Racconti di Alessio Romanini


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22/06/2022 Viareggio(Lu)

Ciao,
come stai? Come vanno le cose dall'ultima volta che ci simo scritti?
Io sto in salute, ma ho una stilla di solitudine che inquieta l'animo.
Avevo programmato di fare un viaggio per colmare questo vuoto questa assenza di gaudio.
La valigia è pronta. Il biglietto l'ho acquistato. Ho programmato sopra un ingiallita cartina il viaggio che vorrei fare. Presto partirò, e volevo accomiatarmi dagli amici.
Addio! Non si dice così prima di viaggiare?
Poi ho raggiunto il mare, una mattina di giugno, quando spirava una tenera brezza e la spiaggia non era ancora affollata.
Lo sciabordio era silente come se non volesse disturbare il mio sguardo rapito dall'infinito azzurro.
Il sole era tiepido. Gli scogli immobili. Le grida dei gabbiani non facevano rumore e in quel silenzio ho cominciato a viaggiare...
Ho socchiuso leggermente le palpebre oh respirato profondamente
e il mio viaggio è cominciato; come guardare un vecchio film in bianco e nero sopra un vetusto schermo a tubo catodico.
Ho visto i ricordi del mio passato.
Tutto ciò che ho lasciato. Tutte le illusioni gli amici e gli amori.
Ho visto le giornate tediose e quelle affollate dal dolore.
Ho visto un uomo malinconico inseguire un sogno eterno. L'illusione dell'eterna età fanciulla. La chimera di una vita agognata.
Guardando ancora dentro quell'eco vuoto che percepivo. Ho visto l'uomo invecchiare davanti il suo mare. Davanti il tramonto del giorno. Davanti quel silenzio che sento.
Non mi sono fermato, ho continuato il mio viaggio; non sarebbe giusto smettere di viaggiare al primo dolore.
Camminando come avviluppato da un sogno, ho visto i volti di molta gente. Gente passata. Gente non più incontrata.
Nel cuore porto tutti i loro occhi. Il loro sorriso. Il pianto.
Perché alla fine ognuno è affranto nel suo viaggio.
Però è bello questo viaggiare! Dentro il cuore, ognuno ha il suo mare, questo eterno movimento di emozioni che è il gaudio della vita.
A volte ci ha delusi. A volte ci ha feriti. Ma ogni volta ci ha preso fra le braccia come una madre affettuosa e ci ha regalato carezze, amore.
Il dolore è racchiuso dentro il petto dentro il seno...
Vorrei ancora viaggiare...anche se a volte sono amareggiato, altre sono deluso. Questo è il breve viaggio prima dell'infinito...
Non ho ancora disfatto le valige. Non ho portato vestiti. Non ho portato libri. Non ho portato carta e penna.
Ho portato tutti i ricordi: quelli brutti e quelli belli.
Ho portato il dolore e l'amore. Il gaudio e il pianto. Una lacrima e un sorriso. Ho portato tutto l'amore che ho incontrato. Le persone che ho amato. Chi ho conosciuto.
Nella mia valigia c'è ancora spazio!
Non voglio smettere di riempirla perché ho la speranza di trovare ancora cose belle in questo viaggio...
Troverò ancora dolore, ma non riempirò la mia valigia con esso!
Aspetterò di trovare la gioia. Quella felicità che pur effimera
è come una goccia di pioggia che riempie il mare! Il mio mare!
Caro amico, ecco quindi ti saluto...Il mio viaggio non è ancora finito.
Nella mia valigia c'è posto anche per te!
A presto!
AR
 

