Racconti di Alessio Romanini


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La Commedia
"Benvenuti alla Commedia lor signori, sedetevi comodi sulle porpora sedie di finto velluto; stasera è pura finzione.
Quello che vedrete rappresentato su quel palco nascosto dal sipario, anch'esso porpora, è pura invenzione. Niente è vero."
Siamo commedianti, che ogni giorno rappresentano la commedia della loro vita. Quando siamo piccoli siamo liberi da stereotipi; ci esprimiamo con il naturale istinto...ma lentamente quando veniamo a contatto con la società, veniamo risucchiati nel vortice di falsità precostituite.
Una volta entrati nell'immaginario collettivo dell'essere adulto, perdiamo i nostri primordiali istinti e veniamo risucchiati dall'oblio.
Siamo costretti ad interpretare un ruolo che ci è stato assegnato durante la crescita in base alla nostra sensibilità.
Ciascuno di noi diventa attore della propria vita.
"Benvenuti signori, la Commedia è un Dramma, il dramma che viviamo ognuno di noi, ogni giorno nella propria solitudine."
La vita non sarebbe un dramma se fosse vissuta realmente, se noi commedianti non si recitasse la parte che ci è stata assegnata ma riuscissimo ad essere noi; forse potremmo essere più felici. Quella felicità che da piccoli ci apparteneva ed era l'istinto naturale dell'essere.
Siamo entrati in questo teatro che ci siamo costruiti su misura; per non uscirne più.
Abbiamo scelto la parte da interpretare, dopo di che ne siamo diventati schiavi. Siamo rimasti coinvolti talmente tanto dalla nostra interpretazione che abbiamo finito col dimenticare chi siamo realmente; abbiamo smarrito la nostra identità.
Abbiamo disegnato la nostra maschera per nascondere realtà.
Ma la realtà ci appartiene! Non questo fittizio teatro in cui ogni giorno "recitiamo a soggetto".
Ci siamo mai domandati chi siamo realmente? Come potremmo scoprire chi siamo, cresciuti dentro questi panni d'attore? Dietro questa maschera che interpretiamo ci siamo nascosti noi!
La nostra vitale essenza.
Gettiamo la maschera e viviamo consapevoli che stiamo interpretando un ruolo che ormai è difficile da estirpare; consapevoli di vivere la nostra vita felice nella sua semplicità, nella sua umiltà.
"Benvenuti a lor signori, avete visto il Dramma della Commedia interpretato da voi stessi. Questo palcoscenico è il vostro. Recitate! Recitate! Non lasciatevi ingannare dalla realtà. Siamo qua per interpretare la nostra società. La vita sembrerà un astuta chimera. Benvenuti a voi tutti."
Giù il sipario porpora di finto velluto!
Qui tutto appare niente è reale...

"C'è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando stai solo, resti nessuno" DI LUIGI PIRANDELLO.
 

10 Agosto, Viareggio
Ti ho voluto scrivere oggi, nella notte di San Lorenzo, perché è
la notte delle stelle cadenti.
Come vuole l'antica tradizione, se vedi una stella che cade devi
esprimere un desiderio; la vita dell'uomo, si credeva legata alle stelle,
quindi se ne vedi una cadere, la tua vita non sarà più legata ad essa e
con il desiderio potrai sperare di avere un diverso destino e
realizzare un sogno.
Esci sul balcone. Vai sulla battima tiepida. Cerca un angolo buio
della città; rivolgi lo sguardo al firmamento e non importa
quanto tempo ci vorrà...Tu aspetta di vedere una stella cadere.
Ricordo quando ero piccolo andavo nei campi di mio nonno,
fra i fagiolini e le lucciole restavo incantato a guardare la volta celeste.
Ne ho viste tante di stelle cadere. Sciami delle Perseidi che scintillavano
per poi sparire nell'infinito del cosmo.
Ho espresso tanti desideri, ma se ti dovessi dire che si sono avverarti
ti rispondo con un sonoro: no!
Perché dobbiamo continuare ad illuderci che il nostro Destino
possa cambiare? Esso è questo. È già stato disegnato da un'intelligenza superiore.
Disprezzo questa mia vita, non la vita stessa che è meravigliosa!
La vita che conduco. La vita da recluso.
Mi diletto in scrittura che mi libera da ogni paura, liberando l'anima.
Ma io vorrei vedere la notte con le sue stelle!
E sentire lo sciabordare del mare mentre una stella si spegne!
Vedere la luna da nubi offuscate
ed immergere i piedi nella sabbia raffreddata.
Cadono le stelle ogni X d'Agosto. I poeti scrivono le loro liriche.
I pittori dipingono le loro tele e i sognatori continuano a sognare.
Io ho smesso di sognare, perché nel petto faceva ancora più
male. Vorrei affacciarmi alla finestra con fioca luce e guardare
fuori...ma non ho il coraggio di sognare. Di desiderare.
Lascio le giovane fanciulle e gli innamorati
con il naso rivolto alla notte ad esprimere
un desiderio; lascio a loro l'illusione di sognare.
Ma a volte è bello anche solo sognare per non spegnere
la speranza nel cuore come stelle cadenti.
La notte di San Lorenzo è cominciata
da poco...si vedono ancora poche stelle. Ma cadranno!
Cadranno come tutti i sogni che ho fatto
da bambino per non tornare mai più!
Ti auguro un buon X Agosto, fra milioni di desideri cadenti!
Desideri di poter cambiare il tuo Destino.

