Poesie di Vincenzo Patierno


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La mia storia letteraria
Ebbi i natali, il 05/06/1966, in quel di Napoli, dove tutt'ora risiedo; con la mia città ho un rapporto d'amore conflittuale, perché davvero la vorrei vedere diversa e cambiare.
Iniziai a scrivere i miei pensieri nei primi anni dell'adolescenza, ispirato, si fa per dire, dal dolore per la morte della mia nonna Maria, poi dopo qualche anno smisi di scrivere, nessuno ha mai letto quegli scritti e tantomeno rammento il loro contenuto, non so nemmeno se si potevano definire poesia; solo qualche anno fa si è riaccesa la fiammella dell'ispirazione: era un pomeriggio nel quale dopo essermi svegliato dal pisolino pomeridiano, ispirato, presi il taccuino, la penna e scrissi la poesia "Il sogno". Sono consapevole che la passione fa in modo di far appassionare, il talento fa sì che la passione sia ben svolta, ma poi si deve studiare per capire e comprendere e io penso che ho ancora tanto da comprendere della poesia; però è l'unico modo, la scrittura e la poesia, tramite il quale mi sento libero e mi esprimo meglio. Il messaggio predominante che desidero dare con la mia poetica è sulle problematiche sociali, marcando i problemi di questa società un po' ambigua, più delle volte triste e scellerata. Non disdegnando altre tematiche, essendo che ritengo la poesia un mondo immenso e fantastico.
Nel giugno del 2014, con la Schena Editore ho la possibilità di vedere pubblicata la mia prima raccolta di poesie, racchiusa nel mio libro Abbraccio alla vita. Cod.
ISBN 88-6806-053-4
                                                                                   
Il titolo del libro è dovuto alla poesia da cui prende il nome, inserita in esso, in cui si racconta della mia esperienza extracorporea durante un intervento chirurgico.
Abbraccio alla vita significa: " Non essere una minaccia ". Sentirsi protetti, essere compresi… Poi la tradizione dice che quando si abbraccia qualcuno, in modo sincero e disinteressato, si guadagna un giorno in più di vita ed io lo faccio attraverso la poesia.
Non cito i vari riconoscimenti fin ora aggiudicatomi essendo che li reputo unicamente gratificazione personale.
Vincenzo Patierno


Napule
Sì Passiuncella scapricciatella,
pecché cu 'n ammore turmentato
'o tiene 'a sempe
'a te 'ncatenato
stu core 'npena.
'Npena, pecché isso sape
ca nu può mai cagnà,
ma no pecché nu vuò cagnà,
ma pecché nun te vonno fa cagnà,
pe' na carogna cummenienza.
Sì fatta 'e mille culure
e mille sapori
tra suspiri 'e speranza
'e disperazione,
ca corrono tra 'e bellezze
'e 'a storia 'e sti vvie,
spisso 'e volentieri
abbandunate 'a lloro stesse.
'O sole, te fa apparì d'argiento vivo;
'o mare, pare ca t'accarezza
sì pur sta addiriso; 'o Vesuvio,
è 'a primma 'e ll'ultima cosa
ca d''a 'ncopp''o bastimento
scumpare 'o accumpare
'a ll'uocchi 'e chi chiagne
guardanno ll'orizzonte;
'a luna, 'o sunnà cunnulea
'e nuie ggente ca te vive, 'ntramente
uocchi 'e figli
iuti 'a na terra
ca nu l'ha visto 'e venì 'o munno
'a tenene mente cu malinconia, penzanno
ca nun è 'a stessa c'hanno lassata
e mai scurdata…

Ramingare
Li osservo nel loro ramingare
e vedo uno sguardo in un interrogativo
che non troverà risposta
per un inconcepibile voltafaccia.
Li ho visti lasciarsi andare
per insoffribile sconforto.
L'indole d'affetto senza riserve
è trafitta e lasciata in lacrime
su strade come tante;
incompresa per loro
la cagione dell'inatteso abbandono.
Essendo animali, ignorano
che noi, essendo umani,
amor sappiamo negar
non solo a nostri simili.

