Racconti di Aurelio Zucchi
Home page Lettura Poeti del sito Racconti Narratori del sito Antologia Autori Biografie Guida Metrica Figure retoriche |
|
Sono nato a Reggio Calabria il 7/2/1951. Conseguito il diploma di Geometra presso l'Istituto Tecnico per Geometri "Augusto Righi", nell'agosto del 1970 mi sono trasferito a Roma, città dove vivo e lavoro come Agente di Commercio. Sono sposato ed ho due figli. Ho sempre avuto una predisposizione ai rapporti umani e un interesse notevole per la letteratura. Fin da giovane mi sono accostato alla poesia e, da pochi anni, alla narrativa. Come scrittore, ho esordito con il romanzo Viaggio in V classe. Questo libro, pubblicato nell'ottobre del 2006, rappresenta per me un valore assoluto. La determinazione, l'energia e l'impegno che ho profuso nella concezione, nella stesura e nella cura del romanzo sono strettamente legati alla ricerca di linguaggi capaci di liberare l'io narrante seguendo il dettato del cuore e della verità. Raccontare una storia "normale", che fosse in grado di privilegiare l'ordinario senso della vita, è stato precetto fondamentale. |
|
Anche di sabato di un fine luglio… Cielo plumbeo, niente mare… Ore 8,00 di un sabato di fine luglio. Nel cielo dei Monti Lepini è tutto uno show. Matasse di nuvole assassine sono in lenta processione e sembra si dirigano verso il litorale pontino. Sì, meglio telefonare allo stabilimento balneare, sono sempre gentili e potrebbero darci notizie più precise. - Pronto? Signora come è la situazione lì? - Vento, tanto vento, mare mosso e poco sole. - Ritelefoniamo più tardi? - Si, magari la giornata si apre al meglio. - Il paese, intanto, è più silenzioso del solito anche se mi piace pensare alla grande fortuna avuta ieri sera quando, arrivando da Roma, ho trovato parcheggio vicino la monumentale chiesa, praticamente a qualche metro dalla vecchia casa di mio suocero. Mi rimetto a letto con la voglia di dormire ancora ed evito quindi il caffè già pronto in cucina. Dopo qualche ora sento borbottare mia moglie: - Ma lei dice che proprio non è il caso? Troppo vento in spiaggia? - Uffa! Aspetto da tanti giorni di rivedere il mare! A me non interessa tanto l’abbronzatura, mi basta accostarmi all’acqua e poi… sia quel che sia. Anzi, i migliori bagni che ricordo li ho fatti sempre sotto una pioggia battente. Pazienza, rinviamo a domani mattina e a Roma si ritornerà in serata, direttamente da Sabaudia. Bisogna ora organizzarsi, uscire per un po’ di spesa e preparare un pranzetto. Minaccia di piovere. Fuori dall’uscio di casa, nell’irto viottolo vedo poca gente. Da queste parti sono quasi tutti mattinieri. C’i sono tantissimi anziani, volti segnati da mille fatiche e gambe, però, ancora agili nonostante l’età. Poca la gioventù anche se avrà fatto tardissimo la sera prima, sparpagliata di qua e di là nelle zone limitrofe, appena fuori dal paese. Giunti al primo bar, quello dove di solito inauguro la serie dei caffè della giornata, resto abbastanza colpito dal perdurare di un silenzio irreale. Che strano, di solito i sabati e le domeniche di questo posto mi risultano più vivi. E poi, che ci fanno tutte queste persone lungo le stradine? Ah, vanno tutte verso il piazzale antistante la chiesa. Ma che succede? - Cosa c’è stamattina in parrocchia? - chiedo a un passante. - Ma come, non sa niente? Lei non è di qui? - No, ma vengo spesso per qualche giorno di vacanza durante l’estate. - - C’è il funerale di Valeria, la figlia di Michele, quello del bar che sta più giù, nell’altra piazzetta - - Michele? Ma io lo conosco! In agosto quando vengo da queste parti vado spesso a quei tavolini. Mi ricordo che fanno anche della musica all’aperto… - La figlia di Michele aveva 30 anni e lascia due bambini molto piccoli... - Incidente stradale? - No, un brutto male… un tumore. In tre