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Dialogo col mare
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Ciao, come stai? Una volta, di maggio, venivi a trovarmi spesso…
Beh, erano altri tempi, ero un giovanotto, la casa non era lontana,
vedevo il porto dal balcone,
il primo bagno era in aprile.
Sì, va bene, ma non mi hai detto come stai.
Così così…
Il secondo così è riferito a carenza di sogni?
No, no, per fortuna quelli non mancano. E' che la vita mi prende, mi fa
come scordar chi sono.
E tu sai che devi fare? Alla vita, di' che sei amico mio.
Lo sa, lo sa. Tu, invece, come procedi? Riesci sempre a spumare al
meglio?
Mi do da fare.
Oggi sei di un azzurro antico.
Sapevo che tu venivi e allora ho chiesto al vento di assentarsi, di
sfogarsi un po' più a Nord.
Quale onore?!
Senti un po', so che scrivi poesie.
E chi te l'ha detto?
Si dice il peccato, non il peccatore. Ma tu, nei tuoi versi, mi nomini?
Altro che!
E come mi descrivi?
Dipende da come io ti vedo.
Vuoi dire da come mi vedevi, forse?
No,no! Da come ti vedo ancora, anche quando sono lontanissimo.
E dimmi ancora un'altra cosa.
Cioè?
Hai mai svelato i nostri segreti? Hai mai parlato dei nostri incontri a
sera?
Gelosia?
Non si tratta di questo. Il fatto è che oggi sono altri incontri. La gente
arriva qui, un tuffo e via,
assorbe poca acqua e poi si stende a pancia all'aria.
La gente non è tutta uguale.
In che senso?
Magari ti scarta per la luna, per le stelle, per il sole, per la
montagna…
Fosse così, mi andrebbe bene.
Adesso però ti devo salutare.
Non andartene Auré!
La famiglia, la salute, il lavoro, il futuro… Ti prometto che
ritornerò.
Io sono qui, io sono il mare. Appena sarai giù per il sentiero, io ti
riconoscerò.
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Mi avvio guardando un po' la sabbia avanti e, tanto, l'acqua indietro. Mi
pare che le onde si stirino proprio come me quando al risveglio distendo
braccia e gambe. E' solo, forse, un'impressione. E' la tenera coda del
sogno nella realtà.
Son già sulla stradina e i primi rumori mi rammentano dové che son
diretto.
Spedisco gli occhi al cielo e dopo, quando me li riprendo, si posano sul
primo fianco della collina. C'è un salice che non piange.
*2009
Il
ministro
Buondì! E’ un fatto inconsueto che io sogni. Non resisto, quindi, alla
tentazione di raccontare ciò che in questa notte d’afa ho vissuto.
Ero ministro e nel palazzo
stavo ricevendo una folta rappresentanza di cittadini per l’anniversario
del mio insediamento. Finito di parlare con un allibratore e sazio delle
ripetute richieste d’aiuto che da ogni parte mi arrivavano, decisi di
rompere gli indugi per avviarmi ai miei manicaretti miei preferiti. Il
pranzo di gala, sempre servito da donzelle ben selezionate, stava per
avere inizio. In più, quel giorno, la principessa Fedra era mia ospite.
Veniva dall’ormai vicino Oriente e la ricordavo come una nuvola rosa e
sufficientemente profumata per far perdere la trebisonda anche al più
accanito amatore del terzo millennio. Devo ammettere che la prima volta
che l’avevo vista, di sfuggita ad una visita diplomatica, ero rimasto
colpito dalla perfezione delle sue forme. Avevo tentato, anche,
d’avvicinarla di sguincio, così come si fa da ragazzi quando si provano
tutte ma proprio tutte. Epperò, anche i ministri fanno fiasco, no? Adesso,
l’idea di mettere a registro quella splendida immagine non era più una
speranza, era una necessità.
Avevo quasi raggiunto l’uscita del Salone dei Fichi Secchi quando, con
passo energico, vidi avvicinarsi una stracciona dell’era moderna, una di
quelle incluse tra i “poveri in giacca, cravatta e tailleur”.
Accipicchia che petto! pensai, senza preoccuparmi del tempo che mi
avrebbe fatto perdere.
- Eccellenza, non badate all’apparenza. Fino a poco tempo ero una
tenace impiegata presso il suo Ministero.
- Perbacco! E adesso non lavora più?
- Chiedetelo al mio dirigente, forse Voi lo conoscete. Quello lì mi ha
rovinato.
Per un attimo fui distratto dal grigio del cielo che le grandi
finestre facevano intravedere.
- Come si chiama?- le domandai.
- Fabiana Scolli
- Veramente…mi riferivo al nome del suo dirigente. Fabiana è uno dei miei
nomi preferiti. Viene da Faba, fava…
- Il dirigente in questione è il dottor Andrea Provello, esempio di
statale perditempo, un calcolatore dei respiri altrui. Sapete che faceva
quando veniva in ufficio? Mi staccava dal solito odioso file, ero addetta
all’immissione dati, e si collegava al sito… Lasciamo perdere, Eccellenza!
- Se ricordare non le procura imbarazzo, vada avanti ma faccia in fretta.
- Se sono andata in rovina la colpa è di quel bell’imbusto da diporto.
- Stringa! Sono stanco e ho fame. Anche i ministri pranzano, lo sapeva?
- Lo so, lo so che anche i ministri mangiano... Insomma, mi costrinse a
vedere un video porno e non si accontentò. Chiusa la porta a chiave,
abbassò le tapparelle e…
- E…?
