Racconti di Maddalena Gatto


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Leggi le poesie di Maddalena

Faten
Faten abitava a Safaga, città egiziana Del Mar Rosso, in parte, il suo essere legata alla natura era anche dovuto a questo, quei luoghi meravigliosi... quasi incontaminati l'avevano vista crescere libera e solare, nonostante tutte le avversità. Figlia unica di un medico e di una nota musicista, aveva ereditato da entrambi il rispetto per il prossimo amalgamato a una buona dose artistica, superstite di un parto gemellare drammatico, una sorella che continuava a vivere in lei costantemente pur non avendola mai conosciuta fuori da quel grembo materno. Piccolissima imparò a nuotare come un vero delfino, del resto quel mare stupendo, ricco di coralli le era stato congeniale, ma il richiamo del verde degli alberi con tutte le sue sfaccettature era il più forte di tutto, non a caso i dipinti più belli ritraevano foreste e fitti boschi dai quali ne scaturivano scritti infiniti che andavano ad intrecciarsi col suo passato embrionale. Prima di quell' incontro Faten aveva avuto una vita pressocché normale,certo, gli alti e bassi del vivere non erano mancati, sapeva bene che il difficile delle cose, talvolta, scongelava antiche risorse. Le intuizioni riguardanti i vari aspetti della sua esistenza facevano parte di sé come il mangiare e il bere, non aveva mai dato molta importanza a quelle che lei chiamava semplici coincidenze o casualità, anche se nel profondo del suo essere serbava numerosi punti interrogativi. Per quanto restasse tranquilla di fronte a quell'immagine fantastica di una eventuale anomalia dell'essere, resisteva sempre all'approfondimento di quel dilemma che in fondo in fondo, anche se non amava ammetterlo un po' l'assillava. Ora però aveva avuto come una conferma a tutti i suoi dubbi, una sorta di risposta che reclamava un'analisi profonda e il nome Eris che continuava a rimbombarle nella testa poteva essere la chiave di tutto...
Continua

Ridateci i sogni
Quando il male prevale sul bene è la fine di tutti i sogni e l’indignazione
non basta ad arrestare lo scempio di cui siamo spettatori. Subiamo attraverso
la TV ogni tipo di violenza, siamo vittime di un meccanismo spietato che bada
solo a fare ascolti, incurante di ogni etica morale, la cosiddetta TV
spazzatura.
A volte il mondo sembra l’esca dell’uomo che, senza curarsi di nulla,
abbocca in pieno a tutti gli inganni dandosi all’oblio.
Le pubblicità, subdole, che mostrano falsi modelli di donne con fisici
perfetti provocano danni, specie alle giovani che per raggiungere quei canoni
di bellezza iniziano diete drastiche fino a diventare anoressiche o bulimiche.
Oppure spot che mostrano famiglie fantastiche tipo quelle del Mulino Bianco,
che, guarda caso, non rispecchiano mai la realtà, ci propinano favole e mentre
lo fanno ci strappano l’anima con le loro idiozie.
Tutto questo passa sotto i nostri occhi prima o dopo averci fatto vedere
scene di guerre, sciagure e immagini di bambini del terzo mondo che muoiono di
fame e di AIDS. In tutti e due i casi le vittime sono milioni e a me sembra che
non si stia facendo molto dato che le mortalità sono in continuo aumento,
davvero lodevole l’atteggiamento del mondo nei confronti di queste emergenze.
In questa età dove l’illegalità diventa legittima e dove la ricerca della
verità è vana, gli intrecci di scambi scandalosi traboccano squallidamente in
ogni dove.
Ed ecco che il pensiero è forte più di ogni cosa, esso nasce improvviso,
quasi senza volerlo e ti cambia il momento e a volte la vita tradita dai tanti.
Pensieri pensati e non vagano come proiettili in cerca di un bersaglio giusto
e giace la speranza di chi resa non conosce, come in natura: il giorno e poi la
notte ci si spinge nella vita e nella morte.
Oggi è solo un vago ricordo quando piccola mi annoiavo davanti alla TV ad
ascoltare Berlinguer trepidante e a volte furibondo, egli riusciva ad accendere
negli occhi di mio padre una luce di speranza.
Che n’è stato di quell’ideale profondo che dava vita e ci faceva sognare?
Ed ora che il sistema ha ridotto ai minimi termini i confini della mente
dell’uomo, quest’ultimo possiede un destino colmo di niente e non ha più voglia
di sognare.

