Scritti di Diego Cocolo


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Diego Cocolo

Oggi, su “Internet” si corre, si salta da un sito all’altro, si inseguono gli itinerari più svariati ed impensati, ci si perde e poi ci si ritrova; perciò Diego Cocolo ( 23-06-1927), scrive puntando sulla versatilità, passa da testi di cronaca personale a citazioni storiche, da ricostruzioni geografiche a riflessioni filosofiche. Il bisogno della letteratura, secondo le parole dell’autore “è agilità, mobilità , disinvoltura nel saltare da un’ argomento all’altro, nell’esigenza di affrontare le più svariate tematiche, siano esse storiche che filosofico- scientifiche.” Si sofferma a riflettere sulle note dello “Zibaldone” di Giacomo Leopardi , che definisce lo stile con parole quanto mai attuali: “La rapidità e la concisione dello stile deve presentare all’anima una folla di idee simultanee che fanno ondeggiare l’anima in una tale abbondanza di pensieri, o d’immagini e sensazioni spirituali, ch’ella o non è capace di abbracciarle tutte, e pienamente ciascuna, o non ha tempo di restare in ozio e priva di sensazioni…” Diego Cocolo, da autodidatta scrive per regalarci “emozioni” rievocando momenti di vita vissuta. Tra le sue opere ricordiamo: - L’isola felice che non c’è - I giganti fumanti - Oltre l’orizzonte - Il vento della sera - Giro lungo, nell’America dell’Ovest - Ma il dolore non ha una bandiera - Note di viaggio: città e sentieri del bel paese - Perché nulla vada disperso - Dolomiti e sentieri d’Italia - Il sale della vita-
Trovate opere e dipinti sul sito: http://www.tizianaweb.it/diegococolo.htm

Raccolta 5

La Befana:
Dalle antiche fiabe de la Befana tra leggende e letture. La Befana è nel nostro immaginario una vecchietta che porta doni ai bambini la notte tra il 5 e il 6 gennaio. Le sue origini si perdono nella notte dei tempi e spesso sono frutto di credenze popolari e tradizioni cristiane. La Befana, infatti, porta i doni in ricordo di quelli offerti al Bambino Gesù dai Re Magi. La sua rappresentazione è ormai la stessa da tempo quasi infinito: un gonnellone scuro ed ampio, un grembiule con le tasche, uno scialle, un fazzoletto o un cappellaccio in testa, un paio di ciabatte consunte, il tutto assortito da coloratissime toppe. La filastrocca a lei dedicata descrive bene il suo abbigliamento: " La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte col cappello alla romana viva viva la Befana! La notte tra il 5 ed il 6 gennaio, a cavalcioni di una scopa, passa sopra i tetti delle case e, calandosi dai camini, distribuisce nelle calze lasciate appese dai bambini, giocattoli, cioccolatini e caramelle. Non mancano comunque carbone e cenere per chi ha fatto troppi capricci durante l'anno. E' tradizione lasciare alla Befana un piattino con un mandarino o un'arancia con un bicchiere di vino in modo che si possa rifocillare. Il mattino successivo insieme ai regali i bambini troveranno il pasto consumato e l'impronta della mano della Befana sulla cenere sparsa nel piatto.

La Befana si festeggia il giorno dell'Epifania, una festa religiosa che ricorre il 6 Gennaio e ricorda la visita dei Re Magi a Gesù Bambino. Tre re (i Re Magi), Melchiorre, Baldassarre e Gaspare, partirono da paesi diversi, forse la Nubia, la Godolia e Tharsis, per portare doni a Gesù: oro, incenso e mirra. Attraversarono molti paesi seguendo una stella, e in ogni luogo in cui passavano, gli abitanti accorrevano per conoscerli e unirsi a loro. Ci fu solamente una vecchietta che in un primo tempo voleva andare, ma all'ultimo minuto cambiò idea, rifiutandosi di seguirli. Il giorno dopo, pentita, cercò di raggiungere i Re Magi, che però erano già troppo lontani. Per questo motivo la vecchina non vide Gesù Bambino. Da allora, nella notte fra il cinque e il sei Gennaio, volando su una scopa con un sacco sulle spalle, passa per le case a portare ai bambini buoni i doni che non ha dato a Gesù.
Non in tutte le città del nostro Paese si svolge la stessa rappresentazione, per esempio, la Befana arriva in moto o in mongolfiera. A Roma e Firenze la tradizionale sfilata dei Re Magi. Due record: la sciarpa e la calza più lunghe del mondo.
A ROMA - Tra sacro e profano. Re Magi e Befana, preghiere e caramelle (o carbone). In lungo e in largo per la penisola si festeggia l'Epifania, e se qualcuno opta per la tradizione non mancano show decisamente fuori del comune. A Roma Befana e re Magi hanno sfilato sotto la pioggia in Piazza San Pietro, dove tra il rullare dei tamburi, è giunto il corteo di carri e personaggi in costume proveniente da Arcinazzo e Subiaco. Al termine dell'Angelus il Papa ha salutato con affetto il gruppo in costume.
A MILANO - Qui la vecchietta è moderna e si presenta a bordo di una moto rombante. La Befana motorizzata è un appuntamento che si rinnova in Piazza Duomo, Cinquemila centauri si sono dati appuntamento per divertirsi ma anche per fare del bene: obiettivo della manifestazione è portare un dono a un saluto a chi è solo o soffre, in particolare agli ospiti della Fondazione Sacra Famiglia.
A Firenze la tradizionale rievocazione della Cavalcata dei Magi organizzata dall'Opera di Santa Maria del Fiore. La giornata si è aperta con l'allestimento sul sagrato del Duomo del Presepe vivente. Segue la Cavalcata, da Palazzo Pitti e lungo Via Guicciardini, Ponte Vecchio, Por Santa Maria, via Vacchereccia, e piazza della Signoria, dove ad attenderla troverà i Bandierai degli Uffizi del Corteo Storico della Repubblica Fiorentina.
A Mondovì (Cuneo) per esempio la Befana arriva in mongolfiera. Al meeting partecipano 40 mongolfiere e 60 piloti, con visitatori da tutti gli angoli del pianeta. La manifestazione, che si svolge sotto l'insegna dei World Air games, le Olimpiadi del volo che si terranno a Torino nell'estate 2009, ospita anche l'irlandese Pauline Baker, che tenterà il nuovo record del mondo di altezza, durata e distanza.
A Imola è offerto alla vecchietta tutto il necessario per far fronte al freddo invernale. In mostra la sciarpa più lunga del mondo: mezzo chilometro di calore per una creazione in lana realizzata da un gruppo di cittadine. La sciarpa sarà srotolata di fronte al pubblico nel pomeriggio.
A Urbania (Pesaro-Urbino) c'è la Festa nazionale della Befana, dato che la città da dieci anni vanta di essere la capitale nazionale dell'Epifania. Con un primato, quello della calza più lunga. In più laboratori creativi sull'arte seicentesca della ceramica e a visite guidate ai monumenti e alle bellezze dell'antica Casteldurante. Infine un gioco: per ricevere a casa una lettera scritta dalla Befana basta collegarsi al sito Labefana.com e compilare un modulo. Anche Camerino (Macerata) cerca di entrare nel Guinness dei primati con un torrone lungo 400 metri, che sarà preparato nella piazza principale.
A Pistoia la vecchietta ama il rischio e per la quattordicesima volta si cala dal campanile più alto della città. Appuntamento in Piazza Duomo con un programma ricco di giochi, musica e divertimento. Come ogni anno, spiccato il volo dalla torre di Catilina, la scopa della Befana avrà un'avaria, che la porterà a sbattere contro il campanile del Duomo. Soltanto il provvidenziale intervento dei vigili del fuoco riuscirà a farla atterrare sana e salva, con tanto di regali e dolciumi.
Una giornata di giochi e divertimento a Spoleto. Al Teatrino delle sei va in scena "L'inventafavole", un gioco teatrale interattivo. I bambini non sono solo spettatori, ma anche autori e ispiratori e collaborano, momento per momento, con i personaggi in scena.
A Casteldaccia (Palermo) c'è poi la "Festa Multietnica dell'Epifania", con 500 bambini, figli di immigrati e indigenti. Per tutti regali, spettacoli e dolciumi.
Brutto risveglio invece per la Befana di Ardea (Roma). Nella notte sono stati rubati i doni dal capannone che avrebbe dovuto ospitare 900 persone e bambini per la festa.
Come abbiamo visto sopra, quasi in tutta l'Italia, borghi e grandi città, si è svolta la festa della Befana. Anche qui nel nostro piccolo borgo di sapore medioevale di Campitello (Mantova), immerso in una densa nebbia fredda e umida, si è svolta la tradizionale festa detta del " Buriel". Il "Buriel" consiste in una grossa pila di fascine secche, cassette di legno, tronchi di vecchi alberi in cima la Vecchia Befana, che a mezzanotte sì da fuoco e attorno al grande falò, migliaia di persone e soprattutto i bambini, assistono alla fine della vecchia, che è sacrificata. Ai bambini sono offerti doni e dolciumi, mentre alla popolazione adulta, si distribuisce il "Vino brulé". E' una tradizione quella di bruciare la " vecchia" che si perde nella notte dei tempi pagani, ma che è stata rivisitata e corretta in questi ultimi anni, per fare rivivere, anche nel nostro borgo, una tradizione che sembrava dimenticata nel tempo. E' stata una serata allegra e simpatica, che oltre a scaldare la serata dalla nebbia, ha scaldato i cuori dei vecchi e dei bambini. Le tradizioni non dovrebbero mai morire, perché ogni tradizione che muore, muore anche una parte di noi stessi.

Natale: la festa dei doni
Anche quest'anno siamo giunti a Natale senza accorgercene. Oh si, il tempo passa così veloce che non ci siamo quasi accorti. Se non fosse stato per la pubblicità televisiva, che ci inculca, giorno dopo giorno, nel nostro cervello già saturo e tempestato d'informazioni e di pubblicità, forse non ci saremmo neppure accorti. Ma Natale è, è la festa più importante dell'anno e poi è la festa soprattutto religiosa e dei bambini, ma anche la festa tradizionale del nostro Paese, ma specialmente è molto sentita nel Mezzogiorno d'Italia, con i caratteristici presepi. La città di Napoli, è la capitale per eccellenza della tradizione del "Presepe, mentre qui al nord, dove noi viviamo felicemente da oltre 50 anni, vanno per la maggiore gli alberi di Natale, ma soprattutto le luminarie del consumismo e dei regali. Quest'anno anche noi, come del resto lo facciamo ogni anno, abbiamo addobbato il grande abete del nostro giardino con mille lampadine variopinte, soltanto per mantenere viva la tradizione dell'albero di Natale. L'alberello vicino al caminetto non lo abbiamo fatto, perché non abbiamo neppure il caminetto, ma sul tavolo, come vuole la tradizione, abbiamo preparato un piccolissimo presepe con le cose più essenziali: la capanna, Maria e Giuseppe, l'asinello ed il bue, naturalmente, non poteva mancare la figura più simbolica: il Bambino Gesù.
Quest'anno sotto l'albero ci sono pochi regali, ma facendo una piccola lista, pressappoco ci sono una diecina di regali da scartare. Ma in compenso ne è arrivato uno in anticipo. . E' arrivato Martino, ma chi è Martino? Martino è un bellissimo cagnolino di razza Cocker, che ci fa impazzire come un bambino. Un bambino e un cagnolino sono due cose diverse, ma entrambi sono due cuccioli e hanno le stesse esigenze, le stesse cure e forse anche lo stesso affetto. Adriana ed io, che siamo avanti con il tempo, avremmo preferito un nipotino, ma non siamo stati fortunati e abbiamo accolto con molto entusiasmo anche Martino il simpatico cagnolino.
Adriana , prima che giungesse la festa, lesse e rilesse l'elenco, segnato da molte correzioni, e lo depose sul tavolo con un gesto di sconforto, pensando che ogni anno diventasse sempre più arduo completarlo senza correre il rischio che cadere in dimenticanze.
Si cominciava confrontando le liste dei doni fatti nell'ultimo anno, per evitare di offrire di nuovo alla stessa persona un oggetto scelto di recente, poi si meditava un po', e magari si sfogliava qualche rivista o la pubblicità che era distribuita porta a porta in cerca d'ispirazione: ma le proposte pubblicitarie erano sempre così banali? D'accordo, "un caldo plaid scozzese per una persona anziana" come noi. Poteva anche funzionare, ma per Tiziana no! Non é freddolosa, e non é il tipo da passare le serate davanti al caminetto con una coperta sulle ginocchia: preferiva piuttosto mettersi al volante per andare al cinema o a teatro con le amiche. La novità più assoluta è stata la macchina nuova di zecca, una fuoriserie monovolume, molto accessoriata, l'abbiamo regalata a Adriana, perché ne aveva veramente bisogno, perché la vecchia Ford non poteva più circolare sulle strade e specialmente nelle città, come ha disposto il presidente della Regione Lombardia. Questa disposizione di legge non ci voleva, è una legge contro la maggior parte dei pensionati che non hanno la possibilità di cambiare la macchina. Anche se anziana di età, serviva per andare a fare la spesa nei Super mercati o per recarsi all'ospedale per essere sottoposti a cure riabilitative o magari a trovare un amico un parente colà degente. Così, se vuole la macchina, la deve compere nuove e pagarla a rate, con quello che oggi costano le autovetture! Lasciamo questo problema e ritorniamo ai regali per il Santo Natale. Gli unici con i quali Adriana non aveva mai problemi erano i bambini, perché loro si preoccupavano sempre di preparare in anticipo un minuzioso elenco di ciò che avrebbero desiderato ricevere, fornendo con precisioni tutte le indicazioni sugli ultimi modelli di giocattoli in commercio, anche i più grandicelli che avevano smesso ormai da un pezzo di credere alla bella favola di Babbo Natale: trovava solo sconfortante entrare nei negozi con un elenco infarcito di tutti quei nomi angloamericani così improbabili da decifrare, che designavano strane trottole giapponesi o videogiochi complicatissimi, mentre un tempo sarebbe stato tanto semplice chiedere una bambola o un pallone piuttosto che una biciclettina, dei pattini o una scatola di costruzioni, i famosi mattoncini!
Ogni anno i più adulti della famiglia si ripetevano, con apparente convinzione, che sarebbe stato più logico abolire lo scambio dei regali, lasciandolo casomai soltanto ai bambini, eppure il 25 dicembre, quando tutti finivano di andare da casa in casa a scambiarsi gli auguri, apparivano come sempre impazienti di scartare i loro pacchettini colorati e legati magistralmente da ricchi nastri.
Sarebbe stato divertente provare a non far trovare nulla sotto il grande albero carico di decorazioni, pensava a volte all'amica Amedea con una punta di malignità, ma non voleva rischiare di attirarsi le critiche, e così doveva rassegnarsi a trascorrere qualche pomeriggio in giro per negozi, per poco convinta che fosse di ciò che acquistava. Una settimana prima della grande festa consumistica, la città aveva già assunto quel aspetto festoso che le era sempre congeniale in passato: una profusione di luci, di ghirlande trasformavano le vie commerciali, e le decorazioni d'ogni tipo per accennare un riferimento al Natale in tutte le vetrine, persino in quelle di negozi che avrebbero risentito assai poco della corsa agli acquisti, come potevano essere i negozietti di cianfrusaglie. Passeggiando sotto i portici di Piazza Erbe di Mantova, si incontravano moltissime persone, che ogni due passi si fermavano per ammirare le vetrine illuminate da troppe luci. In quelle giornate che precedevano la grande festa, ma vi era troppa confusione. Le strade e i negozi erano completamente affollate. Per prendere un caffè al Bar della "Degustazione", si doveva fare persino la coda. Chissà quanti erano, fra tutte quelle persone che si aggiravano con aria trafelata tra un negozio e l'altro, coloro disposti a ricordarsi il significato originario della festa perciò si stavano scalmanando così tanto?
Una festa che si era trasformata in un inno al consumismo, e in una sequela d'impegni da rispettare.

Pensando a quella folla omogenea e soprattutto caotica e spensierata ma felice di fare gli acquisti desiderati, mi sembrava che dalla mia fanciullezza fosse trascorsa un'eternità, e il mondo mi appariva come trasformato in modo radicale se ritornavo a rievocare i Natali di allora: I miei ricordi sono chiari, limpidi come l'aria e il mare della My Old Calabria, dove ero cresciuto nel piccolo borgo medioevale di Cosoleto. La nostra famiglia era povera, ma il pane, l'elemento essenziale per la vita non ci mancava. Quello era il periodo critico della Seconda guerra mondiale ed i miei ricordi parlano di un mondo meno opulento del nostro. Ma dove esisteva più umanità, rispetto e più amicizia. Ricordo la novena di Natale, quando gli zampognari, passavano da casa in casa e si fermavano a suonare con le loro zampogne e la gente era felice di aspettare la grande festa più bella dell'anno. Lasciatomelo dire: c'era tanta poesia in quelle zampogne.

La vigilia di Natale, ricordo che la tradizione vuole, che le donne del mio paese, preparano le famose zeppole. Mia madre iniziava molto presto a preparare la pasta che faceva lievitare per poi iniziare a trasformarla in ottime zeppole napoletane, riempite con il baccalà e poi fritte in una padella colma di olio d'oliva bollente. Appena pronte e fumanti, noi ragazzi li portavamo ai vicini di casa ed ai nostri parenti. Quella delle zeppole era e credo che sia ancora adesso, una tradizione che si perde nella notte dei tempi. Come ho detto sopra, dalle nostre parti non si usa fare l'albero di Natale, ma il presepe. Noi ragazzi incominciavamo molto prima raccogliendo il muschio dagli alberi e modellando la creta per costruire i pastori, per poi collocarli nel presepe. I doni natalizi non li portava il Babbo Natale, ma la Befana. Noi ragazzi preparavamo la calza vuota e l'appendevano a fianco del camino. Se durante l'anno avevi studiato e ti eri comportato bene, sicuramente ricevevi i doni, che consistevano in due mandarini, quattro fichi secchi, due caramelle e qualche matita colorata. Quelli erano tempi di carestia, che per via della guerra mancava tutto.

Allora le strade del borgo non apparivano così riccamente addobbate come oggi, e lo scambio dei regali comprendeva oggetti utili e necessari piuttosto che superflui, si trattava sempre di roba mangereccia. Quelli erano i tempi del ventunesimo secolo, troppo disincantati Esisteva ancora qualcosa al mondo in grado di stupirci?
I nostri figli e i giovani di oggi siamo cresciuti agli albori della televisione, molto prima dell'avvento di computer e videogiochi, nei giorni dell'Avvento capitava ancora di fermarsi a rimirare ingenuamente quei vecchi presepi meccanici, che gli ambulanti piazzavano agli angoli delle strade per estorcere qualche spicciolo ai passanti! Questo particolare lo abbiamo anche girato belle Piazze della meravigliosa città di Vienna.
Quest'anno avevo pensato di regalarmi un nuovo computer portatile, per portarmelo nelle vacanze estive, per sostituire la vecchia agenda di viaggio. Non ne avevo parlato con nessuno di questo mio desiderio, ma scartando i due pacchetti indirizzati al sottoscritto, sapete che cosa vi ho trovato? In un pacchetto vi era contenuto, nuovo fiammante, il notebook. E' stato veramente un dono molto gradito ed inaspettato, ecco perché è stato doppiamente gradito. Nel secondo pacchetto vi ho trovato due libri di narrativa di due grandi scrittori del nostro tempo e una pipa fiammante, una di quelle pipe pregiate inglesi di radica scozzese che è una vera " Savinelli".

Parlando del notebook, Federico Cella, ecco cosa scrive: Probabilmente questo è stato il Natale più tecnologico di sempre (banalità, perché il prossimo lo sarà ancora di più, e via così). Dunque molti - fortunati - si saranno trovati un pc o un laptop nuovi di zecca sotto l'albero. Io no. Ma siccome nei giorni precedenti alle feste la motherboard del mio vecchio pc - per la precisione lo slot in cui si inserisce la scheda video - ha pensato bene di fare "pfzzzzzzt" e poi emanare odore di bruciaticcio, sono corso in un grande magazzino per vedere se - invece di insistere con i problematici "pc assemblati" - riuscivo a raccattare una buona offerta natalizia. E così è stato: niente pubblicità ma molta soddisfazione per il nuovo fisso, costato poco e assai potente (con una scheda video da 640 mega dedicati finalmente Neverwinter Nights 2 giga come Dio comanda). Allora è iniziato il grande momento - temuto e desiderato allo stesso tempo da tutti gli appassionati - di "costruire" il pc nuovo.
Ormai ho file e programmi che mi trascino da un computer all'altro, ma visto che di novità interessanti un po' in giro ce ne sono, ho navigato in Rete per trovare qualche dritta. E mi sono imbattuto in questo articolo di Life Hacker confezionato alla bisogna: "How to setup your new computer". Il tutto con programmi rigorosamente "free", gratuiti e scaricabili direttamente dal Web. Per Windows, Mac e pure Linux. I suggerimenti vanno dall'ormai assodato Firefox a programmini più semplici e sostitutivi di quelli "built in" nei vari sistemi operativi - come i PowerToys per Xp -, fino ad arrivare ai "trucchi" per ottimizzare e personalizzare l'Os al meglio (questo intervento per esempio è tutto dedicato a Vista). Ci ho perso un sacco di tempo e mi ci sono divertito, ora tocca a voi".

Noi per fortuna, non abbiamo avuto di questi problemi e poi, non saremmo forse capaci di assemblarle tutti i pezzi, come ha pensato di fare Federico Cella. Noi adoperiamo il PC da molti anni, da, quando abbiamo mandato in pensione la vecchia "Lettera 22 Olivetti", perché era passata di moda, ma è ancora funzionante dopo 40 anni di lavoro. Ho fatto molta fatica ad archiviare la vecchia macchina per scrivere, ma i tempi sono cambiati e la tecnologia avanza, guai se non è stato così Terminiamo questo nostro racconto di Natale, tra passato e presente, che fanno parte della nostra vita, con questa bellissima poesia di Ignazio Amico.


Il fascino del Natale
Magiche note piovono dal cielo
e soavi si librano nell'aria
divine melodie, arcani suoni.
Delle zampogne il fiato per le strade
evoca sensazioni già vissute,
ricordi dolci di persone amate.
Fredda la notte illuminata a giorno
dalle mille lucette scintillanti,
vetrine in festa, odori tutt' intorno.
Lieta la gente di scambiarsi un dono,
di porgersi un augurio, un sorriso;
ogni uomo vuol essere più buono.
In ogni casa un albero addobbato
di luci, di colori e finta neve,
con pendenti di nero cioccolato.
E poi il presepe, questa meraviglia
di tenerezza e serena armonia,
che dona gioia a tutta la famiglia:
il cielo con le stelle, le montagne,
i pastorelli in fila con gli armenti,
la vecchietta che vende le castagne;
tutti vanno alla grotta dell'evento,
dov'è nato un Bambino tutto biondo
tra noi disceso per salvare il mondo.


Le slitte delle renne
senza il Babbo Natale.


Oltre a noi del CAI, vi erano altri turisti che furono costretti a fermarsi a causa della bufera di neve. Spesso la montagna è imprevedibile, perché da un momento all'altro potrebbe cambia, così è successo quel giorno. Più tardi, come d'incanto la tormenta cessò ed il cielo ritornò nuovamente sereno. Nel rievocare quella giornata tra il sole splendente e la tempesta, in quel paesaggio bellissimo dell'altopiano di Siusi, dominato dai due grandi giganti della montagna, il Sassolungo e il Sassopiatto, mi è venuta in mente l'escursione di diversi anni fa, quando, sempre, con gli amici escursionisti del CAI di Mantova, siamo andati in Norvegia. Adriana ed io, come pure altri nostri amici, viaggiavamo in qualità di turisti e come spettatori, mentre il restante della comitiva gareggiavano nello sci di fondo in quel paesaggio metafisico e lunare del profondo nord, dove la neve poté essere rossa o dorata e dove il tempo, d'inverno, si fermava. Ci è rimasto impresso quel paesaggio bianco e infinito, con i suoi fiordi, le montagne e le grandi pianure gelate, fatto di acqua ghiacciata dove sovente s'incontrano le slitte trainate dalle renne e dai cani da slitta, che sono impiagati nelle grandi distanze del profondo nord per competizioni, in quel paesaggio lunare ed eternamente innevato.

Rimembranze del profondo nord norvegese.

Oltre al caratteristico paesaggio coperto di neve, ci sono rimasti impressi gli spettacolari fiordi. Il mondo dei fiordi è puntellato da paesaggi incantati, antichi villaggi alcuni dei quali sono oggi adibiti a musei, porticcioli sperduti ancora in piena attività in cui si incontrano "lupi di mare" avvezzi a ogni tempesta e a ogni bottiglia, così autentici da sembrare usciti da un fumetto, cittadine arredate in tema Moby Dick e cetacei così vicini da poterne sentire il possente respiro, cacciatori di balene ostili ad ogni regolamentazione restrittiva sulla pesca, che qui è una pratica irrinunciabile per la sopravvivenza culturale, più che economica, ed è una delle prime ragioni del rifiuto della Norvegia di entrare nell'Unione Europea.
Per noi turisti italiani, che non siamo abituati a tanta bellezza paesaggistica, che potremmo definirla astratta e metafisica, come il sole di mezzanotte che mozza il fiato, l'aurora boreale che affascina e sconcerta, le rive sono puntellate di case rosso fuoco, come falò sparsi in un verde che è "il più intenso che madre natura riesca a produrre", gli strapiombi di rocce incutono soggezione a guardarli dal basso, vette ghiacciate si specchiano nell'acqua, isole remote hanno solo uccelli come abitanti, l'aria limpida e pura dell'Artico crea un curioso effetto "fata morgana" che fa scherzi alla vista. Un proverbiale esempio dei miraggi che provoca è quello di un esploratore svedese, che dopo avere quasi completato sul suo taccuino la descrizione di "un promontorio scosceso con due insoliti ghiacciai vallivi simmetrici facenti parte di una grande isola…", si accorse che, in realtà, stava osservando un tricheco. Lo spettacolo dell'aurora boreale non era una novità per noi, infatti, lo abbiamo ammirato la prima volta nel viaggio di ritorno da New York a Milano, e vi assicuro che è una visione fantastica da presepe nordico. La giornata era grigia e non c'era quasi differenza fra notte e giorno; ma si iniziava a respirare aria di Capo nord. I boschi Norvegesi ci avvolgevano come pure le grosse mandrie delle renne con le caratteristiche corna. Più oltre, abbiamo incontrato diverse slitte trainate dalle renne e ci sembrava di incontrare anche Babbo Natale, che portava i regali natalizi, ma del Babbo Natale nessuna traccia. In questo lungo viaggio, incontriamo fiordi e alte montagne che si succedono, a 600 metri d'altezza c'è la stessa vegetazione ( e anche la temperatura!) che noi troviamo a 2000 metri sui nostri Passi Dolomiti. Splendidi paesaggi e tanta natura incontaminata, le strade sono sempre abbastanza lente e pericolose.
Il poeta Tommaso Milani, in questi pochi versi, cos'ì definisce questi luoghi da favola:


"La primigenia luce sorgeva dai lembi della cecità /
Un cupo abbandono asperge il niveo candore
/ il loro tempo collima con i lenti gesti
/La notte respira nei lunghi fiumi di cenere".
 

E' veramente difficile per noi mediterranei di descrivere questo stupendo paesaggio dell'inverno nordico con le nostre parole, ma ci viene incontro il grande scrittore norvegese Erik Forsnes Hansen, che è in continua ricerca di un rapporto più autentico con la vita, nel suo appassionato racconto di viaggio, in un itinerario che attraversa spazi sconfinati, che noi abbiamo avuto il piacere e la grande gioia di ammirare nella sua meravigliosa e selvaggia bellezza.
Egli così scrive: "Ciò nonostante l'inverno arriva come il saluto del nostro immenso e disabitato regno limitrofo, fatto di acqua ghiacciata, che ogni autunno protende le sue dita verso Sud: la luce del giorno scompare, i gradi scendono sotto zero e lì rimangono. Non si patisce il freddo, perché abbiamo imparato a vestirci, le case sono ben riscaldate; a dicembre si soffre più il freddo a Milano o a Parigi che a Oslo. Ma si sente la mancanza della luce. Si sente la mancanza dei colori, soprattutto del colore verde, della clorofilla, dei fiori, come quella meravigliosa luce del Mediterraneo. Si aspetta l'arrivo della neve. Questo è comune a tutti gli abitanti del Nord: un inverno senza neve è una disgrazia, perché è nero come la morte. La neve invece riporta la luce, le strade e i boschi diventano bianchi e candidi. I bambini giocano, insegnanti innocenti sono bersagliati da palle di neve. Avviene una cosa strana: ritornano i colori.
: Noi, che per molti anni, abbiamo praticato l'hobby della pittura, possiamo dire che il bianco non è propriamente un colore, è la base con cui si formano i colori chiari, puri, la neve non è bianca, può essere rossa e dorata, può essere verde smeraldo e azzurra, soprattutto azzurra, in tutte le sfumature che vanno dal violetto al turchese. La luce che proviene dal cielo terso o nuvoloso si riproduce e si diffonde nelle forme che assume la neve. Più si va a Nord, più ricche e limpide diventano in inverno le impressioni dei colori. Nella breve durata del giorno, la neve e il ghiaccio si infiammano di colore. Non si sono mai viste tinte più ricche che nel lontano nord. Di notte riluce l'aurora boreale: è il vento solare che tinge il cielo notturno di purissime particelle di luce, di radiazioni cosmiche, catturate nell'atmosfera dei Poli. Un velo finissimo più verde, che qualunque verde terreno, è sospeso tra la neve e le stelle. Può ricordare il riverbero proveniente da una grande città. Poi, senza preavviso, il velo si squarcia, e raggi di rosso, d'oro e di viola ondeggiano sulla volta celeste, dall'orizzonte le stelle non si vedono quasi più, tutto si trasforma in colori in movimento, in vortici e turbini, dove la mutazione dei colori complementari avviene senza passare per quelli intermedi che compongono lo spettro, bruscamente e in modo irreale. Di colpo dal cielo è spazzata via l'aurora boreale, che scompare senza lasciare tracce. I grappoli di stelle che compongono la Via Lattea scintillano immobili in tutto quel nero. Prima che, due minuti dopo - forse due ore, nessuno lo sa - ricompaia nuovamente quella luce irreale, danzante. È sempre stato così. L'acqua si muta in ghiaccio, seguendo sempre gli stessi modelli, l'aurora boreale danza. È il gelo stesso dell'universo che si abbatte sugli abitanti che popolano i territori al confine con l'Artico, in Siberia e in Lapponia, in Groenlandia e in Alaska: è l'assenza del tempo, l'eternità. Quassù tutta la vita ne porta l'impronta, gli orsi polari sono bianchi, le volpi artiche sono bianche, i piccoli delle foche sono bianchi, come la renna femmina, la pernice di montagna e il passero delle nevi. Devi sempre tenerti in movimento. Devi coprirti il naso e la bocca, non dimenticarti, per l'amore di Dio, di mantenere la sensibilità delle dita dei piedi e delle mani. Devi sempre tenerti in movimento, se no la tua piccola vita pulsante diventerà in poco tempo tutt'uno con le forme cristalline, eternamente belle, del ghiaccio. Se stai fermo troppo a lungo blocchi anche il tempo dentro di te, non sei altro che il cuoricino impaurito di un mammifero che continua a battere nell'universo, e l'universo è grande e immutabile; il tempo si può trovare soltanto là dove i cuori battono le loro piccole e regolari pulsazioni di orologio. Senza vita il concetto di tempo è privo di significato. Senza vita esiste soltanto l'eternità.
Nel suo racconto, egli parla della nave polare " Fram"e ne racconta la triste vicenda: "Per tre estati e tre inverni, dal 1893 al 1896, la nave polare "Fram" rimase incagliata nei ghiacci polari. C'erano a bordo 13 uomini e 34 cani. Il capo della spedizione, Fridtjof Nansen, aveva elaborato la teoria secondo la quale una corrente attraversava il bacino polare, dalla Siberia al Nord America. La sua idea era quella di raggiungere il Polo Nord a bordo della nave che aveva fatto costruire appositamente: l'imbarcazione sarebbe rimasta "congelata" negli ammassi di ghiaccio, e seguendo il lento movimento del ghiaccio avrebbe galleggiato verso i 90 gradi di latitudine nord. Per tre anni il mondo fu una nave dove il tempo si era fermato; non si distingueva il giorno dalla notte, d'inverno il buio interminabile, d'estate la luce continua. A bordo si giocava a carte, si mangiava, si facevano rilevamenti, si languiva di solitudine. "Non esiste nulla di più straordinariamente bello della notte polare. Una visione da sogno, dipinta con tutti i toni più fini dell'anima. È come se fosse dipinta di etere, ogni cosa sfuma, respira nell'altra; non si vede dove comincia un tono e dove finisce l'altro, tuttavia sono lì. Niente forme, tutto è albore, musica sognante di colori, una melodia lontana, interminabile, che sembra scaturire dai toni attutiti di strumenti a corda. Ma tutta la bellezza della vita non è forse così, alta, fine e pura come questa notte? Datele colori più forti e non sarà più altrettanto bella. Come un'immensa cupola il cielo si curva sopra di te, lassù blu, verde verso la linea dell'orizzonte, nel punto più basso lilla, viola. Sulle distese di ghiaccio, fredde ombre bluastre e toni più chiari tendenti al rosa laddove le estremità si svolgono verso il bagliore del giorno svanito".
Sopra la volta blu, le stelle luccicano con la stessa pace di sempre, amiche che non tradiscono mai". Fridtjof Nansen ha trentatré anni, quando scrive queste parole. Si trova davanti al Golgota o a un trionfo alessandrino, non lo sa. La nave accenna a deviare verso Sud, e con disperato eroismo Nansen, insieme a un compagno, abbandona la nave munito di cani e slitte nel tentativo di raggiungere la "terra promessa", la sommità del globo, il niente assoluto, la pura astrazione trigonometrica, la meta dei suoi sogni: il Polo nord. Non è possibile. Dopo sforzi disumani raggiungono 86 gradi 14 primi di latitudine nord; hanno ormai mangiato gli ultimi cani. Tornano indietro. A piedi arrivano alla Terra di Francesco Giuseppe, anzi, nuotano, remano, soffrono il freddo, lottano con gli orsi polari. Si trascinano sulla terraferma e svernano in un rozzo riparo di pietre che si sono costruiti. Non hanno nient'altro da leggere che un almanacco e una tabella logaritmica; "a lungo andare una lettura tutt'altro che divertente", scrive Nansen. Sopravvivono. Hanno dormito insieme nello stesso sacco a pelo per più di un anno, quando Nansen propone finalmente al suo compagno di viaggio, Johansen, di smettere di darsi del Lei e di passare al tu. Avviene in occasione del Capodanno, sotto le pietre. Che razza di persone erano? Quale distanza esisteva tra un'anima e l'altra? Sono ritrovati: Nansen ritorna in trionfo, diventa la nuova guida della giovane nazione, l'umanista, il diplomatico e il politico famoso in tutto il mondo. "Osservando lo spazio cosmico in una notte stellata un giovane può apprendere più sull'umiltà che in anni di frequentazione di dottrine religiose ed etiche; perché da ciò può imparare quale insignificante parte dell'universo siamo in realtà noi e il nostro piccolo mondo. Per questo dovrebbe, fin dalla più tenera età, imparare a inginocchiarsi ai piedi dell'eternità, ad ascoltare il silenzio dello spazio infinito". Così scrive Nansen nella sua famosa conferenza sulla Scienza e la Morale del 1908. E grazie al suo impegno durante la carestia che si abbatté sulla Russia dopo la rivoluzione, grazie ai suoi " passaporti Nansen" e al suo operato nella Società delle Nazioni, salva forse centinaia di migliaia di vite. Perché cos'è la vita? E' un cuore che batte nel gelo, nel gelo spietato, sotto le stelle. La vita è sempre sola. " Questa è un'immagine che ritorna", scrive Nansen nelle sue descrizioni della carestia russa. " Avevamo visto la sofferenza e la miseria indicibili in uno dei tanti villaggi agonizzanti lungo il Volga. E la gente diceva che nel villaggio vicino le condizioni erano persino peggiori, c'erano cadaveri nelle case e nelle strade, e nessuno per seppellirli. Ci fu indicata la strada e ci allontanammo con la macchina attraverso la steppa russa coperta di neve - piatta, piatta, sconfinata, senza alberi, senza variazione alcuna, senza altre strade se non le tracce lasciate in precedenza dalle ruote di altri veicoli - quell'enorme, triste distesa disabitata. Continuammo a procedere fino a, quando l'autista si fermò di colpo: non sapeva dove eravamo, dove andare. Tentammo diverse direzioni, ma ovunque la stessa pianura abbandonata senza fine. Non riuscimmo a trovare né villaggi né esseri umani. Non rimase altro da fare che tornare indietro. Così è la distanza tra gli uomini, così l'umanità brancola attraverso le steppe aride. Quello che conta è seguire la strada fino a, quando troviamo il prossimo. L'amore che conta è seguire la strada fino a, quando troviamo il prossimo. Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te". Certi tratti caratterizzano la fisionomia dei volti dei popoli che abitano nel lontano Nord lungo le coste del bacino polare. Sono stati in contatto con l'incommensurabile, l'immenso, ciò che è regolato da leggi severe. Hanno visto la bellezza dell'eternità e hanno imparato che è fredda e spietata. Ma le zone polari attirano quanto quelle del Sud: Nassen ebbe molti successori, non soltanto ricercatori polari. Vorrei conoscere un giovane norvegese che almeno una volta non avesse sognato di andare al Nord, di cacciare foche in Groelandia o perlomeno di attraversare la tundra con una slitta, o un'avventura in Siberia. Quando mio padre preparava gli sci di fondo per una settimana in giro per le montagne, lo faceva con serietà e con raccoglimento religioso: ti muoverai nel gelo e nel freddo, dovrai sopravvivere
Qui, nel Sud dell'Europa, sulle nostre montagne dolomitiche, lo sci è un divertimento allegro, fatto di vino rosso, abiti eleganti e di belle ragazze che affollano le località mondane e idilliche delle Alpi: qui invece si tratta di un esercizio religioso- filosofico. E' faticoso, non divertente. La tua ricompensa sta nel percepire che vivi. Ti avvicini a qualcosa, a qualcosa di serio, te stesso. E' un anelito verso il Nord, verso la neve e il ghiaccio. E' lo stesso soffio gelido di spietata serietà che ti alita sul collo, quando leggi Ibsen o Strindberg nella loro sinistra, cupa, realista consapevolezza della morte. Lo vedo nelle immagini che giungono dalla Siberia o dalla Groenlandia, dalla Svalbard, da Valse o dall'Alaska. Gli stessi lineamenti, la stessa esperienza che traspare dai loro volti, indipendentemente dall'etnia. Ma nessun essere umano ride di gusto come quando uno di questi volti si incrina e comincia a irradiare un'allegria selvaggia provocata da una storia divertente, dal racconto di uno spaccone. Sono il ghiaccio che si scioglie e l'acqua che di colpo riprende a scorrere a fiotti, nuovamente piena di energia e movimento, è la primavera che arriva, come una buffa commedia, sono gocce che stillano dal ramo di un abete, soni i fiori e il verde che spuntano tra i cumuli di neve che si stanno sciogliendo. La " Primavera" di Vivaldi è un divertimento gioioso, la " Primavera" di Grieg è un salmo di ringraziamento: " Ancora una volta ho visto l'inverno fuggire davanti alla primavera: ho visto le fronde del ciliegio rifiorire di nuovi fiori. Ancora una volta ho visto il ghiaccio scomparire dalla terra, la neve sciogliersi e la cascata del ruscello scrosciare tumultuosa. Ancora una volta ho visto l'erba verde ricoprirsi di fiori. Ho sentito di nuovo gli uccelli di primavera cantare al sole e all'estate. Tutto ciò che la primavera mi porgesse, e i fiori che ho colto, pensavo fossero gli spiriti dei padri, che danzavano e sospiravano. Per questo ho scoperto un mistero tra le betulle e i rami di conifere. Per questo il suono del flauto che ho intagliato, mi sembrava un pianto". L'erba è così verde, l'acqua così pura. E' giunta la primavera e il sole è tornato, cominciano le lunghe giornate insonni, e tu non puoi sapere che cos'è la primavera senza aver vissuto nel buio. E' il trionfo caparbio della vita sulle leggi dell'entropia, la risata innocente di un bambino che riecheggia nell'eternità".
Anche noi, nella nostra piccola avventura sull'altopiano di Siusi, al cospetto dei giganti di ghiaccio che bucano silenziosi il cielo, immersi nel cuore del turbine e coinvolti nella fitta bufera di vento e di neve, per questo motivo, ognuno di noi, dovrebbe, fin dalla più tenera età, imparare a inginocchiarsi ai poeti dell'eternità ad ascoltare il silenzio che giunge dallo spazio infinito, da questo spazio immenso, perché il silenzio comincia col far chiudere le labbra e poi penetra fino al profondo dell'anima, nelle regioni inaccessibili, dove Dio riposa in noi.
Quella grande distesa bianca che era diventata grigia o violetto, una visione da sogno e nello stesso tempo di terrore, ci accompagnava una musica celestiale, una melodia lontana, che sembrava scaturire da una balalaica, era la musica soave del motivo di Lara, che il dottor Zivago, aveva scritto in quella notte tormentata della passione per la sua amata Lara.
Un vecchio detto cinese, così recita: "Tutto bene quando finisce bene e l'ultimo chiude la porta, quando il nostro torpedone lasciava il piazzale del parcheggio il sole era ritornato, come pure i colori candidi e sfumati della neve ed il verde degli abeti ed era pronto per tramontare dietro la grande montagna dentellata delle Dolomiti. Possiamo dire di aver vissuto, oltre allo spavento delle signore, una bellissima avventura non prevista in mezzo alla bufera. Possiamo benissimo affermare che dopo la tempesta ritorna sempre il sereno e la gioia di vivere, ma soprattutto, abbiamo imparato ad ascoltare il silenzio dello spazio infinito di questo mondo fantastico e ovattato dalla candida neve, perché il silenzio è un lembo di cielo che scende verso l'uomo. Viene dai grandi spazi interstellari, dalle marine senza risucchi della luna fredda.
Si stava avvicinando la settimana di Natale, la festa dei bambini e nel rifugio, ai margini della grande montagna innevata del Sasso Piatto, un'anziana nonnina, stava raccontando ai suoi nipotini, mentre girava lentamente la polenta nel paiolo, una meravigliosa favola, la favola di Natale. Ci siamo fermati ad ascoltare anche noi quella meravigliosa favola, che oggi riportiamo in queste nostre pagine, perché non diventa effimera, ma soprattutto per farci rivivere quella bella avventura dei due giovani innamorati.
La favola così inizia:
" Il loro amore era ancora giovane, meraviglioso e intatto allorché Gabriel e Magdalena, due studenti, decisero di trascorrere per la prima volta le vacanze natalizie lontano di casa, in una fiabesca valle alpina per guadagnare qualcosa come maestri di sci e potersi pagare i libri, l'appartamento e le tasse universitarie.
Il sole del tramonto accendeva le montagne di bagliori di porpora e d'oro mentre i due giovani su riposavano nella loro camera, esausti dopo una giornata trascorsa a insegnare, lo spazzaneve a grandi e piccini. La prima vigilia di Natale lontani dal calore dalle loro famiglie, senza genitori e fratelli, senza albero e il presepe di natale, senza doni e cena Natalizia, destava in loro una sensazione strana e struggente, che nessuno avrebbe saputo come definirsi. La notte santa calò silenziosa e avvolgente sui riflessi azzurrini della luna nella neve, mentre i due ragazzi si assopivano, vinti dalla stanchezza.
Sono già le otto, svegliati, non vorrai passare tutta la notte di Natale a dormire. Dopo un breve riposo Magdalena scosse l'amico, con una punta di nervosismo, come se avesse paura di perdersi qualcosa d'importante. Il tempo era improvvisamente cambiato; il letto caldo è accogliente esercitava un'attrazione in resistibile, in contrasto con il vento, la neve e il freddo della gelida notte" "Ma dove andare?" mormorò Gabriel, ancora mezzo addormentato:
Vieni, mettiamoci la giacca a vento e andiamo a fare una passeggiata nel bosco. " Gabriel, un po' controvoglia l'ha accontentò, ma quando, la punta del naso gli si arrossò per il gran freddo, gli tornò subito il buon umore. " Guarda, tesoro, là ci sono degli slittini!" Si riscaldava Gabriel, quando arrivarono al punto il sentiero incrociava la strada forestale, è senza pensarci troppo, tirandosi dietro con la mano sinistra uno slittino vecchio e malconcio e afferrando con la destra la mano dell'amica, cominciò a risalire una pista per slittini, senza sapere dove sarebbero andati a finire. Mentre avanzavano un po' a fatica il mormorio del bosco innevato e il fruscio della neve li toccò nel cuore. Erano in due, lontani da casa, senza regali, ma erano insieme, e questa era la cosa più bella e preziosa. Tacevano; ognuno dei due ascoltava il respiro e la presenza dell'altro. Gabriel strinse ancora più strettamente la mano della sua Magdalena. Il ritrovamento dello slittino era stata come una sorpresa di Gesù Bambino; gli abeti coperti di neve si trasformarono come in un sogno in migliaia di alberi di Natale, la ragazza accanto a lui era un dono del Cielo, e improvvisamente la luna e le stelle tempestarono il buio della notte di mille luci scintillanti, " La senti anche tu!" domandò Gabriel dopo un lungo silenzio. " Si", rispose lei in un soffio. Un sì come quello non lo aveva mai ricevuto in dono in tutta la sua vita; aveva una meravigliosa eco di eternità in cui sprofondare e addormentarsi e lasciarsi sommergersi, come dallo scintillio tenue ma fitto della luna e delle stelle- " Guarda, la davanti ci sono delle luci", sussurrò Magdalena, " andiamoci". Davanti a loro sonnecchiava un idillico paesino di montagna; i tetti delle case erano coperte da un metro di neve e luci nella notte filtravano dalle finestre. Da una delle baite provenivano voci e canti di Natale. " Vieni, entriamo!" " Non possiamo farlo, non possiamo chiedere di entrare in una casa di gente che non conosciamo la vigilia di Natale!", rispose Magdalena timidamente. " Tesoro, oggi possiamo fare tutto lo sento. E se non ci accolgono a braccia aperte, non faremo altro che augurare a questa gente buon Natale e scendere a valle con lo slittino. " E con queste parole Gabriel bussò alla porta di buon vecchio legno ed entrò in un'accogliente stube di contadini, sempre tenendo Magdalena per mano. Dentro c'erano alcune persone sedute intorno ad un tavolo; un bel fuoco scoppiettava nel caminetto- " Oh, guardate chi abbiamo qui! Presto, Maria porta ai due innamorati- l'ho capito subito- porta ai nostri amici del vin brulé ben caldo", disse il vecchio contadino con un sorriso d'intesa.
I due ragazzi furono accolti con grande calore, dopo che ebbero conversato e scherzato tutti insiemi, da un angolo della stube si levarono le note della splendida canzone-.
" It's time to say goodby" di Andrea Bocelli. La canzone racconta dell'amore che porta la luce nella sua vita, come lo scintillio della luna e i raggi del sole.
Sono stato cieco anch'io in questi ultimi anni, in cui ho perso tanto tempo e mi sono fissato su falsi valori " pensava Gabriel, mente si perdeva nella melodia di Bocelli e la sua ragazza appoggiava la testa sulla sua spalla. Gli si inumidirono gli occhi. Di fronte a tutta questa gente, non posso certo mettermi a piangere come un bambino. Si morse le labbra, inutilmente; una lacrima dopo l'altra gli scese giù per le guance, sono state causate dal calore della stube. Un dolce sorriso si disegnò sui volti delle persone presenti nella baita: avevano capito che la sera della vigilia, per quei due ragazzi, era diventata un sacro pellegrinaggio nella terra dell'amore.


I sogni dei due innamorati
In quella notte santa
In quella notte stellata,
Illuminata dalla stella Oriorne
Che mandava ancora la sua luce purpurea,
E il cielo si stendeva con quella peculiare.
Limpidezza sulla grande valle innevata,
Forse neppure i sogni
Più lievi e più leggiadri
I sogni dei due giovani innamorati
Nati in quella santa notte di Natale
Palpitanti d'amore
Hanno ali così leggere
Come due capinere
Come i loro pensieri
impacciati
I pensieri degli eterni innamorati.
La grande luce di Orione
Li ha guidati
Nella baita illuminata
E al calore della stube
Un dolce sorriso si disegno
Su tutte le persone presenti
Al grande evento dell'amore
Che è nato spontaneo dal cuore.


Cronaca di ieri e di oggi.

Rapinatori sparano, morti due banditi
L'8 dicembre 2007 due militari feriti al petto, non sono gravi. Altri due malviventi arrestati

Dopo il "colpo" fuori di una discoteca a Treviglio, in 4 erano stati raggiunti da una gazzella dei carabinieri.

SERGNANO (Cremona) - Una banda di rapinatori ha ingaggiato un conflitto a fuoco con i carabinieri al confine tra le province di Bergamo e Cremona. Il bilancio è di due banditi morti, due carabinieri feriti al petto (non sono in pericolo di vita) e altri due rapinatori arrestati. La sparatoria è avvenuta alle 5: 50.
FAR WEST A UN POSTO DI BLOCCO - Tutto ha avuto inizio all'alba, fuori di una discoteca della Bergamasca, a Treviglio. Alcuni avventori sono stati avvicinati e rapinati da quattro sconosciuti, che subito dopo sono fuggiti su una Bmw. L'allarme è giunto poco dopo ai carabinieri che si sono messi alla ricerca della vettura. Le ricerche sono state estese anche ai comandi vicini. L'auto è stata rintracciata e raggiunta da una pattuglia del reparto radiomobile di Treviglio in territorio cremasco. I due carabinieri a bordo, secondo la ricostruzione fornita, hanno intimato l'alt e invitato i quattro occupanti a scendere per controllarli. Era buio e i quattro sono stati tenuti sotto controllo da un militare, mentre l'altro procedeva alla verifica dei documenti. È stato in quel momento che uno dei quattro ha esploso alcuni colpi di pistola contro i carabinieri che, feriti, hanno risposto al fuoco. Nella sparatoria sono stati uccisi il malvivente che aveva sparato e un suo complice: un marocchino e un kosovaro. Gli altri due rapinatori (un turco e un albanese) sono stati bloccati e ammanettati, mentre arrivavano numerose pattuglie dai comandi di Bergamo e di Crema.

TESTIMONIANZA - "Uno di loro ha aperto il cofano dell'auto e ha subito sparato. Non mi ero reso conto di essere stato ferito, mi è sembrato é stato esploso un petardo, ma poi ho visto il mio collega piegato in due e ho sparato anch'io", ha raccontato a Sky Tg24 il maresciallo Francesco Ferro, uno dei due militari feriti.

PRESI GRAZIE A DUE CACCIATORI - I due banditi sopravvissuti alla sparatoria sono stati arrestati grazie alla collaborazione di due cacciatori. Lo ha spiegato il procuratore di Crema, Benito Melchionna. "Dopo la sparatoria l'albanese e il kosovaro hanno tentato la fuga - ha detto il magistrato, ma hanno trovato lungo il loro percorso, all'incrocio tra il bivio per Sergnano e l'ex statale 591, Bergamo-Piacenza, un'auto di cacciatori armati di fucili che hanno sbarrato loro la strada. A questo punto si sono arresi e i carabinieri hanno potuto ammanettarli". Il procuratore ha precisato che i due carabinieri saranno indagati per omicidio, "ma è un atto d'ufficio, puramente dovuto". I due militari sono il maresciallo Francesco Ferro e l'appuntato Pasquale Busto.
La notizia che abbiamo letto sul Corriere il mattino al Bar Sport del nostro piccolo villaggio padano, e successivamente l'abbiamo appresa nel telegiornale di Radio Uno delle ore 13, 30, con più particolari, ci ha portati indietro nel tempo e ci ha fatto rivivere un altro conflitto a fuoco, che abbiamo ingaggiato con una banda di rapinatori nel Supramonte (Sassari) dove prestavamo servizio,presso una Stazione distaccata. Nessun altro meglio di noi, ha potuto comprendere il valore dei due militari nell'espletamento del loro dovere, per assicurare alla Giustizia gli autori delle rapine consumate poco prima nella discoteca. Prima di essere trasferito in Sardegna, siamo stati a Caravaggio e a Bagnolo Cremasco, proprio nel territorio dove si sono svolti i fatti di cui sopra e quindi conosciamo molto bene quel territorio del Trevigliese e del Cremasco. Nella nostra permanenza in Sardegna, abbiamo partecipato ad un conflitto a fuoco, soltanto che nell'azione non vi furono, per fortuna, dei morti, ma soltanto dei feriti. Come giustamente ha dichiarato il maresciallo Francesco Ferro, non vi sono eroi, ma soltanto dei militari che svolgono, giorno dopo giorno, il loro lavoro.

A questo punto ci viene da domandarci, che cos'è la paura? Noi non siamo biologi, e non conosciamo neppure le trasformazioni fisiologiche che intervengono, quando un organismo percepisce il pericolo. Sappiamo soltanto che l'adrenalina invade la corteccia cerebrale, aumentando il ritmo cardiaco e ordinando al cervello di fare la scelta più antica e intuitiva: prendere parte ad un'operazione è come il soldato nella trincea, combattere il nemico che ti sta davanti o fuggire e spesso l'istinto suggerisce di fuggire, ma noi non eravamo al fronte, quello era il nostro compito di assicurare ad ogni costo alla Giustizia un latitante, da molto tempo ricercato e quindi la ragione ci diceva che eravamo legati a quella operazione, e che comunque bisognava, paura permettendo, portare a termine nel migliore dei modi.
Nella nostra lunga carriera militare nell'Arma, abbiamo compreso che il maresciallo comandante di una stazione carabinieri, è come il cronista, entrambi sono sempre in prima linea, con il bello e col cattivo tempo, in guerra e in pace, in ogni disastro o calamità naturale, dove urge la sua presenza. I militari dell'Arma o le altre forze di polizia, devono portare soccorso, aiutare i bisognosi e informare le Autorità degli avvenimenti, ma anche il giornalista o il corrispondente deve cercare di raccontare i fatti di cronaca, per informare i cittadini. Nella nostra permanenza nell'Arma, abbiamo sempre trovato sul posto degli avvenimenti, il cronista o il corrispondente della stampa. Nei limiti del possibile, senza rivelare le notizie di carattere riservate, senza intaccare il segreto istruttorio, ho cercato sempre di collaborare con loro, fornendo le informazioni necessarie del caso. Mi diceva un vecchio corrispondente, nei vari momenti di pausa del nostro duro e disagiato lavoro in Barbagia o in un'altra località del continente: "E sempre, ogni volta, quella domanda che torna a occupare i pochi momenti di ristoro, e che mi riesce a raggiungere " la" risposta. Quel perché s'è scelta questa professione che ci spinge anche a viaggiare sulle strade, nei paesi lontani, sui luoghi degli incidenti, delle battaglie, è solamente per l'informazione diretta, mentre voi al par di noi cronisti, siete sempre sul piede di guerra e non sapete neanche che cosa sia la paura. Conoscete solo il coraggio, ma il coraggio non è una mancanza di paura. La paura è dentro di ognuno di noi.

Quella notte fredda e buia, sulle pendici del "Sopramonte", eravamo nella attesa del passaggio di un fuorilegge. L'unico riparo era quella massa di calcarea appuntita che sorgeva all'apice del costone, sotto di noi scorreva il fiume " Su cologone" a pochi chilometri da Oliena, ai piedi del Supramonte e da uno spacco nella montagna affiora un fiume sotterraneo dalle acque gelide, che tra salici e platani si congiunge al Cadrino, importante fiume che sbocca nella baia di Orosei. Quello era un vecchio stazzo abbandonato da molto tempo da un vecchio pastore sardo. Vicino allo stazzo, in una grotta, abbiamo legato i cavalli. Era il punto ideale d'avvistamento per dominare la vallata del canalone e soprattutto di sapere attendere, perché da un momento all'altro, come da nostre informazioni, un noto latitante, con i suoi gregari che ricercavamo da qualche tempo, da lì prima o poi dovevano passare. Quello era il posto ideale. La squadra dai caschi rossi, composta di quattro militari dell'Arma, al comando del comandante della Stazione e dal sottoscritto, che ero da poco giunto in Sardegna dalla verde Lombardia e conoscevo poco quelle aspre montagne della Sardegna, ci eravamo appostati a ventaglio, tenendo sotto costante controllo il costone e il sentiero che seguiva il fiume.
Era una notte buia e fredda, ma di tanto in tanto, faceva capolino da dietro le nuvole basse e biancastre che scendevano dalla grande e brulla montagna la selenica luna. Sulla strada che corre sul costone di fronte, un'autovettura Fiat 1100, trasformata a furgoncino e alquanto malandata, forse un relitto o un residuato bellico dell'ultimo conflitto mondiale, arrancava ansimante sulla salita che da Santa Maria Navarrese portava a Nuoro. Per esseri più precisi, la macchina procedeva con i fari spenti, e questo particolare ci ha insospettiti ed ha attratto maggiormente la nostra attenzione. Con il vecchio binocolo che avevamo in dotazione, seguivamo il suo avvicinamento alquanto confuso. Dopo un quarto d'ora circa, il furgone si è fermato nell'ampia piazzola, dove germogliano alte e bellissime piante di eucalipto, genere di alte piante che possono raggiungere anche cento metri di altezza: queste sono piante rare in Sardegna, messe a dimora nel periodo del regime fascista attorno al piazzale, sotto la quale, da una grossa rupe sgorga la sorgente, che fornisce l'acqua potabile alla città di Nuoro. L'uomo che era alla guida del mezzo, è sceso e dopo di essersi guardato attorno, con la pila ha fatto tre lampeggi intermittenti di poca durata, segnalando probabilmente ai banditi il suo arrivo. Il nostro collaboratore e guida locale, che conosceva perfettamente la montagna come le sue tasche, si è avvicinato e ci ha comunicato sottovoce, che sul sentiero che scendeva dalla montagna del Supramonte, probabilmente stavano scendendo le persone che da tempo stavamo cercando. Quelli erano momenti di spasmodica attesa e anche, specialmente nei più giovani, di un certo senso di paura frammisto alla grande attenzione della lunga attesa. Insomma, quello è stato il momento che l'adrenalina stava invadendo la corteccia celebrale, facendo aumentare il ritmo cardiaco.
Lasciamo per un momento il nostro racconto e veniamo a spiegare "L'urlo" di Munch, che è il più celebre dipinto dell'artista norvegese è giustamente divenuto uno dei simboli della pittura espressionista europea e del disagio esistenziale contemporaneo. In lui le paure e l'inquietudine del pittore sono trasformate attraverso l'allucinata fusione delle linee e la violenza cromatica. Alla base dell'opera è tutta via mantenuta una logica compositiva di matrice razionale: il protagonista posto in primo piano al centro della tela, una strada vista di scorcio con due figure che si allontanano, lo spazio aperto a destra su un paesaggio. Su questo impianto tradizionale Munch interviene con quella che si definisce la "linea- forza", cioè l'uso del segno pittorico in funzione espressiva. La definizione delle forme, disegnate per mezzo di una pennellata avvolgente e continua, comunica una sensazione di angoscia e tormento, che potremmo definirla vera e propria paura. La figura umana perde i propri connotati trasformandosi in un'immagine spettrale confusa, la cui sagoma sembra risucchiata nel movimento vorticoso del paesaggio. In questo non è più possibile distinguere il cielo dalla terra o individuare con certezza la linea dell'orizzonte: i colori sono usati in funzione antinaturalistica. La superficie è in realtà il campo dell'espressione di una realtà allucinata - riflesso sulla tela del mondo interiore del protagonista del quadro - ottenuta attraverso l'uso del colore, privato di qualsiasi effetto decorativo.
Dopo quest'inciso, dall'urlo di Panch, ritorniamo a parlare della paura. Gli esempi di paure tipicamente innate nell'uomo sono molte. In genere vi é la paura degli estranei, del buio, la paura per certi animali (ragni e serpenti), il terrore alla vista di parti anatomiche umane amputate, ma anche e soprattutto nel sapere che da un momento all'altro ci puoi lasciare anche la pelle, ma in genere a tutto questo non ci pensi quasi mai e attendi solo il momento che l'operazione ha inizio.
Improvvisamente, non si capisce per quale motivo, uno dei cavalli che in precedenza erano stati defilati nei pressi della grotta, si è messo ad emettere alcuni nitriti. Fu allora che i banditi, compresero di essere braccati e si misero a sparare alla rinfusa. Ne é nato un vero conflitto, nel corso del quale sono rimasti feriti due cavalli e tre banditi, mentre un quarto bandito è riuscito a fare perdere le sue tracce. Ad operazione terminata, con l'arresto di quattro malfattori, compreso il capo della banda ho accusato un calore nella regione inquinale sinistra, proprio vicino al testicolo, mi sono sbottonato i pantaloni e mi sono accorto che perdevo sangue. Con molta calma e sangue freddo, alla bella meglio, abbiamo cercato di tamponare la ferita. Appena giunti in caserma, il medico condotto, ha potuto constatare che una pallottola nemica aveva raggiunto la ragione inguinale, fuoriuscendo dalla parte opposta, senza ledere o causare nessuna lesione. Sono stati sufficienti pochi giorni di riposo, perché tutto è ritornato alla normalità. E' stato allora, quando ero seduto nell'ufficio e pensando a quei momenti che hanno determinato il conflitto a fuco, che sono stato colto da una specie di panico ed il ritmo cardiaco è aumentato notevolmente, ristabilendosi definitivamente dopo solo pochi minuti. Quello è stato un fatto naturale, uno stimolo che deriva da esperienze dirette e che si sono dimostrate penose e pericolose. Il meccanismo universale responsabile dell'acquisizione di paure apprese è definito condizionamento, che può trasformare un qualunque stimolo neutro in stimolo fobico, mediante la pura associazione per vicinanza spaziale e temporale ad uno stimolo originariamente fonte di paura. Il coraggio non è una mancanza di paura.
Con questo termine si identificano stati di diversa intensità emotiva che vanno da una polarità fisiologica come il timore, l'apprensione, la preoccupazione, l'inquietudine o l'esitazione sino ad una polarità patologica come l'ansia, il terrore, la fobia o il panico. Il termine paura è quindi utilizzato per esprimere sia un'emozione attuale che un'emozione prevista nel futuro, oppure una condizione pervasivi ed imprevista, o un semplice stato di preoccupazione e di incertezza.
L'esperienza soggettiva, il vissuto fenomenico della paura è rappresentata da un senso di forte spiacevolezza e da un intenso desiderio di esitamento nei confronti di un oggetto o situazione giudicata pericolosa. Altre costanti dell'esperienza della paura sono la tensione che può arrivare sino alla immobilità (l'essere paralizzati dalla paura) e la selettività dell'attenzione ad una ristretta porzione dell'esperienza. Questa focalizzazione della coscienza non riguarda solo il campo percettivo esterno ma anche quello interiore dei pensieri che risultano statici, quasi perseveranti. La tonalità affettiva predominante nell'insieme risulta essere negativa, pervasa dall'insicurezza e dal desiderio di fuga.
Ci siamo più volte domandati da dove nasce la paura? Dai risultati di molte ricerche empiriche, siamo giunti alla conclusione che potenzialmente qualsiasi oggetto, persona o evento può essere vissuto come pericoloso e quindi indurre un'emozione di paura. La variabilità è assoluta, addirittura la minaccia può generarsi dall'assenza di un evento atteso e può variare da momento a momento anche per lo stesso individuo Essenzialmente la paura può essere di natura innata oppure appresa. I fattori fondamentali risultano comunque essere la percezione e la valutazione dello stimolo come pericoloso o meno
Qualche tempo dopo, abbia chiesto al nostro medico di fiducia, come il corpo manifesta la paura? Egli così ci ha risposto: "La faccia della paura" si manifesta in un modo molto caratteristico: occhi sbarrati, bocca semi aperta, sopracciglia avvicinate, fronte aggrottata. Questo stato di tensione dei muscoli del viso rappresenta l'espressione della paura che è ben riconoscibile anche in età precoce e nelle diverse culture. Le alterazioni psicofisiologiche sembrano differenziarsi fra quelle che si associano a stati di paura intensi, come il panico e la fobia, e quelle invece concomitanti alla preoccupazione e all'ansia. Precisamente, uno stato di paura acuta ed improvvisa caratteristica del panico e della fobia, si accompagna ad un'attivazione del sistema nervoso autonomo parasimpatico, si ha quindi un abbassamento della pressione del sangue e della temperatura corporea, diminuzione del battito cardiaco e della tensione muscolare, abbondante sudorazione e dilatazione della pupilla. Il risultato di tale attivazione è una sorta di paralisi, ossia l'incapacità di reagire in modo attivo con la fuga o l'attacco. La funzione di questa staticità indotta dallo stimolo fobico sembra quella di difendere l'individuo dai comportamenti aggressivi d'attacco scatenati dalla fuga e dal movimento. Paradossalmente, in casi estremi, tale reazione parasimpatica può condurre alla morte per collasso cardiocircolatorio. Stati di paura meno intensi invece attivano il sistema nervoso simpatico, quindi i peli si rizzano, ai muscoli affluisce maggior sangue e la tensione muscolare ed il battito cardiaco aumentano; il corpo è così pronto all'azione finalizzata all'attacco oppure alla fuga.
Quali sono le funzioni della paura? Sicuramente, la paura ha una funzione positiva, così come il dolore fisico, di segnalare uno stato di emergenza ed allarme, preparando la mente il corpo alla reazione che si manifesta come comportamento di attacco o di fuga. Inoltre, in tutte le specie studiate l'espressione della paura svolge la funzione di avvertire gli altri membri del gruppo circa la presenza di un pericolo e quindi di richiedere un aiuto e soccorso. Dal punto di vista biologico - evoluzionista sia il vissuto soggettivo, attraverso i processi di memoria e di apprendimento, sia le manifestazioni comportamentali, indifferentemente fuga, paralisi o attacco, che le modificazioni psicofisiologiche (attivazione parasimpatica o attivazione simpatica) tendono verso la conservazione e la sopravvivenza dell'individuo e della specie. Ovviamente, se la paura è estremizzata e resa eccessivamente intensa, diventando quindi ansia, fobia o panico, perde la funzione fondamentale e si converte in sintomo psicopatologico.
Come guarire dalla paura? La paura, come abbiamo detto, ha un alto valore funzionale, finalizzato alla sopravvivenza. Per esempio, ricordarsi che quel tipo di animale rappresenta un pericolo perché aggressivo e feroce oppure velenoso, costituisce un innegabile vantaggio. Oppure, preparare il proprio corpo ad un furioso attacco o ad una repentina fuga può in certi casi garantire la sopravvivenza. Infine, anche uno stato di "paralisi da paura" può salvarci dall'attacco di un feroce aggressore che non attende altro che una nostra minima reazione. Quindi le cure contro la paura si rivolgono solo a quei casi in cui essa rappresenta uno stato patologico, come ad esempio attacchi di panico o di ansia di fronte ad uno stimolo assolutamente non pericoloso.
Nel corso della nostra lunga carriera militare, ci siamo più volte trovati in casi del genere, ma abbiamo sempre mantenuto un comportamento di freddezza e di calma. Solo così si riesce a vincere la paura. Non sappiamo che cosa sia il panico, perché in certe situazioni non cera tempo per pensare al panico o alla paura, bisogna soltanto agire con determinazione se si vuole portare a casa la pelle. Come abbiamo detto sopra, una specie di paura può venire dopo, quando tutto è terminato e pensi a quello che sarebbe potuto succedere, ma ormai è tutto passato e dopo la tempesta ritorna sempre il sereno. Sicuramente anche i nostri colleghi nella sparatoria a Sergnano ( Cremona), hanno percepito questi sintomi.
Noi non possiamo fare altro che congratularci con i nostri colleghi che si sono comportati da veri carabinieri e che sono stati fedeli interpreti degli ordini ricevuti, dando prova di saldo attaccamento al dovere e cosciente sprezzo del pericolo. Nel corso dell'azione rimanevano gravemente feriti, ma riuscivano a ristabilire l'ordine pubblico, con l'intervento di alcuni cacciatori del luogo e altri carabinieri giunti sul posto, provvedevano ad arrestare gli altri componenti della ganga malavitosa di giovani ragazzi romeni e Kossovari, che avevano terrorizzato i ragazzi nella discoteca, rapinandoli persino del cellulare.
In fine, auguriamo ai nostri carissimi colleghi, una pronta guarigione.e un Buon Natale e felice Anno nuovo.
 

AL CARABINIERE

Non potrai essere
Veramente libero
Fino a quando
In tutta la terra
Vi sarà un uomo
Tenuto prigioniero
In una cella o in una grotta.
Non potrai essere
Veramente felice,
Fino a quando
Nel giorno che muore
Un solo uomo
In tutto il mondo,
Verserà in silenzio
Le lacrime amare
Della solitudine
A chi ti chiede
Chi sei?
Da dove vieni?
Dove vai?
Così rispondi:
Il mio passato
E ch'io sono stato
L'ho già dimenticato.
Il mio futuro?
Credo ci sia nessuno
Capace di vedere oltre quel muro.
Del nuovo presente
Mi spiace tanto
Sono in servizio

La Toscana
tra passato e presente.


L'escursione nella verde Toscana, ormai per noi che abitiamo nella brumosa Lombardia, che non è soltanto la regione dai colori velati dalla nebbia, ma è un susseguirsi di panorami incantevoli e sensazioni suggestive, quasi al limite dell'irreale, è diventato ormai un vero classico. Ogni anno, nel mese di settembre, non possiamo fare a meno di effettuare la nostra consueta gita turistica, per scoprire un nuovo borgo antico e soprattutto per ammirare quelle bellissime e verdi colline, dove regna il mito della viticoltura, che si tramanda da generazione e generazione, tanto che è diventata la località classica del famoso Chianti, che è conosciuto in tutto il mondo. La Toscana non vuol dire soltanto la Maremma, il Chianti, l'Amiata, dove si assimila l'essenza di un'antica terra, dove si fondono leggenda, storia e tradizione. Incominciamo a indicare tre itinerari per sentirsi in sintonia con ciò che ci circonda: l'arte, la buona tavola, l'artigianato, e soprattutto quella fonte inesauribile di sorprese che è da sempre il suo meraviglioso paesaggio collinare che si differenzia dagli altri luoghi del Bel Paese.
Naturalmente, questa non è la prima volta che Adriana ed io veniamo nella verde Toscana. Qualche anno fa, l'Ente Valle di Campitello, ha organizzato una bellissima escursione, per non perdere l'abitudine, in questa terra antica e meravigliosa che si chiama Toscana. Ogni volta che ci ritorniamo ci piace ammirare dal finestrino del pullman quello stupendo paesaggio e lo vediamo scorrere davanti ai nostri occhi come fotogrammi cinematografici, non solo le colline verdi e borghi antichi barbicati sui pendii che ormai ci sono familiari, perché li conosciamo da molto tempo. Questi sono i luoghi della storia e della memoria che abbiamo impresso da molto tempo In principio abbiamo incominciato a dire che ormai la Regione Toscana, è diventata un'escursione classica. La prima volta che abbiamo scoperto questa antica terra di Toscana, abbiamo esplorato, per così dire, la Maremma, che non è più selvaggia come nell'Ottocento, ma il verde e il mare sono autentici. In più ci sono i rifugi faunistici, i paesini pittoreschi, e una miriade di isole che formano l'Arcipelago toscano, con la meravigliosa isola di Montecristo, che abbiamo visitato di recente e poi c'é la tradizione artigiana, per non parlare della gastronomia. Che ormai è nota in tutto il mondo. In quella occasione, abbiamo avuto l'impatto con la verde natura, cioè con il Parco Naturale della Maremma che comprende la zona di Alberese e dei monti dell'Uccellina. Quel giorno abbiamo visitato il borgo medioevale dell'antica Telamon etrusca, dove abbiamo visitato le rovine sul colle di Talomonaccio, raggiungendo successivamente l'Argentario percorrendo il pittoresco Tombolo della Giannella, visitando l'Oasi di protezione della laguna. Non poteva mancare la visita del convento dei Cappuccini e alla Punta Telegrafo, da dove si ammirava un paesaggio mozzafiato sulla laguna di Orbetello.

Il Chianti.
Due anni fa, sempre con l'Ente Valle, una comitiva di Campitellesi, abbiamo visitato la zona del Chianti, che vuol dire buon vino, lo sappiamo tutti. Ma può voler dire anche dormire in un castello, andarsene in giro a cavallo, cercare mobili antichi, gustare i sapori inediti di una cucina di classe. Noi non abbiamo fatto tutto questo, ma abbiamo ammirato quel tipico paesaggio della verde zona del Chianti, con le sue celebri cantine medioevali. Proseguendo sul nostro itinerario, ecco venirci incontro il castello di Meleto che offre al visitatore un eccezionale colpo d'occhio. Tornati sulla Chiantigiana, ecco il delizioso borgo di Panzano con la sua pieve di S. Leonino e poi la Badia a Coltibuono, il castello di Brolio, la pieve di S.Polo in Rosso, Vignamaggio, il borgo medioevale di Montefiorelle ( patria di Amerigo Vespucci) il castello di vernazzano. Vignamaggio spicca nel verde delle colline come un'elegante villa rosa, col magnifico affaccio tra ulivi e vigneti. Sembra, come ci dice la tradizione che in quella villa ci abitò Monnalisa, che Leonardo ne dipinse il suo capolavoro, ma la segnala solo un paletto di legno, quasi invisibile. La discrezione è una nota di stile che ci accompagna lungo tutto il viaggio nel Chianti. Questi luoghi, d'altra parte, erano molto frequentati dai grandi artisti fiorentini, ed è il connubio di arte, storia e natura che li aveva reso unici. È da qui che il panorama diventa pittura inconfondibile. Una campagna curatissima, che quasi a ogni curva rivela squarci di Medioevo: muri, castelli, casali e torri.
Subito prima di Greve, il castello di Verrazzano, col suo borgo, ci ricorda che partì di qui quel Giovanni che lega il suo nome al ponte di Brooklyn. Appena usciti dal paese, la strada per Lamole porta a Vigna Maggio, poi si arriva a Radda, cittadina storica che fu a capo della "Lega del Chianti", e ci si ritrova nel cuore della Chiantigiana. Proseguendo il nostro itinerario, per strada e nelle famose cantine s'incontrano solo turisti stranieri. La nostra guida ci dice che "Purtroppo da noi vengono tutti, salvo gli italiani". "Ci dispiace, anche se, è vero, i nostri prezzi sono cari. Cerchiamo di compensarli con un'offerta di servizi molto alta: il modello è quello della Borgogna".
La storia ci ricorda che, la riscoperta di quest'angolo di Toscana, che in ricordo dell'antica rivalità con Siena ancor oggi si considera di cuore e di civiltà più fiorentina che senese. La nostra guida locale ci dice che tutto questo si deve agli stranieri. Hanno cominciato gli svizzeri, negli anni '70, poi gli inglesi, i tedeschi e gli americani. Trovarono una campagna abbandonata e per questo intatta, con bellissimi casali dimessi che potevano acquistare per pochi soldi. "Li hanno ristrutturati con amore", continuo Giovanni, "dimostrando un grande rispetto per la natura e l'architettura originale quando ancora non era di moda. Anche oggi, comunque, i proprietari degli agriturismo e dei casali privati sono in grande parte straniera e in prevalenza inglesi. Dopo la visita delle stupende colline del Chianti, con i suoi casali e antiche cantine, il nostro torpedone si dirige verso la città di Firenze, la più bella città del mondo, dalla quale conserviamo un caro ricordo, per averci ospitato per sei lunghi mesi presso la Scuola Sottufficiali dell'Arma. In quel periodo, nei pochi momenti liberi del corso, abbiamo avuto modo di visitare oltre ai Musei, le sue bellezze naturali e storici della città.
In queste nostre escursioni di breve durata a volte di una sola giornata, succede sempre la stessa storia, non c'è mai tempo per poter visitare con calma i Musei e i siti culturali, per fare tutto questo occorre dedicare l'intera escursione soltanto ai Musei ed ai siti culturali, altrimenti succede sempre la stessa cosa: si rischia sempre di avere solo un'infarinatura dei luoghi e della città e senza approfondire neppure la storia. Comunque, è sempre una bellissima esperienza escursionistica che ci ha dato il modo di assimilare l'essenza di questa antica terra, dove si fondono leggenda, storia e tradizione, ma soprattutto, di ammirare quegli stupendi spettacoli collinari, dove l'occhio si perde nell'infinito orizzonte verde di questa stupenda regione benedetta da Dio.
Escursione nelle calanche, tra storia, religiosità e cucina che vanno sempre a braccetto.
Mentre cerchiamo di scrivere sulla Toscana, nel nostro ricordo affiora un'altra escursione effettuata con gli amici del CAI di Mantova, che ci ha portati dritti dritti a Monte Oliveto, nel cuore delle "calanche"e anche della spiritualità, ci ricorda che poi si prosegue per il castello di Meleto, bellissimo esempio di fattoria fortificata medievale. Da qui, tra boschi e vigneti, si prosegue per il castello di Brolio, che fu il regno di Bettino Ricasoli, primo ministro del novello Stato italiano: la foresta s'infittisce di querce e conifere, il paesaggio diventa più imponente e poi, di nuovo, ci propone il colore della pietra medievale a Villa di Sesta e San Gusmè, fino a Castelnuovo Berardenga. Si arriva a Rapolano Terme e poi si prende la superstrada in direzione Arezzo-Perugia fino ad Asciano. L'orizzonte si apre, si annunciano già le "Crete", coi calanchi inconfondibili che, assumono un aspetto lunare e ci ricordano la regione vulcanica della Cappadocia, in Turchia, con le sue abitazioni e chiese rupestri. Qui non ci sono le case e le chiese rupestri, ma i calanchi senesi sono inconfondibili, tanto che ci portano in un'altra dimensione, in un paesaggio lunare e metafisico, in un paesaggio diverso senza il verde che caratterizza il paesaggio toscano.

LE CRETE SENESI
Le Crete Senesi, é una delle zone più affascinanti della Toscana, che custodisce gioielli d'arte come la chiesa romanica di Sant'Agata, ad Asciano. A pochi chilometri, "perla incastonata nelle Crete", l'abbazia benedettina di Monte Oliveto Maggiore. La definizione, che vuole essere più affettuosa che poetica, è di Dino Benincasa, un pensionato di Asciano che oggi fa il volontario a tempo pieno come guida turistica all'abbazia. "Anche noi stiamo toccando con mano i problemi del turismo di massa, disordinato e inconsapevole", dice: "Stiamo pensando di rendere obbligatoria la prenotazione, di modo che, chi viene, possa vedere tutto, coi tempi dovuti". Ne vale davvero la pena. Benincasa ci guida nel percorso tradizionale fino al chiostro grande, affrescato da Luca Signorelli e Giovanni Bazzi, detto il Sodoma, con le storie della vita di san Benedetto ispirate all'opera di Alberto Magno, facendoci gustare ogni particolare. "Vedete quella camiciola quasi invisibile, appesa alla finestrina? È l'ultima delle sette camicie che sudò il Sodoma, che su 34 affreschi ne fece 24. Gli avevano affibbiato quel soprannome per invidia, ma è certo che aveva un caratteraccio, non faceva che litigare con l'abate. Quello è il suo autoritratto, si vede che era un uomo bellissimo: indossa la tunica che gli aveva regalato l'abate per fare la pace".
Ad un certo punto del percorso, chiediamo a signor Benincasa, se si può visitare la biblioteca. " Si, è vero, stavo proprio per dirvelo, che la novità è che oggi si può visitare anche la splendida biblioteca, dove è esposto il candelabro fra Giovanni da Verona, e la farmacia cinquecentesca: siamo vicini alla via francigena e qui come altrove i monaci avevano un ruolo fondamentale per l'assistenza dei pellegrini. Monte Oliveto fu fondata nel 1313 dal nobile Giovanni Tolomei, il beato Bernardo, che si ritirò qui in preghiera con alcuni amici. "Morì nella peste del 1348: fu un'epidemia tremenda che spopolò le nostre campagne, ma è a questa che dobbiamo i calanchi e le Crete che rendono unica la nostra terra". Parlando della francigena: la più antica autostrada medioevale della fede, che iniziava da Canterbury, transitando per Compostela, superando le Alpi, per poi giungere sulle colline della verde Toscana. I paesi e le città, come Siena, che sono sorti su questa strada che portava a Roma e a Gerusalemme, sono nati con la Frangigena. Nell'autunno del 1997, proprio 10 anni fa, la Città di Siena, ha organizzato, in ricordo della Francigena, un raduno escursionistico, al quale una squadra del CAI di Mantova, abbiamo partecipato a quel grande raduno Ricordo che quella lunga passeggiata ebbe inizio da Monteriggioni, percorrendo il lungo sentiero della vecchia Francigena, attraversando colline, vallate e la città di Siena, raggiungendo il Sagrato della più bella chiesa gotica del mondo, appunto il Duomo di Siena. Naturalmente, Adriana mia moglie e il sottoscritto, siamo giunti gli ultimi della lunga e rutilante passeggiata commemorativa, e siamo stati premiati lo stesso. Il premio consisteva in due bottiglie di Chianti, le magliette e cappellino ricordo. Quella è stata una bellissima passeggiata, che difficilmente possiamo dimenticare, perché fa parte della nostra storia escursionistica, sui sentieri della verde e meravigliosa Toscana.

PIENZA
Visitando la cittadina di Pienza, abbiamo osservato che regna, come in taluni luoghi della Toscana il turismo usa e getta. Ci ha fatto molta impressione attraversare il centro storico della splendida città di Pienza e sentire ovunque l'odore pungente del formaggio pecorino, non fosse che a noi il formaggio non piace, ma quel odore così pungente ci ha dato veramente fastidio. Non è un'impresa facile transitare e fermarsi in quelle strade, eppure la città di Pienza, è una città bellissima da visitare ed ammirare. Secondo noi, dovrebbero limitare e circoscrivere tale profumo in un solo angolo periferico della cittadina, in tale modo nessuno dei turisti si lamenterebbe. Pienza é un delizioso paese il cui piccolo centro fu riprogettato quasi completamente nel XV secolo da papa Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomine, (che è tra l'altro anche il patrono del nostro piccolo borgo padano di Campitello) Nato nel 1405, egli divenne un grande studioso e filosofo umanista. Eletto papa nel 1458, un anno dopo decise di ricostruire il suo paese natale, che allora si chiamava Corsignano, ribattezzandolo Pienza in proprio onore. All'architetto e scultore fiorentino Bernardo Rossellino fu commissionata la sistemazione urbanistica dell'abitato con la costruzione della cattedrale, della residenza papale e del municipio (tutti completati in tre anni, dal 1459 al 1462), il più grandioso progetto di una città rinascimentale ideale non venne però mai realizzato. Nel Palazzo Piccolomini, l'ex palazzo papale, i discendenti di Pio II continuarono a risiedere fino al 1968. Tra le sale aperte al pubblico c'è la camera da letto e la biblioteca di Pio II. Da non perdere lo stupendo panorama della loggia e della corte porticata sul retro del palazzo. Passeggiando lungo le mura del paese si possono fare piacevoli passeggiate e ammirare panorami incantevoli, come abbiamo fatto noi. Non può mancare una visita al duomo, dove sono conservate opere commissionate ai maggiori artisti del tempo, raffiguranti la Madonna col Bambino e santi. Rossellino edificò il duomo su un sito limitato, con povere fondamenta: le crepe apparvero ancor prima che l'edificio fosse ultimato. Ancora oggi esistono tali crepe, che dall'impressione che prima o poi l'intera abside può scivolare verso la collina.

MONTALCINO.
Montalcino è posto sulla sommità di un colle e sorge al centro dei vigneti da cui si produce il Brunello, uno dei più rinomati vini rossi italiani. Abbiamo degustato diversi vini in un'interessante enoteca sita nella Fortezza, una struttura del XIV secolo con importanti bastioni. E' davvero piacevole camminare lungo le antiche strade cittadine. Molto interessante è da vedere il Palazzo vescovile dove sono allestiti tre musei che raccolgono dipinti, sculture e pezzi archeologici rinvenuti nella zona. Sulle bellissime colline di Montalcino, regno del Brunello, e come abbiamo detto sopra vi é il museo di arte sacra che è "incantevole", come esclama entusiasta una turista inglese che abbiamo incontrato nella nostra visita turistica: Una bellissima Madonna di Simone Martini, dipinti dal Trecento al Seicento con capolavori di Pietro Lorenzetti e Duccio di Buoninsegna. Fa parte di una serie di musei decentrati, voluti dalla Provincia di Siena, che comprendono anche Buonconvento, Montepulciano, Pienza e Chianciano. Anche ad Asciano sta per aprire il nuovo museo di arte sacra, un altro aprirà a Radda, mentre a Trequanda c'è un delizioso museo delle Crete. Operazioni che per ora non pagano, se si pensa che Montalcino conta un milione di presenze l'anno e non arriva a vendere diecimila biglietti per il museo. Un'altra curiosità di Montalcino è il museo del vetro e della bottiglia di Castello Banfi, l'azienda leader del Brunello, che ha acquistato e ristrutturato il castello di Poggio alle Mura.
Dopo Montalcino, tornando a Siena lungo la Cassia, vale la pensa visitare il borgo di Murlo e la fattoria fortificata di Cuna, sorta nel'300 dall'Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena. Oggi è abitata da privati, ma è ancora possibile salire la scalinata interna che percorrevano i muli, per portare in salvo il grano nella "grancia", collocata in alto. Quando sei arrivato lassù, ti accorgi di aver ripassato un bel pezzo di storia.
Dopo questa lunga carrellata, tra colline coltivate a vigneto, borghi antichi barbicati sui pendii e antichi castelli trasformati in stupende e moderne cantine, dove si degusta l'ottimo chianti, coltivato anche dagli inglesi trasferitisi qui in Toscana, ci viene da domandarci come si dice Chianti in inglese. La risposta l'abbiamo letta in un sito in internet dove si parla di vini pregiati prodotti appunto nella "Verde Toscana".
Come si dice Chianti in inglese?
"Pare che "Chianti" sia la parola italiana più conosciuta all'estero dopo "Papa", "pizza" e "mamma". Certamente è il vino che più ci rappresenta, anche perché è piuttosto abbordabile dal punto di vista del prezzo. Sappiamo che era bevuto già nel'500 alla corte dei Medici e che nel'700 fu esportato in Inghilterra. Ma il vero padre del Chianti classico è considerato il barone Bettino Ricasoli, che ne studiò la formula a base di Sangiovese, Canarolo, Trebbiano e Malvasia, poi codificata nel 1924 dal consorzio di tutela del Gallo Nero. Erano 33 soci: oggi i produttori sono 700 e 400 gli imbottigliatori. La formula del barone Ricasoli è rimasta inalterata fino a cinque anni fa, quando il regolamento è stato cambiato per dare spazio alla "seconda linea" inventata dagli Antinori col Tignanello. Ma c'è chi ha nostalgia del passato. "Dobbiamo rispettare la tradizione", spiega Gioia Milani, che è anche presidente del Movimento del turismo del vino per la Toscana. Il Brunello, re dei vini, non ha bisogno di presentazioni. Se la bottiglia più antica della collezione Biondi Santi, uno dei nomi storici, risale al 1888, è vero che, prima degli anni '60, era un vino che si vendeva a damigiane e che la commercializzazione si deve in gran parte a Giovanni Colombini, della Fattoria dei Barbi. Oggi i produttori sono circa 200. L'azienda leader, per dimensioni del fatturato, è il Castello Banfi, che produce circa 7.000.000 di bottiglie l'anno, tra Brunello, Moscadello e Summus. Tra i vini importanti della zona delle Crete, infine, non va assolutamente dimenticato il Rosso d'oc
Il nostro viaggio sul filo della memoria, finisce qui, ma rimane sempre nei nostri occhi la bellezza dei luoghi, del magnifico e unico paesaggio al mondo. Auguro a tutti coloro che visiteranno le splendide colline toscane di poter godere lo stesso spettacolo, veramente superbo.

Lo spettacolo su RAIUNO
di ieri sera 29 novembre 2007


Benigni show tra sesso e politica su Rai Uno. Si, veramente é stata una bellissima serata su Rai Uno, per lo meno non ci siamo addormentati sul divano, come spesso succede con gli altri programmi televisivi. Il grande attore, prima dell'inferno di Dante la satira da Berlusconi a Prodi, dai Savoia a Storace le battute piccanti del comico. Insomma, abbiamo trascorso una simpatica serata con il simpatico e intraprendente Benigni. Il giorno dopo abbiamo letto le critiche e la cronica sulle pagine del Corriere e della stampa locale.
Prodi e Berlusconi, Bindi e Bondi, Veltroni e Storace, Mastella e Casini, i Savoia. E con loro molti altri. Alla fine c'erano quasi tutti nel teatrino della politica dello show di Roberto Benigni su Raiuno. Un fiume in piena tra calambour, satira politica e frequenti richiami a battute su temi sessuali e "parolacce" volutamente inserite qua e là. Tema, quest'ultimo richiamato dal quinto Canto dell'Inferno che, nella seconda parte della serata, Benigni ha commentato telethron, ma è un'ora circa, a ritmo serrato, Benigni prende di mira con lo scherzo e l'allusione il mondo politico, tuffandosi nell'attualità. Il primo affondo è per i Savoia: "Mandate sms da 1 euro per una famiglia piemontese indigente, vissuta all'estero perché senza permesso di soggiorno. Si chiamano Savoia, hanno nomi altisonanti, ma sono poveri: sono in 4, ma con 3 ville, hanno due yacht, ma non possono comprare i due modelli nuovi usciti. Hanno chiesto 260 milioni per le spese, non vogliono di più. Il bello è che ora vuole i rimborsi anche il Granduca di Toscana, ma in fiorini d'oro e pure i Borboni vogliono soldi", Ma poi, come ci si poteva aspettare si arriva subito a Berlusconi: "Questione di democrazia: per cinque anni me la sono presa con il governo, ora tocca un po' all'opposizione". Ecco dunque Berlusconi che "c'ha avuto cinque mogli, di cui due sue" e che farebbe meglio a fondare "il partito del popolo dell'armadio", per quante volte ci si è nascosto dentro. Prodi che ha vinto le elezioni "con uno scarto di 25 mila voti, 25 mila coglioni, tutti omosessuali". E che "prima andava a messa una volta a settimana, ma ora ha fatto mettere una cappella a Palazzo Chigi per pregare per la buona salute dei senatori a vita". Tremaglia che "in An non lo salutano più da, quando gli italiani all'estero hanno votato a sinistra".
PISELLI - Benigni riprende i fili dei fatti degli ultimi anni e delle ultime settimane. Non potevano mancare battute su Mastella ( "Mastella diceva sempre: o faccio il ministro o niente, ho faccio il ministro o niente. Ve lo ricordate, vero? Bene, è riuscito a fare tutte e due le cose...".) e D'Alema: "L'hanno candidato alla presidenza della Camera e ha detto che per il bene delle istituzioni faceva un passo indietro. Poi alla presidenza della Repubblica e per il bene delle istituzioni ha fatto un passo indietro. L'avevo invitato qui, poi gli ho detto che avevo dato il suo posto a Veltroni e mi aveva detto che per il bene della diretta faceva un passo indietro...". E ancora Francesco Storace: ("è un grande filologo, ha ripristinato il vero saluto romano: 'mortacci tua, te ceco l'occhì") e Buttiglione ( "Il sesso governa il mondo. Uno per parlarne dovrebbe possederlo. Buttiglione è un grande filosofo, ma ha l'aria di uno che non ha neanche il pisello. Per carità, può darsi ne abbia due. Rocco e i suoi piselli").

.Tra il serio e il faceto, Benigni ci ha fatto ritornare indietro nel tempo, quando sui vecchi banchi di scuola, il prof d'Italiano ci spiegava il V Canto dell'Inferno, dove all'ingresso del secondo cerchio sta Minosse, che giudica le anime e distribuisce le pene. Entrati nel cerchio, il Poeta trova i lussuriosi che girano continuamente come travolti da un terribile turbine. A questo punto Francesca da Rimini gli racconta del suo infelice amore, e il Poeta, per la grande pietà, cade svenuto. Il grande attore di Benigni, che recita con particolare enfasi e grande maestria di un vero istrione, ottiene gli effetti scenici voluti e l'approvazione di milioni e milioni di spettatori, che ci ha tenuti con il fiato sospeso, per non perdere neppure una virgola della sua eloquente e profonda spiegazione. Meravigliosi gli ultimi versi che Francesca si accingeva a spiegare al Divino Dante:

Ci siamo chiesti, ma chi era Minasse? La leggenda ci spiega che era il re dell'antica Creta dal quale derivò il nome alla civiltà dell'isola ( civiltà minoica) Ai confini tra la leggenda e la storia, da una parte fu ritenuto figlio di Zeus e di Europa, sposo di Pasifae, padre di molti eroi ed eroine, tra cui Deucalione, Clauco, Androgeo, Arianna, Fedra ecc. amante di Scilla, di Procri, ecc; dall'altra fu ricordato da autorevoli fonti ( Tucidide, Aristotole) come il potente signore di Cnosso, che, vinti i pirati, primo fra i Greci istaurò una talassocrazia sull'Egeo, diede una saggia costituzione al suo popolo e si spinse nella colonizzazione fino alle coste dell'Italia meridionale. Sempre secondo una tradizione mista di elementi mitici e storici per vendicare l'uccisione del figlio Androgeo impose agli ateniesi i tributo ( annuo o novennale) di sette giovanette e sete giovanette destinate al pasto del Minotauro e, per punire Dedalo fuggito dal labirinto, lo inseguì con una grande flotta fino a Camico in Sicilia, dove sarebbe morto per mano del re Cocalo e delle sue figlie per immersione in un bagno d'acqua bollente o di pece. Per il suo celebrato senso di giustizia, nell'oltretomba ebbe insieme con i fratelli Radamanto ed Eaco, il sommo officio di giudicare i morti, secondo una credenza che perdurò fino al medioevo. Dante lo pone, in tale funzione, all'entrata dell'inferno, raffigurandolo come demone della lunga coda, con la quale si cinge il corpo un numero di volte corrispondente a quello del cerchio infernale cui l'anima fu assegnata. Per molti critici moderni Minasse non è il nome di un re, ma quello di faraone presso gli Egiziani, il titolo generico del signore di Creta - Icon. Minasse appare su monete cretesi come un personaggio barbaro, munito di scettro, assai simile a Zeus; nei monumenti figurati si trova quasi sempre in posizione complementare ( vaso apulo di Canosa a Monaco di Baviera):

Nessun maggior dolore
Che ricordarsi del tempo felice
Nella miseria; e ciò sa il tuo dottore.
Ma se a conoscere la prima radice
Del nostro amor tu hai cotanto affetto,
Farò come colui che piange e dice.
Noi leggemmo un giorno per diletto
Di Lancellotto, come amor lo strinse:
Soli eravamo e senz'alcun sospetto.
Per più fiate gli occhi ci sospinse
Quella lettura, e scolorocci il viso:
Ma solo un punto fu quel che ci vinse-
Quando leggemmo il disiato riso
Esser baciati da cotanto amante
Questi, che mai da me non fia diviso.
La bocca mi baciò tutto tremante
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse;
Quel giorno più non vi leggemmo avante.


Alcuni anni fa, prima di scoprire le infuocate, ventilate e magnifiche spiagge sulle sponde del Mediterraneo, Adriana ed io, trascorrevamo le nostre vacanze marine nella bellissima Città di Cattolica, che è stata definita la Regina dell'Adriatico. Nelle giornate più fresche e poco assolate, andavamo alla scoperta di siti nuovi disseminati fra le verdi colline sopra la città di Cattolica. In una di queste escursioni, abbiamo scoperto il Castello di Gradara, che è ubicato in cima ad una meravigliosa collina, da dove si ammira un paesaggio mozzafiato sulle coste dell'Adriatico e l'occhio si spinge fino alle colline di Pesaro. Più volte abbiamo visitato questo importate e imponente maniero, dove si incontravano Paolo e Francesca.

Gradara, è un borgo d'aspetto medioevale, chiuso entro una cinta muraria del XIV secolo, e dominato dalla Rocca, munita di torri e mastio, eretta dai Malatesta di Verrucchio ( 1307-1325) su un nucleo originario dei secoli, XI-XII, restaurata nel 1494 dagli Sforza e quindi nuovamente nel 1923-1925. Nell'interno è conservata una notevole pala in terracotta invetriata di A. Della Robbia: nella cosiddetta " camera di Francesca" una tradizione vuole si sia svolta la tragedia di Francesca da Rimini, interessante, nel municipio, la quadreria.
Così un poeta ( G.Rossellini: "Ode a Gradara") innamorato di Gradara scrisse una notte di plenilunio sognando nel suggestivo bosco delle annose querce ai piedi della Rocca, rievocando con il felice aiuto della fantasia, della leggenda e della storia, figure ben note che, nella Rocca, hanno lasciato il ricordo della loro vita tormentosa di passioni e di rinuncie, di odii e di prepotenze, di dolcezze e di crudeltà. La Roccaforte di Gradara, sita a cavaliere di un colle sul confine fra Marche e Romagna, ha, a limite del suo orizzonte, a sud ovest, la severa corona dei Monti di Carpegna e del Montefeltro e, a nord-est, la distesa inquieta dell'Adriatico, quasi a darle ragione della sua forza di dominio e di vigilanza. A 25 km. Da Rimini, a 13 da Pesaro e a soli 3 dalla grande Strada Adriatica che porta a Cattolica, la Regina dell'Adriatico, e facilmente raggiunta dai turisti e dagli studiosi, dai sognatori; e a tutti piace rievocare, come del resto stiamo facendo noi oggi, seduti davanti al nostro personal computer, rievocare il tempo antico, mentre si compie il giro attorno alle merlate mura e, superato il ponte levatoio, ci si attarda nell'elegante cortile e si sosta nelle austere sale che ricordano splendori o tediose malinconie di potenti corti medioevali; i Malatesta, gli Sforza, i Della Rovere, nomi che riassumono il più brillante e movimentato periodo del Feudalesimo italiano.
Chi con interesse e amore storico o con nostalgica curiosità di frugare nei tempi andati, non vuole soffermarsi con prolissità a seguire date su date unendo anello ad anello una catena ininterrotta di avvenimenti, può ugualmente, come noi intendiamo fare, raccogliere con appassionato interesse i ricordi salienti che illustrarono questo storico monumento.
Nella seconda metà del XIII secolo, accanto alla corrusca figura di dominatore del vecchio da Verrucchio si rivela e lascia il ricordo più bruciante, la passione e la tragedia di Paolo e Francesca.

Come ci ha ricordato il grande attore Benigni, nella sua eloquente esposizione sui meravigliosi versi del V Canto dell'Inferno di Dante, che rievocano la tragedia di Paolo e Francesca, che il Divino Dante ha immortalato queste figure nel suo Canto; D'Annunzio ne ha scolpito la passione del dolcissimo schiudersi alla pienezza compiuta alla morte violenta; Zandonai ne ha cantato il tormento con la sua musica toccante; poeti, storici e pittori hanno indugiato su queste due creature d'amore e di dolore; Come abbiamo potuto constatare, Gradara ne racchiude e custodisce gelosamente lo spirito che la storia e leggenda le hanno lasciato in suggestivo retaggio.
Come apprendiamo su documenti e cenni storici. È ormai fuor di dubbio che la tragedia si svolse in questa Rocca, dalle ricerche storiche del Tonini, dell'Yriart e di altri meno noti e dall'analisi di documenti esistenti nelle biblioteche di Rimini e di Pesaro, risulta che può essere avvenuta tra il 1285 ed il 1289. Nel corso di detto periodo di tempo, i Malatesta furono banditi da Rimini dove la fazione Ghibellina aveva avuto il sopravvento. Non avevano quindi che Gradara e se a ciò si aggiunge che Gianciotto ( Giovanni), lo sciancato e deforme marito di Francesca, era podestà di Pesaro, risulta logico che tenesse la moglie nel castello, più vicino alla sua podesteria. Una disposizione di allora non permetteva ai Podestà di tenere le mogli o le famiglie nella città dove svolgevano la loro missione.

……soli eravamo
Senza alcun sospetto…


Girovagando per i vicoli dell''antico borgo e conversando con i Gradaresi, dove questa triste leggenda si tramanda da padre in figlio, che narra di questo atroce fatto di sangue, perciò lo spirito senza pace dell'infelice donna vaga ancora, nelle notti di plenilunio, per i cammini di ronda e sulle torri merlate, si deve dare valore a questa dolorosa storia di grande amore. Tutte le volte che siamo saliti fin lassù, ci ha colti una grande malinconia nel visitare i siti frequentati dai due amanti.
Oltre al castello di Gradara, nel nostro eterno girovagare, abbiamo compreso che in nessun altro castello Malatestiano si racconta di simile leggenda. In una lineare cronistoria possiamo ricordare gli avvenimenti del XIV secolo: a Pandolfo I., l'edificatore di Gradara, morto nel 1324, successe il figlio Malatesta Antico, detto Guastafamiglia perché su mise in lotta con i cugini di Rimini, figli di Malatestino dall'occhio, cui strappò il dominio della città portandoli a morire nella cupa prigione di Gradara.
Tutto il periodo della signoria di costui che va fino alla morte avvenuta nel 1364 non è prodigo di letizia per la vita della Rocca; forse giovani donne gioiosi cavalieri, freschi paggi e adolescenti avranno celatamente raccolto qualche raggio di sole, ma la grave oppressione della dispotica tirannia del signore inquieto ed ambizioso ha velato cupamente questi lunghi anni.
Alcune testimonianze raccolte fra gli abitanti del borgo di Gradara, riferiscono che effettivamente ancora oggi, lo spirito senza pace dell'infelice donna vaga ancora, nelle notti di plenilunio, per i cammini di ronda e sulle torri merlate.

……….Sull'ubertoso colle, solitaria.
Ombra massiccia di mastina schietta
Vigila il sonno, dalle quadre torri
Ardue. Gradara.

Le Alpi Apuane:
dove osano le aquile.


Nelle vecchie pagine ingiallite della nostra agenda di viaggio, dopo circa 6 anni, leggiamo gli appunti di una giornata di festa, trascorsa nei boschi della verde Lunegiana, in un posto incantevole, dove osano solo le aquile. " Dopo le Dolomiti del Gruppo di Brenta, in questa giornata afosa di luglio, siamo saliti fin quassù al massiccio appenninico delle chiare forme alpine aspre e dirupate ( non per nulla gli è stato dato il nome di "Alpi" Apuane) separa tre regioni delle individualità ben precise: la Lunegiana, la Carfagnana e la Versilia.
A Pontremoli, abbiamo lasciato l'Autostrada della Cisa e ci siamo immessi su di una strada comunale che porta al vertice del massiccio e al Santuario della " Madonna del Monte", il più antico della Lunegiana e della provincia di Massa Carrara. Questa di oggi, non è un'escursione come quelle che siamo abituati di fare quasi tutte le domeniche, ma è una giornata di riflessione e anche di festeggiamenti a carattere familiare: festeggiamo il mio 74 esimo genetliaco, anche se con un mese di ritardo, ma per festeggiare una ricorrenza non si è mai in ritardo, sebbene ognuno di noi, non accetta volentieri gli anni che passano, ma questa è la realtà della vita.
La strada sale ripida e con molti tornanti, che in principio attraversa piccoli villaggi, grumi di case barbicati nel costone, delimitati da piccoli orti e oliveti ma man mano che sale, le case si fanno sempre più rare ed il bosco di castagni di alto fusto invadono perfino la strada, facendola diventare una galleria di frescura dove le piante formano un tutto uno con la strada. Il paesaggio è praticamente annullato dalle fronde vaporose di queste secolari piante, che per millenni, hanno sfamato la popolazione locale.

L'appartata Lunegiana.
Il nome di questa regione ( che corrisponde all'alta media valle del fiume Magra) deriva dell'antica colonia romana di Luni, fondata nel 177 a.C. Il paesaggio è abbastanza accidentato: solo qualche ristretta fascia alluvionale orla i maggiori corsi d'acqua, limitati sono anche le aree collinari. I valichi che mettono in comunicazione la valle con regioni limitrofe le hanno riservato una notevole funzione di transito: il fondovalle principale, infatti, percorso da importanti vie di comunicazione, fra cui l'Autostrada della Cisa.

La Madonna del Monte.
Per il momento, tralasciamo di parlare della località più suggestiva della regione e delle Alpi Apuane, e cerchiamo di parlare della località più suggestiva del Centro Italia, n. 992 sul mare, sul "Vertice Montis" di Mulazzo che domina la valle del Magra fino al Mar Tirreno, che dista solo 15 chilometri dall'Autostrada della Cisa ( casello di Pontremoli). Il Santuario della Madonna del Monte ( Mulazzo, provincia di Massa Carrara), è una località tale che una volta nella vita bisogna raggiungere e contemplare: una località tale che dopo un primo incontro, vi si ritorna: per vedere, capire e gustare, come è successo a Tiziana, la nostra "Principessa", che è rimasta impressionata di questa magica località montana. Su quella bellissima località di montagna, dove l'occhio spazia in un paesaggio meraviglioso, oltre ad un grumo di case e all'ottimo ristorante: " Il Rustichello", gestito dai simpatici fratelli Pino e Fernando, che non sono "toscanacci ma dei liguri veraci, trapiantati nella verde Lunigiana. In quel Ristorante, immerso fra i castagneti, abbiamo festeggiato il mio compleanno e soprattutto abbiamo scoperto la bella storia del Santuario della Madonna del Monte di Mulazzo, che è stato incluso nel novero delle Chiese dove si può lucrare l'indulgenza plenaria del Giubileo del 2000, ha una storia molto antica, anche se corredata da una scarsa documentazione.

La Storia.
Coma al nostro solito, abbiamo indagato sulla storia di questo Santuario e nella nostra piccola indagine, è emerso che il primo documento che si conosce è del 1282 e presenta i Santuario come " cella" monastica benedettina alle dipendenze dell'abbazia di S. Andrea di Borzone presso Chiavari. Il convento, che sorgeva in una zona di grande importanza strategica, funzionava anche da ospizio e da rifugio per i viandanti e i pellegrini che si recavano a Roma. La vita monastica cessò verso alla fine del '400, quando il Santuario passò sotto la giurisdizione dei marchesi Malaspina, signori di Mulazzo, e vi restò fino alla fine del secolo scorso. Il 12 luglio il Santuario fu sottomesso, quale oratorio, alla parrocchia di Pozzo.
Ora il Santuario del Monte è Ente ecclesiastico civilmente riconosciuto con Decreto del Ministro dell'Interno in data 11 ottobre 2986, col titolo di Parrocchia- Santuario della Madonna del Monte- Mulazzo, con un proprio territorio- che comprende oltre il Monte della Madonna, la frazione " La Crocetta" e "Chiascola"- e con un proprio archivio parrocchiale.
Non si fa fatica a riconoscere la sua costruzione, che presenta carattere romanico. Il porticato ed il basso campanile in fronte richiamano lo stile di alcune costruzioni d'oltre Alpe. Abbiamo constatato che dietro l'altare dell'attuale Santuario è incisa sul muro la data del 1302, che molti ritennero probabile anno della fondazione della Chiesa stessa: tale data invece potrebbe, ciò non è di nostra intuizione, la studio o di esperti studiosi, ma potrebbe coincidere con l'ampliamento della "cella" benedettina così come altre due date ( una del 1502, rilevabile, rilevabile ai piedi di un bassorilievo che raffigura la Madonna col Bambino e un'altra del 2505 incisa sull'architrave della porta).La parte più antica del Santuario mostra i resti di una costruzione a pietre ben squadrate e murate senza calce. Tale costruzione, ci richiama alla Chiesa Romanica che sorge in località Castello di Andora, in provincia di Savona, che molti anni fa visitammo spesso ed era meta di lunghe passeggiate nella pineta retrostante in cerca di funghi, quando la nostra " Principessa" era piccola e noi, appunto abitavamo, per motivi del nostro servizio istituzionale nell'Arma Benemerita ad Andora Marina. Dopo quest'inciso rievocativo, ritorniamo a descrivere l'interno del Santuario del Monte. Abbiamo osservato che all'interno di questa Chiesa, le nude pareti conducono all'altare dominato dalla copia della Madonna col Bambino. L'originale, di fattura artigianale in stile bizantino, come apprendiamo da una pubblicazione, è stato oggetto di un furto sacrilego il 23 luglio 1979, il grave fatto avvenne, mentre si svolgeva, dal 17 al 23 luglio '79, la " Peregrinatio Marie", nella parrocchia di Filattiera (MS).
Il Santuario fu ed è sempre meta di pellegrinaggi: un tempo i pellegrini salivano a piedi, come del resto succedeva anche in altre località, recitando il Santo Rosario e di notte riposavano sotto il portico della Chiesa. Oggi si sale al Santuario in macchina, come abbiamo fatto anche noi in questa bellissima giornata d'estate. Come ci dicono i fratelli Pino e Fernando, proprietari e gestori del " Ristorante il Rustichello", l'affluenza al Santuario è notevole da Pasqua a settembre e vi si celebrano feste solenni il giorno di Pasqua, l'Ascensione del Signore, il 2 luglio ( festa del voto), l'Assunta e i pellegrinaggi dei sei 13 mensili di Fatima dal 13 maggio al 13 settembre di ogni anno alla Madonna del Monte, con la conclusione il 13 ottobre a Groppoli chiesa" Madonna di Fatima".
Ci siamo domandati, perché il Santuario più antico della Lunigiana è sorta proprio sulla cima di questo irto monte?
La risposta delle origini di questa costruzione su questa montagna di un verde lussureggiante, che poi non ç altro che un balcone panoramico sul Mar Tirreno, sono circondate da un'antica leggenda. Però, come in tutte queste storie, vi è un racconto popolare che parla di un uomo genovese che, accusato ingiustamente di omicidio, come spesso succedeva nel Medio Evo e anche nella nostra Epoca, si diede alla macchia, oltrepassò il monte Cornoviglio e scese verso Mulazzo, dimorò dai Malaspina. Si fermò a dormire sul crinale del monte che sovrastò il paese di Mulazzo, che altro non era che un grumo di case stinte. In sogno avrebbe visto la Madonna che lo assicurava sulla sua sorte. Al suo risveglio di mattino, vide una " mista", che la sera non aveva notato. Quel giorno l'uomo fu avvisato che le accuse nei suoi confronti erano cadute. Quel fatto destò sorpresa negli abitanti dei paesi vicini. Gli abitanti di Mulazzo, Pozzo Busatica, Castagnetoli, Montereggio e Parana, con il consenso dei Malaspina che misero a disposizione il terreno, decisero di erigere, nel luogo dove l'uomo aveva trascorso la notte, una chiesa votiva, ma la leggenda continua: gli operai addetti alla costruzione della Chiesa, alla fine della giornata lavorativa, riponevano accuratamente nascosti gli attrezzi di lavoro. Con sorpresa, il giorno dopo, non li trovarono più. Questo accadde due o tre volte, finché gli operai decisero di scoprire chi rubava gli attrezzi di lavoro. Una sera si appostarono, non colsero nessuno in fragrante, ma verso l'imbrunire videro una bianca colomba dirigersi sugli attrezzi e poi volare sulla sommità del Monte sopra Pozzo. Un gruppo di persone per scoprire il mistero la seguì, e, giunti sulla cima dove avevano visto dirigersi la colomba, trovarono gli attrezzi da lavoro allineati sull'erba. La cosa destò impressione, alla fine si pensò che forse fosse la Madonna a volere la sua chesetta in quel luogo. Così fu scelto il " vertice montis", il luogo dove erigere il Santuario.
Il nostro Paese è disseminato di storie e di leggende come questa a sfondo religioso o profano, artistico e umano. L'Italia è un Paese piccolissimo. Con tremila anni di storia, dove ogni luogo, ogni pietra sono carichi di simboli e di ricordi e noi camminiamo su di un tappeto di foglie morte, dove è sepolta la nostra millenaria storia del nostra passato. Le nostre radici e la nostra fede religiosa. Come abbiamo potuto osservare nei nostri continui spostamenti, nelle nostre escursioni, abbiamo potuto constatare che ogni singola regione è un microcosmo.