Beati gli ultimi...
Nei margini della città, dove la comune gente non passeggia o non sosta per non vedere, vivono loro...gli Ultimi.
Sono tutte quelle persone che per una serie di vicissitudini accadute nelle loro vite hanno decretato la caduta della loro dignità. Li vedi passeggiare come zombi in mezzo alla gente comune. Essi,la comune gente, stereotipati vivono prigionieri di schemi prodotti dalla società, tronfi di pregiudizi.
Loro, gli ultimi, vivono alla giornata. Non sono liberi ma sono schiavi del sistema. Chiedendo elemosina o cercano un piatto per mangiare dai conoscenti della città.
Vorrei narrare la storia di Pierluigi, uno degli ultimi che ho incontrato, e la sua cagnolina "Stella"; unica fedele compagna dei brandelli di vita che gli restano.
Pierluigi, era un uomo di mezza età che viveva in centro città.
Era una persona molto conosciuta e amabile. Viveva con l'anziana madre e lavorava presso una pasticceria. Le cose andavano bene. Il lavoro gli dava da che vivere.
Mi raccontò, un dì, che per una grande delusione d'amore che gli spezzo il cuore, non riuscì più a trovare l'amore della sua vita, e per paura di soffrire; solo, si "rifugiò" in casa della madre.
Passarono gli anni. L'anziana madre si ammalò, facendo cadere Pierluigi in una situazione di forte stress che gli causò in breve il vizio del bere.
Beveva troppo spesso. Tanto che si recava al lavoro ubriaco. Questo gli provocò il licenziamento.
Perduta la madre. Perduto il lavoro. La situazione di Pierluigi si aggravò ulteriormente.
I soldi erano finiti e non riusciva a pagare le utenze e di che vivere.
Aveva due fratelli che non lo aiutarono affatto! Anzi. Vendettero la casa dell'anziana madre morta e buttarono fuori di casa il povero Pierluigi; che fu costretto a vivere sotto il loggiato del mercato della sua città, con la piccola cagnolina: Stella.
Il suo declino fu clamoroso. Aveva perso tutto. Da cittadino fu costretto a vivere come un "Barbone".
Le persone che lo conoscevano, gli davano cibo e vestiti e qualche moneta che usava per bere al Bar sull'angolo.
Passavano i mesi. L'inverno era il mese più duro. Il freddo gli penetrava nelle ossa e il ricordo del tepore di casa, faceva gonfiare gli occhi del povero Pierluigi.
L'estate era più semplice da vivere; ma la debolezza si faceva sentire. Il tempo scorreva ineluttabile e il fisico si indeboliva. E qualche malattia sopraggiungeva.
Pierluigi si trascinava ubriaco per le strade della città.
Era solo. Abbandonato. La vita lo aveva castigato?
Ma chi si merita tutto ciò?
Ma lui aveva una speranza...
La sera quando il cielo era stellato, guardava le stelle. Poi cercava quella, secondo lui, che era più luminosa!
Poi si rivolgeva alla cagnolina dicendo: "Guarda le stelle, sono cosi belle...ma tu sei la Stella più luminosa, stellina mia.
Mi sei sempre vicina, anche adesso nel dolore; adesso che non sono più un uomo. Tu mi sei rimasta ancora fedele.
Grazie Stellina, tu sei in cuor la stella più bella!"
Ancora oggi lo vedo passare all'imbrunire per andare sotto il tetto di stelle presso le logge del mercato.
Lui vive lì adesso.
Gli ultimi...Sono figli di un "Dio minore?"
 