mesi l’ha consumata, che disgrazia! - La notizia mi sconvolge non poco mentre sempre di più in tanti si arrampicano lungo le salite a destra e a sinistra della chiesa per assieparsi di fronte al portone principale. Non è il paese che ricordavo. Le nubi del mattino volevano forse avvisarmi? Sono in tenuta da mare, calzoncini e maglietta. Decido in un istante di andare dopo, con calma, dal signor Michele per porgergli le mie sentite condoglianze, in agosto, quando tornerò certamente per qualche giorno in più. Arriva il feretro. La morte mi ricorda che è esente ferie. Per lutto cittadino i negozi uno dopo l’altro abbassano le serrande. La piazza principale è invasa da tanti, tantissimi paesani che sono in attesa del triste evento. C’è solo e soltanto mutismo, di quelli che angosciano, e non manca qualche bisbiglio delle solite comari tutto dire. Guardo l’asfalto, quello ancora libero dai piedi di uomini e donne, e penso a quanto meno brucerà mentre l’orologio mi segna le 11. Col sole a picco sarei già sulle onde ad accarezzare l’acqua, bellissimo… Ma avrei perso un mare di altra natura, quello nero, quello del dolore che si tocca con mano e dell’inquieto riflusso di mille vite avvolte, girate, rigirate e infine incastrate in un punto interrogativo tanto allarmante quanto reale. Finisce la Messa e la processione si va snodando su dalla chiesa verso la piazza centrale dalla quale poi imboccherà la ripida discesa verso il Cimitero Comunale. Passa davanti a me il feretro, vedo segni di croce dappertutto, povera ragazza. Michele ha lo sguardo spento, cammina a fatica, è un automa. Solo quella figlia aveva… C’è un fiume di gente al seguito: le voleva bene tutto il paese. Dopo un po’, qualche negozio incomincia a riaprire i battenti. Un po’ di affettato, del formaggio, qualche frutta e mesti mesti si torna a casa. Passa il mezzogiorno e anche il pomeriggio, L’aria è sempre meno fresca. A sera mi distendo sotto un albero del bar principale. Sono da solo e sorseggio un caffè bollente. Gli altri tavoli sono tutti occupati da decine e decine di uomini, donne, anziani e bambini. Vedo passare birre, bibite e gelati a non finire. La vita sembra non si sia fermata ma, ancora e purtroppo, tutto si sussegue come in un film muto, come stamattina. Poche chiacchiere e solo qualche mormorio. Mi godo la frescura cercando di penetrare tanti occhi. Mi piace dare l’età a chi non conosco e a volte lo ringiovanisco di parecchio. Qualche bimbo piagnucola, forse ha sonno. Qualche signore, dall’altra parte rispetto a dove sto io, ha alzato un po’ il gomito. Mi guardo e mi riguardo i vecchi lampioni intorno al grande piazzale e li confronto con le potenti luci sparate dalle macchine sull’asfalto ormai freddo. Il vecchio e il nuovo riescono a convivere. Chissà cosa starà facendo Michele? Mi si avvicina una signora vestita di grigio. Porta con sé un grande vassoio: - Posso offrirle una fetta di torta? - Volentieri, l’accetto, ma… - La prenda, la prenda pure. Domani mattina si sposa la ragazza che abita qua, dietro di lei, in questa casa di cui stanno addobbando la porta d’ingresso. - Mangio pian piano la mia fetta di torta e qualche pezzetto, a volte, mi si blocca in gola. Per una vita che se ne va, altre forse stanno per venire. Anche di sabato di un fine luglio, la ruota gira… – Sabato 24 Luglio 2010
Dialogo col mare Il
ministro Ero ministro e nel palazzo
stavo ricevendo una folta rappresentanza di cittadini per l’anniversario
del mio insediamento. Finito di parlare con un allibratore e sazio delle
ripetute richieste d’aiuto che da ogni parte mi arrivavano, decisi di
rompere gli indugi per avviarmi ai miei manicaretti miei preferiti. Il
pranzo di gala, sempre servito da donzelle ben selezionate, stava per
avere inizio. In più, quel giorno, la principessa Fedra era mia ospite.
