Racconti di Aurelio Zucchi


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Sono nato a Reggio Calabria il 7/2/1951. Conseguito il diploma di Geometra presso l'Istituto Tecnico per Geometri "Augusto Righi", nell'agosto del 1970 mi sono trasferito a Roma, città dove vivo e lavoro come Agente di Commercio. Sono sposato ed ho due figli. Ho sempre avuto una predisposizione ai rapporti umani e un interesse notevole per la letteratura. Fin da giovane mi sono accostato alla poesia e, da pochi anni, alla narrativa. Come scrittore, ho esordito con il romanzo Viaggio in V classe. Questo libro, pubblicato nell'ottobre del 2006, rappresenta per me un valore assoluto. La determinazione, l'energia e l'impegno che ho profuso nella concezione, nella stesura e nella cura del romanzo sono strettamente legati alla ricerca di linguaggi capaci di liberare l'io narrante seguendo il dettato del cuore e della verità. Raccontare una storia "normale", che fosse in grado di privilegiare l'ordinario senso della vita, è stato precetto fondamentale.

Leggi le poesie di Aurelio

Dialogo col mare
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Ciao, come stai? Una volta, di maggio, venivi a trovarmi spesso…
Beh, erano altri tempi, ero un giovanotto, la casa non era lontana, vedevo il porto dal balcone,
il primo bagno era in aprile.

Sì, va bene, ma non mi hai detto come stai.
Così così…
Il secondo così è riferito a carenza di sogni?
No, no, per fortuna quelli non mancano. E' che la vita mi prende, mi fa come scordar chi sono.
E tu sai che devi fare? Alla vita, di' che sei amico mio.
Lo sa, lo sa. Tu, invece, come procedi? Riesci sempre a spumare al meglio?
Mi do da fare.
Oggi sei di un azzurro antico.
Sapevo che tu venivi e allora ho chiesto al vento di assentarsi, di sfogarsi un po' più a Nord.
Quale onore?!
Senti un po', so che scrivi poesie.
E chi te l'ha detto?
Si dice il peccato, non il peccatore. Ma tu, nei tuoi versi, mi nomini?
Altro che!
E come mi descrivi?
Dipende da come io ti vedo.
Vuoi dire da come mi vedevi, forse?
No,no! Da come ti vedo ancora, anche quando sono lontanissimo.
E dimmi ancora un'altra cosa.
Cioè?
Hai mai svelato i nostri segreti? Hai mai parlato dei nostri incontri a sera?
Gelosia?
Non si tratta di questo. Il fatto è che oggi sono altri incontri. La gente arriva qui, un tuffo e via,
assorbe poca acqua e poi si stende a pancia all'aria.
La gente non è tutta uguale.
In che senso?
Magari ti scarta per la luna, per le stelle, per il sole, per la montagna…
Fosse così, mi andrebbe bene.
Adesso però ti devo salutare.
Non andartene Auré!
La famiglia, la salute, il lavoro, il futuro… Ti prometto che ritornerò.
Io sono qui, io sono il mare. Appena sarai giù per il sentiero, io ti riconoscerò.
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Mi avvio guardando un po' la sabbia avanti e, tanto, l'acqua indietro. Mi pare che le onde si stirino proprio come me quando al risveglio distendo braccia e gambe. E' solo, forse, un'impressione. E' la tenera coda del sogno nella realtà.
Son già sulla stradina e i primi rumori mi rammentano dové che son diretto.
Spedisco gli occhi al cielo e dopo, quando me li riprendo, si posano sul primo fianco della collina. C'è un salice che non piange.
*2009

Il ministro
Buondì! E’ un fatto inconsueto che io sogni. Non resisto, quindi, alla tentazione di raccontare ciò che in questa notte d’afa ho vissuto.