Un abbraccio.
AR
 

L'amore del grillo
Era giunto l'autunno con i suoi colori. Con i suoi profumi. Con i suoi frutti. L'aria era più fresca. Il sole tiepido e il crepuscolo giungeva in anticipo.
Calava la sera malinconica nel vermiglio tramonto. Uno zefiro aleggiava fra le foglie cadenti, morenti sull'umido suolo.
Il parco era deserto. La quiete volitava come una leggera nebbia. Echeggiava nel silenzio, del grillo il frinire.
Sfregava con forza le sue fragili alette per echeggiare ancora più forte. Voleva arrivare con il suo canto alla luna che ogni notte splendeva nella volta celeste. Con il suo bagliore. Con il suo pallore. Con il delicato viso che aveva fatto innamorare
il grillo.
Era autunno e per lui era tempo di andare in diapausa per poi tornare a primavera a cantare.
Avrebbe dovuto scavare lunghe gallerie nella terra per ripararsi dal gelo, per non morire; ma l'amore aveva catturato il suo cuore.
Aveva vissuto sempre nel buio del sottosuolo, senza luce senza amore...adesso che era uscito dalle viscere della terra ed aveva visto la luna il suo cuore non voleva smettere di suonare una serenata per lei.
Ogni notte fino al sorgere del sole, quando esso avrebbe offuscato la luna, il grillo continuava a suonare, suonare senza mai stancare le sue fragili ali.
L'amore nutriva la forza. L'amore era la sua corazza.
Ogni sera, nascosto nello stormire di chiome ingiallite, il grillo continuava a suonare, suonare...
I giorni passavano, gli alberi erano sempre più spogli.
Il suolo era ricoperto da foglie putrescenti...quasi non si vedeva più la terra ed il grillo non avrebbe potuto scavare le gallerie per proteggersi dal freddo e passare l'inverno.
I giorni passavano scanditi da quel dolce frinire. Chiunque si sarebbe innamorato di quella sonata composta con ardore.
Il grillo suonava e non capiva perché la luna non ricambiava.
Eppure aveva messo tutta l'energia in quell'amore. Aveva consumato le fragili ali a forza di frinire. Aveva mangiato poco per paura che la sua amata non sarebbe riuscita a sentire.
Essa sembrava non accorgersi di lui. Ogni sera cambiava faccia. "È così bella", pensava il grillo. "Forse si prepara per il mio amore", continuava il grillo follemente innamorato.
Ma la luna continuava indifferente e fredda a risplendere nell'autunno senza volgere uno sguardo al povero grillo.
Esso non volle darsi per vinto. "Forse sarà troppo lontana" si diceva tra se e se. "Non riesce a udire la mia serenata. Suonerò più forte! Suonerò fino alla morte! Cosicché si accorgerà finalmente di me!"
Questo aveva pensato il grillo innamorato.
L'inverno era oramai arrivato. Il terreno era duro di ghiaccio. Spirava una gelida tramontana. Anche gli alberi ignudi tremavano al passaggio delle fredde folate invernali.
Il grillo, determinato, era rimasto sul ramo più alto. Aveva atteso la luna per comporgli una serenata d'amore.
Ma quando la luna si alzò nella volta celeste, il suo enorme cuore innamorato rimase gelato.
Il suo grande amore era spirato con il frinire. Esso era morto libero di amare. Aveva amato nella sua breve vita quella splendida luna che aveva ammirato e lei non si era accorta di lui.
Aveva amato quella magica luce che lo aveva attratto da una vita passata sottoterra, nelle umide tenebre.
Era morto con gioia perché aveva scoperto la libertà di poter amare senza giudicare. Lui aveva amato! Aveva capito che amare è dare se stesso senza pretendere niente indietro.
Amare era il dono della vita. Lui, amando aveva vissuto.
 