La terra, la casa comune
Gaia, in quel scorcio d'infinito avesti origine;
giovincella di natura focosa e inaccessibile,
ma riuscisti a mutare e divenisti,
per incanto, mansueta e praticabile.
Il brodame divenne maggior porzione di te,
il ruggito degli irrequieti ancor scuoteva e si rizzava
e il predestinato era a confinarsi
in disagevoli spelonche, ché pur preda.
Tu non ansimavi quasi più.
Ad un tratto, l'immemore eletto s'issò sulle gambe
e iniziò a pretendere i tuoi servigi da ingordo figliastro.
Abbandonò clave e pietre.
Il comparir di fumanti pipe
episodiche le lucciole all'orizzonte.
Con il collassar dei giganti a settentrione,
il sempre meno lattee le prosperose guglie,
la persistenza di foschia che intrisa l'etere,
il man mano più cagionevole il territorio
su cui non è possibile muovere passi,
se pur sé riuscito a calpestare,
e l'addensarsi dei verdi polmoni,
si assiste al tuo mutare, se pur non l'hai bramato.
Pian piano hai iniziato a divenir nel corso
costantemente meno ubertosa.
Il predestinato, imperterrito, seguita
a considerarti alla stregua di un limone.
Rantolo inascoltato il di tuo,
in frequenza decifrabile;
un omicidio suicidio è a perpetrarsi?
Ai posteri l'ardua sentenza!
Tronfi paperoni son svezzati con Risiko e Monopoly.
Codesto immemore, la sua generazione
e quelle contemporanee,
saranno da tempo tornati a te
per il poter vivere il non perseverare o il perseverare;
due viottoli, con il primo di pochi passi.
Gaia, dimora comune, forse unica del tuo genere,
l'immemore eletto, resa te decrepita bagascia, studia
la maniera per l'abbandono,
per migrar nel luogo rosso-arancio;
ivi, sarà la sua natura piaga-parassita?

Vesuvio
Ad un tiro di schioppo,
oltre scoscese tegole,
nell'ombra del primo giorno,
svetta ciò che all'occhio pare
dorso di drago, posto
dinanzi disserrate fauci.
Se pur nel ventre borbotta
l'incandescente caldana,
è assopito il gigante irrequieto,
che tra le pagine di storia
ha lasciato righe scure
del suo destare. Resta
ancestrale dipinto
stagliato all'orizzonte.

Cetra
Musa dei sogni,
impagina la mia lirica
nella regalità del tuo
voluttuoso regno.
Nella tarda sera, che tu nobiliti,
sei fascinazione gitana,
che a volte è a velarsi
allo sguardo, di me, morituro.
Favoleggiando di raggiungerti
dove lucciole danzano al di là del cielo,
sii a guidar i miei passi
sino alla sommità
della vivida collina,
ove la mano tenderò.

Soah
Gente di diverso idioma,
unite da un sol dogma,
a fuoco vennero numerate
dal sognoso intento,
concepito per cassare
la stirpe d’Abramo;
condannata al medesimo destino,
celato dietro spinosi
e sbarrati cancelli,
al capolinea delle carrozze
di merce avariata.
Ci fu il giusto, che s’accollò
il manto della misericordia,
insieme ad omertose
e cieche coscienze,
conniventi a quei tempi,
ree d’immondi misfatti…

La donna
All'albor dell'esistenza
donna fu il soffio di vita
che animò l'uomo e il grembo suo.
Dall'or lo generò,
ma dopo l'inizial vagito,
dell'immemore, l'oblio.
Tracotanza nel pensar
lui principe ella suddita;
non l'essere effimero
di fine acume
è la femminile indole;
ammaliante il suo agir.
Nelle tempeste della vita
se il timone a lei si lasciasse
la rotta giusta riuscirebbe a tracciar
e in mete tranquille sarebbe ad approdar.
Essenza celeste, ahimè, liei non è
e debolezze e peccati dell'umano
anche essa ha…

Napoli
Terra mia, m'ispiri
sentimenti contrastanti
che mi legan a te con catene
che mai spezzerò.
Tuoi cattivi attori
mal ti sanno presentare
dinanzi al mondo.
Dal belvedere ti mostri
in tutta la tua bellezza,
celando agli occhi di chi ti guarda
i misteri dei tuoi vichi.
Il sole sorge dietro a muntagna bella
illuminando la tua storia,
riflettendola nel mare.
Tu, perla unica dell'emerse terre
fosti ancor più impreziosita
d'antiche e sapiente mani.
Fa che ti arrivi questa mia poesia,
a te, Napoli, città mia!

