ma ora sta bene, ci vediamo domani.>>
L'agente al telefono salutò il maresciallo, avvisò in caserma della telefonata del maresciallo
e di ciò che aveva raccontato, poi fece avvisare gli agenti in macchina via radio.
Ogni agente che terminava il turno si recava in ospedale per accertarsi sullo stato della ragazza
e a far sentire la propria vicinanza, a lui, alla moglie e all'altro figlio della coppia.
Nel frattempo Flavio, Valerio e Andrea giunsero con l'auto alla caserma, i tre scout dissero
di dover fare una denuncia, furono indirizzati all'ufficio preposto, lì chiesero del maresciallo Catiello
ma gli venne detto che non era in servizio.
Nella stanza entrò il brigadiere Dicristo al quale il giorno prima gli venne riferito degli spari.
Flavio << Abbiamo scoperto, purtroppo, il perché degli spari: c'è stato un omicidio!>>
Il brigadiere << Un omicidio?
E chi è stato ucciso, dove sarebbe accaduto il probabile e dove si trova il corpo, ma poi siete sicuro
che si tratti di omicidio?>>
Flavio << Nella valle.
Si, essendo che la morta ha dei fori di proiettili, abbiamo visto pure un bossolo sulla scarpata
e un altro accanto al cadavere.>>
Il brigadiere chiamò un carabiniere, interrompendo il racconto di Flavio, per far verbalizzare.
Flavio << Stamani abbiamo organizzato un'escursione con i ragazzi per la valle, siamo arrivati su una radura ricoperta da alberi e attraversata dal torrente, luogo in cui ci siamo fermati, prima di continuare la marcia
io e la mia ragazza abbiamo fatto una passeggiata seguendo il corso d'acqua, in fondo allo strapiombo abbiamo visto il corpo di una donna.
Alcuni di noi sono scesi per il pendio a vedere, è stata colpita al torace e alla gamba all'altezza
del ginocchio; era nuda.
Lui, Andrea, ha detto di aver incontrato la donna un paio di volte nella valle.>>
Il brigadiere rivolgendo Andrea << Lei ha incontrato e conosce la donna?>>
Andrea << So che si chiama Matilde ma non so di dove sia.
Gli incontri sono avvenuti entrambi di notte>>
Il brigadiere << Di notte?
Ma prego continui.>>
Andrea << La prima volta è successo durante un'escursione: ero da solo, mi ero allontanato da un po'
dal campo e decisi di accamparmi, all'improvviso comparve la donna con indosso un mantello
con il cappuccio sulla testa, presi un gran spavento, avvicinatasi rivelò il suo volto.
Si presentò dicendo di chiamarsi Matilde.
Notai sul suo mantello e sul medaglione, che portava al collo legato ad una catenina, la riproduzione
dei i simboli trovati nella bisaccia.
Gli dissi che avevo già visto quei simboli senza dare particolari.
Chiesi se non avesse paura a camminare da sola di notte nella valle, lei disse di no, anzi disse che le piaceva e che la faceva sentire bene, faceva parte della setta che si riunirebbe nella zona, senza darmi dettagli.
Prese la mia mano chiedendomi se volessi fare un giro con lei, accettai, raggiungemmo un mulino
giù ad un costone, vi entrammo, ebbi la sensazione che lei conoscesse il luogo molto bene e che esso fosse frequentato da altri, essendo che all'interno vi erano dei ceppi che fungevano da sgabelli, alle pareti
delle torce infiammabili, che lei accese, e un tavolo.
All'interno facemmo sesso.
La mattina seguente al mio risveglio lei era già andata via e io, ritornato dove mi ero accampato,
presi le mie cose e mi diressi ad una fattoria, i proprietari già sapevano del mio arrivo;
diedi una mano per alcune riparazione.
La seconda volta: una notte di alcuni giorni orsono uscii dalla tenda per recarmi alle latrine poste
più defilate dalla zona delle tende, uscito notai in lontananza una luce, incuriosito e pensando che fosse qualche ragazzo cercai di raggiungerlo nel bosco.
Arrivatoci notai che era Matilde, la chiamai, lei voltatasi si fermò a parlare con me, raccontandomi dei suoi problemi familiari, disse che approfittava quando il marito si recava a giocare a carte, facendo l'alba,
per girovagare per la valle.
Facemmo un giro per il campo e arrivati al mulino entrammo ed avemmo un altro rapporto.
Quando ci salutammo mi fece capire che non ci saremmo più visti.>>
I tasti della macchina da scrivere cessarono di essere battuti, l'agente sfilò il foglio su cui fu scritta
la dichiarazione e la consegnò al brigadiere, il quale la lesse ad alta voce chiedendo alla fine se i tre confermassero quando era scritto e dichiarato, al loro confermare li fece firmare.
Alzò la cornetta del telefono, chiamò il magistrato e il medico legale per metterli accorrente,
congedò i tre esploratori dicendo loro che alle prime luci voleva recarsi sul luogo,
ancor prima del giungere del magistrato, per fare un primo sopralluogo e che dovevano condurlo sul posto.
Flavio << Siete riusciti a contattare il maresciallo Catiello?>>
Il brigadiere << Si!
Prima del vostro arrivo ci ha telefonato.
È qui a Granano in ospedale, ha dovuto portare d'urgenza la figlioletta per un'appendicite divenuta peritonite.
E' stata operata, ora sta bene.>>
Flavio << Mi dispiace, ora andiamo da don Alfonso dove penso che passeremo la notte per stare qui domani mattina, lo avviseremo.
Faremo una capatina insieme a lui in ospedale.>>
Flavio, Andrea e Valerio salutarono gli agenti e lasciarono la caserma per dirigersi alla chiesa
di S. Sebastiano, arrivati parcheggiarono l'auto, vi scesero, salirono le scale del sagrato, varcarono
il portone, fecero il segno della croce, attraversarono la navata, entrarono nella sacrestia ed entrarono nell'ufficio, i due sacerdoti, seduti sul divano, stavano guardando la televisore.
Padre Vincenzo << Che ci fate qua, che altro è successo?
Dalle vostre facce sembra niente di buono.>>
Flavio << Siamo dovuti andare dai carabinieri, essendo che stamani, durante l'escursione, abbiamo trovato un cadavere di donna, uccisa, penso, dai colpi che abbiamo sentito esplodere nella notte.
Andrea conosceva questa donna essendo che l'ha incontrata in due occasioni nella valle.
Domani dobbiamo accompagnare gli agenti sul posto.
Il brigadiere ci ha detto che il maresciallo si è messo in contatto con loro nel pomeriggio, riferendo
che è all'ospedale di qui: ha dovuto portare la figlia d'urgenza per un'appendicite; la ragazza
ora sta meglio e lui domani ritornerà in caserma. >>
Padre Vincenzo rivolgendosi ad Andrea << Chi è questa donna, com'è che la conosci?>>
Andrea che non aveva avuto timore a raccontare la storia al carabiniere ora l'aveva<< La prima volta
è successo durante l'escursione per l'assegnazione del terzo livello, è apparsa all'improvviso,
si è avvicinata e ci siamo messi a parlare, mi ha detto di chiamarsi Matilde, dopo un po' abbiamo fatto
un giro fino ad un mulino, lì…>>
Il racconto si interrompe, il ragazzo non riusciva a continuare avendo timore e soggezione del nostro parroco, diventato di rosso acceso, poi << Abbiamo fatto sesso. >>
Padre Vincenzo << Cosa avete fatto?
Finisci il racconto, la seconda volta dove l'hai incontrata e ch'è successo?>>
Andrea con una voce tremante << La seconda volta l'ho incontrata sempre di notte nelle vicinanze
del campo, ci siamo messi a parlare, mi ha raccontato i problemi che aveva con il marito, abbiamo fatto
un giro per il campo fino al mulino vicino ed è successo di nuovo.
Non so da dove venisse, conosco soltanto il suo nome: Matilde.
Sono ancora sotto shock da stamani.>>
Don Alfonso << Dei fedeli che conosco, e penso di conoscerli tutti, non c'è nessuna donna che si chiami Matilde.
Poverina che Dio l'abbia in gloria!>>
Padre Vincenzo rivolto ad Andrea << Vuoi dire che anche la seconda volta avete avuto un rapporto? Comprendo il tuo stato d'animo, ma non ciò non toglie il fatto che hai avuto dei rapporti carnali
e che non hai detto niente sull'accaduto, neanche a me in confessione, dopo tutto quello che faccio
per tutti voi.
La cosa si è saputa grazie, purtroppo, ad una disgrazia, hai rischiato di essere ammazzato anche tu,
ti è andata bene, ringrazia Dio, tutti i tuoi defunti e il tuo angelo custode; anzi mettici anche la Madonna delle Grazie nei ringraziamenti.>>
Andrea si sciolse in lacrime gettandosi tra le braccia del prete, che lo accolse, dandogli un sonoro scappellotto.
Don Alfonso << Voglio fare un salto in ospedale per accertarmi delle condizioni della piccola Roberta,
giusto il tempo di andare e venire, poi domani vado con calma.>>
Padre Vincenzo << Vengo anch'io!>>
 

XIV cap.

Valerio, Flavio e Andrea uscirono dalla parrocchia e saliti in auto si diressero alla caserma,
lì vi erano già il maresciallo Catiello e il brigadiere Dicristo.
Al loro giungere il sotto ufficiale volle subito partire per la valle, con lui andarono Andrea e Flavio,
oltre a due carabinieri, a bordo di un mezzo dell'arma, mentre Valerio e il brigadiere attesero l'arrivo
del magistrato e del medico legale.
Durante il tragitto Catiello si fece raccontare da Flavio il ritrovamento del cadavere e da Andrea
degli incontri con la donna.
Sul posto, scesi dall'auto si diressero dov'era il corpo, Flavio fece vedere i bossoli visti il giorno prima;
sulla scarpata e accanto corpo.
Catiello ebbe uno scossone, essendo che conosceva anche lui la donna.
Si recò all'auto e chiamò la caserma chiedendo di contattare i colleghi di Lettere per far rintracciare Bartolomeo Alongina: egli aveva un'attività di macelleria situata nei pressi dell'abitazione del maresciallo, per questo conosceva Matilde, essendo la moglie dell'uomo; lei dava una mano al marito
in bottega stando alla cassa, intanto lui serviva i clienti al banco.
Arrivò il magistrato accompagnato dal brigadiere, un agente che guidava l'auto e Valerio, il mezzo dove viaggiavano fu seguito da un altro per il trasporto del cadavere, con a bordo il medico legale e l'assistente che era alla guida.
Il giudice dopo indagini e rilievi del medico legale, che dopo un primo esame oltre ad ipotizzare da quanto tempo la donna fosse stata assassinata, disse che probabilmente fu prima ferita alla gamba, mentre
era inseguita, ipotizzò che fosse stata stuprata e poi uccisa con un colpo a bruciapelo.
Fece prelevare il cadavere e portare a Gragnano per l'autopsia.
Il maresciallo << Signor giudice conoscevo la donna come conosco il marito che è un macellaio del comune di Lettere, ho già chiamato in caserma perché venga rintracciato.
Lui, Andrea, conosceva anch'egli la donna, ha avuto degli incontri con essa, nel momento dell'omicidio
era al campo in tenda a dormire, ci sono testimoni e poi non ha un'arma.
Il ritrovamento del cadavere è stato fatto dal signor Flavio e la sua fidanzata, intenti in un'escursione
in zona insieme ad altri ragazzi, è tutto verbalizzato, il verbale è in caserma.>>
Ritornati alla caserma, il magistrato, letto il verbale, volle risentire Andrea sugli incontri avuti,
chiedendogli del primo luogo: il mulino in cui fu portato dalla donna.
Predispose un sopraluogo per l'indomani, nel quale Andrea li avrebbe dovuti accompagnare.
Il maresciallo chiese in caserma se si fossero messi in contatto con i colleghi di Lettere
perché contattassero il marito della vittima, gli venne detto che li avevano contattati,
però non erano ancora stati richiamati.
Flavio chiese se l'indomani mattina si fossero dovuti presentare in caserma, gli venne detto
che per accompagnarli nel sopraluogo sarebbe bastato Andrea e che non era necessario
la loro presenza.
I tre salutarono il magistrato, Catiello e lasciarono la caserma, dirigendosi alla parrocchia.
Raccontarono tutto ai sacerdoti, con i quali decisero che sarebbe stato padre Vincenzo ad accompagnare
il terzo di squadriglia al macinatoio, insieme agli agenti e al magistrato, mentre Flavio e Valerio sarebbero tornati al campo.
Il giorno seguente padre Vincenzo e Andrea uscirono dalla chiesa per recarsi alla caserma,
dovettero attendere l'arrivo di Catiello, che arrivò dopo mezz'ora, il quale chiese agli agenti
se fossero riusciti a rintracciare il signor Alongina tramite i colleghi di Lettere: i carabinieri di stanzia
nel paese, dove l'uomo risiedeva, non erano riusciti a rintracciarlo; a casa non avevano trovato nessuno,
il telefono continuava ad essere muto e la bottega era chiusa.
Aurelio si mise in cammino per la valle, raggiunse il luogo d'incontro con la fanciulla, ma non v'era
e tantomeno non vi era nessun messaggio posto sotto il preciso masso.
Decise di proseguire verso il mulino della ragazza.
Fece una buona fetta di strada prima che la sua attenzione venisse catturata da uno scampanellio: era Anna a bordo della sua bici e con Black a seguito.
Catiello, padre Vincenzo, Andrea e altri tre agenti appena giunto il magistrato, a bordo di due auto
si diressero al mulino nella scarpata.
Aurelio << Ciao Anna, ti cercavo.>>
Anna << Davvero?
Stavo raggiungendo il nostro posticino per lasciarti un messaggio.>>
La ragazza smontò dalla bici, lasciandosi abbracciare e baciare dal ragazzo.
Aurelio << Sono stato anche lì.>>
Anna << Come mai mi cercavi, volevi dirmi qualcosa?>>
Aurelio << Oltre per ricordarti che ti amo, ero preoccupato sapendo che girovaghi per la valle.>>
Anna << Preoccupato?
E cosa vuoi che mi succeda; inizi ad essere geloso?>>
Aurelio<< Notti fa, dal campo, abbiamo sentito degli spari, poi durante un'escursione abbiamo trovato
una donna assassinata.>>
Anna << Mio Dio!
E chi è potuto essere a far ciò, queste sono zone tranquille.
Di dov'è e chi è la donna, si sa?>>
Aurelio << Di Lettere, il maresciallo dei carabinieri di Gragnano la conosceva, essendo lui di lì:
è la moglie del macellaio che ha la bottega vicino all'abitazione dell'agente.
Uno dei ragazzi l'ha incontrata un paio di volte per la valle.>>
Anna << Sono da sola al mulino mio padre è dovuto tornare ad Amalfi tre giorni fa e non è ancora tornato. Ho timore stare da sola ora che ho appreso la notizia, povera donna!>>
Aurelio << Ti accompagno e se vuoi resto con te al mulino, fino a quando arriva tuo padre,
però poi digli di accompagnarmi al campo.>>
Anna << Grazie!
Certo che glielo dico, a lui non dispiacerà accompagnarti, speriamo che non dica nulla sul fatto
che sono sola con te, va bene che gli diremo il motivo.>>
I due si diedero un bacio poi si diressero al mulino.
Aurelio con una mano portava la bici e l'atra la teneva sulla spalla della ragazza,
il cane precedeva i due, fermandosi ogni tanto per un bisognino fisiologico e per attenderli.
Aurelio, soprattutto per stemperare << Ti ricordi quelle parole che ti dissi sulla spiaggia ad Amalfi?>>
Anna sorridendo << Hai cambiato idea, non le pensi più?>>
Aurelio << Certo che le penso!
Volevo dirti che tali parole le presi da un autore che è inserito in un'antologia di poesie, non ricordo
il nome, mi colpirono i versi di una poesia che voglio declamarti, anzi due, dedicate ad un amore
di gioventù, di cui il poeta ne portava il ricordo vivo in sé.>>
Anna << Ma che poeta sei che dedichi e declami versi altrui?>>
Aurelio << Se vuoi te le declamo?>>
Anna << Certo!
La prossima volta però voglio essere dedicata qualcosa di tuo, no di altri che l'hanno dedicato
ad altre.>>
Aurelio, dopo aver sorriso, declamò:
Il tuo ricordo è latte delle api
per il cuor mio.
Un dì t'incontrai in terra lontana
e ancor inonda
la tua immagine
l'animo mio.
Eri perla di quel luogo,
con la corvina chioma
che scendeva sugli inviolati seni,
mentre gli occhi
erano tutt'uno con essa
e il dolce sorriso
illuminava il mondo.
Ivi ebbi i miei trascorsi,
in quel paradiso in terra,
e miele fu il nostro amore.
Or non restano a me
che rimpianti
dell'agir di quel che fu
verde età.
Aurelio << Egli avrà incontrato questa lei in uno dei suoi molteplici viaggi all'estero, appunto in terra lontana, essendo lui un viaggiatore in età giovanile, un amore di cui portava il ricordo vivo in sé
anche con il passare degli anni.>>
Declamò di nuovo:
Incedere nei tuoi passi vorrei,
nel tuo avviluppo asfissiare
e dal tuo sguardo discernere; quel desio
d'essere emozione
traboccante dalle tue guance
e verbo che ti vezzeggia le labbra…
Vorrei che fossi
l'albeggio e vespro,
genesi ed epilogo.
Bronzee sinuosità sei, nonché
carezzevole tormento.
Anna << Racchiudono rimpianti che trafiggono il cuore.>>
Aurelio<< Questa l'ho scritta io, ieri sera l'ho finita, la metafora è che non sempre in amore si fanno
le scelte giuste, essendo l'amore un sentimento birichino e imprevedibile:
Lambiva appena il cielo l'aurora
e già l'infrangersi del mare
burrascoso al nuovo giorno si presentava,
dopo aver trascorso la notte
senza trovar tregua…
Sulla battigia il mare s'infrangeva
mentre lei di lì passava,
persa in una fuga senza meta,
con la sola zavorra di lacrime,
che da cristalli di brina,
il viso le percorrevano.
Dallo sciabordio delle onde
i piedi si lasciò accarezzare, intanto
che si rincorrevano in un gioco
che ai giorni di fanciulla
a lei trasportava, prima
che dell'attraente lago s'innamorasse,
che con il suo fare mendace la sedusse,
sol che dopo la sua natura rivelò
e nel fondale di fango la imprigionò.
Il sale delle lacrime
si unì a quello del mare
e quieto lui divenne
cingendola in una carezza.
Ella s'immerse per congiungersi
all'amore verace, che l'accolse
tra le vigorose ma pur tenere braccia… >>
Anna<< Questo capita alle donne: noi quando siamo innamorate lo siamo per davvero e doniamo tutte
noi stesse; vi permettiamo di entrare in noi, nel corpo e nell'anima, e ciò è il dono più grande
che una donna possa fare ad un uomo, speranzosa che lo apprezzi.>>
Il maresciallo Catiello chiamava continuamente via radio per sapere se vi fossero notizie del marito
della donna, ma puntualmente gli veniva riferito che non si riusciva a rintracciarlo.
I due ragazzi arrivarono al mulino, attraversarono il ponte che sovrasta il torrente e si diressero all'ingresso, Keir non era né all'interno né tantomeno nei dintorni del fabbricato.
Anna aprì la porta, entrarono e si sedettero sul divano scambiandosi effusioni, buttando ogni tanto
lo sguardo alla porta.
La ragazza si chiedeva come mai il padre non fosse ancora di ritorno.
Condusse Valerio a vedere la tela sul cavalletto all'interno della torretta: stava dipingendo
uno scorcio di Amalfi vista dal mare: lo spunto lo prese alla gita.
Catiello, gli agenti, padre Vincenzo, il giudice e Andrea giunsero poco distanti dal vallone.
Fermato il veicolo, essendo che c'era da camminare per un buon tratto a piedi, il prete, insieme
al conducente, restò in auto, mentre gli altri proseguirono.
Il graduato, prima di avviarsi, chiamò per l'ennesima volta in caserma per chiedere se vi fossero novità
sul marito della donna, ma puntualmente gli venne detto che non vi erano novità.
Keir non aveva ancora fatto ritorno, la ragazza si chiedeva come mai, non l'aveva mai lasciata da sola.
I due fidanzatini si sedettero ai due lati del tavolo e per passare il tempo si misero a fare una partita a carte, mettendo in palio un gelato che chi avrebbe perso avrebbe dovuto pagare all'altro.
Aurelio << Se dovessi perdere vorrei offrirtelo a Napoli, ci verresti?>>
Anna << Mi piacerebbe fare un giro a Napoli, ci sono andata un paio di volte.>>
Aurelio << Vorrei farti conoscere la mia famiglia, una domenica potresti venire a mangiare a casa mia.>>
Anna << Non pensi di correre un po' troppo?>>
Aurelio << Non faccio le cose tanto per farle.>>
Si alzò e distendendosi con il busto sul tavolo diede un bacio alla ragazza.
Coloro nei pressi del mulino nel vallone raggiunsero il costone iniziando la discesa, arrivarono al piccolo pontile ricoperto dalla vegetazione e sorretto da un'impalcatura in pietra, alla loro destra varcarono l'entrata posta sull'edificio, si trovarono in un cortile, erano difronte a quello che fu l'edificio
che dava sul retro e alla loro sinistra vi era la strutta ancora totalmente in piedi.
Nell'ambiente si trovava ciò che fu descritto da Andrea ma anche, in fondo, due aperture e in una vi era una scala in muratura che conduceva al secondo livello, lì, sulla parete laterale alle scale c'erano un girasole e una libellula in ferro: entrambe le raffigurazioni coprivano metà parete.
Sul pavimento vi erano tre triangoli delimitati da marmi e all'interno, per tutta la lunghezza delle forme geometriche, foglie di felci bruciate; i tre triangoli erano posti con due che erano di fianco e l'altro inserito capovolto tra i due.
Vi era un forte odore di bruciato, le pareti intorno e il soffitto erano anneriti dal fumo; sulla parete accanto a quella dove vi erano il girasole e la libellula c'era una finestra.
Dal piano si accedeva ad un terzo: lì sopra vi erano delle bottiglie di grappa Julia sul pavimento, alcune piene e altre vuote, le seconde con sopra delle candele nere.
Catiello chiese ad Andrea se la sera dell'incontro con la donna avesse visto tutto ciò, lui disse che si erano fermati nel piano d'ingresso e che la mattina seguente uscì dal mulino senza guardarsi intorno.
Vennero fatte delle foto e fecero ritorno all'auto, il maresciallo chiese al collega sul posto se i colleghi
alla caserma avessero dato notizie, gli venne detto di no.
Salito a bordo chiamò lui, dicendo di chiamare i colleghi di Lettere per farli chiedere un mandato
di perquisizione per l'abitazione di Alongina, chiusa la conversazione, prima di partire, decise di dirigersi
a Lettere a parlare direttamente con i colleghi.
Fu lo stesso sottoufficiale a mettere al corrente il prete sul sopraluogo, il quale chiese se si potesse accompagnare lo scout al campo, Catiello diede disposizione che ciò fosse fatto; avrebbero anche accompagnato padre Vincenzo e il magistrato a Gragnano.
Anna e Aurelio mentre giocavano a carte e pensavano cosa mangiare videro comparire sull'uscio keir.
Anna << Papà ma cosa hai fatto?
Stavo in pensiero, mi hai lasciata da sola.>>
Keir << Hai ragione, anch'io ero in pensiero che tu stessi da sola.>>
Anna << Ho incontrato Aurelio per la valle e quando mi ha raccontato che hanno trovato una donna morta mi sono spaventata, gli ho chiesto di accompagnarmi e farmi compagnia, sperando che tu tornassi.>>
Keir << L'ho letto sul giornale, si dice che sia di un paese vicino.>>
Anna << Perché non potevi tornare, cosa è successo? >>
Keir << Nulla di preoccupante, si era rotta la frizione della macchina, sembra niente venire per questi sentieri.
Ho dovuto attendere che Isidoro, il meccanico, l'aggiustasse.>>
Anna << Perché non accompagniamo Aurelio al campo e torniamo a casa?>>
Keir << Mangiamo e poi andiamo, anche Aurelio sarà affamato.>>
Anna << Va bene!>>
Accompagnato il prete alla parrocchia e il giudice alla caserma Catiello si recò dai colleghi a Lettere.
Pima di tornare a Gragnano decise di passare di persona a casa dell'uomo, ma nessuno aprì.
Chiesero alle persone di zona ma nessuno aveva visto Alongina.
Al maresciallo e agli agenti non restò che tornarsene alla cittadina gragnanese.
Padre Vincenzo essendosi svegliato uscì dalla camera da letto, aveva riposato, e recatosi nello studio incontrò Flavio e Carla, i quattro si sedettero attorno alla scrivania per ascoltare intanto che il nostro prete raccontava, mentre la perpetua, con la scusa delle faccende domestiche, sembrava volersi trattenere
nella stanza, come se quel discorso gli interessasse.
 

XV cap.

