Racconti di Alessio Romanini


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Contando le foglie in autunno
Novembre 2023

Ciao madre,
oggi è il mio compleanno(chissà se lo ricorderai), un altro
autunno a contare le foglie cadere da quanto mi hai
abbandonato; sono quattordici gli anni miei e dodici anni
sono che tu mi hai lasciato come un pacco nell'oblio.
E sono quattordici anni che ti aspetto! Madre.
Non voglio il tuo regalo. Il più grande regalo da parte tua
sarebbe quell'abbraccio che mi hai negato. Ed una parola di
chiarezza sul motivo per cui mi hai abbandonato.
Sicuramente avrai avuto i tuoi motivi, che siano validi o
meno non spetta a me giudicare; il giudizio un giorno
so che te lo darà il tuo cuore.
Mi avrai amato un po' quando ero nel grembo tuo? Avrai amato
il primo vagito? Sicuramente ti sarai emozionata, quando la
prima parola che sono riuscito a pronunciare a l'età di
due anni è stato: "Mamma!"
Proprio quando mi hai abbandonato! È la parola da me pronunciata che ti ha spaventato? Perché hai capito l'importanza del ruolo che avresti dovuto ricoprire? Bastava
l'amore!
Ma tu, dopo il mio compleanno, mi hai abbandonato. Hai lasciato
un vuoto nel mio cuore che ancora adesso non riesco a colmare.
Sono rimasto con papà e i nonni paterni...i quali si sono
presi cura di me con amorevole gioia.
Di tanto in tanto venivi a suonare al campanello di casa nostra, ma non per vedere tuo figlio, perché cercavi soldi.

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A cosa ti serviva il vile denaro? Per bucare le tue vene
con quel veleno? O perché avevi deciso di vagabondare e avevi
solamente fame?
La tua casa era diventata la strada. Mi dissero che tu non
volevi un figlio. Ma io non sono un abito vecchio che tu puoi
cambiare per rinnovare il guardaroba. Io, sono un frammento
della tua vita e lo sarò per sempre!
Madre, dimmi ti prego perché mi hai abbandonato. Ero solo
un bambino che voleva essere amato...
Madre, dopo che tu mi hai lasciato, papà si è ammalato.
Ho visto il suo viso consumato giorno dopo giorno. Ma lui era muto nel dolore e per me aveva sempre un sorriso d'amore.
Papà mi ha amato ogni giorno fino a quando è dovuto partire
per il viaggio più lungo, quello senza ritorno ed io sono
rimasto con i nonni paterni; loro, mi hanno allevato come
fossi figlio suo!
Oggi sono qui, al quattordicesimo compleanno, perché
comincio ad essere uomo e vorrei capire.
Ti ho visto qualche mese fa quando sei tornata a chiedere elemosina...e nonno, con disprezzo ti ha dato qualcosa.
Quando vieni a suonare, ti guardo di nascosto dalle imposte
socchiuse. Il cuore fa molto male ed ogni volta comincia
ancora a sanguinare.
Vorrei parlarti di tutto quel dolore che ho provato quando
a Natale, tu non eri il regalo che avevo agognato; Babbo Natale non mi ha mai ascoltato...
A scuola tutti avevano la mamma ed io ero solo un orfano...papà era morto ma in cuor mio anche tu sei morta.

Madre, oggi vorrei dirti che finalmente ho trovato una

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fidanzata. È molto bella e dolce. Con lei non ho paura e non
sento quel vacuo che non ho mai colmato.
Anche se sono solamente adolescente, sento che è la donna
che compensa una parte di quel silenzio che ha sempre fatto
rumore nel mio sterno.
Non so se sarà la donna di tutta una vita, questo nessuno lo può sapere, quello che so di certo è che ho capito finalmente cosa vuol dire amare ed essere amato.
Madre, perché non sei riuscita ad amarmi? Io non ti ho chiesto
di venire in questo mondo...ma se hai fatto un gesto d'amore per avermi, che sia stato un momento sbagliato o meno, potevi provare ad amarmi.
Non fraintendere madre, non ti voglio giudicare; vorrei solo capire perché mi hai abbandonato.
Io e te, sai quanto amore al mondo avremmo regalato?
In questo giorno del mio quattordicesimo compleanno, è tornato
nel cuore un amaro ricordo; quando tu te ne sei andata da me!
Ricordo le mie lacrime che graffiavano le tumide labbra, mentre
dalla finestra di camera vedevo la tua scura figura allontanarsi. Ero solo un bambino che vedeva la sua mamma
andarsene. E nel mio cuore ho sempre creduto che la colpa fosse mia. E nella mia anima ho portato il fardello della colpa.
L'ho portato come un nero drappo sigillato in ogni palpito
del petto; e per difendermi avevo smesso di amare.
Ma oggi sciolgo il nero drappo e anche io voglio essere felice!
Tutti hanno diritto ad esserlo...anche tu, ma anche io.
Quindi madre, oggi abbandono quella colpa che non è mia
e senza giudicare quale tipo di errore hai commesso, vado
avanti lo stesso...e voglio ricominciare ad avere speranza

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nell'amore che mi fu rubato.
Madre, comunque ti abbraccio con affetto...non voglio sapere
se ti senti in difetto ed anzi, la porta del mio cuore
sarà sempre aperta per quando vorrai suonare.