Il ristorante sul Monte Mulazzo.
Attorno alla villetta del Ristorante, "Il Rustichello" vi è arroccato il piccolo borgo antico, delimitato da crinali, pianori e meravigliosi boschi. Quello è un ambiente sereno, un luogo di pace dove regna la tranquillità, dove i boschi si fondono armoniosamente con i piccoli orti e i prati verdi. Adriana, lo ha definito un luogo veramente adatto per stare in compagnia e in pace con il creato. Quasi attaccato alla montagna e un po' staccato dal piccolo grumo di case del villaggio, che ospita soltanto dodici abitanti, sorge appunto il ristorante: un ristorante su prenotazione ed è molto ricercato per le sue specialità "Porchetta e cinghiale allo spiedo con funghi porcini", nonché salumi e formaggi caprini di produzione locale, il tutto innaffiato da un "Chianti rosé". Non è stato un vero e proprio banchetto il nostro, ma un pranzetto sobrio e alla buona e poi, è stato un motivo di più per dire, facciamo un giorno di festa in compagnia, tanto per fare qualcosa, per evadere dalla calura della Valle Padana, che in questo periodo di grande afosità, è resa in vivibile, mentre quassù, a mille metri di quota, l'aria è fresca e la vita è più vivibile.
Dopo il pranzo, siamo usciti per una breve passeggiata fra i boschi, con il pretesto di trovare dei funghi, ma i funghi non si trovano sul sentiero e poi, bisogna essere bravi esperti per non avere dopo delle brutte conseguenze. I funghi li abbiamo trovati, ma sul banchetto della contadina che li aveva raccolti nei boschi e che li vendevano ai bordi dell'Autostrada della Cisa. Ne volevamo comperare alcuni, come pure dell'ottimo formaggio caprino per portato a casa, ma non ci siamo fermati ed abbiamo preferito proseguire la nostra corsa.
Dal vertice del Monte, la cosa più bella di un turista che può ammirare è il meraviglioso paesaggio: un paesaggio pittura, da dove l'occhio spazia all'infinito fra cielo monti e vallate, intuendo che oltre la grande valle di Pontremoli vi era il mare. Immaginavamo che da quella posizione, se guardi verso destra, si apre una Liguria inaspettata: orti chiusi da muri a secco, vigne alternate a oliveti e rari cipressi, case a grappolo sotto un campanile aguzzo o preziosamente barocco. Bastano dieci minuti di macchina e subito dopo Aulla, una breve arrampicata sulle colline di Sarzana ed ecco la Riviera di Levante, ed ecco ritrovato il ritmo sereno della Liguria quasi mitologica che fu dei turisti e dei letterati inglesi dell'Ottocento. Qui, nel Medioevo, prosperava una società contadina e pastorale, come quella che abbiamo trovato nella Valle della Magra con Pontremoli. Oggi si assiste al dramma del progressivo spopolamento.
Anche quassù al Santuario della Madonna del Monte, succede la stessa cosa: i piccoli villaggi barbicati sul costone, sono quasi abbandonati ed esiste il dramma dello spopolamento come nella vicina Liguria. E pensare, che questi sono luoghi incantevoli, luoghi dove l'uomo possa trovare la sua giusta dimensione. Ma vivere quassù, su queste montagne lussureggianti e nella parte opposta le montagne bianche di marmo, non ci sono prospettive per il presente e per il futuro dei giovani. Ricordo gli uomini imbruttiti dalla fatica in quelle gallerie dove si estraeva "l'oro bianco": il marmo di Carrara. Rivedo ancora il canalone centrale del monte, sforacchiato, straziato dalle cave dei Mac Guire, vecchie e nuove, che si aprivano nei suoi fianchi; i fili elicoidali tesi da una riva all'altra, i cavi delle teleferiche, i canapi delle lizze, le ruote metalliche che giravano, ronzavano. Poi incominciava un andirivieni di sentieri, scale, gallerie, che di terrazza in terrazza a picco sulla testa. Di tanto in tanto, vedevo uscire dalle viscere della terra anche dei giovani che sembravano vecchi, imbruttiti dal pesante lavoro. A fare il minatore da quelle parti si incomincia da ragazzi, perché altrimenti non vi sono altre prospettive di vita. Nelle piccole piazzette dei villaggi, ho visto tante lapidi, lastre di marmo bianco con incisi i nomi dei caduti nelle gallerie. Molti di questi morti, erano appunto ragazzi. Ecco spiegato l'arcano dell'abbandono e dello spopolamento di questi borghi montani, aspri e selvaggi. Quassù, rimangono soltanto le donne e gli anziani, i pastori e le capre.
La nostra passeggiata nei boschi è terminata su di una piazzola panoramica. Da quella posizione una striscia azzurra appariva all'orizzonte, largo, uguale, oltre la quale c'era il mare! Il mare! Adriana rideva. Tiziana spalancava la bocca per riprendere fiato, allungava il collo fuori della blusa quasi scollata. E come mi sentivo debole sotto i suoi occhi castani pieni di stupore, che mi guardavano sotto un ciuffo di capelli colorati svolazzanti dall'aria frizzante della montagna. Con un filo di voce, mi ha detto: " Tanti auguri "gatto", si, perché, la mia "principessa", non mi ha mai chiamato papà.
Prima di lasciare il sacro Monte, abbiamo piegato il ginocchio davanti alla Vergine Maria, e abbiamo pregato nel solo modo che noi sappiamo pregare:
" Oh Madonna benedetta, dolce padrona del monte, fra i fiori gialli e bianchi blocchi e montagne di marmo, dove si vede il mare brillare nella sera che muore. Fra odore di erbe aromatiche, di funghi e di castagne, dolci ricordi sciolgono il nodo alla gola che hai avuto nel giorno. Quassù, fra questa verde montagna, c'è un posto dove si spegne la malinconia come il sole nel mare e ti senti libero sotto la tua protezione, e ti sembra che sia ritornato, ragazzo, a giocare fra le cose perdute nel tempo.
C'è il tuo piccolo tempio in cima a questa montagna da non scordare mai perché tra i fiori gialli della sera, ritrovi il dolce incanto della felicità e della preghiera".
Il sole era ancora alto nel cielo, ma grandi nuvoloni scuri erano spinte dal vento tiepido verso est. Di tanto in tanto, si sentiva un tuono lontano, quello era un segnale inequivocabile: il temporale si stava avvicinando. Quando abbiamo salutato il Signor Pino e Fernando, incominciavano a cadere le prime gocce d'acqua.

Caravaggio
Racconto di viaggio

Noi sottufficiali dell'Arma Benemerita, si può dire che da quando è nata l'Arma, siamo stati soggetti ad essere avvicendati da una provincia all'altra, come pure da una Regione all'altra. Nell'autunno del 1967, dalla meravigliosa e coloratissima Liguria, la Riviera dei fiori, del mare e soprattutto del sole e precisamente dall'antica città di Genova, da secoli uno snodo marittimo di immenso potere, è la sola grande città ove prestavamo servizio in qualità di istruttore presso il II Battaglione mobile, arroccato nell'antico forte San Giuliano, da dove si ammira un magnifico panorama della città e della splendida spiaggia sottostante di S, Lazzaro e a pochi chilometri più avanti si trova il meraviglioso golfo di Nervi e delle Cinque Terre. Qui case color pastello si crogiolano al sole del Mediterraneo, mentre i loro giardini, fiorenti nel dolce clima , risplendono di piante colorate Dopo 5 anni di permanenza in questa grande e prestigiosa città, siamo stati trasferiti nelle linda e medioevale cittadina di Caravaggio, in provincia di Bergano, dove sorge il famoso santuario della Madonna di Caravaggio, sorto per l'apparizione della Madonna nel 1432 e completamente rifatta nel 1575 su disegno di Pellegrino Ribaldi, terminato nel XVIII sec, ma decorato con affreschi più moderni; è frequentata meta di pellegrini. La storia ci racconta che Caravaggio combatté a lungo con Milano e nel 1448 fu teatro di una vittoria di Francesco Sforza sui Veneziani guidati da Colleoni. Subì devastazioni da parte delle milizie di Giovanni delle Bande Nere nel 1524 e dai lanzichenecchi del 1630. Vi nacquero i pittori Polidoro Caldara detto Polidoro da Caravaggio e, secondo la tradizione, Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, e il novelliere Gianfrancesco Straparola. Quando si giunge in una nuova sede, la prima cosa è di conoscere il proprio territorio e soprattutto gli Amministratori locali e le Autorità laiche e religiose. Con il passar del tempo, queste conoscenze si estendono anche nei paesi limitrofi. Essendo appassionati dell'arte, le prime città limitrofe che abbiamo visitato con la piccola Tiziana e Adriana mia moglie, sono state le città di Bergano Bassa e quella Alta, dove si possono ammirare opere d'arte di meravigliosa bellezza. Nella Città di Bergano, essendo vicina a Caravaggio, come pure la Città di Treviglio, ci recavamo spesso, sia per motivi istituzionali, quanto per fare delle compere e per scoprire angoli caratteristici e storici. Oltre alla città di Bergamo e quella di Treviglio, ci siamo recati più volte anche in quella di Milano, essendo Caravaggio, collegata a queste città, per via ferrata e quindi molto comode raggiungerle. Nei nostri spostamenti, abbiamo scoperto molti paesi caratteristici e storici nel bergamasco e nell'interland milanese, visitando queste località, abbiamo scoperto un caratteristico e innovativo villaggio, i cui edifici rispecchiano lo stile Liberty, che si chiama Crespo d'Adda, che meritava di essere visitato e annoverato nelle pagine della nostra vecchia agenda di viaggio. Oggi, spogliando quelle pagine ingiallite dal tempo, abbiamo trovato gli appunti, che con mano ferma, abbiamo riempito quelle pagine bianche, affidando per così dire, alla storia del nostro passato prossimo, quando la vita scorreva con un ritmo meno confusionario di quello di oggi. Questo villaggio innovativo, sorge sulle sponde del Fiume Adda, circondato dalla magnifica pianura lombarda. La nascita di Crespi d'Adda ebbe voluto dall'omonima famiglia, attiva nell'industria cotoniera. Il villaggio, conservatosi fino ad oggi praticamente inalberato, fu costruito basandosi sulle precedenti esperienze anglosassoni e sui principi propugnati dai socialisti a utopistici, tra i quali spiccò il nome di Robot Open. Secondo questi pensatori, la considerazione delle necessità lavorative ( servizi sociali, alloggi ecc.) era la base per la creazione di una comunità ideale nella quale potevano convivere pacificamente gli interessi della classe operaia e quella degli imprenditori.
La famiglia Crespa, sensibile alla nuova realtà sociale, non poteva sottrarsi al fascino di queste teorie. I Crespi conobbero il loro periodo di massimo splendore ai tempi di Cristofaro Benigno, nato a Busto Trizio nel 1833 e morto a Milano nel 1920. Questo pioniere dell'industria italiana fondò la sua prima fabbrica nel 1867 a Vigevano ( Pavia), seguita nel 1870 da quella di Gemme ( Novara) e, nel 1878, da quella di Canonica d'Adda. Il territorio dove sorse quest'ultima fu in seguito aggregato a Capriate d'Adda con il nome di Crespi d'Adda.
Nella nostra prima visita, perché siamo andati più volte a Crespi d'Adda, per visitare la stupenda cittadina, a pianta geometrica, e divisa al centro di un viale, parallelo all'Adda. Fra gli edifici non legati alla fabbrica spiccano il "Castello", una delle residenze estive della famiglia Crespi, progettata in uno stile eclettico ispirato al neogotico lombardo da Ernesto Provano e realizzata da Pietro Brinati: fu terminata nel 1897, come leggiamo su di una lapide marmorea, vicino al castello. Nei dintorni della dimora di Crespi si trova il nucleo originario delle case plurifamiliari degli operai. Nel 1889, però, quando dell'impresa faceva già parte in qualità di procuratore legale il giovane Silvio Benigno, figlio di Cristoforo, fu abbandonata l'idea iniziale di collocare più famiglie nella stessa casa assegnando quattro stanze a ognuna, in quanto appariva una soluzione pericolosamente promiscua e, comunque, poco moderna. Si procedette allora a tracciare la strada principale, che separa la fabbrica dalle case degli operai, con un progetto che faceva riferimento ad un piano urbanistico meglio definito e si rinunciò ai grandi edifici per costruire abitazioni unifamiliari a due piani, con un piccolo giardino e un orto recintato. Comunque solo un sesto degli operai poté essere accolta nel villaggio. Questa scelta era basata sull'idea che il continuo miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori poteva evitare gran parte dei conflitti sociali. La concretizzazione di questa filosofia a Crespi d'Adda diede luogo a un'armonia sempre maggiore, al punto che nelle fabbriche dei Crespi per più di cinquant'anni non si verificarono scontri di classe. Oltre all'abitazione, era fornita anche, gratuitamente agli abitanti anche l'energia elettrica, prodotta da una centrale sfruttando l'acqua del fiume Adda.
La fabbrica, che al momento di massima produttività richiese l'impiego di 3200 lavoratori, era divisa in quattro reparti - filatura, tessitura, tintoria e macchine - ai quali si aggiungevano numerosi magazzini. Le due ciminiere di mattoni rossi dominano ancora oggi il paesaggio di Crespi. Nella parte meridionale del villaggio si trovano le case degli impiegati e dei capireparto, riconoscibili per la migliore fattura e le rifiniture più accurate. Fra i monumenti più belli del villaggio, abbiamo ammirato la chiesa, che fu costruita da Pietro Brinati nel 1893, che si è ispirato a quella di Santa Maria in Piazza a Busto Trizio ( il paese natale dei Crespi), attribuita al Bramante. Ubicata nella parte settentrionale della città, in una Piazza in cui si trovano anche le scuole e il piccolo teatro, presenta un tamburo esagonale su cui si appoggia la cupola coronata da guglie e pinnacoli.
Nell'abitato si elevano anche alcuni edifici pubblici come i bagni, la clinica, un dispensario e la cooperativa alimentare ispirata a quella creata down nel suo cotonificio in Scozia. Una piccola centrale idroelettrica, poi, come abbiamo riferito sopra, forniva gratuitamente l'elettricità agli abitanti. Sono da ricordare anche la zona sportiva e l'imponente cappella cimiteriale dei Crespi, costruita da Gaetano Moretti nel 1907. La crisi del 1929 e la dura politica fiscale del fascismo costrinsero la famiglia Crespi a vendere l'intero complesso.
Oggi, questo villaggio innovativo di Crespi D'Adda, fa parte del Patrimonio dell'Umanità.
Pensando al passato, quando fu fondato il villaggio di Crespi d'Adda, i fondatori non hanno pensato soltanto a loro stessi, a riempire i loro forzieri, ma soprattutto hanno pensato ai lavoratori, agli impiegati e ai dirigenti di quel grande stabilimento tessile, costruendo all'interno di quel parco una cittadina con tutti i conforti, dove le maestranze potevano vivere nella serenità e senza problemi, mentre oggi, le grandi società industriali, che operante nel territorio del nostro Paese, non hanno mai pensato all'elemento umano ai bisogni delle maestranze ed al loro benessere. Sicuramente, dovrebbe prende, come esempio, questo villaggio innovativo di Crespi d'Adda, per garantire ad ogni loro dipendente, operaio o impiegato, un comodo alloggio, costruito nelle vicinanze dello stabilimento, specialmente in questo periodo di crisi dell'edilizia abitativa e della mancanza di alloggi. Noi non siamo politici e neppure industriali ma semplici pensionati, che pensando al passato cerchiamo di vivere il nostro presente nella completa serenità. Questa è soltanto un'idea, buttata lì di come dovrebbe essere il futuro di milioni di operai senza casa.
Pochi giorni fa, la grande finestra televisiva di Rai Due, nella rubrica "Viaggiare", ci ha presentato un bellissimo servizio proprio sul villaggio di Crespi d'Adda, facendoci conoscere "quest'angolo verde della Lombardia", perché la Lombardia mon è soltanto la regione dei colori velati dalla nebbia, ma è un susseguirsi di panorami incantevoli e sensazioni suggestive, quasi al limite dell'irreale. Oltre alle bellezze naturali, in quel magnifico servizio, abbiamo avuto modo di rivedere, dopo 50 anni, quel villaggio innovativo che è appunto Crespi d'Adda.
Lasciamo il villaggio di Crespi d'Adda, è ritorniamo al periodo della nostra permanenza a Caravaggio. L'anno successivo, il 1968, è stato l'anno della contestazione degli studenti, e anche nel piccolo centro di Caravaggio, come in quello di Groviglio e Bergamo, abbiamo vissuto quella contestazione. Eravamo, giorno dopo giorno, sul piede di guerra, ma per fortuna, non sono successi gravi fatti di sangue, ma dei lunghi cortei per le strade del paese e qualche tentativo di penetrare all'interno degli stabilimenti industriali della zona.
Chi furono, infatti, i principali protagonisti del '68? Soprattutto studenti (prevalentemente maschi) che, nella maggior parte dei casi, fino a quel momento, avevano studiato (seriamente all'interno di quella scuola, come fu definita "l'orrida scuola di classe così ben descritta da don Milani, avevano giocato a pallone, avevano goliardicamente sperato di "conquistare una figa", riuscendoci in genere solo con le prostitute, o con qualche ragazza di estrazione proletaria speranzosa di acchiappare uno studente; insieme con loro si erano mobilitati anche giovani operai che fino a quel momento si erano dedicati (seriamente) all'odioso apprendistato, avevano fatto il servizio militare (imparare a sparare può sempre servire), avevano chi "gliela dava" (ma, in genere, assai sbrigativamente) ed erano approdati, da poco, a una catena di montaggio (furono, quelli, gli anni in cui la grande industria richiese la massima quantità di manodopera non specializzata). Ovvio che, passata la festa, si sono, in genere, rapidamente integrati. Gli studenti, mettendo a profitto i loro studi; gli operai più intraprendenti, utilizzando le capacità politiche acquisite e la forza del movimento per diventare dirigenti nei partiti, nei sindacati, nella pubblica amministrazione, dove spesso li troviamo, tuttora, in posizioni di rilievo.
Fra quelle file vi hanno militato diversi giovani che oggi ricoprono posti prestigiosi nel Governo e nella politica e nella pubblica amministrazione. Cosa resta di quell'esperienza? Ben poco: la diffusione delle idee femministe, cominciata già negli anni precedenti ma resa inarrestabile dal '77; la constatazione che, per creare una mentalità diversa da quella modellata dal sistema, non basta un breve movimento di contestazione, ma occorre un lungo periodo di formazione; l'amarezza che, in quegli anni, tale formazione sia stata portata avanti comunque in modo piuttosto superficiale ed abbia coinvolto un numero di persone del tutto insufficiente per trasformare radicalmente la società. La società è rimasta quella di prima, non c'è stato nessun cambiamento
"In questa nostra società di contestatori, abbiamo compreso che in fondo ognuno di noi fosse una pietra a suo modo. Infondo ogni vita lo è. Le vite sono come i sassi di un torrente in piena che rotolano una accanto all'altra, cozzano, si rompono in frammenti; e i frammenti si scontrano con altri frammenti. Ogni vita è ricordo e possibilità di un'altra vita. Una vita può raccontare altre vite, o esserne il riassunto. Riassunto di un'identità, dove si capisce cosa porta qualcuno alle proprie scelte, cosa le comanda, se davvero esiste un libero arbitrio al di là del vortice dove ogni giorno ruotiamo di moto proprio che ci hanno toccato nel nostro passato prossimo e che sicuramente, ci toccheranno sia nel presente che nel prossimo futuro

La grande montagna in Val Fiscalina
è improvvisamente esplosa


Oggi, non siamo qui per descrivere o parlare di una solita escursione, ma cercheremo di soffermarci su di un grave avvenimento, per non dire un disastro apocalittico ed ecologico, che si è verificato, per cause naturali, su di una meravigliosa cima dolomitica in Val Fiscalina, che la finestra televisiva del Primo Canale di Rai Uno, ha trasmesso, nel telegiornale delle 13,30 del 12 ottobre u.s, ma prima di addentrarci nella triste notizia, vogliamo parlare delle meravigliose Dolomiti, uniche al mondo per la loro estrema varietà di forme e di contrasti, che benissimo si possono definire il regno dell'armonia e la fonte di perenne giovinezza. Arditi profili, rocce articolate, creste bizzarramente sagomate e frastagliate risaltano ovunque in primo piano spesso assumendo l'incantevole aspetto di una fiabesca e capricciosa ricostruzione. Molto complesso sarebbe definire minuziosamente la struttura geologica di questi gruppi montuosi. Interessante è pero sapere che le singolari masse rocciose delle Dolomiti si differenziano nettamente delle normali formazioni calcaree, poiché sono composte di un insieme di doppio carbonato di calcio e magnesio chiamato "dolomia". Il loro nome è legato al famoso geologo Dèodat de Dolomieu che nel 1789 analizzò per prima tale composizione. La storia geologica ci dice che circa settanta milioni di anni fa, le Dolomiti emersero dai flutti di un profondo mare sotto forma di un fantastico paesaggio chiazzato di scuro e di verde. Oggi le loro superbe e rosee vette puntano dritte al cielo e sembrano poi veleggiare nell'aria pura di un silenzioso ed infinito spazio, ma ci domandiamo, fino a quando queste superbe cime domineranno l'infinito spazio?
Dopo migliaia di anni, dal giorno della loro emersione da quel profondo mare azzurro e chiazzato di verde, improvvisamente, la superba montagna, è scoppiata in Val Fiscalina, la così detta Valle dei vip e degli escursionisti. Un'enorme frana di polvere e sassi ha coperto il fondovalle, coprendo ogni cosa. Alcuni escursionisti, che si trovavano su quei sentieri, sono stati salvati dall'immane catastrofe, come è stata definita dai tecnici che sono immediatamente intervenuti con ogni mezzo. Ai loro occhi, come abbiamo potuto osservare dalle riprese televisive, per un momento ci hanno dato l'impressione di assistere a quel disastro apocalittico, come quello "dell'11 SETTEMBRE". Una nube grigia copriva il cielo, la montagna e la grande valle sottostante E' stato. Drammatico il racconto di due turisti tedeschi che si trovavano ai piedi di Cima Una quando è caduta la grossa frana dolomitica. "Sembrava una scena come quando sono cadute le Twin Towers a New York" hanno detto. Milioni di spettatori come noi, che stavamo seguendo il TG Uno, siamo rimasti scioccati. Vedendo quelle scene drammatiche da finimondo.
Noi conosciamo molto bene quella località alpina, per esserci stati più volte con gli amici del CAI di Mantova. La Val Fiscalina, è situata nei pressi di Sesto Pusteria, è uno dei gioielli delle Dolomiti e una delle località turistiche più famose dell'Alto Adige, scelta, oltre che dagli alpinisti, anche dai Vip in cerca di assoluto riposo. Nella pace di questi luoghi ha trascorso ad esempio le vacanze la cancelliera tedesca Angela Merkel. La leader tedesca è ospite da diversi anni di un rinomato albergo della valle scelta come base di partenza per escursioni nella zona delle Tre Cime di Lavaredo, da cui Cima Una, in tedesco Einserkofel, dista un paio di chilometri. Il nome di questa montagna deriva dalla posizione del sole, quando si trova sopra la sua cima: chi si trova in Val Fiscalina ed il sole è sopra la montagna, sa che sono le ore 13. E a fianco ci sono anche la Cima Undici e la Cima Dodici.
In poco tempo, la notizia ha fatto il giro del mondo e milioni di persone che conoscono queste meravigliose montagne, sono rimaste scioccate Sul sito del Corriere della Sera, è apparsa la notizia con un lungo articolo: Un'enorme frana di sassi di 60 mila metri cubi si è abbattuta dalla Cima Una (2.598 metri) in Val Fiscalina, nei pressi di Sesto Pusteria ). Le squadre di soccorso hanno estratto alcuni escursionisti che non hanno riportato conseguenze. Vigili del fuoco sono ancora al lavoro, anche se, spiega la Protezione civile, "non c'è alcun elemento che faccia pensare a vittime o feriti". "La frana è avvenuta in una zona molto isolata della valle, lontano dai sentieri di montagna", ha spiegato Friedrich Visentainer, del corpo permanente dei Vigili del fuoco di Bolzano. "Si è staccato un costone di 100 metri d'altezza, 30 metri di larghezza e 20 metri di profondità - ha aggiunto - causando un enorme polverone" che ha complicato il lavoro degli elicotteri inviati in quota per un accertamento dall'alto della situazione. Alcune automobili che scendono a valle sono completamente imbiancate, come dopo una forte nevicata. Si tratta della polvere calcarea delle Dolomiti dispersa nell'aria dalla frana.
Molte testimonianze dei soccorritori, arrivati sul posto: Vigili del Fuoco, Carabinieri e agenti dell'ordine hanno affermato che un grosso costone di roccia è finito nell'area di un parcheggio. In zona c'erano alcune auto con targa tedesca. La Polizia ha compiuto accertamenti negli alberghi e nei rifugi vicini per risalire ai titolari e ai loro parenti in modo da capire dove possono essere i proprietari delle vetture, ma per fortuna nessuna persona ha subito danni fisici.

Tutto questo disastro apocalittico, si è verificato, a quanto abbia saputo, per CAUSE NATURALI - "La frana di Val Fiscalina è di dimensioni assolutamente eccezionali rispetto ad altri fenomeni che si registrano di continuo sulle Dolomiti": lo ha detto il capo dell'ufficio geologico della Provincia autonoma di Bolzano, Ludwig Noessing. "Dobbiamo ancora effettuare una serie di rilievi per stabilire l'esatta causa di questo evento. Certo è - ha aggiunto Noessing - che la dolomite è una roccia calcarea estremamente bella ma anche assolutamente fragile perché porosa. Le infiltrazioni d'acqua seguite dal gelo o il disgelo provocano delle fratture interne che indeboliscono la consistenza e la tenuta della roccia". Per il professor Sergio Chiesa, geologo dell'Istituto di Dinamica dei Processi Ambientali del Cnr, ciò che si è verificato sulla Cima Una delle Dolomiti "si ascrive in una serie di fenomeni naturali che possono essere innescati anche da un leggerissimo sisma". Cambiamenti climatici o interventi sul territorio da parte dell'uomo sono, per Chiesa, "da scartare tra le cause del crollo: in quella zona i ghiacciai sono scomparsi da decine di migliaia di anni e la mano dell'uomo non ha apportato grossi cambiamenti".

Fenomeni simili a quello avvenuto il giorno 12 sono piuttosto frequenti sulle Dolomiti. Nell'estate 2006 sulla Punta delle Dodici circa 100 mila metri cubi di roccia si staccarono dalla parete, ai piedi della quale sorge l'abitato di Longiarù. La frana si fermò solo nel bosco sottostante la parete senza provocare vittime. Anche nell'estate del 2004 si era verificato un crollo di parete sulla Punta delle Dodici, alta 2.384 metri.

Particolare clamore aveva invece suscitato la caduta, il primo giugno del 2004, di una guglia del gruppo delle Cinque Torri, sopra Cortina: si trattava della torre Trephor, una formazione staccata rispetto alla Quarta Bassa, una delle 'dita' più corte del celebre gruppo roccioso, in realtà formato non da cinque, ma da una decina di guglie. Sempre nel 2004, era franato un grosso spuntone di roccia, alto un'ottantina di metri, dalla Forcella dei Ciampei sui monti tra la Val Gardena e la Val Badia. Nell'estate del 2005 crolli erano stati registrati alla Tofana del Rozes e alla Cima del Pomaganon, nella conca ampezzana. Con un salto di circa 400 metri, la roccia si era sgretolata lungo le pareti della Cima, la montagna di 2.420 metri di quota sopra Cortina D'Ampezzo

Per alcune ore si è temuto per i proprietari di alcune auto con targa tedesca trovate nei pressi della frana, ma l'allarme è rientrato e non ci sarebbero né vittime né feriti. "Non c'è alcun elemento che fa pensare a vittime o feriti", ha detto Friedrich Visentainer della protezione civile di Bolzano. Circostanza confermata dal questore del capoluogo altoatesino Piero Innocenti. "La frana si è staccata in una zona molto isolata della valle, lontano dai sentieri di montagna", ha aggiunto Visentainer.

Tuttavia 13 turisti che erano partiti poco dopo l'alba e sono stati sorpresi in quota dalla caduta della frana sono rimasti isolati: "Ho visto 13 turisti bloccati poco distante dal luogo dove si e' staccata la frana", ha detto un uomo del soccorso alpino, che con un elicottero è giunto nella zona. Per loro comunque, hanno assicurati i soccorritori, non c'è pericolo.
Gli uomini del soccorso alpino hanno provveduto a guidarli facendoli scendere sul versante opposto della montagna. Per la caduta della frana sono al momento chiuso gli accessi verso i celebri rifugi Locatelli e Comici.

Abbiamo letto che, secondo il racconto fatto all'agenzia Ansa da un testimone, Christian Villgrater, il gestore del rifugio Fondovalle, "una prima frana si è staccata dalla cima della montagna verso le ore 9. Da allora la montagna non si è più calmata". Sul posto sono intervenuti gli elicotteri del 118, la Croce bianca e il soccorso alpino, ma la nube sollevata dai detriti calata sull'intera vallata ha reso complicato il loro lavoro. Chi è stato in questi ultimi giorni, ha riferito che la zona di fondovalle, "sembra un paesaggio lunare e metafisico, un paesaggio dantesco, ma più che dantesco, lo potremmo definire apocalittico. Ma che cos'è l'Apocalisse. Giovanni apostolo, scrivendo dell'Apocalisse, uno dei testi più affascinanti e visionari della letteratura d'ogni tempo, annunciava l'imminenza del ritorno di Cristo e della Nuova Gerusalemme, mentre la Chiesa dalle origini ammoniva i propri fedeli a non sposarsi e a non procreare perché il giorno del giudizio, il giorno dell'Armagedon, era ormai prossimo. Sicuramente, molte persone che vivono nella Valle Fiscalina, ai piedi del gigante silenzioso, che improvvisamente è scoppiato, come se qualcuno avesse messo nei meandri del suo cuore una piccola bomba atomica, hanno pensato all'Apocalisse di Giovanni. Era dunque scritto: ci sarebbe stata la fine di questo mondo che si sarebbe tramutata in una palingenesi che avrebbe segnato l'inizio di un nuovo mondo: Ma quale mondo? Un nuovo mondo spirituale o un nuovo mondo materiale? Vedendo scorrere sul nostro televisore le immagini trasmesse da Rai Uno, abbiamo pensato ad un disastro naturale, ma per fortuna si è trattato di un fenomeno epocale. Come abbiamo detto sopra, non è la prima volta che si verificano sulle rosee montagne dolomitiche fatti del genere. Per chi vive su quelle meravigliose montagne dolomitiche, è abituato a fenomeni del genere. Anche noi, quando salivamo dal fondo valle per raggiungere le vette delle cime di Lavaredo, abbiamo attraversato il grande ghiaione, e quella volta, ci siamo domandati come si sono formati quelle distese bianche di detriti. Le grande montagne non stanno mai ferme, ogni giorno si stacca dalle loro cime una piccola frana i cui detriti vanno ad ingrossare il grande ghiaione che le circonda. Questa volta, è successo un caso eccezionale, il cuore della montagna è scoppiato improvvisamente ed ha causato l'immane disastro.

Il nostro pianeta, come pure le nostre città sono costantemente minacciate da un'Apocalisse. L'elenco delle minacce temute e ritenute possibili mi sfilano davanti agli occhi ormai stanchi. L'eventualità dell'olocausto, la prospettiva della crescita demografica perciò, secondo i calcoli degli esperti, alla fine del secolo XXI, saremo sei o sette miliardi con un netto sfavore per la razza bianca,l'inquinamento con il conseguente disastro ecologico; il degrado della vita nei sempre più immensi agglomerati metropolitani; la crescente congestione e possibile rottura dei grandi sistemi organizzativi, tecnologici, associativi, la cui crisi potrà provocare disastri inimmaginabili come quello che si è appena verificato nella verde e magnifica Valle Fiscalina.
''La frana è avvenuta in una zona molto isolata della valle, lontano dai sentieri di montagna', ha spiegato Friedrich Visentainer del corpo permanente dei Vigili del fuoco di Bolzano. ''Si è staccato un costone di 100 metri d'altezza, 30 di larghezza e 20 di profondità ha aggiunto, causando un'enorme nube di polvere che ha reso più difficile il lavoro degli elicotteri inviati per accertare dall'alto la situazione. Alcune delle automobili che sono scese a valle erano completamente imbiancate, come dopo una forte nevicata: l'effetto ha dovuto alla polvere calcarea della Dolomiti dispersa nell'aria.
Secondo quanto spiegato all'Adnkronos da Sergio Chiesa, dirigente di ricerca dell'Istituto dinamiche e processi ambientali del Centro nazionale delle ricerche, non sono i cambiamenti climatici ma la morfologia stessa di questo tipo di montagne ad aver provocato la frana. "Si è senz'altro trattato di un crollo, di un fenomeno normale tipico della morfologia delle Dolomiti - ha spiegato Chiesa - torri, pinnacoli, pareti di roccia e gli accumuli di blocchi accumulati ai piedi delle stesse, fa tutto parte di un processo naturale che chiamiamo 'genesi morfologia. Trasformazioni naturali che creano i paesaggi che vediamo - ha continuato l'esperto - e che possono avvenire in maniera graduale, lentamente, o istantaneamente, come quella di oggi".
Secondo Chiesa la causa "può essere la cosiddetta 'goccia che fa traboccare il vaso': la condizione di uno strapiombo è un equilibrio molto delicato, spesso al limite della stabilità ed è quindi sufficiente un fatto insignificante come lo spostamento di un sassolino a scatenare la frana o anche una leggera scossa sismica che induce una spinta". "Quindi escludo una qualsiasi influenza dei cambi climatici, poiché l'ambiente in cui è avvenuta la frana è morfologicamente 'refrattario' a impatti climatici - ha ribadito l'esperto del Cnr - non come il caso di alcune aree vicine ai ghiacciai dove pezzi di roccia possono staccarsi improvvisamente con lo scioglimento del ghiaccio per l'innalzamento delle temperature".
Chiesa ha poi spiegato come le aree montane dove avvengono tali fenomeni siano state delimitate dai geologi con le 'carte della pericolosità sulle quali sono indicati i luoghi dove è più probabile che avvengano certi fenomeni: "Nel caso di morfologie tipo quelle delle Dolomiti, tale pericolosità è molto elevata perché il fenomeno non dà segnali premonitori, avviene all'improvviso".

Borgo montano di Zocca
Escursione fra i boschi e i castagneti.

Zocca è un piccolo paese dell'Emilia-Romagna, in provincia di Modena, situato a 759 metri di altitudine nel Frignano, che sorge sulla dorsale che separa la valle del Panaro da quella del torrente Samoggia. E' un grazioso paese ubicato sul cucuzzolo della montagna, da dove si ammira un paesaggio bellissimo. Ai suoi piedi si stendono una serie di colline, da dove l'occhio si perde all'orizzonte, creando un paesaggio da sogno. E' una Stazione di villeggiatura, non solo per la sua posizione paesaggistica, ma soprattutto per la quiete e l'aria pura che si respira. E' circondato da boschi cedui di castagneti, di querceti, dove vivono in libertà, oltre ai cinghiali i fagiani ed altri uccelli stanziali e migratori. Il CRAL delle Poste di Mantova, ogni anno di questa stazione autunnale, organizza la sua festa sociale, in giro per i boschi di castagneti alla raccolta delle castagne.
Per giungere a Zocca, che fra l'altro è la patria del cantante Rock Vasco Rossi, abbiamo attraversato le stupende colline che sovrastano il centro agricolo e industriale di Vignola, la patria delle ciliege, rinomata in tutto il mondo, per questo gustosissimo frutto. Attraversando questa simpatica e moderna cittadina, abbiamo visto l'imponente rocca del secolo XIV-XV, il Palazzo Boncompagni del ZVI-XVII, in cui una caratteristica scala a chiocciola, che abbiamo avuto modo di ammirare in un'altra occasione. I due pesanti pullman, uno dietro l'altro, ad andatura ridotta, hanno attraversato la storica cittadina di Vignola, percorrendo la Strada Provinciale per Zocca, superando le colline dei ciliegi e una serie di tornanti, dirigendosi verso il vertice dell'alta collina, dove sorge appunto, il simpatico borgo montano di Zocca. Dopo una breve sosta, nella zona del parcheggio, gli organizzatori Signor Papa e Sottili, hanno deciso di proseguire verso la periferia del paese, dove si trovano i verdi e colorati boschi dei castagneti, con i bellissimi colori dell'autunno, per raccogliere le castagne. Tutti gli escursionisti mantovani, con la gioia nel cuore, armati di bastone e borsino di nailon, ci siamo immersi nell'ombroso bosco per raccogliere le castagne. Adriana ed io, ci siamo solo limitati ad effettuare una breve passeggiata sul sentiero del bosco, per ammirare le bellezze naturali, seguendo i nostri amici, ma non abbiamo raccolto neppure una castagna. Le castagne in quel bosco ceduo, erano molto piccole, non si trattava dei famosi "marroni, ma erano quelle selvatiche ma molto saporite, che non sono più raccolte come nei tempi passati quando nel nostro Paese regnava la carestia. Oggi, questi frutti autunnali, molto saporiti, non sono raccolti, ma sono mangiate dai cinghiali che si aggirano indisturbati per i boschi. Alla vista di quei boschi di castagneti, rovereti e querceti, il mio ricordo mi ha portato per un momento indietro nel tempo, ai lontani anni della mia fanciullezza, quando in quel periodo della Seconda Guerra Mondiale, avere un pugno di quelle castagne in tasca, voleva significate la sopravvivenza. Nelle colline del piccolo borgo natio di Cosoleto, vi sono alberi grandissimi di castagni, che producono le famose "castagne marroni", molto ricercati oltre che nel campo dolciario, per sfamare la popolazione che viveva nei villaggi delle colline aspromontane. Quelli erano altri tempi, altri ricordi, che fecero parte della nostra vita. Il nostro Paese da Nord a Sud, è ricco di boschi di castagne, che oltre al frutto, che ha sfamato tutti noi italiani, fornisce un ottimo legname per l'industria del mobile.
Possiamo benissimo affermare, che quella simpatica passeggiata nei boschi di Zocca, alla raccolta delle castagne e dei funghi, più che altro, è stato un diversivo per trascorrere, immersi nella selvaggia natura, una bellissima giornata d'autunno, una giornata diversa dalle solite, che a volte possono essere anche noiose e noi pensionati, non sappiamo che cosa fare oltre che a leggere il giornale al Bar o a casa propria, mentre qui, fra questa massa omogenea di conoscenti e non conoscenti, fra queste colline illuminate da un tiepido sole autunnale, fra questi antichi boschi, dove la natura è rimasta sempre la stessa, si respira una boccata d'aria diversa, si parla con gli amici e si conoscono dei nuovi, insomma, è stata una giornata da ricordare. Ma dopo la bellissima passeggiata, immersi nella meravigliosa natura, come diceva un fraticello francescano: "Che dopo la mistica viene la mastica". Quindi, subito dopo mezzogiorno, i due grossi torpedoni, hanno fatto ritorno nel parcheggio di Zocca, perché al Ristorante Joly, che è sito nel centro storico del borgo, che era in festa per la " Sacra del paese", ci stavano aspettando per il pranzo sociale. I cento escursionisti mantovani, abbiamo preso posto in due lunghe tavolate in un salone del ristorante. Sul volto degli escursionisti si notava tanta allegria e felicità, nell'essere tutti riuniti a festeggiare quel giorno di festa, fuori, in un ambiente diverso e con tanta gente di diversa estrazione sociale. Abbiamo rivisto i vecchi amici, con i quali abbiamo a lungo conversato e soprattutto brindato a giorni migliori.
Nei ristoranti, negli alberghi come sulle navi, i pasti costituiscono una vera e propria cerimonia rituale strettamente codificata. Un bravo osservatore, può osservare uno spettacolo affascinante, e spesso desolante, vedere quelle coppie e quelle famiglie ingerire in silenzio, con gesti forzati, su tovaglie impeccabili, un cibo universale, da cui è stato accuratamente bandito tutto ciò che può rammentare una ragione o una stagione. Nel nostro caso rappresentava un pranzo sociale di termine stagione escursionistica con il CRAL delle Poste di Mantova, ma anche qui, nel nostro piccolo, abbiamo osservato alcuni commensali, che rozzamente si ingozzavano, bevendo a profusione e mentre altri si comportavano molto educatamente come richiede l'etichetta del vivere civile. La nostra non vuole essere una critica, assolutamente no, ma una semplice constatazione e nulla più. Al termine del banchetto, con allegria, rinnovando la nostra amicizia, abbiamo alzato il bicchiere e abbiamo brindato alla salute di tutti noi escursionisti, con la speranza di ritrovarci al più presto in un'altra località turistica, ma per essere soddisfatti non ci vogliono molte cose, ma bastano soltanto un poco di felicità e di allegria, dimenticando le brutture della vita. In questo panoramico ristorante che sorge al centro di Zocca, immerso in un meraviglioso paesaggio autunnale del Parco, mi ha richiamato agli immortali versi del Decamerone di Giovanni Boccaccio:

" Chi vuol essere lieto sia,
Di domani non c'è certezza".

Uscendo dal ristorante, tutti gli escursionisti ci siamo sparpagliati per le vie del piccolo borgo montano di Zocca, che era in festa per la Sacra del paese, dove era invaso da una miriade di bancarelle di ogni genere, dalla frutta agli oggetti di antiquariato, ma quello che ci ha attratto maggiormente, è stata una grande padella, posta su di un grande fuoco, al centro della piazza, con molti montanari che facevano cuocere le caldarroste e subito dopo erano distribuite ai turisti ivi convenuti. Anche noi ci siamo avvicinati al grande focolare per avere la nostra razione delle saporite caldarroste. Abbiamo visto moltissimi turisti, che come noi, sono giunti da ogni parte dell'Emilia Romagna e delle province limitrofe. Per le strade affollate da una folla omogenea, abbiamo visto anche la banda musicale sfilare ed eseguire brani musicali di importanti maestri musicisti. Insomma, abbiamo trovato un paese in festa e una folla felice di trascorrere una giornata diversa dal solito. Verso le ore 17: 30, gli escursionisti mantovani abbiamo raggiunto il parcheggio degli autobus, per ripartire alla volta di Mantova. Lungo il viaggio di ritorno, abbiamo ammirato un paesaggio pittura, un paesaggio colorato con i colori dell'autunno. Quella visione ci ha fatto rammentare che l'anno precedente, in una località vicina a Zocca, che fa parte del Parco faunistico di Rocca Malatina, dove con il CAI di Mantova, abbiamo festeggiato, la festa sociale. Sul filo della memoria ci vogliamo soffermare, per raccontare e descrivere quel paesaggio fantastico dei Sassi di Rocca Malatina, ma prima di addentrarci in quel paesaggio bellissimo, che la natura, in milioni di anni, ha saputo creare nella sua meravigliosa bellezza, dobbiamo iniziare a raccontare un po' di storia di questi luoghi. E lo facciamo, incominciando a parlare della storia della Pieve Romanica, di questo monumento che si trova inserito all'interno del Parco.

LA PIEVE.

La documentazione archeologica per il medio bacino del Parco, frutto esclusivo di ricerche ottocentesche, è piuttosto scarsa e la presenza dell'uomo è attestata solo in località marginali del parco stesso.

Tra i monumenti superstiti è appunto la Chiesa Romanica di Trebbio, che riveste notevole importanza soprattutto per la ricchezza dell'arredo scultorio, la cui fondazione, dalla tradizione popolare, è attribuita a Matilde di Canossa. La Chiesa è dedicata a S: Giovanni Battista, è documentata come Pieve solo nel XII secolo. La località di Trebbio è probabile che derivi dal latino trivium, incrocio di tre vie. La Pieve godette di una florida situazione economica e di notevole potere: pare accertato che fosse dotata da una collegiata di canonici e che già nel 1291 avesse 19 cappelle dipendenti. I due piccoli villaggi ai piedi dei Sassi facevano parte di un vasto sistema fortificato disposto attorno alla Pieve di Trebbio e ai Sassi stessi. Lo storico Mucci ne parla come di "uno dei più singolari insediamenti della nostra montagna", così descrivendoli: I tre macigni di arenaria, fortezze naturali protette da un'unica scogliera, grotte, forni e perfino ampie camere, che ci ricordano il complesso archeologico e storico, con le chiese rupestri della Cappadocia, in Turchia, che nel mese di aprile di quest'anno, abbiamo visitato, in tutta la loro stupefacente e meravigliosa bellezza.

I Signori di questo complesso furono sicuramente i Malatigni, dal soprannome Malatigna ( malvagia tignola), di cui si ebbe notizia nel 1170. Nelle vicende storiche militari, essi si schierarono alternativamente con Bologna e con Modena. Il 1405 segnò la fine della carriera feudale dei Malatigni e anche il periodo di splendore della Pieve.

Le borgate intorno ai Sassi lentamente si spopolarono ( nel 500 erano quasi deserte). Le opere di fortificazione caddero e le rocce dei Sassi furono utilizzate come cave di pietra. Nemmeno la Pieve di Trebbio furono risparmiate. L'incuria di cappellani e affittuari aggravò la generale situazione di decadimento. Nel 1726 iniziarono i lavori di riparazione che la trasformarono in un edificio di stile barocco. La chiesa attuale, che abbiamo ammirato per la sua bellezza architettonica, è il risultato di molti rimaneggiamenti, nel tentativo di ritornare alla chiesa romanica. Molte parti furono rifatte, aggiunte e completamente ricostruite: la facciata, il sarcofago sopra il portale e il battistero, costruito con pietre di recupero della facciata per contenere la preziosa vasca battesimale. Nonostante queste arbitrarie ricostruzioni, la Pieve è ancora luogo pieno di fascino, sia per la bella posizione appartata, sia per la mole severa. All'interno della Pieve, oltre all'architettura Romanica, ci siamo soffermati ed ammirato un prezioso organo a mantice, probabilmente del 700, che secondo noi, avrebbe molto bisogno di essere restaurato.

Dopo la visita di questa splendida Pieve, molti dei nostri amici, hanno effettuato il giro dei due Sassi della Rocca di Sotto e di Sopra, raggiungendo alla fine della breve escursione al ristorante.

Incominciamo a dire che i " Sassi di Rocca Malatina", sono un fenomeno geologico dall'aspetto veramente spettacolare. Essi sono arditi guglie di arenaria, alte fino a 70 metri, le cui ripide pareti creano un suggestivo contrasto con le ondulate colline circostanti, dove si produce un eccellente vino. La geologia che studia questi fenomeni, ci dice che, quaranta milioni di anni fa l'Appennino Tosco- Emiliano era occupato, come è successo anche per le meravigliose Dolomiti, dall'oceano della Teide. I sedimenti marini accumulati sui fondali iniziarono lentamente a sollevarsi e a spostarsi da Sud Ovest verso Nord- Est ( l'attuale Liguria, verso l'Emilia) Le rocce dei Sassi, dove noi del CAI di Mantova, abbiamo effettuato l'escursione di fine stagione escursionistica dello scorso anno, per festeggiare con il pranzo sociale, sono quindi da considerarsi di origine marina, chiamate anche Epiliguridi per via della provenienza. Le guglie recano i segni dello spostamento nelle grandi fratture e nella posizione quasi verticale degli strati rocciosi. Una volta emerse le rocce sono state modificate dal vento e dall'acqua fino ad assumere l'attuale aspetto a pinnacolo. Quello che noi siamo andati a vedere, tuttavia, è solo uno stadio dell'evoluzione geologica che, nel tempo e nello spazio, porterà ad ulteriori modellamenti.

Nel territorio del parco le erte pendici boscose e le rupi, tra cui quelle singolarissime dei Sassi, contrastano in maniera evidente con le ampie aree sottostanti, dolcemente prative e calanchive. L'accostamento di morfologie collinari tanto dissimili lungo un medesimo versante è legato alla peculiare ossatura geologica dell'Appennino emiliano, frequentemente caratterizzata dal contatto tra rocce a diverso grado di erodibilità. Le arenarie che formano le maestose rupi di Monte Guerro e quelle pronunciatissime dei Sassi sono, invece, visibilmente più resistenti all'erosione: le loro particelle grossolane sono saldamente cementate. La giacitura degli strati lungo i versanti puó presentarsi per lunghi tratti a reggipoggio, come nelle pareti occidentali dei Sassi, offrendo la massima resistenza ai processi erosivi e franosi.

I complessi argillosi

Le argille che affiorano nel territorio del parco appartengono ai tipici complessi rocciosi, in prevalenza argillosi, che caratterizzano gran parte dell'Appennino emiliano. Particolarmente significativo é il loro assetto caotico, reso evidente dal colore variegato, in cui argille e altre rocce appaiono mescolate assieme. Anche a distanza é facile osservare lungo gli affioramenti l'accostamento di argille di colore rosso, grigio chiaro, grigio scuro, verdastro, bruno, nelle quali sono dispersi frammenti di altra natura rocciosa che hanno in comune l'origine lontana.

La sedimentazione di questi terreni é, infatti, avvenuta, durante il Cretaceo superiore (intorno a 90 milioni di anni fa), in ambienti di mare profondo prossimi all'antico Oceano Ligure, il piccolo braccio oceanico dalla cui chiusura ha avuto origine l'Appennino; per questo sono chiamati Liguridi.

Le arenarie dei Sassi

Leggiamo in un contesto geologico, che le particolari arenarie che hanno originato gli imponenti torrioni dei Sassi sono composte di granuli molto grossolani, che si possono distinguere bene anche osservando un campione a occhio nudo: sulle superfici scabre, spesso nascosti da chiazze bianche di licheni crostosi, spiccano i granuli di quarzo grigio chiaro e di aspetto vetroso, e si possono distinguere quelli feldspatico bianco latte, mentre più rare sono le particelle scure di altri piccoli frammenti rocciosi. Le arenarie quarzose dei Sassi, un tempo note come Molasse dei Sassi di Rocca Malatina, prendono il nome di Arenarie di Anconella, dalla omonima localitá del bolognese dove esemplari affioramenti ne costituiscono il riferimento stratigrafico ufficiale. Le Arenarie di Anconella sono osservabili in una fascia abbastanza continua, che dai fianchi dirupati di Monte Guerro abbraccia i Sassi, la zona di Castellino delle Formiche e le pendici in cui é modellato il Dito di Siamone.

Fauna del Parco.

All'interno del Parco, abbiamo potuto apprendere e nello stesso tempo osservare una notevole varietà di ecosistemi: i boschi, i coltivi, le rocce, le grotte, i corsi d'acqua. Tali ecosistemi ospitano popolamenti animali caratteristici, costituiti da specie che si sono adattate nel corso dell'evoluzione. Numerose specie hanno subito ovunque una forte diminuzione, ma alcune di loro trovano ancora rifugio e condizioni ottimali di vita proprio nel territorio del Parco; non mancano specie che stanno ampliando il loro a reale, come gli ungulati in genere. Esaminando la fauna dei diversi ambienti, è facile notare come in alcune situazioni l'intervento dell'uomo influisco pesantemente sulla distribuzione e sulla consistenza delle varie specie. Alcune aree boscate sfruttate intensamente in passato, i campi coltivati e le zone antropizzate, ospitano ad esempio una fauna piuttosto povera di elementi interessanti. Viceversa, i rari ecosistemi forestali più vicini alla naturalità, i tratti più integri dei torrenti montani, gli stagni, le grotte e le pareti rocciose più aspre offrono ancora rifugio a specie particolarmente interessanti come il Gambero d'acqua dolce, il Geotritone e il Falco pellegrino.

Flora e vegetazione

Nella nostra breve escursione sui sentieri del Parco, abbiamo visto che il paesaggio vegetale del Parco tradisce la sapiente e metodica azione dell'uomo: i prati stabili attraversati da filari di ciliegi e piantate, i seminativi e le vigne hanno nel corso dei secoli occupato le aree a minore pendenza e meglio esposte, relegando i boschi nei punti meno favorevoli. Un elemento di transizione è la presenza di lembi di castagneto da frutto, con piante anche secolari. In tali aree oltre al castagno compaiono la Ginestra dei carbonai, la Felce Aquilina e, più localizzati, il Brugo Arboreo. Ben rappresentato è il livello arbustivo con Ginepro, Sanguinello, Biancospino e diverse leguminose (Ginestra odorosa, Citiso a foglie sessili e Vescicaria). Nel cuore dell'Area Protetta il bosco sfuma in una macchia arbustata dove affiorano le dirupate pareti arenacee dei Sassi. L'elevata pendenza, la scarsità di suolo, e le ampie escursioni termiche limitano la vegetazione a una copertura rada e discontinua, con piante che spesso presentano precisi adattamenti alla vita rupicola: tra le più comuni Ginestra, Ginepro, Elicriso e, particolarmente abbondante sulle pareti a sud, l'Erica arborea che in primavera si copre di piccoli fiori bianco perlacei. Sulle rocce compaiono anche alcuni alberi: Castagni ma soprattutto Roverelle e Ornielli, con esemplari dalla chioma ridotta e dal tronco contorto, oltre a diverse specie del genere Sedum. Tipiche di questi ambienti sono anche specie aromatiche come Assenzio e Timo. La morfologia dei Sassi determina una grande diversità nelle condizioni microclimatiche, sui versanti più ombrosi e umidi vegetano il Faggio e il Mirtillo solitamente presenti a quote molto elevate.

Felce Aquilina e, più localizzati, il Brugo Arboreo. Ben rappresentato è il livello arbustivo con Ginepro, Sanguinello, Biancospino e diverse leguminose (Ginestra odorosa, Citiso a foglie sessili e Vescicaria). Nel cuore dell'Area Protetta il bosco sfuma in una macchia arbustata

All'interno del Parco è possibile osservare una notevole varietà di ecosistemi: i boschi, i coltivi, le rocce, le grotte, i corsi d'acqua. Tali ecosistemi ospitano popolamenti animali caratteristici, costituiti da specie che si sono adattate nel corso dell'evoluzione. Numerose specie hanno subito ovunque una forte diminuzione, ma alcune di loro trovano ancora rifugio e condizioni ottimali di vita proprio nel territorio del Parco; non mancano specie che stanno ampliando il loro areale, come gli ungulati in genere. Esaminando la fauna dei diversi ambienti, è facile notare come in alcune situazioni l'intervento dell'uomo influisco pesantemente sulla distribuzione e sulla consistenza delle varie specie. Alcune aree boscate sfruttate intensamente in passato, i campi coltivati e le zone antropizzate, ospitano ad esempio una fauna piuttosto povera di elementi interessanti. Viceversa, i rari ecosistemi forestali più vicini alla naturalità, i tratti più integri dei torrenti montani, gli stagni, le grotte e le pareti rocciose più aspre offrono ancora rifugio a specie particolarmente interessanti come il Gambero d'acqua dolce, il Geotritone e il Falco pellegrino. I famosi Sassi, come ci ricorda la storia geologica, sono emersi migliaia di anni fa dal profondo del mare della Teide, come del resto è successo per la formazione delle meravigliose montagne dolomitiche.

Anche l'anno scorso, come è successo oggi a Zocca, prima che ci fosse servito il pranzo, ci siamo fatti un giro nelle due sale da pranzo, dove avevano preso posto i nostri amici commensali, per salutare tutti quelli che non avevamo potuto salutare durante l'escursione del mattino. Possiamo dire che c'eravamo quasi tutti ed erano tutti felici di essere saliti fin lassù, oltre che per scoprire un paesaggio fantastico, un paesaggio diverso di quello dolomitico, al quale siamo affezionati e abituati da sempre. Abbiamo rivisto e salutato con grande piacere i vecchi amici, che non vedevamo da molto tempo e con loro abbiamo brindato all'amicizia. Si, è proprio così, perché l'amicizia vuol dire stare e socializzare con gli altri, e vivere in sintonia con la meravigliosa natura sui sentieri alpinistici e appenninici come la passeggiata di oggi, su queste colline ondulate e di grande bellezza paesaggistica. La filosofia significa amicizia, socializzazione e soprattutto sviluppare rapporti interpersonali in modo costruttivo con gli altri, e dove meglio di un'escursione come questa, ma soprattutto in questo giorno di festa al cospetto di questi stupendi Sassi arenarie, e colline degradanti verso l'infinito che fecero la storia di questi paesi barbicati sui costoni dell'Appennino Tosco Emiliano.

Quindi, un bicchiere dopo l'altro per festeggiare, come scriveva il grande scrittore e carissimo amico da alcuni anni scomparso Mario Soldati, è quello che ci vuole, come del resto sta succedendo oggi a noi in questa località sperduta fra i declivi di questi Sassi e colline incantate, dove regna la pace, la serenità ed il silenzio ovattato dai rumori. Mentre con Adriana, Marisa e Fabio, sorseggiavamo lentamente questo nettare dei colli dei Sassi, osservavo il volto di ogni commensale e mi accorgevo sempre più che oltre ad esseri euforici, erano felici di vivere in sintonia con la natura e in accordo con l'armonia dei sentimenti e gli ideali fra gli altri amici. Ho compreso inoltre una sola cosa, che l'amicizia è un bene prezioso, un sentimento che accomuna tutte le persone, indifferentemente dalla loro posizione sociale, ma un vecchio proverbio dice che non è mai troppo tardi per scoprire le cose belle della vita come l'amicizia. Non ci stanchiamo mai di ripetere che l'amicizia è una di quelle forme spontanee in cui si manifesta la solidarietà tra gli uomini. L'amicizia è il legame di affetto che si stabilisce tra due e più persone, sulla base della comprensione spirituale, della confidenza, della stima reciproca e con l'esclusione dell'utile (almeno come scopo diretto).

L'amicizia è una delle occasioni in cui più facilmente si percepisce l'esigenza umana di solidarietà, di vicinanza di altri esseri, simili a noi per pensieri e atteggiamenti, il bisogno d'affetto, di approvazione, da parte degli altri. Una delle contraddizioni più stridenti della nostra epoca è data dalla condizione in cui si trova a questo proposito l'uomo moderno: mentre mai come oggi gli uomini sono avvolti da una fitta rete di comunicazioni, di parole, di immagini, di presenze di altri esseri viventi in tutto il mondo ( telefonini, radio, televisione, giornali, città affollate, stadi ricolmi, rapporti di lavoro e rapporti politici) l'uomo sente come mai prima il peso di una paurosa solitudine. Specialmente la grande città suggerisce questo senso di vuoto, le presenze sono quelle di estranei, la folla è anonima. Sono voci esterne, molto spesso futili, che, però non possiamo fare a meno di ascoltare, e che mettono in dubbio le certezze del giorno precedente. In questa zona oscura del nostro essere, in questo buio insormontabile della certezza: la saggezza è messa in crisi dall'ambizione la serenità è continuamente aggredita dalle tentazioni; le passioni si fanno beffe della ragionevolezza. E il passar del tempo anziché placarsi spalanca nuovi inquietanti interrogativi.

Noi oggi, al cospetto di questa meravigliosa natura selvaggia, ci domandiamo, come uscire da questo vicolo cieco? Simile ad un treno in corsa che attraversa fasci di binari, la voce dei desideri apre e chiude gli scambi, si entusiasma e si deprime, incapace di scegliere il binario giusto. Ma chi sarà il vero macchinista del treno? Noi naturalmente, si, siamo proprio noi stessi, con le nostre gioie e anche con le nostre debolezze. E allora, ben vengono questi raduni, questi convivi, queste evasioni, questi banchetti per farci dimenticare sia pure per un solo giorno le sofferenze e le brutture della vita.

Si, è proprio così, lo rammenta la larga partecipazione con cui il Boccaccio contempla le vicende e i personaggi delle sue novelle che lascia intravedere dietro di sé una prospettiva di vita raffinata e intelligente, vagheggiata come traguardo ideale: in cui ben riflettono le aspirazioni e le tendenze della società borghese della seconda metà del Trecento, che veniva assumendo le idealità e le norme di decoro e gentilezza della civiltà cavalleresca e cortese, adattandole alla realtà e alle esigenze della vita comunale. Allo spirito di questa società è legato anche quel atteggiamento ottimistico e positivo che esalta i valori terreni e mondani e induce a un'aperta fede nella capacità dell'uomo a dominare la realtà e se stesso, che la critica odierna sottolinea nel Boccaccio, indicandola come base della sua ardita e duttile accettazione delle vicende umane: così tutte le novelle - quella più congeniali e solidali ai suoi ideali e quelle più estranee e lontane - trovano un proprio senso e valore profondo e si compongono, filtrate dal vigile impegno letterario, in una scrittura flessibile e vivace e insieme sostenuta e disciplinata secondo i modelli della prosa d'arte latineggiante, nel variegato e realistico quadro di un'epoca contemporanea come la nostra. Quindi, fare festa, vuol dire manifestazione di gioia, di allegria e di giubilo e noi uomini della montagna, temprati alle dure fatiche, siamo saliti fin quassù, oltre che per ammirare le bellezze di questo paesaggio incantato e nello stesso tempo fantastico, per festeggiare la chiusura dell'anno escursionistico. Abbiamo brindato per il buon esito delle nostre escursioni e alle fortune delle nostre imprese alpinistiche del prossimo anno.
All'improvviso, preso dai ricordi, non mi ero accorto che il grosso torpedone aveva da poco lasciato le meravigliose colline e stava viaggiando sulla grande pianura verso casa, ma guardando indietro dal finestrino, ho ammirato ancora una volta quel paesaggio stupendo delle colline colorate dai caldi colori dell'autunno, rischiarate da un bellissimo tramonto. La sera calava silenziosa nelle colline colorate, i boschi di castagne diventavano neri, l'aria e il cielo cambiavano progressivamente colore, quasi per preparare una stupenda cornice al dorso collinare, che stava raccogliendo l'ultimo bacio del sole.

…….In giro per la Toscana
Racconto escursionistico2 sett. 2007

Il borgo antico di sapore medioevale di Campitello era ancora immerso nel sonno placido della notte. La luna piena era da poco tramontata verso occidente, mentre la lucente stella di Orione mandava ancora la sua luce purpurea, e il cielo si stendeva con quella peculiare limpidezza di cui solo la lingua greca, con le parole etere, può darci la precisa sensazione. L'orologio del campanile della chiesa scandiva con quel suono argentino, colpo dopo colpo, le ore 5 del mattino. Quindi, la notte stava per morire lasciando il posto al nuovo giorno pieno di promesse e di attese. L'ampia Piazza Garibaldi era completamente vuota e neppure un passante si vedeva ancora circolare. Soltanto nell'angolo che divideva Via Vitellio con via Kennedy, il fruttivendolo soprannominato "Il Balilla", si accingeva a scaricare le cassette della frutta e degli ortaggi dal suo furgone, per preparare il suo banchetto di vendita. Il "Balilla", è sempre il primo mercatino che arriva al mercato, ci siamo accorti da molto tempo, perché quando andiamo in gita partiamo sempre a quella solita ora. Lo salutiamo e continuiamo oltre, per raggiungere il luogo di partenza del torpedone. Si, perché oggi è domenica 2 settembre e come tutte le domeniche qui a Campitello si svolge il mercato settimanale, che richiama molta gente dai paesi limitrofi. Raggiungiamo "La Pesa", luogo di arrivo e di partenza. Come il solito, Adriana ed io siamo sempre i primi ad arrivare sul posto. Poi alla chetichella, ancora assonnati, spuntano uno per volta dalle varie strade e stradelle gli amici escursionisti. Non è possibile descrivere con parole povere la magnificenza vermicolare del cielo ad oriente, la bellezza di quel fenomeno dell'aurora coloratissima, che precedeva il sorgere del sole.
Il nostro viaggio da Campitello per la Verde Toscana, ha avuto inizio alle ore 6 precise. Il mattino era di quella bellezza come sola poteva trovarsi nelle isole della Grecia, da dove siamo appena tornate dalle vacanze marine, trascorse nel meraviglioso golfo di Stalis, poco distate da Heraklio, capitale dell'isola di Creta oppure sulle coste della Sicilia.
Ammirare il paesaggio padano nelle prime luci del giorno è veramente molto interessante. I lunghi filari di pioppi che seguono i fossati, offre nel suo aspetto, un paesaggio di forme severe. Tutto vi è grandioso: l'orizzonte ampio, il mare d'erba vasto, grigie sono le tinte e la terra chiara appena arata dai potenti trattori. Qua e là, si vedono ancora appezzamenti di granoturco, che devono essere ancora trebbiati, ma la grande pianura Padana, non è soltanto la regione dei colori velati dalla leggera foschia, come quella che stiamo ammirando questa mattina, ma seguendo la " Sabbionetana" diretti a Parma, per poi proseguire sull'Autostrada della Cisa, verso il litorale di Viareggio, raggiungendo alle ore 9: 30 la città di Pisa, per visitare la Piazza dei Miracoli, con i suoi gioielli che sono conosciuti in tutto il mondo. Sul piazzale abbiamo trovato una folla omogenea di turisti provenienti da ogni parte del mondo, quelli che si distinguevano maggiormente erano gli asiatici, quelli popoli dagli occhi a mandorla. Quella di ieri, per noi, non è stata la prima volta che visitiamo la "Piazza dei Miracoli", ci siamo stati molte volte, ma la prima volta è stata il giorno 8 settembre 1957, in occasione del nostro viaggio di nozze. Dopo 50 anni, Adriana ed io, siamo ritornati con una squadra di Campitellesi, per ricordare quello evento che dura ancora nel tempo.
La storia ci racconta che Pisa, per gran parte del medioevo, la marina pisana si assicurò il dominio del Mediterraneo occidentale. Le vie commerciali che la collegavano con la Spagna e il Nord Africa ne fecero, nel XII secolo, una fiorente città, ponendo le basi per una rivoluzione scientifica e culturale, che si riflette nei suoi monumenti, quelli che ci stanno di fronte e che migliaia di turisti stanno immortalando, come stiamo facendo noi, sulla pellicola o sul cellulare, il duomo, il battistero e Il campanile ( torre pendente). Il Duomo, il battistero e la torre pendente è ora il monumento più famoso del campo dei Miracoli, ma in origine essa avrebbe dovuto essere solo il campanile che completava il duomo. Cominciato da Brunelleschi circa un secolo prima (1064). Oggi il duomo è uno del più bello edificio pisano-romanico della Toscana, con quattro file di colonne e archi ciechi sulla facciata. La tomba di Buschero si trova nell'arco sinistro della facciata, mentre altrettanto degni di nota sono il Portale di San Ranieri, che introduce il transetto sud e le porte bronzee (1180), con rilievi di Bonanno Pisano, il primo architetto della torre pendente. All'interno abbiamo ammirato e fotografato il bellissimo pulpito scolpito da Giovanni Pisano (1302-11); la Tomba dell'imperatore Enrico VII, di Tino da Gamaino e il mosaico di Cristo in Gloria nell'abside, completato da Cimabue nel 1302.
Il battistero circolare, posto di fronte al duomo, fu iniziato nel 1152 in stile romanico, ma per ragioni economiche, fu terminato oltre un secolo dopo, in stile gotico, sotto la direzione di Giovanni Nicola Pisano. Quest'ultimo scolpì il magnifico pulpito mormorio ( 1260), con rilievi della Natività, dell'Adorazione dei Magi, della Presentazione della Crocifissione del Giudizio Universale. I pilastri che sostengono il pulpito recano immagini delle virtù. Gli intarsi marmorei della fonte battesimale (1264) sono di Guido da Como.

Il Camposanto.
Il camposanto, che si trova ubicato in fondo della Piazza dei Miracoli, è il quarto elemento del medioevale insieme del campo dei Miracoli, costruito nel 1278 da Giovanni di Simone. Si narra che all'interno delle grandi arcate marmoree conservi solo terra proveniente dalla Terra Santa.
Purtroppo le bombe della Seconda guerra mondiale distrussero tutti i suoi straordinari affreschi lasciando solo frammenti del Trionfo della Morte (1360-80). Per ultima, ma non per ordine di grandezza, veniamo a parlare della torre pendente, che assieme al Duomo ed al Battistero, compongono le tre grandi opere della Piazza dei Miracoli.

La Torre Pendente.
La Torre pendente di Pisa, fu costruita nel 1173 su una base di limo sabbioso, la torre pendente iniziò ad inclinarsi prima che il terzo piano fosse completamente terminato. Nonostante le fondamenta poco profonde l'edificazione continuò fino al 1350, quando il campanile fu completato. Il fatto che la torre sembri beffare le leggi di gravità, ha attirato visitatori per secoli, e tra questi Galileo, che qui ha condotto l'esperimento sulla velocità di caduta degli oggetti. Negli ultimi anni l'inclinazione della torre, che ora supera i 5 metri, ha incominciato ad allarmare gli scienziati che stanno cercando un modo per stabilizzarla.
Nella visita che abbiamo effettuato circa 15 anni fa, attorno alla Torre vi era un vero e proprio cantiere, con apparecchiature vari e tali lavori continuarono per parecchi anni. Nella visita di ieri, non abbiamo travata alcuna traccia di quel cantiere, ma a giudizio di noi profani, non abbiamo notato alcun miglioramento, ci è sembrato che non ha subito alcuna modificazione della sua originale pendenza. Sicuramente sono state eseguiti interessanti lavori, che durarono molti anni, per consolidare il terreno sottostante dove appoggia il bellissimo monumento.
Terminata la visita alla Piazza dei Miracoli, i 54 escursionisti che comprendevano il gruppo dei campitellesi, abbiamo raggiunto la periferia della città di Pisa, con l'automezzo navetta, dove erano parcheggiati i pullman dei visitatori. Dopo di aver sorbito un bon caffè al Bar delle corriere, ha avuto inizio il nostro lungo viaggio, che attraversando le bellissime colline verdi, del senese, dopo Monteriggioni, che è una splendida cittadina collinare di origine medioevale, che fu costruita nel 1203 e che dieci anni più tardi divenne sede di presidio. E' completamente circondata da alte mura con 14 torri fortificate, innalzate a guardia dei confini settentrionali del territorio di Siena, contro l'invasione dei fiorentini. Dante ricorda Monteriggioni nel suo inferno, con la similitudine della "cerchia tonda" della cittadella che "…. Di torri si corona" con i giganti nel fossato. La miglior vista delle mura, in perfetto stato di conservazione, si gode dalla strada di Colle di Val d'Elsa. La tranquilla città è costruita di una grande piazza con una graziosa chiesa romanica, poche case, un paio di botteghe artigianali, ristoranti e negozi che vendono molti dei vini di produzione locale. Questa cittadina ci ricorda che il 9 novembre del 1997, con gli amici del CAI di Mantova, siamo stati invitati a partecipare alla lunga camminata commemorativa da Colle di Val Densa fino alla Piazza del Duomo di Siena, percorrendo il vecchio sentiero della Frangigena o Romea, a traverso il quale i pellegrina provenienti da Canterburi, raggiungevano Roma.

La località del Colle di Val d'Elsa, possiamo dire, che sorge a circa una ventina di chilometri dalla città storica di Siena ed è una località dove si produce un'ottima qualità di vino senese. Quindi, ancora pochi silometri ed eccomi a Siena, ma prima della mistica, come recita un antico proverbio francescano, viene la mastica. Infatti, eravamo attesi, in una silenziosa località, in mezzo al verde, che sorgeva sotto le mura della famosa Piazza del Campo, dove due volte l'anno si svolge il famoso Palio di Siena, nel " ….giardino dei Pecci", da dove si poteva ammirare la bellissima Torre del Mangia, che con la sua punta caratteristica buca il cielo. In questa località senza pretese, sorge un ristorantino solitario, dove ci è stato servito un ottimo pranzo. Per raggiungere questo solitario ristorante, bisogna percorrere un lungo sentiero che attraversa il vecchio e in disuso ospedale psichiatrico di Siena: una discesa molto ripida, che attraverso una campagna verde. Nel ritornare in città, dopo il pranzo, abbiamo percorso un altro sentiero molto ripido, attraverso il quale si percorre un sentiero sterrato e poi una serie di scale e scalette, che ci hanno portato alla grande e famosa Piazza del Campo. Senza dubbio, quella ripida passeggiata, a stomaco pieno, ci ha sollecitato e ad alcuni altri bloccato la digestione. All'ombra della Torre del Mangia, che è la seconda tra le torri medioevali più alte d'Italia, c'era ad aspettarci la guida locale: la simpatica signorina Giovanna, che ci ha illustrato i vari monumenti della città. Noi, cioè Adriana ed io, non è la prima volta che approdiamo nella città di Siena, infatti, siamo andati molte volte e la conosciamo molto bene. Possiamo dire che le attrattive principali di Siena si trovano tutte nel labirinto di stradine e vicoli che si snodano attorno alla celebre piazza del Campo, a forma di ventaglio. E' una tra le più grandi piazze medioevali europee ed è posta nel cuore delle 17 contrade cittadine, le cui antiche rivalità si riaccendono due volte l'anno in occasione del rinomato palio. I simboli dell'araldica contraiola fanno bella mostra di sé su bandiere e insegne per tutti i rioni. Siena sorge in posizione collinare: innumerevoli sono gli angoli nascosti e i panorami inaspettati che si scoprono camminando per le sue vie e violetti.

Nel parlare di Siena, ci vogliamo soffermare maggiormente a parlare sulla famosa Piazza del Campo, che è la Piazza più amata d'Italia e occupa il sito di un antico foro romano, perché la città di Siena, è appunto una figlia di Roma: per molto tempo fu il principale luogo di mercato cittadino. Cominciò ad assumere la sua forma attuale nel 1293, quando il Consiglio dei nove, l'organo di governo, diede inizio all'acquisto di terra per la creazione di una grande piazza civica. Ci siamo fermati ad osservare la pavimentazione in mattoni rossi e che è iniziata nel 1327 e completata nel 1349: i suoi nuovi caratteristici settori riflettono l'autorità del Consiglio dei nove ed alludono al manto protettivo della Madonna. La piazza è da sempre il centro della vita cittadina: è stata in passato teatro di esecuzioni capitali, di tauromachie e del celeberrimo palio, la corsa di cavalli che si tiene tuttora due volte l'anno, quella del 2 luglio e il 16 agosto. Attraversando la città, abbiamo incontrato gli sbandieratori della contrada dell'Oca, che ha vinto il palio del 16 agosto di quest'anno. Una grande folla seguiva il corteo colorato al suono dei tamburi e si accodava a quella lunga processione in costume. Per quaranta giorni, tutte le domeniche si ripete questa caratteristica e tradizionale festa.
Dopo Piazza del Campo, attraversando la città tra carruggi e strabelle e ci siamo diretti verso il Duomo di Siena(1136-1382) che è uno dei più grandi d'Italia, uno spettacolare insieme di sculture, pitture e architetture romaniche gotiche di influenza pisana. Tra i tesori del Duomo figurano capolavori scultorei di Nicola Pisano, Donatello e Michelangelo. Ci siamo soffermati ad ammirare l'elegante pavimento intarsiato e un magnifico ciclo di affreschi del Pinturicchio. Abbiamo fotografato i pannelli del pulpito di Nicola Pisano, con l'aiuto di Arnolfo di Cambio e del figlio Giovanni, i pannelli del pulpito ottagonale rappresentano scene della Vita di Cristo. Appena fuori del tempio, la guida si è fermata a spiegarci l'opera rimasta in compiuta, relativa all'edificazione di una nuova navata, - ella continua dicendo - "se i progetti fossero giunti a compimento, si sarebbe realizzata la chiesa più grande della cristianità. I progetti furono però abbandonati quando la peste del 1348 dimezzò la popolazione cittadina". Per ultimo abbiamo ammirato la grandiosa facciata, dove abbiamo saputo che molte statue sono state sostituite con delle copie; gli originali sono conservate al Museo dell'opera del duomo.
La nostra escursione nel centro storico di Siena, era praticamente terminata, bisognava raggiungere i giardini pubblici dove sorgeva la grande muraglia dell'antica fortezza, dove era fermo il nostro pullman, per fare ritorno al nostro minuscolo borgo padano.
Nel complesso, possiamo dire, che la nostra escursione " in giro per la Toscana, è stata positiva, ma soprattutto molto istruttiva sia dal punto di vista storico-artistico e paesaggistico. Perché oltre ai meravigliosi monumenti, abbiamo ammirato quel paesaggio pittura, che solo la Verde Toscana, ci ha saputo regalare. Uscendo dalla città, ci siamo immessi sull'Autostrada Siena- Firenze- Bologna. Viaggiare su quella direttrice, è un susseguirsi di panorami incantevoli e sensazioni suggestive, quasi al limite dell'irreale. Giunti sull'Appennino Tosco Emiliano, e precisamente a Pian del Voglio, il nostro torpedone si è fermato in un'ampia piazzola, mentre gli addetti, come di solito si fa, hanno preparato un piccolo banchetto, dove facevano bella mostra di sé i panini al salame, le bottiglie di vino ed altre bevande. In poche parole abbiamo fatto un simpatico spuntino ristoratore. E'da sempre risaputo, che prima di riprendere o portare a termine un'escursione molto lunga come quella che abbiamo effettuato noi, è necessaria una sosta tecnica, per mettere a posto l'apparato digerente e non c'era posto migliore che l'Appennino Tosco emiliano, con i suoi meravigliosi paesaggi, da dove l'occhio poteva spaziare all'infinito. Dopo lo spuntino, la maggior parte degli escursionisti, stanchi della lunga giornata si sono lasciati andare fra le braccia di Orfeo, il dio del sonno. Un vecchio proverbio cinese, così recita: "L'ultimo chiude la porta, mentre il pesante torpedone, continuava la sua lunga corsa ad andatura turistica verso il piccolo borgo padano di Campiello.

La macchina per scrivere
Alcuni giorni fa, sul Corriere della Sera, abbiamo letto una curiosa classifica degli oggetti di uso comune che fino a pochi anni fa, erano adoperati dalla maggior parte delle persone in tutto il mondo. Di questi oggetti, è stata fatta una classifica: "Che ci manca di più? Come per esempio nella grande metropoli di NEW YORK - Che cosa hanno in comune le cabine telefoniche, le sigarette, i 33 giri, le macchine per scrivere, Michael Jackson e la carta carbone? Fanno tutti parte della Top 25 di "oggetti e persone in via d'estinzione" appena pubblicata da Usa Today. L'hit parade è l'ultima di una lunga serie ideata dal quotidiano più diffuso d'America per festeggiare il suo venticinquesimo compleanno, che cade il prossimo 15 settembre. Dopo aver scelto "le 25 persone più influenti degli ultimi 25 anni" e "le 25 organizzazioni di beneficenza più importanti del Paese", Usa Today si cimenta con la nostalgia. La sua classifica parte dal fumo in ufficio, al primo posto ("Un tempo i posti di lavoro assomigliavano a ciminiere - scrive Usa Today - Oggi chi ha il vizio è confinato all'aperto, come succede anche nel nostro Paese, grazie al Ministro Sirchia, anche se piove o nevica") e prosegue con l'Unione Sovietica, terza subito dopo le "stazioni di servizio" ("In America ormai non sono altro che l'ennesimo shopping center").
La giornalista americana Alessandra Farkas, nel suo articolo così scrive: Pare incredibili, ma ormai ci siamo abituati - che oggetti del nostro vivere quotidiano soltanto fino a qualche anno fa, oggi hanno fatto la stessa fine dei dinosauri. A partire dalle macchine per scrivere, ormai relegate ai musei di design, per arrivare ai 33 giri, detronizzati da cd e mp3. Estinta anche la carta carbone, (e chi l'avrebbe mai detto nell'era, relativamente recente, pre-fotocopiatrice a basso prezzo?). Sembra ieri che per fissare un appuntamento con gli amici si componeva il loro numero sul telefono a disco, ormai irrimediabilmente archiviato, insieme alle radio transistor (antenate dei Pod) e ai video su MTV, ormai introvabili nella versione americana del canale musicale. In disuso, non solo in America, anche le cabine telefoniche ("dove un tempo Superman si nascondeva per cambiarsi d'abito") e la cortesia, "spazzata via", sentenzia Usa Today, dall'era del trash tv, tutta insulti, parolacce ed invettive".

In via d'estinzione, grazie agli sforzi degli ecologisti, anche la benzina al piombo, messa al bando in America verso la metà degli anni 90. Per sempre congelato è purtroppo anche il rinoceronte nero dell'Africa occidentale, che nonostante le crociate per salvarlo da parte degli ambientalisti è stato dichiarato estinto l'estate scorsa dal World Conservation Union. Dalla lista non poteva mancare poi Michael Jackson. "L'ex re del pop ha venduto una quantità incalcolabile di dischi negli anni 80 - ricorda Usa Today -. Ma è caduto irrimediabilmente in disgrazia dopo il processo per pedofilia. Oggi nessuno sa con precisione dove vive, anche se si sospetta che risieda nel Bahrain".
Si, è proprio giusta la domanda: " Che cosa ci manca di più nel XXI Secolo? In questo secolo consumistico, telematico e tecnologico, ci manca persino la memoria, perché ce l'hanno rubata con le nuove invenzioni nell'epoca delle calcolatrici portatili, dei computer e dei telefonini. Questi nuovi strumenti non ci fanno neanche pensare, perché basta un clic in un motore di ricerca per trovare la risposta o la soluzione dei nostri problemi, e poi, ci mancano tutte quelle cose alle quali ci affezionammo e ci hanno seguito nelle nostre peregrinazioni, ma che abbiamo messo a riposo in una scansia di un vecchio scaffale, sistemato in un angolo della soffitta, per seguire, come fece Don Chisciotte della Mancia, sempre alla ricerca di inaccessibili chimere, dimentico delle esigenze della realtà di ogni giorno di fronte al sogno di un passato eroico e di un avvenire favoloso. La stessa cosa facciamo anche noi, che siamo sempre alla ricerca dei fantasmi partoriti dalla scienza. Noi, per esempio, abbiamo per forza maggiore e per stare in linea con il nostro tempo, mandato a riposo la nostra vecchia e cara Olivetti lettera 22, prendendo confidenza con le nuove tecnologie, ma con l'archiviazione della vecchia e cara macchine per scrivere, abbiamo archiviato anche una raccolta di oggetti nel tempo, come le figurine dei calciatori, le scatole di fiammiferi, quelle che danno in omaggio negli alberghi, come i ricordi di occasioni speciali, altre utilitarie scartabili o meno. Gli almanacchi profumati, quelli che un tempo regalavano i barbieri e che riproducevano le belle donnine con il calendario, che erano dei veri e proprie opere artistiche. Adesso i calendari li fanno le veline, le figurine o le attrici che vanno per la maggiore. Oggi i calendari vanno di moda, li fanno anche le Forze dell'ordine e persino le istituzioni religiose. In fine, le schede telefoniche che raccoglievamo vicino alle cabine, che nel nostro Paese funzionano ancora, grazie agli extra comunitari che sono appena arrivati e che non possiedono ancora il telefonino. Questi oggetti, sono dei piccoli tesori che abbiamo raccolto attraverso il tempo. Alcuni sono degli oggetti che conserviamo dall'infanzia e di poco valore commerciali, ma di grande valore affettivo, che ci ricordano la nostra fanciullezza ed il nostro passato prossimo

Alla fine del XX secolo, probabilmente a quelli che se ne fanno gli apologeti, la guerra come, come sempre, contribuisce potentemente al progresso delle tecniche. Indubbiamente l'elettricità, il telefono, l'automobile, l'aviazione esistono prima del 1914, ma è la guerra che li fa progredire formidabilmente e li proietta nel futuro. I secoli hanno sempre un poco più o un poco meno di cento anni. Il Settecento è breve: si apre con la morte di Luigi XIV, nel 1715 e si chiude il 14 luglio 1789 con la presa della Bastiglia. Dopo un intersecolo di venticinque anni, che non appartiene né al piacere di vivere né all'agognate tempeste, né ai filosofi né ai romantici, l'Ottocento comincia a Waterloo il 18 giugno 1815 con la caduta di Napoleone e si conclude nell'agosto 1914. La prima Guerra Mondiale apre, con grandi squilli di trombe, il secolo della Seconda e della paura della terza. E lo fa entrare in un mondo nuovo in cui i discorsi di quello vecchio sono coperti delle bombe. Le classi sociali che s'ignorano sono mescolate nella stessa fornace. Individui che la vita quotidiana non ha mai messo insieme si incontrano e vivono l'uno accanto all'altro. Queste miscele esplosive nutrono, in caso di vittoria, un nazionalismo esacerbato, e in caso di sconfitta, la rivoluzione, come succede ai nostri giorni con i pacifisti, i centri sociali e i no global, ma è stato il XXI secolo, l'epoca delle grandi scoperte scientifiche e tecnologiche che hanno rivoluzionato il mondo intero. L'evento della televisione, ha aperto varie strade, dalla tecnologia alla letteratura, all'arte e alla pubblicità, che è l'anima del commercio. Oggi, per esempio. C'è stata l'invasione dei telefonini dell'ultima generazione, i telefonini video televisivi e quelli fotografici, senza parlare delle grandi scoperte spaziali. La scienza non sarebbe tale se si fermasse qui, essa procedere a passi da giganti per il prossimo futuro. Parlando dei telefoni, mi viene in mente l'8 Settembre 1943, quando sull'Aspromonte, i nostri soldati affrontarono una Divisione di militari Canadesi, da poco nostri alleati, in un duro combattimento. Se ci fosse stato un semplice telefono a disco oggi archiviato, tanti nostri soldati non sarebbero morti in vano. Quel otto Settembre, é mancata soltanto la comunicazione dai comandi superiori e non il loro valore.

Lasciamo il telefono a disco e veniamo a parlare della macchina per scrivere e della carta carbone. Le nostre prime esperienze nella dattilografia, li abbiamo fatti con la macchina M1, la prima macchina per scrivere prodotta dall'Olivetti nel 1911, disegnata da Camillo Olivetti, che per la sua struttura tozza e robusta la definimmo il " cavallo di battaglia indistruttibile", per i nuovi dattilografi. Da quando siamo entrati a far parte della grande categoria dei sottufficiali, abbiamo acquistato in un negozio, sito in Piazza Caricamento di Genova, l'Olivetti portatile lettera 22, che fu disegnata da Marcello Nizzoli, nel 1950, che oggi è esposta nella collezione permanente di design al Museo of Modern Art di New York. Questa macchina dalla linea elegante, ci ha accompagnati per tutta la durata della nostra carriera militare nell'Arma Benemerita. Per alcuni anni, già in quiescenza, abbiamo continuato a scrivere i nostri racconti con l'Olivetti 22, ma da quando l'abbiamo archiviata, assieme alla carta carbone, è stata sostituita con il personal computer e la stampante Epson 500 Stylus: credetemi, non è stato molto semplice iniziare e risolvere i problemi, tanto che nei primi tempi, abbiamo incontrato molte difficoltà, che come in tutte le cose, ci vuole molta pazienza, applicazione e soprattutto studio, ma con la costanza e con la buona volontà tutto si è reso più semplice. Nel corso che questi anni, spesso ci siamo domandati, ma che cosa è il computer? Negli anni cinquanta si trattava di macchine di dimensioni mastodontiche (lunghezze maggiori di 10 metri, pesi superiori alle 4 tonnellate), costi enormi, affrontabili solo da istituti di tipo governativo o da grosse aziende. Allo stesso tempo, erano macchine con una potenza di calcolo inferiore a quella di una vecchia calcolatrice tascabile programmabile.

Un po' di storia
Com'è noto, la storia del libro inizia nell'area mesopotamica tremila anni prima della nascita di Cristo: qui i libri erano costituiti da tavolette d'argilla con il testo inciso e poi cotte al forno. Sempre al III millennio a.C. si può far risalire l'uso del papiro in Egitto. In Cina si prediligeva l'utilizzo di tessuto (in particolare la seta) in strisce arrotolate. Altrettanto antico, ma più limitato, è stato l'uso di cuoio e pelli animali. Le officine librarie, chiamate scriptoria, che nella Roma antica erano numerose ed efficientissime, nell'alto Medioevo divennero esclusiva dei monasteri. Nell'XI e nel XII secolo comparvero le prime cartiere europee e verso il secolo XIII, con la nascita delle università, si ebbero nuovamente officine librarie "laiche". La sempre maggiore richiesta di libri stimolò i tentativi di produrne in maggiore quantità, applicando dapprima i procedimenti della xilografia (1420-1425), e poi grazie all'invenzione della stampa a caratteri tipografici mobili da parte di Gutenberg (1445-1460). Successivamente Aldo Manuzio impose formati più maneggevoli e comodi. Da allora il libro non ha più cambiato le proprie caratteristiche fondamentali, pur avvantaggiandosi dei mutamenti della rivoluzione industriale e tecnologica. Con il nostro computer, oltre che scrivere i nostri racconti, siamo in grado d'inserire le fotografie dei luoghi descritti ed alla fine di stampare l'intero libro, pronto per essere rilegato e sistemato nella nostra biblioteca, oppure di inserirlo nel nostro sito, dando la possibilità ai nostri lettori di poterlo leggere.
Tutto ciò per quanto riguarda la versione cartacea. L'avvento di Internet e delle nuove tecnologie ha apportato una novità decisamente interessante, e cioè il libro elettronico (e-book).

Che cosa sono gli e-book
Il termine e-book è una contrazione dell'espressione electronic book: è il libro in formato elettronico, che si può leggere sul personal computer o su un apposito lettore. L'e-book può essere acquistato su supporto magnetico o scaricato da Internet. Il lettore di e-book Ha le stesse funzionalità di un classico libro su formato cartaceo (si possono scrivere note, mettere dei segnalibri, evidenziare i passaggi più significativi, etc, ma offre anche funzionalità impensabili per i libri cartacei (cambiare la grandezza e lo stile del font, inserire dizionari specifici), oltre a fornire un guadagno in spazio (un CD e un lettore possono sostituire l'intera Divina Commedia).
Oggi, nella vita moderna, nell'epoca consumistica e tecnologica, non si può fare a meno di questa macchina quasi perfetta. Ormai il computer è come l'autostrada. Come l'auto ci consente di lavorare e di svagarci, di visitare una mostra e persino di fare shopping. Ma a differenza delle quattro ruote, il nostro personal computer non ha davanti a se un futuro di ingorghi, di traffico caotico, di paralisi che spesso incontriamo nei nostri lunghi e corti viaggi sulle autostrade e sulle urbane e in quelle statali e provinciali. Anzi. Le nuove reti telematiche - internet e intranet, di cui ci riserviamo di parlarne più diffusamente nel capitolo successivo, - stanno tessendo in tutto il mondo, giorno per giorno, una tela di comunicazione e di relazioni che ci consentirà di " spostarci" da una parte all'altra del mondo, restando nei nostri uffici o nelle nostre case. Il "telelavoro" è già una realtà in crescita, così come le " vetrine" dei negozi di internet cominciano a essere sempre più frequentate.
.Prima di avere il primo impatto con il nostro personal computer, ci siamo documentati, leggendo i fascicoli di " Computer No Problem" - passando dalla teoria alla pratica dei programmi. Quali sono le caratteristiche dei programmi principali dei " motori" di queste " automobili" senza ruote, capaci tuttavia di portarci molto lontano? Acquisire le nozioni di base, adesso c'è bisogno d'altro ed è ciò che ci hanno offerto i numerosi fascicoli, " Computer No Problem - dalla teoria alla pratica" Dopo le nozioni di base cera bisogno di capire quali vantaggi pratici ognuno di noi poteva trarre, al di là del sentito dire e delle campagne pubblicitarie. Per noi della Terza età, non è stato molto facile e comprensivo, ma con tanta pazienza siamo riusciti ad inserirsi in questa grande autostrada telematica.
Oggi, siamo in grado di navigare, scrivere i nostri racconti, organizzare un viaggio, conoscere a fondo l'opera di un pittore e soprattutto effettuare delle ricerche storiche e culturali. Con il nuovo personal computer "Packard Bell, di nuova generazione, dopo un po' di pratica, riusciremo sicuramente ad esplorare quelli che ieri erano i nuovi scenari del futuro, mentre oggi sono gli scenari del presente, come il matrimonio tra TV e PC ( il teleputer) in un settore che è segnato da un'evoluzione che non né più irraggiungibile come si pensava fino a qualche tempo fa: non si fa in tempo a farsi un'opinione su ciò che conviene acquistare che nuove tecnologie hanno già reso obsoleto il nostro computer, che abbiamo da qualche giorno archiviato nello stesso scaffale dove è stata collocata la vecchia e cara macchina per scrivere "Olivetti-lettera 22 "Conoscere il futuro è ancora un'utopia, ma prepararsi ad affrontarlo è indispensabile. Sono sicuro, che dopo un lungo tirocinio di apprendimento con il nuovo personal computer portatile, insieme faremo un lungo viaggio alla scoperta di nuovi motori di ricerca e navigare sulla grande ragnatela che è l'internet. Con il quale possiamo spedire da ogni parte del mondo che ci troviamo, i nostri reportage, le nostre fotografie più belle e le nostre impressioni di una località o di una nuova città. Basta soltanto un clic, che il nostro interlocutore ha già visionato ciò che noi gli abbiamo spedito poco prima. Nei lontani tempi in cui adoperavamo la macchina per scrivere Olivetti 22, non ci passava neppure per l'anticamera del cervello una scoperta del genere.

Mini crociera all'isola di Santorini
Racconto escursionistico

Viaggiare, vuol dire scoprire altri paesi e soprattutto raccontare. Un'escursione nell'isola di Santorini non potevamo non effettuarla nel nostro soggiorno nello stupendo golfo di Stalis. Nella seconda settimana della nostra vacanza, con alcuni amici, abbiamo deciso di effettuare una mini e simpatica crociera giornaliera a bordo di una motonave che tutti i giorni è in partenza dal porto di Heraklion a Santorini, l'isola vulcanica dai pendii precipitosi, d'insuperabile bellezza naturalistica, ritenuta la leggendaria Atlantide.
Il giorno della partenza, il telefono squillò ripetutamente molto presto. Ancora nel cielo brillavano le stelle, mentre la luna piena continuava ad illuminare il mare placido del golfo di Stalis. Alle ore 4 del mattino, quando il grosso torpedone ha iniziato la sua marcia verso la città di Iraklio, verso oriente si notavano i primi flebili bagliori dell'aurora. Fra non molto stava per incominciare il nuovo giorno. Verso le ore 5, tutta la comitiva si apprestava a salire sull'imbarcazione e subito dopo è iniziato il nostro viaggio verso l'isola di Santorini. Quando stava ad albeggiare eravamo in navigazione verso l'Egeo. Dopo aver sorbito un caffè caldo, uno di quel caffè molto lungo che viene servono nell'Hotel. E in tutta la Grecia. Mi sono immerso nella lettura e cercavo di documentarmi sull'isola che stavamo per raggiungere, quando improvvisamente un raggio di luce si insinua sull'oblò dell'imbarcazione che stava navigando in quel mare appena increspato e rischiato dai colori del nuovo giorno. Lasciai la cabina e con Adriana mia moglie, siamo saliti sulla tolda dell'imbarcazione per godere di quel piacevole tepore ventilato. Non eravamo soli, altri turisti hanno avuto la nostra stessa idea. Mentre la motonave scivolava dolcemente su quel mare appena mosso, lasciava dietro di se una lunga striscia di schiuma. Mi sono accorto che da un pezzo uno stormo di gabbiani grigi dai piedi rossi ci stavano seguendo. Dopo di averci raggiunti, giravano a bassa quota sopra la tolda del natante e di tanto in tanto, si buttavano in picchiata, per prendere al volo sulle mani tese dei turisti i pezzettini di pane. Molti dei turisti li hanno immortalati sul telefonino. Solo a vederlo, è stato uno spettacolo irripetibile. Queste docili creature, che vivono in simbiosi con il mare, ci hanno seguiti fino al piccolo porto di Cantorini.
Percorrendo i vicoli e le stradine dell'isola vulcanica, ci ha investiti un'emanazione di un accecante biancore calcinato di muri, foriero di odori di erbe secche e riarse, il raggio di una luce inconfondibile e assoluta: la luce di Cantorini. Una luce che non trova ostacoli lungo il brullo profilo di pinnacoli e montagne vulcaniche dell'isola e si irradia diffusa, riflessa dal mare, dalle case, dalla limpidezza adamantina del cielo, una luce senz'ombra, neppure minimamente intaccata nella sua purezza dalle mille macchie di colore delle bougainville, dei gerani, delle begonie, non scalfita dai blu, dai verdi, dai rossi delle finestre, delle porte e delle ringhiere delle case. In quest'isola baciata del sole ne avevamo sentito parlare l'anno scorso, quando eravamo a Rodi. Passeggiare tra le strette vie lastricate con pietre dalle fughe imbiancate del capoluogo significa scoprire che la spessa mano di calce con cui prima di ogni estate gli abitanti ripassano i muri delle case e delle chiese disseminate nel borgo fa acquisire alle cose morbidezza e intensità nuove, ne addolcisce gli spigoli. Abbiamo lasciato il bianco borgo, con le sue stradine e violetti infiorati e abbiamo raggiunto la sommità ( 400 metri di dislivello del mare) da dove si può godere una vista meravigliosa e a dir poco magnifica dell'Egeo. Si possono visitato gli scavi Minoici dell'isola, oppure andare col caicco( il caicco è una piccola nave di piccolo cabotaggio turco con prora slanciata, poppa molto alta, attrezzato con un albero e vela a tarchia e fiocco: era impiegata soprattutto nel Bosforo per il trasporto di persone. Generalmente è attrezzato con due alberi, con una vela latina ciascuno) al cratere sommerso del vulcano. L'escursione è stata molto lunga e direi altrettanto faticosa, specialmente per Adriana ed io, ma la bellezza di questo luogo ci ha ripagato dalla fatica. Per noi vecchi alpinisti, amanti della montagna, è come salire sulle vette delle nostre meravigliose Dolomiti, soltanto che dalle cime dolomitiche si ammira le bellezze delle cime montuose e innevate più belle del mondo, ma dal cratere si ammira la vastità del mare azzurro dell'Egeo, dove l'occhio si perde e si fonde con la grandiosità del cielo e del mare. L'isola vulcanica di Santorini assume una forma a spicchio in seguito all'eruzione del 1450 a, C., fu ribattezzata Santorini dai veneziani che la conquistarono nel XIII secolo, dal nome di Sant'Irene. Nonostante il grande flusso turistico rimane sempre un'isola incantevole, con villaggi bianchi barbicati su scogliere vulcaniche e spiagge di sabbia nera. I paesini barbicati sulle pendici della montagna vulcanica, sono di una bellezza unica nel Mediterraneo. Per un momento, ci è sembrato di ammirare i paesini barbicati sulla costa Amalfitana, soltanto che quelli di Santorini si distinguono per il colore azzurro come il mare delle porte e delle finestre delle case. Quelle sparse, sono di una bellezza veramente rara, con i piccoli cortiletti ricavati nella montagna vulcanica dove germogliano i gerani coltivati dentro le giare di coccio, che danno una nota allegra e caratteristica al paesaggio. Abbiamo visto diversi pittori locali che ritraevano i loro quadri da quegli angoli bellissimi e colorati e per un momento li abbiamo persino invidiati. Per non perdere l'abitudine, abbiamo tracciato alcuni schizzi sul nostro taccuino di viaggio.
E' veramente bellissimo ammirare le casette bianche sulla sommità della scogliera di Firà, o Thira, che da caldera e sull'isola di Nèa Kameni, che è la capitale dell'isola. Abbiamo appreso che fu fondata alla fine del XVIII secolo, quando gli isolani si trasferirono dalla cittadella veneziana di Skaros, vicino all'attuale Imerovigli, in cima alle scogliere, per un più facile accesso al mare. Devastata da un terremoto nel 1956, Firà è stata ricostruita a terrazze sulle scogliere vulcaniche con chiese a cupola e case - grotte con il tetto con la volta a botte ( scafta) Le terrazze sono piene di alberghi, bar e ristoranti in bellissima posizione panoramica. Lungo il bordo della caldera; il panorama non cambia, ma è veramente magnifico, soprattutto al tramonto. Il minuscolo porto di Skala Firà è situato 270 m. sotto Firà, collegato ad una funivia o da una salita ripida di oltre 600 gradini, Buona parte di Firà è zona pedonale ed i suoi tortuosi vicoli e violetti in ciottolato sono larghi appena a sufficienza per il passaggio dei muli. La piazza principale della città, Platea Theotokopoulos, è il capolinea dei bus e lo snodo della rete stradale.
E' veramente caratteristico il borgo di Angiou Minà, che con la cupola blu e la torre bianca, è diventata il simbolo di Santorini, dove si fermano spesso i turisti, specialmente quelli italiani, per filmare la località. Di fronte alla stazione della filovia c'è il Museo Archeologico che raccoglie molti reperti da Akrotiri e della antica città di Mesa Vounò oltre a statue cicladiche rinvenute nelle locali miniere di pomice. Si trovano anche una modesta collezione di vasi attici e figure nere del VI secolo a.C. allestito in una degna dimora del XIX.
Nonostante il cataclisma del 1956 sono ancora visibili le vestigia architettoniche della città dei secoli XVII e XVIII secolo. Credetemi, ne vale veramente la pena di visitare la graziosa cappella ocra di Agios Stylianos, addossata all'estremità della scogliera, con un labirinto di porticati. A sud la cattedrale ortodossa è dedicata a Ypapantì ( la presentazione di Cristo al Tempio). Questa cattedrale sembra che fu costruita nel 2827, è un imponente edificio color ocra con due campanili e murali dell'artista del XIX secolo Christoforo Asimis Il campanile del Domus dopo Thira la parte settentrionale della città di Agiou Ioannou, per quanto severamente danneggiato dal terremoto, buona parte del suo interno barocco e stato perfettamente restaurato.
I cenni storici sull'isola di Cantorini, sono stati tratti dalla pubblicazione del Corriere della Sera. Dove sono contenute tutte le isole della Grecia.
La storia di quest'isola vulcanica ci racconta, che in base agli scavi di Santorini e secondo i vari siti archeologici, la prima presenza umana risale al periodo neolitico.
Santorini ha un'evoluzione storica e culturale simile alle altre isole delle Cicladi.
Santorini ha accolto nel 3600 a.C. un'importante civiltà- Gli scavi di una città importante vicino ad Akrotiri e la famosa Spiaggia Rossa mostrano la presenza dell'insediamento minoico.
La città ritrovata rassomigliava molto a quelle ritrovate nell'isola di Creta, con molti affreschi e ceramiche che mostravano paesaggi naturalistici, animali e uomini. Nell'antichità l'isola di Santorini era chiamata 'Stroghili'che significava in greco 'rotonda'. Stroghili era stata vittima di un'enorme eruzione "vulcanica avvenuta nel 1500 a.C. L'eruzione fu cosi violenta che alcuni pensano che in relazione con Atlantide. Secondo la storia, intorno al 1300 a. C, i Fenici si stabilirono sull'isola per 5 generazioni. Intorno al 1100 a.C l'isola fu colonizzata dai Lacedemoni. Intorno all'826 a.C. l'isola che allora si chiamava Thira, adotto l'alfabeto fenicio.
La storia ci racconta inoltre, che l'isola di Thira nel settimo e sesto secolo a.C. ebbe rapporti e scambi commerciali con la maggior parte delle isole greche durante il periodo ellenistico questa sia stata la principale causa della distruzione della civiltà minoica nell'isola di Creta lontana 70 miglia nautiche. Gli scienziati pensano che, l'esplosione, essendo stata cosi forte, creò onde altissime che avevano inondato le coste delle isole intorno a Creta.
Il centro dell'isola sprofondò e molti terremoti distrussero anch'essi il resto dell'isola. Alcuni miti affermano che la distruzione dell'isola possa essere in relazione con Atlantide. Secondo la storia, intorno al 1300 a.C. i Fenici si stabilirono sull'isola per 5 generazioni. Intorno al 1100 a.C.
La mini crociera giornaliera a Cantorini, l'isola vulcanica dai pendii precipitosi d'insuperabile bellezza naturale, ritenuta la leggendaria Atlantide, è stata veramente bellissima. Dalla sommità della montagna vulcanica, abbiamo goduto ed ammirato una vista magnifica dell'Egeo.
Se il prossimo anno sarà organizzata l'escursione nell'isola di Creta, senza dubbio, ritorneremo per ammirare quel indimenticabile paesaggio, dove il cielo si fonde con il mare, creando un tutto uno con il creato. 

Escursione all'antico insediamento
di Knossos e al museo di Iraklio

Dopo la prima settimana di permanenza a Stalis, la sera precedete alla nostra escursione ad Iraklio, abbiamo noleggiato un'autovettura alla Reception dell'Hotel Anthoussa e nelle prime ore del mattino Adriana ed io, siamo partiti per Iraklio. Il cielo era serena e l'aria fresca, quindi c'erano tutti i presupposti per la nostra gita turistica.
La capitale dell'isola è conosciuta col nome di Heraklio o Iraklio sin dai tempi antichi, nonostante il nome abbia avuto molti cambiamenti da allora. La storia ci racconta che i Saraceni che occuparono l'isola nel 842 d.c. fondarono una fortezza con un canale attorno( dove adesso c'è il vecchio quartiere della città) e gli diedero il nome di Handax el Hendax. Adattato dai veneziani a Candia, sotto il quale l'intera isola fu conosciuta. Quando Creta si liberò, prese ancora una volta il suo vecchio nome. Iraklio conta oggi 150.000 abitanti e, grazie alla sua posizione favorevole nel centro della costa Nord, è la città più grande dell'isola.e la capitale della Prefettura di Iraklio e dell'intera isola La sua posizione centrale, nonché i collegamenti aerei e marittimi giornalieri con il continente e con l'Europa Occidentale hanno aiutato Heraklion a diventare il centro turistico principale e il punto e di partenza ideale per visitare l'isola. Nella nostra escursione abbiamo potuto constatare che la città offre un netto contrasto tra i quartieri più antichi e il settore commerciale moderno. Comunque nonostante il suo sviluppo come capitale del ventunesimo secolo, Iraklio mantiene un forte carattere veneziano, di cui sono testimonianza le impressionanti fortificazioni, che resistettero all'assedio turco per ben 21 anni; la Fontana Morosini, che fa bella mostra di se e il porto Vecchio. Iraklio ed abbiamo visitato, come si legge appresso, il Museo, Archeologico dove sono custoditi oggetti dell'epoca minoica.
Le mete di questa escursione sono la capitale Iraklio, con il museo Archeologico e la città vecchia con il porto veneziano, e il più importante sito archeologico della cultura minoica, l'antico insediamento di Cnosso, situato a pochi chilometri di distanza.
Partendo da Chania si percorre la nuova superstrada in direzione est e in circa 3 ore si arriva a Iraklio, ci sono diverse uscite che conducono in città seguite quella in cui si fa riferimento al centro ed arriverete cosi in breve in Piazza Eleftherias, principale punto di riferimento della città. Su un angolo della piazza si trova il Museo Archeologico, una tappa che non dovete assolutamente mancare per poter ammirare i magnifici reperti della civiltà minoica, troverete l'indicazione per un comodo parcheggio a pagamento poco lontano dalla piazza, girando in discesa verso la strada che porta in direzione dell'aeroporto.
All'epoca della civiltà minoica Iraklio era un centro secondario, satellite della più importante città di Cnosso, con l'avvento della dominazione greca mutò il nome in Heraklea, probabilmente in onore del dio Heracles che una leggenda raccontava sbarcare sull'isola per combattere contro il Minotauro, iniziando cosi ad assumere un maggior peso politico. Oggi Iraklio si presenta come una città moderna in gran parte ricostruita dopo il rovinoso terremoto del 1933, la parte più interessante da visitare si trova racchiusa all'interno del perimetro delimitato dagli antichi bastioni veneziani. Per visitare con calma il museo e poter ammirare le opere d'arte tramandate fino a noi dalla civiltà minoica occorrono almeno due ore, perciò è la prima tappa che conviene affrontare. Terminata la visita del museo potete continuare a piedi il giro della città dirigendovi verso Platia Nikiphoros Phokas, da qui prendendo a sinistra per l'Odos 1821 si arriva alla cattedrale di Agios Minas ed alla più piccola chiesa di Agia Ekaterini, in una piazzetta d'angolo sul sagrato della cattedrale stessa, mentre girando a destra si arriva in una piazzetta laterale dove è collocata la bella fontana Morosini costruita nel 1628 durante la dominazione veneziana, con dei bei leoni alati che sorreggono la vasca superiore di epoca più tarda.
Platia Nikiphoros Phokas è un punto di ritrovo molto frequentato e i camerieri dei vari ristoranti e bar faranno a gara nell'invitarvi ad entrare, da qui partono varie strade che portano in direzione del mare, l'Odos 25 Augoustou è la più diretta per raggiungere il porto, sul cui panorama si staglia inconfondibile la grande mole della fortezza veneziana costruita nella prima metà del XVI secolo, tre leoni di Venezia incastrati nei muri su tre lati ne ricordano l'antica dominazione. Abbiamo visitato il Museo Archeologico di Iraklio, mentore della bellezza e dell'ingegno della cultura minoica, che nell'arte, prima ancora dei greci e dei romani, ha raggiunto uno splendore ed una raffinatezza senza pari. Già nel 1991 la disposizione dei reperti e dei manufatti minoici mi era sembrata priva di una qualsiasi valorizzazione espositiva, racchiusi com'erano in spazi angusti e polverosi, senza pannelli didattici e storici esplicativi, illuminati da una luce non adeguata dietro teche poco curate. Nel nostro giro del Museo, abbiamo incontrato un simpatico signore milanese, il quale ci ha raccontato che nel 2003, durante la prima visita, ha potuto constatare come a volte il tempo passo invano lasciando tutto immutato ma tante se devi scegliere tra qualche anno cosa rivedere questo sarebbe il primo posto che gli verrebbe in mente e pazienza se come ora non ci sarà uno straccio di etichetta in italiano ( e sì che di turisti del bel paese ne passano moltissimi di qui!).Abbiamo potuto constatare che le prime XII sale sono ordinate per periodo temporale e tutte contengono opere d'arte che meritano di essere viste. Per citarne alcune, il misterioso disco di Festos ( Sala III, periodo protopalaziale 2000-1700 a. C.) su cui sono incisi, a spirale, geroglifici il cui significato rimane ancora oscuro, le due statuette delle dee dei serpenti ( Sala IV, periodo neopalaziale 1700-1450 a. C., palazzi di Cnosso, Festos e Malia ) provenienti dal santuario centrale di Cnosso, lo splendido rytón in cristallo di roccia il cui manico è formato da perle di cristallo infilate su un filo di rame ( Sala VIII, periodo neopalaziale 1700-1450 a.C. , palazzo di Káto Zákros ), un'anfora decorata con un polipo in stile naturalistico ( Sala IX, periodo neopalaziale 1700-1450 a.C. , Creta orientale ) e molti altri piccoli capolavori. La Sala XIII contiene invece sarcofagi minoici tutti appartenenti al periodo postpalaziale ( 1400-1100 a.C. ) a forma a vasca o a guisa di bauli con coperchio. La visita prosegue al piano superiore nella sala XIV dove sono esposti gli affreschi originali che ornava i palazzi minoici, tra i più belli e meglio conservati si trovano quello dei delfini, rinvenuto nella sala da bagno della regina nel palazzo di Cnosso, e quello che rappresenta la tauromachia, rituale a metà strada tra simbolismo religioso e dimostrazione di coraggio che vedeva un acrobata compiere un doppio salto mortale sulla schiena di un toro. Proseguendo si trova la Sala XVII che raccoglie una collezione privata di gioielli e sigilli in oro d'epoca minoica. Peccato che non ci è stato consentito scattare delle fotografie, perché il flash potrebbe danneggiare i reperti esposti nelle teche e nelle pareti.
Terminata la visita della città potete recarvi, a circa 5 Km di distanza, ad ammirare a Cnosso il sito archeologico più interessante e visitato dell'isola. Le ore migliori per goderne appieno sono agli antipodi della giornata, perciò mettetelo in programma nelle prime ore o nel tardo pomeriggio, eviterete così l'eccessivo affollamento e il caldo soffocante. Il primo insediamento minoico è datato tra il 2000 e il 1900 a.C. ma la struttura del palazzo che si può ammirare oggi è di epoca più recente ed è fatta risalire a circa il 1600 a.C. dopo che probabilmente il primo palazzo fu distrutto in seguito ad un terremoto. Il sito prosperò per poco tempo perché in seguito ad un altro evento drammatico ( forse il grande cataclisma che colpì la vicina isola di Santorini e che ne determino il parziale inabissamento ) anche questo secondo palazzo risultò distrutto. La riscoperta dell'insediamento si deve alla felice intuizione dell'architetto inglese, nonché archeologo dilettante, Sir. Arthur Evans che iniziò gli scavi, attivi ancora oggi, agli inizi nel l900. Evans volle però andare oltre la scoperta e secondo concetti oggi fortemente avversati si mise in testa di ricostruire parte della struttura del palazzo e degli ambienti attigui. Così tutto quello che oggi sembra si sia miracolosamente conservato non è che il frutto della meticolosa opera di ricostruzione avviata dal novello archeologo. Nel visitare questo sito, troverete alcuni pilastri in cemento, che a nostro parere di semplice visitatore, nonché amanti della storia antica, potranno deturpare l'originalità dell'opera. Questo comunque non toglie nulla al fascino che suscita la visita del sito archeologico, anche se le classiche colonne, anticamente in legno, sono ora, come abbiamo detto, di puro cemento e con una bella mano di vernice rossa ) e anche solo girare tra le antiche strade lastricate riesce a rendere bene l'idea di come doveva essere la città nel suo periodo di maggior splendore. Ricordo che nella nostra visita, abbiamo ammirato una delle cose più particolari ed ingegnose che era situata nella stanza da bagno della regina, quella dove fu rinvenuto l'affresco dei delfini il cui originale è ora nel museo Archeologico, in cui era stato studiato un sistema di canalizzazione d'acqua corrente che consentiva tra le altre cose l'immediato smaltimento dei prodotti della digestione della sua nobile fruitrice. All'ingresso del sito archeologico potete trovare delle guide autorizzate e non (alcune parlano italiano ) pronte dietro compenso ad offrirvi i loro servigi, a voi la scelta. Noi avevamo a disposizione un'ottima pubblicazione dell'isola di Creta, curata dal Corriere della Sera, da dove abbiamo tratto i cenni storiografici dell'isola che ci è stata molto utile nel nostro itinerario, non solo del Museo e della città, quanto degli altri siti e località della bellissima isola. Senza una buona guida, sia essa cartacea che di esperti conoscitori, non vi sarà certo difficile districarvi da soli nell'articolata struttura del sito stesso e della città di Iraklio
Nel tardo pomeriggio, abbiamo parcheggiato l'autovettura nelle vicinanze del vecchio porto, perché: come disse un vecchio frate cappuccino in una precedente visita in Umbria " dopo la mistica viene la mastica". Egli aveva veramente ragione. Nelle vicinanze c'era una piccola trattoria e seduti ad un tavolo sotto una vetusta pianta di eucalipto, ci è stato servito un pranzetto a base di pesci di mare, il tutto innaffiato da un vino bianco locale molto generoso.
Quando siamo rientrati nel nostro Hotel di Stalis, il sole stava per tramontare, creando una bellissima coreografia nello stupendo golf. Nel frattempo il cielo si era dipinto di rosso, mentre all'orizzonte si fondeva con il magnifico mare degli antichi Achei.