- Mi prese con una ferocia inaudita; le peggio cose!
- E lei?
- Io mi difesi come potevo. Provai col portapenne di vetro che lui stesso
mi aveva regalato ma, senza alcun successo. Alla fine, disperata, afferrai
il fermacarte di metallo, a forma di stella, che lui stesso mi aveva
regalato, e lo colpii al torace. Risultato? Sarei stata io a provocarlo,
ha capito?
Ormai si era fatto tardi. I miei collaboratori cercarono di
allontanare l’avvenente signora ma io mi opposi. Sottovoce, la invitai a
tornare con calma in visita privata promettendole un mio intervento per il
recupero del posto di lavoro. Quando l’ebbi congedata, due erano le
priorità:
1) Raggiungere Fedra nella sala da pranzo per domandarle se navigava in
internet.
2) Dare precise disposizioni alla mia segretaria per l’acquisto di un
fermacarte, possibilmente d’oro e rigorosamente senza spigoli.
Ah, che mestiere quello del ministro!
Un'alba
Cap. 33 (tratto da VIAGGIO IN V CLASSE - Edizioni IL FILO)
Natale era alle spalle. Della Messa di mezzanotte, come ogni anno, mi
rimaneva in testa una scena su tutte. Mentre un Bambino nasceva, altri
morivano di sonno tra le braccia dei genitori che li tiravano su, sempre
più su, perché guardassero l'altare del Duomo e l'Arcivescovo che
celebrava; altri ancora, i più piccoli, resistevano sotto montagne di lana
che dovevano coprire ogni possibile spiffero nel caldo atroce di
carrozzine mai ferme.
Di quei giorni di festa, nel cuore ristagna la felicità per avere avuto
con me la famiglia al completo. Nel palato resistono i sapori dei
succulenti piatti delle feste, preparati con amore, e le chiacchiere
dell'associazione culinaria formata da mia madre e dalle sue sorelle. Nel
naso rimangono attaccati gli odori del sempre qualcosa da cuocere, dei
soffritti e delle crespelle con le alici e resistono, ostinati, i profumi
di brodi, salse, arrosti, agrumi, fichi secchi, pignolate, panettoni e
canditi. Nelle orecchie perdurano gli strilli del sette e mezzo e i boati
di un terno da dividere con qualcuno della tavolata, privata del suo
bianco Natale dalle scorze di mandarini e borlotti, sparsi a pioggia tra
l'immancabile Strega, l'oro e l'argento dei torroncini da rubare e i
colori delle cartelle che nessuno aveva scelto. Negli occhi ancora
brillano le barbe dei Babbi Natale, le grotte, le stelle e le comete delle
carte dei regali, aperti pian piano dallo stupore di chi man mano li
riceveva: piccole cose, grandi momenti mietuti scartando la baldoria
arginata fino ai pitrali¹ e al caffé.
Ed il presepe, con i Magi spostati e rispostati sulla cristalliera, nel
loro cammino verso Gesù...
E l'albero, col parapiglia degli addobbi filanti, incastrati mai una volta
sola tra le palle grosse in basso e quelle man mano più piccole verso il
puntale sempre storto... E la mia gente che luccicava anch'essa...
Di quel Natale del '69, altro ancora tengo con me: un'alba, una barca in
avaria ed un loden verde.
¹ Dolci calabresi con ripieno di fichi
secchi, mandorle, noci, frutta candita e uva passa.
Un'alba
Con i risparmi che giungevano da Roma e le mance natalizie benedette,
avevo racimolato una somma che consentiva di togliermi uno sfizio. Le
volte che, davanti alla televisione, seguivo le storie d'amore raccontate
nel bianco e nero dei film americani, pensavo a quando, anch'io, avrei
cenato con "lei" a lume di candela. Chissà, mi vedevo uomo bello e
interessante, meglio se seducente, nella forma definitiva che avrei voluto
avere da grande. Senza candelabri d'argento, tovaglioli di pizzo e nuvole
di rose rosse, avrei fatto a meno anche di maggiordomi con livrea e di
musiche soft diffuse da un vecchio grammofono, nascosto chissà da quale
parte. Mi sarei accontentato di un cameriere almeno attento e di un
tavolino tondo, apparecchiato per due sotto le vetrate di un ristorantino
panoramico. Nella mia scenografia, però, avrei vantato la vista del fumo
in una bolla, sospesa sulla cima di un vulcano, e quella di mille luci
siciliane che, con un pizzico di buona sorte, diventavano duemila nel mare
quieto della sera. Tra frutti di mare e champagne italiano, avrei
riversato il mio scontato realismo in una rappresentazione ingenua che
avrebbe ricordato le innocenti movenze dei bimbi nei Carnevali allestiti
nella mia sala parrocchiale.
Con chi dividere il piacere di un primo recital, capace di farmi sentire
proiettato ben oltre le mie diciannove primavere? Lo so, la compagna
ideale sarebbe stata una donna innamorata del suo innamorato ma, anche
allora, non si poteva avere tutto dalla vita. Insomma, ancora non sapevo
se era in me e con me l'amore din don dan che giorno dopo giorno riempivo
di tasselli di pietra, tagliati con punta di diamante. La praticità
dirompente di Sabrina ed il volo schiacciato sul suo tempo, infatti,
frenavano la certosina ricerca di una dimensione soave, l'oasi ferma e
resistente nella quale cristallizzare i miei sentimenti. Non ero
innamorato di lei! Non era sufficiente il frizzante splendore che mi aveva
investito? Ed il sapore violento della sua pelle sincera? Cosa andavo
cercando ancora?
