Poesie di Aurelio Zucchi


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Sono nato a Reggio Calabria il 7/2/1951. Conseguito il diploma di Geometra presso l'Istituto Tecnico per Geometri "Augusto Righi", nell'agosto del 1970 mi sono trasferito a Roma, città dove vivo e lavoro come Agente di Commercio. Sono sposato ed ho due figli. Ho sempre avuto una predisposizione ai rapporti umani e un interesse notevole per la letteratura. Fin da giovane mi sono accostato alla poesia e, da pochi anni, alla narrativa. Come scrittore, ho esordito con il romanzo Viaggio in V classe. Questo libro, pubblicato nell'ottobre del 2006, rappresenta per me un valore assoluto. La determinazione, l'energia e l'impegno che ho profuso nella concezione, nella stesura e nella cura del romanzo sono strettamente legati alla ricerca di linguaggi capaci di liberare l'io narrante seguendo il dettato del cuore e della verità. Raccontare una storia "normale", che fosse in grado di privilegiare l'ordinario senso della vita, è stato precetto fondamentale.

Indirizzo e-mail: zucchi2001@tiscali.it

Leggi i racconti di Aurelio

Baratto
Di blu si veste l'anima propensa
ad un vagar nel nuovo mondo nuovo
per catturar d'antico taglio gli occhi
di quel sentir la vita come voglio.

Il verde cede del mio campo asciutto
su cui di amore ho sparso i semi
per coltivare le verità del cuore
e staccar fiori poi da regalare.
 2010

Raggi senza mare
Secchiate di vergini raggi
sciolgono solo colori sbiaditi.
Amico furbastro è il sole
in attimo d'assente mare.

Al piede di lastra di latta,
derisa da vento in picchiata,
tinte in disuso… neutre, ora
nelle tendenze dell'oggi.

Al confine con l'anima
Quando al vero specchio mi rifletterò,
le gote avranno mille anni in meno.
Saranno lisce come antica seta
e timide si scanseranno, piano,
per fare spazio ad induriti occhi
che avranno, loro sì, gli anni che io avrò
 (23 Aprile 2009)

Ajsha
La domenica che rivide Ajsha,
non volle farsi leggere la mano.
La vide assorta, chiusa come una i,
che guardava soprattutto il cielo.

Le domandò allora cosa avesse,
dov'è che l'estro suo era finito,
la parlantina solita di sempre
ai piedi dei gradini della chiesa.

Rispose lei ed anche a malapena
di non avere voglia della vita.

Nessuna quotidiana profezia,
Ajsha chiese al signor Mario Rossi
notizie fresche della Primavera
mentre cascate di capelli neri
smorzavan flussi dell'antico ardire
e in rossi lobi gli ori erano rame.
(2009)

Altro giro, altra corsa
Lo sguardo regolare sul passato,
l'analisi del giorno inanellato
e tutto quanto spero oggi avvenga
sono colati nell'alveo della notte
Il sonno è stato esatto spartiacque
Chissà se ho fatto qualche sogno
che quasi sveglio ora non ricordo
e invece era forse da salvare.
Altro giro altra corsa
lungo la strada colma di sospiri
nell'aria in cui da secoli trovare
il senso della vita che non muore.
Altro giro altra corsa
sull'affollato treno della vita
nel quale guadagnarsi il finestrino
da cui inseguir la curva di collina,
da cui veder la vetta con la neve,
lembi di mare dell'antico azzurro
e gente che non usi come specchi
vetrine dei balocchi d'una volta.
- 2008

Anna
Luna e stelle a spiare i miei pensieri
- il mare no, lui già li conosceva -
stavo la lenza raccogliendo tutta
quando ad un tratto da me a pochi metri

una donna, che mi parea ubriaca,
s'avvicinò in bilico sul molo
ed io la vidi come una regina
detronizzata in cerca di fortuna.

Bianca vestita e macchie rosse,
ferite sparse lungo il corpo rosa,
aveva l'aria di chi si era persa
in un percorso nuovo, lungo e duro.

Mi domandò di via del Paradiso
ed io naturalmente non sapevo.
Le chiesi allora come si chiamava
ed Anna mi rispose, e mi sorrise.

D'una bellezza da mozzare il fiato,
mi raccontò la sua disavventura
e seppi che, mandata in Medio Oriente,
fu poi scacciata chè chiedeva pace.

Sei tu un Angelo - quindi le dissi -
Si - replicò - di quelli non capaci.
Qui sulla Terra son disorientata
e solo a casa tornar mi preme ora
.

Mi salutò facendosi la Croce
e più avanti si fermò da un altro
che incazzato per il paniere vuoto
la battezzò per una perditempo.

Più non la vidi nella notte chiara.
Chissà se poi trovò la giusta strada.
(2010)

Avaro
Quella è la nebbia che non voglio,
quella che subdola scende
a coprire le cose che amo.

Quando immagino il mare,
acqua e colori già vedo.
Se penso ad un prato,
del verde anticipo i profumi.
Quando il cielo mi manca,
stelle all'istante realizzo.

Non sono come te, nemico mio!
Tu, la nebbia, la plasmi a dovere.

La pieghi, l'addensi e la spandi
non per coprir le bellezze,
non ad ombrare arcobaleni,
non per celar le issate vele.

La pieghi, l'addensi e la spandi
su becere icone di pseudi poteri
che status esaltan dapprima
e nulla, nulla davvero, risaltano dopo.

La mia nebbia, nemico mio,
per quanto possa irritar lo sguardo,
si scioglie al tocco di madre natura
e …
- oplà! -
quelle vele sono ancora là…
 (Giovedi 02/07/2009)

Ci sono anch'io
Niente amore questa notte.
Lenzuola intatte, non si suda.

Lei dorme e forse sogna il cielo
mentre io, vinto alla grande il sonno,
guardo il lento muoversi di curva,
raggio di luna entrato in questa stanza
a separare chiari e scuri alla parete.

Mi accorgo che ci sono anch'io
tra i riflessi del pacifico silenzio.

Il giorno andato via rilascia vita
da accatastare ai ricordi miei.
L'alba forse ritarderà l'arrivo,
regala più tempo per le verifiche.

Le dita mi esploran la dura pelle
cogliendo qua e là scaglie di credito.
Sto pensando che mi voglio bene,
ci sono anch'io mentre lei dorme.

E cerco stella…
Anch'io guardo al ciel di queste notti.
Del mio tempo scanso le fitte nebbie,
le nubi - inopportune al mio presepe -
e le piogge d'un acido dicembre.

E cerco stella ch'anima rischiari,
lembo di coda che mi posizioni
dentro il sentiero che so complicato
verso la grotta che calda mi accolga.

Non ho oro, né incenso e né mirra,
porto con me i segreti del cuore,
i sorrisi non del tutto capiti.
Sono i miei doni per questo Natale.
- Natale 2009

Place des Vosges
È forse l'aria degli inverni nuovi,
il giallo addosso ad un freddo asfalto
o anche il volo di colombe nere
che m'impedisce di cader nel sogno.

I passi nei portici disegnano
le strane orme d'un cammin veloce
e silenzioso a me riappare il cielo,
arcano, non sol per colpa delle nubi.

Di quali suggestioni Victor Hugo
poté servirsi al sorgere del verso?
Romanticismo lungi da venire,
ne fu, in tal quadrato, pioniere?

In questo stesso spazio dove allora
tremavano gli amor come le foglie,
forse Calliope dettò poesia
e poi sparì, fertil lasciando scena.

Col blu d'ardesia a colorare i tetti,
calcaree pietre con mattoni eterni
ancora insistono a trovar la forza
di dare il là ad un mai morto tempo.

Non muor nella mia anima il coraggio
di impiccare, di là da Place des Vosges,
novelli specchi ed ansie a tutte l'ore
almeno fino al tocco del tramonto.
- 2009

Parole e musica
E' di parole che io son ricco,
trovate una ad una nei quaderni
di eccelse teste ed abili oratori,
di miti e di leggende resistenti
e nei quaderni miei…

Potrei con esse costruire trame
farle giocare in girotondi astrusi,
imprigionarle in labirinti eterni
o liberarle a brezze di passaggio.
Sì, liberarle!

Liberarle per la mia canzone,
tra lor legarle e dare un segno fuori
di come posso far morir la morte
per rinnovar la vita oltre la siepe.
Sì, oltre la siepe!

Ma tutto ciò non basta ed io lo so.

E' di musica che io non son ricco
giacché a voltarmi a destra e a manca
non sento i suoni di un là minore
e tutto, intorno, di silenzio vive.
Sì, le solitudini!

Eppur, soccorso cerco nelle note
se anche musicista io non son stato.
Qualcuna l'ho afferrata in un baleno
e quella volta il mare era a cantare.
Sì, il mare!

Qualcun'altra me l'hanno recapitata
belle stelle inviate dalla luna
e lì sentii vibrare il cielo intero
come arpa in mano ad un grande artista.
Sì, come arpa!

Insomma, ad esser sincero tutto,
considerando chi mi vuole bene,
posseggo un terzo di quanto m'occorre
ma arrivare a sette è tutt'altra cosa.
Sì, tutt'altra cosa!

Mi servono i sorrisi della strada,
levar gli specchi orribili dagli occhi.
Mi urge dei bambini l'innocenza
che migra con la banda tra gli adulti.
Sì, tra gli adulti!

Prova di pittura.
Quando dipinsi per la prima volta
certe montagne maestose e austere,
ancora prima dei color da dare,
mi preoccupai di arrotondare
gli spigoli, le vette e le pendenze
così che alla fine, alla vista altrui,
furono, quelle, dolci colline e basta.
Fu in tal modo che sedussi il mare
dove ogni picco è limato dal cuore,
dove il tratto è la perfetta retta
che ha l'orizzonte di riferimento,
dove l'obliqua è dal ciel riflessa
e verdi, celesti, azzurri e blu
si scontrano in delirante danza
solo e soltanto per cedersi la tinta.
al mare…, dove le curve impossibili
sono tracciate non da abile mina
ma dal passare d'acqua e sale.

(Nel massimo rispetto di chi ama la montagna, ovviamente)
 (2009)

Ciao mamma, come stai?
Che traffico a venire qui!
Il raccordo non si sopporta più
e la Flaminia, poi, che strazio!

Meno male che lungo il tragitto
penso a te, a me, a noi…

Il buffo sai qual è?
Il buffo è che mi parlo da solo:

- Oggi le dirò un sacco di cose
così lei sarà contenta
-

Invece, giunto alla tua foto,
so solo dirti:

- Ciao mamma, come stai? -

Avrai di sicuro compreso il perché
non vengo mai il 2 di novembre.
Vero?
 06/11/2009

Nero click
Amor domandano quegli occhi
e non importa ora il colore,
se son castani oppure verdi,
se sono azzurri oppure neri.

Bambino d'Africa che muore
risalta sempre nell'ingenua posa
mentre mi chiedo nuovamente
com'è che riesce a sorridermi…
2009

Curve
Dentro, il disordine imperava.
Tanti tasselli da recuperare,
i soliti perché d'una serata no
mentre la vita insisteva a dire,
a fare, ad ascoltare, a respirare…

Di che parlare quando si è soli
e come agire nel silenzio doppio?
Cosa udire, se non la chiara eco
di mille voci a dirti mi dispiace?
Ma respiravo…

Vidi i segni di perfette curve
che lingua d'onda abbozzava
nel pigro venire alla battigia
e poi nette le disegnava
nel pigro arretrar dalla battigia.

Scampoli di luce offrì la notte,
chiesti ad una luna indifferente.
Non protestai contro nessuno,
non chiesi spiegazioni al fato.
In quelle curve placai le ire.
(18/06/2009)

Cristalli di zucchero
D'amor si lava il cuor e si riveste
nell'alba ch'è scomparso il brutto
cedendo il passo a luci di ginestra
brilla di sale prestatogli dal mare.

Da tiepido, il sol divien rovente.
Trapassa tetti, scalpi ed anche ombre
per poi frenare i suo raggi lancia
a piede o cresta d'onda di mezzo.

In mobil sabbie - e dico finalmente -
cementi e specchi, idoli e guinzagli
annegan proprio bene nel fra -tempo,
succhiati dalla forza del riscatto.

Macerie, ora conquiste io le chiamo,
frutti del sisma magnitudo mille
andato a visitare all'improvviso
spicchi di Terra della non bellezza.

Non è più eco questo amore reso
ed anzi lo si può toccar con mano.
Io ad esempio me lo lavorerò
per ottener di zucchero cristalli.

Poi ne farò dei nuovi lecca-lecca
che porterò d'urgenza alle mie labbra
quando saran di certo screpolate
al gelo imposto dalle nuove tresche.
- 2009

Verso libero…
Verso libero orgasmo
sfibro strutturato pensiero.
Sue trame e suo ordito
allentano la stretta.

Verso libero dispiego
al narrarmi l'istante
ed ingenuo annodo
ali troppo fragili.
-2009

Sì, adesso, proprio adesso!
Io,
ammanettato ai ricordi amari,
a quei dolori che sprizzano dai pori
e subdola magia vorrebbe sublimare,
silenzio vero chiedo a questa notte.

Stelle!
Stelle nella volta imbambolate,
non mi guardate con perplessi occhi!
Smettetela col gioco estroso delle luci
e coi rumori dall'infinito vago.

Non lo capite?
Non è il mare, questa volta.
Neanche il bianco di un dolce sorriso,
il rosa altero di boccioli viziati
o la controfigura dei miei vent'anni-venti.

Qui,
in questa stanza ove non trovo sonno,
v'è teoria di volti in processione.
Sì, adesso, proprio adesso!
Nell'ora in cui domesticare il corpo
e sfarinar la mente sul cuscino...

Troppo decantata luna
Pensavo fossi una regina rara,
una di quelle elette dall'amore,
che girano di notte sopra i cuori
per farli innamorar uno alla volta.
.
Invece, cara decantata luna,
tu sei capace di frustrar le attese
sì che, in odore d'una fresca amata,
a me non dai il segno della svolta.
.
Eppure vibra, dentro me, l'idea
di dare lungo sfogo all'impazienza,
di correr per il cielo e per la terra
con la più rossa rosa rossa in mano.
.
Coraggio dai agli accaniti amanti,
racconti a loro i miti degli eroi,
le metamorfosi regali a iosa
e palla o falce, allora sì, diventi.

E invece, troppo decantata luna,
sempr'io ti vedo pallida e stanca,
una comare pronta al voltafaccia
che ad arte sceglie a chi offrir la ciancia.
.
Se tu mi dessi finalmente ascolto,
d'un nuovo oceano ti parlerei
su cui la nave Mille e una volta
ricalca scie per lei che non le vede.
.
Dovrò cavarmela da solo, insomma,
magari chiedere assistenza al mare.
Ma non è il mago della situazione,
é come me, vestito d'acqua e sale...

L'ultimo verso
Se proprio non riuscissi a depistarla
e se d'amor l'estremo tentativo
non fosse in grado d'annientarla,
allora si, che lei si faccia avanti!
*
Che sopraggiunga quindi la mia morte
ma… solo a viso aperto e senza trucchi
dicendo a chiare note che m'ha vinto
e dimostrando la nera tesi astrusa.
*
Esigente nello scrutarla tutta,
andrò a ricercar l'orma che lascia
quando essa, oscurantista scellerata,
le zampe mette a sgambettar la vita.
*
Severo e con la mia clessidra rotta
reclamerò un posto che mi spetta
quale cultore della vita tutta
e suo indefesso ingenuo paladino.
*
Che sopraggiunga quindi la mia morte
mentre scrivendo l'ultimo verso sto,
l'inarrestabile arrembaggio al largo
alla nave bandiera mar battente.
*
Copie farò di quell'ultimo verso
e, come coriandoli alla festa,
le lancerò dalla regione estrema
che il ciel - lo voglia o no - m'assegnerà.
 2009

Senza il pesco e la disciolta neve
Nel mentre si posava, la farfalla,
sul vetro fatto fiume dalla pioggia,
percorse, l'occhio, il volo dell'andata
e al suo ritorno incontrò il sole.
***
Nessuno osò rubare quella scena
se non la seta d'una donna persa
tornata a pizzicar corde di vita
per la durata d'un tramonto rosa.
***
Che se ne sa di estinte primavere
quando a fiorire è solo la speranza
e senza il pesco e la disciolta neve
si fa pressante respirare il cielo?

Di quale notte
Di quale notte avrò bisogno urgente?

Nella quintana d'emozioni immense
che il nostro incontro mi ha procurato
mi muoverò con la follia all'interno
per fare in modo che duri ancora eco.

Tu sei partita e intanto t'accompagna
l'odor del giorno tramutato in sera
ed un tramonto troppo scrupoloso
che di un secondo non ha ritardato.

Lungo il ritorno da stazione ingrata,
luci e vetrine fanno breve guerra
per conquistar la gente in tutta fretta,
non certo me che manco me ne accorgo
fin quando ultimo bacio non svanisce.

Avrò bisogno di una notte maga
esperta a replicar nel sogno atteso
i rasi d'una pelle promettente
e gli occhi, dell'amore prigionieri.

Andrò a ballare questa sera
Andrò a ballare questa sera,
a farmi un po' di giri in pista,
a coglier note dentro l'ossa
e conservarle, dopo, per l'inerzia.
Farò dei passi con una dama
- non voglio finte fate del 2000 -
mi accosterò alla sua nuca
e sentirò un brivido di pace.
Sarò alla fine un po' sudato
ma non importa, ci si asciuga.
A quasi vita poi mi rivolgerò
per dir che un'ora le ho rubato,
che mai capace essa diventerà
di farmi schiavo dei non sensi.

Altro che solitudine!
Non parlarmi della solitudine
se mi vedi assorto, attorcigliato
come il tronco di un ulivo secolare
quando è pronto al bacio del tramonto.

Come lui aspetto il buon raccolto
tra i colori delle genti laboriose,
tra i sussurri e gli schiamazzi antichi
mentre intorno l'aria mossa si fa nuova.

Non parlarmi della solitudine
quando invece in mille mi fraziono
con l'aiuto del mio amico fantasia
nel clamore del virar del cielo.

Altro che solitudine!
………………………
E, tu?
 2009

Al primo tic d'una nube stramba
E' inutile pensare a chissà che,
sarà una notte come tante altre.
Mi avvolgeran gli antichi dubbi
mentre il mio letto io strapazzerò
alla ricerca di quella certa posizione
che mi consenta di dormire al meglio.
Al meglio, intendo, solo per sognare
o, perlomeno, perché chiuda gli occhi
per districarmi tra le cento nebulose
e in pieno nero scorgere una luce.
La vita va ed è impossibile fermarla
anche in quest'ora della finta pace.
Intanto, fuori, quanti cuori pulsano?
Quante e quali note staran porgendo
le belle musiche dal senso eterno?
Della felicità, intendo, quel senso.
Poveri cuori, anch'essi del tutto immersi
in quel fondal di ciel che appare terso
per poi, al primo tic d'una nube stramba,
aggrovigliarsi nel più ostinato grigio!
 2009

Quale terra mi accoglierà?
Quale terra mi accoglierà domani,
io seduto a numerare gli anni
sull'edema d'un fico primitivo
dal quale regalar solo due occhi
al lido, al mare, all'orizzonte, al cielo,
a ciascuno dei tanti bei sorrisi,
dei musi del sudato patriarca,
dei sempre in onda sogni replicati
dei miraggi uno ad uno provocati,
che li hanno accompagnati, gli anni?
Sarà, magari, una qualunque baia
che possa definirsi a mezzogiorno,
dove un jukebox non si è stancato ancora
di pizzicar le note preferite
per riempire l'aria d'arie buone.
Sarà, magari, quella stessa baia
che di cabina ventitre faceva
il tempio dove il tempo si fermava,
che la sua sabbia è tuttora calda,
indizio esatto del mio primo amore.
Se fossi fortunato, vi atterrerei
con l'ala di un demente gabbiano
che pur portando un dolce moribondo
non scorda mai i fermi paladini
di quella libertà che sempre strilla.
Io mi contenterei di una bitta
su cui sedermi con la lenza in mano
ad aspettare che impaziente luna
di una spigola rischiari i colori.
Quale terra mi accoglierà domani?
(2009)

La mia vita
E' virgola che il periodo spezza.
Lo amplia con cura, lo articola al meglio
finché, nel punto, il pensier non si esprima.

E' sfogo di fonte che rivolo trova.
Lo plasma, lo accresce, lo affida alla terra
finché, nel letto, fiume diventa.

E' acqua che l'alveo abbandona.
Lo estende, lo abiura nel tacito accordo
finché, nel suo delta, mescola idea
e, confusa, muore nella vita del mare...

Dormiveglia
Quand'anche il giorno m’arrivasse immenso
non lascio i sogni che mi stanno addosso.
Ho detto basta e non affido al tempo
il dispiegarsi delle aspirazioni.

Distratto guardo tra un sonno e l’altro

la luce quando picchierà sul muro
ma conto intanto il numero dei giri

seguendo il lungo volo del gabbiano.

Immane ecco un sorriso farsi
largo
la corsa a perdifiato lungo il molo,
il placido solcar acque
lontane
di un veliero o forse no… è un gozzo.

Riverbero nessuno alla
finestra
molesta nel frattempo l’abbandono.
E’ chiaro che lo scuro
tiene banco
e già m’appresto a ritentare il volo.

Mi trovo adesso al
centro della Terra
e i battiti del cuore io non sento
così come li
sento all’apparire
di bionde trecce dietro al davanzale.

Desista l’
alba dal venire presto
a far distrarre il principe e l’amore.
Nel letto
mio mi giro e mi rigiro
e chiudo gli occhi per vedere meglio.
(Agosto/2009)

Invermigliava tutto e resisteva.
Dell'anima liberava i colori
uguali a quelli che addosso mi sento
quando emozione mi lucida gli occhi.
.
Quel sole,
che pure stava davvero annientando
giorno d'agosto da vivere a lungo,
moriva nei raggi offerti al tramonto
e l'aria migliore al cielo cedeva.
.
Saldata al confine con un bel sogno,
la vecchia ringhiera i rossi specchiava
e le orme, di gomito nette le orme,
scavate in attese dei grandi amori.
.
Sì, la ruggine era bella a vedersi
e, forte, il profumo solo di sale
veniva da giù, da scogli stressati,
derisi dall'onda e quasi umiliati.
.
Quel sole,
chinato ai miei piedi, al Re d'universo...
Non so, non ricordo se quella volta
la Fata Morgana io stessi aspettando.
O, forse, le chiesi il ritardo di un'ora?

Penombra
Ma quale malinconico ostentare
emerge adesso ch'ogni luce affonda?
E che tristezza prendermi vorrebbe
solo perché distratto è ora il sole?

Penombra voglio solo a regolare
contrasti e toni a crescer troppo in fretta,
a rischiararmi dentro negli anfratti
del divenir compagno dei miei anni.

Penombra arrivi ad acquietare il giorno,
a renderlo una prova di livello
così che nella sporta poi finisca
per fare parte di quel mio fluire.

Se l'alba e il dì non sono sufficienti
a dirozzare i dubbi e le paure,
l'arrivo necessario della sera
ridesta ben la consapevolezza.

Penombra voglio ad addolcire il plasma
per decantar le facili tossine
così che ingenua presunzion mi prenda
del navigare i più puliti mari.

Penombra arrivi a frantumare il prisma
ed indagar da dove parte il raggio.
Da lì seguir le mille direzioni
e poi, al sonno, ricompor cristalli.
(2 Agosto 2009)

Niente lacrime
Disarmati, solo il fardello addosso,
marcian fieri nell'aria esagitata.
Sul sentiero ripulito dai detriti
sfilano allegri e pressoché perfetti.

Sono i ricordi, alla fatica avvezzi,
or baldanzosi di mostrarsi tutti,
che onori rendono a restante vita.

Di tanto in tanto potrà pur accadere
che nel ploton vi sia l'inadempiente,
ch'esatta posizione lui non tenga
vinto dall'ansia di manifestarsi
come il più bello della folta truppa.
Poi rientrerà nei suoi giusti ranghi
e seguirà col resto il tempo dato.

E' la festa della gaia nostalgia,
scandita a colpi di fanfara nuova.
Niente lacrime ai bordi della via,
solo il vortice di quest'ora matta.

Quando alla fine rientreranno mogi,
nella caserma dell'oblio e quieta
si rifarà l'intransigente appello
per sincerarsi che nessun diserta.
(21/07/2009)

Se dovessi perdermi
Se dovessi perdermi
nel cielo che ho inseguito sempre,
non v'affannate a lanciare allarmi.
Ritornerò…

Se dovessi perdermi
nel mare dei migliori anni,
non permettevi di lanciare allarmi.
Non tornerò!
(1972)

Fai presto a dire anch'io sono un poeta…
Scrivi i tuoi versi in men che non si dica,
oppur nell'arco d'un intero giorno
o anche in quello d'una lunga vita.

Offerti poi a tua e altra lettura,
fai presto a dire anch'io sono un poeta!
Non ho mai visto, ahimè, due gabbiani
scambiarsi un bacio da perduti amanti
e poi librarsi ubriachi non stanchi
nel campo d'aere per destinazione.

Io, non li ho visti ancora…

Ho visto, sì, coppie di pesci luna
squassar bonacce e ravvivare azzurri
di miei tratti di mare consenziente.

La coda dentro e il muso fuori d'acqua,
fecero ciao al vento già sconfitto
ch'oltre collina andò a cercar riparo.

Gabbiani e pesci luna, caro Aurè,
non hanno preso mai la penna in mano…  

Di nuvole neanche l'ombra
D'amore no, non parlavano quei due.
Di tanto in tanto guardavano il cielo
senza veder la luna o una stella
ma solo nubi al bisogno arruolate
a far scenografia al lungo pianto.

Eppur vicine eran le loro labbra
ma occhi persi nell'infausta rabbia,
le mani mosse al pazzo gir di dita
e mai di carezza a cuore e gote.

Io m'inquietai a quella triste vista
e ancor mi chiedo perché mai l'amore,
per imperfetto o critico che sia,
non si assoggetta al blu miglior ch'esista
impreziosito dalle ascritte luci.

Un bacio diedi alla mia lei in bocca
e sazio non ancor di paradiso
volsi lo sguardo e la speranza sopra.
Di nuvole neanche l'ombra.
2009

Innamorarsi e non morire
Alle nuvole, mai!
Di notte non mi fido.

Sarà perché sono segrete,
sarà perché non gli do forme,
un cesto di fiori, una sorgente,
un tulipano dal caule strambo,
un viso tra i miei tanti preferiti.

Affida alle stelle
- se stelle ci sono -
il bell'esister nella propizia notte,
il suono assolto del tuo ti amo,
lo scoppio magico del suo ti amo.

L'eco dell'eco scombinerà la Terra,
stazionerà su chiome d'uliveti e peschi,
farà il solletico a una chitarra spenta,
di rose dormienti alzerà il pelo.

Specchia nel mare
- il mare c'è sempre -
fronte, profilo e cuore dell'amore
e in certe ore che ora tu non vedi
andrai a cercarlo tra le prime onde.

Innamorarsi e non morire…

Scopiazzerai l'inimitata luna.
Dissolve lei la falce e il cerchio
dando il segnale d'ultimo addio
ma già domani è su, rinata.

Virar dovresti
Nel fango di Stige affondi tuttora,
laddove tra la melma del ruscello
pur anima t'è sempre arduo l'operar.

Se non per altri almeno per te stesso
virar dovresti dall'eterna noia
si ché pure tristezza monderesti.

Ei tu! Salvezza proprio non invochi?
O forse allor il Sommo vide bene?
Nella di lui ragion, dolor non senti.

Per questa poesia ho pensato all'accidia e qualche ricordo della Divina Commedia mi ha spinto a comporre queste terzine.-
 Per carità, fate in modo che Il Sommo Poeta non ne venga a conoscenza sennò per me sarebbe…l'inferno.
Grazie
Aurelio

(Giovedì 09-07-2009)

Mezze carezze
Quando mezze carezze ho lanciato
per paura di invischiarmi nel tutto
e mani in vezzo lento ho ritirato
ed in quell'ora il cuore ha preferito
raccogliere capelli tra le dita,
in quell'ora d'irritante amnesia
mi son chiesto e richiesto chi ero
.
Se lancio ad altri questa bionda spiga
perché all'ombra di secolare quercia
di grano e d'erba i sapor lui senta,
poi mi accovaccio nella buca di ieri
per proteggermi dai miei stessi raggi.
In quest'ora d'irritante amnesia
mi sto chiedendo e richiedendo chi sono.

Ma… scende d'improvviso e mi scavalca
una miriade di sole d'Africa.
Calda, supera le gole del freddo,
prorompe dalla nuca e mi attraversa,
spinge infin la pelle e tutta la scopre.
D'anima e corpo adesso è la nudità
ma non mi immolo all'altrui freddezza.

E' vero, ho ricevuto rudi schiaffi
come se adesso il vento s'accanisse
mentre di sole nutro ancora il cuore.
Mi rivesto di trasparente manto
e torno ad esser tutto tra la gente.
Tinti Baldini & Aurelio Zucchi

Domenica
E così un'altra sei giorni s'è chiusa,
ho contato i giri inanellati.
Nessun record, neanche questa volta.
Mi scanso, mi tuffo,emergo e scrivo.

Mi scanso da quei versi che non voglio,
da un globo senza il verde e l'azzurro,
dalle strade impazzite del già visto
e dai pater noster non imparati.

Mi tuffo nel disteso microcosmo.
Linde tornano le ossa e le carni,
raccolgo poseidonia adulta
ed un ciuffo finisce in un bicchiere.

Emergo e saluto il sole e il vento.
Mi abbraccio non stupito di esistere,
racconto favole a Simone bello
e rido del suo prendermi in giro.

Oggi, questa casa sembra più bella.
Le macchie alle pareti sbiadiscono
mentre lucente ritorna la sposa
e bianchi denti mi mostra il figlio.

Scrivo nella domenica di stasi
dove svolazzano profumi e affetti
ma aspetto che la sera ritardi
per riguardarmi nei miei versi diversi.
 (Domenica 21/06/2009)

Per te, donna (Poemetto/Dedica)
Per te che ben riesci da bambina
a far parlare bambole di pezza;
che fiaba dietro l'altra poi consumi
come orsacchiotto del tuo lecca lecca.
Per te che in lesto progredir degli anni
infili vita nel primo anello oro;
che di stupor materno attesa sazi
al nascer di felicità goduta.

Per te che al sorger del propizio giorno
stai a guardare l'alba, il sogno e il mondo
dentro due occhi ancora da venire
eppure innamorata già ti senti.
Per te che al primo volteggiar di gonna
al suon della canzone ti vezzeggi
e briciola tra donne sicur passeggi
alla ricerca del tuo primo amore.

Per te che furba dopo colonizzi
d'altra esistenza i capelli al vento
e in un batter d'occhio apri e trastulli
le prime voglie in un qualunque posto.
Per te che a volte a testa e croce giochi
con le medaglie in altri petti appese
nel rischio odioso di far morire
l'inizio ambito di possibil trame.