Tuo Figlio.
 

Lo stesso mare
Mi dissero: "Perché vai a guardare ogni dì il mare?
Ogni giorno, tu, vedi lo stesso mare!
"
Loro non sapevano guardare. Loro non sapevano che il mare è
vivo ed ogni giorno esso cambia.
Le diafane acque si allungano e si ritirano dalla riva, tutti
i giorni.
E quotidianamente le onde sono apparentemente ferme se la brezza è debole, mentre quando l'alito di vento diventa veemente, le acque si increspano in onde mosse ed impetuose che si scagliano sopra scogli e la riva.
Loro, non riusciranno a vedere oltre la distanza del loro naso.
Come possono fare una simile affermazione?
Scendono dalle alte vette ogni dì i rivi, che poi si gettano nella foce salata del mare e rigenerano le trasparenti acque
di esso.
Ed ogni giorno, la diurna stella riscalda il "pelo dell'acqua"
per farla evaporare in tante minuscole goccioline, che andranno
a formare grevi nembi.
Ed essi, ricadranno a loro volta sotto forma di pioggia dentro
rivoli, dentro la zolla, dentro il mare...
Nettuno è vivo! E quotidianamente si trova a migrare in ogni
luogo e in terre lontane; terre che a volte sono ignote al
ciglio umano. È per questo semplice motivo che usualmente sento dentro l'animo mio il bisogno di rivedere il mare.
Esso favella. Racconta ciò che ha visto. Mi parla della vita!
Loro non sanno guardare. Non sono capaci di restare ad ascoltare. Amo il mare. Ed ogni dì mi reco da lui e affascinato resto ad ascoltare.
 

I figli di questo tempo
Chi sono i figli di questo tempo che si conoscono tramite gelidi social per darsi un appuntamento "d'amore" e neanche si conoscono?
Dov'è finito di incontrarsi nei luoghi pubblici e goffamente conoscersi?
Con il rossore delle gote e lo sguardo sempre basso per timidezza.
Era bello avere timore di prendersi per mano e sentire il cuore uscire dalla cassa toracica dall'emozione. Non saper ancora baciare…ed aver paura di fare brutte figure.
Per San Valentino, il giorno dedicato all'amore si regalava un peluche, perché richiamava coccole e tenerezze.
I figli di questo tempo lo sanno cos'è l'amore?
Non è solo avviluppare i propri corpi per sentirsi più grandi!
L'amore è guardarsi negli occhi e promettersi sogni eterni.
Anche se poi non si avverano...in quell'istante della vita senti che l'amore è eterno.
Qualora fosse anche solo un inganno del cuore, è bello sperare e in cuor sognare.
Mentre i figli di questo tempo sono consumati da smartphone.
I loro sogni sono sognati dai social e da algoritmi.
Non sanno dare una carezza e dire una parola con dolcezza.
"Non siete pedine di una scacchiera, siete stelle cadenti di un firmamento che vuole regalare sogni".
Allungate le mani e prendete quei frammenti di stelle e cominciate a sognare.
Non lasciate che il vostro tempo rubi la bellezza di sognare…alcuni sogni vi deluderanno.
Altri si realizzeranno, e allora avrete capito l'importanza di sbocciare liberi come fiori di campo.
Allora avrete capito l'importanza di sognare.
Non imprigionate i vostri sogni dentro scatole tecnologiche; dietro quel sipario c'è chi vi obbliga a fare sogni che non sono vostri.
Sognate liberi e sognate l'amore.
Non smettete di sognare per diventare anonimi all'interno di questa subdola scatola che è
la società. Essa è ciò che vuole.
Siete nati liberi come i sogni, quindi sognate ancora!
Anche se un sogno vi potrà sembrare stupido, sognate. Quel sogno siete voli.
I figli di questo tempo non sanno cos'è l'amore.
Amore non è conquistare da uno schermo di cellulare una persona di cui avete visto la foto.
Amore non è se qualcuno è bravo a fare un "Tik Tok".
L'amore si scopre guardando dritto negli occhi l'anima della persona, si respira dal profumo morbido della pelle. Dalle tumide labbra quando parlano.
Amore sono le emozioni che risvegliano i sensi dell'animo.
I figli di questo tempo, sono stati ingannati come i pedoni della scacchiera.
Il pedone è considerato come la "fanteria" di uno schieramento militare.
Mere pedine sacrificali.
"Siete fatti di amore e sogni!" Sognate ancora. Sognate l'amore. Sognate il vero amore
che non si trova all'interno di strumenti tecnologici né tanto meno nascosti negli angoli
di falsi social network.
"Voi, siete i figli di questo tempo, riprendetevi il vostro reale tempo."
 