Cercavo le parole non dette. Sabrina esprimeva bellezza come fosse
esposta, muta, in una nicchia degli Uffizi. Io volevo darle uno stile. Nel
corpo e nell'anima di chi viveva distratta e senza filtri, libera dai fili
che via via le stringevo attorno, cercavo uno stile. Sabrina era meglio di
me! Aveva colto nel segno di un'età da piegare al vento dei bisogni
immediati e non di quelli differiti; lungi da lei le luci e le ombre del
domani con cui giocavo d'anticipo! Ecco perché tardava ad innamorarsi dei
miei occhi scuri di un mattino complicato. Sperava che, Roma o Reggio, il
suo ambizioso Aurelio la smettesse di divorare le cadenze del tempo e
rientrasse con i sogni nel disordine e nell'ovvio di una corsa di gioventù
da placcare in un rude abbraccio e senza confonderlo per un addio.
Sbattuto come un uovo dalla frusta dei pensieri, organizzai l'incontro nei
minimi dettagli. Per l'insolito evento, Sabrina aveva risolto la sua
libera uscita con l'aiuto prezioso della cugina Concetta: quella notte
avrebbe dormito a casa sua, a Pentimele. Prenotai un tavolo al Vecchio
Frantoio, un locale nella zona più a sud della città, dove il Tirreno
incomincia a chiamarsi Ionio. L'ora concordata, raggiunsi la mia lei a
piazza Duomo. Se ne stava sotto una pensilina del capolinea degli autobus.
L'ammirai a lungo. Tentativi d'eleganza nel completo e nel soprabito neri
non ripulivano del tutto la sua aria sbarazzina: capelli sciolti,
pochissimo trucco e profumo di talco. Solo lo stupendo foulard, disegnato
a spine di pesce, confondeva un po' le idee. Io, aprivo e chiudevo il
giaccone di velluto a coste strette per dar risalto al tutto nuovo col
quale mi ero abbigliato: camicia cielo, vestito blu e cravatta mare. Forse
avevo esagerato... Per fortuna, mi guardò:
"Caspita, sembri uno sposo!".
Prima di salire sul 12, la baciai per quel tanto che sentisse il nuovo
dopobarba arrivato da Roma.
Al Vecchio Frantoio, fummo accompagnati al tavolo dal cameriere che c'era
stato affidato. Meno male, era uno sveglio! Trovai una candela infilata
nel collo strettissimo di un piccolo vaso di vetro e la feci accendere. La
rosa che avevo richiesto alla prenotazione era fresca e soprattutto rossa.
Le posate, i bicchieri e le salviette erano stati ordinati in maniera
gradevole ma i sottopiatti li avrei preferiti di peltro. Controllai la
posizione rispetto al basso davanzale della finestra e fui soddisfatto del
colpo d'occhio che offriva. Mi sembrò tutto in regola e accarezzai
l'ipotesi secondo la quale, in simili frangenti, un incontro romantico
riesca delle volte ad accendere un amore nuovo piuttosto che alimentarne
uno usato.
Il vino era buono, talmente buono che passammo ben presto alla seconda
bottiglia e poi alla terza. Peccato che la frequenza delle portate fosse
troppo svelta: Sabrina era frettolosa pure nel mangiare.
Evidentemente, avevo curato male la sceneggiatura dei tête à tête se solo
in rare pause sussurrammo qualcosa:
"Embè? Roma? Cosa dicono i tuoi? Parlami di Roma!".
"Non mi va, ora".
"Diventerà la tua città, abituati".
"Ancora non lo è".
"Altri, al tuo posto, pagherebbero chissà cosa per andarci".
"Anch'io pago... Possiamo parlare d'altro? Tu, Sabrina, chi sei?".
"Sono una ragazza fortunata, a cena col mio ragazzo matto che spende e
spande per dimostrarmi l'amore che già so".
"Ti piace qui?".
"Pensi che questa serata mi stia dicendo cose nuove? Le linguine
all'astice, comunque, meritavano una visita".
Sorseggiava vino continuamente:
"Voglio stare tra le tue braccia!".
Il suo bicchiere non aveva pace.
"Ti voglio bene, Aurelio".
"Fino a luglio... e dopo?".
"Boh?!".
Mi avvicinai alla sua bocca, facendomi scottare dalla fiamma della
candela. Fermai i suoi occhi ballerini e sfiorai le sue labbra:
"Mi ami?".
"Che parole! Sto bene insieme con te".
"Odio questa frase. Voi ragazze la usate quando avete paura d'essere
chiare. Che male c'è nel dire ti amo?".
"Per te è facile esprimere certe cose. Poco fa, guardando una chela, hai
detto che ti sembrava una baia di sabbia rossa. Ma ti rendi conto? Come
cavolo fai?".
"Pensieri, sensazioni che diventano parole. È bellissimo, sai".
"Quando ti pare, però. Da te, così abile nell'aprire il tuo cuore e quello
degli altri, non ho mai sentito che mi ami. Sono forse un caso
difficile?".
"Vorrei dirtelo, Sabrina. Vorrei tanto dirtelo...".
"Che cosa aspetti? Devo solo immaginarlo?".
Ma non era determinante, per lei.
Uscimmo in strada. La sua briosità mi contagiava. Non era molto tardi,
appena le 22 diceva un Viktor prestatomi da mio padre. Con lei non poteva
essere diversamente e, ora che l'alcool la stava confondendo, ogni sua
cosa m'appariva vera due volte.