Di Alongina non vi era traccia, non lo si riusciva a rintracciare, all'abitazione non v'era nessun segnale
di presenza; i carabinieri di Lettere continuavano a telefonare e a recarsi sia a quest'ultima
sia alla bottega, che continuava ad essere chiusa.
Matilde era stata prima ferita alla gamba, raggiunta denudata e stuprata, dopodiché venne uccisa, i vestiti che avrebbe indossato non vennero trovati nei pressi del luogo del ritrovamento né altrove, tantomeno altri bossoli di colpi esplosi.
Si era capito di un coinvolgimento di più persone, aveva segni ai polsi e alle caviglie come se fossero stati trattenuti energicamente.
Tocco ai genitori il riconoscimento e l'essere messi accorrente sull'assassinio, gli venne risparmiato il dolore di sapere della violenza subita.
Il feretro fu portato nella chiesa, in attesa dei funerali, nei pressi dell'abitazione che la vide venire
al mondo, i parenti della donna impedirono ai familiari di Alongina di accedere al tempio, essendo
che avevano sempre saputo dei comportamenti dell'uomo e anche se non vi fossero ancora le prove
della sua colpevolezza davano a lui la colpa della morte.
All'intervenire del religioso a sedare gli animi il padre di lei ebbe a dire: un genitore fa tanti sacrifici
per mettere al mondo e a crescere una figlia, che non solo la si deve vedere affrontare le peripezie
della vita, la si deve veder soffrire accanto ad una persona indegna.
In paese, della morte di Matilde parlavano tutti con dolore, la conoscevano come una persona,
se pur riservata, socievole e disponibile verso gli altri.
Si sapeva, se pur quando fossero a vedere marito e moglie insieme apparivano una famigliola felice,
che chiusosi l'uscio di casa alle spalle si viveva un vero e proprio inferno per lei.
Bartolomeo e la moglie erano due persone avente due caratteri e due personalità agli antipodi,
lui quando la conobbe e iniziò a corteggiarla si mostrava in altre vesti, sembrava non appartenergli l'agire del padre, ma da dopo il matrimonio, che avvenne un anno e mezzo dopo il fidanzamento ufficiale, tirò fuori il suo vero animo.
La donna era l'ultima di sette figli, tutte femmine, di una famiglia che abitava nella stessa zona
in cui Matilde e il marito abitavano: tra l'acquedotto svevo e il santuario di S. Anna; era lì che si trovava
ora per ricevere l'ultimo saluto.
Dalla tenda di Guglielmo e Aurelio vidi quest'ultimo uscire, senza che indossasse la divisa, e issatosi lo zaino in spalla lasciare il campo.
A S. Sebastiano i preti non erano ancorano desti e la perpetua ancora doveva arrivare,
quando il telefono iniziò a squillare senza che nessuno potesse rispondere; squillò a lungo, poi cessò.
A Lettere i funerali ebbero inizio, l'interno della chiesa come lo spiazzale antistante erano gremiti,
nello stesso tempo alla stazione dei carabinieri della cittadina arrivò la disposizione per la perquisizione
a casa Alongina, venne avvisato Catiello che chiese se potesse essere presente, per questo i colleghi avrebbero atteso che lui arrivasse la mattina seguente, prima di agire.
Il telefono a S. Sebastiano, ora che qualcheduno poteva sentirlo, non squillava più.
Aurelio muoveva i suoi passi per la valle, la cui meta, al contrario del viandante Antonio, gli era certa.
Al campo, poco prima di pranzo arrivarono padre Vincenzo e don Alfonso, questa volta giunsero con l'auto di quest'ultimo, il nostro parroco portò a far visitare il campo al don, il quale aveva intenzione di aprire
un gruppo scout.
Il nostro prete chiese di Aurelio, il capo reparto prendendolo per il braccio lo condusse lontano da orecchie altrui e si mise a parlare con lui.
Flavio di ritorno chiese al don se già conoscesse qualche ragazzo che si sarebbe voluto iscrivere,
egli disse che di sicuro molti ragazzi che frequentavano l'oratorio ne sarebbero stati felice,
allora il capo lo invitò a scegliere quattro ragazzi tra i più grandi, che di sicuro sarebbero entrati a far parte dell'associazione, e farli venire al campo per due giorni per potersi farsi un'idea,
ma che nello stesso tempo un componente di ogni squadriglia si sarebbe dovuto recare per la stessa durata
alla chiesa, essendo che non vi era posto per pernottare.
Già così com'era il numero in una tenda di cinque posti era allucinante, figuriamoci con l'aggiunta
di un'altra persona
Don Alfonso avrebbe parlato in oratorio con i ragazzi e gli avrebbe fatto sapere.
Aurelio era giunto a Gragnano ed era per quelle vie che si aggirava.
A S. Sebastiano squillo di nuovo il telefono, questa volta era presente Concilia che poté alzare la cornetta, ma l'interlocutore dall'altra parte restò muto, fino a quando la donna, infastidita, riattacco interrompendo la chiamata.
La celebrazione dei funerali della povera Matilde erano terminati, molti concittadini l'accompagnarono
fino al cimitero e attesero che ritornasse alla terra.
Ci chiedemmo perché dell'allontanamento improvviso di Aurelio, era l'unico dello staff con cui si poteva avere a che fare, adoperandoci di scegliere dove montare il forno da campo.
Trovato il luogo scavammo un perimetro di circa due metri quadrati e profondo dieci dita, dopodiché andammo alla ricerca di pietre per poter riempire la buca, le posammo dal livello del terreno di altre dieci dita in superfice, assicurandoci che la costruzione avesse la possibilità di avere appoggiata una struttura
in modo stabile; al disotto di ogni strato di pietre, le quali venivano appianate con mazzola e piccozza, venne fatta una colata di terra, acqua e foglie.
Aurelio raggiunse lo stazionamento, il peso dello zaino e la passeggiata si facevano sentire nelle gambe
e sulla schiena, l'autobus non v'era, si sedette su una panchina nei pressi del parcheggio,
gli occhi gli divennero pesanti fino a chiudersi, distesosi usando lo zaino come cuscino s'addormentò.
Lo raggiunsero i preti con l'auto, scese il nostro parroco e andatogli accanto lo svegliò
con una sonora sculacciata, ebbe un soprassalto poi abbasso le gambe e si mise seduto, padre Vincenzo
si sedette accanto a lui, si misero a parlare per una decina di muniti, poi raggiunsero il don all'auto
e insieme si diressero alla chiesa.
Lo scout sapeva che Anna, fino a quando non si sarebbe saputo il motivo e catturato il colpevole dell'omicidio, non si sarebbe recata alla valle.
Aurelio ci teneva a continuare la relazione sbocciata e intuiva che non aveva molto tempo, essendo
che il periodo del campo giungeva al termine e a settembre sarebbe dovuto partire per Londra;
lasciò il campo per potersi recare ad Amalfi.
Gli fu suggerito, dai preti, di soggiornare a Gragnano, così gli sarebbe stato più facile raggiungere
la cittadina amalfitana la mattina.
Don Alfonso approfittò della presenza dello scout perché potesse spiegare ai ragazzi i principi
dello scautismo, cercando di convincerli nel seguirlo nel progetto di costituire un gruppo.
Nell'ufficio squillò per l'ennesima volta l'apparecchio telefonico, la cornetta venne alzata, a farlo
fu don Alfonso <<Pronto chi parla?>>
L'interlocutore con voce sottile<< Sei tu Alfonso?
Sono Carlo.>>
Il prete << Ciao Carlo, si sono io Alfonso, come va?
Sapevo che non stavi molto bene, mi fa piacere sentirti.>>
Carlo << Mi sento un po'meglio, ti volevo chiedere una cortesia: potresti raggiungermi al più presto all'hotel?
Prima di farlo chiama i miei figli e cerca di venire almeno con uno di loro, fammi questa cortesia,
venite senza preavviso e chiedete di accompagnarvi alla mia camera.
Non avvisate la mia consorte.
Ora attacco, venite al più presto.
Ciao!>>
Don Alfonso, in apprensione, aprì uno dei cassetti dinanzi a lui e tirò fuori la rubrica telefonica,
cercò i numeri dei figli di Carlo, il primo che gli balzò agli occhi lo compose: il figlio dell'uomo restò
in silenzio mentre ascoltava, i due si misero d'accordo che si sarebbero trovati la mattina dinanzi all'hotel, secondo entrambi era meglio non perdere tempo, si salutarono e attaccarono le rispettive cornette.
Nella stanza entrò padre Vincenzo che vedendo il don preoccupato gli chiese il motivo, Don Alfonso
lo pregò di sedersi prima che gli raccontasse il tutto.
Aurelio nell'oratorio, al quale non si accedeva dalla chiesa ma si trovava su uno dei lati dello stesso
edificio, era attorniato da ragazzi e ragazze che lo tempestavano di domande.
Catiello non parlava mai del suo lavoro a casa, ma quella volta lo fece: riferì alla moglie che l'indomani mattina si sarebbe proceduto con la perquisizione in casa Alongina.
Non vedeva l'ora di rintracciare Bartolomeo e che si facesse luce sulla vicenda, la moglie si soffermava
a chiacchierare del più e del meno con Matilde quando capitava che andasse in bottega o alla domenica quando si incontravano alla fine della messa.
La mattina presto, nell'abitazione Catiello suonò la sveglia, il maresciallo si recò in bagno per le pulizie personali, la moglie si era già alzata dal letto per preparare il caffè mentre i loro figli ancora dormivano
nei loro lettini.
L'uomo terminata la doccia si diresse in camera da letto indossando la canottiera di cotone, gli slip e calzini, tutti di bianco, iniziò a indossare la divisa e per ultimo indossò il cappello dopo aver calzato le scarpe;
in uniforme si recò in cucina per consumare il caffè preparato dalla consorte, che prima di porgergli
la tazzina gli fece un sorriso d'affetto.
A Gragnano alla chiesa di S. Sebastiano don Alfonso chiese a padre Vincenzo se gli potesse fargli la cortesia di celebrare la messa essendo che lui non vedeva l'ora di raggiungere Amalfi per dirigersi all'hotel.
Aurelio decise di restare per fare compagnia al nostro parroco e assisterlo durante la celebrazione;
giunse Concilia, non sapeva della telefonata della sera prima e del partire del don, fu il nostro parroco
a metterla accorrente.
Il maresciallo giunse alla stazione dove gli dissero che avevano chiesto l'intervento dei vigili del fuoco
per aprire l'abitazione di Alongina, essendo che continuavano a chiamarlo telefonicamente senza avere risposta, Catiello chiese da quale località dovessero giungere, gli venne detto dal comune
di Castellammare di Stabia, distante da Lettere circa dieci chilometri.
Andrea e Valerio insieme a Flavio, a bordo della 500, si recarono a Gragnano per acquistare l'occorrente
per il forno.
L'abitazione di Bartolomeo Alongina si trovava in una traversa stretta e in salita, era ubicata
in una palazzina singola con un primo piano sul quale vi erano due appartamenti, uno di esso era dove abitava l'uomo; a livello della strada si trovava il portone d'ingresso, sovrastato da un terrazzino, e un locale adibito a garage; i due appartamenti affacciavano ai due lati opposti del palazzotto.
Don Alfonso stava percorrendo la strada che lo avrebbe condotto sulla costa, da est verso ovest, a bordo della sua Autobianchi A112 Abarth rosso fiamma, conosceva bene quella strada, l'avrebbe potuta percorrere ad occhi chiusi: era natio di S. Lazzaro, un paese che avrebbe incontrato via facendo
e che distava dalla meta circa una mezz'ora di cammino, metà strada.
I pompieri arrivarono, Catiello e tre colleghi erano accanto a due gazzelle: delle Alfa Giulia.
Si mise accorrente gli spegna fuoco che si doveva giungere alla casa di una persona scomparsa
e che bisognava scardinare la porta per potervi entrare, fecero vedere il mandato.
Un capannello di persone si compose, incuriositesi nel vedere i componenti dei due corpi confabulare
e che saliti sui rispettivi mezzi si diressero alla palazzina, vi giunsero in pochi minuti, alcune persone seguirono il convoglio, altre si radunarono in loco; noto era in paese che il macellaio era sparito.
Entrati nel portone, salite le scale e arrivati davanti la porta della casa bussarono, dall'abitazione frontale uscì una donna, alla quale prima i carabinieri chiesero se avesse visto Alongina e poi le consigliarono
di tornare in casa e chiudere la porta per sicurezza, anche perché c'erano dei bambini.
I vigili del fuoco iniziarono a scardinare la porta dell'abitazione dell'uomo.
Don Alfonso era ad Amalfi e si stava dirigendo all'hotel in via delle Cartiere.
Flavio, Andrea e Valerio arrivati a Gragnano e acquistato un bidone in lamiera, delle staffe, del fil di ferro, una griglia e un tubo di un metro, che sarebbe stato usato per canna fumaria, si fecero indicare
dal negoziante un fabbro, dal quale si sarebbero fatti fissare le staffe, il tubo e la griglia, dopo che avesse fatto i fori, oltre a tagliare il fusto.
Il prete era arrivato nei pressi dell'hotel, parcheggiato l'auto scese vedendo più in là i figli dell'amico Carlo: vennero entrambi.
I tre si riunirono, si misero prima a chiacchierare sulla vicenda, entrati si avvicinarono al banco
della reception; i ragazzi non avevano bisogno di presentarsi perché i dipendenti sapevano chi fossero.
Uno dei due disse all'impiegato che il padre la sera prima li aveva chiamati e che li voleva vedere.
Donna Lidia aveva dato ordine di non disturbare il signore e la chiave la teneva lei,
non era in hotel, per questo l'uomo all'accoglienza provò a chiamarla a casa senza successo,
poi chiamò l'addetta alle camere e con il passe-partout li fece accompagnare alla camera.
Gli scout raggiunsero il fabbro, scaricarono il bidone dal portabagagli e con il resto del materiale entrarono nella bottega, spiegarono all'artigiano il lavoro che desideravano; pattuito il prezzo l'uomo si mise a lavoro. Valerio Flavio e Andrea pranzarono a Gragnano, terminato il lavoro del fabbro caricarono il forno realizzato sul portabagagli e fecero ritorno al campo.
La porta della casa di Alongina fu aperta, sembrava che non ci fosse nessuno, Catiello chiamò l'uomo
con il suo nome, ma non vi fu risposta, si percepiva un odore di chiuso e di quando non vengono fatte
le pulizie da giorni, varcato l'uscio percorsero il corridoio, su un lato vi era una camera, aprirono la bussola per vedere se ci fosse qualcuno, ma era vuota, sul lato opposto si trovava un'altra camera anch'essa
con la bussola chiusa, fu aperta e lì fu trovato Bartolomeo: stramazzato sul letto matrimoniale completamente ubriaco, con intorno delle bottiglie di whisky J&B.
Dormiva, Catiello aprì la persiana della finestra spalancando le ante.
Fecero riprendere l'uomo, lo portarono in bagno e riempita la vasca lo immersero, rinsanito fu fatto lavare e vestire, mentre si svolgeva la perquisizione: non fu trovata nessuna arma, ma in cucina, nell'angolo
tra il muro e il piano cottura, uno degli agenti si accorse che al disotto di alcune mattonelle vi era il vuoto,
sollevate, avvolto in un lenzuolo, trovarono il mantello e la catenina con il medaglione che Matilde indossava la prima volta che incontrò Andrea.
Bartolomeo Alongina venne prelevato, davanti al portone della palazzina una vera e propria folla
di persone, che vedendo l'uomo uscire con carabinieri e vigili, gli inveirono contro.
Le persone per la strada vedendolo lo insultavano.
Fu portato all'interno della stazione, venne interrogato e comunicatogli la morte della consorte, a questa notizia cominciò a prendersi a schiaffi e a disperarsi: all'ennesima litigata l'aveva insultata, uscì di casa
per andare a giocare a carte, il giorno seguente, rientrato verso le dieci del mattino, la moglie non c'era, aveva chiamato i genitori di lei pensando che fosse da loro, più le ore passavano più era disperato e iniziò
a bere; gli erano ignare le uscite notturne della consorte e delle passeggiate per la valle.
Le urla di rabbia delle persone che erano in strada si facevano sentire, gli furono chiesti i nomi e i numeri
di telefonici delle persone con cui era a giocare a carte all'ora del delitto, l'uomo li diede e quando
fu verificato l'alibi fu rilasciato.
All'hotel, mentre il don con i figli di Carlo, la governante e il personale di turno erano sul piano
della camera, li raggiunse donna Lidia che cercò d'impedire che accedessero alla camera,
cosa che fece più insospettire i tre, che chiesero alla cameriera di aprire.
Guardato la titolare che gli fece un cenno quasi rassegnato aprì: l'uomo era allettato, riusciva a parlare
con un fil di voce, la finestra era chiusa, vi era un'aria viziata irrespirabile; inveì più a gesti che con il parlare contro la moglie, poi si mise a piangere mentre fu abbracciato dal sacerdote e dai figli.
La donna non entrò, restò sotto l'uscio della porta, si dovette chiamare un autoambulanza per portarlo all'ospedale: dovette arrivare da Ravello e lì che fu portato.
Donna Lidia cercò di dare delle spiegazioni dietro alle pressanti domande, la governante e i dipendenti
riferirono che nessuno era autorizzato ad entrare, nemmeno per fare le pulizie e che non si sapevano
le condizioni di Carlo; la moglie dell'uomo scoppiò in un apparente pianto a dirotto, poi con una scusa
si volatilizzo.
Al campo arrivarono Flavio, Valerio e Andrea con il forno da campo fresco di costruzione,
accorremmo a dare una mano a scaricarlo e trasportarlo sul basamento, al bivacco il capo reparto
volle che il giorno dopo fosse provato, preparando la cena per tutti e cenando tutti insieme.
Si mise ai voti cosa si sarebbe cucinato, si optò, per maggioranza, per coniglio con patate.
 

XVI cap.