Ritorno al "Muraglione"
Era passato circa un anno dall'ultima volta che spogliato
dalle mie abitudini, ero tornato a passeggiare sul "Muraglione"
come veniva chiamato dai viareggini il Molo di Levante.
Era un sabato di marzo. Il sole splendeva nella meravigliosa
primavera. L'aria era piacevole e l'azzurro del cielo catturava
lo sguardo.
Ero rimasto solo nell'appartamento, tanto che sentivo la solitudine che echeggiava nell'anima.
Non riuscivo a restare inerme in quel silenzio, nell'apatia
della mia mezza età.
Avevo scoperto che la maturità del passare degli anni portava
saggezza ed esperienza.
Le facili chimere giovanili, ormai erano eluse dall'animo mio.
Quando mi trovai solo nel silenzio della stanza, l'idea
di raggiungere il "Muraglione" fu un battito cardiaco.
Dovevo sentire lo sciabordio del mare. Dovevo vedere le onde
frangersi sulla spiaggia, sugli scogli. Dovevo vedere il barbaglio. Dovevo sentire l'effluvio del salmastro...
Alcuni velieri tagliavano l'orizzonte. Gridavano famelici gabbiani. Ed io mi ritrovai a passeggiare su quella barriera
di cemento armato che camminava immersa nel mare.
Il sole scaldava il pallido volto. Gli occhi erano leggermente
socchiusi dal fulgente sole...e sentivo il rumore dei miei passi.
La mia ombra si stagliava ad est, ed era l'unica che mi seguiva
senza fare rumore.
Era magico passeggiare lungo quel miracoloso molo che distava dal caos della "Passeggiata".
Avevo percorso il muro fino al faro rosso; dove avevano situato
grossi scogli pari su cui erano collocate delle bronzee sculture di fanciulli intenti a giocare per l'eternità.
Era il punto più estremo del molo. L'acqua diventava di uno
scuro blu che faceva presagire alla sua profondità.
In questa zona della città, il mare era rimasto meno contaminato dall'influenza dell'uomo.
Qui, la natura riusciva a mantenere ancora un certo equilibrio.
Pochi avventori e alcuni pescatori avevo trovato sui miei passi.
La confusione e l'affollamento da parte di persone non sarebbe
stato di mio gradimento; visto che fuggivo in questo luogo
quando avevo bisogno di trovare la solitudine necessaria per
ritrovare me stesso.
Il "Muraglione" era un luogo sacro, per me. Era uno scrigno di
ricordi. Di attimi vissuti. Del tempo che scorreva nei miei
capelli, nei miei pensieri...
Avrei voluto venire più spesso in questo incantevole luogo
della mia città e in altri posti da questa parte della periferia che riuscivano a conservare un fascino poetico.
La mia città, Viareggio, era la mia Musa. Per me era città
di poesia.
Anche se gli abitanti e le persone dei luoghi vicini non si
accorgono della bellezza poetica di Viareggio, io, riuscivo
a trovare grandi emozioni da queste zone.
A volte amavo camminare a piedi(in quei luoghi) e per magia
tutto sembrava avere un aspetto diverso.
Vedevo le cose da un altra prospettiva, e i posti apparivano
anch'essi diversi.
Forse le persone davano tutto per scontato; ma Viareggio aveva
una particolare magia...
Dopo che avevo raggiunto la fine del molo, e avevo visto le
statue fanciulle; ritornai indietro.
Il sole, lento, cominciava a calare. Non era ancora arrossito
come le fanciulle statue, ma lentamente andava a dormire là
nell'orizzonte misterioso; dove si vedevano ancora bianche vele
veleggiare lontane dalla costa.
Giunto nel mio appartamento, ritrovai quel silenzio che avevo
lasciato. Ma non ero vacuo. Nel mio petto avevo la ricchezza
delle emozioni che avevo provato. La gioia di quel momento
prezioso era una particella del mio vivere. Mi ero sentito
parte di quel tutto che è il mare.
Si, perché il mare dentro le sue acque porta del cielo il colore. Ha il vento che crea il suo eterno movimento.
Possiede il sale di tutti i fiumi che si confondono nella sua
immensità. Ha una vita che rimane nei suoi fondali.
Modella spiagge e scogli. Protegge gli uccelli marini e porta
le piogge nei momenti di siccità.
Questo e molto di più è il mare che accoglie anche le mie lacrime e le emozioni arricchendo l'anima.
Non so quando potrò tornare al "Muraglione", ma nel cuore
quell'emozione non potrà mai svanire.
 

