Racconti di Marina Hator


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Leggi le poesie di Marina

Non voluto
Era l'ultimo di quattro figli. Sua madre stava ancora allattando il terzogenito quando si accorse di aspettare lui. Pianse per tutta la gravidanza. Quel quarto figlio proprio non lo voleva, era una seccatura, con due ancora piccoli, il terzo ancora in braccio, il quarto non ci voleva. Concluse sperando che almeno il quarto fosse femmina. La deluse anche lì: era maschio. Un maschietto sempre malato: la febbre oggi, la bronchite domani, le convulsioni posdomani… Sembrava nato apposta per mettere sotto terra il morale dalla sera alla mattina. Già gli altri tre impegnavano non poco, ma questo quarto figlio aveva la facoltà di lasciare senza forze e senza fiducia. Più di una volta la madre andò a letto così distrutta da non avere la forza di spogliarsi e il mattino dopo di nuovo, il giorno dopo ancora, sempre uguali…Il fisioterapista, il logopedista, la psicomotricista… I problemi iniziarono quando andò alla scuola materna, già lì si accorsero che qualcosa in certi momenti non andava. La madre lo portò dai migliori specialisti, compensava il suo disamore offrendogli i migliori medici sulla piazza. La scuola elementare i primi anni non fu male. Gli insegnanti lo invitavano a fare, ma non insistevano più di quel tanto. Poi piano, piano nacque in Nicola una forte ostilità per la scuola, non voleva mai fare i compiti, non voleva mai studiare… Suo padre lo prendeva a botte ogni volta che lo vedeva e gli dava del lazzarone. I suoi fratelli lo disprezzavano e prendevano in giro. Sua madre aveva usato la tecnica del bastone e della carota fino a che aveva potuto, ma ultimamente non c'era strategia che funzionasse. Nicola aveva deciso di non fare più niente. Gli insegnanti facevano del loro meglio per convincerlo e qualche volta lo castigavano. Nicola andava sempre più male a scuola. Fino a che la madre non lo portò da uno specialista di grido… Finalmente si scoprì che Nicola non voleva fare perché era dislessico. Tra i vari problemi di pronuncia, di scrittura, di lettura, venne dichiarato dislessico. Non era lazzarone, era dislessico… Quella fu una parola magica che gli migliorò la vita: nessuno più gli chiedeva di fare, di impegnarsi, di fare i compiti…tanto era dislessico. Finalmente a casa nessuno lo sgridava più se guardava la televisione invece di fare i compiti. Finalmente più nessuno a scuola gli chiedeva di fare più di quanto potesse fare. Ora era passato di grado: non era più un lazzarone, era un dislessico. Ma nessuno, né a casa né a scuola si ricordava di fargli un sorriso. Nessuno si ricordava di chiedergli: "Ciao, come stai? Come ti senti?"
Si era umiliato per anni facendo tutti i lavori che i suoi fratelli non volevano fare: lavare i piatti, sistemare le cassette, preparare la tavola… Tutto con lo scopo di cercare che finalmente sua madre si accorgesse di lui, che per la prima volta gli dicesse: "Mi piaci, ti voglio bene". Si ostinava in queste attività ed era il più servizievole. Ma tanto non finiva di lavare i piatti che un piatto o una tazza erano rotti. Sua madre sgranava gli occhi, non diceva niente e in quel niente c'era "Che figlio scemo che mi è capitato…". Solo a volte gli concedeva: "Un altro piatto? Complimenti, non è da tutti riuscire a rompere un piatto al giorno…". In quei momenti sapeva che se avesse abbandonato quell'aria un po' scema, quel sorriso sulle labbra avrebbe ucciso qualcuno, per cui faceva finta di niente, raccoglieva i pezzi e metteva nell'immondizia.
Un grande giorno stava per venire per lui: con i suoi fratelli e suo padre sarebbe andato a pescare su in montagna. Aspettava quel giorno da mesi, ne parlavano da molte sere a cena: era giunto il momento di andare. Ma quel mattino nessuno lo svegliò, lo lasciarono dormire. Quando capì cosa era successo gli venne da urlare, poi lentamente si diresse verso il computer e iniziò a scrivere, prima lentamente, poi sempre più in fretta, sempre più con rabbia, tanto che i tasti sembravano staccarsi dal rumore che faceva. Le lacrime non riuscivano a scendere, ma le dita non si sapevano più fermare…
Nicola lesse e rilesse più volte quello sfogo così amaro scritto al computer per non fare errori e suscitare ancora di più il riso. D'improvviso gli balzò chiaro nella testa come per tanti anni fosse stato quello che volevano loro: Nicola il maldestro, Nicola che non sapeva scrivere, Nicola che faceva tanti errori, Nicola che non riusciva a farsi amare… Più ci pensava, più sentiva la rabbia aumentare: un'enorme rabbia verso se stesso. Che stupido che era stato, per anni ed anni, senza rendersi conto, si era ferito, mortificato, facendo e pensando quello che gli chiedeva di essere la sua famiglia. E più ci pensava, più si arrabbiava. Gli vennero in aiuto le numerose letture dell'ultimo periodo e una frase in particolare: "Quello che ti accade non ti accade mai a caso…". Iniziò a pensare: "Se sono dislessico ci sarà una ragione, se sono dislessico che lezione devo imparare in questa vita?". Ci pensò per molti giorni, fino a quando arrivò alla conclusione che la sua difficoltà avrebbe potuto essere utile ad altri. "Perché no? Potrei fare lo psicologo o l'esperto di dislessia, chi più di me può capirla? Oppure potrei fare l'insegnante!" Scoppiò a ridere: l'insegnante… I suoi alunni avrebbero saputo fare tutti gli errori del mondo più altri mille di più. No, meglio di no. Psicologo, rise a crepapelle, no, non era questa la sua strada, ma uno che aiuta i ragazzi in difficoltà sì. Presa la decisione si sentì bene come mai gli era successo, uscì di casa e ballò dentro la fontana dai mille zampilli, si sentì un indiano mentre faceva un rito propiziatorio.
La sua vita non cambiò, ma cambiò lui dentro. Quello che gli altri non erano riusciti ad essere per lui, poteva esserlo lui per loro.    