La cittadina di Ravello è stata poggiata su di una rupe; lo sguardo, rivolto al mare, dall'abitato oltrepassava l'orizzonte: è ciò che Carlo stava guardando dalla finestra della stanza dell'ospedale, mentre attendeva
che i figli lo andassero a prendere dopo la dimissioni.
Si era ristabilito in fretta, in fondo la consorte gli somministrava un farmaco che lo facesse stare fortemente spossato, confinandolo a letto.
Alle spalle dell'uomo vi era una camera con quattro lettini: due erano occupati da persone della sua età,
sul terzo un ragazzo appena adolescente e accanto il padre seduto sulla sdraio, il quale era rimasto
durante la notte e che insieme attendevano il giungere della madre; su quello del sig. Carlo ormai
solo la borsa con all'interno le sue cose.
Nella mente gli brulicavano mille domande e mille perché: donna Lidia, che sembrava così premurosa
nei suoi riguardi, si era rivelata tutt'altro di ciò che mostrava d'essere ai suoi occhi e perlopiù in quei giorni
non si era né fatta viva né sentire.
Avrebbe voluto trovare una compagna capace di colmare il vuoto lasciato dalla prima moglie, per questo si lasciò trasportare dalle lusinghe dell'attuale consorte, senza accorgersi o non volersi accorgere dell'indole
e del fine di lei, preferì mettersi contro i figli, contrari alla relazione da sempre.
Ad Amalfi donna Lidia aveva fatto perdere le sue tracce, in hotel non si era più recata da quel giorno
che don Alfonso e i congiunti di Carlo scoprirono le condizioni di quest'ultimo; sembrava che non ci fosse nemmeno in casa: le ante alle finestre, che davano sulla strada, erano chiuse.
Intanto che i figli si prendevano cura del padre in albergo era lo stesso personale a preoccuparsi che tutto procedesse per il meglio nell'attività; erano molto legati all'uomo e ai suoi figli, i quali li conoscevano
da bambini.
Carlo dalla finestra scorse l'auto di uno dei figliuoli avvicinarsi e parcheggiare nei pressi dell'ospedale,
dal veicolo scesero entrambi; non attese che salissero, prese la borsa e dopo aver salutato gli altri degenti
si precipitò fuori dalla stanza e poi all'uscita.
Raggiunse i due nell'ingresso dell'edificio, i tre si strinsero insieme in un abbraccio senza dire una parola,
si diressero all'auto e dopo aver messo la borsa nel portabagagli salirono a bordo, Carlo si volle sedere
sul sediolino posteriore, si distese e chiuse gli occhi, anche per evitare di dover parlare.
In quei chilometri che l'auto stava percorrendo verso Amalfi nella mente percorreva quel periodo
della sua vita che alla fine lo aveva visto finire in ospedale.
Ad Atrani, la cittadina prima dell'amalfitana, si interruppe il silenzio: il più grande dei figli gli chiese
se volesse recarsi a casa sua per trascorrere tutto il tempo che voleva, i tre nipoti lo attendevano, soprattutto la più grande, la quale aveva una sorte di venerazione per il nonno, da molto tempo
non lo incontravano, a casa ci sarebbe stata anche la nuora, la quale aveva avuto sempre
gran rispetto e affetto per quest'ultimo: Carlo acconsentì, ma prima volle passare in hotel per salutare
e recarsi su casa a prendere dei vestiti e dei documenti.
Aurelio quella mattina aveva lasciato presto la chiesa di S. Sebastiano, ancor prima che i preti si alzassero dai rispettivi letti, essi sapevano che non avrebbero trovato il ragazzo, essendo che a cena quest'ultimo
li aveva messi accorrente che il giorno seguente si sarebbe recato ad Amalfi.
A piedi raggiunse lo stazionamento degli autobus, prima d'imbarcarsi si fermò al bar nei pressi
della fermata e fece colazione con cappuccino e cornetto con crema e amarena.
Le indagini sull'omicidio di Matilde sembravano che non portassero in nessuna direzione e tantomeno
si trovava spiraglio per venirne a capo.
La valle era continuamente ispezionata dai carabinieri di tutti i paesi limitrofi, soprattutto da quelli
di Gragnano, non vi era giorno che il maresciallo Catiello non passasse al campo.
Soprattutto il mulino nel vallone era tenuto d'occhio, dopo che furono fatti altri sopralluoghi.
L'auto con a bordo Carlo e i suoi figli era giunta ad Amalfi e si stava dirigendo in via delle Cartiere,
in hotel nessuno sapeva dell'uscita dall'ospedale e dell'arrivo dell'uomo, tantomeno donna Lidia.
Al campo, la sera prima, Flavio chiese di scegliere autonomamente alle squadriglie un componente
che sarebbe andato a trascorrere un paio di giorni a S. Sebastiano, mentre quattro ragazzi dell'oratorio avrebbero soggiornato al campo per fare esperienza.
L'auto si fermò e venne parcheggiata davanti all'ingresso dell'albergo, i tre scesero e si affrettarono
ad entrare all'interno della hall; l'impiegato all'assistenza aveva il capo chino intento a scrivere
su un registro quando ad un tratto si trovò i tre davanti, si distolse da ciò che stava facendo e avvicinato Carlo, emozionato, lo abbracciò.
L'uomo all'accoglienza chiamò gli altri che lavoravano nell'albergo, che fecero festa al titolare, scusandosi per il fatto di non essersi accorti delle sue condizioni chiuso nella camera.
Uno dei figli disse che era meglio che andassero via, essendo che dovevano ancora passare a casa
e che poi il padre aveva bisogno di riposare, l'altro figlio restò in albergo.
Raggiunsero il palazzo accanto e entrati nel portone raggiunsero l'appartamento,
dinanzi alla porta Carlo suonò il campanello più volte, ma nessuno andò ad aprire e allora prese il mazzo
di chiavi che aveva in tasca e trovata quella giusta la infilò nella serratura e aprì: non aveva mandate,
come se ci dovesse essere qualcheduno all'interno.
Le luci erano spente, Carlo dall'interruttore accanto alla porta accese la luce nel corridoio.
L'appartamento era formato da un lungo andito diviso in due: nella prima parte, dove vi era
la porta d'ingresso era divisa dal resto del calpestio da un arco in muratura, prima del quale
vi era la prima stanza e dopo il quale vi erano altre camere, una di essa era quella matrimoniale,
la bussola di quest'ultima era aperta, accesa la luce notarono che il letto era completamente disfatto,
come se a coricarsi non fosse stata una sola persona.
Carlo senza dire una parola raggiunse l'armadio nella camera, l'aprì e prese una cassettina di metallo
da una mensola in alto, la pose sul letto e dopo aver ripreso il mazzo di chiavi dalla tasca con una di esse l'aprì, si accertò che all'interno vi fosse ciò che cercava, la rinchiuse e la lasciò sul letto, raggiunse
il comodino accanto al lato dove dormiva e dal cassetto prese degli oggetti ponendoli anch'essi sul letto,
il figlio prese una valigia da sopra all'armadio dicendo al padre di mettere degli indumenti all'interno;
Carlo raccolse gli indumenti e li sistemò nella valigia, insieme alla cassettina e agli oggetti che aveva poggiato sul letto, quando quest'ultima fu chiusa il figlio prese la valigia in consegna e uscirono
dalla camera.
Il padre prima di andare disse di dover andare in bagno e così fece, mentre il figlio lo andò
ad attendere accanto alla porta d'ingresso dell'appartamento, attraversò il restante corridoio dove vi era un'altra camera, arrivò infondo, sulla parete frontale vi era la cucina con a un lato una salettina nella quale vi era una bussola chiusa e sull'altro lato la porta dalla quale si accedeva al bagno, aprì la porta,
accese la luce e agli occhi gli balzò che dal muro mancava un mobile, il quale, voltando lo sguardo, lo vide nella vasca, la quale era piena d'acqua fino all'orlo; chiamò il figlio, che si precipitò, si guardarono in volto mentre il genitore indicava la vasca, dopodiché si diedero una mano per togliere il mobile: nell'acqua
era immersa, al disotto del mobile, una coperta di ciniglia arrotolata come se all'interno ci fosse qualcosa.
Immersero le braccia ai due capi del tessuto ma Carlo non ce la fece a tirare su la coperta,
per questo pensarono di togliere il tappo per far defluire l'acqua; con la vasca prosciugata iniziarono
a srotolare la coperta facendo in modo che si potesse vedere ciò che faceva da peso aggiunto.
Suonò il campanello della porta in fondo al corridoio, l'uomo e il figlio si alzarono dallo stare chini
e mentre il primo attese seduto sul coperchio del water il secondo uscì dal bagno e si diresse verso la porta d'ingresso, nel frattempo il campanello suonò altre due volte.
Arrivò e prima di aprire chiese chi fosse: il fratello restato in albergo era salito anche lui.
Aperto e chiusisi la porta alle spalle si misero a parlare di ciò che uno di loro e il padre avevano trovato
nella vasca da bagno, s'incamminarono per raggiungere Carlo, accanto alla vasca finirono di srotolare
la coperta, facendo in modo che fosse rivelato ciò che avvolgeva: donna Lidia.
Era morta, non aveva ferite sul corpo, completamente nuda con mani e piedi legati con del nastro adesivo.
La coperta fu chiusa in modo che la donna fosse coperta.
Carlo e uno dei figli andarono in cucina a sedersi sulle sedie accanto al tavolo, intanto l'altro raggiunse
il telefono posto su una colonna nel corridoio e chiamò i carabinieri, riferendo il tutto e chiedendone
l'intervento.
Chiusa la conversazione raggiunse i due nella cucina: i tre restarono seduti in attesa che giungessero
le forze dell'ordine.
Al loro arrivo, in via delle Cartiere e dinanzi al palazzo iniziarono a soffermarsi delle persone locali e non,
i carabinieri fermata l'auto davanti al portone salirono all'abitazione, al suono del campanello
i tre si alzarono in simultanea e insieme andarono verso la porta d'ingresso, che fu aperta per far entrare
il comandante insieme altri due agenti.
Richiusa la porta, intanto che si recavano in bagno, uno dei figli di Carlo, quello che aveva fatto
la scoperta insieme al padre, spiegò ciò che avevano trovato e cosa avevano fatto dal momento
in cui erano entrati in casa, fino al ritrovamento della donna avvolta nella coperta e immersa
nella vasca piena d'acqua, nonché del mobile su di essa.
I carabinieri non poterono far altro che costatare il trapasso di donna Lidia e chiamare il magistrato
per le indagini del caso e il medico legale.
Donna Lidia giaceva nella vasca da bagno, con i lembi della coperta che celavano il corpo nudo,
Carlo con i figli erano intorno al tavolo insieme ai carabinieri intenti a rispondere alle domande
di questi ultimi.
Fu proprio il padre a raccontare iniziando dal fatto che la donna lo teneva da un bel po'
in una camera dell'albergo impedendo a tutti di accedervi, fino a quando ebbe la forza di chiamare
il suo amico don Alfonso che giunse a liberarlo insieme ai figli, riferì che coloro che lavoravano in hotel erano all'oscuro delle sue condizioni e che dal momento che era giunto in ospedale fino a quella giornata non aveva avuto notizie della moglie.
Il comandante chiese se si potesse dare un'occhiata in giro, il padrone di casa acconsentì e lo accompagnò, iniziando dalla camera da letto.
L'agente notò al disotto del letto, all'altezza della spalliera della pedata, una valigia, chiese a Carlo
come mai stesse lì e se sapesse cosa ci fosse all'interno, lui disse di non averla mai vista
e di non sapere l'eventuale contenuto, nello stesso tempo si abbassò per tirarla fuori,
notò che non dovette sforzarsi nel prenderla, come se fosse vuota, aperta rivelò l'unica cosa
che conteneva.
Dalla valigia venne fuori lo stesso mantello color petrolio che aveva Matilde,
in questo caso la libellula e il girasole erano ricamati: in rosso l'insetto e in oro il fiore.
Carlo non sapeva il significato di quell'indumento, non lo aveva mai visto indossato dalla moglie,
pensò che lo avesse comprato durante la sua forzata assenza, il comandante sapeva invece
che uno identico, con gli stessi simboli ma non cuciti, fu trovato a casa della donna uccisa alla valle.
Il magistrato giunse nell'appartamento e dopo anche il medico legale, entrambi erano stati accompagnati nel bagno, laddove giaceva donna Lidia, furono raggiunti da Carlo e il carabiniere, che riferì al togato
del ritrovamento del vestiario.
Intanto che il coroner, insieme ai suoi assistenti, faceva i rilevi e le prime indagini gli altri si trovarono
in cucina: il marito della donna e i suoi figli dovettero rispondere anche alle domande
del magistrato.
Uno dei figli, sotto richiesta del magistrato, si recò in hotel per far salire a turno i dipendenti, non doveva dir nulla della morte e ad ognuno interrogato fu raccomandato di non riferire nulla ai colleghi.
Il magistrato, preso atto del ritrovamento di ciò che accomunava Matilde e donna Lidia, pensò che i due casi erano collegati.
Almeno per questo caso era sicuro che gli omicidi e la vittima si conoscessero: non vi erano segni
di effrazione per accedere nell'appartamento, non mancava nulla perché nulla fu sottratto e si presunse che l'albergatrice morì dopo che ebbe un rapporto sessuale consensuale con più uomini; ci sarebbero voluti almeno due persone per immobilizzarla, legarle mani, piedi e preso la coperta avvolgerla in essa ancora viva e poi portarla di peso in bagno, poggiarla nella vasca riempendola d'acqua; perché fu immerso il mobile non si seppe dare risposta.
Carlo i figli e coloro che furono chiamati dall'hotel dalle indagini e dagli interrogatori, che proseguirono
nei giorni seguenti, risultarono estranei ai fatti.
Andrea era in via delle Cartiere, sempre più attorniato da persone incuriosite come lui del giungere
delle forze dell'ordine, si era saputo che erano in casa dei proprietari dell'hotel, senza che si sapesse
il motivo.
Decise di allontanarsi, proseguire per via delle Cartiere gli era impossibile dato la calca di persone, oltrepassò il duomo e piazza Flavio Gioia; pensò di prendere il prossimo autobus per Gragnano.
Intanto che procedeva verso lo stazionamento in lontananza vide Anna e Olga, proseguì in modo
che le potesse raggiungere, alle loro spalle << Anna! >>
Anna << Cosa fai da queste parti?>>
Aurelio << Sai, sono affascinato da questi luoghi.>>
Anna << Davvero!>>
Aurelio << Ho lasciato il campo per alcuni giorni, per recarmi ad Amalfi dalla mattina, sono giunto
alla buonora.
Sono stato in via delle Cartiere, c'è una calca di persone nei pressi dell'hotel, ci sono le forze dell'ordine,
sarà morto qualcuno per giungere i carabinieri, medico e magistrato; me ne sono andato prima
che si sapesse di preciso.>>
Entrambe le ragazze << Oh mio Dio!>>
Anna << Ho trascorso la giornata di ieri a casa di Olga, ho anche trascorso la notte, mio padre è al mulino, ha preferito non portarmi, torna domani mattina.
La mamma che mi ha visto crescere ha insistito e io ci sono andata con piacere.
Dove ti stavi dirigendo?>>
Aurelio << Stavo dirigendomi allo stazionamento per tornare a Gragnano, non sapevo
dove incontrarti.
Vi ho viste da lontano e vi ho raggiunte.>>
Olga << Perché non torniamo a casa mia, vieni anche tu Aurelio, mia madre ha cucinato gli spaghetti
con cozze e per secondo cefalo scaldato con il limone. >>
Anna << Vuoi venire?
La famiglia di Olga è molto ospitale, oggi pomeriggio parti per Gragnano.>>
Aurelio << Ok andiamo, oggi pomeriggio accompagno prima te a casa e poi vado a prendere l'autobus.>>
I tre s'incamminarono verso il porto turistico ed era subito dopo l'imbarcadero che si trovava l'abitazione
di Olga: una caratteristica casa di pescatori, essendo suo padre un pescatore.
L'appartamento che affacciava sul mare non era molto grande, in esso abitavano, oltre ad Olga e al padre,
la madre, altre quattro sorelle e la nonna ottantenne.
Olga era una bellissima ragazza dai tratti tipici mediterranei, aveva sempre uno smagliante
e sincero sorriso sulle labbra.
Era più grande di Anna di un paio d'anni, non aveva avuto l'opportunità di continuare gli studi
oltre la scuola media; era molto educata e cortese.
Il suo sapere era anche frutto della lettura, divorava leggendo qualsiasi cosa che la potesse aiutare
ad apprendere e informarsi.
Nell'anno a venire si sarebbe sposata con quello che era il suo fidanzato, Tulio, che con i genitori
e i fratelli era proprietario di due ristoranti nella la costiera amalfitana.
La famiglia della ragazza fu ben felice di conoscere e avere ospite Aurelio.
Erano verso le quattro quando i due lasciarono l'abitazione, si diressero in via delle Cartiere e all'abitazione della ragazza.
Aurelio chiese ad Anna se in uno di quei giorni gli andasse di trascorrere una giornata a Napoli, gli disse
di chiederlo anche ad Olga e Tulio, Anna non disse di sì, ma che glielo avrebbe chiesto all'amica
se le andasse di andare a Napoli loro quattro.
Dell'uccisione di donna Lidia ad Anna lo riferì una vicina d'abitazione.
Alla chiesa di S. Sebastiano la messa era appena iniziata, non vi erano molti fedeli, in prima fila di un lato erano seduti padre Vincenzo e la perpetua.
Aurelio entrato bagnò le dita nell'acquasantiera facendosi il segno della croce, da un lato della navata avanzò verso l'altare, si sedette accanto al nostro parroco, il quale si accorse che il ragazzo era pensoso
e chiese se fosse successo qualcosa, avvicinato la bocca verso l'orecchio del prete disse della morte della moglie di Carlo.
Al termine della messa i due insieme a Concilia raggiunsero il don sull'altare, Aurelio riferì anche a lui
della morte di donna Lidia.
La perpetua si allontanò dai tre come presa da un morso di tarantola, dirigendosi verso l'uscita della chiesa, non si girò neppure per farsi il segno della croce prima di uscire, il don si mise le mani prima sul viso
e poi sulla pelata.
 

XVII cap.

In una riunione dei capi squadriglia si decise, sul costone da dove si scorse il corpo di Matilde, di costruire un tabernacolo con sopra una cappella nel cui interno sarebbe stata posta una statua
della Madonna Addolorata, per lasciare in loco il ricordo del nostro vissuto, ma soprattutto in memoria
di vita spezzata tragicamente.
I capi pattuglia lo riferirono ai vari componenti e anche che chi aveva un'idea di sviluppare un progetto.
Una decina di scout, compreso me, essendo che fu il mio il prescelto, partirono insieme a Flavio per recarsi sul luogo e mettere in opera la costruzione: avrebbe avuto una colonna inserita in un basamento
di fondamenta a forma quadrata, lunga e larga sessanta centimetri, con una cupola sovrastante,
nel cui interno sarebbero stati scritti i nostri nomi, di una trentina di centimetri in altezza
e con il diametro della misura della colonna.
A opera compiuta, ci volle qualche giorno perché fosse finita, Flavio andò a prendere padre Vincenzo mentre tutto il reparto si recò sul posto, lì attese il loro arrivo.
L'auto poté arrivare fino ad un certo punto, il restante percorso il sacerdote e Flavio lo dovettero farlo
in un paio di tappe per la stanchezza del primo.
Il prete benedì il costruito, celebrando delle preghiere alle quali partecipammo; ritornò alla chiesa riaccompagnato da Flavio dopo che trascorse il resto della mattinata con noi senza che si tornasse
al campo.
A S. Sebastiano don Alfonso era in apprensione perché la perpetua non si era presentata e tantomeno nessuno dei fedeli, ai quali il prete aveva chiesto alle celebrazioni, l'aveva vista in paese.
N on rispondeva nemmeno alle telefonate che il don le faceva a casa.
Padre Vincenzo parlò della costruzione, dicendo al don che gli avrebbe fatto piacere che la vedesse,
egli rispose che si poteva organizzare chiedendo al suo compaesano di accompagnarli.
All'indomani si era al giorno in cui i quattro scout si sarebbero recati a Gragnano per permettere ai ragazzi di prendere il loro posto in squadriglia, per quanto riguarda la nostra squadriglia Dario
s'immolò autonomamente, all'accoglimento della sua richiesta da parte di Valerio preparò lo zaino
e si diresse, dopo averci salutato, all'auto di Flavio; costui attendeva i componenti delle varie squadriglie per accompagnarli a S. Sebastiano e prelevato i ragazzi di don Alfonso.
I quattro per un paio di giorni avrebbero cambiato aria, di certo alla chiesa non avrebbero oziato,
qualche lavoretto padre Vincenzo glielo avrebbe trovato e poi non dimentichiamo come venimmo messi sotto le fatiche dalla perpetua al nostro arrivo, quando trascorremmo la prima giornata alla chiesa.
Aurelio non si era recato più ad Amalfi come era nei suoi progetti, ma si trovò coinvolto nell'organizzazione dell' interscambio culturale: dovette istruire e informare i ragazzi che dovevano recarsi al campo,
i quali si dovettero procurare tutto ciò che occorreva per soggiornare e pernottare, in oltre doveva badare agli scout che giunsero.
Flavio era giunto dinanzi S. Sebastiano, parcheggiato fece scendere i ragazzi dicendogli di scaricare le loro cose, si diressero nella chiesa, attraversata la navata entrarono in sacrestia, non vi era nessuno,
si diressero al piano superiore su cui si trovavano due camere, il bagno e la cucina; ai fornelli vi era Aurelio
che stava preparando il pranzo, oltre a lui vi erano i preti.
Don Alfonso<< Buongiorno ragazzi avete mangiato?
Noi stiamo per farlo, unitevi!>>
Concilia continuava a non recarsi a svolgere le sue mansioni.
Il prete aveva cercato di mettersi in contatto, da qualche parrocchiana gli giunse voce che aveva
una relazione con un uomo, però non si sapeva chi di preciso: lo si era visto entrare ed uscire dalla casa della donna nelle ore più disparate.
Al don infastidivano le chiacchiere di paese per cui non dava importanza a tali voci, anzi era solito bacchettare durante le prediche i pettegolezzi, soprattutto delle suocere del don: così apostrofava,
in modo affettuoso, le donne che frequentavano in modo abitudinario e quotidiano la chiesa,
compresa la sacrestana.
Erano verso le tre quando ad uno ad uno iniziarono a giungere a San Sebastiano i ragazzi che si sarebbero recati al campo, al giungere dell'ultimo Flavio decise che era il momento di partire e quindi fece montare
gli zaini dei gragnanesi sul portabagagli dagli scout e dopo che i ragazzi del paese salutarono il don,
che si raccomandò, partirono.
Dario, Fausto, Alfredo e Cosimo dovettero iniziare a rimboccarsi le maniche: insieme ad Aurelio dovettero rassettare la cucina.
Nel pomeriggio, mentre i preti riposavano, gli scout lasciarono la chiesa per fare un giro in paese,
discesi i gradoni davanti all'ingresso proseguirono avendo la chiesa alla loro sinistra, passarono dinanzi
al campanile con gli archi e l'orologio, fatte alcune decine di metri proseguirono districandosi
tra le stradine, si trovarono all'incrocio di una strada principale sul cui lato opposto c'era una piazzetta,
con al centro una fontana, nel cui interno campeggiava un palazzo con un colonnato, sotto il cui si trovava
un bar gelateria e pasticceria.
Al difuori del locale vi erano dei tavolini con attorno delle sedie e un calcio balilla: intorno al tavolino accanto al gioco dei ragazzi assistevano ad una partita dei loro amici, intorno ad un altro,
quasi al lato del bar che dava sulla piazza, sedevano degli uomini che giocavano a carte, mentre intorno
a loro ve ne erano altri che avevano da ridire sul loro modo di giocare; accanto ad uno vacante si sedettero Aurelio e i ragazzi, le cui divise suscitarono il solito scalpore e curiosità: un anziano azzardò di chiedere
a che forze armate appartenessero.
L'assistente capo chiese cosa prendessero, tutti optarono per il gelato, chi a cioccolato,
fragola e stracciatela.
Si recò all'interno per ordinare, lui prese un caffè e visto il telefono a scatti in un angolo del locale
decise di fare una telefonata a casa, avvicinatosi alla cassa chiese se fosse possibile usare l'apparecchio,
gli fu detto di sì e quindi alzata la cornetta compose il numero.
Ad alzare la cornetta dall'altra parte fu la sorella, la quale, dopo averlo salutato e chiesto
come stesse, oltre a chiedergli quando sarebbe tornato, gli disse che era da sola in casa, mentre i genitori erano usciti per recarsi a casa della sorella della madre perché la loro cugina, il giorno prima, si trovò
a vivere una brutta esperienza per le vie di Napoli.
Aurelio restò ad ascoltare il racconto della sorella, alla fine del quale chiese le condizioni
della cugina.
Il ragazzo dopo aver dato sue notizie riferì che quasi di sicuro sarebbe andato a casa nei prossimi giorni, facendo una sorpresa, la sorella gli chiese di cosa si trattasse, ma lui le disse che avrebbe chiamato
e salutata attaccò.
I ragazzi degustavano il gelato che gli era stato offerto da Aurelio, il quale chiese di fare un'altra telefonata, questa volta compose un numero di Amalfi, dell'abitazione in cui viveva Anna, ad alzare la cornetta
fu il sig. Keir, Aurelio dopo un attimo di tentennamento<< Buongiorno sig. Keir sono Aurelio
il ragazzo scout, si ricorda?>>
Keir << Ciao, certo, dimmi, come mai hai telefonato?>>
Aurelio<< Anna mi diede il numero, volevo chiedervi se ci fosse e se potesse passarmela.>>
Keir<< Ok, adesso la chiamo e te la passo.>>
Anna che già era giunta alle spalle del padre nei pressi dell'apparecchio telefonico<< Papà chi è?>>
Keir << Ah tu già stai qua!
Vogliono te, è Aurelio.>>
Il padre porse la cornetta alla figlia e si recò in cucina, si sedette al suo posto a tavola a guardare
la televisione.
Anna<< Pronto, sei tu Aurelio?>>
Aurelio<< Si ciao Anna come stai, cosa stavi facendo?
Spero di non averti creato problemi con tuo padre.>>
Anna << Stavo rassettando, non preoccuparti, non sei venuto più ad Amalfi?>>
Aurelio<< Mi ero anche trasferito qui a Gragnano, alla parrocchia dov'è appoggiato il nostro parroco,
però hanno deciso di fare un interscambio tra ragazzi dell'oratorio che si sono recati a trascorrere
dei giorni al campo e degli scout che si sono dovuti recare alla chiesa per lasciare il posto; mi sono dovuto preoccupare degli uni e degli altri.
Ora sono con i ragazzi qui a Gragnano, ci siamo venuti a prendere qualcosa al bar, approfittando
di telefonare a casa e te.
Oltre a dirti che non vedo l'ora di rivederti per coccolarti e colmarti di baci, volevo chiederti, in riguardo
di fare una passeggiata a Napoli insieme a Tulio e Olga, se ti andasse di organizzarla,
tra qualche giorno mi libero, possiamo andare a pranzo a casa dei miei, prima ho telefonato e ho detto
a mia sorella che sicuramente in questi giorni sarei passato per casa per fare una sorpresa,
cosa ne pensi?>>
I ragazzi, che avevano terminato il gelato, iniziarono a fare capolino nel bar per vedere cosa stesse facendo l'assistente capo.
Anna << Ma io ho vergogna di venire a casa dei tuoi e poi non so Olga e il fidanzato.
Non ho mai lasciato mio padre una giornata intera da solo, dovrei iniziare a chiederlo a lui.>>
Aurelio<< Ci terrei tantissimo e poi ora manca poco che il campo finisca, approfittiamone.>>
Anna << Dopo inizio ad accennarlo a mio padre, non so cosa dirà e poi questa sera, quando mi incontrerò con Olga e Tulio ne parlerò.>>
Aurelio<< Sii convincente ti raccomando, ti chiamo, ti lascio perché i ragazzi fuori stanno diventando impazienti, ti mando un bacio, ciao!>>
Aurelio attaccò la cornetta, si diresse fuori dai ragazzi e chiese loro di entrare con lui uno alla volta
per chiamare le proprie famiglie.
Anna pensò di parlare prima con l'amica e poi con l'aiuto di essa convincere il padre,
ma alla domanda di quest'ultimo di come mai il ragazzo l'avesse chiamata ella rispose che l'ultima volta
che venne Tulio gli chiese se potesse accompagnarlo un giorno a Napoli e a limite con loro sarebbero andate anche lei e Olga.
Al campo giunse la cinquecento dalla quale smontarono i ragazzi giunti da Gragnano,
il grande capo chiamò l'adunata del reparto, accorsi fece le presentazioni, spiegò che avremmo dovuto coinvolgerli nelle nostre attività come se fossero stati dei veri e propri scout e li distribuì nelle varie squadriglie.
Il ragazzo che si accodò a noi falchi fu Giustino, un tipico fanciullo di campagna più che di paese, paffuto
e con guance di colore di chi ha appena bevuto del buon vino rosso corposo e sanguigno, aveva pochi capelli a taglio a scodella, i quali, lisci e sottili come spaghetti, gli scendevano su un capo tondo;
si rivelò un ragazzo al quale faceva piacere essere coinvolto in ogni attività e mansione.
A dire del vice squadriglia aveva uno zaino che pesava come un masso e per l'appunto da dentro,
posato sul tavolo del nostro angolo, tirò fuori, mentre le sue cose personali restarono all'interno:
un fiasco, con manico e base ricoperti di paglia e con tappo di sughero, in cui vi era del vino prodotto
dal padre, di un rosso che faceva restare tinteggiato il vetro del contenitore; un salame di produzione casareccia; un barattolo di pomodori secchi sott'olio e un casatiello, con quattro uova sode poste sopra
che lo guarnivano, fatto dalla madre.
Quando venne il momento di sistemarsi in tenda chiese di stare vicino all'uscita, fu accontentato.
La mattina seguente, era ancor prima del mio solito svegliarmi quando aprii gli occhi e decisi di indossare
la tuta, prendere le scarpette ed uscire.
Nello scavalcare gli altri sacchi notai che quello di Giustino era vuoto: lo trovai seduto al tavolo con la testa poggiata sulle braccia conserte sul piano, mi avvicinai e lui nello stesso tempo alzò la testa.
Io << Ciao, credevo che ti fossi addormentato sul tavolo.>>
Giustino << Ciao, meglio dormire nella stalla che lì terra chiuso dentro, sto qui da già un po'.
A che ora ci si alza?>>
Io<< Tra un po'.
Anch'io non riesco a stare molto lì, per questo mi alzo prima di tutti ed esco.
La mattina di solito faccio una passeggiata fino al mulino, vuoi venire?>>
Giustino<< Certo, ma dovrei andare in bagno, come fate voi?>>
Io<< Ci sono le latrine, ti faccio vedere dove sono, poi andiamo al mulino.>>
Vicino al tendone, senza che entrassi, gli dissi che all'interno vi era un vaso collegato ad una fossa biologica, un bidone con l'acqua, un secchio per buttare l'acqua nel sanitario e la carta igienica,
di quest'ultima disse che non l'aveva ma usata: a casa sua usavano i fogli di giornali.
Rimasi di merda, non sapevo che dirgli, non avevo idea dell'uso dei giornali.
Mentre lui era dentro lo attesi fuori, pensando di fargli vedere le docce e anche di queste, poi, mi rivelò
che neanche le aveva mai usate, ma almeno conosceva la vasca da bagno con rubinetto fisso,
perché quella era in uso a casa sua.
Intanto che girovagavamo Flavio e Guglielmo uscirono in simultanea dalle rispettive tende dirigendosi
verso la struttura dell'alzabandiera.
Dissi a Giustino, che era più grande di me di circa quattro anni, di fare la stessa cosa, essendo che stava
per esserci l'adunata mattutina.
 

XVIII cap.