La Commedia
"Benvenuti alla Commedia lor signori, sedetevi comodi sulle porpora sedie di finto velluto; stasera è pura finzione.
Quello che vedrete rappresentato su quel palco nascosto dal sipario, anch'esso porpora, è pura invenzione. Niente è vero."
Siamo commedianti, che ogni giorno rappresentano la commedia della loro vita. Quando siamo piccoli siamo liberi da stereotipi; ci esprimiamo con il naturale istinto...ma lentamente quando veniamo a contatto con la società, veniamo risucchiati nel vortice di falsità precostituite.
Una volta entrati nell'immaginario collettivo dell'essere adulto, perdiamo i nostri primordiali istinti e veniamo risucchiati dall'oblio.
Siamo costretti ad interpretare un ruolo che ci è stato assegnato durante la crescita in base alla nostra sensibilità.
Ciascuno di noi diventa attore della propria vita.
"Benvenuti signori, la Commedia è un Dramma, il dramma che viviamo ognuno di noi, ogni giorno nella propria solitudine."
La vita non sarebbe un dramma se fosse vissuta realmente, se noi commedianti non si recitasse la parte che ci è stata assegnata ma riuscissimo ad essere noi; forse potremmo essere più felici. Quella felicità che da piccoli ci apparteneva ed era l'istinto naturale dell'essere.
Siamo entrati in questo teatro che ci siamo costruiti su misura; per non uscirne più.
Abbiamo scelto la parte da interpretare, dopo di che ne siamo diventati schiavi. Siamo rimasti coinvolti talmente tanto dalla nostra interpretazione che abbiamo finito col dimenticare chi siamo realmente; abbiamo smarrito la nostra identità.
Abbiamo disegnato la nostra maschera per nascondere realtà.
Ma la realtà ci appartiene! Non questo fittizio teatro in cui ogni giorno "recitiamo a soggetto".
Ci siamo mai domandati chi siamo realmente? Come potremmo scoprire chi siamo, cresciuti dentro questi panni d'attore? Dietro questa maschera che interpretiamo ci siamo nascosti noi!
La nostra vitale essenza.
Gettiamo la maschera e viviamo consapevoli che stiamo interpretando un ruolo che ormai è difficile da estirpare; consapevoli di vivere la nostra vita felice nella sua semplicità, nella sua umiltà.
"Benvenuti a lor signori, avete visto il Dramma della Commedia interpretato da voi stessi. Questo palcoscenico è il vostro. Recitate! Recitate! Non lasciatevi ingannare dalla realtà. Siamo qua per interpretare la nostra società. La vita sembrerà un astuta chimera. Benvenuti a voi tutti."
Giù il sipario porpora di finto velluto!
Qui tutto appare niente è reale...

"C'è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando stai solo, resti nessuno" DI LUIGI PIRANDELLO.
 

10 Agosto, Viareggio
Ti ho voluto scrivere oggi, nella notte di San Lorenzo, perché è
la notte delle stelle cadenti.
Come vuole l'antica tradizione, se vedi una stella che cade devi
esprimere un desiderio; la vita dell'uomo, si credeva legata alle stelle,
quindi se ne vedi una cadere, la tua vita non sarà più legata ad essa e
con il desiderio potrai sperare di avere un diverso destino e
realizzare un sogno.
Esci sul balcone. Vai sulla battima tiepida. Cerca un angolo buio
della città; rivolgi lo sguardo al firmamento e non importa
quanto tempo ci vorrà...Tu aspetta di vedere una stella cadere.
Ricordo quando ero piccolo andavo nei campi di mio nonno,
fra i fagiolini e le lucciole restavo incantato a guardare la volta celeste.
Ne ho viste tante di stelle cadere. Sciami delle Perseidi che scintillavano
per poi sparire nell'infinito del cosmo.
Ho espresso tanti desideri, ma se ti dovessi dire che si sono avverarti
ti rispondo con un sonoro: no!
Perché dobbiamo continuare ad illuderci che il nostro Destino
possa cambiare? Esso è questo. È già stato disegnato da un'intelligenza superiore.
Disprezzo questa mia vita, non la vita stessa che è meravigliosa!
La vita che conduco. La vita da recluso.
Mi diletto in scrittura che mi libera da ogni paura, liberando l'anima.
Ma io vorrei vedere la notte con le sue stelle!
E sentire lo sciabordare del mare mentre una stella si spegne!
Vedere la luna da nubi offuscate
ed immergere i piedi nella sabbia raffreddata.
Cadono le stelle ogni X d'Agosto. I poeti scrivono le loro liriche.
I pittori dipingono le loro tele e i sognatori continuano a sognare.
Io ho smesso di sognare, perché nel petto faceva ancora più
male. Vorrei affacciarmi alla finestra con fioca luce e guardare
fuori...ma non ho il coraggio di sognare. Di desiderare.
Lascio le giovane fanciulle e gli innamorati
con il naso rivolto alla notte ad esprimere
un desiderio; lascio a loro l'illusione di sognare.
Ma a volte è bello anche solo sognare per non spegnere
la speranza nel cuore come stelle cadenti.
La notte di San Lorenzo è cominciata
da poco...si vedono ancora poche stelle. Ma cadranno!
Cadranno come tutti i sogni che ho fatto
da bambino per non tornare mai più!
Ti auguro un buon X Agosto, fra milioni di desideri cadenti!
Desideri di poter cambiare il tuo Destino.