A muntagna bella è come i napoletani, una volta, chiamavano il Vesuvio.

All'or del vespro
Nel tempo che sarà,
barcone da dismessa
al rientro in porto sarò
e tu sul molo, col consueto
villano manifestarti,
m'accoglierai in requiem.
Non potrò, lo so,
fare come il re d'Itaca,
che alla seduzione di Ligea
e delle sorelle s'oppose;
alla tua, ancor più sibillina,
no non si può dir, femme fatal,
se pur scarnita.
Nel tardo gradito, che sarà,
svelati gnuda
del paramento corvino
e disarmata della mietitrice
con cui t'accompagni ed io
traghettar mi farò
pacifico ove i colori assenti son,
non prima però
che il mio verbo, l'abbraccio
al terreno mondo, affidato avrò
a chi sarà in quel tempo giunto,
a chi no sarà giunto il tramontar
e a chi giunger ancor dovrà.
Tra viali cipressati
i miei versi declamerò,
fin la Somma ara…

Napoli,01/07/2014

Creduti diversi
Occhi sbarrati e spenti
di corpi erranti,
assorti in surreale lucidità,
un tempo rinchiusi e celati
dietro cancelli e cemento,
denudati d'ogni dignità,
rei sol d'irrazionale esistenza.
Or abbandonati alla deriva
su luridi cigli delle vie,
dall'umana indifferenza dei diversi...

In questa società si fa solo ciò che serve per apparire, per apparare, ma non per risolvere…

Lei tra il lago e il mare
Lambiva appena il cielo l'aurora
E già l'infrangersi del mare
Burrascoso al nuovo giorno si presentava
Dopo aver trascorso una notte senza trovar tregua
Sulla battigia il mare s'infrangeva
Mentre lei di lì passava
Persa in una fuga senza meta
Con la sola zavorra di lacrime
Che da gocce di brina il viso le percorrevano
Dallo sciabordio delle onde i piedi si lasciò accarezzare
Intanto che si rincorrevano in un gioco
Che ai giorni di fanciulla a lei trasportava
Molto prima che dell'attraente lago s'innamorasse
Che con il suo canto sibillino la sedusse
Sol che dopo la sua natura rivelò
E lei in ancella mutò
E nel fondale di fango la imprigionò
Il sale delle gocce di lacrime si unì a quello del mare
E quieto lui divenne
Cingendo lei in una carezza
Che s'immerse per unirsi
Come per congiungersi con il veritiero amore
Che l'accolse tra le vigorose
Ma pur tenere braccia…

L'aspettativa
Sulla banchina della stazione, dove pare
non ci siano più né arrivi e né partenze,
in compagnia della valigia di cartone,
con lo spago, ormai,
a fungere da chiusura,
attendo quel treno, timoroso
che abbia esaurito le sue corse.
Non c'è neppure il capostazione
a cui chiedere
se sia vano che resti ancora lì
con la mia valigia di cartone
a farmi compagnia, che immobile
sembra rassegnata come me
dal vano attendere...

L'indimenticabile annata
Il bisesto è giunto
e non ancor maturo
plumbeo inverno s'è rivelato;
dal plebeo abete al patrizio noce
sagoma s'è dato loro di giaciglio
con capezzali di crisantemo.
Da cavallo di Troia il bisesto
è entrato tra le mura d'argilla,
celando il vento sradicatore di saggi
gigli ed armigeri dalle bianche casacche,
scesi in battaglia armati
di cerbottane di fortuna.
Nei propri cenobi siam confinati,
confidando che il vento
non sia a schiaffeggiarci
e che la natura non sia divenuta l'oste
deciso a porgerci il salato conto.

La pandemica belva
Il tempo sembra essersi fermato
e per tanti, posti in sepolcri senza nome,
l'ingranaggio non farà più rintocchi;
la corsa all'oro s'è interrotta
e chissà quando ricomincerà.
Se l'affanno sopraggiunge
non sarà certo per fatica,
ma per colpa della fiera
che all'armata dei colossi
il guanto di sfida ha gettato.
La corazza dei colossi
di fragile carne è composta,
ma c'è tra essi chi s'illude
d'essere per la fiera
come l'aglio per i vampiri;
ma si potrebbe finir per essere
l'aro titano in campi fioriti.
Sarà mai, all'andar della fiera,
l'altrui bollato untore
dall'umano concetto,
perlopiù già orfano
di madre coscienza?