L'anfiteatro del Vajolet
Racconto escursionistico

Al rientro delle ferie marine, che quest'anno abbiamo trascorso nella bellissima isola di Creta, un'isola di contrasti dove picchi altissimi piombano in acque cristalline, dove chilometri di spiagge dorate, rocce e valli fertili giacciono lungo le distese sterili. Ne sentivamo veramente il bisogno per respirare una boccata d'aria fresca delle nostre meravigliose montagne dolomitiche, per ritemprare le nostre membra e, per questo, ci ha pensato il CAI di Mantova, organizzando una bellissima escursione proprio lassù, dove le superbe cime dolomitiche si fondono con l'azzurro del cielo.
Quando abbiamo lasciato il Casello autostradale di Mantova, le stelle erano quasi scomparse dal cielo, ma c'era ancora la grande stella di Orione i cui raggi sprizzavano come fuoco d'artificio. Intanto s'alzava la brezza mattutina, il cielo si imbiancava ad oriente, si diradavano le tenebre e fra non molto il grande disco del sole si alzava dolcemente verso il cielo. La notte era finita ed incominciava per noi un nuovo giorno fatto di gioia e di emozioni. Le valli del Trentino erano verdi e bellissime e illuminate dal sole. La Valle di Fassa è stato il nostro punto d'arrivo e di Partenza. Da Pera, con i minibus navetta, abbiamo raggiunto la splendida conca Gardaccia, dove sorge l'omonimo Rifugio, posta nel cuore del gruppo ingentilita dal verde e dominata dalla grande parete EST del Catenaccio, è comunque l'accesso più noto e frequentato poi un comodo sentiero ci ha portati al Rifugio Vajolet, che è situato a 2243 metri, nell'ampio e meraviglioso anfiteatro del Catenaccio. Adriana e io, seguivamo la lunga e rutilante fila degli amici escursionisti, che si arrampicavano nella scarpata come tanti caprioli per raggiungere quell'angolo, che noi più tardi, lo abbiamo definito di paradiso terrestre. Appena abbiamo raggiunto il Rifugio Vajolet, per noi è stata una grande sorpresa, ma soprattutto una grande gioia di trovarci per la prima volta in quel luogo incantato dove tutto è poesia e dove l'uomo cerca da sempre il silenzio per meditare e di fare silenzio nella propria mente, nel silenzio della montagna incantata. Oh sì il silenzio? Ma che cosa è il silenzio?

Il Catenaccio d'Antermoia m. 3004 è la vetta più elevata e possente. La sua posizione centrale consente un maestoso dominio su tutto il gruppo nonché su lontane catene montuose, che orlano il grande orizzonte. Seconda per altitudine ma più slanciata ed elegante si erge non molto lontana la Cima del Catenaccio m. 2981. Oltre che dare il nome a tutto il gruppo, questa sublime montagna costituisce il punto d'incrocio fra il nodo settentrionale e quello meridionale.
Detto questo però non si può sopprimere il forte richiamo offerto dalla Tre famose sorelle che costituiscono la parte meridionale dell'ardita catena delle Torri del Vajolet. Battezzate col nome dei loro primi solitari le Torri Delogo, Stabeler e Winkler regalano da una zona selvaggia, una grande purezza di linee ed un impulso incomparabile. Se questi nomi hanno da sempre suscitato, come è successo oggi a noi, entusiasmo è bene però sapere che sparsi in tutto il Gruppo del Catenaccio, come ci spiega un vecchio montanaro, ci sono ancora luoghi pressoché sconosciuti dove moltissime cime baciate soltanto dai rossi tramonti, attendono ancora l'amore e l'ardore dell'uomo.

Qui, su questo anfiteatro dalle tante sfumature, abbiamo incontrato il futuro vescovo di Mantova, Monsignor Roberto Busti. Il successore di monsignor Egidio Caporello, che ha celebrato il rito religioso al rifugio Vajolet, per commemorare i due alpinisti mantovani Carlo Moccia e Renzo Morari morti in una scalata 30 anni fa.
Confuso fra la folla degli alpinisti mantovani, cera il giornalista Nicola Corradini, che ha scritto un bellissimo articolo, apparso il giorno successivo sulle pagine della Gazzetta di Mantova, che riportiamo qui di seguito:

"Alla commemorazione, organizzata dalla sezione del CAI di Mantova, hanno partecipato oltre cento alpinisti mantovani arrivati con un pullman organizzato dal Club alpino di Mantova, Suzzara e Bozzolo. Erano presenti i familiari e molti amici dei due alpinisti scomparsi trent'anni fa e ricordati con una lapide nei pressi del rifugio. E a celebrare la funzione religiosa che ha concluso la commemorazione è stato proprio monsignor Busti, che in questo periodo sta trascorrendo le vacanze in Val Gardena e che ha accolto l'invito che gli è arrivato dall'ex presidente del Cai mantovano, Sandro Zanellini, nei giorni scorsi. Il futuro vescovo della città ( il suo insediamento è previsto per il giorno 7 ottobre), tra l'altro amante della montagna e delle scalate ( è iscritto ai Ragni di Lecco) ha impartito la benedizione alla Madonnina degli Alpini e celebrato quella che, a tutti gli effetti, è stata la prima messa alla comunità cattolica mantovana (per quanto in trasferta). Nell'omelia, durata una decina di minuti, monsignor Busti ha fatto riferimento alla disgrazia di trent'anni fa ( dopo la messa hanno preso la parola il figlio di Renzo Morari e il fratello maggiore di Carlo Moccia, Antonio) dicendo che " il dolore e la sofferenza vanno accettate pensando che la nostra aspettativa è l'al di là. Proprio come fece il famoso terzo uomo crocifisso tra due ladroni" Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, gli imprenditori Mario Levomi, gli imprenditori edili Alberto e Giuseppe Bottoli, Luigi Biancardi, Sandra Berini Biancardi ( assessore all'attività produttrice), l'avvocato Dionigi Biancardi, Franco Amadei: tutti iscritti al Club alpino".
Al termine del rito religioso, come fecero altri amici del Cai, anch'io mi sono avvicinato al piccolo altare, per salutare il neo, Monsignore Roberto Busti, dicendogli:
Monsignore, non cera altare più alto, per poter iniziare il suo lungo cammino pastorale fra la comunità mantovana. Ci auguriamo di rivederla presto nella nostra piccola parrocchia di Campitello. Egli mi ha ringraziato, stringendomi fortemente la mano, come fanno gli uomini forti della montagna.


La Tragedia.
Le vittime erano due istruttori: Carlo Moccia e Renzo Morani, che furono travolti da una frana sul Catenaccio.
" La montagna li ha inghiottiti l'11 agosto del 1977 durante una scalata e li ha restituiti dieci giorni dopo Carlo Moccia aveva 22 anni, abitava in Via Bernardo de Canal e studiava agraria all'università di Bologna. Renzo Morari di anni ne aveva 45, e svolgeva l'attività di negoziante di Malavicina di Roverbella, era sposato e aveva due figli. Sono morti assieme travolti da una frana staccatasi dal monte Catinaccio, mentre imperversava un violento temporale. Entrambi istruttori della scuola alpina della sezione mantovana del Cai, erano partiti la mattina di quel maledetto giovedì di trent'anni fa dal rifugio Gardeccia, per raggiungere il Vajolet, vicino a Vigo di Fassa, e da qui scalare la parete est del Catinaccio attraverso i 600 metri della Via Kiene, un percorso non particolarmente difficoltoso per due alpinisti come loro. Poi il temporale, con saette e violente raffiche di vento. Sulla cima del Catinaccio cadono anche una ventina di centimetri di neve. I due alpinisti non rientrano alla base e scatta l'allarme.
Le ricerche dureranno una decina di giorni, con l'arrivo sul posto anche di molti alpinisti mantovani che partecipano. Le speranze di ritrovarli vivi si attenuano col passare dei giorni, fino la sera del 21 agosto, quando i soccorritori vedono affiorare sotto lo strato di neve vicino ad un canalone il tessuto color blu. Erano i jeans del giovane Moccia e, a mezzo metro di distanza dal suo cadavere, fu rinvenuto anche quello di Morari".
La commemorazione dei due amici alpinisti Moccia e Morari, è iniziata, come abbiamo detto sopra, con la deposizione di un mazzo di fiori da parte di una staffetta del Cai di Mantova, è seguita con la posa in opera e la benedizione della Madonnina degli alpinisti da parte di Monsignore Busti, il quale in loro suffragio, ha celebrato la Santa Messa al campo. Un vecchio frate francescano, diceva che " dopo la mistica viene la mastica", in fatti, il raduno si è concluso al ristorante del rifugio il Vajolet.

La storia della madonnina.
Al termine del raduno, mentre ci apprestavamo a scendere verso valle, la signora Karin, la moglie del gestore del rifugio, con il suo fuoristrada ci ha gentilmente offerto un passaggio. Nel corso del viaggio, parlando della commemorazione e della benedizione della madonnina degli alpinisti, ci ha raccontato una singolare storia. Ci ha raccontato che diverso tempo fa, mentre si trovava nel suo piccolo paese in provincia di Bolzano, un pomeriggio dopo di aver riassettato la cucina e fatto le dovute pulizie, ha preso il sacchetto dell'immondizia e le ha deposte, come facciamo anche noi tutti i giorni, nel cassonetto, sistemato vicino alla sua abitazione. Quando ha alzato il coperchio, si è accorta che fra la spazzatura si trovava una statua raffigurante la madonna. Ha cercato di tirarla fuori, ma essendo pesante non è stata capace, quindi si è fatta aiutare da un signore suo conoscente. Portata nella sua abitazione, ha proceduto con cura alla sua pulizia e al termine l'ha sistemata su di un piedistallo di legno nel cortile della sua abitazione. Nei giorni seguenti, ha chiesto ai vicini di casa e ad altre persone del villaggio, ma nessuno ha saputo dare una spiegazione. Un mattino di primavera, quando la neve si era sciolta ed il sentiero era ritornato transitabile, ha fatto caricare la madonnina sul suo fuoristrada e l'ha portata al rifugio Vajolet.
Sicuramente non si tratta di un caso eccezionale, come quello della madonnina piangente di Civitavecchia, di cui hanno molto parlato i giornali o delle varie apparizioni della Madonna. Secondo il mio punto di vista, potrebbe trattarsi di una persona atea che si è venuto a trovare quella statua nella propria abitazione e si è sbarazzato buttandola nel cassonetto dei rifiuti. Oggi, nella nostra epoca consumistica, nei cassonetti dei rifiuti si butta di tutto, sono buttati non solo i gattini o i cagnolini appena nati, ma a dirittura i bambini rifiutati per ovvi motivi dalle loro madri. Il caso della madonnina che abbia trovato la signora Karin nel cassonetto del suo piccolo paese in Alto Adige, le nostre reminiscenze di Polizia giudiziaria, ci porta a pensare che senza dubbio si tratti di un furto vero e proprio e che l'autore dell'atto criminoso si è venuto a trovare alle strette dagli inquirenti e per non essere incriminato, ha creduto di disfarsene alla svelta della refurtiva trafugata in qualche chiesa o abitazione del luogo, buttandola nel cassonetto dell'immondizia.
Molti anni fa, nel corso della nostra carriera militare nell'Arma Benemerita, casi del genere erano all'ordine del giorno. A Genova, per esempio, nel corso di un'indagine, nella discarica lungo il fiume Bisagno, abbiamo trovato sotto la spazzatura alcuni quadri di carattere religioso di grande valore artistico, trafugati in varie chiese e abitazioni private della Liguria.
La statuetta rinvenuta dalla signora Karin, si tratta di un calco in cemento dipinta, di scarso valore commerciale, ma di grande significato religioso, perché riproduce l'immagine dell'Immacolata concezione. Oggi, è diventata la guida spirituale degli alpinisti che si apprestano a scalare quella meravigliosa montagna dolomitica del Vajolet, che con le loro alte cime bucano il cielo. Lo scrittore Mario Scarpa, così scrive delle Dolomiti: "E' un territorio grandioso, spettacolare ed intatto dove il romantico, il pittoresco e lo scenografico si fondono in armoniosa composizione. Se l varie ed infinite sono le catene montuose distribuite sulla terra, le Dolomiti risultano un particolare e prezioso dono che la natura ha minuziosamente modellato per rendere felice e gradevole la vita di una moltitudine di persone".

Creta:
L'isola di Minosse

Il mese di luglio, senza dubbi è il mese più indicato per le nostre vacanze. Nel passato abbiamo sempre scelto questo periodo per trascorrere le nostre vacanze estive e anche quest'anno non potevamo tradire le nostre abitudini. Siamo sempre stati tradizionalisti, ma come recita uno spot pubblicitario " è meglio cambiare"Noi non siamo esterofili Da due anni a questa parte abbiamo scoperto le bellissime spiagge della Tunisia, mentre l'anno scorso quelle dell'isola di Rodi, dove ci siamo sentiti come a casa nostra, non solo per la cucina, ma soprattutto per la lingua, dove tutta la popolazione, sia nei villaggi che nelle città parlano molto bene l'italiano, specialmente quelli della nostra generazione, per averlo imparato a scuola, quando l'isola era amministrata dal vecchio regime fascista. La sera, intrattenendoci nei negozi o nei bar, abbiamo notato che ancora oggi è vivo il ricordo degli italiani, che li ricordano non da invasori ma da veri italiani. Quest'anno, per non tradire il loro ricordo e l'affetto che hanno per il nostro Paese, abbiamo deciso di ritornarci, cambia la località, ma non la cortesia del popolo greco, scegliendo l'isola di Creta, l'isola più grande della Grecia, posta al centro del Mediterraneo, proprio vicino alle coste della bella Sicilia e della Calabria, dove affondano le radici dei coloni che fondarono la Magna Grecia. Creta, fu la culla della prima civiltà mediterranea, quella minoica, oltre alla possibilità di visitare siti archeologici come Knosson, offre diversi paesaggi e bellissime spiagge.
Creta è un'isola bellissima, ma soprattutto é un'isola mitologica dove visse Minosse, in greco ( Minos, re dell'antica Creta, dal quale derivò il nome alla civiltà dell'isola ( civiltà minossiana). Ai confini fra leggenda e la storia, da una parte fu ritenuto figlio di Zeus e di Europa, sposo di Pasifae, padre di molti eroi ed eroine, tra cui Deucalione, Clauco, Androgeo, Arianna, Fedra, ecc. amante di Scilla, di Pocri, ecc. dall'altra fu ricordato da autorevoli fonti ( Tucidide, Aristotile) come il potente signore di Gnosso, che, vinti i pirati, primo fra i Greci istaurò talassocrazia sull'Egeo, diede una saggia costituzione al suo popolo e si spinse nella colonizzazione fino alle coste dell'Italia meridionale. Sempre secondo una tradizione mista di elementi mitici e storici per vendicare l'uccisione del figlio Androgeo impose agli ateniesi il tributo ( annuo o novennale) di sette giovanetti e sette giovanette destinati al pasto del Minotauro e, per punire Dedalo fuggito dal; Labirinto, lo inseguì con una grande flotta fino a Camico in Sicilia, dove sarebbe morto per mano del re Cocalo ( il nome di questo re siciliano ha un'affinità con il nostro Cocolo, probabilmente in passato vi è stato un errore di trascrizione) e delle sue figlie per immersione in un bagno d'acqua bollente o di pece. Per il suo celebrato senso di giustizia, nell'oltre tomba ebbe insieme con i fratelli Radamanto ed Eaco, il sommo officio di giudicare i morti, secondo una credenza che perdurò fino al medioevo.
Le nostre reminiscenze scolastiche ci ricordano che il divino Dante lo pone, nel V Canto, in tale funzione, all'entrata dell'inferno, raffigurandolo come demone della lunga coda, con la quale si cinge il corpo un numero di volte corrispondente a quello del cerchio infernale cui l'anima è assegnata. Per molti critici moderni Minosse non è il nome di un re, ma come quello di faraone presso gli Egiziani, il titolo generoso del signore di Creta

"Stavvi Minos orribilmente, e ringhia;
Esamina le colpe nell'entrata,
Giudica e manda, secondo chi avvinghia
".

Minosse appare su monete cretesi come un personaggio garbato, munito di scettro, assai simile a Zeus; nei monumenti figurati si trova quasi sempre in posizione complementare ( vaso apulo di Canossa a Monaco di Baviera.).
Come abbiamo detto sopra, Creta è l'isola più grande delle isole greche, la quinta di tutto il Mar Mediterraneo. Abbiamo scoperto che l'isola di Creta è un mondo a sé, con tradizioni, cultura e storia indipendenti dal resto della Grecia. Riassumere con una parola quest'isola o in poche righe non è facile, anzi è impossibile, il suo fascino, lontano dai soliti allettamenti preparati in altri luoghi, è lento ma duraturo. Il fascino del suo paesaggio, dei suoi siti archeologici che ci riportano indietro di migliaia di anni, dei suoi antichi e coloratissimi borghi, insenature e spiaggette; è come quei profumi, che sembra debbono subito svanire, eppure resistono al tempo e penetrano di sé ogni cosa.
Nell'isola di Rodi, abbiamo ammirato un paesaggio con delle colline brulle ma ricco di uliveti e di pinete, qui a Creta il territorio è attraversato da tre catene montuose con cime che raggiungono i 2500 metri, ampi ferirteli vallate si estendono con brulle montagne e le dune di sabbia di Vai. Lungo le coste abbiamo ammirato nel nostro tour, ampie spiagge di sabbia e le baie rocciose di Lindos, che pressappoco sono come quelle della Sardegna e splendide calette, lambite dal mare di ogni sfumatura dal blu. Possiamo dire che Creta è una terra di contrasti e dai mille volti, con un clima eccezionale. Anche qui come a Rodi, abbiamo trovato un venticello ristoratore che attenuava i raggi cocenti del sole di luglio.
L'Hotel Anthoussa Resort, che ci ha ospitati per le nostre vacanze estive, si trova tra Chersonissos, Stalis- Malia una cittadina ai piedi di una collina bruciata dal sole, da dove si ammira il meraviglioso mare blu delle Cicladi', e dista soli 30 chilometri a est di Heraklion e a 25 km dall'aeroporto internazionale di Heraklion. E' un golfo meraviglioso, dove la vista si perde all'orizzonte tra cielo e mare. Malia è la continuazione del borgo di Stalis, e come Stalis è meta privilegiata dagli amanti della vacanza organizzata, la vivace Malia, sita sulla costa orientale di Creta, in questo periodo brulica di turisti internazionali che affollano le spiagge di giorno e le discoteche di notte. La località è circondata da un'atmosfera del tutto diversa. Qui si trova il Palazzo minoico, meno visitato, giace in rovine lungo la pianura costiera a est. La storia ci racconta, che il primo palazzo fu costruito nel 1900 a, C., ma come tutti gli altri grandi palazzi, venne distrutto nel 1700 a,C. e ancora nel 1450 a.C. Abbiamo visitato il sito che presenta molti elementi caratteristici degli altri palazzi minoici: la grande corte centrale con altare sacrificale, gli appartamenti reali, i bacini illustrati e i lucernari (corti). In un piccolo santuario nell'ala ovest del palazzo, è visibile sui pilastri il simbolo minoico religioso della doppia ascia. Oltre al palazzo, si notano i resti di una città ancora in fase di scavo, mentre a nord si trova il luogo di sepoltura di Chrysolakkos ( grotta d'oro). Qui furono rinvenuti importanti tesori, come il famoso ciondolo d'oro con le api, ora esposto al Museo Archeologico di Iraklio.
Le nostre serate in Hotel, erano rallegrate da un gruppo di animatori. Nel paese vi è un classico trenino, uno di quei trenini che si trovano in tutte le località turistiche e che è costruito in una località veneta. Con questo mezzo di locomozione, abbiamo visitato Stalis e Malia in lungo e in largo. Una sola strada collega queste due località, che praticamente sono unite. Ti sembra di percorrere una strada di Las Vegas in miniatura, per via della grande illuminazione. Ogni esercizio pubblico, commerciale e Bar, erano in gran pavese. In ogni locale vi era una piccola orchestra che diffondeva musica locale. Insomma, ci dava la sensazione di trovarci in una festa di paese. Questa strada era affollata da una massa omogenea di turisti, che come noi trascorrevano le loro vacanze turistiche e culturali.

Passo S. Pellegrino.
Escursione
Alle ore 6 del mattino del primo Luglio, i due grossi torpedoni hanno lasciato il piazzale del Palasport di Mantova, e si sono diretti al Passo di S. Pellegrino. Per la prima volta, abbiamo visto che due prestigiose associazioni mantovane, il CAI e il CRAL delle Poste, hanno deciso di organizzare insieme una facile escursione fra le montagne più belle delle Dolomiti. Questa escursione di oggi, non è una vera e propria escursione, ma una classica passeggiata, che ha visto giovani ed anziani escursionisti di entrambi i due sodalizi camminare fianco a fianco. Noi conosciamo molto bene questo itinerario, perché di solito il CAI, lo propone nel periodo invernale, quando c'è la neve.
Per chi non è mai stato in questo piccolo paradiso terrestre tra cielo, valli e montagne bellissime, al rifugio Fuciade ( m 1998), diremo che è una semplice e bellissima camminata di circa un'ora, partendo dal Passo S. Pellegrino, da quota 1919 m) Il percorso si svolge su di una comoda strada forestale, che s'inoltra in mezzo ad un bellissimo bosco di alte e chiassose abetaie. Percorrendo questa stupenda vallata fra antiche malghe e famose montagne e si raggiunge il rifugio Fuciade situato in una bellissima conca o altopiano, dove si può prendere il sole, mangiare al sacco o approfittare dell'ottima cucina dello stesso rifugio.
Giunti al rifugio le Fuciade, il numeroso gruppo, si è diviso in due tronconi, i più baldanzosi si sono diretti verso la splendida traversata della Malga Ciapela, ai piedi della Marmolada. Da Fuciade si prosegue fra un paesaggio da favola, lungo la bellissima Alta Via n. 2 delle Dolomiti, fino a raggiungere il Passo Forca Rossa dove, spettacolare ed imponente, gli è apparsa la parete sud della Marmolada. Da come spiega il programma, procedendo sempre per un bel sentiero senza difficoltà si scende a Malga Ciapela. Se lo desiderano, si può prendere la funivia e salire sulla Marmolada a 3229 m.: una esperienza unica, indimenticabile e se la giornata è tersa si vedono tutte le più belle cime delle Dolomiti. Oppure in pochi minuti si può raggiungere l'incredibile sentiero in mezzo alle alte, verticali e strette gole (Serai) di Sottoguida. Dislivello in salita 600 m- in discesa 1000. La traversata si prevede in 4/5 ore.
Quando Adriana, Marisa ed io, eravamo giunti al rifugio delle Fuciade, il grosso della comitiva era già transitato da un pezzo. Il nostro è stato un passo lento e sereno, una passeggiata distensiva e non era necessario sforzare le nostre stanche membra, perché, come recita un antico proverbio, "chi va piano va lontano". Una volta che si esce dal tunnel del bosco e ti appare quel paesaggio da sogno, ti sembra di essere in un altro mondo, in un mondo nuovo e meraviglioso, senti soffiare quel venticello che si era appena svegliato durante la nostra entrata nell'altopiano che degrada dall'alta montagna verso la valle da dove spunta maestosa e superba una delle meravigliose Pale di S. Martino. Non avrei mai pensato che sarei nuovamente ritornato fin quassù ad ammirare per l'ennesima volta le bellezze del creato in quest'altopiano bellissimo, dove si ammirano le montagne alte e meravigliose delle Dolomiti. Siamo saliti molte volte fin quassù, ma sempre d'inverno quando l'altopiano era ammantato di una coltre bianca di neve e dove il vento freddo soffiava dalla gola del Monte Omo. Il paesaggio era tutto livellato e ti dava la sensazione di percorrere una di quelle pianure della steppa russa, senza alberi, ma punteggiata da piccole Isbe. Oggi non è la solita escursione sulla neve, ma come abbiamo detto sopra, una distensiva passeggiata nel giardino incantato delle fate e dei folletti. Al posto della neve vi abbiamo trovato un mare d'erba e di fiori di campo. Ai margini piccoli queruli ruscelli scorrono fra i cespugli dell'erba e piccoli fiori che nascono a queste altezze: allora significa che ci ritroviamo più vicino al cielo.
Il grande altopiano è punteggiato da piccole baite, fienili e case d'abitazione, che nel periodo invernale ed estivo sono aperte dai proprietari per soggiornarvi e trascorrere al cospetto della meravigliosa natura la loro vacanza. Appena lasciato il bosco ed abbiamo iniziato ad avanzare sullo stretto sentiero di quel mare d'erba, uno stormo di taccole ci è venuto a salutare. Ormai, con tutti i turisti che ogni giorno e specialmente il fine settimana che salgono numerosi fin lassù, anche questi simpatici uccelli neri sanno come fare per accattivarsi la simpatia degli umani. Sono come i colombi che si incontrano nella stupenda ed unica Piazza al mondo come quella di S. Marco di Venezia, si posano sulle mani per prendere le briciole di pane e poi con il loro volo di formazione ti seguono fino al rifugio Fuciade. Luogo d'arrivo e di partenza per i turisti come noi. I contadini falciavano il fieno, mentre le mucche ruminavano vicino alla polla. Quello era un bellissimo quadretto quasi bucolico, idillico e dolcemente naturalistico, uno di quegli ambienti amati dal grande pittore Giovanni Segantini, figlio prediletto di queste montagne del Trentino. I suoi soggetti preferiti erano paesaggi montani, pastorellerie, idilli, del 1886 è la prima opera dipinta con tecnica divisionista, ma realizzò anche opere apparentemente naturalistiche, come la Raccolta del fieno o lo stupendo trittico allegorico "La natura la vita e la morte" rimasto incompiuto per la morte del pittore.
Proseguendo il sentiero che porta al rifugio Fuciade, abbiamo incontrato le moto slitte che dal Passo di S. Pellegrino, portavano i turisti che non in grado di raggiungere l'altopiano perché impediti da vari tipi di patologie al Ristorante del rifugio. Al loro passaggio, ci siamo accostati sull'argine e nell'occasione abbiamo ammirato le bellezze delle Pale di S. Martino, che in un certo senso, possiamo dire che erano ai nostri piedi. E guardando quasi da vicino i poderosi fianchi delle principali cime, e raccogliendo una serie di rare visioni panoramiche, ci sembrava che erano state scolpite da un grande artista, ma quello scappellino altro non è stato che il trascorrere del tempo e soprattutto dagli agenti atmosferici.
Il gruppo delle Pale è la denominazione più breve e comune di un insieme montuoso e compatto, che con la sua posizione meridionale chiude il settore delle Dolomiti occidentali. L'arditezza dell'architettura e la schietta espressione dolomitica, distinguono nettamente questo grandioso ed austero complesso, dal restante ed adiacente ambiente alpino. Dalla nostra posizione si poteva ammirare un susseguirsi di vallate e passi, e delimitando più o meno questo spettacolare mondo roccioso. Soltanto questa panoramica e spettacolare visione, ci ha ricompensati dalla fatica di raggiungere questo luogo, che abbiamo definito paradisiaco.
Passo dopo passo, seguendo il sentiero in mezzo ai prati verdi, siamo giunti alla meta. Davanti al rifugio e alla chiesetta dedicata ai caduti della montagna, cerano molte persone che aspettavano che un posto nel ristorante si rendesse libero. Per noi con c'era questa preoccupazione, perché l'amica Marisa, due giorni prima aveva prenotato un tavolo. Mancava Fabio il marito di Marisa, perché non si è sentito di rinunciare la splendida attraversata dal Passo San Pellegrino alla Malga Ciapela, che si trova ai piedi della Marmolada. Ha fatto molto bene, perché il prossimo anno non si sa quello che possa accadere e per fare un pranzetto ci sono altre occasioni. Quel giorno erano nostri ospiti, volevamo brindare e fare festa per il nostro genetliaco, festeggiato alcuni giorni fa in famiglia, ma anche senza l'amico Fabio, abbiamo brindato lo stesso al termine del pranzo, al cospetto delle meravigliose montagne che ci videro sempre in prima linea. Dopo pranzo ed il brindisi augurale, il caffè ci è stato servito sulla veranda, da dove lo sguardo si perdeva all'orizzonte tra cime scolpite dal tempo e prati verdi. Il giornalista scrittore Romano Battaglia, così scrive della montagna: "C'è un posto in cima al monte, fra fiori gialli e bianchi blocchi di marmo, dove si vede il mare brillare nella sera che muore. Fra odori di erbe selvatiche, dolci ricordi sciolgono il nodo alla gola che hai avuto nel giorno". Aveva ragione nel dire che c'era un posto in cima al monte dove si spegne la malinconia come il sole nel mare e ti senti libero perché sei ritornato ragazzo. Anche a noi, stando seduti sulla veranda a sorbire quel delizioso caffè, è successo la stessa cosa e abbiamo rievocato una pagina della nostra vita, ritornando ragazzo a giocare fra le cose perdute nel tempo. Si, ha proprio ragione, anche noi oggi abbiamo trovato in cima al monte un angolo bellissimo fra cielo ed alte cime da non scordare mai, perché tra i fiori gialli di questo splendido prato che ci sta di fronte e l'aria del meriggio, abbiamo ritrovato il dolce incanto di una felicità che dura da oltre 50 anni, di quella felicità che abbiamo condiviso con Adriana mia moglie e che non ci ha mai abbandonato.
Qui non c'è il mare all'orizzonte come si ammira dall'alto delle montagne della Versilia o da quelle della colorata e magnifica Liguria, ma un tempo molto lontano, circa settanta milioni di anni fa, le Dolomiti emersero dai flutti di un profondo mare sotto forma di un fantastico paesaggio chiazzato di scuro e di verde. Oggi le loro superbe e rosee vette puntano dritte al cielo e sembrano poi veleggiare nell'aria pura di questo silenzioso ed infinito spazio.
Un antico proverbio africano dice che " una montagna va salita passo per passo, la ricchezza si acquista passo per passo, la saggezza si raggiunge passo per passo". Abbiamo lasciato a malincuore quel angolo verde dove regna tanta pace e serenità, e passo dopo passo, come recita appunto, l'antico proverbio africano sopra citato, nel tempo stabilito, abbiamo raggiunto il Passo S.Pellegrino, dove il torpedone era nella attesa per andare a recuperare il gruppo degli escursionisti nella vallata dove sorge la Malga Ciapela.
Concludiamo questo nostro reportage di questi luoghi incantati con le parole di Guido Rey. Egli così scrive: "La montagna è fatta per tutti, non solo per gli alpinisti, per coloro che desiderano il riposo nella quiete, come per coloro che cercano nella fatica un riposo più forte".

Le spiagge del Fiume Po.
Oggi è sabato 23 giugno 2007, nelle ore pomeridiane, per digerire il lauto pranzo che Adriana ha preparato per il mio compleanno, ci siamo concessi una breve passeggiata lungo l'argine destro del Fiume Po. E' una giornata tipicamente estiva, il cielo é limpido e sgombro di nubi, ma il sole si faceva ancora sentire ed era splendente. Anche se intorno avevamo il mondo senza orizzonte della Bassa padana, e quello senza grandi picchi, con i suoi lunghi argini che fiancheggiavano il vecchio fiume. Dopo l'attraversamento del Po, siamo entrati in quel mondo senza orizzonte, descritto da Giovanni Guerreschi, e senza grandi picchi, di una prosa letteraria italiana che raramente era incline alle virtù di una secca agilità. Lui aveva un mondo linguistico tutto suo, qualcosa inventato dal niente e riprodotto con l'astuzia e la perizia dell'artigiano di genio. Proseguendo sull'argine sinistro, un cartellone pubblicitario stradale dove era riprodotta l'immagine di Don Camillo e Peppone, ci indicava che stavamo attraversando il borgo di Brescello, molto caro allo scrittore. Siamo entrati nel borgo e abbiamo rivisto i luoghi descritti, dove sono stati girati i numerosi film. Abbiamo rivisto la bellissima chiesa davanti alla quale sostava, tenendo per mano la bicicletta, un anziano sacerdote con la tunica nera, ma non era Don Camillo dei nostri ricordi e neppure Don Matteo. Attraversiamo il centro abitato di Brescello e ritorniamo sull'argine e all'incrocio, dove il grande ponte attraversa il vecchio e grande fiume, proseguiamo verso il borgo medioevale di Boretto. Adriana parcheggia l'autovettura in una traversa del centro storico e a piedi, ci siamo diretti verso il Porto Turistico- Fluviale - Regionale di Boretto, in provincia di Reggio Emilia, che è situato nel tratto centrale del fiume Po, che attraversa la Regione Emilia Romagna da Piacenza a Ferrara.
Boretto ha il più importante ed attrezzato Porto Turistico Fluviale che, con annessa vasta area del Lido Po, ne fa un punto di riferimento strategico per chi voglia scoprire le province di Reggio Emilia, Modena, Ferrara e Venezia. Posto sulla sponda destra del Po, il Porto di Boretto si trova direttamente a ridosso dell'argine maestro su cui scorre la S.S. 62 della Cisa, che lo divide dal centro storico del paese servito dalla linea ferroviaria Parma-Suzzara-Mantova.
Mentre seduti al tavolo del Bar del lido, prospiciente il grande fiume, il cameriere che ci ha servito il caffè, ci ha parlato della recente manifestazione nazionale, 47° Gran premio motonautico che si svolge annualmente lungo il fiume. Egli, ha continuato dicendo: Se fosti venuti pochi giorni fa vi saresti sicuramente divertiti. Infatti, domenica 13 maggio, a Boretto Po, si è svolto un appuntamento della motonautica Circuito: il Campionato Mondiale della F500, il Campionato Europeo della F/250 e le prove di Campionato Italiano delle classi F2 e Osy 400. Organizzatore di questa manifestazione è stata la Motonautica Boretto Po, in collaborazione il Comune di Boretto e le Infrastrutture Fluviali S.r.l. - A.R.N.I. A rappresentare i colori azzurri sono stati due piloti di grande esperienza, il friulano Tiziano Trombetta, vice-campione mondiale in carica nella F500, e il reggiano Mauro Bacchi (che ha vinto il titolo iridato dell'F500 nel 2002). Tre in totale le manches affrontate (ciascuna di 8 giri, km. 12, circuito di 1500 Mt.) per questa prima prova. La sfida principale è stata dunque proprio tra Havas e Trombetta, il quale era ben intenzionato a riprendersi il titolo che non è riuscito ad ottenere lo scorso anno. Del resto il pilota della Motonautica Boretto Po è stato campione del Mondo nella F500 per ben 5 volte nell'arco della sua carriera (nel 1992, nel 2000, 2003, 2004 e 2005)
Nell'occasione il cameriere ci ha mostrato alcune fotografie della competizione, regalandoci alcune che alleghiamo a questo nostro piccolo racconto di viaggio. Il simpatico cameriere, ci ha parlato inoltre dai vecchi tempi, quando Guareschi girava i suoi film a Bresciello e con il cast spesso venivano in questo locale per prendere il caffè. I critici letterari lo hanno così definito: "Pochi fronzoli letterari, molto ritmo, lessico da quotidiano, qualche sbandata nel sentimentale, miracolose accelerate nel comico, Con una macchina del genere ha raccontato storie che si sono bevuti in ogni angolo del pianeta, anche là dove la Bassa non se la possono immaginare, e un crocifisso non l'hanno mai visto, e la Fiera di Milano è un nome senza significato". Spesse volte ci siamo trovati, senza volerlo, nelle vicinanze del set, per motivi d'ordine pubblico, dove si giravano i suoi famosi film Peppone e Don Camillo, In un locale di Villastrada, In una di quelle occasioni, abbiamo avuto modo di conoscere il grande attore Gino Cervi.
Il sole era prossimo a tramontare e prima che la luce cessasse, abbiamo fatto quattro passi lungo la spiaggia. Durante il nostro percorso, abbiamo avuto modo di ammirare degli angoli veramente incantevoli, mentre le ombre si facevano sempre più lunghe. Sulla spiaggia c'erano ancora gli ultimi ritardatari che dopo una lunga giornata di sole, uno per volta lasciavamo l'arenile. La nostra passeggiata è proseguita lungo la sponda destra del fiume e di tanto in tanto, dalla sabbia emergevano pezzi di vecchi battelli, di barche, di elettrodomestici, di tronchi seppelliti da molto tempo sotto la sabbia. Causa la siccità, anche quest'anno il grande
Fiume si è molto ridimensionato, non è il fiume di una volta, quando le stagioni si susseguivano regolarmente e non c'erano queste grandi spiagge di sabbia e tutto questo materiale inquinante. Quando abbiamo lasciato le sabbie bruciate dal sole, per fare ritorno alla nostra autovettura, vicino al fiume c'era ancora una coppietta sotto l'ombrellone, sebbene il sole fosse tramontato da un pezzo.
Nel tardo pomeriggio del giorno dopo, siamo ritornati sulle sponde del vecchio e caro fiume ma questa volta siamo ritornati con il piccolo cavalletto di campagna, per ritrarre un angolo stupendo che ci aveva impressionato moltissimo il primo giorno, e con quel acquarello, apriamo questo nostro racconto escursionistico. In una delle tante golene abbiamo inoltre fotografato un campo di bellissimi girasoli, che ci richiamavano a quelli del grande pittore Vincent Van Gogh

Il Po si racconta.
Il Po. Non è facile come a dirsi, non è breve come il suo nome. E' il nostro grande fiume, il più importante di tutta la penisola, e questo tutti lo sanno. E' anche il più presente, il più visto, basta muoversi come abbiamo fatto noi quel pomeriggio. Per noi è stato molto semplice raggiungerlo, perché il nostro borgo di sapore medioevale di Campitello (Mn) dista appena 30 km. ma basta muoversi da o verso qualche grande città del nord e subito si attraversa su lunghi e moderni ponti autostradali che lo lasciano intravedere di sfuggita. Sicuramente a cento e più chilometri l'ora, dal finestrino di un'automobile sì dalla rapida sensazione di un'enorme corrente gialla e pigra, bianca di ghiaioni o di sabbia se si osserva in questo periodo estivo, gonfia e limacciosa durante le piene primaverili, che quest'anno non si sono verificate come era giusto fosse avvenuto e le spiagge si presentavano come si presentano oggi. Quello che si osservano sono le fuggevoli impressioni subito seppellite dietro i pioppeti delle rive delle verdi golene. Queste immagini lasciate alle spalle accumulando all'infinito piatti campi coltivati, appezzamenti regolari di mais e frumento cinti da chiassosi e lunghi filari di pioppi svettanti nel cielo sereno di Lombardia o del Veneto. Così con queste fugaci immagini, sempre le stesse, ripetute a ogni rapido attraversamento del Po, come succede, quando si attraversa la meravigliosa costa della coloratissima Liguria, in tutti gli innumerevoli affacci, quando si esce dalle lunghe gallerie e subito dopo si rientra nuovamente. Tutti abbiamo l'errata impressione di conoscere almeno un poco il grande fiume della vita. E' difficile fare la sua conoscenza perché nonostante le sue dimensioni in realtà è un fiume nascosto. Noi che abitiamo nella Valle padana da oltre 50 anni, a pochi chilometri dalla riva sinistra, il paesaggio coltivato spesso inganna, il fiume non si vede, un occhio attento lo indovina dietro un'altra fascia di pioppi che si snoda verso l'orizzonte. Per ammirare il fiume Po, nella sua bellezza ed interezza, bisogna andare direttamente sulle sue sponde o visitare uno dei tanti borghi che si affacciano sul fiume, come abbiamo fatto noi. Il suo è un paesaggio occulto, la sua atmosfera quieta e nascosta, e non concedendo spazio alla fretta, alle visite improvvisate. Il modo più indicato per conoscere questo grande serpente verde della Valle padana, bisognerebbe imbarcarsi su di un battello e navigare fino alla sua foce, oppure sbarcare nel porto di Venezia. La prima volta che l'abbiamo visto nella sua interezza, ci siamo imbarcati su di un Catamarano nel lago Inferiore di Mantova, navigando lungo il fiume Mincio e proseguendo lungo il Po fino a Venezia. E' stata un'esperienza unica nel suo genere.
Viaggiando lungo il fiume Po e sul Mincio, di uomini se ne incontrano sempre parecchi. Ma si tratta, in genere, di persone che con il fiume non hanno molto da spartire. Sono ben pochi, quelli nati sulle sue sponde: anche fra loro, quasi nessuno v'e l'ha più nel sangue, sia il fiume Olio come pure il Po. Come si faccia a essere innamorati di un fiume così, a sentirselo scorrere nelle vene, e poi, è una cosa difficile da capire. Siamo troppo abituati a seguire i richiami di una vita convulsa e diverso senso, per poter amare la quiete semplice del fiume, amare magari anche i suoi lati negativi, le zanzare che si levano dagli stagni, le nebbie persistenti e le piogge d'autunno, il limo vischioso lasciato dalle piene. Anche i figli degli ultimi fiumaroli la pensano così, in gran parte; e lavorano magari in una fabbrica o in uno stabilimento del Petrolchimico della città di Mantova, che abbiamo appena lasciato alle nostre spalle, o fanno i camerieri a Milano.
Mentre stavamo navigando nel cuore del parco del Mincio, il parco più bello del mondo, le due hostess del catamarano, si succedevano nel raccontarci la storia di Mantova e nell'illustrarci le bellezze del Parco, mentre una miriade di uccelli rari volavano da una pianta all'altra liberi e felici di vivere nel loro ambiente naturale. Sulla riva del fiume, di tanto in tanto, si vedevano i pescatori della domenica che attendevano che il pesce abboccasse. Guardando a destra e a manca, ovunque fosse bellezza di fertili campi ben ravviati al par di giardini e subito si scorge come l'agricoltura sia la principale fonte del benessere; ma qua e l'à sono sparse anche l'opera dell'umano ingegno, e su questo ci soffermeremo in breve. Mentre la pioggia continuava a scendere con una certa intensità, eccoti giunti a Governalo con le secentesche chiuse del Mincio; ecco l'industriale Ostiglia, che fu patria di Cornelio Nipote. Siamo nell'oltre Po; nei domini della contessa Matilde. E di lei scorgiamo subito i due segni caratteristici: l'amore per la sua terra che volle redenta dall'invadenza delle acque e dalla sterilità dello sterpeto, e la sua grande pietà edificatrice dei templi
Superiamo Governalo con la sua chiusa, e raggiungiamo la grande foce dove il Mincio diventa Po. Guardando quella acqua limacciosa che scorreva pigra e fiaccata, tanto che sembra di aver perso le sue forze. Quello è il luogo dell'incontro di due fiumi, é il luogo dove il cielo si fonde con il fiume ed il fiume si fonde con il cielo, ma soprattutto ti dà la sensazione di ammirare un paesaggio astratto e metafisico
A questo punto, il capitano dell'imbarcazione ci comunica che non è più possibile proseguire la navigazione lungo il fiume Po, poiché a causa delle continue piogge, il fiume ha raggiunto quattro metri d'altezza e quindi era pericoloso proseguire fino a Ferrara, a causa anche del galleggiamento in superficie di tronchi e alberi. Il catamarano, ha effettuato un largo giro nel centro della foce del grande fiume Po ed ha invertito la rotta, facendo ritorno nel piccolo porticciolo di Governalo, dove sull'argine il nostro pullman era nell'attesa, per proseguire il nostro viaggio fino alla città di Ferrara. Peccato di questa interruzione fuori programma, ma è stato necessario questo cambiamento di rotta, per garantire l'incolumità di noi turisti e del natante. Possiamo essere altresì contenti, perché non è stato tutto perduto. Abbiamo navigato nelle acque del vecchio fiume Mincio, in quello che nel medioevo era stato definito l'autostrada fluviale che collegava Mantova a Ferrara. Siamo transitati in mezzo a quel meraviglioso parco, in quel incantevole luogo dove regna il silenzio, la bellezza, la fauna, la flora, la poesia e dove il paesaggio si fa aperto e desolato, gli alberi cedono a un'immensa campagna piatta, emergono dopo l'argine le cuspidi dei campanili, le facciate delle chiese, le case e le corte sparse di mattoni rossi lungo il fiume, i piccoli orti, i cortili con il forno a legna ed i filari di viti carichi d'uva pronta per essere vendemmiata, mentre i pescatori continuano pazientemente a pescare quel pesce che non abbocca mai.
Mano mano che ci si avvicina al delta, aumentano i luoghi degni di una visita più approfondita, e magari di una visita non affrettata, ma attenta: di conseguenza, aumenta anche il tempo che bisognerebbe dedicare all'itinerario, possibilmente in una giornata splendida di sole e non come quella sotto un cielo plumbeo, grigio e piovoso. Magari solo a Mantova e dintorni, infatti, anche a prescindere dai valori architettonici e storici, la bellezza dei famosi laghi, che abbiamo ammirato nella loro stupenda bellezza, il corso e la foce del Mincio, già da soli giustificano abbondantemente una giornata di vagabondaggio per la pianura.
Arrivando poi fino ad Ostiglia, un appassionato naturalista non può lasciarsi sfuggire all'occasione di visitare, finché resiste, quel ultimo splendido frammento delle antiche foreste padane, che è costituito dall'isola Boschina. Si, è vero, occorre la barca, naturalmente, ma può essere noleggiata sul luogo. Un lungo ponte collega Ostiglia con Revere, sulla sponda opposta, antichissima cittadina che risale all'epoca etrusca, e che nel suo pregevole palazzo ducale ospita il Museo del Po.
Da Ostiglia si può ritornare verso Mantova in sponda destra, per Pieve di Coriano, Quincetole, San Benedetto Po. Oppure, per la splendida vista sul fiume e sui terreni golenari, di percorrere verso valle l'argine sinistro del Po, che venendo da Ostiglia si può imboccare prima di Melara, continuare di qui fino a Bergantino e Castelmassa, spingendosi magari fino allo storico paese di Ficarolo, dove avvenne una delle più tremende rotte del Po. In quel ultima escursione, che abbiamo effettuato molti anni fa, ci è rimasto impresso il grande campanile di Ficarolo che domina fin da lontano la campagna, con la sua caratteristica siluette inclinata come la torre pendente di Pisa.
Sono passati i tempi del mulino del Po, sono praticamente scomparsi i traghetti con la fune tesa da una sponda all'altra, anche gli ultimi ponti di barche sono ormai rimpiazzati da alti ponti di cemento armato con le loro campate proiettate a sfuggire al fiume, come per paura di bagnarsi i piloni. Così accade, invece, che due o più persone come noi vadano in cerca proprio di un ponte di barche, col lanternino, e dopo di averne trovato uno. Senza fare tanta strada, ne troviamo uno proprio a due passi da Campitello, dietro casa nostra, sul fiume Oglio, a duecento metri circa dove l'Oglio in aperta pianura sfocia e si fonde con il grande fiume Po presso Gazzuolo, formando un angolo tranquillo dove gli uccelli acquatici hanno trovato il loro habitat naturale e allora, siamo tutti felici come bambini sulle giostre. Poco tempo fa, le autorità locali e provinciali, hanno minacciato di fare sparire anche questo, come è successo con gli altri ponti e i famosi mulini del Po, di cui il grande scrittore Riccardo Baccelli, nel suo libro " Il mulino del Po" (1938-1940), ne racconta la trilogia in cui è narrata la storia e la vita di tre generazioni di " molinari", ma per fortuna, non si sa fino a, quando, il ponte di Torre d'Oglio è ancora in piede e funzionante. Questa località, come Boretto, Brescello, Viadana, Commessaggio, Gazzuolo, Pomponesco e Torre d'Oglio. Sono tutti luoghi dove Giovanni Guareschi si è ispirato per scrivere il suo libro: "Peppone e Don Camillo". Concludiamo questo brano con le stesse parole in cui lo abbiamo iniziato: " anche se intorno aveva un mondo senza orizzonte della Bassa padana, e quello, senza grandi picchi, di una prosa letteraria italiana che raramente era incline alle virtù di una secca agilità. Lui aveva un mondo linguistico suo particolare, qualcosa inventato dal niente e riprodotto con l'astuzia e la perizia dell'artigiano di genio. E' doveroso citare un altro grande scrittore, Giovanni Nuvoletti, figlio prediletto di queste antiche terre della Bassa padana, che ha saputo guardare in quel mondo che fu per attingervi quel colore di verità che rende viva e durevole ogni rappresentazione. La storia di questo libro " Matrimonio mantovano" è tipico di una grande provincia italiana. Il suo territorio si estende dai confini occidentali della Lombardia e dell'Emilia e arriva nel Veneto seguendo il corso del Po: e non a caso il teatro dell'azione si trova appunto a Gazzuolo, bagnato dal fiume Oglio, che a pochi chilometri si getta nel grande fiume Po, il fiume della vita.
La nostra passeggiata di un giorno di festa, termina qui tra ricordi ed incantevoli visioni di un paesaggio senza tempo. Il poeta così scriveva del grande fiume:

"C'era una volta….
Ieri",
una vecchia canzone d'amore sempre viva,
sentita su le cime dei pioppi
alte su le golene del nostro vecchio fiume,
Il fiume della vita

Le Grotte di Toirano.
Racconto escursionistico

Maggio e giugno sono i mesi che preludono non solo alla stagione più calda, ma anche a quelle dell'escursionismo, sia sui sentieri alpini che nelle località turistiche del nostro bellissimo Paese. Ben ha fatto il Cral delle Poste di Mantova, dopo la magnifica esperienza del Gran Tour di primavera nella Turchia, dove abbiamo visitato la bellissima città-stato di Istanbul, dove l'occhio si perde tra cielo e mare, l'Asia Minore con la Cappadocia e le coste del mare Egeo, dove si trovano i maggiori siti archeologici Greco Romani, che abbiamo visitato uno ad uno. Dopo questo bellissimo viaggio, non potevamo esimerci dal visitare alcune località a noi molto care della bellissima Riviera dei fiori in questa gita organizzata dallo stesso ente alle Grotte di Tirano.

La Lombardia, da dove noi oggi 2 giugno, nelle ore antilucane, siamo partiti alla volta della coloratissima Liguria, non è soltanto la regione dei colori velati dalla nebbia, ma in questo periodo è un susseguirsi di panorami incantevoli e sensazioni suggestive, quasi al limite dell'irreale, dove si ammira un paesaggio bellissimo dove lo guardo si fonde all'orizzonte tra cielo e terra, ma la Liguria è un'altra cosa e per chi non la conosce è una regione da scoprire, per gustare l'essenza della sua bellezza.
Giove Pluvio, in questo fine settimana, sicuramente era adirato con Nettuno il dio del mare e con Tritone, che nella mitologia classica,è un'altra divinità marina, che é rappresentato mezzo uomo e mezzo pesce e così li ha voluto punirli con una serie di temporali e pioggia scrosciante, interessando alcune località della verde Valle Padana, ma il mattino del due giugno, pioggia e non pioggia, il nostro grosso torpedone sfrecciava ad andatura turistica verso l'Autostrada dei fiori, sotto una pioggerellina che quasi accarezzava il paesaggio. I primi raggi del sole ci colsero in quella lunga e sottile striscia di costa ai piedi di montagne coperte di pini, ulivi, vigneti e sormontata da bellissimi e caratteristici borghi antichi e colorati, che dall'alto, come vedetta guardano il mare. Qui case color pastello si crogiolano al tiepido sole del Mediterraneo, mentre i loro giardini, fiorenti nel dolce clima, risplendono di piante colorate. In contrasto con la località come Portofino, Portovenere e Sanremo, la laboriosa città di Genova, per secoli uno snodo marittimo di immenso potere, è la sola grande città. Oggi, protette dalle scoscese scogliere che si innalzano sul mare, case di sbiadita eleganza si estendono lungo la costa, specie a Sanremo e Bordighera, dove gli aristocratici solevano trascorrere i loro inverni alla fine del secolo scorso. Parlando di queste eterne e chiassose scogliere, ci vengono in mente gli immortali versi del grande poeta Eugenio Montale, un figlio prediletto di quest'antica e meravigliosa terra. Egli così scriveva di Portovenere:


" Là fuoriesce il Tritone
Dai flutti che lambiscono
Le soglie di un cristiano
Tempio, ed ogni ora prossima
È antica. Ogni dubbiezza
Si conduce per mano
Come una fanciullezza."


La moderna e panoramica Autostrada, che scorre sulla cresta della costa, il pullman corre più sovente sottoterra che sopra. Ma quale incanto! Allorché sbuchi fuori di una galleria ti si presenta una fuggente visione: sono rocce aspre, dirupati, precipizi, aridi uliveti o verdeggianti distese, pini chiomati e un mare di un azzurro scintillante, che in modo continuo ora lentamente si frange a riva ora si presenta in tutto il suo furore; e su, in alto, un grazioso villaggio annidato fra il verde; poi un fruscio ed eccoti di bel nuovo al buio.
La costa è disseminata di insenature e, qua e là, s'incontrano popolose cittadine che attestano la fluorescenza della riviera occidentale. Attraversiamo lunghi noti ed altissimi viadotti e poi una lunghissima galleria che attraversa la montagna e la pianura dell'entroterra di Alberga e subito dopo di quella di Capo Mele, che non ci permette di vedere la bella cittadina balneare di Alassio e quella di Laigueglia, ma subito dopo, come d'incanto, dall'alto del lunghissimo viadotto, possiamo ammirare sulla nostra sinistra la verde vallata e la bella cittadina di Andora, la nostra Andora, che ci ha accolti per diversi anni nel suo seno e dove affondano le radici della nostra famiglia.

Negli anni Cinquanta dalla bellissima città di Alessandria, in seguito al nostro matrimonio,siamo stati trasferiti nell'incantevole Borgo marinaro di Andora, dove abbiamo prestato servizio istituzionale nell'Arma Benemerita, e la nostra permanenza in quella località di mare, si è protratta fino al 1967. In questo periodo, è nata nostra figlia Tiziana. Andora è formata da un complesso di una trentina di piccole ridenti borgate, raggruppate in cinque frazioni o parrocchie: S. Pietro, il capoluogo, S: Giovanni, Rollo, Conna e S: Bartolomeo, disseminate sopra un territorio ora pianeggiante ed ora montuoso, ricco di olivi, di vigneti, di ortaggi e di frutta. Abbondante vi è la pesca. Oggi, in quella verdeggiante vallata è nata una grande città di mare, con palazzoni che deturpano quel ridente paesaggio bucolico. Andora, oltre che una località di mare, è una località storica. Nel 967 l'imperatore Ottone I, perdonando alla propria figlia Adelasia la fuga d'amore con Aleramo, assegnava a costui il Marchesato del Monferrato, al quale incorporava il territorio di Andora, che successivamente passò al Marchese Teti del Vasto, quindi ai Clavesana. In seguito poi a guerre fra Genova guelfa ed Alberga ghibellina, i Clavesana, nel 1252, cedettero alla Serenissima il feudo di Andora per otto mila lire genovesi. Così Andora seguì le sorti di Genova e quindi dei Savoia.

Il grosso torpedone ha attraversato il lungo viadotto panoramico e poi di nuovo è sparito nel lungo tunnel per apparire subito dopo nella piana di Cervo e di San Bartolomeo, un borgo medioevale immerso fra i verdi uliveti e poi, di nuovo è sparito e riemerso sopra la città balneare di Arma di Taggia, centro della Liguria. L'abitato si prolunga nel lungomare fino allo scoglio di Santo Stefano, ove si apre una grotta preistorica o arma, da cui la località prende nome; oggi è parzialmente occupata dalla chiesa dell'Annunziata. Stazione climatica e balneare e centro di floricoltura industriale, dove lasciamo l'autostrada e attraversiamo la moderna cittadina di mare per raggiungere il borgo medioevale di Castellaro, barbicato su di un grazioso poggio di verdeggianti uliveti. Per raggiungere l'Hotel Castellaro, base d'arrivo e di partenza, dove il nostro torpedone che ha dovuto percorrere una strada stretta e tortuosa con delle curve a gomito che faceva venire persino le vertigini alle nostre signore. Raggiunto il culmine, la strada si restringe e le curve e contro curve si susseguono in una discesa molto ripida, ma finalmente, verso le ore 11 circa, la nostra corsa è terminata nel piazzale di fronte all'Hotel di nuova costruzione, che dista appunto da Taggia 4 km. Di lassù si ammira un paesaggio bellissimo tra cielo, terra e mare, dove germogliano gli eterni ulivi. Dopo il benvenuto e l'assegnazione delle camere, ci è stato offerto un aperitivo nella attesa del pranzo.

Quest'Hotel, è posizionato in una zona collinare molto panoramica, con vista mare, circondato dal verde del campo di golf, che offre ai suoi ospiti un insieme di servizi di altissimo livello. Il Campo Golf è un percorso a nove buche con ampi campi pratica illuminati e club house in posizione centrale rispetto all'intero complesso. Leggiamo in un depliant, che il Resort è formato da un hotel con 64 camere e da 120 appartamenti vacanza costruiti nel tipico stile dei borghi liguri, splendidamente inseriti in un parco di 25 ettari L'albergo, posizionato strategicamente, ci ha accolti in un'ampia reception,dove si trova l'elegante sala ristorante con vista sul mare,il bar e gli ampi soggiorni che completano lo charme. La grande piscina esterna si trova davanti all'hotel, circondata da un bellissimo giardino verde e punteggiato da piccole piante d'ulivo . Il centro congressi, con reception ha sale modulari per banchetti e riunioni, feste e spettacoli fino a 800 posti, dotate delle attrezzature più moderne per accogliere adeguatamente ogni evento. Sport e relax, sono garantiti, inoltre, da tennis, calcetto, squash, basket, pallavolo, parco bimbi, biciclette e percorso salute. Per gli amanti dei cavalli, adiacente al complesso, troviamo un maneggio per equitazione ed escursioni verso l'impagabile entroterra, ricco di natura e tradizione, ma quello che incornicia questo luogo è il meraviglioso paesaggio, il paesaggio tipico della Liguria, con i suoi borghi antichi , la costa e il mare blu.

GROTTE DI TOIRANO

Nel pomeriggio, siamo ripartiti da Castellaro, e a ritroso abbiamo raggiunto Borghetto Santo Spirito, da dove s'inerpica la strada provinciale che porta alle Grotte di Toirano. In passato, parlo di molti anni fa, quando eravamo di stanza ad Andora Marina, con Adriana mia moglie, in una giornata caldissima del mese di luglio, in sella alla nostra Vespa 150 Special, raggiungemmo la grande vallata di m Toirano, chiusa fra due alte montagne, dove spirava un venticello fresco e delizioso, che faceva piacere fare quattro passi fra quei sentieri dove sorgono le grotte di Toirano. Quindi, da tempo, conoscevamo le bellezze di quelle famose grotte, come pure Borghetto Santo Spirito, che è una ridente borgata, situata alla foce del torrente Varatela, alle falde del Monte Piccaro; mutò l'antico nome di Capo d'Anzio nell'attuale traendolo dall'antichissimo ospedale di Santo Spirito costruito sul vicino capo omonimo. La storia ci racconta che fin dal 1440 si resse con statuti propri. Nel 1600 fu occupato dai Saraceni. Nel 1794 i francesi fortificarono la linea detta di Santo Spirito che dal Monte Croce va alla Bocca Barbena e di là resistettero ai fierissimi assalti delle truppe austro-sarde.
Gli abitanti sono dediti all'agricoltura, specializzati specialmente nella produzione di pesche pregiatissime per varietà e squisitezza. Di olio e di ortaggi, specialmente asparagi primaticci, come quelli che si producono ad Alberga.
La pittoresca strada tagliata nella rupe di Capo S. Spirito, su cui sorge il castello Borelli, in un susseguirsi d'incantevoli panorami che conduce a Ceriale, mentre quella a monte ci porta dritto alle Grotte di Toirano. Percorrendo la strada che da Borghetto S. Spirito raggiunge Toirano salendo poi verso il Giogo di Toirano si rimane subito colpiti dall'eccezionale paesaggio rupestre circostante. Sono le rocce calcaree e dolomitiche a conferire un aspetto spesso aspro e tormentato alla valle, così come è da imputare a questo tipo di roccia, facilmente erodibile dall'acqua, la presenza di uno dei più importanti complessi di cavità naturali d'Italia, le cavità carsiche. Ai piedi del grazioso borgo di Toirano si trovano una serie di grotte straordinarie che contengono reperti dell'era Paleontolica, risalenti a 80.000 anni a.C. In questa località i nostri amici erano attesi dalla guida locale che li ha guidati attraverso la Grotta della Badsura, che gli hanno permesso di ammirare chiare impronte umane e di animali, e una collezione di ossa e denti d'orso preistorico nel " cimitero degli orsi". Nella Grotta di S. Lucia, anch'essa meta di visite guidate, hanno ammirato in tutta la loro bellezza le luminose e colorate stalattiti e stalagmiti. In fine hanno visitato il Museo Preistorico della Val Varatela, che all'entrata della Grotta della Basura espone i ritrovamenti avvenuti nelle grotte, e un modello di orso preistorico. Questo Museo è ubicato nel Piazzale delle Grotte ed è aperto tutti giorni.

Le Grotte di Toirano. Quest'ultime si raggiungono con una breve deviazione lungo la strada per il Giogo di Toirano ed offrono la possibilità di effettuare al loro interno un suggestivo percorso della durata superiore ad un'ora. Le grotte, infatti, sono state attrezzate e predisposte alla visita. Soprattutto ciò è stato fatto per la Grotta della Basura (o della Strega) al cui interno si susseguono affascinanti concrezioni di stalattiti A partire dal "cimitero degli orsi", un enorme accumulo di ossa di Ursus Spelaeus, per passare al "corridoio delle impronte", caratterizzato di calchi di torce, unghiate d'orso e impronte umane che dimostrano come l'uomo di Cro Magnon, circa 14.000 anni fa, cacciasse l'orso nelle caverne, illuminandole con torce. Questo fantastico mondo meta di geologi, antropologici e archeologi da tutto il mondo è stato collegato, con un traforo artificiale, alla grotta di S: Lucia Inferiore.
Una volta superato Borghetto Santo Spirito, per raggiungere le famose grotte bisogna percorrere un sentiero asfaltato e alquanto ripido e superare un dislivello di oltre 400 metri, su per una montagna brulla e alquanto faticosa. Adriana ed io, per un tratto del sentiero, abbiamo seguito i nostri amici, ma quando il sentiero si è fatto più ripido, e una pioggerellina incominciava a cadere, rendendo il selciato scivoloso, abbiamo desistito e siamo ritornati indietro fermandoci nel Bar Ristorante delle Grotte, dove al coperto e comodamente seduti ad un tavolino, abbiamo atteso l'arrivo del gruppo dei mantovani. Al Bar delle Grotte, ci è stato servito un buon caffè, che ci aiutasse a digerire il pranzo di mezzogiorno.
I nostri amici Maria e Fabio, grandi amici di una vita escursionistica sui sentieri dolomitici, come pure gli altri nuovi, con il gruppo dei mantovani, accompagnati dall'amico Ignazio Finocchiaro, hanno visitato le decantate Grotte. Tutta la comitiva, la maggior parte costituita da anziani, è ritornata alquanto provata dalla faticosa escursione ma felici di aver ammirato le bellezze della natura, custoditi gelosamente all'interno di quelle grotte create in milioni di anni dalla natura.

Dopo la visita di queste bellissime grotte, la comitiva ha fatto ritorno nella cittadina di Arma di Taggia, raggiungendo la località di Castellaro, dove ci attendevano per la cena. Dopo cena, il programma prevedeva un'escursione nella città dei fiori di Sanremo, meglio conosciuta dalla maggior parte degli italiani, come la capitale del festival della canzone italiana, che dista soltanto dall'Hotel Castellaro, solo 5 km, per visitare quella rinomata città di mare, con le sue bellissime Piazze e i famosi carruggi, ma per motivi tecnici non è stata effettuata. Noi che conosciamo molto bene questa stupenda città di mare, cerchiamo di raccontare qualcosa di lei. La città si divide in antica e moderna. La parte antica sta sul colle con viuzze e case alte, vetuste. Vi si ammirano ancora gli avanzi della Porta S. Giuseppe. La moderna invece si estende lungo la spiaggia, sopra un terreno pianeggiante ed è ricca di monumenti di famose passeggiate lungo il mare, di ville con giardini coltivati a diverse e rare vegetazioni.
In passato, quando abitavano ad Andora, abbiamo ammirato i grandi e lussuosi alberghi, un tempo dimora prescelta da principi e da re, oggi è frequentatissima dagli stranieri, che numerosi vengono a chiedere salute e pace al tiepido clima sanremese.
Bello il monumento a Garibaldi di Leonardo Bistolfi e quello ai Caduti della grande guerra; attraente la chiesa russa con splendide cupole dorate e ricca decorazioni esterne; imponente il Casinò, che per eleganza e frequenza di giocatori, gareggia con quello di Montecarlo ed è fonte di un notevole cespite, che dà modo al Comune di accrescere il patrimonio di naturale bellezza e rendere quel soggiorno sempre più delizioso e desiderato.
La storia ci racconta che Sanremo era floridissima fin dal tempo della repubblica genovese. E' meraviglioso passeggiare al chiaro di luna lungo i giardini fioriti prospiciente il mare placito e sereno.
Il giorno successivo, dopo la prima colazione, siamo partiti alla volta di Montecarlo, per visitare la stupenda Rocca e il centro storico. Nel nostro tragitto, abbiamo attraversato, dopo Sanremo, la bella città di Bordighera, che ci ricorda il nostro lungo soggiorno nella primavera del 1946. La città è adagiata a poggi e ricoperti di ricchi uliveti, disseminati di giardini, di eleganti ville, di palme che prosperano un po' ovunque, è stazione invernale preferita specialmente dagli stranieri e primi fra tutti dagli inglesi, per il clima mite e costante, per gli incantevoli panorami e le solatie passeggiate

La città di Bordighera, d'origine preromana, fu fondata sul Capo di S. Ampeglio da pochi villici convenuti dal vicino contado. Subì ripetute invasioni dai Saraceni, fu distrutta e poi riedificata sotto la breve dominazione della vicina Ventimiglia; nel 1499 passò a Carlo VIIII, verso la fine del 1504 ai Genovesi, quindi ai Savoia per ritornare, nel secolo XVII, a Genova, da cui otteneva, nel 1686 d'essere staccata da Ventimiglia e di costituirsi comunità indipendente.
Al centro della sua attività, vi è l'industria alberghiera, nelle frazioni prevale la cultura degli ulivi, ma più ancora quella dei fiori: rose, garofani, mimose, e delle palme, le cui estremità sono annodate per preservare i getti dai raggi solari e far loro acquisire quella bianchezza che tanto piace, prezioso prodotto che ogni anno prende la via di Roma, per la Domenica delle Palme.
Attraversiamo le vallate di queste due bellissime città, le colline e la fascia costiera coltivate a fiori, le cui serre in vetro riflettono i raggi del sole e proseguiamo verso l'antica e storica città di Ventimiglia attraversata dal Fiume Roya. Oltrepassiamo il confine di Stato con l'a Francia ed entriamo nel territorio del Principato di Mantecarlo.


IL PRINCIPATO DI MONACO

Dopo il confine di stato, tra l'Italia e la Francia, da un affaccio sulla Costa, ci appare nella sua meravigliosa bellezza e incassato tra la montagna e il mare, il Principato di Monaco che è divenuto, col passar degli anni, un polo d'attrazione internazionale ed un centro turistico molto famoso in tutto il mondo. Il pesante pullman, sul quale stavamo viaggiando, ha lasciato l'Autostrada che porta a Nizza ed ha svoltato verso sinistra, entrando nella stupenda città Monegasca di Monte Carlo.

All'altezza delle piscine, dove c'erano ancora tutte le impalcature del Gran premio di Monte Carlo, la strada che porta sulla Rocca, devia verso destra e penetra con una lunga galleria nel cuore della montagna e si ferma nel posteggio sotterraneo. Scendiamo dal pullma e una scala mobile ci porta in superficie, proprio dietro la Cattedrale e il meraviglioso giardino botanico, dove ammiriamo piante esotiche e di ogni genere, nonché un paesaggio mozzafiato tra cielo e mare. Seguiamo la strada che ci porta al Castello del Principe. La grande Piazza è affollata di turisti di ogni nazionalità. La giornata è meravigliosa ed il sole illumina la storica rocca. I turisti armati da cinepresa e macchine fotografiche scattano in continuazione fotogrammi su fotogramma, per portarsi a casa come souvenir l'immagine di questo sperone dove sorge il palazzo del Principe. Nella precedente visita, avvenuta molti anni fa, i muri del Palazzo e delle case circostanti erano scrostate e scolorite dal tempo. Oggi, è tutto restaurato, come pure la grande Piazza e i carruggi del centro storico che ci raccontano la sua storia.
La storia del Principato di Monaco si perde nella notte dei tempi ed è legata inesorabilmente alla Famiglia Grimaldi.
Il nome di Monaco proviene, a quanto pare, da quello di una tribù ligure che si stabilì in questa regione. Anticamente, secondo Strambone, l'antico porto di Ercole di cui parlarono molte leggende del bacino del Mediterraneo, ebbe il nome di Portus Heruculis Monaci. Da questo porto, frequentato da tutti i navigatori dell'antichità, fenici, greci, cartaginesi, massoliori, romani, nacque l'importanza di Monaco. Il resto della storia di Monte Carlo, ce là raccontata magistralmente la nostra guida locale, signorina Marianna, mentre viaggiavamo sul nostro torpedone da Castellano verso Monte Carlo:
"Nel XII secolo, i genovesi si fecero concedere dall'imperatore e Re di Germania Enrico VI la sovranità del porto e dello sperone roccioso di Monaco. Nel 1215 crearono la fortezza, trasformata attualmente in Palazzo dei Principi. Nel 1295 i Grimaldi, grande famiglia genovese del partito dei guelfi, si esiliarono in Provenza, quando il partito dei ghibellini assunse il potere a Genova. È infatti questa casata che ha dato una dimensione di regno e stato, a questo scoglio roccioso su cui già popolazioni liguri avevano eretto una fortificazione. L'epopea della Famiglia Grimaldi sembra iniziare con un certo Grimaldi, Console di Genova che ha dato il nome alla nobile discendenza. Siamo nel Medioevo, ed è durante gli scontri tra Guelfi e Ghibellini che a Monaco arriva Francesco Grimaldi di parte Guelfa, fuggito da Genova e fautore di una rocambolesca avventura che lo vide camuffarsi da frate francescano per poter entrare nella rocca di Monaco e conquistarla. Questo astuto stratagemma, regalò alla Famiglia Grimaldi, il possesso della rocca e a Francesco, l'appellativo di "Malizia". Da allora questo promontorio roccioso di grandissima importanza a livello strategico, ha subito continue dispute di casati locali, ma la grande destrezza militare ed abilità diplomatiche dei Grimaldi, hanno garantito sino ad oggi, il possesso di questa zona. Commercianti, pirati, condottieri di ventura, Ammiragli e Principi, la Famiglia Grimaldi è stata, ed è, una delle famiglie storicamente più interessanti nel panorama della nobiltà mondiale. Lo stemma della famiglia Grimaldi, in cui sono rappresentati due monaci armati, ricorda questa impresa. L'occupazione dei Grimaldi durò solo quattro anni, e nel 1301 dovettero evacuare la piazza e restituirla alla Repubblica di Genova.
Dopo numerosi peripezie, i Grimaldi tornarono a Monaco guidati da Carlo I considerato come il vero fondatore della Casa di Monaco. Fu questo sovrano che realizzò le modifiche più importanti nello sperone di Monaco e nelle sue fortificazioni, e ingrandì i suoi possedimenti comprendo la Signoria di Mentone e quella di Roccabruna. Nel 1524, per il Trattato di Burgos, Monaco si mise sotto il protettorato spagnolo. Nel 1633, la Spagna riconobbe ad Onorato II il titolo di Principe. Il trattato di Peronne del 14 settembre 1641 assicurò, a sua volta, l'amicizia protettrice della Francia col Principato. Il 15 febbraio 1793, il Principato fu annesso alla Francia secondo la Convenzione. Monaco fu allora ribattezzato con il nuovo nome di Fort d'Ercule. Dopo 21 anni, il Principe Onorato V assunse i suoi diritti. Il Principe Alberto I promulgò la prima Costituzione del 5 gennaio 1911. Gli successe nel 1922 il Principe Luigi II, sotto il cui regno ebbe luogo il Primo Gran Premio Automobilistico di Monaco (1929). Suo nipote. S.A.S. Principe Raniere III, è salito al trono il 9 maggio 1949, e ha fatto del suo paese uno Stato moderno pronto ad entrare nel terzo millennio.
Oggi, questa importante e prestigiosa tradizione, è portata avanti da S.A.S. il Principe Alberto II di Monaco che con grande generosità e semplicità, porta avanti il percorso inaugurato da suo padre Ranieri III nel rendere Monaco, un centro di attrazione turistica a livello internazionale ed un florido punto di riferimento per l'imprenditoria mondiale
Monte Carlo, quartiere del principato di Monaco, che si estende a NE della vecchia Monaco, dove noi oggi ci troviamo, per la bellezza della sua posizione è divenuto uno dei più famosi centri turistici internazionali, soprattutto per il suo casinò, eretto nel 1858. Vi sorgono anche i più importanti alberghi del principato.
Dopo l'escursione nel borgo antico di Monte Carlo, con i suoi carruggi come quelli che si possono ammirare nella città di Genova e nei borghi della Costa ligure, con le stradine acciottolate e l'indicazione delle vie, è bilingue: in francese e in genovese. Prima del cambio della guardia, abbiamo visitato il Museo dal Palazzo, con le sue bellezze artistiche, mobili d'epoca, ritratti dei principi, la sala del Trono, dove Ranieri III ha sposato la defunta Principessa Grace di Monaco. Verso le ore 12.30, abbiamo lasciato la Rocca di Monte Carlo e abbiamo visitato il resto della Città di Monaco, con i suoi alti palazzi e le ville ottocentesche, con il Casinò, da dove si ammira un paesaggio mozzafiato. A malincuore abbiamo lasciato quest'angolo di pace e di grande bellezza paesaggistica e percorriamo a ritroso la panoramica Autostrada con tutti i suoi affacci mozzafiato per fare ritorno all'Hotel Castellaro, dove eravamo attesi per il pranzo.
Come abbiamo detto in precedenza,quella località è situata su di un poggio da dove due colline degrado e convergono senza incontrassi a forma d'imbuto, formando un triangolo di mare. Incorniciate da un cielo azzurro e dove l'occhio spazia all'orizzonte fra cielo e mare e dove regna tanta serenità. Nel grande salone ricavato nell'interrato dell'Hotel, abbiamo trovato una grande confusione. Era affollato dai tifosi di tre Club dell'Inter, che facevano festa, allietata da un bravo cantante, seduto alla pianola. Il direttore dell'Hotel, ci ha aggregati a quella massa di tifosi, che facevano festa, per l'inaugurazione del nuovo Club di Cipressa: un caratteristico borgo che sorge sulla collina panoramica a pochi passi da San Lorenzo al mare. Olttre ai tifosi di Cipressa, c'erano anche quelli del Club di San Remo di un altro borgo limitrofo.

E' proprio giusto quel vecchio proverbio che recita: quando ci sono tanti commensali, naturalmente c'è anche tanta confusione. I camerieri non erano sufficienti a servire quella folla e quindi le portate si faceva attendere. Spesso, è successo che in qualche tavolo gli sono stati serviti due antipasti e ad altri due primi, mentre altri attendevano che arrivasse il cameriere con l'antipasto. Insomma, regnava tanta euforia e anche tanta confusione e nervosismo. Al microfono, come succede in queste feste dello sport, si sono succeduti diversi oratori. Per l'occasione, c'era anche il figlio dell'ex Vice presidente dell'Inter Giuseppe Prisco, deceduto alcuni anni fa, al quale è stato intestato appunto il Club di Cipressa. Per concludere, diremo che il pranzo di mezzogiorno è terminato verso le ore 16 circa e quindi, come è successo per l'escursione serale di San Remo, è saltata anche l'escursione nel Borgo Marinaro di Noli. Il nostro accompagnatore, Ignazio Finocchiaro, al microfono del torpedone, mentre stavamo viaggiando verso Savona, ci ha comunicato che non era possibile effettuare la fermata prevista sulla tabella di marcia a Noli, perché non c'era il tempo necessario, e per questo, si è scusato con gli escursionisti. Fra i viaggiatori, ci è stato un po' di amarezza, per la mancata visita, ma contro il tempo non c'è nulla da fare. Se non si fosse presentato il contrattempo organizzativo nel ristorante, forse avremmo avuto la possibilità di visitare quel piccolo angolo marinaro di Noli. Chiarito questo piccolo inconveniente, il torpedone ha proseguito la sua corsa verso Mantova

La mancata visita di Noli.

E' stato un vero peccato non poter visitare il borgo medioevale di Noli, perché ne valeva veramente la pena: Questo borgo conserva tutt'ora le caratteristiche del vecchio borgo marinaro con i suoi caratteristici carruggi, le stradine acciottolate, le Piazzette, le torri e le case originali di un tempo, i suoi Palazzi e le vecchie mura ammantati di leggenda. E poi, nel centro storico si incontrano i suoi caratteristici negozietti, dove fa bella mostra di se la gustosissima focaccia alla genovese e poi, vi sono gli accoglienti ristorantini, dove si pratica la cucina tradizionale ligure. Anche se non abbiamo avuto il tempo necessario per una veloce visita, cerchiamo nel miglior modo possibile, sul filo della memoria, di raccontare, con parole nostre, le sue bellezze naturali e la sua storia. Noi conosciamo molto bene questo Borgo molto rinomato, per esserci stati più volte nel corso della nostra permanenza nella Costa di Ponente della stupenda Liguria, dove abbiamo trascorso gran parte della nostra vita, al servizio della Legge e della comunità ligure.
Ogni volta che si visitano questi borghi, dall'impressione che il tempo si è fermato, infatti, è proprio così. Il tempo si è proprio fermato, anche se ci troviamo nel XXI Secolo, perché in questi luoghi sono ancora vivi i costumi e le antiche tradizioni, ma soprattutto la sua cucina e con gli antichi aromi, nonché le sue specialità a base di pesce, che si tramanda dai tempi lontani, ( altro che la cucina dell'Hotel Castellaro. Come complesso turistico, ci togliamo tanto di cappello, ma la cucina lascia molto a desiderare, insomma, non ha incontrato i nostri gusti).

Noli, la quinta Repubblica Marinara.

Incominciamo a dire che, Noli è un antico borgo marinaro medioevale, situato una quindicina di chilometri a sud-ovest di Savona, poi divenuto centro climatico e balneare, in un'insenatura in forma di mezza luna tra la Punta del Vescovado e il capo omonimo. La Via Aurelia divide la spiaggia, di sabbia mista a ghiaia, dall'abitato che conserva torri e palazzi medievali e un tratto di mura dell'epoca che salgono all'antico castello.
Le origini, ammantate di leggenda, si rifanno alla figura di San Paragorio, un martire giunto sul luogo in epoca bizantina. Il borgo, un tempo pagus romano, ebbe dapprima il nome di Neapolis - nel senso di "nuova città" - poi mutato in Naboli, Nauli e infine Noli.

Distrutta dai Longobardi nel VII secolo, fu ricostruita vicino al mare. La partecipazione alla Prima Crociata nel 1097, portò a Noli parecchi privilegi fino alla costituzione in Repubblica Marinara nel 1192. L'alleanza con Genova contro la comune rivale Savona e nelle battaglie contro Pisa e Venezia per il dominio del Mediterraneo, ne consolidò la potenza e l'autonomia, che durò, di fatto, fino al 1797 con l'invasione napoleonica di Noli e della stessa Genova.
Le nostre reminiscenze lontane, ci richiamo alla mente le diverse visite nel borgo marinaro e ci suggeriscono che una visita non affrettata, ovviamente a piedi, è molto raccomandabile, ancora meglio se lontano dalla stagione balneare. Il clima è sempre mite specialmente in autunno che si può persino passeggiare tranquillamente in maniche di camicia e sicuramente é il momento migliore per immergersi nei ritmi pacati della quotidianità: attendere le barche variopinte dei pescatori, osservare i gesti quotidiani e antichi del traino a riva delle reti, curiosare (e, perché no, acquistare) tra le improvvisate bancarelle con i pesci ancora guizzanti, perdersi tra i "carruggetti" acciottolati e i portici del borgo ammirando le eminenze architettoniche ma anche i particolari dell'urbanistica tradizionale, magari sgranocchiando una fetta di focaccia fragrante accompagnata da un bicchiere di vino bianco della zona.
Prima di intraprendere il percorso, è opportuno recarsi alla APT, in Corso Italia 8. Tra le pubblicazioni disponibili, è particolarmente utile il prospetto dei pannelli esplicativi, numerati da uno a dieci, ubicati nei punti più strategici per illustrare con dovizia di particolari, la storia e architettura, curiosità del borgo. La sfilata di case che si affaccia su Corso Italia - parallelo all'Aurelia - ha alla sua base i bassi portici (o Loggia della Repubblica), che richiamano in piccolo, per struttura e funzione, la "Sottoripa" genovese che prospetta su Piazza Caricamento: infatti, come quella, erano destinati a ricovero per le barche, le reti e le attrezzature da pesca. Oggi sono meta di una gradita passeggiata tra caratteristici negozietti e laboratori artigiani.
La continuità dei portici è interrotta dalla Porta di Piazza, risalente al sec. XIII e sormontata da un affresco con lo stemma, i santi protettori della città e la Madonna: è il principale varco che immette al centro storico vero e proprio. Ci si trova subito nella Piazza Milite Ignoto, uno slargo scenografico pavimentato con piastrelle e ciottoli raffiguranti gli stemmi delle "altre" quattro Repubbliche Marinare (Genova, Amalfi, Pisa e Venezia), sul quale si affaccia il Palazzo della Repubblica, oggi sede del Comune. Sotto la bella Loggia ad archi una lapide ricorda la partenza da Noli per l'Olanda il 31 maggio 1476 di Cristoforo Colombo, viaggio che per una serie di vicissitudini ebbe fine in Spagna e Portogallo, dove il grande navigatore trovò l'appoggio per la sua impresa.
Dopo questi cenni storici, si può proseguire l'itinerario seguendo i pannelli descrittivi, alla scoperta del borgo che, com'è tipico di tanti analoghi in Liguria, conserva l'impianto medioevale con il reticolato di stradine perpendicolari alla linea costiera che di tanto in tanto si allargano in suggestive piazzette: particolarmente bella la Piazzetta Morando, circondata da palme che in lontananza sembrano incorniciare il castello e caratterizzata dalla Torre del Canto (canto sta per angolo) dall'originale pianta trapezoidale. Le torri sono del resto sempre state una peculiarità di Noli, dovuta anche agli influssi urbanistici genovesi: nel Duecento si contavano ben 72 case-torri, di cui oggi sono superstiti solo otto. Perfettamente integra è la Torre Comunale in pietra verde e mattoni a vista, alta 33 metri e sormontata da un coronamento di merli ghibellini. Se non ci fosse il mare, ci darebbe l'impressione di percorrere le stradine acciottolate del centro storico di San Geminiano, che sorge sulle colline Senesi, con le sue alte torri, che stanno a indicare la grandezza del casato di ogni torre. Qui a Noli, le torri hanno lo stesso significato, ma soprattutto servivano quale rifugio per gli abitanti, quando erano attaccati dai Saraceni e dagli Arabi. Viaggiando per la Liguria, spesso s'incontrano di queste torri, come quella che abbiamo visto nel borgo di Castellaro, barbicato sull'alta collina e ombreggiata dagli alti uliveti sopra Arma di Taggia.
Ritornando a parlare di Noli, diremo che all'estremità a levante del paese è ubicato un gruppo di edifici significativi. Percorsa l'intera palazzata che prospetta sul mare, si imbocca attraverso un arco la Via Deferrari che in breve conduce alla Porta e alla Torre del Papone, tozza e ben conservata; da qui in breve al Palazzo Vescovile e alla Chiesa delle Grazie, dal cui piazzale si gode un colpo d'occhio stupendo sul borgo antico e su un ampio tratto della bellissima e colorata costa. Continuando oltre la Porta San Giovanni, ci si immette sulla panoramica strada a tornanti che ha termine ai 121 metri del Castello di Monte Ursino: : del complesso, non visitabile all'interno e parzialmente in rovina, rimangono la torre cilindrica del XII secolo già ben visibile da lontano, l'imponente mastio e un tratto di mura merlate che scendono fino al borgo. Visitando questo borgo, ti senti proiettato nel passato, in un mondo diverso dal nostro, ecco perché l'uomo contemporaneo rimane stupito di fronte a tanta bellezza che ci richiama alle nostre origini.
Altrettanto, se non di più, rilevante all'estremità a ponente di Noli è la chiesa di San Paragorio, considerata uno dei migliori esempi d'arte romanica in Liguria; risale nelle forme attuali al Mille, anche se la struttura originaria è dell'VIII secolo. La facciata (lato monte) è decorata con archetti pensili, lesene e maioliche islamiche, così come i fianchi e le absidi rivolte verso il mare; sul lato sinistro vi è un portico quattrocentesco fiancheggiato da tombe medievali. All'interno, che annovera anche un bel soffitto di legno, rilievi marmorei dell'VIII secolo, affreschi quattrocenteschi rimaneggiati, l'opera di maggior pregio è il Volto Santo, un espressivo crocifisso ligneo policromo del Millecento di ispirazione orientale. Nell'area circostante, come leggiamo in un piccolo opuscolo, sembra che fu scoperta negli anni Settanta una vasta necropoli, a tutto oggi oggetto di scavi. Un'altra chiesa simile dello stesso periodo, esempi d'arte romanica in Liguria, l'abbiamo vista in località Castello di Andora, che sorge in mezzo agli antichi uliveti, in un promontorio rivolto verso il mare, mentre a valle. Un magnifico potente a schiena d'asino, dello stesso periodo attraversa il torrente.
Al di là delle architetture più evidenti, è però interessante aggirarsi per le vie del borgo alla caccia di particolari. Belle sono ad esempio le indicazioni delle strade, placche che riportano, accanto al nome della via, il simbolo della Torre Comunale e la dicitura "Noli V Repubblica Marinara"; presso il Comune, la Lampada di N.S. di Piazza, un tempo unico fanale pubblico della città posto davanti a un'edicoletta votiva a simboleggiare il sacro fuoco della libertà; la Raiba, un tempo edificio destinato a custodire le risorse alimentari della città, sulla cui facciata sono ancora oggi visibili tre begli archi a tutto sesto; casa Garzoglio e Casa Maglio, due case-torri del Trecento con logge e bifore; e infine i pochi rimasti tra i cosiddetti "bacini murati", pregevoli ceramiche islamiche e bizantine policrome - forse ex-voto o trofei di guerra - inserite ad ornamento delle facciate di palazzi, chiese o torri.
Non è la prima volta che visitiamo la cittadina marinara di Noli. In passato, con la nostra minuscola famiglia, nel periodo in cui prestavamo servizio nella meravigliosa città di Genova, spesso ci recavamo a trascorrere la giornata festiva nel borgo antico di questo piccolo gioiello marinaro. Qui a Noli si svolgono due importate manifestazioni: Il Con fuoco. La celebrazione risale al dominio della Repubblica di Genova ed è rimasta praticamente immutata fino ad oggi. Ha luogo nel periodo natalizio e consiste nell'offerta alle autorità di ceppi di alloro, pianta fin dall'antichità ritenuta beneaugurate. Il legname è poi bruciato e, secondo l'antica credenza, si possono trarre auspici buoni o nefasti per l'anno che sta per iniziare

LA REGATA STORICA
Nell'autunno di molti anni fa, siamo capitati per caso a Noli, proprio il giorno dei festeggiamenti della Repubblica Marinara, che si tiene ogni anno nella prima domenica di settembre e rievoca la nascita della Repubblica, con la sfilata nel centro storico di cavalieri, dame, guerrieri nei costumi dell'epoca. Il corteo si porta infine sulla spiaggia: sullo specchio di mare antistante dove ha luogo la sfida tra i quattro Rioni (Burgu, Main-a, Ciassa, Purtellu), una vogata di due chilometri sui gozzi, le tradizionali barche da pesca liguri. In quel tempo, la nostra principessa Tiziana, frequentava le elementari e a tutti i costi voleva salire su di uno di quei gozzi, per provare l'emozione dell'impresa marinaresca. L'amico Baciccia (Francesco), che era il capitano di uno di quei gozzi, la fece salire a prua della sua barca solo per il tempo di scattarle una fotografia. Come tutti i bambini, era veramente felice. A volte basta un non nulla per fare felice una persona, figuriamoci una bambina, quando scopre qualcosa che prima non aveva mai vista.
Quando abbiamo ripreso il treno diretto a Genova, il sole si apprestava a declinare dietro le montagne macchiate di verde e di marrone della costa, mentre i suoi riflessi si specchiavano e galleggiavano sulle piccole onde di quel mare azzurro. Il convoglio era pronto per la partenza e aspettava il fischio del Capostazione. La nostra passeggiata domenicale nella bella Riviera ligure finisce qui, fra cielo, terra e mare di quest'angolo sereno del borgo marinaro di Noli. Adesso potevamo ripartire con la gioia nel cuore, per aver trascorso una bellissima giornata in una delle più antiche e prestigiose Repubbliche Marinare del Mediterraneo. Il nostro ricordo nel tempo, termina qui, con questi pochi versi di Eugenio Montale, che così scrive:

" Il cammino finisce a queste prode
Che rode la marea col moto alterno
Il tuo cuore vicino che non m'ode
Salpa già forse per l'eterno.

Le Risaie specchianti.
Negli anni critici della fine della Seconda Guerra Mondiale, il nostro Bel Paese era ridotto ad un cumulo di macerie, città distrutte, ponti e vie di comunicazione ridotte ai minimi termini, ma quello che era più grave era la grande miseria che avanzava a passi da gigante, ma soprattutto scarseggiavano ovunque qualsiasi tipo di generi alimentari e ognuno si arrangiava come poteva, per portare a casa qualcosa per fare bollire la pentola e per sfamare il resto della famiglia. Alla borsa nera si trovava quasi tutto, ma mancava quel veicolo che si chiamava " moneta" per acquistare il necessario per la sopravvivenza. In quel triste periodo post-bellico 1944/45, esisteva solo il caos e non si sapeva cosa fare. Il lavoro non esisteva, ma esisteva lo sbandamento di una massa omogenea di persone che si spostava dal nord al sud e la delinquenza faceva proseliti, commettendo rapine e furti di ogni genere. Se andiamo ad esaminare questo problema criminalità, oggi non è che stiamo meglio, anzi, la situazione è peggiorata con l'invasione del nostro Paese dagli extra comunitari. Dobbiamo chiarire, che non tutti gli extra comunitari fanno parte di quella categoria dedita alla criminalità, anzi, la maggior parte di loro, sono persone rispettabili e laboriose. Se non ci fossero li dovremmo inventare. Questa massa eterogenea dei nuovi cittadini, in un certo senso ci ricorda: " quando gli albanesi eravamo noi". Quello che ci preoccupa seriamente, è l'invasione dilagante nelle nostre città dalla prostituzione e della criminalità giovanile, che per pochi spiccioli, scippano le persone anziane e più delle volte, nello strattonarle cadono pesantemente a terra riportano gravi lesioni.
Nell'inverno del 1946, ci trovavamo nella bella città di Bordighera ed eravamo ospiti in casa di nostra sorella Angela, che prima del conflitto mondiale coltivavano i fiori. Nelle serre al posto dei fiori, si coltivavano degli ortaggi sufficienti per la famiglia, ma per fortuna in Liguria il clima era dolce e non occorreva il riscaldamento domestico. Con un gruppetto di amici, un bel giorno, abbiamo deciso di recarci nelle località di produzione per acquistare del riso e della farina per superare l'inverno. Ad Alessandria, per raggiungere il vercellese, abbiamo cambiato treno, quello era un treno a vapore che ci ha portati nel cuore della grande pianura innevata dove si produce il riso, il grano e i legumi. Verso sera ci siamo fermati alla stazioncina di Stroppiana, un piccolo paese immerso nella grande pianura bianca di neve. Eravamo giunti nella provincia di Vercelli, che a me e non solo, ci sembrava di essere giunto nella steppa gelata della grande e sterminata Russia. Per noi, che non avevamo mai visto tanta neve, ci ha dato la sensazione di ammirare un paesaggio lunare e metafisico, un paesaggio astratto e silenzioso, dove si sentivano solo di tanto in tanto, il gracchiare dei corvi neri che sorvolavano la grande pianura in formazione alti nel cielo. Gli ultimi bagliori del sole che da poco era tramontato dietro gli alti filari di pioppi spogli, ma quello improvviso e rapido splendore di luce, illuminava oltre che il manto nevoso, anche il campanile del piccolo borgo, creando una visione celestiale.
Appena scesi dal piccolo convoglio, abbiamo chiesto informazioni al Capostazione, il quale ci ha indicato una grossa cascina, dove avremmo potuto trovare quello che ci occorreva. Il proprietario ci ha accolti con molto garbo e cortesia. Abbiamo acquistato dieci chilogrammi di riso, un sacchetto di farina a testa e altre derrate alimentari. L'agricoltore, con il suo carro, trainato dal cavallo, l'ha trasportato alla piccola stazione i nostri bagagli. La moglie dell'agricoltore, ci ha invitati ad una frugale cena senza esigenze e siamo stati inoltre ospitati anche per la notte nel tepore della stalla, dove ruminavano le mucche. Nelle prime ore del mattino, siamo stati svegliati dal canto del gallo del vicino pollaio e con il primo treno per Alessandria, siamo partiti su quel trenino sbuffante, che lasciava dietro di se una lunga scia intensa di fumo nero agro e pungente, nonché soffocante di carbone fossile. Osservando quel paesaggio innevato, in quella pianura dove l'occhio si perdeva all'orizzonte e nell'osservare tutto questo, mi sembrava di sognare uno di quei paesaggi descritti da Boris Pastarnak, nel suo bellissimo libro " Il Dottor Zivago, ma quella non era la steppa della grande Russia, ma la grande risaia specchiante, ma che di specchiante aveva soltanto il riverbero di un pallido sole invernale che stava sorgendo verso Oriente. Però i presupposti di una bella giornata c'erano tutti. Lasciamo quei momenti tristi del nostro passato prossimo e veniamo a parlare delle risaie, ma soprattutto delle mondine.

Mondine e risaie
Le mondine, che hanno ispirato, e continuano ad ispirare nel ricordo, scrittori, pittori e musicisti, hanno rappresentato una novità dal punto di vista sociale ed economica per l'Italia dall'inizio del Novecento agli anni sessanta: molte donne per la prima volta lavoravano fuori casa e per la prima volta, slegate dai vincoli famigliari, potevano godere di una libertà mai conosciuta. Il loro durissimo lavoro consisteva nel mondare le coltivazioni risicole dalle erbacce infestanti: l'insolita presenza di queste donne ravvivava per alcuni mesi il paesaggio delle colture allagate: su melodie notissime, si cantavano non solo il lavoro spossante e l'odio per i potenti (generalmente rappresentati dal padrone e dal caporale, che poi non era altro che un salariato agricolo), ma anche la distanza da casa (eserciti di giovani si spostavano per alcuni mesi dall'Emilia, dal Veneto e del basso Mantovano nelle zone più a ovest della Pianura padana, nel Vercellese, nel Novarese, nel Pavese e nel Monferrato), gli amori per i giovanotti conosciuti, i brevi flirt, la vita quotidiana.
I siti che riproducono le più rigorose ricerche storiche sull'argomento comprendono necessariamente una sezione dedicata ai canti di monda. Tra questi ne va segnalato uno molto composito e ricco, interessante e ben costruito, sulle mondariso di San Nazzaro de'Burgondi e della Lomellina, dal titolo Mondine lomelline, curato da un privato. Vi si affrontano gli aspetti storici, economici, sociali del lavoro delle mondine con un cospicuo corredo di fotografie: questo "reportage" è frutto di una ricerca condotta in buona parte sulle testimonianze orali delle mondariso, che si sono anche cimentate per i ricercatori in alcuni dei più famosi canti, sebbene in un'intervista dalla Gazzetta di Mantova, apparsa giorni fa, corredata da fotografie ingiallite dal tempo, dove si afferma che le donne erano talmente stanche che difficilmente riuscivano la notte a dormire su quelle povere brande o sulla paglia nei grandi cameroni della cascina padronale, generalmente ubicata vicino alla risaia. Anche le Mondine di Valle Lomellina (Pv) hanno inciso il loro repertorio su musicassetta: hanno ricostruito i propri vissuti musicali in un continuo riemergere di ricordi, a volte nitidi, a volte frammentari, talvolta contrastanti tra loro. Oggi si esibiscono in pubblico, non limitandosi a cantare, ma spesso, con una buona dose di autoironia, rievocando momenti di vita quotidiana, dal lavoro nei campi ai momenti di relax.
Non si può che citale gli aspetti economici e sociali del lavoro di monda nella risaia vercellese, delle lotte per le otto ore, che nel 1906 sfociarono in imponenti scioperi, delle differenti condizioni di vita delle mondine locali rispetto a quelle provenienti da altre regioni. Oltre ai siti dedicati interamente alla storia delle mondariso, ve ne sono alcuni che si occupano dell'argomento entro più generali ricerche sulle donne, sul lavoro e sul folklore.
Anche il cinematografo si è interessato dalle mondine. Ricordiamo il film "Riso amaro",una pellicola recentemente restaurata, è certo il più famoso film dell'immediato dopoguerra ambientato nella risaia vercellese: il regista Giuseppe De Santis ricordò in un'intervista, rilasciata al vercellese Guido Michelone, l'aspetto di forte realismo nella scelta delle attrici e della fedele riproduzione del contesto. La cultura delle mondine era quella riflessa nel film: seguivano la moda con chewing-gum, boogie-woogie, fumetti in un mondo che incominciava a filtrare gli usi d'oltreoceano.
Come abbiamo potuto constatare, in quel tempo lontano, ci riferiamo al periodo posto-bellico 1948, quando giovane carabiniere, in forza al Comando Tenenza CC, di Milano Duomo, siamo stati assegnati ad una squadra alle dipendenze dell'Ispettorato del lavoro, addetti alla vigilanza sull'impiego e il trattamento economico e lavorativo delle mondine nelle risaie del Monferrato e della Lomellina. In quel tempo, nelle campagne adibite alla coltivazione del riso, tutto si svolgeva manualmente e con mezzi rudimentali. Non esistevano ancora mezzi meccanici o se esistevano, erano in stato sperimentale. Insomma , il riso si trapiantava a mano, si mondava a mano e si mieteva a mano, oppure con una mietitrice trainata da un cavallo. Con il cavallo o con le mucche, si trasportavano i mazzetti di riso nella risaia per essere trapiantato dalle mondine e dove ebbe risaltato l'ampia illustrazione della vita e del lavoro dei braccianti, dei salariati fissi e delle mondine, figure talune, ormai scomparse dal mondo della produzione agricola padana. Ricordo che a sera, quando tramontava il sole le mondine raggiungevano la cascina, si lavavano come potevano alla pompa, una tirava su l'acqua e le altre si lavavano alla meglio. Dopo la frugale cena, che consisteva in una ciotola di riso e un pezzetto di pane bianco anch'esso di riso, si sedevano attorno all'aia e alle note scandite da una vecchia fisarmonica o da una chitarra si ballava, si amoreggiava e si cantava, per fare passare la serata in allegria, lontane dalle loro famiglie e dagli affetti famigliari. L'anima delle mondine era piana, solida, uniforme come il paesaggio, tutto invaso dalle acque, che il poeta cantava:
" Acque serene ch'io corsi sognando
Nella dolcezza delle notti estive/
Acque che vi allargate fra le rive/
Come un occhio stupito, a quando, a quando./
Oh! Nostalgiche acque di sorgiva,/ acque piemontesi e lombarde
".
Una campagna immersa nel silenzio fervore del trapianto del riso, riposante paesaggio invaso dalle acque da cui per la gran distesa si possono ascoltare sia di giorno che di notte i lunghi concerti eseguiti dalle rane e si possono scorgere anche lontani profili delle colline del Monferrato e le cime delle Alpi discoste e nevose.
Molti scrittori hanno scritto sul lavoro agricolo e sulle mondine, essi hanno il merito di averci consegnarci le immagini, ad esempio, di quei "sanmartino, quando scadevano i contratti per i salariati fissi, con le teorie dei carri che si spostavano da un cascinale all'altro con le povere masserizie, che costituivano la casa dello schiavandaro, e quei quattro animali da cortile che ne rappresentavano l'eventuale patrimonio, oltre alla forza delle sue braccia ed al numero di quelle valide che la famiglia poteva mettere, in suo aiuto, a disposizione del conduttore. Od ancora - ed è una delle documentazioni più suggestive ed interessanti - quella delle campagne per la monda e la raccolta del riso. Tutto questo, per chi non lo ha visto direttamente in quei luoghi, lo ha appreso sicuramente nella visione dei film "Gli alberi degli zoccoli" del regista Olmi, oppure nel film Novecento, che sono due capolavori della cinematografia italiana.
Operando, come abbiamo fatto noi in uno o più centri della piana risicola padana, abbiamo la possibilità di documentare in modo sistematico il lavoro e le condizioni di vita delle mondine. A dir la verità negli anni del dopoguerra furono in molti a cimentarsi sul tema [...] Tutti affronta[ro]no, pur con risultati formalmente diversi, gli aspetti della vita quotidiana: i dormitori, la cucina, il bucato ed il bagno nella roggia, la fatica del lavoro, l'abbigliamento caratteristico, il riposo festivo, la festa sull'aia e poi le singole figure quali il caporale e l'acquaiola, frugando spesso più che nella realtà nelle fantasie che la figura della mondina suscitava soprattutto negli osservatori di sesso maschile: essa era femmina, giovane, spesso bella, altrettanto spesso sessualmente emancipata.
Oltre ad avere il compito di vigilare sull'osservanza delle disposizioni di legge, senza volerlo, ma in qualità di agente dell'ordine, che per natura siamo portati ad osservare tutti quegli aspetti meno oleografici, certamente meno appetibili per le cronache illustrate di costume. Aspetti quali il viaggio su carri ferroviari per il bestiame; l'arrivo notturno in squallide stazioncine appositamente istituite in prossimità dei grossi cascinali; gli sguardi smarriti di queste donne che tutto desiderano evidenziare tranne la propria avvenenza spesso inesistente, il più delle volte soffocata inesorabilmente dalla fatica. È un disvelamento che dal punto di vista della conoscenza visiva, non di quella del fenomeno, è indubbiamente sorprendente. Avevamo inoltre l'assoluta peculiarità di registrare puntualmente l'avvicendarsi regionale, nel tempo, della mano d'opera reclutata per le campagne di monda; con l'ultima fase, quella dei tardi anni cinquanta, che vede l'arrivo delle mondine assunte persino in Calabria.

L'Era della locomozione.
Dopo gli anni Cinquanta,come leggiamo in una documentazione dell'epoca, periodo sotto il quale, i coltivatori del riso in Lomellina e anche in Monferrato,per aderire alla sperimentazione di prototipi si sono rivolti alle grosse case produttrici internazionali che fabbricano macchine agricole per le diverse fasi della coltura del riso e che vengono a collaudare i prototipi nel Vercellese. Esse affidano all'agenzia Fotocronisti Baita la cura della documentazione fotografica tecnica, sulla base delle garanzie che, in un certo senso, forniscono analoghe prestazioni dell'agenzia per aziende meccaniche italiane del settore, operanti nel Vercellese. Questo tipo di documentazione è databile al ventennio che va dalla fine della guerra alla metà degli anni sessanta. Le aziende che utilizzano le capacità tecnico-professionali dell'agenzia sono olandesi, francesi, tedesche ed anche spagnole, oltre che italiane. Le principali: la Cantone di Vercelli la quale, dopo un certo periodo, diviene anche la rappresentante italiana della società Claas, la Claas stessa, la Braud.
Si parte dai primi carri motorizzati con ancora un forte concorso da parte della forza fisica dell'uomo - "erano mezzi prodotti da piccole ditte artigianali del Vercellese" ricorda Giachetti - e si arriva, nei primi anni cinquanta, ai trattori immessi a lavorare in risaia con il grosso problema, da risolvere, del tipo di motricità: "Si iniziò a sperimentare l'impiego di cingoli, ma con risultati disastrosi, poi vennero le ruote dentate" testimonia sempre il fotografo. Vengono successivamente le macchine più complesse che dovevano operare in risaia - "era il settore più problematico!", sottolinea Giachetti - e nella pianura coltivata a frumento e mais. Il tipo di documentazione fotografica prodotta spazia dalle capacità operative generali della macchina, alla ripresa del dettaglio (ad esempio la reazione dei vomeri al terreno; L'affondamento delle ruote motrici nel fango).
Le macchine documentate sono seminatrici, mietitrebbia, macchine per il diserbo semiautomatico ed automatico, fino alla supercoltivatrice progettata dalla Cantone che tenterà di sviluppare contemporaneamente in risaia operazioni di taglio, sgranamento, solcatura, diserbo e nuova semina. Tra le diverse curiosità che l'archivio fotografico racchiude è un sistema di trapianto del riso che prevedeva il trasporto motorizzato di una squadra di mondine che operavano sedute sulla macchina
Dall'esame della documentazione ciò che colpisce è l'elevata frequenza di collaudi effettuati palesemente di notte, in località isolate. Circostanza questa confermata da Giachetti stesso e che trovava ragioni non solo nel tentativo di proteggere da occhi indiscreti eventuali innovazioni tecnologiche, quanto nella necessità di sottrarre questi esperimenti alle possibili sanzioni dei lavoratori e delle loro organizzazioni in lotta contro una meccanizzazione spinta. Gli anni cinquanta, sotto questo aspetto, sono anni di scontro sociale durissimo. In risaia la resistenza alla sostituzione del lavoro manuale con quello meccanizzato si combatte senza esclusione di colpi: dal reclutamento di mano d'opera in forme clandestine, o quasi, a basso costo, operato da parte padronale, al di fuori dei controlli sul mercato del lavoro, fino al sabotaggio, da parte dei lavoratori, praticato ad esempio conficcando nel terreno della risaia, sotto il pelo dell'acqua, picchetti di acciaio che spezzavano facilmente le lame delle mietitrebbia.
Non meno rilevante è la documentazione del progressivo modificarsi del paesaggio agricolo in conseguenza dell'introduzione ed applicazione di nuove tecnologie meccaniche e chimico-biologiche. Queste ultime con l'introduzione di tutta la drammatica fenomenologia dell'inquinamento ambientale che comportò la scomparsa di alcune specie vegetali ed animali dalla campagna. E basti pensare alla scomparsa dei filari di alberi lungo i cavi irrigui in seguito al diserbo od alla quasi estinzione della fauna acquatica nella piana irrigua. Ma soprattutto - più rilevanti dal punto di vista dell'immagine - il modificarsi, ad esempio, delle dimensioni spaziali della risaia in seguito allo spianamento delle stesse imposto dall'impiego delle nuove macchine agricole che dovevano operare su terreni ampi e non sconnessi.
Un ultimo tipo di documentazione tecnica prodotta da Fotocronisti Baita riguarda invece esperimenti di laboratorio. Le maggiori commesse, anche queste databili tutte al ventennio tra la fine della guerra e la fine del boom economico, vennero dal Centro sperimentale di risicoltura nato inizialmente come consorzio volontario dei grandi coltivatori vercellesi e successivamente trasformato in struttura pubblica. Tali commesse erano rivolte a documentare particolari tipi di additivi o aggressivi chimici (fertilizzanti, diserbanti, fitofarmaci) o il ciclo biologico di qualche particolare coltura di tipo sperimentale. [...] Insomma, per giungere ai giorni nostri, l'agricoltura, non solo quella risicola, ha fatto dei grandi passi da giganti: Oggi, il ricordo delle mondine, è come un sogno che è sfumato nel tempo. A documentare quel triste periodo, è rimasta soltanto la memoria di poche persone, oppure la documentazione storica negli archivi provinciali dei luoghi di produzione. Oggi per produrre questo cereale e diventata una cultura molto semplice come quella del grano e delle barbabietole. Sono sufficienti pochi addetti ai lavori e per il resto ci pensano le nuove tecnologie. In un recente documentario, abbiamo visto che ancora oggi in certe località collinare della Cina o della Tailandia, il riso si coltiva come si faceva mille anni fa. Il tempo sembra che si abbia fermato alle origini della storia.
Dopo gli anni Cinquanta, ci siamo ritornati in quel mondo fantastico delle risaie, ma non abbiamo più ritrovato le allegre, esuberanti e belle mondine, quelle mondine che avevamo conosciute nei primi anni della nostra carriera militare, ma questa volta non siamo ritornati in veste di agente della forza pubblica, ma come pittore. Abbiamo dipinto alcuni scorci della bellissima Val Padana, ma non era la stessa che avevamo conosciuto, perché senza le mondine aveva perso la sua caratteristica. Abbiamo trovato le macchine operatrici che avevano sostituito totalmente le braccia dell'uomo. Abbiamo rivisto vecchie conoscenze, ma nelle grandi cascine c'era una grande desolazione, solo macchine operatrici, trattori, trebbiatrici e un gran puzzo di petrolio che sovrastava quello naturale e biologico degli animali della stalla. Si vede proprio che i tempi sono cambiati e l'inquinamento atmosferico avanza velocemente.

La festa d'addio.
Mentre osservavo tutto questo, ho rievocato dentro di me la festa d'addio o dell'arrivederci delle mondine. Un lungo tavolo sistemato in centro della corte e diverse donne che sistemavano le stoviglie. Più in là, vicino alle cucine, alcuni mezzadri che macellavano alcune oche, donne che sbucciavano i piselli appena colti nell'orto, le damigiane di vino sul carro e tanti bambini che si rincorrevano. Le ragazze che si appartavano per dare l'ultimo saluto all'innamorato, sì perché nella risaia, oltre che germogliare il riso, nasceva anche l'amore.
Quel giorno non era come gli altri, era un giorno di festa e come tutte le feste e i banchetti che si rispettavano, non c'era sul tavolo soltanto la famosa ciotola di riso come tutti i giorni, c'era anche il ragù di oca, il vino e anche la torta. Alla fine del grande banchetto, al centro dell'aia erano allineati i carriaggi, sembrava un reggimento della someggiata che stava per partire in guerra. La guerra con i moscerini e le zanzare, era finita, adesso si ritornava a casa dopo quaranta giorni di duro lavoro nella risaia Dopo l'ultimo brindisi, la colonna dei carriaggi si è mossa, si è diretta verso la piccola stazione ferroviaria del paese. Il piccolo treno sbuffante si ferma e le carrozze di terza classe sono state prese d'assalto dalle mondine, mentre i bagagli sono stati caricati con cura nel vagone bestiame che fungeva da bagagliaio. I finestrini si sono abbassati e le braccia tese a salutare le persone e i conoscenti. Arrivederci! Ci vediamo il prossimo anno! Ricordo che una ragazza bionda nel salutare il suo innamorato, gli ricordava di non dimenticarla, di aspettarla, perché la prossima stagione sarebbe ritornata. Quello era per i partenti e per gli astanti, un attimo di commozione. Avevano tutti gli occhi arrossati e forse qualcuna stava piangendo, non si sa se per la gioia di ritornare a casa oppure per il rimpianto di un amore finito.
" C'era una volta…… ieri", una vecchia canzone d'amore sempre viva, sentita sulle cime dei pioppi alte sulle verdi risaie dell'acqua stagnante, dove abitavano le rane, che rallegravano con il loro lungo ed infinito canto i caldi meriggi e le notti serene, saltavano da un'erba all'altra a cibarsi di zanzare che torturavano le mondine nelle risaie.