Arrivati a Pentimele - sull'autobus l'avevo eccitata - non voleva andar
via:
"Portami a mare, ti scongiuro! Devo camminare sull'acqua... ".
"Fantastico! Informo subito il Vaticano. Tu, carina, è meglio che avvisi
subito Concetta".
Dopo la lunga telefonata dal bar della Esso, imboccammo il cavalcavia per
raggiungere il "mio" lido:
"Per fortuna che ho con me la chiave della cabina. Fa un freddo...".
"Ti ho detto di portarmi a mare, non a letto".
Sulla spiaggia, deserta come la luna, sdraiammo le cazzate a raffica
dentro e fuori il confine del mio mare. Le nostre risate, un diagramma di
suoni impazziti, saltavano folli sui tetti delle baracche, giravano larghe
intorno ai pali della luce, volavano tonde sui granelli di sabbia e
brillavano di verità sulla superficie dell'acqua. Le mie, di risate, le
davo in prestito alle onde lunghe e basse per aiutarle ad essere più
rumorose e attutire il clamore della felicità che provavo. Ed intanto, sul
tutto nuovo che avevo addosso, sentivo il fresco tocco del mio ultimo
Natale a Reggio. Mamma mia! Quante infinite volte su quello stesso beige
avevo rotolato nude le braccia, le gambe e la schiena e strofinato al
caldo la pancia e il petto, seccando l'acqua goccia a goccia! Ed era stato
bello. Adesso, lindo, incravattato e brillo, mi scoprivo uno yo-yo legato
all'umido dei miei e dei suoi capelli. Ed era ancor più bello. Guai a dire
che il mare è bello solo d'estate!
Il mio giaccone non era eccezionale. Buttato sulle spalle di Sabrina, la
proteggeva poco poco dal freddo. Entrai nella 23. Spostai ombrelloni,
sdraio, maschere e pinne per fare spazio ad un lettino che voleva gonfiare
lei. Che buffa! Più che il piede, sulla pompa spingeva l'ebbrezza di un
nuovo far niente nell'attesa di coinvolgersi tutta nel tutto.
Com'eravamo stanchi... Ci coprimmo con quanto fui capace di rimediare tra
asciugamani carta vetrata e tovaglie di plastica: un gran casino per
produrre tepore quando, da soli, i nostri vestiti bruciavano al solo
contatto dei tessuti. Ci spogliammo, quindi, anche di quelle delicate
attenzioni e ci consegnammo ad un freddo pungente che rendemmo non
credibile, anzi fesso, col calore dei nostri corpi. Come e per quanto
tempo, non ricordo. Ai lettori più impiccioni e alle lettrici più
pettegole dico soltanto che usammo il criterio della qualità.
Alla fine, spossati dal vino e dall'amore, ci addormentammo
profondamente…………......................
"È na mola, na mola!".²
"Non dire fesserie. Un pesce luna, ma quale pesce luna...".
"Ti ricu chi era na mola. Prestu, pigghia u motori!".
"Il 15 cavalli?".
"Ancora cà, sii? Eh, malanova, curri, si nno nda pirdimu! Ti spettu nta
l'acqua".
Nella furia di rivestirsi, Sabrina, ormai, aveva finito di calpestarmi
tutto:
"Cazzo, com'è tardi!".
Mi baciò il collo e sparì, le scarpe e la borsetta tra le mani e le spine
di pesce che strisciavano per terra.
Le prime luci schiarivano tutto, anche i contorni del pescatore che
nell'acqua bassa teneva ferma la piccola barca. Un po' vestito e un po'
no, con le tasche a sventola che vuotavo dai granelli, mi diressi verso di
lui. Non l'avevo mai visto. Tutto era nuovo in quel momento! Con i piedi
neri mi schizzò i pantaloni:
"Comu iu? Iu bona?".
"A meraviglia!" risposi assonnato.
"Chi pezzu i figghiola...".
Si allontanò col suo amico. Andavano al largo a trovare il pesce luna.
M'inginocchiai per girare tra le dita un minestrone di pietruzze colorate,
leccate dalla lingua delle onde. Col sole forte del mattino, quei
sassolini sarebbero diventati brillanti, tanto brillanti da ingannare i
primi fortunati che li avrebbero raccolti. Quell'alba era con me. Era
stata la prima, a svegliarmi con una "lei" accanto.
² È un pesce luna, un pesce luna!
La politica, questa sconosciuta
Bella la gioventù! Lo è soprattutto allorquando egoisticamente pensiamo
che i nostri figli siano migliori degli altri, quando li vediamo fuori del
branco o nei momenti, anche se rari, in cui poggiano gli occhi su un testo
scolastico. E così li ammiriamo come comete folgoranti, magari gli
sistemiamo ben bene il ciuffo o prepariamo loro l'agognata carbonara.