Ero ministro e nel palazzo stavo ricevendo una folta rappresentanza di cittadini per l’anniversario del mio insediamento. Finito di parlare con un allibratore e sazio delle ripetute richieste d’aiuto che da ogni parte mi arrivavano, decisi di rompere gli indugi per avviarmi ai miei manicaretti miei preferiti. Il pranzo di gala, sempre servito da donzelle ben selezionate, stava per avere inizio. In più, quel giorno, la principessa Fedra era mia ospite. Veniva dall’ormai vicino Oriente e la ricordavo come una nuvola rosa e sufficientemente profumata per far perdere la trebisonda anche al più accanito amatore del terzo millennio. Devo ammettere che la prima volta che l’avevo vista, di sfuggita ad una visita diplomatica, ero rimasto colpito dalla perfezione delle sue forme. Avevo tentato, anche, d’avvicinarla di sguincio, così come si fa da ragazzi quando si provano tutte ma proprio tutte. Epperò, anche i ministri fanno fiasco, no? Adesso, l’idea di mettere a registro quella splendida immagine non era più una speranza, era una necessità.
Avevo quasi raggiunto l’uscita del Salone dei Fichi Secchi quando, con passo energico, vidi avvicinarsi una stracciona dell’era moderna, una di quelle incluse tra i “poveri in giacca, cravatta e tailleur”.
Accipicchia che petto! pensai, senza preoccuparmi del tempo che mi avrebbe fatto perdere.
- Eccellenza, non badate all’apparenza. Fino a poco tempo ero una tenace impiegata presso il suo Ministero. 
- Perbacco! E adesso non lavora più?
- Chiedetelo al mio dirigente, forse Voi lo conoscete. Quello lì mi ha rovinato.
Per un attimo fui distratto dal grigio del cielo che le grandi finestre facevano intravedere.
- Come si chiama?- le domandai.
- Fabiana Scolli
- Veramente…mi riferivo al nome del suo dirigente. Fabiana è uno dei miei nomi preferiti. Viene da Faba, fava…
- Il dirigente in questione è il dottor Andrea Provello, esempio di statale perditempo, un calcolatore dei respiri altrui. Sapete che faceva quando veniva in ufficio? Mi staccava dal solito odioso file, ero addetta all’immissione dati, e si collegava al sito… Lasciamo perdere, Eccellenza!
- Se ricordare non le procura imbarazzo, vada avanti ma faccia in fretta.
- Se sono andata in rovina la colpa è di quel bell’imbusto da diporto.
- Stringa! Sono stanco e ho fame. Anche i ministri pranzano, lo sapeva?
- Lo so, lo so che anche i ministri mangiano... Insomma, mi costrinse a vedere un video porno e non si accontentò. Chiusa la porta a chiave, abbassò le tapparelle e…
- E…?
- Mi prese con una ferocia inaudita; le peggio cose!
- E lei?
- Io mi difesi come potevo. Provai col portapenne di vetro che lui stesso mi aveva regalato ma, senza alcun successo. Alla fine, disperata, afferrai il fermacarte di metallo, a forma di stella, che lui stesso mi aveva regalato, e lo colpii al torace. Risultato? Sarei stata io a provocarlo, ha capito?
Ormai si era fatto tardi. I miei collaboratori cercarono di allontanare l’avvenente signora ma io mi opposi. Sottovoce, la invitai a tornare con calma in visita privata promettendole un mio intervento per il recupero del posto di lavoro. Quando l’ebbi congedata, due erano le priorità:
1) Raggiungere Fedra nella sala da pranzo per domandarle se navigava in internet.
2) Dare precise disposizioni alla mia segretaria per l’acquisto di un fermacarte, possibilmente d’oro e rigorosamente senza spigoli.
Ah, che mestiere quello del ministro!

Un'alba
Cap. 33 (tratto da VIAGGIO IN V CLASSE - Edizioni IL FILO)

Natale era alle spalle. Della Messa di mezzanotte, come ogni anno, mi rimaneva in testa una scena su tutte. Mentre un Bambino nasceva, altri morivano di sonno tra le braccia dei genitori che li tiravano su, sempre più su, perché guardassero l'altare del Duomo e l'Arcivescovo che celebrava; altri ancora, i più piccoli, resistevano sotto montagne di lana che dovevano coprire ogni possibile spiffero nel caldo atroce di carrozzine mai ferme.
Di quei giorni di festa, nel cuore ristagna la felicità per avere avuto con me la famiglia al completo. Nel palato resistono i sapori dei succulenti piatti delle feste, preparati con amore, e le chiacchiere dell'associazione culinaria formata da mia madre e dalle sue sorelle. Nel naso rimangono attaccati gli odori del sempre qualcosa da cuocere, dei soffritti e delle crespelle con le alici e resistono, ostinati, i profumi di brodi, salse, arrosti, agrumi, fichi secchi, pignolate, panettoni e canditi. Nelle orecchie perdurano gli strilli del sette e mezzo e i boati di un terno da dividere con qualcuno della tavolata, privata del suo bianco Natale dalle scorze di mandarini e borlotti, sparsi a pioggia tra l'immancabile Strega, l'oro e l'argento dei torroncini da rubare e i colori delle cartelle che nessuno aveva scelto. Negli occhi ancora brillano le barbe dei Babbi Natale, le grotte, le stelle e le comete delle carte dei regali, aperti pian piano dallo stupore di chi man mano li riceveva: piccole cose, grandi momenti mietuti scartando la baldoria arginata fino ai pitrali¹ e al caffé. Ed il presepe, con i Magi spostati e rispostati sulla cristalliera, nel loro cammino verso Gesù...
E l'albero, col parapiglia degli addobbi filanti, incastrati mai una volta sola tra le palle grosse in basso e quelle man mano più piccole verso il puntale sempre storto... E la mia gente che luccicava anch'essa...
Di quel Natale del '69, altro ancora tengo con me: un'alba, una barca in avaria ed un loden verde.
¹ Dolci calabresi con ripieno di fichi secchi, mandorle, noci, frutta candita e uva passa.