Il grande match di Atene.
Noi non siamo grandi tifosi del calcio, ma quando si tratta di partite come questa e quelle dei campionati del mondo, come milioni di altri tifosi ci entusiasmiamo al massimo. Da giovani, come tutti i ragazzi eravamo più appassionati del calcio, e persino, facevamo la raccolta delle figurine dei calciatori e a scuola ce li scambiavamo con i nostri compagni. Negli anni Cinquanta, quando eravamo in servizio nell'Arma Benemerita ad Alessandria, andavamo spesso a vederci la partita al " Moccagatta", per vedere giocare il nostro idolo, il fuoriclasse Gianni Rivera. Da quando il calcio è cambiato, perché non è più il calcio di una volta, quando allo stadio si andava per vedere giocare il vero calcio e per applaudire quelli della squadra del cuore e tutto finiva lì. Negli anni successivi, quando prestavo servizio al Btg CC: di Genova, il calcio era totalmente cambiato, non era più il calcio che amavano la massa dei tifosi, non c'erano più i veri tifosi, ma sulle curve per una fesseria si scatenava l'inferno e incominciava la guerriglia. A Genova, come a Milano e Torino, tutte le domeniche eravamo impiegati per Ordine pubblico allo stadio di Marassi e ogni domenica era la stessa cosa: disordini, sia dentro lo stadio che fuori. Fu in quel periodo che mi disamorai dal gioco del calcio, perché il calcio non era più un divertimento popolare, ma una continua guerriglia fra le varie tifoserie, come del resto, se non peggiorato, continua ancora ad essere violento. Giorno dopo giorno, siamo chiamati ad assistere a violenze, a caroselli da parte degli addetti all'O.P. e a vere battagli sugli spalti e nelle adiacenze degli stadi, come è successo il 14 febbraio u.s. davanti allo stadio di Catania. È dovuto intervenire il Governo con un decreto, per mettere un po' d'ordine. Il Consiglio dei Ministri si è riunito per discutere del problema calcio. Sì, proprio dopo i gravi fatti di Catania e l'uccisione del poliziotto Filippo Raciti, con un colpo micidiale all'addome. Una sprangata, forse un calcio. È stato questo a uccidere Filippo Raciti. Quando la bomba carta era esplosa accanto al suo fuoristrada, il poliziotto era già stato ferito. E proprio in quel momento, l'emorragia provocata dalle lesioni al fegato gli ha fatto perdere conoscenza durante gli scontri con gli ultras, qualcosa andava cambiato in questo sistema. Ecco allora che dal governo sono arrivate le nuove misure di sicurezza per evitare che altra Catania succedono in altre città italiane. Siamo sicuri che queste regole salveranno il mondo del calcio?
Nel decreto di legge che contiene "misure urgenti per la prevenzione e la repressione di fenomeni di violenza connessi a competizioni agonistiche" si leggono molte decisioni che faranno discutere. Innanzitutto la decisione, già annunciata alla vigilia, di chiudere al pubblico gli stadi non a norma di legge. Nella maggior parte degli stadi si giocherà dunque a porte chiuse. Niente tifosi per Milan e Inter, per Fiorentina e Napoli, per la serie A, mentre per la serie B sarebbero a norma solamente lo stadio olimpico di Torino e lo stadio Marassi di Genova.
Bandita la vendita di biglietti alle squadre in trasferta: tutti i rapporti tra società e gruppi ultras dovranno sparire. Non si potranno più vendere blocchi di biglietti. La flagranza di reato è estesa a 48 ore. Queste alcune delle misure prese per la sicurezza negli stadi italiani e votate all'unanimità dal consiglio dei Ministri. Con questa nuova legge si fa la storia, del tifo, e in teoria non si dovrebbe morire più, anche se il calcio italiano è un malato grave e si vede benissimo che ci vorrà una vita a guarire. Ne sia sicuri che guarisse?
Si, è proprio vero, il calcio italiano è malato e non è più quello di una volta. Per questi motivi, le partite importanti, cerchiamo di vedercele tranquillamente seduti in poltrona davanti al televisore. Come è successo nella partita di Coppa ad Atene. Abbiamo gioito e abbiamo anche sofferto nel corso della partita. Si, ha proprio ragione il cronista, quando dice: Com'è dolce Atene. Per capitan Maldini, che a 39 anni alza un'altra Champions League. Per Inzaghi, che con due gol dei suoi schianta il Liverpool. Per Ancelotti, che dopo un anno difficile si prende la rivincita più bella. Per Kakà, che aggiunge questo trofeo al suo curriculum da Pallone d'Oro. E per tutti i tifosi rossoneri, che oltre alla vittoria festeggiano anche la vendetta contro i Reds due anni dopo la sciagurata finale di Istanbul. Sì, il Milan è ancora sul tetto d'Europa. Due a uno contro il Liverpool e la Coppa più bella finisce per la settima volta nella bacheca rossonera.
IL MATCH - Un trionfo che arriva dopo una partita difficile. I rossoneri, meno spettacolari rispetto alle ultime uscite europee, soffrono la partenza aggressiva del Liverpool che si fa vedere pericolosamente dalle parti di Dida. Ma la difesa tiene e Kakà prova a mettere in apprensione le retrovie della squadra di Benitez. A due minuti dalla fine del primo tempo la svolta: punizione di Pirlo, deviazione vincente di Inzaghi. La squadra di Ancelotti va al riposo in vantaggio. Nella ripresa il Milan soffre meno l'aggressività dei Reds anche se la partita resta in bilico. A una decina di minuti dalla fine Inzaghi parte sul filo di fuorigioco, dribbla Reina e infila in rete. Sembrafatta, e invece c'è ancora da soffrire. A due minuti dalla fine Kuyt accorcia le distanze. Qualcuno teme una nuova Istanbul, stavolta, però il finale è diverso. Al triplice fischio esplode, finalmente, la festa. Applausi e abbracci con gli sconfitti (con i tifosi inglesi che cantano "You'll Never Walk Alone" nonostante la delusione), ma la Coppa è nelle mani di Paolo Maldini. Per la settima volta. Un trionfo che consente al club rossonero di diventare, in Europa, quello con la bacheca più ricca di trofei. Alla fine dell'incontro calcistico più atteso dai milanesi e non soli. Alla fine della partita, Adriana mia moglie, è saltata su dalla poltrona come una molla, ha preso il campanaccio e sì e messa a suonare, con la noncuranza dei vicini di casa, ma la Coppa è la coppa e un po' di baccano non guasta mai. Nel frigorifero c'era ancora una bottiglia di moscato, che lo tenevo in serbo per qualche ricorrenza speciale, la ricorrenza si è presentata con il trofeo più ambito per una squadra di calcio come il Milan.
LA GIOIA ROSSONERA - "Alla faccia di chi diceva che il calcio italiano era in crisi". È di Gattuso la prima battuta a fine gara: "In un anno - dice il centrocampista rossonero - abbiamo vinto la Coppa del Mondo e la Champions League. La sconfitta di Istanbul rimarrà tutta la vita, ma oggi piangono loro come noi due anni fa". "Non è stato facile - ammette Ancelotti - anche perché abbiamo iniziato la stagione ad agosto con tante incertezze. Adesso però godiamo molto, più che nel 2003 contro la Juve". Maldini guarda già avanti: "Giocherò anche la prossima stagione perché adesso ci sono una Supercoppa ed una Coppa Intercontinentale da vincere". Ultima parola all'eroe della serata: "Il primo gol? Uno schema" scherza Inzaghi. Che poi ammette: "Due gol in finale: stento a crederci!". Credici, Pippo: stasera, ad Atene, è successo dai Galliani: "Abbiamo vinto al Champions, basta parlare di certe cose"
La finestra del Primo Canale TV, ci ha fatto vedere in diverse schermate la meravigliosa Piazza Duomo di Milano, dove era situato un Max schermo, con oltre 100 mila tifosi per il Milan campione.
Il giorno successivo, il Corriere della Sera, pubblica un articolo molto bello del bravissimo giornalista Gianni Cantucci, con il titolo: Si spengono le luci. Si aprono le bacheche. San Siro è un catino buio. Gonfio di urla, carico di canti. E allineati sul prato, sei piedistalli, con le sei Coppe dei Campioni della storia rossonera. Giocatori chiamati per nome. Federica Fontana li bacia. Teo Teocoli dà il cinque. Scroscia un acquazzone. Sale assordante "We are the champions ". Si riaccendono i riflettori e inondano l'erba di luce bianca. Entra la settima Champions. È un enorme diamante che cattura gli occhi di cinquantamila tifosi. Vittorie passate, trionfo presente. Boato. Il culmine di una festa stile Usa. Ma con l'aria che si mescola a un eroismo classico, nello slogan della celebrazione: "Il Milan in vetta all'Olimpo".
Fuochi d'artificio. Atmosfera da concerto rock. Apre uno spettacolo da circo. Uno show declinato in immagini infernali: diavolesse in costume, forconi, ballerine con le corna, mangiafuoco che sputano fiamme. Un circo infernale che rappresenta il paradiso del Diavolo milanista, sette volte campione d'Europa. Vent'anni di trionfi che rivivono nei volti di Roberto Donadoni, Franco Baresi, Ruud Gullit, Marco Van Basten. Ma questa settima Champions ha un sapore originale. È la vittoria che nessuno ha messo in conto. Carlo Ancelotti è l'unico a prendere il microfono: "Grazie a tutti". Poi ammette: "Il Milan che ha perso a Istanbul forse è stato il migliore delle ultime finali, ma questa vittoria ci ha ripagato". Come l'abbraccio fremente della città, che è durato due giorni. Senza interruzione. Dalla balconata del Duomo, l'altra sera, alla baraonda di San Siro. Roba da scalfire anche l'aplomb del mister: "Carlo è impazzito", sorride la moglie. E Paolo Maldini: "L'abbraccio di Milano è impressionante, emozione incredibile". Kaká si volta a guardare gli spalti che traboccano. Applaude. Ogni tifoso il proprio vessillo. Bandiere, sciarpe, magliette. Nomi più gettonati: Gattuso e Kaká. Protagonisti sugli striscioni: ancora Gattuso, osannato "guerriero a vita". E Inzaghi, il cui nome è utilizzato con un continuo doppio senso per le sensazioni "stupefacenti " del trionfo. "Un solo vizio. Pippo", "Pippo anche io", "Mamma mia quanto Pippo". Unico assente, quello che nessuno poteva immaginare. Ma a volte le ragioni della politica prevalgono su quelle del calcio. Silvio Berlusconi ha passato la serata a Genova per il comizio conclusivo della campagna elettorale. "Gli hanno telefonato tutti, a partire da Galliani-spiega il portavoce Paolo Bonaiuti - perché fosse in campo con i calciatori del Milan".
In curva non compaiono le storiche insegne dei gruppi ultrà. Un solo messaggio a riassumere il vuoto: "Assenti, presenti ", firmato Brigate rossonere. Il riferimento è ai sette capi della curva arrestati alla vigilia della finale di Atene per una tentata estorsione ai danni della società. Enormi scritte ricordano i loro nomi: "Svizzero, Peso, Pablo, Markino, Mario, Gianka, Barone". "Liberi", chiedono i Guerrieri ultras, il gruppo che nell'ultimo anno ha provocato un terremoto degli equilibri in curva Sud.E pure con i capi in carcere o agli arresti domiciliari, è evidente che i colonnelli hanno ancora potere: l'intera curva, che nel pomeriggio si è via via riempita, è fatta svuotare come manifestazione di dissenso all'inizio della festa. E resta deserta per una buona mezz'ora. Quando gli spalti tornano pieni riesplode la festa. Adriano Galliani parla di un'ipotesi di derby, in estate, per mettere di fronte campioni d'Italia e d'Europa. Kaká è pronto. I compagni, spenti i fuochi artificiali, gli fanno calciare un rigore. Porta vuota. Gol. Ultima ola".
E' proprio vero, quest'incontro calcistico di Coppa ad Atene, è stato un'apoteosi di derby, uno spettacolo grandioso e trionfale, perché c'era la gioia nel cuore di ogni tifoso, di ogni spettatore presente e lontano. Non serve la violenza per ottenere qualche cosa, bisogna meritarsela, come è successo nel bellissimo stadio di Atene. Questa grande vittoria il grande Milan sì la è meritata, perché i giocatori tutti, nessuno escluso, hanno giocato con il cuore e il cuore ha sempre ragione.
Anche qui nel nostro piccolo borgo di sapore medioevale di Campitello( MN), i giovani tifosi del Milan, hanno festeggiato la grande vittoria di Atene. Abbiamo visto che a questa festa, si sono aggregati anche tifosi che simpatizzano per altre squadre di calcio, come per il Mantova e per l'Inter. Tutto questo, vuol dire sportività e amore per lo sport, per quello sport che fa onore al calcio del nostro Paese.

La Valle Scura
Racconto escursionistico

Dopo il nostro "Giallo di Paese", dove con il nostro sogno onirico, abbiamo cercato di raccontato la nostra interpretazione nell'indagine degli inquirenti, relativa a quel caso, ritorniamo al nostro vero amore: all'escursionismo, raccontando una meravigliosa passeggiata nella "Valle Scura", dove la natura domina su ogni cosa e dove il tempo sembra che si sia fermato il giorno della creazione, quando le meravigliose montagne del Trentino, emersero migliaia di anni fa da quel mare profondo, chiazzato di verde. Verde è il sentiero che stiamo percorrendo, un sentiero stretto che costeggia il torrente che da origine al fiume della vita.
Con gli uomini del Club Alpino Italiano, camminare fra boschi e gli anfratti è sempre una gioia, in ogni passeggiata è un susseguirsi di nuove avventure, di scoperte di cose e luoghi già esistenti, ma a noi non ancora noti.
Si è appena conclusa l'escursione alle "Cinque Terre", ove abbiamo percorso un sentiero difficile ma fantasmagorico e di grande effetto paesaggistico e pittorico, di luoghi e di colori: uno spettacolo meraviglioso offerto dalla madre natura. L'itinerario del 23 maggio, ci ha portati nella parte opposta della Liguria, in quella terra dei patrioti irredentisti, nella vallata del Trentino. La nostra meta è stata la Valsugana, una valle bellissima, che fa parte delle Alpi Dolomitiche, dai laghi di Velico e quello di Caldonazzo.

La giornata si presentava sotto i migliori auspici, sebbene il cielo fosse leggermente coperto da nuvole cirriformi, di quelle nuvole che in poco tempo si disperdevano con il primo soffio di vento. Subito dopo la galleria autostradale sulla nostra sinistra, ci appare come d'incanto la bella città di Trento, la famosa Tridentum romana, che sorge sulla sinistra del medio corso del fiume Adige. Attraversiamo la città nella parte Nord proprio seguendo sulla statale che porta a Pergine e successivamente al lago di Caldonazzo, che costeggia sul lato sinistro, quindi superiamo l'alto corso del fiume Brenta e raggiungiamo il sentiero Europa, che percorriamo fini alla località " Albergo alla Vedova", ove il nostro bravo conducente Flavio, detto il codino, (perché portava i capelli raccolti sulla nuca come il grande Baggio), parcheggia il suo pesante automezzo con grande professionalità.
Prima di descrivere le nostre impressioni sul percorso, che più tardi ci porterà nel piccolo Canyon della Valle Scura, vogliamo brevemente tracciare a grandi linee, un cenno storico della città di Trento, che riteniamo sia doveroso da parte nostra.
Come sappiamo, Trento è una città antica e nello stesso tempo moderna, fu fondata dai Galli o dai Goti e successivamente fu conquistata dai Romani nel 222 a.C. Dal 1810 al 1815 fece parte del regno d'Italia; ritornata all'Austria nel 1815, fu occupata dalle truppe italiane il 3 novembre 1918.
Il Concilio ecumenico vi fu convocato da Paolo III nel 1542.
Con la conclusione del Concilio si costituirono le direttive della Controriforma e si gettarono le basi del Cristianesimo che furono valide fino ad oggi.
La storia di questa italianissima città, ci dice che la romanizzazione di Trento avvenne gradualmente e senza scosse eccessive, anche perché il sostrato gallico esistente acquisì facilmente le istanze provenienti dal mondo romano. Al tempo di Druso Flavo Nerone, che vinse i Reti nel 15 a.C. e fu detto Germanico per le vittorie riportate dal 12 in poi sulle popolazioni stanziate oltre il Reno e di Tiberio che fu imperatore romano, che successe ad Augusto il 14 d.C. e consolidò i confini al Reno ed in Oriente, la città di Trento, posta sull'importantissima Via Claudia Augusto, costituì un saldo presidio militare nelle campagne alpine contro le riottose popolazioni Retiche.
Più tardi, con l'estensione della " Civitas romana" alle popolazioni circonvicine ( I sec. d.C.) si legittimava lo status delle genti trentine, che divenivano parte integrante della Decima Regio Italica, mentre i territori dell'attuale Provincia di Bolzano andavano a formare le province della Retia e del Noricum.
Il Cristianesimo si diffuse nel Trentino attorno al IV secolo a, C. Dopo le alterne vicende della storia, giungiamo alla Terza Guerra d'Indipendenza che sembrarono preludere all'imminente liberazione di Trento, ma l'armistizio del 1866 congelava sulle labbra di Giuseppe Garibaldi lo storico "Obbedisco".
Come abbiamo detto, il 3 novembre 1918 Trento fu definitivamente liberata dalle truppe italiane.
Dopo questa breve divagazione storica, ritorniamo al nostro itinerario escursionistico, sul sentiero Europa E5. Trattasi di uno dei vari percorsi di ampio respiro che congiunge Costanza, sull'omonimo lago in Svizzera, a Venezia. Questo sentiero, fu evidentemente l'autostrada del passato che congiungeva l'Italia alla Svizzera, attraversando le alte montagne del Trentino.
Da Levico Terme, a quota 506 metri, l'itinerario sale fino all'albergo Monte Rovere, a1255 metri, passando dapprima per l'albergo alla Vedova e risalendo i fianchi del monte Pergola, a 1199 m. lungo il Kaiserjagerweg ( antica strada militare austriaca). Dall'albergo Monte Revere, che fu teatro nella Grande Guerra Mondiale, l'itinerario conduce a Lucerna, 1339 m. La nostra comitiva non ha percorso l'antica strada militare austriaca, ma il sentiero nr. 233, il quale è classificato "EE", e significa che tale sentiero è per escursionisti esperti. Subito dopo l'albergo alla Vedova, percorriamo un sentiero immerso in un bosco ceduo di faggi e solcato da un piccolo torrente delle fresche acque, che porta nella Valle Scura. Trattasi di un sentiero che in principio è pianeggiante e segue quasi sempre il torrente, dando l'impressione che non si tratti di un percorso difficile. Il torrente è molto guadoso e più volte siamo stati costretti a guadare il corso d'acqua, ma sempre con molta facilità. Non indifferente è la presenza di una flora particolare e di una vegetazione rigogliosa, tipica delle valli del Trentino, poi il sentiero sale gradatamente, il bosco si fa sempre più rado e le difficoltà aumentano. I sentiero n. 233 si presenta attrezzato con una serie di passerelle, scale di ferro, passi ferrati e ponticelli sospesi nel vuoto di profonde voragini, che inghiottono ciò che vi precipita.
La struttura geologica della voragine che abbiamo scalato e della montagna del trentino, varia notevolmente secondo la sua ubicazione ed é in stretta correlazione con l'orogenesi ed il corrugamento alpino nel suo insieme. Mentre ad occidente del solco vallivo predominano i basamenti cristallini sovrastati da rocce sedimentarie, nella parte est di questa linea si hanno situazioni differenti.
Da nord si spingono le propaggini dell'estesa piattaforma porfirica dell'Adige e si riscontrano formazioni denotate origini vulcaniche ( rocce metamorfosate del Logorai. Più il sentiero sale verso il vertice della montagna, e maggiormente notiamo i grossi graniti isolati che costituiscono e formano i contrafforti delle pareti rocciose. Il solco vallivo o meglio possiamo definirlo il piccolo Canyon scavato dal torrente che scaturisce da una sorgente perenne, che ha eroso la grande valle, venendo a formare nel corso dei secoli, un paesaggio dantesco e metafisico in tutta la sua selvaggia e meravigliosa bellezza.
Dalla curvatura della roccia basaltica, formatasi nell'Eocene Superiore dell'era Terziaria, circa 40 milioni di anni fa, quando la montagna trentina era in fase di sollevamento dal mare e quindi è stata soggetta a consistenti fenomeni vulcanici, lasciando i segni profondi di tale movimento sismico, tanto che l'escursionista può ammirare la bellezza prodotta da tale fenomeno.
Con il passar del tempo le condotte verticali si ampliarono sempre più, mentre catturavano tutte le acque superficiali che avevano già sciolto ed asportato il " Biancone", venendo a creare i bellissimi salti del torrente, che un dislivello di 750 metri, raggiunge la vallata e quindi il Brenta.
Questo dislivello è superato da tutta una serie di bellissime cascate, in successione una dopo l'altra, nel grande canalone. Nella sua posizione selvaggia, orrida e primitiva, quella forra stretta e profonda tra dirupi e pareti rocciose, prodotta dall'erosione dell'acqua corrente nel corso di milioni di anni, era di grande effetto scenografico e paesaggistico, ma soprattutto ci portava indietro nel tempo e nel giorno della creazione.
La vista di quella scenografia naturale, prodotta dalla natura e dagli agenti atmosferici, mozzava il fiato e toglieva il respiro.
Dopo tre ore di marcia, in quel sentiero particolarmente difficile, in quella gola irta di dirupi e passaggi difficoltosi e nello stesso tempo pericolosi, luoghi dirupati e scoscesi, la comitiva si è concessa una breve sosta. Il posto per la pausa era quello ideale, un altro migliore non esisteva in tutto il percorso della Valle Scura. Ci siamo fermati all'ombra di una grande parete granitica, dal fondo della quale sgorgava un getto d'acqua freschissima: un'acqua ristoratrice. Quella fonte da origine alla formazione del torrente della Valle Scura. La musicalità dell'acqua del ruscello faceva da sottofondo ai consueti rumori dei bambini che gioiosi facevano le capriole sull'erba, mentre le taccole si posavano sempre più vicini e aspettavano la loro razione di briciole di pane, intanto, era anche arrivato alla sorgente l'amico Giovanni, con il suo passo lento e appesantito dall'equipaggiamento da vecchio alpino.

L'ultimo tratto di quella montagna aspra e selvaggia era là sembrava che si potesse toccare con la punta delle dita, ci stava aspettando, per essere scalata nella sua interezza e finalmente è stata vinta. Dall'ultimo pianoro, da quel balcone naturale che domina il grande e meraviglioso scenario della vallata, mi sono fermato un momento, solo il tempo necessario per fissare l'ultimo fotogramma nella macchina fotografica e anche per imprimere nella mente quelle meravigliose immagini e sensazioni che non si possono facilmente dimenticare. Esse rimangono indelebili nella nostra memoria.
L'escursione è stata preparata e diretta dal presidente del CAI Sandro Zanellini, coadiuvato di consiglieri Carlo Borghi, Luciano Messora, Gabriele Cimarrosti ed altri esperti alpinisti.
Noi escursionisti in erba, che da poco abbiamo iniziato a praticare questo nobile sport, dobbiamo dire grazie a questi uomini, per la loro disponibilità, generosità e per il loro animo nobile. Sono sempre pronti ad aiutare, soccorrere e soprattutto donare con munificenza e liberalità. Allo Spiazzo alto, a quota 1290 metri, gli amici Borghi, Messora e Cimarosti, erano lì, all'ombra di un grosso abete, intenti a preparare un piccolo buffe da campo, opera di Messora e si affrettavano a preparare i famosi panini al salame, che la signora Attilia aveva provveduto a vettovagliare.

IL MONTE ROVERE

Alla fine dello spuntino, abbiamo raggiunto la sommità del monte Rovere, che è stata una semplice passeggiata distensiva, percorrendo una strada militare che porta al vertice del colle, ove abbiamo visitato quello che rimane del forte austriaco, fatto costruire nel 1895 da Francesco Giuseppe. Quella località e le vallate circostanti, sono state teatro di guerra nel 1915/18, ove i nostri soldati hanno scritto una pagina gloriosa della storia del nostro Paese.
Attorno alla collina appuntita di pietra, dove sorge quello che fu il forte austriaco, si è presentato al nostro sguardo un paesaggio lunare e metafisico, ma più che lunare, ci dava l'impressione di trovarci sulle montagne del Carso, dove sui sentieri s'incontrano le famose "doline": cavità chiuse dal terreno a forma approssimativamente di imbuto, frequente nelle regioni carsiche, ma quelle che abbiamo visto tutto attorno ai resti del forte, non era un paesaggio lunare e neppure le doline carsiche, ma erano state prodotte dal continuo cannoneggiamento dell'artiglieria pesante italiana, che giorno e notte martellavano quel forte, che rappresentava una località strategica da conquistare.

Oggi, quelle cime dolomitiche, che con le loro superbe e rosee vette puntano dritte al cielo e sembrano poi veleggiare nell'aria pura di un silenzioso ed infinito spazio. Questi meravigliosi tesori creati dalla madre natura, che nel corso dei secoli, hanno sfidato disastrose guerre e tempeste, sono state definite le "Dolomiti di Pace", una manifestazione che si ripete anche quest'anno, dopo una prima edizione che ha richiamato sui prati, nelle conche e sulle rocce del Trentino, teatro di scontri e battaglie durante la Grande Guerra, un pubblico numeroso, appassionato e impegnato a partecipare, dialogare, capire. Un percorso dedicato alla pace, oltre che all'escursionismo, che quest'anno si arricchisce abbinando agli incontri e alle riflessioni anche appuntamenti musicali. I luoghi e gli scenari che abbiamo in passato molto amato e ammirato, oggi accolgono questo progetto sono quelli del Sentiero della Pace, un itinerario di 350 chilometri che unisce tutti i fronti trentini del conflitto del 1915-1918 e, come sempre, centro ideale di questa grande area della Marmolada all'Adamello, dal Pasubio al Passo dello Stelvio è la Campana dei Caduti di Rovereto che da ottanta anni lancia ogni sera il suo messaggio di fratellanza al mondo con cento rintocchi a significare che la pace è una conquista continua. Così negli otto incontri che quest'anno caratterizzano Dolomiti di Pace ci si interroga su come costruire la pace, su cosa si può fare nella vita di tutti i giorni per capire e risolvere problemi come la povertà, la fame, la salute, l'ambiente, la convivenza tra popoli e culture. La vacanza e l'escursionismo diventa in questo modo un momento di arricchimento, riflessione e confronto che rigenera anche lo spirito oltre che il fisico. Quindi un sentiero della memoria alla scoperta dei forti, delle trincee, dei capisaldi, delle strade e delle cittadelle militari dove dal 1915 al 1918 si dettero battaglia gli eserciti italiano e austroungarico. Un percorso di pace per riflettere sulla follia della guerra, di tutte le guerre, e riconciliarsi con una natura straordinaria, allora violata. Oggi tutelato nella sua bellezza e nella sua serena forza rigeneratrice. Dal Passo del Tonale a Riva del Garda, da Mori a Rovereto, dal Pian delle Fugazze a Caldonazzo alla Marmolada: trentatré tappe da affrontare a piedi, in alcuni tratti anche in mountain bike, senza affanno e indipendentemente una dall'altra, con il passo misurato e pacifico del trekking di montagna. Guidati e accompagnati dal simbolo di una colomba, giallo quando è disegnato sulla roccia, bianco se inciso sul legno. Un'occasione per arricchire la vacanza di stimoli nuovi, ambientali. Un motivo in più per ritrovare lungo quei chilometri, passo dopo passo, la serenità del corpo e dello spirito. E la speranza in un mondo che, come è avvenuto in Trentino, sappia sostituire i fronti della guerra con altrettanti Sentieri di Pace.

La Cima del Monte
Lassù sulle rocce appuntite
Dalle doline carsiche
Ho colto un piccolo fiore
Un fiore azzurro come il cielo che profumava
D'aria pura di montagna
Il cielo era striato di nuvole sfilacciate.
Bianche e rosa come l'abito di una sposa.
Quel fiore significava un piccolo saluto
Di quel mondo incontaminato e lontano
Dalle nostre soffocanti e in vivibili città.
Sulla grande cima appuntita
L'alpinista è come l'acqua di questo ruscello:
Non può ritornare sui suoi passi,
E' come la vita
Bisogna andare sempre avanti fino a
Quando non si raggiunge la meta.
Solo allora potrai dire c'ero anch'io

Le confessioni di un Armeno
Racconto di viaggio

Dopo pranzo, con altri due amici di viaggio mantovani, siamo usciti nel cortile per divagarci un po’, approfittando in questo lasso di tempo per fumare la vecchia e cara pipa, che portiamo sempre con noi, restando lontano dalle persone che non sopportano il profumo del tabacco. Nel cortile del Caravanserraglio, proprio dove un tempo erano sistemati le cavalcature, abbiamo incontrato dei cittadini armeni, che cercavano di vendere i loro tappeti ai turisti in sosta. In quella occasione, abbiamo fatto conoscenza con un anziano e canuto armeno, ma molto addentrato nella politica internazionale e soprattutto quella del suo Paese ed inoltre si esprimeva molto bene nella nostra lingua, ci ha voluto parlare della loro persecuzione e sterminio da parte dei Turchi, sessanta anni fa. Proprio in questi mesi si discute se accettare la candidatura all'ingresso nell’Unione europea della Turchia. Egli ha così proseguito nel suo discorso dicendo:
“Confesso che, in generale, a questa nostra “Unione” non mi sono mai particolarmente appassionato, riservando sentimenti ed emozioni ad altre realtà, diverse da quel mix di interessi economici spesso egoisti o corporativi, di farraginose e pacatissime burocrazie, dì ipocrisie politicamente corrette, quel mix, dunque, di carte e funzionari che si muove tra Bruxelles e Strasburgo. Dunque, non mi scalderò più di tanto neppure per le "cose turche" di cui si dibatte e si dibatterà. Neppure questa volta farò ciò che mai ho fatto e mai farò: firmare, cioè, manifesti indignati o partecipare a rumorosi cortei di protesta.

Mi limito a dirmi sconcertato (per usare un eufemismo) nel vedere presa sul serio - e magari, alla fine, accettata - la richiesta di entrare nell'Europa da parte di quel Anti-Europa per eccellenza che, storicamente, e stato l’ex-Impero Ottomana. Solo per una finzione geografico-politica l'attuale Turchia è considerata come parte del Vecchio Continente, avendo la sovranità della regione attorno a Istanbul”.

Ma proprio questo brandello di terra è il testimone di una delle più grandi tragedie europee: dal 1453, Costantinopoli, la Nuova Roma, la terza Città Santa della Cristianità, è stata conquistata dai Turchi che l'hanno resa musulmana con la forza, che ne hanno fatto per secoli sia la loro capitale politica che quella religiosa per tutto l'Islam come sede del Califfato, che hanno trasformato in moschea (e poi in museo) la veneranda basilica di Santa Sofia e con lei centinaia di altre chiese, che le hanno persino mutato il nome.

Che si direbbe di noi cristiani, noi sempre sotto accusa e sempre pronti a chiedere scusa per quelle puntate difensive che furono le crociate (e Gerusalemme, per noi, era ben altro che Costantinopoli per i musulmani), se avessimo fatto, e continuassimo impunemente a fare, la stessa cosa per Baghdad, per Damasco o - il paragone non è improprio - per La Mecca stessa? Sono quegli stessi Turchi che per secoli hanno oppresso, dissanguato, martirizzato la Grecia, i Balcani, una vasta parte dell'Europa orientale e che sì sono ritirati attorno al Bosforo solo in seguito a una serie sanguinosa di guerre e di rivolte. Sono quei Turchi che, per secoli e secoli, impedirono la navigazione e desolarono le sponde del Mediterraneo con le loro incursioni piratesche: una delle cause del sottosviluppo del Sud del nostro Continente fu proprio la necessità di abbandonare le coste, in continuo pericolo, ritirandosi nell'interno, su montagne impervie e inospitali.

Sono quei Turchi che sin quasi alla metà del XIX secolo strapparono ogni anno un bambino a ogni famiglia cristiana, lo trasformarono in musulmano fanatizzato e ne fecero un soldato dell'Islam nel corpo di elite dei Giannizzeri: una delle trovate militari più perverse, perché dava ai Sultani la soddisfazione di massacrare i battezzati servendosi di guerrieri spietati che erano i loro stessi figli.

Strana organizzazione davvero, questa Unione europea che discute seriamente sulla richiesta della Turchia di entrare a farne parte e che, pure, nel 1999, ha riconosciuto ufficialmente come "genocidio" la soppressione, tra il 1915 e il 1917, di almeno un milione e mezzo di cristiani armeni proprio per mano dei Turchi. Mentre altre centinaia di migliaia erano stati massacrati negli anni precedenti. Il riconoscimento di quella spaventosa tragedia da parte dell'Europa, e di alcuni Stati nazionali, è stato tardivo ed è contestato aspramente dai governi ottomani che si sono succeduti sino ad oggi. Gli Stati Uniti non vogliono tuttora sentire parlare di "genocidio armeno" (il presidente Clinton stesso è intervenuto per bloccare un'iniziativa del Senato) perché contano sulla Turchia come alleato fedele nel Medio Oriente. Ma anche perché, negli Usa, è intervenuta la potente lobby ebraica che difende aspramente il monopolio della parola "genocidio " che, si sostiene, deve essere riservata solo alla persecuzione nazista degli ebrei. La Shoah, come la chiamano, deve essere considerata uniche, tutte le altre persecuzioni non hanno lo stesso significato incommensurabile e la stessa intensità di patimento.

Questo non lo diciamo noi curdi: non glielo permetteremmo mai. Lo dice un ebreo, figlio di sopravvissuti allo sterminio, Norman Finkelstein, del quale la Rizzoli ha appena pubblicato quel dossier scandaloso" che è L'industria dell'Olocausto, con sottotitolo Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei (da parte di altri ebrei). Scrive, tra l'altro, Finkelstein: «La difesa ebraica della unicità dell'Olocausto è indegna da un punto di vista morale e finisce col costituire una sorta di "terrorismo intellettuale", eppure persiste. Il punto è capire perché. In primo luogo, una sofferenza unica conferisce diritti unici. Il male "unico" dell'Olocausto pone gli ebrei su un piano diverso rispetto agli altri e concede loro anche una rivendicazione nei confronti di tutti questi altri. Per Edward Alexander, l'unicità dell'Olocausto è "un capitale morale" e gli ebrei devono "rivendicare la sovranità" di questo "patrimonio prezioso". In effetti, l'unicità dell'Olocausto serve a Israele come alibi...». E così via, in un crescendo implacabile di accuse.

Parole dure, come si vede, che a nessuno che non fosse ebreo come questo studioso (è docente alla City University di New York) sarebbe oggi permesso di dire.

Osserva ancora, questo ebreo "politicamente scorretto", che nel gigantesco Holocaust Memorial di Washington, finanziato e gestito dal Governo Federale, si è praticamente eliminato ogni riferimento agli armeni, così come agli zingari che pure, con oltre mezzo milione di vittime per mano nazista, ebbero in proporzioni perdite più alte degli israeliti. "Ma", scrive sempre Finicelstein, "riconoscere il genocidio dei gitani, nello stesso periodo e con gli stessi colpevoli, avrebbe comportato la caduta dell'esclusiva ebraica sull'olocausto, con una perdita cospicua di "capitale morale"». Così, aggiunge lo scrittore, mentre ogni anno, in tutti i 50 Stati dell'unione nordamericana si celebra il "Giorno della Memoria dell'Olocausto", «i lobbisti ebraici del Congresso impedirono l'istituzione di una giornata di ricordo del genocidio armeno» oltre che di quello zingaro.

In un recente, informatissimo e pacato studio della Civiltà Cattolica proprio sulle resistenze che trova ancora oggi lo sforzo per non perdere la memoria della terribile strage perpetrata dai Turchi, ci si dice «molto colpiti» perché il ministro israeliano Shimon Peres, in una visita ad Ankara, «ha definito "senza senso" le richieste degli armeni, che pretendono l'uso dei termini olocausto e genocidio anche per il loro milione e mezzo di morti su una popolazione totale, presente allora in Turchia, di due milioni e centomila persone».

Peres, in un'intervista, ha ribadito: «Quella del popolo armeno è stata una tragedia non un genocidio». Non si dimentichi che, almeno sino a ora (ma le recentissime elezioni, con la vittoria del partito islamico, mandano messaggi inquietanti) la Turchia è stata per Israele il solo alleato nel mondo musulmano e il fornitore di molto di ciò che serve a mantenere il suo agguerritissimo esercito.

In realtà, poiché, secondo la stessa definizione delle Nazioni Unite, «genocidio è lo sterminio di un gruppo nazionale, etnico o religioso», poche volte il termine è adeguato come nel caso dell'Armenia. Lo riconobbe anche Giovanni Paolo II nella sua visita, alla fine del 2001, dove non esitò a parlare di un popolo martire per la sua fede.

L'obiettivo cui si mirò (raggiungendolo: non ci sono più armeni nelle province turche dov'erano o maggioranza o minoranza particolarmente numerosa) fu la soppressione totale, con una strage di massa che cancellò sino il ricordo della più che millenaria presenza armena in quel territorio che divenne dei Turchi ottomani, arrivati come intrusi e invasori, soltanto a partire dal XIV secolo.

Quello che i Turchi si proposero prima durante la Grande Guerra fu proprio, ed esplicitamente, una "soluzione finale".

Per un credente, il popolo armeno non è uno come tanti altri: qui nacque - nel 301, dunque ancor prima delle leggi di tolleranza costantiniane - il primo regno cristiano della storia. Qui, in terre tormentate e di confine (scosse, tra l'altro da continui terremoti) questa gente seppe restare fedele sotto le aggressioni e le dominazioni brutali di innumerevoli altre culture e religioni. In particolare, continuò paziente a persistere nella sua fede, a stringersi nella sua Chiesa (che per molti armeni fu quella cattolica) anche nei secoli in cui al Turchi ottomani dovette pagare il pesante tributo di dhimmi, sottomessi, e accettare l'inferiorità e le umiliazioni consuete per tutti i battezzati sotto il giogo islamico. Dai Sultani d'Istanbul ottenne addirittura il titolo di "comunità più fedele": in effetti, pur di essere lasciata in pace a vivere da cristiana, dava a quel Cesare con turbante quel che pretendeva, senza troppo lagnarsi e senza cercare di ribellarsi.

Il "Grande Male" (come gli armeni chiamano il loro Olocausto) cominciò con la crisi dell'Impero ottomano e il sorgere, per compensazione, del nazionalismo turco, cui da parte cristiana si cercò di reagire. Alcuni partiti, di ispirazione socialista e condannati dalla Chiesa, ricorsero anche al terrorismo. Così, tra 1894 e 1896, una serie di massacri ordinati da Istanbul portò a una prima strage di 300 mila armeni e a migliaia di conversioni forzate all'Islam.

Ma il genocidio vero e proprio sarà consumato dai "Giovani Turchi", il partito nazionalista e razzista che intendeva procedere a una vera e propria "pulizia etnica". Nel 1909, si fece un'atroce "prova generale", con lo sterminio di 30 mila armeni della Cilicia, sotto l'occhio indifferente delle Potenze sedicenti cristiane, impegnate in un gioco politico tra Turchia e Russia. Come già in precedenza, la Chiesa cattolica fu la sola a levare la voce per denunciare e per protestare, con documenti, passi diplomatici e articoli ufficiosi sulla Civiltà Cattolica. Allo scoppio della guerra. Nel 1914, la Turchia, alleata di Tedeschi e Austro-Ungarici, subisce una disfatta sul fronte caucasico, dove gli armeni sono da sempre a casa loro, in assoluta maggioranza. L'occasione e propizia per liberarsi finalmente del problema. Mentre i soldati armeni nell'esercito ottomano sono tutti disarmati, usati come bestie da soma sino a esaurimento delle forze e poi fucilati, per il milione e duecentomila di altri armeni sul Caucaso giunge da Istanbul l'ordine di deportazione nel remoto deserto asiatico. Ne seguono eventi spaventosi: chi non è ucciso dalle baionette, dalla fatica o dalle percosse, troverà la morte per fame, sete, prostrazione giunto al "punto d'arrivo", dove in realtà non c'è nulla se non la sabbia.

Alla fine della guerra, non ci sono più armeni sul Caucaso: lo sterminio, li, è terminato, con più di un milione di morti, i pochi superstiti sono fuggiti verso la Russia o sono andati a ingrossare la già cospicua diaspora. Ne restano però, nelle zone occidentali della penisola anatolica: a loro provvederà Kemal, l'eroe nazionale, detto Ataturk, cioè "Padre dei turchi", con nuove stragi e con la cancellazione della sentenza dell'immediato dopoguerra, con cui lo Stato ottomano, riconoscendo la terribile strage, aveva condannato a morte i politici che ne erano stati responsabili.

Da allora, parlare di "genocidio armeno" è ufficialmente vietato in Turchia: una negazione contro ogni evidenza che, come abbiamo visto, conta ancora su potenti appoggi anche all'estero. Intanto, gli Eurocrati discutono se accettare o no sotto la bandiera azzurra con dodici stelle coloro che non sono, certo, personalmente colpevoli ma che sinora non hanno voluto riconoscere quanto fecero i loro padri.

Noi non siamo storici e tanto meno politici, ma per approfondire maggiormente quanto ci ha raccontato l’anziano e canuto armeno, venditore di tappeti orientali, e a nostro parere, molto addentrato nella politica del suo Paese, abbiamo letto il libro, storico-politico, frutto di anni di ricerche del giornalista e scrittore Diego Cimara, di recente pubblicazione, dove denuncia il "genocidio" la soppressione, tra il 1915 e il 1917, di almeno un milione e mezzo di cristiani armeni proprio per mano dei Turchi. Mentre altre centinaia di migliaia erano stati massacrati negli anni precedenti. Il riconoscimento di quella spaventosa tragedia da parte dell'Europa, e di alcuni Stati nazionali, è stato tardivo ed è contestato aspramente dai governi ottomani che si sono succeduti sino ad oggi. Il libro di Diego Cimara, è una vera e propria denuncia al mondo intero dell’olocausto di un pacifico popolo, di quel popolo errante che si chiama armeno.

Come abbiamo detto sopra, noi non siamo politici e tanto meno ci interessiamo di politica, ma la storia che ci ha raccontato in quella lunga conversazione l’anziano ed erudito armeno, venditore di tappeti e souvenir. Alla fine del suo racconto, abbiamo salutato la piccola comitiva degli ambulanti nomadi, che erano accampati nel “caravanserraglio”, con i quali abbiamo amichevolmente conversato, e saliti sul moderno pullman, ci siamo diretto verso la città di Urgup Cappadocia, proseguendo così il nostro tour attraverso la grande e bella Turchia. Leggendo e rileggendo quegli appunti, per onor di cronaca, abbiamo deciso di scrivere questo racconto di viaggio. Lasciamo la storia del popolo turco e di quello armeno e  proseguiamo il nostro viaggio verso l’Egeo, per visitare le ultime località del nostro lungo Tour in quell’antica e meravigliosa terra chiamata Turchia.

Le ultime località che abbiamo visitato, sono state l’antica città di Efeso, Didima, Afrodisia, Pamukkale, Konya sono solo alcuni nomi nell’universo degli incontri che abbiamo avuto lungo le antiche strade turche. Così come le vicende legate ai miti: Creso re della Lidia, Re Mida, Alessandro e il nodo gordiano, San Nicola (Babbo Natale), la cui storia ha origine a Demre e fu esportata a Bari dai crociati. Vi sono poi molti luoghi piccoli, oggi quasi dimenticati ma considerati sacri dagli abitanti. Non trascureremo la cucina turca e le danze (1.500 i tipi di danza popolare esistenti in giro per la nazione) e tanto meno la sua natura. La solitudine e le lande desertiche della Turchia danno a chiunque la sensazione - esatta! - che quei luoghi, oggi abbandonati, siano stati un tempo il centro di una civiltà opulenta.

 Delle molteplici città antiche che si trovano in Turchia, Efeso è sicuramente la meglio conservata, anzi è la più bella città classica di tutto il Mediterraneo. La greca Ionia era già un florido centro culturale che, durante l'Impero Romano, divenne un'attiva capitale di provincia, apprezzata per la sua bellezza e la sua ricchezza. Il Tempio di Diana di Ionia era una delle sette meraviglie del mondo. A Ionia San Paolo e San Giovanni iniziarono a scrivere, e pare che Maria passasse qui qualche anno verso la fine della sua vita. Per girare tra le rovine s'impiega almeno tre ore circa per visitarle. Passeggiando abbiamo incontrato la Grotta dei Sette Dormienti, nella quale hanno dormito per due secoli sette giovani cristiani perseguitati che al risveglio andarono in città a mangiare, scoprendo poi che tutti quelli che conoscevano erano morti da tempo.  Abbiamo visto inoltre l'imponente Ginnasio del Porto, la maestosa Via Arcadica, lastricata di marmo, il possente Tempio di Adriano, una serie di fontane, piscine, bordelli, biblioteche, bagni pubblici.

 Selçuk, cittadina di 27.700 abitanti, molti dei quali sono instancabili procacciatori di clienti d'albergo, è il principale centro turistico della regione di Efeso. In centro si trovano un bel museo, vari edifici romani, cristiani, musulmani, come la Basilica di San Giovanni e l'Acquedotto Bizantino. La grande città più vicina è Smirne. Oltre ai monumenti storici, abbiamo ammirato un paesaggio bellissimo, dove, come abbiamo detto sopra, germogliano secolari e contorte piante di ulivo, che sono stati definite, per antonomasia, “l’albero della pace, di quella pace molto agognata che però non c’è mai stata per via delle guerre intestine.

Il mondo e la sua storia si rinchiudono a cerchio attorno a noi, per spiegarci che cosa è questa guerra, il massacro più formidabile dopo il diluvio e la grande peste, dopo le carestie della Cina e dell’India e le campagne di Napoleone, che cosa sia stata questa guerra, prova generale molto puntuale di ciò che sarebbe accaduto, per completare l’opera, appena vent’anni dopo, non ho bisogno di raccontarvelo. Lo sapete tutti a mena dito. I grandi storici hanno detto e scritto quasi tutto ciò che era possibile dirne. La Seconda Guerra mondiale che la nostra generazione a vissuto fino in fondo, è stata una macchia nera e rossa che si estende all’infinito prima di restringersi, una ferita che si apre prima di chiudersi, un flussi seguito da un riflusso. La prima è un corpo a corpo che trova il suo punto d’equilibrio, s’affossa nelle trincee e non la smette più di uccidere nell’immobilità. La vittoria rimane continuamente sul filo del rasoio. Più volte, basta un nonnulla perché il campo dei vinti divenga il campo dei vincitori. Nel corso di quella disastrosa guerra, qui in Turchia, oltre un milione di armeni furono deportati e trucidati, quello fu un vero e proprio “genocidio” di un popolo perseguitato. La stessa cosa è successa nella Seconda Guerra mondiale, con il “genocidio” e l’internamento nei campi di concentramento tedeschi, con l’eliminazione di cinque milioni di ebrei. Lo scrittore Primo Levi, nel 1943 si unisce a un gruppo di partigiani operanti in Val d’Aosta, ma è arrestato e deportato, in quanto ebreo, prima nel campo di concentramento di Fossoli, presso Carpi, e poi, nel febbraio 1944, nel lager di Auschwitz. Liberato da soldati russi nel gennaio 1945, torna a Torino e lavora come chimico prima alla Montecatini e poi in una fabbrica di vernici, la Silva, che dirigerà fino al 1975. Nel 1947 pubblica presso il piccolo editore De Silva, di Salvo Antonicelli, Se questo è un uomo. Questo è prima di tutto, il racconto minuzioso e asciutto, la cronaca sommessa e a volte volutamente dimessa, di un’esperienza estrema: un anno trascorso di Primo Levi nel lager di Auschwitz, vittima e testimone della massima quota di orrore che il XX secolo produce. Ed è un orrore che risalta in tutta la sua evidenza “naturale”, proprio per il fermo rifiuto da parte dell’autore di ogni forma di amplificazione retorica, di ogni pur legittima “ finzione” letteraria; un orrore nudo e crudo, e totalmente autentico: tanto più, perciò, terrorizzante, tanto più in eludibile e non esorcizzabile.

Così la critica ci presenta questo libro. “Se questo è un uomo”, il giudizio morale, naturalmente, non cancella né ignora le responsabilità individuali e collettive, ma riesce sempre e comunque a valutarle sulla base semplicissima eppure difficilissima della coscienza umana: l’inappellabile tribunale dei giusti che giace nel fondo di ognuno di noi, e che Primo Levi sa interamente e miracolosamente esporre alla luce del sole”.

Lasciamo il passato e ritorniamo al presente, al nostro presente, di un’Europa trasformata, senza confini e senza le mura. Quello di Berlino è stato abbattuto diversi anni fa, mentre oggi è crollato anche quello di Cipro. Sembra che la guerra nella piccola isola del Mediterraneo, tra la Grecia e la Turchia, sta ritornando alla normalità. Ma ci domandiamo dove va l’Europa? L’allargamento la trasformerà sicuramente in un super mercato, in una zona di libero scambio un po’ più burocratizzata delle altre, o è ancora possibile avanzare verso la creazione di un’Unione federale?

Chi deve guidarla? L’asse Parigi-Berlino, gli interessi intergovernativi, la Commissione o il popolo europeo ( ammesso che ve ne sia uno)?

 Quel che è certo è che il treno della vecchia Europa, quella dei fondatori, della CECA, dei Mitteran, dei Kohl e dei Ciampi si è fermato. Non solo per aggiungervi nuovi vagoni, ma anche perché è arrivato a destinazione: l’Europa è oggi pacificata, stabilizzata. Adesso tutto può essere rimesso in discussione. Ma una cosa è certa, come il vecchio Orient Express che un tempo portava da Parigi a Istanbul passando per Budapest e Bucarest, lo spazio vitale dell’Europa sta ad Est. E le prossime fermate si chiamano Turchia, Bulgaria, Romania, Balcani e poi chissà.

Se vogliamo sapere se il viaggio andrà a buon fine, non restiamo seduti, cambiamo carrozza, giriamo per il treno. E prendiamo un buon caffè – un espresso, perché no?- tra cechi e italiani, francesi e tedeschi, polacchi e estoni, ciprioti e turchi.

Terminiamo questo capitolo, con il quale concludiamo questo nostro libro escursionistico “ Sulle vie del mondo”, con la significativa poesia di Primo Levi:

Considerate se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

Voi che trovate tornando a casa

Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì o per un No.

Considerate se questa è una donna.

Senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo

Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpite nel nostro cuore

Stando in casa andando per via,

Coricandovi alzandovi;

Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

La malattia vi impedisca,

I vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi

Anatolia: la via della seta e il caravanserraglio
Dopo il Gran Tour della Turchia, con la visita dei maggiori monumenti della città stupenda di Istambul, dove Dio e l'uomo, la natura e l'arte hanno creato il più meraviglioso panorama di sguardo umano possa contemplare sulla terra, in quel angolo del Bosforo, dove si fondono l'Europa e l'Asia in un abbraccio fraterno lungo le due rive del Corno d'Oro. Il nostro itinerario ci ha portati sulla scia del passaggio dei Greci e dei Romani, lasciando a testimonianza della storia meravigliosi monumenti, dove abbiamo scoperto un angolo geologico annoverato fra le meraviglie del mondo per i paesaggi naturali scolpiti dagli agenti atmosferici e i tesori d'arte bizantina di cui è custode e la Cappodocia da sola giustifica un soggiorno in Turchia. Nella nostra lunga escursione, oltre ai singolari monumenti storici e naturalistici, in quella antica terra di vulcani, abbiamo ammirato vasti campi coltivati a cereali e a frutteti con il tronco attorcigliato su se stesso e la sua figura contorta, che sembrava quasi simboleggiare, nel vegetale, la figura umana: la fatica di crescere, la difficoltà di vivere e le rughe del tempo. Nelle campagne di fronte all'Egeo, abbiamo visto germogliare gli uliveti contorti dal vento. Forse è per questo che tale pianta è così cara agli uomini mediterranei. Per questo forse, l'olivo ha una valenza simbolica tanto ampia e diversificata, traversale in tutte le cultore. E' c'è probabilmente qualcosa d'antico, una reminescenza per certi versi genetica, che ci fa restare sempre ammirati e stupiti davanti a quelle distese di ulivi che ornano quelle colline assolate e bruciate del sole sulle sponde dell'Egeo, come pure sulle colline della My Old Calabria, la meravigliosa terra di Puglia e di tanta parte del nostro meraviglioso Paese. Guardando quegli antichi alberi secolari e contorti del tempo, mi sono domandato: sono stati gli antichi Greci, gli invasori Arabi o i Turchi con le loro scorribande che hanno terrorizzato nel Medioevo, gli abitanti delle coste della Toscana, del Sud e della bellissima Liguria, a trapiantare l'albero della pace nel nostro Paese? Di sicuro sappiamo che sono stati gli antichi Greci, i coloni che hanno fondato la Magna Grecia, portandosi dietro non solo i virgulti dell'ulivo, ma anche la vite, i limoni e gli agrumi. Il giornalista Angelo Bianco, in un suo interessante articolo, parlando dell'olio e dell'ulivo, così scriveva: " Per chi, come me, che viene da una regione dove la coltivazione dell'olivo è antica, dove le radici aggrovigliate e possenti di questa pianta sembrano quasi scavare nella storia dei popoli, parlare di olio è un po' come fare un viaggio nel passato, nel mio passato che poi è anche quello della mia famiglia. Egli aveva veramente ragione, perché tutti noi che proveniamo dalle regioni del meridione d'Italia, dove germoglia questa antica e meravigliosa pianta, ci riconosciamo tutti in questa storia millenaria dei popoli mediterranei.
Proseguendo il nostro viaggio in quelle terre arse e bruciate dal sole, dove pascolavano le capre e i greggi, restando all'ombra dei resti delle antiche città fondate dai Greci e dai Romani, degli antichi uliveti, contorti dal vento, in un certo senso ci sembrava di ripercorrere a ritroso nel tempo, i sentieri, le verdi colline e le vallate del nostro piccolo borgo di Cosoleto, che sorge alle pendici del massiccio dell'Aspromonte, ma quello era solo un sogno molto lontano nel tempo e nello spazio. Qui tutto é agreste, antico e primitivo, che non è stato ancora toccato dalle moderne tecnologie, è un paesaggio come quello descritto da Carlo Levi, nel suo libro " Dio si è fermato ad Emboli".
Nella visita al grande Museo della Civiltà Anatoliche di Ankara, situato presso la porta della cittadella, questo vecchio e bel bedesten ( mercato coperto) è stato trasformato in un museo che accoglie inestimabili collezioni di opere paleontoliche, hatti, ittite, frigie, urate e romane, come ci ha spiegato la nostra guida turca Erol, un tempo molto lontano, prima che diventasse un mercato coperto e poi trasformato in Museo, altro non fosse che uno dei "caravanserraglio" che collegava la città di Istambul all'altopiano dell'Anatolia. Il lettore, se un lettore ci sarà, certamente si domanderà che cosa è un "caravanserraglio"? E' soltanto un edificio che nell'Europa nel Medioevo, erano identificati le fermate di posta, dove cambiavano i cavalli e i passeggeri trovavano un luogo caldo per rifocillarsi e per trascorrere la notte. Questi "caravanserraglio" svolgevano lo stesso servizio. Dalla città di Istambul, passando per la città di Ankara, transitava la via della seta, che portava i viaggiatori nell'Oriente e nella Cina. Nel nostro itinerario di marcia era compreso l'altopiano anatolico centrale, che é di un bel colore giallo bronzo reso impervio dai burroni e dominato dai picchi vulcanici, che costituì il cuore della Turchia. Percorrendo questa lunga e interminabile strada, abbiamo incontrato vastissimi campi di frumento contornati da file di pioppi, la steppa audacemente delimitata è di una solitudine maestosa. Questo altopiano è considerato come uno dei nidi della civiltà umana. Lungo il percorso, prima di entrare in Cappadocia, è stata effettuata una breve sosta tecnica ad un di questi caravanserraglio, la cui costruzione risale al XIII secolo. Oltre a sgranchirci le gambe del lungo viaggio e provveduto ai bisogni corporali, abbiamo visitato questa specie di albergo -fortezza medievale, dove i carovanieri diretto verso l'Oriente trovavano ospitalità e assistenza. Quello che sorge attorno a questo imponente edificio è un piccolo villaggio dell'altopiano dell'Anatolia, vale a dire il paese che si trova a est di Istambul, penisola occidentale dell'Asia chiamata anche Asia Minore. Il nome Anatolia cominciò ad essere usato durante il Basso Impero e fu preferito durante le epoche bizantina e turca. Al contrario, nell'antichità, allorché la penisola conobbe la sua maggiore prosperità, era chiamata Asia Minore o semplicemente Asia. Presso i Turchi, nell'uso odierno il nome Anatolia indica il territorio asiatico della Repubblica Turca, Armenia e Kurdistan inclusi, e non coincide più col significato geografico primitivo, limitato alla sola penisola dell'Asia Minore. Proseguendo il nostro lungo viaggio in quelle lande assolate e desertiche, bruciate dal sole, abbiamo attraversato la moderna e simpatica città di Avanos, che sorge sulle rive del Fiume Kizilirmak, che presenta un'architettura autoctona ed è conosciuta per il suo artigianato di pregiati tappeti che i nomadi tessevano centinaia di anni fa. Ci troviamo proprio nel cuore della Cappadocia, dove violente eruzioni dei vulcani M. Erciyes ( m. 3916) e M Hasan ( 3268), avvenute tre milioni di anni fa, avevano ricoperto l'altopiano intorno a Nevehir con tufo, una polvere composta di lava, cenere e fango, pressappoco, come è successo nel nostro Paese con il Vesuvio, che ha sepolto la città romana di Pompei. I venti e le piogge, erudendo queste rocce friabili, hanno creato dei paesaggi surrealistici e spettacolari di rocce a forma di cono, di pinnacoli, di burroni scoscesi, dipinti con dei toni che variano da rosso all'oro e dal verde al grigio. Quello é il Parco di Goreme, conosciuto al tempo dei romani sotto il nome di Cappadocia, è uno di quei rari luoghi al mondo nei quali l'opera dell'uomo si mescola sapientemente al paesaggio circostante. Delle abitazioni furono scavate in questa roccia a partire dal 4000 a.C. Ai tempi di Bisanzio, cappelle e monasteri furono anch'esse scavate nella roccia; i loro affreschi con toni ocra, riflettono i colori del paesaggio circostante. Ancora oggi si vedono emergere armoniosamente nel paesaggio abitazioni scavate nei coni di roccia e villaggi di tufo vulcanico. Insomma, ti sembra di ammirare un paesaggio astratto e metafisico, uno di quei paesaggi che ha dipinto il grande pittore Giorgio De Chirico. Il grande maestro, volle esprimere il senso profondo delle cose in netta e voluta contrapposizione al loro senso apparente. Il fatto interiore nel quale sensazione, vita remota e vita attuale tentano di eguagliarsi nel sogno e doveva costituire l'essenza della pittura; e l'invenzione fantastica, anima del dipinto, non comportava una tecnica speciale, ma soltanto la necessità, l'espressione adeguata, mentre la natura, senza volerlo, ha creato in milioni di anni l'età metafisica, che secondo Comte, passa necessariamente la storia umana, caratterizzata dalla tendenza a spiegare i fenomeni naturali mediante astrazioni entificate.
Dopo Avanos, in direzione sud si giunge ad un interessante caravanserraglio selgiuchide, il caravanserraglio Sarihan, sulla Strada Nevsehir- Urgup. In questa stazione di posta, dove in passato si fermavano le carovane dirette verso l'Oriente e viceversa, perché, come abbiamo detto sopra, questa era la via della seta e delle spezie. Probabilmente, in questo caravanserraglio, come negli altri due che abbiamo incontrato, si sarà fermato sicuramente il grande viaggiatore veneziano Marco Polo. Non abbiamo trovato nessuna indicazione del suo passaggio, ma leggendo il suo libro il " Milione", fra le righe, si può comprendere che proprio in questo locale si sia veramente fermato nel suo lungo viaggio verso la Cina. Comunque sia, non può essere diversamente, perché la via della seta e delle spezie passava proprio da Avanos. Marco Polo, viaggiatore veneziano 1254-1324, figlio di Nicolò. Giovinetto di diciassette anni, accompagno il padre e lo zio Matteo nel secondo viaggio nella lontana Cina. Raggiunta per mare Lajazzo, allora frequentatissimo porto ( l'od Ayas sul golfo di Alessandretta), i Polo iniziarono nel 1271 il viaggio verso l'interno, con la compagnia di due domenicani inviati dal papa che però, spaventati dalle prime difficoltà incontrate sul cammino, tornarono indietro quasi subito. Attraversata l'Anatolia e l'Armenia, i Polo scesero il Tigri, toccando probabilmente Mosul e Bagdad, oppure Tabriz, e giungendo al porto di Ormuz, forse con intenzione di proseguire il viaggio via mare; decisero invece di continuare lungo la via terrestre e, attraverso la Persia e il Khorasan, raggiungendo Balkah e il Badakhshan, in quaranta giorni di durissimo cammino superando molti difficoltà, il cui percorso compare per la prima volta sul " Milione". Quindi, è accertato che proprio in quella località è transitato il nostro grande viaggiatore. Oggi questo antico albergo di posta, è stato trasformato in un rustico ristorante, che ha le stesse caratteristiche di una vecchia osteria degli anni 50, che s'incontravano lungo il grande fiume Po e nei villaggi di confine del nostro Paese. In Val d'Aosta, in Piemonte e in Alto Adige, si incontrano ancora di queste antiche locande di posta, dove un tempo lontano i viaggiatori trovavano rifugio, assistenza, pernottamento e il cambio dei cavalli. Oggi, questi luoghi hanno la funzione di rifugi alpini, dove gli alpinisti e gli escursionisti trovano la base di arrivo e di partenza. Sulle montagne della Provenza, dove scorre il serpentone detto il "Gigante verde"; il fiume che nasce sul Monviso e percorre le vallate delle Alpi, un'antica strada romana collegava la Costa all'interno della Francia. Lassù sul costone de " La Maline", esiste ancora un grande rifugio che conosciamo molto bene ed è funzionale, dove gli alpinisti e gli escursionisti possono pernottare e trovare assistenza. Alcuni anni fa, con il gruppo escursionistico del CAI di Mantova, abbiamo pernottato in questo antico e panoramico rifugio, mentre a poca distanza è funzionante l'antica osteria con alloggio, gestita dal CAI francese. In quella occasione abbiamo esplorato e percorso il lungo sentiero che costeggia il "Gigante verde: gole profonde e picchi metafisici a forma di coni rovesciati, in un paesaggio particolare, diverso degli altri fiumi che in passato abbiamo percorso. Il Gran Canyon, è spettacolare nella sua vastità e nella sua meravigliosa bellezza, ma il "Gigante verde", non è da meno. Percorrerlo nella sua interezza, si prova la stessa sensazione di percorrere quel paesaggio "dantesco", illustrato dal pittore francese Gustave Doré, disegnatore di ricca invettività.

"Nulla di più romantico dell'armonia
Di queste rocce ed abissi,
Di queste acque verdi ed ombre di porpora.
Del cielo comparabile al mare omerico
E di questo vento che parla
Con la voce della divinità morte
."

Cappadocia - Konya -Pamukkale
Ephesos

Racconto di viaggio

Il mattino del 11 Aprile, del sesto giorno. Dopo la prima colazione siamo partiti di buonora per Konya. Lungo il percorso sulla tabella di marcia era stata prevista una breve sosta al caravanserraglio di Sultanati lungo la via della seta (secolo XIII), lasciando dietro di noi quel paesaggio metafisico e lunare della Cappadocia, con i suoi siti rupestri, dove vi sono custoditi i primi elementi della cristianità, con le sue bellissime scolpite nella roccia. Abbiamo ripreso il nostro viaggio verso Konya, l'antica Iconio della predicazione Paolina, e visita al mausoleo di Mevlana, grande figura della spiritualità musulmana. Per le loro proprietà curative le acque termali sono state sfruttate dall'uomo fin dall'antichità e la maggior parte dei luoghi in cui sgorgano vantano una lunga storia di presenza umana. E' il caso di Pamukkale, dove le rovine di una città ellenica del II secolo a.C. si innalzano al centro di un paesaggio di rara bellezza, formato dalle concrezioni calcaree che le acque hanno depositato nel corso dei millenni. Adriana mia moglie e le altre signore, sono rimaste molto impressionate di quei luoghi di grande bellezza.
Ai piedi dei monti Cokelez, non lontano dalla costa Egea della Turchia, sulla pianura di Curuksu si staglia un dirupo di 200 metri di altezza. E' un luogo che possiede un fascino del tutto particolare e che un piccolo dettaglio geologico rende unico al mondo: nella parte alta del dirupo si trova una sorgente di acque minerali calcaree che scendono alla pianura lasciando dietro di sé un "lastricato" di sedimenti calcarei dalle forme fantastiche e una serie di piscine tiepide che, per il colore della roccia, sembrano scavate nel ghiaccio. Quando nell'XI secolo, i Turchi conquistarono l'Anatolia costruirono qui una fortezza e diedero alla località il suo nome definitivo: Pamukkale, che nella loro lingua significa il " castello di cotone".

L'Eredità degli Attalidi.

Fin dall'antichità si conoscevano le virtù delle acque di Pamukkale che, oltre a essere indicate per la cura delle malattie degli occhi e della pelle, servivano per sgrassare la lana e fissare le tinture. Di questa località la storia ci racconta che quando Eumene II, re di Pergamo tra il 197 e il 159 a. C, decise di fondare una città intorno alle sorgenti, fu assicurata anche la prosperità del luogo. Fin dalle origini, Eeirapolis è stata un'importante stazione termale, un luogo di culto per i suoi numerosi templi e anche un attivo centro della produzione tessile. La qualità delle acque permetteva di ottenere, mediante una tintura vegetale estratta da Rhus coticus ( una pianta della famiglia delle Anacardiacee) una tintura di un rosso intenso con costi più accessibili rispetto a quelli della porpora di origine animale utilizzata dai Fenici.

Hierapolis entrò così a far parte dei domini asiatici di Roma dopo la morte dell'ultimo re di Pergamo, Attalo III (138.133), che volle legare il proprio regno a quella che oramai si andava ponendo come la maggiore potenza del Mediterraneo. Sotto il governo romano, la città non smise di crescere e si trasformò in un centro popoloso e cosmopolita in cui convivevano Anatoli, Greci, Romani e Giudei. Nemmeno i due terremoti che nel primo secolo d. C, la rasero al suolo riuscirono ad annullare la sua prosperità. Hierapolis fu precocemente evangelizzata dall'apostolo Filippo, crocifisso proprio qui nell'(7 d.C, durante la persecuzione di Domiziano.
I secoli II e III furono quelli dell'apogeo della città, che tuttavia cominciò la sua decadenza dopo il trasferimento della capitale dell'Impero nella vicina Costantinopoli nel 330. Durante il periodo bizantino ebbe ancora una certa importanza come sede di una diocesi e come uno dei centri principali della Frigia, ma non riuscì più a recuperare l'antico splendore e i vecchi edifici della civiltà ellenistica e romana caddero via via in rovina.
Oggi, per la prima volta, un gruppo di mantovani, ha avuto la fortuna di ammirare, toccare con mano e fotografare i ruderi di quel mondo che è nato attorno a una sorgente miracolosa. La maggior parte dei turisti che visitano Hierapoli, come noi è attratta, principalmente dal meraviglioso spettacolo delle formazioni calcaree di Pamukkale e dalla possibilità di fare un bagno nelle piscine di acqua tiepida. Tuttavia, le rovine dell'antica città meritano una visita, costituendo un'eccezionale testimonianza di quella che, nell'antichità, era una città termale greco- romana. Naturalmente al centro del complesso urbano si trovano le terme, con la solita struttura suddivisa in tepidarium, calidarium e frigidarium e ricoperta interamente da marmo bianco. Nel corso della nostra visita, per un momento, ci siamo dimenticati di trovarci così lontano del nostro Paese, ci ha dato la sensazione di ammirare un sito archeologico, uno di quei siti che si trovano nei pressi di Roma, come la Villa Adriana o le Terme di Caracolla.
Ci sono rimasti impressi negli occhi, le fantastiche architetture: boschi, minerali, cascate di pietra che si alternano a una serie interminabile di figure bizzarre e spettacolari. Le rovine dell'antica città di Hierapolis, sono un'eccezionale testimonianza di quella che fu un'importante stazione termale greca romana. L'Hotel Halici -Karahaiyt - Pamukkale, dove abbiamo soggiornato, è una stazione termale, che mantiene le antiche tradizioni e di grande bellezza e modernità. Sia all'interno che all'esterno fra i giardini di tulipani fioriti, vi sono sistemate le piscine termali che sembrano dei piccoli vulcani fumanti, dove alcuni dei nostri amici si sono tuffati per un bagno ristoratore. Dopo cena, nel salone delle feste, la serata è stata allietata dalle bellissime danzatrici svolazzanti di veli colorati, come farfalle innamorate che si esibivano in quel arcano segreto nella danza dei setti veli, accompagnate dalla musica intrigate orientale. Lo spettacolo è stato molto apprezzato, specialmente dai turisti italiani, francesi e cinesi, presenti nel salone delle feste. Si tratta di una danza molto interessante per l'originalità e la fecondità della ritmica, che genera un'espressione gestuale e musicale ed erotica spesso spontanea. Non possedendo testi sufficienti, si tramanda nel tempo dalle corti dei Marayà e dei sultani, ma per lo più dai nomadi orientali. Oggi questa danza gestuale e in un certo senso anche erotica è praticata anche nel nostro Paese e nell'Europa. Molti turisti hanno fissato quel attimo fuggente sulle pellicole delle macchine fotografiche e cineprese. Insomma, se volgiamo, si potrebbe dire che ci " siamo fatti gli occhi", e ciò non guasta.
Il mattino molto presto è suonata la sveglia, per raggiungere i siti archeologici che sono ubicati sulla Costa dell'Egeo.
Città di Ephesos (Efeso).
Il mattino del settimo giorno del 12 aprile, quando siamo partiti da Pamukkale per Ephesos e Kusadasi Area, nel cielo brillavano ancora le stelle ed i primi raggi del sole ci colsero in un paesaggio diverso e a noi più congeniale. Avevamo ancora negli occhi assonnati le bellezze delle famose "cascate pietrificate" ed i resti dell'antica Gerapoli con la grande necropoli. I due grossi pullman viaggiavano a velocità di crociera alla volta di Efeso ( Ephesos), città dell'Asia Minore, alla foce del Castro, sul mare Egeo. Ai primi raggi del sole, attraverso il finestrino, ci siamo subito accorti, che il paesaggio era completamente cambiato, per un momento ci è sembrato di percorrere quel bellissimo paesaggio dell'interno della Paglia o della My Old Calabria, con i suoi eterni e verdi uliveti, vigneti e frutteti, pure l'aria ed il sole erano diversi, come pure i villaggi e le case sparse, ma gli uomini anche qui raccolgono i sassi disseminati sui campi, e i sassi ripullano, li diresti tuberi che si moltiplicano smossi dall'aratro. Essi sono le rughe. Le crepe, i bitorzoli, i porri, le chiazze di faccia che è stata sbattuta dalla sofferenza, che non si è ripristinata nella fatica e nelle privazioni, che non ha avuto il tempo di truccarsi, come fanno spesso le donne di mattino. Prima di giungere a Efeso, ci siamo fermati per esplorare il tempio di Afrodite che sorge a pochi silometri da Efeso, in una campagna in mezzo agli ulivi e le rovine dell'antica città Tetrapyion " Afhrodisias", con il suo bellissimo teatro greco romano. Afrodite, era la Dea dell'amore, della bellezza e della fecondità, venerata in tutto il mondo greco sotto aspetti che riflettevano l'influsso della fenicia Astante è collegata con il culto di Adone. Afrodite attenuò nel tempo il suo carattere violento per divenire l'incantevole dea che si aggirava nel mondo della natura e tra gli uomini suscitando con spensierata letizia l'eterna vicenda d'amore
Ephesos é sorta presso un veneratissimo santuario di una dea asiatica della fecondità, identificata in seguito dai Greci con Artemide, fu colonizzata verso il 1000 a.C dagli Ioni e governata dapprima da re ( (Basilici), poi da un'aristocrazia, quindi, nei secoli VII e VI a.C. da tiranni. Posta allo sbocco della "Via Regia" di Lidia, Efeso dovette la sua fortuna all'attività economico - commerciale e alle intese relazioni con l'Oriente. Già nel VIII secolo a. C, essa era diventata il grande centro finanziario dell'Asia Minore. I suoi banchieri, che operavano secondo la tradizione babilonese di antica origine sumerica, erano potentissimi e la famiglia Mela, in particolare, i cui discendenti di ogni generazione sposavano principesse lidie, aprì ai Mermnadi di Sardi i crediti necessari per la loro politica monarchica. Efeso restò così legata a Sardi, dalla quale dipendeva il traffico che l'arricchiva.
Delle mille e mille città antiche che si trovano in Turchia, Efeso è sicuramente la meglio conservata, anzi è la più bella città classica di tutto il Mediterraneo. La greca Ionia era già un florido centro culturale che, durante l'Impero Romano, divenne un'attiva capitale di provincia, apprezzata per la sua bellezza e la sua ricchezza. Il Tempio di Diana di Ionia era una delle sette meraviglie del mondo. A Ionia San Paolo e San Giovanni iniziarono a scrivere, e pare che Maria passasse qui qualche anno verso la fine della sua vita. Per girare tra le rovine s'impiega almeno mezza giornata, per fortuna che siamo in aprile e quindi la temperatura non è eccessivamente calda e si può camminare tranquillamente senza sudare. La nostra guida ci dice che se fossimo venuti in estate l'ora di pranzo il caldo eccessivo ci avrebbe impedito di proseguire. Passeggiando in quella località, abbiamo incontrato la Grotta dei Sette Dormienti, dove la leggenda dice che nella quale dormirono per due secoli sette giovani cristiani perseguitati che al risveglio andarono in città a mangiare, scoprendo poi che tutti quelli che conoscevano erano morti da tempo. Abbiamo visto inoltre l'imponente Ginnasio del Porto, la maestosa Via Arcadica, lastricata di marmo, il possente Tempio di Adriano, una serie di fontane, piscine, bordelli, biblioteche, bagni pubblici fatti costruire da Vespasiano. Soltanto che in quel tempo nessuno pagava per accedere a quel servizio, mentre oggi, nel nostro lungo tour in Turchia, ovunque ci siamo fermati per la sosta, abbiamo dovuto pagare un Euro, per fare pipì o altri bisogni corporali. Vespasiano si finanziava con il concime ricavato dai pozzi neri, mentre le orine erano adoperate nelle concerie per sbiancare le pelli Dopo di quest'inciso veniamo alla nostra escursione nella bellissima città di Efeso. Alla fine del grande viale colonnato e lastricato di marmo, si trova il frontale della imponente biblioteca, che era la più grande dopo di quella di Alessandria. In centro si trovano un bel museo, vari edifici romani, cristiani, musulmani, come la Basilica di San Giovanni e l'Acquedotto Bizantino, nonché il grandissimo piazzate colonnato dove sorgeva il mercato e sul lato destro l'imponente teatro romano che sorge sulla collina da dove si ammira il mare Egeo e un paesaggio mozzafiato. Durante la nostra passeggiata, attraverso quelli che furono i resti dell'antica Città di Efeso, il sole non ci ha dato tregua. Era molto caldo e non spirava un filo d'aria. Bene ha fatto Adriana mia moglie ad aprire il suo ombrellino, che avrebbe dovuto servire per la pioggia, ma che è stato utilissimo per ripararsi dai cocenti raggi del sole.
Durante il nostro percorso, un fotografo locale, mediante l'autorizzazione della nostra guida, si è sbizzarrito a scattare moltissime fotografie e alla fine dell'escursione si era piazzato vicino i nostri pullman con le foto stampate. Egli è stato molto esoso, per ogni fotografia pretendeva la somma di 5 Euro, ma nessuno ne ha acquistato. Così le fotografie scattate sono rimaste invendute. La stessa cosa è successa nella Cappadocia, soltanto che qui il fotografo è stato più onesto e le foto le ha fatte pagare soltanto un Euro.
La storia ci racconta inoltre che qui a Efeso, nel V secolo si tennero due concili. Il concilio del 431 fu il terzo concilio ecumenico. Convocato dall'imperatore Teodosio II, doveva porre fine alle controversie sollevate da Nestorio, arcivescovo di Costantinopoli, riguardo alla persona di Cristo e al titolo da conferire alla Vergine Maria. Si riunì il 22 giugno del 431 sotto la presidenza di Cirillo, vescovo di Alessandria. Nestorio fu condannato e deposto e il concilio stabilì che in Cristo vi fu una sola persona e due nature e che la Vergine Maria è veramente madre di Dio. Un gruppo di vescovi e Candidiano, rappresentate dall'imperatore, si ribellarono a queste decisioni. Ma i legati del papa Celestino, arrivati qualche tempo dopo, confermarono la definizione del concilio. Nestorio, che aveva riunito intorno a sé i suoi seguaci, si rifiutò di sottomettersi. Fu mandato in esilio, dove morì. Ma solo dopo l'unione del 433 fu ristabilita la pace nella Chiesa d'Oriente. Il concilio del 449, conosciuto come il "latrocinio di Efeso" ( secondo la definizione di san Leone Magno), fu un'assemblea di vescovi favorevoli all'eresia di Eutiche, riuniti sotto la presidenza di Dioscoro, patriarca di Alessandria; fu condannata la distinzione delle due nature di Gesù Cristo. I legati papali furono costretti alla fuga. Due anni dopo, però, il concilio di Calcedonia (451) annullò gli atti di questo concilio.
Dai siti archeologici di Efeso, per giungere all'Hotel Club Maxima, abbiamo percorso una parte del litorale dell'Egeo. Ci sembrava di percorrere le Coste della nostra meravigliosa Liguria, con le sue pinete, le insenature, i piccoli arenili e le cale e calette nascoste fra le pinete e le insenature. Nell'interno, abbiamo ammirato una campagna meravigliosa, dove sono coltivate gli ulivi, gli aranci, la vite e gli ortaggi. Una lunga e ampia striscia di costa, ai piedi di colline verdi. Qui case e villaggi color pastello si crogiolano al sole dell'Egeo, mentre i loro giardini, fiorenti nel dolce clima, risplendono di piante colorate Un paesaggio bellissimo incorniciato da un mare azzurro e spumeggiante. Sul litorale pinete verdi e ulivi argentati, dove si possono trascorrere in tranquillità le sospirate vacanze, in una località senza rumore, dove regna tanta pace e serenità.
Kusadasi Area/ Izmir/ Istambul/ Venezia/ Mantova. Oggi, venerdì 13 aprile, è l'ultimo giorno di permanenza in questa terra antica e meravigliosa. La grande città più vicina è Smirne, in turco Izmir a un'ora di autobus che dista pochi chilometri da Efeso. Eccoti giunti nell'antica città di Smirne, ultima tappa del nostro lungo Tour della Turchia. L'antica Smirne sorse in un sito già abitato in età preistorica. Conquistata da Ioni di Colofone e di Efeso verso 688 a.C. entrò quindi a far parte della Confederazione ionica, ma verso la fine del secolo fu presa e distrutta da Aliatte, re di Lidia. Fu ricostruita, sul sito odierno, solo in età ellenistica per opera di Antigono Monoftalmo e di Lisimaco e divenne allora rapidamente una delle principali città dell'Asia Minore. All'età romana appartengono alcuni grandi acquedotti, il tempio di Zeus in stile corinzio, il teatro, lo stadio; di particolare interesse l'agorà con portici e una basilica e tre navate del II secolo d.C, di cui restano, tra l'altro, i colossali rilievi d'altare raffiguranti divinità come Positone, Demetra e Artemide. All'aeroporto di Izmir, dopo le formalità d'imbarco, siamo partiti con volo di linea alla volta di Venezia con cambio aeromobile a Istambul. Purtroppo siamo alle ultime battute, come si vuol dire, il nostro viaggio è terminato, il nostro gruppo composto di mantovani di nascita e di adozione come Adriana ed io, non ci sono tra noi altre persone di altre città, quindi siamo un gruppo di amici che ci conosciamo da vecchia data ed altri nuovi, ma soprattutto siamo tutti compatti. Il nostro accompagnatore del Cral delle Poste di Mantova, Papa Francesco, che é originario dalla bellissima Puglia, quindi, é molto gioviale, come del resto lo sono tutti i pugliesi. Ci aspettavamo che lanciasse una proposta, quella di ritrovarci tutti, appena sarà possibile, attorno ad un tavolo di un tipico ristorante padano, per lo scambio delle fotografie e le considerazioni su di un viaggio che si è subito rilevato molto interessante: soprattutto per l'emozione di conoscere i luoghi dove nei millenni passati si sono succeduti popoli e civiltà diversi, ma soprattutto dove si è consolidata nei secoli la religione cattolica ma questa proposta non è stata avanzata. Il ritorno a casa non è però triste: mi aspetta l'emozione di vedere le foto scattate, di trascrivere i molteplici appunti contenuti nella vecchia e cara agenda di viaggio e, soprattutto, di pensare ad una nuova meta.
Vorrei elencare uno dopo l'altro i compagni di questo bellissimo viaggio in Turchia, ma essendo tanti, riempirei una pagina di questo contesto letterario-escursionistico soltanto di nomi. Comunque, é difficile dimenticarli, come è difficile dimenticare i meravigliosi luoghi e i monumenti della bellissima città di Istambul, dove l'Europa e l'Asia si incontrano, continuando a espandersi lungo le due rive del Corno d'Oro, dove Dio, l'uomo, la natura e l'arte, hanno creato il più meraviglioso panorama di sguardo umano possa contemplare sulla terra, come pure le bellezze naturali a cielo aperto della Cappadocia, di Pamukkale e di Efeso. Luoghi, monumenti e persone, indimenticabili, essi rimarranno impressi nella nostra memoria, come pure i volti dei nostri amici di viaggio.
Ascoltando il racconto degli uccelli fra i pinnacoli della Cappodocia e le rive del mare Egeo e le millenarie rovine di questi siti naturali e archeologici, mi tornarono in mente le parole di Destoieski.
Ama tutta la creazione di Dio, il tutto in ogni
Granello di sabbia. Ama ogni foglia, ogni raggio
Della luce di Dio. Ama gli animali:
Dio ha dato loro la vita. Non turbarli, non
Tormentarli, non privarli della loro gioia.

Ripensando alle bellezze del Corno d'Oro, dove l'Europa finisce e incomincia la terra arida e bruciata dell'Asia Minore, dove il sole illumina il giorno, scalda la terra, matura i frutti, ma rimane lontano nel cielo e noi ci siamo fermati ad ammirarlo nell'ora del tramonto, quando tutto si tinge di rosso e scende il silenzio della sera nelle marine senza risucchi della luna fredda su quel braccio di mare che mette in comunicazione il Mar Nero con il mar di Marmara separando l'Europa dall'Asia. Ogni sera i bianchi gabbiani appollaiati sugli scogli, come pure tutte le altre creature del mare lo ringraziano per la luce del giorno. L'amore è una fonte inesauribile di riflessioni, profonde come l'eternità, altre come questo limpido cielo, vaste come l'eternità. Noi diremo con grande nostalgia a quest'angolo di cielo e di mare una sola cosa: arrivederci alla prossima escursione, perché sicuramente ci sarà una prossima gita, per completare questo Gran Tour nella bella e interessate città di Istambul, con le sue meravigliose luci, ma anche e soprattutto, con le sue ombre, che ancora oggi sono motivo di contestazioni delle varie etnie. Sicuramente, fra non molto, quest'angolo stupendo del Bosforo, che altro non è che un piccolo paradiso terrestre, entrerà a far parte della grande Europa.

Ankara
Racconto di viaggio
Nel tardo pomeriggio del 9 Aprile, la comitiva degli escursionisti mantovani ha raggiunto la moderna città di Ankara, la capitale politica della Turchia, che sorge nel mezzo della semidesertica Anatolia centrale. Gli ottomani non riconoscerebbero la loro antica Angora, un tempo tranquilla cittadina che viveva dell'allevamento di pecore a pelo lungo, la cui lana è famosa in tutto il mondo. Da quando nel 1920 Atatürk insediò qui il suo governo provvisorio, Ankara vive di amministrazione e di burocrazia, ma non mancano luoghi interessanti da visitare. La provincia di Ankara è circondata al nord da Cankiri e Bolu, a sud da Konya e Aksaray, Kirikkale e Kirsehir a est, e Eskisehir a ovest. La grande e moderna città si estende a vista d'occhio fino alla collina che circonda la valle. Si eleva a 850 metri di altezza. A dispetto del suo aspetto di città nuova, le origini di Ankara sono molto antiche. La storia ci racconta che fu abitata sin dall'Età del Bronzo dagli Hatti, ed in seguito dagli Ittiti. Di questi ultimi ci sono rimaste numerose vestigia ( Il millennio). Poi sullo stesso territorio si sono succeduti i Frigi, i Lidi, i Persi, e i Galati.
I Frigi occuparono la regione nel X secolo a.C. successivamente i Galati, appartenenti al ramo dei Celti, s'istallarono lì e fondarono la città. Essendo antichi marinai, scelsero il nome di Ancora che significò appunto " ancora", e ne fecero la loro capitale nel III secolo a. C. Più tardi i Romani s'impossessarono della città. Gli scavi archeologici attualmente in corso hanno permesso di riportare alla luce parti di teatro, belle statue e busti esposti al Museo della civiltà anatoliche, che abbiamo visitato il mattino successivo al nostro arrivo in questa moderna città. Questi ritrovamenti permettono d'affermare che Ankara era, all'epoca romana, un centro d'arte e di commercio importante. Ai Romani seguirono poi i Bizantini e, nel 1071, con l'insurrezione, di piazza e la vittoria a Malazgirt l'Anatolia aprì le porte ai Turchi selgiuchidi diretti dal Sultano Alpasslan. Nel 1073 Ankara diventò un'importante roccaforte militare e logistica per i trasporti e le risorse naturali in tutto il territorio Turco. Ma è soltanto all'indomani della Prima Guerra Mondiale che Ankara fece la sua reale entrata nella storia, diventando prima il centro della resistenza turca contro lo smembramento del Paese, con la Rivoluzione Nazionale di Mustafà Kemal, detto Ataturk e, il 13 ottobre 1923, la capitale.
La zona più turistica è Hisar, la cittadella bizantina in cima alla collina che domina da est il centro storico; nei dintorni si trova il Museo delle Civiltà Anatoliche di eccezionale interesse per la ricchezza delle collezioni che vi sono conservate e che abbracciano tutte le civiltà succedutesi nell'Asia Minore. Procedendo verso sud di un paio di chilometri, si arriva al Mausoleo di Atatürk, un bel edificio semplice e monumentale al tempo stesso, che riprende i tratti caratteristici delle varie architetture dell'Anatolia. La Casa Presidenziale è ancora come quando la usava Atatürk ed è arredata con mobili e accessori degli anni '30; ci sono pure un tavolo da biliardo e un salottino intimo per "brandy e sigari. Ad Ankara non manca la storia antica: ai tempi dell'Impero Romano era una città piuttosto importante e oggi rimangono rovine romane sparse tra moschee e altri edifici musulmani. Gli alberghi e i ristoranti economici sono concentrati prevalentemente nella città vecchia, un km circa a nord-est della stazione ferroviaria. Ankara è una città moderna, dai viali spaziosi ed é proiettata verso il futuro.
Nel pomeriggio, partenza in pullman alla volta della Cappadocia, costeggiando per un buon tratto il lago salato ed al tramonto del sole siamo giunti a destinazione. Lungo il viaggio sull'altopiano dell'Anatolia, dove abbiamo ammirato l'immensità dell'altopiano costituito da un tavoliere di ocra chiara, occupato al centro dalla vasta depressione del lago salato, che si estende per oltre 50 Chilometri, interrotto da valli e dominato da massicci di origine vulcanica, costituisce il cuore della Turchia. L'altopiano è coperto di campi di cereali e interrotto, a grandi intervalli, da filari di scarni e sparuti pioppi dietro ai quali si dissimulano i villaggi rurali che, questa steppa possiede talvolta un aspetto severo e aggressivo. E' un paesaggio ripetitivo senza orizzonte, dove cielo e terra si fondono in un amalgama perfetto e dove pascolano migliaia di greggi ed é punteggiato da sassi vulcaniche, tanto che ti dalla sensazione di percorrere un paesaggio lunare e metafisico. È un paesaggio dove sembra che il tempo si è fermato, dove non esiste neppure una piccola dacia per centinaia di chilometri, ma finalmente siamo giunti nel Parco Nazionale di Goreme e Chiese Rupestri della Cappadocia.
Il moderno torpedone, ha portato il gruppo dei mantovani dalla città di Ankara, al Parco Nazionale di Goreme nella Cappadocia.
Appena giunti in questo paradiso terrestre, ci siamo domandati: che cosa è la Cappadocia? La storia ci racconta che in Cappadocia era stanziata una colonia semitica già prima del III millennio a.C. Kultepe a NE di Kayseri ( Cesarea), sono state trovate numerose tavolette di carattere economico, redatte in una lingua che è la forma più antica dell'assiro, vicino all'antico babilonese. Esse attestano un'intensa attività commerciale con carovane; gli scambi decaddero all'inizio del II millennio con le invasioni dei Cassiti e degli Hyksos. La Cappadocia divenne il focolare dell'impero ittita, il cui punto centrale era l'attuale villaggio di Bogazkov o Bogazkale. Conquistata dai Lidi, poi dai Persiani (VI secolo a.C), fece parte dell'Impero di Alessandro Mago, tocco quindi in sorte a Ecumene e fu compresa nel regno di Antigono e dei Seleucidi. Indipendente sotto la dinastia indigena degli Adirati, subì in seguito il protettorato romano ( I secolo a.C). Provincia romana sotto Tiberio, la Cappadocia, il cui centro più prospero era Cesarea, fu uno dei primi centri di diffusione del cristianesimo. Nel IV secolo diede alla Chiesa tre dottori, poi santi, Basilio di Cesarea, Gregorio di Nissa e Gregorio di Naziano o Nazioanzeno. Per i dipinti bizantini delle sue chiese rupestri ( secolo X-XIII) forma una provincia importante dell'arte cristiana d'Oriente.
La regione della Cappadocia si trova nel cuore della penisola Anatolica, nel triangolo che ha per vertici le città di Nevsehir (Nella cittadina di Avanos e Urgup, sorge una moderna Cooperativa, dove avviene la lavorazione dei pregiati tappeti della Cappadocia. Abbiamo visitato quel moderno laboratorio ed abbiamo acquistato una bellissima passatoia) Dopo di quest'inciso ritorniamo alla nostra descrizione dei luoghi. La sua conformazione geologica è il frutto delle eruzioni dei vulcani Ercivyes e Hasan Dagi, che hanno depositato sul terreno spessi strati di cenere, tufo e altri prodotti piroclastici, modellati e disgregati nel corso dei millenni dall'azione erosiva dei venti. Quando il turista come noi arrivava in questi luoghi fantastici e con le sue cime irreali e metafisici, spesso si domandava che cosa era quello che stavamo ammirando, era un paesaggio lunare, oppure un'apparizione fantastica. La forma perfetta di quelle cime levigati dagli agenti metereologici, ci ha richiamati ai villaggi di Alberobello, solo che ad Alberobello, quelle caratteristiche costruzioni furono creati dall'uomo, mentre qui è stata la natura. Tutto questo spettacolo che stiamo ammirando l'ha creata la roccia vulcanica, sottoposta all'azione degli agenti atmosferici, che ha creato un paesaggio particolarmente suggestivo, fatto di camini, cupole, pinnacoli e colonne che danno a tutta la regione un aspetto quasi da fiaba. Le valli di Goreme, con una superficie approssimativamente di 150 chilometri quadrati, rappresenta il miglior esempio di paesaggio vulcanico di tutta la Cappadocia. Quello che maggiormente ha attratto la nostra attenzione, è stato il paesaggio fantastico che emergeva tra i vigneti, le piante di albicocche e i campi di cereali da dove spuntavano alti i camini di roccia che bucavano il cielo, mentre i pioppeti con le loro chiome verdi che fanno da contrappunto al colore ocra della pietra tufarica.
Abbiamo appreso che nel corso dei millenni gli abitanti di queste terre hanno scavato all'interno delle torri coniche e delle pareti rocciose centinaia di aperture comunicanti tra loro, alle quali si poteva accedere tramite ripidi scalette ricavate nella roccia viva. La storia ci racconta che i primi insediamenti risalgono a più di 4000 anni fa, ma il periodo di massimo splendore si ebbe tra il X e il XII secolo d. C. In un primo tempo si trattava di semplici rifugi, poi di abitazioni, chiese, monasteri o addirittura di intere città.

CITTA' SOTTERRANEE

Tra il II e il IV secolo la penetrazione del Cristianesimo determinò lo stanziamento in Cappadocia di numerose comunità religiose, eremitiche e monastiche, attratte dalla grandiosità e dall'austerità delle vallate vulcaniche. Durante il VII secolo, all'epoca dell'invasione araba, le comunità cristiane riuscirono a sopravvivere scavando nel tufo vere e proprie città sotterranee nelle quali rifugiarsi in caso di pericolo.
Le città meglio conservate si trova a Kaymakli, circa 15 chilometri a sud di Nevsehir: dall'esterno l'accesso era consentito solo tramite angusto corridoi che, nel sottosuolo, si aprivano una serie di tunnel, nicchie e cavità distribuiti su sette piani a formare una città di dimensioni impressionanti. Le stanze erano raggruppate intorno a un pozzo di aerazione in grado di assicurare una buona ventilazione, e alcune fenditure permettevano agli abitanti di controllare i passaggi con l'esterno ed eventualmente di colpire i nemici che tentavano di avvicinarsi. La città poteva ospitare circa mille persone ed era servita da un efficiente sistema di rifornimento idrico che funzionava mediante un complesso di cisterne sotterranee situate a differenti profondità. Il nostro gruppo, come pure altri gruppi di turisti giapponesi e cinesi, con la guida in testa, siamo entrati in questa città scavata nella roccia ed abbiamo toccato con mano quei siti. Siamo rimasti stupiti per la tecnica e la laboriosità con la quale sono stati ideate questa città fantasma. Sicuramente, gli indigeni di quel tempo remoto, si sono ispirati alle marmotte, che abbiamo avuto modo di osservare nelle nostre escursioni sulle Dolomiti. Questi piccoli e simpatici animali, scavano nella montagna piccoli rifugi per ripararsi dai predatori. Quando escono al pascolo, alcune di loro rimangono nei punti più alti come vedette e quando vedono che qualche pericolo incombe, danno l'allarme e tutta la comunità si rifugia nelle loro tane. La stessa cosa avveniva in queste città sotterranee e come recitava un proverbio cinese, l'ultimo chiudeva la porta con pesanti pietre precedentemente preparate.

L'ARTE RELIGIOSA

Oltre che per la struttura, le città scavate nella roccia della Cappadocia sono degne di nota anche per le decorazioni pittoriche dei luoghi di culto. Si possono, ad esempio, citare gli affreschi di ispirazione religiosa di Cavusin (nell'adiacente territorio di Urgup), e in particolar modo quelli della piccola chiesa di San Giovanni Battista (V secolo), scavata a mezza altezza lungo la parete di tufo alta 60 metri che domina l'abitato.

Nel726 d.C. quando l'imperatore Leone III Isaurico ordinò la distribuzione dell'effigie di Cristo posta all'ingresso principale del palazzo imperiale di Bisanzio, cominciò il periodo iconoclastico, che si concluse solo nell'82, con la sua condanna da parte dell'imperatrice Teodora. Durante il periodo iconoclastico la decorazione dei templi fu limitata a essenziali motivi ornamentali geometrici e a simboli religiosi.
Una volta ripristinato il culto delle immagini, dal IX secolo al XII secolo si ebbe in Cappadocia una ricca stagione pittorica: gli artisti cristiani cominciarono ad aggiungere nuove raffigurazioni, dando origine ad un nuovo stile molto policromo e di carattere popolare che rivela anche influssi dell'arte bizantina.
Le rappresentazioni di maggior valore si trovano a Goreme, nella Tokali Kilise ("chiesa della fibbia"), con volta a botte: sulle pareti si ammirano alcune scene della vita di Cristo con riferimenti anche a vicende narrate nei Vangeli apografi (X secolo). Molto interessante per l'apparato iconografico, questa chiesa si distingue anche per i giochi cromatici che illuminano le figure spesso tratteggiate in modo sommario.
Molte di queste chiese rupestri, come pure delle piccole abitazioni, sono stati oggetto di grande interesse da parte della nostra comitiva mantovana. Quello che maggiormente abbiamo ammirato, soffermandoci con molto interesse, sono state le chiese rupestri, perché ci richiamano alla nostra religione, costruite in un Paese completamente mussulmano. Abbiamo fissato sulla pellicola delle nostre macchine fotografiche la bellezza pittorica e architettonica di queste chiese primitive, ma per quanto riguarda l'architettura, riteniamo che sono alla avanguardia nel campo pittorico e architettonico anche in questo nostro tempo.
Ne valeva veramente la pena effettuare un così lungo viaggio, ma che più che un viaggio, è stato un pellegrinaggio, alla scoperta di quei siti costruiti dai primi cristiani, ma soprattutto della fede.
Il nostro lungo viaggio, non termina naturalmente qui con la visione di questo paesaggio unico al mondo, ma nei prossimi giorni ci attendono altri siti storici da visitare, dove c'è sepolta la grandezza e la storia dell'antica Roma.

Istambul
Lungo tour in
Turchia
Quest'anno, le feste pasquali li abbiamo trascorse in Turchia, visitando Istambul, la Cappadocia e tutti gli altri luoghi turistici più importanti di questo antico e meraviglioso Paese.". E' qui che Dio e l'uomo, la natura e l'arte hanno creato il più meraviglioso panorama che sguardo umano possa contemplare sulla terra". E' con queste parole che Lamartine, poeta, diplomatico e politico francese, presenta Istambul: una città che si estende lungo il Bosforo, là dove Europa e Asia si incontrano, continuando a espandersi lungo le due rive del Corno d'Oro. Dopo lo sbarco all'aeroporto internazionale di Istambul, che anticamente era l'antica Bisanzio, ribattezzata Costantinopoli in epoca romana e divenuta Istambul all'avvento dei Turchi è passata più volte da una denominazione all'altra, è stata saccheggiata e distrutta, colpita da incendi e terremoti, ma si è rivelata sempre in grado di risorgere dalle proprie ceneri come aura Fenice, per stupire il mondo intero con le sue meraviglie. Oggi, tutto il mondo guarda questo antico Paese, metà europeo e metà islamico, che si appresta a diventare un membro dell'Unione Europea. Dopo la recente visita del Papa Benedetto XVI, anche il nostro presidente del Consiglio Romano Prodi, si è recato a Istambul, per un incontro politico relativo all'ingresso della Turchia nell'Unione europea. La Turchia, secondo quanto abbiamo appreso, dovrebbe riconoscere il fatto che quel Paese si deve riconoscersi colpevole di uno dei più tragici massacri del XX secolo contro il popolo curdo e dare maggiori garanzie di pacificazione con le minoranze e garantire maggior sicurezza. Proprio in questi mesi si discute se accettare la candidatura all'ingresso nella Unione europea della Turchia.
Lasciamo la storia e la politica e veniamo a nostro tour in questa antica e leggendaria terra della Turchia, per conoscere le sue decantate bellezze artistiche e naturali. Dalla brumosa Valle Padana e della splendida Venezia, siamo sbarcati in quest'angolo felice sulle sponde del Bosforo, dove abbiamo visto e ammirato una città popolosa che si estende sulle due rive e che pertanto divide i suoi quartieri fra due continenti l'Europa e l'Asia.
La posizione strategica fra due continenti è il motivo principale dell'importanza storica di Istambul e dei molteplici tentativi di conquista di cui è stata fatta oggetto. Il primo ad aver ragione della città fu il re persiano Dario I nell'anno 513 a. C; trenta anni più tardi lo spartano Pausania conquistò il territorio, ma ben presto dovette cedere il controllo agli Ateniesi. Nel 339 a.C. Filippo II tentò una sortita notturna per spugnare la città, ma fu tradito dal chiarore della luna piena.

Proprio in ricordo di questo avvenimento i Bizantini adottarono come simbolo l'immagine della luna con una stella, che campeggia ancora oggi nella bandiera turca, su quella bandiera che vedemmo sventolare sull'alto pennone dell'aeroporto e su tutti gli edifici di Istambul, appena siamo sbarcati in questa stupenda e meravigliosa città di confine. All'arrivo e dopo le formalità d'imbarco ed il pagamento di 10 Euro pro capite, ci siamo avviati verso il terminal, per il ritiro dei bagagli, mentre nel grande e moderno atrio dell'aereo - stazione, eravamo attesi dalla nostra guida locale Erold, che si esprimeva molto bene nella nostra lingua. Egli, infatti, da molti anni è residente con la sua famiglia nella città di Vicenza, egli, ci ha dato il ben venuto nel suo Paese. Due grossi pullman, ci stava attendendo fuori dell'Aeroporto per il trasferimento in hotel. La squadra dei mantovani, dopo la sistemazione nelle camere a noi riservate, ci siamo ritrovati per la cena. Dopo cena, un piccolo nucleo dei mantovani, abbiamo aderito all'escursione notturna sulla spianata delle Moschee e lungo le due rive del Corno d'Oro, dove Dio e l'arte hanno creato il più bello panorama di sguardo umano possa contemplare sulla terra. Quello è un angolo splendente di luci, di colori e di giardini fioriti, dove si radunano migliaia di persone provenienti da tutto il mondo per ammirare quello spettacolo senza pari. Un panorama che si estende lungo il Bosforo, là dove l'Europa e Asia si incontrano e si fondono in un'unica città, collegate da tre ponti, uno dei quali, il più grande e suggestivo del mondo è di nuova costruzione, che con una sola campata collega i due continenti. Le campate di questo imponente ponte sospeso, abbiamo appreso che i manufatti, sono state costruite nei cantieri de La Spezia ed è l'opera più imponente che abbiamo ammirato nella caotica e grandiosa città di Istambul: una città caotica, immensa e senza fine.
Il mattino successivo, dopo la prima colazione, la giornata è stata dedicata interamente alla visita di questa meravigliosa città che fu capitale di tre imperi successivi, Romano, Bisanzio e Ottomano - Istambul conserva fieramente l'eredità del suo passato pur avanzando verso un avvenire moderno. Molto di più che una semplice città storica, Istambul è il centro economico della Repubblica Turca. Ogni giorno, un andirivieni continuo di petroliere e navi mercantili solcano le difficili acque del Bosforo. Forse questa è stata la nostra impressione, che è la varietà di Istambul che affascina il visitatore. I suoi musei, le sue chiese, i suoi palazzi, le sue grandi moschee, i suoi bazar ed i suoi siti naturali che sembrano inesauribili. A sera, quando stava per tramontare il sole, ci siamo fermati sulle rive del Bosforo per ammirare la luce rosseggiante che si riflette sulle finestre delle case di fronte, si capisce perché gli uomini hanno scelto secoli fa questi incantevole luogo. Noi che abbiamo girato una piccola parte del mondo, possiamo benissimo dire che in questi momenti la città di Istambul è una delle più splendide città del mondo che noi abbiamo visto nel corso della nostra vita.

Costantinopoli, così era chiamata la città all'epoca degli antichi romani, autentica linea di confine tra oriente ed occidente. Dopo millenni di storia si presenta al nostro sguardo come una città dall'atmosfera surreale e metafisica, dove suggestive moschee convivono con reperti archeologici risalenti alla dominazione romana. Camminando attraverso il centro storico di quest'antica città, abbiamo potuto osservare che il fascino di Istambul è anche e soprattutto nella gente, nella frenesia delle vie e dei mercatini rionali, primi fra tutti vi è il Gran Bazar o il mercato delle spezie. Parlando delle spezie, ci viene in mente il commercio che nel Medioevo esisteva fra le Repubbliche Marinare del nostro Paese e specialmente le compagnie genovesi e Istambul. Sul colle, Galata, sorge, infatti, un'antica Torre che prende questo nome che ha il significato di una qualità di caramella. È una costruzione genovese del 1348, si eleva a m. 62 dal suolo, sull'altra riva del Corno d'Oro. Dall'alto, si ammira il panorama sul Corno d'Oro ed il Bosforo è straordinario. La sera i turisti apprezzano il suo ristorante, i suoi night club ed il suo bar. Quindi, nel centro di questa immensa e antichissima città, esiste ancora oggi, un angolo d'Italia. Su questo colle, che guarda verso il Bosforo, attorno all'antica fortezza, con un'alta muraglia difensiva dove erano sistemati, oltre ai magazzini contenenti le spezie e le varie merci da esportare a Genova. Le strade, i negozi, i bar, i ristoranti che sorgono attorno a questa fortezza, sono indicati nella lingua genovese. In quel quartiere, vivono ancora oggi e da molti anni, moltissimi nostri connazionali. Per un momento, ci è sembrato di camminare nella vecchia e bella Genova. Nell'agglomerato urbano, un'insieme di edifici e strutture di vari stili architettonico, attorno alla fortezza, non potevano mancare i classici carruggi genovesi. Nel mese di febbraio del corrente anno, abbiamo letto un servizio giornalistico del corrispondente da Istambul Sergio Remondino, nel Telegiornale di Rai Uno, nel quale, il cronista, ha fatto vedere nel suo servizio, la fortezza dei genovesi, che probabilmente rischia di scomparire una parte della muraglia a causa del passaggio della metropolitana di Istambul se il tracciato non subirà un'eventuale deviazione. Probabilmente, non ne siamo certi, sarà scavato un tunnel sotto la fortezza o il tracciato subirà una modificazione, evitando così di fare sparire un pezzo di quel monumento storico genovese, proprio dove sorge la torre di Galata ( Sarayburnu). Nel piccolo porto sul Bosforo, recentemente, sono state rinvenute delle antiche navi della Repubblica di Genova, che oggi si trovano custodite in un piccolo museo.
La storia ci racconta che nel 196 dell'era cristiana l'imperatore romano Settimo Severo distrusse al suolo la città e le sue antiche mura, mentre un secolo e mezzo più tardi fu Costantino a entrarvi da vincitore, con intenzioni ben diverse da quelle dei suoi predecessori.
Il mattino del giorno successivo, che è stato l'ultimo giorno della nostra permanenza ad Istambul, prima di partire per le varie località dell'Asia Minore, siamo ritornati sulla spianata delle moschee, per completare la visita ai monumenti e alle moschee. Sul promontorio ove confluiscono, il Corno d'Oro ed il Mar di Marmara, sorge il Palazzo di Topkapi, labirinto di costruzioni e centro del potere dell'Impero Ottomano tra il XV ed il XIX secolo. In questo ricco e meraviglioso ambiente i Sultani che si sono preceduti e le loro corti vivevano e governavano. Il primo cortile ( o cortile esterno) racchiude un magnifico giardino e piante bellissime, che era in via di rifacimento sia del viale che delle aiuole ed il tappeto erboso. Sulla destra del secondo cortile, ombreggiate da cipressi e platani, le cucine del Palazzo che custodiscono oggi le collezioni imperiali di cristallo, d'argento e di porcellane cinesi.
Seguendo il viale alberato, sulla sinistra abbiamo incontrato l'Harem, quartiere separato delle mogli, e delle concubine e dei figli del sultano, ci ricorda a noi visitatori gli intrighi della Corte. Il terzo cortile contiene la Sala d'Udienza, la Biblioteca di Ahmet III, una esposizione dei costumi imperiali dei Sultani e delle loro famiglie, i famosi gioielli del Tesoro e una inestimabile collezione di miniature e di manoscritti medievali. In questo " Santo dei Santi", il padiglione del Mantello Sacro conserva le reliquie del Profeta Maometto, riportate a Istambul, quando gli ottomani assunsero il califfato dell'Islam.
Abbiamo ammirato moltissimo la bellezza della facciata del Palazzo di Dolmabahce, costruito nella metà del XIX secolo dal Sultano Abdulmecit I si estende per circa 600 metri lungo la riva europea del Bosforo. L'immensa sala dei ricevimenti con le sue 56 colonne ed il suo enorme lampadario di 4 tonnellate e mezza con 750 luci, affascina i visitatori. Sembra che un tempo uccelli del mondo erano racchiusi nel Padiglione degli " Uccelli" per il piacere degli abitanti del palazzo. Come ci riferisce la guida Erol, è qui che è morto Ataturk, fondatore della Repubblica Turca, il 10 nov. 1938.
Prima di visitare le moschee, ci siamo soffermati l'ungo l'antico Ippodromo, utilizzato per le corse dei carri e centro della vita pubblica bizantina, si ergeva sulla spianata di fronte alla Moschea Blu, nel quartiere attuale di Sultanahmet. Tre dei monumenti che lo decoravano, esistono ancora oggi; l'Obelisco di Teodosio, la colonna Serpentina in bronzo e la Colonna di Costantino. Ci siamo soffermati ad ammirare le vestigia del muro curvo dell'ippodromo a sud-est di questi tre monumenti. Questo luogo, oggi costituisce il centro storico, culturale e turistico di Istambul. Tutti i giorni, per raggiungere la spianata delle moschee, il nostro torpedone transitava sotto le arcate dell'acquedotto romano di Valente, che fin dal 368 d.C. forniva l'acqua ai palazzi bizantini, poi ottomani. I 900 metri di archi a due livelli che sono rimasti, attraversano una delle vie principali della città vecchia, Una volta impenetrabile, le Mira di Istambul si estendono per 7 km. dal Mar di Marmara al Corno d'Oro.
Le Moschee.
La basilica di Santa Sofia, oggi Museo Ayasofya, è indubbiamente uno dei più splendidi monumenti di tutti i tempi. Fu costruita da Costantino il Grande e ricostruita da Giustiniano nel VI secolo, la sua immensa cupola si eleva a 55 metri dal suolo su di un diametro di 31 metri. A furia di ammirare la bellezza della cupola, ci è venuto il mal di collo, ma, credetemi, ne valeva la pena. Di primo acchito, il turista rimane confuso di tanta bellezza architettonica, ma bisogna attardarsi un po' al suo interno per cogliere in pieno la sua serenità maestosa è ammirare i meravigliosi mosaici bizantini, che sono dei capolavori d'inestimabile valore artistico.
Di fronte a Santa Sofia, si trova l'imperiale Moschea Sultanahmet, slancia verso il cielo i suoi sei minareti di un'eleganza suprema. Fu costruita tra il 1609 e il 1616, dall'architetto Mehemet, è spesso conosciuta con il nome di Moschea Blu, per i suoi splendidi pannelli interni in ceramiche di Iznik blu e bianche. La cupola ed i quattro minareti slanciati dell'imperiale moschea di Suleymaniye, dominano l'orizzonte della riva ovest del Corno d'Oro. Edificata tra il 1550 e il 1557 da Sinan, celebre architetto dell'età d'oro ottomana, è considerata come la più bella di tutte le moschee imperiali di Istambul. E' ben visibile anche di notte dall'alto della sua collina, con i suoi quattro minareti agli angoli del cortile. All'interno, il mihrab ( nicchia indicante la direzione della Mecca) e il mimber ( pulpito) sono di marmo bianco finemente scolpito: in questa moschea abbiamo ammirato una cosa molto rara: splendide vetrate che colorano i raggi del sole filtrati all'interno. Creando una stupenda coreografia. Il mausoleo di Solimano e di sua moglie Hurrem Sultan e la tomba di Sinan, si trovano nei verdi e colorati giardini della moschea. Abbiamo notato che questo complesso comprende anche quattro medrese ( collegi teologici), una scuola di medicina, un ospizio, una mensa per i poveri, un caravanserraglio e dei bagni turchi. Prima di rientrare in Hotel per il pranzo, il plotone degli escursionisti mantovani, abbiamo visitato il museo Ayasofya, un tempo anche Museo di Sant'Irene era una chiesa tra le prime di Istambul. Costruita da Costantino nel IV secolo e restaurata più tardi da Giustiniano, pare che si erga sulle rovine di un tempio pagano.
Dopo il pranzo, i due grossi torpedoni erano fermi davanti al nostro Hotel, e caricati i bagagli, abbiamo lasciato a mal cuore la città bellissima di Istambul. Ancora una volta, abbiamo attraversato il centro storico e siamo passati attraverso il ponte sospeso più grande del mondo, entrando così nell'Asia Minore, diretti nella città di Ankara. Abbiamo lasciato il paradiso terrestre e siamo andati a scoprire un altro mondo, quel mondo metafisico e lunare che è la Cappadocia.

La battaglia sull'Aspromonte dopo l'8 settembre 1943.
Il Regno del Sud 1943-1944.