Un abbraccio.
AR
 

L'amore del grillo
Era giunto l'autunno con i suoi colori. Con i suoi profumi. Con i suoi frutti. L'aria era più fresca. Il sole tiepido e il crepuscolo giungeva in anticipo.
Calava la sera malinconica nel vermiglio tramonto. Uno zefiro aleggiava fra le foglie cadenti, morenti sull'umido suolo.
Il parco era deserto. La quiete volitava come una leggera nebbia. Echeggiava nel silenzio, del grillo il frinire.
Sfregava con forza le sue fragili alette per echeggiare ancora più forte. Voleva arrivare con il suo canto alla luna che ogni notte splendeva nella volta celeste. Con il suo bagliore. Con il suo pallore. Con il delicato viso che aveva fatto innamorare
il grillo.
Era autunno e per lui era tempo di andare in diapausa per poi tornare a primavera a cantare.
Avrebbe dovuto scavare lunghe gallerie nella terra per ripararsi dal gelo, per non morire; ma l'amore aveva catturato il suo cuore.
Aveva vissuto sempre nel buio del sottosuolo, senza luce senza amore...adesso che era uscito dalle viscere della terra ed aveva visto la luna il suo cuore non voleva smettere di suonare una serenata per lei.
Ogni notte fino al sorgere del sole, quando esso avrebbe offuscato la luna, il grillo continuava a suonare, suonare senza mai stancare le sue fragili ali.
L'amore nutriva la forza. L'amore era la sua corazza.
Ogni sera, nascosto nello stormire di chiome ingiallite, il grillo continuava a suonare, suonare...
I giorni passavano, gli alberi erano sempre più spogli.
Il suolo era ricoperto da foglie putrescenti...quasi non si vedeva più la terra ed il grillo non avrebbe potuto scavare le gallerie per proteggersi dal freddo e passare l'inverno.
I giorni passavano scanditi da quel dolce frinire. Chiunque si sarebbe innamorato di quella sonata composta con ardore.
Il grillo suonava e non capiva perché la luna non ricambiava.
Eppure aveva messo tutta l'energia in quell'amore. Aveva consumato le fragili ali a forza di frinire. Aveva mangiato poco per paura che la sua amata non sarebbe riuscita a sentire.
Essa sembrava non accorgersi di lui. Ogni sera cambiava faccia. "È così bella", pensava il grillo. "Forse si prepara per il mio amore", continuava il grillo follemente innamorato.
Ma la luna continuava indifferente e fredda a risplendere nell'autunno senza volgere uno sguardo al povero grillo.
Esso non volle darsi per vinto. "Forse sarà troppo lontana" si diceva tra se e se. "Non riesce a udire la mia serenata. Suonerò più forte! Suonerò fino alla morte! Cosicché si accorgerà finalmente di me!"
Questo aveva pensato il grillo innamorato.
L'inverno era oramai arrivato. Il terreno era duro di ghiaccio. Spirava una gelida tramontana. Anche gli alberi ignudi tremavano al passaggio delle fredde folate invernali.
Il grillo, determinato, era rimasto sul ramo più alto. Aveva atteso la luna per comporgli una serenata d'amore.
Ma quando la luna si alzò nella volta celeste, il suo enorme cuore innamorato rimase gelato.
Il suo grande amore era spirato con il frinire. Esso era morto libero di amare. Aveva amato nella sua breve vita quella splendida luna che aveva ammirato e lei non si era accorta di lui.
Aveva amato quella magica luce che lo aveva attratto da una vita passata sottoterra, nelle umide tenebre.
Era morto con gioia perché aveva scoperto la libertà di poter amare senza giudicare. Lui aveva amato! Aveva capito che amare è dare se stesso senza pretendere niente indietro.
Amare era il dono della vita. Lui, amando aveva vissuto.
 

22/06/2022 Viareggio(Lu)