Veniva dall’ormai vicino Oriente e la ricordavo come una nuvola rosa e
sufficientemente profumata per far perdere la trebisonda anche al più
accanito amatore del terzo millennio. Devo ammettere che la prima volta
che l’avevo vista, di sfuggita ad una visita diplomatica, ero rimasto
colpito dalla perfezione delle sue forme. Avevo tentato, anche,
d’avvicinarla di sguincio, così come si fa da ragazzi quando si provano
tutte ma proprio tutte. Epperò, anche i ministri fanno fiasco, no? Adesso,
l’idea di mettere a registro quella splendida immagine non era più una
speranza, era una necessità. Un'alba
Bella la gioventù! Lo è soprattutto allorquando egoisticamente pensiamo che i nostri figli siano migliori degli altri, quando li vediamo fuori del branco o nei momenti, anche se rari, in cui poggiano gli occhi su un testo scolastico. E così li ammiriamo come comete folgoranti, magari gli sistemiamo ben bene il ciuffo o prepariamo loro l'agognata carbonara. I giovani non sono tutti uguali, non lo sono mai stati, almeno secondo l'interpretazione che insistiamo a dare del "bravo figliolo". I ragazzi e le ragazze che di questi tempi vediamo sfrecciare come bolidi o sostare come lumache lungo i marciapiedi delle città italiane, portano - è vero - draghi improbabili sulle loro magliette, slip colorati e rigorosamente a vista, anelli e metalli poco sapientemente distribuiti, tatuaggi soprattutto sui bicipiti, i maschi, e sulle natiche, le femmine. Ma, ahimè, portano anche solitudini da interpretare. Quelli che, con una punta d'invidia, guardiamo entrare festanti nelle discoteche e uscirne inebriati, quasi avessero là dentro raggiunto il cielo tra un cd e l'altro del mitico dj di turno, a cosa pensano? Quegli altri che, con altrettanta punta d'invidia, vediamo patire il peso di zaini zeppi di libri informi, di tormentati quadernoni, di merende impinzanti e floppy e dischetti eternamente senza custodie, e bambole, bambolotti e amuleti, quasi rifiutassero per principio di raggiungere tra una lezione e l'altra qualunque piano basso dello stesso cielo, a cosa pensano? I musi calanti delle loro facce - opache promesse degli uomini e delle donne che diventeranno - dipendono solo dalle loro insoddisfazioni personali? Si formano soltanto per l'ennesima litigata dei loro genitori? Si piegano, quei musi, solo al terrore nascente dall'imminente interrogazione fatale? Si cristallizzano per la mancata occhiata del ragazzo o della ragazza che hanno mirato giorni e giorni? Oppure, c'è altro che i grandi non scrutano? Vuoi vedere che c'entra anche questa benedetta Società del progresso, del benessere a tutti i costi, dell'usa e getta tutto? Vuoi vedere che c'entra anche la politica, sì la politica, da cui questa stessa Società dovrebbe essere regolata, controllata, quando non migliorata? Giovani e Palazzo, giovani e Istituzioni: chi ci pensa? Mi chiedo, ogni tanto, quale amore per la politica potrà nutrire certa parte delle nuove generazioni se già non lo nutre per la famiglia, per un'alba o un tramonto, per la voglia di fare poesia o per altro ancora. Per quelle frange, è una politica che spesso viene coltivata con atteggiamenti esasperati, il pugno al cielo piuttosto che il saluto al duce, per elemosinare accettazione sociale in una fase, l'adolescenza, in cui l'insicurezza fa da padrona. Vedono l'arte del governare soltanto come menù di ideali stereotipati e svuotati del loro senso (i classici comunismo, fascismo e anarchismo), per i quali si tifa come lo si fa per squadre di calcio, accostandosi ai generi musicali e alle mode giovanili nelle solite combinazioni e nel tentativo di costruirsi un'identità. Siamo, però, certi che la colpa è solo dei giovani? Di un linguaggio addetto ai destini più che ai lavori, se ne sente il bisogno, e non solo tra i ragazzi italiani. Coloro i quali svolgono ruoli cui sono stati destinati dal proprio elettorato, parlano, parlano, parlano… Lo fanno nelle aule parlamentari, nei salotti ovattati del potere, nelle piazze italiane e nelle radio e televisioni locali e nazionali. Cosa dicono? Narrano sempre di un Paese che è eternamente da sviluppare. Declamano disegni di legge