Racconto
Quando ci destiamo, il sole è già a mezza strada sulla via del tramonto. I bambini aiutano sua madre e il padre a pigiare l'uva nel grande tino di doghe di legno, sistemato all'interno di un capannone al margine del vigneto, dove si trovava anche il torchio e il pozzo dove defluiva il mosto. E' arrivato in quel momento un ragazzo più grandicello, forse avrebbe avuto la mia stessa età, un altro figlio del contadino: si lava i piedi e poi anche lui sale sul tino e si mette a pigiare l'uva con il fratello. Io stavo lì vicino a guardarli come erano allegri e felici di pestare i grappoli d'uva, non è che non conoscessi quel modo di pigiatura, anzi, devo dire, che qualche volta anch'io come altri ragazzi in passato, ci siamo divertiti un mondo a fare quel simpatico lavoro nel periodo della vendemmia. Una dopo l'altra arrivano le cavalcature nel basto i recipienti di legno a forma di barili colmi d'uva appena vendemmiata. Il conducente degli asinelli si accinge a scaricare i recipienti e versare l'uva dentro il grande tino per essere pigiata. Tutto intorno nell'area si diffonde il profumo intenso del mosto che incomincia a fermentare. Comperiamo un paniere di frutta appena racconta dall'albero da portare a casa. La contadina, oltre a prepararci un frugale spuntino sul tavolo sotto l'ombreggiante e secolare pianta di fico, ci prepara anche due grappoli d'uva appena colti dalla pergola che ombreggia l'abitazione. Nel piatto vi ha sistemato alcune fette di pane casereccio e del salame nostrano. Al centro della tavola faceva bella mostra di se, oltre ad una bottiglia di vino nero, un cestino di fichi. Facciamo merenda e dopo con Giovanni ci accingiamo a riparare una gomma del vecchio autocarro, una vettura Fiat 501 trasformata in furgone, che intanto andò giù, paghiamo e ripartiamo con tristezza: al nostro risveglio l'incanto di quel paesaggio bucolico era già rotto.

La Strada Provinciale che da Palmi ci porta al borgo Aspromontano di Cosoleto ora è percorsa, in un senso e nell'altro, da file quasi ininterrotte di camion dell'Esercito Italiano, seguiti da una colonna di automezzi tedeschi in ritirata verso la Piana di Gioia Tauro, per poi proseguire verso il fronte di Salerno. Questi mezzi scendevano dai piani delle Gambarie, dove erano accampati dopo lo sbarco degli alleati dalla Sicilia. Abbiamo saputo che il giorno precedente sull'Aspromonte, proprio nei pressi del cippo che ricorda la storica battaglia dei Garibaldini e il ferimento del generale Giuseppe Garibaldi il 29 agosto 1862 e fatto prigioniero con la maggior parte dei suoi (ridotti a poco più di un migliaio) dopo un breve scambio di fucilate con un battaglione di bersaglieri, che ha provocato una dozzina di morti e cui Garibaldi pose fine per evitare una lotta fratricida. L'episodio provocò grande commozione nell'opinione pubblica mondiale: Garibaldi fu rinchiuso al forte di Verignano ( La Spezia, ma pochi mesi dopo un'amnistia liberò, insieme con lui, tutti i volontari. Non fu così, dopo l'8 Settembre 1943, per gli uomini della Divisione Nembo, proprio nella stessa località che affrontarono coraggiosamente gli uomini di una divisione corazzata canadese fino all'ultimo sangue. Al termine della battaglia agli uomini della Nembo, gli fu concesso da parte del nemico- amico, l'onore delle armi.
Durante la notte ed il giorno successivo infuriò la battaglia e dal piccolo borgo aspromontano di Cosoleto, sono transitati i camion della Croce Rossa. Passarono anche, diretti alla battaglia, autocarri carichi di soldati con la mitragliatrice sistemata sulla cabina che cantavano a squarciagola. Ritti assiepati, con i fucili tra le braccia, cantando rossi in viso, i capelli al vento. Erano truppe che andavamo di rincalzo sul fronte in Aspromonte. Si sono fermati sulla Piazza del paese e cui le donne hanno dato da bere del vino e anche qualche pagnotta di pane nero, di quello che passava il convento. Quei ragazzi non li abbiamo più rivisti ritornare indietro. Quella doveva essere una compagnia di riserva che erano accampati sotto le ombrose piante d'ulivo alla periferia del borgo e in tutta la Piana di Giaia Tauro.

Sarebbe stato sufficiente un semplice apparecchio telefonico per evitare la sanguinosa battaglia del " Silandro" sui piani dell'Aspromonte, ma dopo il caos dell'8 settembre, tutti i reparti dell'Esercito italiano, sono rimasti senza direttive e conoscenze dell'avvenuto trattato di pace con gli Alleati.
La storia ci racconta che dopo lo sbarco alleato in Sicilia, il 25 luglio 1943 Vittorio Emanuele III destituì Mussolini e nominò a capo del Governo il Maresciallo Badoglio. L'8 settembre del 1943, dopo l'annuncio dell'armistizio con gli Alleati, il Re Vittorio Emanuele III e Badoglio lasciarono Roma e, a bordo di una nave da guerra, da Pescara raggiunsero Brindisi, nella zona già occupata dagli angloamericani. Al Sud il governo capeggiato dal Maresciallo Pietro Badoglio mantenne la struttura costituzionale del Regno d'Italia, con capitale prima a Brindisi e poi a Salerno. Il re lo annuncerà la sera del 10 settembre a radio Bari: "Per il supremo bene della patria che è sempre stato il mio primo pensiero e lo scopo della mia vita, e nell'intento di evitare più gravi sofferenze e maggiori sacrifici, ho autorizzato la richiesta di armistizio. Italiani, per la salvezza della capitale e per potere pienamente assolvere i miei doveri di re, col governo e con le autorità militari mi sono trasferito in altro punto del sacro e libero suolo nazionale...".
Il primo atto politico del governo del Sud fu la dichiarazione di guerra alla Germania. Il re e Badoglio speravano che con tale gesto l'Italia avrebbe potuto evitare le clausole severe della resa incondizionata e magari ottenere la qualifica di alleata. Speranza vana: alla fine gli Alleati, pur mantenendo i diritti acquisiti alla firma dell'armistizio, accettarono la partecipazione dell'Italia alla guerra, ma come semplice cobelligerante. Così, l'Italia del Sud entrava in guerra contro la Germania. Era il 13 ottobre 1943. Per la verità fra il Regno del Sud e la Germania la guerra già esisteva di fatto. In molte località del Centro-Nord soldati italiani combattevano o avevano combattuto contro i tedeschi. La dichiarazione ufficiale era tuttavia indispensabile per poter inviare al fronte, al fianco degli Alleati, i primi raggruppamenti dell'esercito regolare nonché per consentire all'aeronautica e alla marina di battersi sotto le insegne nazionali. Ma va soprattutto sottolineato che la necessità di ufficializzare l'ingresso italiano nel conflitto era anche dettata da una motivazione profondamente umana. Come si è già detto, l'8 settembre erano stati deportati nei lager tedeschi oltre 700.000 soldati italiani i quali, nonostante le minacce, avevano orgogliosamente rifiutato di aderire alla Repubblica sociale e, di conseguenza, di ritornare nelle loro case. Quale sarebbe stata la loro sorte se non fosse stato riconosciuto lo status di prigionieri di guerra? Il timore che i tedeschi potessero considerarli traditori passibili di fucilazione era più che fondato.
In seguito i soldati italiani schierati al fianco degli Alleati costituiranno i quattro gruppi di combattimento, Cremona, Friuli, Legnano e Folgore, che saranno poi riuniti nel corpo italiano di liberazione(CLN).

Ergo Sum.
Oggi viviamo in un'altra epoca, la nostra epoca, si sa, è caratterizzata se non identificata dalla ricerca scientifica e tecnica, e da un susseguirsi incalzante di applicazioni tecnologiche. Alla progressiva rapida domanda di informazione e comunicazione, si risponde con uno sviluppo altrettanto rapido degli strumenti necessari a soddisfarla. Dopo l'avvento dirompente e rivoluzionario della televisione ( pari, forse, solo all'invenzione dei caratteri a stampa di Gutemberg, nel XV secolo), oggi i simboli di questo nuovissimo approccio al comunicare è la "rete delle reti", Internet, uno strumento che più di ogni altro si è diffuso con rapidità e consente a milioni di persone sparse in ogni parte del mondo di informarsi e comunicare in tempi estremamente brevi, con la possibilità di attingere a enormi risorse di conoscenze per la prima volta disponibili a tutti.
Si, proprio del telefono cellulare, che in questo momento sta squillando sul mio tavolo di lavoro, che voglio brevemente soffermarmi. Questo nuovo mezzo di comunicazione è anch'esso armai diffuso nel mondo in numero di centinaia di milioni, è il rovescio della stessa medaglia tecnologica, che ci impone di comunicare sempre, dovunque, con la massima rapidità. Ma questi preziosi congegni fatti di piastrine, fili e microchip, oltre a costituire un indubbio avanzamento di civiltà, hanno ricadute socioeconomiche e culturali che vanno ben al di là della semplice attività del comunicare. Non possiamo certo approfondire qui, ma sociologi e psicologi sociali se ne stanno interessando da un pezzo, in quanto è accertato che i media sono capaci di modificare permanentemente i nostri comportamenti, il nostro approccio alla vita di relazione e ai consumi. Tra l'altro Internet, scusate se è poco, ha da un giorno all'altro virtualmente reso globale la chance d'impresa, indipendente dal luogo di dimora. Quelle che fino ad ieri erano periferia del mondo, ad esempio le alte valli delle Alpi, delle Dolomiti e degli Appennini Calabresi, come le Gambarie e i piani dell'Aspromonte, dove non esisteva neppure un semplice apparecchio telefonico per comunicare una notizia o inviare un ordine militare, evitando così quella disastrosa battaglia, possono essere oggi per la prima volta la chiave di volta. Il telefono consente, infatti, il disbrigo di funzioni sempre più importanti stando in sedi de localizzate, non necessariamente all'ombra della Madonnina o del Colosseo. A questa deregulation telematica, diciamo strutturale, si è accompagnata negli ultimi decenni una costante evoluzione delle tecniche e dei modi dei media tradizionali, carta stampata, pubblicità, radiotelevisione. Il linguaggio pubblico, come scrive Pier Giorgio Olivetti, sostiene la politica o la cultura, mentre viceversa, il lessico scientifico o tecnico sospinge le vendite di largo consumo. Talvolta anche " la montagna", intesa come semplice fondale filmico, appare negli spot o per suggerire sentimenti positivi di vita familiare o amicale, o per ospitare sfide verticali sempre da vincere o per confezionare thriller di 20 secondi, della serie " scampato pericolo ": Se possiamo parlare di " civiltà dell'informazione". E' perché o mass media non sono più solo il " quarto potere" ma anche, a causa della loro universalità e velocizzazione, i reali poteri condizionanti le cose del mondo al pari dell'economia. Si, è proprio così, la rapidità di nuovi mezzi spinge poi tutti a canalizzare l'attenzione nel presente, spingendoci a "dimenticare" il nostro bagaglio di conoscenze consolidato, senza lasciarci il tempo di un confronto critico basato sull'esperienza e la cultura. Il risultato così è spesso la banalizzazione di tutta, l'omologazione di ogni argomento, la confusione tra messaggio, strumento di comunicazione e contenuto. Qui la responsabilità dei media è enorme. La domanda che ci facciamo ora è: in una società in overdose da comunicazione e stimoli, schiacciata sull'attimo e sul gusto del veloce o " fast", può essere ragionevolmente possibile e non illusorio comunicare il fascino delle culture alpine, le ragioni dell'"andare per monti", in gita turistica come stiamo facendo noi sui sentieri dolomitici, o il contributo di civiltà delle popolazioni montane o delle città da visitare? Si possono comunicare qui ed ora e a questa media, temi come l'etica dello escursionismo, dell'alpinismo oppure, che so, la lentezza positiva, quello "slow" che da sempre si accompagna alla scoperta di una località, di una città e della montagna?
John Updike, così scriveva: " Ovunque egli si trovi e per quanta illuminazione ci sia intorno, comunicare con gli altri è veramente difficile". Oggi, grazie alle nuove tecnologie, non è proprio così. Viviamo proprio in un altro mondo, in un mondo nuovo, nel mondo della nostra epoca tecnologica.
Lasciamo questo sincretismo, questa fusione di principi e dottrine filosofiche o religiose, queste riflessioni del nostro tempo, e continuiamo a parlare dei nostri ricordi del passato prossimo, quando ragazzi abbiamo assistito senza volerlo alla distruzione del nostro meraviglioso Paese. Si, abbiamo visto che cosa è la comunicazione oggi e quella che è mancata ieri ai nostri militari sull'Aspromonte. A loro è mancata proprio la comunicazione dei cambiamenti di un regime e l'annuncio dell'armistizio con gli Alleati, ma non è mancato il coraggio.
Chi ritornò dopo la battaglia nei silenziosi e magnifici piani dell'Aspromonte, da dove lo sguardo spazia sullo Stretto di Messina e di tutta la Sicilia, ripensa a quegli anni con fiero orgoglio, forse nostalgico, come erano nostalgiche lassù le canzoni di guerra. Oggi il turista che si trova a passare in quei luoghi, oltre al cippo che ricorda l'impresa garibaldina, poco più avanti può leggere su di un altro cippo quasi dimenticato, l'eccelsa impresa da leggenda dagli uomini della Divisione Nembo.

Dalle Dolomiti alla Sicilia
Dalla lussureggiante Valle Padana, il più esteso bassopiano della regione.
Incluso nell'ampia curva segnata dalle pendici scoscese del sistema alpino, i monti Lessini, il gruppo montuoso calcareo del Veneto, tra le valli e dell'Astico, con le sue vallate così belle che possono essere definite paesaggio pittura, si stagliano gli arditi profili Dolomitici, rocce articolate, creste bizzarramente sagomate e frastagliate che risultano ovunque in primo piano assumendo l'incantevole aspetto di una fiabesca e capricciosa ricostruzione. Molto complesso sarebbe definire la struttura geologica in cui la Terra si è modificata fino ad assumere il suo aspetto attuale.
Il loro nome è legato al famoso geologo Dèadat de Dolomieu che nel 1789 analizzò per prima tale composizione. La geologia, scienza che ricostruì il passato della Terra, ci dice che circa settanta milioni di anni fa, le Dolomiti emersero dai flutti di un profondo mare sotto forma di un fantastico paesaggio chiazzato di scuro e di verde.

Oggi le loro superbe e rosee vette puntano dritte al cielo e sembrano poi veleggiare nell'aria pura di un silenzioso ed infinito spazio. Questi meravigliosi tesori creati dalla madre natura, che nel corso dei secoli, hanno sfidato disastrose guerre e tempeste, sono state definite da Tiziano Mellarini, Assessore Al. Turismo della provincia di Trento, le "Dolomiti di Pace", una manifestazione che si ripete quest'anno, dopo una prima edizione che ha richiamato sui prati, nelle conche e sulle rocce del Trentino, teatro di scontri e battaglie durante la Grande Guerra, un pubblico numeroso, appassionato e impegnato a partecipare, dialogare, capire. Un percorso dedicato alla pace, oltre che all'escursionismo, che quest'anno si arricchisce abbinando agli incontri e alle riflessioni anche appuntamenti musicali. I luoghi e gli scenari che abbiamo in passato molto amato e ammirato, oggi accolgono questo progetto sono quelli del Sentiero della Pace, un itinerario di 350 chilometri che unisce tutti i fronti trentini del conflitto del 1915-1918 e, come sempre, centro ideale di questa grande area della Marmolada all'Adamello, dal Pasubio al Passo dello Stelvio è la Campana dei Caduti di Rovereto che da ottanta anni lancia ogni sera il suo messaggio di fratellanza al mondo con cento rintocchi a significare che la pace è una conquista continua. Così negli otto incontri che quest'anno caratterizzano Dolomiti di Pace ci si interroga su come costruire la pace, su cosa si può fare nella vita di tutti i giorni per capire e risolvere problemi come la povertà, la fame, la salute, l'ambiente, la convivenza tra popoli e culture.
La vacanza e l'escursionismo diventa in questo modo un momento di arricchimento, riflessione e confronto che rigenera anche lo spirito oltre che il fisico.

Quindi un sentiero della memoria alla scoperta dei forti, delle trincee, dei capisaldi, delle strade e delle cittadelle militari dove dal 1915 al 1918 si dettero battaglia gli eserciti italiano e austroungarico. Un percorso di pace per riflettere sulla follia della guerra, di tutte le guerre, e riconciliarsi con una natura straordinaria, allora violata. Oggi tutelato nella sua bellezza e nella sua serena forza rigeneratrice.
Dal Passo del Tonale a Riva del Garda, da Mori a Rovereto, dal Pian delle Fugazze a Caldonazzo alla Marmolada: trentatré tappe da affrontare a piedi, in alcuni tratti anche in mountain bike, senza affanno e indipendentemente una dall'altra, con il passo misurato e pacifico del trekking di montagna. Guidati e accompagnati dal simbolo di una colomba, giallo quando è disegnato sulla roccia, bianco se inciso sul legno. Un'occasione per arricchire la vacanza di stimoli nuovi, ambientali. Un motivo in più per ritrovare lungo quei chilometri, passo dopo passo, la serenità del corpo e dello spirito. E la speranza in un mondo che, come è avvenuto in Trentino, sappia sostituire i fronti della guerra con altrettanti Sentieri di Pace.

Dalle superbe cime dolomitiche ai sentieri che videro passare la guerra, 15/18, seguendo lo stivale d'Italia eccoti giunti sull'Etna, l'Isola nell'isola, il grande vulcano che domina tutto il paesaggio della Sicilia orientale. E' la montagna - vulcano più spettacolare d'Europa e decima per latitudine sull'intero pianeta con i suoi 3323 metri sul livello del mare.

Le colate succedutasi con continuità, hanno creato col tempo un immenso cavo del diametro di quaranta chilometri delimitato da una cerchia di paesi bellissimi barbicati sulle pendici scoscese. In questi ultimi tempi abbiamo avuto il modo di osservare, per mezzo della grande finestra che è la televisione, l'immenso torrente di magma fluido raggiungere campi e villaggi. In tempi lontani raggiunse anche la città di Catania seppellendone una buona parte. Ginestre, astrogoli e licheni assieme ad altre piante pioniere colonizzano le pendici della grande montagna. Più in basso, invece, una vegetazione in grado di sfruttare l'elevata acidità del suolo cresce florida e cinge la montagna, biancheggiante di neve con le alte creste bizzarramente sagomate e frastagliate delle Dolomiti.
Diversi tratti della lunga e contorta costa siciliana si affacciano al mare con dirupi rocciosi, capi e promontori come quello di Capo Cafano e di S. Vito al Capo, poco ad est di Trapani e delle sue famose saline. Altri litorali ancora sono quelli di bianche spiagge o di pittoresche lagune come quelle di Tindari, nel golfo di Patti. Altre ancora, a terrazze vertiginose qual è quella di Eraclea Minoa dove il teatro greco e le fondamenta di case e strade si affacciano a strapiombo su una costa mozzafiato, dietro la fioritura solenne delle agavi. Trattasi di una pianta succulenta del Messico, diffusa nei climi tropicali e mediterranei, ha la foglia carnosa a rosette, spinose all'apice, aculeate ai margini, produce fiori verdastri in grappoli molto belli.
Nel nostro itinerario abbiamo potuto osservare che i suoi paesaggi sono per lo più nudi e di pietra, come quelli dell'antica necropoli di Pantolica con le miriadi di grotte scavate nella roccia della valle dell'Onapo. Ma vi sono anche aree densamente coltivate, soprattutto i celebrati e meravigliosi agrumeti e i mandorli, i carrubi, talvolta le viti.
Ci è stato riferito che più in basso, a poca distanza da Siracusa, si specchiano nella cristallina acqua sorgiva del fiume Ciane addirittura gli steli eleganti del papiro. E' una pianta erbacea perenne, rizomatosa, originaria della Siria e dell'Egitto e diffusa nelle zone umide e paludose della Palestina nell'Africa tropicale e meridionale ed appunto anche in Sicilia.
La natura non è solo motivo per visitare la Sicilia e le sue coste, ma l'occasione per conoscere il suo passato. Un passato ricco di tracce preistoriche, costituito da templi e da antichissime grotte scavate nella roccia vulcanica, che fungevano da abitazioni e da tombe allo stesso tempo. L'inverno fugge via, rimane soltanto il ricordo dei grandi paesaggi lunari della Lessinia e delle Dolomiti, di quello scenario e solenne austerità che ha conquistato il cuore dell'uomo, mentre un sole tiepido e piacevole va e viene; l'abbiamo atteso per troppo tempo ed ora non dobbiamo sprecarlo perché è il migliore, quello più salutare per il nostro fisico ed il nostro spirito. Noi italiani siamo talmente abituati a muoverci tra tesori artistici ed archeologici, tra panorami di eccezionale bellezza, che quasi guardiamo senza vedere. Accade così che mentre noi siamo attratti da mete lontane ed esotiche, dimentichiamo di visitare luoghi italiani unici al mondo. L'Italia vista dal mare è stupenda ed irripetibile: una vera e propria scoperta. A volte bastano poche centinaia di metri, per scoprire nuovi orizzonti che consentono gite meravigliose, lontane dal chiasso e dall'affollamento delle spiagge.

Le nostre isole sono così diverse e così ricche di antiche vestigia, che nemmeno l'era del consumismo e le colate di cemento sono riuscite a modificare: anzi tanti punti del sud e delle isole sono ancora veri e propri paradisi terrestri.

Niente strade, niente automobili che con i loro gas velenosi inquinano l'atmosfera in cui viviamo e Linosa, Procida, Capri in cui si vive la vera pace, fatta di albe e tramonti, e atmosfere di altri tempi, che sono valide alternative al ritmo frenetico di altre località alla moda. Abbiamo citato l'isola di Capri, pur non essendo quella dell'Ottocento che incontrò scrittori e poeti, conserva sempre una certa magia. Senza parlare dell'Elba e delle miriadi di isolette che la circondano, è tutto in inneggiare alle memorie napoleoniche: ville, cimeli, stampe, articoli e libri che ricordano quel grande condottiero, " quel grande corso".

Ricordiamo l'isolotto di Strombolicchio, nelle Eolie, definito da qualcuno capriccio di lava pietrificata in isola, l'impervia Caprera che racconta del grande condottiero dei due mondi, Giuseppe Garibaldi, l'isola di Giannutri, sepolta nella macchia che tanto sa di Maremma, le tradizionali case di Salina col pergolato rubato alla roccia vulcanica, il vino Malvasia, le pianticelle di capperi che spuntano nei piccoli anfratti di quella roccia grigia e porosa della costa. Come non parlare dello stretto di Messina, la stupenda costa Viola, Scilla e Carriddi, antico mostro marino, divoratore di naviganti, che abitava la costa Calabra dello stretto di fronte a Carriddi. La leggenda dice che era idealmente una ninfa, trasformato in mostro da Circe, gelosa dell'amore che Clauco nutriva per lei.

Una descrizione sintetica ma calda di viva simpatia, ne fece Paolo Orsini, l'insigne archeologo, che percorse la My Old Calabria per ragione di studio: " La Calabria, lunga ed angusta lingua di terra, protesa con le sue montagne centrali, tra due mari, quasi a stendere la mano alla Sicilia, appunto per questa sua peculiare configurazione, presenta, come regioni d'Italia, panorami di un'incomparabile bellezza e vastità. Nell'interno, a brevi passi della costa, s'ergono ripidi monti con carattere alpestre, con dense e cupe selve; Clima rigido d'inverno, freschissimo d'estate: lungo le coste, invece, clima e flora assolutamente meridionali, e uguali, soprattutto nella metà inferiore della penisola, a quelli della Sicilia".
Le valli di erosione che si dipartono del crinale appenninico, per lo più brevi ed anguste, aprono al turista panorami di suggestiva bellezza, soprattutto negli sbocchi al mare visti dall'alto.
Dalla divina vallata del Crati a Reggio è tutta una sequenza, una fantasmagoria di marine, di colli, di monti, di costiere, che s'immergono nel glauco mare, in quel mare di colore non definito tra l'azzurro e il verde e anche tra il verde ed il grigio, e nelle quali sono qui e là incastonate, gemme preziose, le reliquie di grandi e illustri Città greche, che resero famosa la nostra bellissima Italia antichissima. Questa regione fu definita dall'Orsini, " regione benedetta".
La bellissima città di Reggio, le cui antichissime origini si perdono nella notte dei tempi e sono ancora argomento di disputa. Si presenta bianca lungo la spiaggia, fra giardini di aranci e di bergamotti, sulle rive di un mare più limpido e azzurro del cielo, di fronte a Messina, da cui nelle calme estive riceve gli incanti, come dice una vecchia leggenda, dalla Fata Morgana. Una fata della mitologia Celtica.
La città di Reggio, che è posta, lungo lo stretto, che fu chiamata non senza ragione il Bosfero d'Italia, fra l'Etna bianca di neve a sinistra, i monti Peloritani di fronte, e, alle quale, le amene colline che scendono dolcemente a terrazze dall'Aspromonte, con i suoi verdi uliveti che avvolgono il piccolo borgo natio di Cosoleto.
Concluderlo con una s'intasi non è facile. Come tutte le cose veramente forti e pure. La nostra è una terra di meditazione, si apre intera con le sue albe, i suoi tramonti e le sue luci abbaglianti e le sue cupe ombre al turista silenzioso e pensoso della bellezza. Il suo fascino è lento, ma duraturo, è come quei profumi, che sembra debbono subito svanire, eppure resistono al tempo e penetrano di sé ogni cosa.

E' GIA SERA.

Me ne sto occupato nel nulla sul confine
Del mondo ad osservare il cielo e le nuvole.
E qualche volta sorrido alla serenità delle.
Creature che mi circondano.
Il giorno e la notte vengono e se ne vanno.
Le stagioni trascorrono e noi viaggiatori dell'infinito.
A volte ci domandiamo il perché della vita.
La risposta al perché si può leggere nei piccoli.
Occhi di un passero.

Un viaggio in Umbria sul cammino di San Francesco.
Racconto di viaggio

Il mattino del 20 ottobre 2006, siamo partiti da Campitello di Mantova: un piccolo borgo di sapore medioevale dove il tempo sembra che si è fermato. Erano le ore antilucane, quando abbiamo chiuso il cancelletto della nostra casa. Le strade, la Piazza del paese e il nuovo viale che porta al sagrato della Chiesa, era immerso in un'ovattata e fredda nebbia autunnale che copriva e nello stesso tempo annullava ogni cosa, ma ben presto è scomparsa la nebbia ed è incominciato a cadere una leggera e fastidiosa pioggerellina Poco prima delle 5, è giunto puntualissimo il pesante pullman, che ci ha portati nella magnifica Valle Reatina, per visitare i sentieri del cammino di San Francesco. Verso le ore 9 circa, il nostro torpedone stava percorrendo il litorale del Lago Transimeno, che era illuminato da un pallido sole autunnale. Essendo l'ora del caffè, di questa aromatica bevanda che tanto piace a noi italiani, e soprattutto per sgranchirci le gambe, dopo di essere stati a lungo seduti, il pullman si è accostato nella piazzetta panoramica del delizioso borgo di Passignano sul Lago. Nel piccolo Bar, parlando con il barista, ci ha raccontato del borgo di Torale, che fa risalire le sue origini sin dalla fine del 1600, ed in evoluzione sino alla metà del 1800. Questo borgo antico, come gli altri borghi dell'Umbria ha la sua storia, sembra che le prime notizie su di lui pervengono da un atto notarile datato 9 maggio 1687 con il quale la nobile famiglia dei marchesi Bourbon di Sorbello acquistò da Francesca Sassi il vocabolo (casa) di Torale con il podere annesso.
E' altresì probabile, che in epoca ancora più remota, nella zona di Torale avvennero degli scontri tra le forze d'Annibale e i Romani in concomitanza della storica battaglia del Trasimeno, con la sconfitta di questi ultimi nel 217 a.c. Parlando della famosa battaglia, la storia ci racconta inoltre, che l'imperatore romano che comandava le legioni di Roma, per non essere fatto prigioniero d'Annibile, con la sua biga "d'oro" e trainata da quattro cavalli bianchi, preferì allontanarsi in mezzo alle gelide acque del lago annegando.
Per festeggiare il compleanno di Adriana, non c'era di meglio che trascorrere un bellissimo week-end nella verde e bellissima Umbria, che da molto tempo avevamo pensato di effettuare un fine settimana sui sentieri percorsi da San Francesco. Ne abbiamo subito approfittato dell'occasione, per vivere questo Week-end in sintonia con la meravigliosa natura, ma soprattutto nei luoghi della spiritualità. E' ancora uguale il paesaggio natura ed armonia con i boschi ombrosi e le acque pure e trasparenti. Abbiamo potuto inoltre constatare che é ancora forte il messaggio d'amore, d'armonia, semplicità e umiltà.
L' Umbria é una delle regioni più piccole d'Italia, per di più divisa in senso longitudinale da un fiume: il Tevere. Un popolo da una parte, un popolo dall'altra: gli etruschi e gli umbri. Un fiume che non solo ha diviso, ma ha facilitato i contatti e gli scambi anche con gli altri popoli che si affacciavano sul Mediterraneo: i fenici, gli egiziani, i greci. La storia è proseguita, con l'impero bizantino e il regno longobardo, inglobato poi dallo Stato della Chiesa fino al 1860, alla nascita dello Stato unitario d'Italia. Nell'Umbria perciò si condensano e si intrecciano molte storie, dando vita ad un "sentire" che non è locale ma nazionale, profondamente italiano. Nel Medioevo, le città dell'Umbria conobbero un momento di forte progettualità istituzionale, politica, artistica ed economica: ogni borgo elaborò una propria identità ben definita. E tutto questo il portale "Medioevo in Umbria" racconta. Atmosfere che oggi riviviamo, in modo giocoso, negli spettacoli e feste che nel corso dell'anno, allietano quasi tutte le cittadine dell'Umbria. Nel Medioevo gli scontri tra le diverse città furono cruenti e feroci, nonostante ciò qui trovò spazio l'esperienza unica, straordinaria ed affascinante di un ragazzo di nome Francesco e poi di Chiara. E' nella terra d'Umbria che si affaccia in modo dolce e poetico la Lingua Italiana, con il "Cantico delle Creature" scritto da Francesco di Pietro Bernardone, il giullare di Dio.
Camminando attraverso l'Umbria, non si incontra soltanto la storia medioevale, i sentieri di San Francesco, ma anche l'azzurro e limpido lago Transimeno, la spettacolare cascata delle Marmore, la lussureggiata Val Narina, ma il nostro itinerario ci conduce nel cuore di questa regione che vanta una natura incontaminata, un passato ricco di storia, d'arte, di tradizioni, oltre che un fiorente artigianato e una gastronomia genuina, il che non guasta ad ogni viaggiatore o escursionista come lo vogliamo chiamare.
Alle ore 10.30 siamo arrivati alle porte di Todi. Agli occhi di chi arriva in prossimità di questa antica città umbra, si presenta uno scenario indimenticabile: la cittadina medioevale domina silenziosa e maestosa dall'alto del suo colle illuminato da un meraviglioso e caldo sole autunnale.
Alle ore 11 circa, la comitiva di Campitello, è giunta al Santuario di Collevalenza: Qui a Collevalenza, su un colle di uno dei paesaggi più belli dell'Umbria, forse il più verde, in un'unità e continuità architettonica e spirituale con il Santuario dell'Amore Misericordioso, è stata realizzata questa Casa, che accoglie quanti qui giungono pellegrini, isolati o in gruppi, per un soggiorno di tranquilla parentesi di pace e serenità, di meditazione e riflessione a diretto contatto di questa natura così mistica che tanto aiuta ad un incontro personale con Dio.
Entrando in questo moderno e avveniristico Santuario si legge: " Anche un giorno di silenzio e di meditazione in questa oasi di spiritualità ti potranno ridare il senso dell'amore di Dio per te e per il mondo in cui viviamo troppo immersi. Una sosta in questa pace favorirà l'unione più intima e affettuosa della tua anima con Dio"
In cima a questa verde e bellissima collina, immersa fra i boschi e gli ulivi, fin da lontano si ammira un piccolo villaggio antico, che altro non è che un grumo di modeste case agricole, che sorge di fronte della splendida cittadina di Todi, in una posizione ideale per una visita alle più importanti località di interesse storico, naturalistico e spirituale di cui l'Umbria è ricca nel raggio di 50 chilometri è possibile visitare mete di grande interesse quali Spoleto, Perugia, Assisi, Orvieto, le Cascate delle Marmore e molto altro ancora. Dopo l'accoglienza nel monastero, ci è stato spiegata la storia del Santuario dove " Dio Amore Misericordioso aspetta l'uomo". Qui il pellegrino trova un annuncio e una testimonianza di misericordia nel Crocifisso dell'amore Misericordioso. A Collevalenza un boschetto, dove era impiantato un roccolo per prendere gli uccelli, è trasformato in roccolo dell'Amore Misericordioso attraverso l'opera di una suora chiamata madre Speranza( n. nel 1893 in Spagna - deceduta nel 1983 a Collevalenza), fondatrice della famiglia religiosa dell'Amore Misericordia e morta in concetto di santità. Il suo corpo riposa nella cripta del Santuario. Nei giorni della nostra sosta abbiamo avuto modo di capire e approfondire la spiritualità di questa suora e ammirare l'ampiezza di questo complesso costituito dalla chiesa - santuario, casa delle suore ancelle, casa del pellegrino, piscine per le abluzioni e i bagni (come a Lourdes).
Alle ore 11.00, abbiamo assistito alla celebrazione della Santa Messa nel Santuario. Ore 13: 00, ci è stato servito il pranzo presso la Casa del pellegrino, dove è avvenuta anche l'assegnazione delle stanze.
Alle ore 15, accompagnati dalla simpatica e bravissima guida (Alfredo Paciarone), abbiamo raggiunto il centro medioevale di Sangemini (Duomo, Palazzo del podestà. Oratorio di San Carlo, dove abbiamo ammirato inoltre gli affreschi del 300, nella Chiesa di stile gotico- romano di San Francesco). Dopo la visita di questo bellissimo borgo medioevale, immerso nel verde degli ulivi, siamo ripartiti per incontrare i tesori artistici dell'antica cittadina di Todi, il cui hanno fasciato medioevale é rimasto intatto, ricco di chiese e monumenti meritevoli di interesse, a partire dal tempio di S. Maria della Consolazione, il monumento a Jacopone da Todi, di cui si ricorda in tutto il mondo il Pianto della Madonna e lo Stabat Mater, il tempio di S. Fortunato, la Piazza Grande, o Maggiore, fulcro del centro storico
Todi, città d'arte e di cultura è rivestita di un fascino unico con le sue bellezze architettoniche. Ma fulcro del centro storico è la stupenda Piazza del Popolo che, per la sua grandezza e per i monumenti che vi si affacciano, è considerata tra le più belle d'Italia.
La storia elegia in ogni dove e il nome di Jacopone con le sue Laudi riecheggia nella mente dei visitatori e ci riporta indietro nel tempo, quando sui vecchi banchi di scuola ci erano insegnati la sua Laude. E' in questo luogo a dir poco incantevole e di grande suggestione che si respira in pieno il profumo più autentico dell'Umbria, che come abbiamo detto sopra è una terra antichissima ricca di bellezze naturali e di famosi centri storico-artistici.
Alcuni anni fa l'Università del Kentucky elesse TODI " Città Ideale", luogo dove natura e uomo; storia e tradizione costituivano un punto di eccellenza Mondiale. Todi divenne, d'improvviso, la città " vivibile" del mondo. Nel nostro giro turistico attraverso la città medioevale di Todi, siamo transitati per la Piazza del Popolo, abbiano visto il Palazzo del Capitano, la pinacoteca, il palazzo dei Priori, il Duomo che sia stato del XII secolo, S. Maria della Consolazione che costruita su progetto del Bramante del 1500. Nel tardo pomeriggio, siamo ritornati alla Casa del pellegrino di Collevalenza, per la cena. La serata doveva proseguire con la proiezione da Vidio sulla spiritualità di Collevalenza di madre Speranza, ma per motivi tecnici non è stato proiettato il Vidio.

La Valle Reatina.
Sabato 21 ott. '06
La giornata è stata dedicata alla Valle Reatina dove abbiamo fatto tappa ai conventi fondati da San Francesco. Il Santuario di Fonte Colombo, ha avuto un grande impatto di spiritualità sulla squadra dei Campitellesi, oltre che per il luogo del silenzio, scelto da Santo, per la sua meravigliosa bellezza paesaggistica e soprattutto per la fitta e rigogliosa vegetazione che lo circonda. Questo luogo dista pochi chilometri da Rieti, ed è un luogo soprattutto di preghiera per i pellegrini che come noi, giungono da paesi lontani. Il suo nome deriva da una sorgente, vista da S. Francesco nel 1217, mentre dalle bianche colombe si abbeveravano: ciò gli suggerì il nome di Fons columbarum. Il fraticello che ci guidava per la visita dei luoghi, ci diceva che qui il Santo scrisse la Regola definitiva, approvata da papa Onorio III nell'autunno del 1223, qui subì la dolorosa operazione agli occhi nel 1225, qui si trova il Sacro Speco dove il Santo si ritirò per quaranta giorni per scrivere la Regola e qui è il ceppo dell'alce dove sarebbe apparso Cristo Nostro Signore. All'arrivo di Francesco vi era solo la Cappella della Madonna con il romitorio, appartenente all'Abbazia di Farfa. La piccola cappella custodisce il Tau, simbolo della Croce di Cristo. Molti vogliono sia opera di S. Francesco, che scelse questa lettera come suo simbolo. Nella piccola abside, abbiamo ammirato con molto interesse affreschi di scuola bizantina, ai lati altri affreschi del 300 e del 600. La Chiesa, dedicata ai SS. Francesco e Bernardino da Siena, è all'insegna della semplicità francescana, fu consacrata nel 1450.
All'interno abbiamo osservato delle vetrate istoriate novecentesche, e un altorilievo di legno, ricordo dell'apparizione di Gesù Cristo quando ha dettato la Regola al Santo. A questo punto è doveroso spiegare il significato del Tau. Il Tau è una lettera dell'alfabeto ebraico e di quello greco, che corrisponde alla lettera "T" del nostro alfabeto. Quale origine ha questa devozione al Tau in S. Francesco? Prima di tutto deriva dalla Bibbia e in particolare da Ez 9,4 " Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna un Tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abitanti che vi si compiono". Per essere salvati è necessario essere battezzati nel sangue di Cristo, sparso sulla croce. La spiritualità del Tau è la spiritualità della croce di Cristo. Dobbiamo portare ogni giorno la santa croce del Signore.
La frase di Gesù: " Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mt 17,24), ebbe un seguito tutto particolare nella vita di S. Francesco. Egli portò ogni giorno la Croce di Cristo, con lei segnava il luogo dove riposava, la sua fronte: per arrivare a presentarsi, alla fine dell'esistenza terrena, davanti al trono dell'Altissimo, come gli eletti dell'Apocalisse, che portavano sulla testa il sigillo dell'Agnello.
Dopo la visita di questo luogo Santo, Il nostro viaggio è proseguito fino a Greccio, Santuario aggrappato sul versante roccioso ( tipo la Verna) da cui si gode una vista straordinaria sulla Valle Reatina. A quest'Eramo è legata la prima rappresentazione vivente della Natività ( nella notte del 24 dicembre 1223), da cui si deriva la tradizione natalizia del Presepe. Il nucleo originario del Santuario include, oltre alla cappella, anche il Refettorio, il Dormitorio e la Cella rocciosa di San Francesco. Ore 11 Celebrazione della Santa Messa. Ore 13 pranzo presso il ristorante " Belvedere" - pranzo tipico della Valle Reatina) in posizione panoramica sulla Valle Reatina. Ore 14: 30 Santa Maria della Foresta dove la tradizione dice che qui San Francesco iniziò a comporre il famoso " Cantico delle Creature" e compì il miracolo dell'uva dalla quale sgorgò abbondante vino. Ore 16: 30 arrivo a Poggio Bustone dove la tradizione vuole che qui il Santo ricevesse la conferma della remissione dei peccati per mezzo di una visione angelica.
Il Santuario di Greccio dista 17 Km da Rieti, appare agli occhi del pellegrino imponente come se fuoriuscisse dalla montagna; è stato costruito in momenti diversi su arditi pilastri di roccia. S. Francesco giunse a Greccio una prima volta nel 1209, rimanendo affascinato dal luogo e dalla devozione degli abitanti. Nel 1223 dopo aver chiesto il permesso a papa Onorio III, volle rappresentare, per la prima volta, la "Natività di Gesù Bambino", aiutato dal Velita, feudatario del posto. Fulcro del santuario à la "Cappella del Presepe", costruita dopo la morte del Santo e dedicata a S. Lucia. Fu edificata sul luogo della rievocazione ed è mirabile l'affresco di scuola grottesca del'400 che rappresenta la natività di Betlemme e quella di Greccio. Proseguendo sono visibili il refettorio, il dormitorio con la piccola cella dove il Santo riposava, seduto e non disteso, sulla nuda roccia. Attraverso una stretta scala si arriva al "dormitorio ligneo di S. Bonaventura" (1260-70), alla piccola chiesa dedicata al Santo che conserva ancora intatti i severi stalli; il leggio ed il supporto girevole per sostenere il libro corale e la lanterna. La copertura della chiesa è a botte caratterizzata da stelle e dall'immagine dell'Agnello Pasquale; sulle pareti un affresco trecentesco del Santo con l'angelo che annunziava la remissione dei peccati; un tondo della "Vergine con il Bambino", opera di Biagio d'Antonio, discepolo del Ghirlandaio ed una "Deposizione tra i santi" del XIV sec. posta al di sopra dell'altare. Di lato, l'"oratorio" di S. Francesco conserva il "ritratto del Santo". Usciti sul piazzale, oltre a godere del magnifico panorama, si può entrare nella "nuova chiesa", costruita nel 1959, la quale custodisce una mostra permanente di presepi. Girovagando per le vie del mondo, non abbiamo mai visto e ammirato tanti presepi come quelli che abbiamo visto nello Speco di Greccio. Sono tutti piccole opere d'arte, che richiamano la Notte di Natale in ogni latitudine del mondo. Alla fine della presentazione di questa grande opera rupestre da parte di un frate francescano, si era fatta l'ora di pranzo ed egli ci ha detto: " Fratelli, dopo la mistica viene la mastica ed io mi devo avvicinare al refettorio, perché sono atteso per il pranzo dai fratelli. Anche noi, dopo la visita al Sacro Speco, eravamo attesi in un noto ristorante, dove ci attendeva una montagna di tagliatelle fumante al ragù, innaffiata da un ottimo vino della Valle Reatina.
San Francesco amò profondamente la Valle Reatina. Qui trovò rifugio dalla vanità del mondo, trovò gente semplice e vicina al suo messaggio, trovò una natura dolce e rigogliosa.
San Francesco fece della Valle Reatina, accanto ad Assisi e la Verna, una delle sue tre patrie. Così questa splendida pianura, circondata da colline e monti, fu da allora chiamata Valle Santa.
San Francesco scelse la Valle Santa per compiere tre gesti fondamentali della sua vita e della sua spiritualità: nel 1223 volle il primo Presepio della Cristianità, lo stesso anno scrisse la Regola definitiva dell'Ordine e, probabilmente, quel inno tenerissimo che è il Cantico delle Creature.
Il Cammino di Francesco è il percorso che il Santo compì nella Valle Santa. Unendoti al Cammino ripercorrerai i sentieri e le strade che San Francesco amò. T'immergerai nella stessa natura spettacolare che avvolse Francesco. Vivrai un'esperienza unica di spiritualità e purezza, come quella che abbiamo vissuto noi Campitellesi, in questo pellegrinaggio.
Le tappe del Cammino ci hanno portato nella Rieti medievale, con i suoi palazzi e le sue chiese, nei Santuari di Greccio, La Foresta, Poggio Bustone e Fontecolombo, incastonati nel verde dei boschi, nel bosco del Faggio di San Francesco a Rivodutri, nell'antico borgo di Posta, perla della Valle del Velino, e sulle vette del Terminillo.
Lungo il Cammino di Francesco è presente la segnaletica di legno e, nei centri abitati, le frecce direzionali sulla pavimentazione, che ti accompagneranno e guideranno lungo i sentieri del cammino indicandoti le direzioni e le varie tappe.
Puoi scegliere il modo che preferisci per fare il tuo Cammino: a piedi, in mountain bike, a cavallo, in automobile (questa modalità è stata resa possibile per tutti coloro che hanno difficoltà motorie). Troverai sentieri e strade di rara bellezza. Gli escursionisti Campitellesi, con capo Don Enrico Castiglioni e la guida locale, abbiamo raggiunto questi luoghi santi a bordo del moderno e comodo pullman, perché i partecipanti a questo pellegrinaggio" Sui sentieri della fede francescana", non sono più tanto giovani, per effettuare un'escursione a piedi.

CHE COSA SI VEDE.
Percorrendo questo itinerario umbro che conduce in una zona collinare intorno a Terni, che è fuori delle normali correnti turistiche, sul suggestivo lago di Piediluco e, soprattutto, ci permette di scoprire l'incanto della Cascata delle Marmore, uno spettacolo che da 22 secoli incanta poeti e artisti, specialmente in questo periodo autunnale, quando la natura si trasforma in un mare di colori che rendono quel bellissimo paesaggio, un paesaggio metafisico. La base di partenza è l'angolo verde di San Gemini Fonte dove, dentro un folto parco, sgorga la celebre acqua minerale.
Si arriva qua dalla statale 3 Bis uscendo, appunto, a San Gemini che è una deliziosa cittadina medioevale tutta da vedere e da scoprire, con i suoi vicoli, le antiche chiese ( S. Francesco, il Duomo, S. Nicolò il cui portone originale si trova al Metropolitan Museum di New York ed è stato sostituito da una copia) A tre chilometri da San Gemine si possono visitare anche gli scavi archeologici di Garsulae sull'antica Via Flaminia, situata in un luogo verdissimo ricordato anche da Plinio il Giovane. Da San Gemini, percorrendo l'originaria 3 Bis attraverso il passo d'Amelia si accede a Narni, antica città romana con uno stupendo Duomo, un bellissimo Palazzo del Podestà, la deliziosa chiesa di S. Maria in Pensole e S. Domenico con il suo museo ricco di numerose opere d'arte. Sul punto più alto della cittadina c'è la Rocca di cui si gode tutto lo straordinario panorama sulla valle e, vicino, sgorga la famosa Fonte Ferocia. Da Narni, si può compiere una bellissima passeggiata distensiva al Ponte di Augusto, di cui resta in piedi una sola arcata, allo Speco di S. Francesco, fra i verdissimi boschi di lecci e di castagni che sono in questo periodo colorato con i colori bellissimi dell'autunno, fondato dal santo nel 1213, a Calvi dell'Umbria e a Visciano.
Proseguendo sulla statale 205 si raggiunge poi Amelia, una cittadina antichissima, come testimoniano le sue mura " micenee", formate da blocchi colossali uniti fra loro ad incastro. Amelia va assolutamente vista a piedi, passeggiando nei suoi vicoli ombrosi, oppure sulla stretta via fuori delle mura, nella parte alta, da dove si domina la campagna sottostante. Da vedere il Duomo, la chiesetta romanica gotica di S. Agostino con i suoi affreschi e il Palazzo Comunale, in Piazza Matteotti, nel cui cortile sono avanzi di monumenti romani e medioevali, ma noi turisti da strapazzo, spesso sorvoliamo tutti questi particolari e non ci diamo molta importanza, mentre i veri turisti tedeschi, giapponesi e inglesi, si fermano per scoprire ogni piccola cosa che fa parte integrante della storia del passato.
Da Amelia si possono fare rilassanti passeggiate al Parco della Cavallerizza, dove c'è anche un ippodromo, al Convento dei Cappuccini e a S. Maria delle Cinque pochi minuti a piedi oltre la Porta Romana) dove sorge la deliziosa chiesetta " ad quinque fontes" che ricorda la predicazione di S. Francesco.
Da Amelia si raggiunge poi Terni, si sfiora la città e s'imbocca la statale 209 dove, dopo pochi minuti, ci si trova sul grande spiazzo proprio sotto
La Cascata delle Marmore che con il suo dislivello complessivo di 165 metri è la più alta d'Italia. La cascata, formata artificialmente dalle acque del Velino che ripiomba nel Nera, si può vedere solamente secondo un orario preciso perché, normalmente, l'acqua è utilizzata per scopi industriali.
Dopo lo spettacolo delle acque della cascata, si continua fino ad Arrone, si attraversa il parco naturale della Forca d'Arrone e si scende al lago di Piediluco, tutto incorniciato da fittissimi boschi. Da Piediluco si raggiunge facilmente ( 4 chilometri) la zona delle cascate delle Marmore per vedere con calma le splendide grotte sotterranee chiamate "Colonne". " Condotta" e " Trilussa" costellate di meravigliose stalattiti e di concrezioni multicolori.

LA STORIA DELLE CASCATE DELLE MARMORE.
Ogni fiume ha la sua storia, ma una storia così complessa come quella delle Cascate delle Marmore non l'avevamo ancora mai sentita. Questa storia è incominciata dal tempo dei Romani e si è conclusa con l'intervento del Papa Clemente VIII.
Nel ritorno, abbiamo effettuato una sosta alle Cascate delle Marmore, che é inserita stupendamente in uno straordinario scenario naturale. Abbiamo assistito allo stupendo spettacolo della cascata alle ultime luci del giorno. Dal balcone panoramico, costituito da una torretta arcata e coperta a mo di campanile, infatti, abbiamo ammirato tutta la sua meravigliosa e fantasmagorica bellezza, grazie ai potenti riflettori, che inquadravano la cascata di notte. Sicuramente, è stato uno spettacolo eccezionale e meraviglioso. Uno spettacolo così non l'abbiamo mai visto prima.
La Cascata è un'opera artificiale dovuta ai Romani, le cui acque sono utilizzate da oltre 50 anni per alimentare centrale idroelettrica. Nella zona, negli ultimi anni si sono sviluppate molte attività sportive legate alla cascata ed al fiume: l'arrampicata, al rafting, dalla canoa al trekking; i vari sentieri turistici di vari gradi di difficoltà consentono di conoscere da vicino angoli naturali di bellezze L'aspetto attuale della Cascata delle Marmore è frutto delle indotte dell'uomo nel corso dei secoli sull'ambiente naturale del Velino depositandosi costituivano una barriera per la base. Ciò ne provocava, specie nel periodo di piena lo straripamento conseguente impaludamento di ampi aree della pianura. Per opera del console Manlio Curio Dentato bonificò i terreni circostanti costruendo un canale che partiva dal punto più profondo della palude e fino al ciglione di Marmore, da dove ancora oggi precipitano. Ma l'obbiettivo propostosi da Curio Dentato non risultò sufficiente alle acque del Velino nei periodi di piena. I reatini proposero la costruzione del canale per evitare lo straripamento del fiume, l'opera cui temevano inondazioni del loro territorio. Ciò diede luogo a una classifica, a lunghi contenziosi tra i due municipi.
Tra lo XIV e lo XV secolo, l'innalzamento del fondo del canale da parte di Curio Dentato provocò dai depositi calcarei delle acque del Velino fino al punto che lo scolo delle acque da rendere drammatica la situazione e lo scontro tra i reatini e ternani. Nel 1417 iniziò l'escavazione del canale denominato Reatino, che nonostante i successivi, rimaneggiamenti operati sotto il pontificato di Gregorio XIII ( 1572. 1585), non funzionò mai bene. Nel dicembre 1545 Paolo III incaricò allora Antonio Sangallo il Giovane di costruire un nuovo canale, ultimato nel 1546 e denominato Paolino, ma neanche questo riuscì a evitare l'impaludamento della pianta del Velino. Nel 1596 papa Clemente VIII affidò a Giovanni Fontana di Meli la riattivazione del canale d'età romana. Questi rese il canale più profondo, ne aumentò la pendenza, ne rettificò il percorso e costruì un Ponte Regolatore che avrebbe dovuto consentire i passaggio solo d'una determinata quantità d'acqua. Tutti questi lavori furono ultimati nel 1601 e il nuovo canale denominato Clementino. Nonostante il funzionamento del Ponte Regolatore fosse tutto altro che efficace, il nuovo canale risolse il problema principale: l'impaludamento della piana reatina. Restava invece irrisolto un altro problema: quando il Velino in piena precipitava nel Nera, l'acqua tracimava per oltre 7 chilometri nella Valnerina. Occorreranno molteplici studi e numerosi interventi anteriormente che l'architetto ternano Andrea Vici nel 1787 - 1788 trovò la soluzione: un taglio diagonale sul secondo balzo che deviava parte dell'acqua in caduta, consentendo un migliore deflusso del Nera. Questo intervento diede alla Cascata il suo aspetto definitivo, quello che noi oggi avemmo ammirato nella sua meravigliosa bellezza scenografica.
Prima di rientrare nel Convento di Collevalenza, abbiamo avuto anche tempo per visita all'Abbazia di San Pietro in Valle ( a Forentillo): convento Benedettino, medioevale con affreschi capolavoro della pittura Romanica. Siamo giunti a Collevalenza per l'ora della cena.
Il giorno successivo, dopo la colazione dalle ore 7 alle ore 8: 30, tutti nel Santuario a Collevalenza, per ascoltare la Santa Messa domenicale. Subito dopo siamo partiti per visitare lo Speco di San Urbano di Narni ( (conventino francescano gioiello) Tra i molti Santuari che abbiamo visitato in questo nostro itinerario e resi celebri dalla presenza più o meno prolungata del Poverello di Assisi, lo Speco di Narni è forse il meno noto.
All'inizio della città di Narni, una delle più belle città dell'epoca romana, dove ci attendeva la nostra simpatica guida, che ci ha illustrato in ogni particolare questa bellissima e antica città Romana, attraversata dalla Via Flaminia.
L'immagine di Terni è legata sia a bellezze paesaggistiche e culturali sia a ricchezze industriali. Terni è, infatti, nota per le sue industrie metallurgiche e siderurgiche, ma è anche nota per le sue chiese: S. Francesco (conserva la cappella Paradisi affrescata nel Quattrocento), S. Salvatore ed il Santuario di S. Valentino. Quest'ultimo è il più famoso, patrono degli innamorati, è stato anche vescovo di Terni Attrattiva naturale che simboleggia la città, e la Cascata delle Marmore. Fu costruita dai Romani per proteggere la pianura di Rieti dalle frequenti inondazioni (300 a.C. circa). All'imbocco della Valnerina si erge Narni con il suo Ponte d'Augusto, le strade medievali, la Piazza dei Priori dove protagonista è il Palazzo del Podestà (1200), il Duomo, la Rocca perfettamente restaurata e le sue chiese. Importante S.Maria in Pensole e S.Agostino, ma maggiormente nota è quella di S.Francesco sorta su un oratorio istituito dal Santo stesso. Infine, immersa nel verde, vi è l'abbazia di S. Cassiano. Da non trascurare è la visita ad Amelia. Si narra che sia la città umbra più antica (12 a.C.). Teatro di lotte tra guelfi e ghibellini, conserva ancora le mura (la parte più antica risale al 6 a. C.).
Romanica è la cattedrale, ricostruita nel 17 sec. al lato della cattedrale si erge la torre ( XI sec.). Gioiello della provincia ternana è Orvieto, centro etrusco, conserva estese necropoli. Conosciuta ovunque per il suo Duomo (iniziato nel 1290), con la cappella dipinta prima dal Beato Angelico e Benozzo Gozzoli, poi dal Cortonese Luca Signorelli (è una delle sue opere più importanti). Della profondità di 61,32 m è il pozzo di S. Patrizio, attorno alla sua parte cilindrica sorgono due scale parallele e concentriche. Anticamente utilizzate una per scendere e l'altra per salire. Simbolo della città è anche la Campana di Maurizio.
Al termine della visita turistica della città di Narni, abbiamo costeggiato il lago artificiale che sorge all'entrata di Narni, proseguendo per San Urbano. Situato a 560 metri sul livello del mare, annidato, per non usare la parola abbarbicata, fra le rocce e gli aceri del monte Bandita, lo Speco di Narni è il luogo francescano più antico di tutta la Valnerina.
Lo storico Paul Sabatier, passando in rassegna i più pittoreschi e caratteristici conventi francescani sparsi qua e là per la Toscana, l'Umbria e la Sabina, non dubita di annoverare tra loro anche l'Eramo di San'Urbano definendolo: " Uno dei tipici più pittoreschi e significativi che questa sorta di case". E' veramente un luogo come lo intendeva S. Francesco; lontano dai rumori delle vie di transito, immerso nella natura ridente e serena, il Santo vi si ritirava volentieri in silenzio e in preghiera, meditando a lungo la passione del Signore. Ci ha accolti lassù il saluto di frate Francesco: " il Signore ti dia pace". Questo luogo sacro, infatti, ha offerto anche a noi l'occasione di incontrare il silenzio, la pace e la serenità che stavamo cercando e che solo il Signore Gesù può darci.
La storia ci racconta che Francesco arrivò quassù nel 1213. Veniva da Nardi, da dove siamo giunti allo Speco, con un moderno pullman, mentre il Poverello, a piedi, con pochi suoi compagni, dopo di una delle sue prime missioni apostoliche. Egli fu un grande ricercatore di luoghi solitari adatti alla preghiera e quel luogo doveva essergli stato segnalato nella zona. Le origini dell'eremitaggio risalgono intorno al Mille. Dipendeva dai benedettini di S. Benedetto in Fundis di Stroncone e comprendeva le varie grotte sotto la scogliera e l'oratorio di S. Silvestro con la cisterna attigua.
Il piccolo villaggio di San'Urbano, adagiato sul colle, ha dato il primitivo nome allo Speco. Questo per Francesco e i primi biografi fu l'eremita di S. Urbano, il deserto di S. Urbano.

Quando vanno per il mondo,
I miei frati siano miti,
Mansueti e umili,
Parlando onestamente con tutti.
Francesco, Regola bollata III 85.


In questo nostro lungo pellegrinaggio" Dopo la mistica, cari fratelli, viene la mastica e, adesso, vi prego. Anche noi siamo andati a pranzare presso la trattoria " Tiberina" - pranzo con sapori tipici umbri).

La Città di Orvieto
Nel pomeriggio, sulla via del ritorno seguendo l'Autostrada del Sole, ci siamo fermati nella città stupenda di Orvieto. Orvieto è arroccata su di un altopiano a 300 metri d'altezza, si affaccia, dal suo sito privilegiato, su una pianura coperta di vigneti ed è meravigliosa da ogni lato. Tutti i turisti come noi, si recano nella cittadina per ammirare il duomo, una tra le cattedrali romanico-gotiche più grandi d'Italia. La chiesetta del XIII secolo di San Lorenzo in Aria, in fondo a Via Scalza, ha pareti affrescate con immagini del martirio del santo cui è dedicata. L'altare è stato ricavato da un originaria ara sacrificale etrusca. Via Malabranca porta a San Giovenale. La chiesa, situata all'estremità occidentale di Orvieto, è ricoperta quasi interamente da affreschi del XV e XVI secolo e offre una vista spettacolare. San Andrea, in Piazza della Repubblica, è caratterizzata da un singolare campanile a 12 facce, parte dell'edificio originale del XII secolo.
Il Duomo di Orvieto, come abbiamo detto sopra, è una delle più grandi cattedrali d'Italia, la storia ci racconta che il Duomo di Orvieto ha richiesto quasi 300 anni di lavori ( iniziati nel 1290). Fu eretto in onore del miracolo di Bolsena per il quale del sangue stillò da un'ostia versandosi sui paramenti dell'altare di una chiesa di Bolsena. Nel Duomo, ci siamo fermati a lungo e nella navata di destra, abbiamo ammirato, con molta curiosità, esposto in una teca una bellissima riproduzione del Duomo in un'opera orafa di un grande incisore fiorentino, e sulla sinistra, un bellissimo quadro del VI cento di autore ignoto, che rappresenta la vergine dei raccomandati. Il sacrestano che ci accompagnava nella visita del Duomo, ci ha detto che ogni volta che il Senatore Giulio Andreotti, si recava nel tempio, si fermava sempre di fronte a questo quadro. Forse rammentava le migliaia di persone che aveva raccomandato nel corso della sua vita di Ministro? Non lo sappiamo, e forse non lo sapremo mai.
Nel pomeriggio di Domenica, con la visita al Duomo (romano - gotico- del XIV secolo) di Orvieto, famoso in tutto il mondo per le sue bellezze artistiche, dove si trova custodita la reliquia del Miracolo Eucaristico di Bolsena possiamo dire che la nostra escursione nell'Umbria, "sui sentieri di San Francesco", era da ritenersi terminata.
Nel nostro viaggio di ritorno, abbiamo ripercorso a ritroso l'autostrada del Sole, che ci ha portati nella verde e bellissima Umbria, facendoci riammirare e assimilare l'essenza di quell'antica terra, dove si fondono leggenda, storia e tradizione. Abbiamo percorso un itinerario per sentirci in sintonia con ciò che ci circonda: i santuari Francescani, l'arte, i piccoli borghi medioevali barbicati sulle colline, ma soprattutto quella fonte inesauribile di sorprese che è il meraviglioso paesaggio della coloratissima e indimenticabile Umbria. Lasciando questo incantevole paesaggio, il nostro viaggio non è finito lì, ma è proseguito, entrando nel cuore e nello scenario del paesaggio altrettanto bello delle colline della vecchia e a noi altresì cara Toscana. Superato la città di Siena, siamo entrati nel cuore delle colline vinicole del Chianti classico di Monteriggioni e del suo castello fortificato da una possente cerchia di mura medioevali munite da
14 torri, ispiratore di Dante ( Inferno canto XXXI). Dopo Castellina, l'autostrada del Sole si addentra nel vero cuore del Chianti, con le sue celebre cantini medioevali. Più avanti, ecco venirci incontro seppure in lontananza i castelli chiantigiani che ci offrono un eccezionale colpo d'occhio, che poi si perde nell'orizzonte delle colline mammellate della fertilissima campagna toscana. Fra queste basse colline, di tanto in tanto, come d'incanto, ci appare un suggestivo angolo di paese con le vecchie case rustiche piene dell'antico. I vigneti colorati, i filari di viti ben ordinati e in profondità le cime delle alte torri di San Giminiano, completano il paesaggio.
Con il calare della luce del sole, l'area fresca della sera, ci porta i balsamici profumi del mosto e della vendemmia di questa terra antica e bellissima, dove il tempo sembra che si è fermato, ma il tempo non si ferma mai. Il suo fascino, lontano dai soliti allettamenti preparati in altri luoghi, è lento ma duraturo; è come quei profumi del mosto, che sembra debbono subito svanire, eppure resistono al tempo e penetrano di sé ogni

Il vostro segreto scorrerà in torrenti
A cercare il fiume della vita.
E il fiume avvolgerà il vostro segreto
E lo condurrà verso il grande mare.
Ricordatevi che la vita è una sola:
Assaporatela con gusto.

Fibra Kahlil Gibran

Una giornata di sole a Folgaria.
Domenica 19 febbraio 2007

Ormai la gita sulle piste innevate di Folgraria è diventata, per noi campitellesi, un’escursione tradizionale. Da alcuni anni, il nostro parroco don Enrico Castiglione, per concludere i festeggiamenti del Carnevale, organizza una giornata di svago sulla neve con tutti i bambini dell’oratorio, accompagnati dalle relative mamme. Anche quest’anno, si è ripetuta questa bellissima giornata di allegria e di divertimento. Questi sono luoghi bellissimi, luoghi ideali che sono entrati a far parte delle abitudini delle famiglie, per trascorrere una giornata fuori casa con i propri bambini al cospetto della madre natura.

Questa stupenda Valle è giustamente celebre per i suoi numerosi castelli e fortezze militari che punteggiano i passi e i punti strategici di quelle vallate meravigliose. Anche oggi, che stiamo percorrendo l’ampia Valle dell’Adige o Vallagarina come dir si voglia, con i suoi contrafforti di arenaria quasi brulli e leggermente macchiati da una vegetazione bassa e poco significativa, che scendono quasi a picco dalle pendici del Monte Baldo, gareggia in bellezza con la Valle d’Aosta, con la quale ha tratti in comune: un ampio solco longitudinale scavato dai ghiacci nel cuore di maestose montagne dolomitiche, dalle quali scendono splendide vallate laterali, un clima caldo e asciutto e una cornice naturale tipica delle valli alpine. Ultima analogia i castelli: arroccati su alture strategiche o adagiati nel fondovalle, ridotte a pittoresche rovine o perfettamente restaurati, sono parte integrante del paesaggio. Subito appena entrati in quest’ampia Valle dove scorre il fiume Adige, e che prende il suo nome, basta guardarsi attorno per accorgersi di questi vecchi forti militari, costruiti dagli austriaci e che delimitavano i confini del nostro Paese. Più a monte, sorge Rovereto, che fu teatro di feroci scontri durante la grande Guerra, dopo la quale il castello veneziano (1416) che domina la città fu trasformato nel Museo Storico della Guerra. L’esposizione presenta numerosi punti di interesse, tra i quali sezioni dedicate all’umorismo dei tempi della guerra, allo spionaggio e alla propaganda. Foto d’epoca illustrano con dovizia di particolari la storia delle due guerre mondiali. Vicino all’entrata del museo, una scalinata porta al tetto del castello, dal quale è possibile vedere la Campana dei Caduti, una delle più grandi campane in Italia, plasmata nel metallo di cannoni della Seconda Guerra Mondiale, e poi innalza in un edificio simile ad un tempietto, dal quale si ha una splendida vista sulle valli circostanti. Sotto il Museo della Guerra si trova il Museo Civico, che alloggia collezioni d’arte, archeologiche, storiche e folcloristiche. Nei dintorni, a 8 chilometri a nord di Rovereto si innalza il Castel Beseno, sito su una collina a est della strada. Questo immenso castello, il più grande della regione, fu costruito nel XII secolo e poi ricostruito varie volte fino al XVIII secolo. Era il punto di controllo delle tre valli confluenti. Le rovine sono sotto restauro e oggi si possono vedere dagli affreschi seicenteschi. A sud di Rovereto, la strada principale passa attraverso una vallata costellata da grandi massi trascinati da frane. Questi massi sono chiamati Ruina Dantesca, poiché sono menzionati nell’Inferno ( ZII,4-9) di Dante.

 Alle nove di questa mattina 19 febbraio, queste brulle montagne del Baldo erano baciati dai primi raggi del sole. Nella Bassa padana, come pure nel resto del nostro Paese, l’inverno è stato lungo e freddo. La neve è scarseggiata sia a nord che a sud, causando gravi disagi alle lunghe schiere di sciatori e alle organizzazioni turistiche sia del trentino che dagli altri centri sciistici del nostro Paese, Ma grazie alla neve artificiale, prodotta con gli sparaneve, la grande massa degli sciatori, hanno potuto dare sfogo alla loro grande passione che è lo sci.

Il grosso torpedone sta percorrendo la grande Val d’Adige, mezza in ombra e innevata, mentre l’altra metà é illuminata da un sole tiepido e primaverile. Percorrere e ammirare questo paesaggio fatato e metafisico, dall’impressione di ammirare uno di quei paesaggi fantastici che il grande pittore Giorgio De Chirico, era solito dipingere, dove il fatto interiore, nel quale emergono sensazione, vita remota e vita attuale tentano di uguagliarsi nel sogno. In quei paesaggi si poteva intravedere l’invenzione fantastica, una favola letteralmente affascinante; sicché si può parlare di una “poesia pittorica”, dall’atmosfera e dal ritmo intraducibili, in cui si concretano “melanconie”, “ricordi”, meditazioni sospese in uno spazio e in un tempo mitici. Quindi, quelle stupende opere metafisiche, dipinte dal grande pittore erano assolutamente paesaggi astratti e privi di aderenza con la realtà, mentre questi che stiamo ammirando, in questa giornata bellissima, rischiarati da un tiepido sole, sono paesaggi reali, bellissimi, sono come le ha creati la Madre natura milioni di anni fa.

Al Casello Autostradale di Rovereto Sud, il grosso torpedone ha lasciato l’autostrada del Brennero e si è immesso nella provinciale che porta a Folgaria. Subito dopo il piccolo borgo antico di Villa Vallagarina, da dove si ammira un bellissimo paesaggio collinare coltivato a vigneto, la strada s’inoltra in una forra, un profondo dirupo fra i monti e prodotta nei millenni dall’acqua del torrente. Il cima alla compagna che separa la vallata dalla forra, sorge un vecchio forte difensivo austriaco, fatto costruire da Francesco Giuseppe nel 1800, che aveva il compito di fermare il nemico che veniva da sud. La strada segue una serie di strettoie, piccole gallerie scavate nella roccia calcarea e di piccoli tornanti prima di entrare in un vero e proprio canyon, che ricrea un ambiente dolomitico orientato verso il basso. Sul fondo della gola, muraglie rovesciate di calcare alte oltre 900 metri e che culminano in vette surreali e metafisiche attraversate da nuvole bianche e da piccole strisce di neve bianchissima e azzurre dei canaloni e le fontane di ghiaccio che bucano dalle fessure della grande montagna.

Il torpedone fa fatica a salire quella rampa di strada tortuosa, dove le pareti sono tagliate in verticale per decine e decine di metri nel punto più profondo del canalone. Le curve sono sempre più strette, con piccoli tornanti e sopra la muraglia di pietre crescono e germogliano sparuti abeti. Una lunga coda di macchine ci segue lungo il costone nella attesa di trovare un varco per superarci. A metà percorso, incontriamo due piccoli villaggi montani, le cui case sono state costruite quasi a picco sul profondo canalone. Piccoli fazzoletti terrazzati, rubati alla montagna e coltivati a vigneto. A fianco alle case piccoli orti secchi e scoscesi, dove germogliano sparute piante antropiche e dove in primavera i contadini montanari coltivano le patate, cipolle e qualche ciuffo di lattuga o di altra verdura. Quando siamo transitati noi, quei piccoli ritagli di terra erano completamente brulli e non si vedeva neppure il minimo segno di neve, creando un paesaggio da presepe o da cartolina illustrata. Si, è proprio così, quel angolo di paese agreste, con la piccola chiesa e a fianco alla quale la fontana e il piccolo cimitero fra le case, creavano un paesaggio fantastico, dove regna tanta pace e serenità.

 Raggiunto l’altopiano tutto è ritornato alla normalità. La strada era più ampia e scorrevole come pure il paesaggio brullo e bruciato dal sole, tanto che ti dava la sensazione di trovarci nel cuore dell’autunno inoltrato e di fronte la grande montagna che sembrava riccamente incorniciata come un quadro d’autore. Superiamo il centro abitato di Folgaria, con i suoi alberghi e le infrastrutture turistiche, il nostro torpedone si è fermato nell’apposito parcheggio riservato ai torpedoni nel Fondo Grande, dove si trovano gli impianti sciistici e le piste da sci. Ci sembrava che non ci fosse nessuno o perlomeno pochi turisti, ma sia il parcheggio delle autovetture quanto quello dei mezzi pesanti, fossero stati completamenti esauriti.  Centinaia di persone invadevano le piste sciistiche innevate artificialmente e i locali pubblici. Questa volta non abbiamo dovuto fare la coda per sorbire un caffè caldo al Bar del centro sportivo, prima di tutto perché è un giorno settimanale e c’era poca folla, ma era l’ultimo giorno di Carnevale e gli appassionati della montagna cerano lo stesso, poi dicono che c’è carestia nel nostro Paese! Quale carestia?

I ragazzi dell’oratorio, appena scesi dal pullman si sono dispersi per i campi innevati con gli slittini presi a noleggio. Si vedeva nei loro occhi che erano veramente felici di trascorrere una giornata sulla neve, lontani da casa e soprattutto dai compiti scolastici. Li abbiamo rivista al termine della lunga giornata stanchi e felici. Si aggiravano vicino al torpedone nella attesa che il parroco dessi loro le “lattughe”: un dolce di carnevale, che Don Enrico aveva fatto sistemare nel bagagliaio dell’automezzo. Si vedeva che erano tutti stanchi e sudati ma felici di aver trascorso un’intera giornata sui campi di innevati. Quest’anno, sui campi innevati sono successi molti incidenti sulla neve artificiale e si sono pure verificati 7 decessi. Anche oggi un nostro conoscente in una caduta ha riportato contusioni al ginocchio, mentre un ragazzo facente parte della nostra comitiva è stato trasporto con l’autolettiga al pronto soccorso di Rovereto e trattenuto, a causa di una brutta caduta che ha battuto la testa. Al momento non abbiamo notizie, ma speriamo che non sia nulla di grave.

Dopo di aver sorbito un caldo e ottimo caffè in quel bar poco affollato di turisti, con Adriana mia moglie, Pino e altri amici, ci siamo avviati sulla strada asfaltata detta della Via Crucis, perché sul lato sinistro vi sono tante piccole cappelle in muratura contenenti le bellissime sculture di legno, che sono delle vere e proprie opere d’arte, che rappresentano le varie stazioni del supplizio, della flagellazione e della morte di Gesù Cristo, che lo portarono sulla piccola altura del calvario, presso Gerusalemme, sulla quale fu crocifisso. Quella strada con il fondo stradale asciutto, ci ha portati in poco tempo al Santuario della Madonna delle Grazie: una località bellissima, ma mancava qualche cosa, mancava la neve. Prima di iniziare la nostra breve passeggiata sui campi brulli, doverosamente ci siamo soffermati reverenti a piegare il ginocchio nel tempio della Madonna dispensatrice di grazie.

Vicino alla porta laterale della chiesa è stata posta una lapide dedicata a Papa Giovanni XXIII. Il papa Pio XII in 31 gennaio 1954, dichiarò la Madonna di Folgaria “ Patrona degli sciatori d’Italia” e fece incoronare l’immagine, dandone l’incarico al Patriarca di Venezia Angelo Giuseppe Roncalli. Questi compì il solenne rito il primo agosto di quel anno. Una lapide all’esterno del santuario dice: “ Giovanni XXIII Sommo Pontefice, Cardinale Patriarca di Venezia pellegrinò a questo santuario il primo agosto 1954, incoronò solennemente la Madonna, ne cantò le glorie, ne implorò gli auspici, donò a tutti i presenti il profumo e il soave ricordo della sua santità”.

Oggi il santuario – come si esprime il rettore don Olindo Cuel – “è un centro di spiritualità in cui si prega e ci si forma sulla scuola del Vangelo. Continuamente visitato da chi è ospite dell’Altipiano per periodi di riposo e per corsi di esercizi spirituali, è soprattutto metà di gruppi di preghiera. Nel solo 1987 ha visto ben 47 pellegrinaggi e circa 350.000 fedeli.

La festa patronale è celebrata l’8 settembre, con grande solennità-. L’inno del santuario dice:

 “ Sorreggi la vita, conforta il dolore, sereno ogni cuore, o Madre d’Amor”.

Stando fermi davanti al Santuario, si può ammirare un paesaggio stupendo, un paesaggio pittura, immerso fra boschi di alte conifere e meravigliose montagne senza la neve. Abbiamo seguito un lungo sentiero che dopo un giro vizioso ci porta nel bosco e fa ritorno nei pressi del Santuario. Quel sentiero è chiamato dai “cavalli”, perché una slitta trainata appunto da due cavalli fa la spola dal centro abitato di Folgaria al Santuario e viceversa. E’ stata una passeggiata molto distensiva e soprattutto salutare, lontano dal rumore e dal fumo prodotto delle autovetture.

 Quello è un paesaggio pianeggiante, chiamato la torbiera e d’estate è un vero giardino botanico. E’ un sentiero fatto apposta per chi non vuole fare molta fatica e desidera godersi una giornata di sole all’aria aperta, senza problemi e soprattutto senza quella folla opprimente e chiassosa. L’aria era secca, frizzante pulita, ma il sole era meraviglioso e valeva la pena essere saliti fin lassù. Tutti i turisti erano concentrati a valle, dove sorgono gli impianti sciistici e per via dei moltissimi automezzi, sembrava una camera a gas.

 Il resto della giornata lo abbiamo trascorso, dopo la pausa pranzo in un piccolo locale tipico di nostra conoscenza, sul costone che si trova a ridosso del paese e degli impianti sciistici, un luogo bellissimo e soleggiato, dove tantissimi bambini con i loro genitori, si divertivamo a sciare nel fondovalle con lo slittino, e poi c’erano per i più piccini nel campo giochi i cui impianti si trovavano al bordo delle piste, con le giostre e gli scivoli.

 Il grande scrittore e storico romano Plinio il giovane, ammirando gli ultimi raggi del sole che stava per tramontare dietro la grande montagna dipinta di rosso del meraviglioso Vesuvio, come del resto stavamo facendo anche noi oggi che siamo seduti su di un muretto a fumare la pipa in tranquillità e non stiamo facendo altro che ammirare questo meraviglioso tramonto dietro la grande montagna dolomitica, egli così faceva a scrivere nel suo taccuino di viaggio:

 “ Carpe diem: coglie l’attimo fuggente che si dilegua rapido e veloce come la vita nell’immensità!”. Oh si, com’è straordinaria la vita! I fenomeni celesti che ci circondano e ruotano intorno a noi da miliardi di anni, con il loro ritmo incessante e i loro segreti, che poi non sono altro che i segreti della creazione e della vita. Ammirare nel tramonto infuocato quel dardo che in un baleno divampa e precipita in quel attimo fuggente di eternità che ci offre la quiete e l’abbandono dello spirito”, sono attimi grandiosi del mistero della vita, che ci lasciano meravigliati, attoniti; sorpresi e increduli allo stesso tempo. Concludiamo questo nostro itinerario in un paesaggio bellissimo senza neve di Folgaria, con questa riflessione che abbiamo letto in una piccola targa posta all’interno del parco della torbiera di Lilli Dariguzzi, alla quale porgiamo le nostre più sentite congratulazioni. Ella così faceva a scrivere:

“Riflesso”

I nuovi innesti abbracciano le fronde,

E accarezzate dal vento

Ne riflettono i movimenti

Moltiplicandone l’esistenza

Una breve riflessione del nostro tempo.
Senza dubbio, fra gli aspetti della vita attuale, s'impone all'attenzione di tutti gli enormi progressi scientifici e tecnico che si è realizzato dopo l'ultimo conflitto mondiale.
L'uomo inventa macchine sempre più perfezionate e sofisticate e sembra non volersi arrestare un momento: perfino il cosmo gli è ormai accessibile e fra non molto potrà forse conoscere mondi diversi del nostro.
Altra cosa colpisce e che colpisce tristemente è che, nonostante tutte queste meravigliose scoperte scientifiche, sulla terra la vita non è poi molto cambiata. Ci sarà, è vero, un miglioramento del tenore generale di vita, specialmente, in alcuni paesi; ma basta aprire il giornale il mattino per vedere che esistono sempre la guerra, la paura, la fame, l'ingiustizia, la violenza privata, il malcostume, l'indifferenza e l'ignoranza.
Di fronte a questo stato di cose l'enorme progresso tecnologico non perde certo la sua importanza, ma non appare da solo, tale da poter conciliare radicalmente in meglio tanti aspetti tristi della vita, tale, in una parola, da poter dare la felicità all'uomo.
In questi ultimi tempi, e non solo nel nostro Paese, i fenomeni di delinquenza organizzata e di criminalità stanno diffondendosi a macchia d'olio. Queste forme delinquenziali stanno toccando il limite estremo, ove violenza chiama violenza. Giorno dopo giorno, le forze dell'ordine nel campo nazionale, sono impegnate a sostenere una dura lotta, direi che sono sul sentiero, di guerra per combattere una battaglia senza fine. Non è sempre facile assicurare alla Giustizia tutti coloro che trasgrediscono ed infrangono le leggi; ma nel complesso, a volte a caro prezzo, si riesce sempre a fare trionfare la Giustizia. I cittadini, sia delle grandi città che dei piccoli villaggi come il nostro, vivono continuamente allarmati e nello stesso tempo preoccupati del dilagare di questi fenomeni criminosi.
E' da molto tempo che il mondo tende ad una giustizia migliore, nella quale l'uomo, ogni uomo, e tutti gli uomini, possa pienamente sentire e vivere la sua dignità di sempre, in questo mondo, direi corrotto nel vizio e nella morale. Mi ritengo, e non sono il solo a pensarla così che questa esigenza di rinnovamento non potrà comprendersi che nella completa libertà dei popoli, condizione necessaria per l'affermazione della persona umana e il suo integrale perfezionamento: nonché per un autentico progresso sociale.
Il bene comune, oggi più che mai, anche in ordine all'auspicato rinnovamento giuridico, politico e sociale si può promuovere e consolidare soltanto garantendo l'autentica maturità di noi tutti: che a mio modesto parere sembra alquanto prematuro. A ciò siamo tutti chiamati, in questo delicato momento, con coscienza illuminata e responsabile, per assicurare quel progresso politico-sociale di pace e di benessere. Soprattutto come cittadini di un paese democratico come il nostro, siamo chiamati a collaborare con la Giustizia ed al rispetto delle leggi e delle istituzioni, condizione indispensabile perché si possa avanzare, nello spirito della giustizia e della fraternità verso un avvenire migliore.

La prima escursione in Val di Fiemme 2007.
Come passa veloce il tempo, sembra ieri che eravamo su queste meravigliose montagne del Trentino, ma è già passato un anno. Un anno di avvenimenti tragici e meno tragici, un anno da dimenticare e d'archiviare, ma con il trascorrere del tempo anche la vita passa e và. Ma ci domandiamo che cos'è questo benedetto tempo? Se lo ha chiesto anche Sant'Agostino, Egli quindi aggiunge: " Se nessuno me lo chiede, lo so, ma se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede, finirei col non saperlo".
E il presente? Esiste sul serio il Presente? Se è vero che il Passato non esiste, perché non è più e se è altrettanto vero che il Futuro non esiste, perché non è ancora, come fa il Presente a esistere, quando è solo una separazione tra due cose che non esistono? Può esistere solo in qualcosa" dice Sant'Agostino " la cui condizione d'esistenza è quella di essere d'esistere? Parlando del tempo, il filosofo Luciano De Crescenzo, ci da una sua definizione che noi l'abbiamo definita filosofica. " E' indubbio che ci sono due concetti di tempo: quello fisico ( tempo esterno), che dovrebbe essere uguale per tutti, e quello psichico (tempo interno), che è diverso da persona a persona e che varia col variare degli avvenimenti. Il tempo psichico è un connotato personale, come il colore trasparente di queste meravigliose montagne, delle sue vallate e del cielo azzurro, come pure degli occhi o dei capelli, ma è anche una grandezza accidentale: basta confrontare la giornata di un venditore di detersivi a domicilio con quella di un ergastolano per capire come possa variare il tempo. Sant'Agostino lo definisce " un'estensione dell'animo umano". Oggi, il nostro animo è triste, perché il tempo e le stagioni non procedono allo stesso modo. Il nuovo anno che entrasse da pochi giorni, è stato definito dai metereologi un inverno anomalo. Se andiamo ad esaminare questo fenomeno e vedendo come si presentano le giornate di quest'inverno, dovremmo dire che, più che il cuore dell'inverno ci sembra la primavera avanzata. Nel nostro giardino sono rifiorite le primule, come pure sui sentieri di questa bellissima vallata del Trentino, dove oggi siamo giunti con i nostri amici dell'APAM di Mantova. Siamo partiti con la gioia nel cuore, per trascorrere una giornata sulla neve, ma la neve si trova sulle alte cime e quella sulle piste da sci è artificiale, sparata con i cannoncini da neve. Quest'anno è il Sud a vincere la prima tappa della stagione invernale. Le montagne dello stivale sembrano, infatti, essersi capovolte e se quest'anno la neve ha, di fatto, snobbato le tradizionali perle delle Alpi, dove si scia solo in alta quota o grazie all'innevamento artificiale, abbondanti precipitazioni si sono avute sulle cime della Calabria e della Sila. E il quadro si fa ancora più nero per il centro dove ad Abruzzo e Molise non resta che sperare in un miracolo del cielo.
Nello specifico in Piemonte, grazie ai cannoni e alle nevicate di questa settimana si sono chiuse con un risultato soddisfacente, e con un incremento rispetto allo scorso anno, le vacanze del lungo periodo natalizio sulle montagne Olimpiche che nelle altre località sciistiche della regione. Gli oltre 200 chilometri di piste servite dai 38 impianti del comprensorio della Via lattea sono stati invasi da turisti italiani e stranieri che, secondo le prime stime hanno raggiunto almeno quota 30 mila con tiket venduti per circa 3 milioni di euro.
Boom di presenze e tutto esaurito anche qui nel Trentino, che grazie agli sparaneve ha superato alla grande il momento difficile, sorpassando addirittura i numeri dell'anno scorso, come sottolinea Natale Rigotti, presidente dell'Associazione albergatori della provincia di Trento, che, però non nasconde preoccupazioni per la fase due della stagione - ha spiegato - il rischio di un forte rallentamento è concreto. Le preoccupazioni maggiori le abbiamo registrate nelle Valli di Non, e qui nelle Valli di Fassa e di Fiemme. In queste bellissime vallate si viene per sciare, è oltretutto, con queste temperature che abbiamo trovato, non è solo costoso per gli operatori, ma addirittura impossibile produrre neve, si vedono già le gemme fiorite ed in via di sviluppo. Malgrado ciò, in Alto Adige, come apprendiamo, si ostenta ottimismo. Se qui al Nord c'è bisogno della neve artificiale, in Sicilia sono bastate le condizioni meteo a consentire il perfetto innevamento delle piste. Le abbondanti nevicate di metà settimana hanno completamente imbiancato l'Etna, su cui la stagione sciistica si è aperta ufficialmente con il nuovo anno.

Percorrendo queste bellissime vallate, abbiamo ammirato un paesaggio metafisico, un paesaggio chiazzato a macchia di leopardo, da piccole chiazze bianche di neve e di verde dei boschi, che ci ha dato la sensazione di rivivere la stagione autunnale.
Siamo d'accordo che alla maggior parte dei partecipanti a questa escursione in montagna non importa che ci sia o non ci sia la neve, anzi preferiscono fare quattro passi senza la neve, perché è più comodo camminare senza la paura che cadere, perché la maggior parte di loro sono anziani e con qualche acciacco dovuto all'età. Anche noi facciamo parte della categoria degli anziani o della Terza età, come dir si vuole, ma sentiamo ancora dentro di noi l'amore per la montagna e per la meravigliosa natura che ci circonda. A loro interessa la grande buffata, vengono a posta, per mettere i piedi sotto il tavolo nel ristorante. Però se andiamo ad analizzare più a fondo il loro stato d'animo, la condizione fisica, psichica, spirituale o economica in cui molti di loro versano, comprendiamo che hanno ragione, perché la solitudine, lo stato di chi sta o vive solo, è una cosa molto triste e uscire, stare per un giorno fuori di casa, assieme alla gente è come rinascere. Ma la vita è fatta anche di questi momenti culinari e poi, tra un bicchiere e l'altro, si ritrova l'allegria e la gioia di vivere fra i vecchi amici e conoscenti. Si, è proprio giusta l'affermazione del Papa Benedetto XVI, nel dire che: " L'amicizia significa comunanza nel pensare e nel vedere. E questa comunione di pensiero non è una cosa solamente intellettuale ma é comunanza dei sentimenti e del volere, e quindi anche dell'agire". Partecipare a questi convivi ci fa capire com'è dolce anche l'autunno della vita.

Se ci fosse stata la neve la festa sarebbe stata più completa, perché l'occhio vuole anche la sua parte, perché non si vive di solo cibo, ma di ammirare questi stupendi paesaggi unici al mondo e senza la neve non sono gli stessi.

Quest'anno, gli organizzatori dell'APAM, come è successo alcuni anni fa, per la tradizionale gita invernale hanno scelto la Val di Fiemme, e il grosso torpedone si é fermato nella periferia della linda cittadina di Cavalese che è il capoluogo della Valle. Adagiata sulla parte terminale del terrazzo fluvio-glaciale che caratterizza il cuore della Valle di Fiemme, ne rappresenta il centro storico e culturale. E' sede della Magnifica Comunità, del Comprensorio e degli Uffici Provinciali.
La storia di Cavalese, che risale ad epoche antichissime, ci racconta le prime tracce del passaggio dell'uomo (riscontrabili in particolar modo sulla Catena del Lagorai) sono attribuibili all'uomo mesolitico. Vi sono inoltre segni dell'età del ferro (dos Zelo) e del periodo tardo romano (Parco della Pieve). Vi è poi un documento dell'epoca barbarica nella necropoli ritrovata in Via Pasquali (IV sec.). I primi insediamenti abitativi si svilupparono lungo il rio Gambis, le cui piene furono la causa della distruzione di quello che, nel XII sec, aveva il nome di Cadrubio. Verso la metà del 1500 fu iniziata l'opera di contenimento del rio con solidi e pittoreschi argini. Lungo il rio sorsero così mulini, officine da fabbro e per la lavorazione del rame, tintorie, concerie e segherie. Governatori vescovili e famiglie borghesi trovarono dimora in Cavalese, contribuendo a rendere il paese centro economico e politico della Valle. Nel Settecento fu centro culturale di notevole interesse soprattutto per la presenza della scuola pittorica di Giuseppe Alberti (1640-1716) nella quale appresero l'arte, fra gli altri, Michelangelo e Francesco Unterberger, iniziatori della famiglia dei pittori cavalesani. L'evoluzione in senso moderno di Cavalese, che nel 1899 ebbe l'illuminazione elettrica, cominciò verso la metà dell'800 a seguito della costruzione della nuova strada commerciale di Fiemme che attraversava il centro abitato sostituendo il vecchio tracciato medioevale che veniva dal dosso di S. Valerio.

CENTRO STORICO

Una breve passeggiata su per Villa - La parte alta di Cavalese, che si allinea sulle due sponde del Gambis ed è indicativa dell'assetto morfologico, urbanistico e edilizio della Cavalese antica, si possono scoprire alcune tracce del suo passato che fanno parte della sua storia medioevale. Sulla sponda destra, vi sono alcuni edifici che conservano elementi medioevali e soluzioni lignee quali le chiavi di legno nelle murature. Sulla sinistra del Gambis le caratteristiche Via Montebello e Sara: in cima a quest'ultima, addossata alla rupe boscosa, la casa Rizzoli, autorevole esempio di residenza fiemmese del XVIII sec. il prospetto è decorato da un affresco sacro fatto fare né 1796 da Paolo Antonio de Rizzoli. La Piazza Scopoli è sede del Municipio, il palazzo fu ricostruito sulla vecchia caserma austriaca. Zo per Villa - La parte vecchia al di sotto della Piazza conserva le movenze cavalesane passate. All'inizio di Via Ress c'è l'edificio della canonica (notare l'acuto tetto ricoperto di scandole e le inferriate sulle finestre) antica sede del parroco di Fiemme. In P.za Ress, la casa della famiglia omonima. Numerose poi altre case della tradizione fiemmese.

All'interno del centro si snoda un percorso che tocca una serie di attività artigianali e commerciali, particolarmente significative, permettendo di scoprire angoli suggestivi e costruzioni tipiche.

Il parco della Pieve è costituito da una suggestiva area verde con tigli secolari. Rappresentava il centro della vita comunitaria della Valle: era, infatti, sede delle riunioni generali, della chiesa, delle manifestazioni popolari e delle fiere. All'interno del Parco il "Banco della Resòn": elemento unico in tutta Italia rappresentava il luogo nel quale si riuniva l'assemblea della Comunità. Nella parte più elevata del parco sorge invece la Chiesa dell'Assunta, il Santuario dell'Addolorata ed il vecchio cimitero: ciò rappresenta indubbiamente il più significativo complesso storico monumentale della Valle.

Cavalese, che é una località turistica e sciistica molto rinomata in tutto il mondo ed è un piccolo centro che sorge sulle rive del torrente che attraversa la grande e bellissima Val di Fiemme. Proseguendo nella magnifica valle si incontra la cittadina di Predazzo che è denominata, per la sua ricchezza dei fenomeni naturali della zona, il " giardino geologico delle Alpi", la cittadina ospita un ricco museo geologico, mineralogico e paletnologico sistemato, con altre collezioni, nella casa del Turismo e dell'Artigianato. La chiesa di San Nicolò ( di origine tardo-gotica), nel cimitero, conserva resti di affreschi cinquecenteschi di grande valore artistico.

Bellamonte, è una frazione di Predazzo dove è presente una scuola alpina della Guardia di Finanza. Inoltre, vi sono degli impianti di risalita che conducono ai campi di Pampeago e di Obereggen. Predazzo (TN) -1018 metri Zona sciabile: 1372-2415. Per arrivare fin qui a Cavalese, il nostro pullman, ha percorso: l'Autostrada A22 Brennero - Modena, uscita di Egna - Ora. A est di Trento e di Bolzano, dove esiste una fitta rete di strade che consente di addentrarsi in ampie vallate dominate dalle più famose vette e catene dolomitiche: i Lagorai, le Pale di San Martino e quelle, meno note ma altrettanto suggestive, di San Lucano, il Catenaccio, il Sasso Lungo, il Sella, le Tofane. E anche di percorrere valichi altissimi, dai nome quasi leggendari: Pordoi, Sella, Falzarego. E' quasi una cavalcata nel cuore di un complesso di montagne unico al mondo, paradiso per scalatori, escursionisti e sciatori di discesa e di fondo, ma anche ricco di memorie artistiche e culturali. Infine, si segue la SS48, che ci ha portato, dritto alla stupenda e soleggiata cittadina di sapore medievale di Cavalese.

Non è la prima escursione che effettuiamo con questo sodalizio, anzi, abbiamo partecipato a diverse gite culturali. La prima gita che abbiamo effettuato con l'APAM di Mantova, siamo sbarcati in questi magnifici luoghi, dove la vita ha un altro significato di essere vissuta fino infondo, al cospetto della Madre natura. Quella volta non ci siamo appoggiati ad alcun ristorante della zona per il pranzo sociale, ma l'organizzazione ha provveduto ad istallare una vera tendopoli con tutti i confort al centro del campo sportivo di Predazzo. I soci del CRAL dell'APAM, si sono trasformati in cuochi, camerieri e intrattenitori. Ti dava la sensazione di vivere una giornata di festa di paese. Ricordo che c'era anche il conforto della musica leggera che ha allietato la scampagnata. Molte coppie, giovani e anziani, si sono cimentati con il ballo liscio, mentre gli appassionati della neve, abbiamo raggiunto i campi di sci. Quella meravigliosa festa popolare è rimasta impressa dentro di noi.

LA VAL DI FIEMME.

E' una località indiscussa per la sua meravigliosa bellezza paesaggistica, dove ci sono oltre 60 milioni di alberi. Ogni albero è bello ed utile ma ce ne sono di straordinari. Per la loro altezza, le dimensioni del fusto, le forme singolari, l'età, sono dei veri monumenti naturali e meritano di essere scoperti, conosciuti, ammirati.
Essi non ci forniscono solamente ossigeno, ci lasciano stupefatti. Con le forme dei tronchi, dei rami, della chioma, raccontano storie plurisecolari, ci parlano del tempo e di un ambiente che condividono con noi. Basta andar loro incontro, osservare e stare ad ascoltare. Ogni foresta di Fiemme custodisce al suo interno qualche albero monumentale da rispettare e custodire gelosamente sempre anche quando muore e crolla a terra. Leggiamo in una pubblicazione che ne descrivono 14 fra i più maestosi e caratteristici ma ce ne sono molti altri sparsi in tutto il territorio della vallata che ognuno potrà scoprire di persona con comode passeggiate nel mondo del bosco. A ciascuno è stato dato un nome che ne rispecchia le caratteristiche peculiari, ne richiama l'ambiente di crescita e magari il rapporto con persone del luogo. Alcuni sono molto vicini ai paesi e alle strade e si possono raggiungere con brevi passeggiate, fuori porta. Altri vegetano in siti più lontani, nel cuore del bosco o in prossimità delle cime. Per arrivare da loro occorre percorrere i sentieri di montagna, alcuni realizzati proprio per consentire di conoscere questi monumenti verdi e provare le emozioni che essi sanno trasmettere. Non è la prima volta che noi giungiamo fin quassù, ma con i nostri amici del CAI di Mantova, ci siamo venuti più volte ed ogni volta ci è sembrata la prima volta, perché ogni volta scopri sempre qualche angolo diverso d'ammirare, da soprattutto e d'amare.

Di chi sono questi meravigliosi alberi monumentali?

Dei proprietari dei boschi della vallata e quindi della Magnifica Comunità di Fiemme, dei Comuni, Provincia, Regione e anche di singoli privati. Vorremmo dire però che essi appartengono a tutti coloro che sanno apprezzare queste presenze straordinarie del mondo del bosco e della montagna. Il settore mediano della valle percorsa dall'Avisio prende il nome di Val di Fiemme: i suoi limiti sono il Lago di Stramentizzo a valle e Moena a monte: più oltre si apre la Val di Fassa. Estesi pascoli terrazzati, vasti prati e un patrimonio forestale d'eccezione costituiscono gli elementi fondamentali del paesaggio, dominato a sud da una delle più solitarie catene dolomitiche, quella dei Lagorai. La storia di questa valle è esemplare per quel che concerne la gestione dell'ambiente. La storia ci racconta che nel 1110, con riconoscimento vescovile, era sancito l'atto costitutivo della Magnifica Comunità della Val di Fiemme. Con quel documento gran parte dei boschi e delle foreste diventavano di proprietà collettiva: da allora ogni prelievo di legname è stato accortamente calibrato per consentire il naturale rinnovamento del manto forestale, primaria fonte di reddito per le popolazioni locali.


I CAMPI DI SCII

Il gruppetto dei Campitellesi, amanti della montagna e dei campi innevati, era composto di diversi amici che ci incontravamo tutti i giorni e ci conoscevamo da oltre vent'anni, perché nei piccoli paesi come il nostro della Val Padana, ci si conosci tutti, uno per uno. La piccola squadra era capeggiata dal sottoscritto e seguita da Pierino Ghizzi, nonché dalle nostre signore e molti altri amici, insomma, un piccolo nucleo di 10 vecchi amici desiderosi di trascorrere una giornata di completa serenità, al cospetto della madre natura, all'aria aperta sotto i caldi raggi di uno splendido sole, fra quella folla festante di sciatori .

Dai giardini del parco di Cavalese, una moderna e funzionale ovovia, che in pochi minuti raggiunge il vertice della grande montagna del Cermis, dove sono funzionanti le piste innevate artificialmente. Lassù, era un altro mondo, un mondo senza un briciolo di neve, un paesaggio brullo e bruciato dal sole. Se la valle era quasi morta, sulle piste sciistiche vi abbiamo trovato una miriade di sciatori, anziani, giovani e bambini, che si divertivano a sciare. Il Bar-Ristorante, era affollatissimo e si faceva persino fatica a conquistare un posto per sorbire una tazza di te fumante o un caldo e aromatico caffè. Era meraviglioso vedere quella folla omogenea, con le tute variopinte, sciare o sostare ai margini delle piste o seduti al bar. Anche il cielo si era imbronciato, tanto che il sole si faceva vedere a sprazzi e l'aria era alquanto fresca. La squadra dei Campitellesi, uno dopo l'altro, in fila indiana, siamo risaliti sui vagoncini dell'ovovia, che in pochi minuti ci hanno riportati sul luogo di partenza, dove eravamo attesi per il pranzo sociale, che si è svolto nel ristorante "La Stella", che sorge al vertice della storica cittadina di Cavalese. Abbiamo attraversato dei magnifici boschi dove filtravano i raggi del sole, creando una scenografia da quinta teatrale. Abbiamo visto alberi altissimi e mastodontici. Un vecchio e saggio montanaro, con il quale abbiamo conversato parlando di questi monumenti della foresta, ci ha parlato della Regina del Feudo, che si trova nei boschi del Comune di Pedrazzo.

LA REGINA DEL FEUDO.

Egli ha proseguito dicendo: "L'albero, segnalato da un cartello, è a una ventina di metri da un tornante della strada. Non si nota facilmente questo abete camminando da quelle parti. La sua chioma profonda nasconde il fusto e apparentemente ne riduce la statura. Solo se si percorre il sentiero che gli passa accanto si rimane colpiti da quel tronco enorme con robuste costolature che spunta da una pietraia. Una pianta regina indubbiamente. Segno che sotto quei sassi c'è del terreno nascosto che offre acqua e nutriente in abbondanza. Lei, "La Regina" ha deciso di stabilire lì la sua fissa dimora, in posizione panoramica, baciata tutto il giorno dal sole, da dove tutto vede e controlla. Da vera regina degli alberi sfoggia un mantello verdissimo, lungo fino ai piedi, perfetto, il più bello del reame. A stare sotto quella chioma folta e profonda con i rami tutti ripiegati all'ingiù è come trovarsi in una casa accogliente; si gode l'ombra d'estate e il tepore d'inverno. Lo sanno i cervi e i caprioli che hanno eletto quel abete a loro rifugio preferito. In passato, in un'escursione con gli amici del CAI di Mantova, in località Casaia del Comune di Cavalese a 1290 metri, di quota, abbiamo ammirato le " Colonne della Casaia".

LE COLONNE DELLA CASAIA

Ricordo che ci siamo arrivati da Cavalese, da dove si sale con la cabinovia fino alla stazione intermedia del Cermis proseguendo poi su una comoda strada di bosco dapprima pianeggiante e poi in leggera salita per ca 1,8 km. E' possibile anche salire da Salanzada con un percorso a piedi dopo questa località di ca. 2,5 km. "Gli alberi sono le colonne che sostengono il cielo" dicono gli Indiani d'America e poi saggiamente aggiungono ".Se cadono loro anche il cielo ci cadrà addosso.". riflettendo sui tanti valori del bosco e sul fatto che se non ci fossero gli alberi non ci sarebbe possibilità di vita nemmeno per noi umani. Questi due abeti, affiancati a ciglio strada, sono davvero colonne lunghe e diritte con la chioma che si innesta sul fusto molto in alto, ad oltre 30 metri. Nella città degli alberi loro "le Colonne" sono i grattacieli, sicuramente sono da annoverare fra gli abeti più alti della Val di Fiemme e di tutto l'arco alpino. Nelle vicinanze ci sono altri alberi molto alti che emergono da un fitto bosco di giovani abeti, ma loro hanno spinto la chioma più in alto di tutti di un paio di metri e possono permettersi di guardare i vicini e tutti i viventi dall'alto al basso.

Questi stupendi abeti che bucano il cielo, li abbiamo definiti i gendarmi buoni della grande e meravigliosa montagna, che vigilano in continuazione le valli sottostanti. Oltre che vigilare, rappresentano per l'escursionista un punto di orientamento, ma soprattutto di riferimento. E, infine, mai perdere la speranza! Un miracolo può sempre esserci. E' tante volte c'è e come se c'è. Noi, l'abbiamo scoperto, salendo fin lassù, dove il sole splendeva in quel paradiso bianco di neve, dove regnava una pace celestiale. Ricordiamoci che il sole nasce ogni mattina e ogni sera possiamo ammirare il meraviglioso tramonto pieno di luci e di colori. Non bisogna mai perdere la speranza, perché la vita è piena di fragole buone da gustare! Sempre e in ogni circostanza. Il poeta così scriveva del tramontar del sole.

Il tramonto del sole

La sera cala silenziosa tra i monti.
I boschi d'abeti diventano neri, l'aria
Ed il cielo cambiano anch'essi colore,
Quasi per preparare una stupenda
Cornice all'Alpe che sta
Raccogliendo l'ultimo bacio del sole.

Concludiamo questo nostro viaggio, che più che un viaggio è una cavalcata sulle bianche cime di questi favolosi giganti della montagna dolomitica, dove il silenzio comincia col far chiudere le labbra e poi penetra fino al profondo dell'anima, in queste regioni inaccessibili, dove Dio riposa con noi in un alone di purezza.

Lassù al Cermis.
L'aria di gennaio era rarefatta,
I prati secchi e i larici malati,
Ma mancava qualche cosa lassù,
Mancava la neve!
Sul sentiero non sentivo più come un tempo.
Sotto i miei stanchi passi
Lo scricchiolio della neve gelata,
Ma per fortuna filtrava dai rami
Dei boschi un raggio di sole
Da quel lembo di cielo che scende verso l'uomo,
Che poi non è altro che l'essenza della vita.

Lungo week-end al Canyon del Verdon
Escursionismo

Il Drago Verde, quando la terra gioca. Pareti che si avvicinano tra loro fino a toccarsi. Imponenti muraglie di roccia. Questo é il Gran Canyon du Verdon.
Il mattino del 23 aprile 1995, nelle ore antelucane che precedono le prime luci del giorno, la grande Valle Padana era immersa in una nebbia bassa che offuscava, livellava e diminuiva la luminosità, la trasparenza di quella luce chiara che precedeva l'aurora. I contrafforti del Passo del Turchino non erano di meno. Sulla Valle Padana stagnava quella noiosa e fastidiosa nebbia bassa, le balze dell'Appennino Ligure erano coperti di nuvole nembi, basse e grigie, che coprivano inesorabilmente tutta la regione e che non prometteva nulla di buono.
L'autostrada dei Fiori corre lungo le creste che si affacciano su vallate scoscese, montagne quasi brulle, paesini arroccati sulle alture, che di tanto in tanto, erano illuminati dai pochi raggi di sole che riusciva a bucare le spesse nuvolaglie. Avevamo da poco superato i confini d'Italia e delle alture di Eze, un villaggio medioevale arroccato su di una rupe, a nord est della Costa Monegasca, il sole era alto nel cielo e illuminava la città sottostante di Nizza; davanti a noi si apriva un paesaggio suggestivo e meraviglioso. Quella splendida città è l'antica Nicarea, fondata forse dai Focesi di Marsiglia tra il V e il III secolo a.C. Occupata dai Romani (150 a.C) seguì le sorti della Provenza e fu occupata dagli Arabi nel X secolo. Dal 1388 appartenne alla Casa Savoia.

La storia racconta che questa antica e bellissima città, fu saccheggiata dai Turchi nel 1543, occupata dalla Francia nel 1792, ritornò a Vittorio Emanuele I nel 1815 e fu ceduta alla Francia nel 1880.

Siamo giunti alle falde delle Alpi, passando per la città di Nizza, inoltrandoci in quel entroterra ( che il termine francese di " erriere-pays" rende meglio il senso di reame nascosto) spopolato, roccioso, battuto dal vento pervaso anche di mille profumi e di incanti, aspri e pure capaci d'improvvise dolcezze, che si chiama Provenza. La strada risale un tavolato di calcare appena affiorante tra cespugli di macchia mediterranea, uliveti, piante antropiche e ginestre fiorite.

Una prima sosta nella cittadina medioevale di Vance, per la colazione del mattino, al sacco naturalmente. Dopo una breve visita al borgo antico e alla sua chiesa romanica del XII secolo, il torpedone ha proseguito verso Tourette sur loup, altro borgo medioevale barbicato su di un costone roccioso. Subito dopo di questo piccolo ma caratteristico borgo, raggiungiamo la cittadina di Grasse, che sorge sulle pendici. Delle Alpi Marittime, la famosa città dei profumi.
Anche qui come negli altri villaggi che avevamo appena superati, ci siamo fermati per una breve escursione alla cittadina. Abbiamo potuto ammirare il museo dei profumi e la bellissima Cattedrale di stile gotico, del XIII secolo, che conserva due meravigliose pale d'altare del Rubens raffiguranti la deposizione di Cristo. Da Grasse, sotto un sole splendente, la strada risale una collina con vegetazione lussureggiante e rigogliosa di splendidi uliveti, ma ben presto questa vegetazione scopare, per lasciare il posto ad un paesaggio brullo, un tavolato di calcare appena affiorante tra cespugli di macchia mediterranea e di lavanda, e poco dopo, raggiungiamo un altro bellissimo borgo antico di sapore romanico, Castellane, seguendo le indicazioni per la " Corniche e la Palus", eccoti al belvedere della rivelazione.
La porta d'ingresso del Verdon non poteva che chiamarsi Point Sublime e manteneva le promesse. Da qui si vede il fiume scomparire in una gola selvaggia, tuffandosi con un rombo di tuono nel primo dei 21 chilometri delle gole. Castellane: antica città della tribù dei Suetri, poi gallo romana, Castellane divenne nel V secolo, la sede di un vescovato. Nel IX secolo le invasioni barbariche obbligarono gli abitanti a fortificare la rocca ed a fondere " Pietra Castellana". Nel XIV secolo, per proteggersi dai " Rutiers" briganti che saccheggiarono la Provenza, Castellane si rinchiuse entro nuove mura.

Nel XVI secolo, le guerre di religione causarono nuovi disordini, tra l'altro l'assedio da parte di Lestinguieres, nel gennaio 1586. In questa cittadina piena di storia, abbiamo potuto visitare alcune vestigia molto interessanti: La chiesa Sant-Victor ( monumento storico del XII secolo) con campanile di stile lombardo. Il torrione pentagonale ( XIV secolo) vestigio degli antichi baluardi. La torre campanaria dell'Orologio, a bulbo, la fontana dei leoni e il ponte della rupe, a dosso, del XV secolo. E' caratteristica la rupe che sovrasta la cittadina medioevale: un'enorme roccia, sulla quale è costruita la cappella di Nostra Signora della Rupe, domina la cittadina ed è visibile dall'altopiano della palude e dai costoni del Verdon.

La storia di questa cittadina ci racconta, che la cappella, sormontata da una grande statua, fu eretta nel 1703. Ai lati del Couloir Samson, le pareti sono tagliate in verticale per centinaia di metri (80 nel punto più profondo) e si avvicinano tra loro fino a 6 metri nella buia fenditura dello " Stige". "Sembra che proprio qui", scrisse il geografo Reclus, " Rolando abbia tagliato la montagna con la sua spada". Si può continuare lungo la " Corniche, ma per ritrovare la vista del fiume bisogna fermarsi, affacciarsi sul ciglio delle rocce, vincendo il senso di vuoto e la vertigine.
Seguendo il percorso sulla nostra cartina geografica, ci accorgiamo che il Verdon nasconde la propria identità sotto di quella di un anonimo fiume prealpino. Misura solo 170 chilometri, dalle sorgenti del Col d'Allos alla confluenza con la Durance, nel massiccio del Sestriere a 2150 metri.
Trattenuto dapprima dalle dighe idroelettriche di Castillon e Chandanne, esso s'inabissa inseguito nelle gole fantastiche scavate nei calcari giurassici attraverso preesistenti fenditure. Il tratto più spettacolare è, appunto, situato tra Castellane e Maustiers Sante Maria là dove, quale enorme sega, esso traccia i piani di Canyuers, offrendo un sito unico in Europa, come affermano gli studiosi di geologia. Sulle sue pareti di calcare, i geologi leggono tutta la storia delle Alpi. La roccia bianca, nata dell'accumolo di miliardi di organismi marini e gusci calcarei, costituiva 150 milioni di anni fa, nell'era dei dinosauri del Giurassico, il fondo della

Teite, un antico mare Mediterraneo esteso dall'Europa al Tibet.
Apprendiamo dalla geologia che la pressione dell'Africa e della penisola indiana, in deriva verso nord alla velocità di 5 chilometri l'anno, lo strinsero in una morsa titanica, facendo affiorare a banchi rocciosi e spingendoli sempre verso più verso l'alto, a formare intorno a 40 milioni di anni fa l'Himalaya e le Alpi. Mentre l'altopiano della Provenza, dove noi oggi ci troviamo, aveva sollevato, i corsi d'acqua erano costretti ad approfondire sempre più il proprio alveo per continuare a scorrere.
La glacializzazione del Quaternario corazzarono di ghiaccio le rocce alpine, ma i successivi disgeli incisero sempre di più con lo scalpello dell'erosione. Nel caso del Verdon, alcuni geologi ritengono che le alluvioni post glaciali, culminante due mila anni fa con il definitivo ritiro dei grandi ghiacciai, abbiano completato l'opera di cesello. Il budello inciso sul fondo delle gole del Verdon sarebbe stato, infatti, approfondito dal crollo delle caverne che inghiottirono per un certo periodo il corso del fiume.
Ne resta un esempio significativo nel ribollire sotterraneo dell'Imbut, una strozzatura delle gole dove il Verdon ancora oggi si apre un varco a fatica tra ciclopici massi crollati. Leggiamo su di una rivista illustrata del Cai francese, un articolo su questo fiume, dove tra l'altro, l'articolista così scrive: " Il Verdon si è guadagnato negli ultimi anni un altro dei suoi primati. E' diventato il paradiso sportivo per gli appassionati di Trekking, kayak e parapendio. Gli sport più spettacolari e moderni trovano nel microcosmo rovesciato del Verdon un concentrato di condizioni estreme. Sprofondati nelle rapide vorticose si cimentano canoisti in cerca di emozioni e di brivido".
E' d'obbligo il paragone con il Gran Canyon, ma non gli rende del tutto giustizia. Perché se non può rivaleggiare con il capolavoro geologico del Colorado per misure e varietà di stratificazione, il Canyon più spettacolare e profondo delle Alpi vanta molti altri primati. Il colore del fiume che lo ha creato innanzitutto un mix unico di giada, smeraldo e acquamarina che i francesi hanno tradotto in un nome semplice ma eloquente: Verdon. E poi, quella sorprendente miscela di contraddizioni e di stimoli che, a due passi della Costa Azzurra e del profondo del mare portato dal mistral, vento e anima della Provenza, crea un ambiente Dolomitico orientato verso il basso.