Per te che in giorno di bouquet distendi
anima e corpo nella tersa coppa
e schiava e libera li agiti entrambi
sciolti nel corpo e l'anima di lui;
per te che sposa affascini all'istante
fra trasparenze e carni benedette
per poi ricever del rapporto il sunto
e trattenerlo al dominio netto.

Per te che i gemiti ascolti forti
venir da grembo dall'amor difeso
e i gemiti domi insieme al tempo
perché il figlio nello splendore cresca;
per te che quelle stesse eterne fiabe
ora le narri ripercorrendo gli anni
e bimba nuova incredula ti scopri
al vissero felici e contenti tutti.

Per te che del tuo ruolo avuto in dono
vagone fai da attaccare ad altri
mandando qualche volta alla malora
di femminilità il vero e lo specchio.
Per te che d'ogni lacrima fai conto
e conto non fai di stille esterne,
quando a convincerti ch'ognuno soffre
non ci si fa neanche all'evidenza.

Per te che all'avvizzir di propria pelle
t'intrappoli nel perché succede a me
ed acida divien quell'espressione
testimonianza eterna ritenuta;
per te che alla fin ti abitui piano
e accetti ancor del sole le palpate
fino a sentirti ugualmente bella
e con la vita inimicizia escludi.

Per te ho eretto una torre mozza
con i pilastri di cristal cobalto
al centro d'un filare a semicerchio
tra i riflessi di schiusi melograni.

Per te, donna, ho redatto con la firma
il protocollo del discepolo realista
sulle tracce di Venere imperfetta,
d'interminabili carezze ansioso,
di pianti inammissibili irritato,
a zonzo tra felicità ammessa,
per consegnare ad una scia del tempo
l' innamorato ed il fallibil uomo.
(2009)

Brezza
Brezza che arriva dal mare
e porta il profumo del sale
rallenta il suo lento venire,
indugia sul prato velluto,
si siede nel piccolo cielo
e desco apparecchia per noi.

Occhi che guardano tutto:
il filo più lungo dell'erba perfetta,
il fiore che aspetta la goccia,
la foto del gol a colori,
l'ultimo smalto prescelto
e occhi…
che vogliono esser guardati.

La fresca manna finisce il suo ozio,
il volo riprende per altri destini,
va su per il colle a rincorrere amori
e ancora una volta la senti.

Si ferma...
Nostalgica guarda all'indietro,
riabbraccia la genesi azzurra,
controlla se ha terso bene
e l'occhio…
lo strizza a noi due.
(2002)

Disegnatore di case
Ricordi ancora quelle belle volte
quand'aspettando il fine primavera
o la fanfara della festa estate,
staccavi scaglie di meriggi al giorno?
Salivi, con la palla ed un fratello,
per quei gradini che contavi sempre,
le rampe di riverberi e fragranze
e su quei muri si segnava un nome.

La vita era di mille vite insieme,
pistacchio e cioccolato a far la torta
che panna e frutta sormontavan tutta.
Poteva capitarti un pezzo grande
o il poco che giustificasse il gusto
e succedeva che in quella fetta
neanche l'ombra della bianca crema
od il color di fragola o ciliegia!
Ma poi, appena quella era ingoiata,
tu t'accorgevi ch'era pure buona
e, al diavolo, se per una volta
il caso favorito non ti aveva.


Lasciamelo dir, la tua terrazza
era a dir poco un po' particolare
qual campo noi da gioco pensavamo
su un mattonato di seconda scelta
pieno di gobbe ed indecenti crepe.

Ma come facevate, tu e Antonello
a tirar sempre quasi rasoterra?
D'accordo, tu eri già un po' calciatore
ma lui …. che undici anni aveva appena?


Quando alla fine stanco si sedeva
o si lagnava per falso dolore
per te era segno ch'era giunta l'ora
della merenda che giù l'aspettava.
Te lo prendevi in braccio a spupazzarlo
e insieme guardavate il vostro mare
e quindi, giù, correndo di gran lena
a riportarlo al covo interno 6
dove qualcuna l'aspettava fiera
con nella mano pane e mortadella.
Tu invece lesto sopra ritornavi,
stavolta a due a due i tuoi gradini
che sempre tutti bene ricontavi
per il timor d'averne perso uno.
Lasciavi l'uscio d'abbaino aperto
e t'affacciavi al vento e al parapetto
dal lato di quell'ultimo tramezzo
e da gendarme perlustravi il porto.

Confessa, maledici quel palazzo
che alto, troppo alto, t'impediva
di buttar l'occhio pure sul naviglio
verso quel molo nell'aperto mare?


Chissà le quante volte t'hanno chiesto
qual è il mestier che tu vuoi far da grande?
Il pescatore, il marinaio oppure
del faro più lontan sarai guardiano?

Disegnator di case voglio fare
tu rispondevi, e non avevi dieci anni
e, via, cucine letti sale e bagni
tracciati e ritracciati sui quaderni
per poi strapparli in mille e mille pezzi
se una misura giusta non tornava.
Poi nella vita tu hai fatto d'altro
così come la vita t'ha permesso
ma, per favore, se lo vuoi, mi tiri
planimetrie perfette dal cassetto,
con tutte le finestre della casa
rivolte al mare che da quel terrazzo…?

Nota dell'autore
La terrazza di casa mia (a Reggio Cal. in via Italia, quartiere S. Caterina, dove ho vissuto fino al conseguimento del diploma di Geometra) e la passione giovanile per il disegno hanno ispirato questo componimento, fedele resoconto in versi di alcune tra le più belle immagini che ho dentro il cuore.
Aggiungo, ma solo per completezza di informazione, che nel più bel cortile del mondo, quello della palazzina dove abitavo, all'età di 10 anni incontrai un geometra intento a seguire dal vivo i lavori per la costruzione di un garage. Quella chiacchierata con l'uomo in cravatta, qui non esposta, mi fece innamorare di quel mestiere. Questa poesia vuole essere il ricordo di un sogno inevaso.
Poi, infatti, la vita mi ha riservato altro ma questa è un'altra storia…
Aurelio (Roma, 11/06/2009)

Per una volta dimenticai il sole
Cadeva la pioggia, senza respiro.

Nessun sorriso dalla bionda diva
imprigionata nel poster di sempre.

Vidi notte in pieno giorno, intera,
e ricordai estati da bambino,
quel tanto che il grigio consentiva.

Dentro, nella mia casa al quarto
sembrava piovere dal bianco tetto,
libri anch'essi stanchi di raccontare.

Mi ritrovai tra un caffè e l'altro
a fare un serio cambio di stagione
in un armadio ricolmo d'afa.

Per una volta dimenticai il sole.
 (1989)

Un magico specchio
*
Andate in cerca d'un antico specchio
ma non del tipo d'alcuni reami
e al ritorno io vi compenserò
solo e soltanto se lo porterete.
.
La magia, per queste brame mie,
dovrà armarsi di ben altre doti,
dimenticare fanatiche matrigne
e concentrarsi su quanto chiederò.
.
Andate quindi a controllare tutto,
entrate nella hall del Paradiso,
chiedete di color che m'hanno amato
e buoni indizi forse troverete.
.
Ai bivacchi nei boschi primavera
aprite fiori senza danneggiare
i petali che poi v'indicheranno
sentieri utili all'esplorazione.
.
Non disdegniate di fare un bagno
nel primo mar che certo incontrerete
poi, giù, per i fondali ad acquistare
misteri non del tutto rivelati.
.
Giunti al villaggio detto dell'amore,
contate uno ad uno i sospiri,
fatene ampolle solo dei migliori
ed imballatele con carta cuore.
.
Lo specchio magico che mi darete
rifletterà e fisserà i pensieri
che preannunciano l'ingresso ai sogni
e che il mio verso non sa catturare.
*
2009

Un giorno ti racconterò
Un giorno, appena guaderò il passato,
ti racconterò le storie che ho vissuto.
Inizierò da un grembiule quadrettato
col fiocco azzurro sempre a posto.
Seguiterò narrando di capelli al vento,
di corse sotto il sole là verso il mare
dove eccitato e stanco io m'infilavo
tra onde e onde tutti i giorni amiche.
E' lì che ho conosciuto me,
in schegge di mattino che volevo nuovo,
in ripetute danze di guizzanti pesci
che dipingevo con i colori della fantasia
Ti parlerò di certe sere d'altri tempi,
di lune parcheggiate su chine di ginestre
e non trascurerò di dirti, figlio mio,
cosa sentivo stringendo quasi donne
che all'istante battezzavo azzurre fate
per poi imbrattarle col nero delle streghe,
rigarne i volti con malcelate occhiate
e farle diventare presto non ricordi.
Premura mia sarà di metterti al corrente
di ciò che accadeva al quasi uomo,
i primi peli a far da distintivi
al timido ostentar del mio coraggio.
Dal più capiente dei miei mille cassetti
per te deprederò camicie riciclate,
catene finto oro e persistente odor di cene
assieme ai miei quattro fratelli,
la mamma a destreggiare le porzioni,
papà ancora col sudore addosso,
patate a mille attorno a poca carne,
la dignità al segno della Croce.
Memorie, oggi, ma ieri buone leve
a tirar su domani che fossero migliori,
che dessero risposte a centinaia di cose,
alle speranze, per esempio,
quelle vive, da coltivare in tempo e in ogni tempo
al pari di un roseto di principesca villa
avendo cura di mai irritar le spine
per evitare graffi a esordi di chimere.
Un giorno, appena guaderò il passato,
ti racconterò le storie che ho vissuto,
il mare per intero amato e le stelle,
sì le stelle, che senza perdere altro tempo
tu puoi guardare, esattamente come me,
se solo alle tue notti alzassi gli occhi,
felici o tristi non deve poi importarti
perché capaci di illuminarsi tutti!
(2008)
Poesia finalista alla VII Ed. del Premio Internazionale Albatros 2009 e pubblicata nell'antologia "Ricordi" (Albatros Edizioni)

Buondì
La notte è andata via veloce
passando sopra i replicati sogni
che tutti quanti volevamo veri
per candidarci ad essere felici.

Intanto l'alba ormai tossisce,
ha spento già l'ultima stella,
sbadiglia ora all'orlo di collina
e al mare, di nuovo suo fratello.

Buongiorno allora vorrei dire
a quelli che si destano dal buio,
a gioie minute e subdoli dolori
che come sveglie sento risuonare.

Buondì ai gabbiani che non vedo
dal mio balcone di città sedata,
al pescatore che alla prima luce
governa barca in sudore ed acqua.

Buondì al pane ancora profumato,
al vagabondo fuori dalla notte scura,
allo squadrone dei potenti in Terra,
ai bimbi insonni d'Africa che aspetta.

Buondì a voi, amori nostri immensi
avvolti ancora nel vostro dolce sonno,
nel supplemento di un segreto sogno
che sia capace di svegliarvi al meglio.
*
Poesia V finalista al IV Premio Città di Montieri 2008 (Circolo Culturale Mario Luzi)
 (2008) 

Questa notte non parlerò alla luna.
===============================
Questa notte non parlerò alla luna.
Me ne andrò ad inseguire il giorno,
troppo grande il regalo che mi ha fatto
per non fargli un po' di corte estrema.

Sotto il sole d'esaltante primavera,
ho sbattuto nella curva di un sorriso.
L'ho percorsa in lungo e in largo tutta
e non voglio invischiarla tra i ricordi
fino a quando non sia stata ripercorsa.

Questa notte non parlerò alla luna
se non, solo, per metterla al corrente
=
(13 Maggio 2009)

Quando un angelo verrà
*
Quando un angelo verrà a casa mia,
prima ancora di fargli varcar la soglia
mi accosterò alla finestra più vicina
per accertarmi che invece della luna
ci sia il sole del mezzodì d'agosto.

Poi, dopo essermi scusato,
appenderò le ali nell'ingresso,
lo accompagnerò di là in salotto,
gli offrirò la mia poltrona preferita
e cercherò di metterlo a suo agio.

Intanto che sdraiato prende fiato,
riempirò la caffettiera, quella da due,
la metterò a sbuffare a fuoco basso
e andrò a rispolverare dalla cristalliera
le tazzine con le fresie rosse incise

Se l'angelo no mi farà annunci,
lo aggiornerò sul come sta procedendo
la vita mia vita e quella dei miei amori
che, nel silenzio, io lascerò dormire
per evitare che mi credano sonnambulo.
*
 (11/05/2009)

La parte migliore di noi
*****************************
E basta col dire che la vita è complicata,
che questa società non ci merita per niente
e che nessuno è mai pronto ad ascoltarci!

La parte migliore di noi
vegeta nell'ozio d'un sentire
che non vogliamo far sentire.

Il rischio ipocrisia viaggia a mille all'ora
nel tempo in cui
sarebbe solo da fermare.

E così, eterni perplessi,
ci infiliamo
nel covo delle più intime convenienze
e quel coraggio,
che a parole abbiamo,
arrugginisce nell'autocompassione.

Mio Dio,
pensavo all'uomo
come all'aquilone
quando,
già progettato dall'emozione,
si libra in cielo per farsi tutto vedere.

La parte migliore di noi
è cementata,
tenuta prigioniera per evitarne spreco
e,
con la scusa del carattere o della timidezza,
imbambolata in un angolo di cuore.

Se e quando agli altri ci sapremo dare,
libereremo insieme spazi trasparenti
dove
al peggior nemico di pace parleremo,
con l'amore si tratterà in amor d'amore,
tutto noi avremo se tutto noi daremo,

E basta col dire che la vita è complicata!
Io per primo…

************************************************
(2009)

Di là dal mare
*
Di là dal mare,
nell'oltre martoriato dalle fantasie,
nella regione dell'ultima ragione che rimane,
di là dal mare il cielo si abbassa.
Si china, prostrato e consenziente,
a dare in prestito un po' del blu che abbonda
per riversarlo appena sotto l'orizzonte.
Noi poeti siamo piccoli,
noi che in un verso reclamiamo verità
siamo una goccia della nostra riva.
Le prime luci che accendono la baia
spengono di già il nostro ardire
e rimaniamo qua a raccontarci i fatti della terra.
*
 (25 Aprile 2009)

Prima che l'alba diventi una spia
*
Stanco del silenzio nella forra,
desidero fermarmi ore ed ore
nel caldo freddo della notte al mare
e non importa se nell'occasione
non ci saranno stelle e similari.
*
Mi stirerò nel più preciso punto
là dove le onde smorzano lo schiaffo
e, ruffiano, ne canterò i fragori
di modo che questo mio egoismo
ottenga di parlare a chi ascolta.
*
Nel buio stropicciato dalle nubi,
prima che l'alba diventi una spia,
tutto dirò che non sia menzogna.
Spalancherò questi occhi ciarlatani
e senza sosta li farò parlare.
*
Chissà che qualche anima, nascosta
dove il fondale eternità lambisce
non spunti irata tra le scure acque
e in mia difesa lei si schieri.
Solo così non mi sentirò solo.
*
(2009)

Ripristino
=========
Per il ripristino del liso foglio,
dammi la tua gomma per favore
così che io cancelli bene bene
le prove di futuro andate male.
*
Su di esso lascerò le nette tracce
di certi spunti da verificare
e poche frasi da bambino scritte
in primo luogo quelle recitanti:
.
Ma chi l'ha detto che la luna è muta?
Non tengo un gabbiano in casa mia!
*
Sul bianco che saprò recuperare
io stenderò i nuovi scarabocchi
ma questa volta me li controllerò
man mano che l'età andrà avanti.
*
Insisterò per una volta ancora
a tracciar bozze di felice tempo,
i tratti netti delle icone perse
di dignità, educazione e pace.
*
In alto a destra occuperò lo spazio
per dedicare a tutti i miei affetti
felicità che stanno rincorrendo
e a me, la mia, che anch'essa attende.
*
In calce al foglio apporrò la firma
e non fa niente se risulta uguale
a quella scritta di tanto tempo fa
quando sicuro era soltanto il nome.
*
Aurelio Zucchi (20 Aprile 2009)
Poesia dedicata a Alfredo Genovese

Un acconto di Paradiso
…………………………………………………………..
…………………………………………………………..
…………………………………………………………..
Ma che strano, sorvolo il Paradiso
e giù di sotto ancora io non guardo.
Eppure, queste, non sono nuvole!
.
Son petali di seta trasparente,
scuciti ad arte da capaci mani
dal cuore delle gigantesche rose
sbocciate ad Est su lamina di mare.
.
Son petali di seta trasparente,
solo prestate a brezza di futuro
e scialano profumi a perdifiato
bighellonando lungo il Corso Eterno.
.
E che dire di musica soave
che delle sette note se ne frega,
che dall'ottava inizia ovattata
e chissà quante altre ne utilizza?
.
Cos'è che adesso mi sta succedendo?
.
L'affezionato corpo sta planando
si libera di rughe, piume e piombo
e si avvicina, sempre si avvicina
alle luci di quel nuovo luna park.
………………………………………………………………
………………………………………………………………
………………………………………………………………
Segnale orario: sono le ore otto!
(16/04/2009)

Alfabeto
Abbiamo
bisogno
cane
di
essere
felici.
Giuro,
ho
invitato
le
Muse
nelle
ore
p
quiete.
Riadatteremo
sapori.
Testeremo
unicamente
varianti
zuccherine

Fino al primo schiudersi del sogno
*
Il giorno che agonizza
in parte distrarrà la mia notte.
Solo in parte…
fino al primo schiudersi del sogno.
*
(2009)

Sulla distante duna
=============
Come apache che silenzioso aspetta
segni di fumo dalla collina alta,
immobile sulla distante duna
davvero il fiero non si riconosce.
'
Le nostalgie cede all'orizzonte,
al quasi uguale azzurro con il quale
parlava per sputare confidenze
al nascere dei sogni più urgenti.
'
Ma ora altro non fa, più non si muove,
nel ghiaccio dell'età è cristallizzato.
'
E pensare che un po' di tempo fa
se ne scappava dalla vecchia tenda,
sassi e paure a pie' nudi schiacciava,
polvere alzava giù per il sentiero...
'
E mentre la sua tribù spariva,
il cuore in oro bussola mutava,
tracce di sale sempre più seguiva
per inchiodare il mare come freccia.
'
Quindi, seduto tra l'onda e la rena,
dentro i riflessi l'anima specchiava,
l'unghia intaccava sabbia e miraggi
capace di trovar tesori immensi,
'
Sulla distante duna, oggi è cambiato
assieme a luce ch'ombre non rischiara.
Il fiero è stanco, meglio non distrarlo.
Avrà vissuto forse troppo in fretta.
===
 (2009)

Sulla scia di una stella cadente
*
Sulla scia di una stella cadente
mi piace immaginarti quasi nuda,
solo vestita a firma prestigiosa
di un amore fiero di così modella.

Nel posto dove tu mi planerai
andrò di corsa anticipando i tempi,
allestirò la tenda della seta
dentro la quale troverai l'alcova.
.
Prima, ti chiederò se avrai udito
i desideri espressi alla tua vista,
primo fra tutti quello più pressante
di riabbracciarti a fine giro cosmo.
*
 (2009)

Lungo il sentiero delle prime sabbie
*
Lungo il sentiero delle prime sabbie,
quello che muore appena vede il mare,
in una curva stretta più delle altre,
quasi ai piedi di un'erica perenne
da sempre esiste ciò che m'appartiene.
.
Lo si confonderebbe con le foglie
dove esso si nasconde ormai da tempo
invece è solo lastra multiforme
la cui tinta è il frutto degli anni
con l'uso dei colori improvvisati.
.
Come allo specchio in essa mi rifletto
lungo il sentiero delle prime sabbie
quando mi reco al verde e blu dell'acqua
mentre richiedo a certe irrequiete onde
di pazientare prima dell'arrivo.
.
E mi vedo, sudato e stralunato
sulle piccole e medie e grandi barche
tra i sorrisi d'una madre eterna,
col cuore in lotta verso il primo amore
e in mano il vessillo del futuro.
.
E solo un attimo che dura un'ora,
ho sempre in mente quella mia meta
e quindi corro, corre forsennato
ad abbracciare il confidente mare
al quale riparlare della lastra…
.
 (2009)

Esisteranno
Quel principe sognato da bambina
quando ai tuoi piedi mezzo mondo avevi,
ancora non indossa alcun mantello,
ancora non cavalca alcun cavallo.

Eppure, chissà dove esisteranno
nei regni delle meraviglie antiche,
sulle amache delle foreste azzurre
poste a ridosso dei più verdi mari.

Probabile che abbiano paura
di riproporsi in questo nuovo evo,
di sprecar mito tra i ciechi e i sordi
che impassibili sono al richiamo.

Ma tu non spegnere la fantasia,
trova pretesti per tornar bambina,
allunga ancora i tuoi capelli oro
e fanne belle trecce da specchiare.

Intanto, al tuo fianco ci son'io
che la leggenda guardo e ascolto,
alla ricerca dell'esperto sarto,
alla ricerca d'una scuderia…
(2009)

Antichi Cavalieri sostano
Nel borgo del duemila tutto tace.
Antichi Cavalieri sostan fieri
e attendono quel freddo locandiere
che schiuda l'uscio fresco di vernice
all'aria netta di leggenda eterna
perché si posi in ritrovata lena
tra nuovi e vecchi tarli adesso sparsi
sotto occhi ignudi di trofei dormienti.
.
Su, da tempo, li aspettano le dame
a mo'di madri riposate a lungo,
innamorate del previsto sgarbo
di un muto lattante che prima o poi,
non più immobil perla tutta rosa,
dal fondo della tana paradiso
e dal tepor d'immacolata coltre
si desterà braccando lesto il seno.
.
Stagion dei sempre vivi eroi
a tutti annuncia già il suo ritorno.
Altera e schietta, oggi si prepara
a rinnovare sogni un dì spezzati
dall' Evo Nuovo dei previsti cieli,
delle ventur vagliate una ad una
e dei respiri freddi e soppesati,
del nulla che oramai non ci consola.
.
Antichi Cavalieri sostan fieri.
Si guardan tutt'intorno frastornati,
le grate d'ombra rischiarate solo
dai riflessi di tegole argentine.
E c'é chi lustra lame affezionate,
chi già si appresta con arditi guizzi
ad allestir lo sventolio di chiome
alla conquista degli amori persi.
(2005)

Dalle parti della quercia spezzata
Non passare dalle parti della quercia spezzata,
potresti incorrere in qualche disavventura!
.
Se devi spingerti fino alla radura della quiete,
se proprio è quello il luogo che tu hai prescelto,
vedi di trovare altre strade che siano più agevoli.
.
Non esistono?
Allora passa dalle parti della quercia spezzata.
E'sempre così……..

Spero proprio sia distratta.
Spero proprio sia distratta.
Se sapesse cosa sto combinando ora
mi chiuderebbe per sempre l'uscio
e invece ancora io vorrò entrarci.

Non so se di questi tempi è colpa
o forse sono già vittima degli 'anta,
ma mi succede spesso da un bel po'
di farmi trascinar da venti sconosciuti.

Vabbé, siam quasi d'accordo tutti,
sorrisi e sguardi degni di tal nome
non è che se ne vedano poi tanti.
La gente sembra come un pallone,
è bello, si, ma solo se ci sai giocare
perché altrimenti devi accontentarti
di apprezzarne la forma e il colore.
Mi dirai che basta un po' di fantasia,
vedersi belli dentro una divisa linda,
correre sull'erba come fanno i matti
e giù calci su calci vada come vada.

Già, la fantasia…

Ho l'impressione che sia stata abolita,
l'avranno soppiantata in fretta con la fretta,
con la sacra immagine di sé quale che sia
purché essa circoli nel fiume di tendenza.

Davvero non riesco, io che mi lamento,
di sciogliermi il nodo attorno al collo,
occhio per occhio dente per dente
sta diventando l'inno dei miei anni.

Vorrei amare come ho sempre fatto,
scambiare quattro chiacchiere quattro
mentre mi gusto l'ormai perfetto caffè,
oppure fare una pausa dinanzi al mare
piuttosto che dentro confuse mense.

La mia pelle sta diventando dura,
non sento più i richiami delle sirene,
neanche l'urlo di quando monta il dolore
o quello che nasce da una qualunque gioia.
Spero di non arrivare a vendermi
ai nuovi eserciti in marcia verso tutto,
a queste schiere di ladroni incravattati
o agli abili manovratori delle mille luci.

Spero proprio sia distratta, l'anima mia.

Abbracciami
Abbracciami fino a stritolarmi
quando l'eco della notte è incessante
come clacson che diventa pazzo
nella siesta di domenica d'agosto.
Stendimi col talento di una madre
su frescura di lenzuola sorridenti
e accompagnami la nuca sul cuscino
con le mani che da un po' io cerco.
Accarezzami tra magiche penombre
mentre voglia di dormire non ne ho
se mi accorgo di potere detenere
il primato che mi fa sentire un re.
Ora che la prima luce arriva,
scortami dentro il buio della mente
e ridetta in ogni tua lenta carezza
i tempi giusti per assaporarci.

Clown
Il giorno che vi accorgerete
che posso anch'io essere triste,
correte in piazza al tendone azzurro
e chiedete udienza al capo circo.
Il clown migliore fatevi prestare
e in un baleno portatemelo qui.
Allieterà malinconie maligne
tentando di celarle al mondo
e tra una giravolta e l'altra
mi inventerò una bella scusa
per farlo avvicinar di più a me.
Allora, all'orecchio gli sussurrerò
che un po' gli ho rassomigliato.
Benché con altro minor talento,
sorrisi e spassi ho inteso regalare
anche quando pensavo ad altro.

Stupro
Allora?
Quand'è che date inizio alla festa?
Non ditemi che aspettate il buio.
Il buio è vostro, è dentro di voi.

Cos'é? Avete paura di me?
Io sono solo un narratore,
a volte provo a fare il poeta
e canto e racconto dell'amore,
qualcosa che non riguarda voi.

Sta giù, buttata come un sacco
e ancora porta il vestito addosso.
Ha otto mani…
Due mani per coprirsi il seno,
due mani per difendere il suo grembo,
due mani a caccia delle viscere,
due mani rivolte verso il Cielo.

Vedete quanto è mansueta,
quanto capaci siete voi stati
di farle perdere anche la rabbia,
di declinarle morte in piena vita?

Sulla vostra pelle il sole non disegna
i giochi delle luci che si rinnovano.
Lancia strali di resa delle dignità
che fuggiranno quando fuggirete
per rintanarvi nel falso eden.

Date inizio alla vostra festa,
io non guarderò…

Quando tu mi manchi
Sai, ci sono dei momenti odiosi,
li chiamo sfide per debellar paure,
in cui m'attrezzo d'improvvisate tinte
per colorare il buio in pieno giorno.

Sono le ore di quando tu mi manchi,
il tuo respiro addosso alla mia pelle,
le mani che mi accarezzano la nuca
e lente e benedette sondano altrove…

Saranno state almeno sette

Non è possibile, direte voi,
eppure vi assicuro che le ho viste.

Sotto gli occhi di questo inverno mio,
barche - saranno state almeno sette -
a reclamare sette pescatori
per esser liberate dal pantano
tra le due gobbe dell'asfalto nero

Ma quale più corto dei dodici mesi!
Colpa di questo febbraio odioso
che, incurante delle mie stanchezze,
si schiera a braccetto di gennaio
e a primavera non concede acconti.

Non è possibile, direte voi,
eppure vi assicuro che le ho viste.

Sarà stata nostalgia del mare,
sarà rifiuto delle lunghe piogge,
sotto gli occhi di questo inverno mio,
barche - saranno state almeno sette -
vi assicuro che le ho viste davvero.

Ho sognato che sognavo
Ho sognato che sognavo
di mettermi in cammino all'alba
così che rinascessi nuovo
come il giorno che mi accompagnava
fino al raggiungimento della meta.

Indossavo una tuta così azzurra
da ingannare il cielo che mi s'apriva
e bianca mi ero io tinta la barba
per meglio trapassar le nuvole.

Portavo con me alcuni ricordi ,
di certo quelli che non moriranno,
ad esempio il peso lieve della vita
o i colori del mare già immortale.

Lungo il tragitto, nell'aria nuova,
i miei amori mi tenevan sveglio
ammesso che potessi addormentarmi
nell'inseguir le tre fasi del tempo.

Rividi infatti tutto il passato,
quasi accucciato per una carezza,
con il presente che mi confondeva
per via del fatto d'esser già futuro.

Giunto alla fine al lembo estremo,
là dove a balbettare incominciavo,
volsi lo sguardo al punto di partenza
ma… avevo un piede nell'eternità.

Dai, portami da lei
La rosa mi si avvicinò.
Si accostò come una nonna
che vuole muoverti un appunto.
Poi sulla nuca la sentii.
Ma…
con le spine mi frustò alla schiena.
Non so per quanto tempo s'accanì,
so solo che, tornata in sé,
così mi sussurrò all'orecchio:
Tu…
una volta sapevi innamorarti
e adesso dimentichi come si fa.
Solo perché la vita t'ha distratto
tu pensi non c'è posto per l'amore?
Dai, portami da lei.
Mi vedi come sono ancora in forma?
Lo riconosci il mio miglior colore?
Fammi lasciare questa strada,
sono sicura che non deluderò.
Dai, portami da lei
assieme alle mie amiche rosse,
taglia a misura questo lungo stelo
e, come prima, avvolgilo in argento
che poi con cura la mano scarterà.
Dai, portami da lei
e sarà valso ch'io abbia vissuto
ed io saprò parlar di te,
fresca nel bagno che farò
per mantenermi bella come lei.

Questi amori
Frastornato ero quella sera,
seduto tra le braccia del tempo.

Lui, di pioggia tutto mascherato,
solo i respiri di durevole marea ,
neanche l'esse d'una stella una.

Io, tutto odoroso di futuro,
anche orizzonti a dirmi non è vero,
neanche una luce su di loro strangolata.

Depredati dal gran fantasma della notte,
quegli amori che già allora pregustavo
feti morivano dentro e fuori l'onda scura
e non credevo di poterli mai toccare.

Frastornato ero quella sera
come lo sono oggi, nei miei giorni.

Questi amori che hanno duellato
ora rilasciano salsedine vitale,
equilibristi su ogni sorta di mare,
incazzati se mai qualcuno li disturba.

Riuscire a piangere vorrei
Riuscire a piangere vorrei davvero
con un lento scorrer sulle secche gote
di quelle a palla lacrime impazienti
che ho alloggiato nei momenti infelici
e trattenuto per non esser io capace.

Dinanzi ad albe camuffate da tramonti,
ad ogni rollìo dello sconcerto greve,
sento dire che pianger tocca al cuore
e se in tal modo fosse veramente
sarei tranquillo d'aver saldato conti.

Ma, riuscire a piangere vorrei davvero
per tutta la smania di specchiarmi chino,
per essere partecipe dei gemiti palesi,
i forti occhi da detergere una volta
con l'acqua e il sale dell'anima mia.
(2009)

Premessa
Il triste epilogo della vita di Eluana Englaro (ma quante altre storie, silenti, pulsano senza i riflettori puntati,
senza la voce degli illustri competenti, senza le troppo parole dette fuori e dentro questa vicenda?)
mi ha suggerito di non aggiungermi ai cori delle "certezze" sulla vita e sulla morte.
Nel mio orto ho coltivato questo pensiero e così desidero proporlo:

Quale confine
Vivo nel sole che immenso splende
poi metto il broncio appena se ne va.
Tutto allora mi si trasforma intorno,
dalla facciata del grattacielo austero
all'ultima tegola della quasi casa.