I giovani non sono tutti uguali, non lo sono mai stati, almeno secondo
l'interpretazione che insistiamo a dare del "bravo figliolo". I ragazzi e
le ragazze che di questi tempi vediamo sfrecciare come bolidi o sostare
come lumache lungo i marciapiedi delle città italiane, portano - è vero -
draghi improbabili sulle loro magliette, slip colorati e rigorosamente a
vista, anelli e metalli poco sapientemente distribuiti, tatuaggi
soprattutto sui bicipiti, i maschi, e sulle natiche, le femmine. Ma,
ahimè, portano anche solitudini da interpretare. Quelli che, con una punta
d'invidia, guardiamo entrare festanti nelle discoteche e uscirne
inebriati, quasi avessero là dentro raggiunto il cielo tra un cd e l'altro
del mitico dj di turno, a cosa pensano? Quegli altri che, con altrettanta
punta d'invidia, vediamo patire il peso di zaini zeppi di libri informi,
di tormentati quadernoni, di merende impinzanti e floppy e dischetti
eternamente senza custodie, e bambole, bambolotti e amuleti, quasi
rifiutassero per principio di raggiungere tra una lezione e l'altra
qualunque piano basso dello stesso cielo, a cosa pensano? I musi calanti
delle loro facce - opache promesse degli uomini e delle donne che
diventeranno - dipendono solo dalle loro insoddisfazioni personali? Si
formano soltanto per l'ennesima litigata dei loro genitori? Si piegano,
quei musi, solo al terrore nascente dall'imminente interrogazione fatale?
Si cristallizzano per la mancata occhiata del ragazzo o della ragazza che
hanno mirato giorni e giorni? Oppure, c'è altro che i grandi non scrutano?
Vuoi vedere che c'entra anche questa benedetta Società del progresso, del
benessere a tutti i costi, dell'usa e getta tutto? Vuoi vedere che c'entra
anche la politica, sì la politica, da cui questa stessa Società dovrebbe
essere regolata, controllata, quando non migliorata?
Giovani e Palazzo, giovani e Istituzioni: chi ci pensa? Mi chiedo, ogni
tanto, quale amore per la politica potrà nutrire certa parte delle nuove
generazioni se già non lo nutre per la famiglia, per un'alba o un
tramonto, per la voglia di fare poesia o per altro ancora. Per quelle
frange, è una politica che spesso viene coltivata con atteggiamenti
esasperati, il pugno al cielo piuttosto che il saluto al duce, per
elemosinare accettazione sociale in una fase, l'adolescenza, in cui
l'insicurezza fa da padrona. Vedono l'arte del governare soltanto come
menù di ideali stereotipati e svuotati del loro senso (i classici
comunismo, fascismo e anarchismo), per i quali si tifa come lo si fa per
squadre di calcio, accostandosi ai generi musicali e alle mode giovanili
nelle solite combinazioni e nel tentativo di costruirsi un'identità.
Siamo, però, certi che la colpa è solo dei giovani?
Di un linguaggio addetto ai destini più che ai lavori, se ne sente il
bisogno, e non solo tra i ragazzi italiani. Coloro i quali svolgono ruoli
cui sono stati destinati dal proprio elettorato, parlano, parlano,
parlano… Lo fanno nelle aule parlamentari, nei salotti ovattati del
potere, nelle piazze italiane e nelle radio e televisioni locali e
nazionali. Cosa dicono? Narrano sempre di un Paese che è eternamente da
sviluppare. Declamano disegni di legge sempre in gestazione. Gridano
solidarietà ed immigrazione. Urlano integrazione europea, laicità dello
Stato, DICO, Federalismo, Tesoretti, tasse che vanno diminuite e buona
previdenza non più prorogabile.
"Papà, io non sento altro che opinioni ed invece voglio fatti. Fatti che
seguano idee, che siano facilmente riscontrabili e soprattutto alla
portata di tutti." E', questa, una frase ripetitiva che sento spesso dai
miei figli. Io, i miei figli, li vorrei avvicinare alla politica sana,
quella, per intenderci, intesa come arte propedeutica alle buone sorti
nazionali. Peccato che, quando è il turno di questo o quel ministro, di
questo o quel parlamentare, i ragazzi mi girano le spalle per dirigersi su
internet o alla play station. "Che noia, le solite facce, le stesse
promesse, i giri di parole!", la chiusa.
Guardiamoci attorno. Dopo la caduta del muro di Berlino, da includere
(intendo la caduta di quel muro) tra le 7 meraviglie del mondo, la cultura
delle ideologie, anche di quelle giovaniliste, ha subito una frenata.
Nell'accezione tradizionale di chi giovane lo è già stato, il fascismo, il
comunismo ed il centrismo, inteso quest'ultimo come ago che modera ogni
deriva estremista, stabilivano adeguamenti culturali e precisi ideali
capaci di dividere il Paese in larghi spicchi e tuttavia di renderlo vivo
e operante. Aveva senso, voglio dire, dichiararsi di destra, di sinistra o
di centro per quella sorta di odiosa eredità della politica che la
tragedia della guerra aveva depositato nelle case e nelle famiglie
italiane, pesando le differenti esperienze.
In una costituenda convivenza democratica, degna di uno Stato che il
conflitto mondiale lo ha conosciuto nella sua piena interezza, tutto
poteva procedere a favore degli obiettivi di civiltà e di stabilità
sociale. Tale percorso, lo sappiamo bene scorrendo le pagine amare del
virus terroristico nazionale rosso e nero, subiva però ed inevitabilmente
delle soste forzate che rallentavano non poco le prospettive prese a
riferimento. L'Italia coriacea, operosa, libera e pensante alla fine ha
goduto ugualmente di decenni importanti, dei benefici delle tecnologie
d'oltreoceano, delle fondamentali scoperte scientifiche, del boom
economico e della crescita cercata a tutti i costi.
Oggi è un po' diverso. La novità "Europa" (ma non esisteva anche prima?),
lo spettro del terrorismo del terzo millennio, gli agghiaccianti
bollettini del clima che cambierebbe il pianeta, i nodi venuti al pettine
di un forzato benessere, hanno fatto in modo che classi dirigenti e classi
politiche si moltiplicassero a dismisura. Questo è il punto. Come posso,
io diciottenne e già incastrato nell'andazzo del precariato e nel caos dei
valori di riferimento, districarmi in una Società troppo spezzettata nelle
linee guida laddove relazionarmi? Non è poi così difficile aggiungere a
tutto ciò l'incomprensibile linguaggio che da quelle postazioni adoperano.