Sul fondo delle gole del Verdon, abbiamo visto, oltre alle meraviglie rovesciate di calcare alte oltre 700 metri, che culminano in vette surreali attraversate da nuvole di spuma vaporizzata e da squarci verdi-azzurri, una vegetazione lussureggiante e una flora meravigliosa.
Un paesaggio lunare, irreale, forme tormentate, gole profonde.
Dal borgo medioevale di Castellane, raggiungiamo la baita della Maline, punto di partenza o d'arrivo del sentiero Martel, attraversando l'altopiano de la Palud coperta dalla macchia mediterranea, da campi di lavanda: è una pianta selvaggia ci cresce rigogliosa nelle montagne provenzali. Sembra che dall'inizio del nostro secolo essa è coltivata sugli altopiani in sostituzione delle culture cerealiere.


In questa località di altura, si apre il Canyon del Verdon. Il tratto più emozionante, per noi " caini" mantovani, inizia dalla baita delle Maline. In questo rifugio siamo stati ospiti dal Cai Francese, per il nostro Week-end a cavallo della festa della liberazione. Alle ore 8 del 24 aprile, abbiamo iniziato la nostra lunga escursione nel grande Canyon del Verdon. Il sentiero scende rapido a tornanti al di sotto della baita della Maline e passa il precipizio di Charencon. Una scalinata ci permette di oltrepassare la barra rocciosa del Passo d'Issane. Da questo punto si può godere una vista notevole sul passo dell'Estelliè. Dopo un cumulo di rocce franate ed un boschetto di querce e bossi, abbiamo raggiunto il fondo della gola, a circa 40 metri al disotto del Verdon. Risaliamo il fiume, percorrendo un sentiero che costeggia il fondo delle gole: A tratti, il paesaggio è ristretto ed impressionante, è dominato da falesie di 300 metri. La gola s'allarga ed il sentiero srotola verso la scarpata sino all'enorme Grotta dei Buoi ( ideale per un bivacco). Proseguiamo la nostra escursione sul greto del grande fiume, seguiti a vista, ora da Carletto Borghi, ora da Missora e nella parte finale dal nostro presidente Sandro Zanellini, che scorre tra le pareti rocciose delle sfumature grigio e ocra dove si aprono grotte immense come la Baume aux Boeufs. Verso la Mescola l'Artuby mischia le sue acque con quelle del Verdon, attorno alla parete della forma di dinosauro, regno dei falchi pellegrini, aquile reali, scoiattoli. Dopo di aver superato una serie di scale metalliche molto pericolose, situate in un canalone a strapiombo, di 252 gradini dalle rapide Brache Imbut ritorniamo sulla riva del Canyon. Dopo questo tragitto, veramente notevole, il sentiero penetra in una lunga fila di grotte selvagge ove, pare, si rifugiavano tipi poco raccomandabili. Dopo la grotta delle rondini, incontriamo quella del cane, dove la pista costeggia la via d'acqua del Verdon. Dopo 2 chilometri di foresta verdeggiante, siamo giunti al Chaos di Trescare, dominato da due torri di aspetto dolomitico. Il sentiero giunge ai due tunnel. All'uscita del primo, detto di trescare che è lungo 100 metri, s'intravede il restringimento delle gole formanti il canalone Sanson. Nel seguente, il tunnel del Baou lungo 670 metri, numerose aperture offrono una vista a strapiombo sul Canalone Samson. Dalla prima apertura scendeva una scalinata sino alla grotta dei Piccioni. Le pareti verticali del canalone ricordano le gigantesche colonne del Tempio che Sansone distrusse grazie alla forza della sua capigliatura.
All'uscita del tunnel del Boau una scalinata scende al Verdon: Vi si trova a sinistra il sentiero del Baou che risale la sponda destra del torrente, per mezzo del quale abbiamo raggiunto la strada della Palud ( la D. 955)
Dopo la passerella, abbiamo superato un leggero pendio che porta al punto d'arrivo del Belvedere Samson. Su questo balcone panoramico, doveva esserci ad attenderci il nostro pullman, ma siamo arrivati prima noi. Dopo 8 ore di marcia, la comitiva dei caini mantovani, emergeva dal labirinto del Verdon, " il più americano dei Canyon del vecchio continente".

E' un monumento alla storia geologica dell'Europa e della catena alpina, le gole del Verdon conservano però tracce di un passato storico più recente. Nelle numerose grotte, che abbiamo incontrato nel corso del nostro itinerario, affacciate sul corso del fiume si stanziarono per primi i cacciatori del Mesolitico, antenati dei Liguri e dei Reii, di ernia celtica, che dalla capitale di Riez governavano la Provenza secoli prima che i Romani fondassero Salinae, l'antica Castellane.
Per il mattino di lunedì vi era in programma un'altra escursione: il percorso alpinistico del secondo tratto del Canyon denominato "Imbut", riservato ai più esperti. L'Imbut è il sentiero più emozionante, preferito dagli avventurosi. Uno dei punti più spettacolari è l'arrivo, un canyon angusto in cui il fiume si inoltra, sotto il sentiero scavato nella roccia. Superato lo Stige, appare l'Imbut, (imbuto) la Cattedrale del Verdon: il fiume gonfio scompare sotto enormi blocchi di pietra.
Questa escursione, dato il cattivo tempo, non è stata effettuata, è rimasta soltanto scritta sul programma e soprattutto nel cuore degli amici che avrebbero voluto cimentarsi in questa difficile, emozionante e pericolosa escursione. Questo nostro Week-end primaverile ci ha portati in quel mondo fantastico del Canyon del Drago Verde, ove sfumano i confini tra la realtà e l'immaginazione. Lo scrittore francese Joan Giano, così scriveva del Verdon:
"Nulla di più romantico dell'armonia di queste rocce ed abissi, di queste acque verdi ed ombre di porpora, del cielo comparabile al mare omerico e di questo vento che parla con la voce della divinità morte….".


LA PROVENZA

La partenza per il ritorno a Mantova è stata anticipata. Siamo partiti dalla Baita della Maline, alle ore 10 circa, puntando dritti verso la città di Grasse. Abbiamo attraversato la Provenza, una regione bellissima della Francia sud orientale compresa tra il Delfinato, il Rodano, le Alpi e il mare Mediterraneo. E' distinta in Alta e Bassa Provenza e Provenza Cristallina. E' una regione montuosa, è poco fertile e coperta in prevalenza da pascoli. Il territorio è attraversato da corsi d'acqua che formano profonde e aride gole come il Gran Canyon del Verdon, che abbiamo appena percorso in tutto la sua selvaggia bellezza, sono presenti rocce vulcaniche che formano il gruppo dell'Esterel. Da Grasse percorriamo la S.P. 85, che in breve tempo, ci porta alla bellissima città di Cannes, sulla Costa Azzurra. La città dove si svolge l'annuale festival del cinema, centro climatico e balneare internazionale.
Il litorale, specie oggi, che è illuminato da un sole primaverile, splendente, dove è fiorente la coltivazione dei fiori, si produce l'uva e l'ulivo. La storia racconta che questa regione in epoche preistoriche fu colonizzata dai Fenici e dai Greci verso il VII secolo a.C. e fu occupata dai Romani nel 122 a.C. e fu da loro chiamata " Provenza" in senso lato e durante l'epoca imperiale appartenne alla Gallia Nardonensis. Fu invasa dai Visigoti, Brugonoli e Ostrogoti ai quali succedettero i Franchi. Più volte insidiata sulla costa dagli arabi. Passò quindi al Sacro Romano Impero nell'XI secolo, infine alla Corona di Francia nel 1486.
Dal secolo XI al XIII vi affiora la letteratura in lingua d'oc, quando la crociata degli Albigesi segnò la decadenza economica e amministrativa
della regione.


Questa lingua comprendi dialetti della Provenza, della Linguadoca, della Guascogna, del Parigar, del Limosino e dall'Avernia, oggi sopraffatti dalla diffusione del francese. Come lingua letteraria il provenzale è documentato dall'inizio del XII secolo. Dopo due secoli di grande splendore, soprattutto per la poesia trovadorica, con il secolo XIV il provenzale comincia a essere sostituito, come lingua letteraria, culturale e poi anche amministrativa, dal francese, ne segna la definitiva decadenza. Dalla letteratura provenzale fiorita come poesia dai trovatori, rimangono documenti letterari e musicali. La poesia provenzale ebbe vasta diffusione nelle varie nazioni d'Europa, e specialmente in Italia, dove le Corti del Monferrato, di Savoia, di Lunigiana, di Ferrara, di Verona, di Padova, di Mantova, e altre ancora, accolsero i trovatori e li protessero.
Furono numerosi i trovatori italiani nel secolo XIII: il più famoso, anche per merito dell'episodio dantesco ( Purgatorio, VI), è Bordello, accanto al quale hanno posto Lanfranco Cigala, Percivalle Doria, Rambertino Buvolelli. Tutte queste divagazioni, non sono altro che reminiscenze scolastiche, che richiamano alla nostra mente cose che parevano completamente cancellate, ma che ancora sono presenti nella nostra memoria. Lasciamo la storia e la letteratura del passato, che sono la luce del nostro presente, e ritorniamo ai nostri giorni, alle nostre escursioni con gli amici del Cai, per noi che amiamo profondamente la natura e le nostre meravigliose montagne, che è qualcosa di indispensabile.

Esso, infatti, tra l'altro, crea cultura e consente uno scambio tra uomini che altrimenti non si conoscerebbero e diffondere in tale modo uno stile di vita. Chi ha tendenza verso la natura attraverso il Cai riesce ad avere canali unici per conoscere individui che hanno la medesima tendenza. Camminando ci siamo accorti che, indipendentemente dalla professione che ciascuno svolge, si hanno gli stessi sentimenti, si hanno delle comunanze tematiche. E poi il Cai non è come le tipiche associazioni culturali dove si va ad ascoltare conferenze e tutto, in pratica, finisce l'. Abbiamo compreso che con questo sodalizio camminasse, si suda, si dorme nei rifugi senza alcuna comodità, come in quello della "Baita della Maline"- dove la comitiva ha dormito in promiscuità su di un grande tavolaccio e un panino si divide in tante porzioni, si sta con i giovani. Non c'è differenza tra vecchi, giovani ed anziani. Si vive un'atmosfera che consente all'anziano di vivere i tempi lontani ed al giovane di stare con l'anziano e già prefigurarsi il suo futuro.
Tutto questo affina lo spirito ed abitua u giovani ad avere sempre il culto della natura. Questo lungo e faticoso itinerario, storico, culturale e soprattutto naturalistico, sia pure per un Week-end, ci ha messo in contatto immediato con quella natura aspra, selvaggia e meravigliosa, in quella antica terra che si chiama Provenza, dove germoglia la lavanda: una pianta selvaggia che cresce spontanea sulla montagne. Dall'inizio del nostro secolo essa è coltivata sugli altipiani in sostituzione delle culture cerealicole. Oggigiorno numerosi coltivatori s'orientano verso la cultura delle nuove ibride, più redditizio, il " lavandin", una pianta molto profumata e dell'industria é ricercata.


APRILE.
Sulle montagne provenzale,
In questa nicchia ecologica
Fioriscono le lavande profumate
Le rose e le mimose.
E il folletto se ne va per la montagna
Sulle sue pupille porta l'amore
come
L'azzurro porta il cielo.
E intanto che sgroppa dal monte
La valanga
E che s'imperla il ghiaccio
Di gocce, di mille gocce
Che fanno i fiotti
E poi i torrenti
Via tra sbalzi
E un fluir
Di strani scrosci,
Tornando ognora più limpide
Al gioco tra il sasso
Sulla lucente vernice
Della primavera,
Quando gli versa
Il pianto del monte
Che dà più smania
Alla ninfa della valle.
Corsa intrepida io sono:
Ti apro il ciel
Al pianto
Delle stelle;
Il cielo ti sospendo al fiore.
All'acqua fino in fondo,
Al pane che rompi in mano,
All'occhio che vede più lontano.
E intanto che par che tu dorma,
Or sento che ora della veglia)
Faccio che il gallo
Empia d'orgoglio
Il suo canto.
Or già sì presto
Pur tu mi vai cercando?
Statua più bella giammai non sei:
Via sui piedi i ginocchi e gli omeri,
Arcuando le braccia,
Più in alto le mani,
Le dita più in ancor.
Ma pur la mia sorgente
È più grossa il mattino:
Ti riempio la tua brocca;
Al più piccino intanto
Affonda la culla
Che sia più morbida,
Mentre il Verdon
S'ingrossa e nella montagna che
Sempre più sprofonda.

Ecologia e ambiente: Ricordi della verde età
Alcuni anni fa ho letto sulla rivista " Il Carabiniere", un articolo molto bello e significativo sullo stato attuale dell'ecologia e dell'ambiente. Un articolo che mi ha fatto riflettere e nello stesso tempo mi ha riportato indietro nel tempo, nell'età della mia fanciullezza. L'articolista denunciava l'era consumistica, il miracolo economico e l'evento delle macchine, dei mangimi, dei diserbanti e quindi delle grandi fabbriche, le condizioni dei quartieri intorno al cuore delle grandi città. Possiamo dire che da quel tempo ad oggi, non è cambiato nulla, anzi, possiamo affermare che è tutto peggiorato.
Abbiamo creduto molto nel benessere, si, siamo convinti che il meglio lo avremmo avuto dell'industria, dell'urbanizzazione, dall'automobile, affidando la terra, la vecchia terra, la cara sorella terra alla tecnologia e alla chimica. Ma lungo il percorso ci siamo accorti che il nostro efficientissimo tecnologico partoriva altre forme di disagio e di inquietudine: aria tossica ed irrespirabili, case come prigioni, traffico caotico, acqua inquinata, fiumi e mare allo stremo della vivibilità. Con l'andare del tempo, in questo nostro mondo consumistico, abbiamo creato benessere, ma anche montagne di rifiuti non distruttibili e sempre più pericolosi, insomma a nostre spese ci siamo accorti che stiamo uccidendo l'ambiente, la qualità della nostra stessa vita.
L'articolo incomincia con queste parole: " Chi, cosa ci sta rubando, una ad una l'immagine concreta del nostro ieri?".
La domanda mi porta indietro nella mia verde età e mi fa rivivere gli anni più belli della mia fanciullezza, trascorsi nel piccolo e meraviglioso borgo aspromontano. Ricordo che la fauna di quella regione era un binomio perfetto in relazione all'ambiente e quindi in equilibrio con le condizioni fisiche e naturali che regolano la vita umana. All'estremità meridionale dell'Appennino calabrese, a quota 400 metri sul livello del mare, prospiciente il Golfo di Gioia Tauro, alle pendici dei piani dell'Aspromonte, sorge il paese dove sono nato. In questa, chiamiamola così, piccola penisola o se vogliamo prolungamento di un dosso o piccolo piano che emerge sulla zona circostante, affascinante per la bellezza dei luoghi, che sembra un grandioso e meraviglioso parco naturale, percorso dalla SS. Nr 28 delle Gambarie, fra una rigogliosa e lussureggiante vegetazione di uliveti, boschi, castagneti cedui, vigneti e mastodontiche querce, è ubicato il piccolo e pittoresco villaggio aspromontano che si chiama appunto Cosoleto.

E' un paese prettamente agricolo, che in fondo non è che una strada, tutta una lunga strada ordinata e abbellita di qualche palazzotto di nobile casato e di tante dignitose casette a schiera, un'attaccata all'altra che formano la continuità della strada, interrotte di tanto in tanto dalle stradine o dai vicoli laterali.
Si apriva, il nostro paese, per chi giungeva dalla SS. Nr, 28 dalle Gambarie, proveniente da Bagnara, quest'ultima amena località turistica, posta sulla riva di quel meraviglioso mare chiamato della " costa viola", per la trasparenza e limpidezza del suo mare magnifico, alla "Fontanina" da dove aveva inizio quella lunga strada che era il Corso Garibaldi e portava al centro del borgo, mentre sulla sinistra, aveva inizio la Provinciale che portava nella grande pianura della " Piana", quindi nel Golfo di Gioia Tauro.
La Statale nr, 28 delle Gambarie, prosegue per il paese di Delianova e quindi, dopo aver superato l'Appennino, discende verso il mare Ionio.
Quella strada lunga che attraversava, anzi tagliava in due il paese, era il corso, che finiva in fondo al paese stesso nella bella Piazza Toselli, con il municipio, il monumento ai caduti e sul lato sinistro, in principio della Piazza, la bella fontana di marmo bianco di Carrara, in stile barocco, che è un vero monumento, oltre che una fontana che fornisce l'acqua corrente al paese e fa dissetare i viandanti.
Il paese termina più a valle, in un agglomerato di modeste casette, in fondo si trova il rione delle case popolari e quindi gli orti che scendono gradatamente verso il pendio, fino a raggiungere il torrente.
Il mio ricordo va, oltre che il paese in se stesso, che ho appena descritto a grandi linee, alla meravigliosa fontana- monumento, perché era realtà quella acqua cristallina che sgorgava fresca, gorgogliante, come quella delle altre fontane dei rioni. Filtrava tra le dita, mentre noi bambini imbevevamo nel cavo delle mani, gli occhi socchiusi, tutti i sensi sospesi a quel momento liquido di goloso piacere.
Ricordo inoltre che noi ragazzi, specie nel periodo estivo, camminavamo lungo il torrente "Mundo" che scorreva a valle del paese e bello era specchiarsi nelle sue acque limpide, il senso del solenne del suo cammino dove la luce scherzava nel guizzo rapido di pesci.
Il paese era immerso nei boschi. C'era l'ombra verde, amica di secolari e mastodontici castagni e uliveti, piantagioni di ficheti e il concerto allegro delle cicale e delle raganelle, oppure l'altra più soffice, profumata sui corridoi misteriosi delle abetaie dell'Aspromonte, che ad un tratto s'aprivano sulla pianura, anzi sull'altopiano delle Gambarie, ondeggiante delle spighe di segale, dal fusto lungo e sottile, agli immensi campi coltivati a patate. Ovunque fossi andato, sia in collina che in montagna, trovavi sempre colori, odori, sapori di una natura materna, quel senso di meraviglia e di armonia d'innanzi al rosso dei campi di papaveri. Percorrevi pochi chilometri e raggiungevi la costa Viola, ove potevi ammirare l'azzurro del mare e il tenero bianco di spiaggette limpide bagnate da acque di smeraldo.
Era una vera festa, quando nevicava, specie per noi ragazzi, come del resto lo è tuttora. Allora la neve era bianca e la pioggia solo acqua piovana che faceva bene alla terra e spesso nelle piccole pozze in mezzo ai campi, uomini ed animali ne approfittavano per dissetarsi.
Non ho più mangiato quella neve bianca nel bicchiere, come la mangiavo allora. Oggi tutto questo è un sogno. La pioggia è diventata acida e fa seccare le piante e gli uomini e gli animali non possono più dissetarsi nelle piccole pozze in mezzo ai campi perché rischiano di rimanere intossicati. Siamo perfettamente convinti che tutto questo stato di cose offende la natura, il nostro ambiente, umilia la vita e non lascia spazio al domani. Sono in pericolo tutto specie quelle cose che sino a ieri chiamavamo "sorelle", ma gli ecologisti e gli ambientalisti affermano che siamo ancora in tempo per riportare tutto alle nostre dimensioni di uomini.
Addio piccolo borgo Aspromontano, addio aria pura che ho respirato a pieni polmoni, all'acqua cristallina che sgorgava fresca, gorgogliante dalle tue fontane e fontanelle. Se vogliamo salvare quello che ancora c'è da salvare, l'imperativo è categorico, non esclude nessuno e il lavoro è tanto, così dicono le associazioni ambientaliste, ma possiamo aspettare oltre, se vogliamo che anche i nostri nipoti, i figli dei nostri figli e le generazioni future vedano e raccolgono margherite nei campi di grano, che fiumi e mari vivono, che uccelli volino e che si possa chiamare "madre" la Terra.
Speriamo che tutto questo non sia soltanto pura immaginazione, un sogno utopistico. Il resto è solo un ricordo della verde età.

TERRA, PROSA E POESIA.

Una cosa il dirla perché si sa;
Un'altra il dirla perché si fa.
La prima è l'imbuto,
Una fiasca è l'altra
Che tiene il vino
E lo rinserra.
Questa è la terra che rifiuta la guerra
Senza tutta la carta straccia
Che critica e scarta,
Così come la prosa,
Infedele sua sposa.
La poesia è la terra
Senza la melma e senza
La carta che critica e scarta,
Così come la prosa,
Infedele sua sposa.
La poesia è la terra,
La madre terra che dà quello che ha
E far male mai non sa.
Non si mette il cappello, perché è
Nata nel fiore che nel sole cerca l'amore.
"Mi faccio piccolina:
Sono nata bambina, non so chiacchierona,
Nemmeno una burlona,
Non mi cresce il baffo né so dare lo schiaffo.
Perché tanta insolenza?
Prosa povera sposa,
Troppo fai la volgare
In quel tuo parlare".

Il viaggio nel Lago d'Iseo.
Lasciamo la brumosa Valle Padana, che non è la regione dei colori velati dalla nebbia, ma è un susseguirsi di panorami incantevoli e sensazioni suggestive, quasi al limite dell'irreale e ci avviciniamo tra le colline moreniche e i verdeggianti vigneti della Franciacorta, dove si erge nella sua grandiosa bellezza Palazzolo Torri splendida dimora fortificata del Seicento, che per la prima volta apre i propri battenti al pubblico dopo importanti lavori di restauro che hanno restituito all'antico splendore gli interni del palazzo e lo scenografico salone di rappresentanza. La residenza dei Torri, restaurata da Alessandro Torri, fu denominata "Villa di delizie", in quanto sul finire dell'Ottocento fu sede di uno dei circoli letterari e artistici più attivi del bresciano. Frequentatori di questo importante cenacolo culturale furono scrittori e poeti come Antonio Fogazzaro, Giovanni Pascoli e Giosuè Carducci, l'editore Zanichelli, lo scultore Trantacoste, i pittori Michetti, Haberman e Lembach, il Vescovo Bonomelli e quasi tutti gli uomini di cultura del tempo. Nel giardino che circonda la villa si possono ammirare piante plurisecolari come lo splendido cedro del Libano, per riposare poi lo sguardo sulla sconfinata campagna ricca di vigneti che circonda questo antico palazzo ricco di storia e tradizione. Palazzo Torri è ancora oggi centro di attività culturali grazie all'iniziativa dell'Associazione Culturale Cortefranca.

Basta che attraversi la lunga galleria stradale che attraversa le colline moreniche, lasciando alle spalle le valli brumose bresciane, con i lunghi filari dei vigneti, dove si produce il prezioso nettare della " Franciacorta" e ti accorgi subito che stai entrando in un'altra dimensione che si chiama paradiso terrestre. Appena uscito dalla galleria, una luce splendente e quasi accecante, ha investito i nostri occhi e ci è apparso un mondo diverso, un mondo bellissimo fatto di colori meravigliosi. Gli argentei ulivi, le magnolie, le rose confusi in un insieme di sublime bellezza, offrono al Lago d'Iseo un incomparabile spettacolo. Giungendovi per la prima volta, si ha l'impressione di essere elevati in un mondo dove non regna che la poesia. Quasi senza avvedersene sale dal cuore alle labbra una parola che è ringraziamento e preghiera: ringraziamento al Divino Artista per la dolce profusione dei migliori tesori della Sua tavolozza, preghiera a Lui perché eterni nell'anima il ricordo della grandiosa visione.

Il pesante torpedone che trasporta l'allegra brigata degli escursionisti del CAI di Mantova, attraversa una parte del lungo lago e si va a fermare nell'apposito parcheggio che è vicino all'imbarcadero dove ci imbarchiamo sul traghetto per Montisola. Questa grande isola in mezzo al lago è considerata la perla del lago d'Iseo. Uno dei luoghi più ambiti e frequentati del lago durante i mesi estivi. E' la più grande isola lacustre d'Europa. I collegamenti sono assicurati giornalmente da tutte le altre località del lago. Ai turisti è consentita solo la circolazione con biciclette o a piedi. Noi del CAI non abbiamo bisogno di altri mezzi di locomozione oltre alle nostre gambe. Appena sbarcati, dopo la pausa caffè nei piccoli Bar del borgo antico, inizia la nostra lunga e meravigliosa passeggiata lungo la strada asfaltata, con la quale si può effettuare il periplo di Montisola. Ad un certo punto, abbiamo lasciato la strada comunale e su di un comodo sentiero abbiamo iniziato la nostra escursione verso la cima. La massima altitudine di questa isola-montagna che sorge rocciosa dalle acque per culminare con il santuario della Seriola, splendido punto panoramico per la veduta del lago e delle Prealpi bergamasche. Di lassù si ammira un paesaggio grandioso e bellissimo, dove l'occhio si perde fra lo scenario delle bellissime montagne che delimitano il lago. Questo Santuario, è meta di un continuo pellegrinaggio di fedeli, ma anche di escursionisti che si vogliono misurare con la ripida e faticosa salita che conduce appunto alla cima dove sorge la piccola e bianca chiesetta.
A Montisola, con Adriana mia moglie, ci siamo ritornati più volte, per godere di quello stupendo paesaggio e passo dopo passo, siamo anche arrivati fino alla cima. Non eravamo da soli, perché a Montisola, per la sua meravigliosa bellezza non si è mai soli, vi è un continuo via vai di turisti, per ammirare e godere di quella bellezza paesaggistica e soprattutto del suo dolce clima lacustre.

Dopo di aver scoperto Montisola, abbiamo scoperto anche le crociere sul Lago d'Iseo che ci hanno fatto vivere momenti indimenticabili con
il Tour delle tre Isole che ci hanno condotti, in meno di due ore, alla scoperta del fascino nascosto delle tre isole del Sebino: Montisola, Isola di S. Paolo ed Isola di Loreto. Ricordo che con la "Crociere del Giovedì" abbiamo trascorso un'intera giornata sul lago fra ampi panorami, acqua e sole. Una simpatica guida ci ha accompagnato nella visita dei borghi più belli, alla ricerca degli angoli più suggestivi; abbiamo anche curiosare fra le bancarelle di un mercato all'aperto e abbiamo gustato i piatti tipici di un ristorante convenzionato.

La Riserva Naturale delle Torbiere del Sebino.

In quella occasione, sulla sponda meridionale del lago ci siamo fermati a visitare la riserva naturale che ha un'estensione di 360 ettari. Quelle è appunto la Riserva naturale delle Torbiere del Sebino, una zona umida, composta di canneti e specchi d'acqua, raggiungibile da Iseo seguendo la provinciale per Provaglio. Una visita a questo luogo è d'obbligo, naturalmente facendo ben attenzione a non spaventare gli animali, che qua vivono in assoluta libertà. L'area è considerata uno dei più importanti paradisi europei del bird-watching, infatti, come ci ha spiegato la nostra guida, vi nidificano 17 specie di uccelli, come la cannaiola, il cannareccio, il tuffetto, il tarabusino, il porciglione, il migliarino di palude, la cannaiola verdognola, la salciaiola, la marzaiola, il voltolino, il cuculo, la forapaglie, il pendolino, la folaga, il germano reale, la gallinella d'acqua, l'usignolo di fiume ed altre specie migratori. In questi ultimi anni, si sono visti anche i gabbiani e gli aironi grigi.
Nelle acque delle torbiere del sebino sono presenti i lucci, il pesce gatto, l'anguilla, il persico reale, la carpa, la tinca, l'arborella ecc.ecc. Nella torbiera è notevole la vegetazione: sulla riva abbondano i canneti, i giunchi di palude e le cannucce, non mancano grandi alberi come il pioppo o gli ontani. Sugli specchi d'acqua, invece, galleggiano le bellissime ninfee. Da notare all'ingresso del parco una fontana del XVII secolo, nei lontani tempi era utilizzata come lavatoio pubblico. Da lei sgorga acqua freschissima proveniente dalla rupe della Madonna del Corno. A poche centinaia di metri, in posizione dominante le torbiere si trova il Monastero di S. Pietro in Lamosa dell'XI secolo, al cui interno vi sono affreschi del XIV, XV, XUI secolo.

Il nostro è stato un viaggio nel cielo, voli di folaghe e gabbiani grigi dal becco rosso, come quelli che abbiamo visto volare sul mare di Portofino. Nell'acqua, carpe tra le ninfee. Gli abitanti del luogo, lo chiamano " il paesaggio delle torbiere dei mille stagni" delle meraviglie naturali nel cuore del lago d'Iseo. Da quel punto, inizia il lungo percorso del fiume Oglio che attraversa una parte della Pianura Padana e dopo di aver bagnato il borgo antico di Gazzuolo, si getta nel grande fiume Po.

La parte dello stagno dove inizia il fiume Oglio, è un vero paradiso esplorato dagli uccelli. Al sole di giugno, pigola, scintilla… D'improvviso si sentono gracchiare i gabbiani infuriati che straziano il cielo con continui richiami. Dopo l'inferno, ritorna la pace. Ci incamminiamo sul piccolo sentiero che sfiora la palude e più avanti, vediamo accucciato sulla tela cerata dell'appostamento, probabilmente di un cacciatore di frodo, un pescatore di lucci e di carpe che si lascia portare dolcemente alla deriva, come un invisibile mostro in mezzo alle ninfee, le canne e le salicali. Appiattito sul ventre, immerso fino a quasi confondersi con la vegetazione palustre, vicino a un turbinio di bolle nell'acqua fetida dove sfiorano squadriglie di uccelli acquatici, una di loro, ebbra di gioia o forse spaventata, si lancia pedalando con tutta la sua agilità tanto che sembra un fuoribordo. Il pescatore così nascosto raggiunge infine il centro della palude, dove è concentrata la fitta vegetazione, le fortezze erbose dei gabbiani grigi dal becco rosso. Più avanti una famiglia di folaghe e gallinelle d'acqua, nuotano in fila indiana. Visti da vicino, con il loro piumaggio color caffè, delicatamente sfumata, Sopra il mio naso, alcuni uccelli acquatici mi sorvolano senza notarmi, mostrando le zampe scarlatte. Quasi in fondo alla Torbiera, si notano tracce di antiche e rustiche costruzioni, probabilmente lasciati dai frati del vicino Monastero di S. Pietro in Lumosa, che durante la Quaresima questi buon gustai e i loro fedeli amavano mangiare del buon pesce fresco. Sicuramente erano delle rudimentali vasche, dove entravano i girini dei lucci e delle carpe e presto diventavano adulti e pronti ad essere cucinati e serviti ai confratelli del Monastero.

Lasciamo la Torbiera con gli stagni, che tutto l'insieme che formano il paradiso terrestre delle meraviglie naturali e veniamo a parlare della sua storia. Il lago d'Iseo è collocato nella zona di cerniera tra la pianura padana e le Alpi Meridionali (o Prealpi). I rilievi maggiori sono il monte Bronzone (1334 m), i monti Guglielmo (1949 m) e Punta Almana (1391 ). Le rocce che affiorano sul territorio sono in prevalenze sedimentarie e la maggior parte sono di ambiente marino o di ambiente di transizione tra mare e terra. Solo un paio di formazioni più antiche mostrano un'origine continentale.

Il solco della Valcamonica, che si prolunga nella conca del Sebino, seziona questi affioramenti mettendoli a nudo: quelli paleozoici presenti nella parte settentrionale del lago, a Rogno ed a Pisogne, quelli mesozoici in corrispondenza delle più basse increspature montuose del bacino.
Il settore sebino delle Alpi Meridionali presenta una sequenza di pieghe dove gli strati rocciosi appaiono alternativamente piegati verso l'alto (pieghe anticlinali) e verso il basso (pieghe sinclinali). Gli stessi sforzi tettonici che hanno generato le pieghe hanno in alcuni casi determinato sovrascorrimenti di giganteschi pacchi di strati i cui esempi più eloquenti si possono osservare nel M.Bronzone e nei Vasti di Predore.
Nel Miocene si è avuta la fase più intensa dell'orogenesi alpina che ha determinato l'assetto dei rilievi del Sebino, definendo le sue montagne e le sue valli più importanti.
Nel Pliocene, 5-6 milioni di anni or sono, il livello del Mediterraneo si abbassò di 2-3 km, a causa dell'interruzione del collegamento con l'Atlantico. In conseguenza di ciò i fiumi alpini vennero a trovarsi ad un livello più alto rispetto al mare e quindi accrebbero la loro attività erosiva; anche l'Oglio cominciò ad approfondire il suo letto. Ristabilito il collegamento, il mare tornò a salire di livello e ad avanzare trasformando il territorio del Sebino in un profondo "fiordo". L'Oglio, col continuo apporto di detriti, iniziò a colmare il profondo solco vallivo con centinaia di metri di sedimenti alluvionali.
Anche l'escavazione glaciale ha contribuito alla formazione del lago. In particolare l'ultima lingua glaciale camuna, ancora presente diecimila anni or sono, ha prodotto l'abrasione delle rocce, il trasporto e la sedimentazione di depositi grossolani e di massi erratici ed ha levigato e assottigliato i fianchi rocciosi. In seguito a quest'ultima azione le valli laterali sono rimaste "sospese" sulla valle principale, tanto che le loro acque giungono dritte al lago attraverso cascate.
I ghiacciai depositavano sulle pendici meno impervie del bacino lacustre enormi quantità di detriti particolarmente evidenti sul versante bresciano del Sebino, tra Sale Marasino ed Iseo, dove tali depositi furono conformati in balze. Sulla fronte del ghiacciaio i detriti si disponevano in cordoni ed archi morenici come fu particolarmente evidente nella zona chiamata Franciacorta.
Con il ritiro dei ghiacci, in prossimità del lago si sono formate estese paludi ricche di vita biologica che erano ancora presenti in età preistorica. Quegli ambienti umidi sono oggi conosciuti come le "Torbiere del Sebino".
L'azione carsica ha agito e continua ad agire sulla forma dei rilievi. Le acque meteoriche hanno aggredito chimicamente le rocce prevalentemente carbonatiche delle montagne formando doline, inghiottitoi e sprofondamenti. I fenomeni carsici agiscono anche in profondità creando e ampliando numerose grotte su entrambe le sponde del lago. L'acqua ha modellato anche la superficie delle rocce, creando un fantasioso campionario di forme erosive come le piramidi di erosione più note come fate di pietra che caratterizzano il paesaggio naturale del paese di Zone. Questo é uno dei luoghi più ambiti e frequentanti del lago durante i mesi estivi, è una tappa per i visitatori sul lago d'Iseo, lo spettacolo è unico e vanta pochi esempi al mondo. In località Cislano di Zone, raggiungibili da Marone, l'azione corrosiva dell'acqua a contatto col terreno morenico della montagna, ha modellato questo territorio creando delle piramidi sulle cui sommità sono poggiati.
Il lago d'Iseo con i suoi 62 chilometri quadrati d'estensione offre al visitatore paesaggi estremamente variati: le sue rive scendono, fiorite di ridenti paesi in un'idillica vegetazione oppure si ergono in aspri desolati strapiombi di rocce; la georgica serenità di taluni villaggi che paiono creati per apparire al turista aescursionista un tranquillo e raccolto asilo in riva al lago, trova contrasto nell'intenso traffico che dirama dai vari borghi industriali siti sulle sue rive. Concludendo diciamo, che il Lago d'Iseo ha una bellezza tutta sua, pensosa e romantica. Il Garda ti rapisce e quasi ti annulla nel dominio della sua sovrana bellezza; il lago d'Iseo ti accoglie, nei più vicini richiami della sue rive, in un'intimità di aspetti che assumono il colore e la poesia della tua anima. Dolce e fresco come un'egloga virgiliana, fu detto dalla Sand e, infatti, la serena, leggiadra riviera bresciana da Iseo a Marone e le spiagge romite di Montisola, scendenti nelle acque cogli ulivi protesi alla luce, allacciati dai pampini e dalle edere e certe case antiche, aperte al sole colla paesana architettura dei portici e delle logge, recano alle nostalgie del cuore il senso di una pace che sembra di altri tempi. Ma sopra Marone le montagne si adergono con uno slancio maestoso di linee e l'egloga si muta in una poesia austera di nude cime, assorte nel cielo in vigile silenzio. Nel centro delle acque, come abbiamo detto sopra, è l'isola più grande dei laghi italiani, dispiegata in ubertosi declivi a contemplare la cangiante visione del lago. Sopra un certo poggio è una rocca cinquecentesca; sulla cima una chiesetta bianca, come perduta nell'azzurro. In quella chiesetta, Adriana ed io, ci siamo entrati ed abbiamo piegato riverente il ginocchio in devozione della Madonna, dispensatrice di grazie.
In questa nostra escursione, in questo luogo incantato e da favola, dove regna il silenzio e soprattutto la poesia, ci ha fatto vivere una bellissima esperienza all'insegna dell'amicizia con i nostri amici escursionistici. In questi luoghi stupendi ci siamo più volte ritornati, ma questa volta non in veste di escursionista ma armati di tele, cavalletto e cassetta dei colori, per ritrarre gli angoli più belli che questo paesaggio pittura possa offrire al pittore della domenica. Ogni angolo, ogni scorcio panoramico, ogni insenatura del lago è un vero capolavoro creato milioni di anni fa dalla madre natura. Oggi, è diventato il paradisio dei pittori, dei pescatori e degli appassionati di turismo e del tempo libero, ma soprattutto è l'angolo da dove sprigiona la gioia di vivere e soprattutto la poesia.

Il mio gigante fumante.
La giornata era stata, dall'inizio alla fine, superba. Fin dal mattino, appena Adriana aperte le persiane del nostro alloggio turistico, sito sull'altopiano della "Mungiata", lo spazio e il tempo avevano assunto una sorta di trasparenza. Per uno di quei meccanismi pieni di evidenza e di mistero, un cielo privo di nubi prometteva felicità. Gli escursionisti mantovani in fila indiana, ancora quasi addormentati, incominciavano ad avviarsi verso il porto della linda e bellissima città di Lipari, che dall'alto della collina si poteva ammirare nella sua meravigliosa bellezza, illuminata dai primi raggi del sole. Lipari è la più grande e popolosa isola dell'arcipelago. La sua cittadina si estende ai piedi della imponente rocca del Castello, l'antica acropoli greca, e lungo le insenature, a Nord e a Sud, di Marina Corta e di Marina Lunga. Le abitazioni si arrampicano fin sotto i bastioni e la Via Garibaldi ne segue l'andamento circolare, da Piazza Mazzini alla deliziosa Marina Corta. Quest'ultima è il luogo di ritrovo abituale, animato dai sempre affollatissimi bar - gelaterie, con i tavoli all'aperto e i coreografici grandi ombrelloni. Marina Corta è collegata con un estimo ad una penisola dove sorge la chiesetta delle Anime del Purgatorio e dove giungono gli aliscafi. A protezione dell'approdo, sono stati costruiti dei moli che hanno un po' cambiato l'aspetto naturale del luogo. Comunque, conserva ancora, specialmente fuori stagione, il fascino del borgo di pescatori immigrati ad inizio secolo sulla piazza e le reti da riparare nei momenti di sosta. La statua di San Bortolo, patrono di Lipari, dal benvenuto ai turisti che, appena arrivati, sono attorniati da negozi molto colorati che offrono guide, cartoline e souvenir.
Il sentiero scendeva quasi ripido, attraversando gli orti e i giardini fino alle prime case di fronte al mare. Gia dalla ultima propaggine del sentiero, giungeva l'aromatico e inebriante profumo del caffè e delle brioche appena sfornate. In quella lunga fila di case basse e colorate che costeggiano il lungo mare, sorgevano due minuscoli bar, uno vicino all'altro. Erano talmente piccoli, che perfino potevano accedere ai massimi tre o quattro persone. Molti dei nostri amici erano seduti fuori che ci stavano attendendo per fare la prima colazione. Il grosso della squadra, di solito raggiungeva la Piazzetta delle Arti e dei Mestieri con le sue realistiche pitture murali, dove vi erano, un attaccato all'altro, diversi e caratteristici bar. Dopo una breve sosta a Marina Corta, si andava alla scoperta dei tanti angoli suggestivi di Lipari.
Sulla sinistra svetta il campanile della chiesa di San Giuseppe, cui si arriva dalla salita omonima, passando davanti alle bellissime ceramiche della bottega artigianale, alla Chitarra bar, al Centro Nautico. Alle ore 8 precise, eravamo tutti al porto nella attesa del veliero che ci avrebbe portato fino all'isola di Stromboli. Francesco, la nostra guida ufficiale, con il nostromo "don" Luigi, un vecchio lupo di mare e grande fumatore di pipa, che per molti anni aveva navigato nei mari venezuelani e del Sud America ma colto dalla nostalgia della sua terra, era ritornato nella sua Lipari,e con la ciurma al completo ed i tre alberi, l'ora stabilita era pronto al molo nella attesa della partenza. Il mare era calmo e bellissimo, non spirava un filo di vento e quindi la navigazione verso l'isola di Stromboli procedeva nel migliore dei modi. Sulla barca regnava tanta euforia. Eravamo tutti felici di navigare in quel mare bellissimo, senza vento ma accompagnato da una brezza deliziosa. Fin dalla partenza, una squadriglia di gabbiani dal becco e le zampe rosse, ci seguivano chiassosi lungo la navigazione. Il nostromo, prima di prendere il largo, ha voluto fare il giro della più grande e storica isola dell'arcipelago, mentre Francesco, si soffermava a commentare e a spiegare gli angoli più caratteristici, significativi e panoramici di Lipari. Al termine del periplo, il veliero ha puntato la prua dritta verso la meravigliosa isola di Stromboli.


"IL GIGANTE FUMANTE"
Dopo due ore di navigazione con il vento in poppa, da lontano s'incominciava a vedere, sebbene confuso " il mio gigante fumante", che si stagliava in tutta la sua superba imponenza sul mare blu intensissimo. Il mio vecchio sogno si stava avverando. Tirai fuori della sua custodia il vecchio binocolo giapponese e lo posizionai al collo, al posto della macchina fotografica e lo puntai in direzione del "gigante nero". Non volevo perdermi neppure la minima visione di quello che fu nella mia fanciullezza il misterioso "gigante fumante", il cui ricordo si perde nel tempo. Ricordo che moltissimi anni fa, dal balcone panoramico della casa della zia Francesca, che abitava nella città di Palmi, la cui vista si perdeva tra cielo e mare, abbracciando una vasta striscia di mare della meravigliosa Costa Viola e sul lato destro della Punta di Cariddi, in lontananza spuntava una piccola isola fumante. Incuriosito di tale scoperta, chiesi alla zia che cosa fosse, ella mi risposi che si trattava del "gigante fumante". Con Adriana mia moglie, abbiamo intrapreso questo viaggio, in compagnia degli amici del CAI di Mantova, per scoprire tutte le isole dell'arcipelago delle Eolie, ma soprattutto per vedere da vicino il "gigante fumante" della mia fanciullezza. Tutto ciò mi stava davanti agli occhi come un bel sogno che portava la realizzazione di un desiderio per lungo tempo custodito e mi riempiva di un indescrivibile e piacevolissimo sentimento di appagamento. Come un bambino che la notte di Natale ricevi ricchi doni, e che fin dal risveglio non sa aspettare il momento di toccare e guardare di nuovo le cose magnifiche a lui destinate davanti al presepe, così mi ero portato sulla tolda del veliero per deliziare la mia vista con il nuovo scenario e per assicurarmi che fosse realmente lo Stromboli. L'imbarcazione scivolava velocemente su quel mare azzurro e quanto non si diceva, attraccava al molo del piccolo porticciolo. La comitiva, in testa Francesco, raggiungemmo il centro abitato di Stromboli, da dove si ammirava un paesaggio bellissimo, tra cielo e mare. Inutilmente cercai nella mia memoria un angolo del mondo cui paragonare quello spettacolo visivo, ma qui non è riconoscibile né un carattere italiano, né del deserto americano, né asiatico. Stromboli è particolarmente interessante proprio per il fatto di essere simile solo a se stessa. Dalla Piazzetta, all'ombra del glicine profumato, osservavo quel paesaggio strano, diverso dal Gran Canyon, dal Monument Valley e del Verdon, per il semplice fatto di essere simile solo a se stesso. Il maestoso vulcano si innalza ripido dal mare fino a un'altezza di quasi tremila metri e, per un perimetro di circa tredici miglia, è accessibile soltanto per un breve tratto sul versante nord- occidentale. Qui la sua base si allunga in una superficie inclinata che termina alla riva, di fronte allo scoglio chiamato Strombolicchio.
Eccolo lì, che da millenni il cono vulcanico con il pennacchio ed i suoi "scatti", come sono chiamati i rimbombi delle esplosioni, è come un faro per i naviganti. Lo Stromboli, chiamato ancora oggi dai suoi abitanti "Strogyle", come un tempo dagli antichi, appare, visto da lontano, perfettamente conico, come indica il nome greco dell'isola.
A coloro che si avvicinano all'isola, appena l'oriente comincia a scurirsi, diventa visibile la fiamma del vulcano ad intervalli regolari di 15/20 minuti. Incute un timoroso rispetto questo giovanissimo vulcano di 100. 000 anni, forse unico al mondo per le sue tre bocche in perenne attività esplosiva; tra i più alti in Europa, 2400 metri tra cono e fondale. E' stato definito: "Un vulcano a 5 stelle", con le sue spiaggette nere, che più che una spiaggia dell'Adriatico, ci ha dato l'impressione, se non fosse per le barche allineate, che fosse un deposito di carbone fossile.
Stromboli ha tre villaggi o "contrade", come qui sono chiamate, una serie di casupole singole ed al centro sorge la chiesa, visto che di una strada o di poche abitazioni poste a fianco non si può parlare. Ogni casa sta per conto suo, ha un tetto piatto, senza finestre e consiste di una singola stanza. Le finestre e un secondo piano sono legati al concetto di palazzo e tali costruzioni, come per esempio la villa sicuramente di un notabile, si trovano un po' distante dal centro della contrada. A nessuna di queste modeste e linde casette manca una pergola coperta di canne o una loggia, che si allunga su di uno spazio lastricato con grandi pietre laviche per procurare agli abitanti un po' d'ombra, visto che gli alberi mancano del tutto. Sul terreno formato da lava e cenere, si possono vedere, infatti, solo cespugli e piante ornamentali come rose, salvia e rosmarino, nonché cespugli spinosi di pomodori selvatici, che sono chiamate "tossiche" a causa della loro proprietà velenose. In genere le pergole, nelle villette di nuova costruzione, poggiano su due o più pilastrini rotondi, che architettonicamente richiamano ad un certo periodo storico, che hanno una certa attinenza con le casette che abbiamo ammirato nelle isole greche nel mare Egeo, che sorgono attorno all'isola di Rodi, che abbiamo visto e fotografato l'estate scorsa nel corso delle nostre vacanze estive. Se andiamo a sfogliare le vecchie pagine della storia, in tutti i villaggi e paesi dell'Arcipelago delle Eolie, troviamo tracce degli antichi popoli della Magna Grecia. Quindi, possiamo benissimo affermare, che quella è un'arte antica che si tramanda nel tempo.
Dopo l'esplorazione dell'isola via mare e via terra, sulla Piazzetta davanti al bar, fremevano i preparativi per l'esplorazione dello Stromboli. Le due guide locali avevano distribuito gli elmetti e le canne che servivano da bastoncini, per agevolare la salita e una bottiglia d'acqua. Il sole stava declinando verso ovest, mentre la comitiva dei "caini" mantovani, in fila indiana incominciavano ad incamminarsi verso il vertice della montagna fumante. Prima che noi lo prevedemmo, la notte incominciò ad allungare su di noi la sua ala e diede occasione al maestro Stromboli di offrirci una serie di stupende immagini. La salita si faceva sempre più ripida e scivolosa per via della cenere vulcanica e alcuni di noi desistettero nel continuare oltre. Anche noi, Adriana ed io, come fecero gli altri amici, ci fermammo in una piazzola panoramica a poco meno di trecento metri del vertice della montagna, da dove potevamo vedere chiaramente come esso buttasse fuori, ogni dieci minuti, quindici minuti, pietre infuocate che in raggi divergenti in parte ricadevano nel cratere da cui erano uscite, e in parte cadevano in mare. Ogni eruzione era accompagnata dall'accendersi di una scarica fiammeggiante, che a volte durava alcuni minuti, altre volte si spegneva di nuovo improvvisamente. Dalla nostra postazione di avvistamento si sentiva sempre un rombo cupo, non dissimile dell'esplosione di una lontana cava di pietre, ma soltanto un po' dopo l'eruzione e sembrava del tutto indipendente da lei. Peccato che la nostra escursione si stava svolgendo d'estate, perché come ci diceva un giovane del luogo che si era fermato con noi. " Le eruzioni devono essere osservate d'inverno, col cattivo tempo, molto più importanti che non d'estate, col cielo tranquillo e sereno". La storia ci racconta che nei tempi lontani, i poeti facevano di questa montagna eruttante fuoco la dimora di Eolo, il vulcano serviva da barometro agli abitanti, poiché, secondo la sua attività e la direzione del fumo che si innalzava da lui, essi profetizzavano quale vento avrebbe soffiato e annunciavano, come dice Solino ( cap XII) ogni imminente cambiamento di tempo con tre giorni di anticipo:
" Strongyle Aeoli domus vergit as solis exortus minime angolosa, quale flemmis liguidioribus differì a caeteris: bec causa bic efficit, quod ejus fumo potentissima incolae praesentiunt, quidam flatus in triduo ortendantur, qutum, uti Aeolus rex ventorum crederetur".
Plinio dice la stessa cosa con parole simili; Diodoro afferma inoltre che Eolo ha in ciò una grande esperienza e che le sue profezie sui venti hanno dato motivo di supporre che egli li domini come re: " Aeolus ex aeris prodigiis diligenter obseratis, qui venti ingruituri essent incolsi certo praedicebat, unde ventorum promus a fabula declaratus est".
Un vecchio pescatore che interpretava con i suoi oracoli, le evoluzioni del vulcano, ha profetizzato un gran bel tempo per il giorno seguente.
Si era alzata la luna e le stelle brillavano nel cielo, quando poco prima della mezzanotte facemmo ritorno sulla barca che era ormeggiata nel piccolo porto di Stromboli. Quando tutti eravamo a bordo si è allontanata e si è posizionata di fronte alla "sciara di fuoco" dello Stromboli. Il nostromo, che oltre ad essere un bravo pilota era anche un ottimo chef. Abbiamo trovato la tavola bandita e gli spaghetti allo scoglio fumanti che ci attendevano, mentre il vecchio vulcano continuava a deliziarci con suoi lanci, tanto che ci sembrava di essere nel ristorante di " Zii Teresa", che sorge in Via Caracciolo, proprio di fronte al golfo di Napoli, mentre dal Castello dell'Ovo, continuavano a salire e a scoppiare nel cielo i fantastici fuochi d'artificio sul mare davanti a Margellina nella festa di Piedigrotta, che si svolge nel mese di (settembre) una popolarissima festa in onore della Madonna. Quello che era stato il sogno di un bambino si era trasformato in una realtà. Il vecchio saggio diceva, mai perdere la speranza! Un miracolo può sempre esserci. E tante volte c'è e come se c'é. Quello era il Gigante fumante della nostra fanciullezza.

Un viaggio tra la marina e l'Aspromonte
sulle tracce di due scrittori

Racconto.

Il nostro ricordo dell’antica terra delle Langhe si perde nel tempo. Sono già trascorsi oltre cinquanta anni. In quel tempo, per motivi istituzionali, prestavamo servizio nella bella città di Alba, che la sua storia si perdeva nella notte dei tempi. E’ una terra generosa, dove si producono i migliori vini del mondo e poi, è famosa pere i suoi tartufi, che sono esportati in tutto il mondo.

Il mese di novembre è un mese che è un trionfo dei colori e dei sapori dell'autunno, tra castagne, vino e tartufi. Ed è un mese che ha molte rimembranze celtiche: il primo giorno di novembre si festeggiava il Capodanno celtico e nei primi due giorni del mese si onoravano tutti i dei, grandi e piccoli, le magiche creature in cui la gente credeva, le fate, i folletti, gli spiriti dei boschi. Ma le antiche tradizioni celtiche, anche se trasformate in cristiane, sono rimaste e in molti luoghi è tradizione la sera del primo novembre lasciare sul tavolo un po' di cibo per le anime che tornano nei luoghi a loro cari.

Anche San Martino ha influenze celtiche ed è in realtà un dio cavaliere che torna ogni anno per garantire il rinnovarsi della vita. E si riallaccia al capodanno celtico agricolo. In molte regioni, infatti, l'11 novembre scadono i contratti agrari e "fare San Martino" significa traslocare. L'estate di San Martino è la promessa celtica del rinnovarsi della vita. In molti paesi italiani si festeggia San Martino con feste e sagre.  I racconti di Franco Piccinelli, un figlio prediletto della “Langa”, spesso ci parlano di questa terra, di questi paesi barbicati sui cucuzzoli delle verdi colline, dove la vita è fatta di cose semplici, “dove il popolo canta siedi pur tranquillo ché il cuore malvagio non ha canzoni”. “C’è un paese come ce ne sono tanti in Italia, fatto di gente felice d’essere al mondo e così ricco di sentimenti da non considerare forestiero chiunque vi giunge, accogliendolo anzi, con le guardinghe, studiate attenzioni che la civiltà contadina trasmise a chi fu di quella pasta, plasmandolo fino a creare dei cloni che si ripetono all’infinito l’anima che li rende vitali. A ben guardare la vera clonazione genetica è questa: prese le mosse dai ceppi delle viti ( grignolini e barbere) bene allineati sui costoni di collina, identici l’unaltro anche nei grappoli che dall’estate all’autunno si trasformano assieme e sono immagini dei cicli esistenziali voluti dal Fattore. Identico è il volto delle persone: le guardi e capisci che non potrebbe appartenere ad altra genia. Si, certo. Tra giovani e vecchi, tra famiglie e contrade riscontri le differenti identificazioni somatiche. Ma i tratti dei volti non ingannino, sai persino collocarli nelle borgate donde provengono. Le vedi procedere, le persone, simili nella camminata, nella scelta dei luoghi ove forse sosta, nell’educazione dei saluti bene auguranti per il tempo a venire, nella voglia di godere il bello e il buono del creato, in qualche rimpianto di occasioni perdute. C’è un paese come S.Stefano Belbo dove nacque lo scrittore Cesare Pavese, una delle voci più originali della letteratura novecentesca. Il paesaggio di S. Stefano Belbo con le colline circostanti assume nella sua opera un'importanza decisiva come luogo della nostalgia, dei ritorni e del mito.

Oltre alla casa natale sono visitabili molti dei suoi luoghi, indicati da apposita segnaletica La falegnameria dell'amico Pinolo Scaglione, il Nuto de "La luna e i falò" è diventata un museo di memorie pavesiane. Ci sono le tradizioni, i vini, la gastronomia, la cultura e l’affascinante paesaggio collinare che sono da sempre le principali caratteristiche di S. Stefano Belbo. Gli abitanti di Santo Stefano sono poco più di 4000, divisi in circa 1300 famiglie, per una densità di 171 abitanti per kmq. 
 L'abitato si compone di tre grandi zone urbanistiche: il centro storico, che sorge sul lato destro del Torrente Belbo; i nuovi insediamenti, costruiti sul alto sinistro e collegati al concentrico dal ponte stradale, il borgo della stazione posta in zona nord-est rispetto al centro. Questo è il paese dove nasce il grande scrittore Cesare Pavese il 9 settembre 1908. Un paesino delle Langhe in provincia di Cuneo, dove il padre, cancelliere del tribunale di Torino, aveva un podere. Ben presto la famiglia si trasferisce a Torino, anche se le colline del suo paese rimarranno per sempre impresse nella mente dello scrittore e si fonderanno pascolianamente con l’idea mitica dell’infanzia e della nostalgia. Il padre di Cesare muore quasi subito: questo episodio inciderà molto sull’indole del ragazzo, già di per sé scontroso e introverso.

 Molti si sono occupati dell’adolescenza di Cesare, di questo ragazzo timido, amante dei libri, della natura e sempre pronto ad isolarsi dagli altri, a nascondersi, a inseguire farfalle e uccelli, a sondare il mistero dei boschi.

 La storia letteraria ci racconta che Davide Laiolo, suo grande amico, in un libro intitolato Il vizio assurdo tende a evidenziare due elementi fondamentali: la morte del padre e il conseguente irrigidirsi della madre che, con la sua freddezza e il suo riserbo, attuerà un sistema educativo più da padre asciutto e aspro che non da madre affettuosa e dolce. L’altro elemento è la tendenza al «vizio assurdo», la vocazione suicida. Ritroviamo, infatti, sempre un accenno alla mania suicida in tutte le lettere del periodo liceale, soprattutto quelle dirette all’amico Mario Sturani.

Questo mondo adolescente di Cesare, così difficile, così traboccante di solitudine e di isolamento per Monti sarebbe invece il risultato della introversione tipica della adolescenza, per Fernandez la risultante di traumi infantili (morte del padre e mondo femminile in cui è allevato, desiderio inconscio di autopunizione). Per altri ancora invece il dramma della impotenza sessuale, indimostrabile forse, ma a momenti rintracciabile in alcune pagine de Il mestiere di vivere.

Qualunque sia l’interpretazione che si vuole dare a questi primi anni, non si può negare che si profila subito in loro la storia di un destino tragico e amaro, evidenziato da un disperato bisogno d’amore, da una ricerca di apertura verso gli altri, verso il mondo, verso le relazioni interpersonali, destino di solitudine, di amarezza, di disperata sconfitta. Una grande dicotomia tra l’attrazione per la solitudine e il bisogno di non essere solo.

Dibattuto tra gli estremi di un’orgogliosa affermazione di sé e della constatazione di una sua inadattabilità alla vita, Pavese sceglie fin da ragazzo la letteratura «come schermo metaforico della sua condizione esistenziale» (Venturi), in lei cercando la risoluzione dei suoi conflitti interiori.

Studia nell’Istituto Sociale dei Gesuiti e nel Ginnasio moderno, quindi passa al Liceo D’Azeglio, dove avrà come professore un maestro d’umanità, Augusto Monti, al quale molti intellettuali torinesi di quegli anni devono tanto. L’ingresso al liceo D’Azeglioè di somma importanza per la vita di Cesare, il quale tra il 1923 e il 1926 partecipa a quel rinnovamento delle coscienze che non solo esercitava l’azione educatrice di Monti ma che trovava concretezza e palpabilità nell’opera di Gramsci e Gobetti. Dapprima Pavese è assai riluttante a impegnarsi attivamente nella lotta politica, verso la quale egli non nutre grande interesse, anche perché tende a fondere sempre il motivo politico con quello più propriamente letterario. E’, però attratto dai giovani che seguono Monti: Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Tullio Pinelli, Massimo Mila, i quali non aderiscono né al movimento di Strapaese (legato al fascismo) né a quello di Stracittà (movimento apparentemente progressivo ma in realtà anch’esso trincerato dietro lo scudo fascista), in opposizione ai quali essi coniano la sigla Strabarriera.

 Durante la nostra permanenza a S. Stefano Belbo, oltre di aver letto tutte le opere dello scrittore, ci fermavamo spesso e parlando con la gente comune e quelle di una certa cultura, come il farmacista, il medico condotto, il parroco ecc. Da tutte queste conversazioni abbiamo appreso che Cesare trovava gusto nelle discussioni, si trovava a suo agio nelle trattorie, assieme agli operai, ai venditori ambulanti, alla gente qualunque: molti di questi saranno un giorno protagonista dei suoi romanzi. Ha la sensazione di essere giovane, rinato e, negli ultimi anni dell’Università, nella sua vita privata entra colei che sarà al centro della sua anima, «la donna dalla voce rauca». Cesare appare addirittura trasformato: per tutto il tempo durante il quale ha la sensazione che questa donna gli sia vicina, diventa cordiale, umano, affettuoso, aperto al colloquio con gli altri. Quella donna gli riporta l’incanto dell’infanzia, il suo viso, quando non la sente sua non è più il mattino chiaro, è una nube, ma una nube dolcissima e, anche se vive altrove, gli riflette sempre «lo sfondo antico». Quelle colline e quel cielo tornano ancora umanissimi come il «dolce incavo della sua bocca».

Nel 1930 (a soli ventidue anni) si laurea con una tesi Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman e comincia a lavorare alla rivista «La cultura», insegnando in scuole serali e private, dedicandosi alla traduzione della letteratura inglese e americana nella quale acquisisce ben presto fama e notorietà. Gli anni del liceo e poi dell’università portano nella vita del ragazzo solitario il suggello dell’amicizia: tutto contribuisce ad umanizzare le sue rabbiose letture: le dispute letterarie, l’eccitante accostamento al mondo vietato della politica, i caffè concerto, i miti sfolgoranti dell’industria cinematografica, le marce in collina, le vogate sul Po che rinvigoriscono il suo corpo, precocemente squassato dall’asma. In confronto al paese, la città si presenta come una grande fiera, come una festa continua. Di giorno la vita è piena, i negozi sono tanti, i tram sferragliano e dovunque si ascolta musica.

Nel 1931 muore la madre, pochi mesi dopo la laurea: per l’ammirazione mai manifestata e per il rimorso di non aver mai saputo dimostrare il suo affetto e la sua tenerezza per lei, la sua morte segna un altro solco amaro nella vita dello scrittore. Rimasto solo, si trasferisce nell’abitazione della sorella Maria, presso la quale resterà fino alla morte.

Intanto sempre nel 1931 è stampata a Firenze la sua prima traduzione: Il nostro signor Wrenn di Sinclair Lewis. Il mestiere di traduttore ha tale importanza non solo nella vita di Pavese ma per tutta la cultura, da aprire uno spiraglio a un periodo nuovo nella narrativa italiana. Con le sue traduzioni, egli dà la misura di quanto è grande la sua ansia di libertà, la sua esigenza di rompere lo schema delle retoriche nazionalistiche e aprire a sé e agli altri nuovi orizzonti culturali, capaci di smuovere quelle incrostazioni vecchie e nuove che avevano fatto ammalare la società italiana. Egli vuole presentare coscientemente «il gigantesco teatro dove, con maggior franchezza che altrove, era recitato il dramma di tutti». Il fascismo negava ogni iniziativa alle grandi masse, condannava e impediva gli scioperi, mentre in quei romanzi americani si leggeva la possibilità di creare nuovi rapporti sociali.

Contro la monotonia della prosa d’arte e diversamente dall’Ermetismo, Pavese dimostrava come il contatto con le grandi masse americane attraverso quei romanzi vivificasse anche il linguaggio, con l’inserimento della parlata popolare, sì da renderlo congeniale con i nuovi contenuti. Di tutti, quello che diventa la coscienza del suo destino è Peter Mathiessen (lo scrittore della Natura: Il leopardo delle nevi, L’albero dove è nato l’uomo, Il silenzio africano NdR.), per la comune ricerca del linguaggio, per il senso tragico e per il considerare inutile la vita, nonché per l’estremo gesto si toglie la vita.

Nel 1933 sorge la casa editrice Einaudi al cui progetto Pavese partecipa con entusiasmo per l’amicizia che lo lega a Giulio Einaudi: questi sono gli anni dei suoi momenti migliori con «la donna dalla voce rauca», un’intellettuale laureata in matematica e fortemente impegnata nella lotta antifascista: Cesare accetta di far giungere al proprio domicilio lettere fortemente compromettenti sul piano politico: scoperto, non fa il nome della donna e il 15 maggio 1935 è condannato per sospetto antifascismo a tre anni di confino da scontare a Brancaleone Calabro. Tre anni che si ridurranno poi a meno di uno, per richiesta di grazia: torna infatti dal confino nel marzo del 1936 ma questo ritorno coincide con un’amara delusione: l’abbandono della donna e il matrimonio di lei con un altro. L’esperienza (che sarà il soggetto del suo primo romanzo, Il carcere), e la delusione giocano insieme per farlo sprofondare in una crisi grave e profonda, che per anni lo terrà avvinto alla tentazione dolorosa e sempre presente del suicidio.

Si richiude in un isolamento forse peggiore di quello adolescenziale, ma ancora una volta a salvarlo è la letteratura, il suo «valere alla penna».

Nel 1936 compare a Firenze, per le edizioni Solaria, la prima raccolta di poesie Lavorare stanca che comprendeva le poesie scritte dal 1931 al 1935 e che fu letta da pochi. Una seconda edizione, comprendente anche le poesie scritte fino al 1940, fu pubblicata nel 1942 da Einaudi. In quegli anni scrive ancora racconti, romanzi brevi, saggi. Esce nel 1941 la sua prima opera narrativa, Paesi tuoi, «ambientata in quelle colline e vigne delle Langhe, che accanto alla Torino dei viali e dei caffè, dei fiumi e delle osterie, costituisce l'altro grande luogo mitico della poetica pavesiana» (Emilio Cecchi). Sembra aver riacquistato la fiducia in se stesso e nella vita e, soprattutto frequentando gli intellettuali antifascisti della sua città, pare aver maturato anche una coscienza politica. Tuttavia non partecipa né alla guerra né alla Resistenza: chiamato alle armi, è dimesso perché malato di asma.

Destinato a Roma per aprire una sede della Einaudi, si trova isolato e in lui prevale la ripugnanza fisica per la violenza, per gli orrori che la guerra comporta e si rifugia nel Monferrato presso la sorella, dove vivrà per due anni «recluso tra le colline» con un accenno di crisi religiosa e soprattutto con la certezza di essere diverso, di non sapere partecipare alla vita, di non riuscire a essere attivo e presente, di non essere capace di avere ideali concreti per vivere (motivi che ritorneranno nel Corrado de La casa in collina ).

La casa in collina.

Pubblicato nel 1949, lo stesso anno de “Il carcere”, “La casa in collina” è forse l’opera più autobiografica di Pavese. Romanzo sulla guerra, che distrugge e che finisce solo per chi muore, perché “se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccende altrui, non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l'impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei morti tenga noialtri inchiodati a vederli e a riempircene gli occhi.”.

Corrado è professore di scienze, sfugge alla guerra rifugiandosi in collina, perché la collina è un aspetto delle cose, un modo di vivere. Qui è ospite d’Elvira, che lo ama segretamente e non corrisposta; Corrado, addirittura, la disprezza e, appena può, si reca all’osteria “Alle Fontane”, dove incontra molti sfollati, giovani e vecchi, tra cui Cate, la donna che ha amato da ragazzo ed abbandonato ingiustamente. Ritrovarla ora, forte, determinata antifascista, madre di un ragazzo, Dino, che potrebbe essere suo figlio, turba profondamente Corrado. Il giovane incarna tutto quello che lui poté essere; ora vorrebbe occuparsene, essere l’uomo e il padre che non è stato: ma Cate cadrà prigioniera dei tedeschi e Dino fuggirà, preso dalla smania della guerra e dell’azione, destinato a perdersi nel nulla. E Corrado non si salverà dalla propria inettitudine.

Dopo la fine della guerra si iscrive al Partito comunista ma anche questa scelta, come la crisi religiosa, altro non era se non un ennesimo equivoco, una nuova maniera di prendere in giro se stesso, di illudersi di possedere quella capacità di aderenza alle cose, alle scelte, all’impegno che invece gli mancavano. La sua probabilmente era una sorta di tentativo di riparazione, di voglia di mettere a posto la coscienza e del resto ancora il suo impegno è sempre letterario: scrive articoli e saggi di ispirazione etico-civile, riprende il suo lavoro editoriale, riorganizzando la casa editrice Einaudi, si interessa di mitologia e di etnologia, elaborando la sua teoria sul mito, concretizzata nei Dialoghi con Leucò.

Recatosi a Roma per lavoro (dove soggiornerà per un periodo stabilmente, a parte qualche periodica evasione nelle Langhe) conosce una giovane attrice: Constance Dowling. È di nuovo l’amore. La giovane con le sue efelidi rosse e forse in qualche modo con una sincera ammirazione per un uomo ormai famoso e noto, ricco di intelletto e capace di una forte emotività, accende ancora una volta Cesare, ma poi va via, lo abbandona. Costance torna in America e Pavese scrive Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

A questo secondo abbandono, alle crisi politiche e religiose che riprendono a sconvolgerlo, allo sgomento e all’angoscia che lo assalgono nonostante i successi letterari (nel 1938 Il compagno vince il premio Salento, nel 1949 La bella estate ottiene il premio Strega; pubblica La luna e i falò, considerato il suo miglior racconto) alla nuova ondata di solitudine e di senso di vuoto non riesce più a reagire. Logorato, stanco, ma in fondo perfettamente lucido, si toglie la vita in una camera dell’albergo Roma di Torino ingoiando una forte dose di barbiturici. È il 27 agosto del 1950. Solo un'annotazione, sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, sul comodino della stanza «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.».Aveva solo 42 anni.  A cura della Redazione Virtuale)
 

 TRA ALVARO E PAVESE

L’INUTILE MARE.

Il giornalista Lorenzo Mondo nel maggio 2002, ha ripercorso a ritroso nel tempo i luoghi dell’esilio di Cesare Pavesi, in un paesino della Costa Ionica, raccontandoci le sue impressioni sul magnifico paesaggio e sul tempo trascorso dallo scrittore.  Egli così incomincia il suo reportage: “Brancaleone, a noi due. Ripeto non un’ombra di sorriso l’apostrofe alla Balzac. Da quaranta anni rimandavo l’appuntamento con il paese in cui Cesare Pavese fu inviato al confino di polizia, dall’agosto del 1935 alla metà di marzo del 1936. E’ curiosa, al limite del bizzarro, l’occasione che mi è stata offerta: un convegno di studi organizzato dalla Fondazione Corrado Alvaro e dalla comunità di Mappano Torinese, dove esiste una vivace diaspora calabrese; con reciproci scambi culturali, con la benedizione del Centro Studi di Cesare Pavese di Santo Stefano Belbo e il contributo di studiosi del Nord e del Sud. Vedete un po’, Mappano, Santo Stefano, Brancaleone, San Luca, Marina di Gioiosa Jonica: a metterli insieme, un piccolo miracolo. Il convegno era spartito tra Pavese e Alvaro, tra il diverso esilio di due scrittori, in Calabria e dalla Calabria. E’ consente di scendere dalle pagine dei libri nella realtà che li ha ispirati, in quella almeno che ne rimane.

 E’ così che mi aggiro per Brancaleone, rimasticandomi qualche verso di Lavorare stanca: “ Uomo solo d’innanzi all’inutile mare/ attendendo la sera, attendendo il mattino”, “ Le ragazze al crepuscolo scendono in acqua/ Quando il mare svanisce, disteso”. Ma due file ininterrotte di case chiudono la vista, e non ci sono ragazze sulla spiaggia, lambita da acque che sospetto inquinate. Resiste la suggestione delle poche rocce rotolate nel mare per qualche terremoto, le stesse che il poeta vidi rosseggiare sotto la luna. In realtà, il mare largo e vibrante di Pavese bisogna cercarlo nelle coste che si dilungano solitarie e custodiscono la loro afflitta magia fuori degli abitati coatici e depressivi, nel percorso che va da Reggio Calabria alla Locride. Troppo tempo è passato, troppi mutamenti, non sempre vantaggiosi, si sono verificati anche quaggiù. Labili sono ormai le tracce di Pavese a Brancaleone. Anonimo il Bar Roma, che ti dicono tale e quale, dove il confinato andava a leggere il giornale e a conversare con qualche conoscente. Ti conducono con malcelata fierezza ed esuberante cordialità alla povera casa in cui abitò. Non c’è targa o iscrizione che lo ricordi, i testimoni stentano a individuare la sua stanza, che lo scrittore descrive angusta e sofferente, riscaldata d’inverno da un asfittico braciere. Inutile cercare la finestra, penetrata dall’illusoria libertà del mare. Il piccolo giardino, rincivilito, è chiuso da una siepe di fichidindia, forse il solo superstite profilo di allora. Aldilà corre, parallela alla costa, la strada ferrata che torturava Cesare con morsi di nostalgia.

Più seducente si rivela la salita a Brancaleone superiore, tra gialli calanchi che fanno venire in mente l’alta Langa. L’antico paese, dove era confinato un anarchico, è rievocato nel romanzo Il carcere: “ Il poggio era un vero Monte Oliveto, cenerognolo e riarso. Quand’era stato in cima Stefano aveva guardato il mare e le case lontane. Per tutto il giorno s’era isolato come fuori del tempo soffermandosi a guardare le viuzze aperte nel cielo. C’erano donne e vecchie lassù, fra quelle muraglie scolorite e calcinate, che non erano mai usciti dalla piazzetta silenziosa dalle viuzze”. Ma una disastrosa alluvione, e un progressivo disamore, hanno spinto gli abitanti verso il mare. Il paese abbandonato e depredato di ogni vestigio si è ridotto a muri crollati, si sgretola al sole, tra guizzi di lucertole, nel profumo del finocchio selvatico. Frammenti di lapidi sepolcrali, una grotta poggiante su una colonna che allude all’albero della vita… Un eco appena della cultura brasiliana – i monaci venuti dall’Oriente – che fecondò queste terre impervie. Fuori, la vista è superba, ma non basta a rasserenare lo spirito. Quando si pensa che gli uomini non hanno saputo mostrarsi più pietosi dei ricorrenti cataclismi naturali.

A pochi chilometri si raggiunge San Luca, il paese natale di Alvaro. Le case piantate nella pietra si inerpicano strette sulla montagna. La casa dello scrittore, che è sede della Fondazione Alvaro, custodisce un sobrio, ordinato museo: ritratti, foto d’epoca, suppellettili, libri, documenti. A fianco del duomo sopravvive il pretenzioso portale del Palazzo Mezzatesta, i signori del luogo con i quali si confrontano, nel loro elementare senso di giustizia, i pastori di Gente in Aspromonte. Vicolo archivolti, fontane, tradiscono l’abbandono, non ancora irrimediabile decadenza. Restano aggrappati alla banale insolenza del paese nuovo, marchiato da torbide fortune ( certe case – mi dicono – sono assegnabili al bottino dei sequestri di persona). L’abitato originario respira l’aria che Alvaro, transfuga verso un destino di scrittore europeo, consegnò ai suoi libri con nostalgia ritrosa. Per questi uomini della Fondazione Alvaro ( in primo luogo Fortunato Nocera e Aldo Maria Morace) si adoperano con generosità impaziente, contro ogni colpevole inerzia, perché sia sottratto allo sfacelo.

San Luca è la porta dell’Aspromonte, cuore selvaggio della Calabria, Per capire, bisogna andare al santuario di Polsi, un’ora e mezza di strada sterrata. In un paesaggio di sconvolgente bellezza, ammantato di foreste, solcato da pietrose e rabbiose fiumare, vigilato da giganteschi monoliti. E’ con noi Mario Pondero, maestro della fotografia, che non ti lascia andare avanti. Salta dal fuoristrada come un furetto, centra con l’obbiettivo un albero sventrato dal fulmine, un macigno corroso, una lapide in memoria di un prete ammazzato, una pletorica famiglia di porcelli che sì in frasca. Il santuario si trova in una vallicella, rivestito di decoro neoclassico esibisce la gloria del millenario campanile a pigna. E’ dedicato alla Vergine della Montagna, metamorfosi cristiana di qualche oscura divinità terrestre. La leggenda racconta di un conte Ruggero che, stando alla caccia, fu tratto dai suoi levrieri sul luogo dove un giovane, inginocchiato, frugava col muso la terra. Là fu trovata una croce greca e là sorse il santuario. Dove si strinsero, fino a tempi recenti, patti di sangue e dove ancora oggi, per la Madonna di settembre, salgono a migliaia i pellegrini.

Dal pellegrinaggio di Polsi, fulcro della pietà popolare e del folclore calabrese, parla più volte Alvaro. Sognatamene nelle prime pagine di Gente in Aspromonte: “ il vinattiere costruisce la sua capanna di frasche presso la sorgente dell’acqua, e la notte, per illuminare la strada, si appicca il fuoco agli alberi secchi. Gli innamorati girano tra la folla per vedere l’innamorata, i cani arrabbiati, vendicatori, latitanti e ubriachi che rotolano per i pendii come pietre. Allora vive la montagna, e da tutte le parti il cielo è seminato dei fuochi dei razzi…”

Noi che nasciamo in un piccolo borgo aspromontano, nel cuore  ubertoso dell’Aspromonte, a Brancaleone non eravamo mai stati, eppure non distava molto da  Cosoleto, ma  eravamo transitati più volte proveniente da Bari e per Bari, dove nel 1947, avevamo frequentato la Scuola allievi carabinieri. Molti anni prima che il giornalista Lorenzo Mondo, aveva scoperto il paese in cui Cesare Pavese fu assegnato al domicilio coatto, provvedimento di pubblica sicurezza e conoscendo la storia dello scrittore piemontese, abbiamo voluto visitare quei luoghi ed un bel giorno con Francesco, un mio carissimo amico, siamo a Brancaleone, che gode dall’alto del suo colle un ampio e splendido panorama sul mare e sui campi circostanti. Nel borgo superiore, sorge l’antico paese, attorniato da calanchi bianchi che splendevano al sole autunnale, dove vi soggiornò Pavese. Di lassù del poggio si ammira un paesaggio bellissimo tra cielo e mare. Non abbiamo trovato alcuna traccia che ci potesse indicare il passaggio di Pavese, solo le viuzze che portano all’umile abitazione e la piazzetta dove sedevano un gruppetto di anziani, fra quelle mura scoloriti del tempo, che non si erano allontanati mai di quel grumo di case che guardano il mare. Abbiamo chiesto se ricordassero dell’anarchico piemontese esiliato dal regime, ma nel loro racconto non è emerso nulla d’importante ma piccoli ricordi sfumati di quei tempi lontani. Oltre Brancaleone la strada ritorna presso il mare e prosegue verso il Capo Spartivento, doppiato il quale. Attraversa la fiumara Spropoli. Di là da un promontorio rupestre appare Bova Marina, adagiata nella pianura alluvionale. Nell’interno a 928 metri è Bova Superore e da qui proseguito per il santuario di Polsi, su di una strada sterrata, dopo pochi chilometri abbiamo raggiunto San Luca, il paese natale di Alvaro, un piccolo paese piantato sulla roccia, dove come negli altri borghi si inerpicano strette viuzze che portano verso la montagna. Abbiamo visto esteriormente la casa di Corrado Alvaro, (oggi museo) perché chiusa ai visitatori. Il nostro viaggio è proseguito verso l’altopiano dell’Aspromonte, circondato da una natura incorrotta, che suggerisce una possibile via di lenimento e di sviluppo per la povertà della Calabria. Il discorso vale per i magnifici monti abbandonati e la costa dirupata, per i villaggi rupestri. Chissà se nell’avvenire ci saranno abbastanza forze da raccogliere il segnale, per scuotere il lungo sonno di questa meravigliosa e antica terra.

Di questi ricordi recenti e lontani, la Calabria è fiera; e con ragione, perché dimostrano quale rapporto di alta spiritualità in tutti i tempi e in tutti i campi essa ha dato alla patria comune. Ma è anche fiera della sua bellezza paesistica, che pochi conoscono. “Siamo in fondo allo stivale, nel più del paese del mondo” scriveva Luigi Paolo Courier, che vi era giunto con l’esercito napoleonico del generale Regnier. “E’ contrada ricchissima di meravigliosi spettacoli della natura” scrisse un altro francese, il Leonormant, nella sua celebre opera “ La Magna Grecia”. Ed invero quei pochi che si sono indotti a percorrere la costa tirrena sino a Reggio e a penetrare nell’interno, come spesso abbiamo fatto noi nella verde età, ne sono tornati entusiasti come della scoperta di un mondo nuovo pieno d’incanti. Che cosa è questa bellezza, non è facile dire. Certo dipende in gran parte dallo spiccato contrasto fra monti e marine, dall’alternarsi di vallate ubertose e cime granitiche arse dal sole, dalla lieta improvvisa apparizione di un paesaggio pieno di luce all’oscura ombra di foreste impenetrabili, dagli ampi orizzonti aperti sui mari alle numerose gole alpestre, sonore di acque correnti.

E qui termina il fugace viaggio. Concluderlo in una sintesi non è facile. Come del resto sono tutte le cose veramente forti e pure, la Calabria ha bisogno di spiriti profondi per essere compresa e di anime vergini per essere amata. Terra di meditazione, si apre intera con le sue luci abbaglianti e le sue cupe ombre ai pellegrini silenziosi e pensosi dalla bellezza. Il suo fascino, lontano dai soliti allettamenti preparati in altri luoghi, è lento ma duraturo; è come quei profumi, che sembra debbano subito svanire, eppure resistono al tempo e penetrano di sé ogni casa.

Il presepe.
Racconto

Betlemme e Greccio sono due nomi inseparabili nei ricordi natalizi di ogni anno poiché, se a Betlemme si operò il mistero della divina incarnazione del Salvatore del Mondo, a Greccio, per la pietà di San Francesco di Assisi, ebbe inizio, in forma del tutto nuova, la sua mistica rievocazione. Ogni anno, il Natale stabilisce un ponte che congiunge il Cielo alla Terra. Entrando le nuvole di apprensione, angustia e tristezza che avvolgono il nostro povero mondo, la gioia celeste si diffonde per ogni luogo e rende più generosi e felici i cuori.

L'autunno scorso, in una giornata bellissima e rischiarata da un pallido sole, siamo saliti al Santuario di Greccio. I luoghi sono molto angusti e richiedono da parte dei visitatori, un attento silenzio. Abbiamo potuto constatare che in poco spazio sono racchiusi e conservati, come per miracolo, le vestigia autentiche di più epoche storiche della vita francescana. Dalla terrazza dell'eremo raggiungiamo la cappella edificata nella grotta dove si svolsero le famose scene natalizie. La parte più antica, in fondo, nella cavità della roccia, fu sistemata nel 1228, anno della canonizzazione di san Francesco; l'altare, posto dove era stata messa la mangiatoia, è il primo ad essere stato dedicato al Santo. Sopra l'altare, si ammira ancora un affresco, che emana una sensazione di grande tenerezza; opera di uno sconosciuto maestro ( della scuola di Giotto) e databile intorno al XIV. XV secolo. Ci mostra la scena liturgica del 24 dicembre: Francesco porta la dalmatica del diacono, la Vergine allatta. Non si può che essere commossi da tanta semplicità. Nella parte moderna, l'urna funeraria contiene i resti dell'amico di Francesco, Giovanni da Velita.
Si penetra poi nell'eremo originario, costruito lungo la roccia. Troviamo il refettorio con le sue tavole rustiche, la cucina con il camino e l'acquaio; gli affreschi sono del XVI secolo. Segue il dormitorio dei frati e, in fondo, la roccia dove san Francesco riposava ( qui è situato l'episodio del guanciale di piume che gli impediva di dormire.
Salendo la scala, da notare la " cantina" ( in realtà dispensa). Ed eccoti arrivati al dormitorio, tutto in legno, detto di san Bonaventura, con le sue piccole celle, edificato probabilmente tra il 1260 e il 1270: sicuramente databile del XIII secolo. La nostra visita all'eremo di Greccio sta per terminare, ma ci rimane ancora da visitare i locali dove sono situati i moltissimi presepi che rispecchiano l'iconografia popolare di ogni parte del mondo: c'è quello cinese, quello del Polo Nord in mezzo ai ghiacci, quello giapponese situato in una pagoda e tantissimi altri. Ci sono quelli quasi a grandezza naturale e quelli microscopici, ma il significato è sempre quello: la nascita di Gesù Bambino.
La nostra visita all'eremo francescano, termina con la chiesa moderna, dedicata alla Vergine Immacolata, costruita nel 1959 per raccogliere i numerosi gruppi che giungono dal vicino borgo medioevale di Greccio. Un'opera recente per onorare il mistero del Figlio di Dio fatto uomo e della sua povera Madre.

Nella terza domenica di Avvento, le parole di Benedetto XVI, che hanno preceduto la recita dell'Angelus, sono state improntate all'attesa del Natale e alla preparazione del presepe nelle famiglie. Migliaia di bambini erano presenti in Piazza San Pietro con i loro "bambinelli", per essere benedetti dal Papa, secondo una consolidata tradizione, iniziata da Giovanni Paolo II.
Il Santo Padre, riferendosi alla festa dell'Immacolata, ha invitato a mettersi in sintonia spirituale con la Vergine Maria che, per prima, ha atteso la nascita di Gesù. Il clima suggestivo della preparazione al Natale, rischia oggi - ha detto il Papa - di essere inquinato, nell'odierna società dei consumi: " Un inquinamento commerciale che rischia di alterare l'autentico spirito del Natale, caratterizzato dal raccoglimento, dalla sobrietà e da una gioia non esteriore ma intima".
" E' provvidenziale - ha proseguito il Pontefice- che, quasi come una porta d'ingresso al Natale, vi è stato la festa di Colei che è la Madre di Gesù, e che meglio di chiunque altro può giudicarci e conoscere, panare, adorare il Figlio di Dio fatto uomo. Lasciamo dunque che sia Lei ad accompagnarci; siano i suoi sentimenti ad animarci, perché ci predisponiamo con sincerità di cuore e apertura di spirito a riconoscere nel Bambino di Betlemme il Figlio di Dio venuto sulla terra per la nostra redenzione. Camminiamo con Lei nella preghiera, e accogliamo il ripetuto invito che la liturgia dell'Avvento ci rivolge a restare nell'attesa, un'attesa vigilante e gioiosa perché il signore non tarderà: Egli viene a liberare il suo popolo dal peccato".
Benedetto XVI ha dedicato la seconda parte della sua riflessione, quasi interamente, al vero significato del Natale cristiano, ricordando in particolare lo spirito con il quale Francesco d'Assisi vuole, per la prima volta, realizzare a Greccio il suo presepe vivente. Quella di preparare nelle case il Presepe, subito dopo la festa dell'Immacolata, è "una bella e consolante tradizione, quasi per rivivere, insieme a Maria, quei giorni pieni di trepidazione, che precedettero la nascita di Gesù".
Per il Papa non è soltanto questo l'aspetto positivo della realizzazione del presepe. Vi è anche un significato molto pedagogico, in quanto favorisce la trasmissione della fede alle giovani generazioni: " Costruire il Presepe in casa può rivelarsi un modo semplice ma efficace di presentare la fede per trasmetterla a sua volta ai propri figli. Il Presepe ci aiuta a contemplare il mistero dell'amore di Dio che si è rivelato nella povertà e nella semplicità della grotta di Betlemme".
Riferendosi, poi, a San Francesco d'Assisi, che ha dato inizio alla tradizione del presepe, il Papa ha insistito sul valore di una bella tradizione popolare che - ha detto - "ancora oggi mantiene il suo valore per l'evangelizzazione. Il Presepe può, infatti, aiutarci a capire il segreto del vero Natale, perché parla dell'umiltà e della bontà misericordiosa di Cristo, il quale da ricco che era, si è fatto povero per noi. La sua povertà arricchisce chi l'abbraccia e il Natale reca gioia e pace a coloro che, come i pastori a Betlemme, accolgono le parole dell'angelo: "Questo per voi il segno: un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia". Questo rimane il segno, anche per noi, uomini e donne del Duemila. Non c'è altro Natale.
Nel nostro pellegrinaggio di Greccio, ci siamo soffermati davanti ad ogni presepe che abbiamo incontrato lungo la nostra visita nell'eremo francescano, dove è nata appunto la tradizione del presepio con San Francesco. Il paesaggio è rappresentato con la neve, il freddo e i panni del bambino Gesù asciugati al fuoco. Infatti, il Santo dei poveri abitava in questa regione molto fredda d'inverno, con la neve e i lupi affamati e la carestia, la penuria drammatica di viveri che aveva in quel tempo investito l'intera popolazione dei villaggi dell'Umbria, perciò la rappresentazione non poteva discostarsi dalla visione quotidiana dei suoi concittadini per non disorientarli. Ammirando quei piccoli gioielli in miniatura, ci hanno riportato indietro nel tempo, quando bambini, nella ricorrenza del S. Natale, ci apprestavamo a preparare il presepe in un angolo della nostra modesta casa. Ma ai bambini della mia generazione, bastava poco per fare un presepe. Oggi le statuine sono di plastica e si trovano facilmente sul mercato. A noi erano sufficienti le tre statuine, che ognuno si costruiva da se. A me e a mio fratello Rosario, per esempio, ci era sufficiente un po' d'argilla per plasmare le figurine dei pastori e i Re Magi per il presepe. I manufatti si lasciavano asciugare e poi si facevano cuocere nella fornace dei mattoni. Ognuno di questi passaggi è fondamentale per la buona riuscita: il modellato, la cottura, l'innesto degli occhi, la pittura, la vestizione sono tutte fasi che esigono capacità, pazienza, talento e passione, tutte qualità presenti nel laboratorio dello zio Domenico, che era un bravo scultore. Bastava un po' di muschio e un po' di fantasia e il nostro presepio era pronto per la notte di Natale.
Anche il nostro parroco di Campitello, don Enrico Castiglioni, come del resto credo che anche altri parroci della diocesi di Mantova, nell'Omelia della messa grande, come riferisce il giornalista Gustavo Savio, in un suo articolo del Santo Natale sulla Voce di Mantova, sottolineando nel suo articolo che nelle famiglie si sta perdendo la buona abitudine di fare il presepe, come succedeva una volta, lanciando un messaggio anche agli assenti. Qui al Nord, da molti anni, si è praticamente perso l'abitudine di fare il presepio come una volta, dedicandosi per lo più a fare l'albero nel giardino davanti a casa con la stella e le luminarie.
Egli prosegue dicendo, nel suo bellissimo articolo, che per non diventare effimero lo facciamo rivivere nelle nostre pagine: "Ma a voi, gente del 21 esimo secolo, possono bastare anche le tre statuine. Non importa la collocazione storica di dove è nato e quando è nato, se allora facesse caldo o meno e le grotte fossero le case dei pastori, abituati a vivere, fianco a fianco con gli armenti, ciò che conta e che ancora una volta, nonostante tutto, vi ricordiate con il presepio che é Natale. E non soltanto che puntualmente arriva perché sul calendario è segnato così, ma sia il presepio a richiamarvi al mistero di Gesù. Quella immagine di bambino, in un angolo della vostra casa, contribuisca a riportarvi a meditare il messaggio del perché il figlio di Dio si è fatto uomo. Soffermatevi un attimo sui profondi mutamenti che ha conosciuto, che so, negli ultimi tre lustri, un paese di antica presenza cattolica come la nostra Italia. Le settimane dell'avvento sono diventate corsa febbrile all'acquisto, i negozi pieni di tutto e di più, certo i regali sono una cosa da apprezzare, ma non è che hanno sottratto quasi tutto il tempo a disposizione e non ne è rimasto per fare il presepio? Perché se così, si potrebbe avere pure smarrito la memoria della dimensione del mistero della fede, dell'attesa del ritorno glorioso di Gesù e il Natale diventare una semplice festa consumistica. Il Natale è festa e basta, il pranzo, gli zampognari, le luminarie, un po' di generosità verso chi ha meno, un po' più di tenerezza verso i bambini, accorgendosi, tutto d'un tratto che ci sono anche loro. Allora ci si faccia aiutare dal presepio, si provi a vedere se questa è l'occasione per riaccendere la festa, per parlare un contenuto reale, quale la speranza per tutti che Dio non è lontano dall'umanità. Riaffermi il Natale la memoria liturgica del mistero dell'incarnazione, cioè del " farsi uomo" di Dio, del suo assumere in tutta la nostra condizione umana, il suo divenire " uno di noi", minacciato come noi, solidale con gli affetti e le sconfitte di tutti gli uomini. Insomma si provi a pensare che il Natale ritornassi ad essere cattolico, senza se e senza ma e il presepio la sua testimonianza, approdando a fare festa perché si è riscoperto Dio. Indichi il presepio, la via per riscoprire le radici cristiane, le sole in grado di produrre la forza di arrestare il degrado, capaci di affermare la demolizione sistematica dei valori forti ed insostituibili per l'Umanità, quali la vita e l'amore, Siamo diventati una Società dove nascono sempre meno bambini, dove la loro nascita segue spesso le stesse dinamiche della fabbrica, le nascite programmate, non sempre, ma sovente, legate alle possibilità finanziarie della famiglia, l'aspetto più appariscente dell'attesa non sarebbe più lo stesso, sicuramente interiormente cambiato e più accettabile. Pure se quest'anno le luminarie e la frenesia potranno sembrare più vistose nonostante, con il cuore cambiato, riusciremmo a scambiarci il regalo più ambito, quello della serenità, quello della pace vera e non minacciata, dell'uno contro l'altro".
Mancano pochi giorni alla grande festa di Natale, ma sembra che quest'anno manca qualcos'altro per dare il vero significato alla festa, manca la neve che stenta ad arrivare ed il Natale senza la neve non sembra neppure Natale. I bambini, sicuramente rimarranno delusi senza vedere scendere la notte Santa, lentamente dal cielo la candida neve. Rimarranno delusi anche gli operatori turistici, ma anche e soprattutto gli appassionati dello sci e quelli come noi, che amiamo molto camminare sui campi innevati delle bellissime montagne dolomitiche. Non possiamo neppure cantare allegramente quella bellissima strofa che fa così:
"Tu, neve scendi ancor, lenta, per dar la gioia ad ogni cuor…"

Edizione straordinaria del telegiornale: i morti dell'attentato alle Twin Towers non si contano più… "…è Natale ancora la grande festa che sa tutti conquistar…" Kabul a ferro e fuoco: colpito un deposito della Croce Rossa… "…e viene giù dal ciel, lieve, per dolcemente sussurrar…" …nuove lettere contenenti antrace sono state rinvenute a Washington … "…è Natale spera anche tu, è Natale non soffrire più!"… si moltiplicano i morti rinvenuti nel tunnel del Gottardo, e la storia continua con gli attentati da parte dei kamikaze e degli eccidi di Bagdad, i nostri morti di Nassyria e quelli di Kabul e la storia continua nella Palestina, nella striscia di Gaza e forse anche a Betlemme, nei luoghi della natività di Dio.
All'improvviso una musica dolce e lenta si diffonde per le strade di tutto mondo, attraverso gli oceani, le pianure sconfinate e le aspre valli a coprire gli orrori della guerra e delle tragedie. Tutti accorrono in strada ammaliati dal seducente suono, mentre comincia a scendere dal cielo una soffice neve dal Polo Nord al Giappone, dal Madagascar al Messico.
I popoli di tutte le nazioni, uniti in una sol voce intonano il canto, mentre le mani si uniscono in segno di pace, amore e fratellanza.
Niente più etnie, niente più religioni, niente più discriminazioni, niente più guerre, ma solo uomini che guardano ad altri uomini non più come nemici, ma come fratelli.
Oggi 25 dicembre il mondo è in pace, oggi 25 dicembre l'unica notizia annunciata al telegiornale è: "L'amore domina il mondo!" Oggi è il 25 dicembre di un anno molto lontano, di un anno desiderato, agognato, ricercato, di un anno utopistico in un futuro che tutti ci auguriamo.
Ma il vero Natale non è solo una data, non è solo una ricorrenza esteriore. Il Natale deve divenire innanzitutto un modo di essere, un modo di pensare, un modo di amare, perché il Natale non è nient'altro che questo…donare amore! E non potrà mai esistere questo tanto sospirato mondo migliore se noi non impareremo a vivere questo sentimento ogni giorno nella nostra quotidianità, senza aspettare che arrivi un giorno prestabilito per dimostrare il nostro affetto a chi ci sta intorno.
Ecco, è questa la mia favola, è questo il mio desiderio per un mondo migliore, e scusate se è poco. Per impreziosire il nostro racconto, inseriamo questa breve ma significativa favola che rispecchia il S. Natale, della poetessa Mariella da Mondovi, alla quale chiediamo umilmente scusa.

LA FIABA DELL'INVERNO
Ha un gran barbone bianco
E il manto d'armellino
Ed ha l'aspetto stanco
Di chi è sempre in cammino.
E' grinzoso e vegliardo
E più curvo del nonno;
Trasparente ha lo sguardo
E un sorriso di sonno.
Porta alla nuda siepe
Il fior di biancospino
E i Re Magi e il presepe
Ad ogni bravo bambino.
Porta la tramontana
Che gela ogni mattina
L'acqua della fontana.
E il fuso alla vecchina.

Il lungo viaggio verso Napoli.
Racconto

Dopo la liberazione della Sicilia, le truppe Alleati sono sbarcate a Reggio Calabria e sull'Altopiano dell'Aspromonte, un reparto canadese ha incontrato un accanita resistenza dagli uomini della Divisione Nembo.I combattimenti sono durati alcuni giorni, mentre il grosso delle truppe d'occupazione hanno seguito l'avanzata l'ungo il litorale del Tirreno, senza incontrare alcuna resistenza. Liberata la città di Palmi e attraversato il Petraie, si sono diretti verso Salerno. La città di Salerno, da giorni era sotto i continui bombardamenti, mentre dal mare l'8 settembre, una poderosa forza navale alleata puntava minacciosa verso il golfo salernitano. Salerno, quel giorno, era stata colpita dall'ennesimo bombardamento. Da molte settimane subiva continue incursioni aeree ed era ormai ridotta a un cumulo di rovine.
La gente bivaccava nelle gallerie e nelle cantine, affamata e senza speranza. Ma improvvisamente, alle 19.45, anche fra la popolazione di Salerno giunse la voce del maresciallo Badoglio che annunciava l'armistizio. La guerra era dunque finita? La gente pensò che fosse così e usci dai rifugi. L'illusione durò poco: la comparsa delle navi all'orizzonte spinse i salernitani a rintanarsi di nuovo.
A bordo delle 463 unità che erano salpate dai porti dell'Algeria e della Sicilia i 100.000 soldati inglesi e i 70.000 americani che componevano il corpo da sbarco affidato al comando del generale americano Mark Clark vivevano le ore di tensione che sempre precedevano l'inizio delle operazioni.
Tutti a bordo, compreso gli ufficiali, erano completamente all'oscuro di quanto era accaduto in quei giorni. Ignoravano che l'armistizio con l'Italia fosse stato segretamente firmato il 3 settembre, e ignoravano che sarebbe stato reso pubbliche entro poche ore. Erano tutti convinti che lo sbarco avrebbe incontrato la tenace resistenza degli italiani e dei tedeschi. Ma, improvvisamente, la tensione che regnava a bordo fu infranta da una comunicazione radiofonica. Alle 18,30, mentre l'operazione "Avalanche" è in pieno svolgimento con i convogli alleati in vista di Salerno (da una settimana la costa campana è sottoposta ad intensi attacchi in preparazione della invasione), da Algeri il gen. Eisenhower comunica la notizia dell'armistizio intervenuto tra gli Alleati e gli italiani. Ecco il testo del breve annuncio: "Qui è il gen. Eisenhower. Il governo italiano si è arreso incondizionatamente a queste forze armate. Le ostilità tra le forze armate delle Nazioni Unite e quelle dell'Italia cessano all'istante. Tutti gli italiani che ci aiuteranno a cacciare il tedesco aggressore dal suolo italiano avranno l'assistenza e l'appoggio delle nazioni alleate
Un analogo annuncio è fatto alla radio italiana alle 19.45 dal capo del governo maresciallo Pietro Badoglio. Il messaggio al popolo italiano cosi si conclude: "...Esse [le forze armate italiane] però reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza".
La notizia, del tutto inattesa, provocò grandi manifestazioni di gioia. I soldati esultanti ballavano sui ponti. La guerra con l'Italia era finita! Nessuno pensava più ai pericoli. Tutti erano convinti che, invece di una battaglia, a Salerno ci sarebbe stata ad attenderli una folla in festa.
Alle 3.30 di mattina del 9 settembre il gen. Mark Clark diede il via all'operazione "Avalanche". La 1^ divisione aerotrasportata si impadronì di Taranto senza incontrare resistenza.
Intanto 55.000 uomini delle truppe anglo-americane sbarcarono nel Golfo di Salerno, coperti da una forza navale che disponeva complessivamente di 4 corazzate, 7 portaerei, 11 incrociatori e alcune decine di caccia, oltre ad unità di scorta e minori. I soldati presero terra con relativa facilità e senza contrasti, ma improvvisamente, con loro grande sorpresa, incontrarono la reazione tedesca.
Nelle 48 ore seguite allo sbarco, gli Alleati riuscirono a travolgere le difese germaniche e a spingersi verso l'interno. La resistenza tedesca era stata debole, il generale Clark poteva essere soddisfatto. Il suo ottimismo forse eccessivo riguardo allo sbarco ora si rafforzava perché gli avvenimenti sembravano giustificarlo. Le navi potevano tranquillamente scaricare carri armati e automezzi. I rinforzi riuscivano ad affluire regolarmente sulla spiaggia.
Intanto l'artiglieria tedesca taceva e la Luftwaffe sembrava essere scomparsa. Proseguendo l'avanzata, gli Alleati occuparono l'aeroporto di Montecorvino e provvidero a riattivare la pista.
. La battaglia sembrava ormai vinta. I tedeschi si ritiravano o si arrendevano. A tre giorni dallo sbarco gli Alleati controllavano una testa di ponte lunga 100 chilometri e profonda 10. Ma improvvisamente, la mattina dei 12 settembre, la situazione registrò un drammatico mutamento: i tedeschi scatenarono il contrattacco. Truppe fresche e bene armate attaccarono di sorpresa il settore Nord travolgendo i presidi dei commando britannici. Poche ore dopo, la controffensiva, condotta con estrema violenza, si estese a tutto l'arco del fronte. Le truppe tedesche giunte di rinforzo erano le divisioni che Kesselring era stato costretto a trattenere a Roma in vista di un secondo sbarco e per superare l'accanita, ma non coordinata resistenza delle truppe italiane a Porta S. Paolo. Ora che si era assicurato il completo controllo della capitale italiana, poteva scaraventarle contro le truppe alleate.
Sotto l'urto delle forze tedesche, l'intero schieramento anglo-americano vacillò. La ritirata fu generale. Molti reparti si sbandarono. Molti prigionieri furono catturati. Posizioni strategiche importanti come Battipaglia e Altavilla furono riconquistate. Durante questa controffensiva i tedeschi si sentirono molto vicini alla vittoria. Intanto la situazione si era fatta disperata. Il generale Clark aveva ormai perduto il suo ottimismo, e insistette per l'invio di rinforzi. A questo punto, per contrastare l'avanzata tedesca fu deciso l'impiego della divisione paracadutisti Airborne. Si trattava dei paracadutisti americani che dovevano essere lanciati su Roma. Rimasti inoperosi all'aeroporto di Licata, essi furono ora lanciati nelle retrovie per colpire e disorganizzare i movimenti del nemico. Ma neppure l'intervento dei paracadutisti modificò la situazione: i tedeschi continuarono vittoriosamente l'avanzata e le loro avanguardie giunsero in vista del mare. Fu a questo punto che il maresciallo Alexander, comandante in capo delle forze alleate del Mediterraneo, decise di risolvere la drammatica situazione ordinando l'intervento della squadra navale. Per la prima volta la marina fu impegnata in una battaglia campale. Il 14 settembre una potente squadra da battaglia lasciò Malta diretta verso Salerno. Ne facevano parte anche le corazzate Warspite, Valiant, Nelson e Rodneu armate con cannoni da 381 mm. Contemporaneamente, stormi di bombardieri pesanti furono lanciati sulla costa salernitana a seminare rovina e distruzione nelle retrovie tedesche.
Questo attacco segnò l'inizio della controffensiva alleata. I danni furono enormi. Anche per la popolazione civile che da una settimana si trovava costretta a vivere in prima linea. Ma ai fini della battaglia fu soprattutto decisivo il bombardamento navale. Spingendosi quasi al limitare della costa, le navi assolsero il compito che normalmente competeva alle artiglierie. Il loro tiro era estremamente preciso. Le loro bordate distrussero ora postazioni tedesche, ora interi centri di abitazioni civili. Una vera valanga di fuoco si abbatté sul Salernitano. Grazie a un nuovo sistema di segnalazione, le truppe alleate potevano chiedere direttamente l'appoggio dell'artiglieria navale come se si trattasse di batterie terrestri. Le postazioni tedesche furono centrate a una a una.
Due giorni dopo, il 16, Kesselring ordinò alle sue truppe di ritirarsi verso nord "per sottrarsi all'efficace bombardamento da parte delle navi da guerra". Per gli anglo-americani la via di Napoli era aperta. "Se a Salerno" commenterà Alexander a operazione conclusa "la marina e l'esercito non avessero potuto disporre della superiorità, lo sbarco sarebbe fallito " Avalanche fu dal punto di vista militare un successo, anche se politicamente e strategicamente non raggiunse gli obiettivi che erano stati prefissati, ossia l'immediata liberazione di Napoli e la rapida avanzata su Roma. Per liberare Roma occorrerà aspettare circa nove mesi e per percorrere i 54 km che dividono Salerno da Napoli gli Alleati impiegheranno ventidue giorni.
Con lo sbarco a Salerno e la conquista della città di Napoli, le città del Sud, come la Sicilia e la Calabria, era ritornata alla normalità. Nel Porto di Villa San Giovanni e quello di Reggio Calabria, notte e giorno, continuavano a sbarcare le autocolonne militari Alleati, diretti verso la Campania. Dopo qualche mese dell'occupazione, anche nel nostro piccolo paese, sono giunti i primi aiuti alimentari americani con i sacchetti di farina bianca. I negozi avevano riaperto i battenti e così pure i forni avevano ripreso a panificare. Insomma, la vita piano piano, incominciava a ritornare alla normalità. In quei tempi tristi e bui del nostro Paese, quando si è visto nelle scansie dei negozi il pane quotidiano appena sfornato, ci sembrava un vero miracolo. Mai perdere la pazienza e la speranza! Un miracolo può sempre esserci. E quella volta si era verificato. Noi, l'abbiamo scoperto tanti anni fa, in un mattino limpido e tiepido di primavera. Con l'arrivo della farina bianca, era arrivata la gioia di vivere e di ricominciare.
Con l'arrivo della primavera e dell'estate, anche noi ragazzi cresciuti nel corso della guerra, si smaniava nell'eterno ozio e si sognava di evadere, di andare lontano, per conoscere la vita. Parlo di quei momenti irresponsabili nei quali i giovani sono propensi a commettere atti inconsulti. "Uno chiude dietro di sé il piccolo cancello della mera fanciullezza ed entra in un giardino incantato. Là perfino le ombre splendono di promesse. Ogni svolta del sentiero ha una sua seduzione. E non perché sia una terra ignota. Si sa bene che tutta l'umanità ha percorso quella strada. Ma si è attratti dall'incanto dell'esperienza universale da cui si attende di trovare una sensazione singolare o personale: un po' di se stessi. Si va avanti, allegri e frementi, riconoscendo le orme di chi ci ha preceduto, accogliendo il bene e il male insieme- le rose e le spine, come si dice - la variopinta sorte comune che offre tante possibilità a chi la merita o, forse a chi ha fortuna. Sì. Uno va avanti. E pure il tempo va avanti, finché ci si scorge di fronte una linea d'ombra che ci avverte di dover lasciare alle spalle anche la ragione della prima gioventù, come scriveva il grande scrittore Joseph Conrad.
Una sera, passeggiando sulla Piazza del Paese, Giovanni, Francesco ed io, pensammo di rompere il guscio e di evadere dal piccolo borgo aspromontano, per incontrare il nostro destino. Altri nostri coetanei, prima di noi, avevano fatto la stessa esperienza, erano partiti verso la città di Napoli, e non erano ancora ritornati. Così, abbiamo voluto imitarli e decidemmo di partire anche noi.
Partenza per Napoli. Era ancora buio, quando eravamo fermi davanti alla stazione ferroviaria di Reggio Calabria. Il treno era ancora vuoto. In poco tempo il vagone si riempi. Parte con due ore di ritardo, perché dicono che devono cambiare il locomotore. Siamo oltre quaranta persone costrette in uno spazio abitualmente riservato a 10. Parecchi siedono sul porta bagagli. Tutti gli sportelli sono chiusi. Sul treno c'era gente che viaggiava seduta sulle soglie degli sportelli, le gambe pendoloni, tenendosi con un braccio alle maniglie. Noi siamo stati fortunati, a fatica, ci siamo conquistato un posto a sedere, mentre il piccolo bagaglio lo abbiamo sistemato sotto il sedile. Non avevamo molto bagaglio, soltanto una latta dal peso di 10 chilogrammi di olio di oliva, che portavamo per poi venderlo a Napoli, per finanziarci il viaggio. Giovanni, in un tascapane militare, aveva sistemato un pane casereccio, del formaggio di capra e un salame per il viaggio, mentre Francesco, oltre ai dolcetti calabresi, che aveva preparato la sua mamma, aveva nello zainetto anche della frutta secca e una fiasca di vino.
Una lunga fermata alla stazione di Sant'Eufemia, aspettando il locomotore da Cosenza. Era sera e la luna tranquillissima che illuminava e tetti e le terrazze della cittadina. Le cannonate della battaglia del "Silandro" e dello sbarco sulle coste della Calabria, come sembravano irrimediabilmente lontane! Ora, davvero, è successo qualche cosa. Luna. Silenzio. Dolcezza. Ma sappiamo, sentiamo: tutto è diverso. I tedeschi che facevano da padroni, dopo lo sbarco di Salerno, erano lontani. Si erano, con una testa di ponte, sistemati sulle montagne di Monte Lungo e nell'abbazia di Mantecassimo, dove il cannone continuava a tuonare.
Scendiamo dal treno e mangiamo un'arancia e una fetta di pane con formaggio, seduti a terra, vicino alla stazione. Dall' ufficio del capostazione, dietro una tenda che chiude l'ingresso, odo delle voci: parlano della prossima partenza verso Battipaglia. Trascorriamo la notte nella stazione quasi devastata. Alcuni giovani, che pressappoco avevano la nostra stessa età, stavano dormendo tra il muro e la banchina. Con posa perfetta. Brillante nella sporcizia. Ragazzi cenciosi dormono spossati contro il muro. Un poco distante, fuori della stazione, in un binario morto ci giunge un suono di fisarmonica.
La notte è trascorsa in silenzio, perché il suono della fisarmonica era cessato verso le due della notte. Giuseppe ha detto: Quel maledetto treno non parte mai. Vicino ad una casa bombardata, qualcuno ha acceso un falò. Ci siamo seduti tutti attorno al fuoco per scaldarci. Un ragazzino, ha tirato fuori l'armonica a bocca e sì e messo a suonare un motivetto a noi noto e familiare. Il motivetto era quello della " Calabresella mia". Nella tristezza, avevamo trovato un attimo di serenità. Forse saranno state le melodiose note di quella canzone, che ci rammentava giorni meno tristi e ci ricordava soprattutto il nostro paese.
Verso le ore 9 circa, mentre il sole stava illuminando un paesaggio bellissimo e le case diroccate, finalmente il treno si muove: così carico che non si può fare più di trenta chilometri l'ora. Dopo un paio d'ore, in mezzo alla campagna, a pochi chilometri di un piccolo paese che sorge di fronte al mare, il treno si ferma. Molti viaggiatori approfittano dell'improvvisa fermata per fare i loro bisogni personali e soprattutto per sgranchirsi le gambe. Al fischio del treno, senza affrettarsi, risalgono tranquillamente sul treno in moto. Verso mezzogiorno, il treno si è fermato nella stazione di Battipaglia. Scendiamo tutti i viaggiatori, perché bisogna cambiare treno e ciò è previsto per il pomeriggio. Fuori della stazione, in un viale quasi deserto, notiamo un gruppetto di persone, ci avviciniamo. Tre signore erano vicino ai fornelli che preparavano il pranzo. Ci hanno invitati a sedersi, dicendoci che fra non molto, la minestra di pasta con i fagioli era pronta. Ci sediamo ad uno dei tavolini sistemati sotto un platano e subito dopo ci è servita la minestra fumante. Ci fermiamo a conversare con gli altri viaggiatori, che come noi dovevano ripartire con i treni diretti a Salerno. Quando il convoglio si è fermato nella stazione di Salerno, abbiamo potuto constatare che in seguito ai continui bombardamenti subiti dagli aerei e dalle navi, la città era ormai ridotta ad un cumulo di rovine. Scendiamo dal convoglio, per riempire la borraccia d'acqua, facciamo la coda per avere un caffè caldo dal venditore ambulante, comperiamo all'edicola la settimana enigmistica e ritorniamo ad occupare il nostro posto sul vagone diretto a Napoli.
Il treno diretto a Napoli, costeggia i paesi della costa Amalfitana, che rivela paesaggi di incomparabile bellezza, mentre oltre la penisola Sorrentina e lungo la costa del Cilento il mare è irresistibile, così come Capri, Ischia e Procida, che sono le isole del golfo di Napoli, che negli anni Settanta, con Adriana mia moglie, nel viaggio di nozze abbiamo visitato soggiornandovi. Superiamo l'antica città di Pompei, che sorge ai piedi del Vesuvio, che fu completamente distrutta in seguito alla famosa eruzione del vulcano avvenuta nel 79 d.C. Giacque sommersa da ceneri e massi di pomice fino al 1748, anno in cui gli scavi portarono alla luce la città " congelata" dalla catastrofe. Furono, infatti, rinvenuti edifici, statue, strade, sculture e dipinti completamente intatti. Lasciamo la storia e riprendiamo il nostro viaggio verso la città di Napoli, che ormai siamo giunti alle sue porte. Nella luce del tramonto, scorrono ora i verdi prati e i campi e le colorate masserie. Di fronte a noi si eleva imponente la montagna fumante del Vesuvio con il suo splendido golfo illuminato dai caldi colori del tramonto. La città era bellissima, sembrava che fosse uscita indenni dalla guerra, ma non era così. Bastava percorrere il centro della città per rendersi conto delle macerie, dei palazzi sventrati e delle case distrutte.
Il treno, dopo due giorni di viaggio, finalmente si è fermato sotto la pensilina della stazione Centrale di Napoli. Prendiamo i nostri poveri bagagli e usciamo dalla stazione. Sulla grande Piazza Garibaldi, vi erano una fila di taxi, alcune carrozzelle e molti facchini, nella attesa di portare i bagagli dei viaggiatori. Vicino all'uscita, vi era una signora di mezza età con un carrettino spinto a mano. Si è avvicinata e ci ha offerto i suoi servigi. Ci ha detto inoltre, che se avessimo bisogno di una camera per il nostro soggiorno, era lieta di ospitarci. Abbiamo caricato i pochi bagagli sul carrettino e ci siamo avviati verso l'abitazione della signora Concettina. L'appartamento era subito lì vicino, bastava attraversare la Piazza Garibaldi, imboccare Via Spaventa, e dopo cinquanta metri eravamo giunti al nr. 18 dello stabile dove abitava la signora. Era un modesto appartamentino con due camere e i servizi. Per tutto il periodo del nostro breve soggiorno a Napoli, siamo rimasti nella casa della signora Concettina. Oltre a lavarci la biancheria personale, la signora ci preparava anche la cena. Nei giorni che hanno seguito, abbiamo incontrato altri giovani del nostro paese, con i quali abbiamo trovato lavoro presso il grande Porto, occupato dalle navi americane. Il nostro lavoro consisteva nel sistemare nei grandi magazzini militari i rifornimenti che giornalmente giungevano dagli Stati Uniti d'America.
Nella città di Napoli, siamo rimasti tre mesi circa. In questo nostro soggiorno, abbiamo avuto il tempo di visitare le bellezze naturali ed artistiche della grande città partenopea.
Conosciamo tre soldati americani simpaticissimi: uno che a casa faceva il farmacista e qui è addetto al Pronto Soccorso dell'Infermeria militare, un altro che faceva il portalettere e a Napoli, era addetto ai magazzini militari e il terzo era sempre ubriaco, il quale spesso era venduto dagli scugnizzi napoletani ad altri ragazzi. Insomma, il mattino faceva spesso rientro in sede tutto spogliato e senza un dollaro in tasca. Il farmacista si chiamava Jon Romero ed era nativo di Sant Luis, Misuri. Il portalettere Robert, era di Pittisburg, Pennsylvania. Erano buoni, gentili e umani. Personaggi vivi di un film di Will Rogers. Bastava guardare il viso di Roberts, il suo sorriso candido e cordiale, per capire la grandezza dell'America, la forza morale e religiosa dell'America. Se gli americani sono tutti così, le nostre speranze sicuramente non andranno deluse.
Alcuni giorni prima della nostra partenza, in una serata bellissima, con una luna splendida che si specchiava nella baia di Marcellina, Concettina, aveva deciso di offrire una cena ai nostri tre amici americani. Per quella occasione sul terrazzino della sua casa, aveva preparato tutto a puntino. C'erano anche le candele accese sul tavolo. E' stata una cena a base di pesce e spaghetti con il pomodoro. Chiasso, risate, vino e grappa,(we have a reakky good ti-me) e che tradotto in italiano significa: Noi abbiamo in realtà buon tempo) e speriamo molto. Che cosa speriamo? Non lo sappiamo neanche. Ma speriamo. Basta. E' quasi la felicità.
Ci mancava ancora di effettuare un'escursione nella città di Caserta, per visitare la bellissima e famosa Regia. Ci ha pensato Jon Romero. Ha procurato una Jeep militare e tutti a bordo abbiamo raggiunto, in un pomeriggio splendido di sole, la Città di Caserta dominata dal prestigioso e imponente Palazzo reale, la cui struttura si avvicina a quella della reggia di Versailles, L'edificio voluto da Carlo III di Borbone, vanta più di 10000 stanze, grandi scalinate e numerosi appartamenti reali riccamente decorati. Fu iniziato a partire dal 1752 sotto la direzione dell'architetto Luigi Vanvitelli. Incantevole è il grandissimo parco ricco di vasche, fontane, cascate e gruppi scultorei.
La nostra esperienza nella grande città di Napoli, si concluse positivamente. Siamo ritornati al nostro piccolo paesello, più ricchi dentro. Quello che vogliamo sottolineare di questa nostra esperienza napoletana è che bisogna prendere le cose con filosofia, e che per i napoletani è una tradizione, oltre che una necessità. A Napoli la filosofia è dappertutto, come nelle città dell'antica Grecia, dove si filosofava passeggiando. Non c'è dunque ragione di stupirsi se ogni napoletano, concittadino di Giambattista Vico, di Benedetto Croce e di Gennaro Bellavista, intraprendere le cose della vita di tutti i giorni, in quel caos generale che il corso della guerra aveva lasciato la Città di Napoli. Se non c'era stato il mito della filosofia spicciola, che regna da sempre fra i napoletani, non so come avrebbero fatto a sopravvivere e ritornare alla normalità. La città, in un certo senso, era invasa dagli americani, ma quella invasione ha portato a un certo benessere economico e commerciale. Sulle bancarelle di Via Prè e di tutti i vicoli del centro storico, si trovava di tutto, dal cioccolato, alle uniformi militari, alle sigarette, alle radioline e a tutto quello che occorreva per sopravvivere. I Bar, i Ristorantini, le Pizzerie e le sale da ballo, avevano riaperto i battenti. Le belle e brune ragazze napoletane costituivano l'attrazione più importante, specialmente per i militari americani e costituivano inoltre, la fonte principale del benessere delle famiglie. La Città partenopea, in quel tempo e anche oggi, è carente nel fornire un posto di lavoro ai giovani e spesso, sono costretti a vendere qualsiasi cosa per le strade, come le sigarette americane ed altri oggetti provenienti dal porto. Oggi è tutto cambiato, quelli che la fanno da padroni sono i camorristi e spacciatori, i rapinatori dalla pistola facile. In quei tempi ai quali ci riferivamo, per i caratteristici e pittoreschi vicoli si poteva camminare senza essere importunati, mentre oggi anche i turisti sovente sono scippati e malmenati. Insomma, vedendo come vanne le cose oggi a Napoli, possiamo dire che la città era più vivibile e le persone erano più rispettate. E' proprio vero, i tempi cambiano e pure la vita cambia. Se si continua di questo passo, non si sa dove si va a finire, sicuramente in un cul di sacco.
Napoli, è oggi una città caotica ma spettacolare. Affacciata sul celebre golfo omonimo si estende nella fertile piana campana e occupa alture e conche derivanti da antichi crateri vulcanici. Con il Vesuvio a lato e le isole di Capri, Ischia e Procida di fronte, offre incantevoli panorami. Pompei e Ercolano, all'ombra del vulcano che le ha distrutte, contengono le più eloquenti rovine dell'era romana in Italia. Per secoli Napoli ha dominato il sud d'Italia.
Il grande scrittore e amico carissimo Mario Soldati, che seguiva passo passo, l'avanzata degli Alleati dal Sud al Nord, ha scritto moltissimi articoli e libri della liberazione di Salerno di Napoli e di Roma Riportiamo qui di seguito una sua significativa poesia dedicata a Napoli.