Pellegrini oltre il tempo
Siamo esuli e a flotte arriviamo
d'altrove confine, di chissà
qual remota dimensione
omessa alla memoria.
Stanziali di passaggio
racchiusi in adattati scafandri
che all'esodo abbandoneremo,
per emigrar, forse, là
da dove fummo a partire.
Saremo noi stessi all'approdo,
denudati da brillii di estasi
e macchie di fango, rivestiti
di cotanta speme…

Al venir della cara vecchietta
Ero giovincello quieto e buono
ed era un gioir il tuo arrivar
con doni, dolcini
e pur tanto carboncino.
Nel mio lettino m'addormentavo,
nascondendomi sotto il lenzuolino
e al risveglio era un deliziarsi
per quei giochi che fuori tiravi
dal sacco rappezzato
e che portavi volando di nascosto
sulla vecchia saggina.
Or rimembro da vecchiardo
che quei balocchi tanto amati
un anima in loro avevano,
mentre oggi saranno pur più belli
ma son vuoti e amor non offrono…

Il mio presepio
Come sabbia della clessidra
scende l'acqua nella piccola cascata,
a scandir il tempo di quel luogo.
Scende l'acqua nella piccola cascata,
del piccolo paesino
sul monte diroccato.
Scende l'acqua nella piccola cascata
e tutt'intorno di fil d'argento
son coperti gli alberelli.
Scende l'acqua nella piccola cascata,
laddove, in piccole casette,
son a vivere i pastorelli.
Scende l'acqua nella piccola cascata
e una grotta, lì vicino,
il focolare sarà di Gesù Bambino.

Edita da Abbraccio alla Vita

Paesaggio rionale
V'è afrore qui, nel rione,
un dì d'aria fragrante,
che sopraggiunge,
come se fosse
fetida caterva, da alveari
eretti su campi
da dove un tempo
era a pervenir il compianto
aroma d'armenti...

Echi lontani
Il mare ha consegnato a sé orme,
solchi abbandonati
in distante data e pur
le vibrazioni delle onde
rievocano ancor giochi lontani;
la lor scia è vissuto
sull'oceano di ciò che fu
dissipato in granelli,
che fan del compiuto
opera musiva,
proiettata in rilettura
sul tacito e serafico promontorio…

Dolceamaro il mio paese
Ostro e tramontana
al mezzodì conversero,
sloggiando venti allogeni:
il gambale s'incollò
e sovrana terra
fu L'Italia.
Allor come ora
impugnava le sue trame
il semprevivo Bruto
ed in incessanti idi di marzo
tutt'or giaci mio gambale.
La folata la ghirlanda al confino lanciò,
ma gli amari rovi
non sradicò!
Dalle canute guglie, alle marine,
agli sparsi ciottoli,
l'alloro delle legioni, della città eterna,
è sol canto di leggenda
e l'italico capo non cinge.
Madrepatria, di qual oscura aracnide
sei alla mercé delle sue maglie
e fa sì che non si sia spettatore
del tuo risorgimento?
Spenti come lucignoli
martiri avvolti nel tricolore,
che han desiderato
di sanare i cronici malanni,
dalle maestranze del tessitore.
Oh patria, hai ninnato
il mio pianto e il mio corso;
nel cor sei leggiadra ninfa,
ma viverti equivale
a valicar lo Stelvio
con suole traforate…

Zattere della disperazione
Zattere alla deriva
d'umana disperazione,
in un mar tomba per molti
che fuggono da maledette terre
impregnate di sangue
dei propri figli.
Anime stuprate, prive d'ogni dignità,
affidano le loro vite
alle crudeli acque di un mar
falsamente amico
e a maledetti aguzzini, d'immonda crudeltà.
Volti colmi di un'unica immagina di supplizio,
si affidano a operose braccia
pronte a strapparli dagli oscuri abissi,
anche se a volte
restan di loro fiori e lacrime…