Ciao,
come stai? Come vanno le cose dall'ultima volta che ci siamo scritti?
Io sto in salute, ma ho una stilla di solitudine che inquieta l'animo.
Avevo programmato di fare un viaggio per colmare questo vuoto questa assenza di gaudio.
La valigia è pronta. Il biglietto l'ho acquistato. Ho programmato sopra un ingiallita cartina il viaggio che vorrei fare. Presto partirò, e volevo accomiatarmi dagli amici.
Addio! Non si dice così prima di viaggiare?
Poi ho raggiunto il mare, una mattina di giugno, quando spirava una tenera brezza e la spiaggia non era ancora affollata.
Lo sciabordio era silente come se non volesse disturbare il mio sguardo rapito dall'infinito azzurro.
Il sole era tiepido. Gli scogli immobili. Le grida dei gabbiani non facevano rumore e in quel silenzio ho cominciato a viaggiare...
Ho socchiuso leggermente le palpebre oh respirato profondamente
e il mio viaggio è cominciato; come guardare un vecchio film in bianco e nero sopra un vetusto schermo a tubo catodico.
Ho visto i ricordi del mio passato.
Tutto ciò che ho lasciato. Tutte le illusioni gli amici e gli amori.
Ho visto le giornate tediose e quelle affollate dal dolore.
Ho visto un uomo malinconico inseguire un sogno eterno. L'illusione dell'eterna età fanciulla. La chimera di una vita agognata.
Guardando ancora dentro quell'eco vuoto che percepivo. Ho visto l'uomo invecchiare davanti il suo mare. Davanti il tramonto del giorno. Davanti quel silenzio che sento.
Non mi sono fermato, ho continuato il mio viaggio; non sarebbe giusto smettere di viaggiare al primo dolore.
Camminando come avviluppato da un sogno, ho visto i volti di molta gente. Gente passata. Gente non più incontrata.
Nel cuore porto tutti i loro occhi. Il loro sorriso. Il pianto.
Perché alla fine ognuno è affranto nel suo viaggio.
Però è bello questo viaggiare! Dentro il cuore, ognuno ha il suo mare, questo eterno movimento di emozioni che è il gaudio della vita.
A volte ci ha delusi. A volte ci ha feriti. Ma ogni volta ci ha preso fra le braccia come una madre affettuosa e ci ha regalato carezze, amore.
Il dolore è racchiuso dentro il petto dentro il seno...
Vorrei ancora viaggiare...anche se a volte sono amareggiato, altre sono deluso. Questo è il breve viaggio prima dell'infinito...
Non ho ancora disfatto le valige. Non ho portato vestiti. Non ho portato libri. Non ho portato carta e penna.
Ho portato tutti i ricordi: quelli brutti e quelli belli.
Ho portato il dolore e l'amore. Il gaudio e il pianto. Una lacrima e un sorriso. Ho portato tutto l'amore che ho incontrato. Le persone che ho amato. Chi ho conosciuto.
Nella mia valigia c'è ancora spazio!
Non voglio smettere di riempirla perché ho la speranza di trovare ancora cose belle in questo viaggio...
Troverò ancora dolore, ma non riempirò la mia valigia con esso!
Aspetterò di trovare la gioia. Quella felicità che pur effimera
è come una goccia di pioggia che riempie il mare! Il mio mare!
Caro amico, ecco quindi ti saluto...Il mio viaggio non è ancora finito.
Nella mia valigia c'è posto anche per te!
A presto!
AR
 

Beati gli ultimi...
Nei margini della città, dove la comune gente non passeggia o non sosta per non vedere, vivono loro...gli Ultimi.
Sono tutte quelle persone che per una serie di vicissitudini accadute nelle loro vite hanno decretato la caduta della loro dignità. Li vedi passeggiare come zombi in mezzo alla gente comune. Essi,la comune gente, stereotipati vivono prigionieri di schemi prodotti dalla società, tronfi di pregiudizi.
Loro, gli ultimi, vivono alla giornata. Non sono liberi ma sono schiavi del sistema. Chiedendo elemosina o cercano un piatto per mangiare dai conoscenti della città.
Vorrei narrare la storia di Pierluigi, uno degli ultimi che ho incontrato, e la sua cagnolina "Stella"; unica fedele compagna dei brandelli di vita che gli restano.
Pierluigi, era un uomo di mezza età che viveva in centro città.
Era una persona molto conosciuta e amabile. Viveva con l'anziana madre e lavorava presso una pasticceria. Le cose andavano bene. Il lavoro gli dava da che vivere.
Mi raccontò, un dì, che per una grande delusione d'amore che gli spezzo il cuore, non riuscì più a trovare l'amore della sua vita, e per paura di soffrire; solo, si "rifugiò" in casa della madre.
Passarono gli anni. L'anziana madre si ammalò, facendo cadere Pierluigi in una situazione di forte stress che gli causò in breve il vizio del bere.
Beveva troppo spesso. Tanto che si recava al lavoro ubriaco. Questo gli provocò il licenziamento.
Perduta la madre. Perduto il lavoro. La situazione di Pierluigi si aggravò ulteriormente.
I soldi erano finiti e non riusciva a pagare le utenze e di che vivere.
Aveva due fratelli che non lo aiutarono affatto! Anzi. Vendettero la casa dell'anziana madre morta e buttarono fuori di casa il povero Pierluigi; che fu costretto a vivere sotto il loggiato del mercato della sua città, con la piccola cagnolina: Stella.
Il suo declino fu clamoroso. Aveva perso tutto. Da cittadino fu costretto a vivere come un "Barbone".
Le persone che lo conoscevano, gli davano cibo e vestiti e qualche moneta che usava per bere al Bar sull'angolo.
Passavano i mesi. L'inverno era il mese più duro. Il freddo gli penetrava nelle ossa e il ricordo del tepore di casa, faceva gonfiare gli occhi del povero Pierluigi.
L'estate era più semplice da vivere; ma la debolezza si faceva sentire. Il tempo scorreva ineluttabile e il fisico si indeboliva. E qualche malattia sopraggiungeva.
Pierluigi si trascinava ubriaco per le strade della città.
Era solo. Abbandonato. La vita lo aveva castigato?
Ma chi si merita tutto ciò?
Ma lui aveva una speranza...
La sera quando il cielo era stellato, guardava le stelle. Poi cercava quella, secondo lui, che era più luminosa!
Poi si rivolgeva alla cagnolina dicendo: "Guarda le stelle, sono cosi belle...ma tu sei la Stella più luminosa, stellina mia.
Mi sei sempre vicina, anche adesso nel dolore; adesso che non sono più un uomo. Tu mi sei rimasta ancora fedele.
Grazie Stellina, tu sei in cuor la stella più bella!"
Ancora oggi lo vedo passare all'imbrunire per andare sotto il tetto di stelle presso le logge del mercato.
Lui vive lì adesso.
Gli ultimi...Sono figli di un "Dio minore?"
 