Non ci si venga quindi a lamentare del poco fascino che un'arte pur nobile
come la politica riesce a suscitare in giro, soprattutto nei ragazzi..
Prendiamo ad esempio i partiti politici e soprattutto le loro articolate
denominazioni.
DS (Democratici di Sinistra): mi domando se è giusto che la democrazia e
quindi la sovranità dei cittadini debba essere trascinata di qua e di là
come un pacco postale, tirata per la giacca come panacea o alibi degli
intendimenti programmatici utili al consenso.
La Margherita, invece, aveva ereditato, insieme con altri nuovi partiti
geneticamente di centro, la vecchia DC consumata da Tangentopoli.
Oggi nasce il PD (partito democratico) come sintesi di due esperienze e
percorsi fino a qualche anno fa contrapposti. E poi, perché democratico?
Non dovrebbe essere tacito che lo siano tutti in questo Paese? O gli altri
schieramenti parlamentari sono soltanto accozzaglie di minacciose
guarnigioni pronte a sovvertire l'ordine costituzionale?
Nella scena politica nazionale, da più di dieci anni esiste Forza Italia,
splendida invenzione fonica degli esperti della comunicazione mediatica.
Il suo nome lascia facilmente intendere la priorità del proprio elettorato
all'incoraggiamento e al sostegno del Bel Paese che deve crescere. Va
bene, ma gli altri partiti hanno nei loro statuti norme, articoli e commi
pronti a remare contro quello stesso Paese?
Pensando poi ad AN (Alleanza Nazionale) e riflettendo un po' sui due
termini, non sono convinto del fatto che l'unità italica, il senso della
Patria, appartenga solo e soltanto al dna di un unico schieramento
politico.
Procedendo nell'excursus delle nomenclature, la sigla UDC (Unione
Democratica Cristiana) parrebbe una ripetizione di qualcosa già visto,
differenziandosi dai concorrenti cosiddetti moderati per una diversa
posizione nello scacchiere del bipolarismo.
L'IDV (Italia dei Valori) è un intrigante gioco di parole combinate
egregiamente ma scontate, poiché a pensarci bene i valori sono universali
e appartengono a tutti indistintamente. E' una sigla azzeccata, certo, ma
non smentisce la confusione che si genera in chi si accosta per la prima
volta alla politica italiana.
UDEUR (Unione Democratica per l'Europa) ricalca un patrimonio di programmi
che danno l'idea d'essere uguali tra quelle forze cattoliche che si
richiamano alla scuola di De Gasperi e di don Sturzo.
La Federazione dei Verdi, nata sulla scia d'una crescente sensibilità
ecoambientale, porta con sé contenuti che possono essere nell'agenda di
altri partiti. Partito dei Comunisti Italiani ()
Escludendo certe forze politiche (Lega Nord, Partito della Rifondazione
Comunista, Partito dei Comunisti Italiani) che nel loro stesso nome
sintetizzano, almeno e immediatamente, una posizione precisa, una
collocazione resistente al declino delle ideologie, ecco quindi che quei
nostri giovanotti, di cui parlavo all'inizio, rimangono spiazzati. Presumo
che, al momento del voto, nel silenzio della cabina elettorale avranno dei
guai. La libertà, si sa, è sempre sulla bocca di tutti, basta seguire uno
dei tanti talk-show televisivi frequentati da onorevoli e senatori. Il
progresso della civiltà? Non lo rifiuta nessuno, basta assistere ad un
qualsiasi comizio. La crescita economica è ormai una caricata esigenza per
tutti e di tutti i ceti sociali, a differenza di quanto accadeva un tempo,
quando operai ed impiegati si guardavano in cagnesco per via del diverso
peso retributivo. I rifiuti ammucchiati per le strade di Napoli non
piacciono a nessun partito, nemmeno a me. La pressione fiscale pure, così
come la delinquenza nelle città italiane.
Dicono, allora, tutti quanti le stesse cose? E, se così fosse, perché sono
frazionati, divisi, lontani, tranne quando si tratta di combinarsi in un
ampio ventaglio da sventolare tutti insieme dagli scranni del nostro
Parlamento?
Oggi, se i miei 56 anni subissero un taglio molto consistente, non saprei
come orientare le mie scelte. Mi sentirei confuso all'interno delle mie
Istituzioni e trascurato dal mio Palazzo. Io sento impellente il bisogno
di avere nel mio splendido Paese due schieramenti: conservatori e
progressisti. I riformisti non avrebbero di che lamentarsi. Si può, anzi
si deve, dare linfa e coraggio a tutto ciò che migliora la vita dei
cittadini sia intervenendo su norme e regole già esistenti, sia adottando,
non solo blaterando, provvedimenti legislativi che tengano conto dei
bisogni moderni.
Credo perciò che le tristezze dei nostri giovani (una generazione che
potrebbe avere uno scatto d'orgoglio tutto suo se solo accendesse il lume
della ragione al posto dello spinello) riflettano in parte le
preoccupazioni di noi adulti. La politica, per una volta, faccia un passo
indietro e si offra trasparente e complice alle aspettative delle classi
dirigenti di domani. Si faccia capire, voglio dire, già dai suoi primi
approcci. Spanda nel singolo, nelle famiglie, nelle scuole e nelle aziende
la comune matrice del sano esercizio della libertà e della democrazia.