Un'alba


Con i risparmi che giungevano da Roma e le mance natalizie benedette, avevo racimolato una somma che consentiva di togliermi uno sfizio. Le volte che, davanti alla televisione, seguivo le storie d'amore raccontate nel bianco e nero dei film americani, pensavo a quando, anch'io, avrei cenato con "lei" a lume di candela. Chissà, mi vedevo uomo bello e interessante, meglio se seducente, nella forma definitiva che avrei voluto avere da grande. Senza candelabri d'argento, tovaglioli di pizzo e nuvole di rose rosse, avrei fatto a meno anche di maggiordomi con livrea e di musiche soft diffuse da un vecchio grammofono, nascosto chissà da quale parte. Mi sarei accontentato di un cameriere almeno attento e di un tavolino tondo, apparecchiato per due sotto le vetrate di un ristorantino panoramico. Nella mia scenografia, però, avrei vantato la vista del fumo in una bolla, sospesa sulla cima di un vulcano, e quella di mille luci siciliane che, con un pizzico di buona sorte, diventavano duemila nel mare quieto della sera. Tra frutti di mare e champagne italiano, avrei riversato il mio scontato realismo in una rappresentazione ingenua che avrebbe ricordato le innocenti movenze dei bimbi nei Carnevali allestiti nella mia sala parrocchiale.
Con chi dividere il piacere di un primo recital, capace di farmi sentire proiettato ben oltre le mie diciannove primavere? Lo so, la compagna ideale sarebbe stata una donna innamorata del suo innamorato ma, anche allora, non si poteva avere tutto dalla vita. Insomma, ancora non sapevo se era in me e con me l'amore din don dan che giorno dopo giorno riempivo di tasselli di pietra, tagliati con punta di diamante. La praticità dirompente di Sabrina ed il volo schiacciato sul suo tempo, infatti, frenavano la certosina ricerca di una dimensione soave, l'oasi ferma e resistente nella quale cristallizzare i miei sentimenti. Non ero innamorato di lei! Non era sufficiente il frizzante splendore che mi aveva investito? Ed il sapore violento della sua pelle sincera? Cosa andavo cercando ancora?
Cercavo le parole non dette. Sabrina esprimeva bellezza come fosse esposta, muta, in una nicchia degli Uffizi. Io volevo darle uno stile. Nel corpo e nell'anima di chi viveva distratta e senza filtri, libera dai fili che via via le stringevo attorno, cercavo uno stile. Sabrina era meglio di me! Aveva colto nel segno di un'età da piegare al vento dei bisogni immediati e non di quelli differiti; lungi da lei le luci e le ombre del domani con cui giocavo d'anticipo! Ecco perché tardava ad innamorarsi dei miei occhi scuri di un mattino complicato. Sperava che, Roma o Reggio, il suo ambizioso Aurelio la smettesse di divorare le cadenze del tempo e rientrasse con i sogni nel disordine e nell'ovvio di una corsa di gioventù da placcare in un rude abbraccio e senza confonderlo per un addio.
Sbattuto come un uovo dalla frusta dei pensieri, organizzai l'incontro nei minimi dettagli. Per l'insolito evento, Sabrina aveva risolto la sua libera uscita con l'aiuto prezioso della cugina Concetta: quella notte avrebbe dormito a casa sua, a Pentimele. Prenotai un tavolo al Vecchio Frantoio, un locale nella zona più a sud della città, dove il Tirreno incomincia a chiamarsi Ionio. L'ora concordata, raggiunsi la mia lei a piazza Duomo. Se ne stava sotto una pensilina del capolinea degli autobus. L'ammirai a lungo. Tentativi d'eleganza nel completo e nel soprabito neri non ripulivano del tutto la sua aria sbarazzina: capelli sciolti, pochissimo trucco e profumo di talco. Solo lo stupendo foulard, disegnato a spine di pesce, confondeva un po' le idee. Io, aprivo e chiudevo il giaccone di velluto a coste strette per dar risalto al tutto nuovo col quale mi ero abbigliato: camicia cielo, vestito blu e cravatta mare. Forse avevo esagerato... Per fortuna, mi guardò:
"Caspita, sembri uno sposo!".
Prima di salire sul 12, la baciai per quel tanto che sentisse il nuovo dopobarba arrivato da Roma.
Al Vecchio Frantoio, fummo accompagnati al tavolo dal cameriere che c'era stato affidato. Meno male, era uno sveglio! Trovai una candela infilata nel collo strettissimo di un piccolo vaso di vetro e la feci accendere. La rosa che avevo richiesto alla prenotazione era fresca e soprattutto rossa. Le posate, i bicchieri e le salviette erano stati ordinati in maniera gradevole ma i sottopiatti li avrei preferiti di peltro. Controllai la posizione rispetto al basso davanzale della finestra e fui soddisfatto del colpo d'occhio che offriva. Mi sembrò tutto in regola e accarezzai l'ipotesi secondo la quale, in simili frangenti, un incontro romantico riesca delle volte ad accendere un amore nuovo piuttosto che alimentarne uno usato.
Il vino era buono, talmente buono che passammo ben presto alla seconda bottiglia e poi alla terza. Peccato che la frequenza delle portate fosse troppo svelta: Sabrina era frettolosa pure nel mangiare.
Evidentemente, avevo curato male la sceneggiatura dei tête à tête se solo in rare pause sussurrammo qualcosa:
"Embè? Roma? Cosa dicono i tuoi? Parlami di Roma!".
"Non mi va, ora".
"Diventerà la tua città, abituati".
"Ancora non lo è".
"Altri, al tuo posto, pagherebbero chissà cosa per andarci".
"Anch'io pago... Possiamo parlare d'altro? Tu, Sabrina, chi sei?".
"Sono una ragazza fortunata, a cena col mio ragazzo matto che spende e spande per dimostrarmi l'amore che già so".
"Ti piace qui?".
"Pensi che questa serata mi stia dicendo cose nuove? Le linguine all'astice, comunque, meritavano una visita".
Sorseggiava vino continuamente:
"Voglio stare tra le tue braccia!".
Il suo bicchiere non aveva pace.
"Ti voglio bene, Aurelio".
"Fino a luglio... e dopo?".
"Boh?!".
Mi avvicinai alla sua bocca, facendomi scottare dalla fiamma della candela. Fermai i suoi occhi ballerini e sfiorai le sue labbra:
"Mi ami?".
"Che parole! Sto bene insieme con te".
"Odio questa frase. Voi ragazze la usate quando avete paura d'essere chiare. Che male c'è nel dire ti amo?".
"Per te è facile esprimere certe cose. Poco fa, guardando una chela, hai detto che ti sembrava una baia di sabbia rossa. Ma ti rendi conto? Come cavolo fai?".
"Pensieri, sensazioni che diventano parole. È bellissimo, sai".
"Quando ti pare, però. Da te, così abile nell'aprire il tuo cuore e quello degli altri, non ho mai sentito che mi ami. Sono forse un caso difficile?".
"Vorrei dirtelo, Sabrina. Vorrei tanto dirtelo...".
"Che cosa aspetti? Devo solo immaginarlo?".
Ma non era determinante, per lei.
Uscimmo in strada. La sua briosità mi contagiava. Non era molto tardi, appena le 22 diceva un Viktor prestatomi da mio padre. Con lei non poteva essere diversamente e, ora che l'alcool la stava confondendo, ogni sua cosa m'appariva vera due volte.
Arrivati a Pentimele - sull'autobus l'avevo eccitata - non voleva andar via:
"Portami a mare, ti scongiuro! Devo camminare sull'acqua... ".
"Fantastico! Informo subito il Vaticano. Tu, carina, è meglio che avvisi subito Concetta".
Dopo la lunga telefonata dal bar della Esso, imboccammo il cavalcavia per raggiungere il "mio" lido:
"Per fortuna che ho con me la chiave della cabina. Fa un freddo...".
"Ti ho detto di portarmi a mare, non a letto".
Sulla spiaggia, deserta come la luna, sdraiammo le cazzate a raffica dentro e fuori il confine del mio mare. Le nostre risate, un diagramma di suoni impazziti, saltavano folli sui tetti delle baracche, giravano larghe intorno ai pali della luce, volavano tonde sui granelli di sabbia e brillavano di verità sulla superficie dell'acqua. Le mie, di risate, le davo in prestito alle onde lunghe e basse per aiutarle ad essere più rumorose e attutire il clamore della felicità che provavo. Ed intanto, sul tutto nuovo che avevo addosso, sentivo il fresco tocco del mio ultimo Natale a Reggio. Mamma mia! Quante infinite volte su quello stesso beige avevo rotolato nude le braccia, le gambe e la schiena e strofinato al caldo la pancia e il petto, seccando l'acqua goccia a goccia! Ed era stato bello. Adesso, lindo, incravattato e brillo, mi scoprivo uno yo-yo legato all'umido dei miei e dei suoi capelli. Ed era ancor più bello. Guai a dire che il mare è bello solo d'estate!
Il mio giaccone non era eccezionale. Buttato sulle spalle di Sabrina, la proteggeva poco poco dal freddo. Entrai nella 23. Spostai ombrelloni, sdraio, maschere e pinne per fare spazio ad un lettino che voleva gonfiare lei. Che buffa! Più che il piede, sulla pompa spingeva l'ebbrezza di un nuovo far niente nell'attesa di coinvolgersi tutta nel tutto.
Com'eravamo stanchi... Ci coprimmo con quanto fui capace di rimediare tra asciugamani carta vetrata e tovaglie di plastica: un gran casino per produrre tepore quando, da soli, i nostri vestiti bruciavano al solo contatto dei tessuti. Ci spogliammo, quindi, anche di quelle delicate attenzioni e ci consegnammo ad un freddo pungente che rendemmo non credibile, anzi fesso, col calore dei nostri corpi. Come e per quanto tempo, non ricordo. Ai lettori più impiccioni e alle lettrici più pettegole dico soltanto che usammo il criterio della qualità.
Alla fine, spossati dal vino e dall'amore, ci addormentammo profondamente…………......................