L'estate fragile
Belle le estati fanciulle, quando finiva la scuola e cominciavano le vacanze estive.
Ritrovarsi con gli amici, con vetusti "Ciao" recuperati da genitori o sorelle maggiori, personalizzate con roboanti marmitte e giovanili colori.
Si raggiungeva il nostro bagno in Darsena a Viareggio e in venti sotto un ombrellone si viveva alla giornata.
Era bello passare il pomeriggio sulla battima a giocare con il pallone, fare il bagno e mangiare un gelato parlando del futuro; dell'amicizia che mai sarebbe vanita.
Guardare le ragazze della nostra età, con sguardi mesti, perché la timidezza era più grande della nostra passione e si finiva sempre soli. Lanciavamo qualche occhiata e timidi sorrisi; ma poi il coraggio, quello mancava.
Ora sono qui a scrivere antichi ricordi di un estate fragile,l'estate dell'amore!
Era facile innamorarsi di ragazze carine le quali cominciavano ad essere donne, ma noi no, noi ancora troppo fanciulli per avere il coraggio di affrontare la timidezza.
Eravamo sempre noi, forse un po' "sfortunati". Eravamo bravi ragazzi, quelli che ascoltavano i genitori e avevano idee di "Sinistra".
I nostri sogni si intrecciavano ad un futuro che non si sarebbe realizzato, perché esso è una chimera della mente; un laccio emostatico del Destino.
Le estati continuavano a scorrere nelle stagioni, sembravano tutte uguali: ricche di divertimento e sogni irraggiungibili.
Appollaiati come gabbiani sugli scogli sdraiati nell'azzurro sciabordare...nella cornice dei nostri sogni, si restava a sognare.
Poi un dì, ci accorgemmo di essere adulti, aver trovato la fidanzata ed intraprendere nuove strade, strade diverse.
Nel frangersi dei raggi nelle increspature del mare, ci accorgemmo che le nostre vite erano cambiate i sogni erano solo riflessi di un età oramai svanita che non sarebbe mai più tornata. Ci perdemmo in un momento, nel battere del ciglio...smarriti per sempre nel l'estivo barbaglio.
Finite le scuole i diversi lavori e l'amore portò via la nostra amicizia, come un castello di sabbia che si sgretola, le nostre fragili estati si inabissarono nel mare.
Ora sono qui, fra mute pagine a ricordare qualcosa che forse è rimasto solo nella mia mente come un onda che viene e si ritira nell'ipotetico orizzonte. La vita ha un orizzonte? Che sia il Destino di ognuno, il quale in frangenti della vita ci fa incontrare e poi ci allontana come le onde del mare sulla riva.
Forse Il destino di ognuno di noi è incontrarsi per poi perdersi nell'infinito dei ricordi e smarrire le estati.
Adesso vedo i miei figli percorrere questa giovane avventura, la quale indelebili lascerà un dolce amaro nel costato.
Un cordoglio di emozione avviluppate all'animo, le quali faranno crescere un cuore di speme.
Beltà resterà per sempre: un dolce ricordo nell'infinito della fragile estate.
 

L'ingannatore
Ho nuotato in oceani di chimere prima di capire che esse sono come i sogni che svaniscono al primo risveglio.
Sono inciampato nei sortilegi del tempo, il vero grande ingannatore. In realtà è lui la vera chimera.
Cerchiamo di incatenarlo dentro futili orologi dalle lancette consunte da ruggine, per scoprire che lui è evaso.
Inganneremo ogni giorno della nostra vita con artificiali trastulli, creati ad arte per dare l'illusione della felicità.
Ma il gaudio è nelle cose semplici.
Quindi sfiora la delicatezza della mia lacrima, senza che essa possa evaporare, senza che essa venga trafitta dal sole.
Rimembro l'età fanciulla. L'etade fatta di spensieratezza...quando credevo che i giorni sarebbero rimasti lieti, ricchi di frivolezze.
Quando dire : "Ti Amo!" sembrava la porta del paradiso.
"Per sempre!" sembrava essere reale, ma poi è vanita l'illusione dell'amore adolescente, quello che ti mente.
Quindi sfiora con dolcezza il mio dolore, senza alleviare il suo penare; perché ciò che mi fa soffrire mi rende più forte.
Ho paura della morte. A volte la sento che respira dietro i miei capelli e ho paura dell'ignoto; ho paura di sparire prima di prendere commiato da tutte le creature che ho amato.
Ma succederà...Sparirò nell'infinito di ciò che mi ha illuso.
Sparirò nella mia stupidità. Immobile come un soprammobile aspetterò di frangermi in miliardi di frammenti sul pavimento
ricoperto di detriti dell'animo mio.
Nessuno è immortale, però dovrei trovare la forza di vivere con coraggio, senza retaggio di quello che ho smarrito.
Ineluttabile è il tempo e continuo a nuotare nei ricordi, come fossero illusioni che possono ritornare. Ciò che è stato è stato.
Quindi sfiora un frammento del mio sorriso quando esso ti sembrerà essere sincero. Con una carezza e molta delicatezza.
È come un fragile petalo di rosa il quale potrebbe gualcirsi.
Il mio cuore si è gualcito. Adesso è ricoperto da mille rughe in un groviglio di anzianità. Senile sterno nella solitudine dei dì.
Rimprovero a me stesso l'inettitudine di cui mi sono innamorato, facendola sposa del mio esistere.
Sono rimasto incatenato alla fragilità della solitudine dimenticando anche lo scorrere del tempo.
Quando ho guardato il pallido volto nello specchio, i capelli erano diventati canuti e gli occhi stanchi contornati da grinze.
Fuori guardo il tramonto. Il vermiglio colore il quale dona speranza ad una altra era.
Non mi importa se ho perduto del tempo; perché io vivo questo momento...Io sono adesso. Ora devo vivere la vita nel caduco istante senza lasciare il tempo mentire.
Io vivo oggi, ieri è già svanito e domani non è ancora nato.
Il mio Destino è peregrinare nella vita, senza perdere la partita.
Questa volta non voglio perdere.
Respirerò ogni refolo dell'anima.
 