sempre in gestazione. Gridano solidarietà ed immigrazione. Urlano integrazione europea, laicità dello Stato, DICO, Federalismo, Tesoretti, tasse che vanno diminuite e buona previdenza non più prorogabile. "Papà, io non sento altro che opinioni ed invece voglio fatti. Fatti che seguano idee, che siano facilmente riscontrabili e soprattutto alla portata di tutti." E', questa, una frase ripetitiva che sento spesso dai miei figli. Io, i miei figli, li vorrei avvicinare alla politica sana, quella, per intenderci, intesa come arte propedeutica alle buone sorti nazionali. Peccato che, quando è il turno di questo o quel ministro, di questo o quel parlamentare, i ragazzi mi girano le spalle per dirigersi su internet o alla play station. "Che noia, le solite facce, le stesse promesse, i giri di parole!", la chiusa. Guardiamoci attorno. Dopo la caduta del muro di Berlino, da includere (intendo la caduta di quel muro) tra le 7 meraviglie del mondo, la cultura delle ideologie, anche di quelle giovaniliste, ha subito una frenata. Nell'accezione tradizionale di chi giovane lo è già stato, il fascismo, il comunismo ed il centrismo, inteso quest'ultimo come ago che modera ogni deriva estremista, stabilivano adeguamenti culturali e precisi ideali capaci di dividere il Paese in larghi spicchi e tuttavia di renderlo vivo e operante. Aveva senso, voglio dire, dichiararsi di destra, di sinistra o di centro per quella sorta di odiosa eredità della politica che la tragedia della guerra aveva depositato nelle case e nelle famiglie italiane, pesando le differenti esperienze. In una costituenda convivenza democratica, degna di uno Stato che il conflitto mondiale lo ha conosciuto nella sua piena interezza, tutto poteva procedere a favore degli obiettivi di civiltà e di stabilità sociale. Tale percorso, lo sappiamo bene scorrendo le pagine amare del virus terroristico nazionale rosso e nero, subiva però ed inevitabilmente delle soste forzate che rallentavano non poco le prospettive prese a riferimento. L'Italia coriacea, operosa, libera e pensante alla fine ha goduto ugualmente di decenni importanti, dei benefici delle tecnologie d'oltreoceano, delle fondamentali scoperte scientifiche, del boom economico e della crescita cercata a tutti i costi. Oggi è un po' diverso. La novità "Europa" (ma non esisteva anche prima?), lo spettro del terrorismo del terzo millennio, gli agghiaccianti bollettini del clima che cambierebbe il pianeta, i nodi venuti al pettine di un forzato benessere, hanno fatto in modo che classi dirigenti e classi politiche si moltiplicassero a dismisura. Questo è il punto. Come posso, io diciottenne e già incastrato nell'andazzo del precariato e nel caos dei valori di riferimento, districarmi in una Società troppo spezzettata nelle linee guida laddove relazionarmi? Non è poi così difficile aggiungere a tutto ciò l'incomprensibile linguaggio che da quelle postazioni adoperano. Non ci si venga quindi a lamentare del poco fascino che un'arte pur nobile come la politica riesce a suscitare in giro, soprattutto nei ragazzi.. Prendiamo ad esempio i partiti politici e soprattutto le loro articolate denominazioni. DS (Democratici di Sinistra): mi domando se è giusto che la democrazia e quindi la sovranità dei cittadini debba essere trascinata di qua e di là come un pacco postale, tirata per la giacca come panacea o alibi degli intendimenti programmatici utili al consenso. La Margherita, invece, aveva ereditato, insieme con altri nuovi partiti geneticamente di centro, la vecchia DC consumata da Tangentopoli. Oggi nasce il PD (partito democratico) come sintesi di due esperienze e percorsi fino a qualche anno fa contrapposti. E poi, perché democratico? Non dovrebbe essere tacito che lo siano tutti in questo Paese? O gli altri schieramenti parlamentari sono soltanto accozzaglie di minacciose guarnigioni pronte a sovvertire l'ordine costituzionale? Nella scena politica nazionale, da più di dieci anni esiste Forza Italia, splendida invenzione fonica degli esperti della comunicazione mediatica. Il suo nome lascia facilmente intendere la priorità del proprio elettorato all'incoraggiamento e al sostegno del