Il quotidiano
Talvolta ingabbiata, la vita assieme appare come una mappa di intrecci vari
stesa ai fili del bucato, sotto gli occhi di tutti, nasce, quasi sempre, da una
deviante e protratta attrazione iniziale, costellata da montagne di dubbi
contrastanti tra di loro. Ingenuità crescente… credere di sapere l’essenziale
ritenuto indispensabile, quel tanto che non pesa per due che dicono d’amarsi,
ovvero… lei lo dice, per lui, invece, è sottinteso e finisci col dimenticare
persino che una volta lamentavi questa cosa; ma stranamente anche quelle
piccole frasi che avresti voluto sentirti dire ogni tanto è come se
indirettamente lui te le avesse ripetute ogni giorno ed ogni notte
ininterrottamente. Quando poi, con gli anni, l’essenziale ritenuto
indispensabile, per una coppia, diventa tanto e pesa quasi più di te…voglio
dire… se entrambi sanno, l’uno dell’altra, una infinità di cose, anche inutili,
mi chiedo, veramente, cosa resti da scoprire insieme, in quel remoto caso che
lo si voglia ancora …che non sia la solita routine di sempre.
Il quotidiano le balza intorno ruotando, nella rincorsa improvvisata, non ha
più spazi dentro da guardare e nel vortice, da sola, si solleva in un momento.

La corsa
Scendo a fare due passi, è un pomeriggio ideale per andare in giro, sembra
quasi di avere i pattini o di volare, quando il tempo e la voglia si alleano.
Da ragazza e poi da adulta ho sempre adorato camminare, è stato e lo è tutt’
oggi uno degli elementi più importanti per la mia salute mentale, nonché
fisica, credo che mi abbia salvata più volte. Ricordo, invece, che da piccola,
in seguito alla malattia di mia sorella Anna, non facevo altro che correre,
soprattutto all’uscita di scuola, ma a quei tempi ogni occasione era buona per
sfrenarmi, ero talmente irrequieta… provavo una sensazione di evasione
indescrivibile nella corsa, non so se fosse un’esigenza mia, piuttosto che un
vero e proprio piacere infantile, a volte esageravo, mi spingevo a tal punto
che nell’affanno credevo di morire, presumo che questo, però, accada alla
stragrande maggioranza dei bambini, ma appena mi riprendevo da quel fiatone ero
un’altra, mi sentivo leggera e serena, mi dicevo che la vita in fondo non era
poi così male, pensavo, nella mia ingenuità, che almeno quella cosa lì …la
corsa… nessuno avrebbe potuto mai togliermela.

Scrivendo poesie
Scrivendo poesie credeva di poter risolvere ogni cosa, nella sua pazza vita,
che assurde pretese che aveva, piccole parole spacciate per oro colato. Lei
stessa sapeva di non valere niente in quel campo, ma insisteva imperterrita
come se da un momento all’altro, da quel bianco, potesse sbucare qualcosa di
assolutamente bello, non certo per merito suo, ma solo ed esclusivamente per
pura casualità.
Si rendeva conto che per arrivare al nocciolo, che non fosse la solita strada
battuta, non era per niente facile e provava e riprovava, prima in un senso,
poi in un altro, senza approdo alcuno. Una parola, un odore, una nota che
piacesse particolarmente a dare la spinta e invece tutti i versi che
scorrevano veloci, per lei, non contavano nulla, l’emozione, che amava
trasportare sul foglio, era andata a farsi friggere insieme alla voglia di
scrivere. Guardava i gerani ancora acerbi...solitamente, il suo animo si
scioglieva di fronte alla natura, come quando si soffermava davanti all’
innocenza di un bambino... gli occhi profondi di un randagio o un’anziana
signora con la quale parlare all’ufficio postale, tutte cose assolutamente
uniche per lei, da respirare, da vivere e soffrire, ma non quella volta lì,
evidentemente...quindi, quale occasione migliore per parlare di un niente che
di tanto in tanto dilaga nel nulla.