"È na mola, na mola!".²
"Non dire fesserie. Un pesce luna, ma quale pesce luna...".
"Ti ricu chi era na mola. Prestu, pigghia u motori!".
"Il 15 cavalli?".
"Ancora cà, sii? Eh, malanova, curri, si nno nda pirdimu! Ti spettu nta l'acqua".
Nella furia di rivestirsi, Sabrina, ormai, aveva finito di calpestarmi tutto:
"Cazzo, com'è tardi!".
Mi baciò il collo e sparì, le scarpe e la borsetta tra le mani e le spine di pesce che strisciavano per terra.
Le prime luci schiarivano tutto, anche i contorni del pescatore che nell'acqua bassa teneva ferma la piccola barca. Un po' vestito e un po' no, con le tasche a sventola che vuotavo dai granelli, mi diressi verso di lui. Non l'avevo mai visto. Tutto era nuovo in quel momento! Con i piedi neri mi schizzò i pantaloni:
"Comu iu? Iu bona?".
"A meraviglia!" risposi assonnato.
"Chi pezzu i figghiola...".
Si allontanò col suo amico. Andavano al largo a trovare il pesce luna.
M'inginocchiai per girare tra le dita un minestrone di pietruzze colorate, leccate dalla lingua delle onde. Col sole forte del mattino, quei sassolini sarebbero diventati brillanti, tanto brillanti da ingannare i primi fortunati che li avrebbero raccolti. Quell'alba era con me. Era stata la prima, a svegliarmi con una "lei" accanto.
² È un pesce luna, un pesce luna!