Il parco
L'eredità della Contessa riempì di gioia gli abitanti del quartiere perché nessuno se l'aspettava. Lasciò la casa padronale ad un'istituzione benefica per bambini handicappati ed il giardino, l'immenso giardino, al Comune per farne un parco. L'Amministrazione Comunale si attivò e nell'arco di poche settimane il parco fu pronto e fu aperto al pubblico. Non furono necessari grandi lavori, venne abbattuto il muretto che fu sostituito da un cancello d'ingresso, il resto c'era già: tante piante di varie specie, i giochi per bambini collocati in vari punti, i labirinti con le siepi, gli alberi da frutto, lo stagno con vari animali… C'erano già persino le panchine disseminate nei vialetti. Il parco era vasto ed era l'unica oasi di verde di quella zona ora diventata di tutti. E divenne sul serio una zona di tutti e per tutti. Ogni età si costruì la sua zona: gli anziani sulle panchine vicino allo stagno, i bambini nei campetti e dove c'erano i giochi, chi era di mezza età sulle panchine all'ombra a leggere il giornale o a sferruzzare… Le sere d'estate il parco era diventato l'unico modo per sfuggire alla calura che regnava nelle abitazioni… Dopo le sette arrivava lei, Michi, la regina del parco. A 30 anni e una bimba di nove subì la prima operazione per un tumore al cervello. Rimase in sedia a rotelle, ma non perse la voglia di vivere e di sera con la bimba e il marito già con i capelli bianchi giravano per le stradine del parco. Alla seconda operazione perse gran parte della vista e dell'udito. Le chemioterapie le portarono via i capelli e i denti se ne andarono quasi tutti da soli. Dopo cinque anni dalla prima operazione, sempre più colpita nel corpo, ad una certa ora il marito la portava a fare il giro del parco e tutta la gente del quartiere quando la incontrava si metteva ad urlare piegata di lato verso quell'orecchio e quell'occhio meno lesi per potere comunicare con lei: "Ciao, come stai oggi? Tutto bene? Che bel vestito che hai! Che cosa hai mangiato di buono?…". C'erano i giorni buoni dove Michi rispondeva e scherzava e i giorni meno buoni dove Michi proprio non ci stava con la testa e rispondeva strano: "Mi dai un goccio della tua camicetta? Voglio volare dall'albero…". Nessuno si impressionava e tornato a casa si ritrovava magari ad urlare ancora per un poco per avere parlato con lei.
Da alcuni mesi Michi era molto eccitata: a maggio la sua bambina avrebbe fatto la cresima. Tutti i giorni ne parlava con qualcuno, si era interessata alle bomboniere, aveva litigato con il marito perché voleva che quel giorno la sua bambina avesse il meglio, compreso il ristorante, aveva insieme con una cognata pensato ai vestiti. Era un avvenimento che la riempiva di gioia e d'eccitazione, ma soprattutto voleva che quel giorno nonostante il suo stato fosse un giorno di festa per la sua bambina ormai adolescente.
La settimana prima dell'arrivo del vescovo perse conoscenza e venne ricoverata in ospedale. Il marito era costernato, proprio una settimana prima della cresima, ci teneva così tanto, se proprio doveva andarsene perché non una settimana dopo? Perché doveva solo soffrire la sua Michi? Dov'era la giustizia? Si sentiva impotente e mentre le cognate facevano i turni di giorno lui l'assisteva di notte.
La sua assenza venne subito notata al parco e a mano a mano che la notizia si propagava la commozione saliva, come pure la rabbia per l'ingiustizia. In giro ogni tanto si vedeva qualche nonna con il rosario recitato per lei e chi non pregava si informava cosa potesse fare.
Ma Michi non poteva deludere la sua bambina e a pochi giorni dalla cresima si risvegliò, era solo la sua forza di volontà a farla tornare in vita sempre più strana nel pensare e nel parlare, stava iniziando anche a dimenticare. Quando si sparse la notizia per il parco del suo risveglio solo gli alberi non riuscirono a saltare: ci sarebbe stata per la cresima della sua bambina… Aveva mangiato un gelato, aveva ripreso a parlare…
Due giorni dopo la cresima ritornò in coma e se ne andò.
Nessuno seppe mai dire se fu il dono del parco ad unire e rendere più generose le persone o se fu la presenza di Michi. Tutti la ricordano mentre beve il suo bicchiere d'acqua come se fosse la cosa più preziosa del mondo o mentre sorride e parla ad una formica. Tutti da lei hanno imparato quanto basti poco per essere felici e quanto ogni persona sia ricca senza saperlo.    