Ci cambiò l'autunno
Il mutare delle stagioni, l’incessante scorrere del tempo che dissipa e ci
rivela l’inspiegabile precarietà dell’essere umano....
Era l’autunno del 1964, un giorno di fine settembre immerso nel rosso dei
faggi ed ero impaziente per il ritorno a casa di mia sorella Anna, dopo una
lunga degenza ospedaliera. Il suo ricovero risaliva alla primavera di quello
stesso anno, era stata per mesi sul punto di morire, a causa di una brutta
meningite.
Aveva solo cinque anni quando si ammalò, io più grande di due anni, la nostra
vita, prima di allora, era stata serena come un mattino a primavera, ci
adoravamo ed eravamo praticamente inseparabili, quel distacco fu, per me,
traumatico.
Aspettai tanto prima che riuscissi a convincere i miei genitori a portarmi in
ospedale da Anna e a nulla valsero le lacrime della mia disperazione, ma non mi
rassegnavo. E’ incredibile come nel corso degli anni questi fatti scorrano,
nella mia testa, simili ad una pellicola inalterabile e le immagini una dopo l’
altra si susseguano in quell’ordine cronologico di sempre.
Poi arrivò il tanto agognato giorno, non ero nella pelle e le raccomandazioni
atte a placare il mio entusiasmo servirono a ben poco, finalmente, dopo lunghi
mesi avrei rivisto Anna: starle vicina e parlare con lei voleva dire, sebbene
per poco, ricongiungermi con quella parte preziosa della mia vita, quale era ed
è tutt’ora Anna.
Quando arrivai al suo capezzale, tutta l’euforia, che avevo accumulata, si
spense di botto, rimasi impietrita e il dolore che provai non l’ho più
dimenticato. Dai miei occhi scendevano lacrime come cascate, addirittura
arrivai a pensare che non fosse lei, era completamente cambiata dall’ultima
volta che l’avevo vista: il suo volto era sofferente e molto magro, stava
immobile, aveva gli occhi chiusi, ma non so se dormisse, mi sembra ancora di
vederla, in quel lettino d’ospedale e sento ancora un nodo alla gola che
stringe come allora.
L’autunno ci riportava Anna proprio quando l’odore del mosto si diffondeva
nell’aria ormai frizzante e le prime piogge stagionali su sterpaglie ancora
fumanti producevano effluvi inconfondibili, gli stessi che, ogni anno, di
questi tempi, mi riportano a quel periodo. La scuola era iniziata già da un
po’, quell’anno mia sorella avrebbe dovuto frequentare la prima elementare ed
io la terza, ma ancora non sapevo che lei, purtroppo, non era più in grado di
seguire un normale corso didattico e ben presto mi resi conto di molte cose.
Anna, in seguito alla malattia, aveva subito gravi lesioni cerebrali, questo
determinò in lei profondi cambiamenti e non fu più la stessa. Da quell’autunno
la vita di noi tutti cambiò totalmente: "Gli umori, alienati da depressioni
croniche, in un’età dove piccoli e grandi, in un modo o nell’altro, vivono
realtà troppo pesanti e per cui si lasciano andare come foglie in autunno e
come queste anche loro hanno colori tristi e privi di vita".
Spesso, quando di sera prego per lei, ripenso alle cose che mi dice nei
giorni in cui vado a trovarla, sovente parla di noi due e di quando eravamo
piccole, ha ricordi confusi ma li conserva molto gelosamente. Anch’io ripenso a
quelle due bimbe e le vedo mentre giocano serene ed inconsce di quello che poi
sarebbe stato.

Quante storie così
E’ successo di nuovo, c’è stato un litigio, il solito, senza nè testa e nè
coda, lui ti ha massacrata di botte anche stavolta e di nuovo ti ha chiesto
scusa tra lacrime e sangue, il tuo di sangue e forse anche le sue di lacrime.
E’ successo di nuovo c’è stato un litigio e lui ti ha massacrata di botte...
Inizialmente sembra una normale discussione tra due incompresi, appunto
sembra, sai bene che non lo è e tenti in tutti i modi di evitarla, ma senti che
oramai è già troppo tardi, è sempre troppo tardi con lui.
Iniziano a tremarti il cuore, lo stomaco, la pancia e tutte le cose più
impensabili oltre ad un tremore esterno e più normale,
a quel punto sai già di non avere più scampo, è come se lui fiutasse la tua
paura, una belva feroce che non aspetta altro che dilaniare le tue carni e
spezzare le tue ossa ad una ad una, ancora una volta.
In quelle briciole di tempo infinito pensi davvero che non nè uscirai viva e
speri solo che finisca al più presto, qualunque sia la fine. E dopo? Dopo sai
di certo di non amarlo più, ma hai paura di andartene, hai paura di restare,
hai paura di vivere, hai paura di non essere creduta, poi però pensi che nulla
può essere peggio di quell’inferno e scegli di chiedere aiuto sperando che
qualcuno ti ascolti sul serio.
(In questi disastri si spera sempre che non ci siano bambini ma il più delle
volte, purtroppo, ci sono)