La politica, questa sconosciuta
Bella la gioventù! Lo è soprattutto allorquando egoisticamente pensiamo che i nostri figli siano migliori degli altri, quando li vediamo fuori del branco o nei momenti, anche se rari, in cui poggiano gli occhi su un testo scolastico. E così li ammiriamo come comete folgoranti, magari gli sistemiamo ben bene il ciuffo o prepariamo loro l'agognata carbonara.
I giovani non sono tutti uguali, non lo sono mai stati, almeno secondo l'interpretazione che insistiamo a dare del "bravo figliolo". I ragazzi e le ragazze che di questi tempi vediamo sfrecciare come bolidi o sostare come lumache lungo i marciapiedi delle città italiane, portano - è vero - draghi improbabili sulle loro magliette, slip colorati e rigorosamente a vista, anelli e metalli poco sapientemente distribuiti, tatuaggi soprattutto sui bicipiti, i maschi, e sulle natiche, le femmine. Ma, ahimè, portano anche solitudini da interpretare. Quelli che, con una punta d'invidia, guardiamo entrare festanti nelle discoteche e uscirne inebriati, quasi avessero là dentro raggiunto il cielo tra un cd e l'altro del mitico dj di turno, a cosa pensano? Quegli altri che, con altrettanta punta d'invidia, vediamo patire il peso di zaini zeppi di libri informi, di tormentati quadernoni, di merende impinzanti e floppy e dischetti eternamente senza custodie, e bambole, bambolotti e amuleti, quasi rifiutassero per principio di raggiungere tra una lezione e l'altra qualunque piano basso dello stesso cielo, a cosa pensano? I musi calanti delle loro facce - opache promesse degli uomini e delle donne che diventeranno - dipendono solo dalle loro insoddisfazioni personali? Si formano soltanto per l'ennesima litigata dei loro genitori? Si piegano, quei musi, solo al terrore nascente dall'imminente interrogazione fatale? Si cristallizzano per la mancata occhiata del ragazzo o della ragazza che hanno mirato giorni e giorni? Oppure, c'è altro che i grandi non scrutano? Vuoi vedere che c'entra anche questa benedetta Società del progresso, del benessere a tutti i costi, dell'usa e getta tutto? Vuoi vedere che c'entra anche la politica, sì la politica, da cui questa stessa Società dovrebbe essere regolata, controllata, quando non migliorata?
Giovani e Palazzo, giovani e Istituzioni: chi ci pensa? Mi chiedo, ogni tanto, quale amore per la politica potrà nutrire certa parte delle nuove generazioni se già non lo nutre per la famiglia, per un'alba o un tramonto, per la voglia di fare poesia o per altro ancora. Per quelle frange, è una politica che spesso viene coltivata con atteggiamenti esasperati, il pugno al cielo piuttosto che il saluto al duce, per elemosinare accettazione sociale in una fase, l'adolescenza, in cui l'insicurezza fa da padrona. Vedono l'arte del governare soltanto come menù di ideali stereotipati e svuotati del loro senso (i classici comunismo, fascismo e anarchismo), per i quali si tifa come lo si fa per squadre di calcio, accostandosi ai generi musicali e alle mode giovanili nelle solite combinazioni e nel tentativo di costruirsi un'identità. Siamo, però, certi che la colpa è solo dei giovani?
Di un linguaggio addetto ai destini più che ai lavori, se ne sente il bisogno, e non solo tra i ragazzi italiani. Coloro i quali svolgono ruoli cui sono stati destinati dal proprio elettorato, parlano, parlano, parlano… Lo fanno nelle aule parlamentari, nei salotti ovattati del potere, nelle piazze italiane e nelle radio e televisioni locali e nazionali. Cosa dicono? Narrano sempre di un Paese che è eternamente da sviluppare. Declamano disegni di legge sempre in gestazione. Gridano solidarietà ed immigrazione. Urlano integrazione europea, laicità dello Stato, DICO, Federalismo, Tesoretti, tasse che vanno diminuite e buona previdenza non più prorogabile.
"Papà, io non sento altro che opinioni ed invece voglio fatti. Fatti che seguano idee, che siano facilmente riscontrabili e soprattutto alla portata di tutti." E', questa, una frase ripetitiva che sento spesso dai miei figli. Io, i miei figli, li vorrei avvicinare alla politica sana, quella, per intenderci, intesa come arte propedeutica alle buone sorti nazionali. Peccato che, quando è il turno di questo o quel ministro, di questo o quel parlamentare, i ragazzi mi girano le spalle per dirigersi su internet o alla play station. "Che noia, le solite facce, le stesse promesse, i giri di parole!", la chiusa.
Guardiamoci attorno. Dopo la caduta del muro di Berlino, da includere (intendo la caduta di quel muro) tra le 7 meraviglie del mondo, la cultura delle ideologie, anche di quelle giovaniliste, ha subito una frenata. Nell'accezione tradizionale di chi giovane lo è già stato, il fascismo, il comunismo ed il centrismo, inteso quest'ultimo come ago che modera ogni deriva estremista, stabilivano adeguamenti culturali e precisi ideali capaci di dividere il Paese in larghi spicchi e tuttavia di renderlo vivo e operante. Aveva senso, voglio dire, dichiararsi di destra, di sinistra o di centro per quella sorta di odiosa eredità della politica che la tragedia della guerra aveva depositato nelle case e nelle famiglie italiane, pesando le differenti esperienze.
In una costituenda convivenza democratica, degna di uno Stato che il conflitto mondiale lo ha conosciuto nella sua piena interezza, tutto poteva procedere a favore degli obiettivi di civiltà e di stabilità sociale. Tale percorso, lo sappiamo bene scorrendo le pagine amare del virus terroristico nazionale rosso e nero, subiva però ed inevitabilmente delle soste forzate che rallentavano non poco le prospettive prese a riferimento. L'Italia coriacea, operosa, libera e pensante alla fine ha goduto ugualmente di decenni importanti, dei benefici delle tecnologie d'oltreoceano, delle fondamentali scoperte scientifiche, del boom economico e della crescita cercata a tutti i costi.