NAPOLI 1944.

Fischia il vento al Colascione
Tra le case diroccate:
Siamo cinque o sei persone
Mal nutriti mal pagate.
Fischia il vento: E' già Domenica:
L'avanzata come va?
Sono fermi. E' ancor Domenica:
Roma sempre sta di là

Il valore della memoria
C'è un paese come ce ne sono tanti in Italia, fatto di gente felice d'essere al mondo e così ricco di sentimenti da non considerare forestiero chiunque vi giunge, accogliendolo anzi, con le guardinghe, studiate attenzioni che la civiltà contadina trasmise a chi fu di quella pasta, plasmandolo fino a creare dei cloni che ripetono all'infinito l'anima che li rendi vitali. A ben guardare, la vera clonazione genetica è questa: prese le mosse dai ceppi secolari degli antichi ulivi che portarono gli antichi Greci e trapiantarono nelle pianure, nelle colline e nei costoni identici uno all'altro e in perfetto allineamento come soldati. Oh si, i soldati. Essi sostarono a lungo sotto le fresche fronde di questi altissimi e fruttiferi alberi dell'amicizia.
La nostra memoria ci porta a ritroso nel tempo e ci fa rivivere la tragedia dell'ultima grande guerra mondiale. Ricordo che gli ultimi reparti del nostro Esercito, che costituivano la retroguardia in Calabria, si stavano ritirando verso Salerno, dove, con i tedeschi, stavano costituendo la testa di ponte per contrastare lo sbarco dell'Anglo-Americani.
Sulle alture del nostro piccolo paese esisteva un posto d'avvistamento aereo costituito da un plotone di "camice" nere volontari, nativi e residenti a Cosoleto, ma un bel mattino anche loro, alla chetichella, avevano abbandonato la postazione, le armi e i razzi di segnalazione. Avevano disattivato soltanto la linea telefonica che li collegava alla contraerea di Reggio Calabria, mentre dai Piani dell'Aspromonte, dopo la cruenta battaglia sostenuta dagli uomini della Divisione Nembo, contro l'avanzata di un reparto della Quinta Armata canadese che dopo lo sbarco si erano spinti fino ai Piani dell'Aspromonte. Il nostro piccolo borgo aspromontano, era diventato improvvisamente, per la sua posizione collinare e quindi ricco di vegetazione di piante di alto fusto, un centro strategicamente importante, per il transito delle truppe corazzate tedesche e italiane, che si ritiravano verso nord e che grazie a questa lussureggiante vegetazione, permetteva loro di defilarsi alla vista degli aerei nemici.
A questo punto é doverosa una breve citazione storica di questo simpatico borgo, barbicato su di una splendida e panoramica collina, immerso nel verde dei suoi secolari uliveti e castagneti. Cosoleto, detto anche "Cusuleto", fu feudo dei principi Ruffo- Tranfo. Fu quasi interamente raso al suolo dal sisma del 1787, che distrusse il vecchio castello e il Monastero, fondato da padre Beneventura, cui era annessa la Chiesa di San Nicolò.
I cittadini, sostenuti dai Principi, lo ricostruirono in un luogo sicuro e riparato, appunto su di una collina. Così ebbe luce il piccolo paese, dal sottosuolo roccioso, dal clima mite e dalle fresche e pure acque, noto per la ricchezza dei suoi oliveti e dei suoi castagneti. Divenne Comune nel 1806. Fu patria di combattenti durante la prima e la seconda guerra mondiale. Fra i tanti ricordiamo: Francesco Battista, decorato di medaglia d'oro alla memoria, e il cavaliere Francesco Carrozza, medico. Cosoleto si divide in due borgate: Sitizano, sede patrizia dei marchesi e dei conti Taccone; Acquaro dove è sito il Santuario di San Rocco, meta di continui pellegrinaggi da parte dei fedeli. Questi accorrono soprattutto il 15, il 16 agosto e il primo novembre. Grazie alla sua posizione (440 metri sul livello del mare) domina tutti i paesi della Piana, con la possibilità per il turista di ammirare un suggestivo panorama, che comprende il Golfo di Gioia Tauro e Punta Vaticano.
Avviata la zootecnia. Per il resto l'economia è essenzialmente agricola, ed è basata sulla produzione di cereali, vino, castagne, patate e olio.
Grande impulso ha ancora oggi l'artigianato dell'ebanistica e del ferro. Il 20 gennaio festa del patrono San Sebastiano. Vi nacque Giorgio Ruffo, vescovo ( XVI-XVII secolo). Per noi, ha un significato molto speciale, quello di averci dati, molti anni fa i natali. Quindi, siamo nati e cresciti in questo simpatico paese. Dopo la Prima Guerra Mondiale molti giovani abbandonarono il paese natio in cerca di fortuna in Argentina o negli Stati Uniti. Con la fine della Seconda Guerra, della quale ci riferiamo in questo nostro racconto, ancora molti furono costretti ad emigrare per la mancanza di lavoro in un periodo di grande incertezza politica ed economica.
Alla partenza dalla stazione Marittima di Napoli dei grandi transatlantici per l'Australia si assisteva a scene commoventi, le mamme in lacrime salutavano i loro figli con la speranza che sarebbero ritornati presto, dopo un breve periodo di lavoro, per svolgere qualche attività in proprio.
Ciò purtroppo è stato possibile a pochi, molti sono rimasti in Australia, Canadà, Stati Uniti, Argentina, Brasile, Sud America. Ritornarono ogni tanto da turisti nel paese natio per rivedere parenti e amici. Dopo quest'inciso, ritorniamo a parlare dei giorni tristi dopo l'8 settembre 1943.
A quella epoca noi eravamo poco più che ragazzi e come i ragazzi di tutte le epoche, spesso anno commesso delle sciocchezze. La stessa cosa è successa anche a noi. Dopo la battaglia del " Silandro", ( che in italiano significa pungitopo), che si trovava appunto sui Piani dell'Aspromonte, dove le truppe canadesi, giorno dopo giorno, stavano occupando i paesi aspromontani, mentre sulla litoranea che da Gioia Tauro porta verso Salerno, transitavano notte e giorno le colonne militari degli Alleati inseguendo il nemico e dirigendosi verso Salerno. Da qualche settimana il posto d'avvistamento che sorgeva sulla collina del paese, era stata abbandonata. A questo punto, la curiosità di noi ragazzi era tanta, e senza pensarci due volte, siamo saliti fin lassù e abbiamo rovistato negli alloggiamenti degli uomini della milizia fascista, abbiamo trovato nella rastrelliera i moschetti e nell'armadietto i pacchetti delle munizioni. Ci siamo impossessati delle armi e abbiamo raggiunto il punto d'avvistamento dove si trovava istallata la piccola base di lancio dei razzi di segnalazione. Il sole era tramontato da un pezzo e il cielo era ancora tinto di rosso e si stava progressivamente oscurandosi, quando avevamo acceso la miccia ed era partito il primo razzo. Il gioco ci appassionava e ne sono seguiti una serie di questi lanci, uno dopo l'altro, senza renderci conto di quello che stavamo commettendo. Alla fine dei lanci di tutti i razzi che si trovavano nella rastrelliera, che a noi sembravano dei semplici razzi d'artificio, quelli che si lanciano nel corso della festa del paese. Sicuramente, per noi è stata una bellissima e divertente dimostrazione di bravura ma quella dimostrazione pirotecnica fuori programma, ha rischiato di provocare una vera e propria tragedia per il paese.

Le bellezze del Parco faunistico dell'Aspromonte

Infatti, le truppe Anglo- Americane, che erano accampate lungo la linea litoranea, nei pressi del Ponte di Petrace, hanno registrato quella serie di segnalazioni e l'hanno comunicato, via radio, alla loro base. Mezz'ora più tardi, giungevano sulla Piazza di Cosoleto, in avanscoperta due motociclisti, seguiti da un'autoblindo e una Jeep americana, per accertarsi se sulle colline circostanti vi erano delle sacche di resistenza nemica. I carabinieri della locale stazione, assicurarono i militari Alleati, che non c'erano dei tedeschi nei dintorni e così hanno fatto ritorno alla loro base. Il giorno seguente, accompagnati dai nostri rispettivi genitori, abbiamo consegnato ai militari dell'Arma, i moschetti 91/38, con il munizionamento di dotazione dei moschetti, che avevano sottratto nella casermetta abbandonata dei militi. Lo scampato pericolo, per fortuna è terminato senza conseguenze, ma a noi ragazzi per punizione ci è stata fatta una ramanzina dal tono paternalistico del Comandante della locale Stazione dei Carabinieri.
Lo scrittore Joseph Conrad, così scrive dei giovani: " Solo i giovani hanno di questi momenti. Non parlo dai giovanissimi. No. I giovanissimi, per essere esatti, non hanno momenti. E' privilegio della prima gioventù di avere in anticipo sui propri giorni, in tutta una bella continuità di speranze che non conosce né introspezioni e sono senza carattere introspettivo.
Questo è il periodo della vita che può portare i momenti ai quali ho accennato, di quei momenti causati dallo sconvolgimento di quella disastrosa guerra. Quali momenti? Momenti di tedio, di stanchezza, di scontento. Momenti d'irriflessioni. Parlo di quei momenti nei quali i giovani sono propensi a commettere atti inconsulti come quelli ai quali ci riferiamo.
Quella sera c'era un bellissimo chiaro di luna che illuminava il piccolo borgo apromontano. Il gestore della rivendita di pane e di vino, parlando con gli astanti diceva che bombardavano verso Briatico, e ci indica lontano, nel cielo, dei punti luminosi e mobili.
Il bombardamento cessa verso la mezzanotte. Egli rientra in casa. Restiamo sulla Piazza del Municipio una diecina di ragazzi ed alcuni adulti e continuiamo a passeggiare e parlare della guerra e dei continui bombardamenti. Prima di rientrare in casa, mi fermo a guardare. Ascolto. La notte. La luna. La quiete profonda. Un grillo continua a cantare sulla pianta di melograni nel giardino di fronte alla mia casa.
E come sempre le notti lunari che illuminano la campagna circostante ed il paese, sentendomi smarrire rimormoro, quasi una preghiera, quasi una giaculatoria come diceva sempre mio cugino don Rocco, parroco del borgo, che in qualche modo contenga l'angoscia e nello stesso tempo il mistero della vita. " Dolce e chiara è la notte senza vento.
Non riuscivo a dormire quella notte e pensavo sempre a quella nostra piccola vicenda del lancio dei razzi di segnalazione. E nell'angoscia, nella dolcezza, nella pace misteriosa della notte, anche questa volta, il senso di vita mi sembra più vicino a una spiegazione che non nei colori e nei motivi degli avvenimenti.
Il mio pensiero, in un certo senso, corrisponde al pensiero del grande scrittore Mario Soldati, quando scriveva: " E questi avvenimenti stessi, per quanto tremendi, e le sciagure stesse, della nostra Patria, mi sembrano più vicine a una spiegazione non se penso alle colpe di alcuni uomini o ai meriti di altri, se non penso a governi, a guerre, a lotte di classi o di popoli, ma se contemplo l'immobile quiete della luna, la notte, il cielo immenso, se sento su di me il soffio della brezza e il dolore della morte e della vita, che sono unite, per sempre, dentro di me e infinitamente intorno e sopra di me".
Il mattino seguente, si sentiva nel cielo il rombo degli aerei che sorvolavano la Piana di Giaia Tauro. Erano due aerei, un caccia tedesco e un ricognitore canadese. Uno inseguiva l'altro, mentre crepitavano le mitragliere di entrambi i velivoli. Dall'alto della collina, assistemmo al duello e alle continue evoluzioni, alle picchiate degli aerei, ma ad un tratto, il piccolo ricognitore si è avvitato ed è precipitato fra gli uliveti a pochi chilometri da noi infilandosi dritto dritto nel terreno. Dagli uliveti si levò una colonna di fumo nero, mentre il caccia tedesco si allontanò velocemente verso nord. In poco tempo, oltre alle Autorità del paese, è giunta molta gente, per vedere e soprattutto per curiosare. Non c'era nulla da vedere, soltanto un mucchio di rottami di ferro e di alluminio. Il motore era completamente sprofondato nel terreno, mentre da quello che doveva essere la carlinga, fu estratto il pilota completamente carbonizzato. Dai documenti rinvenuti, si è appreso che era un pilota canadese e che al suo paese aveva lasciato la moglie e due bambini in tenera età. E sì, il tempo non scorre sempre allo stesso ritmo. Ci sono delle lunghe sere d'estate o d'autunno in cui sembra quasi immobili. Ci sono degli istanti di felicità che svaniscono così in fretta che sembrano appena sfiorati dalla sua corsa ansimante. Gli ultimi istanti di quel pilota, sicuramente passarono nel terrore con la visione della morte negli occhi.
Che cosa sia stata la grande guerra 15/18, il massacro più formidabile dopo il diluvio e la grande peste, dopo la carestia della Cina e dell'India e le campagne Napoleoniche, che cosa sia stata quella guerra, prova generale molto puntuale di ciò che sarebbe accaduto, per completare l'opera, appena vent'anni dopo, non ho bisogno di raccontarvelo. Lo sapete tutti a menadito. La seconda guerra mondiale, alla quale ci riferiamo, è stata una macchia nera e rossa che si estendeva all'infinito prima di restringersi, una ferita che si apre prima di chiudersi, un flusso seguito da un riflusso. La Prima fu un corpo a corpo che trova il suo punto d'equilibrio, s'affossa nelle trincee e non la smette più di uccidere nell'immobilità. La vittoria rimane continuamente sul filo del rasoio. Più volte basta un nonnulla perché il campo dei vinti divenga il campo dei vincitori. La storia ci racconta che all'inizio dell'estate del 1918, alla domanda se sia sicuro della vittoria, Ludendolrff dichiara ancora: "Rispondo con un sì categorico". Una delle spiegazioni della Seconda Guerra mondiale è che la Prima è stata vinta solo per fortuna, quasi per caso, comunque sul filo di lana. Nessuno dei due eserciti è inferiore all'altro. La sanguinosa partita a scacchi, il braccio di ferro strategico sarebbe potuto essere vinto da qualsiasi contendente aggrappato alle proprie trincee e ai propri reticolati. Tra valore ed ostentazione uguali, più d'una volta è stato il cieco destino a creare la differenza.
Probabilmente per piacere a quelli che se ne fanno gli apologeti, la guerra come sempre, contribuisce potentemente al progresso delle tecniche. Indubbiamente l'elettricità, il telefono, l'automobile, l'aviazione esistono prima del 14, ma è la guerra che li fa progredire formidabilmente e li proietta nel futuro. I secoli hanno sempre un poco più o un poco meno di cento anni. Il Settecento è breve: si apre con la morte di Luigi XIV, nel 1715 e si chiude il 14 luglio 1789 con la presa della Pastiglia. Dopo un intersecolo di venticinque anni, che non appartiene né al piacere di vivere né alle agognate imprese, né ai filosofi né ai romanici, l'Ottocento incomincia a Waterloo il 18 giugno 1815 con la caduta di Napoleone e si conclude nell'agosto 1914. La Prima guerra mondiale apre, con grandi squilli di trombe, il secolo della Seconda e della paura della Terza. E lo fa entrare in un mondo nuovo in cui i discorsi di quello vecchio sono coperti dalle bombe.
La guerra, barbaro strumento di progresso scientifico e tecnico, manifesta anche delle capacità di fusione che la pace non ha. Di tutto questo, nella nostra nuova epoca consumistica e tecnologica, ce ne siamo resi perfettamente conto, ma abbiamo visto anche che le classi sociali si ignorano e si mescolano nella stessa fornace.
Un vecchio saggio così ci ha detto: "Ricordiamoci che il sole nasce ogni mattina e ogni sera possiamo ammirare il meraviglioso tramonto pieno di luci e di colori. Ricordiamoci inoltre, che la vita è piena di fragole buone da gustare! Sempre ed in ogni circostanza.

IL SOLE
Se il sole splende
Non guardare
L'ombra dell'albero,
Ma la sua cima.
E se il sole muore
Non pensare
Che tutto è finito,
Risorgerà domani
Per chiederti conto
Di quella pace
E di quel riposo
Che la notte
Ti ha dato.


L'avvicendamento.
Racconto

Ormea è una ridente cittadina dell'alta Val Tanaro, che sorge in una conca ai piedi del pizzo d'Ormea, alla sinistra dell'alta valle del fiume Tanaro, denominata Ulmea e Ulmeta nell'alto medioevo, fu possedimento saraceno nel corso dei sec. X-XI. Passata prima ai conti d'Albe, quindi ai marchesi di Ceva, fu fortificata nel XIII secolo, fu sottoposta a varie signorie ( fra cui i Visconti nel XIV sec. I re di Francia, gli Asburgo, la repubblica di Genova); nel 1722 fu eretta in marchesato dai Savoia ai quali era passata nel 1665. Devastata dai Francesi e dai Genovesi durante il periodo rivoluzionario alla fine del XVIII secolo. Per il suo passato storico fu denominata città e dista pochi chilometri da Ceva e da Mondovì. In questo ridente paese, molti anni fa un giovane carabiniere fu trasferito per servizio dalla bella città di Alessandria In questo paese della Val Tanaro, c'erano un mucchio di belle ragazze che per giunta, avevano una speciale predilezione per gli appartenenti all'Arma Benemerita. Era il mese di agosto ed i primi colori di una precoce estate cominciavano a farsi sentire. La sera, verso le ore 20, frotte di ( tuse), signorine per chi non é stato in Ormea, sciamavano puntualmente, come soldati in libera uscita, dalle tante viuzze del borgo montano, riversandosi sul lungo fiume Tanaro per la consueta passeggiata. Per tre ore di seguito, fino verso le 23, centinaia di persone, in gran parte appartenenti al gentil sesso, percorrevano senza sosta, avanti e indietro e tenendosi a braccetto in fila di 3-4, un breve tratto di strada costeggiante il fiume che, quasi timidamente al cospetto di tanta grazia, faceva udire il suo lieve mormorio, frangendosi contro le rocce su cui la strada poggiava.
Il nuovo militare, nuovo del luogo e delle usanze, passeggiavo stupito con il suo collega Guerci, ne ricorda ancora il nome, che più anziano di lui di qualche mese appena, lo aveva preceduto appunto da qualche mese solo dalla Legione Allievi di Torino a quella di Alessandria. Si dava l'aria di vecchio volpone lui ed alle sue esclamazioni di meraviglia nel vedere un sì fatto andirivieni di giulive, quasi invitanti, signorine, rispondeva lui pugliese, il che era tutto dire…. Con certa sufficienza. Eh, caro, come si vede che non ti sei mai mosso dal tuo piccolo paesello calabrese, qui è così, questa sera, forse perché soffia un po' di brezza il passeggio è meno affollato dal solito. " Ma dimmi un po'" facevo lui, com'era che gli uomini sono pochi e le donne tante. Ti ho già detto che tutte queste ragazze sono la maggior parte villeggianti. Eppure ci sarebbe tanto da dire su queste ragazze. Ma non vedi che portamento, che, carnagione soda, abbronzata, che gambe che… fianchi perfetti, e che busti, che capelli folti, lucenti quasi resi vivi dalla bella aria montana? Te l'ho già detto. Questo è un paese, anzi un paradiso terrestre. Io non so da dove incominciare. Ho due o tre ragazze per le mani, una é più bella dell'altra, devi sapere…. Scusami - l'interruppi il nuovo giunto - conosci per caso questa bella bruna con gli occhi azzurri che viene verso di noi? Ecco questa in mezzo. Guarda che sembra una santa: che occhi, un'immagine. Ah. Si. L'ho vista qualche volta a passeggio. Mi pare che abiti là in Via Nazionale Monte, in quel albergo che adesso è chiuso per fine gestione, a fianco di quella villa bombardata, la vedo quasi tutte le mattine che fa pulizia alle camere. Ritengo che sia una ragazza seria.
Rientrato in caserma quella prima sera di permanenza ormegese, con la testa confusa e con cuore un qualcosa di indefinito. Si coricò non ne valeva la pena, dato che era comandato di servizio (0-4) con un appuntato piemontese di cui ancora ricordo il nome, un certo Rossi Giovanni, il quale gli disse - Diego- lui ci teneva al servizio e lo faceva a puntino. Si svesti e lentamente e indossa l'uniforme di perlustrazione. Poi siccome mancava parecchio alla mezzanotte, si affacciò alla finestra della sua camera che dava sul fiume Armella, affluente del Tanaro.
In quel momento la luna spuntava dietro le montagne dentellate del massiccio. I primi raggi riflettevano e filtravano attraverso gli olmi che si riflettevano a sua volta nell'Armella muta e pur viva che, increspandosi leggermente pareva solleticata dall'insolito chiarore. Anche i tetti della piccola cittadina incorniciavano a rischiararsi ed a formare zone di pallida ombra. Il suo sguardo, ancora inesperto dell'ubicazione cittadina, vagava verso l'agglomerato urbano e cercava quella tale villa bombardata.
Stava per orizzontarsi e già la sua mente fantasticava su ciò che il quel momento stavo facendo colei che lo aveva colpito. Mi avrà notato? Penserà a me?- diceva. Come corrono gli innamorati! Quando il campanello della caserma squillò secco, facendolo quasi sobbalzare. Era l'appuntato che, puntualissimo, giungeva per intraprendere il servizio. Indossò la bandoliera, misi il berretto in testa, afferrò il moschetto e di corsa é sceso le scale.
Comandi capo- feci presentandosi al superiore. Durante le quattro ore che a lui apparvero assai lunghe, il graduato parlò molto del servizio e delle mancanze da cui doveva rifuggire, prima fra tutte le relazioni amorose. Ma chi ascoltava i saggi consigli di un vecchio appuntato? Feci anzi di tutto per avvicinare, nei giorni successivi, la dea fatata e riuscì ad iniziare con lei una relazione amorosa che, pur rendendolo follemente felice, lo faceva vivere in ansia continua logorandolo piacevolmente ma inflessibilmente. Tale era il tormento causatogli della relazione peraltro non consentita a lui giovane carabiniere, che poco o nulla si avvedeva dalle attrattive e delle comodità che Ormea offriva: clima magnifico, territorio molto vasto, montagnoso e pittoresco, in una posizione direi felice, negozi di ogni genere, superiori molto bravi, colleghi fra cui regnava un'armonia individuale, popolazione progredita, affabile ed ospitale. Ma lui nulla gustava e vedeva all'infuori di quella ragazza bruna con gli occhi verdi, che con la sua femminilità spiccata, gli procurava, insieme, momenti di soave ebbrezza e sofferenze non comuni. Confessa che la sua rete incominciava ad essergli di qualche impiccio, ma come rinunciare alle calde braccia di una sì bella creatura? Quasi ogni sera la vedeva e certi suoi modi di fare, certi suoi gesti, il suo sguardo ancora li ha presenti.
Il comandante della stazione - Rossi Roberto - che non era un fesso, seguiva il suo comportamento ed un bel giorno, lo invitò nel suo ufficio e senza tanti preamboli le disse che non potevo più rimanere ad Ormea e che dovevo " cambiare aria" e, forse, essere punito. Intanto non doveva più fruire della libera uscita ed era consegnato in caserma fino a nuovo ordine. Gli spiaceva perderlo in quanto aveva compreso che era - lo diceva lui - un ragazzo intelligente e che, mettendo la testa a posto, sarebbe potuto diventare un bravo carabiniere e nel tempo un ottimo sottufficiale. Doveva però constatare che la strada su cui si era incamminato appena all'inizio della sua carriera era del tutto errata. Non si scoraggiò, comunque, e riprendessi la retta via. Egli taceva schiantato dalla verità del diretto superiore e dell'idea di dover lasciare dopo due anni la bella cittadina di Ormea alla quale si sentiva gia tanto… E dove lo avrebbero mandato?
Una settimana dopo saliva in treno diretto a Ceva. Sbuffando il convoglio si mosse e lui col cuore straziato dalla pena, diedi un ultimo saluto d'addio ai colleghi che lo avevano accompagnato alla stazione e partì. Quando il treno si era allontanato parecchio, volsi tristemente lo sguardo alla cittadina. Il bel campanile medioevale sembrava lo fissasse, con sguardo maternamente severo, il quale campanile era sito sopra la chiesa posta sulla sommità che copriva tutta un'erta collina spinta a mò di penisola, alla destra del fiume Tanaro azzurro. A Ceva cambiò treno e salì su quello che lo portò a Genova Principe, dove nel grande Porto, c'era la nave della linea dei "Poeti", che lo portò ad Alghero, nella meravigliosa isola della Sardegna. Una sgangherata e vecchia corriera, probabilmente un residuato bellico della seconda guerra mondiale, lo portò nella Città di Nuoro, la città capoluogo dell'intera regione, situata ai piedi dei monti di Oliena, ai confini della Barbagia di Ollolai, della Baronia e del Goceano. Il mattino successivo dalla città di Nuoro, con la stessa vecchia corriera, anno raggiunto il cuore della Barbagia, che è una vasta regione montuosa al centro della Sardegna, intorno al massiccio del Gennargentu. La vecchia e sgangherata corriera si fermò nel paese di Oliena, che sorse a 378 metri d'altezza, nella valle mediana del Cedrino, ai piedi delle scoscese Sopramonte, dove si producono vini pregiati, olio, frutta e frumento. Intenso l'allevamento di bestiame. Vario l'artigianato. Al centro del paese sorge la Secentesca parrocchiale eretta per i gesuiti e chiesa gotica di Santa Maria ( XV secolo), proprio al centro di una piccola piazza poco illuminata e poco frequentata. In poche parole era vuota. Il fattorino lo aiutò a scaricare il bagaglio e poi la corriera ripartì per il villaggio di Bitti. Girò lo sguardo d'intorno: non un segno di vita. Un senso di tristezza e di scoraggiamento gli strinse la gola ed avrebbe voluto urlare tutta la sua pena, avrebbe voluto battersi e punire così la sua leggerezza. Ma era un carabiniere e non doveva piangere, né imprecare, doveva contenere e reprimere il suo dolore. Come nelle fiabe vidi ad una certa distanza il fioco chiarore di un lampione. Laggiù in fondo, all'angolo estremo della piccola piazza, c'era un ragazzo fermo sotto il lampione. Altra sorpresa, non sapeva parlare l'italiano e si esprimeva in un dialetto sardo molto astruso.
Bella Ormea, col suo dolce idioma piemontese misto, io t'ò perduta e per colpa mia! Oh sciocco che sono stato! A stento riuscì a farsi capire che doveva raggiungere la caserma dei carabinieri e avevo necessità di essere aiutato a trasportare fin lì il suo pesante bagaglio. Due grosse e pesanti valige. Il giovanotto, si tolse la cinghia dei pantaloni, la passò fra le maniglie delle valige, fece come un vecchio porta bagagli, uno di quelli che spesso si vedono nelle grandi stazioni ferroviarie, lo aiutò e se le misi una davanti e una di dietro a cavallo alla spalla destra, mentre lui, oltre al moschetto d'ordinanza, portavo il resto dei bagagli. Lasciarono la piccola piazzetta, fiocamente illuminata e si avviarono attraverso una strada molto stretta ed angusta, tanto che gli sembrava un vecchio carruggio, uno di quei carruggi che s'incontrano nei borghi marinari della bella Liguria. Dopo circa una ventina di minuti, sono giunti davanti al portone della caserma. A furia di parlare con il ragazzo, finalmente ha capito che si chiamava Savino Liturgiu, e che di mestiere faceva il pastore sulle montagne brulle e selvagge. Spesso, era costretto a viveva da solo con le pecore nell'ovile ma quel giorno, volontariamente si era allontanato e girovagava nei pressi del paese. Ringraziò il ragazzo, gli misi alcuni spiccioli in mano e lo licenziò. Se ne andò guardandolo come se fossi stato una bestia rara. Si, perché egli a furia di stare da solo fra quelle montagne a guardare le pecore, si era quasi inselvatichito, ma infondo ha compreso che fosse un ragazzo di animo buono. In seguito rividi Liturgio, e oltre a diventare amici, è diventato uno dei suoi preziosi confidenti.
Premette il campanello e poco dopo la porta si aprì. Apparve un carabiniere tozzo e robusto, rosso in faccia e gioviale, vestito in tenuta di campagna. Le tesi la mano, la sua franca manata e facendogli segno di entrare, gli chiesi, forse incredulo, nel vedere il suo aspetto mingherlino ed imberbe, chi aveva trasportato il bagaglio in caserma. Egli rispose che era stato aiutato da un ragazzo molto taciturno di nome Liturgiu. Ah, si, quel ragazzo che fa il garzone e che vive da sempre con le pecore, quel mezzo selvaggio? Si, proprio lui, quel bravo ragazzo. Lo guardò con attenzione e, senza pronunciare verbo le diedi una manata sulla spalla, sospingendolo verso la mensa dove erano riuniti, in quel momento, i componenti della stazione: quattro in tutto, compreso il brigadiere. Il comandante e gli altri gli diedero il benvenuto e fattolo sedere lo fecero partecipare alla loro cena.
E così viene da Ormea, riepilogò il brigadiere - Bella Ormea, Ceva e Mondovì, e ancora più belle le sue donne; ci sono stato molti anni fa a Mondavi e anche al Colle di Nava e….lasciamo andare ( seppi dopo che anche lui era stato trasferito per lo stesso motivo, sì per lo stesso motivo amoroso).
Qui è tutta altra cosa, caro ragazzo, - continuò - qui il territorio è vasto e montagnoso. Bisogna avere gambe e polmoni di ferro. I tuoi colleghi ti spiegheranno e tu stesso constaterai come qui, a differenza della bella Val Tanaro, sia necessario compiere lunghe e faticose camminate e spesso pernottare negli stazzi e mangiare con il pastore e dormire con le pecore. Ora vai a riposare, perché immagino che ne avrai bisogno e domattina presentati nel mio ufficio.
Dormì la notte, a come dormì! Alzandosi il suo primo pensiero fu quello di affacciarsi alla finestra per rendersi conto del paesaggio. Senza dubbio era un paesaggio bellissimo. Si trovò in un altopiano di montagne brulle: montagne dappertutto, da destra a sinistra, a Nord e a Sud, sono altresì famose, per i vari conflitti a fuoco tra i carabinieri e i banditi sardi. I reati principali che erano e sono perseguiti anche oggi sono l'abigeato e anche la rapina. La popolazione, dedita in massima parte alla pastorizia transumante ( produzione di lana e formaggi), serba intatte le antiche usanze e i costumi tradizionali ( bellissimi quelli femminili). Nel territorio sono sparsi parecchi nuraghi, domus de janas e altri resti preistorici e romani. Oggi, con l'istituzione del nuovo Parco, gran parte della Barbagia è compresa nel Parco Nazionale del Golfo di Orosei, Gennarcentu e Asinara.
In questa bella cittadina incominciò l'espiazione - fece tra se - per la leggerezza dimostrata a Ormea. Che sciocco sono stato a giocarmi una così bella e molto tranquilla residenza e una bellissima creatura, forse anche la mia carriera, per il solo fatto di essermi fatto vedere una volta a spasso con la ragazza. Non avrei dovuto perdere la testa per una ragazza sia pure bella come era bella la mia. Ora, poiché sono lontano, posso chiamarla mia? Certamente sì per il semplice motivo che le volevo molto bene, a chissà, quando la rivedrò? Forse mai più? Due volte sciocco e ragazzo con poca esperienza. Le lacrime volevano imperiosamente uscire dai suoi occhi, ma lui le ricacciò dentro anche perché non voleva concedersi neppure lo sfogo con il pianto gli avrebbe procurato.
Il suo pensiero corse ad Ormea, alla sua posizione incantevole, alla sua aria di cittadina, anche se di città aveva soltanto il nome scritto sulla targa segnaletica stradale, alle sue colline, alle sue ragazze, ebbene si, anche alle sue ragazze e alla ormai non più ragazza, causa di tutti i presenti guai, ma un bel giorno quella ragazzina di Ormea, ci ha voltato le spalle e si è innamorata di un altro suo coetaneo e non ha mantenuto la sua promessa.
Cominciò la sua nuova vita fatta di lunghissime perlustrazioni fra le montagne brulle della Sardegna, come aveva detto il brigadiere, di notte e di giorno fra gente che vedevano nel carabiniere il nemico da battere, l'uomo che rappresentava la legge. Anche le ragazze sarde, specialmente nei primi tempi ti incontravano si coprivano il volto con lo scialle nero e non ti degnavano neppure di uno sguardo. Nei primi tempi non capiva di tanta ostilità, di tanto distacco e indifferenza e questo succedeva non solo con le donne, ma anche con gli uomini. Tutto questo era dovuto alla poca conoscenza delle persone, ma una volta conosciute le cose cambiavano totalmente I sardi sono brava gente, ma bisogna conoscerli e una volta conosciute, sono delle persone molto cordiali e se possono ti danno anche il cuore.
I suoi compagni, bravi ragazzi, di poche parole e solidi come i monti che scalavano, percorrevamo allegramente lunghi tragitti senza accusare il minimo segno di stanchezza. I soli conforti alla loro fatica oltre alla coscienza di aver compiuto il loro dovere, erano " bacco" al quale in verità facevano grande onore e d'interminabili partite alle carte nella sala di riunione, perché in quel paese non esisteva neppure il cinematografo Egli, che specie nei primi tempi facevo gran fatica a tener loro dietro, passava le sue ore di libertà a leggere le riviste del Carabiniere o qualche buon libro che si era portato dietro dal continente.
A pochi chilometri da Oliena, ai piedi del Supramonte, da dove uno spacco nella montagna affiora un fiume sotterraneo dalle acque gelide, che tra salici e platani si congiunge al Cadrino, importante fiume che sbocca nella baia di Orosei. Non distante sorge il paesino di Oliena, il cui nome è famoso per il robusto vino e per l'originale maniera di cucinare i porcellini.
A mano a mano che i giorni passavano il nostro carabiniere si andava però abituando al nuovo genere di vita, e dopo alcuni mesi, si accorse, con sua sorpresa, di aver subito una vera metamorfosi fisica e morale. I suoi muscoli si erano irrobustiti e gareggiavano brillantemente con i suoi colleghi nel percorrere ogni giorno chilometri e chilometri di strade montane. Il suo carattere si andava adeguando ai luoghi e a differenza di prima, vedeva che le montagne della Barbagia avevano un loro fascino particolare e che meritavano di essere scalate e percorse. " Non tutti i mali a volte vengono per nuocere" si diceva accorgendosi che solo allora stava diventando un vero carabiniere, capace di affrontare ogni fatica e soprattutto ogni pericolo. Negli anni successivi, fu assegnato ad una delle squadre dei "baschi rossi", che in sella a magnifici cavalli bai, si era impegnati per l'intera settimana sulle montagne, alla ricerca di latitanti e alla repressione del banditismo sardo, che spesso, oltre che commettere il reato di abigeato, taglieggiavano i pastori che vivevano negli stazzi con il loro bestiame. Più di una volta, si sono trovati a dover affrontarli e con loro ingaggiare dei veri conflitti a fuoco. Un giorno il loro itinerario li ha portati sull'altopiano del Golgo, un luogo bellissimo nella sua selvaggia bellezza, dove i pastori vivono in simbiosi con la Madre natura. Quel giorno, dopo una lunga perlustrazione, in sella ai loro magnifici bai destrieri, si fermarono nello stazzo del pastore Mariano Sorgiu, sito in mezzo alla selvaggia brughiera, dove trovarono ospitalità per trascorrere la notte. Mentre il pastore, per festeggiare e confermare la sua amicizia, si stava accingendo a fare cuocere nel grande focolare un piccolo maialino da latte. All'imbrunire, mentre le ombre lunghe della sera si confondevano al resto del paesaggio, videro che dalla prateria si stava avvicinando a gran galoppo un cavaliere vestito di nero. Chi era quel cavaliere si sono domandati i militari? Quando è giunto allo stazzo, scese da cavallo, e si è scoperto che quel baldo cavaliere era Maria: una giovane e bellissima donna figlia prediletta di Mariano, che una volta la settimana andava a trovare suo padre allo stazzo. Per il nostro giovane carabiniere, fu come un colpo di fulmine, si innamora immediatamente di Maria, e ne fu corrisposto. Si, è stato proprio così. In mezzo alla selvaggia brughiera dell'altopiano del Golgo, era nato un grande amore, un amore vero non una semplice infatuazione come spesso succede, quando un ragazzo s'innamora per la prima volta. I due giovani, quella notte, si fecero un giuramento d'amore e di reciproca fedeltà. Ma che cos'é il giuramento? Mantenere il giuramento e la parola data è un principio universale che troviamo in tutte le società e in tutte le culture. Noi lo riceviamo dalla tradizione romana. Il mito racconta che il console Attilio Regolo, fatto prigioniero dai cartaginesi, è mandato a Roma dopo aver promesso che sarebbe tornato. E ha rispettato il patto, anche se sapeva che lo attendeva una morte atroce. Il principio è stato confermato dall'etica cristiana ed è stato fondamentalmente per lo sviluppo del sistema creditizio ed economico europeo. Per secoli sono bastati semplici lettere private in cui uno si impegnava a dare e l'altro a restituire enorme somme di denaro senza che ci fosse una legge o uno Stato a farle rispettare, ma solo la fiducia reciproca. Nel nostro mondo contadino le transazioni si facevano sulla parola, con una stretta di mano. Era un principio che si insegnava fin da bambini: le promesse vanno mantenute. Chi è cresciuto in questa atmosfera morale, quando incontra gente che si comporta diversamente ha un trauma psicologico. L'amico è quello in cui hai fiducia. Anzi l'essenza dell'amicizia è proprio la fiducia. E già così nei bambini. L'amore è sempre rischio, la ragazzina che ti piace può sempre voltarti le spalle e dare la mano ad un altro. A lui può confidare un segreto sicuro che non va a dirlo a nessuno, non fa nemmeno la spia alla tua mamma o alla insegnante. L'amicizia è sempre stata così anche in passato, lo ricordano Cicerone, Montagne e Voltaire. E' questo il motivo perciò quando l'amico ti tradisce provi un trauma spaventoso, che non potrai più dimenticare. Nessuna società riuscirà mai a vivere e prosperare se il principio di mantenere la parola data non è ribadito dalla legge e dalla morale, insegnato fin dall'infanzia e scolpito nel cuore degli uomini in modo che sia applicato in tutti i campi dell'esistenza. Questo non è stato il caso del nostro personaggio. Egli ha mantenuto quella parola data alla sua innamorata, in quella notte rischiarata da una pallida luna nel mezzo della brughiera dell'altopiano del Golgo.
Dopo una lunga permanenza in Barbagia, come è successo in Piemonte, a malincuore fece ritorno in continente, come dicevano gli abitanti della Sardegna. Tutto questo peregrinare e avvenuto solamente perché quel giovane e imberbe carabiniere si era innamorato, prima di una bella ragazza piemontese e dopo da una bellissima cavallerizza sarda. Oggi, quel vecchio Regolamento Generale dell'Arma, dopo 191 anni di storia, è stato riveduto e corretto e non esistono più i trasferimenti per opportunità o per meglio dire, per amoreggiamento. Con le nuove disposizioni di legge, i giovani carabinieri che incontrano una relazione amorosa nella stessa sede di servizio, posso sposarsi e rimanere nello stesso comune e continuare a svolgere il proprio servizio presso il comando di Stazione o altro reparto dell'Arma.
Si, è proprio così, i tempi cambiano e pure l'Arma Benemerita é cambiata, non è più legata al cordone ombelicale con lo Stato Maggiore dell'Esercito, ma è diventata un Corpo d'Armata autonoma e moderna, al servizio del Paese.

La Libertà
Non potrai essere
Veramente libero
Fino a quando
In tutta la terra
Vi sarà un uomo
Tenuto prigioniero
In una cella o in una grotta.
Non potrai essere
Veramente felice,
Fino a quando
Nel giorno che muore
Un solo uomo
In tutto il mondo,
Verserà in silenzio
Le lacrime amare
Della solitudine.

La grande storia d'amore di Isaia
Racconto

Parlando di Alessandria, così scriveva il grande scrittore e amico carissimo Mario Soldati, da pochi anni scomparso: "Chi, là dove la Bormida si getta nel Tanaro arriva per la prima volta ad Alessandria una delle sei province piemontesi, non è nemmeno sfiorato dal pensiero di Alessandria d'Egitto".
Ci sono ritornato dopo moltissimi anni, in questa bellissima città piemontese. Posso benissimo dire, che per ragione del mio servizio, vi ho trascorso una parte della mia vita. Tutto sommato, ne valeva veramente la pena. Vedendo come oggi, in questa nostra Italia martoriata, vanno in malora le cose, capisco di non aver sbagliato scelta. Almeno per noi dell'Arma questa uniforme ha ancora un significato. Ho continuato fino al raggiungimento della pensione, feci il mio dovere in una società che cambia, in questa società sempre meno integra, sempre meno virtuosa. Tanto per cominciare, quella splendida mattina di maggio, uscendo dalla stazione ferroviaria, ho rivisto i meravigliosi giardini di Alessandria inondati di luci e di colori. Ho rivisto l'immensa piazza che è dedicata a Giuseppe Garibaldi, il quale nacque a Nizza Marittima, sulla meravigliosa Costa Azzurra. E, in fondo a quella piazza, attorniata da bellissimi portici in stile neoclassico, vi è la vecchia Via Cavour, una traversale che praticamente taglia in due il centro storico. Al principio di Via Cavour, c'è un albergo chiamato "Ai due buoi rossi", dove l'unica sala terrena, amplissima e luminosa, di un elegante liberty, non potrebbe mai essere scambiata per una trattoria né tanto meno per un'osteria, ma soltanto per un lussuoso ristorante parigino, ma mancavano le Blue bel. de Mullen Ruge.
Qui, da Giovanni, parlando della bellissima Liguria, e in particolare di Alassio e Andora, Isaia Colombo ed io abbiamo fatto colazione. " Si, hai ragione, "disse Isaia", si, hai ragione, la Liguria è proprio così: purtroppo io non saprei dirlo e non so spiegarlo. Ho soltanto fatto l'esperienza, una dolce, bellissima esperienza ad Alassio, tanti, tanti anni fa. Quelli erano gli anni della mia giovinezza. Erano gli anni in cui avvennero i primi innamoramenti e le prime delusioni. " Parlava tra un bicchiere e l'altro di splendente e fiammeggiante brachetto rosso delle Langhe, prodotto in quelle splendide colline calcaree marnose del vecchio Piemonte, comprese fra le valli del Tanaro e del Bormida, patria, appunto, di ricchi vigneti da cui si ricavano vini famosi e generosi, come quello che stavamo sorseggiando.
Sarà stato l'euforia di quel nettare, la gioia che deriva da quella sensazione di benessere generale, fisico; di quello stato di contentezza e di ottimismo nel ritrovamento di due vecchi amici che si ritrovano dopo molti anni? Non sono in grado di stabilirlo. Il fatto età, che l'amico Isaia, il vecchio e bravissimo maestro paesaggista, non volendo, mi raccontò brevemente, forse sotto l'azione dei fumi dell'alcool, una pagina della sua vita. Dopo l'ultimo saluto, Isaia Colombo, non aveva fatto che sperare. E nell'accarezzare il morbido e ingannevole crine di quella meravigliosa speranza egli soffriva più di quanto uomo innamorato poté soffrire. Si erano incontrati e conosciuti in una bellissima cittadina della Riviera Ligure, verso gli ultimi giorni del mese di agosto; erano rimasti insieme solo pochissimi giorni, ma ciò erano bastati perché il nostro protagonista si innamorasse piuttosto seriamente.
Isaia, d'altronde non era che un giovane pittore, un giovane ancora inesperto del mondo, perché quell'improvviso amore non lo incoraggiasse al primo sbalzo verso la grande platea di tutte le delusioni. Ben lungi era della sua ingenua delusione ed immaginazione di pensiero che Verich Karol, così aveva detto di chiamarsi, un'avvenente fanciulla del Germania meridionale dagli occhi pieni di fascino e di dolcezza come i laghi e le valli del suo Paese, altro non cercasse che di vivere il più intensamente possibile la sua meravigliosa avventura. Perché non dimenticate quella donna? Ormai sono trascorsi due mesi da, quando ella è andata via. " Non prendetevela a cuore. Le donne, qualunque cosa esse dicono in quell'attimo di peccaminosa fragilità, dimenticano presto", andava dicendo la signora Valeria, una vecchia ballerina ungherese che da qualche tempo ormai conosceva il giovane pittore, amandolo come quando si può amare una parte animata del proprio sangue.
Pensate al dolore che darete a vostra madre; pensate alla vostra arte, a che cosa direbbero i professori del Liceo delle Belle Arti se sapessero che per una donna, della quale, per giunta, non siete sicuro nemmeno del nome. Non si gettano così dalla finestra i sacrifici di tanti anni di studio dedicato all'arte; non si scacciano i sogni di tutta una vita proprio, quando stanno per diventare qualche cosa. Rientrate in voi e convincetevi che solo l'arte sarà la vostra sposa fedele ed ideale, la divina creatura che darà anima e corpo alla vostra gloria. Ero agli inizi della mia carriera, prese a raccontare la donna mettendosi a sedere ed accarezzandogli dolcemente i capelli, quando, giunta qui in Italia, i miei occhi di zingara ammaliatrice, come scrivevano i giornali del tempo, si incontravano con quelli di un bruno stridente calabrese; Pietro Leone, mi innamorai e lo amai talmente forte che nemmeno io riuscivo più a convincermi se lo avessi conosciuto un giorno prima o se la conoscenza risalisse alla nostra infanzia. Anche il suo amore…. Ma un giorno mi accorsi di essere rimasta solo in compagnia del suo ricordo. E furono lacrime sinceramente versate, e idee le più terribili che in tutti i palpiti della mia vita passassero sconvolgendomi la mente e offuscandomi il domani. Col passar dei giorni finalmente mi convinsi che un uomo non meritava tutte le mie lacrime e ritornai all'arte.
Dopo di lui, anche un giovane miliardario argentino mi offrì il suo cuore. Un giorno mentre mi imbarcavo per ritornare nella nostra bella Europa, Pablito mi si gettò ai piedi, supplicandomi di rimanere vicino a lui. Rimanendo, forse, mi avrebbe fatto sua sposa, e come donna, sicuramente, ne sarei stata felice, ma come artista non potevo staccarmi dal mio caro pubblico, sottrarmi al dovere di continuare a creare delle oasi di pace nell'afoso deserto in cui l'umanità si muoveva sotto l'imperio di una forza occulta.
Ritornate anche voi al vostro lavoro; riprendete a lasciare nelle immense sale d'esposizioni l'impronta della vostra nobile arte espressiva, che scaturisce dal vostro animo di artista e vedrete che dimenticare un fuggente attimo della vita non sarà cosa difficile. Dimenticate! E come è possibile dimenticare, allontanare dagli occhi la sempre più cara visione di colei che nel poco mi ha dato più di quanto meritassi? Così rispondeva Isaia, quasi macchinalmente, piantando i gomiti sul tavolo e fissando la padrona di casa negli occhi, lasciando momentaneamente la tavolozza ed i numerosi pennelli che teneva in mano, mentre con la sua fantasia cercava di rappresentare sulla tela l'immagine di colei che l'aveva fatto felice.
La mia arte, ripeteva come parlando a se stesso, il mio domani nel mondo non valgono la sua bellezza, l'armonia delle sue forme, il fascino dei suoi capelli biondi, sparsi sulle spalle, dagli occhi lievemente macchiati di celeste. Ma quando non si è innamorati certe cose non si vedono e ciò che non si vede non si può né comprendere, né valutare. Io solo ho veduto lei sorridere, ed il mare e la terra impallidire, umiliarsi e gioire al suo cospetto. Anche il fragore delle onde, che da secoli immemori lambiscono i rudi e levigati scogli su cui noi passammo molte delle nostre ore comuni, taceva perché nessun sacrilegio si compisse. Ed io stesso la guardavo, l'ascoltavo e mi dolevo, quando il mio respiro commetteva il peccato che altri commetteva in omaggio della sublimità delle sue umane armonie. Era giunta la sera e ritornando nel vecchio borgo marinaro, lungo il tranquillo sentiero degli ulivi argentati, guardavo lei e guardavo il cielo, così ricco di stelle, e non sapevo, non riuscivo a comprendere se fosse il suo sorriso o la luce delle stelle che obbligava le ombre a rimanere prigioniere nel fondo delle valli.
Quanti giorni e quante notti inutilmente perdute, io credevo di entrare nel magico mondo delle armonie, mentre … le vere armonie sono quelle che in nome dell'arte noi lasciamo alle nostre spalle. " Ho, signore Iddio", sospirò la donna, vorrei solo sapere in che cosa più sperate se non nella vostra nobile arte.
" Nel suo ritorno!" rispose Isaia a mezza voce. Mentre versavo nel bicchiere di Isaia, l'ultimo nettare, che era rimasto nella bottiglia dell'ottimo brachetto, mi sono accorto che una grossa lacrima stava solcando il suo rugoso e stanco volto. Egli stava piangendo.
Speranza e desiderio:
Cadono le mie speranze, ma i miei desideri di nuovo cercano in tumulto dove restare, invano. Batte così dal mare il flutto di contro alla riva che lo respinge ed esso torna di nuovo a lei. La poetessa Mariella da Mondovì, così scriveva la sua breve poesia di quella che è rimasto di quell'amore ardente e pazzo:

RICORDI:
Ricordi:
Questo è rimasto
Di quell'amore
Ardente e pazzo.
Polvere:
Questo è avanzato
Delle illusioni
Che ci ha lasciato.
Lieve sfiorite
Di sogni lontani
Ogni chimera
È passeggera.

La Panoramica Passeggiata di Nervi
Il tempo passa e pure la vita passa, ma i nostri ricordi sono rimasti sul filo della memoria a rammentarci dei tempi lontani, dei tempi vissuti in luoghi che potremmo definirli da favola. Sulla scia dei ricordi, oggi ci vogliamo soffermare in una località bellissima, in una località da sogno, dove la fantasia lascia il posto alla realtà. Lasciata Genova, Quarto e Quinto, ecco il lungo delle favole: La graziosa Nervi, popolata di stranieri che vi gustano la dolcezza del clima, il soave profumo dei giardini lussureggianti di vegetazione mediterranea. E poi Bogliasco, bei villini, profonda valle di Sessarego, case raggruppate sotto il ponte e panorami ammirevoli sul mare. La Pieve e Sori, silenziose; cupi valloncelli, colli coperti di limoni, d'aranci, di fichi e su in alto montagne nude. Indi Recco gaia, con ridosso colline vagamente profilate, formanti il lungo promontorio di Portofino, che, ammantato di caratteristica vegetazione, corre ai golfi di Paragi, si spiega alla Cervara, digrada in ponticelli presso Portofino, Olivetta, per poi tuffarsi nell'onde con le rupi dette dell'inferno.
Se si desidera viaggiare in treno, s'incontrano gallerie e paesetti che s'inseguono in fantastica visione man mano che la ferrovia ora s'immerge nelle rocce ed ora costeggia qualche piccola insenatura. Sono: Camogli con il suo celeste porticciolo, S. Margherita, dominata da un fertile colle, su cui sorge imponente il vetusto palazzo dei Centurioni. Qui pure si ha una vista incantevole. Giù il mare graziosamente incurvato riflette nell'onda le case della città, mentre lo sguardo riposa sulle splendide ville che adornano la costa. Non andiamo oltre, ma ci fermiamo qui, perché fin qui si protraeva la nostra escursione festiva con la nostra minuscola famiglia, ma di solito si trascorrevano lunghi pomeriggi primaverili e autunnali nella bellissima e affollata passeggiata di Nervi, dove si sentiva soltanto il mormorio del mare che s'infrangeva contro gli scogli rossi, con il profilo lontano della Riviera di Levante.
Nervi, come abbiamo avuto modo di scrivere sopra, è un centro della Liguria, incorporato ( dal 1926) nel comune di Genova, 11 chilometri circa a est del capoluogo, sulla Riviera di Levante, a 37 metri d'altezza. Situata in posizione riparata, tra le colline ( Santo Ilario) e la costa, è antica (1936) e frequentata stazione climatica invernale e balneare estiva. Celebre è la passeggiata a mare, lungo circa due chilometri, interamente scavata nella scogliera. Una piccola insenatura, a ovest del centro, racchiude il porticciolo per imbarcazioni da turismo. Scalo della navigazione costiera. Pesca. Scuola di caccia subacquea. Notevole sono il parco municipale ( vegetazione subtropicale) di villa grappolo e villa Serra, nella quale si trova la Civica galleria d'arte moderna, e il Museo Giannettino Luxoro ( oggetti d'arte varia). Annuale esposizione internazionale canina in primavera; Festival gastronomico in giugno) Nel territorio circostante, oggi è fiorente anche la floricoltura. Oltre che un'insenatura fantastica, è la patria dei pittori estemporanei della domenica, che armati di cavalletto e anche dalla lunga canna da pesca, si divertono a ritrarre quel paesaggio bellissimo, e quando il sole tende a calare verso ponente, lanciano l'esca per pescare i saporiti cefali che s'aggirano fra gli scogli.
In quel tempo, che cerchiamo di rievocare sul filo della memoria, svolgevamo servizio presso il II Btg CC, di Genova, con sede nel forte di San Giuliano, che sorgeva a picco sul mare a due chilometri del grande Porto Commerciale e del centro storico di Genova, con i suoi caratteristici carruggi. Dalla Piazza d'armi del forte si gode un paesaggio mozzafiato che abbraccia tutta la città e le montagne che la circondano. In quel periodo, abitavamo in un grosso e moderno condominio di Quezzi, a poca distanza del Campo Sportivo di Marassi. Nelle rare domeniche libere, che si contavano sulla punta delle dita, il filobus nr. 8, da Quezzi, in poco tempo, ci portava fino a Nervi. La nostra piccola " principessa" Tiziana, amava moltissimo quella bellissima passeggiata panoramica di, quel luogo incantato, dove regnava tanta pace. In quel grande Parco verde, i bambini trovavano i loro giochi preferiti, senza il rischio di essere investiti dalle autovetture. Quando ci era concesso, trascorrevamo lunghi pomeriggi in quel paradiso terrestre, fra cielo, scogli e il profumo del mare. Spesso, anch'io, davo sfogo al mio hobby della pittura. Ogni angolo era quello giusto, per riportare sulla tela l'immagine di quel meraviglioso paesaggio, fatto di sfumature e di profondità in una prospettiva perfetta. Dipingere sotto il sole o magari sotto l'ombrellone, è il massimo che un pittore della domenica può desiderare. E poi, quelli sono luoghi dove l'ispirazione ce lai di fronte, non c'è bisogno di spremersi le meningi per immaginare un paesaggio.
Su questi scogli e su questi sentieri della passeggiata più bella del mondo, sembra che si siano ispirati diversi poeti e scrittori dell'ottocento e del Novecento, come la celebre scrittrice Gorge Sand, che dalla prima produzione romantica- sentimentale ( Valentina, Lelia) passò al romanzo umanitario e sociale ( Consuelo) per approdare infine ai racconti rustici (La pozza del diavolo) ecc. ecc. Chissà quante pagine dei suoi libri sono state ispirata stando seduta fra quelle rocce di fronte al mare azzurro della baia di Nervi. Non solo la Sand, ma sembra che anche il filosofo e pensatore Nietizsche F. W, si sia ispirato a questi luoghi, le pagine del suo pensiero che è un'esaltazione dei valori vitali contro ogni forma di trascendentismo; come la morale del super uomo e della volontà di potenza, che rovesciò tutti i valori tradizionali, soprattutto dell'etica cristiana. Superò le interpretazioni tradizionali del mondo greco additando nell'apollineo e nel dionisiaco gli elementi vitali dell'anima ellenica.
Nei giardini del Parco di Nervi, fra le aiuole di fiori, vi è una piccola targa che ricorda il passaggio del grande poeta inglese Gorge Gordon Byron, che s'ispirò per scrivere i versi delle sue poesie, passeggiando lungo la panoramica e splendida passeggiata. Egli era solito soggiornare nel Borgo Marinaro di Portovenere, dove gli è dedicata una targa sulle vecchie mura che portano alla Chiesa di San Pietro.
La Baia di Nervi, è sicuramente un luogo incantato e soprattutto un luogo dove si sono ispirato poeti e scrittori, ma è anche dove regna una pace celestiale, dove i grandi pensatori si sono recati nel tempo per esternare sulle pagine dei loro poemi il loro sentimento ed il loro pensiero poetico e letterario.
Fra le cose dei ricordi, abbiamo trovato un brano di una semplice poesia di versi baciati, che la nostra piccola "principessa", stando seduta di fronte al meraviglioso mare, aveva scritto con mano tremante questa breve ma significativa poesia, forse è stata la prima composizione poetica della sua fanciullezza. Forse questi semplici versi, sono stati il preludio di un segno premonitore del suo presente poetico: " E' sera. Oh mare silente e onde tremanti/ dove appaiono e poi scompaiono/ le conchiglie e i sassi bianchi/ minuti, sfumati e tondeggianti, / che le onde rotolando portano via/ mentre mi coglie la malinconia/ del sole che a momenti scappa via". Da quella breve poesia, Tiziana ne ha fatta di strada con le sue liriche e componimenti poetici, nelle quali l'autrice esprime i suoi affetti, i suoi ideali, le sue aspirazioni. Leggendo ogni mattina i commenti e le nuove poesie sul sito " Poetare", ci siamo resi conto che una larga fascia d'intellettuali si dedica proprio alla poesia, per esprimere con i versi la propria gioia di vivere in sintonia con la natura ed il resto del mondo. Riportiamo qui di seguito uno dei tantissimi commenti, che ogni giorno leggiamo sul sito " Poetare". Il poeta e fine scrittore Patrizio Spinelli, così scrive:
"Ottobre. Tempo di vendemmia, di vino novello, di funghi e degli ultimi sottili profumi del sottobosco. In questo contesto bucolico e corroborante è piacevole assaporare "chicche" di poesia come quello che trovo oggi su Poetare. Su questo benemerito Sito pubblicano tanti bravi poeti e scrittori, e mi dispiace solo di non avere il tempo per dedicarmi alla quotidiana e attenta lettura come davvero meriterebbero quelle "pagine blu". Oggi in particolare ho apprezzato la poesia "Noi" di Renzo Montagnoli che in una brevità epigrammatica tocca e sfiora e dipana magistralmente il "mistero dell'esistenza". Altrettanto devo dire di Tiziana Cocolo con "Labbra di Nuvole". Nel suo breve idillio si condensa l'universo"
Un giorno di festa, dell'autunno di molti anni fa, come del resto succedeva tutte le domeniche pomeriggio, camminavamo lungo la bellissima Passeggiata di Nervi, quando abbiamo visto, seduti in una panchina, tre o quattro anziani signori, uno dei quali dall'aspetto gioviale e dall'abbigliamento molto estroso, tanto che sembrava un clochard, uno di quegli artisti di strada che s'incontrano lungo la Senna a Parigi, che ha attirato la nostra attenzione. Ci siamo avvicinati e dopo una breve conversazione, ha voluto ritrarre la piccola Tiziana. Non era un pittore, non aveva ne pennelli e neppure le matite colorate, come spesso succede lungo le spiagge o nelle fiere o mercati nei paesi, ma i suoi attrezzi erano costituiti da un semplice paio di forbici e da un cartoncino di colore nero. In pochi minuti ha fatto il ritratto di Tiziana, poi quello di Adriana e naturalmente anche il mio. Era un vero artista, uno di quegli artisti che non erano capiti e che le persone non si fermano neppure a curiosare. Su quella passeggiata s'incontrava di tutto, dal classico cinese poco invadete, che ti invitava a comperare le sue "clavatte" colorate, al venditore di giocattoli per i bambini, ma in quei tempi non c'erano ancora " i vu cumprà", che se ti fermavano non ti mollavano fino a, quando non ti decidevi di comprare qualche cosa. Si, è vero, erano altri tempi, quando le persone erano rispettate e non si vedevano i drogati e le prostitute sui viali e nei giardini, come succede oggi. Era meraviglioso vedere correre e giocare i bambini e le persone a prendere il sole e a fare il bagno o a leggere il giornale in completa serenità.
Mentre penso al passato, continuo con il ricordo a scendere lungo i vialetti della deliziosa costiera dai sassi rossi, lambita dalle onde del mare azzurro. Nelle piccole insenature e nelle spiaggette di quel mare pulito, si potevano ammirare i sassi bianchi tondeggianti, portati da chi sa dove dal mare che tutto trascina. Parlando con il mare, un bel giorno mi ha detto: Ricorda sempre che, anche nella mia giovinezza, già avevo un briciolo di vecchiaia; ora conservo l'entusiasmo di quei giorni, ma a loro aggiungo la saggezza e l'esperienza che solo la maturità può dare.
Questo è il segreto dell'esistenza che allontana dalla vecchiaia. " Sapere invecchiare è il capolavoro della vita, è un frutto della sapienza e della bontà che siamo stati capaci di raccogliere lungo il tragitto del nostro essere mortali.
" Il segreto è non spegnere gli entusiasmi, il sorriso, l'attenzione per ciò che ci circonda, l'amore per l'umanità e per la natura. Gli anziani sono bambini che crescono all'indietro e ogni uomo è un mondo meraviglioso che ha conosciuto la luce della vita e illumina coloro che lo circondano. Non esiste altra luce nell'universo che brilli come la sua, neanche quella delle stelle o di altri pianeti lontani, dove regna soltanto il silenzio che altro non è che un lembo di cielo che scende verso l'uomo, e poi penetra fino al profondo dell'anima, nelle regioni inaccessibili, dove Dio riposa in noi.

Il volo dei gabbiani sulla Scogliera di Portofino.
-Racconto -
La giornata era stata, dall'inizio alla fine, superba. Fin dal mattino, appena aperte le persiane del piccolo alberghetto che da stupenda baia di Portofino, lo spazio e il tempo avevano assunto una sorta di trasparenza. Per uno di quei meccanismi pieni di evidenza e di mistero, un cielo privo di nubi prometteva felicità e gioia di vivere. Una coppia di grigi e chiassosi gabbiani dal becco rosso, come quelli che abbiamo ammirati questa primavera nell'isola di Montecristo, ci hanno dato il benvenuto sulla riva del porticciolo. Ho allungato la mano aperta con gli avanzi della broscia e subito uno di loro si è tuffato e con molta delicatezza, ha prelevato la sua razione. Il secondo gabbiano fece la stessa manovra e poi entrambi si sono allontanati, posandosi sullo scoglio in mezzo al mare azzurro e trasparente.

PORTOFINO
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Portofino, è un piccolo borgo marinaro da tempo rinomato centro turistico, è disposto in una profonda insenatura all'estremità nord-orientale del promontorio omonimo, protetta a S da una penisola rocciosa e a NO da una cerchia di monti che presentano una ricca e lussureggiante vegetazione a culture promiscue. Ovunque si può constatare che, come nelle altre località della Liguria, germoglia l'ulivo, la pianta di limoni e gli agrumi in generale, nonché, per il suo microclima si coltivano le rose e i fiori in particolare anche nel periodo invernale. Non è la prima volta che veniamo a Portofino, consociato questi luoghi felici da molto tempo e ogni volta che vogliamo trascorrere qualche giorno di serenità, con Adriana mia moglie, ci ritorniamo volentieri. Così è successo anche questa volta, in questi giorni bellissimi di ottobre, non eccessivamente caldi e neppure freddi, ma con una temperatura di mezza stagione e quindi vivibile.
Incominciamo a dire, che l'antico "Portus Delfini" ricordato da Plinio, ha origini molto remote, legate presumibilmente al suo a approdo per le navi di rotta lungo la Costa Ligure. La storia ci racconta che nel X secolo, con diploma dell'imperatrice Adelaide vedova di Ottone I divenne proprietà dell'abbazia di S. Fruttuoso, sottraendosene poi nel secolo XII. Si pose quindi sotto la giurisdizione di Rapallo e, direttamente, della Repubblica di Genova alla quale da allora la sua storia fu strettamente connessa.
Il nucleo principale dell'abitato, dove noi oggi in questa giornata splendida d'autunno ci troviamo a diporto, sorse presso la Chiesa di S. Martino e si ampliò successivamente intorno alla baia e, verso l'entroterra, lungo l'attuale Via Roma. Tra la fine dell'800 e l'inizio del 900, con il primo sviluppo del turismo cominciò per opera della borghesia genovese, l'insediamento di ville nelle immediate vicinanze del centro storico e lungo il pendio collinare. Nonostante gli sventramenti attuati nella zona a monte con l'apertura della Piazza dove era il parcheggio, Portofino rimase nella struttura urbana e nella tipologia edilizia, oltre che nell'equilibrato rapporto con il paesaggio circostante, un pregevole esempio di borgo costiero, scarsamente alterato: l'estinzione pressoché totale delle tradizionali attività marinare e agricole, soppiantate dal sofisticato milieu turistico elitario che da tempo vi ha preso radici, gli conferisce tuttavia un'atmosfera di grande artificiosità.
Dalla Piazza della Libertà, da dove si innesta la strada per Santa Margherita, si scende verso il mare per Via Roma, asse principale di sviluppo dell'abitato, su cui prospettano belle ville e palazzine che danno al paesaggio una nota di colore e di bellezza.
Come in genere fanno i vecchi alpinisti del CAI di Mantova, con il quale partecipiamo spesso alle escursioni montane, anche oggi, zaino a spalla, e un passo dopo l'altro senza tanta fretta, accompagnati da Adriana, il fido scudiero seguiamo un comodo sentiero, che dopo una mezzora circa di passeggiata, giungiamo sulla scogliera di Levante della meravigliosa Costa di Portofino, per prima cosa, abbiamo tirato fuori dello zainetto la cassetta dei colori e sistemato il cavalletto, per dipingere uno scorcio bellissimo, in una prospettiva sfuggente, tra rocce bruciate dal sole, un cielo stupendo e un mare meraviglioso. Adriana si era fermata in una piccola insenatura vicino al mare per prendere gli ultimi sprazzi di sole di una stazione che era quasi finita quasi finita. La scogliera di Portofino il mattino è una cosa meravigliosa, è un angolo bellissimo illuminato dai primi raggi del sole, mentre il mare, assumendo quel colore azzurro celestino, si stava preparando a partire per i suoi normali viaggetti. Ci lascia all'asciutto, e gli scogli grandi e piccoli, secchi e puntiti, aspettano che ritorni. Siamo, loro, i gabbiani Adriana ed io. Non siamo completamente soli, ci sono i ciarlieri gabbiani e il mare che va e viene con il suo mormorio. Oh, sì, i gabbiani, gli abitatori degli scogli, che con il loro gracchiare ci fanno capire che ci sono ancora. Li abbiamo ritrovati dove li lasciammo qualche anno fa, quando ci siamo venuti per l'ennesima volta. Eravamo entusiasti di rivederli, perché sulla costa bellissima di Faliraki, non li abbiamo visti, come pure nel periplo dell'isola di Rodi. Non so perché, nell'intera isola non abbiamo visto neppure un gabbiano, e una costa senza gabbiani non ti sembra neppure una località marina. Qualche tempo fa, sfogliando le pagine del sito " Poetare", abbiamo letto una meravigliosa poesia del poeta Nino Silenzi, che parla appunto del ritorno dei gabbiani/ dai loro lunghi voli/ dai loro misteriosi viaggi.
Siamo ormai abituati a questi piccoli viaggetti che ogni tanto anche il mare fa. Dove va, non lo so. Noi non vediamo più in là dalla lunga linea grigia dell'orizzonte che costituisce tutt'intorno al limite della nostra vista e dove sembra unirsi mare, terra e cielo; si allarga tanto più quanto più alto è il nostro punto di osservazione. Dai suoi viaggetti di tramontana anche il mare ritorna sempre, a volte tutto contento e allegro, a volte furibondo che un subitaneo libeccio lo rimandi a casa, e allora rotola la sua ira sulla scogliera con onde fragorose e salatissime e la sua vaporosa brezza si deposita sul nostro viso, quasi per accarezzarlo. Anche io mi arrabbio e lo tratto male, e lui tratta male me, e spesso litighiamo come due vecchi amici bizzarri, poi facciamo delle paci celestiali, e lui mi racconta che vanno al di là dell'orizzonte e che solo un poeta potrebbe ripetere senza sciuparle. Mentre osservavo il paesaggio, per cogliere qualche particolare importante da riportare sulla tela, più volte mi sono detto: " Avrei una voglia matta di chiudermi lassù in una stanza all'ultimo piano di quel castello medioevale, che è posto sulla mia destra, e che da molti, da moltissimi anni è deserto, senza telefono, senza campanello, senza voci di bambini, senza televisione, senza nessuno, senza scampanare di chiese, e vedere che cosa succede. Sono sicuro che non succederà nulla, vivrò nella solitudine, lontano da ogni cosa, lontano dalle brutture della vita che ci circondano, in questo nostro mondo corrotto. Cercherò di immaginare una corte gaudente e magnifica, con belle donne e briosi cavalieri e artisti di fama. Più volte ho letto, nelle vecchie cronache, il racconto di fastosi conviti e allegre adunate nella Rocca. Con interesse e amore storico o con nostalgica curiosità cercherò di frugare nei tempi andati, senza soffermarmi con prolissità a seguire date su date unendo anello ad anello in una catena ininterrotta di avvenimenti, scoprire con appassionato interesse i ricordi salienti che illustrano questo storico monumento. Fra le vecchie mura di questo grande Castello forse giovane donne e gioiosi cavalieri, freschi paggi e adolescenti avranno celatamente raccolto qualche raggio di sole, ma la grave oppressione della dispotica tirannia del signore inquieto ed ambizioso ha velato cupamente questi lunghi anni. Così un poeta innamorato di questo castello scrisse in una notte di plenilunio sognando nel suggestivo bosco delle annose querce, pini marittimi, ginestre profumate che crebbero spontanee ai piedi della Rocca di Portofino, rievocando con il felice aiuto della fantasia, della leggenda e della storia, figure di ben note personalità del tempo che fu, che nella Rocca, hanno lasciato il ricordo della loro vita tormentosa di passioni e di rinunce, di odi e di prepotenze, di dolcezze e di crudeltà. Nel mio sogno mi attarderò nell'elegante cortile e nelle austere sale che ricordano splendori o tediose malinconie. Lascio questi pensieri di sogno, scaturiti dalla mia fantasia, dalla facoltà immaginativa e ritorno al mio quadro, agli scogli di natura trachitica, che è una roccia eruttiva, derivante da magmi sienitici. Con struttura porfirica e si presenta ruvida al tatto per la presenza di vacuoli. Questi grossi massi sporgenti da una grande parete ripida e levigata di colore chiaro con striature che vanno dal grigio al giallo, caratteristico per la forma. Da qualche minuto sto osservando le piccole pietre che rotolano fra la sabbia della piccola spiaggetta e le terre rosse, biancastre della dorsale appenninica, qui ogni cosa è anfratto, i pianori delle colline, ogni collina con il suo nome e il suo posto, compaiono nella mia mente in una successione di calde immagini. E' sera, il mare si è placato e anche la sua ira è cessata contro la scogliera rachitica e granitica. Ora tutto è calmo intorno a me. Ho fatto la pace con le onde spumose del mare, la sua fresca brezza dolcemente mi avvolge come una carezza. Nella mia osservazione, mi sono accorto che stava succedendo la stessa cosa con i gabbiani. Essi come il mare, come le nuvole biancastre, vanno e vengono dai loro lunghi e corti viaggi dentro il mare. Dove vanno nessuno lo sa, sicuramente vanno a pescare il cibo per i loro piccoli che li attendono impazienti negli anfratti della scogliera. Questo è un paradiso esplorativo per questi bellissimi uccelli grigi. Al sole di ottobre, pigola e scintilla … D'improvviso si sentono arrivare, sono vicini, sono sopra di noi, migliaia di gabbiani infuriati che straziano il cielo, con improvvisi richiami dai loro pulcini che stanno fra le rocce appunti con la bocca aperta per ricevere il pane della vita. Visti da vicino il loro piumaggio grigio, delicatamente sfumato. Sopra il mio naso, al loro passaggio posso notare le loro zampe scarlatte. Alla fine, esausti, i genitori si riprendono, vomitano degli appiccicosi insetti o interi pesci pescati nel loro lungo viaggio fra le onde del mare, per poi decollare di nuovo, iniziare un nuovo viaggio nel cielo. Questi gabbiani, si distinguono per il colore rosso corallo del becco e per le zampe grigie. Questo gabbiano si riproduce nella colonia di Capo Corse in Corsica, a Portofino e sulle coste del Mediterraneo centrale. Si nutre generalmente di pesce che pescano nel mare aperto.
.Questo luogo paradisiaco, fatto di cielo, terra e mare confusi in un insieme di sublime bellezza, offrono a Portofino un incomparabile spettacolo. Quante volte siamo venuti in questo luogo di serenità e di pace con Adriana e la nostra piccola principessa Tiziana ma ogni volta ci è sembrata la prima volta. Il viaggiatore o il semplice escursionista, che vi giunge per la prima volta, ha l'impressione di essere elevati in un mondo dove non regna che la poesia. Quasi senza avvedersene sale dal cuore alle labbra una parola che è ringraziamento e preghiera: ringraziamento al Divino Artista per la dolce profusione dei migliori tesori della Sua tavolozza, preghiera a Lui perché eterni nell'anima il ricordo della grandiosa visione. Gli scrittori Onorio ed Eugenio Muraglia, figli prediletti della meravigliosa Liguria, hanno scritto a quattro mani un bellissimo libro, dove hanno cantato le meraviglie di questa terra aspra e generosa. Scrivendo di Portofino, hanno detto che è disposto in cerchio e che le carezze del mare ai suoi piedi, sopra i tetti il sorriso delle fronde, che la terra del monte alimenta. Tra le fronde, per un tratto, qualche casa; poi la cima del monte esuberante di verde. Intorno alle sue origini, da noi tanto lontane, mistero. Si chiamò Porto Delfino un tempo, per l'abbondanza dei delfini che popolavano il suo mare; mutò poi il nome in quello attuale. Fu sotto il dominio romano prima, dei PP, Benedettini poi, della Repubblica di Genova a partire dal 1414. Teatro di guerre tra coloro che, attraverso i secoli, lottavano per non perdere e per accrescere la propria potenza; subì in tempi più vicini a noi la dominazione dei Francesi, degli Inglesi, degli Spagnoli e degli Austriaci. Nel 1815 entrò a far parte del regno del Piemonte e Sardegna. Tra le opere, rimaste a testimoniare l'asprezza degli avvenimenti del tempo trascorso, va ricordato il forte S. Giorgio, situato su di un colle a difesa del golfo. Già esistente nel 1425, successivamente restaurato e reso più possente, in varie occasioni assolse egregiamente il compito suo, impedendo al nemico l'entrata nel paese ed evitandone il saccheggio e la distruzione. Le ultime armi vi furono collocate da Napoleone I quando nel 1800 unì la Liguria al suo Impero
Anche noi come il poeta, siamo ritornati fra questi scogli e queste insenature alla ricerca di noi stessi, alla ricerca del cibo dell'anima e dell'amore, dove tutto é emozione vibrante, poesia. Le differenze fra visione e paesaggio, spazio e figura si stemperano sotto l'effetto di un'aria trasparente e vaporosa dalla brezza marina, dove tutto diventa atmosfera e si trasforma in realtà nelle dimensioni del pittorico, dove ogni cosa si manifesta come in un'apparizione, come una rivelazione della natura nella sua assenza spirituale, nella sua sostanza originale.
Con il tramontare del sole, come da una legge prestabilita, anche le onde del mare si sono lentamente placate, il vento quasi all'improvviso è cessato, come pure le ultime brezze marine, anche l'ultimo gabbiano è ritornato dal suo lungo viaggio e si è appollaiato sopra lo scoglio solitario lambito dal mare.
Il grande disco infuocato del sole, sembrava legato ad un filo di lana e da un momento all'altro sarebbe precipitato nell'altra parte del mondo, mentre l'orizzonte si era tinto di rosso. Il poeta così faceva a scrivere del tramonto del sole. " La sera cala silenziosa sulle onde umide del mare. I pini marittimi, gli uliveti e i giardini di rose diventano neri, l'aria ed il cielo cambiano anch'essi colore, quasi per preparare una stupenda cornice all'Appennino Ligure che sta raccogliendo l'ultimo bacio del sole.
Per concludere questo nostro brano sulla costa di Portofino, non c'era altra poesia più appropriata che quella scritta dal poeta Nino Silenzi, che parla dei lunghi viaggi dei gabbiani, dalla quale ne abbiamo tratto il primo brano, per completare il nostro pensiero sulla scogliera dei gabbiani. Di questo, chiediamo umilmente scusa all'autore dei magnifici versi, con il quale ci congratuliamo.

"Viaggi
Son tornati i gabbiani
Dai loro lunghi voli,
Dai loro misteriosi viaggi.
Ed ora popolano il cielo,
Bianchi tra le felici nuvole diradate,
Alla ricerca di cibo e d'amore.

Anch'io son tornato
Dal faticoso viaggio della mia breve esistenza.
E volo con le ali stanche
Alla ricerca del cibo dell'anima: l'amore
Quell'amore che mi fa salire
Al di là delle tristi nubi sfilacciate,
Dove c'è solo pace,
Più vicino al sole,
A godere della luce e del calore.
"

Il battesimo del fuoco
Che cos'è la paura? Noi non siamo biologi, e non conosciamo neppure le trasformazioni fisiologiche che intervengono, quando un organismo percepisce il pericolo. Sappiamo soltanto che l'adrenalina invade la corteccia cerebrale, aumentando il ritmo cardiaco e ordinando al cervello di fare la scelta più antica e intuitiva: prendere parte ad un'operazione è come il soldato nella trincea, combattere il nemico che ti sta davanti o fuggire e spesso l'istinto suggerisce di fuggire, ma noi non eravamo al fronte, quello era il nostro compito di assicurare ad ogni costo alla Giustizia un latitante, da molto tempo ricercato e quindi la ragione ci diceva che eravamo legati a quell'operazione, e che comunque bisognava, paura permettendo, portare a termine nel migliore dei modi.
Il maresciallo comandante di una stazione carabinieri, è come il cronista, entrambi sono sempre in prima linea, con il bello e col cattivo tempo, in guerra e in pace, in ogni disastro o calamità naturale, dove urge la sua presenza. I militari dell'Arma o le altre forze di polizia, devono portare soccorso, aiutare i bisognosi e informare le Autorità degli avvenimenti, ma anche il giornalista o il corrispondente deve cercare di raccontare i fatti di cronaca, per informare i cittadini. In quarantuno anni di attività nell'Arma, ho sempre trovato sul posto degli avvenimenti, il cronista o il corrispondente della stampa. Nei limiti del possibile, senza rivelare le notizie di carattere riservate, senza intaccare il segreto istruttorio, ho cercato sempre di collaborare con loro, fornendo le informazioni necessarie del caso. Mi diceva un vecchio corrispondente, nei vari momenti di pausa del nostro duro e disagiato lavoro in Barbagia o in un'altra località del continente: "E sempre, ogni volta, quella domanda che torna a occupare i pochi momenti di ristoro, e che mi riesce a raggiungere " la" risposta. Quel perché s'è scelta questa professione che ci spinge anche a viaggiare sulle strade, nei paesi lontani, sui luoghi degli incidenti, delle battaglie, è solamente per l'informazione diretta, mentre voi al par di noi cronisti, siete sempre sul piede di guerra e non sapete neanche che cosa sia la paura. Conoscete solo il coraggio, ma il coraggio non è una mancanza di paura. La paura è dentro di ognuno di noi.
Quella notte fredda e buia, sulle pendici del "Sopramonte", eravamo nella attesa del passaggio del fuorilegge. L'unico riparo era quella massa di calcarea appuntita che sorgeva all'apice del costone, sotto di noi scorreva il fiume " Su cologone" a pochi chilometri da Oliena, ai piedi del Sopramonte e da uno spacco nella montagna affiora un fiume sotterraneo dalle acque gelide, che tra salici e platani si congiunge al Cadrino, importante fiume che sbocca nella baia di Orosei. Quello era un vecchio stazzo abbandonato da molto tempo da un vecchio pastore sardo. Vicino allo stazzo, in una grotta, abbiamo legato i cavalli. Era il punto ideale d'avvistamento per dominare la vallata del canalone e soprattutto di sapere attendere, perché da un momento all'altro, come da nostre informazioni, il latitante Giuseppe Congiu, con i suoi gregari che ricercavamo da qualche tempo, da lì prima o poi dovevano passare. Quello era il posto ideale. La squadra dai caschi rossi, composta di quattro militari dell'Arma, al comando del comandante della Stazione e dal sottoscritto, che ero da poco giunto in Sardegna dalla verde Lombardia e conoscevo poco di quelle aspre montagne della Sardegna, ci eravamo appostati a ventaglio, tenendo sotto costante controllo il costone e il sentiero che seguiva il fiume.
Era una notte buia e fredda, ma di tanto in tanto, faceva capolino da dietro le nuvole basse e biancastre che scendevano dalla grande e brulla montagna la selenica luna. Sulla strada che corre sul costone di fronte, un'autovettura Fiat 1100, trasformata a furgoncino e alquanto malandata, forse un relitto o un residuato bellico dell'ultimo conflitto mondiale, arrancava ansimante sulla salita che da Santa Maria Navarrese portava a Nuoro. Per essere più precisi, la macchina procedeva con i fari spenti, e questo particolare ci ha insospettiti ed ha attratto maggiormente la nostra attenzione. Con il vecchio binocolo che avevamo in dotazione, seguivamo il suo avvicinamento alquanto confuso. Dopo un quarto d'ora circa, il furgone si è fermato nell'ampia piazzola, dove germogliano alte e bellissime piante di eucalipto, genere di alte piante che possono raggiungere anche cento metri di altezza: queste sono piante rare in Sardegna, messe a dimora nel periodo del regime fascista attorno al piazzale, sotto la quale, da una grossa rupe sgorga la sorgente, che fornisce l'acqua potabile alla città di Nuoro. L'uomo che era alla guida del mezzo, è sceso e dopo di essersi guardato attorno, con la pila ha fatto tre lampeggi intermittenti di poca durata, segnalando probabilmente ai banditi il suo arrivo. Il nostro collaboratore e guida locale, che conosceva perfettamente la montagna come le sue tasche, si è avvicinato e ci ha comunicato sottovoce, che sul sentiero che scendeva dalla montagna del Supramonte, probabilmente stavano scendendo le persone che da tempo stavamo cercando. Quelli erano momenti di spasmodica attesa e anche, specialmente nei più giovani, di un certo senso di paura frammisto alla grande attenzione della lunga attesa. Insomma, quello è stato il momento che l'adrenalina stava invadendo la corteccia celebrale, facendo aumentare il ritmo cardiaco.
Lasciamo per un momento il nostro racconto e veniamo a spiegare "L'urlo" di Munch, che è il più celebre dipinto dell'artista norvegese è giustamente divenuto uno dei simboli della pittura espressionista europea e del disagio esistenziale contemporaneo. In lui le paure e l'inquietudine del pittore sono trasformate attraverso l'allucinata fusione delle linee e la violenza cromatica. Alla base dell'opera è tutta via mantenuta una logica compositiva di matrice razionale: il protagonista posto in primo piano al centro della tela, una strada vista di scorcio con due figure che si allontanano, lo spazio aperto a destra su un paesaggio. Su questo impianto tradizionale Munch interviene con quella che si definisce la "linea- forza", cioè l'uso del segno pittorico in funzione espressiva. La definizione delle forme, disegnate per mezzo di una pennellata avvolgente e continua, comunica una sensazione di angoscia e tormento, che potremmo definirla vera e propria paura. La figura umana perde i propri connotati trasformandosi in un'immagine spettrale confusa, la cui sagoma sembra risucchiata nel movimento vorticoso del paesaggio. In questo non è più possibile distinguere il cielo dalla terra o individuare con certezza la linea dell'orizzonte: i colori sono usati in funzione antinaturalistica. La superficie è in realtà il campo dell'espressione di una realtà allucinata - riflesso sulla tela del mondo interiore del protagonista del quadro - ottenuta attraverso l'uso del colore, privato di qualsiasi effetto decorativo.
Dopo quest'inciso, dall'urlo di Panch, ritorniamo a parlare della paura. Gli esempi di paure tipicamente innate nell'uomo sono molte. In genere vi é la paura degli estranei, del buio, la paura per certi animali (ragni e serpenti), il terrore alla vista di parti anatomiche umane amputate, ma anche e soprattutto nel sapere che da un momento all'altro ci puoi lasciare anche la pelle, ma in genere a tutto questo non ci pensi quasi mai e attendi solo il momento che l'operazione ha inizio.
Improvvisamente, non si capisce per quale motivo, uno dei cavalli che in precedenza erano stati defilati nei pressi della grotta, si è messo ad emettere alcuni nitriti. Fu allora che i banditi, compresero di essere braccati e si misero a sparare alla rinfusa. Ne é nato un vero conflitto, nel corso del quale sono rimasti feriti due cavalli e tre banditi, mentre un quarto bandito è riuscito a fare perdere le sue tracce. Ad operazione terminata, con l'arresto di quattro malfattori, compreso il bandito Congiu, ho accusato un calore nella regione inquinale sinistra, proprio vicino al testicolo, mi sono sbottonato i pantaloni e mi sono accorto che perdevo sangue. Con molta calma e sangue freddo, alla bella meglio, abbiamo cercato di tamponare la ferita. Appena giunti in caserma, il medico condotto, ha potuto constatare che una pallottola nemica aveva raggiunto la ragione inguinale, fuoriuscendo dalla parte opposta, senza ledere o causare nessuna lesione. Sono stati sufficienti pochi giorni di riposo, perché tutto è ritornato alla normalità. E' stato allora, quando ero seduto nell'ufficio e pensando a quei momenti che hanno determinato il conflitto a fuco, che sono stato colto da una specie di panico ed il ritmo cardiaco è aumentato notevolmente, ristabilendosi definitivamente dopo solo pochi minuti. Quello è stato un fatto naturale, uno stimolo che deriva da esperienze dirette e che si sono dimostrate penose e pericolose. Il meccanismo universale responsabile dell'acquisizione di paure apprese è definito condizionamento, che può trasformare un qualunque stimolo neutro in stimolo fobico, mediante la pura associazione per vicinanza spaziale e temporale ad uno stimolo originariamente fonte di paura. Il coraggio non è una mancanza di paura.
Con questo termine si identificano stati di diversa intensità emotiva che vanno da una polarità fisiologica come il timore, l'apprensione, la preoccupazione, l'inquietudine o l'esitazione sino ad una polarità patologica come l'ansia, il terrore, la fobia o il panico. Il termine paura è quindi utilizzato per esprimere sia un'emozione attuale che un'emozione prevista nel futuro, oppure una condizione pervasivi ed imprevista, o un semplice stato di preoccupazione e di incertezza.
L'esperienza soggettiva, il vissuto fenomenico della paura è rappresentata da un senso di forte spiacevolezza e da un intenso desiderio di esitamento nei confronti di un oggetto o situazione giudicata pericolosa. Altre costanti dell'esperienza della paura sono la tensione che può arrivare sino alla immobilità (l'essere paralizzati dalla paura) e la selettività dell'attenzione ad una ristretta porzione dell'esperienza. Questa focalizzazione della coscienza non riguarda solo il campo percettivo esterno ma anche quello interiore dei pensieri che risultano statici, quasi perseveranti. La tonalità affettiva predominante nell'insieme risulta essere negativa, pervasa dall'insicurezza e dal desiderio di fuga.
Ci siamo più volte domandati da dove nasce la paura? Dai risultati di molte ricerche empiriche, siamo giunti alla conclusione che potenzialmente qualsiasi oggetto, persona o evento può essere vissuto come pericoloso e quindi indurre un'emozione di paura. La variabilità è assoluta, addirittura la minaccia può generarsi dall'assenza di un evento atteso e può variare da momento a momento anche per lo stesso individuo Essenzialmente la paura può essere di natura innata oppure appresa. I fattori fondamentali risultano comunque essere la percezione e la valutazione dello stimolo come pericoloso o meno
Qualche tempo dopo, abbia chiesto al nostro medico di fiducia, come il corpo manifesta la paura? Egli così ci ha risposto: "La faccia della paura" si manifesta in un modo molto caratteristico, occhi sbarrati, bocca semi aperta, sopracciglia avvicinate, fronte aggrottata. Questo stato di tensione dei muscoli del viso rappresenta l'espressione della paura che è ben riconoscibile anche in età precoce e nelle diverse culture. Le alterazioni psicofisiologiche sembrano differenziarsi fra quelle che si associano a stati di paura intensi, come il panico e la fobia, e quelle invece concomitanti alla preoccupazione e all'ansia. Precisamente, uno stato di paura acuta ed improvvisa caratteristica del panico e della fobia, si accompagna ad un'attivazione del sistema nervoso autonomo parasimpatico, si ha quindi un abbassamento della pressione del sangue e della temperatura corporea, diminuzione del battito cardiaco e della tensione muscolare, abbondante sudorazione e dilatazione della pupilla. Il risultato di tale attivazione è una sorta di paralisi, ossia l'incapacità di reagire in modo attivo con la fuga o l'attacco. La funzione di questa staticità indotta dallo stimolo fobico sembra quella di difendere l'individuo dai comportamenti aggressivi d'attacco scatenati dalla fuga e dal movimento. Paradossalmente, in casi estremi, tale reazione parasimpatica può condurre alla morte per collasso cardiocircolatorio. Stati di paura meno intensi invece attivano il sistema nervoso simpatico, quindi i peli si rizzano, ai muscoli affluisce maggior sangue e la tensione muscolare ed il battito cardiaco aumentano; il corpo è così pronto all'azione finalizzata all'attacco oppure alla fuga.
Quali sono le funzioni della paura? Sicuramente, la paura ha una funzione positiva, così come il dolore fisico, di segnalare uno stato di emergenza ed allarme, preparando la mente il corpo alla reazione che si manifesta come comportamento di attacco o di fuga. Inoltre, in tutte le specie studiate l'espressione della paura svolge la funzione di avvertire gli altri membri del gruppo circa la presenza di un pericolo e quindi di richiedere un aiuto e soccorso. Dal punto di vista biologico - evoluzionista sia il vissuto soggettivo, attraverso i processi di memoria e di apprendimento, sia le manifestazioni comportamentali, indifferentemente fuga, paralisi o attacco, che le modificazioni psicofisiologiche (attivazione parasimpatica o attivazione simpatica) tendono verso la conservazione e la sopravvivenza dell'individuo e della specie. Ovviamente, se la paura è estremizzata e resa eccessivamente intensa, diventando quindi ansia, fobia o panico, perde la funzione fondamentale e si converte in sintomo psicopatologico.
Come guarire dalla paura? La paura, come abbiamo detto, ha un alto valore funzionale, finalizzato alla sopravvivenza. Per esempio, ricordarsi che quel tipo di animale rappresenta un pericolo perché aggressivo e feroce oppure velenoso, costituisce un innegabile vantaggio. Oppure, preparare il proprio corpo ad un furioso attacco o ad una repentina fuga può in certi casi garantire la sopravvivenza. Infine, anche uno stato di "paralisi da paura" può salvarci dall'attacco di un feroce aggressore che non attende altro che una nostra minima reazione. Quindi le cure contro la paura si rivolgono solo a quei casi in cui essa rappresenta uno stato patologico, come ad esempio attacchi di panico o di ansia di fronte ad uno stimolo assolutamente non pericoloso.
Nel corso della nostra lunga carriera militare, ci siamo più volte trovati in casi del genere, ma abbiamo sempre mantenuto un comportamento di freddezza e di calma. Solo così si riesce a vincere la paura. Non sappiamo che cosa sia il panico, perché in certe situazioni non cera tempo per pensare al panico o alla paura, bisogna soltanto agire con determinazione se si vuole portare a casa la pelle. Come abbiamo detto sopra, una specie di paura può venire dopo, quando tutto è terminato e pensi a quello che sarebbe potuto succedere, ma ormai è tutto passato e dopo la tempesta ritorna sempre il sereno.
Dopo l'elencazione di questa lunga e forse noiosa casistica sul fattore paura, ritorniamo alla nostra permanenza e alle lunghe perlustrazioni a cavallo sui sentieri aspri e selvaggi in quella Sardegna dalle spiagge di sabbia impalpabile o dai bianchi sassi levigati da un'acqua cristallina, o dagli scogli contro i quali s'infrangono spumeggianti onde e c'è una Sardegna meno conosciuta, diversa da quella che conoscevamo, ma altrettanto bella. E' quella delle bianche strade che a volte seguono il tracciato delle antenate romane, quella dei sentieri dei carbonai che, tra i cespugli di cisto e mirto, si inerpicano inesorabilmente sino alla cima dei monti. Svela i suoi tesori solo a chi sa conquistarli faticosamente, appagato dagli esaltanti profumi e colori del rosmarino, della menta, del cisto, della rosa canina, dell'ellebero, del finocchio, della digitale, della peonia e da una serie di altri fiori. Quando ci s'addentra nel territorio che da lontano sembrano solo un largo manto verde punteggiato spesso dal rosso e giallo delle euforbie, si scoprono giganteschi e secolari olivastri, nodosi ginepri, querce da sughero, corbezzoli, stupendi lecci, ornelli, fichi, maestosi oleandri e prati di felci. Insolita e stupefacente la convivenza di varie piante radicate su di uno stesso masso, ogni piccolo anfratto di roccia non ospita soltanto latitanti e malfattori, ma ospita alberelli e fiori rari dal profumo penetrante.
Si può sostare alla grotta del vento " Sa Oche", inoltrarsi nella gola del Gorroppu, creata dal Flumineddu nel corso di milioni di anni e lì fermarsi ad osservare i balestrucci che vanno e vengono incessantemente dai loro nidi. Ci si può tuffare nelle acque del Flumineddu dopo un giorno di cammino, restando in sella ad un cavallo stanco sotto il peso del cavaliere e dalle bisacce zavorrate dal sacco a pelo, da alcuni litri di indispensabile acqua e dai generi di conforto. E bello fermarsi in uno stazzo, conversare con il pastore e gustare una cena a base di porcellino o capretto servito su un letto di foglie di mirto, perché non tutti i pastori sono nemici della legge, ma spesso sono degli ottimi collaboratori e confidenti. Spesso tra il carabiniere e il pastore, nasceva quell'amicizia e quella confidenza che li legava per la vita.
Quando si usciva con la squadriglia in perlustrazione, fra quelle montagne aspre e selvagge, prima di una settimana non si faceva ritorno alla base. In questo nostro peregrinare a volte si può avere la fortuna di vedere l'aquila che vola alta nel cielo e sentirsi in quel momento libero come lei, e quando a S'Archideddu Lupino si vede il mare attraverso il foro della roccia, si ha la sensazione che qui cielo, terra e mare vivono in simbiosi.
Si può sentire il canto della civetta e quello dell'assiolo notturno, sotto un cielo stellato. Prima di tuffarsi per un bagno corroborante a Cala Sisine, s'incontrano ovili abbandonati e s'ammira l'opera del pastore che, con massi, tronchi e rami contorti di ginepro, ha saputo creare un piccolo capolavoro d'architettura.
Non si può dimenticare " Olobissi" dove, all'ombra di un grande olivastro, su piatti di pane carasau si gustava una favolosa ricotta freschissima, ancora calda, con miele ed innaffiata da un ottimo vino Cannonau. Quando si arriva a Golgo ed appare la bianca e candida chiesetta di S. Pietro con i suoi caratteristici ricoveri per i pellegrini, il forno e i maestosi olivastri, si respira misticismo e pace. Però non spiace interrompere l'atmosfera con una gustosissima pecora cucinata con patate, verdure e accompagnata da buon vino locale, finendo come il solito, con uno spiritoso mirto. La nostra permanenza in Sardegna è durata oltre tre anni, poi a malincuore, ma nello stesso tempo felici, di fare ritorno nella brumosa e bellissima Lombardia dai colori velati dalla nebbia, ma è un susseguirsi di panorami incantevoli e sensazioni suggestivi, quasi al limite dell'irreale, ma la Sardegna è un'altra cosa.
Dopo tanto tempo, ci siamo ritornati più volte in qualità di turisti e anche di escursionisti con gli amici del Cai di Mantova, è abbiamo ripercorso quei vecchi sentieri di nostra conoscenza. Abbiamo riammirato quel paesaggio unico nel suo genere e assaporato lassù sul Golgo, il porceddu arrostito sulle braci, bevuto il famoso vino "Cannonau", e abbiamo fatto festa con gli amici della Coop Colorizé.
Nel nostro itinerario, ci siamo soffermati ad ammirare quella vista mozzafiato che si gode dall'alto con la guglia di Punta Colorizé che ti fa sentire all'unison con questo maestoso paesaggio roccioso.
Tiziana Viviani, ha così scritto in un suo articolo: "Alla fine del trekking, dopo sette giorni di cammino, quando si lascia l'imponente guglia di Pedra Longa emergente dal mare, si ha la netta sensazione di tuffarsi nel solito mondo di tanti problemi, ma si è consapevoli di aver vissuto un'indimenticabile vacanza con i cari vecchi e nuovi amici del Cai.
Ad ogni tappa percorsa si è sempre più grati alla Coop. Coloritzé del Golgo, a questo gruppo di intraprendenti ragazzi che, sicuramente tra tante difficoltà, ti ha fatto vivere una simile esperienza. Da non dimenticare: Mariano Lai, Antonio Cabras, Gino, l'altro Mariano e tutti gli altri che una presenza mai invadente e tanta competenza, hanno condotto per sentieri, illustrato l'ambiente dal punto di vista storico, naturale, archeologico, hanno fatto gustare i loro eccellenti piatti tipici ed hanno accomunato due regioni di diversa tradizione con la possibilità di potersi capire meglio. Si lasciano con la chiara intenzione di estendere agli amici di tutto il Cai, che non hanno ancora vissuto questa esperienza, l'invito di rivolgersi a loro ed avvalersi della gran competenza dimostrata, per vivere l'arricchente avventura dei " Caini" di Mantova.
Ormai, con Adriana mia moglie, siamo di casa sulla meravigliosa Costa di Santa Maria Navarrese e sull'altopiano del Golgo. Lungo la spiaggia e le stupende insenature si possono ammirare l'antica torre e la gigantesca Perda Longa. Arbatax e alcuni chilometri più a sud col suo porticciolo e le possenti Rocce Rosse in eterna lotta con i flutti.

Al carabiniere
A chi ti chiede
Chi sei?
Da dove vieni?
Dove vai?
Così rispondi:
Il mio passato
E ch'io sono stato
L'ho già dimenticato.
Il mio futuro?
Credo ci sia nessuno
Capace di vedere oltre quel muro.
Del nuovo presente
Mi spiace tanto
Sono in servizio
Non posso dirti niente.

Il periplo dell'isola di Rodi
Ero da poco entrato dal giardino dove spirava un venticello fresco che ti accarezzava il viso. Nell'attesa che scendeva dall'appartamento Adriana mia moglie, per la cena mi ero seduto nell'ampio salotto dell'Hotel Pegasos. Tra una pipata e l'altra, il profumo aromatico del tabacco si diffondeva nell'ambiente. Il fumo biancastro che usciva dalla pipa, a piccoli cerchi concentrici s'innalzavano nel locale. Nell'isola di Rodi, come in tutta la Grecia, non era in vigore il divieto di fumare e quindi nessuno si lamentava per il fumo che fuoriusciva dalla mia elegante pipa di schiuma, che avevo acquistato in un piccolo laboratorio artigianale, gestito da un bravissimo artigiano turco da molti anni trapiantato a Rodi. E' molto interessante assistere alla lavorazione del minerale che i sub raccolgono nel fondo del mare Egeo, che l'artista trasforma con i suoi bisturi e piccoli torni rudimentali in piccoli capolavori artigianali. Secondo una tradizione più antica, sembra che la Dea Afrodite, la Dea dell'amore, della bellezza e della fecondità, venerata in tutto il mondo greco sotto aspetti che riflettevano l'influsso della fenicia Astante e collegata con il culto di Adone, si ritiene che la sua nascita sia collegata con la schiuma del mare, con quel materiale che l'artigiano di Rodi, scolpiva veri e propri capolavori d'arte.
Nell'ampio atrio della reception del grande complesso alberghiero dell'Hotel Pegasos di Faliraki, oltre alle belle ragazze che stavano tutto il giorno dietro il grande bancone, fa bella mostra di se una bellissima copia della Dea Afrodite. In fondo al locale vi erano altri due simpatiche hostess che sostavano nei rispettivi uffici: una era l'addetta al Turperetur Mediterraneo, con il quale siamo giunti a Rodi, mentre la seconda; una simpatica e bella ragazza greca dagli occhi scuri, s'interessava al noleggio delle autovetture e dei ciclomotori. In quel momento è entrato nel locale Giovanni, l'amico pensionato delle Ferrovie dello Stato, il quale mi ha prospettato di effettuare una lunga escursione a largo raggio dell'isola di Rodi e quindi, abbiamo chiesto informazioni alla ragazza dagli occhi scuri, per noleggiare per il giorno successivo una delle autovetture del parco macchine. In un certo senso, siamo come San Tommaso, non ci accontentiamo dal sentito dire, ma vogliamo constatarlo di persona, perché la nostra è una deformazione professionale, un atteggiamento tipico di chi conserva, anche al di fuori del proprio lavoro, lo stesso modo di pensare e di agire relativo a quella che fu la nostra attività professionale, solo così facendo possiamo vedere per poi raccontarlo nei minimi particolari ciò che abbiamo visto nel Paese che ci ha ospitati per le nostre vacanze estive.

Gli ospiti dell'Hotel si stavano avviando verso il ristorante per la cena, anche Adriana e la signora di Giovanni, procedevano a lenti passi, lasciando dietro di loro una scia deliziosa di profumo. Spensi la pipa, la deposi nell'apposito astuccio e con l'amico abbiamo raggiunto le nostre signore e ci siamo diretti anche noi verso la sala da pranzo per la cena.

Negli alberghi come sulle navi, i pasti costituiscono una cerimonia rituale strettamente codificata. E' uno spettacolo affascinante, e spesso desolante, vedere quelle coppie e quelle famiglie ingerire in silenzio, con gesti forzati, su tovaglie impeccabili, un cibo universale, da cui è stato accuratamente bandito tutto ciò che può rammentare una regione o una stagione. La grandiosa sala da pranzo del Pegasos, più che una sala da pranzo da grande Hotel, sembrava una grande sala da mensa aziendale, con servizio di self-service, dove ognuno di noi si poteva servire direttamente, senza l'ausilio del cameriere. Non esisteva nessun ordine prestabilito, il primo che arrivava poteva occupare il tavolo che desiderava, oppure aspettava che si rendesse libero un tavolo, per il resto ci pensavano i solerti e bravissimi camerieri. In genere con Adriana, occupavamo un tavolo d'angolo dell'immenso salone da pranzo da cui si godeva di una celebre vista sul mare con l'immenso giardino fiorito
Il servizio era eccellente come pure l'organizzazione del complesso turistico- alberghiero. Possiamo definirlo, senza tema di essere smentiti, che la cucina era ogni giorno variegato e rispecchiava a quella mediterranea e soprattutto era dietetica. Nel self-service, non mancavano mai gli spaghetti con il ragù o al pomodoro, come pure il pesce o la carne. Insomma, ci sembrava proprio di essere a casa nostra.
Il mattino, dopo la prima colazione, a bordo di una Fiat uno ultimo tipo, siamo partiti dal piazzale del Pegasos e ci siamo diretti verso il sud dell'isola. Adriana e la signora Maria, avevano preso posto nel sedile posteriore, mentre l'amico Giovanni, si poneva alla guida dell'autovettura. Dopo appena mezz'ora dalla partenza, ho abbassato leggermente il finestrino e un messaggero di un piacevole tepore ventilato, emanazione di un accecante biancore calcinato di muri, foriero di odori di erbe secche e riarse, il raggio di una luce inconfondibile e assoluta: la luce del villaggio di Arcangrlos. Una luce che non trova ostacoli lungo il brullo e pianeggiante profilo dell'isola e si irradia diffusa, riflessa dal mare, dalle case, dalla limpidezza adamantina del cielo, una luce senz'ombra, neppure minimamente intaccata nella sua purezza dalle mille macchie di colore delle bougainville, dei gerani, delle bignonie, un genere di rampicante ornamentale con grandi fiori rossi a imbuto, non scalfita dai blu, dai verdi, dai rossi delle finestre, delle porte e delle ringhiere delle case. La campagna era arsa e secca, ma la macchia della piantagione degli ulivi e le basse colline macchiate di verde, la rendeva caratteristica. La natura è affascinante: spiagge dorate, come quella di Tsambika, all'ombra dell'impervia roccia con il monastero della Madonna. Ed ancora Stegnà, un pittoresco borgo di villeggiatura nei pressi di Arcagelos, e Haraki, un piccolo golfo idilliaco, dove si trovano i resti di una fortezza medioevale di Faralòs. Proseguendo sulla strada provinciale, all'interno della valle del fiume Naithonas, nascosti tra gli aranceti e gli uliveti, sono i villaggi di Malano e Massari, i villaggi costruiti dai coloni italiani, che fecero di quella zona un vero giardino.
Proseguendo sulla costa, dopo qualche ora di strada, ci appare come d'incanto la baia e il promontorio di Londos, con il villaggio dipinto di bianco. A Lindos, eravamo stati una settimane prima e passeggiare ancora tra le strette vie lastricate con piccole pietre arrotondate e rese sdrucciolevole dal passaggio dei turisti nel tempo, abbiamo ammirato quei piccoli e caratteristici dedali tappezzati da magliette, tovaglie ed altri oggetti, dove i turisti erano alla ricerca del souvenir per portare agli amici. Ci fermiamo ad ammirare le case dei piccoli carruggi con fughe imbiancate del borgo antico (Hora) significa scoprire che la spessa mano di calce con cui prima di ogni estate gli abitanti ripassano i muri delle case e delle chiese disseminate nel borgo che fa acquisire alle cose morbidezza e intensità nuove, ne addolcisce gli spigoli ed i profili nella luce violetta di un tramonto ormai quasi spento nella quale le guardo. Percorriamo il labirinto intreccio di strade e vicoli che s'intrecciano fra loro in modo da far perdere facilmente l'orientamento a chi li percorre dove nella escursione precedente avevamo imparato a destreggiarci ritorna impraticabile così come doveva apparire agli invasori che nei secoli hanno tentato di impadronirsi dell'antica città di Lindos, presto smarriti e dispersi tra la folla e le sue case, imprigionati da una rete che divide in piccoli refoli anche le potenti folate del maltempo, il forte vento del nord che nei mesi estivi spazza via dall'afa e dalla calura. Perdersi nel dedalo di viuzze del centro è un'esperienza unica che consente di scoprire il disperdibile fascino e la suggestione di molti angoli per nulla offuscati dagli eccessi del turismo di massa; talvolta il groviglio delle strade si discioglie improvvisamente in uno slargo con un albero, spesso un platano o un eucalipto, al centro: intorno ai richiami delle piccole botteghe di artigiani, ristoranti per tutte le esigenze e negozi di souvenir, chioschi in una miscela disordinata ma unica e irresistibile. Nella piccola piazza dove si ferma la navetta che fa la spola con il piazzale delle corriere, una stradella con una serie di gradoni porta al porto e alle piccole insenature e alle spiaggette solitarie, sbocco delle principali vie del centro storico, invaso da una miriade di anonimi turisti.
Lindos, nel tempo conobbe un notevole sviluppo culturale e nell'ambito della marineria. Fu Patria del saggio tiranno Cleobulo, protetta da una potente acropoli, fu ammirata per la sua prosperità, la sua bellezza ed anche la sua posizione strategica. La fortezza fu potenziata durante l'epoca cavalleresca, mentre l'importanza marittima di questo centro continuò fino al XIX secolo. E' stata anche terra di pirati dediti a sanguinose scorribande per le Cicladi e il Dodecaneso, ma che era popolata da devoti fedeli che sentivano costantemente la necessità di erigere luoghi di culto ai Santi protettori ed alla Vergine Maria, punto cruciale di traffici mercantili sulle rotte tra le isole ma anche approdo privilegiato per i vicini villaggi dell'estremità sud- orientale dell'arcipelago greco.
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Verso le ore 11 circa, abbiamo lasciato la città antica di Lindos e abbiamo raggiunto la località di Pefkos, un idillico ambiente naturale, un borgo marinaro, immerso nella verde pianura, con una bellissima spiaggia di sabbia dorata. Dopo un piccolo rinfresco, abbiamo proseguito per il monastero della Erma, dove sorge il monastero dell'Arcangelo Michele. Vale la pena di visitare questo bel monastero, costruito nel mezzo di un bosco, per ammirare i begli affreschi del XII e XVI secolo e per seguire la messa, che è celebrata dai monaci con devozione bizantina.