Vada incontro ai ragazzi del 2000 inculcando loro il seme della ritrovata
educazione civica e della partecipazione collettiva alle sorti dello Stato
che è da sentire, da amare, prima ancora che da interrogare.
Il futuro, qualcuno mi ha insegnato, dipende sempre da ciò che stai
vivendo ora, dalla tua capacità di svincolarti dalla piatta omologazione
che a volte inganna.
-Articolo pubblicato il 7 agosto 2007 sulla Testata Giornalistica del
quotidiano on line
www.quicalabria.it-
Zone d'ombra inesplorata
Quando, nell’agosto del 1970, raggiunsi la mia famiglia a Roma, mi mancò
il mare. L’avevo ammirato ancora una volta da un Espresso antipatico, il
naso sul vetro come francobollo sulla busta. Racconterò quindi questo
viaggio che non è mai finito, che offre, oggi come ieri, quelle che io
chiamo zone d’ombra inesplorata.
Quella mattina ero da solo. Lo scompartimento, spartano ma accogliente,
aveva requisito i silenzi, i colori e le forme dei ricordi che mi portavo
dietro. Il brontolio del treno non era credibile per me che stavo
annodando gli ultimi fili di un Sud che lasciavo. Con esso, mettevo in
archivio i miei 19 anni, il fiammante diploma da geometra e 26 compagni di
una scuola generosa. Alla Stazione Marittima, Reggio era già sveglia da un
bel po’. Assolata, nervosa, principessa rassegnata come solo lei sa
essere, si poneva i problemi del sempre. Capoluogo o no, la città da cui
mi stavo congedando pareva pregarmi di non dimenticarla. O ero io che
speravo si ricordasse di me?
Guardai il porto delle mie prime prede, il luogo preferito del mio calare
e tirare lenze dallo scalino meno massacrato d’una scaletta ricavata lungo
i fianchi neri della banchina a monte, lo stesso specchio d’acqua e sale
scrutato ogni giorno dalla terrazza condominiale di Via Italia. Ebbi un
segno di stupore. L’acqua era più piatta del solito, i piazzali polverosi
più deserti, l’aliscafo abbagliante sotto il mezzogiorno. Infilai i miei
occhi scuri fin dentro i ponti d’una nave traghetto, li spinsi a più non
posso all’interno del salone bar e per un attimo mi scottai con gli
arancini impossibili.
Dalla baia di Pentimele, il treno già correva troppo, la vidi diventare
sempre più piccola, quella nave, sempre più lontana come punto di vela in
mezzo all’oceano. Mi vennero in mente le improvvisate uscite in mare con
un amico pescatore, le sue manie del “posto giusto” da trovare, la mia
magnifica impazienza di pescare.
A Scilla decisi di scendere, troppo presto per uno con destinazione Roma.
Marina Grande era ora immensa, troppo immensa quando vuoi abbracciarla per
l’ultima volta. Valigia in mano, mi diressi a Chianalea e sostai una volta
e poi due e poi tre davanti agli archetti che s'aprono ai lati della
stradina parallela alla linea di camminamento della riva. In quel modo, i
pezzetti blu del Tirreno, seppure spezzati dalle opache vernici delle
barche, diventavano tascabili. Poi, raggiunsi il borgo antico marinaro e
salutai Peppe, la sua signora e i suoi ragazzi a piedi nudi. Non era
uscito con il gozzo, aveva ancora febbre alta, ma soffriva la mancanza del
mare più che la stupida influenza. Ricordai con lui la notte magica della
Costa Viola, guardata e riguardata dalla sua barca a meno di dieci metri
dalla costa e in compagnia della vecchia lampara gialla. Gli rammentai di
una volta, d'una murena maledetta che lui buttò nel ventre della Nina per
farla un po’ ballare e mettermi paura.
Quando alla fine girai le spalle per andare incontro all’altro treno,
dimenticai i bagagli e ricordai il futuro.
Una famiglia di Paola mi fece compagnia per un po’. Andavo a Roma, è vero,
ma non sapevo come rispondere alle tante domande che mi venivano poste.
Parlai loro della mia città, intendo Reggio, e quasi mai del Colosseo o
del Quirinale. Eppure, entro poche ore ancora, avrei raggiunto l’Urbe, le
sue bellezze, il suo traffico, le sue mille contraddizioni e la mia unica
famiglia. Tutti mi aspettavano, le braccia aperte verso il domani.
Oggi, che quel domani è giunto, io sono ancora distratto come quel giorno
a Chianalea. Non dimentico più borse e borsoni, dimentico da ormai
trentasette anni il nuovo mondo che mi ha accolto. Chissà, forse è colpa
dei vent’anni, delle speranze che hanno avuto il solo torto di nascere in
una terra sfortunata. E’ solo colpa mia, del credere che sarei dovuto
rimanere in quella via Italia per assistere al cambio degli asfalti,
all’apertura di negozi, alle processioni del nuovo millennio o ad altro
ancora.
Concorso letterario "SI', VIAGGIARE…" Ed. 2008,
organizzato dall'Associazione Culturale e di Promozione Sociale "Uomini e
Terre"
Sezione Racconto breve inedito
1° Premio conferito ad Aurelio Zucchi per il testo
ZONE D'OMBRA INESPLORATA
Motivazione della giuria
Strapparsi all'amata terra di Calabria, più di 30 anni fa, è stato per il
protagonista un duro viaggio: anzi, "un viaggio che non è mai finito e
offre, oggi come ieri… zone d'ombra inesplorata" - come scrive l'Autore.