Verso le otto ci fu la messa mattutina, celebrata da don Alfonso e servita per l'occasione da Alfredo e Dario.
Padre Vincenzo, Aurelio e gli altri parteciparono stando seduti sulla panca sinistra in prima fila,
sul lato dell'entrata della sacrestia.
Concilia non aveva mai mancato, come il resto delle suocere del prete, che erano sedute sulle prime
due panche sul lato opposto dove erano seduti il nostro parroco e gli scout.
Il celebrante durante la recita buttava continuamente lo sguardo verso l'uscita e le panche su cui sedevano le donne che avevano un'età che oscillava tra i cinquanta e più anni.
A loro si rivolse alla fine della messa, invitandole a trattenersi in sacrestia per chiedere se avessero saputo qualcosa di certo della donna e se qualcuna di loro si fosse potuta occupare delle varie faccende: nessuna
di loro aveva serie notizie, senza pettegolezzi, qualcuna disse che le tapparelle alle finestre della casa
della donna erano aperte, per il resto furono ben liete di mettersi all'opera, fino a quando colei che aveva quelle mansioni sarebbe tornata.
Don Alfonso entrato in ufficio prese il telefono e provò a chiamare Concilia, componendo il numero
più volte, ma in tutte le volte il telefono dall'altra parte squillò senza che nessuno rispondesse.
Chiamò in caserma chiedendo del maresciallo a cui riferì che da giorni la perpetua non si recava in chiesa
senza dare notizie e che nessuno l'aveva vista.
Per Catiello era presto per fare qualche azione, come una perquisizione, il giudice non avrebbe rilasciato
un mandato, non avendo elementi certi, cercò di tranquillizzare il sacerdote, dicendogli che non era il caso di preoccuparsi, poteva anche d'arsi che si fosse recata fuori paese, se pur non avendo dato spiegazioni
e avvisi, sicuramente li avrebbe dati al suo rientro.
Chiusa la telefonata un po' bruscamente, la quale non gli diede i risultati desiderati, si alzò dalla scrivania,
si diresse verso la porta dell'ufficio, l'aprì e come un fantasma si diresse verso l'uscita della chiesa,
dalla quale uscì senza professare parola e non curante che il tempo minacciasse il sopraggiungere
di un temporale.
A piedi percorse un chilometro, raggiunse la piazzola in cui vi era il benzinaio dove era sua consuetudine fare carburante all'auto, si diresse in una traversa interna in quei pressi e raggiunto un palazzotto
alzò gli occhi verso l'ultimo piano notando che se pur balconi e finestre fossero chiusi le tapparelle erano aperte.
Vide dei ragazzi all'esterno che stavano giocando con un pallone, ai quali chiese se avessero visto Concilia, nel frattempo dal portone uscirono due donne con una differenza di età di almeno vent'anni a cui fece
la stessa domanda, una delle donne disse di averla vista giorni prima di mattina presto,
poi di non averla vista più, con sé aveva delle borse.
Chiese alle donne se volessero accompagnarlo al piano dell'appartamento, queste accettarono essendo amiche della perpetua e perché conoscevano il sacerdote.
Arrivati dinanzi alla porta della casa suonarono il campanello per circa dieci minuti.
Il don visto che non vi era segno prese il mazzo di chiavi dalla tasca e con una di esse aprì la porta dell'ingresso: le luci all'interno erano spente, ma la luce dell'esterno dava luce all'interno.
Provarono a chiamare la donna, nel frattempo uscirono persone sul ballatoio del pianerottolo, fu chiesto loro se avessero visto Concilia, un'anziana confermò quello che aveva detto una delle donne. Nell'appartamento sembrava non esserci anima viva.
Don Alfonso disse di voler dare un'occhiata e chiese ad una delle donne incontrate giù e all'anziana
di entrare con lui, intimò agli altri di attendere fuori.
Sembrava non mancasse niente ed era tutto in ordine e pulito; la donna non c'era e non ve ne era traccia. Si iniziavano a sentire i primi tuoni e l'avvicinamento del temporale, decisero di chiudere le varie tapparelle e lasciare l'appartamento.
Stavano per uscire quando, passando dinanzi alla cucina, uno di loro notò sul tavolo una busta di lettera; era sigillata con sopra scritto: riservata per don Alfonso.
Il prete la prese senza esitazioni e senza professare parola e messa in tasca lasciò l'appartamento
con gli altri.
Sotto l'uscio disse che non vi era nessuno in casa, dicendo della lettera e che era riservata a lui.
Non si curò delle chiacchiere di palazzo che di sicuro ci sarebbero state.
Chiuse l'appartamento, salutò e lasciò lo stabile; riuscì a raggiungere il benzinaio in tempo per lo scatenarsi del temporale e si rifugiò nella casupola.
Le piogge estive con la stessa velocità con cui vengono così se ne vanno e il sacerdote senza doversi bagnare si incamminò verso la chiesa, vi entrò, fece il segno della croce con un inchino e attraversò
la navata, su alcune panche vi erano dei fedeli a cui ricambiò il saluto; le perpetue erano operose
e si davano da fare.
Dalla sacrestia si diresse in ufficio, s'infilò dietro la scrivania e senza sedersi aprì uno dei cassetti, toltosi
la lettera dalla tasca della tunica la depose in esso.
Chiese ad una delle donne se sapesse dove fosse padre Vincenzo, gli disse che era uscito con i ragazzi.
A pranzo, intorno al tavolo mentre consumavano il pasto, preparato dalle perpetue ad interim,
che già erano andate via, rivelò al nostro parroco che si era recato all'abitazione della donna
e che avendo le chiavi, in compagnia di altre persone, di cui due di esse gli avevano rivelato di averla vista alcuni giorni prima di mattina, aveva aperto l'appartamento nel quale però non c'era traccia di lei,
ma aveva lasciato una lettera sul tavolo in cucina non letta ancora.
Il prete cercò di tranquillizzare il don dicendogli che sicuramente in quella lettera vi era la ragione dell'allontanamento di sicuro volontario e che non era detto che era capitato qualcosa di brutto,
anche perché le donne gli avevano riferito che era da sola la mattina e che stava bene.
Continuò nel chiedergli se gli andasse il dopodomani di organizzare l'accompagnare con lui i ragazzi
al campo e da lì andare a vedere il tabernacolo che era stato costruito dove fu trovata Matilde,
disse di sì e che dopo avrebbe chiamato il macellaio per chiedergli se li accompagnasse.
Invece di telefonare i due preti uscirono dalla chiesa, intanto gli scout rassettavano la cucina, e presa l'auto
si diressero verso la bottega del macellaio, arrivati fermarono l'auto e scesi entrarono nell'attività commerciale, il beccaio era dietro al bancone e quando vide il don e padre Vincenzo uscì da dietro di esso
e salutò i due facendo il gesto del baciamano.
Chiese come mai di quella visita, se pur il don oltre ad essere un amico era cliente.
Il don gli chiese se non il giorno seguente ma l'altro avesse potuto accompagnarli alla valle,
l'uomo, se pur dispiaciuto, disse che aveva degli impegni e non poteva condurlo, però propose di prendere
la sua auto: prese le chiavi e gliele pose.
Li fece attendere ed entrò nel retrobottega, quando ne uscì consegnò dei cartocci con fette d'arrosto, padre Vincenzo chiese di pagare e così il don ma l'uomo non volle.
I preti ringraziarono e usciti dalla macelleria salirono a bordo della macchina del macellaio,
lasciando quella del don dove era stata parcheggiata, la quale l'avrebbe ripresa quando avrebbe riportato quella che ora stava usando.
Aurelio e i ragazzi erano nello studio a guardare la televisione, i preti recatisi anch'essi riferirono
che tra due mattine si sarebbero recati al campo.
Così fu: dopo la messa mattutina il don avvisò i fedeli che non sarebbe stato in sede fini al pomeriggio; imbarcatisi tutti sulla jeep, non dimenticando i cartocci di carne, oltre agli zaini dei quattro ragazzi, partirono in direzione del campo, compreso Aurelio, che, con l'intenzione di ritornare, lasciò
le sue cose in chiesa.
Arrivarono al campo molto prima che si mettesse a cucinare per il pranzo.
Quando giunsero consegnarono la carne, i ragazzi presero i loro posti nelle squadriglie mentre i ragazzi dell'oratorio rassettarono le loro cose, entusiasti dell'esperienza; sicuramente l'entusiasmo scaturiva
dalla novità.
Il don, il prete, Flavio, Carla e Aurelio partirono per recarsi sul luogo del tabernacolo, l'auto del macellaio, più adatta a camminare sul fuori strada, guidata dal capo reparto, riuscì ad arrivare fin sul posto.
Il don visitata la costruzione si inchinò davanti alla statua della madonna recitando una preghiera,
gli altri si accodarono alla recita.
Volle scendere lungo il pendio fino dove fu trovato il corpo, il pensiero ritornò
alla sua perpetua, restò assorto per un po' prima di risalire e raggiungere con gli altri l'auto.
Nel pomeriggio a bordo della Campagnola i due preti, i ragazzi dell'oratorio e Aurelio,
che promise di far ritorno in tre giorni, partirono per Gragnano.
 

XIX cap.

Anna, uscita di casa, e Aurelio, sceso dall'autobus, si stavano per incontrare nella zona pedonale delimitata da alti e folti pini che s'affacciavano sul belvedere, che sembrava desideroso di tuffarsi in mare.
Sul marciapiede, dall'altro lato del parapetto, si trovano anfore di creta, nelle quali vi erano piantate,
in alcune, delle belle di notte dalle fantasie variegate, in altre fiori periodici e in quelle più alte alberelli
di piccolo fusto.
Dall'altra parte delle fioriere vi era la strada sulla quale s'ergeva il palazzo del comune.
La ragazza arrivò per prima sul posto, essendo che conosceva il luogo, a differenza del ragazzo che dovette chiedere informazioni sul come arrivarci.
Il cielo faceva a gara con il mare su chi era più limpido: anche piccole nuvole latitavano fin al visivo orizzonte.
Non v'era molta gente che passeggiava, al punto che la ragazza per far passare il tempo iniziò a contare quante di esse le passavano dinanzi.
Ai tavolini accanto al bar, incorporato nel palazzo sulla carreggiata, vi era seduto un uomo che mentre leggeva un quotidiano e beveva un Negroni si lasciava abbronzare dal sole.
Aveva l'aspetto di quei tipi che si prodigano nel dimostrare d'essere dei playboy, se pur squattrinati; portava delle lenti a specchio come quelli che in spiaggia non vogliono far notare che non fanno altro
che guardare femminili corpi in costume.
Anna diede le spalle alla strada, per cui non vide Aurelio arrivare.
Trascorsero qualche minuto sul belvedere, poi si diressero al bar.
L'uomo che era seduto accanto ad uno dei tavolini se ne era andato.
I ragazzi occuparono quello che si trovava più all'ombra; quando il cameriere chiese l'ordinativo optarono entrambi per una Tassoni con granita di limone.
Consumato Anna lo accompagnò a fare un giro podistico.
Durante la passeggiata i due incontrarono Olga, con la quale si misero a conversare sul fatto di andare
a trascorrere una giornata a Napoli, loro più Tulio, e nell'occasione di andare a pranzo a casa dei genitori
di Aurelio.
Anna chiese all'amica se l'aiutasse a convincere il padre sull'escursione.
I tre si diressero all'abitazione di Keir per chiedergli se avessero potuto.
A parlare con il padre di Anna finirono per andate lei e Olga mentre Aurelio ripartì per Gragnano.
Virgilio era da qualche ora dinanzi alla caserma dei carabinieri di Gragnano e non faceva altro che passare da un marciapiede all'altro, camminando a capo e spalle chine e le mani luna nell'altra dietro la schiena: ogniqualvolta che arrivava sull'uscio del portone sistematicamente tornava sul lato opposto
della strada.
I piantoni all'entrata dell'edificio lo guardavano senza dire nulla e senza intervenire.
Era più trasandato del solito, con i capelli che ognuno andava per fatti suoi e che chissà da quanto tempo non incontravano lo shampoo; la barba sembrava un cespuglio selvatico battuto dal vento e i vestiti parlavano di che pasti si era cibato da giorni a dietro.
Virgilio era a macinare metri tra la caserma e il marciapiede opposto, i piantoni non facevano neppure più caso a lui e le persone con cui incrociava i passi erano incuranti, tranne un gruppo di ragazzi, adolescenti, che passando di là iniziarono a burlarsi di lui: ma non batté ciglio e neppure cambiò postura
da quella che aveva assunto.
Una Citroen GS1220 parcheggiò lateralmente l'ingresso dell'edificio dell'arma, a scendere dall'auto
fu il brigadiere Dicristo; ancor prima di chiudere la portiera, notato il capannello giovanile che attorniava Virgilio, sbeffeggiandolo, si avvicinò redarguendo i ragazzi e facendo in modo che s'allontanassero.
Uno dei due piantoni disse al superiore che era da ore che l'uomo faceva avanti e indietro.
Dicristo chiese a Virgilio come mai stesse facendo ciò.
Prima non ci fu risposta, restò fermo sul posto restando con il capo e le spalle chine con le mani legate dietro la schiena, poi farfugliò: so cosa è successo alla valle.
Il carabiniere chiese all'uomo se gli andasse di prendere qualcosa al bar, così avrebbero potuto parlare
in tranquillità, lui annuì.
Si diressero al bar nei pressi, entrambi presero una graffa e un cappuccino.
All'interno del locale non vi fu risposta ad alcuna domanda, usciti Dicristo gli chiese di attendere lì fuori, l'uomo disse che avrebbe atteso, si diresse a prendere l'auto, accanto ad essa si tolse il cappello e lo depose nel portabagagli.
Ritornò a prendere Virgilio.
A bordo dell'autovettura il carabiniere gli chiese se volesse recarsi a casa sua per darsi una pulita e avere degli indumenti puliti.
Il brigadiere gli riferì che nell'abitazione non c'era nessuno e lui si sarebbe potuto confidare senza problemi: accettò, forse per i modi garbati dell'agente.
Arrivarono a Casola, un paesino che distava un paio di chilometri da Gragnano, luogo di residenza
del brigadiere.
In una palazzina a due piani, alle spalle di un Cristo su una croce di legno in una grossa teca
ai bordi di una piazza, al secondo piano, si trovava l'abitazione in cui si trovavano.
All'uomo vennero dati un pantalone, una camicia, una mutanda, una maglia intima, un paio di calzini
e delle asciugamani pulite; fu accompagnato in bagno nel cui interno vi era una comoda vasca.
Mentre Virgilio si lavava il brigadiere andò in cucina e si mise ai fornelli.
Gli venne dato anche un paio di scarpe; il tutto datogli non era delle sue misure ma egli si adattò e fu grato.
Si sedettero a tavola, sulla quale vi erano dei piatti nei quali c'erano delle penne al sugo alla pizzaiola
e della carne; un bottiglione di vino rosso e pane.
Finito il pranzo, durante il quale Dicristo mise a suo agio Virgilio, non vi furono domande con l'intento
di forzare la conversazione sull'eventuale segreto.
Sparecchiato, seduti sulle rispettive sedie, il brigadiere << Ora mi vuol raccontare cosa faceva stamani dinanzi alla caserma andando avanti e indietro?>>
Virgilio<< Sono preoccupato e ho paura.>>
Dicristo<< Di cosa?
Di chi, dei carabinieri?>>
Virgilio<< Di loro non ho fiducia, essendo che mi accusarono ingiustamente di un reato che non commisi:
d'aver rapito, violentato e uccisa una bambina che frequentava la scuola di cui ero custode.
Il magistrato e il giudice finirono per rovinarmi la vita.>>
Dicristo<< E poi com'è andata?>>
Virgilio<< Trascorsi anni presero uno che aveva rapito, violentato e ucciso una bambina, il quale, sotto interrogatorio, ammise la colpa come confesso altri reati del genere, compreso quello di cui ero stato accusato io.>>
Dicristo<< Mi dispiace!
Ma è un segreto che riguarda lei, quello che vorrebbe raccontare?>>
Virgilio << No, per carità!
Io non c'entro.>>
Dicristo<< Le prometto che sarà tutelato e protetto, non tema.
Vuole parlarmene qui o vuole che andiamo in caserma?>>
Virgilio con voce tremula<< Trascorro molto tempo nella valle e in questi periodi mi rifugio in qualche mulino in cui bevo in santa pace e a volte trascorro la notte, si sta meglio soli con se stessi che tra mille persone a volte.
Dopo tanti anni trascorsi in galera voglio sentirmi libero.
Se pur c'è chi si prende cura di me mi sembra di rivivere gli anni trascorsi in prigione, essendo
che nel monastero le notti comunque le trascorro in una cella, certo non chiusa a chiave,
ma sempre cella è.>>
Dicristo velando l'impazienza di sapere<< Scusi questo che c'entra, mi dice il suo segreto?
Ho lasciato il lavoro per poterla ascoltare.>>
Virgilio<< Qualche notte fa, che stavo trascorrendo dentro uno dei mulini, sentii delle urla e dei colpi
di fucile, i fumi dell'alcol stavano sfumando, e mi svegliai di soprassalto.
Mi alzai e stando accanto all'uscio solo con parte del viso fino al naso, che sporgeva al difuori, vidi
una donna nuda correre disperatamente e dietro tre uomini che la rincorrevano.
Tenendomi a distanza e non facendomi scorgere li seguii, lungo il tragitto sentii un altro colpo.
Da sopra il costone fu esploso il colpo che la ferì.
Raggiunsero la donna accanto al torrente e si fiondarono su di essa come una torma in calore, violando
il suo corpo, se pur fosse ferita, e la sua anima, essendo che quando smisero la uccisero senza pietà.
Gli uomini si diressero per risalire il costone, mi nascosi e non mi videro.
Passarono a poca distanza da me, per cui potei notare, essendo che uno era a torso nudo, che costui aveva una cicatrice sul busto.>>
Dicristo<< E se pur di notte ha potuto vedere la cicatrice?>>
Virgilio<< Da dove ero riuscito a nascondermi mi passarono abbastanza vicini.
Solo quello che aveva la cicatrice era armato.
I visi non saprei descriverli, sarei incerto.>>
Dicristo<< Se rivedesse quella cicatrice da essa potrebbe riconoscere costui?>>
Virgilio<<Senza alcun dubbio.>>
Il carabiniere sembrava perplesso, decise di farsi accompagnare dall'uomo, dicendogli che voleva essere mostrato il luogo in cui vide la donna inseguita dai tre, fino giù al costone; prima che andassero in caserma per la deposizione.
Raggiunsero la valle, l'uomo si guardava in torno intanto che era in auto e l'autista guidava, arrivati accanto
al mulino, da dentro cui Virgilio aveva scorto la donna e gli inseguitori, l'auto si fermò.
Dicristo disse a Virgilio di avviarsi dentro al rudere, quest'ultimo rispose che non c'era niente lì dentro
e che era meglio che continuassero il tragitto, il carabiniere insistette, dicendo che dovevano scendere.
Mentre il carabiniere prendeva una cosa dal cofano dell'auto lui si sarebbe dovuto avviare all'interno.
L'ex custode si recò dentro il macinatoio.
L'agente, preso quello che doveva prendere, arrivò all'uscio, oltrepassato stramazzò a terra: fu colpito dall'uomo con una bottiglia che aveva lasciato vuota, il quale subito fuggi a gambe elevate, sospinto
da una forza giovanile.
Incontrò, durante la fuga, una jeep con due agenti che quando lo videro correre disperatamente
lo fermarono, lo tranquillizzarono, lo fece riprendere dalla corsa e si fecero raccontare come mai
tutta quella disperazione; un carabinieri era uno dei piantoni che lo vide nelle ore mattutine
fare avanti e indietro davanti alla caserma.
Virgilio raccontò tutto iniziando da quando aveva incontrato il brigadiere fino a quando lo aveva colpito.
Gli agenti si fecero accompagnare al mulino, giuntici videro Dicristo, che tenendosi con una mano la testa sanguinante, stava uscendo tenendo il fucile nell'altra mano.
Appena vide l'auto con anche l'uomo a bordo alzò l'arma, la prese con entrambe le mani, se la puntò
al disotto del mento, tenendolo con una mano per la canna e l'altra all'altezza del grilletto, e fece fuoco, stramazzando a terra, questa volta senza vita.
I tre si precipitarono fuori dall'auto, Virgilio non aveva spiegazioni sul perché fu raggiunto
nel mulino con l'arma.
Fu chiamata la caserma di Gragnano, sul posto giunse Catiello e molti carabinieri che non si davano risposta; giunse più tardi il magistrato e il medico legale.
Virgilio venne condotto in caserma, fu interrogato e rilasciò una dichiarazione, tornò al monastero. Raccontò la vicissitudine e poi restò chiuso nella sua cella per giorni.
 

XX cap.

Adorato don Alfonso, ero dubbiosa sul fatto di lasciare la lettera, essendo che potrebbe finire in mani sbagliate, però meritate di sapere.
A lei debbo tanto, dalla morte di mio marito siete stato uno dei pochi a starmi vicino in modo sincero,
a darmi un'occupazione, che dopo la partenza di mio figlio, che avete fatto in modo continuasse
e finisse gli studi e si potesse creare un avvenire, se pur lontano dalle sue radici e dall'unico affetto
che gli era rimasto, io, è diventata una sorte di svago che mi ha fatto venir fuori dal turbinio
della disperazione che già alla fine del mio consorte, da cui dipendevo ed ero legata come una nave
alla sua ancora, m'avvolgeva.
Non sono partita all'improvviso come potrebbe sembrare, è da tempo che organizzo il mio allontanamento, vi chiedo perdono sul fatto che l'ho tenuta o meglio ho dovuto tenerla all'oscuro, anche per tutelarla, essendo che se avesse saputo ciò che le sto per raccontare, conoscendola, non sareste stato a guardare
e fuori dalla vicenda.
Scrivo avendo timore di avere qualche visita che potrebbe bussare ed io sarei costretta ad aprire, soprattutto ora che sono le prime ore della sera, se pur siano visite che non hanno orari, è capitato a volte che tornavo dalla chiesa o da qualche altra mia uscita e trovato che ero attesa, allora dovevo salire
in compagnia.
Da qualche mese mi organizzo, lentamente e silenziosamente, facendo come si dice piccoli passi,
senza dare nell'occhio, meglio che sparisca da me, invece che venga fatta sparire in altro modo.
Debbo lasciare luoghi che mi hanno vista venire al modo e crescere, gli dico addio
con la morte nel cuore, ma purtroppo è la decisione che debbo prendere.
Sto scrivendo avendo le luci spente della casa, trovandomi con fogli e penna appoggiata sul cassetto dell'armadio, con due candela a farmi luce.
Domani è il momento, mi sono accertata che non potrei avere incontri o visite che renderebbero vano
tutto questo.
Con me porterò lo stretto necessario.
L'abitazione, che fu lasciata a mio marito da suo padre, la lascio alle vostre disposizioni: potrete darla
in affitto così com'è ammobiliata, con il pigione pagherete le eventuali spese che toccano al proprietario
e il rimanente per eventuali spese riguardanti San Sebastiano.
Lascio indumenti che mi farebbe piacere se venissero dati a chi ha difficoltà a comprarli.
Ora sedetevi e tenetevi forte: un tardi pomeriggio di un anno e qualche mese fa lasciai la chiesa e mi avviai verso casa dopo aver fatto delle compere, a poco più che a metà strada incontrai una persona
che mi è sembrato sempre avere atteggiamenti gentili, cortesi, una persona per bene in poche parole; avanzavo e lui veniva dall'attraversare la strada da un lato all'altro, mi salutò e io risposi cordialmente,
si fermò chiedendomi dove mi stessi recando, glielo dissi e facendomi capire di volermi fare una cortesia
mi tolse le borse dalle mani dicendomi che mi avrebbe accompagnata fino al palazzo;
mantenemmo un cordiale ed educato dialogo per tutto il cammino, arrivati accanto al portone d'ingresso mi accompagnò all'ascensore che purtroppo si trovava a pian terreno, ci si infilò dentro insieme a me senza chiedermelo o che io glielo chiedessi, oppure glielo facessi capire, sapevo che era una persona di cui fidarsi, per questo non ci stetti a pensare, ma appena la cabina iniziò a salire, tra il primo e il secondo piano bloccò l'ascensore con il pulsante "alt" e prima che io potessi dire qualcosa mi si fiondò addosso, mi chiuse
la bocca con una mano e con l'altra mi alzò la gonna, si abbassò la lampo dei pantaloni, mi spostò
le mutandine ed entrò dentro di me con tale violenza che percepii una fitta lancinante, ero paralizzata, volevo solo che finisse, non finì però, senza spostarsi dal mio corpo fece ripartire l'ascensore,
usciti mi prese per la gola intimandomi di non gridare e di aprire in fretta la porta di casa, superato l'uscio mi scaraventò in terrà, chiuse la porta e mettendomi a carponi mi montò sopra;
non saziato, si alzò mi prese in braccio e fattosi indicare la camera da letto mi portò sul talamo,
continuando a fare del mio corpo quello che voleva, non avevo la forza neppure di piangere, l'inferno continuò fino al mattino seguente, credevo che non l'avrei più visto e che sarebbe stata l'unica orrenda volta, ma mi minacciò e mi intimò di non dire nulla a nessuno, disse che dovevo essere la sua ancella, ero intontita, dolorante e avvilita, si fece dare il numero di telefono per farmi sapere quando ci saremmo dovuti incontrare; vi sono state altre volte, troppe volte; una sera, erano passate le undici quando suonò
il citofono e mi impose di scendere, mi attendeva in auto, ci salii e senza dire una parola e senza degnarmi di uno sguardo partì, avevo paura, ma non avevo il coraggio di chiedere dove andassimo, arrivammo
alla valle e inoltratoci fermò e spense l'auto, dovetti fare l'amore, si fa per dire, con lui; ripartimmo raggiungendo il mulino che si trova nel vallone, fermò di nuovo l'auto, questa volta chiesi cosa facessimo là, mi scaraventò quasi fuori dall'abitacolo, ci dirigemmo al punto in cui si scende per raggiungere
il macinatoio, arrivammo all'interno, vi erano ai muri torce accese, il cui fumo faceva ardere la gola
e irritare gli occhi, c'era un tavolo con sopra dei bicchierini pieni di un liquido fino all'orlo, fui presa da due uomini per sotto le braccia e il mio accompagnatore mi disse di bere, gli chiesi cosa fosse, era grappa,
gli risposi che ero astemia e a quel punto prese un bicchierino, lo alzò, mi abbassò la testa, me lo avvicinò alla bocca e fece in modo che ingurgitassi; andò avanti in bicchierino, in bicchierino, non ricordo quanto liquore ingerii, la gola bruciava, quando mi stordii i due che mi sorreggevano mi condussero
per una scala che portava al piano superiore, lì c'erano delle persone lungo la stanza con delle bottiglie
in mano e delle candele infilate dentro con la fiammella che ardeva, mi tolsero i vestiti, mi adagiarono
sul giaciglio di foglie e ad uno ad uno gli uomini vennero su di me a turno; terminato fui alzata
dallo squallido giaciglio a cui fu dato fuoco quando tutti erano scesi.
Fui riaccompagnata a casa da chi mi aveva condotto al mattatoio.
Costui di cui ora vi farò il nome è un insospettabile, si tratta di Paolo Dicristo, che svolge servizio
alla caserma di Gragnano in qualità di brigadiere dell'arma.
Penso che ora non crediate a ciò che ho scritto su questa persona, neanche io potevo immaginare
che potesse essere capace di tali azioni e che ci fossero persone capaci di tali azioni
La donna uccisa alla valle, Matilde, era quello che io ero per il carabiniere per un altro frequentatore
di quelle serate.
Fu ammazzata, per autorizzazione del Custos, perché desiderava uscire dalla malsana relazione
e dall'ambigua comunità.
Lei a differenza mia aveva molte frustrazioni e fu facile circuirla e plagiarla all'inizio, era molto fragile,
era in ricerca ossessiva di affetto; una persona con problematiche.
Diciamo l'amante, il brigadiere e un altro frequentatore, avuto il permesso, si misero d'accordo che l'uomo avrebbe chiesto a Matilde d'incontrarsi per l'ultima volta nella valle per parlare, ma all'appuntamento
si fecero trovare anche il mio aguzzino con il compare, che picchiarono e stuprarono la donna,
che però ad un tratto riuscì a svincolarsi e scappare, ma i tre la inseguirono, Dicristo prese prima il fucile dall'auto; la raggiunsero al torrente dopo averla colpita, la stuprarono di nuovo se pur ferita,
e alla fine fu uccisa dal brigadiere.
Me lo rivelò Dicristo.
Quello che può accadere al mulino è nulla difronte a quello che accade all'alcova del Custos, lì vengono condotte le fanciulle fragili, sbandate, che vengono circonvenute.
Questo luogo è il sito che è stato sigillato, altro che grotta degli angeli.
I due trovati cadaveri, sempre per bocca di Dicristo, sarebbero due adepti che tantissimi anni fa s'innamorarono, lui cercò di evitare che lei giacesse con altri uomini, una consuetudine, a quel punto furono condotti dal Custos di allora che li fece calare nel sotto suolo e lì restarono.
Vi sono donne sottomesse psicologicamente, soggiogate, costrette con la forza e altre complici che fanno parte di quella specie di setta, i cui componenti vogliono far credere che sia per il bene e la salvaguardia della valle, la chiamano Genepilogues.
Essa non è nata ieri, né l'altro ieri o l'altro ieri dell'altro ieri, si parla di un passato lontano.
La carica di Custos è tramandata segretamente, solo il predecessore conosce chi è a divenire il suo successore.
La bisaccia non so che origini abbia e di chi fosse stata, forse dei due che vennero calati?
A rubarla furono dei fedelissimi che sorvegliavano il luogo, si accorsero del calarsi dei ragazzi
e dopo li seguirono; non so dove possano averla portata.
Donna Lidia era una procacciatrice di vittime, non so perché sia stata uccisa, ma credo che dietro ci siano diversi interessi oscuri.
Dicristo quello che mi raccontava era di sua iniziativa, non osavo fare domande, ci sarà altro, ma non saprei, non so nemmeno perché mi raccontasse, forse per terrorizzarmi ancor di più, per cui non avrei parlato.
Degli altri adepti non so chi siano e da dove vengano, al mulino si è in penombra e tutti indossano
il mantello con il cappuccio.
Questo è il motivo che mi manda via.
Altro che girasole a rappresentare la radiosità della vita e la libellula a rappresentare la metamorfosi
della vita stessa.
Capirete se nella lettera ometto la mia destinazione.
Le lascio il mio abbraccio chiedendole un'ultima cosa: preghi per me e mio figlio.