Vivo nella luna che sta lì a guardarmi,
poi m'addormento figlio della Terra.
Quanta bellezza non mi si ostenterà,
basti pensare al gioco delle stelle
o ad occhi lucidi, di nostalgia ostaggi.

Sapessi almeno quale confine netto
sarebbe ammesso da toccar con mano,
potessi esprimere caparbia poesia
in ogni angolo ancora da esplorare,
farei di questa vita eterna vita.

Già, la vita...
Somiglia un po' per certi versi
a quella luna e a quel sole trascurati
mentre son qui ancora a domandarmi
quale confine la separa dalla morte.
 (11/02/2009)

Rebus
(Dedico questa mia poesia al mio amico Salvatore Armando Santoro
dopo aver letto con molta attenzione alcuni ultimi suoi testi su queste pagine azzurre.
Ciao Armà!)

Nelle tue mani poserò il viso
perché sia pronto alle carezze
come la tela che si predispone
ad uno, cento o mille dei colori.

In esse verserò la lenta pioggia
che dolce cade dal cielo delle gioie
oppure, succederà anche questo,
le stille stracariche di ghiaccio
precipitato da quello dei dolori.

Nell'uno e l'altro caso spero
nei docili passaggi delle dita,
in quel calore che non brucia
quando il velluto mi friziona.

Ora però ti chiedo e mi chiedo
se per gli eventi può bastare
che io ti ami così come ti amo
o serva anche il tuo amore…

Il cielo resiste
Son vetri rotti i sogni decaduti
e devi fare adesso pulizia.
E cosa fanno le speranze tue?
Stanno raccolte dietro quell'angolo.
Le vedi timide e tremano tutte.
Peccato!
Nei momenti come questi
in cui vorresti solo che piangere,
sono incerte se fare capolino.
Hanno l'aria di certi bambini
quando son pronti ad avere un premio
ed in attesa del tuo bel cenno
sono lì, buoni, a rispettare il turno.
Intanto guardi le pareti bianche
piene di quadri coi colori a mille
che non distingui,
non c'è proprio verso,
eppure v'è barca e mare intorno.
Così,
fissi il soffitto pieno d'ombre
ma sono immagini troppo precise,
la proiezione d'una cristalliera
o lo stelo di un candelabro odioso.
Forme che non ricordano nuvole
che se le guardi
ti offrono scintille,
carri colmi di zucchero filato
dolci sirene dai capelli lunghi
o vasi che traboccano di rose.
Finalmente,
pian piano ti decidi,
apri la porta del terrazzo vuoto,
prendi respiro, poi alzi la testa
e vedi chiaro
il cielo che resiste.
-

ALL'ANGOLO
***************************
Io e me - 2009
************
Non so cos'è che vedo,
se respiro e forse sono morto,
se tutta intorno l'aria è piombo,
odiosa pressa sull'anima indifesa.
So solo che si sente il silenzio,
di quelli propri d'una cattedrale
nell'ora che solo l'altar si ostina
a custodire i dolori degli uomini.
Mi staccherò da questo cerchio?
Se mi vedrete ancora arzillo
o meglio, sorridere a più non posso
sarà il segno che non ho perso,
che ricomincio dall'alfabeto antico.
*

Tutto…
Potrai guardar l'amico mare
stringersi nel nucleo d'una biglia
e minuscolo allora diventare,
lui, immenso quando respira fuori.
Sarai capace di scovare il centro
dei benigni silenzi dei vent'anni,
di ascoltare amplificato il suono
di chitarre che ho avuto accanto.
E poi, e poi, e poi…
Coglierai come si coglie un fiore
le mille emozioni che ho coltivato
le gemme di amori da interrare,
ed anche un gocciolìo di stille,
allora laghi di vaste estensioni.
Ti sentirai confusa allorquando
in dolce processione sfileranno
faziose lune e stelle pellegrine
colte in un voilà in riva al mare
nelle notti dell'immortale estate.
Tutto…
Potrai guardar l'amico mare,
sarai capace di scovare il centro,
ti sentirai confusa allorquando,
coglierai come si coglie un fiore,
soltanto se fisserai i miei occhi!
*
2009

Scriverò i miei versi impossibili
Scriverò i miei versi impossibili
se l'alba mi si racconterà tutta,
dal giusto istante custodito
in cui il buio è sazio del buio
a quello, altrettanto benedetto,
di quando lei si inchina al giorno.
Vorrò da alba sentire senza sosta
parole e musiche per nuove canzoni,
le storie rintanate nelle pieghe
del tempo bramato che non c'è,
certi momenti entusiasmanti, lassù,
trascorsi a guardar due innamorati,
intendo quelli meno fortunati,
che non s'accorgono d'esser visti.
Scriverò i miei versi impossibili
nell'ora adatta allo specchiarsi
di cieli aranciati, azzurri e gialli
su un mare di smanie incredibili

Notti anteprime della morte
Notti saziate di silenzi,
opache le disseminate stelle
che anziché celarsi dietro l'altre
rifanno presuntuose il trucco,
notti anteprima della morte.
Nel letto cambi posizione
quasi che il cuscino rigirando
incorri in frescure promettenti
e invece, all'enne segno della croce,
discendi ancora nei pensieri uguali.
Allora credi che sia meglio andare,
fai quasi finta di aver gran sete
e bevi, bevi aneliti di distrazione
per poi importi la voglia di dormire.
Ma quelle notti non cambiano,
han fronte e retro di una cambiale
che se giungeva alla sua scadenza
solo e soltanto era da pagare.
Notti anteprime della morte.

Diversamente amabile
Diversamente amabile
è chi vuol davvero bene
e nulla chiede di ritorno
se non il solo accenno
del pervenuto affetto.
Diversamente amabile
è tutta quella spenta gente
che affonda l'unghia nell'oblio
e scava l'intonaco del tempo
cercando lume di un ricordo.
Diversamente amabile
è una persona assurda
che quando si sente vista
si inchina sciocca al suo destino,
incredula di tanta gioia avuta.
E' chi,
diluito ben bene nel dolore,
emerge lui e il suo scafandro
a fare un pieno d'aria pura
prima di ricolare a picco.
E' soprattutto chi,
sfidando la sua sofferenza,
quasi perfetto mi allestisce
un sorriso che ne vale mille
e di tristezze l'aria svuota.

Là, dove il cielo non rischia la morte
Là, dove il cielo non rischia la morte
ma astro dopo astro si rinnova,
esisterà io spero un qualche lembo
nel quale ci si possa riparare.

Noi uomini a volte siamo fatti così,
crediamo di domare ogni fiera
per poi aver bisogno della frusta
ed accettare l'imprevista resa.

Cade, nel tempo, la lucente spada.
Lo scudo, adesso, è da adoperare
e diligenti nella fila indiana
si va tutti alla clemenza ambita
la, dove il cielo non rischia la morte

Vero
Luci di lenza pazze tra le dita,
il sole s'accaniva sulla baia.
Il mare nell'amaca del silenzio
gridava solamente a chi non c'era.
Era vero, seduto a cavalcioni
sul bordo secco della barca azzurra
un piede dentro e l'altro messo fuori,
pendolo di pelle bronzea e dura
a schiaffeggiare l'onda calma sotto.
Quando così lo guardai per ore,
non mi meravigliai poi tanto
e tra una preda e l'altra ancora
tifai per lui con tutto il cuore.
Al crepuscolo lasciai la spiaggia
con dentro il sale e una speranza
e giunto nella mia fresca casa
levai brezza dai capelli miei
Nel caro specchio lo rividi, vero...

Sono felice d'esser come sono,
Sono felice d'esser come sono,
niente sforzi per apparire meglio.
A volte, se mi ascolto bene bene,
in un istante fermo questo tempo.
Osservo quindi la mia effige
stampata a mo' di bella figurina
e non essendo stato un calciatore
la includo in altra collezione.
E' quella antica degli aspiranti re
che non avendo regni ai piedi
indossano lo stesso la corona
proclamandosi degni della vita.

Sdraiato all'ombra del Sinai
Opacizzate dalla sabbia antica,
figlia del vento e del mistero,
sdraiato all'ombra del Sinai,
vorrò vedere le mie scarpe

ed anche questo mio orologio,
poggiato su resistente cardo
a far da specchio al serpente
pronto a ingoiare lui e il tempo.

Sdraiato all'ombra del Sinai,
guarderò la quasi tonda vetta,
le nuvole a farle da sombrero
nel retro cuore del silenzio.

Rapinerò all'Onnipotente
le luci fatte disegnare al sole,
luci che scalfiranno le rocce
e anabbaglianti mi si offriranno.

Velli d'oro non avanzeranno
e forse potrò starmene quieto
se su a Nord Est l'eco delle bombe
si prenderà l'infinita vacanza.

L'ultima luna
*
L'ultima luna si scansò irata.
Poi raggiunse le scampate stelle
e mugugnò sui diritti tolti.
Da lì in poi fu soltanto giorno
col sole, odioso se è troppo sole,
a fare luce su quanto era già chiaro.
Troppo evidenti queste nostre guerre,
fratelli che non sono più fratelli,
moderni amori privi dei sospiri.
Rivoglio belle notti, quelle vere
che silenziose osano placare,
dove le luci posso anche sentire.
Viene a mancare più di tutto il sogno
quasi imposto da una stella amica
mentre l'ultima luna aspetta muta.
*

Con i miei auguri migliori per Lorenzo, per le autrici e per gli autori che fanno di questo sito l'ideale teatro nel quale avvicendare sentimenti ed emozioni vitali per le nostre esistenze.
Saremo noi tutti teneri eroi se di noi stessi alla fine resterà nel cuore di anche una sola persona un verso, un respiro aperto alla vita.

Luci di Natale
Quando, per ospitare la colomba,
la briciola di un fragrante panettone
si poserà sul mio freddo terrazzo,
di colpo si accenderà la grotta.
*
Quando a posarla sarà uno di noi,
premeditata nel flusso della festa
o fosse anche per una distrazione,
la stella brillerà anche per gli altri.
*
Buon Natale - diceva mia madre
già dalle prime luci del mattino
tra dolci frette e succulenti fritti
mentre incartavo scintille per la notte.
*
Buon Natale - io le rispondevo -
ma… non si dice quando è proprio l'ora?
L'attesa é attesa - lei mi replicava -
più é lunga e più sarà il Messia.

Poesia in cerca d'autore
Che state ad aspettare, voi poeti?
Sù, agitate i freddi calamai,
date luce a quei neri inchiostri,
affilate le punte delle penne!
Io non so scrivere di certe cose,
d'abile verso che cattura cuori
e un po' d'aiuto adesso serve
perché si leggano i vecchi riti.
Statemi quindi ad ascoltare bene
giacché dovrete poetare al meglio
il solo istante che cattura l'uomo
che, innamorato cotto e stracotto,
riceve infine amor da amore
a cui l'aveva chiesto e richiesto.
Mi raccomando, date voi risalto
a quanto gli accade proprio dentro
durante tutto il viaggiar del bacio,
labbra su labbra esso inchiodato
a liberarsi al primo seno nudo.

In sella ad un cavallo bianco

*
In sella ad un cavallo bianco
mi avviai dall'alba verso il giorno
per poi, oltrepassate le colline,
con un inchino salutar quegli anni,
gli stessi che ora chiamo giovinezza
e che allora non avevan nome.
*
Scendendo di gran fretta a valle,
a lungo mi fermai nei verdi angoli,
gli stessi da cui guardare il mare
per poi, saziandomi di emozioni,
avvicinarmi a lui per presentarmi
almeno degno delle sue attenzioni
*
In seguito, io odorai di uomo
e mi tuffai nei fiumi dell'amore.
Conobbi pure i duri labirinti
a prima vista di città qualunque
solo che quelli eran del Meridione
così che mi inventai nuovo Teseo.
*
Intanto che la vita andava avanti,
che i chilometri me li bevevo tutti
tra gli insistenti sguardi al mio futuro
e le carezze del passato prepotente,
ahimè ho smarrito il filo portentoso
e quel cavallo non l'ho più trovato.
*

Accoglimi
Accoglimi, il sole avrà due dischi.
Il cielo non riconoscerà le nuvole
e me
che fino a prima ho pianto
alla ricerca della mia pervinca luna.

Ti adagerò sulle piume dell'amore
ora che il fondo della nuova amaca
è stato ultimato, rifinito, allestito
col più chiaro dei cristalli trasparenti.

Così, non solo ci vedranno gli altri
ma anche il bruco, la formica e l'erba
assisteranno al nuovo dondolìo dei sensi
e mio,
perduto nell'eterno labirinto.
(2006)
Poesia pubblicata nell'Antologia "Verrà il mattino ed avrà un tuo verso" Vol. 5 - (Aletti Editore)

Passato e futuro
Quando sarò nel prossimo autunno
vorrò essere un albero imponente,
di quelli della specie a grandi foglie,
collocato nel mezzo della valle.

Mi sfronderò di un vestito giallo
mettendo a nudo a destra e a manca
il tronco che s'atteggia e non si piega,
i rami secchi e le mie nuove gemme.

Tra le ventate che s'abbatteranno
assisterò al lento sfascio delle foglie
ma non maledirò madre natura
perché, di tutto, tanto serberò.
(2008)

Un sogno
Mi vidi riverso sul grande letto,
un mesto lenzuolo a coprirmi mezzo,
bianche pareti a fare da contorno,
garze e siringhe sopra il comodino.
Di fronte a me, una finestra chiusa
a conservare l'eccessivo caldo
e in attesa d'esser spalancata
per dare cambio d'aria all'aria morta.
Una donna con una croce addosso
ebbe l'idea di assecondar la mia
e fu così che nell'atroce stanza
entrò qualcosa, luce ed altro ancora.
Prestatomi dal cielo ancora a posto,
macchiai d'azzurro ogni forma attorno.
Protetto dal via vai di un passerotto
io canticchiai nel mezzo del silenzio.
Un angelo vestito da signora,
perfette gote a sfiorar bellezza,
con i sorrisi a ricordar mia madre
si avvicinò per farmi le carezze
E disse:
"La vita é meravigliosa, non credi?"
Confuso ed eccitato come una volta,
la volta del primo mio giorno di scuola,
non ebbi il tempo neanche di parlarle.
Era già oltre i muri, divenuti archi.
Avrei voluto solamente dirle:
"Anche a quest'ora é meravigliosa".

A te che piangi nella tua ora stramba
Vorrei svelare il segreto della felicità
a te che piangi nella tua ora stramba
ma io non son capace di inventarmi
minimo appiglio dal quale cominciare.

Potrei provare a escogitare inganni
portandoti dei fiori che profumano perenni,
oppure Pulcinella all'istante diventare
per porgerti le sue capriole a mille.

Potrei interpretare una canzone folle,
il corpo levitare all'improvviso,
sommare l'infinito all'assoluto zero,
giocare al gioco che non so giocare.

Ma é meglio che mi metta nel cantuccio,
che scorti il tuo dolore fino al confine,
che ti costringa ad alzare gli occhi
che rideranno alla nuova luna.

Vorrei il dorso di un gabbiano
Vorrei il dorso di un gabbiano
pesare zero per azionarne il volo,
salire in alto a guadagnarmi il cielo
senza di nuvole incrociare ombre
e, anzi, seguire luce luce il sole.

In festa tra quelle argentine piume,
splendido sarebbe quel viaggiare
al tempo dell'inattesa melodia
scandita al batter delle grandi ali
perché il sogno duri una canzone.

Senza i confini delle mille rive,
Prima rotta sarebbe certo il mare,
da quando l'onda inizia a respirare
a quando spenta si confonde al centro
con altre mille d'altra destinazione.

Al mio compagno dopo chiederei
una virata verso la genesi del tempo,
del mio, situato tutto a meridione,
riconoscibile da una cravatta blu
e da una giacca sfilata a mio fratello.

Potessi lì fermarmi anni ed anni,
riprendere discorsi ancora da ultimare,
prime speranze in vena d'affacciarsi
sul bianco e nero dei vent'anni al vento,
mani di madre nell'atto d'afferrarmi.
(2007)

La scogliera é sempre là
La scogliera é sempre là.
Quando suo fratello
il mare
le s'accosta mogio mogio,
lei l'accoglie,
rassicura.
Se le onde diventano assassine
lei aspetta,
non invia maledizioni.
Ma vi prego,
acque e schiume ballerine,
lasciatela tranquilla
nella solenne ora
in cui s'affida al sole
nel rilascio dei colori che non sopporta.

Come antico e ritrovato canto
Come antico e ritrovato canto
fa' in maniera, del destino essenza,
ch'io mi possa raccontare al mondo
su promettente nota a me concessa.

Nessun frastuono tu vorrai attorno,
d'orpelli e luci radierai le ombre,
soltanto un certo azzurro innesterai
tra le stagioni, con me protagonista.

Al limite dell'assegnato cosmo
il mare metterai a far da guardia,
dei cuori innamorati la sequenza,
dei sogni l'eco a prova di bomba.

Il mondo ti é crollato addosso
(dedicata a Vito Scafidi, vittima della tragedia nella scuola di Rivoli)
*
Quando avevo diciassette anni
non mi sfiorava l'idea della morte
perché pensavo di essere eterno
come eterna deve essere la giovinezza.
Il mondo ti è crollato addosso
senza neanche darti il tempo
di conoscere la vita del tuo tempo,
di immaginarti l'uomo che pensavi.
Nulla mai sarà però capace,
né gli errori intollerabili dell'oggi
né il destino presentatosi da boia,
di far morire tutto sotto un tetto.
Non moriranno i tuoi sogni appena nati
non moriranno i tuoi sogni disegnati
perché il ricordo di chi ti vuole bene
soppianterà qualsiasi oblio.
*
(Roma, 22 Novembre 2008 h.21,08)

Nell'attesa della sera
Alto é il sole sulla città.
Sereno, eppure inosservato, il cielo.
Due bambini al tavolo del bar
giocano ad imitare i grandi
spezzando in due, perfetta,
una brioche senza crema dentro.
Ai lati di questa grande strada
gli alberi si fanno attendere
e, intanto, ruota su ruota schizza.
Nell'attesa della sera
sul balcone dell'ottavo piano
un pigiama rosso blu si muove.
Trattiene lustri di stanchezze,
dubbi indubbi sul benevolo futuro
mentre in quella stessa stanza
sul comò una siringa é pronta.
Notte verrà nel consueto silenzio
ma un bel niente c'é da aspettarsi
se non miracoli del sonno insonne
che anch'esso finirà nel cassonetto
da svuotare tutti i santi giorni,
come le speranze accatastate.

Sbatto, sbotto, butto
Maledizione quando non capisco
che qualche istante é quello giusto
per mettere da conto e in tutta fretta
felicità piovutami a dirotto
per essere afferrata con ambedue le mani
e farsene magari prestare altre,
cristallizzarla in trasparente ampolla,
inchiodarla al muro bianco dei trofei
quasi che fosse un raggiunto amore,
foto a colori di un vecchio gozzo
o, che ne so, un più che insolito Renoir.
E invece? Cos'é che ti combino?
Sorpreso e incredulo a tal punto
da ritener miraggio il raro tutto,
le sbatto la mia porta in faccia.
Poi, sicuro che nulla m'é concesso,
do per scontato il nuovo smacco
e sbotto, sbotto nel compatimento
mentre ho fame dinanzi al piatto pronto.
Butto la chance al pari della salvietta
con cui ho smesso d'asciugar la gota
e da quel punto... nuove gocce aspetto.

Io non morirò
Quand'anche il cuore
fosse distratto,
io non morirò
al pari di un merluzzo
predestinato
ad esser baccalà.
Sì,
sarò più vivo che mai
in tutto ciò
che non si spegne
a dispetto dei tempi,
in un riflesso d'onda
che il sole tocca
perché gli va
di far così all'istante
o in tutti i miei segreti
poi svelati
a chi dovevo
poi svelare.
Se questo é
l'essere mio eterno,
inviterò i sultani
delle felicità perenni,
le mie regine
camuffate in donne,
i miei paggetti
camuffati in figli
e il grande stuolo
di chi ho solo amato.

Non é niente
Non é niente, non ti preoccupare
se fisso il celo oltre quelle nuvole.
E' solo sintomo di questa malattia
che mi accompagna già da tempo.
*
Non dirmi che non sai di questa cosa,
del fatto che m'involo oltre misura
per certe rotte ignote da seguire
con la mia bussola un po' particolare.
*
E quando allora io ti esploro tutta?
Là, dove pensi che nessuno arrivi?
Non é per caso segno, anche quello,
di un benessere interpretato male?
*

Barattoli
Ora che apri barattoli di fumo
convinta di trovar colori dentro
io sono accanto a te. Disorientato.

Anche tu vieni dalla giovinezza,
bianchi cavalli tra cui scegliere il più bianco,
sorrisi dentro scrigni finalmente aperti.

Ma non é detta ancora l'ultima parola,
mare e cielo non cambiano nuance
ed io accanto a te sarò. Affascinato.

La baia
Mi portarono nella baia delle illusioni,
mi fecero sdraiar dinanzi al mare amore,
un sasso di manna a farmi da cuscino.

Rimasi solo per tanto tanto tempo,
vidi struggente alba pressar la pelle
ed un tramonto lungo un giorno, vidi.

Al primo mormorio di quella notte muta
il freddo vecchia conoscenza volle catturarmi
e mi ordinò d'alzarmi dall'azzurra alcova.

Quella volta che m'innamorai
Quella volta che m'innamorai
fu come d'un tratto perdere la vista.
Del mondo, intendo, amici miei.

Fu come stessi navigando
oceano aperto da una zolla,
le acque dalle tinte strane.

Macché azzurre e verdi!
Scarabocchiai colori su colori,
scrissi di nuovi codici pantone

Cantai a squarciagola gli inni
che riascolterò solo nell'Eden.
E suoni, pronti a strabiliarmi.

Quando fu solo e soltanto amore,
di noi l'amore fece due schiavi.
Lei? Mi sorrise...

Quando noi due saremo svegli
Quando noi due saremo svegli
dovremo ricordarci di non dimenticare
il cosmo dell'estasi agguantata.
L'amore, amore mio,
non é in fondo così eterno
come ci dicevamo a voce alta
quando i sassi nelle nostre mani
divenivano perfette rose scarlatte.

Continuo a sognare
Ribelle all'acidità del tempo
dentro cui dovrò specchiarmi ancora,
continuo imperterrito a sognare
e non per questo chiamatemi vigliacco.

Chiamatemi vigliacco quelle volte
che mi vedrete impallidito e muto
senza la forza di reagire un po'
alla richiesta che d'affetto preme.

Continuerò a sognare scordando
urgenti performance da fare oggi
mentre i respiri vorrei sentire
nascosti nel cuore della baldoria

Scrutarlo tutto
Percorrere viottolo di cielo
nel giorno favorito dalla sorte,
occhiali scuri a sfidare il sole,
nuvole assenti ma giustificate.
O, di notte, su selciato di stelle
e non fermarsi mai e poi mai
se non per fare riposare gli occhi
quando ogni luce si fa prepotente.
No, non dico di arrivare fino a Dio,
scrutarlo tutto per quell'eternità
ancora arrotolata all'incertezza,
ma, almeno, di scorgerne le tracce,
le stesse tracce che qui non son capace.

Sole vano
Si scivola su fianchi di cratere
con occhi pieni di sopravvivenza,
le ore che non vogliono passare
e piogge e venti in abbondanza.
Si spera di virare all'improvviso
con occhi pieni di sopravvivenza,
tristezze al rogo di peccati a iosa
e piogge e venti in abbondanza.
Mentre qui attorno è tutt'altra cosa
con le ginestre illuminate a giorno,
laggiù il mare é in trepidante attesa
di tutti quelli che si dicono felici.,
Al nostro centro non arriva raggio,
festa non é in questo nostro centro
quasi che fosse perfetta oasi fallita,
testimonianza di un'indefessa resa.
Sopra di noi il cielo s'é assentato,
ci ha detto che non sa se tornerà.
Il sole, che ad un metro gli altri bacia,
sul nostro centro il sole é vano.

La luna si piega
La luna
si piega
sulle mie tristezze.
Le guarda,
le sfiora e poi le tocca.
Bianco notte
diventa lo stupore
e negli specchi
mi rivedo tutto,
sdraiato
su uno dei suoi spigoli.

Che stupido!
Viaggiando
nei sentieri dell'anima
mai mi accorgo
delle azzurre distese ai bordi.

Nino
E passa il tempo, come acqua
mitigata dai tondi delle pietre,
che scorre in alveo d'ogni tipo
e in tutta fretta segue il fondo valle.
Così anch'io la calma non afferro
per esplorare vita e darmene di conto.
Ho tutto sotto gli occhi, adesso,
ma da bambino ciò non mi bastava.
Andavo a caccia di compagni
senza dover chiamarli amici
e catturato uno, almeno uno,
scoprivo la bellezza delle cose
Ricordo di quella volta quando,
tanti anni ormai sono trascorsi,
seduto al sole al molo e al futuro,
a un ciuffo nero su due vispi occhi
volli indicare lesto e a tutti i costi
la sagoma di un guizzante pesce
che si muoveva pieno di mistero
girando all'onda, sotto i miei occhi.
Complice, lui mi si avvicinò sicuro,
con me inabissò il piombo e l'amo
appena ricoperto d'esca puzzolente
e nell'attesa disse di chiamarsi Nino.
Quando a fatica raccogliemmo il filo,
tutti i colori di un pesce sfortunato
si dibatterono su quel cocente asfalto:
la prima mia donzella del Tirreno. 

In cruna d'ago
Per tessere la coltre mia migliore
con cui fasciarmi nel più freddo tempo,
in cruna d'ago resistente
passerò ogni ricordo
e uno dopo l'altro
li sfilaccerò fino alla noia
così che niente perda,
neanche i grigio scuri
che fino ad ora
ho scelto d'evitare.
Perché?
Perché mi sono accorto
seppure troppo tardi
che tutto é necessario
avere addosso,
dal più azzurro dei mantelli azzurri
a prima pelle
che copre ancora il cuore.

Caro destino
Caro destino,
se succede di scrivere a qualcuno
che non conosco, se non é di fama,
questa scrittura piega e si colora
al garbo che in questi casi impera.
Ti chiederò dove ti trovi ora,
se il tuo viso é corrucciato o no,
quale sorriso accendi la mattina
e quanto vale un cenno su di me.
Per non rischiare troppa confidenza
dovrei smettere di darti questo tu
ma gli anni che hai contaminato
sono già tanti e quindi rischio un po'.
Sarò gentile ma, nel frattempo, tu
non t'intromettere domani e dopo
nei sogni che vorrò fare ancora
nei quali cerco amore e amore do.
Ti prego, tu che non sai chi sei,
non disturbarmi in quelle belle notti
che mi vedranno da aspirante eroe
vestire vita di leggenda e mito.
Non presentarti come avversa dama
tra le pedine che allora muoverò.
Lascia vuota una casella bianca
dove assestare l'agognata sfida.
Quasi tuo,
Aurelio Zucchi

Non solo di ricordi
Con te accenderò i motori
e sbriglierò il tempo condottiero.
Darò il via a quello andato via,
all'oggi, da capire in fretta,
all'altro che aspettiamo ed è già qui.
Ci fermeremo ai primi anni,
a quando senza giochi giocavamo,
agli occhi delle nostre madri
che disegnavano per noi speranze.
Dinanzi al mare sosteremo un po'
per domandargli perché lui solo
non cambia al cambio dei domani,
rimane azzurro come lo vogliamo.
Ci rivedremo innamorati a tutta
con le carezze equilibriste in mano
e gli occhi, gli occhi dati in dono
a mille capriole appassionate.
Arriveremo poi a questi giorni,
le nostalgie più dure delle pietre,
e guarderemo il mondo attorno
sperando d'essere cresciuti un po'.
Specchi e guerre schiveremo
per un perimetro d'amore vero
nel quale coltivare il bel giardino
con semi d'ulivo, fantasia e affetto.
Affonderemo nei tramonti estremi
e attenderemo le albe che verranno
riempiendo all'orlo l'ultime ore
di quanto ancora noi vivremo,
non solo di ricordi.

Quando sognavo io
Che manna, ragazzi!
Quando sognavo io, all'età vostra,
mi ritrovavo in una bella festa,
in mezzo a donne invero troppo donne,
vestite sol di petali di rose,
gli occhi di mare quand'é vero mare,
bocche del rosso del calar del sole.
E cavalieri, cavalieri stolti
che mi guardavano stupiti tutti,
con le camicie inamidate ad arte,
i papillon più neri della pece.
Allora, al centro del salone a specchi,
una per volta invitavo dame
e accompagnato dalla grande orchestra
giri di valzer inanellavo a iosa.
Che nostalgia, ragazzi!
Adesso ch'io più non so ballare
mi piacerebbe nelle notti corte
riconquistare magiche pedane
per fare finta d'essere il più bello.
Dovrei, per farlo, indurire i ciuffi
per evitare che durante il sonno
molestino le bianche mie ciglia
e rompano il ritrovato sogno.

(Poesia dedicata alla poetessa Anileda Xeka come segno della mia gratitudine per avermi ospitato nel suo splendido blog)

Riflessi di luna
Stanotte è notte,
non le atre che la mia estate,
coprendo ogni sussulto triste,
ha fatto brillare sopra la testa.
Lo stolto buio vorrebbe ancora
lanciare qui palle d'inchiostro,
strane meteore a fare concorrenza
a certe stelle che ho visto cadere.
Un po' indovina, seppure per errore,
e, solo in questi casi, confuso mi ritrovo
smarrito nell'assenza di un sorriso,
traballante in onde sconosciute.
Ed io fermo e rifermo il cielo,
come una lancia gli trafiggo i fianchi,
sbriciolo nubi al pari di biscotti
e bevo infine riflessi di luna.

Appena finirà di piovere
Oltre i vetri della mia finestra
il cielo sta esagerando un po'
e, quante volte gliel'ho detto,
non deve lui proporsi comprimario.

Appena finirà di piovere
farò entrare l'aria in questa stanza
e spegnerò la lampada in salotto
sul quale ho sonnecchiato sveglio.
Da parte lascerò la solitudine,
sopra il lavello la caffettiera vuota
e, fischiettando mezzo pomeriggio,
un libro, aperto al primo capoverso.

Dopo, scenderò nella mia strada
ad inchiodare nuovi riverberi di sole
e alzando gli occhi io lo saluterò.
Appena finirà di piovere…
(Poesia dedicata a D.D.)