Confidenze
Quando penna e carta mi rapirono ero ancora una bambina, ma ricordo bene quanto difficile fosse la mia vita e quella dei miei in quel periodo.
Da allora nessuno mai ha pagato il riscatto del mio rapimento ed io sono rimasta legata alla scrittura per tutto questo tempo.
Gli albori di questo mio frequentare l'arte di scrivere risalgono agli anni dei drammi in famiglia, i più sofferti.
Scrivendo davo voce alle mie ribellioni represse, ai silenzi forzati ed ai miei diritti negati.
Sono cresciuta, quindi, in un contesto che non dava adito ad alcuna velleità.
Queste vicissitudini hanno determinato in me problematiche fatte di ansie, paure e forti insicurezze, tutte cose che riesco a lenire attraverso la poesia e scritti vari.
Scrivere è un rito antico, un intimo e profondo piacere, un efficace medicamento che dà valore alla vita, è arte pura che nobilita l'animo, cui infonde serenità.
Appagante: potrebbe diventarlo, laddove riuscissi ad esprimere al meglio sensazioni e sentimenti al fine di ottenere la fotografia dell'anima e della mente, come fanno i grandi scrittori, che innalzano il pensiero umano ad altissimi livelli fino a renderlo sublime.
"Tu, scrittura, che pure ti riveli a me sonora e rumorosa, il silenzio è per te sì importante ma lo è la parola ancor di più".
Riesce a farci sognare e a viaggiare pur stando fermi, ma, soprattutto, ci fa riflettere, è un'ottima palestra per il nostro cervello.
Infine, ancora una volta voglio dirvi: "Io amo scrivere! Perché, nei momenti più bui e solitari, la scrittura, compagna di viaggio, sempre mi prende per mano".