Le emozioni, i paesaggi, i rari personaggi sono tratteggiati con fresco,
scarno, efficace linguaggio che non concede nulla alla retorica e -
rifuggendone in modo deciso - ci fa gustare piacevolmente questo autentico
scorcio di vita vissuta.
Il racconto breve termina con la chiusura perfetta del cerchio : il futuro
è l'oggi… e l'oggi è sempre ieri.
PREMIATO per la sciolta espressione di un VIAGGIO che da personale si fa
universale toccando corde liriche nella perfetta fusione di dolore e
passione viscerale verso le proprie radici.
Fossano (CN) - Castello degli Acaia - 20 Dicembre 2008
Niente fretta, Aurè!
Mi sveglia! Il rumore del cassonetto mi sveglia. Rovescia benessere
scartato. Peccato, avrei voluto completarlo, il mio sogno!
Come tanto tempo fa, me ne stavo in precario equilibrio sullo scoglio
nero, quello a forma di piramide tronca, di fronte la cucina di Rocco. Ci
salivo spesso, un po' per farmi vedere da ragazze dormienti sui massi
arroventati e, tanto, per l'effetto magia che provavo. Da quel punto,
infatti, era sempre uno spasso guardare i colori di certi pesci che
venivano fino a terra per mangiucchiare. E splendidi, da lì, erano i tetti
bassi dell'antico borgo marinaro, specchiati a pastello sul letto d'acqua
e sale. Scavate sui muri bacucchi, le finestre irregolari per forma e
dimensione, a guardarle, contribuivano a farmi provare un ingenuo senso di
novità. Visto dal mare, il passaggio dei turisti che si dinoccolavano per
i vicoli di Chianalea mi faceva respirare l'aria festaiola delle domeniche
d'agosto scillese. Insomma, un punto d'osservazione ideale.
Poi, acrobata provetto, pietra dopo pietra saltai le timide onde lunghe
verso riva e mi ritrovai su scalini grattati dall'afa.
"Hai fame?" - domandò Peppe.
Non era cambiato. La pelle cioccolato fondente, gli stessi solchi sulla
fronte altera, i calli di sempre nelle mani, piene dei tagli di lenze
assassine. Gustai con calma, la stessa quando mi trovavo in quel luogo,
pane di grano con l'alalonga sott'olio e una pioggia di olive salate.
Salvo e Andrea, i figli del pescatore, mi guardavano con l'aria di chi
sembra invidiarti. Ai loro piedi nudi, cento ami erano tutti da fissare ai
corti braccioli di un conzo. Luccicavano come curve d'argento sul grigio
dei gradini bucati in più parti.
"I ragazzi non mangiano?" - chiesi al mio amico.
"Quando avranno fame…" - replicò Peppe.
Arrivò il tramonto, puntuale e tiepido. La Nina era pronta, svogliata ed
accalappiata ad una bitta arrugginita. Avevo con me la lenza a mano
regalatami dal pescatore ed un cono di carta da pane, riempito a metà di
gamberi puzzolenti. Qualche energico colpo di remi fu sufficiente per
ritrovarmi nel mezzo di Marina Grande e non riuscivo a capire perché si
indugiasse a calare l'ancora. Peppe perdeva tempo a fissare l'acqua, prima
di qua e poi di là. Ma, io penso ancora, il mare non è lo stesso, sia a
destra che a sinistra della barca?
"Guarda questa cicatrice sul polso. Una volta, nel punto dove siamo
adesso, tirai su una murena".
Era felice ed io con lui. I silenzi della sera non mettevano paura, anzi.
Quella pace aiutava a riconoscermi nei miei anni. Ero un povero ragazzo
ricco di vita. Poche lire, niente abiti griffati, paghetta zero e tanti
sogni da fare, disfare e rifare.
"Non c'è niente. Questo mare oggi è una vasca da bagno!" - dissi a Peppe.
"Niente fretta, Auré! Aspetta…" - mi rispose a bassa voce..
Ripetutamente tirai su i miei tre ami da 14 ma… neanche un mazzo di
posidonia incontrata per errore. Lui, intanto, nel ventre della barca
rovesciava donzelle e saraghi, tordi e gronchi, diletto e pacatezza.
Finalmente il filo vibrò tra le mie dita come corda di chitarra rock:
"Deve essere grosso, Peppe!"
"Portalo su piano piano. Calma e gesso, Auré".
Maledetto cassonetto! Ora, davanti al mio caffé fumante, cerco
disperatamente di inventarmelo, quel pesce. Passa un minuto e le guance si
beano come ogni mattina del passaggio fluido del bilama. La cravatta
multicolor sollecita il solito nodo perfetto. Il PC è da spegnere da ieri
sera. Corro incontro all'ennesima giornata del lavoro redditizio, dei
pretesti per consumare la vita, dei nuovi lampi del progresso. Bello sarà
il mio futuro ma solo se staccherò il presente. Magnifico il mio passato e
necessaria la mia gioventù, ma solo se la nostalgia arriva sonnambula e
mai malinconia opprimente. Il sogno di stanotte, l'avrò fatto all'alba di
questo giorno nuovo, canta l'inno del normale. L'ordinario senso della
vita oggi è ingarbugliato com'era ieri il filo della mia lenza,
allorquando l'ammassavo sul fianco della Nina.
-Racconto breve pubblicato dal quotidiano E Polis Roma in data 07/05/07- |