VI Edizione del Premio Belmoro (Poesia - Narrativa - Saggistica)
Premio "Poeta e scrittore dell'anno" (Reggio Cal. 9 Ottobre 2008)

Motivazione della giuria composta da :
Presidente Onorario Angela Ambrosoli Stilo (Critico letterario)
Presidente Teresa Calafiore (Poetessa)
Commissario prof. Francesco Idotta
Commissario prof/ssa Annalisa Locatelli
Commissario prof/ssa Francesca Neri
Commissario prof/ssa Giovanna Sergi Ferro
Commissario prof/ssa Maria Angela Sergi
Segretaria del Premio dott/ssa Daria Locatelli

Il poeta subisce il "protagonismo" del cielo che con la sua pioggia lo tiene sospeso nei desideri e nelle azioni. La malinconia chiude l'animo alla voglia di fare, il tempo sembra immobile e le ore passano svogliate. Ma il disagio della situazione presente é quasi una percezione subito risolta con inaspettata proiezione mentale. In modo originale e "controcorrente", in un mondo votato allo scetticismo, alla passività e alle facili conquiste, il poeta non rimane ancorato alla mestizia e alla solitudine, non patisce angoscia e disperazione, é già proiettato al futuro prossimo che porterà il bel tempo, col sole che illumina e riscalda, invita a uscire, a riprendersi la vita.
"Appena finirà di piovere/.....da parte lascerò la solitudine/.....scenderò nella mia strada/ a inchiodare nuovi riverberi di sole" , sono versi che hanno marcati richiami interiori: l?Autore manifesta il proposito di vivere coltivando l'ottimismo e il coraggio dell'impegno per costruire in crescendo l'avvenire.
Il "domani é un altro giorno" di "Via col vento" é declinato qui con lo stato d'animo positivo dell'attesa, nutrita della serena certezza che il futuro non deluderà le promesse.
La composizione contiene un messaggio bello e positivo espresso senza enfasi, con l'uso di termini abituali e col ricorso insistito agli oggetti quotidiani che non hanno funzione meramente descrittiva e realistica. Il poeta non vi indugia romanticamente né retoricamente, ma la loro rappresentazione, così come quella degli elementi climatici, la pioggia e il sole, rinvia a più ampi significati esistenziali.
Il ritmo piano, quasi prosastico delle quartine, la ripetizione, con intento assertivo, del verso centrale che dà il titolo alla poesia e la chiude, svelano un carattere di forte tempra che acquista valore etico e pedagogico.
Angela Ambrosli Stilo
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Dell'amore, secondo me.
Per caso, avete visto l'amore?
Oh Signore, devo chiedergli un favore!
Cosa dite? E' birichino?
Sì, lo so.

Se lo prendo lo strapazzo.

Non può esser che da sempre
giochi sempre a nascondino.
Ieri là, oggi qua, domani boh...
si traveste ma... é sempre bello.

Cerchiamolo, diamoci da fare!

Tu vai in quella direzione,
dai bambini con il lecca lecca in mano,
dalle madri colte al volo in un sorriso,
da quei figli che lo hanno propiziato.

Voi, invece, stazionate sotto il cielo.

E aspettate, aspettate buoni buoni
nostra luna con la scorta delle stelle
verso cui lucidi occhi, quattro almeno,
lanceranno tenerissimi sospiri.

Dai, non perdiamo altro tempo!

Qualche altro, dall'olfatto buono,
si immetta nel sentiero di collina
e controlli la freschezza tra i roseti
o i profumi delle primule odorose.

Forza, non restiamo imbambolati!

Quattro o cinque, coraggiosi,
per favore si dirigano pazienti
all'inizio dell'amplissima radura
dove udranno sol di guerra gridi.

Non si arrendano alla prima eco!

Specie là, la ricerca insista
tra una bomba e un'altra ancora,
tra le polveri delle vite ignare
o tra sagome d'innocenti in fuga.

Io dico che ce la faremo.

Quanto a me, sto per recarmi
nelle zone colorate, giù al mare,
e aspettando che m'arrivi l'alba
guarderò tra le pieghe delle onde.

Chi lo trova, avvisi gli altri.

Se lo prendi, quello è tipo che t'ascolta,
che si scioglie in mille pezzi e te ne regala uno.
Non prendiamoci la briga di rimproverarlo,
dicono che lui ha sempre ragione.

Magie
Molto prima che tu sia ricordo,
proveremo a soggiogare il tempo
muovendo guarnigioni di poeti
e schiere di reclute romantiche.

Intanto, tu, rimani bellissima
tra le magie di questo pomeriggio
depredato all'oggi del frastuono,
ignaro delle morse del domani.

Concederemo solo un'ora
per aspettare che la sera scenda
e incidere sull'imminente luna
le musiche di Muse conniventi

Cattureremo stelle e stelle
da detenere in celle 'sì robuste
che possano resistere nel tempo
alla malinconia che premerà.

Infine, sospenderemo il cielo
e certi angeli di mala volontà,
pronti a schiantarsi sui cuscini
al fine di regolar la sveglia.

Diploma di merito alla XII Ed. del Premio di Poesia Il Saggio (Eboli, 19/07/08)

Solitudini
Quand'é che tornerà la bell'estate?
Il blu sta ormai precipitando
su giallo ocra dell'autunno intorno.

Appena giù, l'eremo l'inghiottirà
e lo confonderà tra le speranze
che su di lui avevo mal riposto.

Intanto mi circondano i fantasmi,
bautte nere che s'aggrapperanno
per esser trainate fino al limbo.

Mi chiedo dov'è finita la gente,
quali parole è ora ad ascoltare
così diverse da codesto canto.

Mi faccio un po' di buona compagnia
guardando una vecchia locomotiva,
portando al naso una rosa finta.

Bramerei sorridere alla vita,
donarle il gusto che le ho sottratto
ma... vedo marciare solitudini.

Doccia
(poesia dedicata a GLO')

E'una doccia senza scampo
il fluire dei ricordi addosso.
Come l'acqua, inizia freddo
e si ha voglia quasi di scansarlo.
E' la paura del sentirsi vecchi,
troppo distanti dalla giovinezza.

Poi, col passare di un minuto
il tepore prende il sopravvento
alla stessa identica maniera
di ciò che senti sotto le coperte.
E' l'audacia del sentirsi giovani,
troppo distanti dalla vecchiaia.

Su di noi adesso scorre
un fiume verde senza misura
l'alveo del quale non conosce
argini e scogli lungo il cammino.
E' la bella tenerezza che ci coglie
quando crediamo di aver la vita in mano.

D'improvviso divento piccolo
Con la notte che m'insegue tosta
quasi fossi un esperto ladro,
io chiedo aiuto a Dio e ad altri
ripetendo all'infinito i loro nomi.

Mi tocco il viso e lo sento liscio,
poi i capelli, moltiplicati a vista
e gli occhi spalanco a dismisura
per non indurli al precoce sonno.

Nel buio rido, faccio fesso il buio
ed una luce quasi sempre uguale
si mette in mezzo tra le mie paure
e mi ubriaca, mi colora e... dura.

Con un così fausto soccorso
riporto indietro, quasi a spasso,
il tempo che nel tempo mi divora.
Il mio letto lo sto chiamando treno.

Sono un vigliacco o non so che cosa,
domani ristrapperò un senso alla vita,
solo che adesso, in questa lunga corsa,
io so di non rimproverarmi affatto.

D'improvviso divento piccolo.

Non ditemi niente
In questo buio che fuori non esco,
che pioggia incessante lo governa,
che vento da Nord tutto ghiaccia,
inclusa luna mezza e ardita,
vorrò sognare come da bambino,
nascosto nella trapunta azzurra,
la pelle a spianar la buona lana,
le mani giunte a toccar la gota.
Il fiato, addosso alle lenzuola,
al suo ritorno m'arderà la testa
e per un po' mi sentirò più vivo
sentendo battiti dimenticati.

Non ditemi niente, per cortesia,
che sono strano o chissà che cosa,
che domani è ancora martedì,
che la città bagnata non si ferma.

Non svegliatemi se sorriderò
a principi dai colori sgargianti,
a fate coi cappelli delle fate,
a giostre che non si fermano mai.
E, soprattutto, state immobili
se arriverò a toccare il mare,
a mescolarlo coi ricordi miei
e berlo fino ad ubriacarmi.
Vi prego, non fate altro rumore
che non sia il passo della notte,
specie quando incontrerò mia madre
per dirle che non dovrei svegliarmi.

Diploma di merito alla XII Edizione del Premio di Poesia Il Saggio (Eboli, 19 Luglio 2008)

Quando così dovesse lei arrivare
Col rischio di tritar le notti d'incanto
spuntate nel guado d'una lunga estate
o di un almeno promettente inverno,
l'alba fiammante aspetterò paziente.

Deve esser lei titana affezionata,
longeva al punto da soppiantare
mattino pomeriggio e sera insieme,
senza pietà seppur con rivelato garbo..

Ammesse dalla natura sconosciuta,
dovrà dotarsi delle strabilianti luci
che annuncino l'addio e per sempre
di tenebre puntualissime e assassine.

Quando così dovesse lei arrivare,
cancellerò di colpo mille paure,
di queste geometrie gli angoli acuti
che mai riesco ad allargar come vorrei.

Quando così dovesse lei arrivare,
diventerò il più infallibile dei pescatori
e senza esche e senza reti me ne uscirò
a catturare con le mani le mie prede...

La mia stagione
Ho visto i monti della Terra
da aspri tramutarsi in dolci curve
con i sentieri in ventre di collina
allungarsi fino alle più alte cime.
Di qua l'oceano rimpiccioliva
e assieme a lui ogni altra cosa dentro.
Cos'è accaduto nella mia stagione
io posso raccontarlo, oltre che a me,
a chi nei sogni cerca il nuovo
e dell'amore più non si accontenta.
Ascolta! In meno d'una sola ora
davvero il tempo non si vergognò
di fare tutto e il suo contrario esatto,
perfetto esempio di saltimbanco pazzo.
Così, notai ciò che da sempre voglio,
la neve rossa cadere sull'azzurro,
sì azzurro, il mare, per via del fatto
che mai follia potrà inventarsi altro.
Cadeva, la neve, ma poca per fortuna
di modo che appena giunta al suolo
si mescolasse in dose esatta e pronta
per l'officina di nuovi colori e forme.
Vidi la pioggia, la detestata pioggia,
come quando da questa mia finestra
io la vagheggio di consistenza scarsa,
punta di spillo in un'argentea tinta.
E cosa dire poi del vento,
ma non di quello che si conosce già,
bensì dell'aria che nel suo passaggio
sgancia carezze sul viso di chi incontra.
In altra rapida sequenza, la nebbia...
Lastra compatta, volle oscurare il brutto,
non solo giovinezza di droga devastata,
non solo litorali cancellati dai cementi,
ma anche i ghigni di chi intanto muore
dentro una vita dedicata al male.
Poi fu la luce a fare da protagonista
in ogni angolo del nuovo microcosmo.
Fermò i suoi raggi sulle prime rughe
della mia fronte, rivolta alla sorgente.

Dedicata a Daniela Procida

Non avevo mai visto una fata
Non avevo mai visto una fata,
fino a ieri.
Da bambino me l'ero immaginata,
come tanti,
un po' sul genere della turchina.
Niente male
l'assolo di bacchetta sulle dita,
occhi verdi.

Al primo nodo di cravatta azzurra,
diciottanni,
nel corpo di un amore la cercai
e nell'anima,
Poi, quando la denudai al sole,
piano piano,
guardai solo una ragazza bella,
punto e basta.

Non avevo mai visto una fata,
fino a ieri
quando, il mare ed io incavolati,
lui mi somiglia un po',
in un tramonto forse d'altri tempi,
lei arrivò.
Se ne usciva stanca e a testa china
dalle onde :

" In questa sacca per te ho raccolto,
con fatica,
tutti i sogni che ancora devi fare,
proprio tutti.
Li ho disincagliati dai coralli,
uno ad uno,
per sottrarli ad orrendi pescecani
Dimmi grazie.
Adesso dammi la colonia antica,
per favore,
e dopo il caldo bagno e un bacio,
uno solo,
mi vedrai sparire in compagnia
del sole.
Non piangerai in questa notte tua,
l'alba verrà.
"

Com'è che pregherò?
Quando ci lasciasti la miglior preghiera
e mani al Cielo indicasti a Chi era rivolta,
io ero forse un po' distratto, un po' così…
La Luce fu più capace delle Tue parole.

Da allora, nulla ho imparato per salvarmi,
neanche l'ansia di tramutarmi in sonno
lungo i prati spettinati dalla Fede incolta
o nelle mille arene della città smarrita.

E' freddo, l'uomo, dinanzi al Tuo progetto.
Divide terra come pingue torta, a spicchi.
Di qua una guerra brucia, di là un'altra pure
e nell'impazzita crema, paradisi improbabili.

Allora, com'è che pregherò la volta in cui
l'ultima pace starà per vacillare anch'essa,
quand'anche, in casa mia, il dubbio monterà
e il centro del mio cuore sarà solo carne marcia?

Avvertirò paure 'sì atroci da non avere poi
nemmeno il tempo di ricredermi nel Giusto.
Non mi accorgerò di cieli che s'abbasseranno
ad ingoiar peccati e bocconi misti a fiele.

Dovrò ricominciare a carta di Vangelo,
prestare gli occhi alla Tua Croce inevitata,
riabituarmi a Dio, alla speranza, al credo
e ritrovar la giusta rotta per la retta via.

Allora, com'è che pregherò la volta in cui,
Santiago in mezzo al mare, mi sentirò perduto?
La supplica per l'ultima pietà non basterà.
Basteranno le mie fredde mani giunte?
3^ classificata al Premio Letterario Embrice 2008
Diploma di merito alla XII Ed. del Premio di Poesia Il Saggio (Sezione religiosa) Eboli, 19/07/08

Aforisma Aur-23
Presunzione
Le volte che in una poesia leggo musica,
mi sento autorevole direttore d'orchestra

Vorrei vedere il vento
Vorrei vedere
in faccia il vento,
chiedergli
da quale culmine si lancia
quando. criminale,
maltratta il mare
che come me
desidera la calma.
La raderò al suolo,
quella vetta!

Io ti troverò, mio Signore.
Cos'è che mi allontana dalla via?
E' il rumore del millennio in testa,
la vetrina illimitata di me stesso
o il sibilo di peccati che non sento?

Tra le nebbie ingannatrici del mio tempo,
lungo i sentieri di montagna silenziosa,
sui verdi fianchi della collina antica
io ti cercherò, mio Signore.

Dovessi percorrere chilometri di ansie,
dovessi spalancare questi occhi chiusi,
dovessi riaccendere il cuore di bellezza
io ti troverò, mio Signore.

Testo vincitore del Premio Internazionale di Poesia Il Saggio
XII Ed. Sezione religiosa (Eboli, 19/07/08)

La via del ritorno
Per imboccar la grande via
organizzai il grande evento
con calma, nei minimi particolari
e mi equipaggiai di tutto punto.
Ai piedi un paio di superga blu,
di quelle che una volta indossavo
per rendere più agile il percorso
e darmi un'aria di quasi giovincello.
Con me portavo i sandali di vento
da tirar fuori nelle discese a raso
ma anche i due drastici scarponi
nel caso di intemperie e fango.
Ben ripiegato come un fazzoletto,
in una sacca sistemai il mantello,
un logoro mantello tutto azzurro
dai principi di solito indossato
e ahimè caduto ormai in disuso
per colpa delle nuove vestizioni
che l'uomo fanno uguale all'altro
di fronte a donne che di fata.......
Così, tra un'ansia e due sorrisi
m'incamminai per l'improbabile
fantasticando di arrivare lesto
alla mia meta, alla razione da ingoiare.
Scansai i volti d'ancora poco conto,
persi del tempo ad animar ricordi,
mi soffermai con le persone care
e riconobbi qualche vecchio amore.
Poi ad un tratto mi bloccai
davanti ad un cartello indisponente
sospeso tra la terra e il cielo
che a chiare lettere 'sì recitava:

DA QUI IN POI NON BASTA IL SOGNO!
VIETATO ATTRAVERSARE IL TEMPO
A MENO CHE NON SI' E' ATTREZZATI
CON DEI MIRACOLI AUTORIZZATI!


Quale miracolo avrei potuto fare
se già il sogno io lo credevo tale?
E quando mai avrei poi afferrato
la giovinezza oltre quel confine?

Domani
Domani,
appena il giorno mi si concederà,
di buona lena svestirò il futuro
e piano, senza arrecargli danno,
gli sottrarrò ventiquattrore solo.

Domani,
quando alla notte mi riconsegnerò,
nella capiente e trasparente coppa
con cura verserò quanto accaduto
e agiterò la soluzione del passato.

In controluce,
osserverò effervescenze e posa,
sospiri che tentano la via di fuga,
errori sedimentati definitivamente
e, dell'amore, molecole impazzite.

Mi addormenterò
al ciao di due tre stelle amiche,
ne asseconderò amnesie e scintille
e al sorgere della mia alba muta
mi immetterò sulla scia del tempo.

Come il sole dopo la lunga pioggia
Come il sole dopo la lunga pioggia
così vorrei vederti spuntar dall'oltre,
da quelle oscurità giocate una ad una
per annerire l'allora colorato manto.

La vita intanto ha fatto un balzo,
dagli anni azzurri ad oggi un oplà,
e adesso è qui sdraiata e risdraiata
sull'unico divano che ora sopporta.

Chissà se il nubifragio tornerà
a rompere aria e fantasie di genti,
a rovesciare chilometri di oltraggi
e fare respirare antiche nudità.

Chissà se chiederà il permesso
a me che, giuro, non glielo darò
di trascinarsi anche questo sogno
di riabbracciarti tutta in un secondo.

a : .................@................com
Di dosso scrollerò le tue fattezze
che mentre scrivo mi vengono negate,
degli occhi e dei capelli i tuoi colori
che io non vedo mentre vorrei vederli.
Di te io cerco la calma o la tempesta
nell'atto in cui tra un lampo leggerai
di un mittente che ora andrà a scuola
per imparare l'arte della preveggenza,
enorme landa di un critico duemila.
Di me ti proporrò sguardi di carne,
una cravatta che non sta qui per caso,
questo sudore figlio di un'emozione
e la felicità di regalarmi almeno un po'.
Di questa e-mail ti arriverà l'avviso
e per oggetto avrà "poesia a ritroso"
ed alla fine tu memorizzerai
zucchi2001@tiscali.it  o forse,
chi lo sa, cestinerai con lesto clic.
Ma sappi che Zucchi è il mio cognome,
che 2001 non narra di odissee,
che @ non mi appartiene,
che tiscali.it può essere un bel niente,
che... anche un nome io ho.
Ridatemi il vecchio inchiostro blu,
un foglio bianco sul quale liberarlo,
un po' di fantasia che ormai s'è persa
e il senso intenso dell'appartenenza.

Domani rivedrò il mare
Mi chiedo come lo saluterò
se un po' cambiato io lo troverò,
se nuovi azzurri si sarà inventato
e soprattutto se mi riconoscerà.

Domani rivedrò il mare.
Sarebbe meglio alla precisa alba
quando la lunga notte scuoterà
e dei ricordi mi schizzerà l'acqua.

Vorrò parlare ancora a lungo,
con lui che tante volte ha ascoltato
i miei lamenti, i miei sospiri e altro
di quando accarezzavo idea di vita.

Dovrò assolutamente farmi bello,
magari ritornare ai miei vent'anni,
offrire il fianco alle sue basse onde
e aspettare che mi bagni, tutto. 

Aforisma Aur-51
Questione di articolo
Scusate!
Per un attimo, uno solo, avevo capito che
la politica fosse casta
non
"una" casta

A mia madre
Se il tempo la smettesse
di ricordarmi la tua assenza,
avrei più tempo di vederti qui
in carne ed ossa,
fianco a fianco.

Infilerei le curve del tuo viso,
riempirei i solchi della tua vecchiaia
e toccherei i cieli di quegli anni
come accadeva sempre,
quando tu mi sorridevi.

Da questa età che avanza
ti guardo e ti riguardo ancora.
Mi frusta a sangue, oggi,
la smania d'afferrarti tutta
ma neanche un lembo del vestito a fiori.

Se il tempo iniziasse
a fare rotta in quel passato,
avrei più tempo di rivederti lì,
in carne ed ossa,
fianco a fianco.

Se mi desse finalmente retta,
raschierei i miei errori
come quando, alla lavagna,
cancellavo i nomi dei cattivi
quando entrava la maestra.
 (Maggio 2007)

Cerco poesia in questo tempo strano
Cerco poesia in questo tempo strano
laddove so di non trovarla quasi più,
nei buchi tetri di solitudini taciute
o intorno ai tavoli dei bar, deserti.

L'assenza delle voci, non dico dei sospiri,
insiste lungo le strade ingarbugliate
e plumbei i volti sono ora diventati
nell'euforia della dura rassegnazione.

Qualcuno mi dica dov'è che son finiti
i caroselli dell'umile gente allegra,
gli svolazzi di certe innocenti gonne
o il blu immacolato dei vecchi jeans.

Metalli, argenti e bronzi e ori finti,
si sono sostituiti ai riflessi della vita
e splende il luccichio d'indegna vanità
mentre la terra geme, insieme a me.

Ridatemi il prezzo che ho pagato
per l'illusione di abitare in pace
un campo che confortevole credevo
e che invece inesorabile mi esclude.

Cerco poesia in questo tempo strano...

Brividi
Silenzio inverecondo regna
in questo micro tempo vincitore.
Ora che i brividi giungono al cuore
come se la felicità mai è esistita,
io dietro i vetri della mia finestra
vado sfaldando i resti dell'attesa.
Mi abbraccio, quasi innamorato
di ciò che non riesco a dimostrare,
dell'aria ingenua che mi ha pervaso
da quando bimbo credevo nelle fate.
Mi porto al collo un lembo di coperta
ma non del gelo tutta è la colpa.
Son brividi d'insana solitudine
che spossa e spossa più dei ghiacci
che spoglia la mia anima indifesa
e la trafigge, senza che sangue esca.
Mi coprirò e aspetterò la dolce luna
ma questa notte alle abusive stelle
intimerò di togliersi dal campo.
Non ho la voglia di legittimarle.

Lasciatemi solo
Lasciatemi solo
il giorno e la notte in cui
mi alternerò alla vista
dell'ultima mia insonnia,
del mio caffé perfetto.
Lasciatemi solo
coi piedi incastrati nello scoglio,
il mio foulard sette colori
da sventolare con rispetto
all'ultima alba che mi sveglierà
Lasciatemi solo
se i miei occhi voi vedrete
affondare nel sottostante mare
mentre concluso é lo sbadiglio
al primo affiorare dei colori.
Lasciatemi solo
nel corso del mio lungo mattino
indaffarato come io sarò
nella ricerca di un sorriso mini
o di un bambino che mi porge la mano.
Lasciatemi solo
durante il pranzo mio migliore,
fortuna, brio e malinconia
disposti a cerchio sul piatto
in mezzo al fico d'india da sbucciare.
Lasciatemi solo
se m'assopisco un mezzo pomeriggio
giacché non è che riesco a dormire
pensando già alla sera che verrà
o alla stella che s'accenderà per prima.
Lasciatemi solo
al primo vecchio lampione acceso
quando il suo cono risucchia la mia vita
e Icaro spettrale nella sua luce volo
per poi scagliarmi sull'asfalto nero.
Lasciatemi solo
al caldo plaid che voglio benedetto
e invece è così fredda la sua lana
che tutto il corpo addosso gli strofino
quasi che sia io datore di tepore.
Lasciatemi solo
quando alla fine è tutto a posto,
quando assomiglio ad un figlio
che ad alta voce chiama mamma
e ad alta voce si domanda dove sarà.
Lasciatemi solo
nelle mie ore del riposo atteso
quando tra un sonno e l'altro ancora
mi sforzo di sognare in grande,
di ritrovare le persone amate.

Aforisma AUR-101
Ingiusti contrappesi

Piange chi vorrebbe sorridere
e sorride chi non ha mai pianto.

Scriverò di te
Scriverò di te
quando l'estremo scalino azzurro
dietro di me perderà il colore
per frantumarsi sulla terra.

Giunto alla regione estrema,
mi sdraierò sul feto di una nuvola
e inizierò a girare il nastro
e ti vedrò a colori.

Scriverò di te
sulle sfere del nuovo ossigeno
e narrerò del nostro amore
e ti descriverò a colori.

Tutto ciò che in una notte accade
Esiste, il tempo dell'impossibile,
se, nel raccontar l'ultimo sogno,
io cado come sempre prigioniero
sull'amaca d'inafferrabile mistero.

Tutto ciò che in una notte accade…

rivedere gli occhi di mia madre.
Galoppare su di un cavallo bianco.
Escogitare trappole d'amore,
rifarlo con lei che accanto dorme.
Tornare a carta penna e calamaio,
scrivere versi per amare il mondo.
Sfidare drago uscendo vincitore.
Girare isole e cercar tesori.
Darsi alla luna come un ostaggio.
Mutarsi in goccia violando il mare.
Avvicinarsi al sole e non bruciare.
Riordinare stelle cieli e amori.
Parlar con Dio del giorno che verrà,
di quelli del passato e del futuro…

Tutto ciò che in una notte accade
non è il frutto di una bizzarria.
E' la speranza che mi fa un cenno,
è il segno che la vita ancora va.

(Poesia finalista alla VI Edizione del Premio Internazionale Albatros 2008 -
Pubblicata nell'Antologia "Passioni" di Edizioni Albatros
)

Parlami del tempo che verrà
Che dici, sarà ancora intatto
il pendio di cui t'ho raccontato,
quello della brullissima collina
dalla cui cima, di sasso a mezzaluna,
guardavo il mare nell'ora sua migliore?

Chissà se, specie di mattino presto,
ripercorrendo l'allor muto sentiero,
l'odor di gelsomino o di lavanda
continua intenso a provocare amori,
a firmare l'aria ancora di suo pugno…

Figlio del 2000,

parlami del tempo che verrà
ma senza dirmi, come sempre fai,
che da mo' che è cambiato tutto,
che il mondo d'oggi è un'altra storia
e chissà cosa diavolo diventerà!

Piuttosto, indaga in giro sui sorrisi
e porta due tre notizie confortanti,
baci vermigli dei nuovi innamorati
oppure, che ne so, avanzi di carezze
che madri e figli si sono barattati.

Poesia selezionata per essere pubblicata all'interno dell'Antologia
"POETI PER NICOLAS"

Messaggio impossibile
Caro Dante,
Se mai entrassi in Paradiso, prima ancora di vedere Dio vorrei riveder mia
madre.
                                                    Aurelio Zucchi
                                                   (Un tuo lettore)

Penultima scena
Dovessi una ad una ripercorrere
le strade levigate o ciottolose
del mio girovagar la vita,
raggiungerò quell'agognata meta
dell'essere stato compiuto uomo.

Rioffrirò il sudore di fredde
fredde notti trascorse in compagnia
di solitudini quasi matrigne,
di angosce perduranti almeno fino
al benedetto sorgere dell'alba.

Mi asservirò ad altre mille prove,
aggiusterò la mira dei traguardi,
concederò tutto me stesso ancora
a chi io amo e a chi non amerò,
a chi non amo e a chi io amerò.

Dentro la mia penultima scena
vorrò tre specchi attorno a me morente
perché in ciascuno mi rifletta a lungo
dolce bambino allegro ma non troppo,
adulto duro in balìa dell'onde e…

vecchio stanco d'esser vecchio.

Scavai nel cielo
Inginocchiato ai sogni da bambino
scavai nel cielo senza darmi tregua,
tranquillo prima o dopo di scovare
l'inizio di quel raggio che non vedo.

Mi piacque demolir fosche figure
formate da alcune nuvole in viaggio,
figure a guisa di dannati ghigni
che già all'avvio spezzano il sospiro.

Fu poi la volta della pioggia nera,
di quella che di netto disunisce
il vezzo di guardar lassù, in alto,
con la speranza di vedere il sole.

Toccai la ruggine degli uomini
che mai la diluiscono giù in terra
e al contrario l'affidano al futuro
per conservarla nell'aria maledetta.

Scavai nel cielo anche da grande,
armato più di quando ero fanciullo,
ma a malavoglia presi buona nota
che nulla nell'aria era cambiato

Ero mutato io, l'uomo dei sogni,
che del bambino non ho più la stoffa,
pietrificato nella certezza stolta
di alterare il mio assegnato fato.

Di me inabile poeta
Di me, ginnasta dell'anima,
a chi mi ha intravisto lascerò
saggezze che mi son mancate
e la speranza di poterle detenere.

Consegnerò quest'arma adoperata
per far emergere dal cuore amore,
qualunque amore in tal maniera
ancora allora si potrà chiamare.

In un cassetto potreste ritrovare
i resti di primitivi miei castelli,
tracce di sabbia profumante mare
e debole brillio di monete antiche.

Sparita la coda della curva vaga,
al cielo affiderò l'ultima malinconia,
gli ruberò l'estrema voglia di vivere
e la incastrerò in rughe assassine.

Se inosservati non si passa,
di me, di questo inabile poeta,
spero qualcuno osserverà
di aver con tutto me stesso provato

a stabilire un ingenuo patto
tra quelli che la vita mi ha regalato
e me che lascio di me questo verso:
un mero rigo di perdono e pena.

Questi silenzi tuoi
Potessi tu riuscire a piangere,
dalle catene a liberar dolore
in una sorta d'insolito boato
dal quale uscire infine vincitore.
Invece vedo che rimani uguale,
ascolti la dannosa cantilena
che tra un sospiro e un altro ancora
invita a non manifestare pena.

Per quale e quanto tempo cresceranno
questi silenzi che hai sancito?
Falli sbocciare tutti a dismisura
in forti petali di lesa maestà
verso chi non vuoi proprio ferire,
verso chi tieni nella matrioska
per conservarlo inalterato, uguale
a quando forse ti voleva bene.

Fondi di valige
Stradina prende il via dal centro
e più di me verso l'ignoto corre,
groviglio di percorsi ed esperienze
che mai e poi mai riesco a dipanare.
Se alla fine del sentiero duro
c'è da abbracciare eternità,
sui fondi di valige che mi porto
io poserò per primo il primo bacio,
la copia originale dei miei occhi
ma sol di quelli offerti agli altri
nei rari istanti in cui sono felice
o quando, muto, parlano per me.
L'amore? La prima cosa da salvare
ma dimmi tu di quale amore parlo.
Di mia madre che sapeva amare?
Io non lo tocco, eterno lo è già.
Di donna che non sapeva amare?
Lo so, quello ha bisogno della sorte.
Di figli cui ho insegnato a voler bene?
Lo so, devo aspettare fino alla fine...

Io amo come so
Io amo come so,
con tutto me stesso,
con tutto ciò che credo tutto
e poi mi accorgo d'esser niente.

Io amo da bambino,
da quella volta che mia madre
sopra piatto d'opacizzata latta
mi offrì la vita d'oro e argento.

Negli anni poi non ho smesso,
ho indossato i panni del dimesso,
ho urtato gli spigoli taglienti,
ho ingoiato qualche amore assente.

Io amo come so.
Non vendo cuore per un cuore,
non apro l'anima a comando
giacché prima di avere do.

Ma non prendetemi sul serio.
Scendete giù dai falsi troni,
aprite il vostro ancora cuore
e deliziatemi d'affetto.

Il mio respiro impera
Dovrò decidere se sentirmi piuma
ormai affidata a crinale d'onda,
oppure onda stessa che ora alza
ora abbassa la superba cresta.