Don Alfonso, seduto alla scrivania nello studio, aveva aperto il cassetto in cui vi era la lettera lasciatagli dalla perpetua.
L'aveva aperta e letta.
Si recò di corsa alla caserma, chiese di parlare con il maresciallo e indicatogli l'ufficio in cui era
si diresse da lui; Catiello lo fece accomodare accanto a sé sul divano che era nella stanza.
Il sacerdote cominciò a raccontare da quando Concilia non si recava più in chiesa e il non essere vista
da altri, prendendo la decisione di recarsi a casa della donna, avendo le chiavi datele da lei,
al ritrovamento della lettera a lui destinata.
Presa dalla tasca la pose al sottufficiale il quale la lesse .
Catiello gli rivelò del suicidio di Dicristo oltre a che l'arma con cui si uccise era la stessa arma con cui fu ammazzata Matilde e che il medico legale poté costatare la presenza sul cadavere della cicatrice vista
da Virgilio sull'uomo che risalì il costone con l'arma tra le mani.
Un povero uomo perseguitato dai guai, al quale gli andò bene a non rimetterci anche lui la vita, essendo stato lesto a colpire il brigadiere per difendersi, avendolo visto con il fucile spianato.
<<Il brigadiere entrò nell'arma che era appena maggiorenne, arruolato fu spedito ad Orgosolo, un paese
in provincia di Nuoro nell'entroterra sardo, vi rimase fino a otto anni fa, quando dopo che la moglie
gli chiese il divorzio, pur avendo due figli, ebbe il trasferimento con destinazione Gragnano.
Mi sembrava un buonuomo di circa due metri, sempre rispettoso e ligio nel suo lavoro, ma come si sa alcuni sanno apparire come vogliono agli occhi delle persone con cui stanno avendo a che fare
in quel momento; si rivelano a comando di loro stessi.
Io so di lui quello che egli mi raccontò nei primi tempi che lo conobbi, fu dopo che entrò
in servizio in paese, a volte c'incontravamo nella macelleria del mio amico e fedele della parrocchia
o per le vie; non so nemmeno dove abitasse.
Penso che nella lettera Concilia sia abbastanza esaustiva, ma ci saranno moltissime cose che non erano
di sua conoscenza.
La perpetua è sempre stata fedele al suo consorte e lo ha servito come un prete sull'altare fino alla morte, dopo ha vissuto donandosi alla crescita del figliuolo.
Quando partì s'incupì come dopo la morte del marito, si riprese frequentando assiduamente
San Sebastiano.
Concilia nel paese frequentava poche persone, ma la cordialità verso gli altri non mancava, diceva
che una cosa è la cordialità e un'altra la confidenza, sono due cose che scindono l'una dall'altra, ma in tanti
non lo comprendono o non lo vogliono comprendere.
Ho un magone per non essermi accorto di nulla e pure con me si confidava e parlava di tutto, sapevo anche che il figlio desiderava che lo raggiungesse in Canada, gli faceva piacere che andasse a fare la nonna ai suoi figli.
Sono certo che quella è la sua meta e questo mi rasserena un po'.>>
In ginocchi dinanzi all'altare del Sacro Cuore, in monologo, don Alfonso, si era rivolto all'immagine Sacra.
Le suocere erano sedute sulle prime due panche difronte all'altare principale, pensavano che il don stesse pregando; si misero a recitare il Rosario.
Di sicuro erano curiose di sapere se avesse notizie della sacrestana.
Don Alfonso, dopo essersi fatto il segno della croce e alzato, si diresse in sacrestia, le donne lo seguirono
con la coda degli occhi senza interrompere la recita.
Nello studio, seduto sul divano con padre Vincenzo, v'era, arrivato poco prima, il maresciallo Catiello
che già stava parlando con il nostro prete di nuove notizie, avute dopo che il don lo aveva lasciato.
Catiello<< C'è stato una perquisizione nella casa Dicristo.
Hanno trovato una camera con specchi sulle pareti e sul soffitto, in essa vi era una telecamera Paim202
su un tre piedi accanto ad un materasso disteso per terra, nello stesso ambiente c'è una porta che dà
in uno stanzino e in esso si è trovato una PolaroidSX70; in una scatola centinaia di foto che catturano immagini del succedere in quella casa e altre tre scatole piene di filmini che riprendono perlopiù
ciò che vi era nelle foto.
In cucina, in uno stipetto v'erano delle bottiglie di grappa Julia.
Spero che si possa arrivare alle identità delle donne e fanciulle di cui si vede il volto, al contrario
di quelli che abusano di loro che non viene mai mostrato.
Ha avuto altre notizie della sacrestana, si è fatto un'idea dove si possa essere diretta?
Potrebbe darci altre risposte se si riuscisse a contattare e farla tornare, gli si potrebbe far sapere
che non corre più pericoli, di certo non sa della morte di Dicristo.
Si potrebbe fare un sopralluogo a casa sua con il suo consenso.>>
Don Alfonso disse di non avere né altre notizie oltre a quelle avute tramite lo scritto e di non immaginare
il luogo del recarsi Concilia.
La mattina seguente si recò di nuovo a casa della perpetua, trascorrendoci alcune ore, in cerca di altri indizi e risposte: non trovò alcun mantello, né simboli e né altro.


XXI cap.

Ritornai al posticino accanto al torrente.
La frescura dovuta agli alberi e la vicinanza del corso d'acqua dava refrigerio, al contrario del campo
che non v'erano posti all'ombra se non nelle tende, in cui comunque la temperatura si percepiva di più, essendo che le uniche aperture erano l'entrata e una finestrella sul retro con davanti una zanzariera
che impediva, sì gli insetti d'entrare, un flusso d'aria.
Quel luogo non era soltanto dove mi rifugiavo per sottrarmi alle varie mansione, ma anche il paesaggio
che faceva sì che la mia immaginazione mi facesse costruire storie per gli sketch.
Scrivevo anche sulle vicende che riguardavano la vita di noi scout al campo, come quella della pietra, messa da me sotto una ruota, che impediva la macchina del capo di muoversi.
Scrissi d'istinto la domanda che feci prima che partissimo per il gioco; in quel momento non ci stetti
a riflettere sul perché lo feci.
Misi il quaderno di lato, con la penna all'interno, e m'addormentai sul masso su cui ero salito.
Un pisolino di un'ora buona, quando mi svegliai mi sentivo intontito, come quando si esce da un sonno profondo, stetti sdraiato ancora per una decina di minuti, pensando a quella domanda che era scritta
nel quaderno, mi chiesi come mai l'avessi scritta senza nemmeno che mi venisse in mente.
Scesi e ritornai al campo.
In concomitanza del mio giungere una campagnola giunse fermandosi accanto alla struttura dell'alzabandiera.
I componenti della mia squadriglia, vedendo l'auto arrivare, si misero ad osservare ai margini dei nostri confini; nel frattempo li raggiunsi.
Mi chiesero dove ero stato, senza distogliere lo sguardo dal mezzo, risposi che ero arrivato ai massi accanto al torrente e che dopo essermi inerpicato su uno di essi uno stato di assopimento mi colse.
Riccardo mi ricordò che ci fu detto di non allontanarci.
Nel frattempo lo staff, compreso Carla, raggiunsero la jeep da dove scesero il nostro parroco,
don Alfonso e il macellaio.
Dal retro dell'auto il beccaio tirò fuori delle buste contenenti alimenti, le borse dei sacerdoti e due piccole valige; salutò, salì in auto e partì.
I cinque si diressero al cantone dei capi, nel frattempo il nostro parroco salutò chi li osservava
con un cenno della mano.
Ci mettemmo a confabulare tra noi sugli arrivi facendo ipotesi del loro venire al campo, se no che tre fischi brevi e uno lungo irruppero per il campo: Flavio aveva chiamato con il morse i capi squadriglia
a rapporto.
Valerio prese l'alpenstock e si diresse alla riunione, noi che eravamo rimasti ci mettemmo a ragionare: pensavamo che fosse successo qualche altra faccenda legata al mulino, all'omicidio e al suicidio.
A me frullò in mente la domanda chiusa nel quaderno, non mi spiegavo, ma stetti zitto.
Valerio ritornò dalla riunione comunicandoci che i preti avrebbero trascorso al campo la notte, dormendo nella tenda del barbuto e Carla.
Loro si sarebbero trasferiti nella tenda in cui era restato solo Guglielmo, quest'ultimo si sarebbe sistemato in cambusa.
Alla sera per cena avremmo fatto tutti insieme una grigliata di carne rossa; al pranzo del giorno dopo
si sarebbe cucinato fettuccine con funghi, piselli, speck e provola; la spesa di ciò che avremmo mangiato l'aveva fatta il sacerdote di San Sebastiano, compreso della frutta fresca, che non vedevamo dall'ultima volta che eravamo alle nostre case.
Tutti avevano chiesto notizie dell'aiuto capo reparto, il nostro parroco rispose che si sarebbe recato
ad Amalfi e da lì sarebbe partito per Napoli, ma ci assicurò che al rientro sarebbe tornato al campo.
Eravamo ancora attorno al falò, dopo la solita chiacchierata di Flavio, qualche canto, le scenette
e bevuto il tè sciacqua budella, irruppe la voce del nostro prete<< Ragazzi voglio informarvi
che io e don Alfonso siamo qui con voi fino a domani pomeriggio, perché, oltre per fargli vivere
un po' di scautismo e farlo distrarre, stiamo organizzando un evento insieme alle autorità, ai ragazzi dell'oratorio, ad altre associazioni e ai fedeli di San Sebastiano, qui al campo nella giornata della visita
dei vostri genitori: giungeranno al campo delle persone per vedere il posto e come organizzarsi, inizieranno a portare del materiale per la realizzazione.>>.
Nella mia solita passeggiata mattutina vidi i preti che già si aggiravano con le loro vesti sacerdotali: si erano andati a fare le loro faccende personali lontani dagli occhi indiscreti, anche se suppongo che anche loro
non vedessero l'ora di uscire dalla tenda.
I passi autonomamente mi condussero a qualche metro da loro, potendo sentire che il don stava raccontando di Concilia, per poi insieme parlare dell'accaduto nella zona e oltre.
A quel sentire interruppi i due e rivolgendomi a padre Vincenzo << Pensavo che fosse una favoletta
quella raccontata da Flavio, è esistito davvero Antonio o frutto della fantasia del capo?>>
Padre Vincenzo << Vincenzo ma che stai dicendo, con chi ce l'hai?>>
Io << Padre, Valerio, dopo la favola che introduceva al gioco, disse che saremmo dovuti andare alla ricerca della bisaccia del viandante, sarà stato un caso che poi è stata trovata?
Certo grazie alla caduta di Bernardo nella fossa.>>
Gli raccontai la sintesi della storia di Antonio il viandante.
Padre Vincenzo, mentre il don restava a guardarmi fisso come a scrutare ogni cosa che dicessi << Sei sicuro Vincenzo, non è frutto della tua immaginazione?>>
Io<< Parola di scout padre!
E poi sulla lettera portata da Guglielmo c'era la notizia che al castello avremmo trovato raffigurato il volto di fanciulla con le indicazioni per trovarla, era una scrittura latina che Aurelio da un foglietto lesse
la traduzione.>>
Padre Vincenzo mi chiese se avessi detto a qualcuno quanto avevo riferito a loro, dissi di no,
che ci pensai dopo che avevo scritto la domanda, pronunciata a loro, sul foglio del quaderno.
Il prete mi disse di tornare al mio angolo, di non dir nulla e di usare il foglietto, senza farlo leggere,
per accendere il fuoco per cucinare.
Ci fu l'adunata, la presentazione delle squadriglie, l'alzabandiera, cantato l'inno nazionale e spostatici
nei pressi del mulino vicino al campo, riuniti intorno all'altare, fu celebrata dai sacerdoti la Santa Messa. Prima delle faccende personali, la colazione con la rinsecchita fetta di pane sporcata di marmellata e il latte
con il caffè, l'ispezione agli angoli, la distribuzione delle varie mansioni.
Al campo giunsero una jeep dei carabinieri, guidata da un agente, con a bordo il maresciallo Catiello, un'auto con il sindaco di Gragnano e uno che doveva far parte dell'amministrazione; arrivò un pulmino
della Volkswaghen su cui non v'erano degli hippie ma dei fedeli di San Sebastiano, un altro pulmino
con a bordo altre persone e un camion, carico di materiale, che fu parcheggiato dei pressi del macinatoio.
Don Alfonso e padre Vincenzo vollero tornare a Gragnano con gli uomini della benemerita, rifiutando
il passaggio da parte del capo.
Stesso durante il tragitto verso Gragnano, i preti raccontarono a Catiello, senza nominarmi,
le perplessità raccontategli, divenute loro.
Il maresciallo chiese se sapessero quando Flavio si sarebbe recato a San Sebastiano, padre Vincenzo disse che l'indomani sera sarebbe dovuto recare per prendere Aurelio per condurlo al campo.
Continuò rivolgendosi al don<< Don è possibile che non ha idea dove possa essersi recata Concilia,
lei nella lettera ha scritto che Matilde aveva una relazione con un adepto, per sapere ciò non è che sa
chi sia l'amante?
E poi non guidava, quindi chi era costui che la conduceva da Lettere al versante gragnanese della valle? >>
Don Alfonso <<Concilia è una vittima, solo questo.
Quello che sa, come ha scritto nella lettera, è stato il dirgli di quel farabutto di Dicristo.
Ma uno che ha Cristo nella composizione del cognome come può essere così immondo? >>


XXII cap.