L'estate fragile
Belle le estati fanciulle, quando finiva la scuola e cominciavano le vacanze estive.
Ritrovarsi con gli amici, con vetusti "Ciao" recuperati da genitori o sorelle maggiori, personalizzate con roboanti marmitte e giovanili colori.
Si raggiungeva il nostro bagno in Darsena a Viareggio e in venti sotto un ombrellone si viveva alla giornata.
Era bello passare il pomeriggio sulla battima a giocare con il pallone, fare il bagno e mangiare un gelato parlando del futuro; dell'amicizia che mai sarebbe vanita.
Guardare le ragazze della nostra età, con sguardi mesti, perché la timidezza era più grande della nostra passione e si finiva sempre soli. Lanciavamo qualche occhiata e timidi sorrisi; ma poi il coraggio, quello mancava.
Ora sono qui a scrivere antichi ricordi di un estate fragile,l'estate dell'amore!
Era facile innamorarsi di ragazze carine le quali cominciavano ad essere donne, ma noi no, noi ancora troppo fanciulli per avere il coraggio di affrontare la timidezza.
Eravamo sempre noi, forse un po' "sfortunati". Eravamo bravi ragazzi, quelli che ascoltavano i genitori e avevano idee di "Sinistra".
I nostri sogni si intrecciavano ad un futuro che non si sarebbe realizzato, perché esso è una chimera della mente; un laccio emostatico del Destino.
Le estati continuavano a scorrere nelle stagioni, sembravano tutte uguali: ricche di divertimento e sogni irraggiungibili.
Appollaiati come gabbiani sugli scogli sdraiati nell'azzurro sciabordare...nella cornice dei nostri sogni, si restava a sognare.
Poi un dì, ci accorgemmo di essere adulti, aver trovato la fidanzata ed intraprendere nuove strade, strade diverse.
Nel frangersi dei raggi nelle increspature del mare, ci accorgemmo che le nostre vite erano cambiate i sogni erano solo riflessi di un età oramai svanita che non sarebbe mai più tornata. Ci perdemmo in un momento, nel battere del ciglio...smarriti per sempre nel l'estivo barbaglio.
Finite le scuole i diversi lavori e l'amore portò via la nostra amicizia, come un castello di sabbia che si sgretola, le nostre fragili estati si inabissarono nel mare.
Ora sono qui, fra mute pagine a ricordare qualcosa che forse è rimasto solo nella mia mente come un onda che viene e si ritira nell'ipotetico orizzonte. La vita ha un orizzonte? Che sia il Destino di ognuno, il quale in frangenti della vita ci fa incontrare e poi ci allontana come le onde del mare sulla riva.
Forse Il destino di ognuno di noi è incontrarsi per poi perdersi nell'infinito dei ricordi e smarrire le estati.
Adesso vedo i miei figli percorrere questa giovane avventura, la quale indelebili lascerà un dolce amaro nel costato.
Un cordoglio di emozione avviluppate all'animo, le quali faranno crescere un cuore di speme.
Beltà resterà per sempre: un dolce ricordo nell'infinito della fragile estate.
 

L'ingannatore
Ho nuotato in oceani di chimere prima di capire che esse sono come i sogni che svaniscono al primo risveglio.
Sono inciampato nei sortilegi del tempo, il vero grande ingannatore. In realtà è lui la vera chimera.
Cerchiamo di incatenarlo dentro futili orologi dalle lancette consunte da ruggine, per scoprire che lui è evaso.
Inganneremo ogni giorno della nostra vita con artificiali trastulli, creati ad arte per dare l'illusione della felicità.
Ma il gaudio è nelle cose semplici.
Quindi sfiora la delicatezza della mia lacrima, senza che essa possa evaporare, senza che essa venga trafitta dal sole.
Rimembro l'età fanciulla. L'etade fatta di spensieratezza...quando credevo che i giorni sarebbero rimasti lieti, ricchi di frivolezze.
Quando dire : "Ti Amo!" sembrava la porta del paradiso.
"Per sempre!" sembrava essere reale, ma poi è vanita l'illusione dell'amore adolescente, quello che ti mente.
Quindi sfiora con dolcezza il mio dolore, senza alleviare il suo penare; perché ciò che mi fa soffrire mi rende più forte.
Ho paura della morte. A volte la sento che respira dietro i miei capelli e ho paura dell'ignoto; ho paura di sparire prima di prendere commiato da tutte le creature che ho amato.
Ma succederà...Sparirò nell'infinito di ciò che mi ha illuso.
Sparirò nella mia stupidità. Immobile come un soprammobile aspetterò di frangermi in miliardi di frammenti sul pavimento
ricoperto di detriti dell'animo mio.
Nessuno è immortale, però dovrei trovare la forza di vivere con coraggio, senza retaggio di quello che ho smarrito.
Ineluttabile è il tempo e continuo a nuotare nei ricordi, come fossero illusioni che possono ritornare. Ciò che è stato è stato.
Quindi sfiora un frammento del mio sorriso quando esso ti sembrerà essere sincero. Con una carezza e molta delicatezza.
È come un fragile petalo di rosa il quale potrebbe gualcirsi.
Il mio cuore si è gualcito. Adesso è ricoperto da mille rughe in un groviglio di anzianità. Senile sterno nella solitudine dei dì.
Rimprovero a me stesso l'inettitudine di cui mi sono innamorato, facendola sposa del mio esistere.
Sono rimasto incatenato alla fragilità della solitudine dimenticando anche lo scorrere del tempo.
Quando ho guardato il pallido volto nello specchio, i capelli erano diventati canuti e gli occhi stanchi contornati da grinze.
Fuori guardo il tramonto. Il vermiglio colore il quale dona speranza ad una altra era.
Non mi importa se ho perduto del tempo; perché io vivo questo momento...Io sono adesso. Ora devo vivere la vita nel caduco istante senza lasciare il tempo mentire.
Io vivo oggi, ieri è già svanito e domani non è ancora nato.
Il mio Destino è peregrinare nella vita, senza perdere la partita.
Questa volta non voglio perdere.
Respirerò ogni refolo dell'anima.
 