Da Abbraccio alla Vita

Terraccia
Stuprata terra, divenuta
matrigna generatrice
di maligna speme;
eclissando vite
a lei sacrificate:
consacrata Proserpina!
E' battente il dindon di campane,
che s'ode, in suffragio
per chi è interrato
di fianco a radici
di disadorni alberi.
Ed è stridente
il lancinante silenzio
e china il capo
al passar di bianche bare…

L'incontro
In caldi vermigli d'autunno
giungesti in nuance di vita;
il tuo bagliore mi incarnò
e divenni mercante e cacciatore
di ciò che inonda il discernere.
Sei flora musicale di note
che s'adagiano sull'ameno rigo,
da cui si librano
in farfalle in libertà…

Assorto
Assorto in notte insonne
tra brandelli di navigato;
col filtrar dei trascorsi
è un traboccar di riso e stille.

In monologo, una voce narra
la mia storia, a me
unico spettatore della narrazione,
fin all'odierno giungere.

Sgorga repentino il vissuto
come sabbia nella clessidra,
a scandir il mio tempo;
il venir dell'epilogo è celato…

Il canto di Somnus irrompe,
tace la narrante voce
e si serrano le palpebre,
che al venir del mattino
si schiuderanno…

e i colori di novello dì
ridecoreranno il cammino,
nel verso della ventura!

Da Abbraccio alla Vita

Il tuo nome è mamma
Da essenza di luce concepita tu fosti,
da innesto d'amore in un grembo sbocciasti,
frutto di vita, leggiadra crescesti
e a vegliar i tuoi passi
il palpitar di chi generar ti volle.
Con candita purezza il cuor tu donasti,
a chi, tenendoti per mano, sull'altare ti portò,
lì le anime fondeste con la fiamma dell'amor.
Una scintilla di luce è a illuminar il tuo viso
e un soave messaggio fa palpitar il tuo cuore,
il tuo grembo è colmo di vita,
presto un germoglio in te fiorirà
e mamma il tuo nome sarà!

Da Abbraccio alla Vita,
dedicata alla mia diletta nipote Denise

Il sogno
Chiudere gli occhi e addormentarsi, è allora che la mente
si distacca dal corpo, iniziando un proprio viaggio
in luoghi del passato e del presente,
o che non appartengono alla propria vita.
Si incontrano affetti cari non più di questa vita
e quelli che non ancora appartengono al ricordo,
persone mai incontrate e mai conosciute, forse anch'esse
appartenenti a un mondo misterioso e fantastico
chiamato sogno...

Da Abbraccio alla Vita

La strada
Lasciar il calore delle proprie mura
per affrontar la strada,
noi frenetici viandanti
indifferenti all'altrui destino.
Corpi animati in movimento
ed altri fermi, assorti nei propri pensieri.
Un insieme di razze e culture
fan sembrare d'essere tra le vie del mondo,
mentre nell'aria si percepiscono
profumi e odori d'ogni genere.
Volti di solarità d'animo,
cupi, truci, tristi,
di dolore fisico e spirituale,
altri segnati dai tempi che corrono.
Nell'ombra, bestie degli oscuri vichi,
in cerca di ignare prede, scrutano il viandante.
Tremanti occhi spenti di silenti visi,
son messi al muro della vita
e stanno lì a chiedere aiuto
all'egoistica indifferenza di noi viandanti.
Viandanti che come me non appartengono
alla strada, ma che faran ritorno
alle proprie mura…

Da Abbraccio alla Vita

La sposa del mare
Il chiaror dell'alba lambiva il cielo
e impetuoso era l'infrangersi
del mare sulla sabbia,
gocce di rugiada a colmar
il volto di un'angelica anima,
mentre i suoi piedi erano
accarezzati dalle schiumose acque,
gocce dei lacrimosi occhi
si mescolarono ad esse.
Quiete divennero come d'incanto
le tumultuose onde,
il fluttuar di meravigliosi coralli
cinse le brune caviglie,
dell'angelica anima che grata
si immerse nell'azzurro
e il mar l'accolse
in un eterno abbraccio.