Aurelio, sapeva per bocca di Anna, tramite la telefonata che le fece per mettersi d'accordo
per la visita nella città partenopea, che Keir era al mulino e che sarebbe tornato dopo il loro rientro
da Napoli.
Del suo prossimo arrivo la fanciulla non sapeva nulla, era stata sua esclusiva iniziativa.
Arrivato ad Amalfi attraversò piazza Gioia, non per recarsi all'hotel che oltrepassò, proseguì
via delle Cartiere, giunse accanto al portone del palazzo in cui abitava Anna, alzò gli occhi verso il balcone
e dalle luci accese capì che la ragazza era in casa, fece la chiamata al citofono: la prima fu un premere
il pulsante in modo breve, passarono un paio di minuti ma non vi fu risposta, rifece la chiamata un po' più insistente ma ugualmente ad essa non vi fu risposta, attese un cinque minuti prima di riprovarci e mentre lui ancora pigiava il bottone della chiamata la ragazza si affacciò dal balcone chiedendo chi fosse.
Aurelio tolse il dito dal pulsante e uscito dall'ombra si fece riconoscere<< Anna sono io Aurelio mi apri?>>
Anna<< Cosa fai da queste parti, non dovevi arrivare domani mattina?
Sono sola in casa.>>
Aurelio<< Mi sono anticipato perché domani avrei potuto fare tardi, sai che traffico che c'è in questo periodo in queste zone.>>
Anna<< Dove dormi?>>
Aurelio<< Vado a vedere se in albergo ci sia una camera libera, tu nel frattempo preparati, vado e quando ritorno ti chiamo così ci andiamo a mangiare una pizza nel locale in cui sono stato con i ragazzi la sera prima
che c'incontrassimo.
Mica hai già cenato?>>
Anna<< Non ancora, con questo caldo più tardi mi avrei mangiato della frutta.
La pizza non è che mi vada.>>
Aurelio << Ci facciamo prima una passeggiata e poi decidiamo cosa mangiarci.>>
Anna<< Mentre vai all'hotel a chiedere mi preparo.
Chiamo Olga e vedo se vuole venire, non so se ci sia anche Tulio.>>
Aurelio<< Andiamo da soli, nemmeno per telefonare e attendere che arrivino.>>
Anna << Mentre tu vai a chiedere e io mi preparo ne passa del tempo, ci potremmo incontrare strada facendo.>>
Aurelio<< Dai!
Cosa temi che mangi te?>>
Anna<< Potrei risultarti indigesta.
Vado a prepararmi, dammi una mezz'ora, adesso vai a chiedere della camera.>>
Aurelio<< Mezz'ora di un'ora e mezza?>>
Anna << Adesso vai prima che cambi idea.>>
Aurelio << No, per carità vado, vado.>>
Si allontanò e lei rientrò in casa, con un animo contento della sorpresa avuta.
Aurelio tornato dall'hotel attendeva Anna che scendesse: ci vollero buoni trequarti d'ora
prima che il portone d'ingresso del palazzo si aprisse e lei uscisse.
Aveva i capelli sciolti con una fascia al disopra della fronte; indossava un vestito con scollatura,
lungo e leggero, che le arrivava alle caviglia, di colore nero e arancio tenue, con due profonde tasche;
ai piedi calzava un paio di decolté che facevano in modo che la sua figura fosse ancor più slanciata
rispetto a quella di lui, che la baciò delicatamente sulle labbra, colmo di passione e concetto di prendersene cura.
Ma dovette davvero alzarsi sulle punte, inerpicarsi, dato l'altezza di lei con aggiunta dei tacchi.
S'incamminarono l'uno accanto all'altro, sfiorandosi con le mani.
Anna << Hai trovato la disponibilità di una camera all'hotel?>>
Aurelio<< No, sono pieni fino alla fine di ottobre.
Dovevo immaginarlo.
Dove posso trascorrere la notte?>>
Anna<< Sulla spiaggia, ti fai una capanna con gli ombrelloni.
Ti do una coperta su cui sistemarti.
Domani mattina vieni a lavarti in casa. >>
Aurelio << Va bene faccio come hai detto, grazie per la coperta e per non farmi lavare
in mare.>>
I due oltrepassarono la scalinata del duomo; il ragazzo chiese alla ragazza se volesse andare alla pizzeria dove eravamo stati noi: acconsentì.
Arrivati il titolare dall'interno riconobbe Aurelio e li fece accomodare, chiamò un cameriere e fece preparare un tavolo; all'interno liberi non v'erano, fu preso uno dall'esterno del locale,
insieme a due sedie, e sistemati accanto al piano bar, dove un uomo sopra i quarant'anni suonava melodie sorseggiando dello scotch e mangiando stuzzichini.
Il proprietario diede disposizione al cameriere, che si apprestava a servire il tavolo, di trattare bene
i ragazzi, poi chiese notizie di noi e chi fosse la ragazza, poi guardandola meglio gli sembrò
di averla già vista, lei risposte che era stata un paio di volte nel locale con amici e che comunque
era di Amalfi.
Si rivolse ad Aurelio chiedendogli se gli andasse di cantare una canzone, che esortato da Anna
rispose di sì.
Al momento d'ordinare Anna disse che non avrebbe voluto la pizza ma che desiderava più qualcosa
di sfizio, il cameriere rispose che ci avrebbe pensato lui: portò dei tranci di cornicione di pizza accompagnati con dei pomodori conditi; seppioline e gamberetti cucinati alla brace; sauté di telline;
da bere gli venne ordinato una bottiglia di acqua minerale, un aranciata e una bottiglia di vino bianco bevuto da Aurelio, il quale dopo la prima portata fu invitato a cantare accompagnato dall'artista
che era nel locale.
Finito di mangiare il cameriere chiese se volessero altro, entrambi dissero di no, il ragazzo chiese il conto, che questa volta gli tocco pagare, avendo comunque lo sconto sulla cifra iniziale.
I due si alzarono dal tavolo e prima di lasciare il locale salutarono il proprietario.
Aurelio<< Si mangia proprio bene qui, anche la pizza l'atra volta era tra le più saporite che ho mangiato.>>
Anna<< E' nominato per Amalfi, ma ad alcuni il proprietario risulta un po' antipatico.>>
Aurelio << Non sembra che sia antipatico, ma poi con il turismo che invade la cittadina non penso
che s'importi se dovesse risultare antipatico a qualche persona del luogo.
Dove andiamo?>>
Anna << Domani è una levataccia, se ti faccio dormire in casa mi prometti di comportarti bene?
Puoi dormire sul divano.>>
Aurelio << Ti sembro una persona che non si comporta bene?
Non preoccuparti non succederà nulla che non vuoi che succeda.>>
Anna e Aurelio giunti a casa si trattennero un po' sul balcone dell'appartamento, stettero una mezz'ora; andarono a dormire separatamente.
La ragazza, la mattina, uscì dalla sua camera verso le sei e si diresse in cucina a preparare e mettere
a bollire la macchinetta del caffè, che quando fu pronto e versato, in due tazzine, si accostò al divano
su cui ancora dormiva Aurelio.
Lo chiamò un paio di volte e quando lui si svegliò e si mise seduto gli porse la tazzina.
Le si sedette accanto e dopo essersi dati il buongiorno e un bacio sorseggiarono la bevanda.
Anna << Hai dormito comodo? >>
Aurelio<< Comodo sono stato, ma il pensiero che tu fossi nella camera accanto tendeva a farmi restare sveglio; percepivo il tuo profumo.>>
Anna sorridendo << Addirittura!
Vai a prepararti mentre sistemo; debbo anche lavare tazze e macchinetta, in camera mia ho sistemato,
poi dovrò pulire il bagno.
Non facciamo vedere che usciamo insieme.
Avviati, ti raggiungo, facciamo colazione al bar mentre attendiamo Olga e Tulio.>>
Il ragazzo era tra il molo e la spiaggia quando la ragazza lo raggiunse.
La quale indossava un vestito estivo a giro collo a maniche corte di colore acqua marina che le arrivava leggermente al disopra delle ginocchia; i capelli erano raccolti in una coda di cavallo; agli occhi indossava un paio d'occhiali da sole a goccia; ai piedi calzava dei mocassini dello stesso colore del vestito.
Riunitisi e visto che era ancora presto ritornarono alla piazza del duomo, entrarono in un bar e fecero colazione con cappuccino e cornetto alla crema con amarena.
Usciti si diressero sul lungomare alle spalle dello stazionamento, mentre giungeva l'autobus
che avrebbe dovuto condurre Aurelio ad Amalfi quella mattina.
Un venti minuti e Anna vide giungere un Maggiolino Volkswagen di colore verde.
Riconoscendo l'auto disse al ragazzo che erano l'amica e il fidanzato.
L'autovettura si fermò dinanzi loro, Tulio e Olga scesero per salutare e far salire i due: le ragazze si accomodarono dietro e lo scout davanti accanto al guidatore.
S'incamminarono verso Napoli.
Tulio ad Aurelio<< Sei arrivato presto ad Amalfi, a che ora hai preso l'autobus?>>
Aurelio << Sono partito ieri pomeriggio. >>
Tulio << Hai dormito in hotel, hai trovato una camera?>>
Aurelio trattenne la risposta che fu data da Anna<< Ieri si è presentato, inatteso, sotto il mio balcone
e mentre io mi preparavo per uscire è andato a chiedere la disposizione di una camera, ma la risposta
fu che non avevano disponibilità, così dopo essere andati a cena, essendo che mi dispiaceva farlo dormire in spiaggia, l'ho fatto salire in casa.>>
Olga<< Tuo padre non è al mulino, che avete combinato birbanti? >>
Anna << Non è successo niente, ha dormito sul divano.>>
Giunti alle porte della città di Partenopee decisero di andarsi a prendere un aperitivo sul lungomare
e fare lì una passeggiata a piedi, prima di recarsi, dopo essere passati per la pasticceria Bellavita
in corso Garibaldi per comperare dei dolci, all'abitazione dei genitori di Aurelio.
Sulla strada su cui vi era la tabaccheria di mio nonno Vincenzo, prima del comando militare operativo sud
e del centro sportivo dell'esercito, oltre ai quali si andava verso la così detta terra di nessuno, anche perché niente c'era, s'incontravano due palazzi gemelli e in uno di essi abitava la famiglia Cagliano.
L'abitazione si trovava al terzo piano del secondo cortile interno ed era composta da sette vani:
entrati dalla porta d'ingresso ci si trovava nella saletta d'entrata; alla sinistra dell'accesso vi era una finestra che dava sul cortile; alla destra la camera da pranzo; laterale ad essa un corridoio che conduceva
alla cucina, al bagno, allo studio del padre di Aurelio, alla camera dei coniugi e quelle del ragazzo
e della sorella, che era proprio, letteralmente, una principessa acida come un pompelmo andato a male.
Le affacciate, suddivise in finestre e balconi, davano sia sul cortile interno sia sul lato posteriore e laterale della facciata esterna dello stabile.
Aurelio arrivò alla chiesa nella prima serata, accompagnato dagli altri con cui era stato in gita;
fece conoscere, oltre a Olga e Tulio, Anna al nostro parroco e al sacerdote di Gragnano.
Restati soli, padre Vincenzo, don Alfonso e Aurelio, il nostro parroco, rivolto a quest'ultimo<< Aurelio, vorremmo iniziare a chiedere a te, essendo che ci sono circostanze e fatti che non tornano: abbiamo saputo che Flavio raccontò una storia per introdurre il gioco, dove veniva nominata una bisaccia
di un ipotetico viandante, che poi sé trovata, di una raffigurazione di volto di donna con sotto una scritta
latina, della quale avevi la traduzione, che poteva permettere di trovarla, nella bisaccia c'erano
i simboli trovati nel mulino e sui mantelli appartenenti a due donne uccise che appartenevano
alla setta, nominata in primis dal maresciallo, quando andammo a fare la denuncia della scomparsa,
e poi nella lettera di Concilia, sono troppe le circostanze che legano il racconto con la realtà, quindi
da dove Flavio ha preso tali notizie?>>
Prima che Aurelio potesse dare spiegazioni, sotto l'uscio della sacrestia si materializzò Catiello,
in compagnia di un carabinieri, il quale subito dopo aver salutato si rivolse ad don dicendo che aveva
una notizia che non gli sarebbe piaciuta, certo non gli portava subito un altro dispiacere, ma glielo avrebbe recato se si fosse confermata.
Catiello<< Don, stamani, dopo essermi preparato, mi sono recato in cucina a bere il caffè e fare colazione preparati da mia moglie Giuseppina che, mentre io consumavo, lottava con i ragazzi per farli sbrigare
ad alzarsi e preparare per la scuola.
Ad un tratto è suonato il campanello di casa, ho detto a mia moglie che sarei andato io, prima che andassi
a vedere chi alla buonora potesse venire a casa il campanello è suonato ancora tre volte.
Mentre mi precipitavo ad uscire, il campanello ha smesso di suonare, per questo, stando già in ritardo,
ho sperato che chi fosse avesse rinunciato alla visita, ma non è stato così.
Mi sono trovato dinanzi Bartolomeo Alongina, mi ha portato dei fegatini che sa che a me piacciono
come a chiunque piace la cioccolata, ma il suo venire era anche il pretesto per parlarmi, allora, dopo aver chiamato Giuseppina per consegnarle il cartoccio, gli ho chiesto se volesse seguirmi con la sua auto
per parlare in caserma appena fosse stato possibile.
Così abbiamo fatto, però solo dopo qualche ora m'ha potuto dire quello che aveva da dirmi.>>
Il maresciallo fu interrotto dal giungere di Carla e Flavio, che appena entrati chiesero se fosse successo altro o se ci fossero novità.
Padre Vincenzo<< Flavio, come ho già chiesto ad Aurelio, vorremmo chiedere anche a te,
essendo che ci sono circostanze e fatti che non tornano: abbiamo saputo che tu raccontasti una storia
per introdurre il gioco, dove veniva nominata una bisaccia di un ipotetico viandante, che poi sé trovata,
di una raffigurazione di volto di donna con sotto una scritta latina che Aurelio aveva la traduzione, da dove si poteva arrivare a trovarla, nella bisaccia c'erano i simboli trovati nel mulino e sui mantelli, appartenenti
a due donne uccise, che hanno avuto a che fare, in modi diversi, con la setta nominata in primis
dal maresciallo, quando andammo a fare la denuncia, e poi nella lettera di Concilia, capirai che sono troppe
le circostanze che legano il racconto con la realtà, quindi da dove hai preso tali notizie?>>
il grande capo e Aurelio, simultaneamente <<Guglielmo!>>
Flavio << Volevo una storia che affascinasse i ragazzi, allora chiesi ad Aurelio se potesse realizzarla,
a noi si aggregò Guglielmo e fu lui a dirci della raffigurazione e della scritta, per la traduzione
abbiamo tutti e tre nozioni di latino.
La bisaccia che intendevo io era un fagotto con dentro un foglio dove erano segnati quanti punti
sarebbero stati assegnati a chi l'avesse trovato.
Non avrei mai mandato dei ragazzi nella zona dove si sono trovati, figuriamoci in una grotta nel sottosuolo, ma per carità.
Per non parlare di farli arrivare addirittura ad Amalfi.
Cosa che ha potuto fare piacere solo ad Aurelio, per aver incontrato Anna.>>
Catiello<< Ma com'è raffigurato il volto della fanciulla sulle mura e com'è stata fatta la scritta?>>
Aurelio << Il volto, che ha la grandezza di un pugno, è stato intarsiato nelle mura, in ugual modo è stata realizzata la scritta.>>
Catiello << Penso che sia stato sigillato troppo in fretta il sito, in effetti non ci sono stati rilievi.
Il mulino nel vallone potrebbe custodire dei segreti che vanno svelati, se ci sono.
Se pur non si arrivasse al capo della matassa è ferma volontà risolvere l'omicidio della moglie del macellaio di lettere e quello dell'albergatrice di Amalfi.
Per questo sarebbe utile il ritorno della vostra perpetua don.
Voglio parlare con il signor Guglielmo, penso che deve dare delle spiegazioni, poi vorrei sapere di più
dallo scout, Andrea, che ha avuto degli incontri con la signora Matilde; certo lui non ha colpe, ma non può essere che ha visto o notato qualcosa che quando ha fatto la dichiarazione ha omesso per paura
o dimenticanza?
Anche lui ha rischiato la vita, soprattutto se l'eventuale amante frequentasse la valle, per non parlare
di quando ha avuto l'approccio al mulino.
Ritornando a quello di cui vi stavo parlando don: quando sono riuscito a parlare con il Bartolomeo Alongina
mi ha dato un taccuino della moglie, trovato in casa al disotto di un cassetto, sfuggito alla perquisizione fatta in fretta e furia, essendo che sé dato precipitosamente un qualcosa di scontato.
Tra le pagine si fa un nome di una persona a voi conosciuta e che è residente qui a Gragnano,
le memorie sono al vaglio e per ora non posso dirvi di più.>>
Padre Vincenzo << Maresciallo, a giorni c'è la giornata della visita delle famiglie al campo, non vorrei turbare loro e i ragazzi, che non centrano niente, si potrebbe rimandare ogni azione verso Guglielmo
e il sentire Andrea per il giorno seguente?
A nessuno dei due verrà detto nulla di questa nostra discussione.
Il maresciallo fu d'accordo: con Guglielmo e con Andrea se l'avrebbe vista il giorno seguente,
Flavio si sarebbe fatto accompagnare a San Sebastiano dai due, dove lui si sarebbe fatto trovare insieme
ad altri colleghi e mentre quest'ultimi avrebbero accompagnato Guglielmo in caserma lui avrebbe ascoltato Andrea per sapeva se sapesse o ricordasse altro.
Aurelio, Flavio e Carla ritornarono al campo, mentre gli agenti ritornarono in caserma.
Quando Anna ritornò a casa, accompagnata da Tulio e Olga, Keir già era rincasato, chiese come era stata
la giornata, volendo anche un po' sapere della famiglia di Aurelio e del pranzo.
Percepiva che la ragazza stava per prendere la sua strada, forse era anche un po' geloso, si sa il rapporto che s'istaura tra la figlia femmina e il padre, soprattutto quando è l'unica femmina è lui non ha più
il sostegno di una moglie della quale è stato innamorato e continua a sentirne la mancanza.


XXIII cap.

Ci fu l'alzabandiera, cantato l'inno nazionale e recitata la preghiera; dovemmo consumare in fretta
la colazione con la rinsecchita fetta di pane sporca con della marmellata, latte a lunga conservazione e caffè all'interno; fare le pulizie personali; vestirci; sistemare gli angoli e iniziare a svolgere i preparativi, essendo che s'era giunti la giornata delle famiglie.
Andrea già aveva iniziato a darsi da fare per la gara culinaria.
All'attesa giornata arrivò il maresciallo Catiello con moglie e figli; giunsero gli amministratori
con le loro famiglie; nuclei familiari di Gragnano e di paesi limitrofi; i sacerdoti con l'auto di don Alfonso;
il macellaio, invitato dal don, con moglie e la cospicua prole a bordo della Fiat Campagnola.
Per i nostri familiari furono organizzati due pullman che li prelevarono all'esterno della nostra sede
di Napoli.
Vi erano infiltrati, nelle associazioni organizzatrici, dei carabinieri in borghese, organizzati dal maresciallo Catiello, ch'era maresciallo capo, nonché comandante del nucleo di Gragnano.
Tra i familiari vi era la famiglia di Aurelio, che appena giunse la sera, prima della cena, al campo,
si diresse ai vari angoli per salutare, l'ultimo fu il nostro.
Rimase a parlare con Valerio, confidandogli i giorni trascorsi lontano dal campo; noi eravamo sì a far
la parte indifferente ma con l'udito ben sintonizzato.
I ragazzi dell'oratorio di San Sebastiano e i fedeli con altre associazioni della cittadina, organizzarono
un piccolo villaggio museo rievocativo: riproduceva l'epoca di quando i mulini di Gragnano erano attivi; c'era chi spiegava la loro storia e quella di quei luoghi, chi con delle cucine a legna preparava piatti tipici,
vi erano generi caseari della zona, vino versato direttamente dalle botti nei bicchieri.
Per le degustazione si elargiva un'offerta di quattrocento lire.
Organizzarono un albero della cuccagna, con un costo del biglietto di trecento lire, con in cima prodotti tipici che i vari concorrenti provavano a farli loro.
Si svolsero le finali dei vari tornei delle mini olimpiadi; la gara di cucina, che grazie ad Andrea vincemmo
con il piatto dell'Imam svenuto, oltre ad un dolce che la madre gli preparava spesso, essendone lui ghiotto,
che lo volle preparare lui a lei: un ciambellone con zucchero, burro, uova, farina, lievito, buccia grattugiata di limone e zucchero a velo.
Il forno da campo funzionò egregiamente facendo il suo dovere.
Gli assaggi del cucinato delle quadriglie vennero sistemati sui vari tavoli di ogni angolo, pure il vino,
che padre Vincenzo ci portò, regalatoci dal don, ma della bevanda si poté offrire davvero solo un assaggio:
se fosse trascorso qualche altro giorno sarebbe restata solo la damigiana da esporre.
Nel pomeriggio venne assegnato il premio alla migliore squadriglia, al miglior scout al campo,
io non venne nemmeno preso in considerazione, e furono attribuiti i vari livelli, compreso
ad Andrea; che poi non erano altro che degli scatti d'anzianità.
Si trascorse una bella giornata.
Noi ragazzi, come le famiglie e il resto della maggior parte di coloro che animarono il campo quel giorno,
di certo non percepivamo quello che sarebbe potuto succedere dopo la pace con l'arrivo della tempesta.


XXIV cap.

Andrea, l'unica cosa che ricordava delle notti con Matilde era l'incontro che li fece viaggiare all'unisono
sul tappeto volante della beatitudine.
L'unica cosa che vide e sentì, in quelle tarde sere, era quel corpo che gli fece conoscere l'amore
e che cancellò, in quei frattempi, ogni altro paesaggio ed immagine dal suo sguardo.
Egli restò turbato, non per l'esperienza di vita, ma per un sentimento che lo conduceva ad un ricordo svanito tragicamente dalla vita, se pur non dal suo animo, che restò sordo, negli anni, ad ogni richiamo dall'emozioni dell'amore.
Don Alfonso sprofondò sul divano, con le mani che quasi gli allividivano il viso e la pelata,
alla certezza della notizia che gli avrebbe potuto provocare un nuovo dispiacere: Alfredo Scarrozi
era stato prelevato sull'uscio della sua abitazione, mentre era in compagnia di moglie e figli,
dal rientro dalla giornata delle famiglie al campo.
Dalle rivelazioni che erano riportate sul taccuino, che Bartolomeo Alongina aveva consegnato al maresciallo Catiello, si evinceva che l'amante di Matilde era Alfredo Scarrozi.
Insieme al mandato d'arresto i carabinieri gli consegnarono un mandato di perquisizione per l'abitazione,
per l'auto, la Fiat Campagnola, e la bottega di macelleria.
Gli fu fatto assistere alle perquisizioni: nell'abitazione non fu trovato nulla che l'accumunava agli eventi,
a Matilde e alla Ginespilogues, così come quella fatta all'auto, ma nella macelleria, dietro una finta parete
scoperta per caso, in un baule, si trovarono gli indumenti che risultarono della donna, sotto il solito mantello con cappuccio.
Nell'interrogatorio in caserma, dopo ore sotto torchio, rivelò che sì era l'amante di Matilde, che la notte
in cui fu uccisa l'aveva invitata per un chiarimento e per persuaderla a non lasciare né lui
né l'associazione.
Dicristo e l'altro uomo, se pur sapevano dell'incontro e il luogo dove sarebbe avvenuto, non pensava
che si sarebbero presentati.
Non era andato insieme a loro.
Ammise la violenza sessuale commessa da lui insieme agli altri, avvenuta per darle una lezione quando lei, vedendo i due che s'accodarono alla discussione, iniziò ad esagitarsi.
Riferì che quando Matilde riuscì a fuggire cercò di far desistere i due, non riuscendoci, forse perché, soprattutto il brigadiere, vennero già non con l'intento di darle una lezione ma di eliminarla.
Svelò il nome del terzo individuo: un cugino.
Gli fu chiesto come avesse conosciuto la donna: l'aveva conosciuta tramite il parente, gli segnalò Matilde come possibile preda dopo averla vista dapprima in paese e in macelleria, poi seguita e studiata a distanza.
A Scarrozi, bell'uomo aitante, cordiale e dai modi gentili, gli fu facile avvicinarla, lentamente carpire
la sua fiducia, per poi farla cadere tra le sue braccia, essendo una donna fragile; dopodiché iniziò ad avere degli incontri con lei, poi iniziò a portarla alla valle, facendole credere che gli intenti erano sani.
Tre giorni durò l'interrogatorio del macellaio di Gragnano, amico e fedele del don, come quello del cugino.
Con uno stratagemma gli inquirenti fecero diventare costui, Erminio Fioleggio, titolare della pompa funebre di Lettere, un fiume in piena di rivelazioni.
Il quale ammise l'omicidio di donna Lidia, in complicità con il parente.
L'albergatrice fu uccisa perché cercò di ricattarli, cercando di estorcergli dei soldi, su quanto riguardava l'omicidio di Matilde.
Donna Lidia fu a invitarli nel suo appartamento.
Dopo essersi concessa senza problemi chiese una cospicua somma per abbandonare il paese, per sfuggire
ad ogni probabile azione legale e non di Carlo e dei figli, al loro rifiuto passò all'intimidazione,
che portò alla scelta di sopprimerla.
Furono loro due a prelevare la bisaccia trovata nel sottosuolo, gliela consegnò lo scout, appena fuori
del campo.
Seppellita al di sotto la vegetazione alle spalle del mulino nel vallone.
Lì fu trovata e consegnata alle autorità.
Alfredo Scarrozi, alle domande degli inquirenti sulle origini della Genespilogues, che al dire di Concilia,
il saputo dalla bocca di Dicristo, risalivano al trapassato remoto, e sulla figura del Custos,
custode della valle e capo supremo dell'associazione, sorrise in modo ironico, dando al brigadiere dell'allucinato e dell'invasato, aggiungendo che amava terrorizzare Concilia.
Erminio Fioleggio sull'intento della setta disse che era unicamente di carpire la fiducia di donne e fanciulle fragili, ma anche di famiglie del volga, alle quali assicuravano di prendersi cura delle proprie figlie, assicurandone un fantomatico sicuro e favorevole avvenire, comprando il loro silenzio sull'affidamento: l'unico avvenire era quello di divenire schiave di coloro che le fruttavano.
Lo scenario magico della valle aiutava la fiaba della Genespilogues, ma anche il suo nome era ad arte:
gli sembrava un nome fiabesco.
La bisaccia e gli indumenti venivano dal mercato di Resina a Portici, i vari oggetti, trovati all'interno di essa, presi in qualche mercatino dell'antiquariato e dell'usato.
La libellula e il girasole in ferro furono commissionati.
La raffigurazione della fanciulla e della farfalla fu fatta da un pittore, come la tracciatura del volto
e della scritta alle mura, del quale non si seppe il nome.
Fioleggio però fece intendere che era lui a vestire i panni di custode e capo.
Non si seppero i nomi degli altri appartenenti al malaffare, anche perché non tutti si conoscevano
di nome e cognome; Dicristo, donna Lidia, Scarrozi e Fioleggio erano gli unici che si conoscessero bene
tra loro.
I due corpi ritrovati nel sottosuolo furono, a suo tempo, prelevati in qualche cimitero, da loculi
su cui ormai da anni nessuno depositava fiori; se ne occupò Erminio Fioleggio, gli fu facile, sicuramente
fu pagato il custode di tale camposanto.
Le malcapitate venivano dapprima alloggiate in una camera dell'hotel donna Lidia, del loro soggiorno
se ne occupava l'albergatrice, facendo in modo che nessuno sospettasse, per questo mise il marito fuori gioco.
Faceva passare donne e fanciulle come sue parenti, amiche e così via.
Come aveva solo lei la chiave della stanza in cui aveva segregato il marito così era per la camera delle ospiti.
In seguito venivano portate dapprima all'alcova del così detto Custos, terrorizzate, calate,
dove vi erano i corpi, ubriache e dopo due giorni venivano minacciate che se non avessero obbedito sarebbero state calate lì di nuovo, per restarci a marcire.
Il mulino nel vallone era un vero e proprio mattatoio, ma pur la casa di Dicristo, per quei corpi
con il cervello annebbiato dalla grappa Julia.
Così potevano fare di loro quello che volevano, ormai sottomesse oltre ad essere state soggiogate.
Non ci fu niente da fare su nomi degli altri appartenenti alla combriccola, non li rivelarono.
Guglielmo, l'aiuto capo reparto, il giovane, quasi trentenne, di buona famiglia, con un roseo avvenire
da dottore all'orizzonte, certo più per merito dei soldi di babbuccio e di mammina, era invischiato
in tal losca storia?
Ebbene sì: i suoi nonni materni erano di Lettere e lui, in passato, l'estati le trascorreva con loro;
Fioleggio era un caro amico di famiglia, si conoscevano molto bene; Guglielmo non aveva mai smesso
di soggiornare nella casa di Lettere, anche se padre e madre materni non erano più di questo mondo;
il fato volle che, in un giorno di qualche anno addietro, in una via quasi fuori paese, Fioleggio
sorprese il giovane molestare una ragazzina della cittadina, quindi le voci che molestasse le ragazze
del reparto femminile era fondate; Erminio intervenne per fermarlo, ma invece di denunciare Guglielmo come sarebbe dovuto essere, fece allontanare la fanciulla intimandola di tacere;
aggi così non per un affetto nei confronti del giovane, ma perché conosceva la posizione sociale
e finanziaria della famiglia e questo fatto gli sarebbe risultato utile; soprattutto da quando lo introdusse
nella Genespilogues.
Fanciulle furono trovate dopo quasi una settimana: da sole si liberarono, erano state rinchiuse
in un mulino nella valle; raggiunsero Gragnano a piedi, se pur non stando in buone condizioni psichiche
e fisiche; lì furono soccorse.
 

XXV cap.

A settembre Aurelio partì per Londra, rimanendo in contatto con Anna.
Ritornò a Napoli nel periodo natalizio e senza indugiare, nei primi giorni, si diresse ad Amalfi.
Prima della sua ripartenza i due organizzarono l'incontro tra famiglie, per ufficializzare il fidanzamento:
a casa di Keir, oltre a giungere la famiglia Cagliano, si riunirono anche i fratelli di Anna.
Venendo a conoscenza della storia dell'uomo, i genitori del ragazzo invitarono padre e figlia a trascorrere
l'estate successiva a Londra; la ragazza insistette con il genitore perché accettasse.
Nella città anglosassone, Keir sentiva il richiamo delle sue radici e per questo chiese alla figlia se volesse accompagnarlo nella città natale, facendo una sorpresa ai fratelli.
I due si fecero accompagnare alla stazione per vedere quando ci sarebbe stato il treno.
Gli fu detto che da lì, con partenza nel pomeriggio, sarebbero stati condotti a Edimburgo,
giunti avrebbero dovuto attendere la coincidenza per arrivare alla cittadina sulla costa.
Ritornarono all'abitazione, presero le valigie con vestiti, le cose personali e furono riaccompagnati
alla stazione di Londra.
Da quando il treno partì keir non fece altro che guardare fuori dal finestrino, soprattutto a bordo
della coincidenza.
Dalla partenza per la guerra solo ora stava per riabbracciare quello che restava della sua famiglia d'origine; rivedendo luoghi che lo avevano visto fino alla giovinezza, dei quali già ne percepiva il profumo.
Di una strada, che di solito si circolava a senso unico di marcia, mentre in quel giorno, essendoci mercato, era zona pedonale, con ai lati palazzine basse tutte di due piani, con negozi d'ogni genere sulle facciate, Keir diede l'indirizzo al tassista; non era l'indirizzo del luogo che lo vide venire al mondo e crescere.
L'autista li portò sino all'altezza dei due semafori posti sui due lati opposti del marciapiede.
Fermò il taxi dicendo a padre e figlia che in quella via vi era il civico che cercavano.
Pagato la corsa, l'autista, Keir, che sembrava un bambino nei paesi dei balocchi, ed Anna, scesero
dirigendosi sul lato del portabagagli per prendere le valige, se non fosse che, ad un tratto, Keir
iniziò ad esclamare Derick! Derick! Derick!
E nello stesso tempo lasciare i due sul posto, fiondandosi tra bancarelle e persone: aveva riconosciuto
uno dei fratelli, che vedeva in carne ed ossa dopo quasi quarant'anni.
Quando si sentì chiamare e si voltò verso la voce, come fecero coloro che erano in zona,
dato la concitazione del tono di voce e dell'incedere, gli corse incontro dopo aver lanciato per aria le borse
che aveva tra le mani.
Recuperatele, i due fratelli, restando abbracciati, raggiunsero Anna, restata con le valigie.
Keir presentò la figlia a Derick, i due si abbracciarono; zio e nipote erano la prima volta che si vedevano
di persona.
La ragazza conosceva, telefonicamente e grazie alle foto, anche l'atro fratello dell'uomo, Colin,
la fotocopia spiaccicata di Keir, che raggiunsero nella palazzina in cui abitavano entrambi:
uno al primo piano con la rispettiva famiglia e l'altro al secondo piano con la rispettiva famiglia,
su uno dei due lati del punto alberato della strada.
Keir ed Anna fecero ritorno a Londra trascorsa una settimana, con la promessa da parte dell'uomo
ai fratelli che sarebbe ritornato, nello stesso tempo Derick e Colin promisero che si sarebbero recati
ad Amalfi.
Anna ed Aurelio, trascorso qualche anno, convolarono a nozze, andando a vivere nell'abitazione
alla periferia londinese.
Keir, ritornò a trovare i fratelli altre volte, come così loro si recarono nella cittadina amalfitana.
Anna restò in stretto contatto con cugini e parenti scozzesi.
Con l'incalzare degli anni l'uomo, restato a vivere nell'abitazione in via delle Cartiere,
dovette abbandonare il mulino.
E così anche quel mulino, unico abitato nella valle, divenne lentamente un rudere abbandonato
al suo destino.
                                                        E pur si giunse alla fine della vicenda
 


 

La terra
La casa comune


Gaia, in quel scorcio d'infinito avesti origine; giovincella di natura focosa e inaccessibile, ma riuscì a mutare
e divenisti per incanto mansueta e praticabile.
Il brodame divenne maggior porzione di te, il ruggito degli irrequieti ancor scuoteva e si rizzava,
e il predestinato, ahimè o ben così, era a confinarsi in disagevoli spelonche, ché pur preda.
Tu non ansimavi quasi più.
Ad un tratto, l'immemore eletto s'isso sulle gambe, iniziò a pretendere i tuoi servigi da ingordo figliastro.
Abbandonò clave e pietre.
Il comparir di fumanti pipe episodiche le lucciole all'orizzonte.
Con il collassar dei giganti a settentrione, il sempre meno lattee le prosperose guglie,
la persistenza di foschia che intrisa l'etere, il man mano più cagionevole il territorio
su cui non è possibile muovere passi, se pur sé riuscito a calpestare, e l'addensarsi dei verdi polmoni,
si assiste al tuo mutare, se pur non l'hai bramato. Pian piano hai iniziato a divenir nel corso
costantemente meno ubertosa.
Il predestinato, imperterrito, seguita a considerarti alla stregua di un limone.
Rantolo inascoltato il di tuo, in frequenza decifrabile; un omicidio suicidio è a perpetrarsi?
Ai posteri l'ardua sentenza?
Tronfi paperoni son svezzati con Risiko e Monopoly.
Codesto immemore, la sua generazione e quella contemporanea, saranno da tempo tornati a te
per il poter vivere il non perseverare o il perseverare; due viottoli, con il primo, suppongo, di pochi passi.
Gaia, dimora comune, forse unica del tuo genere, l'immemore eletto, resa te decrepita bagascia, studia
la maniera per l'abbandono, per migrar nel luogo rosso; ivi sarà la sua natura piaga parassita?