Oggi è un po' diverso. La novità "Europa" (ma non esisteva anche prima?), lo spettro del terrorismo del terzo millennio, gli agghiaccianti bollettini del clima che cambierebbe il pianeta, i nodi venuti al pettine di un forzato benessere, hanno fatto in modo che classi dirigenti e classi politiche si moltiplicassero a dismisura. Questo è il punto. Come posso, io diciottenne e già incastrato nell'andazzo del precariato e nel caos dei valori di riferimento, districarmi in una Società troppo spezzettata nelle linee guida laddove relazionarmi? Non è poi così difficile aggiungere a tutto ciò l'incomprensibile linguaggio che da quelle postazioni adoperano. Non ci si venga quindi a lamentare del poco fascino che un'arte pur nobile come la politica riesce a suscitare in giro, soprattutto nei ragazzi..
Prendiamo ad esempio i partiti politici e soprattutto le loro articolate denominazioni.
DS (Democratici di Sinistra): mi domando se è giusto che la democrazia e quindi la sovranità dei cittadini debba essere trascinata di qua e di là come un pacco postale, tirata per la giacca come panacea o alibi degli intendimenti programmatici utili al consenso.
La Margherita, invece, aveva ereditato, insieme con altri nuovi partiti geneticamente di centro, la vecchia DC consumata da Tangentopoli.
Oggi nasce il PD (partito democratico) come sintesi di due esperienze e percorsi fino a qualche anno fa contrapposti. E poi, perché democratico? Non dovrebbe essere tacito che lo siano tutti in questo Paese? O gli altri schieramenti parlamentari sono soltanto accozzaglie di minacciose guarnigioni pronte a sovvertire l'ordine costituzionale?
Nella scena politica nazionale, da più di dieci anni esiste Forza Italia, splendida invenzione fonica degli esperti della comunicazione mediatica. Il suo nome lascia facilmente intendere la priorità del proprio elettorato all'incoraggiamento e al sostegno del Bel Paese che deve crescere. Va bene, ma gli altri partiti hanno nei loro statuti norme, articoli e commi pronti a remare contro quello stesso Paese?
Pensando poi ad AN (Alleanza Nazionale) e riflettendo un po' sui due termini, non sono convinto del fatto che l'unità italica, il senso della Patria, appartenga solo e soltanto al dna di un unico schieramento politico.
Procedendo nell'excursus delle nomenclature, la sigla UDC (Unione Democratica Cristiana) parrebbe una ripetizione di qualcosa già visto, differenziandosi dai concorrenti cosiddetti moderati per una diversa posizione nello scacchiere del bipolarismo.
L'IDV (Italia dei Valori) è un intrigante gioco di parole combinate egregiamente ma scontate, poiché a pensarci bene i valori sono universali e appartengono a tutti indistintamente. E' una sigla azzeccata, certo, ma non smentisce la confusione che si genera in chi si accosta per la prima volta alla politica italiana.
UDEUR (Unione Democratica per l'Europa) ricalca un patrimonio di programmi che danno l'idea d'essere uguali tra quelle forze cattoliche che si richiamano alla scuola di De Gasperi e di don Sturzo.
La Federazione dei Verdi, nata sulla scia d'una crescente sensibilità ecoambientale, porta con sé contenuti che possono essere nell'agenda di altri partiti. Partito dei Comunisti Italiani ()
Escludendo certe forze politiche (Lega Nord, Partito della Rifondazione Comunista, Partito dei Comunisti Italiani) che nel loro stesso nome sintetizzano, almeno e immediatamente, una posizione precisa, una collocazione resistente al declino delle ideologie, ecco quindi che quei nostri giovanotti, di cui parlavo all'inizio, rimangono spiazzati. Presumo che, al momento del voto, nel silenzio della cabina elettorale avranno dei guai. La libertà, si sa, è sempre sulla bocca di tutti, basta seguire uno dei tanti talk-show televisivi frequentati da onorevoli e senatori. Il progresso della civiltà? Non lo rifiuta nessuno, basta assistere ad un qualsiasi comizio. La crescita economica è ormai una caricata esigenza per tutti e di tutti i ceti sociali, a differenza di quanto accadeva un tempo, quando operai ed impiegati si guardavano in cagnesco per via del diverso peso retributivo. I rifiuti ammucchiati per le strade di Napoli non piacciono a nessun partito, nemmeno a me. La pressione fiscale pure, così come la delinquenza nelle città italiane.
Dicono, allora, tutti quanti le stesse cose? E, se così fosse, perché sono frazionati, divisi, lontani, tranne quando si tratta di combinarsi in un ampio ventaglio da sventolare tutti insieme dagli scranni del nostro Parlamento?
Oggi, se i miei 56 anni subissero un taglio molto consistente, non saprei come orientare le mie scelte. Mi sentirei confuso all'interno delle mie Istituzioni e trascurato dal mio Palazzo. Io sento impellente il bisogno di avere nel mio splendido Paese due schieramenti: conservatori e progressisti. I riformisti non avrebbero di che lamentarsi. Si può, anzi si deve, dare linfa e coraggio a tutto ciò che migliora la vita dei cittadini sia intervenendo su norme e regole già esistenti, sia adottando, non solo blaterando, provvedimenti legislativi che tengano conto dei bisogni moderni.
Credo perciò che le tristezze dei nostri giovani (una generazione che potrebbe avere uno scatto d'orgoglio tutto suo se solo accendesse il lume della ragione al posto dello spinello) riflettano in parte le preoccupazioni di noi adulti. La politica, per una volta, faccia un passo indietro e si offra trasparente e complice alle aspettative delle classi dirigenti di domani. Si faccia capire, voglio dire, già dai suoi primi approcci. Spanda nel singolo, nelle famiglie, nelle scuole e nelle aziende la comune matrice del sano esercizio della libertà e della democrazia. Vada incontro ai ragazzi del 2000 inculcando loro il seme della ritrovata educazione civica e della partecipazione collettiva alle sorti dello Stato che è da sentire, da amare, prima ancora che da interrogare.
Il futuro, qualcuno mi ha insegnato, dipende sempre da ciò che stai vivendo ora, dalla tua capacità di svincolarti dalla piatta omologazione che a volte inganna.
-Articolo pubblicato il 7 agosto 2007 sulla Testata Giornalistica del quotidiano on line www.quicalabria.it-