22/06/2022 Viareggio(Lu)

Ciao,
come stai? Come vanno le cose dall'ultima volta che ci siamo scritti?
Io sto in salute, ma ho una stilla di solitudine che inquieta l'animo.
Avevo programmato di fare un viaggio per colmare questo vuoto questa assenza di gaudio.
La valigia è pronta. Il biglietto l'ho acquistato. Ho programmato sopra un ingiallita cartina il viaggio che vorrei fare. Presto partirò, e volevo accomiatarmi dagli amici.
Addio! Non si dice così prima di viaggiare?
Poi ho raggiunto il mare, una mattina di giugno, quando spirava una tenera brezza e la spiaggia non era ancora affollata.
Lo sciabordio era silente come se non volesse disturbare il mio sguardo rapito dall'infinito azzurro.
Il sole era tiepido. Gli scogli immobili. Le grida dei gabbiani non facevano rumore e in quel silenzio ho cominciato a viaggiare...
Ho socchiuso leggermente le palpebre oh respirato profondamente
e il mio viaggio è cominciato; come guardare un vecchio film in bianco e nero sopra un vetusto schermo a tubo catodico.
Ho visto i ricordi del mio passato.
Tutto ciò che ho lasciato. Tutte le illusioni gli amici e gli amori.
Ho visto le giornate tediose e quelle affollate dal dolore.
Ho visto un uomo malinconico inseguire un sogno eterno. L'illusione dell'eterna età fanciulla. La chimera di una vita agognata.
Guardando ancora dentro quell'eco vuoto che percepivo. Ho visto l'uomo invecchiare davanti il suo mare. Davanti il tramonto del giorno. Davanti quel silenzio che sento.
Non mi sono fermato, ho continuato il mio viaggio; non sarebbe giusto smettere di viaggiare al primo dolore.
Camminando come avviluppato da un sogno, ho visto i volti di molta gente. Gente passata. Gente non più incontrata.
Nel cuore porto tutti i loro occhi. Il loro sorriso. Il pianto.
Perché alla fine ognuno è affranto nel suo viaggio.
Però è bello questo viaggiare! Dentro il cuore, ognuno ha il suo mare, questo eterno movimento di emozioni che è il gaudio della vita.
A volte ci ha delusi. A volte ci ha feriti. Ma ogni volta ci ha preso fra le braccia come una madre affettuosa e ci ha regalato carezze, amore.
Il dolore è racchiuso dentro il petto dentro il seno...
Vorrei ancora viaggiare...anche se a volte sono amareggiato, altre sono deluso. Questo è il breve viaggio prima dell'infinito...
Non ho ancora disfatto le valige. Non ho portato vestiti. Non ho portato libri. Non ho portato carta e penna.
Ho portato tutti i ricordi: quelli brutti e quelli belli.
Ho portato il dolore e l'amore. Il gaudio e il pianto. Una lacrima e un sorriso. Ho portato tutto l'amore che ho incontrato. Le persone che ho amato. Chi ho conosciuto.
Nella mia valigia c'è ancora spazio!
Non voglio smettere di riempirla perché ho la speranza di trovare ancora cose belle in questo viaggio...
Troverò ancora dolore, ma non riempirò la mia valigia con esso!
Aspetterò di trovare la gioia. Quella felicità che pur effimera
è come una goccia di pioggia che riempie il mare! Il mio mare!
Caro amico, ecco quindi ti saluto...Il mio viaggio non è ancora finito.
Nella mia valigia c'è posto anche per te!
A presto!
AR
 