Sturiella 'e Natale
Stammatina, 'ntramente stevo dinto 'a stanzulella meja, aggio sentito na vucella ca me chiammava d''a foro 'o balcone << Viciè! Viciè! >>
Songo asciuto sentenne ca vucella se faceva 'nsiste<< Viciè! Viciè! Viciè! >>
Fore là, appuiato 'ncoppo 'a chianta 'e geranio, ce steve nu passero, d''e penne se vedeva ca er vicchiariello.
Ce so' ghiuto 'ncontro alluccuto << Marò! Piccerì sì propeto tu ca me chiamma?
E' propeto 'a toja 'a vucella 'o è na fantasia? >>
<< Viciè stamme 'a sentì, te vurria cerca 'n attenzione. >>
<< 'N attenzione! 'E qual attenzione vuò 'a me?>>
<< Ca Scrive na puoesia p''e 'o Santo Natale.>>
<< Piccirì, sì pur veco ca 'e penne toje so' chiù ianche d''e zirule meje, nu so' pueta e po' 'e sapè ca d''a quanno er criaturo,
tantu tiempo fa, into 'a 'sti feste, l'anema meja s'accupa; cuieto vurria durmì nu suonno futo pe' tutto 'o tiempo d''e ceremmonie:
'a lummenaria chiù lucente, l'apparamiento chiù bello, ogne tipo 'e festeggiamento, ogne magnata sapurita
e 'o rialo chiù desiderato mai m'hanno allerato...
Te vurria fa' cuntento, sì sulo l'anema nu fosse appucundruta 'e sapesse scrivere parole juste p''a nasceta chiù Sacra,
int''a qual Cristo è vunuto 'o munno c''o penziero 'e dà cuscienza 'a nuje uommeni;
ma fujme tanto "santarielli" c''o mettettemo 'ncoppo 'a croce attortamente.
Dinto 'a chisti juorni 'a priezza nun essa essere p' 'o rialo avuto 'o rato, ce fa' vedè ca ce sbattimmo 'mpietto pe' cumparì 'e core.
Avesseme avè crianza p' 'o mutivo Sacro 'e 'stu tiempo... >>
'O passero me stato 'a ascutà, po', doppo ca c'aggio dato doje mullechelle 'e nu pucurillo d'acqua
se n'è vuliato into 'a nu cielo lucente...


Storiella di Natale
Stamattina, mentre ero dentro alla mia stanza, ho sentito una vocina che mi chiamava da fuori al balcone <<Vincenzo! Vincenzo!>>
Sono uscito sentendo che la vocina diventava insistente <<Vincenzo! Vincenzo! Vincenzo!>>
Lì fuori, appoggiato sopra la pianta di geranio, ci stava un passero, dal piumaggio si notava che era vecchierello.
Ci sono andato incontro meravigliato << Madonna! Piccolo sei proprio tu che mi chiami?
E' proprio la tua la vocina o è una fantasia?>>
<<Vincenzo ascoltami, ti vorrei cercare una cortesia.>>
<< Una cortesia! E quale cortesia vuoi da me?>>
<< Che scrivessi una poesia per il Santo Natale.>>
<< Piccolo, se pur vedo che le tue penne sono più bianche dei miei capelli, non sono un poeta
e poi devi sapere che da quando ero bambino, tanto tempo fa, durante queste feste il mio animo s'incupisce;
beato vorrei dormire in un sonno profondo per tutto il tempo d'ogni celebrazioni:
la luminaria più splendente, l'addobbo più bello, ogni tipo di festeggiamenti, ogni buona mangiata
e il regalo più desiderato mai mi hanno rallegrato…
ti vorrei far contento, se solo l'animo non fosse triste e sapessi scrivere giuste parole per la nascita più Sacra,
durante la quale Gesù è nato con l'intento di far riflettere noi uomini;
ma fummo tanto "bravi" che lo mettemmo sulla croce ingiustamente.
Dovremmo avere rispetto per motivo Sacro di questo periodo…>>
Il passero mi è stato ad ascoltare, poi, dopo che gli ho dato qualche mollichina e un pochino d'acqua
se ne è volato tra un cielo terso…


La storia di Teresa la balia
Teresa, la lattarola per buona parte dei puteolani, aveva compiuto da poco trent'anni
ed era una bellissima bruna di struttura robusta longilinea e prosperosa,
nonché moglie di Vincenzo, belloccio e vanaglorioso di una gloria fatta di chiacchiere;
con lui aveva quattro figli, tutti maschi.
L'uomo da sette anni, dopo aver svolto lavori saltuari, più perché non gli piaceva tenersi
un'occupazione stabile, lavorava in un'impresa edile di Milano.
Teresa e Vincenzo si erano conosciuti quando entrambi erano poco più che diciassettenni,
dopo un anno e mezzo di fidanzamento, dato l'ostilità alla relazione da parte dei genitori di lei,
originaria del quartiere di Fuorigrotta di Napoli, avevano compiuto la classica fuitina.
Il padre e la madre non vollero più saperne della figlia, soprattutto quando seppero che era incinta
dell'allor primo figlio.
Nei primi tempi andarono ad abitare nella casa della famiglia di lui, in una traversa alle spalle del porto
di Pozzuoli, ma con un figlio avuto quand'ancora erano adolescenti e un altro arrivato da qualche mese
lì non potevano più risiedere: in due stanze, con il bagno e la cucina sul terrazzino, vi abitavano loro
e prole, i genitori di Vincenzo e una sorella mamma di cinque figli, più il marito di costei
quando tornava dai viaggi fatti sulle navi mercantili.
L'alloggio in cui si trasferirono e l'intero stabile di cui faceva parte, in via Napoli a Pozzuoli,
appartenevano a don Armando, un quasi cinquantottenne aitante di bell'aspetto;
anche se nei giorni lavorativi a guardarlo ti sembrava quasi da elemosina nei giorni domenicali
e delle festività faceva sfoggio di vestiti di ottima sartoria.
Costui possedeva pure una bottega di rigattiere locata al piano terra dello stesso palazzo,
che dava sulla strada, tale attività era unicamente di facciata, quella principale era di strozzino
e intrallazzatore; la maggior parte della merce esposta e in vendita nel negozio veniva sottratta
con forza alla gente che per sventura o bisogno cadeva tra i suoi tentacoli e non riusciva ad estinguere prestiti maggiorati dagli esosi interessi aggiunti.
Vi erano pagamenti che riscuoteva in natura da donne senza disponibilità di moneta
e correva voce che alcune di loro erano a partorire la sua prole,
oltre a quella che aveva con la sua consorte.
Vincenzo e Teresa di certo non si sarebbero potuti permettere di andare ad abitare nel millenovecento cinquantasette in via Napoli, dato la disponibilità economica: lui un lavoratore saltuario
fino a qualche anno prima e ora un operaio, lei una nutrice.
( A tale attività venne avviata dall'ostetrica che si occupava dei suoi parti, glielo propose, dato la sua predisposizione mammaria, dopo la nascita del secondo genito.
La sua opera raggiungeva i comuni limitrofi e il suo nutrimento arrivava, quando richiesto,
all'Annunziata di Napoli.
Per ogni poppata per seno si faceva pagare duecentosettanta lire, il prezzo di tre litri di latte d'allora.)
I familiari del puteolano continuavano a contribuire al ménage familiare per quello che potevano, soprattutto con vestiari per i ragazzi.
Il pseudo rigattiere aveva messo gli occhi su Teresa: fece in modo di allontanare il marito,
facendolo assumere nell'impresa di un suo cugino nel capoluogo lombardo e offrì loro il pigione
a un prezzo quasi irrisorio e non rifiutabile, tutto per averla nella sua zona.
Se a Vincenzo lo conosceva da sempre o quasi, era amico del padre dall'infanzia, a Teresa la conobbe
dopo che i due si sposarono e come faceva con tutte le donne e fanciulle che adocchiava
cercava il modo e l'opportunità di sedurla, senza porsi alcun problema.
Lei non incrociava mai lo sguardo di altri uomini, camminava diritta per la sua strada
eppure quando don Armando la vedeva passare dinanzi al negozio o la incrociava in giro per il vicinato oppure per Pozzuoli con una scusa l'avvicinava canticchiandole << Voglio naufragar nel profondo Suez,
inerpicarmi su quei promontori ove guglie campeggiano, valicare il bradisismo,
ruzzolare fin alla foresta nera e lì la caldana discendere.>>
Teresa era innamorata del marito, ne sentiva la mancanza, esso di rado tornava a Pozzuoli: lo faceva all'incirca ogni anno e mezzo; il Natale passato come altri lo aveva trascorso sola con i suoi figli
e con quest'ultimi ogni domenica mattina si recava a piedi, facendo un cammino costiero
di circa due chilometri, alla chiesa di Gesù e Maria, prima dell'inizio della prima messa
alla quale partecipavano, nel cui interno si trovava la statua raffigurante San Vincenzo,
a cui porgevano raccomandazioni e preghiere.
Giunse la prima settimana di aprile, la donna sperava che per la Santa Pasqua, che cadeva il ventuno
di quel mese, il marito fosse a casa con la famiglia, ma dopo un paio di giorni dalla domenica delle Palme, prima che alla mattina uscisse per le varie poppate programmate, il postino busso alla porta
e le consegnò un telegramma, lei pensava che annunciasse l'arrivo di Vincenzo, mentre il mittente,
il datore di lavoro del coniuge, le comunicava l'improvvisa morte dell'uomo, avvenuta sul posto di lavoro.
Non finì nemmeno di leggere la notizia che diede un urlo disumano, crollando a terra.
Rinvenuta trasudante di struggente sconforto si rese conto che non aveva la possibilità economica
per raggiungere il defunto a Milano, allora la sua vicina, accorsa, si propose di accompagnarla
dall'unica persona che avrebbe potuto aiutare la poveretta: don Armando!
Fu lieto di operarsi perché Teresa potesse raggiungere il capoluogo lombardo.
La donna partì sola, la sera stessa, i suoi figli li affidò all'anziana e affranta, per la funesta notizia, suocera.
Il treno giunse nella stazione centrale di Milano la mattina del giorno seguente.
Teresa era frastornata e più che giù di morale, aveva trascorso la notte di viaggio in bianco, avrebbe voluto nel corso degli anni poter fare una sorpresa al povero uomo ma non aveva mai avuto la possibilità: doveva accudire quattro creature, il marito le mandava o le portava, quando scendeva a Pozzuoli,
solo parte degli stipendi guadagnati.
Dal finestrino vide un uomo che aveva tra le mani un cartone con la scritta: attendo sig. Teresa,
moglie di Vincenzo.
Era un collega del marito mandato dal titolare a prendere la donna per condurla dov'era la salma; quest'ultimo dell'arrivo della vedova venne avvisato dal cugino.
Preso il bagaglio scese dal treno raggiungendo chi l'attendeva e insieme uscirono dalla stazione,
dove raggiunsero un'auto.
Lasciarono Milano e si diressero ad un comune limitrofo.
L'autovettura si fermò davanti ad una chiesa, l'autista disse alla donna che erano arrivati e di scendere; anche lui sarebbe sceso.
Entrambi entrarono.
Il compagno di lavoro di Vincenzo si fermò lungo la navata, sedendosi su di una panca, Teresa proseguì
fin nei pressi della bara, accanto alla quale vide in ginocchio una donna di alcuni anni meno di lei e vicino, in piedi, un bambino di circa tre quattro anni, fotocopia spiaccicata del consorte.
La donna capì il perché delle prolungate assenze di quest'ultimo e del non ricevere molto sostentamento per lei, la prole e le spese per la casa e quindi s'asciugò le lacrime, voltò le spalle all'altare,
raggiunse l'accompagnatore e gli chiese se potesse riportarla in stazione,
lì attese la partenza del treno direzione Napoli.
Giunta a Pozzuoli, senza recarsi dai figli e dalla suocera, si recò nella bottega di don Armano,
egli credeva che volesse dargli ragguagli sulla vicenda e dell'eventuale trasferimento del morto,
ma prendendolo da parte, lontano da orecchie indiscrete, gli disse << Appena puoi vieni a casa, vorrei sentire bene la canzoncina che quando mi vedi canticchi.>>
L'uomo intuì, riferì al dipendente di prendersi il resto della giornata di festa, chiuse la bottega
e raggiunse la donna.
Teresa smise di dare ad allattare soltanto i poppanti: iniziò a dare a poppare coloro
che avevano la possibilità di farle fare una vita migliore e aiutarla a crescere i frutti
avuti nel matrimonio.
Nel giorno di Pasqua la tavola, intorno alla quale sedeva con i figli, era adeguatamente bandita.
Vincenzo non venne condotto al cimitero di Pozzuoli, restò dove morì
e il resto della famiglia non fece più processioni domenicali alla chiesa di Gesù e Maria.


Il terno di Sant'Antonio

I
Ciro fu uno di quegli italiani che, nel febbraio del 1946, per primi, dalla stazione di Milano, presi il treno, emigrarono in Belgio con la prospettiva di un'occupazione: si trovò a lavorare da minatore nella miniera
di carbone a Marcinelle; firmò un contratto di dodici mesi, alla scadenza del quale ritornò a Napoli.
Si rimise a fare il lustrascarpe nei pressi della stazione ferroviaria sotterranea di piazza Camillo Benso
conte di Cavour, come aveva iniziato a fare agli inizi del 44 avviato dal padre, che possedeva una bottega
di ciabattino a Salvator Rosa.
Nel quarantanove si sposò con Anna, la figlia del panettiere di Porta San Gennaro, che conosceva,
si può dire, da quando entrambi erano in fasce; lei, da alcuni anni, lavorava presso un laboratorio sartoriale
in via Duomo.
Andarono ad abitare in via Fontanelle nel rione Sanità, in un'abitazione in affitto avente una stanza
in cui dormire e pranzare, la cucina e il bagno, al primo piano di una palazzina con accanto
al portone d'ingresso un'edicola votiva dedicata a Sant'Antonio da Padova.
Non avendo né l'opportunità di guardare la televisione a quei tempi, né alcun svago, quand'erano
in casa, chiuse le imposte al piccolo balcone, s'impegnavano nell'intento di accrescere
l'esiguo nucleo familiare, senza riuscirci; ad ogni giungere del periodo di menorrea, del mese seguente,
era un versare, da parte di entrambi, lacrime d'avvilimento.
Si era giunti nei primi giorni d'agosto del cinquantuno, già nelle prime ore di luce il mese faceva percepire
il suo essere il periodo dell'anno più caldo, Anna uscita dal portone dello stabile come ogni mattina si fermò dinanzi all'edicola, fattasi il segno della croce prese la strada per recarsi al lavoro, ma fatti due passi
si sentì chiamare da una voce a lei familiare, voltatasi vide che a chiamarla era stata colei a cui aveva pensato: donna Nunzia.
Costei, nel rione Sanità, veniva chiamata lo stregone dei Vergini, abitava per l'appunto in via Vergini,
il luogo in cui si svolgeva il mercato di quartiere, lavorava come infermiera all'ospedale San Gennaro
e aveva aiutato a partorire, oltre a svolgere ogni opera infermieristica, in casa molte donne delle zona, compreso donna Antonietta, la madre di Anna; le si dava il merito di riuscire, al contrario dei fallimenti medici, a far restare incinte figliole, che maritatesi, non riuscivano a sfornare marmocchi.
Donna Nunzia giunta ad un metro da colei che aveva chiamata<< Piccerè, per me sei sempre la mia piccina, come tutti quelli che ho fatto sbocciare restano i miei piccoli, ma quando mi dai il piacere d'accogliere
il tuo nato, ma vi date da fare tu e Ciro? >>
Anna<< Cero donna Nunzia, come non vorrei darvelo! Ogni mese è 'o chianto 'a Matalena
da parte di entrambi, poi ci rincuoriamo a vicenda e continuiamo a tentare.>>
( 'O chianto 'a Matalena, pianto della Maddalena, è un pianto intenso, di dolore e sconforto.
Il modo di dire fa riferimento al pianto di Maria Maddalena accanto alla croce di Gesù. )
Donna Nunzia<< Come ogni volta che posso sono andata dalle anime del Purgatorio del cimitero
e uscita ho fatto apposta la strada che mi portava da queste parti, volevo tue notizie,
ora faccio il mio solito giro, in ospedale ho il turno di notte, quando ritorni da lavoro vieni a casa mia,
prima che vada a prendere servizio, parliamo un po', vediamo di risolvere questa cosa.
Però quello che ti voglio dire è che non ci devi mettere il pensiero se resti o meno incinta, certe cose vanno fatte per il piacere di farle, non per avere per forza un risultato, non ci devi pensare!>>
Donna Nunzia diede un bacio sulla fronte ad Anna per salutarla e ognuna riprese la sua strada, quest'ultima nel tardi pomeriggio, uscita da lavoro, si precipitò a casa di lei.
Trascorse il mese corrente senza che cambiasse nulla, ma il mese settembrino fu per Anna e Ciro auspicio
di primavera e a giugno del cinquantadue, all'alba del tredici, a Sant'Antonio, la levatrice fu a prendere
tra le mani la figlia dei due, Antonietta; chiamata così sotto suggerimento di donna Nunzia.
Anna partorì in casa e dopo essersi stabilita divenne sua consuetudine accendere un lumino, ogni sera,
e porlo ai piedi dell'edicola, chiedendo al Santo, come preghiera, di vegliare sulla piccola e ogni domenica, dopo la prima poppata, si recava con la figlia nella piccola chiesetta del cimitero delle Fontanelle,
ove vi era un antico Crocifisso posto dietro l'altare di marmo.
Il complesso ossuario distava dall'abitazione circa trecento metri. Nel corso degli anni Ciro e Anna, nonostante il desiderio e l'impegnarsi, non ebbero altri figli,
la donna continuò a raccomandare la figlia al Santo, come ogni domenica mattina non mancava
mai nel recarsi con lei a pregare alla cappella nella catacomba.


II
Si arrivò nel millenovecentosessantanove, Antonietta compì nel corso dell'anno diciassette anni e lavorava nel laboratorio in cui era ancora occupata la madre, mentre Ciro, il padre, continuava
a fare il lustrascarpe al solito posto.
Nel medesimo anno, il giorno seguente l'ultimo di lavoro prima delle ferie estive,
una delle giovani lavoratrici della sartoria organizzò una festa a casa sua e invitò le altre,
compreso Antonietta.
Durante il festino la ragazza conobbe Ignazio, cugino dell'organizzatrice della festa, un ragazzo di cinque anni più grande di lei.
Agli inizi di settembre lui, che lavorava in qualità di autista dei mezzi pubblici, fece in modo d'incrociare
le sarte alla fine dell'orario di lavoro, facendosi adocchiare dalla parente, intanto che camminava davanti alla sartoria, che lo chiamò per salutarlo, ignara della messinscena: realizzo così l'intento d'incontrare
la figlia di Anna; quest'ultima era uscita insieme alle ragazze.
Si soffermò a confabulare con loro, dopodiché, mediante un pretesto, si accodò alla cugina, alla donna
e la figlia, che facevano tutte e tre un buon pezzo dello stesso cammino.
Giunti a via Foria il quartetto si fermò, essendo arrivato davanti al portone del palazzo dove abitava
la collega di lavoro, Antonietta e Anna salutarono e ripresero a camminare verso la via di casa;
Ignazio attese che le due si allontanassero, senza che uscissero dalla sua visuale, salutò la cugina
e le seguì.
Da quel giorno, quando i suoi doveri lavorativi glielo permettevano, faceva del tutto per incontrare Antonietta, approfittando soprattutto delle poche volte che si trovava da sola a fare qualche commissione.
Si prodigò in un incessante e romantico corteggiamento, fino alla capitolazione della resistenza
della ragazza.
Dopo il primo bacio Anna già sapeva tutto per bocca della figlia, per questo volle parlare
con lui per venire a conoscenza delle sue intenzioni.
Trascorsi alcuni mesi il giovane si andò a dichiarare da Ciro, chiedendogli la mano della figliola.
I genitori erano contenti del partito con un buon posto di lavoro che era toccato ad Antonietta;
egli era premuroso e pieno d'attenzioni con loro come lo era con la fidanzata.
Anna, che si rallegrò anche con donna Nunzia del buon fidanzamento, ogni volta che passava davanti
al Santo, compreso la sera quando si recava a portare il lumino acceso, non faceva altro che ringraziarlo
e continuò, senza mai mancare e insieme all'adorata figlia, a recarsi all'altare del cimitero delle Fontanelle
la domenica mattina.
Nell'autunno del settantatré, Antonietta, ormai maggiorenne, convolò a nozze con il suo amato.
"Eppure la vita è composta da cammino di gioia e dolore, non sempre suddivisi e distribuiti in ugual misura."
I novelli coniugi, ritornati dal viaggio di nozze trascorso in Sicilia, andarono ad abitare in un'abitazione
in uno dei palazzi di via Salvator Rosa.
Dai primi giorni nella dimora cessarono premure e romanticismi, dopo un mese Ignazio si licenziò
dal lavoro e per molti mesi non fece neppure andare a lavoro Antonietta, pretendendo di trascorrere, insieme a lei, giorno e notte sul talamo e se lei tentava di ribellarsi erano botte da orbi.
Poteva solo scendere dal letto per cucinare e uscire di casa per andare a fare la spesa;
non doveva mai dimenticarsi il vino.
Pranzavano e cenavano restando sul letto.
Anna e Ciro non riuscivano ad avere notizie della figlia e tantomeno sapevano dell'attuale situazione
che stava vivendo.
Dopo molto tempo la donna riuscì ad intercettare la figlia in una delle sue fugaci uscite e così seppe
della vicenda.
Antonietta, oltre ad avere un aspetto trasandato, era irriconoscibile anche agli occhi della madre.
Anna ritornò a casa sconvolta, come lo fu Ciro quando la sera ritornò da lavoro e seppe.
D'allora smise d'accendere lumini e recarsi la domenica, anche perché non lo avrebbe potuto fare unitamente alla figlia, al cimitero delle Fontanelle; cominciò, quando si trovava davanti all'edicola,
a chiedere a Sant'Antonio perché avesse smesso di proteggere la figlia.
Finiti i soldi che gli permisero di sopravvivere in quel periodo Ignazio concesse ad Antonietta di riprendere
il lavoro, mentre lui oziava tutto il giorno.
Il tredici giugno del millenovecento settantacinque, era un venerdì, Antonietta prima di andare al lavoro,
riuscì ad uscire più presto di casa quella giornata, si allungò a casa dei genitori, dove giunta
dinanzi al Santo, voltatasi per fare il segno della croce, il suo sguardo cadde su quello che sembrava
un rossiccio foglio di carta piegato lì per terra, sul quale risaltava il volto di uno che poteva sembrare
un monaco, anche l'abbigliamento del mezzo busto della raffigurazione faceva pensare ciò.
Lo raccolse e tenendolo tra le mani raggiunse l'abitazione, ad aprire la porta fu la mamma,
il padre già era sul posto di lavoro, che si meravigliò di vederla e gli chiese come mai fosse andata.
La figlia gli disse di aver trovato un santino ai piedi dell'edicola e glielo porse.
Anna incominciò ad aprire il foglio di carta iniziando a notare che la figura non era un monaco ma bensì Michelangelo Buonarroti e disteso del tutto apparve che era una banconota da diecimila lire
su cui, sul lato lateralmente all'immenso artista, vi erano scritti dei numeri con il loro significato:
26 Nanninella (Anna), 55 'a museca (la musica) e 85 ll'aneme 'o Priatorio ( le anime del Purgatorio).
Le due fecero la stessa pensata: uscirono di casa, entrambe si fecero la croce dinanzi a Sant'Antonio,
e si diressero alla ricevitoria del rione, dove, entrate, giocarono i tre numeri così com'erano scritti.
Quando il ricevitore chiese quale cifra desideravano puntare entrambe risposero: il valore della banconota stessa!
L'uomo alzò un istante gli occhi, li riabbassò e fece l'operazione.
Anna prese in consegna la ricevuta e uscite si diressero al lavoro, dal quale, il pomeriggio tardi,
ognuna si diresse alla propria abitazione, senza far parola né con le colleghe né con i rispettivi consorti.
Il fato o il miracolo volle che il sabato sera uscissero dall'urna tutti e tre numeri, uno in fila all'altro,
sulla ruota di Napoli; logicamente e per campanilismo madre e figlia su quella puntarono.
Anna lo disse la sera stessa a Ciro mentre Ignazio non seppe nulla e tantomeno sospettò qualcosa,
neppure nei giorni seguenti.
Dopo circa sei mesi, all'orario in cui sarebbe dovuta rincasare Antonietta, all'abitazione di quest'ultima suonò il campanello sulla porta d'ingresso, ad aprire andò, imprecando perché pensava che fosse la moglie e che non avesse la chiave, Ignazio.
Certo che era la consorte che aveva suonato il campanello, aveva immaginato bene, ma non immaginava che fosse insieme ai genitori e a due carabinieri: la moglie gli consegnò la richiesta di divorzio, gli agenti
gli intimarono di accettare le disposizioni e di rispettare la volontà di quella che sarebbe diventata
l'ex moglie.
Il "povero" Ignazio restò immobile e muto sull'uscio di casa, mentre vedeva i cinque, che gli voltarono
le spalle senza neppure salutarlo, scendere le scale del palazzo e allontanarsi…