Il mio respiro impera,
annulla il tempo quale che sia,
fa schiava questa pelle calda
che a comando si distende e stira.

Il buio, aperti o chiusi gli occhi,
non cambia d'una virgola nuance
mentre mi accorgo che di lui
da parte ho messo ogni paura.

Poi, del respiro, perdo l'ascolto
al primo prillo del cuscino,
al colpo di tosse intempestiva,
a un idiota attacco dei pensieri.

Nella mia gara contro il sonno,
ancora prima che io perda,
tento e ritento d'essere solo,
di risentire il suono di tamburo.

Tra poche ore, rasoio in mano,
non mi ricorderò d'aver fissato
né in una lacrima né in un sorriso
l'istante in cui sul serio vivo.

Prospettive
Si spostò su un altro alto ramo
e nello sfondo io più non vidi
tra mare e terra la linea di confine,
siglata dalla u di una coda nera.

Così me ne restai un po' paziente,
guardai la rondine e l'altro oltre,
un' accozzaglia di comignoli d'argento,
di finte tegole e di rizzate antenne.

Pensai così alla poesia e alla realtà
l'una dall'altra a solo qualche metro
ed ebbi un gran sussulto di stupore
poiché le ho credute sempre fuse.

Quale era la giusta via di fuga?
La linea retta contesa dai due azzurri
o quella gibbosa d'ogni santo giorno?
Un batter d'ali me le mischiò…

Parlami
Quando vedi la luna maculata,
palla tra palle di nubi antracite,
distante da me oltre il normale,
parlami perché ne ho bisogno.

Se il mare più non risponde
al minimo cenno di un abbraccio
o l'alba tradisce il migliore intento,
parlami perché voglio ascoltarti.

Guardando il nostro luna park
non arriverà la musica del gioco
o lo schiamazzo di un bambino re.
Sono io che ho spento tutto.

Ho consumato notti promettenti,
le ho imbrattate di colori assurdi.
Ho cadenzato stelle al mio capriccio
ed ora, credo, è meglio non guardarle.

Ho spinto il cuore in un dirupo
e adesso cerco di recuperarlo
mentre freddo pioggia e vento
fanno di tutto per scoraggiarmi.

Quando non voglio essere solo
Quando non voglio essere solo,
dall'alba tutto mi è concesso,
mattino pregno di colori sfavillanti,
pomeriggio da non sprecare in siesta
serata in blu da archiviare tardi,
notte ruffiana per sperare ancora
fino all'ultimo degli utili secondi
che testimoni d'averci riprovato.
Poi, nell'ora inevitabile del sonno
odo il grido che io avevo nascosto
tra le anse di quel lungo respiro
che ora è tradito e me ne accorgo.
I silenzi allora si fanno coraggio,
girano intorno alla speranza bella,
e come infallibili predatori odiosi
la conquistano, tutta la sbranano.
Schegge di nero sgambettano
nel petalo tronco della luce amica
di questa abatjour anch'essa sola
quando la spengo insieme all'attesa.

Universo blu
Chissà come faranno,
le scie di alcune stelle,
a disegnare forme d’eterno!
Le vedo quando son felice
e allora quello è il momento
in cui tutto mi affido al Cielo.

Sognai le stelle
Quante orme!
Poi, m'inginocchiai
sull'ultimo centimetro d'asciutto
per catturare la curva dell'onda.

Quanti sogni!
Invece, scarabocchiai
il primo tratto di futuro
immaginando l'uomo che non ero.

Quanta vita!
Così, m'addormentai
al suono falso di sirena stramba
per scopiazzare Ulisse ed altri eroi.

Quanta gloria!
In verità, sognai le stelle,
le stesse sopra la mia testa,
e contemplai la notte danzatrice.

Quanti passi!
Ballava sulla pista dei miei anni,
apriva i suoi chiarori allo scirocco
ma, non a me che li aspettavo.
2007

Azzurro trasparente
E adesso state ad ascoltare
che cosa mi è accaduto oggi,
il sole d'alba muta che sfondava
un cielo mai visto 'sì sereno.

Avevo smesso di guardare fisso
le onde calme stiracchiarsi tutte
quando i miei già vispi occhi
posare li dovetti sulla spiaggia.

Una figura azzurro trasparente
intenta era a radunare armi,
essenze e creme d'ogni varietà,
cuori di pietra e muscoli a gogò
in un falò a ridosso della duna
senza chitarristi improvvisati,
privo di amori da innamorare
e di brillanti stelle testimoni.

Mi accostai molto incuriosito
e, giunto ch'ero al suo cospetto,
il mare dietro di me in apnea,
gentile, gli domandai chi fosse.
Sparì, l'anello dal mio lobo…
Lo vidi sciogliersi nel grande fuoco
in mezzo all'ultimo Manuale,
quello d'oggi dei valori nuovi.

Ora che sapete questa storia,
di certo tutti vi domanderete
chi era quell'azzurro trasparente.
Vi dico che rassomigliava a Dio!

(Poesia pubblicata nell'Antologia "Le 100 poesie più belle della religione cristiana" - A.L.I. Penna d'Autore 2008)

Chissà
Chissà se basterà una vita
per dire poi d'averla ben vissuta,
per conquistare una solitaria rosa
che primeggia nella valle più sperduta.
E il mare, benedetto sia il mare,
siamo sicuri d'averlo visto tutto,
da quello tutti i giorni sotto gli occhi
all'ultimo, incastrato non so dove?

In più, da conteggiare c'è l'amore,
l'amore senza sosta dato agli altri,
l'amore meno frequente ricevuto
e altri, di cui non s'è capito niente.
Sarà difficile averlo abbracciato tutto,
da bimbo in culla che ci ha sorriso
a donna donna che noi avremo amato.
a Dio, lasciato un po' così in disparte.

Potessimo disporre d'altro tempo,
vedere con ritardo l'ultima ruga,
rimetterci a giocare a principi e fate,
intingerci nel blu di nuove favole.
Favole? Qual'è che ci racconteremo
quando per noi sarà arrivato il giorno
di fare finta di dormire una notte
mentre la morte invece è sveglia?

Vibrazioni
Ascoltai le grida di mia madre,
lei in alto,
quasi in due piegata
sulla ringhiera smunta del balcone
della nostra caldissima cucina.

Avevo dato l'ultimo calcio
ad un pallone grasso di speranza,
a uno scottante pomeriggio
regalato ad un cortile
affollato di sudori e vetri rotti.

Vieni su o scende giù tuo padre,
lei mi gridava a squarcia gola
mentre il sole assassino
già da un'ora non vedeva
l'ora di morire per un po'.

Ero al centro del teatro degli olé,
mani ai fianchi
in attesa di chissà che cosa,
del rifischio di un qualche signore
che si offrisse ad arbitrare ancora.

Vieni su, pasta e patate è pronta,
lei mi gridava a squarcia gola
mentre intanto un'atroce gioia
mi piegava agli anni verdi
che più verdi non si può.

Cari amici, oggi son qui
in compagnia di questi versi
che vorrei capaci
di decifrarmi la bellezza dei miracoli,
di far sentire fragorose vibrazioni.

Se tu mi ami
Se tu mi ami, spogliati!
Leva i capricci non congeniali,
quell'aria tutta da buttare in aria
e getta nel cestino i falsi rossori.

Se tu mi ami, dimmelo!
Parla senza paura di sbagliare,
del mare che ancora non t'ha vinto
del cielo che non vuoi afferrare.

Se tu mi ami, ascoltami
quando ti parlo dell'amore,
di onde sulle quali navigare,
di stelle dove ti vorrei portare

Se tu mi ami, baciami
come nei sogni dentro letti sfatti
quando cercavi principi azzurri
tra i quali scegliere il più azzurro.

Se tu mi ami, amami!
Accoglimi fin dentro la tua anima.
Ti giuro, la visiterò con attenzione
per essere sicuro di tornare.
1980

L’unica volta che vorrei morire
L’unica volta che vorrei morire,
la sola volta che mi abbandonerei,
è quando, mare cielo in quarantena,
mi sento fesso, stravinto dal dolore.
L’ora in cui le albe indietreggiano
e le polveri confondono rugiade,
gli ultimi occhi d’una bella donna
scompaiono dietro gardenie finte.
Ed io che la bellezza ancora cerco,
io mi nascondo nei colori resistenti
di un rinascimento che non torna,
di un Arlecchino ahimé piangente.
Aiuto, genti, accorrete in mio aiuto,
schiudete queste stanche palpebre,
abbeveratemi d’ossigeno di vera vita,
fate in modo che respiri nuovamente.

Come zucchero leccato in una latta
Le ombre della notte sfortunata,
che il sole minaccia ed ancora non è alba,
scappano nei fumi dell’Eden e del rhum di Giamaica.
Rimandano la sorte e vestono il cuore.

Il nuovo Adamo vuole il buio,
che come neve copra i polsi e l’aria guasta,
e mette a fuoco il nodo di cravatta e gli occhi.
Si tuffa in un caffè e scansa i chiari specchi.

Il giorno nuovo spinge tutto e tutti,
e tutti a dare cuore e testa al nuovo giorno.
La vita, l’amore e la morte, quelle giuste,
ripetono il rito dell’antica usanza.

Lunga è la strada da percorrere.
Il pane della felicità è sempre lontano
e lungo la strada io l’annuso, l’assaggio
e quando mai l’inghiottirò?

Mi resta, infatti, sulla punta della lingua
come zucchero leccato in una latta.
Può bastare, intanto.
Attendo da millenni, assieme agli altri.

La strada della luna
Il sole ha completato il lungo turno
e già in disparte da un po’ s’è messo
per dare cielo alla strada della luna
per dare accesso a chi si innamora.
La dolce sera mi è sempre più vicina,
si posa senza danni sui tuoi grandi occhi
si sdraia lungo i fianchi della nostra ora
e chiede solo d’essere vissuta tutta.

Infallibile
Fortuna che ti vedo, bella mia,
che ti dimeni in lungo e in largo
quando vorresti scavalcare il tempo,
reclusa e viva in quel labirinto
dove la luce è figlia della notte.

Meno male che io però t’ascolto
nascosta tu tra battiti di cuore.
Nei rumori della strada ascolto
un fracassato pianoforte a coda
che non s’è arreso e suona ancora.

E nutro la speranza d’annusarti
lungo sentieri senza i roseti
dove l’aria è ferma, immobile
nell’attesa di un po’ di vento amico
che spazzi silenzi e mi spettini.

Non importa se come grande diva
mi fai sognare e poi sospirare.
Ora so che non sei infallibile
come la morte sorellastra tua,
ma duri di più, vita monella.

Tele
Balsami, profumi e balocchi
devono avere adesso nuovi siti
per celebrare al meglio i fasti
di bellezza che non va dispersa.

La città dove tutto si confonde
dia spazio ai metri quadri dell'amore,
al fascino dei suoi segreti,
ai prati incolti dei bambini d'oggi.

In questo tempo che massacra le ore
e malandrino sfiora i cuori seducenti,
in questo tempo di presuntuoso millennio
rischiamo di morire vivi, di dimenticarci.

I colori, ammuffiti nell'indifferenza.
Le beatitudini, cancellate dalle agende.
Le macchie dei pittori preferiti scolorano
eppure continuano a mostrarmi visi di vergini.

Il mare, il cielo e l'albero di ciliegio
sono ancora splendidi, immobili primati.
I veli d'infinite madonne vorrebbero aliti
non gli occhi della morte e dei gettoni d'oro.
2002

Vorrei essere mia madre
Vorrei essere mia madre
vestita col vestito a fiori,
le mani ogni momento calde,
sorriso a tutte le occasioni.

Con i suoi occhi poi vorrei
guardare me in ogni età,
dai pantaloni ancora corti
ai pantaloni ancora lunghi.

Ora ch’è presente e non,
vorrei essere mia madre
perché dal punto più remoto
io lei possa accarezzarmi

Smanie
Smanie di rivoltare il mondo,
di aggrapparsi a spigolo di luna,
di esser dei più belli il bello
mandando a quel paese la sciagura.

Voglie di bagno in cioccolato caldo,
di fianco dame ricoperte di velluto,
il seno che appena appena sporge
al suono antico d’inatteso cembalo.

Brame di conquistar le terre linde,
di agguantare in un sol colpo mare,
rinchiuderlo nel prepotente pugno
ed aspettare che ridistenda l’acque.

Sarà, la vita, un nuovo tipo d’aquilone?
Di qua e di là non obbedisce al vento,
di brezze a volte reinventa il senso
e va, sconsiderata va, ad evitare morte.

Aforisma

Cristina Bove
Per chi fa poesia basta un po’ di ispirazione e un’abile penna.
Per chi è poesia, non serve nulla di tutto ciò ma solo un cuore che si ritrova già

Rinascerò
Capelli biondi ed occhi azzurri no!
Va bene tutto ciò che m’appartiene,
un corpo adatto alla sopravvivenza,
un buon respiro che promette e basta.

Rinascerò in una modesta casa
avvolto in panni bianchi d’altri tempi,
dal dolce amore di mamma Cesira
sotto lo sguardo di un padre patriarca.

E crescerò tra un terrazzo e il mare,
un grembiule azzurro ed un panino,
una preghiera la domenica mattina
ed il buon ragù, cotto per ore ed ore.

Cambiatemi però un po’ di cuore,
dotatemi di quella poca cattiveria
che, brutta quanto una notte scura,
mi aiuti a scavalcare sofferenza.

Rinascerò nel mezzo d’alba antica
il mare a dire non mi cambieranno,
il sole a escogitare un buon sistema
che fermi il tempo al dolce tempo.

Cambiatemi però un po’ di cuore,
fate che indenne superi gli inganni,
non permettete che io perda gli anni
a ripensare al mondo mio migliore.

Goccia di goccia
Goccia di goccia, simile a stilla
che si appresta a baciare il viso,
è per me un tuo silenzio rotto,
l’attesa vibrazione delle labbra
nel tentativo d’essere sorriso.

Un giorno vorrò chiederti davvero
dov’è che hai riposto il cuore,
se lo hai depositato intatto
per il timore di mostrarlo al mondo,
di dargli voce a chi l’ascolta.

Goccia di goccia sarà il risveglio
da quel letargo dove questo amore
non ha trovato branda all’angolo
su cui sdraiarsi nella dura attesa
di accordarti con la mia musica.

Eroe, no
Sbadigli lunghi e complici un po’
di quel sentirmi per una volta utile
e tempo da consumare in bella fretta
tra i rossori che mi avvinghiano.

Quando la scena sarà passata
rientrerò nei miei soliti ranghi
dimenticando come un ombrello
un resto di felicità che ho lasciato.

Mani e sguardi stanchi di attese
mi conquisteranno un’altra volta.
Camminerò guardando un attimo
e come sempre lo interrogherò.

Il sole non ti accecherà
Sì, vorrei vederti sorridere
semmai la fantasia ti coglie
sveglia nell’iniquo sonno dei tristi.
I contorni delle colline dolci
sono ora più chiari del tuo tempo
Il sole, guardalo il sole matto,
per una volta non ti accecherà.
Il mare, quello che dici di amare,
può ancora replicare caroselli.
Adesso non perdere un istante,
scaglia nel tuo angolo remoto
le ansie prigioniere dei vortici
ed in beatitudine perditi,
senza di nuovo prender le misure
dagli intatti paradisi indocili.

7 febbraio 2008
Nel giorno
del mio compleanno
accetterò gli auguri veri
da chiunque avrà il coraggio
di non dirmi che il tempo passa inesorabile.

All'inverso,
festeggerò da solo
col rosso d'appropriato vino,
col blu di cielo o mare, fate voi,
col primo grigio dei capelli, se volete.

Comodamente,
me ne starò sdraiato
sul giallo del divano un po' sbiadito,
sul sempre verde dell'età che sento,
sul bianco notte dei miei tardivi sogni.

Di sicuro,
mi canterò un inno nuovo
o forse un'aria improvvisata
che prenda spunto solo dai colori
d'immense praterie che non conosco.

Nel giorno
del mio compleanno
mi farò una carezza tenerissima.
Andrò a conquistare le sontuose mura
che sbarrano la strada alla vecchiaia.

Schiuderò silenzi
Speranza in spalla, schiuderò silenzi,
famelici mostri in ossessivo girotondo,
e aprirò un varco nel non abbandono
per addentrarmi nella stanza del vuoto.
Sentirò l’inaudito mio flebile respiro
e dopo averne verificata l’esistenza
se sono fortunato qualcosa mi dirò
e scoprirò di nuovo la mia voce.

Potrò raccontarmi un pezzo di vita
o imitare i suoni che non ritornano.
Potrò ascoltare il motivo preferito
e canticchiarlo col brio che rimane.

Così facendo, naturalmente so
che non avrò cancellato le solitudini,
che non sarò di colpo diventato rondine
tra rondini che insieme fanno stormo,
ma almeno potrò dire d’avere rifiatato,
d’avermi regalato qualche minuto in più,
d’essere ben allenato e quindi pronto
nella lunga attesa che altri parlino.

Luci
Fiacco è questo cammino
sul rotto asfalto della stretta via
che dicon porti dritta dritta
a spiazzi di futuro promettente.
La buona volontà del sole,
sempre là sulle svogliate teste,
adesso sembra non bastare più
e stramba, inefficace, io sento
l'elementare filastrocca mia
che giorno dopo giorno accenno
di modo che chi capita al mio fianco
apprezzi i guizzi dei trasparenti raggi,
provi a giocare coi riflessi a mille
senza fermarsi solo a guardarli.

            Sole, tu che soltanto credi
            di scaldare terra e mare,
            sole, tu non sai e non vedi
            che colpi di magia sai dare…


Luci! Luci pazzesche e più potenti,
filamenti di amori elettrizzanti
in gran soccorso dovrebbero venire
qui dove il bianco si tramuta in grigio,
qui dove il grigio si tramuta in nero
e il nero infine prende il sopravvento.

A Nino Emme
Lungo la via del mio procedere
le belle vetrine mostrano niente
per chi va ancora a controllare
se gli occhi di certi manichini
somigliano a quelli degli umani.

Questo è ciò che accade a me
che amo intorno aver persone
che dicon solo le parole nette
che ascolto solo dagli amici.

Quelli che io vorrei a fianco
son sempre in combutta con il fato
Ieri , celati in germogliar di vita
Oggi, succhiati dall’oblio del tempo.

In questo tempo che mi definisce
ho già spuntato la lista dei ricordi
e quando arrivai a Nino Emme
io volli aprire un nuovo elenco.

Vi son trascritti i pochi nomi
di gente che non si può catalogare,
di cuori che continuano a battere
perché il mondo sia migliore

Quel che resta
Ancora molta strada sarà fatta
per giungere sveglio al nero slargo
dove le cose non avranno forma
e sogni, solo sogni resteranno.

Nell’attimo di quel triste distacco
chiari conti chiederò alla Vita,
la lista, per esempio, dei ricordi
che nel frattempo senza soste aggiorno.

Effettuerò così il pagamento
degli arretrati errori e inganni
e quindi, io non potrò evitarlo,
salderò cento carezze omesse.

Presenterò però la nota spese
per quella serie di pene e condanne
stese su letti dai silenzi sfatti
e mai del tutto ahimé sanate.

Il saldo netto sarà la nuvola
racchiusa nella coda d’una stella
predestinata a cadere in terra
perché qualcuno tutta la raccolga.

Tra l’irritante polvere di cuore
rinverrà i refrattari sospiri
che l’ostinata voglia di vivere
spingerà lassù, nell’ultimo cielo.

Anima e corpo in ginnica tenuta
Hai mai provato, figlio mio,
ad inseguire il veloce tempo
in modo da non perderlo di vista
neanche quando improvvisamente
imbocca la più stretta delle curve?
A tallonarlo, senza alcuna tregua
fino al preciso punto d’affiancarlo ?

Io sì, nella continua corsa,
anima e corpo in ginnica tenuta,
col travagliato sogno del campione
che tenta la sua migliore impresa.

E hai mai provato, figlio mio,
a superarlo, il veloce tempo,
ed esser tu a fare l’andatura
coprendo a ritroso il tragitto
ed esser tallonato senza sosta?
A mantenere almeno una distanza
per essere sicuro d’aver vinto?

Io sì, nella continua corsa,
anima e corpo in ginnica tenuta,
col travagliato sogno del campione
che giunge infine alla sua meta.

Guarda d’oggi cielo, terra e mare
e scova tu, se ne sarai capace,
bellezze nuove da incastonare.
Ti aiuterà ad indossare vita.

Ma non dimenticare, figlio mio,
di riguardare cielo, terra e mare
e d’essere capace a scovar domani
bellezze antiche da cristallizzare.

Malinconie
La luce resistente della sera
rinvia le dolci mie malinconie
che, come prede in vista della fiera,
non vedon l’ora di guadagnar la tana.
Quando quest’altra lunga notte
ore sottrarrà all’imperfetta vita
e del liso giorno l’ultimo respiro
rimbomberà nei silenzi della terra,
io mi ritroverò di nuovo detenuto
dentro un tempio resistente al tempo,
il cui sagrato dei venerabili ricordi
mi ostenterà quadranti così pregiati
da non dover mai esser calpestati
ma sol guardati dal limitar dei bordi,
ispezionati in ogni singolare punto
per essere ammirati ad uno ad uno.
Sarà l’ora di nostalgie inamovibili
che del mio sonno non si cureranno,
che in sacro corteo avanzeranno
per reclamare un tuffo all’indietro.
Allora, poeta eccelso vorrò essere io
al solo scopo di sapermi raccontare
l’andata all’oggi ed il ritorno a ieri.
Sì, poeta eccelso dovrò essere io…

Accenderò la notte
Cos’ha il mare questa sera?
Neanche un segno di saluto,
intimidito come mai l’ho visto,
imbambolato nell’enorme vasca.

Sarà perché intorno è buio,
sarà la pioggia che lo seda
o forse è questo nostro amore
che stenta, stenta a decollare.

Di luna, poi, neanche l’ombra
quasi anche lei giocasse contro.
E poi, le stelle si sono estinte?
Maledizione, quanta iella!

Dovrei adesso essere mago,
provare a sistemare tutto
mentre frattanto un lungo bacio
mi aiuta a guadagnare tempo.

Accenderò la notte
con i sorrisi che saprò rubarti,
lanciando in aria i riflessi
dei tuoi meravigliosi occhi

Lascia cantare la mia speranza
I fiori che ti porgo
con la mia premura sciocca
non sono per omaggio alla bellezza
né per mostrarti un sintomo d’amore.

Lo sguardo che ti porgo
con qualche ansia in più
trascini ai tuoi piedi le antiche pene
e al tuo perché le nuove paure.

Se ora ascolti le mie grida,
non aprire il tuo sorriso amaro
in un’amorfa smorfia nera
e lascia cantare la mia speranza.

Accogli le rose che ho sottratto
alle narici d’una donna ignara.
Annusa il retrogusto della vita
e per un istante scopriti inutile.

Poi, rimani ancora più lontana
e non seguire presto le mie orme.
Assaporo tardi le gioie della vita
ed oggi ti rifiuto, o morte…

Quand’è?
Dorme,
dorme come un ghiro
l’idea di abbracciare tutti il mondo,
d’intervistarlo a fondo a tutte l’ore
e condividere con lui almeno un sogno.

Io,
in questo inizio di millennio,
sempre a vedere una marea di gente
che inflessibile guerrier s’attarda
a toglier la corazza indisponente.

Quand’è?
Quand’è che riapriremo
affetti e interrogativi punti
per dar risposte alle domande,
al subbuglio d’imbalsamati occhi?

Icaro 2008
Di cera o di metallo, non importa.
Neutre o colorate, non ci penso.

A me preme che s’innalzino
appena un po’ di metri sopra noi.
Sì, andrò a riprovar le ali
appena il tempo brezza aggiusterà
e questa volta farò in maniera
che il volo duri qualche ora in più.

Dovrò vedere assolutamente,
dall’alto e per la prima volta,
le teste dei potenti della terra,
bagnarle di quella santa pioggia
che arriverà invocata ore ed ore
perché quest’ aria sia più pulita.

Sì, andrò a riprovar le ali
appena il tempo brezza aggiusterà…

Cieli
Cieli,
per giorni e giorni uguali,
svogliate e inaffidabili chimere,
quando l’unico colore percepito
è un fondo di cravatta da indossare.

Li ho visti,
aprirsi insieme in sincronia
coi fuochi di sorrisi da me appiccati.
Ricordo ben d’averli anche indicati
a donna amore che mi stava a fianco.

Li ho visti,
dall’alto dei vent’anni,
vincere nubi e relegarle all’angolo
come educande offese ed umiliate,
mandate in fretta dietro la lavagna.

Cieli,
che, incazzati, chiudono i battenti
e grandi e grossi si fanno metter sotto
dal primo cenno d’ingarbugliata pioggia
o dal malessere di questo loro figlio.

Li ho visti,
poi, rompere ogni plumbeo assillo,
apparecchiar la festa sotto il sole
nel cuore d’attimo di mia felicità sublime
ed invitarmi a prender posto al desco.

Cieli,
malinconie d’azzurro smascherate,
che a farsi belli pelano le stelle,
che scippano la luna da dietro le montagne
per obbligarmi alle romantiche manie.

Silenzio! Si gira…
Silenzio! Si gira…
in questo freddo tempo,
nel ventre di piazze imbambolate,
a piene luci e via, le città tristi
come i volti che vi guizzano.
Silenzio! Si gira…
tra risate senza sorrisi,
in spalla all’ubriaco della notte,
prendendo a calci birre rotte,
passando muti davanti a quei negozi
che ancora insistono ad esporre
bellissime bambole in vetrina,
trenini colorati coi vagoni in legno,
cravatte e sciarpe senza firma.
Silenzio! Si gira…
guardandosi le spalle,
neanche fermandosi a inseguire
il breve e promettente bacio
tra due ragazzi che dell’amore
ancor non sanno niente, zero.
Come noiosi capitoli di storia,
quei due sapranno di balere
e d’albe e di tramonti e di colori
che non abbiam saputo loro raccontare.
In giro, se ne vanno
ma solo per unirsi ad altri cento
magari per scommettere su Marco,
se ha infilzato o no l’anello al lobo.
Silenzio! Si gira…
Anch’io mi muovo
però la prima a destra svolto
e torno a casa, tra le mie mille foto. 

Cerchiobaleno
Lo so, indiscutibilmente è troppo
ma per l’ultima tua abile mossa
é questo che già da un po’ ti chiedo.

Chiedo d’essere disposto al centro,
al centro esatto d’un cerchiobaleno,
equidistante dai suoi sette colori
e dalle seguenti spille da appuntare:

gli AFFETTI,
tutti mano nella mano.
L’ALBA,
possibilmente in mare.
L’AMORE,
travasato goccia a goccia.
DIO,
come ti vedrò all’istante.
La GIOVENTU’,
in tasca del mio jeans.
La LUNA,
in un oblò, se piena,
a forma di diadema, in altra guisa.
Il MARE,
possibilmente all’alba.
La PACE,
in scrigno inattaccabile.
Il SOLE,
tutto giallo in una bolla,
coi raggi disegnati da bambino.
le STELLE,
anche quelle sconosciute.
La SPERANZA,
come sempre, appesa.
Il TRAMONTO,
possibilmente a mare.

Un’emozione in più
Luna e sole finalmente insieme,
saldati ai colori nuovi del cielo
ed io che muovo il mio universo
al solo accenno d’un alto respiro.

E’ l’enne sogno, da me ordinato
in questo arpeggio delle lunghe attese,
l’acrobatica follia che saggio
guardando e immaginando altro.

Paziente, in questo tempo attenderò
l’arrivo della buffa pioggia a pois
che, blu d’acqua profumata in alto,
al suolo spiegherà il suo foulard.

Nel frattempo, al resistente amore
chiederò di farmi ancora bere
e, dovesse andarmi alquanto male,
il mare mi darà un’emozione in più.

Nessun rumore ferma il mare
Nella notte d’inverosimile bonaccia,
due metri due la curva d’acqua a riva,
solo l’odiato e troppo lungo treno
intralcia l’appartenenza al mare.

Dolcissime pause regalate al vento
che, almeno lui, non forza più di tanto
e un po’ nascosto ai margini di duna
assiste muto, in apparenza vinto.

Nell’ora a caso di dare la sbirciata
alla scogliera, al gozzo e alla mia vita,
in mezzo mi si mettono binari maledetti,
inopportuni intoppi nel cuore della festa.

Su fianchi di rotaia, ahimé, scintille,
pruriti insopportabili di malate memorie.
Fortuna che quest’acqua poi le spegne
giacché nessun rumore ferma il mare.

Se mai andassi all’incontrario
Vivo la vita e per essa vivo.
Sentite, gente, non mi angustiate!

Se mai andassi all’incontrario,
per prima cosa, nella bisaccia nera
metterei, visto che son pesanti,
gli errori ed i peccati a vista.
Poi, sopra, visto che son leggere,
le magiche atmosfere dell’amore,
dei sorrisi negli occhi d’una madre,
in quelli eterni della giovinezza
e, da contare, le albe ed i tramonti miei.
Tutte cose che non vogliono morire...

In tasca, ove non avessi spazio,
prototipi di chiavi-paradiso.

I miei occhi
Adagiati sopra ogni mare,
ubriachi d’ombre di luna e stelle,
uguali a quelli del bambino
nell’attesa dello svestir del seno,
sono i miei occhi.
Versati in universo amico,
mettono a ferro mille sue sconcezze
e a fuoco i suoi sbalordimenti.
In abbandono persistente,
sono i miei occhi.
Occhi che vorrebbero fruire
di tutte l’ore dal sonno castigate,
anche del poco o nulla che il busso,
dalle palpebre scandito, oscura,
sono i miei occhi.
Che li veda escludendo specchi!
Che una volta possa copiarli ad arte,
che riesca a lucidarli a fondo
senza ricorrere all’amica stilla,
i miei occhi!

Ma quale buona notte…
Dovresti tu vedere
come brillano i miei occhi
appena la mia dolce sposa
mi si avvicina principessa
al bacio della buona notte!

Ma quale buona notte…
Per me, arriva inopportuna.
Spacca la torta in due metà di luna,
le polverizza come conchiglie morte
e al sonno affida il gusto della prova.

Di qua, tu vedi me ribelle
che vado ancora incontro
all’insistenza dell’amore.
Di là, c’è lei e Dio solo sa
se sognerà e cosa sognerà.

Ma quale buona notte…
se, solo perché io dormo,
mi tocca congelare la passione,
rinchiudermi in una cella di coperte
e attendere che arrivi il giorno.

Il buio non mi fa innamorare.
Mi chiude in un stand-bay odioso,
mi affida al rischio di un oblio,
il cuore distraendo a più non posso.
Ma quale buona notte…

Un punto esatto
Viaggiando a Sud,
c’è uno slargo, un punto esatto,
dove io sosto per tre minuti tre
quando torno a Reggio di Calabria.

Che sia da solo o in compagnia,
che intanto piova o il sole scotti,
mi affaccio all’alto guard-rail
e strizzo l’occhio alla natura.

Da questa fortunata postazione,
sul viadotto prima d’una galleria,
io son capace di ringiovanire,
di far tornar castani i miei capelli

Guardando in lontananza la città,
la bella addormentata sullo Stretto,
chilometri residui che paion metri
mentre si sente il bergamotto già.