Zone d'ombra inesplorata
Quando, nell’agosto del 1970, raggiunsi la mia famiglia a Roma, mi mancò il mare. L’avevo ammirato ancora una volta da un Espresso antipatico, il naso sul vetro come francobollo sulla busta. Racconterò quindi questo viaggio che non è mai finito, che offre, oggi come ieri, quelle che io chiamo zone d’ombra inesplorata.
Quella mattina ero da solo. Lo scompartimento, spartano ma accogliente, aveva requisito i silenzi, i colori e le forme dei ricordi che mi portavo dietro. Il brontolio del treno non era credibile per me che stavo annodando gli ultimi fili di un Sud che lasciavo. Con esso, mettevo in archivio i miei 19 anni, il fiammante diploma da geometra e 26 compagni di una scuola generosa. Alla Stazione Marittima, Reggio era già sveglia da un bel po’. Assolata, nervosa, principessa rassegnata come solo lei sa essere, si poneva i problemi del sempre. Capoluogo o no, la città da cui mi stavo congedando pareva pregarmi di non dimenticarla. O ero io che speravo si ricordasse di me?
Guardai il porto delle mie prime prede, il luogo preferito del mio calare e tirare lenze dallo scalino meno massacrato d’una scaletta ricavata lungo i fianchi neri della banchina a monte, lo stesso specchio d’acqua e sale scrutato ogni giorno dalla terrazza condominiale di Via Italia. Ebbi un segno di stupore. L’acqua era più piatta del solito, i piazzali polverosi più deserti, l’aliscafo abbagliante sotto il mezzogiorno. Infilai i miei occhi scuri fin dentro i ponti d’una nave traghetto, li spinsi a più non posso all’interno del salone bar e per un attimo mi scottai con gli arancini impossibili.
Dalla baia di Pentimele, il treno già correva troppo, la vidi diventare sempre più piccola, quella nave, sempre più lontana come punto di vela in mezzo all’oceano. Mi vennero in mente le improvvisate uscite in mare con un amico pescatore, le sue manie del “posto giusto” da trovare, la mia magnifica impazienza di pescare.
A Scilla decisi di scendere, troppo presto per uno con destinazione Roma. Marina Grande era ora immensa, troppo immensa quando vuoi abbracciarla per l’ultima volta. Valigia in mano, mi diressi a Chianalea e sostai una volta e poi due e poi tre davanti agli archetti che s'aprono ai lati della stradina parallela alla linea di camminamento della riva. In quel modo, i pezzetti blu del Tirreno, seppure spezzati dalle opache vernici delle barche, diventavano tascabili. Poi, raggiunsi il borgo antico marinaro e salutai Peppe, la sua signora e i suoi ragazzi a piedi nudi. Non era uscito con il gozzo, aveva ancora febbre alta, ma soffriva la mancanza del mare più che la stupida influenza. Ricordai con lui la notte magica della Costa Viola, guardata e riguardata dalla sua barca a meno di dieci metri dalla costa e in compagnia della vecchia lampara gialla. Gli rammentai di una volta, d'una murena maledetta che lui buttò nel ventre della Nina per farla un po’ ballare e mettermi paura.
Quando alla fine girai le spalle per andare incontro all’altro treno, dimenticai i bagagli e ricordai il futuro.
Una famiglia di Paola mi fece compagnia per un po’. Andavo a Roma, è vero, ma non sapevo come rispondere alle tante domande che mi venivano poste. Parlai loro della mia città, intendo Reggio, e quasi mai del Colosseo o del Quirinale. Eppure, entro poche ore ancora, avrei raggiunto l’Urbe, le sue bellezze, il suo traffico, le sue mille contraddizioni e la mia unica famiglia. Tutti mi aspettavano, le braccia aperte verso il domani.
Oggi, che quel domani è giunto, io sono ancora distratto come quel giorno a Chianalea. Non dimentico più borse e borsoni, dimentico da ormai trentasette anni il nuovo mondo che mi ha accolto. Chissà, forse è colpa dei vent’anni, delle speranze che hanno avuto il solo torto di nascere in una terra sfortunata. E’ solo colpa mia, del credere che sarei dovuto rimanere in quella via Italia per assistere al cambio degli asfalti, all’apertura di negozi, alle processioni del nuovo millennio o ad altro ancora.