La storia di un torinese emigrante

I
Agli inizi degli anni sessanta Evaristo Gusibolsi si trovò, a poco più di vent'anni,
a doversi trasferire a Napoli, anche se lui pensava di trascorrere una sorte di vacanza.
L'anomala emigrazione fu dovuta a una donna che acquistati dei panni e stoffe
al mercato di Resina, dopo averli trasformati o creati dal tessuto, partiva alla volta di Torino
per vendere la sua mercanzia tramite vendita porta a porta.
I genitori di Evaristo, che abitavano in una via del quartiere Vanchiglia del capoluogo piemontese,
erano tra i tanti clienti della venditrice in città; era sua consuetudine visitare la famiglia Guisibolsi
ogni mercoledì dell'ultima settimana del mese.
( Trascorreva un'intera settimana di ogni fine mese nella città torinese: partiva la domenica
e faceva ritorno nel capoluogo campano nella tarda mattinata del sabato.
Questo lavoro gli era stato trasmesso dal padre, che facendosi vecchio
e sapendo la situazione della figlia decise di farsi affiancare e dopo un periodo di apprendistato
e fattole conoscere i clienti e viceversa si era ritirato.
Donna Concetta, Cuncé per gli amici compaesani, poco più che cinquantenne,
con un marito ergastolano, doveva crescere e sfamare sei figli.
Aveva imparato bene come fare la venditrice, anche di sé stessa: sapeva come farsi benvolere dai clienti,
farsi accogliere come un'amica di famiglia e non come un'estranea, anche se poi quando era il momento
di farsi pagare i conti erano sempre salati, se pur dava ad intendere che si trattava di prezzo di favore.
Se solo i malcapitati avessero saputo dove avvenivano i suoi acquisti da rivendere e quanto miseramente
a lei costavano in realtà! )
In uno dei giorni di visita alla casa la donna chiese del ragazzo, lo conosceva da quand'era adolescente,
ma da tempo non lo vedeva, la madre e la nonna, madre della madre, gli dissero che era cresciuto
ed era diventato un bellissimo ragazzo e che finito l'istituto tecnico industriale ed espletato
il dovere di leva attendeva un' occupazione.
Mentre le tre donne stavano chiacchierando il dlin dlon del campanello sulla porta d'entrata catturò
la loro attenzione, la signora Guisibolsi si allontanò dalla cucina dove si stava tenendo la riunione
e si recò a vedere chi aveva suonato e se era il caso aprirgli la porta: era colui di cui stavano parlando, Evaristo.
La madre lo fece entrare e gli disse della presenza di donna Concetta e di recarsi a salutare,
anche perché aveva chiesto di lui.
Il giovine così fece, i due si salutarono, dopodiché la signora prima lo squadrò per bene,
era davvero un bel ragazzo e molto educato, fisicamente aitante ma non palestrato, longilineo,
superava il metro e ottanta e poi gli fece una sorte di terzo grado.
Donna Concetta, che parlava un italiano in modo approssimato,
imbastardito dal dialetto<< Era da molto che non ti vedevo, sei venuto su davvero bene.
Ti ho visto crescere e conoscendo che fai parte di una famiglia perbene vorrei proprio farti conoscere
la mia figlioccia di Napoli. >>
Che poi non era altro che la figlia di una sua cliente di Napoli.
La donna si rivolse alla madre << Se volete potete darmi una sua foto per farla vedere alla famiglia
e alla cara ragazza, io il mese prossimo, quando torno a Torino, vi porto una sua foto,
sempre se i genitori e lei accettano. >>
Evaristo diede l'impressione di essere contento, ma era solo troppo educato per dare una risposta di rifiuto, la madre, per una sorte di gratitudine, andò nella camera del salotto e tolto una foto fata dopo il diploma dalla cornice che era sul mobile la portò alla napoletana, la quale fu sul vago nel dare informazioni
sulla famiglia della fanciulla e su di essa; dopo poco lasciò la casa.
La nonna, che fino ad allora non aveva professato parola, non era entusiasta della situazione
in cui la figlia stava facendo incanalare il nipote, proferendo che sperava che la cosa
non sarebbe andata in porto.
Puntuale il mercoledì dell'ultima settimana del mese successivo, si era alla fine di gennaio
con una temperatura da neve, meno tre gradi, donna Concetta bussò alla porta Gusibolsi,
aveva lasciato Napoli con il sole che dava un tepore primaverile e un cielo libero da velature.
Si era abituata alle escursioni termiche tra le due zone del paese; già in treno, recatasi in bagno,
faceva il cambio di abbigliamento.
Ad accoglierla vi erano Evaristo, la madre e il padre, il quale fu messo accorrente della proposta della donna la sera stessa,
quando tornò da lavoro, del giorno in cui venne fatta, non è che ne fosse contento,
una volta tanto si trovava d'accordo con la suocera, ma aveva troppe magagne che doveva tenere nascoste
per mettersi contro le decisioni della moglie, gli conveniva accontentarla!
Si accomodarono in cucina, come in tutte le riunioni che avvenivano in quel giorno,
si sedettero tutti e quattro attorno al tavolo
e attesero che donna Concetta parlasse << Il giorno dopo il mio arrivo a Napoli,
la domenica dopo pranzo, ho fatto visita alla mia cara Angelina e ai suoi genitori,
gli ho detto che di mia iniziativa, conoscendo che famiglie siete e per l'affetto che provo
per entrambi i ragazzi, sono entrambi due pezzi del mio cuore che ho visto crescere…>>
Evaristo l'interruppe<<Grazie signora Concetta!>>
La donna continuando<<…mi sono permessa di espormi e farvi da intermediario in questa conoscenza,
se poi saranno fiori fioriranno.>>
Tirò fuori dalla borsa una foto del primo piano fatta in una macchina automatica per fototessera
e la posò sul tavolo: un bel viso tondo, uscito poco prima della foto dalle mani del parrucchiere
e del truccatore, di una fanciulla diciannovenne dai tratti mediterranei.
I tre familiari non restarono dispiaciuti dalla foto.
La padrona di casa << Signora Concetta, se mio figlio vuole fare conoscenza della ragazza,
che voi ci garantite che fa parte di una buona famiglia di Napoli, come ci potremmo disobbligare con voi,
per il vostro fastidio?>>
Donna Concetta << Ma quale fastidio! Per me è un onore e piacere, vi ho detto che lo faccio soltanto
perché conosco le famiglie e i ragazzi. Tu che ne dici ragazzo, ti farebbe piacere?
Al limite ti fai una vacanza!>>
Evaristo << Voi siete una garanzia, una persona di famiglia, sì, mi farebbe piacere, ma dove andrei a stare
in quei giorni?.>>
La madre << Vai a mamma, vai a conoscere Napoli, ti fai una vacanza al limite! Signora Concetta
lo affido nelle vostre mani, sapete che ho solo lui!>>
Donna Concetta << Non vi preoccupate è come se fosse mio figlio. Starai a casa mia, sia a dormire
che a mangiare, per tutta la settimana, certo non è così tranquilla come la vostra con sei figli che ho.>>
Rivolgendosi ai genitori<< Signora voi sapete la mia condizione familiare e per questo vi chiedo
un minimo di contributo, accompagnerò io stesso a conoscere vostro figlio ai genitori e alla ragazza.>>
Il padre del ragazzo<< Ma certo, copriremo le spese di mio figlio, non vogliamo che sia un peso.>>
Donna Concetta <<Per carità, quale peso è soltanto necessità! Sua moglie sa che le faccio sempre
dei prezzi di favore, è più per il piacere di recarmi in casa vostra che per la vendita.
Facciamo come se ci facessimo noi quattro un vestito confezionato a testa
e paghereste voi: centosessanta mila lire!>>
Il signor Guisibolsi si sentì come se si stesse per ingoiare la lingua, ripresosi,
accennò a professar parola ma lo sguardo della moglie lo colpì, come un automa
si recò in camera da letto per prendere la cifra che era stata richiesta
da uno dei cassetti del comò: certo il suo stipendio era di più di quello di un semplice operaio,
ma comunque era una bella botta alle finanze di famiglia, se pur la moglie contribuiva
con il suo stipendio da cassiera alla Standa.
Tornò in cucina a piccoli passi con lo sguardo fisso sui soldi che aveva in mano, giuntoci,
senza professare parola porse le centosessanta mila lire alla venditrice, che li prese e senza contarli
li mise in una borsetta che tirò dal reggiseno; depositati rimise la porta soldi dov'era.
Disse ai genitori di accompagnare il figlio alla stazione il venerdì successivo, li mise accorrente
sull'orario della partenza del treno, di fargli il biglietto d'andata e quello di ritorno, gli diede
dei consigli sull'abbigliamento, salutò cordialmente e se ne andò.


II
Il sabato successivo il treno giunse a Napoli, presi i bagagli donna Concetta ed Evaristo scesero
dalla carrozza, ad attenderli due dei quattro figli maschi della donna.
I sei, espletati i saluti e le presentazioni, uscirono all'esterno della stazione, il tempo meteorologico
che aveva visto partire la venditrice persisteva, voltarono a destra imboccando corso Novara,
proseguirono a piedi fino al ponte di Casanova, giunti nei pressi del quadrivio attraversarono
prima il corso e poi da un lato all'altro via Casanova, nei pressi, giù delle scale,
vi era la stradina dove si trovava il palazzo in cui era ubicata, al primo piano, l'abitazione.
Giunti alla casa ad aprire la porta fu una delle due figlie della donna, Anna, una ragazza graziosa
che conosceva le buone maniere, di carattere riservato ma cordiale; aveva una fila di pretendenti,
che a turno, le facevano la serenata, ma ogni volta restava in camera senza uscire:
gli andava stretto quell'ambiente.
La madre la presentò ad Evaristo e mentre, rivolgendosi alla mamma, chiedeva, avendolo intuito,
se era lui che doveva conoscere Angelina, senza farsi accorgere dal ragazzo,
fece una smorfia tra il disappunto e il dispiaciuto.
La domenica giunse il grande giorno, dopo pranzo, verso le diciassette, su via Casanova un taxi
venne a prendere Evaristo e la signora Concetta, per condurli al vicoletto Donnalbina,
sito tra il complesso monumentale di Santa Maria la Nova e la chiesa Santa Maria Donnalbina;
uno di quei luoghi che da un balcone all'altro si possono, senza scendere in strada,
tanto passarsi una tazza di caffè o se prendono un questione fare a mazzate
saltando da un balcone all'altro.
Al terzo piano di uno dei palazzi abitava Angelina con i genitori e tre fratelli maschi.
La madre della ragazza, donna Sofia, vendeva le sigarette di contrabbando
alla via sulla quale si accedeva al vicoletto e di cui aveva lo stesso nome; il padre teneva una bancarella d'ambulante
 nei pressi del palazzo delle poste e telecomunicazioni; i fratelli si campavano da soli per strada.
Angelina si doveva occupare della casa; a scuola aveva frequentato fino alla quinta elementare,
i genitori decisero che l'apprendimento conseguito già le bastava.
Tutto il vicinato e dintorni sapevano che doveva giungere dal nord Italia
n pretendente per Angelina, a Napoli siamo così: si bruciano le tappe nel pensare e giudicare.
C'era gente affacciata ai balconi e in strada ad attendeva l'avvento.
Il taxi arrivò, i due uscirono tra sguardi e vocii, entrarono nel palazzo
e per raggiungere l'appartamento dovettero salire scalinate formate da scalini enormi.
Ad aprire la porta fu don Carmine, il probabile futuro suocero,
uno che per descriverlo basta dire che si poteva paragonare a un primate,
non per l'aspetto fisico, quello era trappano, ma per il suo pensiero.
Era convinto che un uomo non diventava tale se non trascorreva un periodo nelle patrie galere.
La signora Concetta, entrati, salutò l'uomo e poi gli presentò il ragazzo, i due si salutarono
con una stretta di mano.
Si diressero nella camera da pranzo; per i parenti presenti farei prima a dirvi quelli assenti.
Evaristo li salutò ad uno ad uno, poi, sempre in compagnia del padre di Angelina,
guidato da quest'ultimo, si diresse sul lato dove vi era il balcone, su cui erano accomodate,
su delle sedie, la probabile futura suocera, la cugina del cuore della probabile fidanzata e la stessa.
Il fanciullo torinese si sentiva fuori luogo, faceva fatica a non darlo a capire.
Ora stava riflettendo del perché la foto, portata a vedere a lui e alla sua famiglia,
ritraeva un primo piano con ritocchi d'antico photoshop.
I due, messi vicini, non formavano l'articolo "il" ma l'artico "lo", con la consonante maiuscola.
Alla fine della festa si trovarono seduti attorno al tavolo Angelina, il padre, la madre, Evaristo e donna Concetta;
 fu quest'ultima a mettere i puntini sulle I, era lontano da lei la volontà
di mettere in difficoltà il ragazzo, stemperò la situazione: conosceva bene la mentalità di quell' ambiente.
Infondo lei il ricavo lo aveva intascato.
Chissà quanti vestiti confezionati pagarono i genitori della ragazza per la sua intercessione?
Rimasero che i due si sarebbero incontrati nella settimana avvenire, prima della partenza del torinese,
per conoscersi: sarebbe stato lo stesso don Carmine ad andare a prendere Evaristo e insieme avrebbero raggiunto Angelina in via Roma,
dove i due avrebbero passeggiato sotto l'occhio vigile delle nonne di quest'ultima.
Martedì, il giorno della passeggiata, alle quattro passò a prenderlo l'uomo, chiedergli se prima di andare all'appuntamento
poteva accompagnarlo a fare una commissione e che poi da lì sarebbero andati all'incontro.
Di gran carriera l'auto si diresse nella zona di Secondigliano, l'uomo giunto vicino ad un palazzo entrò
a marcia in dietro nel portone, scese dicendo al ragazzo d'attenderlo a bordo.
Dato che il cofano della macchina era stato aperto e che la visuale degli specchietti laterali era impedita
dai muri dell'edificio Evaristo non vedeva con chi stesse parlando il napoletano e cosa stesse dicendo
con i suoi interlocutori, non li capiva; nonché cosa stessero caricando.
Ad un tratto si sentirono delle sirene: giunsero due volanti della finanza; dietro non si sentiva più nessuno
e niente più veniva caricato.
Gli agenti intimarono ad Evaristo di scendere con le mani in alto, il ragazzo, ignaro del perché di ciò,
appena si trovò in piedi fuori dell'auto, avendo difronte delle armi spianate,
crollò a terra battendo la testa violentemente.
L'ultima sensazione che ebbe fu quella che l'anima lo stesse abbandonando.


III
Il vissuto e lo scorrere del tempo è cognizione umana e il vivere è cognizione degli esseri viventi,
ma Evaristo, se pur giunto al vespro della vita terrena e raggiunto quello che poteva essere
l'altrove aveva le stesse sensazioni e percezioni di quando era in un corpo.
In vita non era stato certo un peccatore, non ne aveva avuto il tempo,
per questo quella che era la sua anima si sentì defraudata: si trovò catapultata
in quella che poteva essere un'angusta caverna con un unico prosieguo in pendio.
Senza che se ne accorgesse o che ne avesse l'intenzione, ma come se fosse condotto,
proseguì lungo la china dove incrociò altre anime che proseguivano, in modo mesto,
nella stessa direzione, ignare a cosa andassero incontro;
tutte si chiedevano come mai fossero capitate ivi.
All'improvviso si videro parare davanti quelle che gli ricordavano due enormi colonne di fuoco;
ad una ad un si videro oltrepassare e ad una ad una ebbero la percezione di precipitare
in un precipizio che sembrava non avere fondo.
Fluttuanti arrivarono al cospetto di quello che appariva essere il guardiano di quel luogo.
Costui, con un calcio, le malcapitate anime le lanciava verso quella che era la fine del burrone.
Il fu Evaristo era smarrito, non ricordava e pur si sforzava a voler ricordare quali peccati, a vent'anni,
lo avessero condotto là, dopo la morte corporea.
Gli sembrò di essere chiamato da una voce profondamente tenebrosa,
li fu fatto cenno di raggiungerla e quando fu nei pressi di essa<< Putrida anima sei qui per scontare
la tua vita terrena!>>
Evaristo<< Scusate ma che ho fatto di così grave che io non ricordi? Non dico l'Elisio,
ma almeno il secondo regno, no addirittura la terza scelta!>>
L'interlocutore<< Evaristo Guscolzi…>>
Evaristo << Non iniziamo anche qua a non pronunciare bene il mio nome che è Evaristo Gusibolsi!>>
L'interlocutore infastidito e con cenno di ira << E' nato sulla terra, in tale continente, in tale nazione,
in tale regione, in tale città, in questa data? Qui è gradito!>>
Evaristo sconcertato di tutta risposta<< Signor no! Sapete che sono morto a Napoli
ma che non sono nato lì e nemmeno ci vivevo? Se volete vi racconto chi sono stato,
ci deve essere uno sbaglio di persona,
il mio posto era di sicuro di un altro, cercatelo, glielo cedo volentieri!
Forse era la persona con il cui nome avete chiamato me per sbaglio?>>
L'interlocutore che gli iniziava ad uscire il fumo dal naso<< Se ti trovi qui è perché ci devi essere,
non dire menzogne, e poi questo è il regno della menzogna, non hai nulla da insegnarci!>>
Evaristo<< Le decisioni si vede che qui le prendono coloro che furono umani!>>
L'interlocutore<< Badi a quello che dice, noi siamo diavoli, facciamo le cose seriamente!>>
Evaristo<< Signor diavolo lei sa quanti diavoli ci sono da dove vengo io
e che dicono la stessa cosa che ha detto lei?>>
Questa volta lo aveva davvero fatto infuriare!
Evaristo sembrava che stava per trascorrere un'eternità non sua, ma come si trovò nella caverna
ad un tratto ora si ritrovava nel suo giovane corpo che era su un letto dell'ospedale Ascalesi;
vide un medico che sopra di lui gli disse: guagliò ti è andata bene!
Sotto all'uscio della porta vi erano due agenti che lo piantonavano.
Si sentì tenersi la mano da un'altra mano, si girò e vide che era Anna, la figlia di donna Concetta,
restatagli accanto…


Antonio e la sirena fanciulla
In una giornata d'autunno, una di quelle dove si percepivano ancora fragranze di un'estate oramai passata,
del lontano millequattrocento sessant'otto, un viandante ormai attempato il cui sguardo era spento
dalle traversie della vita e del quale non si sapeva né da dove venisse e né chi fosse, anche se il suo nome
si seppe che era Antonio, giunse alle mura di Gragnano, entrato nella cittadina raggiunse, dove trovò riparo per alcuni giorni, la chiesa della SS. Maria dell'Assunta.
Una mattina ascoltata la S. Messa e presa l'eucarestia, essendosi voluto confessare prima e anche
per questo il suo dire e il suo narrarsi era celato dal segreto della confessione, raccolse la vecchia bisaccia che custodiva poche cose, il bastone con cui era solito accompagnare i suoi passi e uscì dalla chiesa.
Si diresse verso una delle porte del maniero, l'oltrepassò incamminandosi sulla strada che dalla valle
delle Ferriere conduceva ad Amalfi; lui non sapeva che avrebbe raggiunto tale località: dal confessore
gli venne indicata la strada per il mare, essendo che chiese indicazioni per raggiungere il mare,
prima di distogliersi dal confessionale accanto al quale stava genufletto.
Non del luogo ed essendo che non comprese bene le indicazioni dategli si smarrì.
Attraversò monti, boschi, radure e costeggiò e attraversò torrenti e ruscelli; durante il tortuoso cammino, dove esso costeggiava una delle cascata, si riposò, le logore e traforate calzature gli facevano lacerare
i piedi dai tortuosi sentieri che calpestava.
Quello che non incontrò fu un'anima ad incrociare i suoi passi.
Attese che le sue ferite si rimarginassero e le gambe riprendessero le forze e lo sorreggessero, riparandosi in una grotta.
Non si sa quale fu il suo sostentamento.
Durante l'incalzare d'un temporale, all'alba, ricominciò a dare i suoi passi verso la meta.
Prima di farlo lasciò la bisaccia in quel che fu riparo e rifugio, per lui un tesoro essendo che era tutto quello che possedeva ed era l'unico legame col passato, accertandosi di nasconderla in modo che non fosse trovata da qualcuno; forse era sua intenzione ripassare a riprenderla.
Giunto nella cittadina amalfitana e dopo aver girovagato in cerca d'elemosina o di cibo si diresse verso
una piccola spiaggia di scura sabbia situata in una conca, alla quale si accedeva dopo aver percorso
una serie di ripidi discese.
Lì restò assorto nei suoi pensieri e mentre la vita e i ricordi gli fluivano dinanzi agli occhi iniziò a passeggiare su e giù per battigia.
Le onde s'infrangevano accarezzando la sabbia e i suoi piedi; lo sciabordio risultava ad Antonio un dolce canto.
L'oro del tramonto iniziava a lambire il cielo quando decise di proseguire il suo vagabondare,
ma all'improvviso, quando rivolse un ultimo sguardo al mare, la sua attenzione fu rapita
da una figura non chiara all'orizzonte che emerse all'improvviso dalle acque e incominciò a nuotare
nella scia di luce verso la spiaggia, restò a guardarla arrivare; arrivò presso di lui manifestandosi
per quello che era, per cui egli divenne marmoreo.
I suoi occhi erano increduli e sbarrati per ciò che vedevano: una sirena!
Di colorito bronzeo, la chioma, corvina e folta adornata da variopinti coralli, le scendeva fin sui nudi seni facendoli solo intravedere; il vermiglio degli occhi, profondi e luminosi, era tutt'uno con quello del mare
e l'argentea coda luccicava nelle limpide acque.
Porse all'uomo la mano adornata da bracciali di conchiglie invitandolo a seguirla con voce suadente
e un sorriso che le riempiva l'ovale viso.
Antonio con voce tremante, che nessuno, tranne i monaci che lo accolsero, ai quali non raccontò apertamente dettagli della sua storia, nei giorni che si trovò a Gragnano udì<< Sto sognando o non sei mitologia? Non ho mai amato il mare se pur l'ho solcato, m'affascina il suo essere oceano misterioso
e scrigno di mondo parallelo a quello su cui si posano e restano proprie orme.>>
Lei non rispose ma continuava a tenere la ma protesa in segno d'invito a seguirla.
Se pur titubante l'uomo entrò in acqua prendendo la mano della marina fanciulla, i due insieme, mano
nella mano, iniziarono a nuotare.
Lontani dalla terra ferma s' immersero nel ventre degli abissi, nel tempo in cui gli ultimi istanti di tramonto scomparivano all'orizzonte.
L'uomo, che non si voltò neppure una volta indietro, non fece più ritorno nelle zone in cui fu visto
in quel tempo e neppure si seppe più nulla di lui.
Però una leggenda di pescatori del luogo narra che nella notte di S. Lorenzo si possono scorgere,
mentre le stelle cadenti sembrano spente sagitte che s'infrangono in cielo, lontano dalla costa e da occhi indiscreti, Antonio e la sirena, illuminati dal chiarore di luna, danzare dinanzi ad Amalfi tra le onde del mare.


Home page  Lettura   Poeti del sito   Narratori del sito   Antologia   Autori   Biografie  Guida   Metrica   Figure retoriche