Beati gli ultimi...
Nei margini della città, dove la comune gente non passeggia o non sosta per non vedere, vivono loro...gli Ultimi.
Sono tutte quelle persone che per una serie di vicissitudini accadute nelle loro vite hanno decretato la caduta della loro dignità. Li vedi passeggiare come zombi in mezzo alla gente comune. Essi,la comune gente, stereotipati vivono prigionieri di schemi prodotti dalla società, tronfi di pregiudizi.
Loro, gli ultimi, vivono alla giornata. Non sono liberi ma sono schiavi del sistema. Chiedendo elemosina o cercano un piatto per mangiare dai conoscenti della città.
Vorrei narrare la storia di Pierluigi, uno degli ultimi che ho incontrato, e la sua cagnolina "Stella"; unica fedele compagna dei brandelli di vita che gli restano.
Pierluigi, era un uomo di mezza età che viveva in centro città.
Era una persona molto conosciuta e amabile. Viveva con l'anziana madre e lavorava presso una pasticceria. Le cose andavano bene. Il lavoro gli dava da che vivere.
Mi raccontò, un dì, che per una grande delusione d'amore che gli spezzo il cuore, non riuscì più a trovare l'amore della sua vita, e per paura di soffrire; solo, si "rifugiò" in casa della madre.
Passarono gli anni. L'anziana madre si ammalò, facendo cadere Pierluigi in una situazione di forte stress che gli causò in breve il vizio del bere.
Beveva troppo spesso. Tanto che si recava al lavoro ubriaco. Questo gli provocò il licenziamento.
Perduta la madre. Perduto il lavoro. La situazione di Pierluigi si aggravò ulteriormente.
I soldi erano finiti e non riusciva a pagare le utenze e di che vivere.
Aveva due fratelli che non lo aiutarono affatto! Anzi. Vendettero la casa dell'anziana madre morta e buttarono fuori di casa il povero Pierluigi; che fu costretto a vivere sotto il loggiato del mercato della sua città, con la piccola cagnolina: Stella.
Il suo declino fu clamoroso. Aveva perso tutto. Da cittadino fu costretto a vivere come un "Barbone".
Le persone che lo conoscevano, gli davano cibo e vestiti e qualche moneta che usava per bere al Bar sull'angolo.
Passavano i mesi. L'inverno era il mese più duro. Il freddo gli penetrava nelle ossa e il ricordo del tepore di casa, faceva gonfiare gli occhi del povero Pierluigi.
L'estate era più semplice da vivere; ma la debolezza si faceva sentire. Il tempo scorreva ineluttabile e il fisico si indeboliva. E qualche malattia sopraggiungeva.
Pierluigi si trascinava ubriaco per le strade della città.
Era solo. Abbandonato. La vita lo aveva castigato?
Ma chi si merita tutto ciò?
Ma lui aveva una speranza...
La sera quando il cielo era stellato, guardava le stelle. Poi cercava quella, secondo lui, che era più luminosa!
Poi si rivolgeva alla cagnolina dicendo: "Guarda le stelle, sono cosi belle...ma tu sei la Stella più luminosa, stellina mia.
Mi sei sempre vicina, anche adesso nel dolore; adesso che non sono più un uomo. Tu mi sei rimasta ancora fedele.
Grazie Stellina, tu sei in cuor la stella più bella!"
Ancora oggi lo vedo passare all'imbrunire per andare sotto il tetto di stelle presso le logge del mercato.
Lui vive lì adesso.
Gli ultimi...Sono figli di un "Dio minore?"
 