Guardando l’altra, di là dal mare,
io vedo solo i traghetti bianchi,
dipinti a mo’ di abbandonate vele
se il fumo non tradisse il pittore.

E’ un punto esatto, realtà sublime,
che detronizza il sogno fatto ieri.
Al quarto minuto sono al volante
e dopo altri ventisei arrivo giù ...
Dedicata a Santoro Salvatore Armando (lui sa perché)

In corso è un attimo speciale
È una giostra che non si ferma.
Li vedo uno ad uno i vagoni in fila
ed uno sembrano, perfettamente regolari.
Con l'obbligo di scendere all'istante,
son colmi di parole che vorrei ai miei piedi.

In corso è un attimo speciale, è vita.
Poiché è il mio cuore che l'impone,
ora dovrei comporre versi magistrali,
renderli abili al mio peggior fruitore
e all'intenditor d'indispensabile poesia.

Su queste mani in pausa di carezze
una lucida lacrima sta lì per atterrare.
Che sia di nostalgia o di speranza,
io non sarò mai in grado d'incastrala
in questa nuova attesa del Natale.

Solo l'aria resta fredda, pronta all'evento.
Pochi, i nidi tra i rami della città irrequieta.
Il passero è andato a caccia dei vicini rovi
ma tornerà sulle dolci briciole della festa
Su di me, il cielo non vorrebbe farsi grigio.
(poesia dedicata a Lorenzo De Ninis)

Lei…
Vuol essere guardata, lei!

Se a qualunque ora dovrò vederla,
mi vien la frenesia di diventare bello,
quel non so che di emozione somma
di solito nascosta nei giorni tutti uguali.
Ancora prima di riscoprirla amante
vorrei detergermi con odorose schiume
così che in qualche modo scordi
gli odori acri dei giorni tutti uguali.

Siamo al momento dell’incontro,
un po’ il teatro d’ogni nuovo amore,
le tue domande più o meno organizzate
e le parole che invece non riesci a dire.
E questo è ciò che sempre mi succede
ad ogni fortunato rendez-vous.
La smania è forte di saltarle addosso
ma lei mi blocca, puntualmente.

Vuol essere guardata, lei! L’onda…

Goal
Ascesa irta e mai clemente è questa,
neanche un giglio intimidito ai cigli.
Dietro, seccate già, le gocce di sudore
e buche qua e là per sotterrar paure.

Piedi di fata vorresti adesso avere,
incrementare il passo ad un voilà
raggiungere la tua parziale meta
e riposare all’ombra del ciliegio.

Fatto che hai fatto la benedetta sosta
riprenderai il cammin di buona lena
sui tuoi durissimi talloni, amico mio,
dacché magia è passata e anche la fortuna.

E ancora nulla è liscio sotto i piedi,
di più la vedi crescer la fatica.
Succederà che tu dovrai pregare
senza tergiversare tra le more.

E’ il goal arriva, stai tranquillo,
magari per gli errori della sorte,
fosse anche a tempo ormai scaduto.
Ma arriva! E vinta la partita avrai.
1994

Vita per la quale vivo
Freddo intenso nelle vene,
da misurare ogni minuto,
da mitigare in tutta fretta
prima che invada il cuore.

Emozioni ahimè morenti,
in resa miserabile al destino
che andrebbe invece rivoltato
prima che agguanti il suo scopo.

Vita per la quale vivo
non dar di sterzo all’impazzata,
portami nella famosa alcova
che da sempre t’ho indicata!

Quando anche la minima gioia,
quando l’ultima azzurra curva
vedrò sbiadire in grigio secco,
allora ti concederò il rischio.

Mi ti consegnerò da pacco
per fare su di me qualunque cosa
tranne annullar l’immenso amore
che ti ho dato ad occhi chiusi,

cantando gli inni improvvisati
cercando in te i nuovi colori,
andando a far lezione ai tristi,
a quelli che di te non è importato.
1993

Solo un’età
In volo nel futuro, vedo la collina,
spesso muschio ad ingrossarle i fianchi,
dove, al primo cenno di mattina,
m’inerpicavo rincorrendo vento.
Solo una volta mi fermavo poiché
l’acquerellato fiore si ostinava
ad essere guardato, annusato,
colto poi per lei che arrivava.

In volo nel futuro, tocco il mare,
nuvole nuove a schiarirne azzurri,
e tuttavia lo riconosco al tatto
assai stupito che non è cambiato.
E’ uguale a quella santa volta
che senza sforzi me ne innamorai,
a quando l’abbracciavo tutto tutto
per essere sicuro io d’averlo.

Solo un’età questa testa accetta,
questo cuore che rifiuta la morte
questi occhi impazienti di stupori
in tela blu di trama da rifare.
Oggi, il passato ed il futuro
vanno in zuppa d’unico sapore,
scommettono col destino su di me,
sul tempo duro che non mi cambierà.

Arlecchino mio
Le toppe gialle, quelle azzurre,
e le altre, verdi, bianche e rosse
ogni santo giorno si scolorano.
La luce del sole non li sceglie più.

Spacciatore di magie, io piango.
E’ inutile che spolvero e rispolvero.
Solo una sola cosa mi rimane:
buttare tutto e darmi un po’ da fare.
Cavi d’acciaio e lucenti chiodi
io li potrò trovare dove voglio.
Basterà un minuto per assemblarli
e quello smalto suggerito dallo spot.

Il tempo della fantasia è ormai finito
ed anche quello delle belle attese.
Mi dicono che è l’urgenza delle cose
e… non importa quali cose.

Alla maniera di un infermo grave,
sul mio comò lui ora non si muove.
E fallisce ahimé l’ultimo tentativo
di farlo vivo al lampo dei miei occhi,
di ricordargli da ore ed ore i sogni
dei quali gli sono eterno debitore,
di scuoterlo al forte battito del cuore
perché mi doni l’ultimo suo exploit.

Poi, d’improvviso, risorgono i colori
ma è il riflesso del tramonto rosso
che insieme ad Arlecchino mio
dà l’ultimo sussulto. E muore.

Chicchirichì
Lasciamoci alle spalle ogni sospetto,
la traccia rossa dei dolori guastafeste,
perfino l’attimo che chiamavo fortunato
solo perché ero capace d’inventarlo.
La notte scura di stelle decadenti
sta per scandire l’ultimo ritornello
e mai stecca, pur alla fine, una nota.
Sai perché? Mi vuole sempre tra le braccia.

Quand’è che un’alba finalmente arriva?
L’aspetto ormai da sempre, giorno e notte
ma, non di sole che buca l’orizzonte,
capace d’invischiarmi nel romanzo
e neanche alba folle che innamora,
che mi fa fare clamorosi girotondi
per stabilire innanzi tutto con il cuore
il bell’inizio e mai la fine degli amori.

Chissà se il gallo canta come lo sentivo,
supino e sveglio prima della sveglia matta,
se tra i rumori della mia via farà chicchirichì.
Io, giuro, questa volta cambierò fortuna!
Mi laverò con tutta l’inventata urgenza,
non sceglierò il colore della mia cravatta,
non penserò ai sogni del nuovo giorno
che, invece, sbranerò con ingordigia…

Cometa
Al freddo, quello giusto, da sfruttare
il minimo pretesto di calore antico
in sguardi nuovi e non bugiardi,
approfitterò di questa sera cheta.

M’arrancherò su per la collina
portando dietro un sacco di peccati
e le imperfette scatole d’acciaio
ricolme di speranze inaspettate

che, giunto ai piedi della luce,
dopo aver fatto anch’io la fila,
consegnerò in ginocchio e muto
al posto dell’oro, incenso e mirra.

Nessuna nebbia nell’ovattata notte
saprà nascondere la scia perfetta
d’una cometa finalmente a vista
che seguo e non seguo da una vita.

Sull’asfalto del moderno inverno
non si vedono gli impazienti pastori.
Solo canti d’uomo insoddisfatto
accompagnano questo cammino.

Le mani tese al mondo intero
escono dai cappotti, fuori misura,
riciclati in cambio d’una lacrima
o d’una frase in lingua straniera.

Le dita magre si giovano da ora
della bontà d’un giorno all’anno
per esser messe risolute in tasca
e riaprile al prossimo viandante.

Guidaci, cometa delle meraviglie,
a presentar lamenti a un bimbo
a rinnovargli la preghiera eterna
di farci giusti e di assecondarci.

Questo componimento, dedicato a quanti di questo sito dimostrano gradimento per i miei versi, è un augurio per tutti coloro che attraversano periodi non facili. Con l’approssimarsi del Natale, io spero che in mezzo a cotanta Nascita, veda luce anche la speranza di un sorriso quotidiano che allontani

L’ultima nuvola
Mentre luce d’alba sana
sfuma forme insopportabili,
l’ultima nuvola indugia ancora
prima di dissolversi del tutto.

E’ questa l’ora inopportuna,
lenta, stanca, incorreggibile
nel cui letto angusto si peggiora,
spogliati d’ogni facile sorriso.

Che il sole, dunque, arrivi
con le autorevoli intenzioni
e lanci dardi incandescenti
sull’acqua in cui si annega.

Esiste, di là dall’orizzonte,
respiro a banda larga, assordante,
che aspetta le milizie del vento
per esser fatto prigioniero,

per essere condotto al cospetto
di chi la vita intende tersa,
per essere indagato a traditore
del più elementare intento.

Prevista era l’ultima nuvola
a minacciare il tetto nostro cielo.
Ma vada via, sparisca!
Oggi la terra non tremerà.

Lenta come foglia una foglia cade
Quando, dopo l’ultimo tremolio,
lenta come foglia una foglia cade
io guardo aria aria il suo percorso.
Ne seguo le flessioni ad una ad una
tra le irregolari geometrie di terra,
ad ogni danza imposta dalle zolle.
Non stacco gli occhi da quel suo
oltrepassar le pietre, durissime,
eppure stanche d’inerzia non voluta.

Perché, mi chiedo, se quella lì è morta,
se presto più non si saprà cos’era prima?
Come tutto ciò che alla fin fine muore
dovrei ingabbiarla in brezza fuori norma
che smussa spigoli al mio tempo nero
e, nei momenti in cui sento la morte,
liberarla tutta per come mi era viva,
perfetta nella sua qualunque forma e,
voglia il cielo, con macchie di colori.

Flash n…
Non dirle niente
E perché?
Non dirle niente, e basta!
Ma si vede di là dal mare
che ti sei innamorato.
Va be’ va be’
ma tu non dirle niente

Così mi levi il gusto di…
quando le dirò che….
Tu non le dirai un bel niente.
Tocca a me, quando sarò pronto.

Allora cosa aspetti?
Allora, allora, allora…
Ma lei non è gelosa.
T’abbraccerà e amen.
T’ho chiesto una cortesia,
non d’andare a prendermi la luna

OK, non ne parlerò.
Sarò muto come vuoi tu.
Bravo!
Ma, tanto, mamma da moooo’ che l’ha capito!

Il mondo di Aur
Parrebbe cosa d’altri tempi,
un’aria invero profumata,
un fiore alieno emozionante,
il mondo di Aur.

Col passo lento dell’intruso,
la curiosità che m’assillava,
l’ho visitato di soppiatto,
il mondo di Aur.

Finestre blu e senza vetri
m’aprivano nuance e sogni
al pari di carezze d’una madre
che inondano d’amore il figlio.

Scovai più tardi nel salotto
pile di libri e antiche fiabe,
figure di principi al galoppo
ad inseguire glorie e dame.

Sul vecchio tavolo di fòrmica,
ancora aperto il grande Black
ed una foto in bianco e nero
del primo pesce catturato.

Sui muri, a destra e a manca,
guardai quadrati d’acqua e sale
e barche e reti e lenze sgangherate
distese al sole ad asciugare.

Davanti al fuoco scoppiettante,
su sedia a dondolo di raso,
pelle di seta a prima vista,
l’ultima fata mi parlò.

Appresi d’un foulard bianco,
del banco d’una quinta B,
di poesie dei sedici anni
che l’uomo suo le raccontò.

Che tempo sarà stato
il tempo che ora non c’è più?
Quali speranze nascondeva,
il mondo di Aur?

La vita che vorrei
Scie, colori e mai visti raggi
a congedare maledetto vento
che intanto spazza via da noi
l’ultima vendetta d’amor sentito.

Istanti da riformulare lunghi
a fare il tondo ad ore e ore,
a capitare in mezzo agli sbadigli
di alba fino al tramonto replicata.

Cuori! Fasciati di metallo dolce
per tamponar gli odiati squarci
ladroni degli umani miracoli
rimasti a metà per colpe nostre.

Se solo le voci s’abbassassero
facendo spazio al sussurro mite,
se esse ancor di più scadessero
cedendo ai pensieri la parola,

allora avrebbe finalmente il la
la vita mia, che vorrei esordisse
sul palco caramellato e glabro
di un teatro sempre aperto agli altri.

Amore
Quando la luna quieta s’abbassa
fino a sfiorare il mio centro d’anima
e poi, immensa bolla di sapone,
svogliata torna al posto suo di prima;

quando la stella che tra tutte ho scelto
s’incendia nella sera al mio comando
e dopo, fuoco d’Eden placato e innocuo,
si fa miracolo nel cavo della mano mia;

quando l’amico sole ritarda l’alba
per allungar la notte ubriaca e brava
epperò mi bussa ai troppo chiari vetri
per ricordarmi, ahimè, che il giorno è lì,

allora strillo amore a più non posso.
Guardo e ascolto solamente amore.
Senza indugio tasto e sfrego amore.
Poderoso, afferro e stringo amore.

Pietruzze colorate
Negli ardenti pomeriggi che il sole lo bruciava, il mare,
e le sabbie incandescenti vestivano di beige i sassi,
io non guardavo l'onda, com'accadeva all'alba,
non sbirciavo, tra i riflessi, pesci in vena di specchiarsi.

Non tastavo con i piedi l'alta roccia del fondale.
Non m'immaginavo Ulisse, com'accadeva all'alba.
Me n'andavo a testa china, sugli alti zoccoli di legno,
coi pensieri dei miei anni a seguire curve d'acqua.

Poi, al primo luccichio, circoscritto era il mio il regno.
Genuflesso e speranzoso, io cercavo le pietruzze colorate.
Senza alzar granelli a iosa, sotto l'afa degli agosti bruzi,
esigevo quelle più capaci d'arricchire lontanissimi sultani.

Pretendevo le brillanti per poi accettare anche le strane
o, almeno, quelle meno opache quando l'onda le lasciava.
Messe in tasca ad una ad una, costruivo arcobaleni
da vuotare poi, a sera, sopra il marmo della mia cucina.

Quanto male mi facevo, sui ginocchi ore ed ore,
nella presa dei colori, di qualcosa che segreto più non era.
Che silenzio, colmo d'incalzanti fantasie novelle,
in quel metro quadro del sogno, dell'unico allora possibile!
-Finalista al "Premio Firenze" 2007 - Sezione Poesia Inedita-

Il muro della ferrovia
A guardarlo, pare un’altra cosa,
chiuso dai palazzi nuovi e grigi,
sopra i resti del marciapiede triste,
nudo senza il fico d’india strambo.
Non sento più la stessa afa dura,
l’agognato pomeriggio ardente,
il terrore della locomotiva,
gli schiamazzi di chi m’aspettava.

L’attraversavo spaventato e lesto
per fare mia la partita al porto
laddove il piazzale s’allargava
all’ombra lunga del cementificio.
In quegli istanti io ero eroe,
monello eroe sudato e vispo
alla ricerca del pallone in festa,
in testa olè e il goal accanto.

Questo muro m’emoziona ancora.
Vorrei saltarlo un’altra volta
per poi svenire sulla ferrovia,
il corpo a ics sui binari caldi.
E ritrovarmi sulla spalla dritta
d’un marinaio in divisa bianca
che, il treno nero già là dietro,
si prende cura della giovinezza

Piani inclinati
Anima che si confonde in un baleno
la mia, legata mani e piedi al corpo.
La sento a poco a poco affaticarsi
nel via vai di curva che speravo piatta.

E’ largo come un’autostrada larga,
stretto al pari di collo di bottiglia stretta,
inesistente è il punto suo di mezzo.
Io cerco l’asse a regolarlo, il piano.

Malgrado ciò, perenne gioco faccio
ed è davvero un falso buon pretesto
perché io vada a catturare in parte
i lucidi capelli in balia del vento

oppure i non andare troppo in alto
gridati da tenera bugia di madre,
senza contare tutti i dispetti odiosi
di concorrenti ancora impreparati.

Se l’altalena è ora fatta per i grandi,
è ben precisa la sua prima differenza.
Al primo su, il cielo ancora da bucare.
Al primo giù, il fango da guardare tutto.
 (dedicata a G.D.)

Le odiose zanzare
Quanta lacrima ha riempito
lo stagno che volevamo prato
per costruire la casa degli uomini,
tutti riuniti intorno a un tavolo!

Quali bufere si sono abbattute
intorno a quello stesso punto,
centro perfetto d’anime gemelle
che avevamo noi immaginato?

Passando ora da quelle parti
si vedono le odiose zanzare
che tutte banchettano il sangue
di buone volontà sacrificate.

Domani, qualcuno ci dirà,
si troverà un sito diverso,
raduneremo, come già fatto,
quante più teste coraggiose.

Intanto le distanze si riducono
tra i cuori distratti dal resto
e le odiose zanzare di sempre
se ne stanno là, in agguato.

Il banco 26
L’asfalto qui è di colore diverso
dal nero catrame che si conosce
e il marciapiede è tutto ricoperto
da petali di rose e altri mille fiori.

Se vai a trovare il banco 26
dovrai passare sotto l’arco perfetto
ma prima c’è la sosta benedetta
davanti al quadro della Santa Vergine.

Lo riconoscerai perché è al centro
della minuscola facciata verde
inumidita da belle cristalline stille
e non aver paura perché, lo so,

son lacrime di felicità perfetta
depositate in cento e mille anni
dai pochi fortunati della Terra
capaci di vedere oltre il confine.

Appena che sarai arrivato
al punto esatto dove t’interessa
è meglio chiedere di Marta,
la più paziente che ti può servire.

Siccome l’ho già fatto anch’io,
non implorare sogni impossibili
ma solo quelli che t’invoglieranno,
ne basta uno, a far ritorno a questa Fiera
2004

Non so se basterà
Adesso che sono onnipotente
oscurerò il sole, come prima cosa.
Ero vivo, beato, appariscente
ancor prima che rompesse albe.

L’aspettavo nell’impaziente ombra
perché sapesse che la felicità, la mia,
non chiede prestiti a nessuno,
neanche al re delle luci immense.

Subito dopo, toccherà al mare
e goccia a goccia lo vorrò asciugare.
Ero schiuma, eroe, onda vivace
ancor prima che v’entrassi dentro.

Sfidavo i suoi dementi azzurri
perché placassero bellezze e forme,
io che tra le mani insufficienti
giravo quelle magiche, di lei.

Spezzando i giorni in uno, è andata via.
Morire al buio e sulla riva secca
non so se basterà, almeno a me,
per credere di non essere vissuto.
1989

Caro me
Anche oggi ti devo raccontare
d’una giornata uguale alle altre,
di chilometri di sospiri ed ansie
e facce tristi nelle tristi strade.
E’ già da un po’ che non ti scrivo,
che non ti chiedo come stai,
come procedono i tuoi sogni
e in quale paradiso ora ti trovi.

Beato te che trovi il tempo
di ammazzarlo, questo tempo,
con l’arma aguzza della fantasia
viaggiando gaio a mille all’ora,
di qua le curve di una donna bella
di là segmenti tra nuvole lontane,
al ritmo di certi versi irresistibili
che avrai composto sull’arcobaleno.

Caro me che né ti vedo né ti sento
all’atto di sincronizzare l’ora
o nei bollenti fumi dei caffé
che io consumo per sentirmi vivo.
Salutami l’immobile carrubo
sotto la cui ombra m’assopivo
in quei speciali caldi pomeriggi
che il mare tuo e mio tradivo.
2000

Voglio subito un sorriso
Voglio subito un sorriso
e non importa di chi è,
se di gioia o commozione
se di scherno o tenerezza.

Lo metterò con molta cura
in mezzo al grigio che mi scorta.
Farà da conveniente sponda
a qualche grillo per la testa.

Lo copierò in tutto e in parte
per misurarlo volte e volte
finché non metterà alla prova
la bocca mia indolente

Che si accostino perciò
tutti i bimbi ed i pagliacci,
sposi freschi e nozze d’oro,
pose studiate ad arte,

musi di delfini in festa,
madri mute purché madri
e soprattutto le comuni genti
che sorridono alla mala sorte.
1983

Non sono solo
Nelle notti di luna che non c’è,
sull’inventata riva di quel mare
che prima o poi conquisterò,
non sono solo.

Lastre in solenne sequenza,
dense come Terra che si perde,
mi faranno dolce compagnia
mentre provo a sforacchiarle.
Buco dopo buco
affonderò l’unghia tramortita
finché certezza non avrò
che sgorghi linfa salvatrice.

Mi disseterò ad ogni goccia
che nasce, sgamba e poi si ferma
a bordo delle labbra tentatrici,
avide di discontinui echi.

Se come accade puntualmente
antico vento transiterà
giù per la nervosa gola,
senza timore l’inghiottirò
per conservarlo fresco
nell’ultima sacca che ho salvato,
così che io corra il rischio
di apparirti patetico

La scusa
Se riascolto le musiche leggere
nelle sere dell’estate in festa,
verso il cuore in un caffè
per farlo prigioniero.

Svegliarmi è cedere memoria
a molecole che non riconosco,
leggere l’ora che mi sta accanto
e prepararmi a quella che verrà.

Se spio i sogni che ho rincorso
nei pomeriggi d’afa e il mare accanto,
verso il corpo in un bicchiere
e lascio che le ossa si sciolgano.

Addormentarmi è calciar palloni
in campi di periferia, il goal accanto,
entrare nel tempo che m’ha perso
e specchiarmi sulle impronte dei miei anni.

Che futuro è il mio futuro
che vuole cancellare ogni cosa
con la scusa di farmi respirare,
andare avanti e non morire ancora?

All’arbitro delle ingiustizie
consegnerò la mia domanda
e ascolterò da lui, dal Giusto,
le cose che vorrà dirmi.

Oplà!
Non era benedetta da Dio
se così come io la vedevo
cascava impassibile e retta
sul nero dei rombi d’asfalto

Che acqua! Mi dissi, impaurito.

E nera, più nera della iella più nera,
la sudicia notte mi circondava,
annodata alla sciarpa mia preferita,
i sette colori a cingermi il collo.

Che notte! Mi dissi, accucciato.
.
Il vicolo, poi, era come sparito
tra i riflessi di insegne e metalli
inghiottiti dall’ultimo cono di luce
di un vetro non ancora oscurato

Che buio! Mi dissi, angosciato.

Al margine non del tutto inondato
di una pozzanghera che vidi lago
miracolo fu che io mi accorgessi
di una bianca colomba affamata.

Che bella! Mi gridai, all’istante.

Nel tempo che infinito sembrava
alla pioggia si mischiò una crosta
che precisa cadeva, cadeva più lenta
nell’unico punto voluto dal fato.

Oplà! Mi dissi, la vita procede.

Qui
Qui, quasi tutto si compie,
tra false lune e cangianti albe,
spalle corazzate e spilli velenosi,
stoppando il corpo in un momento.

Qui, bisogna invero soffermarsi
tra un respiro corto e l’altro
facendo perla incandescente
delle paure e del coraggio.

E’ molto bello questo posto
specie quando posso entrarci
adagio, frattanto liberato
dagli orpelli del mio turno.

E’ qui che io mi accorgo
di spender bene il tempo
guardando attento l’alveo
su cui cammino o scorro.

Qui, giocare con me stesso,
viziare spasmi e tenerezze,
mi dà l’incontrastato affetto.
Qui, dentro me stesso.

Stand by
Ora che finalmente colano,
scintillano le belle lacrime
che non volevo conoscere.
E cadono, pesanti e calde.

Le avevo trattenute a lungo,
purosangue imbizzarrite,
solo per ritardare un po’
lo show dell’anima mia.

Nasceranno ancora, lo so,
le sofferenze per gli affetti persi.
Mi stringeranno nella morsa
del recinto che sarà blindato.

Sarò solo ed avrò tempo
per pensare una volta ancora
ai bisogni di amori imperfetti,
ai fronzoli di false primavere.
2005

Una rondine fa primavera
Vedrai che tra pochi giorni
questi colori cambieranno.
Al primo stormir di rondini
saremo tutti nella primavera

La dolce Anna mi accarezzava
mentre su di me sentivo i brividi
e parlava, senza soste mi parlava
guardando fuori la piazza deserta.

Mi manchi da morire, nonna
ed io non so se sarà un caso
che tutto muta in questo mondo
dove ogni cosa va perdendo il senso

Una rondine fa primavera, eccome!
Così mi toccherà poi esordire
nel fare compagnia a mio nipote
guardando fuori la piazza gremita.

L’uomo nuovo
Lo vedo, l’uomo nuovo,
spettinato ed occhiali scuri.
Non fiata, non pensa,
gli basta respirare.

Fisso le sue gote rosee
e le rughe che non ha.
Sembra un uovo scartocciato,
fatto di carne trasparente.

Adesso trema un po’,
quasi quasi si dissolve.
Lo chiamo a voce alta,
l’acqua s’è già mossa...

D’accordo, notte!
Sei strana, notte, questa volta!
Prima, arrivi in sella al più bel cavallo,
sistemi come sempre a modo tuo il cielo,
mi accendi ad una ad una lune e stelle.

Poi? Che cosa mi combini, poi?
Mi levi il dolce sonno dei ricordi,
depenni a brutto muso nostalgie,
chiudi nell’antro gli echi dei vent’anni,
mi metti il calendario sotto gli occhi,
la mente tu fai correre agli impegni,
il primo appuntamento è importante,
per ricordarmi che domani arriva…

Dimmi, cos’è che vuoi veramente?
Che un mago strabiliante io diventi
o faccia finta di non avere gli anni?
O, addirittura, che io rinasca oggi?

D’accordo, vedrò di darmi un gran da fare
già subito, sorbito il mio caffé bollente,
e via lungo le strade della città che chiama
a ricontare banconote e fare i conti.
D’accordo, vedrò d’immergermi con cura
in questa realtà che non convince,
spianare tutta la fatica che mi attende
per rendermi attuale con gli attuali.

Tranquilla! Prometto che io ti obbedirò
buttando in fossa fino all’ultimo ricordo,
raschiando il cuore di antiche tenerezze,
tuffandomi domani nell’oggi senza indugi.

Ti giuro, allora, che passata l’alba
mi vestirò a puntino con l’abito più nuovo
ma adesso… sposta l’imbecille ombra
poiché le ore in cui ti voglio assente
son poche e tutte io desidero sfruttarle
e non spiarmi se ancora mi farò tentare
dal solito viaggio nel mio tempo andato
dal battibecco dei suoi colori e suoni.

Dentro noi stessi
Schivando l’ultima immagine,
scivoliamo inerti dentro noi stessi
e sul ciglio del baratro abissale
ci diamo l’inutile specchiata.
Laggiù, nelle nerissime distese,
s’intravede un’imprecisa luce
e non sappiamo se è proprio a noi
che il segnale è indirizzato.
Sarà speranza ingannatrice,
capace d’un doppio olé sconnesso
o del solito ripristino del tempo
da cui in qualche modo ripartire.
Vorremmo precipitare, adesso,
mutare l’ora in un secondo uno
ed incagliarci a fine tuffo astruso
su fondi d’anima scartavetrati...
Maledetto l’anonimo sorriso
che ignaro piomba nel bel mezzo,
nell’attimo in cui scadiamo a turno
nella viltà d’umana misericordia!
Dedicata a Silvano Conti con sincera gratitudine

Madame Felicità
Mi fu detto da non ricordo chi
che la felicità in fondo non esiste,
chiusa com’è in lampi ‘sì veloci
da non vederne mai i traccianti,
smarrita prima ancora d’esser cosa
tra le febbri di qualunque pugno.

Per di più, mi venne poi raccomandato
di non ingurgitar profumo seducente
che sbanda all’improvviso sulla testa,
giacché vigliacco e lesto si dilegua
al primo accenno del mutar di vento,
al primo domandarsi che cos’è.

Non c’è, pertanto, Madame Felicità
se tutto cade e tutto ricomincia
appena il mio sorriso prende forma
e, ancora prima di veder la scena,
rabbioso si dispera come un mancato re
e rientra in cella a riscontar la pena!
(Novembre 2007)

Solo questa sera
Ascoltami, Signore,
quando non ti parlo tanto per parlare
o solo per propormi a tua misericordia,
quando le parole diventano preghiere
nel mentre intere arrivano stremate
dal profondo di questo benedetto cuore
che una volta almeno io dovrò scrutare
per vedere se davvero è solo rossa carne.

Ascoltami, Signore,
e fa niente se stasera, solo questa sera,
ti toccherà distrarre gli occhi dalle bombe,
dagli occhi di tristezze e solitudini perenni,
da quelli d’ammalati e peccatori sfortunati,
dagli altri, di eminenti tuoi ministri ingrati,
da acque e valli condannate alla deriva
da dieci Leggi che si pensava eterne.

Ascoltami, Signore,
poiché le guerre, adesso l’ho capito,
sono anche dentro chi si sente immune,
stanno annidate tra quelle polveri sputate
dall’inno a certa presuntuosa convinzione
di esser lui capace a detener giustizia e pace.
Io che ti parlo sono solo in mezzo a tanti soli
e insieme agli altri attendo un tuo segnale.

Non esser triste
Non esser triste!
E’ così che io mi dico
quando io lo sono tutto,
quando l’ultimo tramonto
è a questo punto arrugginito,
col suo sole proprio avaro,
col suo cielo un po’ dimesso.
Arriva poi il bel momento
che a me sembra della verità,
l’ora in cui sussurro al vento,
che mi rido fino a dentro,
che mi specchio insomma addosso.
E’ così che poi ritrovo il mio sorriso,
che le mie mani io le rivedo grandi
troppo grandi per l’abbraccio che mi do,
troppo grandi per non abbracciare vita.
(Novembre 2007)

Così ho deciso!
Liberate, ve lo ordino, le fate
tenute troppo a lungo prigioniere
tra le piaghe delle vostre fantasie.
In fondo, rimuovevano magie
al solo scopo di destare sogni
o arcobaleni per amar colori.

Ed inoltre,

liberate le belle principesse
che ora v’affannate a far marcire
dentro i letarghi dei vostri cuori.
In fondo, giocavano con l’amore
al solo scopo di produrre sogni
o storie per rasserenare genti.

Così ho deciso!

Io cerco lei
Nei riflessi dei castani capelli,
tra le dita sul viso di una lei,
in occhi d’estasi fiammanti
io cerco di capire se amo.

Lungo l’ossessa scogliera
che schiude labbra alle spocchiose spume,
la pelle è donna, bianca e rovente.
Provo a ricominciare a vivere.