Bel Paese che deve crescere. Va bene, ma gli altri partiti hanno nei loro statuti norme, articoli e commi pronti a remare contro quello stesso Paese? Pensando poi ad AN (Alleanza Nazionale) e riflettendo un po' sui due termini, non sono convinto del fatto che l'unità italica, il senso della Patria, appartenga solo e soltanto al dna di un unico schieramento politico. Procedendo nell'excursus delle nomenclature, la sigla UDC (Unione Democratica Cristiana) parrebbe una ripetizione di qualcosa già visto, differenziandosi dai concorrenti cosiddetti moderati per una diversa posizione nello scacchiere del bipolarismo. L'IDV (Italia dei Valori) è un intrigante gioco di parole combinate egregiamente ma scontate, poiché a pensarci bene i valori sono universali e appartengono a tutti indistintamente. E' una sigla azzeccata, certo, ma non smentisce la confusione che si genera in chi si accosta per la prima volta alla politica italiana. UDEUR (Unione Democratica per l'Europa) ricalca un patrimonio di programmi che danno l'idea d'essere uguali tra quelle forze cattoliche che si richiamano alla scuola di De Gasperi e di don Sturzo. La Federazione dei Verdi, nata sulla scia d'una crescente sensibilità ecoambientale, porta con sé contenuti che possono essere nell'agenda di altri partiti. Partito dei Comunisti Italiani () Escludendo certe forze politiche (Lega Nord, Partito della Rifondazione Comunista, Partito dei Comunisti Italiani) che nel loro stesso nome sintetizzano, almeno e immediatamente, una posizione precisa, una collocazione resistente al declino delle ideologie, ecco quindi che quei nostri giovanotti, di cui parlavo all'inizio, rimangono spiazzati. Presumo che, al momento del voto, nel silenzio della cabina elettorale avranno dei guai. La libertà, si sa, è sempre sulla bocca di tutti, basta seguire uno dei tanti talk-show televisivi frequentati da onorevoli e senatori. Il progresso della civiltà? Non lo rifiuta nessuno, basta assistere ad un qualsiasi comizio. La crescita economica è ormai una caricata esigenza per tutti e di tutti i ceti sociali, a differenza di quanto accadeva un tempo, quando operai ed impiegati si guardavano in cagnesco per via del diverso peso retributivo. I rifiuti ammucchiati per le strade di Napoli non piacciono a nessun partito, nemmeno a me. La pressione fiscale pure, così come la delinquenza nelle città italiane. Dicono, allora, tutti quanti le stesse cose? E, se così fosse, perché sono frazionati, divisi, lontani, tranne quando si tratta di combinarsi in un ampio ventaglio da sventolare tutti insieme dagli scranni del nostro Parlamento? Oggi, se i miei 56 anni subissero un taglio molto consistente, non saprei come orientare le mie scelte. Mi sentirei confuso all'interno delle mie Istituzioni e trascurato dal mio Palazzo. Io sento impellente il bisogno di avere nel mio splendido Paese due schieramenti: conservatori e progressisti. I riformisti non avrebbero di che lamentarsi. Si può, anzi si deve, dare linfa e coraggio a tutto ciò che migliora la vita dei cittadini sia intervenendo su norme e regole già esistenti, sia adottando, non solo blaterando, provvedimenti legislativi che tengano conto dei bisogni moderni. Credo perciò che le tristezze dei nostri giovani (una generazione che potrebbe avere uno scatto d'orgoglio tutto suo se solo accendesse il lume della ragione al posto dello spinello) riflettano in parte le preoccupazioni di noi adulti. La politica, per una volta, faccia un passo indietro e si offra trasparente e complice alle aspettative delle classi dirigenti di domani. Si faccia capire, voglio dire, già dai suoi primi approcci. Spanda nel singolo, nelle famiglie, nelle scuole e nelle aziende la comune matrice del sano esercizio della libertà e della democrazia. Vada incontro ai ragazzi del 2000 inculcando loro il seme della ritrovata educazione civica e della partecipazione collettiva alle sorti dello Stato che è da sentire, da amare, prima ancora che da interrogare. Il futuro, qualcuno mi ha insegnato, dipende sempre da ciò che stai vivendo ora, dalla tua capacità di svincolarti dalla piatta omologazione che a volte inganna. -Articolo