Una gita in gommone
Era un pomeriggio d'estate e stavo al balcone seduta comodamente su una di quelle sedie con lo schienale regolabile, leggevo la terza parte di Madame Bovary, quando Emma, malinconica, ripensa ai primi mesi del suo matrimonio con Carlo, alle passeggiate a cavallo nella foresta e al suo amante Leone.
Le tende mi riparavano dal sole, ma anche da occhi indiscreti. Il mio cagnolino Remy era sdraiato ai miei piedi, col muso poggiato sulla ringhiera e, di tanto in tanto, abbaiava irritato dagli schiamazzi di alcuni bambini che giocavano nel viale sottostante.
Alla mia destra, nella parte interna del balcone, vi era un tavolino grigio in ferro battuto con sopra un bicchiere colmo di limonata ghiacciata che sorseggiavo ogni volta che ne avevo voglia.
Immersa com'ero nella lettura avevo persino smesso di zittire il mio cucciolo che non la finiva di abbaiare. Un piacevole venticello creava un fruscio tra le foglie dei gerani, facendo cadere petali di fiori variopinti. Proprio quel vento leggero aveva condotto fino a me un odore ormai diffuso nell'aria e, all'improvviso, non mi rendevo più conto di cosa stesse accadendo. Grazie a quel profumo mi sentivo stranamente turbata.
Volevo capire di cosa si trattasse e iniziai ad inspirare quanta più aria era possibile, il profumo persisteva ed io volevo sentirlo sempre di più, temevo che lo stesso vento che l'aveva portato lo facesse svanire lontano prima che io potessi riconoscerlo.
Qualcosa mi diceva di cogliere quell'attimo e di insistere nella ricerca che pensavo sarebbe stata rivelatrice di chissà quale vissuto. Ad un certo punto iniziai ad annusare leggermente, ma in modo ripetuto e veloce come se non volessi perdere neanche un po' di quella fragranza.
Ormai ero completamente distolta dalla lettura, quell'essenza mi aveva rapita del tutto e sentivo che mi stavo accingendo a fare un cammino a ritroso nel tempo …..
Il cuore mi batteva così forte che sembrava volesse scoppiarmi e, quando l'emozione raggiunse il culmine, quel profumo così intenso e persistente, si trasformò in un ricordo lontanissimo: una gita in gommone a Marina di Camerota.
Ed ecco affiorare alla mente le emozioni di allora, circa diciotto anni prima ….
Ricordo che il tempo era bello e noi tutti, mio marito Ottavio, le nostre figlie Manuela e Stefania e mio fratello Alfredo, decidemmo di prendere il gommone per andare su una spiaggetta della costa e passare lì buona parte della giornata.
Infatti in men che non si dica mettemmo negli zaini tutto l'occorrente per la gita.
Quindi raggiungemmo a piedi la "Calanca", la spiaggia che era la nostra base, il punto d'appoggio dove avevamo a noleggio ombrellone e sedie sdraio e dove vi era anche il nostro gommone arancione. Facemmo indossare i giubbotti di salvataggio alle bambine e, una volta imbarcato tutto, ci allontanammo dalla riva a remi, stando molto attenti ai bagnanti. Raggiunta la distanza di sicurezza, Ottavio accese il motore del gommone e accelerando sempre più, ci sembrò di cavalcare le onde.
A quel punto l'acqua sembrò divenire più fonda e di un blu più intenso.
Il mare brillava sotto i raggi del sole ed in lontananza si vedevano i due promontori con le torri: una delle tante caratteristiche di Marina di Camerota e alla vista di quello splendore pensai quanto fosse vera la definizione di "perla del Cilento"!
Accostammo ad un piccolo fazzoletto di spiaggia solitaria, Stefania e Manuela avevano già messo le maschere e vollero subito tuffarsi, si divertivano a guardare i fondali ed i pesciolini che vi nuotavano, l'eco delle loro risate rendeva quel posto ancora più suggestivo. Restammo ad osservarle un bel po' mentre giocavano, mio marito ed io avevamo insegnato loro ad amare il mare ma anche a non fidarsene troppo.
Ad un certo punto di fronte a noi, mentre stavamo in acqua, su una scogliera alta, leggermente pianeggiante e ricca di vegetazione, vedemmo delle caprette pascolare, fu per noi un'immagine quasi fiabesca, restammo a guardarle fin quando scomparvero dalla nostra vista.
Erano più o meno le quindici quando notammo che il mare iniziava ad agitarsi e pensammo di ritornare alla Calanca prima che fosse troppo tardi, soffiava un vento leggero, fu allora che sentii per la prima volta quel profumo intenso e, anche in quell'occasione era stato il vento a portarlo fino a me. Avvertii dei brividi lungo la schiena ed ebbi una strana sensazione come se qualcosa di brutto dovesse accadere.
Ripartimmo e mentre stavamo in mezzo al mare agitato, preoccupati della forza dell'acqua che ostacolava il nostro rientro, ad un tratto vedemmo passare a fianco a noi un'altra imbarcazione guidata da una persona che lì per lì avemmo l'impressione di conoscere e la cosa sorprendente fu che subito dopo tutti la identificammo con un parente defunto qualche anno prima. Restammo senza parole, il viaggio di ritorno si rivelò molto travagliato e il gommone imbarcò un bel po' d'acqua.
Quando finalmente arrivammo alla "Calanca" ci guardammo negli occhi, eravamo esterrefatti, ma non proferimmo parola.

Ricordi
Guardava nel buio, intravedeva l'orizzonte e, fissandolo, rubava alla notte silenzi infiniti.
Ombre indefinite destavano curiosità morbose.
Piccole luci lontane accendevano in lei ricordi di infanzia.
In quella atmosfera, quasi misteriosa, era facile riportarsi al passato.
Tutto si poteva collegare, a proprio piacimento, alle varie situazioni che si volevano ricordare.
Anche i rumori erano poco riconoscibili e ci si rendeva conto di quanto il silenzio fosse assordante.
Soffermarsi in questo scenario era pressappoco ambiguo, si aveva la sensazione di completo abbandono, in realtà la consapevolezza di sterzare era chiara: vi era un muro oltre il quale non si poteva o non si voleva vedere.
Piccole luci di case lontane, la notte, ancora più fonda, le diradava ad una ad una.
Poi rimase una sola luce, una sola casa illuminata, lo sguardo si posò su quell'unica lucetta che illuminava ancora di più il suo ricordo ed abbattendo ogni muro entrò finalmente in quell'unica casa illuminata e vide se stessa piccola.
Ricordò di tutte le volte che si nascondeva per piangere e spesso non aveva un buco dove poterlo fare in santa pace.
La sua casa era troppo piccola e non le consentiva di isolarsi dagli altri, quindi imparò a piangere ovunque si trovasse e si accorse, purtroppo, che nessuno faceva caso a lei, di questo ne soffrì tanto al punto che ancora oggi ne piange.


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