L'estate fragile
Belle le estati fanciulle, quando finiva la scuola e cominciavano le vacanze estive.
Ritrovarsi con gli amici, con vetusti "Ciao" recuperati da genitori o sorelle maggiori, personalizzate con roboanti marmitte e giovanili colori.
Si raggiungeva il nostro bagno in Darsena a Viareggio e in venti sotto un ombrellone si viveva alla giornata.
Era bello passare il pomeriggio sulla battima a giocare con il pallone, fare il bagno e mangiare un gelato parlando del futuro; dell'amicizia che mai sarebbe vanita.
Guardare le ragazze della nostra età, con sguardi mesti, perché la timidezza era più grande della nostra passione e si finiva sempre soli. Lanciavamo qualche occhiata e timidi sorrisi; ma poi il coraggio, quello mancava.
Ora sono qui a scrivere antichi ricordi di un estate fragile,l'estate dell'amore!
Era facile innamorarsi di ragazze carine le quali cominciavano ad essere donne, ma noi no, noi ancora troppo fanciulli per avere il coraggio di affrontare la timidezza.
Eravamo sempre noi, forse un po' "sfortunati". Eravamo bravi ragazzi, quelli che ascoltavano i genitori e avevano idee di "Sinistra".
I nostri sogni si intrecciavano ad un futuro che non si sarebbe realizzato, perché esso è una chimera della mente; un laccio emostatico del Destino.
Le estati continuavano a scorrere nelle stagioni, sembravano tutte uguali: ricche di divertimento e sogni irraggiungibili.
Appollaiati come gabbiani sugli scogli sdraiati nell'azzurro sciabordare...nella cornice dei nostri sogni, si restava a sognare.
Poi un dì, ci accorgemmo di essere adulti, aver trovato la fidanzata ed intraprendere nuove strade, strade diverse.
Nel frangersi dei raggi nelle increspature del mare, ci accorgemmo che le nostre vite erano cambiate i sogni erano solo riflessi di un età oramai svanita che non sarebbe mai più tornata. Ci perdemmo in un momento, nel battere del ciglio...smarriti per sempre nel l'estivo barbaglio.
Finite le scuole i diversi lavori e l'amore portò via la nostra amicizia, come un castello di sabbia che si sgretola, le nostre fragili estati si inabissarono nel mare.
Ora sono qui, fra mute pagine a ricordare qualcosa che forse è rimasto solo nella mia mente come un onda che viene e si ritira nell'ipotetico orizzonte. La vita ha un orizzonte? Che sia il Destino di ognuno, il quale in frangenti della vita ci fa incontrare e poi ci allontana come le onde del mare sulla riva.
Forse Il destino di ognuno di noi è incontrarsi per poi perdersi nell'infinito dei ricordi e smarrire le estati.
Adesso vedo i miei figli percorrere questa giovane avventura, la quale indelebili lascerà un dolce amaro nel costato.
Un cordoglio di emozione avviluppate all'animo, le quali faranno crescere un cuore di speme.
Beltà resterà per sempre: un dolce ricordo nell'infinito della fragile estate.
 

L'ingannatore
Ho nuotato in oceani di chimere prima di capire che esse sono come i sogni che svaniscono al primo risveglio.
Sono inciampato nei sortilegi del tempo, il vero grande ingannatore. In realtà è lui la vera chimera.
Cerchiamo di incatenarlo dentro futili orologi dalle lancette consunte da ruggine, per scoprire che lui è evaso.
Inganneremo ogni giorno della nostra vita con artificiali trastulli, creati ad arte per dare l'illusione della felicità.
Ma il gaudio è nelle cose semplici.
Quindi sfiora la delicatezza della mia lacrima, senza che essa possa evaporare, senza che essa venga trafitta dal sole.
Rimembro l'età fanciulla. L'etade fatta di spensieratezza...quando credevo che i giorni sarebbero rimasti lieti, ricchi di frivolezze.
Quando dire : "Ti Amo!" sembrava la porta del paradiso.
"Per sempre!" sembrava essere reale, ma poi è vanita l'illusione dell'amore adolescente, quello che ti mente.
Quindi sfiora con dolcezza il mio dolore, senza alleviare il suo penare; perché ciò che mi fa soffrire mi rende più forte.
Ho paura della morte. A volte la sento che respira dietro i miei capelli e ho paura dell'ignoto; ho paura di sparire prima di prendere commiato da tutte le creature che ho amato.
Ma succederà...Sparirò nell'infinito di ciò che mi ha illuso.
Sparirò nella mia stupidità. Immobile come un soprammobile aspetterò di frangermi in miliardi di frammenti sul pavimento
ricoperto di detriti dell'animo mio.
Nessuno è immortale, però dovrei trovare la forza di vivere con coraggio, senza retaggio di quello che ho smarrito.
Ineluttabile è il tempo e continuo a nuotare nei ricordi, come fossero illusioni che possono ritornare. Ciò che è stato è stato.
Quindi sfiora un frammento del mio sorriso quando esso ti sembrerà essere sincero. Con una carezza e molta delicatezza.
È come un fragile petalo di rosa il quale potrebbe gualcirsi.
Il mio cuore si è gualcito. Adesso è ricoperto da mille rughe in un groviglio di anzianità. Senile sterno nella solitudine dei dì.
Rimprovero a me stesso l'inettitudine di cui mi sono innamorato, facendola sposa del mio esistere.
Sono rimasto incatenato alla fragilità della solitudine dimenticando anche lo scorrere del tempo.
Quando ho guardato il pallido volto nello specchio, i capelli erano diventati canuti e gli occhi stanchi contornati da grinze.
Fuori guardo il tramonto. Il vermiglio colore il quale dona speranza ad una altra era.
Non mi importa se ho perduto del tempo; perché io vivo questo momento...Io sono adesso. Ora devo vivere la vita nel caduco istante senza lasciare il tempo mentire.
Io vivo oggi, ieri è già svanito e domani non è ancora nato.
Il mio Destino è peregrinare nella vita, senza perdere la partita.
Questa volta non voglio perdere.
Respirerò ogni refolo dell'anima.
 