Gli ospiti
Quando W32Gaobot.gen si ritrovò addosso la famigerata PE_Bagle.N era ancora solo un codice, un codice qualunque. Quell'incontro non fu per lui troppo soddisfacente, lei, troppo frettolosa, gli saltò addosso, si intrufolò tra le righe, lo cavalcò e il tutto si consumò in pochi istanti… Eppure dopo qualche ora capì che qualcosa stava cambiando in lui, stava prendendo forma, non era più solo un codice. Sentiva prendere consistenza e crescere il suo corpo e, quando meno se lo aspettava, si ritrovava addosso, al volo, PE_Bagle.N. Era come una carica elettrica, velocissima, come sempre e quando lei se ne andava dopo poco lui si accorgeva che acquisiva sempre più coscienza e forma. Fino a che si accorse di avere gli occhi: ciò che vide la prima volta furono gli occhi iniettati di sangue di PE mentre vomitava microscopici esserini: i loro figli. Si sentì un fuco e deglutì… Ormai vedeva benissimo che aveva la coda a tre punte, PE riusciva a tramortirlo e farlo rivivere che era una meraviglia. Non sarebbe più riuscito a farne a meno. Il loro ambiente aumentava sempre di più come spazio e come persone. I loro figli erano molto birichini e, anche se per ora non c'era il ritrovo a tavola all'ora di pranzo, W32 iniziò comunque ad addestrarli al loro compito di virus. Fu così che Sasser A imparò a fare lampeggiare lo schermo, Sasser B a fare volare le lettere delle parole, ma il migliore era Sasser C: con lui spariva tutto, era meglio di un giocoliere. Nacque anche Bonito, ma era un figlio degenere, lui faceva l'artista: faceva comparire fuochi d'artificio sul desktop, fiori con auguri di buona giornata, dediche carine… Gli si rivoltò lo stomaco, un figlio così non era degno della sua rinomata famiglia di virus impestanti i computers di tutto il mondo. Lo affidò a Adolf per la riabilitazione. Non si sa come, sarà che Adolf ci andò col piede pesante, comunque Bonito non si vide più in giro, non si sa se prima o poi ritornerà o se sia diventato un desaparecido. La famiglia, sempre più numerosa, si concedeva belle passeggiate vie etere: frrrr, e via a impestare i computers nel mondo. Era loro massimo divertimento piazzarsi nello schermo della connessione e da lì ascoltare le bestemmie di chi era al computer. Perché adesso avevano anche le orecchie… Erano cresciute da poco, ma erano uno strumento molto piacevole. Sul tardi il rientro. La società aumentava sempre di più… W32Gaobot.Gen iniziò a stendere piani per dominare tutto il mondo e senza grosse fatiche riuscì ad impadronirsi di grosse zone. C'erano dei ridicoli antivirus, ma bastava poco per neutralizzarli ormai, la sua mente era a livelli geniali e le cariche che la sua Bagle gli passava lo rendevano migliore di un vero computer e di una mente umana. I computers stavano per impossessarsi di un'intera nazione senza che gli umani se ne rendessero conto.
Andrea non ne poteva più, erano giorni che il computer non rispondeva ai suoi ordini, sembrava che non riuscisse a eseguire le sue istruzioni. Un virus? Possibile? Decise di formattare… Quello che lo stupì durante la formattazione fu un piccolo spazio che lui non aveva mai ripartito nell'hard disk… Quando installò di nuovo i programmi ogni giorno trovò i messaggi più carini che avesse mai letto sul suo computer: "Ciao, sei carino, come stai, buona giornata…" e fuochi d'artificio di tanti colori. Ma l'incredibile si verificava quando parlava ad alta voce: "In che sito potrò trovare informazioni su…" e d'improvviso il computer lo trasportava lì… Se scriveva automaticamente il testo si autocorreggeva… Andrea raccontò agli amici che da settimane non vedeva un virus…


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