Sugli orli mai finiti del mare,
il cielo a domandarsi cosa faccio
e l’acqua che non mi riconosce,
io attendo la nuovissima occasione.

Ondeggio come piuma al vento
mentre musiche esclusive picchiano.
Mi accontento, ancora, di esserci
ma vado sempre a caccia dell’amore.
Aurelio Zucchi 1985

Il ballo delle cento speranze
Respirando il tempo duro
che via via inzuppa di finito
la galassia delle cose andate,
il colore del futuro è da inventare.

Nella macina degli errori
che mai avrei voluto fare
verso i sospiri del cuore distratto
e salvo i sorrisi degli amori.

Chissà per quanto tempo ancora
il ballo delle cento speranze infuria
quando troppa folla si assicura
lungo le vie colme di presente.

Quanto bisogno c’è di sognare?
Sono falò di spiaggia abbandonata
che fuma frammenti e lento li disperde.
Sono solo, nonostante il mare.

Preda che scappa
Preda che scappa é il mio miglior passato,
zampa di ricordi in corsa, occhio vispo nella macchia.
E’ mira che trema tutta nella destra stanca,
tasca bucata controvoglia per non perdere futuro.

E’ bottino che svanisce nei pascoli dell’oggi,
coda tra i pruni spinosi, lunga come notte che t’aspetti.
Giuro, ritenterò la caccia nelle ore che non vedo,
che nemmeno sento in questo tempo che sbadiglia.

Datemi un’alba
(dedicata a chi ama il mare e a chi si attarda ad amarlo)

Datemi un’alba,
di quelle che vedevo tempo fa
mentre passavo l’esca viva
a Gino, mio fratello,
equilibrista sullo scoglio nero

Assicuratevi, però,
che l’ora sia la più giusta
che il mare sia protagonista
col sole a fargli buona spalla
ancor prima d’esser semicerchio.

Mettete, se potete,
la scia d’un vecchio gozzo in legno,
i primi suoi riflessi in acqua,
il viso asciutto d’un pescatore
che chiamerete Peppe, e basta!

- Peppe! Dov’è che vai questa mattina?
- Io vado dentro, dove lui mi porta.
Poi butterò i cento e passa ami
e aspetterò, caffé e sigaretta in bocca

Datemi un’alba,
di quelle che vedevo tempo fa
ed io la fermerò,
dovessi usare il chiodo d’oro
al quale ho appeso nostalgie perenni!

I sogni che non ho fatto mai
Respirano tra melodie impossibili
scritte da mano d’angelo all’istante
senza l’ausilio di nemmeno una
di quelle sette note che conosco.

E suonano, suonano incessanti
con violini buffi ai quali poi darò
i nomi di fantastiche meduse
e posti sacri dove custodirli.

E vibrano, vibrano da Dio
toccando corde di chitarre vento,
sicuramente meglio di certi cuori
intensi, innamorati da impazzire.

E odorano, odorano di rosa,
la specie più esclusiva inesistente,
aspettando che almeno li accarezzi,
i sogni che non ho fatto mai.

Ipotesi
Quando il sole andrà a dormire,
e per sempre andrà a dormire,
allora e solo allora affiderò le labbra
al cuscino dei ricordi dell’amore.

Infuocheranno le nuove notti di metallo
e la pelle delle mani mie deserte.
Schiariranno i rinnovati tetti dell’ingegno
e le perlate strade degli amori impossibili.

Dopo, tornerà l’alba primitiva,
la tosse della prima caffettiera,
il canto d’un gallo esagitato,
il suono d’una squilla gaia.

E, ancora , sentirò l’unta lama d’arrotino
e la voce blu di pescatori all’acqua.
Rileggerò il nome Nina della barca
ed aprirò alla vita il mio respiro.

Di nuovo, il mare sarà il mio mare
e il cielo ne invidierà i colori.
I silenzi d’un amore sacrosanto
riparleranno antiche lingue nei tuoi lobi mai distratti.

E così, quando il sole andrà poi a dormire,
e solo per la notte andrà poi a dormire,
allora e per sempre affiderò le labbra
al cuscino del tuo ventre

per dare forma al millesimo ricordo
e ritrovare insieme a te le pietre vive, la vecchia via.
E, in una danza piena d’onde,
vivremo i nostri nuovi giorni.
-Pubblicata sull’Antologia
Verra’ il mattino ed avra’ un tuo verso (Aletti Editore)
-

Se i nostri occhi...
Se i tuoi occhi potessero parlare
in questi silenzi misteriosi
ascolterei le musiche più belle
che mai talento fu così capace.

Inventerebbero nuove parole
ed io, attento, le imparerei veloce,
con esse per comporre odi infinite,
per dire ancora nuove cose.

E se pure i miei occhi potessero parlare
in questo tempo che mi dà amore,
ti direbbero chissà quali cose
pur d’albergare sicuri nel tuo cuore.

Riderebbero della paura della morte
ché a guardarti è la vita che si compie
così grande da non meritar castighi
a questo inizio senza fine.

Magnifica è la notte, questa notte.
Settembre è giunto al punto suo di mezzo
la luna pialla l’ultima treccia dell’estate,
il cuore mette a posto tante cose,
il buio fuori non prevale sulla vita.

I pastelli delle spiagge inviperite
si lagnano con chi lo ama, il mare.
Si ostinano a pretendergli ricordi
mentre è già saldato un acconto di futuro.

Si muove, l’aria di freschezza attesa,
a consegnare il testimone antico
al blu colato dai tetti ancora caldi,
al marciapiede che pullula di gente.

Qui, in questo fanatico terrazzo,
fronte in balìa d’aneliti notturni,
qui non si può più rimanere oltre.
Magnifica è la notte, questa notte!

Guarderò il futuro
C’è ancora d’aspettare un bel po’,
che il tempo sedimenti il tempo
che il mestolo nemmanco magico
completi a modo l’ultimo giro

e impasti, a tipo grande chef.,
odori persistenti del presente,
sapori controllati del passato,
per unirli in una sola età.

Solo allora, vispo mi sdraierò
nel metro quadro dell’antico orto
per mutarmi in girasole monco,
i petali da rifiorire tutti.

In questa lunga posa benedetta
guarderò senza paura il sole,
farò le giravolte che detterà
e m’offrirò al rebus del futuro.

E tutti i giorni rifarò la spesa
scegliendo gli ingredienti basilari
per conservarli sempre freschi freschi
nell’attesa dell’attesa del rito.

Trentacinque Agosto 2007
Davvero sono un uomo fortunato:
mi stacco in corsa dal carro della vita
e, barcollando al centro della strada,
m’infilo ignaro dentro dedali cortesi.

Sentite cosa m’è accaduto oggi.
In una delle solite capriole,
in un mattino sera e notte insieme,
andando per la Via della Speranza,

giunto ch’ero al chilometro duemila,
a destra un folto bosco di scintille,
a manca il lido degli amori azzurri,
mi sono ritrovato steso a riva.

Da naufrago che tale vuol che sia,
ho avuto in dono dalla buona sorte
la condizione di parlar con Dio
e immaginate quindi tutto il resto.

Da lì a qualche secolo di pace,
son stato circondato all’improvviso
da stelle e primavere incuriosite
e a loro ho raccontato i sogni miei.

Poi, imbambolato e tutto a un tratto
mi son trovato tonto al bel cospetto
del mare contenuto in una goccia,
che mi ha ospitato a lungo nei fondali.

Tornato alla mia sponda sbalordito,
ammesso non bastasse l’accaduto,
ho avuto regalata l’emozione
di riabbracciare, tutta, mia madre.

Lo “specchio”
Lo “specchio” che mi ha regalato Dio
sta qui, dietro la credenza in stile,
con l’accortezza del panno di lana
ad accompagnare l’affilato bordo.

In un qualche mattino che verrà,
in uno di quelli che mi sentirò brutto,
che avvertirò la voglia di cambiare,
lo tirerò fuori, questo “specchio”

e dopo averlo fatto incorniciare
gli darò una pulita straordinaria
come faceva mia madre a Pasqua
per rendere la casa più accogliente.

Poi, l’appenderò con molta cura
alla parete beige antico del salotto.
Mi coprirà le macchie del tempo.
Spero che cambierà anche me…

Le onde amiche
Se cerco e ricerco me stesso
tra le luci delle mille strade,
rivoglio i luoghi dove sono nato
e il banco d’una quinta B.

E divento cucciolo, solo, imbalsamato
mentre il mare di quegli anni
mi scopre troppo grande,
mi pretende senza età.

Corro ai sogni che facevo,
alle speranze da spolpare
e agli amori stracolmi :
le onde amiche sono vicine.

Poi, ritorno adulto, mescolato e vivo
mentre il mare di quegli anni
io lo scopro troppo grande,
lo pretendo senza età.

Cerco quei sogni nel cassetto,
quelle speranze da inventare
e quegli amori spaccati in due :
le onde amiche sono lontane.

www.poetare.it
Lungo le strade di questo millennio
le crepe negli asfalti sono specchi rotti
per chi vorrebbe invece calpestare
terreni lisci, satinati o trasparenti.

Capita così a tutta quella gente
che ama circondarsi delle menti calde,
meglio se ascoltando le parole nette
gridate o sussurrate dagli amici.

Succede allora quella strana cosa
di quando credi l’occasione giunta,
poi che hai sbirciato tra le sensazioni,
per stringere la mano alle persone giuste.

Gli amici che noi vorremmo accanto
son sempre in altalena col destino.
Ieri , nascosti nel primo tarlo della vita.
Oggi, cuori fantasmi nell’etere abissale.

Mi accontento, in questa fase nuova,
di esser, sì, protetto dai ricordi in fila
ma anche d’essere chiamato col mio nome
da poeti e poetesse di speranze, e narratori.
-Dedico questa poesia ai sitani tutti.
Mi assenterò per un po’ causa forze maggiori.
Con questo testo intendo dimostrarvi che lo faccio malvolentieri
-

Ora che…
Ora che porto l’etichetta dell’uomo
rimpiango gli anni dei miei primi anni
quando bastava un piccolo sorriso
per acquistare grande sicurezza
e non come adesso lo stupido pretesto
di certe tenere illusioni promettenti
tradite platealmente e senza scampo
da uno sguardo ahimè quasi spento.

Ora che invoco vasti spazi sereni
rivedo me, bellissimo bambino,
quando a piene mani sconfinate
possedevo il bene dell’ingenuità
e non come adesso lo scomodo intelletto
che domina il pensiero, la parola e il gesto
e sparge in giro distratto il seme nero
del netto gemito che nell’aria muore

Adesso
La spiaggia è stanca di sabbia e basta,
di aspettare che qualcuno la raggiunga,
che la calpesti fino al limite dell’onda
e la rimuova dentro un cerchio d’orme.

La stessa cosa, il mare,
che in questo inverno uguale agli altri,
sbadiglia a nuvole indecenti
e si raccoglie a miglior fortuna.

Adesso chiamo primavera
e le dirò che arrivi esagerata,
scortata dalle rondini migliori,
bagnata d’acqua di colonia antica.

Dico a voi, stelle!
Dico a voi, stelle!
A voi che osservate il grande spettacolo
dell’uomo che nasce e dell’uomo che muore,
di quello che vince e di quello che perde.

A volte, v’immagino riunite in gruppi,
a pungere, sì, le chiare notti dell’estate,
ma, pure, a far pettegolezzo su tutto ciò
che accade e non accade qui da noi,

proprio come nel paese, la domenica,
le comari, col pretesto della messa,
si confondono i colori delle vesti
per gonfiare la solita novità settimanale.

Dico a voi, stelle!
Noi non siamo come voi.
La nostra luce, quando c’è, è riflessa
e ci consacra secche lune scolorite.

Io v’invidio solo per il fatto
d’esser non distanti le une dalle altre
o d’esser belle per come voi sembrate
dai terrazzi delle nostre case.

Ma non vi invidio, no davvero,
quando l’uragano v’impedisce
d’uscire disinvolte, là nel vuoto,
per essere ammirate e corteggiate.

Dico a voi, stelle!
Tutto sommato, ci rassomigliate
se, anche a voi, le luci sono state date,
se, anche a voi, arrivano le ombre...
1970

Prato d’attesa
Lievi e colorati, i petali,
li stacco ad uno ad uno
nell’ora d’incredibile rugiada.

Il viale alle mie spalle
sembra lungo un treno
e, ancora, tu non arrivi

Tra fili d’erba imbalsamata
il bruco gioca a nascondino
e, intanto, prende posto.

Quand’è che ti vedrò
spuntare fresca dal roseto,
con i capelli al cielo?

Non devo più nascondermi
L’aria, fuori dal torrione,
è diversa dalla mia.
Beccheggia tra le piacenti strade,
fin troppo larghe perché anch’io
non le guadagni come tutti gli altri.

Mi immetterò, quindi,
lo zaino delle smanie in spalla,
provando a oltrepassare indenne
la folta siepe che separa me
dall’uniformità.

Quand’io sorrido e quando no,
avverto al cuore un’onda lunga
più o meno avendo l’impressione
d’esser io, io solo al mondo,
a saperlo fare.

In più, io chiudo gli occhi
a tutto quanto gira attorno
e li apro ai menestrelli della vita
col grave errore di perdermi
chissà che cosa della ruota.

No!
Non devo più nascondermi
nel collo altissimo d’un dolce vita,
tra il pulviscolo di questo nuovo cielo,
in grembo a riccioli di nuvole che non sono mie.

No!
Non devo più nascondermi
nelle cantine delle dolci orme,
in pancia di scintilla di bellezza,
o aggrappato come rospo raro
all’ancora scaduta d’annegati sguardi.

Il tempo che rimane
L’ortolano, il salumiere,
la fòrmica della mia cucina,
la terrazza, il porto sotto,
il cortile, vetri rotti ed io che gioco.

Le canzoni sempre uguali,
la fisarmonica di Gianni,
le note che ho imparato,
un re minore ed io che canto.

Il primo pesce all’amo,
l’Alighieri sul divano ocra,
il piede rotto sulla spiaggia,
un nuovo amico ed io che parlo.

Il mare in mano, la cabina 23,
un metro per volare,
il fiato trattenuto,
lei zitta ed io che amo.

Capelli neri, un abbaino,
i fantasmi inventati,
la pelle sua sulle mie gambe,
uno scalino ed io che sogno.

La casa si svuota,
mia madre vacilla,
il treno parte in fretta,
Roma aspetta ed io che penso.

Il tempo che rimane
cattura le curve di ieri.
Le stringe in un anello
dentro il quale io vivo.
-Pubblicata all’interno del romanzo "Viaggio in V classe"
- Edizioni Il Filo - Prefazione di Pietro Zullino

Davvero non si cresce mai
Giorno dopo giorno chiesi a Dio
i sogni che mi aveva destinato,
i rumori del mio fiato d’uomo
e le rose da donare ad una lei.

Giorno dopo giorno chiesi a Dio
quanto tempo c’era da aspettare
per smetterla coi pantaloni corti
e coi sorrisi larghi da bambino.

Lo supplicai d’accorciare i tempi,
di farmi specchiare grande e bello,
vestito col vestito di mio padre
e la cravatta a pois di mio fratello.

Lui non mi rispose mai, assente.
E dire che io Lo pregavo tanto,
la sera, al bacio di mia madre
e, la mattina, al bacio di mia madre

Dunque, son due le cose, mi dissi:
O Quello è sordo, e non ci credo,
o sono forse io, e forse è vero,
che non seguo i passi della vita.

Davvero non si cresce mai?
Oggi che la mia barba é svelta,
che ogni giorno sono di rasoio,
ripenso ai balocchi che non ebbi.

L’ultimo fiore
Lo spazio intorno si riduce.
Il rischio della sorte adesso è quello
di farlo divenire ristretto cielo freddo
che pianta le frontiere sulle ossa.

Il tempo, poi, scorre, scorre… .
Non c’è tempo per fermare il tempo,
per arrestarlo nell’attimo finale
prima della resa dei conti.

Non più le belle ore in fila indiana
da riempire una ad una con i sorrisi
che, temerari, pensavano d’annullare
perfino i ricordi del futuro nostro.

L’ultimo fiore è qui, nella mia mano fessa
ed io non voglio che t’arrivi, come gli altri,
a profumare ancora gli orli del tuo altare,
a darmi il cambio nell’offrirti amore

Quando lui, genesi finita, sarà con te
non farlo mai appassire tra le dita scarne
Parlagli, coi linguaggi che vorrai
ma… parlagli!

Notiziario
Signore e signori, buonasera!
Di tutto ciò che sto per raccontarvi
probabilmente non v’interesserà,
sdraiati come siete nell’oblio.

Datemi, però, l’attenzione giusta
giacché è cosa rara avervi qui,.
bassi, medi, alti, biondi e bruni
riuniti sotto la mia anima.

Al mondo voglio dare la notizia
che nuova cosa oggi è accaduta,
e non pensate subito alla guerra
e state quindi ad ascoltarmi.

Finalmente, io sono felice!
Da testa a piedi sono in ammollo
nel brodo di fragranze di chimera
che va bevuto prima che s’addensi.

Vedete come abile io nuoto?
Sapete… allenamenti atroci
per ore, giorni, mesi ed anni
partendo dal trenino fino ad oggi.

Fotografatemi, suvvia, vi prego
e fate poi di questa immagine
tante copie bene incorniciate.
Le appenderò sui cieli del mondo.

E’ troppo tardi
Il cielo è annerito
sopra questo penoso ricordo di noi due
che abbiamo riempito moltissimi giorni
lungo il viale delle fiacche promesse.

Il tuo amore è solo marmo
e il bene ed il male dentro di me
urlano ancora per salvare apparenze.
Mettiamo almeno coraggio in quest’addio!

Le nuvole portano grigie novelle
e sul tetto della mia testa
la morte s’aggrappa pesante
per ritardare l’arrivo.

Nella giusta bufera
che intorno s’abbatte
è troppo tardi riavere
l’amore che ha diviso l’amore.

Guardando la pioggia che picchia
o la melma che accumula melma là presso il ciglio,
rimane in comune, oltre all’affanno,
girare di scatto le spalle

magari ammucchiando i nostri ricordi
ai sassi lavati dal fango,
alla nebbia che intanto scende,
alle foglie, ingiallite d’autunno.

-Poesia pubblicata all’interno del romanzo Viaggio in V classe
di Aurelio Zucchi, Edizioni Il Filo, Prefazione di Pietro Zullino-

Quando domani…
Quando domani assolderò il tuo cuore
per sentire il vento del mio caldo Sud,
riaccenderò la fiamma di pallide speranze
nel tuo sorriso, rubato a caro prezzo.

Spalancherò il mio salotto colorato,
disteso lungo il cavo della mano,
novello azzurro paradiso
per ospitare il tuo amore strano.

Quando domani ti stringerò al petto,
inghiottirò le mie gocciole di cielo,
un briciolo di luna vagabonda
e solo guizzi d’una stella pellegrina.

E se ti sgriderò affetto,
vorrei avere il mondo intero testimone
oppure nessuno, ad ascoltare
le mie salate confessioni.

Quando domani mi vedrai partire,
non so cosa potrà accadere.
Ora, sono distratto dal fumo
di questa sigaretta, che mi invita a non pensare…

-Poesia pubblicata all’interno del romanzo Viaggio in V classe
di Aurelio Zucchi, Edizioni Il Filo, Prefazione di Pietro Zullino-

Se puoi
Se puoi, rimani ancora addormentata
tra le assordanti note
che il fiato dei tuoi anni
emette sull’altare della tua bellezza.

Ai miei cresciuti occhi io chiedo
i tuoi capelli e un tuo sorriso
e torno indietro lesto
a incorniciare panorami azzurri.

Al tuo risveglio muto,
vorrei poter spiare piano
le nuove fantasie di donna
e lo sbadiglio che accarezza il giorno.

Se puoi, rimani ancora accoccolata
al primo gioco della vita
e non fissare il vuoto oltre il cancello
e sfiora il tuo domani con clandestina idea.

Io intanto misuro la mia maschera
e ritento il mio passato.
Poi m’assale un pianto di protesta
e sciupo tutto, anche una chimera.

Ridestami al suono delle tue parole,
ritemprami all’acqua della giovinezza
e dimmi pure che non è peccato
cercare l’eco della tua musica.
-Poesia pubblicata all’interno del romanzo Viaggio in V classe
di Aurelio Zucchi, Edizioni Il Filo, Prefazione di Pietro Zullino-

Le notti che non dormo
I silenzi sono più forti di me,
mastodonti mai estintisi del tutto.
Mi sovrastano nell’attimo ribelle
quando al loro posto cerco sonno.

Inizia così la dura processione
e una dietro l’altra le parole in coda
affilano le lettere, le vocali e i suoni
per arrivare pronte alle mie labbra.

Dovrei parlare con me stesso,
raccontarmi l’ultima amarezza
oppure favole, fiammanti favole
che siano capaci d’addormentarmi.

Mi tiro su dal letto intatto.
Poi, robot, giro un po’ per casa
lisciando un gatto in terracotta,
andando alla ricerca di domani.

Da fuori, l’ambulanza mi consola
insieme all’acqua che ora scende.
I rumori del buio mi vogliono
come quelli del giorno, sveglio.

Respirare me
Fatemi uscire dalla cella
delle parole consumate e finte
che portano la sete ardente
della verità e della conoscenza.

Ai sapienti del linguaggio
implorerò un alfabeto in più
e sceglierò perfetti i suoni
per ogni cosa di cui io parli.

In altro modo, tranne il cuore e gli occhi,
meglio seccare il corpo
fino alle pendici dell’anima
e respirare me, senza l’aria che m’avvolge.
-Pubblicata nell’Antologia Logos 2006 (Giulio Perrone Editore)-

Formula
Giù, nei pressi della baia antica,
le prime gobbe di collina vispa
si vantano in aria d’acqua e sale
e, nel roseto, i petali cucù.

Quanto sia ingegnoso, il mare,
nel rendere più bella ogni cosa,
finanche terra e sassi attorno,
è equazione irrisolvibile,

Da quelle parti, i piedi in onda,
mi viene sempre voglia di cantare
di dare calci ai miei problemi
giacché, chissà, tutto là è migliore.

Lo so, v’è da pensare ad altro,
a questo tempo che frantuma cuori,
ai complicati calcoli da fare
per far quadrare conti tutti i giorni.

Io sono come voi, in processione
però non voglio certo perdere,
di quello lì, l’ennesima lezione.
Proverò a districar la formula.

Così verrà mattino
In questa notte perditempo,
pantofole che non son capaci
di far rumore quanto basta
per ricordarmi che io
                                vivo,
 
camminerò sul beige antico
di questi muri esagerati,
mi affaccerò alla finestra
per far vedere che io
                                 vivo
 
Sveglio come grillo muto,
mi accuccerò in biblioteca,
rileggerò i libri che detesto
così da fare finta che io
                                  vivo
 
Così verrà mattino.
Pian piano il sole accosterà,
l´azzurro prenderà colore,
il cielo mi convincerà che io
                                   vivo!

Alza l’onda
Ferma è la luna sulle nostre teste,
blu la notte che ci assiste muta.
Se guardo oltre la tua nuca
vorresti il mare totalmente assente.

Invece, t’accorgi che è meglio così
che non mi devo innamorare tutto.
Non basta amarti sull’ottusa sabbia
se intorno a me non sento l’acqua.

Mare immenso, azzurro e mio!
Dalle un segno della tua grandezza.
Dille che mi hai fatto esistere
quando, soli, spuntavamo le mie sere.

Fai sentire la tua voce a Maria
Alza l’onda al cielo e fai la spuma,
bianchissima come il suo petto,
assordante come l’amore che le do.

Tenetela lontana
Non insistete per favore
a farmi fare pace con quella lì,
con la dannata strega dei miei sogni,
con l’unica fata che delude i bimbi.

L’ho vista avvicinarsi a quel lettino
con l’aria stramba da ubriacona,
le gambe appese ad un non sesso,
con l’ossessione di rubare vita.

Tenetela lontana
da me che cerco i fiori veri
da me e da chi un giorno dopo l’altro
rompe la schiena per gridare io vivo.

Buttatela nel pozzo senza fine
e dentro poi versate fuoco e fiele.
Spargete intorno lavanda d’ Eden
e mani giunte dite un Pater.

Tenetela lontana…

I silenzi che verranno
Nei giorni che mi allunghi
come corda nuova d’arco,
grida forte quanto vuoi
le tue mancate ribellioni.

Spazza l’aria e il tempo
dai capricci miei in arrivo.
Salva nella sacca a stelle
i ricordi fuori memoria.

Sii puledra da ammansire!
Duna dopo duna
ti voglio infine nuda
al mare mio che non inganna.

Chi muterà la scena?
Anno dopo anno
ameremo le abitudini,
udiremo sirene decadute.

Nei silenzi che verranno,
piano schiaccerò le dita
tra le rughe tue scorrette,
sul tuo seno troppo terso.

Inedita bellezza io rinnoverò
come quando l’ho scoperta.
Mi vedrai Arlecchino in festa,
principessa senza parole.

Poeta per la pace
Io che scrivo versi d’amore,
che faccio appello alle emozioni,
che mi confondo in arcobaleno,
vorrei davvero essere un Poeta.

Così, per una volta almeno,
mi chiamerei Jacques Prevert
al quale certo lascerei la gloria
per prendermi però i suoi lettori.

E, visto che d’amore parlo,
che quasi come lui azzardo il cuore,
farei un poema indispensabile
parlando a me e al mondo solo d’altro.

D’altro, che rassomigli sì all’amore
e abbracci tutti in un secondo,
che superi i confini delle menti
e abbracci tutti in un secondo.

Sfuggente pace, dov’è che gemiti?
Tra inguaiati deserti e savane rotte,
tra condomini impazziti e vittime generali,
dov’è che cerchi aiuto?

Ambita pace, dov’è che scalpiti?
Tra sale vellutate ed amaranti scranni,
tra città dementi e microfoni affollati,
dov’è che ti nascondono?

Vorrei davvero essere un Poeta.
In questo tempo ti offrirei parole,
ti svuoterei plotoni di barattoli,
inchiostri azzurri messi già in disparte.

Io, ti regalerei le notti che come me non dormi.

Ti guardo e…
Ti guardo e
subito imbratto di carezze
il tuo viso a me necessario.
Accendo il genio ritrovato
per intuire nei miei occhi i tuoi.

Ti guardo e
del mio passato subito ripenso
all’entusiasmo appena conosciuto.
Mi rivedo allora un po’ bambino,
quando tutto è lecito oltre l’apparenza.

Ti guardo e
del tuo corpo ammiro stupefatto
tinte rosa spudoratamente belle.
La sua musica adesso mi diletta
al suono di parole fortunate.

Ti guardo e
tiro un gran sospiro di sollievo
se un po’ m’assiste da vicino
il profumo della pelle tua sabbiata,
deserto ambito da occupare in fretta.

Ti guardo e
ti affido ai rischi dell’amare,
ti scopro donna e donna no.
E quando pioverà il tramonto
ti guarderò fino all’alba e solo per amore.

Mari
Sveglio dentro i lenti giorni
tocco i dubbi ad uno ad uno.
Quant’attesa per vedere
questi mari che non amo!

Stanco nelle sere d’altri,
m’arrotolo la cena al collo,
lavo e sbuccio i miei anni
e mando giù la vita.

Nell’afa della notte piena
vendo ricordi ai miei istanti.
Vi riabbraccio, mari giusti,
fino a carpire quegli orizzonti.

Adesso, lo so, dormirò da solo
come amore per l’amore perso.
Ancora caldo tra le mie lenzuola
ma… è sempre l’afa della notte.

L’attesa
Il mare opprime la scogliera,
non dà tregua alla mia notte.
Sonno, dove sei? Così non va!
Voglio riordinare la mia vita.

Dovrò azzerare gli anni
che mi porto addosso.
Volesse il cielo!
Ma ho bisogno di calma...

E invece sono ancora qui,
dinanzi al nero d’orizzonte,
al bianco d’onde in festa
in quest’azzurro che m’inganna.

Il mare? M’assomiglia solo
se l’acqua gode di bonaccia
per riposare solitaria e cheta
nell’attesa d’ennesima burrasca.

Non rubare i miei colori
Non rubare i miei colori, non mi consumare il blu!
Usa i tuoi, per favore, apri la tua scatola di latta!
Così gridava Giò le volte che noi due si dipingeva
il cielo, sulle nostre teste, e il mare, quasi in mano.

Alla scuola dei monelli, dei sospiri e primi sogni,
io rubavo fantasie d'altri nell’attesa anch’io di averne.
Benedetta quella voglia di salvarle, quelle tinte,
d’occultarli quei pastelli, troppo belli per finirli in fretta.

Con la scusa di serbarla per chissà quali occasioni,
l’ho tenuta fino ad oggi, la mia scatola di latta.
Bianco e nero intorno a me, è il momento ora d’aprirla,
di veder se i suoi colori sono ancora come allora.

Di qua terrò questi miei giorni
Dammi una fune
per legare al palo
il passato ed il futuro,
stretti stretti fino a imprigionarli.

Farò infiniti giri attorno,
finalmente sveglio,
e aspetterò le piogge pulenti
coprendo solo amori e sogni.

Di qua terrò questi miei giorni
ancora in piedi e quasi orme.
Ne coglierò le ore eccellenti
e le custodirò nel retro dei miei anni.

Se non succederà,
allora dammi una lama
che sciolga e punisca
la mia smania di vivere.

Fissando il mare
Fissando il mare là dove è retta,
dove l’azzurro cede azzurro al cielo
vorrei davvero, amore mio,

che la collina ad Ovest avesse occhi,
grandi come chiome di magnolie,
per guardare non soltanto il verde;

che la città alle mie spalle avesse orecchie,
larghe come piazze a notte fonda,
per sentire non soltanto il vento;

che il cielo sopra noi avesse nasi,
smisurati come silenzi dentro cubi,
per odorare non soltanto i boschi;

che tu, amore mio, avessi labbra,
strabilianti come quelle d’una fata,
perché io goda d’altro.

Avrò cura
Nelle sere del tuo glaciale inverno,
quando l’asse di felicità vacilla,
rinforzerò gli ormeggi della mitezza
e aspetterò che rincasi primavera.

Avrò cura di immergerti nei profumi
che nel profeta autunno avrai versato
tra le schiume di marmo e i fiori finti
a sostenere i tuoi glutei stanchi.

Avrò cura d’asciugarti nei molli drappi
che hai comprato dai mercanti questa estate,
di cospargerti di ciprie e caldi unguenti
accatastati ai piedi dell’età che scansi.

Quando ti darò l’emblema dell’ipocrisia
sarai sicuro meno donna e falsa bimba.
Al banco del tempo assassino riacquisterai
gli stracci per arginare la pioggia sui vetri.

Intanto, io mi guarderò attento.
Aprirò gli occhi sui giardini tormentati
che invecchieranno senza mai lagnarsi
nell’attesa che il sole benedetto li scaldi.

Avrò cura d’allargare la mia trapunta a scacchi,
di seguirne con le dita il primo colore
e di frenare, respirando, all’inizio del secondo
per fare poi un giro nuovo, come la vita.

Nuovo Ulisse
Voglio non avere orecchi
per non udire più sparlanti grilli
e navigare sciolto nel mio mare
senza voltarmi a rive sempre uguali.