pubblicato il 7 agosto 2007 sulla Testata Giornalistica del quotidiano on line www.quicalabria.it- Zone d'ombra inesplorata Quando, nell’agosto del 1970, raggiunsi la mia famiglia a Roma, mi mancò il mare. L’avevo ammirato ancora una volta da un Espresso antipatico, il naso sul vetro come francobollo sulla busta. Racconterò quindi questo viaggio che non è mai finito, che offre, oggi come ieri, quelle che io chiamo zone d’ombra inesplorata. Quella mattina ero da solo. Lo scompartimento, spartano ma accogliente, aveva requisito i silenzi, i colori e le forme dei ricordi che mi portavo dietro. Il brontolio del treno non era credibile per me che stavo annodando gli ultimi fili di un Sud che lasciavo. Con esso, mettevo in archivio i miei 19 anni, il fiammante diploma da geometra e 26 compagni di una scuola generosa. Alla Stazione Marittima, Reggio era già sveglia da un bel po’. Assolata, nervosa, principessa rassegnata come solo lei sa essere, si poneva i problemi del sempre. Capoluogo o no, la città da cui mi stavo congedando pareva pregarmi di non dimenticarla. O ero io che speravo si ricordasse di me? Guardai il porto delle mie prime prede, il luogo preferito del mio calare e tirare lenze dallo scalino meno massacrato d’una scaletta ricavata lungo i fianchi neri della banchina a monte, lo stesso specchio d’acqua e sale scrutato ogni giorno dalla terrazza condominiale di Via Italia. Ebbi un segno di stupore. L’acqua era più piatta del solito, i piazzali polverosi più deserti, l’aliscafo abbagliante sotto il mezzogiorno. Infilai i miei occhi scuri fin dentro i ponti d’una nave traghetto, li spinsi a più non posso all’interno del salone bar e per un attimo mi scottai con gli arancini impossibili. Dalla baia di Pentimele, il treno già correva troppo, la vidi diventare sempre più piccola, quella nave, sempre più lontana come punto di vela in mezzo all’oceano. Mi vennero in mente le improvvisate uscite in mare con un amico pescatore, le sue manie del “posto giusto” da trovare, la mia magnifica impazienza di pescare. A Scilla decisi di scendere, troppo presto per uno con destinazione Roma. Marina Grande era ora immensa, troppo immensa quando vuoi abbracciarla per l’ultima volta. Valigia in mano, mi diressi a Chianalea e sostai una volta e poi due e poi tre davanti agli archetti che s'aprono ai lati della stradina parallela alla linea di camminamento della riva. In quel modo, i pezzetti blu del Tirreno, seppure spezzati dalle opache vernici delle barche, diventavano tascabili. Poi, raggiunsi il borgo antico marinaro e salutai Peppe, la sua signora e i suoi ragazzi a piedi nudi. Non era uscito con il gozzo, aveva ancora febbre alta, ma soffriva la mancanza del mare più che la stupida influenza. Ricordai con lui la notte magica della Costa Viola, guardata e riguardata dalla sua barca a meno di dieci metri dalla costa e in compagnia della vecchia lampara gialla. Gli rammentai di una volta, d'una murena maledetta che lui buttò nel ventre della Nina per farla un po’ ballare e mettermi paura. Quando alla fine girai le spalle per andare incontro all’altro treno, dimenticai i bagagli e ricordai il futuro. Una famiglia di Paola mi fece compagnia per un po’. Andavo a Roma, è vero, ma non sapevo come rispondere alle tante domande che mi venivano poste. Parlai loro della mia città, intendo Reggio, e quasi mai del Colosseo o del Quirinale. Eppure, entro poche ore ancora, avrei raggiunto l’Urbe, le sue bellezze, il suo traffico, le sue mille contraddizioni e la mia unica famiglia. Tutti mi aspettavano, le braccia aperte verso il domani. Oggi, che quel domani è giunto, io sono ancora distratto come quel giorno a Chianalea. Non dimentico più borse e borsoni, dimentico da ormai trentasette anni il nuovo mondo che mi ha accolto. Chissà, forse è colpa dei vent’anni, delle speranze che hanno avuto il solo torto di nascere in una terra sfortunata. E’ solo colpa mia, del credere che sarei dovuto rimanere in quella via Italia per assistere al cambio degli asfalti, all’apertura di negozi, alle processioni del nuovo millennio o ad altro ancora. Concorso letterario "SI', VIAGGIARE…" Ed. 2008, Niente fretta, Aurè! |