Anima perduta (Demenza)
Nell'affanno della quotidianità, oppresso dalle mille vicissitudini che la vita ci dona, non mi ero accorto che ti eri smarrita nella tua mente.
Farneticavi. Alcune azioni che compievi, erano fuori dal tuo ordinario. No avevo capito che qualcosa non andava. Non avevo capito che stavi smarrendo l'anima nella mente.
Poi, un giorno hai avuto il tracollo della malattia. Una malattia mentale che progrediva velocemente nello strapparti dalla realtà, per gettarti nell'abisso infinito dentro il tuo mondo. Un mondo in cui non avresti fatto più entrare nessuno: neanche me!
I medici la chiamano "Demenza Senile", ma per me era un maledetto morbo che ti avrebbe allontanata per sempre da me.
Passavano i giorni e il tuo stato diventava sempre più catatonico. Ogni giorno ero circondato dai tuoi indumenti puzzolenti di orina e dovevo seguirti passo passo come un neonato. Si. Nella tua senilità eri tornata fanciulla. La malattia aveva rubato le tue funzioni cognitive. Aveva resettato tutto ciò che nel corso della tua vita avevi imparato.
Io ti chiamavo. Ripetevo ogni giorno il mio nome. Ma tu, avevi lo sguardo smarrito. Gli occhi di vetro oscurati dalla demenza non riuscivano a filtrare la luce. Dentro la tua psiche c'erano le tenebre. Non so se avevi paura. Non so se tremavi nel tuo stato di solitudine. Non sapevo dove ti eri persa...ma sapevo che in quel corpo caduco e fragile da qualche parte c'eri.
Con amore ogni giorno mi prendevo cura del tuo corpo.
Ti lavavo e ti vestivo. Ti preparavo qualcosa da mangiare in maniera tale che tu riuscissi a deglutire senza rischiare il soffocamento.
La sera ti coricavo, e per le ripide scale ti portavo nel tuo letto, dopo che ti avevo fatto il bidè e lavato i denti.
La mia schiena gridava vendetta, ma a chi?
Il fato aveva voluto così! La sua rivincita su di noi. Ma giammai mi avrebbe indotto ad odiarti o a odiare la situazione in cui la malattia mi aveva trascinato; io, ti amavo ancora di più.
Nella quiete delle mattine che ti portavo nel giardinetto, riuscivo ad udire il chioccolare del pettirosso, che era diventato un amico della mia solitudine. Si, perché la malattia aveva isolato te dal mondo, ma aveva isolato anche me dalla quotidianità.
I meriggi si allungavano come ombre e il tedio faceva da padrone. Mi sentivo recluso in questa casa e a tratti avevo odiato queste mura e l'odore di orina, ma non tu! Tu eri vittima come me! Tu lo eri di più, anche se io dovevo accudire a ciò che rimaneva di quel corpo privo di un anima? Che un tempo era stato gioioso e divertente e gioviale.
Odiavo il tempo. Odiavo il fato. Odiavo lo stato che non faceva niente per aiutare le persone come me che vivevano questo lungo e affannoso disagio; con al fianco una povera persona afflitta da demenza.
Avrei voluto affacciarmi alla finestra che dava sul vicolo del centro e gridare tutto il mio dissapore, ma contro chi? Contro me stesso? Il mondo? Cosa avrebbe fatto questo mondo per noi?
Ti guardavo nel tuo silenzio. Seduta eri su quella poltrona consunta come la tua pelle. La TV era accesa e roboante, ma gli occhi tuoi no c'erano!
La tua povera anima afflitta, quella che avevo amato, quella che era nella tua psiche...Era per sempre persa.
Sarebbero passati i dì i mesi gli anni, e il tuo corpo si sarebbe lentamente consumato come una candela; per un giorno trovarlo spento. Si, un giorno quell'effluvio di vita sarebbe andato perduto per sempre come la tua anima.

 


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