Guarderò fisso l’orizzonte,
disegnerò i nuovi soli
bruciando tutto in un istante
e affondando vecchie emozioni.

Fermo e fiero alla mia prua,
m’inventerò navigante e mozzo,
non scruterò all’indietro
e darò vento alle lucenti vele.

Nuovo Ulisse, consumerò metri e metri d’onde
per poi arrivare al centro del mio mare,
fermare il blu in un istante
e in un tuffo lavare l’anima e il cuore.

Poi, steso a poppa ad asciugare,
mi coprirò di talco oltre il normale
così da diventare un uomo bianco bianco
da presentare intatto ai prossimi esemplari.

E approderò finalmente a un molo.
Disperderò timone, remi e vele.
Vedrò la nave inabissarsi tutta,
non tornerò alla mia prima fase.

Provocherò la vita a fronte nuova
lasciando spazio zero al nuovo cuore,
guarderò al mero tornaconto
per essere felice al primo acconto.

Terrò lontano un miglio il sentimento
e andrò in strada messo a punto
senza fermarmi da questo o quel barbone,
scansando svelto ciò che desta affanno.

Voglio non avere orecchi...
S’accosta piano piano il mio Simone.
Mi stringe forte forte al petto,
la gomma e la matita in mano.

- I compiti l’ho fatti quasi tutti!
Ma tu, papà, vuoi darmela una mano? -
E disegnare finalmente i nuovi soli…
significa soltanto seguitar l’ascolto.

Archivio
Ho messo tutto agli atti,
nell’albo che ho disciplinato
dentro mani cortesemente grandi.
Nulla andrà perduto.

Una cosa e l’altra ancora
cercano riparo scivolando
tra le pieghe della pelle adulta
senza manco lacerarla un po’.

Riascolto all’infinito
le voci del mio ieri
e, quanto bravo sono diventato,
oggi vedo addirittura i suoni.

Se t’avvicini a questo regno
guarderai i colori miei migliori.
Se appena appena un po’ t’importa
ascolterai le magiche musiche.

Cavalloni e rive ferme,
scogli aguzzi e sabbie bianche,
corde di chitarre improvvisate
in un Sud che non muta.

E note alte, note basse e impazzite
che brillano davanti agli occhi scuri.
E gonne fiammanti di scintillanti domeniche,
abbandonate nei quadranti delle mie speranze.

Vedrai le vernici rosse gialle e blu
delle barche ore ed ore al sole,
sgangherate, che infilano l’acqua
con la mia troppa prudenza.

Ti resteranno impresse
lenze ed ami da sbrogliare in fretta,
prima che il mio mare cambi idea
e solo per un’ora da catalogare.

All'acqua d'una fonte
All’acqua d’una fonte
protetta dalla pietra secolare
io ripesco tutto me stesso
nei fondali della mia natura.

Chiuso nelle dolci speranze,
do qualche metro all’ora quotidiana
e stringo il filo che mi lega
alla bellezza di quest’acqua così azzurra, così allegra.

All’acqua della fonte
la mano non si stacca dalla mano
mentre, bella da morire, assisti al tuffo
dei miei occhi nei tuoi occhi testimoni.

Lo sguardo varca la vicina siepe,
stramazza poi negli antichi spruzzi,
rimanda al cielo ogni responso
e ferma la tua immagine sovrana.

L’acqua della fonte, intanto,
applaude questo nostro amore
e prende in prestito la forza
che spinge i nostri verdi anni.

Rimani immobile, regina ambita,
mentre ascolto la tua voce.
Rimani immobile, atteso re,
mentre bruci al nuovo sole.

I latrati della notte
I latrati distolgono il mio sonno.
Le ore, in processione fino all’alba che verrà.
L’arcobaleno che ho misurato oggi
ha reso i colori che pensavo persi ieri.

L’ho vista svanire alla fine del viale lungo,
quello stiracchiato, tra maschere e roseti.
L’ho voluta, amata, senza immaginarla,
l’ho leccata come crema di pistacchio e cioccolato.

Le ho dato tutto, quando lei me lo chiedeva,
anche l’anima che avrei dovuto difendere.
Le ho dato poco solo quando non voleva niente,
inedite musiche al posto di parole al vento.

Chissà se i latrati saranno cessati
ora che andrò a caccia dei nuovi sogni.
Continuerò a fare errori imperdonabili
ma, dormirò e domani smanierò l’amore.

Ginestra spinosa
Scollìno al mare dei ricordi
il futuro che mi avvolge e me.
Ti vedo prima ancora delle onde
e detesto i gialli della fantasia.

Non ti colgo più.
Io cerco l’acqua di quegli anni.
Solo azzurra,
la rubavo per un tuffo nel futuro.

Guardavi, tu, le mosse dell’eroe sciocco
in lotta con i sogni del giorno e della notte?
Sentivi, tu, il cuore suo
come spina tra i rami intrecciati?

Prigioniero delle mie paure
Nuvole nere tenute in sospeso
nel cielo infossato di questo mattino
dichiarano l’ennesima guerra
mentre il vento, ancora lontano, si allea.

Che triste realtà è anche questa
proprio quando desidero il sole,
l’angolo piatto dell’azzurro mare
o la calma di quand’ero piccolo.

Prigioniero delle mie paure,
ascolto muto le condanne venute
cercando con rabbia tesori lontani
oppure sognando domani migliori.

Fuori, la pioggia gareggia coi tuoni
mentre pian piano la gente scompare.
Din, don! E’ suono di campane vicine
là nella chiesa dove unirò le mie mani.

Il naso è schiacciato sull’umido vetro
là dove le dita ripremono forti!
Ancora una volta è triste quest’oggi,
ancora una volta invento sorrisi.

Prigioniero delle mie paure,
m’affido ai lampi felici d’un istante,
al ricordo fugace d’un vivace colore,
al limpido sguardo di mia madre.

Un pallido raggio si posa neutrale
sui rami d’un tronco intirizzito
Vi dimentico compagne amarezze
mentre, medicando le mani,

trovo la forza di ricominciare,
di schiacciare gli odiosi riscontri,
di sfiatarmi al grido d’essere forte,
d’essere vero per essere grande.

Potevo io essere re
La volta ch’aspettavo il vento
in alba d’insistente pioggia,
successe un vero finimondo
e stavo diventando quasi re.

Gli alberi si scansarono
a passi indietro d’elefante.
Le nuvole, irriconoscibili,
non più in libera caduta.

Il fango s’asciugò veloce
e fece sotto sé piastrelle in luce.
Il mare, incredibile il mio mare,
sempr’azzurro dietro vetri colorati.

Da solo nella nuova terra,
i flosculi di cardo a sentinella,
equilibrista improvvisato
attesi quindi che arrivasse il vento.

Al primo alito da Nord,
fronte al cielo, offrii la gola
per rompere di netto le sue corde,
noiose fabbriche di parole belle.

Al gelido schiaffo successivo,
protèsi, da condannato a morte,
gli occhi ancora spalancati
per farli rasoiare a sangue.

Così - pensavo - finalmente
quegli occhi avrebbero perduto
la vista amara dei malanni,
perfino quella dei potenti.

All’ultima raffica tagliente
avevo già buttato la camicia
per fare in modo che nudo nudo
fosse colpito il cuore mio.

Col cuore, l’infinita rabbia
per il buon mondo che non c’è.
Nel cuore, l’ingenua tenerezza
per il mondo che sta qui.

Ma ritornò l’odiata calma.
Il sole adesso sgomitava forte
tra plumbee macchie ancora
bruciando l’ultimo mio sogno.

Le onde formarono plotoni
attenti all’assoluta pace attorno.
I boschi, ai bordi di collina nuova,
scrollarono la brina dalle chiome.

Non so se quella volta
fu l’unica occasione della vita,
il treno puntualmente perso
all’ultima stazione del destino.

L’aria, l’acqua e la terra
mi corteggiarono incalzanti
per dare il loro benvenuto
al fuoco che tenevo dentro.

Governatore improvvisato,
potevo io essere re
ma, senza scettro né corona,
il cuore tutto io mi ripresi.

Sciami di stelle
Sciami di stelle al debutto
velano la luce della luna
a me
che aspetto solo comete.

A me

che mi ostino a inseguire
le scie del passato,
le chiome d’oggi,
i traccianti del futuro.

Tardano, i miei astri.
Forse svolazzano,
ubriachi d’inebrianti fantasie
marcite nel cuore d’impaziente poeta.

Del giorno che sta per arrivare,
io non guarderò l’alba
questa volta,
né il carrubo sulla collina.

Questa volta

non mi farò bruciare dal sole.
Schiverò la giostra dell’anima
ma, quando arriverò al mare,
sarò ancora malato
Premio Speciale Il Saggio alla XI Edizione del Concorso Internazionale di Poesia Il Saggio - Città di Eboli.

Gioco di carne
Fammi sognare
anche quando non ne ho voglia,
quando m’accontento
nelle ore di felicità dimessa.

Cura immensa io ti chiedo
perché fantasia ti giunga.
Gioco di carne all’infinito
io pretendo per fermare il tempo.

Istanti lunghi cento anni
spezzano il mio cuore in due.
La paura di perderti
è uguale a quella di ritrovarti diversa.

Lo scatolaio
E raccoglie sogni, quello lì,
ancora in giro per le strade
del quartiere perfetto.

Mentre butta dentro
trasparenze opacizzate,
la ruota del suo carro stride.

Quali scatole farà
per contenere i respiri, le giade
dell’uomo che non è?

Ed io gli spio le mattine
chiuse nel silenzio dei sorrisi
che non gli ho visto mai!

Quali scatole farà
da mettere in vetrina
per attirare chi non lo conosce?

Incontrerò l’amore
Incontrerò l’amore.
Farò un viaggio strano questa notte
tra fitti giardini di rose smisurate
e rive e sabbie ricoperte d’oro.

Incontrerò l’amore.
Mi metterò il mio foulard più bello
Luciderò le scarpe di tutti i giorni
e aspetterò la luna avvicinarsi tutta.

Incontrerò l’amore.
Indosserà, lo so, le nuvole impossibili.
Calzerà i sandali leggeri del paradiso
e attenderà che io mi avvicini tutto.

Incontrerò l’amore
Lo guarderò negli occhi di chimera.
Gli toccherò i capelli lunghi un anno
e parlerò dei sogni non ancora evasi.

Incontrerò l’amore.
La sdraierò attento sul fianco che vorrà.
La spoglierò di tutto ciò che porta addosso
e l’amerò, cedendo agli altri l’afa della notte.

La notte del falò migliore
Quando, da queste mani aperte
il mare è lontano, lontanissimo,
nell’ora della calma solitudine
io guardo sempre il cielo.

Non più l’onda dei primi sogni
dentro i grandi occhi scuri,
né l’imponente nave americana
da seguire fino a non vederla più.

Ora, qualche azzurro su di me
e nuvole ad imitar le spume
me lo ricordano, quel mare.
Ma non è la stessa cosa, non è.

Assente è la notte del falò migliore,
acceso sottovoce sulla riva preferita
coi rami secchi a sfiorare l’acqua
per vedere quant’eravamo bravi.

Falchi e puledre disposti a mezzaluna,
tutti a bruciare i giornali dei grandi
tutti a fissare il rosso che cresceva,
la stanchezza messa un po' in disparte.

L’amore, allora, si muoveva in fretta,
al solo accenno d’uno sguardo appena,
al primo vento di confuse tenerezze,
al passo lesto dei migliori anni.

Ed io voglio emozionarti
Conosci la storia del penultimo romantico?
Quella, bellissima, di lei ch’è principessa
e di lui, poeta, che vuole conquistarla?

Ma sì, quella che si sente al bar del porto,
tra il cementificio e la banchina vecchia,
appena un metro dal battello abbandonato!

Ma davvero non l’hai mai sentita,
quando stanno lì, sul punto di baciarsi,
quando stanno quasi quasi per amarsi?

E’ miele, sai, ed io voglio emozionarti.
Inizia bene, con due urli di stupore
che dal mare vanno verso il cielo.

E’ fiele, sai, ed io voglio emozionarti.
Finisce male, con un urlo di dolore
che dal cielo viene verso il mare.

Come? Perché “penultimo” romantico?
Perché l’ultimo, amore mio, son’io,
che questa storia ti devo tutta raccontare.

Al momento inopportuno
Al momento inopportuno
quale ultima cosa io starò facendo?
Sarò forse nella mia cucina,
attento agli spaghetti al dente
ovvero, chissà, me ne starò andando
verso l’ultima riva che ricordo
a parlar di venti, esche e maree
col mio amico pescatore,
quello stesso dei ventanni,
vecchio sì ma a piedi nudi,
calli sulle mani grandi,
con gli azzurri dentro gli occhi.
E se fossi, invece, a letto
con lei sdraiata di traverso,
confuso come solo io so essere,
felice nell’amore che guadagno?
E se fossi, invece, a letto
è proprio il caso di dire,
come un vero baccalà,
come un moribondo vero?
Cos’è che guarderò
in quegli istanti lunghi un anno,
il bianco quasi bianco del soffitto
o l’orologio che cammina ancora?
Cos’è che ascolterò,
i battiti del cuore a stento
o barzellette per tenermi sveglio?
Cos’è che odorerò,
chemioterapici e analgesici
o tracce di Chanel numero 5?
Cos’è che mangerò,
pastina in brodo e formaggino
o creme di pistacchio e cioccolato?
A cosa penserò,
agli affetti ch'essa taglierà
o a quelli che porterò con me?
Cosa sognerò
in quegli istanti lunghi un anno?
La vita che vorrò riprendermi
o... la morte?

Dammi un attimo di respiro
La mia pelle che diventa tua,
la tua pelle che diventa mia,
quattro mani mai abbandonate,
il paradiso è già arrivato qui.
Nascosto tra le nostre pieghe,
non chiude più i suoi battenti.
Dammi un attimo di respiro.
Fammi aprire questi occhi
per controllare i tuoi colori,
per misurare i tuoi sudori
per fermare i tuoi respiri
e i tuoi rossori, se rossori hai.
Questi occhi già persi
tra le curve del tuo petto
e dei tuoi umidi rifugi,
fammeli aprire, ti prego,
per guardare in ogni dove
la bella fretta di non morire,
la stessa che ora freme
nella fretta di vibrare.
Dammi un attimo di respiro
per pensare a quando tu
sarai lontana, rossa nuvola,
mescolata nei ricordi bollenti.
Di queste nostre ore
io farò brodo fumante
in cui bagnare i miei sigilli
e il pane raffermo dell’oblio.

Il mare e Polifemo
L’onda si concede dolce
all’indecente passo del ciclope.
Lo ammalia, lo confonde
e prova a conquistarlo.

Il sole brucia l’acqua
e la tramuta presto in un inferno.
Al passaggio del gigante,
solo un mare di colori.

Lo stornano dall’ira,
lo placano
fino a farlo diventare
come me.

Lo sgrossano,
gli trapiantano un cuore
mentre l’occhio freddo
s’emoziona al primo arcobaleno.

Qualche sprazzo di felicità
Se chiudo gli occhi per guardare altro
che non sia il grigio che m’invade,
io corro il rischio d’essere un vigliacco
non di fronte agli altri ma al mio cospetto.

Se invento un facile pretesto
per ritenermi soddisfatto,
allora inciampo, barcollo e casco
perché non posso ritenermi assolto.

Semino dunque male nel mio campo
se, al raccolto, nemmeno mi sorprendo
quando, nel vuotare il sacco,
vedo, prendo e pesto la mia rabbia…

Ho da rimproverarmi poco
se, alla fine, ciò che faccio
è solo acerbo frutto
di cieli vuoti che ho nel cuore.

No! Io non chiedo tanto!
Qualche sprazzo di felicità io bramo.
Voi, o uomini fortunati che vi chiamano felici,
voi potete privarvene di un grammo?

Non lo domando per averlo io quel grammo!
Per essere felice, io,
non sarei capace di rubarvi il mezzo.
Voi potete farne a meno?

Io ne son capace
ma vi confesso
che quando posso
mi precipito in un angolo

a guardare il sorriso d’un bambino
o la serenità d’un moribondo
per avere tra le mani
lo sprazzo di felicità che cerco.

Tentativi
Corre.
La buon’idea
di chi libera il giardino
dalle foglie morte, corre.

Vola.
Il buon seme
che tra i superstiti
ho raccolto chino, vola.

Cantano.
Le mie ragioni
dentro un cielo
che nessuno guarda, cantano.

Rimbalza.
Tutto nell’indifferenza
rimbalza e torna a me,
pietrificato.

Se fosse facile volare
I sogni che vorrei provare a fare
m’inseguono soltanto in un’idea.
M’illudono di fronte a labbra rosse,
mi stancano d’attese troppo lunghe.

Se fosse facile volare,
se almeno un’ala avessi addosso,
mi alzerei di un solo metro
cantando a squarciagola la vita.

Se poi ne avessi due,
rincorrerei la densità dei venti
e la separerei con molta cura
confezionando doni ad alto costo

per le mie albe ad aspettare,
per i mattini d’occhi stanchi,
per certe sere in pizzeria,
per tante notti senza sonno.

(Pubblicata sull'allegato Poesia del Mensile IL SAGGIO - Luglio 2007)

Con una stella in mano
Guadagnerò riflessi di luna
e proverò l’onnipotenza.
Andando ancora su
mi fermerò sull’ultima cometa.

Con essa volerò
tra mille e mille astri
e ne misurerò con cura
colori e forme inesistenti.

Toccando l’infinito,
caccerò me stesso,
le smanie mai sopite,
i sogni fatti da bambino.

E troverò qualcosa
che a te vorrei portare,
pioggia verde oro
e neve rossa e blu.

Se raggiungerò il sole,
gli strapperò un orlo
e male che poi vada
tu mi vedrai planare

con una stella in mano.

Credimi
Occhi di luna infastidita,
riprenderai la buona lena
e verserai nei bruschi anni
il lago della giovinezza.

Ti giuro,
tornerai sulle marine
a raccogliere conchiglie,
anche le più orrende, ma conchiglie.

Fidati,
i sorrisi che nascondi
verranno fuori come bimbi
scoperti come bruchi nelle tane.

Ascoltami,
abbandona il treno
spedito verso il futuro
e la stazione della morte che verrà.

Credimi,
nulla è niente che tu non possa fare,
è mai capace d’ammalarti dentro.
Qualunque stella non cadrà del tutto.

Quella che segue è una poesia che regalo a tutti, anche a chi con poetare non c'entra niente. In particolar modo, la voglio regalare a Vittorio Manunza dopo aver letto "Per favore posso credere"

Il Dio degli atei
Il dio degli atei è in agguato.
Sparge in me i falsi amori,
confonde il cuore con l’inganno
e minaccia la speranza.

Per farsi beffa del mio Dio
esige orrendi ceri spenti
per dire a tutti che lui davvero
non ha bisogno di preghiere.

E devasta la mente,
fruga in certe debolezze,
sfrutta scarse resistenze,
fomenta presunzioni.

Una volta almeno nella vita
mi accade allora di morire,
di tralasciare il Cielo e l’oltre
e di sfasciare la bellezza.

Prima di consegnare l’anima
mi sveglierò da ogni torpore.
Ritroverò le mie certezze
e continuerò a credere.

Chiedero’ mare in burrasca
Bruco accovacciato,
guardo le sabbie morte
sbrunire i colori del mare.
E non fiato, non fiuto, non ascolto.

Sedato sopra l’aria stanca,
vedo le acque di luna chiara
bagnare gli anni della giovinezza.
E parlo, fiuto, ascolto.

Così rinasco come alba
che aspetto tra le danze
inventate in questa notte
dalle fantasie d’un insorto.

Al sole che intanto s’alza
chiederò mare in burrasca
perché la barca rimanga qui.
Risentirò i suoni delle onde.
-Poesia pubblicata sull'allegato al n. 136 del Mensile di cultura IL SAGGIO - luglio 2007-

E mentre l’alba
E mentre l’alba riveste il giorno
sbriciolando i granelli della notte,
la testa tra le mani stanche,
io processo l’esistenza.
Ho conosciuto mai un sorriso?
Potrò gustare un po’ di pace?
Eppure, Aurelio mio,
il primo sole issa vele e vette
che appena qualche buio fa
sbiadivano annegate anch’esse.
Eppure, Aurelio caro,
il gallo canta allegramente
mentre, lenta vita addosso,
io sbadiglio a un martedì.
Mah! Uno strano sonno il mio,
strano e lungo sonno senza fine.
Poi, quasi una liberazione…
Sembrerei pressoché rimorto
se il dolore non rovinasse tutto
rammentando alla mia mente
che nuovi galli canteranno,
che altre albe ed altre ancora
ci saranno ad aspettarmi,
che ci sarà l’ennesimo respiro!

La mia poesia
La mia poesia mi chiama nella debolezza
e chiede penna e piglio per denudare il cuore.
Poi, mi dimentica nelle strade polverose
che dovrò detergere con asfalti di fortuna.

Che pretesa assurda è questa,
d’unire la ragione al tenero universo
che apro e chiudo a passo di sospiro
al centro d’una vita da sognare e risognare!

Se apro il tema dell’amore immenso
fermento i sogni ancora in arretrato.
Se piego il capo alla felicità imbastita
m’involo in cieli di colori sconosciuti.

Quand’é che scriverò di canti vincenti
i versi che poi definirò spocchiosi e alti?
Quand’è che smentirò le angosce
che porto negli angoli dell’anima?

[Gent/mo Lorenzo e gent/mi poeti e poetesse,
l'essermi accostato al sito poetare contribuisce in qualche maniera a farmi crescere, non tanto come aspirante poeta (mamma mia che impegnativa parola è questa) quanto come persona. Di tanto in tanto mi capita di leggere qualche dibattito nel sito stesso e mi sorprendo, a dire il vero, della necessità, che qualcuno avverte, di spiegare poesia quasi che questo tipo d'arte debba aver bisogno di essere oggetto d'analisi quando addirittura d'illuminata vivisezione. Io mi ostino a pensare ciò che mi ostino a pensare da piccolo e cioè che un verso, un ritmato collage di parole, è il benvenuto soltanto quando in una persona, in primis in chi lo scrive, anche in una sola, riesce a muovere il brivido dei pensieri, ahimè sempre più in letargo. Affido all'attenzione Sua e dei tanti abitatori del Suo prestigioso sito la poesia che segue, scritta nel 71 (i miei ventanni). Nelle intenzioni di allora, e di adesso, il pezzo (cui sono pofondamente legato)vuole esprimere il bisogno e allo stesso tempo la rabbia dello scrivere.]
 

Tra petalo e petalo
Ho incastrato con cura
le emozioni di sempre
tra petalo e petalo
d’una rosa rossa.

Quando li vorrai staccare
troverai di che ridere
tra rabbie per attese lunghe
e silenzi di speranze invincibili.

I ricordi premono
sulla terra in cui l’ho colta, quella rosa,
ma si diradano...
come nebbie che vorrei attorno.

La prima, vera, primavera
Quando più me l’aspetto,
verranno, certo che verranno,
le ore in cui cambieremo
cadenze e fogge alle stagioni.

E cambieremo i loro nomi
per quanto attorno accadrà,
pei il vento di turno che si vendicherà,
per le piogge che ci inonderanno,

per la neve che ci coprirà,
per la grandine che ci trapasserà,
per le nebbie che ci confonderanno
per il sole che ci cremerà.

Semmai dovessimo entrare
nel collegio dei nuovi onnipotenti,
alziamo, vi prego, dieci dita ognuno
per conservarne almeno una,

per difendere le nostre speranze,
per soccorrere tutti quegli amori
che ancora vorranno sbocciare,
per salvarci.

Non eravamo forse noi
che corteggiammo i cieli,
che ingoiammo a lungo
i cenni d’albe poi fasulle?

Non eravamo forse noi
che attendemmo, come oggi,
il nostro miglior tempo,
la prima, vera primavera?

Confini
Nell’aria della sera
che arrotola ormai
gli ultimi fianchi
dell’enne giorno,

io vado a caccia
del miglior confine
per addentrami
nei boschi di fiaba.

Ancora per un po’
attenderò paziente
i coni della notte
senza l’alta luna

e lì alloggerò
l’ultimo urlo del vento
cruda roccia
che il sole abbandona.

Cosa sognerò
nel buio di poche stelle
che mi ricordi
i fasti delle alte Corti,

che riaccenda
luci e voglie matte
perché riveda
la mia casa impossibile?

Stasi
Ecco, mare e cielo accostano le tinte
e le confondono senza ch’io lo chieda.
Alzo i remi e fisso l’onda sotto,
con gli occhi di chi ha il blu in tasca.

Nel baricentro della vita a dondolo
son creditore degli istanti da fermare.
Son tutto, io, che misuro ali di gabbiano
e i colori della perchia infuriata.

Poi, sempre più è lontano il largo.
Lo riprenderò una volta ancora di bonaccia.
Intanto, m’incastro dentro giorni complicati,
m’azzero al mio rientro in porto.

Prove d’ombre
Sbiadita, la gonna a scacchi
ma rombi ancora esatti, da una parte.
Squarciate, le vele indurite
ma alte e quasi bianche, dall’altra.

Al Dio degli echi e dei volteggi
m’inchino eroe fesso dei ricordi.
Gli invio furente il nuovo delirio
della supplica, no, della pretesa

di non toccare nulla che mi tocchi,
di stoppare il nero della china,
di fomentare rabbia quanto basti
perché io creda nei miei anni.

Ho consumato tempo e tempo
tra le cesoie dell’erba nera.
Ho ripulito, mastro lindo,
le piastrelle della mia cucina.

Lì ho vissuto più o meno vivo,
il pane e l’acqua a fianco.
Lì vorrei finire il pranzo,
assente alle prime prove d’ombre.

Chiesi solo di sognare
Sfrecciavano come sfocati arbusti,
visti dal vetro di un bolide qualunque,
i biondi capelli e quelli neri e quelli bianchi.
E con essi le teste ovali, quadre e tonde.

Mi fermai soltanto per guardare
l'ultima vetrina del giocattolaio,
il naso nero d'una locomotiva
e la malinconia di un Pierrot.

Poi, ripresi subito a correre.
A malapena scansai le stagioni,
a forza montai in groppa al futuro
e intanto mi domandai cosa facevo.

Cosa facevo lungo quella strada?
Avanti e indietro, indietro e avanti
per ritrovarmi infine esattamente
sul muschio al sasso della mia partenza.

L'unica foglia di un girasole finto
si mise maledettamente in mezzo,
in mezzo tra me e l'oceano d'Ulisse.
Cercavo fiori e trovai polimeri.

Ai bei palazzi della città orrenda,
ai tormentati marciapiedi tristi,
alle ventiquattrore in mano alle saette
io chiesi tregua di un secondo almeno.

Agli ebbri trilli di scintillanti aggeggi,
agli alti tacchi di certi nuovi maschi,
alla bocca rifatta di chi prima era bella,
io chiesi solo di sognare.

Maschere
Come demoni pentiti, maschere in festa
tornano a planare sul mio teatro chiuso.
Provano le scene che ho dimenticato
ed io assisto zitto da seggiole amaranto.

La mano cerca l’orargento del sipario
perché l’apra tutto nella sera generosa.
Evitate, vi prego, giravolte e bizzarrie!
Offrite l’arte vostra a chi l’apprezza ancora!

Ed ora che ho guardato con occhi tramortiti
i picchi della vita e i manti trasparenti,
ora che ho sognato l’ultimo sogno possibile
non riesco più a ridere di me.

Ho già volato sui tappeti della fantasia.
L’ho stretta in pugno, quando l’ho raggiunta.
Se andate via, nel mezzo della notte indifferente
io smonterò per sempre la pedana dello show.

Mediterraneo e basta
Quando penso alla mia terra,
le gialle colline si rintanano ad ovest,
la città nuova si avvolge in un foulard
ed io rimango felicemente solo.

Solo, con l'azzurro che mai stinge,
dentro ventri di colorate barche,
lungo il molo della prima preda,
nella sabbia di quel lido preferito.

Tra le pieghe dell'età che avanza,
metto a posto mediterraneo e basta
come quando, diciottenne, mi curavo,
diligente, di peccati e sogni a iosa.

Chissà per quanto tempo ancora
dovrò aspettare il giusto tempo
per ritrovarmi nelle onde basse
e nei sorrisi larghi d'una volta.

Dispersi nell'afa benedetta
di lunghe attese e corti pomeriggi,
le voci, le chitarre e i ricordi tutti
illudono le ore che oggi conto una a una.

Le vergini polveri di sabbia e sale
vorrebbero distrarmi come allora
e come allora accecarmi nuovamente
ma i miei occhi sono forti, oggi.

Dimmi, mare perso, cosa devo fare
perché io possa finalmente
sigillare il cassetto dei ricordi
in attesa che il futuro giunga.

Dammi, mare ritrovato, la tua miglior fortuna
perché io tocchi come la tua acqua
i grattacieli, i display e i nuovi asfalti
nel cambio rotta che comando.

V Premio Internazionale Poesia, Narrativa e Arte "ALBATROS" 2007
Motivazione per l'opera "MEDITERRANEO E BASTA" di Aurelio Zucchi, I classificata
Poesia per immagini. Quando i ricordi s'affollano ad occhi aperti e dignitose le lacrime si seccano sulle gote, tra parole in gola soffocate, a volte mute, come preghiere assorte. Il poeta petto a petto si professa a Dio ed alla terra, sua Madre, pia. Quella terra oltre il mare, abbandonata per amore, per lavoro, per amor di patria. La vita segna il tempo, ora, sono assenti le utopie, i sogni giovanili, ora si contano i nodi venuti al pettine e si offre la coscienza sulla bilancia. Quel Mediterraneo ritrovato, amico, non più distante dalla terra amata, laddove,col pensiero, ogni rotta approda


Nascondero' la luna
Nasconderò la luna quando
secoli di nubi la vorranno ingoiare.
Le darò un riparo sicuro
dagli orrori dei falsi romantici.

Poi, vorrò vederla ancora
appena mostra il segno della curva,
la pancia satolla dei miei occhi
e quel colore che mai ho saputo definire.

La fisserò per il resto dei miei anni,
le parlerò con la voce dei miei sogni
per ricordarle che l'ho difesa
dalle insidie dell'uomo nuovo.

Aspetterò
Sotto vento,
accarezzando i ricordi,
annuserò il bel tempo
del mio tempo andato.

Alta lode io leverò
a quella gioventù,
a certe ore ammissibili,
ad altre, impensabili.

Volando come aquile,
questi nostri anni
sbranano presente,
consumano futuro.

Alla prima stazione
aspetterò paziente
soltanto quello
che mi riporterà ai ventanni

Formiche
Minuscole, leste e mai sfuggenti
passano le terre dei campi della terra
senza i timori per le gobbe astruse
e con la volontà del fare e andare avanti.

Noi, camminiamo stanchi
nel cielo d'universo che ci ha scelti
senza le voglie di credere davvero
e con la paura del giorno dopo i giorni.

Chissà se almeno, quelle,
conoscono l'amore e il bene,
se appena appena, quelle,
sentono la bell'ammenda che disperde.


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