Anima perduta (Demenza)
Nell'affanno della quotidianità, oppresso dalle mille vicissitudini che la vita ci dona, non mi ero accorto che ti eri smarrita nella tua mente.
Farneticavi. Alcune azioni che compievi, erano fuori dal tuo ordinario. No avevo capito che qualcosa non andava. Non avevo capito che stavi smarrendo l'anima nella mente.
Poi, un giorno hai avuto il tracollo della malattia. Una malattia mentale che progrediva velocemente nello strapparti dalla realtà, per gettarti nell'abisso infinito dentro il tuo mondo. Un mondo in cui non avresti fatto più entrare nessuno: neanche me!
I medici la chiamano "Demenza Senile", ma per me era un maledetto morbo che ti avrebbe allontanata per sempre da me.
Passavano i giorni e il tuo stato diventava sempre più catatonico. Ogni giorno ero circondato dai tuoi indumenti puzzolenti di orina e dovevo seguirti passo passo come un neonato. Si. Nella tua senilità eri tornata fanciulla. La malattia aveva rubato le tue funzioni cognitive. Aveva resettato tutto ciò che nel corso della tua vita avevi imparato.
Io ti chiamavo. Ripetevo ogni giorno il mio nome. Ma tu, avevi lo sguardo smarrito. Gli occhi di vetro oscurati dalla demenza non riuscivano a filtrare la luce. Dentro la tua psiche c'erano le tenebre. Non so se avevi paura. Non so se tremavi nel tuo stato di solitudine. Non sapevo dove ti eri persa...ma sapevo che in quel corpo caduco e fragile da qualche parte c'eri.
Con amore ogni giorno mi prendevo cura del tuo corpo.
Ti lavavo e ti vestivo. Ti preparavo qualcosa da mangiare in maniera tale che tu riuscissi a deglutire senza rischiare il soffocamento.
La sera ti coricavo, e per le ripide scale ti portavo nel tuo letto, dopo che ti avevo fatto il bidè e lavato i denti.
La mia schiena gridava vendetta, ma a chi?
Il fato aveva voluto così! La sua rivincita su di noi. Ma giammai mi avrebbe indotto ad odiarti o a odiare la situazione in cui la malattia mi aveva trascinato; io, ti amavo ancora di più.
Nella quiete delle mattine che ti portavo nel giardinetto, riuscivo ad udire il chioccolare del pettirosso, che era diventato un amico della mia solitudine. Si, perché la malattia aveva isolato te dal mondo, ma aveva isolato anche me dalla quotidianità.
I meriggi si allungavano come ombre e il tedio faceva da padrone. Mi sentivo recluso in questa casa e a tratti avevo odiato queste mura e l'odore di orina, ma non tu! Tu eri vittima come me! Tu lo eri di più, anche se io dovevo accudire a ciò che rimaneva di quel corpo privo di un anima? Che un tempo era stato gioioso e divertente e gioviale.
Odiavo il tempo. Odiavo il fato. Odiavo lo stato che non faceva niente per aiutare le persone come me che vivevano questo lungo e affannoso disagio; con al fianco una povera persona afflitta da demenza.
Avrei voluto affacciarmi alla finestra che dava sul vicolo del centro e gridare tutto il mio dissapore, ma contro chi? Contro me stesso? Il mondo? Cosa avrebbe fatto questo mondo per noi?
Ti guardavo nel tuo silenzio. Seduta eri su quella poltrona consunta come la tua pelle. La TV era accesa e roboante, ma gli occhi tuoi no c'erano!
La tua povera anima afflitta, quella che avevo amato, quella che era nella tua psiche...Era per sempre persa.
Sarebbero passati i dì i mesi gli anni, e il tuo corpo si sarebbe lentamente consumato come una candela; per un giorno trovarlo spento. Si, un giorno quell'effluvio di vita sarebbe andato perduto per sempre come la tua anima.

 


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