Concorso letterario "SI', VIAGGIARE…" Ed. 2008,
organizzato dall'Associazione Culturale e di Promozione Sociale "Uomini e Terre"
Sezione Racconto breve inedito
1° Premio conferito ad Aurelio Zucchi per il testo

ZONE D'OMBRA INESPLORATA

Motivazione della giuria
Strapparsi all'amata terra di Calabria, più di 30 anni fa, è stato per il protagonista un duro viaggio: anzi, "un viaggio che non è mai finito e offre, oggi come ieri… zone d'ombra inesplorata" - come scrive l'Autore.
Le emozioni, i paesaggi, i rari personaggi sono tratteggiati con fresco, scarno, efficace linguaggio che non concede nulla alla retorica e - rifuggendone in modo deciso - ci fa gustare piacevolmente questo autentico scorcio di vita vissuta.
Il racconto breve termina con la chiusura perfetta del cerchio : il futuro è l'oggi… e l'oggi è sempre ieri.
PREMIATO per la sciolta espressione di un VIAGGIO che da personale si fa universale toccando corde liriche nella perfetta fusione di dolore e passione viscerale verso le proprie radici.
Fossano (CN) - Castello degli Acaia - 20 Dicembre 2008

Niente fretta, Aurè!
Mi sveglia! Il rumore del cassonetto mi sveglia. Rovescia benessere scartato. Peccato, avrei voluto completarlo, il mio sogno!
Come tanto tempo fa, me ne stavo in precario equilibrio sullo scoglio nero, quello a forma di piramide tronca, di fronte la cucina di Rocco. Ci salivo spesso, un po' per farmi vedere da ragazze dormienti sui massi arroventati e, tanto, per l'effetto magia che provavo. Da quel punto, infatti, era sempre uno spasso guardare i colori di certi pesci che venivano fino a terra per mangiucchiare. E splendidi, da lì, erano i tetti bassi dell'antico borgo marinaro, specchiati a pastello sul letto d'acqua e sale. Scavate sui muri bacucchi, le finestre irregolari per forma e dimensione, a guardarle, contribuivano a farmi provare un ingenuo senso di novità. Visto dal mare, il passaggio dei turisti che si dinoccolavano per i vicoli di Chianalea mi faceva respirare l'aria festaiola delle domeniche d'agosto scillese. Insomma, un punto d'osservazione ideale.
Poi, acrobata provetto, pietra dopo pietra saltai le timide onde lunghe verso riva e mi ritrovai su scalini grattati dall'afa.
"Hai fame?" - domandò Peppe.
Non era cambiato. La pelle cioccolato fondente, gli stessi solchi sulla fronte altera, i calli di sempre nelle mani, piene dei tagli di lenze assassine. Gustai con calma, la stessa quando mi trovavo in quel luogo, pane di grano con l'alalonga sott'olio e una pioggia di olive salate. Salvo e Andrea, i figli del pescatore, mi guardavano con l'aria di chi sembra invidiarti. Ai loro piedi nudi, cento ami erano tutti da fissare ai corti braccioli di un conzo. Luccicavano come curve d'argento sul grigio dei gradini bucati in più parti.
"I ragazzi non mangiano?" - chiesi al mio amico.
"Quando avranno fame…" - replicò Peppe.
Arrivò il tramonto, puntuale e tiepido. La Nina era pronta, svogliata ed accalappiata ad una bitta arrugginita. Avevo con me la lenza a mano regalatami dal pescatore ed un cono di carta da pane, riempito a metà di gamberi puzzolenti. Qualche energico colpo di remi fu sufficiente per ritrovarmi nel mezzo di Marina Grande e non riuscivo a capire perché si indugiasse a calare l'ancora. Peppe perdeva tempo a fissare l'acqua, prima di qua e poi di là. Ma, io penso ancora, il mare non è lo stesso, sia a destra che a sinistra della barca?
"Guarda questa cicatrice sul polso. Una volta, nel punto dove siamo adesso, tirai su una murena".
Era felice ed io con lui. I silenzi della sera non mettevano paura, anzi. Quella pace aiutava a riconoscermi nei miei anni. Ero un povero ragazzo ricco di vita. Poche lire, niente abiti griffati, paghetta zero e tanti sogni da fare, disfare e rifare.
"Non c'è niente. Questo mare oggi è una vasca da bagno!" - dissi a Peppe.
"Niente fretta, Auré! Aspetta…" - mi rispose a bassa voce..
Ripetutamente tirai su i miei tre ami da 14 ma… neanche un mazzo di posidonia incontrata per errore. Lui, intanto, nel ventre della barca rovesciava donzelle e saraghi, tordi e gronchi, diletto e pacatezza.
Finalmente il filo vibrò tra le mie dita come corda di chitarra rock:
"Deve essere grosso, Peppe!"
"Portalo su piano piano. Calma e gesso, Auré".
Maledetto cassonetto! Ora, davanti al mio caffé fumante, cerco disperatamente di inventarmelo, quel pesce. Passa un minuto e le guance si beano come ogni mattina del passaggio fluido del bilama. La cravatta multicolor sollecita il solito nodo perfetto. Il PC è da spegnere da ieri sera. Corro incontro all'ennesima giornata del lavoro redditizio, dei pretesti per consumare la vita, dei nuovi lampi del progresso. Bello sarà il mio futuro ma solo se staccherò il presente. Magnifico il mio passato e necessaria la mia gioventù, ma solo se la nostalgia arriva sonnambula e mai malinconia opprimente. Il sogno di stanotte, l'avrò fatto all'alba di questo giorno nuovo, canta l'inno del normale. L'ordinario senso della vita oggi è ingarbugliato com'era ieri il filo della mia lenza, allorquando l'ammassavo sul fianco della Nina.
-Racconto breve pubblicato dal quotidiano E Polis Roma in data 07/05/07-


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