Anima perduta (Demenza)
Nell'affanno della quotidianità, oppresso dalle mille vicissitudini che la vita ci dona, non mi ero accorto che ti eri smarrita nella tua mente.
Farneticavi. Alcune azioni che compievi, erano fuori dal tuo ordinario. No avevo capito che qualcosa non andava. Non avevo capito che stavi smarrendo l'anima nella mente.
Poi, un giorno hai avuto il tracollo della malattia. Una malattia mentale che progrediva velocemente nello strapparti dalla realtà, per gettarti nell'abisso infinito dentro il tuo mondo. Un mondo in cui non avresti fatto più entrare nessuno: neanche me!
I medici la chiamano "Demenza Senile", ma per me era un maledetto morbo che ti avrebbe allontanata per sempre da me.
Passavano i giorni e il tuo stato diventava sempre più catatonico. Ogni giorno ero circondato dai tuoi indumenti puzzolenti di orina e dovevo seguirti passo passo come un neonato. Si. Nella tua senilità eri tornata fanciulla. La malattia aveva rubato le tue funzioni cognitive. Aveva resettato tutto ciò che nel corso della tua vita avevi imparato.
Io ti chiamavo. Ripetevo ogni giorno il mio nome. Ma tu, avevi lo sguardo smarrito. Gli occhi di vetro oscurati dalla demenza non riuscivano a filtrare la luce. Dentro la tua psiche c'erano le tenebre. Non so se avevi paura. Non so se tremavi nel tuo stato di solitudine. Non sapevo dove ti eri persa...ma sapevo che in quel corpo caduco e fragile da qualche parte c'eri.
Con amore ogni giorno mi prendevo cura del tuo corpo.
Ti lavavo e ti vestivo. Ti preparavo qualcosa da mangiare in maniera tale che tu riuscissi a deglutire senza rischiare il soffocamento.
La sera ti coricavo, e per le ripide scale ti portavo nel tuo letto, dopo che ti avevo fatto il bidè e lavato i denti.
La mia schiena gridava vendetta, ma a chi?
Il fato aveva voluto così! La sua rivincita su di noi. Ma giammai mi avrebbe indotto ad odiarti o a odiare la situazione in cui la malattia mi aveva trascinato; io, ti amavo ancora di più.
Nella quiete delle mattine che ti portavo nel giardinetto, riuscivo ad udire il chioccolare del pettirosso, che era diventato un amico della mia solitudine. Si, perché la malattia aveva isolato te dal mondo, ma aveva isolato anche me dalla quotidianità.
I meriggi si allungavano come ombre e il tedio faceva da padrone. Mi sentivo recluso in questa casa e a tratti avevo odiato queste mura e l'odore di orina, ma non tu! Tu eri vittima come me! Tu lo eri di più, anche se io dovevo accudire a ciò che rimaneva di quel corpo privo di un anima? Che un tempo era stato gioioso e divertente e gioviale.
Odiavo il tempo. Odiavo il fato. Odiavo lo stato che non faceva niente per aiutare le persone come me che vivevano questo lungo e affannoso disagio; con al fianco una povera persona afflitta da demenza.
Avrei voluto affacciarmi alla finestra che dava sul vicolo del centro e gridare tutto il mio dissapore, ma contro chi? Contro me stesso? Il mondo? Cosa avrebbe fatto questo mondo per noi?
Ti guardavo nel tuo silenzio. Seduta eri su quella poltrona consunta come la tua pelle. La TV era accesa e roboante, ma gli occhi tuoi no c'erano!
La tua povera anima afflitta, quella che avevo amato, quella che era nella tua psiche...Era per sempre persa.
Sarebbero passati i dì i mesi gli anni, e il tuo corpo si sarebbe lentamente consumato come una candela; per un giorno trovarlo spento. Si, un giorno quell'effluvio di vita sarebbe andato perduto per sempre come la tua anima.

 


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