Da Abbraccio alla Vita

Al pescatore
Nell'età che ti fu acerba
l'abbraccio di tuo padre
t'era feudo, in quel suo adoperarsi
a menare il legno.
Sognante miravi la prua
orientata al pelago
e ai tempi vigenti
le cime lasci andar
da in seno alla sirena fanciulla,
che dal poggio pare
donarsi al Tirreno.
Al modo d'impavido gladiatore
le reti armi pescatore,
ove non v'è riparato ormeggio,
e le porgi all'indomito canto,
di quel che è il mare…

Piccola crisalide
Che ali di farfalla
ricamate hai in predone ragne
è a naufragar il narrar di novelle e nenie,
nell'intento di lenire
il sommesso pianto.
Nelle intrecciate maglie
il tempo primo è ormai
ninnolo in frantumo, precipitato
in un polifago mar d'inverno…

Mia amata terra
In ciò che si può definir sogno,
nelle capillari formosità
mi trovai a passeggiar
spoglio da timori;
né vidi arder braci
e né artefatte nebbie
rendere acre l'etere.
Andavo a zonzo
incrociando visi non gotici
e dissipate le ombre,
tra le partenopee calle,
s'eclissarono lucchetti e barricate.
Gongolavo in quel
che è chimera!
Diletta radice
se pur lande
ti furon resi i granai
l'indottrinamento non fu
emergere dalla notte palustre,
che abbuia le tue grazie…

Mia luna
Girovagando vai musa gitana
e al morir del giorno sei lì,
a farmi visita; cinereo visino
e lanterna in cui lo scenario si trasla.

Di me, teatrante del librato scoglio,
non v'è intimità che ti sia evasa,
ed è alla letterale foggia
che rimetto il mio brusio:

mia luna sai
che sol nei sogni ho sentore
d'essere in patria…

RiVivere in uno sguardo
In terra a me forestiera l'incontrai
ed è tutt'or indelebile l'olezzo:
la di lei veste di donna!
Seta marina l'imbrunita pelle;
la corvina chioma
approdava su nudi seni;
le iridi richiamavano l'abissale notte
in cui emigrare e il riso
era neve adagiata su cime.
Amabile amaro il gusto del pensiero
che vaga in quei orizzonti…
Rami lignei di rosa i rimembri:
turbinii e origine d'uragani,
sconquassatori di sogni,
in cui incrocio ancor il suo sguardo.
Sguardo da cui son esiliato,
ma con cotanta speme
in mille e più vite rivivrò…

Occhi spenti nel buio
Colori spalmati su tela
catturati dall'arcobaleno,
che pare congiungere cielo e terra,
sfumature del vestirsi della natura
è l'immortalar del pittore,
di ciò che i suoi occhi guardano.
Mani modellano la dura pietra,
dando vita e sembianze al mondo
che attornia lo scultore.
Lo scivolar della penna,
su canditi fogli, del poeta
nel compor versi di gocce di rugiada
distillati dalle emozioni del cuore.
Nella diversità di occhi spenti,
che vagano nel buio incolore,
solo lo sguardo dell'anima
può descrivere immagini,
sfumature e colori della vita,
concedendo ad essi
l'immaginaria percezione…

Al solitario merlo
In orlo di cielo vaghi solingo
se pur zufolando vai al mattino
e dal primario volo non concepisti
l'emigrar dalle natie radici,
riparandoti alla sera
sulla vegliarda magnolia.

Natura beffarda a te non donò
conoscenza di terre all'altrove
e a me non fornì ali
per abbandonar la tana cara.

Sei a soffermarti
sulla ferrea balaustra
volgendo un fugace sguardo
a una vita che non t'appartiene,
se pur condividi con essa
il quotidiano tempo.

Se sol tu potessi, amico pennuto,
cogliere or il mio dialetto t'enuncerei:
Se il domani fosse
a portar a me novella
del tuo repentino andar
ad esplorar stranieri orizzonti
sollazzante sarebbe per te
il ricordo mio…

Rose e mamme

Secerne giovinezza il paesaggio, ivi
si vien inebriati da effluvi
di policromi boccioli
aggrappati alla vita;
simili a bambini ancorati
ai seni della lor puerpera.

Il flautato seme s'evolve
ed è a partorire vita in fiore;
l'arbusto e la madre mutano
il cerchio delle stagioni,
prolificando circuito
ove la vita è l'aurora di sé.

Al vicinar del maggengo avvento
si è a foggiar il sole dell'amore, la rosa,
vellutata stella e incarnazione
della mamma, liliale e prode vestale
di noi, suoi germogli fin al compiersi
il di lei estremo rintocco.



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