Il nostro viaggio esplorativo nella parte Meridionale dell'isola di Rodi, una località molto interessante e lontana dallo stress delle città e dei luoghi di villeggiatura. In questi villaggi la vita scorre con ritmi propri dandoci la sensazione che il tempo si sia fermato. Questi sono villaggi costruiti per la maggior parte durante il medioevo o ancora prima, hanno conservato inalterato il loro carattere tradizionale: Asklipios con la sua fortezza bizantina, Gennai e Lahania con le loro sasette bianche, Kattavia, il villaggio più meridionale dell'isola dall'antichissima storia, dove ci fermiamo in un piccolo bar con i tavolini all'aperto sotto l'ombra di due grossi alberi, dove ci è servito un ottimo te con dolcetti tradizionali della casa, è gente molto cordiale e rispettosa. Attraversiamo diversi villaggi, come Arnitha, Apolakia col monastero della Madonna Skiadenì, Vati e Massanagros, Istrios e Profylia, villaggi rurali i cui abitanti, nonostante il duro lavoro quotidiano, sanno godersi la vita con gioia e semplicità, ma anche preservare le loro abitudini come un prezioso tesoro.

Il Dodecaneso è sempre stato, durante la sua lunga e tormentata storia, un ponte tra Occidente ed Oriente. Pur avendo assorbito elementi di molte culture differenti, esso ha sempre conservato intatto il suo carattere greco. Risalendo la costa verso la città di Rodi, sulla nostra sinistra vediamo in lontananza l'isola Halki illuminata dal sole calante e leggiamo su di un depliant che questa piccola isola e centro tradizionalmente dedito alla pesca delle spugne e che è stata duramente colpita dalla crisi economica degli inizi del 1900 ed è perciò decaduta, come molte altre piccole isole del Dodecanneso. Negli ultimi tempi, tuttavia, lo sviluppo del turismo sembra aver ridato vita all'isola.
Il nostro viaggio prosegue sulla costa litoranea e il primo villaggio che incontriamo è Skala Kameirou, un villaggio dedicato agli amanti del relax. E' un porticciolo invitante, un tempo a uso dell'antica Kameiros.
Proseguendo sulla Strada Provinciale che porta a Rodi, incontriamo l'antica Kameiros e ammiriamo le incredibili vestigia di questa città dorica un tempo fiorente, includono un Tempio di Atena Polias dell'Atena Polis del VI secolo a.C. Il nostro viaggio attraverso l'isola di Rodi, è prossimo al termine, ci mancano pochi chilometri per giungere a Rodi e proseguire per Kalitheas e Faleraki.

Abbiamo ancora negli occhi la Sequenza di spiagge e promontori, baie e calette, disseminate lungo la costa dove famose località spesso caotiche ed affollate si alternano con altri angoli più autenticamente paradisiaci dove sono il vento ed il sole a farla da padroni indiscussi. Risalendo la costa ovest si diramano tre direttrici principali, assistite da una fitta rete di strette strade delimitate da muri a secco che rendono cieca ogni curva Poco prima del tramonto, poi, da quel mare riscaldato da ore e ore di sole, si libra, indistinto e indistinguibile ma persistente e sorprendente, come trasportato dal vento che accarezza il pelo dell'acqua, l'intenso profumo del mare, fresco e fiorito come un campo che fa schiudere le sue mille corolle, spaziato e fragrante come l'aroma della pelle, dolce e vellutato come un frutto maturo, scopriamo che nella luce della sera, con le botteghe ed i locali chiusi, con i soli autoctoni in giro per le strade, le metafisiche architetture senza tempo del centro sono, se possibile, ancora più belle e che quelle case che si sovrappongono l'una sull'altra, quelle ringhiere, scale e balconi colorati e lanciati verso il cielo sono fatte della stessa materia che qui forgia spiagge e rocce, alberi e mare, e tutto è aria e luce. Bellissimi tramonti, spiagge da sogno, paesi di case bianche, cieli e mari blu: mai visti così tanti luoghi comuni, così tante frasi fatte, slogan da catalogo, promesse effimere diventare così stupefacentemente vere. Ma le nostre vacanze sono appena cominciati e altri tramonti e villaggi ci aspettano per essere ammirati, come la cittadina di Lindos, con le sue case bianche barbicate sulla montagna scoscesa che degrada nella stupenda baia degli dei. A sera, dopo il tramonto, senza malinconia e rimpianto: solo per scoprire che, anche senza la luce del sole, immersa nel chiarore di una notte di quasi plenilunio Faliraki è pur sempre straordinariamente bella.

Festa grande a Campitello.

Domenica 10 Settembre 2006 ( ore 17.30)Per l’inaugurazione del viale che conduce alla chiesa e del sagrato, Campitello di Marcarla ha vissuto due giornate veramente memorabili. Due giornate (9 e 10 settembre) “ di festa sentita e gustata”, come le definisce il parroco don Enrico Castiglioni. Sicuramente queste due giornate passeranno alla storia del paese. La benedizione e l’inaugurazione del viale-sagrato, si è svolta alla presenza delle Autorità religiose, provinciali e comunale. La Piazza era affollata dalla cittadinanza e al suono della banda di Moglia, il nostro parroco don Enrico Castiglioni, ha illustrato il senso della manifestazione e rivolgendosi agli astanti ivi convenuti, leggendo il suo discorso, che lo riportiamo qui di seguito”“Siamo riuniti come figli di Dio per ritrovare la gioia di sostare in uno spazio e in un luogo dove la gente cammina e si incontra. E’ uno spazio costituito da un viale simbolo del cammino che conduce al Signore. E’ uno spazio costituito da un sagrato simbolo dell’accoglienza e dell’incontro fraterno.E’ uno spazio aperto e introdotto da una piccola fontana o fonte a otto lati che richiama il Battistero, dove si rinasce a vita nuova.E’ dunque spazio Sacro: ecco perché siamo riuniti in preghiera per la benedizione.Grazie a te, o Dio nostro Padre, / Che nell’acqua, tua creatura, / Ci hai aperto il grembo della vita; / Grazie a te, per l’onda che irriga, / Il lavacro che purifica, / La bevanda che disseta, /Il fonte della nostra rinascita Cristo tuo Figlio./ Fa, o Signore, / Che ogni uomo possa sempre godere/Di questo refrigerio/E conservando limpida e casta/L’opera della creazione, /Vada in lei il riverbero della tua bontà/E un invito costante/Alla purezza del corpo e dell’anima./ Per Cristo nostro Signore. Amen”. Dopo la benedizione della fontana e del Viale- Sagrato, la banda ha eseguito l’inno nazionale ed ha fatto seguito un lungo e caloroso applauso da parte del pubblico presente ed è stato a questo punto che ha preso la parola il presidente della Provincia di Mantova prof. Maurizio Fontanile e successivamente dal sindaco di Marcaria Carlo Orlandini, entrambi, hanno sottolineato i grandi sforzi sostenuti dalla comunità Parrocchia, per la realizzazione dell’intera opera iniziata sei mesi fa, permettendo così l’unificazione con la nuova Piazza, voluta e realizzata tre anni fa dall’uscente Amministrazione Comunale, con il sindaco Zani dott.Ezio. Il prof Fontanile, nel suo breve ma significativo discorso, ha spiegato il significato della Piazza del paese, dicendo che la Piazza, significa luogo d’incontro fra i cittadini di un borgo o di una città, dove le persone possono incontrarsi e socializzare con gli altri.Per capire meglio il senso ed il significato della “Piazza”, il filosofo Luciano De Crescenzo, ci invita a riflettere su un verbo, esistente nella lingua greca, che, non avendo corrispettivi in nessuna altra lingua, è di fatto intraducibile, a meno che non si vuole ricorrere a delle frasi complesse. Questo verbo. “ ogorazein”. “Agorazein” vuol dire “ recarsi in piazza per vedere che si dice” e quindi parlare, comprare, vendere e incontrare gli amici; significa però anche uscire di casa senza un’idea precisa, gironzolare al sole nella attesa che si faccia ora di pranzo, in altre parole “intalliare”, come si dice dalle nostre parti, cioè nel Meridione d’Italia, partendo dalla Campania e terminando in Sicilia, ovvero attardarsi fino a diventare parte integrante di un magma umano fatto di gesti, di sguardi e di rumori. “ Agorazonta”, in particolare, è il participio di questo verbo e descrive il modo di camminare di colui che pratica l’“agorozein” e cioè il procedere lento, con le mani dietro la schiena e su un percorso quasi mai rettilineo. Lo straniero che, per motivi di lavoro o di turismo, si trovasse di passaggio in un paese greco, sia esso Corinto o Pozzuoli, resterebbe molto stupito nel vedere un così folto numero di cittadini camminare su e giù per la strada, fermarsi ogni tre passi, discutere ad alta voce e ripartire per poi fermarsi di nuovo. Egli sarebbe portato a credere di essere capitato in un particolare giorno di festa, laddove invece assiste ad una comune scena di “ ogorazein”. Ebbene, la filosofia greca deve molto a questa abitudine peripatetica di noi meridionali?“ Caro Fedro, ” dice Socrate “ dove vai e da dove viene?”. “Ero con Lisia, il figlio di Cefalo, o Socrate, ” risponde Fedro” e ora me ne vado a spasso fuori le mura. Così, un consiglio all’amico comune Acumino, faccio i miei quattro passi all’aria aperta, perché, dice, rinvigoriscono più che passeggiare sotto i portici.”. Ecco come incomincia uno dei più bei dialoghi di Platone: il Fedro. La verità è che questi ateniesi non facevano niente di produttivo, facevano tutto quello che facciamo noi pensionati, specialmente il giorno di mercato nella nostra bella Piazza Garibaldi: passeggiavano, conversavano, si chiedevano cosa fosse il Bene e il Male, ma quanto a lavorare, a costruire qualcosa di pratico da poter vedere o usare, come il bellissimo viale del sacrato della Chiesa di Campitello, neanche a parlarne. Ma, per fortuna, è arrivato un piccolo e grande prete, che ha rivoluzionato ogni cosa con la sua creatività, tanto che si è prefisso di costruire un bel viale con la “fontana”, e senza una lira in tasca e guarda caso, ci è riuscito ed oggi, in questo giorno di festa, attorniato dalle massime autorità della Provincia e del Comune, in un abbraccio di fedeli, ha benedetto il suo sogno.Parlando della filosofia, diremo che è una pratica indispensabile fra vivere umano, utile ad affrontare i problemi spiccioli di ogni giorno. Ma ch’è questa filosofia? Bè, così su due piedi non è poi tanto facile darne una definizione. L’uomo ha raggiunto le più alte vette di civiltà attraverso due discipline fondamentali: la scienza e la religione. Ora, mentre la scienza, facendo ricorso alla ragione, studia i fenomeni della natura, la religione, soddisfacendo un intimo bisogno dell’animo umano, cerca qualcosa di assoluto, qualcosa che superi la capacità di conoscere attraverso i sensi e l’intelletto. Ebbene, la filosofia è una cosa che sta a mezza strada tra la scienza e la religione, più vicina all’una o all’altra a seconda che si abbia a che fare con i filosofi cosiddetti razionalisti, o con quelli più inclini a una visione mistica delle cose. Per Bertrand Russell filosofo inglese di scuola razionalista, la filosofia è una specie di Terra di Nessuno, tra la Scienza e la Teologia, ed esposta agli attacchi di entrambi. Noi non ci intendiamo molto di Scienza, di Teologia e di filosofia, ma facciamo parte della categoria delle persone semplici e ci limitiamo soltanto a recepire, a capire e comprendere le cose giuste e quelle meno giuste. Siamo nell’epoca moderna, ma immaginiamo di essere nell’epoca del Paleolitico superiore, quando Huno quella notte era felice, tutto gli era andato secondo i suoi desideri: era riuscito a catturare un giovane capriolo, tenero e bene in carne, lo aveva squartato con la sua scaglia di selce e lo aveva arrostito lentamente sul fuoco. Quella sera faceva molto caldo e non aveva sonno. Si era sdraiato lungo lungo sull’erba e si era messo a guardare il cielo stellato. Era una notte d’agosto senza luna. Migliaia e migliaia di puntini luminosi gli brillavano nella testa. Cos’erano quei fuochi? Si chiesi Hanu. Chi li aveva accesi lassù nel cielo? Un immenso gigante? Un Dio? Ecco nascere insieme la religione e la scienza, la paura dell’ignoto e la curiosità del sapere, e quindi la filosofia. Per noi di Campitello, quel cielo tinto di rosso e scoppiettante di mille luci ci stava ad indicare che era nata una congiunzione tra la Piazza Comunale e il sacrato della Chiesa, che collega il sacro al profano Parlando del sagrato, Don Enrico, così scrive: “La storia ci suggerisce che il sagrato di una Chiesa è l’erede, pur in forme molto diverse, dell’antico atrio antistante le Basiliche Paleocristiane, quasi uno spazio di rispetto davanti al luogo sacro, al punto di partecipare di questa sacralità, da cui il nome di sagrato. Il più delle volte compariva anche l’elemento “acqua”, che scaturiva da una fontana, ristoro per i pellegrini, ma anche evidente allusione al Sacramento del Battesimo.Anche presso i luoghi di culto di altre religioni si ritrovano frequentemente degli spazi sacri con la medesima funzione spirituale di introduzione al tempio vero e proprio e con la presenza dell’acqua circostante, simbolo della vita.Per progettare un sagrato l’architetto progettista deve uniformarsi ai criteri contenuti nella nota Pastorale della C:E:I ( Conferenza Episcopale Italiana) “ L’adeguamento delle Chiese secondo la riforma Liturgica”, del 3 Maggio 1996 ( N. 35). “ La cura del sagrato, del viale e della Piazza ad esso eventualmente collegati, è segno della disponibilità all’accoglienza che caratterizza la comunità cristiana in tutti i suoi gesti e quindi, a maggior ragione, in occasione delle celebrazioni Liturgiche: Chi si presenta alle porte delle Chiese deve sentirsi ospite gradito e atteso. Perciò, già a partire dal sagrato e dalla piazza, è necessario rendere le Chiese accessibili a tutti, accoglienti, nitide e ordinate, dotate di tutto quanto rende gradevole la permanenza. I sagrati antistanti o circostanti le Chiese devono essere conservati, ben tenuti e non destinati ad altri usi. Se necessario, sono recuperati al pieno uso Ecclesiale e, comunque, debitamente tutelati e restaurati. I sagrati, infatti, sono spazi ideali per la preparazione e lo svolgimento di alcune Celebrazioni ( Processioni, accoglienza, Riti del Lucernario nella Veglia Pasquale). Risultano adatti anche per l’ambientazione e la conclusione delle riunioni Pastorali più frequenti, oltre per l’incontro e per il dialogo quotidiano”.Tutti questi elementi compariranno nell’esecuzione del progetto relativo alla riqualificazione del sagrato e viale d’accesso alla Chiesa. Queste saranno le caratteristiche fondamentali.Il fedele, il turista o il pellegrino che giunge da lontano o dal paese, all’inizio del viale ( cioè sulla linea di confine tra la proprietà comunale e quella parrocchiale) troverà istallata una fontana con un unico zampillo d’acqua( illuminato di sera). La fontana è stata ricavata da un blocco unico di marmo “ Trani” o “ Biancone”a forma ottagonale ( otto lati come i primi Battisteri della Chiesa dei primi secoli simbolo dell’ottavo giorno con evidenti allusioni alla Vita Eterna). La fontana sta all’inizio del viale perché introduce allo spazio del Sacro per aiutare i fedeli a capire che l’acqua del Battesimo conduce all’incontro con Dio nella sua Chiesa ( la Chiesa). La fontana allora assolve il compito di distinzione e separazione dei due spazi costituenti il tessuto storico e quotidiano della nostra esistenza: da una parte la competizione, il frastuono, la piazza, il mercato, l’aspetto profano; dall’altra la quiete, la spiritualità, l’ascesi, la pace, il pellegrinaggio.Dalla fontana si procede camminando come abbiamo fatto noi oggi, su di una guida – tappeto di “ marmo biancone rullato” al centro dell’intero tragitto del viale sino all’inizio del sagrato. Il viale è piastrellato con cubetti di porfido che prosegue quindi il disegno della piazza comunale dove tutte le domeniche si svolge il mercato settimanale, quasi a fare intendere che la vita quotidiana dell’uomo “ mercante” sfocia necessariamente nella Vita Spirituale con Dio, dove trova la sua massima realizzazione e pienezza. Si comprende allora come il viale, con il relativo sagrato, aiuti a comprendere una verità essenziale: l’uomo per accedere all’incontro col suo Dio ha bisogno di una separazione, di un momento di distacco, di silenzio, di purificazione ( vedi fontana simbolo dell’acqua Battesimale che segna il passaggio ad una vita nuova spirituale).Il viale è abbellito dalla posa di nuove piante di “ Rovere” a forma piramidale, ( per cogliere “ in Toto) la prospettiva del complesso architettonico della facciata settecentesca della Chiesa), di aiuole, con piante di rose bianche e rosse, di un impianto nuovo d’illuminazione ( tipico dei centri storici) Il collegamento dei fili elettrici sono interamente interrate per non disturbare l’armonia dell’insieme. Tutto il complesso richiama così il giardino della vita, il trionfo della luce, il luogo della pace, che si fa lasciare i rumori e le distrazioni alle spalle. Cosi mentre procedi nel tuo peregrinare verso il Tempio, avverti che la vita è un cammino, una corsa verso Dio, un pellegrinaggio sereno e gioioso verso la casa del Padre.Giunto così al sagrato antistante la facciata della Chiesa ti vedrai accolto da uno spazio costituito da un sottofondo di lastre di marmo “ biancone rullato” che a forma di ventaglio, conduce pian piano all’ingresso; così capirai che il sagrato è il luogo del silenzio e della preparazione ultima con Dio ( tutto converge a Lui) da qui l’idea del sagrato a forma di ventaglio o conchiglia marina che raccoglie “ in unum” i credenti per condurli all’unico Dio. Sarà oltretutto un ingresso facilitato a tutti, specialmente ai disabili, ai portatori di handicap, alle carrozzelle dei bambini piccoli, agli anziani perché le barriere architettoniche cioè ( i tre scalini) sono stati eliminati.Come abbiamo detto precedentemente il sagrato è il luogo Sacro del silenzio e della pace, ma una volta, usciti dal Tempio, si trasforma in luogo dell’incontro tra fedeli, il luogo dello scambio di parole, dei saluti, il luogo privilegiato della carità fraterna e dell’accoglienza e non dei pettegolezzi e delle vuote chiacchiere, peggio ancora delle volgarità: tanto meno il luogo destinano a parcheggio selvaggio e sosta dei banchi del mercato.Se vogliamo ridare al viale d’accesso della Chiesa con annesso sagrato il suo significato originario occorre che pian piano ci confrontiamo con questi suddetti principi che, una volta attuati, aiuteranno ancora una volta tutti coloro che si incammineranno verso la Chiesa e provare ancora una certa “emozione” che si potrà portare dentro anche una volta usciti di Chiesa, dopo aver sentito le parole del celebrante “ Ite Missa Est” ( La messa è finita andate in Pace): ritornerai così allo spazio del mercato e della vita quotidiana donando a loro un volto e un significato nuovi di amore, fraternità e pace. La grande festa, è iniziata il giorno precedente sul sagrato della Chiesa, con la rappresentazione dell’opera “ La Cavalleria rusticana”, dramma di Giovanni Verga derivato da un’omonima novella della raccolta Vita dei campi. Turiddu, tornato da soldato, trova la sua promessa, Lola, sposa a compare Alfio. Si fidanza allora con Santuzza, ma intreccia nello stesso tempo una relazione con Lola. Santuzza, per vendicarsi, svela la tresca a compare Alfio, che uccide in duello il rivale. Al Verga s’ispirò il libretto di Cavalleria rusticana di Menasci e Targioni Tozzetti, musicato da Pietro Mascagni e rappresentato per la prima volta al teatro Costanzi di Roma nel 1890. La sera del 9 settembre, proprio sul sagrato della chiesa parrocchiale, intitolata a san Celestino I papa dal 422 al 432, la cui immagine campeggia sulla facciata. L’esterno dell’edificio – un bel Settecento – ha fatto da fondale alla rappresentazione della Cavalleria rusticana. L’opera è stata proposta dall’orchestra e dal coro del Teatro “ Verdi” di Buscoldo, diretti dal maestro Daniele Anselmi. Il pubblico composto di circa 400 persone, ha applaudito a lungo i complessi e i solisti: Isabella Comand, Scilla Cristiano, Lee Dong Myung, Chio Jin Soo e Silvia Paccini.La rappresentazione in Campitello, ha riscosso grandi consensi da un pubblico eterogeneo e da veri appassionati della lirica.Il giorno successivo, domenica 10, nel pomeriggio, un maggior numero di partecipanti ( erano 500) ha voluto essere presente all’inaugurazione del viale e del sagrato. Alle ore 17: 30, eravamo tutti assiepati attorno alla piccola fontana, che delimita il viale della chiesa da Piazza Garibaldi, ove ogni domenica si svolge il mercato. Qui è avvenuto il taglio del nastro da parte del presidente della Provincia Maurizio Fontanili e dalle altre autorità locali, come abbiamo indicato al principio di questo reportage. Ha chiudere la manifestazione, ci ha pensato il meraviglioso spettacolo pirotecnico, facendo tingere il cielo di mille luci fantasmagoriche, tanto che ci ha fatto stare con la testa in aria per circa 20 minuti, mentre, sul nuovo Viale della Chiesa, si è continuato a far festa fino a notte fonda, mangiando panini col salame nostrano e bevendo vino a volontà dei colli Morenici. Insomma, i festeggiamenti sul sagrato della Chiesa, sono terminati in grande allegria fino a notte fonda. Questi sono stati momenti da ricordare e che sicuramente passeranno agli annali della storia del borgo di sapore medioevale.

Escursione nell'antica e storica città di Lindos.
Dopo qualche giorno dall'escursione nella città di Rodi, con la stessa comitiva dei mantovani, ci siamo prenotati per l'escursione nella cittadina storica di Lindos, che è tra le mete più frequentate dagli escursionisti internazionali. Alle ore 8 del mattino del 25 luglio, il grosso torpedone si è fermato nel piazzale antistante l'Hotel Pegasos e subito dopo siamo partiti diretti a Lindos. Abbiamo attraversato un paesaggio diverso di quello di Faliraki, un paesaggio brullo e bruciato dal sole, e per questo reso più caratteristico per via delle basse colline rocciose di colore ocra. L'entroterra della Costa, sebbene sia comunque vicino al mare, appare come un mondo lontano, selvaggio e dimenticato dall'uomo, in cui la natura ha ancora il sopravvento. La strada provinciale che conduce ad Arcangelos, un villaggio sperduto e proprio per questo estremamente affascinante, è un serpente d'asfalto che disegna tante curve per poi arrampicarsi in un caratteristico paesaggio punteggiato da bassi uliveti. Nel corso del nostro itinerario, abbiamo incontrato inoltre asciutti torrenti e campi coltivati a oliveti bassi e carichi di frutti, piccoli a lindi villaggi costituiti da poche case su di una collina, dove la vita procede con molta lentezza. Di tanto in tanto, la strada provinciale costeggiava le alture della bellissima costa, dove potevamo ammirare piccoli scorci panoramici, con caratteristiche insenature bagnati da un mare fantastico e metafisico. Lasciamo la costa e la provinciale attraversa una bellissima pianura con delle colline colorate d'azzurro. La nostra guida, che si esprimeva in un italiano quasi perfetto, ci ha annunciato che stavamo per giungere nel borgo agricolo di Archangelos. Attraversiamo un viale di alte piante di eucalipto, genere di grandi piante che possono raggiungere anche i cento metri di altezza: originarie dall'Australia, sono oggi coltivate in molte regioni, poiché da loro si ricava un olio usato in medicina come antisettico ma quelle piante furono messi a dimora dai coloni italiani, non per produrre l'antisettico, ma per debellare le zanzare, perché sembra che quelle piante con il loro profumo contribuiscono notevolmente a debellare quegli insetti che infastidiscono altre che gli uomini anche gli animali domestici. Dopo di aver bonificato quella grande valle brulla e bruciata dal sole, hanno creato un vero giardino, con gli aranceti, i limoni, gli ortaggi e altre piante da frutta. Per ottenere tutto quello, hanno dovuto perforare la montagna, creando una lunga galleria, per mezzo della quale hanno incanalato un fiume che ha permesso loro di coltivare tutta la zona. Lungo quel viale, abbiamo visto alcune case coloniche ristrutturate, dove abitarono i nostri connazionali, fino il giorno in cui lasciarono definitivamente l'isola di Rodi, per fare ritorno in Patria.
Archagelos, sorge al centro dell'omonimo comune ed é il maggior villaggio di Rodi, che fu costruito durante il Medioevo, lontano dalla sua originaria posizione sulla costa, per timore delle incursioni dei pirati, e fu dotato di una fortezza dai Cavalieri dell'Ordine di San Giovanni. La natura è affascinante: spiagge dorate, come quella di Tsambika, valorizzata turisticamente, all'ombra dell'impervia roccia con il monastero della Madonna, attorniata da una grande piantagione di grigio verde degli oliveti. Più all'interno, nella valle dove scorre il fiume Naithonas, nascosti fra gli aranceti sono i villaggi di Malona e Massari, dove vivevano i coloni italiani, Nella parte settentrionale del comune, la natura rodia offre generosa le sue bellezze. Subito fuori il villaggio di Archangelos, abbiamo effettuato una sosta, dove sorge un piccolo laboratorio dove è plasmata l'argilla e dove i vasai della zona erano famosi fin dal passato tanto che alcuni fonti riferiscono che mattoni di argilla furono trasportati da qui a Costantinopoli per costruire la cupola della chiesa di Santa Sofia. I moderni vasai di Archangelos lavorano la terracotta con gli stessi metodi dei loro avi, realizzando vari e propri capolavori di arte popolare. E' inoltre fiorente l'industria della produzione di tappeti lavorati a mano.
Il viaggio prosegue in un paesaggio metafisico e lunale, brullo e bruciato dal sole, un paesaggio di sassi e piccole colline, dove germogliano le piccole piante d'ulivo. Per un momento ci sembrava di percorrere quel paesaggio secco e colorato dell'interno della Tunisia, dove i raggi del sole facevano da padrone, sgretolando i sassi facendoli diventare sabbia e piccoli ciottoli. Di tanto in tanto la strada provinciale lasciava l'interno con le secche fiumare e ritornava a percorrere il costone, sotto il quale le onde del mare andavano a infrangersi contro gli scogli. La vastità del mare e la bellezza della costa scorreva davanti ai nostri occhi come i fotogrammi di un film e in lontananza si poteva ammirare, quasi sfocata, la meravigliosa acropoli che troneggiava su di una scogliera sopra il centro abitato. La cittadina sorge a trenta chilometri circa da Faliraki, incastonata in un bellissimo golf riparato dai venti grecali che ha le stesse caratteristiche delle nostre stupende Cinque Terre. La storia ci racconta che gli scavi hanno portato alla luce reperti dell'epoca Neolitica. Molti degli oggetti ritrovati appartengono all'era del rame e a quella Micenea e comunque dal 1500 a. C. in poi. Gli antichi Achei dopo Creta occuparono anche Rodi dando a Ialissos il nome di Achaia, nome che mantenne per un lungo periodo. I vari ritrovamenti Micenei, dimostrano che la civiltà Egea rimase inalterata fin dai tempi storici. Sotto la rupe dell'Acropoli, in un costone pietroso e scosceso che scende fino al mare, improvvisamente ci appare il villaggio bianco e lineare di Lindos, "come pecore pascenti" di manzoniana memoria, protetto da quella potente acropoli, che fu ammirata per la sua prosperità, la sua bellezza ed anche la sua straordinaria posizione strategica. Chi arrivi a Lindos dovrà ammirare da lontano il panorama offerto dal villaggio colorato di bianco e di azzurro, come abbiamo fatto noi, anche se si ha un'immagine altrettanto affascinante anche dal mare, se si visita la città in barca, partendo dal porto di Mandraki a Rodi.
L'insediamento tradizionale, con le sue case bianchissime, le residenze dei capitani, le chiese bizantine e le stradine acciottolate, si adagia ai piedi della rocca dell'acropoli. Se si percorre il sentiero che attraversa il villaggio: un grumo di case colorate in un dedalo di stradine acciottolate, potrà osservare una caratteristica inaspettata. Tutte le stradine che attraversano questo grumo di case, sono tappezzate in permanenza da mercanzie: magliette, camicie, tovaglie, tappeti e oggetti da regalo, e sulle piccole porte dei negozietti, stazionano in permanenza i commercianti, che cercano di catturare i turisti che transitano per raggiungere l'acropoli. Se non si desidera salire all'antica acropoli, che s'innalza maestosa, circondata da potentissime mura a piedi, un passo dopo l'altro, si può prendere in affitto un asinello in Piazza, per la modica spesa di 5 Euro. Una volta raggiunta il vertice della rocca, ti si accorge che a creare un ambiente magico sono i monumenti antichi, bizantini e cavallereschi che vi si trovano, ma anche e soprattutto, la magnifica vista sul mare e sulla sottostante cittadina. Ammirando i resti di capitelli ammucchiati, pezzi di colonne doriche spezzate, lapidi di marmo bianco anneriti dal tempo, che raccontano la storia dell'antica Grecia. Vedendo i resti di quei monumenti quasi frantumati e sgretolati dal tempo e dagli agenti atmosferici, ci inducevano a pensare con la fantasia e di ricostruire e mettere insieme i pezzi di meravigliosi mosaici, che descrivevano le bellezze di quel tempo lontano, ma noi non siamo archeologi ma semplici ed appassionati di questa scienza che studia le civiltà antiche, attraverso l'esame di monumenti e resti d'ogni genere giunti fino a noi o portati alla luce mediante scavi, come è successo qui nel tempio di Lindos.
Oh si, la storia! La storia è come un paesaggio attraversato in macchina o sorvolato in aereo, come del resto è successo a noi in questo nostro viaggio nell'isola di Rodi. E' possibile passare velocissimi, correre in poche ore da un capo all'altro di un continente, indovinare sotto i nostri occhi lo stivale d'Italia, la verde Valle padana, la punta della Florida, la massa ostile e superba del deserto del Sahara, delle Alpi, dell'Himalaya o l'isola di Rodi. E' possibile anche fermarsi ad ogni passo, prendere dei sentieri che si aprono sulla nostra destra e alla nostra sinistra, bighellonare nei campi, nei prati, nei boschi, sulla spiaggia o sull'Acropoli di Lindos, o magari nella città di Rodi. C'è continuità dal quadrifoglio che attira il nostro sguardo in mezzo all'erba, dalla tavola della cucina in cui consumiamo i nostri pasti fino al pianeta e oltre. Possiamo adottare l'andatura che più ci piace, possiamo insediarci ad ogni piano dell'edificio dello spazio e del tempo. Possiamo vedere sfilare molto velocemente gli avvenimenti e gli uomini, i paesaggi, i secoli e gli oceani. Possiamo anche scendere ai dettagli più minuscoli, alle pieghe più segrete e meglio dissimulate delle valli e dei cuori. E' tutta una questione di scale. Certe volte mi sembra addirittura che questa nozione di soglia o di scale sia uno dei nodi nascosti della metafisica.
Se siete un poco stanco del nostro procedere, volete che andiamo un po' più in fretta, che saltiamo a piè pari paesi, villaggi, secoli e millenni? Eccoti catapultati nel tempo e nello spazio con la millenaria storia dell'Acropoli di Lindos, che sorge appunto in cima al precipizio spaventoso a 125 metri sopra il villaggio, l'acropoli è dominata dal Tempio di Atene di Lindos datato IV secolo a. C: le colonne ancora esistenti si stagliano all'orizzonte. Il tempio era tra i luoghi più sacri dell'antichità, frequentato da Alessandro il Grande e forse da Elena di Troia ed Eracle. Nel 1200, i Cavalieri Ospedalieri di San Giovanni fortificarono la cittadella con bastioni più elevati delle mura originarie. In questa nostra escursione, oltre ad aver scoperto un'acropoli fortificata, abbiamo visto che nei dintorni della minuscola spiaggia di Pallas, oggi molto in voga, è collegata al lido principale di Lindos da un passaggio pedonale. I turisti s'incamminano verso il promontorio, verso la più esclusiva Baia di San Paolo, dove l'apostolo giunse nel 43 d.C. introducendosi a Rodi il cristianesimo. Una cala paradisiaca, vanta acque turchesi e una cappella intitolata a San Paolo, festeggiato il 28 giugno. Anche se denominato la Tomba di Kleobuulos, il monumento di pietra sull'altura a nord delle spiagge principali della baia di Lindos non ha nulla a che fare con l'illustre tiranno di Rodi. Il mausoleo rotondo fatto di enormi blocchi di pietra risale, probabilmente, al primo secolo a, C: circa parecchi centinaia di anni dopo la sua scomparsa. Agli albori del cristianesimo, la tomba fu convertita nella chiesa di Agios Aimilianos, benché chi fosse sepolto qui in origine resta un mistero.

Girovagando per questi luoghi storici, non possiamo fare a meno che soffermarci a parlare della storia antica della grande Grecia, dove sono nati i più grandi filosofi del mondo allora conosciuti. La storia ci racconta che i Dori con l'occupazione della Grecia, invasero Rodi suddividendola in tre dipartimenti amministrativi con Ialissos, Lindos e Camiros capoluoghi. Queste tre città insieme a Coo, Kindos ed Alikarnassos formarono una federazione (Exapolis - sei città) per difendersi dagli abitanti dell'Asia Minore. La prima parte della storia di queste città, presenta un'intensa attività commerciale ed una sostenuta espansione come è stato appurato dai ricchi ritrovamenti delle tombe di Camiros.
Nel 412 a.C. i Rodensi, approfittando della debolezza che attraversava la Polis Ateniense, si rivoltarono formando nell'isola il loro quartier generale per le operazioni della loro flotta, richiamando dall'esilio Doriea, figlio di Diagora ed amico degli Spartani. Quattro anni più tardi, gli abitanti delle tre grandi città, decisero di fondare una nuova grande città, scegliendo per questo scopo una magnifica località nell'estremità nordoccidentale che chiamarono Rodi, costruita sui piani elaborati dall'architetto Milesio Ippodamo. Il suo sviluppo fu rapidissimo e presto assunse un'importanza notevole attraendo e controllando gran parte del commercio di questa parte dell'Egeo. E' talmente forte e prosperosa che da allora la sua storia s'identifica isolata governata dal suo Parlamento e dall'Ecclesia, ma per i problemi interni rimase sotto il controllo Parlamentare delle tre città che la fondarono.
Da sempre gli abitanti dimostrarono un grande amore per le lettere e le arti. Famosi poeti e scultori raggiunsero l'isola all'apice della loro creatività, come Fidia, scultore ateniese e importante esponente dello stile classico, lo scultore Policleto, Pissandro da Camires, Aristomene, Evagora, Apollonio di Rodi, Kleovulos da Lindo che fu uno dei sette saggi dell'Antica Grecia e tanti altri. Lo sviluppo della scultura a Rodi risale alla metà del IV secolo a. C, e tra i più noti scultori spicca Chares da Lindo, autore del famoso Colosso di Rodi e di Ilio Sole.
Sembra che i famosi bronzi di Riace del (VI e V secolo a. C), conservate nel Museo nazionale della Magna Grecia, di Reggio Calabria, tra i suoi tesori principali sono appunto i bronzi greci, le due grandi statue di guerrieri recuperate in mare al largo di Riace marina nel 1972, da cui prendono nome. La statua A (460 a.C.) si ritiene sia opera di Fidia scultore ateniese e importante esponente dello stile classico. Si tratterebbe quindi di un esemplare raro, poiché le opere di questo artista, assai ammirate dagli scrittori antichi, erano finora giunti a noi esclusivamente sotto forma di copie romane. La B (430 a.C.) è stata attribuita allo scultore Policleto. Probabilmente in origine si trovavano entrambe nel tempio di Delfi, monumento ateniese alla vittoria di Maratona. Molti anni fa, in una gita nei luoghi della memoria della My Old Calabria, con Adriana mia moglie e la principessa Tiziana, abbiamo soggiornato a Reggio Calabria, e nel visitare i monumenti della città, ci siamo soffermati a lungo nel Museo nazionale della Magna Grecia, e fra l'altro, abbiamo potuto ammirare per la prima volta da vicino i famosi bronzi di Riace.
Dopo un'intera giornata trascorsa a Lindos, tra colonne, bassorilievi e capitelli, che testimoniano il lungo potere e la ricchezza dell'Acropoli, su quella sommità, con l'azzurro del cielo come sfondo, dove si trovano i resti del tempio di Athena Lidia, da dove l'occhio spazia da quel luogo incantato e che guarda sul mare azzurro. A sera quando abbiamo fatto ritorno nel villaggio di Faleraki, il sole stava per tramontare su quel mare turchese e bellissimo, mentre dalle colline spirava un venticello ristoratore, mentre dentro di noi, come fotogrammi di un film, continuavano a scorrere quelle visioni storiche e quei villaggi dipinti di bianco e d'azzurro. Eravamo tutti felici di aver trascorso una bella giornata tra passato e presente, tra la storia e la realtà di tutti i giorni. A tutte queste scene del passato che si animavano per noi che ci trovavo sulla rocca dell'acropoli, che andavamo cercando l'angolazione giusta per fotografare la bellezza del colonnato che fu costruito in epoca ellenica, intorno al 200 a.C.i monumenti antichi, bizantini e cavallereschi che vi si trovano sulla rocca, ma anche e soprattutto la magnifica vista sul mare e sulla cittadina sottostante che ancora oggi sono lì a testimoniare e a sfidare le intemperie e la storia. Non credevo affatto che il passato bastassi per comprendere il futuro. Arrivo fino a pensare la tanta diffusa convinzione che lo illumini e lo spieghi non significa gran che. Quel che è vero fino all'evidenza è che il passato costruisce il basamento su cui s'innalza il presente, che esso accumula le condizioni di ogni storia passata, presente e futura. La vita ha questo di caratteristico, che viene fuori spontaneamente. E' sempre l'inatteso ad avere le maggiori probabilità di sopravvenire. Ma anzitutto deve partire dall'esistente. E ciò che non ci si aspetta deve venire fuori di ciò che si conosce. La storia, l'arte, la filosofia e la letteratura, sono la costruzione della vita. Il passato è ciò che impedisce che l'avvenire sia una cosa qualsiasi.
Alcuni giorni dopo questa bellissima esperienza escursionistica nell'antica e storica Città di Lindos, si è concluso il nostro soggiorno nell'isola incantata di Rodi. E' stato tutto bello, secondo le nostre aspettative, con un mare splendido e un clima vivibile, fresco e ventilato. A contribuire a tutto questo vi è stata la cordialità degli abitanti e soprattutto del personale dell'Hotel Pegassos, però, dobbiamo sottolineare che ci è mancato moltissimo il nettare degli dei dell'era moderna: il caffè, quella bevanda aromatica, di sapore amaro di cui noi italiani non possiamo fare a meno specialmente dopo il pranzo e nei momenti di pausa durante la giornata. All'interno dell'Hotel Pegasos, nel bar del gazebo con vista panoramica sul mare, a prepararci un buon caffè dopo il pranzo, ci pensava l'amico "Kirios", che tradotto nella nostra lingua voleva dire signore, l'amico Basilio, un simpatico barman dai modi cortesi e molto gentili che si esprimeva molto bene nella nostra lingua, ma fuori del Pegasos, il caffè era imbevibile. Nella vita non si può avere tutto secondo i nostri gusti e bisogna anche sapersi accontentare.
" C'è un vecchio manifesto pubblicitario conservato come un cimelio al London Museum che esalta inequivocabilmente le qualità nobili e curative del caffè: Ravviva lo spirito e alleggerisce il cuore".

Dato che abbiamo accennato al caffè, ci vogliamo soffermare e ad indicare qui di seguito tutti i segreti di questa nobile bevanda aromatica che tanto piace a noi italiani: il "Caffè". Sono davvero pochi, quei coraggiosi che vanno fieri della loro candida scelta di vita al grido " non bevo caffè". La bevanda nera, dell'Oriente all'Occidente, è la compagna fedele delle nostre giornate da mattina a sera: da soli, o in compagnia, è sempre un piacere irrinunciabile.
La storia ci racconta che dallo sbarco dei marinai sulle coste di Moka nello Yemen, alle leggende su Maometto, è indubbio che il caffè abbia origini orientali. Le prime storie narrano di un monaco dello Yemen che usava le bacche di gahwah per restare sveglio più a lungo e pregare di più, dopo aver saputo da un pastore che queste bacche avevano effetti miracolosi sulle sue pecore e cammelli.
Le tradizioni religiose raccontano che fu addirittura l'Arcangelo Gabriele, per volere di Allah, a porgere la bevanda nera ( non a caso dello stesso colore della pietra della Mecca) a Maometto per dargli forza ed energia nelle sue battaglie.
E, ancora i racconti tradizionali perlano di un leggendario viaggio verso la città di Moka, in cui lo sceicco Ali Ben Omar, giunto a destinazione, scoprì la pianta del caffè e le sue proprietà energetiche.
Basti pensare che fino a 200 anni fa, la maggior parte del caffè che si consumava in Europa, proveniva proprio da questa città: la parola " moka" è ancora oggi usata per indicare il caffè. Sempre legata alla città di Moka, la tradizione narra che lo stesso sceicco usava offrire la bevanda ai marinai portoghesi di passaggio e quindi il caffè arrivò in Europa attraverso il Portogallo.
Storicamente, sembra più attendibile la tesi secondo cui il caffè sia entrato in Europa attraverso le porte di Vienna, poiché l'impero ottomano si estendeva fino alla frontiera della capitale austriaca.
Leggende a parte, sembra che la scoperta del caffè risalga al XIV -XV secolo in Oriente e sola da un paio di secoli, questa tradizione sia stata diffusa in Europa e in Italia, in un primo momento a Venezia. Le prime "botteghe del caffè" a Vienna divennero subito luogo di incontro per i nobili e gli intellettuali dell'epoca, e, pian piano, proliferarono in tutta l'Europa.
Con il tempo si esaltarono addirittura le qualità nobili e curative della bevanda, tanto che un vecchio manifesto pubblicitario, oggi esposto a London Museum, recitava a proposito del caffè: " Ravviva lo spirito e alleggerisce il cuore…"; Bach gli dedicò addirittura la " Cantata del caffè, mentre Luigi XIV, il Re Sole, lo amava particolarmente e usava prepararlo personalmente anche per offrirlo ai suoi ospiti. Napoleone ne consumava grandi quantità per essere sempre sveglio ed energico durante le sue battaglie. A proposito di battaglie, sembra che il cuoco personale di Napoleone, il mattino che precedette la grande battaglia di Waterloo (18 giugno (1815), nel preparare il caffè alla turca in un paiolo da campo, per gli ufficiali dello stato maggiore, che erano a rapporto da Napoleone, lo fece molto lungo e per ovviare all'imprevisto, lo addizionò con alcune bottiglie di Cognac. Nacque così il caffè corretto.
L'aneddoto più curioso ci arriva invece dalla Svezia del XVIII secolo: nel tentativo di determinare quale fosse la bevanda più nobile tra il the e il caffè, fu ordinato che due gemelli condannati a morte bevessero rispettivamente solo the e solo caffè, in modo da verificare chi sarebbe vissuto più a lungo. Paradossalmente, i giudici della singolare gara e il re che aveva ordinato l'esperimento, morirono prima dei condannati, i quali arrivarono rispettivamente alla veneranda età di 83 anni bevendo soltanto the, e oltre 100 anni bevendo caffè.
Per concludere in bellezza il nostro viaggio di ritorno da Rodi a Orio al Serio, ci ha pensato un grosso temporale che stava imperversando sulla Città di Pescara e si stendeva fino al Golfo di Napoli, mentre l'aeromobile volava a 12 mila metri di quota e mentre l'hostess ci stava servendo il caffè caldo, il comandate dell'aereo ci comunicava tutto questo, dicendoci: " Adesso spegniamo le luci di bordo, così dagli oblò, potete ammirare lo spettacolo più bello del mondo, che si sta svolgendo sotto di noi. Infatti, oltre che ammirare un cielo meraviglioso, dove splendevano una miriade di stelle, oltre tre mila metri sotto di noi, abbiamo assistito ad uno spettacolo pirotecnico senza precedenti, prodotto appunto dalla natura. Nuvole bianche e colorate si alternavano in un caleidoscopio di luci e di colori e in contemporanea si formavano figure e immagine diverse, creando uno spettacolo senza pari. Quello era un paesaggio astratto e metafisico e quindi fuori della realtà e della immaginazione umana che sfiorava la fantasia. Ecco perché era bello, perché nessuno di noi che stavamo viaggiando a quell'altezza, non aveva mai osservato e visto uno spettacolo paradisiaco così bello offertaci dalla madre natura.


L'Apocalisse: La resa dei conti tra cielo e terra.

Per chi viveva sulle sponde del Mediterraneo nel I secolo dopo Cristo - ad Alessandria, Efeso, Atene: pagani, ebrei, cristiani - dire o scrivere che una stella fosse un angelo un'allegoria: era, insieme, una verità religiosa e un'ipotesi scientifica largamente condivisa. I profani pensavano che le stelle, fisse o vaganti, fossero entità spirituali. Gli ebrei e i cristiani che furono angeli ribelli a Dio, condannati da Dio. Gelosi dell'uomo ( come i Giganti della Cnosi), illudendolo con miracoli falsi, i ribelli tramavano incessantemente la sua rovina. La loro influenza era limitata da Dio - che di tutto possedeva le chiavi: del cielo e dell'abisso - ma poteva produrre catastrofi nel cosmo: grandine, tuoni, grandi sismi. Nell'anima dell'uomo suscitava il male: la perfidia velenosa del potere, la perdizione dei sensi, l'idolatria.
Per rimanere tra cielo e terra, lasciamo il racconto biblico dell'apocalisse di Giovanni e veniamo al grosso temporale che stava imperversando sotto i nostri piedi, che stavamo volando a 12 mila metri di quota, nel viaggio di ritorno dall'isola di Rodi verso Orio al Serio. In quel momento un grosso temporale che stava imperversando sulla Città di Pescara e si stendeva fino al Golfo di Napoli, mentre volava a 12 mila metri di quota e la simpatica hostess ci stava servendo il caffè caldo, il comandate dell'aereo ci comunicava tutto questo, dicendoci: " Adesso spegniamo le luci di bordo, così dagli oblò, potete ammirare lo spettacolo più bello del mondo, che si sta svolgendo sotto di noi, infatti, oltre che ammirare un cielo meraviglioso, dove splendevano una miriade di stelle, oltre tre mila metri sotto di noi, abbiamo assistito ad uno spettacolo pirotecnico senza precedenti, prodotto appunto dalla natura. Nuvole bianche e colorate si alternavano in un caleidoscopio di luci e di colori e in contemporanea si formavano figure e immagine diverse, creando uno spettacolo senza pari. Quello era un paesaggio astratto e metafisico e quindi fuori della realtà e della immaginazione umana che sfiorava la fantasia. Ecco perché era bello, perché nessuno di noi che stavamo viaggiando a quell'altezza, non aveva mai osservato o visto uno spettacolo così bello offertaci dalla madre natura. Per un momento mi è sembrato di ammirare l'incisione di Gustave Doré nel Giudizio finale o il diluvio universale di Michelangelo Buonarroti, che alcuni anni fa avevamo ammirato nella Cappella Sistina.

Nelle ore antilucane,quando siamo sbarcati all'aeroporto di Orio al Serio, abbiamo assaporato la brezza del mattino di casa nostra e tutto ci è sembrato come un sogno. Il poeta così immortala questo momento catartico di vita fuggente:

"Bacio con la brezza
del mattino,
il sorriso di un bambino,
con le gote rosse
e gli occhi del mare,
freschi pensieri,
una carezza
e l'attesa che germogli
il senso della vita.

Escursione lungo il fiume Mincio.

Domenica

Giove Pluvio, anche oggi, non ha avuto neppure la minima compassione di noi poveri escursionisti Campitellesi, con capo il presidente dell'Ente Valle, Salardi dott.Franco, promotore dell'escursione mandando dal cielo, dove stava presidiando il concilio degli dei, la pioggia scrosciante sulle nostre teste canute e le membra stanche. Pioggia e non pioggia, il catamarano "Virgilio", l'ora stabilita ha lasciato la panchina, che sorge sulla riva del Lago inferiore di Mantova, proprio di fronte al meraviglioso Castello dei signori Gonzaga, la cui progettazione si deve al maestro lombardo, Bartolino da Novara, nel 1386, (come pure quello del Castello Estense ( 1385) lato destro del Ponte di San Giorgio. Prima d'iniziare la navigazione vera e propria sul Fiume Mincio, il Capitano del battello, ha voluto attraversare il Ponte di San Giorgio, facendoci osservare dal Lago di mezzo, la prospettiva della città di Mantova, con le sue torri, i campanili e la cupola di San Lorenzo.
Solo chi entra in città da oriente o da settentrione per le porte di San Giorgio attraversa il lungo terrapieno, sigillo tombale d'antico ponte medioevale ivi sotto da non molto sepolto, o di Mulina percorrendo il caratteristico ponte impostato su di una diga millenaria, sol chi entra in città da queste due direzioni proveniente dal Veneto o da Brescia, ha l'esatta sensazione di Mantova. Stando in piedi sulla tolda del battello, si ammira un profilo basso, allungato, solo segnato dall'elevarsi d'alcune torri che si rinserrano quasi a protezione dell'alta cupola centrale che tutto domina; non colori vivaci colpiscono la nostra debole vista: un sottile velo di vapore ricopre tutto il panorama ed attenua e smorza ogni vivacità di tinta; il grigio domina su tutto, ma un grigio fatto di chiarezza, di trasparenza; la diresti una città d'argento, ma a contribuire a tutto questo ci ha pensato Giove Pluvio, con la sottile pioggerellina che cadeva lentamente sulla superficie del Lago, sulla città e sugli argini che circondano i tre Laghi. Un profilo basso, allungato, appoggiato su di un tappeto di tenere canne il cui verde subito sfuma in giallo mollemente aurato, tappeto verde e filari di pioppi cui fan corona l'acque del Mincio che talvolta nel colore si rammentano d'essere state Garda, ma che più spesso hanno la notevole luce dell'acciaio. Visione eminentemente virgiliana; e se volgi lo sguardo a mezzogiorno, e di là vedi alzarsi timidi svettanti per l'aria i vecchi pioppi del lucus Virgilianuus creatovi nel bimillenario di sua nascita, vai ripensando i versi del poeta:
"….primus Idumeas referam tibi, Manta, palmas
Et viridi in campo templum de marmore ponom
Propter aquam, tardis ingens ubi flexibus errat
Mincius, et tenera praetexit harundine ripas
"

La storia ci dice che quel tempio ch'egli aveva sognato per Augusto, fu invece eretto alla sua memoria; un tempio silvano le cui colonne son gli alti fusti dei pioppi e volte la verde ramaglia. Modo più degno non poteva trovar Mantova per ricordare il suo Vate. E se non poche sono le attestazioni d'affetto tributatagli dai suoi concittadini, dai busti romani ai simulacri del medioevo, al monumento a Feltrami, pur tuttavia un'ultima prova vollero dargliela consacrandogli questo bosco che in sé racchiude lo spirito virgiliano di questa industre popolazione che dai campi trae la ragione di vita.
Mantova è stata definita città di sogno e di leggenda; anche la sua origine è avvolta nei misteriosi veli della leggenda, e se pur ebbe tempi di splendore, conobbe anche ore di profonda miseria; ma pur nella sventura mai non venne meno quella georgica serenità di spirito che fece sbocciare dal suo seno dolci poeti, da Virgilio giù giù fino ai più scuri tempi del medioevo. E proprio Mantova, prima ancora che alla corte di Federico, si va poetando d'amore in quella lingua che non è più latino e presto sarà il bellissimo idioma italico.
Mentre il catamarano è ritornato sui suoi passi e stava attraversando il Lago inferiore per poi navigare al centro del Fiume Mincio, ci voltiamo in dietro e ammiriamo la città bellissima di Mantova, che come gran dama decaduta, conserva ancora le sue bellezze di cento e cento anni or sono; l'ossatura della città è ancor quella che vollero creata i suoi magnifici signori. Rivediamo per l'ennesima volta Chiese romaniche,alte torri che bucano il cielo, palazzi cinquecenteschi, sontuose dimore barocche che la inanellano: nomi di artisti calibri si alternano nella nostra mente con nomi di patrizi fastosi. Questi signori che amavano circondarsi dei geni più eletti ( Guido ospitò il Tetrarca; Gian Francesco accolse il Pisanello; Mantenga più che padovano può dirsi mantovano per il lungo soggiorno fatto alla corte dei Gonzaga; Alberti fu intimo di Lodovico; famose sono le relazioni di Isabella con tutti i più grandi artisti del suo tempo; Federico chiamò Giulio Romano; il Rubens fu il consigliere di Vincenzo, e questo sol per dir dei maggiori), questi signori con il volger dei secoli seppero crearsi una regia a null'altra seconda in Italia, se si eccettua la dimora vaticana. La barca lentamente scivola sulla superficie del lento Fiume e a questo punto è stata sufficiente un'ansa del Fiume, per fare sparire la visione della Reggia dei Gonzaga, fastosa dimora dei più fastosi principi, dedalo intrico di costruzioni sorte in quattro secoli, palestra di tutti gli artisti convenuti a Mantova nelle più varie epoche, fulcro intorno a cui gravitarono le cupide brame di soldatesche predatrici, asilo e rifugio del Tasso cacciato da Ferrara, ultima tappa del calvario dei Martiri di Belfiore innanzi di salir la passione costante e tenace d'è suoi custodi, chi non vorrà scendere a' tuoi cancelli per visitarti? E chi non vorrà far quattro passi fuor della Pustella per soffermarsi a quella villa in mezzo al folto di secolari platani dallo strano nome del Te, villa che fu casino di piaceri principeschi dopo che fu resa splendida dal genio pagano di Giulio Romano?
Viaggiando lungo il fiume e sul fiume Mincio, di uomini se ne incontrano sempre parecchi. Ma si tratta, in genere, di persone che con il fiume non hanno molto da spartire. Sono ben pochi, quelli nati sulle sue sponde: anche fra loro, quasi nessuno v'e l'ha più nel sangue, sia il fiume Olio come pure il Po. Come si faccia a essere innamorati di un fiume così, a sentirselo scorrere nelle vene, e poi, è una osa difficile da capire. Siamo troppo abituati a seguire i richiami di una vita convulsa e diverso senso, per poter amare la quiete semplice del fiume, amari magari anche i suoi lati negativi, le zanzare che si levano dagli stagni, le nebbie persistenti e le piogge d'autunno, il limo vischioso lasciato dalle piene. Anche i figli degli ultimi fumarli la pensano così, in gran parte; e lavorano magari in una fabbrica o in uno stabilimento del Petrolchimico della città di Mantova, che abbiamo appena lasciato alle nostre spalle, o fanno i camerieri a Milano.
Mentre stavamo navigando nel cuore del parco del Mincio, il parco più bello del mondo, le due hostess del catamarano, si succedevano nel raccontarci la storia di Mantova e nell'illustrarci le bellezze del Parco, mentre una miriade di uccelli rari volavano da una pianta all'altra liberi e felici di vivere nel loro ambiente naturale. Sulla riva del fiume, di tanto in tanto, si vedevano i pescatori della domenica che attendevano che il pesce abboccasse. Guardando a destra e a manca, ovunque fosse bellezza di fertili campi ben ravviati al par di giardini e subito si scorge come l'agricoltura sia la principale fonte del benessere; ma qua e l'è sono sparse anche l'opera dell'umano ingegno, e su questo ci soffermeremo in breve. Mentre la pioggia continuava a scendere con una certa intensità, eccoci giunti a Governalo con le secentesche chiuse del Mincio; ecco l'industriale Ostiglia, che fu patria di Cornelio Nipote. Siamo nell'oltre Po; nei domini della contessa Matilde. E di lei scorgiamo subito i due segni caratteristici: l'amore alla sua terra che volle ridenta dall'invadenza delle acque e dalla sterilità dello sterpeto, e la sua grande pietà edificatrice dei templi
Superiamo Governalo con la sua chiusa, e raggiungiamo la grande foce dove il Mincio diventa Po. Guardando quell'acqua limacciosa che scorreva pigra e fiaccata, tanto che sembra di aver perso le sue forze. Quello è il luogo dell'incontro di due fiumi, é il luogo dove il cielo si fonde con il fiume ed il fiume si fonde con il cielo, ma soprattutto ti dà la sensazione di ammirare un paesaggio astratto e metafisico
A questo punto, il capitano dell'imbarcazione ci comunica che non è più possibile proseguire la navigazione lungo il fiume Po, poiché a causa delle continue piogge, il fiume ha raggiunto quattro metri d'altezza e quindi era pericoloso proseguire fino a Ferrara, a causa anche del galleggiamento in superficie di tronchi e alberi. Il catamarano, ha effettuato un largo giro nel centro della foce del grande fiume Po ed ha invertito la rotta, facendo ritorno nel piccolo porticciolo di Governalo, dove sull'argine il nostro pullman era nell'attesa, per proseguire il nostro viaggio fino alla città di Ferrara. Peccato di questa interruzione fuori programma, ma è stato necessario questo cambiamento di rotta, per garantire l'incolumità di noi turisti e del natante. Possiamo essere altresì contenti, perché non è stato tutto perduto. Abbiamo navigato nelle acque del vecchio fiume Mincio, in quello che nel medioevo era stato definito l'autostrada fluviale che collegava Mantova a Ferrara. Siamo transitati in mezzo a quel meraviglioso parco, in quell'incantevole luogo dove regna il silenzio, la bellezza, la fauna, la flora e la poesia dove il paesaggio si fa aperto e desolato, gli alberi cedono a un'immensa campagna piatta, emergono dopo l'argine le cuspidi dei campanili, le facciate delle chiese, le case e le corte sparse di mattoni rossi lungo il fiume, i piccoli orti, i cortili con il forno a legna ed i filari di viti carichi d'uva pronta per essere vendemmiata, mentre i pescatori continuano pazientemente a pescare quel pesce che non abbocca mai.
Mano mano che ci si avvicina al delta, aumentano i luoghi degni di una visita più approfondita, e magari di una visita non affrettata, ma attenta: di conseguenza, aumenta anche il tempo che bisognerebbe dedicare all'itinerario, possibilmente in una giornata splendida di sole e non come quella di oggi, sotto un cielo plumbeo, grigio e piovoso. Magari solo a Mantova e dintorni, infatti, anche a prescindere dai valori architettonici e storici che in apertura abbiamo citato della città - che sono molti- la bellezza dei famosi laghi, che questa mattina abbiamo ammirato nella loro stupenda bellezza, il corso e la foce del Mincio, già da soli giustificano abbondantemente una giornata di vagabondaggi per la pianura.
Arrivando poi fino ad Ostiglia, un appassionato naturalista non può lasciarsi sfuggire all'occasione di visitare, finché resiste, quell'ultimo splendido frammento delle antiche foreste padane, che è costituito dall'isola Boschina. Si, è vero, occorre la barca, naturalmente, ma può essere noleggiata sul luogo. Un lungo ponte collega Ostiglia con Revere, sulla sponda opposta, antichissima cittadina che risale all'epoca etrusca, e che nel suo pregevole palazzo ducale ospita il Museo del Po.
Da Ostiglia si può ritornare verso Mantova in sponda destra, per Pieve di Coriano, Quincetole, San Benedetto Po. Oppure, per la splendida vista sul fiume e sui terreni golenali, di percorrere verso valle l'argine sinistro del Po, che venendo da Ostiglia si può imboccare prima di Melara, continuare di qui fino a Bergantino e Castelmassa, spingendosi magari fino allo storico paese di Ficarolo, dove avvenne una delle più tremende rotte del Po. In quell'ultima escursione, che abbiamo effettuato molti anni fa, ci è rimasto impresso il grande campanile di Ficarolo che domina fin da lontano la campagna, con la sua caratteristica siluette inclinata come la torre pendente di Pisa.
Sono passati i tempi del mulino del Po, sono praticamente scomparsi i traghetti con la fune tesa da una sponda all'altra, anche gli ultimi ponti di barche sono ormai rimpiazzati da alti ponti di cemento armato con le loro campate proiettate a sfuggire al fiume, come per paura di bagnarsi i piloni. Così accade, invece, che due o più persone come noi vadano in cerca proprio di un ponte di barche, col lanternino, e dopo di averne trovato uno. Senza fare tanta strada, ne troviamo uno proprio a due passi da Capitello, dietro casa nostra, sul fiume Oglio e allora, siamo tutti felici come bambini sulle giostre. Poco tempo fa, le autorità locali e provinciali, hanno minacciato di fare sparire anche questo, come è successo con gli altri ponti e i mulini del Po.


VERSO LA CITTA' DI FERRARA.
Lasciamo le rimembranze e ritorniamo al nostro viaggio verso la bellissima città di Ferrara. Il nostro torpedone procedeva a velocità di crociera, accompagnato da una pioggia continua e scrosciante. Le campagne della grande pianura ferrarese zuppe di pioggia, all'orizzonte lunghi filari di frutteti e pioppeti che facevano da cornice ai lindi villaggi immersi e sperduti nell'immensa pianura, che sfilavano davanti ai nostri occhi come fotogrammi di una pellicola cinematografica in bianco e nero o sbiadita dal tempo. Nel cielo dominava il grigio e annullava le sue bellezze coloristiche di quest'estate che sembrava terminata. Ma quella è stata solo una pausa metereologica, che ha impedito a milioni di viaggiatori di godere della pausa festiva. Dalle insegne stradali abbiamo compreso di essere giunti nella città di Ferrara. Girando a destra e a manca, finalmente, abbiamo imboccato la via giusta per raggiungere il Ristorante, dove eravamo attesi per il pranzo. Il Ristorante Pizzeria, denominato " L'Archibugio", era ubicato nella periferia della città e precisamente in Via Darsena, al numero 24/26.
Dopo gira e volta, finalmente il grosso torpedone, si è fermato davanti al locale e sotto la pioggia battente, abbiamo raggiunto l'interno del Ristorante, che era affollato da un esercito di ex bersaglieri, che proprio quel giorno, festeggiavano il loro raduno interprovinciale. In merito a tutto ciò, il nostro gruppo è stato diviso in due tronconi: metà degli escursionisti abbiamo preso posto all'interno del locale, mentre il rimanente è stato sistemato sotto un grande tendone, sistemato nell'interno del cortile. In un'escursione che si rispetti, non c'é momento più bello, che quello della sosta per il pranzo. La filosofia significa amicizia, socializzazione e soprattutto sviluppare rapporti interpersonali in modo costruttivo con gli altri, e dove meglio del ristorante "l'Archibigio di Ferrara, poteva ospitare tante persone gioiose, tante persone in festa, seduti all'interno e all'esterno del locale, anche se all'esterno continuava a piovere, ma dentro di ognuno di noi, sono sicuro che nasca qualche cosa di diverso, era nata e consolidata la vecchia amicizia. "Un bicchiere dopo l'altro per festeggiare", come diceva sempre il grande scrittore e carissimo amico Mario Soldati, è quello che ci vuole, come del resto è successo a noi in quell'affollato, ma ordinato e funzionale locale di periferia.
Dopo la pausa pranzo, abbiamo raggiunto il centro storico della città degli Estensi, e proprio di fronte al suggestivo medioevale Castello Estense, vi era nella attesa la nostra simpatica guida locale, signorina Cinzia Soffritti, che ci ha dato il benvenuto sotto un diluvio di pioggia scrosciante. Un vecchio proverbio dice: "Sposa bagnata sposa fortunata", nel nostro caso, squadra bagnata, squadra incavolata.
Nel nostro giro escursionistico, attraversando bellissime Piazze, carruggi e viali, abbiamo potuto constatare che la dinastia d'Este ha lasciato un'impronta indelebile sulla città, che con le sue fortificazioni è una delle più belle della regione. La famiglia prese il potere della città nel tardo XII secolo con Nicolò II e lo mantenne fino al 1598, quando fu costretta dal Papato a trasferirsi a Modena. Come abbiamo accennato sopra, per primo abbiamo visitato il suggestivo medioevale Castello. Al maestro lombardo, Bartolino da Novara, si deve il progetto del Castello Estense ( 1385), nel cui interno sono notevoli la sala dei giochi e la cappella di Renata di Francia. Allo stesso progettista, l'anno successivo, gli è stato dato l'incarico di costruire il Castello di Mantova, che differenzia da quello di Ferrara, per le tre torri che culminano il Castello, che fu residenza della signoria, iniziata nel 1385, con i suoi fossati, le torri e le merlature incombe sul centro della città, Ferrante Giulio d'Este furono incarcerati nelle sue segrete, accusati di aver tramato per spodestare Alfonso I d'Este, Parisina d'Este, moglie di Nicolò III, fu giustiziata qui, colpevole di adulterio con Ugo, il suo figliastro.
La storia ci racconta che nel medioevo, culmine dello splendore della signoria, la corte degli Este era tra le più importanti d'Europa e il signore era insieme despota sanguinario e illuminato mecenate rinascimentale. Nicolò III, per esempio, fece uccidere brutalmente sua moglie e l'amante. Alfonso I (1503-34) sposò Lucrezia Borgia, discendente di una nota dinastia italiana; Ercole I ( 1407- 1505) tentò di avvelenare il nipote che aveva cercato di usurpare il trono ( e alla fine lo giustiziò). Ma allo stesso tempo la corte degli Este, come fecero i signori Gonzaga di Mantova, attirò scrittori come Tetrarca, Tasso e Ariosto e pittori come Mantenga, Tiziano e Bellini. Ercole I inoltre, ricostruì Ferrara, facendone una delle città più belle del rinascimento.
A bordo del nostro torpedone, la signorina Cinzia Soffritti, ci ha fatto conoscere i palazzi rinascimentali, il Palazzo dei Diamanti, che prende il nome dal rivestimento bugnato a punta di diamante della facciata che oggi occupa una galleria d'arte moderna, il museo del risorgimento e la Pinacoteca Nazionale, che contiene opere degli esponenti principali del rinascimento delle scuole di Ferrara e Bologna. In passato, pochi anni or sono, siamo stati al Palazzo dei Diamanti, per visitare la mostra degli impressionisti francesi e successivamente la Pinacoteca Nazionale ed il Museo del risorgimento. In altra occasione, abbiamo avuto modo di visitare il Palazzo Schifanoia, che fu il ritiro estivo della famiglia d'Este, iniziato nel 1385, è famoso per il suo Salone dei Mesi, le cui pareti sono affrescate con allegorie dei mesi, opera di Tura e di altri artisti ferraresi. Furono commissionati da Borso d'Este, che compariva in molti pannelli.
Il Palazzo del Comune, lo abbiamo ammirato stando riparati dalla pioggia sotto il portico, che da appunto sul cortile e sulla facciata dell'edificio. Come ci ha spiegato la signorina Cinzia, é un palazzo medioevale, iniziato nel 1243, è adornato con le statue di bronzo di Nicolò III e Borso d'Este, uno dei presunti 27 figli di Nicolò. Entrambe sono copie delle originali ( XV secolo) di Leon Battista Alberti. Voltando le spalle a questo importante Palazzo, potevamo ammirare la facciata del Duomo di Ferrara, del XII secolo, è un insieme di gotico e romanico, progettato da Wiligelmus. Il cuore urbano di Ferrara si configurò nel XII secolo intorno al Duomo, iniziato nel 1135 da maestranze lombarde, con l'agile di archi correnti sui fianchi e anche sulla fronte, cui fu sovrapposta, alla fine del XIII secolo, l'attuale facciata gotica tricuspidata; il campanile fu costruito nel XV secolo, su disegno di Giovan Battista Alberti.
I rilievi sulla facciata rappresentano scene del Giudizio Universale. Anche se la pioggia cadeva copiosa, ci siamo fatti coraggio, forniti dai fragili ombrellini, abbiamo raggiunto il Duomo, che era appena stato aperto ai fedeli e al pubblico turistico. All'interno abbiamo ammirato i preziosi stucchi romanici, il grande quadro che riproduce il martirio di San Girolamo Savonarola, un figlio prediletto della città di Ferrara.
Camminando sempre sotto la pioggia, abbiamo raggiunto il punto d'arrivo e di partenza, cioè, il Castello medievale della bellissima città di Ferrara, dove abbiamo atteso l'arrivo del nostro torpedone, per fare ritorno a Mantova. In questa nostra escursione- culturale - paesaggistica, oltre ad aver navigato lungo il Mincio e di aver ammirato le bellezze dell'ultimo lembo della verde Lombardia, che non è soltanto la regione dei colori velati dalla nebbia, ma è un susseguirsi di panorami incantevoli e sensazioni suggestive, quasi al limite dell'irreale, ma quello che conta, pioggia e non pioggia, abbiamo scoperta una città meravigliosa, una città che con le sue meravigliose opere artistiche, fece grande il nostro Paese. Noi diremo soltanto garanzie Ferrara! Siamo ritornati al nostro piccolo borgo di sapore medioevale, più acculturati dentro e soprattutto con la gioia nel cuore, per aver visitato una città gioiello dell'arte e della bellezza.
Il poeta pensando al grande fiume, sicuramente, nel comporre la sua lirica, l'avrebbe incominciata così:

O VAGO PO
Improvvisamente il cielo si tuffo
Nel fiume e il fiume limaccioso
Si tuffò nel cielo,
Nuvole sbiancaste e basse.
Nuvole cariche di pioggia
Si fusero
In un abbraccio sconvolto e
Atterrito di paure represse.
Acque che vi allargate fra le rive
Come un occhio stupito
Aspettando e sognando
Il ritorno del sole sull'onda riflesso
Sulle acque limpide e serene.
Che fanno sognare nella dolcezza
Delle notti estive.
A quando a quando
Oh! Nostalgiche acque di sorgiva,
Acque piemontesi e lombarde.

Addio Facchetti.
Addio Facchetti, sei stato definito oltre che un grande giocatore "Un hombre vertical, una bandiera, un gentiluomo. Giocava in difesa, ma attaccava appena poteva e segnava". Sei stato il gigante buono che amavi fare gol come Errera e tenevi un diario: sulla prima pagina una frase di Tolstoj. Una sola espulsione in tutta la tua carriera. Noi ti vogliamo ricordare così, semplice e generoso, come milione di tifosi. Non ti avevo mai visto così da vicino come in una serata dedicata in tuo onore negli anni 70, presso il ristorante il " Gallo d'oro" di Caravaggio.
Ricordo che quella sera, i club dell'Inter di Treviglio e Caravaggio, ti hanno voluto festeggiare per i tuoi successi calcistici. Quella fu una serata indimenticabile dove parteciparono i dirigenti del calcio Regionale e provinciali e le autorità civili e militari del territorio. In quel tempo ero comandante della locale Stazione Carabinieri di Caravaggio, e come le altre autorità presenti, mi è giunto inaspettato l'invito a quella bellissima festa. Ero veramente felice di poter stringere la mano di un grandissimo campione come te.
Il passato e il presente sono annullati con il ricordo del più grande calciatore di tutti i tempi. Si, perché tu Giacinto Facchetti, sei stato e sarai sempre per milioni di tifosi, non solo dell'Inter, ma dell'intero calcio italiano, un grandissimo campione. Negli anni che hanno seguito della mia permanenza a Caravaggio e Treviglio, più volte, come migliaia di tifosi, siamo venuti allo stadio Meazza di Milano, per vederti giocare e soprattutto per applaudirti, perché tu hai rappresentato per la tifoseria e non solo, un esempio: " Un hombre verticale, una bandiera, un gentiluomo, ma soprattutto un grande atleta che la storia ricordi. Io non sono mai stato un grande tifoso, ma solo un semplice appassionato del cacio, quello giocato con il cuore come lo praticavi tu. Quando eravamo di stanza a Genova, nel II Battaglione mobile dei Carabinieri spesso, per non dire tutte le domeniche, eravamo lì allo stadio di Marassi, per servizio d'ordine pubblico. In quel campo ti ho visto giocare più volte, ma non potevo seguire le tue prodezze e le tue azioni da grande e insuperabile campione, ma ero lì per vigilare e per garantire l'Ordine pubblico. La cronaca della partita la leggevo il mattino del giorno successivo.
La notizia della tua scomparsa l'abbiamo appresa all'apertura del telegiornale dalle 13,30 di Rai Uno. Dopo l'annuncio della speaker il giornalista sportivo. La Sorsa, ne ha fatto una rievocazione, ricordando i momenti più significativi del gigante buono che amava far gol come il grande Errera.

Il giorno dopo le testate di tutti i quotidiani e di quelli sportivi, hanno riportato la tua e improvvisa e prematura scomparsa, rendendo omaggio al più grande calciatore buono di tutti i tempi del calcio italiano. Cliccando sul sito del Corriere della Sera, abbiamo letto un bellissimo articolo, e per non farlo diventare effimero, lo riproponiamo in questo nostro articolo, affinché continuasse ad essere letto dagli eventuali lettori che seguono il sito "Poetare".

" QUANDO muore uno come Giacinto Facchetti (un hombre vertical, un campione, una bandiera) ci si sente un po' più poveri. Non solo gli interisti, ovviamente: Facchetti è stato il capitano della nazionale per 94 partite, quando nessuno chiedeva ai calciatori di cantare l'inno, ma a vederli allineati, impalati si era certi che avrebbero dato tutto e che il primo a rimproverare chi sgarrava sarebbe stato lui, il capitano. Perché Facchetti, lo dico per chi non lo vedeva giocare, nel calcio significava correttezza, serietà, lealtà, anche potenza, cattiveria mai.
Una sola espulsione in tutta la carriera, per proteste. Un gigante buono, come John Charles. Ma Charles era attaccante, Facchetti difensore. Si può paragonare a Scirea, semmai Facchetti era un difensore che attaccava, appena poteva. Il verbo fluidificare non era ancora entrato in un calcio più semplice e chiaro (più umano, vorrei aggiungere): difesa, attacco, avanti, indietro. In un'Inter (e un'Italia) sotto l'accusa costante di protervia catenacciara, Facchetti era la smentita vivente. Di un terzino-attaccante avevo già sentito parlare dai colleghi più anziani, era Virgilio Moroso.

E nella Vicenza avevo visto Giulio Savoini. Facchetti era più alto (1.88). E biondo. Scopigno diceva che in campo i biondi si notavano di più, in Italia, e a quei tempi era vero, come oggi nella Svezia o nell'Ucraina si notato di più i bruni. Facchetti giocava in difesa già da ragazzo e già da ragazzo avanzava cercando il gol, a Treviglio. Ultimo di sette figli (cinque femmine e due maschi), figlio di Felice (ferroviere, come il padre di Rivera) ed Elvira, un personale di 8"9 sugli 80 metri a 17 anni, quando primatista era Ottolina con 8"8. Lo voleva l'Atalanta, quando Giacinto aveva 14 anni, ma la famiglia s'oppose: troppo giovane per andare a vivere in una città tentacolare come Bergamo. Più in là, scattò il sì all'Inter. Una vita all'Inter, solo una parentesi dirigenziale all'Atalanta, e una morte da presidente dell'Inter"El pica mia, l'è trop bù", non picchia, è troppo buono diceva suo padre agli amici, all'osteria del Colleoni, e di questo non picchiare Facchetti figlio ha fatto una sorta di comandamento. Sembrerà strano, oggi che ogni palla alta contesa vale una gomitata all'avversario, ma c'era più correttezza nel calcio senza moviole. Nel senso che potevano esserci entrate terribili, ma non sistematiche, solo in situazioni estreme. Oggi riescono a ricostruire un ginocchio sfasciato (vedi Tommasi), allora si smetteva di giocare per un semplice menisco (vedi Radice). E questa precarietà del lavoro (credo, ma è da dimostrare) influiva sul rispetto degli avversari: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Facchetti conservava una foto del padre, con la squadra di calcio allestita sotto la naja. Per ognuno c'è scritto un soprannome e quello di Felice Facchetti era Ammazzacristiani. C'entra Freud? Non lo so Ho trovato questo particolare mese fa, leggendo "Ribot e il menalatte" di Andrea Maietti, sottotitolo "Viaggio intorno a Giacinto Facchetti". Perché Facchetti una sua biografia non l'aveva mai voluta, lui che era finito sulla copertina di "Azzurro tenebra" di Giovanni Arpino, e ne era protagonista mestamente positivo. Maietti, lodigiano e interista, incassato il rituale "no, grazie, meglio di no", ha scelto per il titolo un'immagine breriana, quella del purosangue umiliato a tirare il carretto del lattaio, ovvero del centravanti potenziale ("il mio centravanti privato") stretto nei panni del difensore di fascia. Giuseppe Meazza spediva il giovanissimo Facchetti nell'area avversaria, quando il risultato era contrario, nell'ultimo quarto d'ora (buttarla in mezzo, qualcosa succederà) e oggi si fa ancora così, ma il bello di Facchetti è che molti gol li ha segnati su azione manovrata, non da palla inattiva, e forse il più bello resta il 3-0 al Liverpool, su apertura di Corso, con Mazzola lanciato sulla destra. Maggio 1965 Facchetti, si direbbe ora, attaccava lo spazio. A me faceva venire in mente l'arrivano i nostri del Settimo Cavalleggeri. Prima ancora, Garrone. Oppure, sarà stato l'effetto di un padre carabiniere e interista, Salvo D'Acquisto. Uno che si prendeva le sue responsabilità e anche quelle degli altri. Uno che non portava per caso la fascia da capitano, e la portava come uno sceriffo la stella. Uno che avuto in regalo una palla (non un pallone) la mattina di Natale del '52, è uscito a giocarci e dopo mezzora era bucata, contro un fil di ferro. Uno che, come Helenio Herrera, maestro mai rinnegato, teneva dal '77 una specie di diario e sulla prima pagina aveva messo una frase di Tolstoj: "Più crederemo dipendere solo da noi l'esito delle nostre azioni, più questo sarà possibile".

Uno capace di dire "no, grazie, meglio di no" a Bearzot che lo avrebbe portato volentieri nel '78 in Argentina, ma lui non si sentiva all'altezza, dopo un pesante infortunio. Paradossalmente, ma solo inizialmente) a non percepire la profonda serietà di Facchetti fu Giovanna, sua moglie. Si erano conosciuti in una balera a Rivolta d'Adda (lei è di Spino), suonava Fausto Papetti. Appuntamento a Milano, dopo qualche giorno. Lui è puntuale, lei non si fa vedere: può essere serio un calciatore di serie A? Cinque anni di fidanzamento le hanno fatto poi cambiare idea. Due bambine, quindi due maschi. Uno ha provato a fare il portiere, adesso è attore, l'altro gioca in attacco. Una delle ultime annotazioni sul diario di Facchetti, autunno scorso: "Bisogna fare in modo che gli ideali sportivi ed etici abbiano sempre la meglio su considerazioni puramente finanziarie". Quando avevo scritto il suo nome, con pochi altri, indicandolo come buon presidente federale, mi aveva telefonato per ringraziare, cosa che non usa più. Altre volte, da presidente dell'Inter e con molto garbo, per dirmi che sono andato giù troppo duro con uno dei loro (fosse Materazzi o Recoba, o Adriano o Stankovic). Per me era facile replicare: tu una cosa del genere non l'avresti mai fatta. E lui: "Sì, ma bisogna capirli, non sono più i nostri tempi. Ti ricordi? Ci giravano intorno così pochi giornalisti che con qualcuno c'era il tempo di fare amicizia. E i divi erano alla tv o al cinema. Adesso è più facile montarsi la testa. Ai nostri tempi andare in prima pagina sulla Gazzetta era un evento per pochi, da festeggiare, adesso bastano due gol o una cavolata, devi tenerne conto". Ne tengo conto, ma non posso impedirmi di risentire il profumo di pane di certe chiacchierate di allora, senza barriere né addetti-stampa, e di fare paragoni. Facchetti diceva che certe regole (e il loro rispetto) s'insegnavano all'oratorio, e poi tutto è conseguente, quasi un'abitudine all'onestà Era un caso ma quei difensori rocciosi portavano i nomi di un'altra Italia (e anche i valori, temo). Tarcisio, Aristide, Armando, GiacintoCapitano di pulizia e di forza, capitano sempre a testa alta, capitano onesto e chiaro, capitano senza arroganza, voglio salutarti con un silenzio più lungo d'un minuto. E la promessa di tener conto (stavolta sì, prometto) del fatto che con gli innamorati del calcio in cui credevi ti piangeranno i coccodrilli, i topacci, i simulatori, gli imbroglioni, i trafficoni, gli squali, i camaleonti, i ladri, i bari, tutti quelli che hanno ridotto il calcio così com'è, quelli che ai nostri tempi si vergognarono a uscire di casa e adesso dettano legge e morale. Farò finta di non sentirli, capitano, è il solo regalo che ormai posso farti (5 settembre 2006)

Facchetti, in migliaia per l'ultimo saluto.

Lungo serpentone di folla davanti a SanAmbrogio, dove alle 14.45 saranno celebrati i funerali del capitano e presidente nerazzurro.
Più di diecimila persone hanno portato l'ultimo saluto a Giacinto Facchetti, il presidente dell'Inter morto lunedì a 64 anni dopo una lunga malattia. Presenti tra gli altri Massimo Moratti, Cesare Maldini, Michel Platini, Franco Baresi, Candido Cannavò e Armando Cossutta. La camera ardente è stata allestita nella cappella di San Sigismondo, attigua alla basilica di Sant'Ambrogio dove alle 14.45 saranno celebrate le esequie. Un serpentone di gente, formato da tifosi e non solo, si è ordinata in una fila composta e silenziosa. Questa mattina un lungo applauso aveva salutato l'arrivo del feretro a Sant'Ambrogio.

Sulla bara due maglie: quella nerazzurra e quella della Nazionale italiana. Le sue, quelle degli anni Sessanta. Nella cappella di San Sigismondo i familiari di Facchetti hanno voluto allestire così la camera ardente. Due foto di Giacinto, una da giocatore e l'altra da presidente, il gonfalone dell'Inter in un angolo listato a lutto; i fiori bianchi. Molti milanesi sono arrivati con un fazzoletto dell'Inter. Tra i primi ad arrivare c'è stato Cesare Maldini, capitano del Milan degli anni '60 ed ex commissario tecnico della Nazionale. Presente anche il senatore Armando Cossutta. "Da molti anni - ha detto - mi telefonava il giorno del mio compleanno. È triste dirlo, ma quest'anno non ha potuto farmeli. Mi mancherà la sua gentilezza, la sua onestà, cose purtroppo sempre più rare". A montare il picchetto d'onore alcuni ragazzi della Primavera nerazzurra. Davanti alla basilica di Sant'Ambrogio uno striscione: "Grazie Facchetti per aver onorato l'Inter e tutti noi", sono le parole scritte dal patron Massimo Moratti per l'addio al capitano-presidente. I funerali saranno celebrati da monsignor Merisi, amico d'infanzia di Facchetti.
Tra i tanti personaggi che hanno voluto rendere omaggio a Facchetti, anche l'ex presidente della Federcalcio Franco Carraro e l'ex numero due della Figc, Giancarlo Abete. A Milano sono arrivati anche l'ex dirigente Uefa Gerard Aigner, Dino Zoff, l'ex bomber nerazzurro Karl Heinz Rummenigge, Stefano Eranio e i cantanti Enrico Ruggeri e Elio. A fare l'ultima visita alla salma anche la segretaria storica dei nerazzurri, Ileana Aimonti. In testa il patron Massimo Moratti, il tecnico Roberto Mancini e i dirigenti Lele Oriali e Marco Branca, anche la squadra dell'Inter è arrivata al gran completo alla cappella di San Sigismondo

Il presidente del Consiglio Prodi in un messaggio alla vedova di Facchetti ha scritto che "la scomparsa di Giacinto Facchetti è un dolore per l'Italia intera. Per un Paese che ama lo sport con il suo valore forte di passione e gioia, per generazioni di giovani ed ex giovani che ne ricordano lo stile dentro e fuori del campo, per chi oggi si avvicina al calcio, confuso da facili sogni e pericolose scorciatoie, e adesso sa a chi ispirarsi veramente. Oggi, nel giorno del saluto terreno voglio porgere a

Lei, signora Giovanna, ai suoi figli e a tutti coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerlo, l'omaggio mio e del Governo a un italiano speciale". "Il mio pensiero - prosegue Prodi nel messaggio - va ai tanti momenti di dialogo e incontro avuti con Giacinto, al suo non sapersi e volersi piegare all'idea di uno sport mercenario e privo di regole, alla moralità che lo accompagnava nel rettangolo di gioco, alla scrivania della sua Inter e tra le braccia della famiglia. Piangerlo è inevitabile, sottolinearne il valore doveroso. Le sono vicino, come lo è tutta l'Italia, per un giorno stretta in un'unica curva per salutarlo".
"Esprimiamo grandissimo affetto alla famiglia per la perdita di un uomo vero". Così il presidente della Juventus, Giovanni Cobolli Gigli, ha ricordato Giacinto Facchetti. Dopo la scomparsa del presidente nerazzurro, Cobolli ha detto che "tutti dobbiamo cercare di comportarci molto meglio e di essere uomini veri come lo era lui". Anche Rosella Sensi ha voluto ricordarlo: "lo conoscevo da poco - ha spiegato la vice presidente della Lega - mi ha sempre rassicurato la sua tranquillità, ci ha lasciato una grande capacità di poter competere e anche di saper perdere, qualità che mancano a molti".Apparso sul Corriere.
Noi semplici pensionati, che viviamo dei ricordi del nostro passato prossimo, non possiamo fare altro che associarci al cordoglio di migliaia di tifosi, per esprimere grandissimo affetto alla famiglia per la prematura dipartita del grande capitano dell'Inter. Noi viviamo il presente per ricordare il nostro passato prossimo (che poi si chiama "memoria"), e in questo nostro ricordo rivediamo Giacinto Facchetti, nel grande salone del Ristorante il " Gallo d'oro" di Caravaggio, in quella serata dedicata ad un grande campione, quando con tanta timidezza, al termine della festa, si congedò stringendoci la mano. Quella calorosa stretta di mano, significava soltanto amicizia. Oggi, non posso fare altro che dirti soltanto addio caro Giacinto. Il tuo ricordo rimarrà indelebile nel cuore di ogni tifoso di quel calcio vero, del tuo calcio, amico Falchetti. In questi ultimi tempi sono venuti fuori i ladri, i bari, tutti quelli che hanno ridotto il calcio così com'è oggi, chiamata calciopoli. Peccato, dove è andato a finire il bel calcio dei nostri tempi? Non c'è più, ma questa è un'altra vergogna del nostro Bel Paese.

Uscimmo a rivedere le stelle
" Uscimmo a rivedere le stelle". I versi che concludono l'Inferno dantesco ben si addicono alle nostre passeggiate serali e notturne sulla silenziosa e grande spiaggia di Faliraki, illuminata dalle costellazioni celesti, quel raggruppamento di stelle che appaiono vicine fra loro e disegnano nel cielo, approssimativamente, varie figure mitologiche dove primeggia Urano, che nella mitologia greca, è il dio che rappresenta il Cielo stellato. Secondo la teogonia di Esiodo, dal Caos primigenio emersero Urano e Gea, la Terra della loro unione ebbe origine il mondo, ma la continua attività generatrice di Urano rendeva impossibile lo stabilirsi di un ordine fra le cose; pertanto Gea convinse il figlio Crono (latino Saturno) a evitare il padre per succedergli nel dominio del mondo. Lasciamo per un momento la mitologia greca e restiamo con i piedi ben saldi sulla vecchia terra, continuando le nostre lunghe e romantiche passeggiate al chiaro della luna e delle stelle, dove si sentiva soltanto il silenzioso rumore delle piccole onde del mare che si spegnevano lungo il tratto di spiaggia lambito dal mare. Oltre al rumore delle piccole onde, giungeva a noi dolcemente gradevole quel venticello fresco della sera e le note, melodiche e soavi del pianobar, che ci giungevano dal terrazzo dell'Hotel, che tutte le sere allietava i turisti del Pegasos.
Forse sarà stato quel venticello, che unito alla fresca brezza del mare, che mi ha riportato a quei ricordi lontani, di giorni pieni di felicità, ma anche di forti emozioni. Essi mi rimarranno sempre incisi nella memoria come i momenti in cui, forse, ho sfiorato Dio nella sua grandezza, nella Sua immensità. Ho provato il contatto con la natura forte e aggressiva, che conserva in sé il misterioso messaggio primordiale.
Adriana, transitando nel giardino del parco, ha colto un piccolo fiore su di una siepe che delimita del grande giardino dalla spiaggia, un fiore azzurro come il cielo e il mare e profumato di aria. Un piccolo saluto in questo mondo incontaminato e lontano dai rumori del traffico delle grandi città del nostro Paese.
Durante una delle solite passeggiate serali lungo il viale che porta al borgo di Faliraki, ammirammo un prato di fiori bianchi e blu nati fra le piante profumate di eucalipto. Quella visione mi ispirò un pensiero poetico:


C'è un posto vicino al mare, tra fiori
Bianchi e blu, dove si vede il mare brillare.
Sotto i pallidi raggi della luna nella sera.
Che muore.
Odori di erbe aromatiche
E di eucalipto, risvegliano i sensi e i ricordi della gioventù.
E' un posto dove tutto è poesia, musica
Spensieratezza e allegria.
Sembra di essere ritornato ragazzo, a giocare.
Fra le cose perdute nel tempo.
E' un posto di fronte al mare tra i fiori bianchi e amaranto.
Nell'aria fresca della sera, ritrovi il dolce incanto.
Di una felicità che credevi perduta.


La vita ha questo di caratteristico, che viene fuori spontaneamente e a volte basta un piccolo fiore profumato dalla brezza e della salsedine del mare per renderti felice. E' sempre l'inatteso ad avere le maggiori probabilità di sopravvivere. Ma soprattutto deve partire dall'esistente. E ciò che non ci si aspetta deve venire fuori di ciò che si conosce. La storia di ognuno di noi è la costrizione della vita. Il passato è ciò che impedisce che l'avvenire sia una cosa qualsiasi, ma noi oggi siamo qui, nel mondo indiscusso degli dei, in questo paradiso terrestre fra cielo e mare, per rivivere un momento del nostro passato prossimo, che per motivi istituzionali non abbiamo potuto vivere secondo il nostro volere. Si, è proprio così. Il tempo non scorre sempre allo stesso ritmo. Ci sono delle lunghe sere d'estate o d'autunno in cui sembra quasi immobile. Ci sono degli istanti di felicità come questi che svaniscono così in fretta che sembrano appena sfiorati dalla sua corsa ansimante. Noi stiamo vivendo gli ultimi e meravigliosi anni della nostra vita e ci sembra che il tempo, per un attimo si sia fermato, ma ci accorgiamo che passa inesorabilmente come un sogno. Questa è per eccellenza la terra dei sogni e soprattutto delle favole omeriche e degli dei. Fin da ragazzi, siamo stati plasmati con l'esempio e con l'insegnamento di questi favolosi personaggi, che con le loro imprese leggendarie ci hanno aperto gli orizzonti del sapere e della conoscenza.
Durante il nostro soggiorno a Faliraki, oltre a crogiolarci su quelle spiagge molto accoglienti, sufficientemente ventilate e con un mare azzurro e splendido, dove l'occhio si perde nell'infinito orizzonte, tra cielo, terra e mare. Le lunghe passeggiate lungo la battigia in quella sabbia chiara, punteggiata da piccoli sassolini che rendevano più caratteristico il luogo, con i panorami incantevoli che circondano la baia di Kaliheas e Faliraki, tanto che ci dava la sensazione di trovarci sulle bellissime, riposanti e quasi desertiche spiagge della Tunisia, solo che qui gli arenili non sono per nulla deserti ma ben organizzate. Quello, di cui ci siamo accorti che mancavano in quel mare così bello, erano i grigi e chiassosi gabbiani dal becco rosso, ma al posto dei gabbiani, svolazzavano da qui e di lì i minuti passerotti in cerca di briciole sotto gli ombrelloni. Oltre ai tanti bagni in quel mare azzurro, pulito e profondo, restando all'ombra dei caratteristici ombrelloni, costruiti a mo d'imbuto o di cono rovesciato con i rami delle palme, di fronte l'immenso e verde mare, abbiamo avuto il tempo di leggere in santa pace alcuni libri che ci siamo portati da casa, qualche quotidiano con le notizie del giorno precedente, perché dato la notevole distanza dal nostro Paese, giungevano il mattino successivo. Abbiamo avuto anche il tempo di tracciare sulla nostra vecchia agenda di viaggio le nostre impressioni dei luoghi, ma soprattutto, abbiamo avuto anche modo di documentarci sulla località di Faliraki, sulla città di Rodi e delle altre località turistiche dell'isola di Rodi. In questa nostra piccola ricerca, abbiamo appreso che la città di Rodi, è una delle più belle città dell'isola e forse anche della Grecia, situata all'estremità settentrionale dell'isola, é capoluogo del Dodecaneso.

Pensando al passato, la storia ci racconta che un tempo vi era numerosa la comunità ebraica, che oggi non esiste più perché deportata e sterminata nei lager dai Tedeschi, durante la seconda guerra mondiale, dopo l'8 settembre 1943. A testimonianza di quel passato tragico, ancora oggi, per non dimenticare, esistono ancora lungo la costa, come all'interno dell'isola, i bunker e i fortini militari, costruiti probabilmente dalle Forze armate italiane, per la difesa contro il nemico. La città di Rodi, è costituita da due parti distinte: la città antica, cinta tuttora dalle belle mura erette dai Cavalieri, in cui si trovano i principali edifici, e la città moderna, sviluppatasi soprattutto dopo il 1912, sotto l'amministrazione italiana, con belle ville e alberghi. Grazie al suo porto, Rodi è un centro commerciale molto attivo; inoltre le bellezze naturali e artistiche unite a varie manifestazioni d'arte ne fanno un centro di grande attrazione storica e artistica, nonché turistica e culturale

LAOCOONTE.
Con una sola escursione si possono visitare pochi siti e vedere poche cose della città. Ci siamo recati più volte nella città di Rodi, grazie ai mezzi di comunicazione che sono molto efficienti. Ogni ora, dal Piazzale dell'Hotel Pegasos, parte un torpedone che in poco meno di un'ora si ferma nel piazzale del porto di Mandrake, pagando la modica spesa di due Euro. Grazie a questi collegamenti, ci siamo recati più volte, è abbiamo avuto modo di visitare con più comodità il Palazzo dei gran Maestri: "Una fortezza nella fortezza", centro nevralgico del Collachium, il quartiere dei Cavalieri, nonché estremo rifugio per il popolo in momenti di pericolo. Sorto nel 1300, restò indenne a terremoti e assedi, ma saltò in aria per un'esplosione accidentale nel 1856. Negli anni 30, su ordine di Mussolini e del re Vittorio Emanuele III, gli italiani lo restaurarono. Al suo interno sono conservati inestimabili mosaici dei siti archeologici di Kos, che danno nome ad alcune sale. Il palazzo è inoltre sede delle mostre " Rodi antica e medioevale". In una di queste stanze si trova la Sala di Laocoonte, dove troneggia una copia della scultura della sua morte con i figli. Nel Museo Archeologico è stata allestito nell'edificio dell'Ospedale dei Cavalieri. Tra i pezzi in esposizione sono la celebre stele funeraria di Kalliarista e la meravigliosa statua marmorea di Afrodite, in greco Aphrodité. Mitologia greca Dea dell'amore, della bellezza e della fecondità, venerata in tutto il mondo greco e sotto aspetti che riflettevano l'influsso della fenicia. Astante e collegata con il culto di Adone. Secondo una tradizione più antica la sua nascita era collegata con la schiuma del mare, da cui sarebbe emersa, ma dalla poesia epica fu considerata figlia di Zeus e di Dione, moglie di Efesto e amante di Ares. Le furono attribuiti rapporti anche con altre divinità e con l'eroe Anchise, da cui ebbe Enea. Parecchi appellativi si accompagnano al suo nome o sez'altro la designarono alcuni tratti dal luogo dove era venerata ( Ciprigna, da Cipro; Cnidia, da Cnido; Citeria, da Citera, ecc). Afrodite, La "Vergine di Milo" attenuò nel tempo il suo carattere violento per divenire l'incantevole dea che si aggirava nel mondo della natura e tra gli uomini suscitando con spensierata letizia l'eterna vicenda d'amore. Un calco di gesso di Afrodite, fa bella mostra di se nell'entrata dell'Hotel Pegasos.
In quella occasione, abbiamo saputo che la statua originale di Leocoonte, che è del I secolo a. C., capolavoro della scuola di Rodi di Atanadoro, Agesandro e Polidoro, si trova custodita a Roma, nel Museo del Vaticano. Ma ci viene da domandarci, chi era effettivamente Laoconte? Negli appunti di viaggio dello studioso Francesco Grossi, apprendiamo che il sacerdote Laocoonte fu l'unico ad opporsi a fare entrare nella città di Troia il cavallo di legno del leggendario Ulisse. Di Laocoonte ci parla Virgilio nel libro secondo dell'Eneide: Enea, nel suo viaggio verso l'Italia approda alla corte di Didone. Silenti ed attenti gli ascoltatori, racconta alla regina l'indicibile fine di Troia. Egli riferisce che, dopo dieci anni di assedio, una mattina i Troiani videro che i Greci erano nottetempo partiti, lasciando sulla spiaggia un enorme cavallo di legno (Il Cavallo di Troia).
Prima di accettare il regalo che poi rappresentò la distruzione completa di Troia, Laocoonte, sacerdote di Nettuno, tentò di avvertire i Troiani che si erano divisi in due fazioni, quelli che credevano al regalo e quelli che invece erano scettici. E per rafforzare il proprio scetticismo lanciò verso il ventre del cavallo una lancia che vi si conficcò con cupo rimbombo. I Troiani esitavano ancora, nel dubbio che il cavallo potesse costituire un presagio favorevole, quando due terribili serpenti marini uscirono dal mare avvolgendo nella loro stretta mortale i figli di Laocoonte, con cui egli perì cercando invano di salvarli. I Troiani, convinti che quello fosse un segno del cielo, non ascoltarono il consiglio di Laocoonte e introdussero il cavallo in città, contribuendo così alla propria distruzione. Seguiamo il brano che narra l'ammonimento fino al lancio che colpisce il Cavallo

Stava tra questi due contrari in forse
in due parti diviso il volgo incerto;
quando con gran caterva e con gran furia
da la rocca discese, e di lontano gridò
Laocoonte: "O ciechi, o folli,
o sfortunati! Agli nemici, a' Greci
date credenza? A lor credete voi
che sian partiti? E sarà mai che doni
siano i lor doni, e non piú tosto inganni?
Cosí v'è noto Ulisse? O in questo legno
sono i Greci rinchiusi, o questa è macchina
contra alle nostre mura, o spia per entro
ai nostri alberghi, o scala o torre o ponte
per di sopra assalirne. E che sia,
certo o vi cova o vi si ordisce inganno,
ché d'e' Pelasgi e d'e' nemici è 'l dono".
Ciò detto, con gran forza una grand'asta
avventogli, e colpillo, ove tremante
stette altamente infra due coste infissa:
e 'l destrier, come fosse e vivo e fiero,
fieramente da spron punto cotale,
sì storcé, si crollò, tonogli il ventre,
e rintonâr le sue cave caverne.


Lo studioso Francesco Grossi, continua dicendo: "Che analogia può avere l'ammonimento di Laocoonte che esorta a non accettare i falsi doni dei Greci? Nell'agosto del 1991 a Milk Hill vicino Alton Barnes (Wiltshire, UK), fu trovata un'iscrizione nel campo, un crop anomalo: Di quell'iscrizione furono proposte almeno tre decodifiche, e forse la più suggestiva fu quella di Gerald Hawkins che portava al latino OPPONO ASTOS, cioè "mi oppongo agli imbrogli" We oppose DECEPTION, "ci opponiamo all'inganno"). In latino la parola "astos" fu usata per descrivere il dono del Cavallo di Troia, fatto dai Greci ai Troiani.
La nuova formazione con il volto dell'alieno è, secondo la nostra modesta interpretazione, un piccolo capolavoro artistico intriso di raffinatezze, di citazioni, di informazioni codificate, in sostanza una favolosa meta-opera. Un'opera che appartiene a un "mito nuovo" e contemporaneamente cita un "mito storico", un'opera che soltanto "apparendo" cita sé stessa affondando le sue radici nella mitologia, perché? Perché l'autore, o meglio gli autori, hanno consegnato ai terrestri (che si sono divisi in due fazioni: quelli che credono ai crops e quelli che invece sono scettici) una formazione "Cavallo di Troia", in cui compare l'ammonimento di Laocoonte a rimanere scettici. Che messaggio sibillino e strano da parte di una civiltà aliena, che cosa ci vuole dire? Perché inizia con un ammonimento? Perché dovremmo fare attenzione ai portatori di falsi doni ? E poi, chi sono questi portatori?
La mitologia greca contiene un importante riferimento che potrebbe aiutarci in quest'opera di analisi: l'ammonimento di Laocoonte. Accetteranno i terrestri questo "Cavallo di Troia" donato degli alieni?

IL COLOSSO di RODI
Lasciamo il Palazzo-Museo del Gran Maestro, l'edificio più importante della Città Vecchia e percorriamo la via dei Cavalieri, la strada principale e più interessante del .Kollakion, dove si trova il Consolato italiano e raggiungiamo Mandraki che era in passato uno dei cinque porti dell'antica Rodi. Il porto moderno accoglie quotidianamente decine di imbarcazioni e da cui partono le escursioni giornaliere per Lindos e Symi. L'impressionante complesso della Nea Agorà ( il nuovo Mercato) finge oggi da centro commerciale.
Nella nostra escursione organizzata nella Città di Rodi, giunti nella zona del vecchio porto commerciale, fra noi escursionisti c'era qualcuno che non conoscendo la storia della città o per lo meno non si era sufficientemente documentato, voleva visitare il monumento più importante di Rodi: il Colosso di Rodi, (che in greco Kolossos significa statua di gigantesche dimensioni) che è ricordato come una delle sette meraviglie del mondo antico. Ma evidentemente il Colosso che fu posto a cavalcioni dell'imboccatura del porto fu distrutto da un catastrofico terremoto nel 226 a. C, ma naturalmente l'amico turista, questo non lo sapeva e quindi è rimasto al quanto male. Cose del genere succedono sovente nelle gite organizzate.
La storia ci racconta che per il Colosso di Rodi occorsero ben 12 anni di lavoro per completare i 31 mt. di altezza di bronzo. Si dice che quando vinsero Demetrio, i Rodensi vendettero le loro macchine belliche e con il ricavato commissionarono il mastodontico monumento. Secondo la spiegazione della guida locale Dimitris Salahouris, sembra che la mastodontica statua del Colosso di Rodi, non si trovava all'entrata del Porto, ma all'entrata della città- fortezza. Dimitris, prosegui dicendo, che nell'antichità, furono trovati i resti del Colosso di Rodi, sepolti sotto le macerie di una delle porte , per mezzo delle quale si accede alla Città Vecchia, ma la storia e i racconti popolani lo hanno collocato nell'entrata del Porto. Oggi all'entrata del Porto, si elevano verso il cielo due colonne di arenaria, sormontate da un capitello dorico dove fanno bella mostra di sé due superbi cervi con le corna ramificate.
Nei primi secoli del periodo medievale, Rodi continuò ad essere la capitale dell'isola diventando la capitale dei Ciberiotti, quando i Bizantini la divisero in "Temata" (Province). La fine dell'espansione, arrivò nel 515 d.C, quando il grande terremoto la rase al suolo e nonostante le cospicue somme di denaro dall'Imperatore Anastasio, la città non ritrovò più il suo splendore.
Agli inizi del VII secolo la città fu continuamente attaccata dai Persiani in guerra con l'Imperatore Eraclio che la conquistarono nel 620. Dal 653 e per cinque anni la occuparono gli Arabi di Moabia e nel 717/718 passò ai Saraceni. Nel 807 il Califfo Harun Al Rashid occupa l'isola per un breve periodo. Nel tempo dell'Imperatore Alessio, fu attaccata dai pirati, e fu occupata da loro stessi. Nel 1097, occupata dai Crociati divenne il pomo della discordia tra Pisani, Genovesi e Veneziani che ne disputarono il possesso. Durante la caduta di Costantinopoli per mano dei Franchi, nel 1204, l'ex Governatore di Rodi, Leone Gavala si dichiarò Principe Ereditario (Cesare), alternando una posizione indipendente ad una di alleanza con il Bisanzio. Dal 1261, Rodi teoricamente faceva parte dell'Impero Bizantino, ma in realtà era governata da ammiragli Genovesi che nel 1306 per opera dell'ammiraglio in carica, Viniolo, fu ceduta ai Cavalieri di San Giovanni che la dominarono per tre secoli sotto la guida di un Gran Maestro. La Città fu dominata dai Romani, dai Turchi Ottomani ed in fine dagli italiani, che lasciarono tracce evidenti della loro presenza.
Quando abbiamo lasciato l'antica Città di Rodi, il sole incominciava a declinare verso ponente, preparando i presupposti di un bellissimo tramonto colorato e bellissimo. Il mare di fronte a Faliraki, era increspato dalle piccole onde cangianti, mentre all'orizzonte tra cielo e mare gli ultimi raggi del sole stavano progressivamente cancellando le scene paesaggistiche della stupenda costa.
Il poeta cosi scriveva:

 Me ne sto occupato nel nulla sul confine.
Del mondo ad osservare il cielo e le nuvole.
E qualche volta sorrido alla serenità
Delle creature che mi circondano. Il giorno
E la notte vengono e se ne vanno,
Le stagioni trascorrono e noi viaggiatori dell'infinito.
A volte ci domandiamo il perché della vita.
La risposta al perché si può leggere
Nei piccoli occhi di un passero.   

   Le confidenze di un genitore durante la pausa caffè
Racconto

 Questo nostro nuovo racconto, che cerca di raccontare le confidenze di un genitore, lo abbiamo scritto sulle spiagge fresche, ventilate e silenziose di Faliraki, di fronte a quel mare azzurro, limpido e trasparente, dove tutto è bellezza e gioia di vivere, in un tardo pomeriggio di luglio, tra un bagno e l’altro, tra la lettura di un buon libro e quattro chiacchiere con il vicino dell’ombrellone, sia tedesco o mantovano, ma quando giunge l’ora stabilita ti assilla un piacere così forte che non puoi fare a meno di alzarti e farti quattro passi nel parco oppure una breve passeggiata sulla battigia e poi, dritto-dritto, raggiunge il Bar-gazebo, che è immerso nel verde del parco del Pegasos, fra le aiuole profumate di gelsomino, dove trovi il barman Basilio, un verace rodino e molto amico degli italiani, nonché sfegatato tifoso della Juventus, si, perché, i giovani dell’isola di Rodi, seguono molto il calcio italiano e conoscono tutti i giocatori per nome, che ti saluta con molta cordialità. “Ciao “kirios” Diego, ti sei stufato del sole cocente della spiaggia? Accomodati, che ti preparo una buona tazza di caffè all’italiana, di quella bevanda aromatica che a te piace tanto.”.

  Si, una tazza di espresso ben preparato, come lo preparava Basilio, non è facile trovarla nei Bar dell’isola. Perché il caffè è uno degli stimolanti più potenti dei nostri sensi: il colore caldo della crema, la fragranza intensa, la consistenza vellutata, il gusto forte e persistente donano piacere agli occhi, al naso e alla bocca. Soltanto l'udito sembra essere estraneo a quest'esperienza multisensoriale. È difficile credere che un piacere così coinvolgente possa essere trasmesso da appena 30 millilitri di un liquido, contenente non più di 1,5 grammi di sostanza solubile dispersa, e senza nessun contenuto calorico. Il caffè all’interno del complesso di Pegasos, costa il doppio dei nostri Bar, ma quando il caffè è veramente eccellente come quello che ci serviva l’amico Basilio, non c’è prezzo. Ma, come diceva lo scomparso Nino Manfredi, “ se non è buono, che caffè è? Egli aveva veramente ragione.

   Nel solito Bar nel parco, incontravo quasi sempre il signor Giovanni, un simpatico e gioviale pensionato delle Ferrovie dello Stato, che faceva parte della comitiva dei mantovani. Fra i tanti discorsi, un bel giorno ha voluto dare sfogo al suo cruccio che si portava dentro da molto tempo e lo ha fatto con me, mi ha parlato del loro menage familiare e soprattutto della loro unica figlia laureata in lettere e insegnate di liceo, divorziata da parecchi anni, ma al momento conviveva con un altro giovane, però segretamente s’incontra con un altro suo coetaneo dal quale si era pazzamente innamorata.

 Un mattino, come il solito, quando ha aperto il suo personal computer per visionare la posta in arrivo, tutto si sarebbe aspettato di trovare, ma non di leggere le espressioni dalla figlia Maria, così cariche di rancore personali contro la madre, contro di colei che le ha dato il bene più prezioso che è la vita. Egli così le risponde: “Non mi risulta che ella ti abbia mai aggredita con i suoi discorsi, ma più che aggredirti ha cercato sempre di darti dei buoni consigli e di indirizzarti su la strada più giusta da seguire senza ledere la tua sensibilità. Una madre cerca sempre il bene dei propri figli, specialmente, quando è chiamata ad assistere a certe situazioni, che li definirei molto imbarazzanti ed ambigui, come il tuo menage famigliare.

 Sicuramente non si pò tenere un piede in due scarpe, bisogna saper decidere quale via scegliere. Lo so che non è una cosa facile e per questo ti sei confidata con la mamma, raccontandole tutto quello che ti sta succedendo nella tua vita sentimentale. Lei non intendeva dire di buttare fuori Giovanni e mandare al diavolo Luigi, ma ha inteso darti un suggerimento di comportamento da persona adulta e intelligente che tu sei. Era solo un modo di dire. Perché in questi casi nessuno è in grado di dare dei consigli. In questi casi è l’interessata a saper decidere cosa fare in certe situazioni: Si, è proprio così, spetta a te e solamente a te prenderli. Noi siamo semplici spettatori, ma soprattutto rimaniamo sempre i tuoi genitori che ti abbiamo messo al mondo, educata, seguita e cresciuta secondo i dettami della morale e della coscienza e le nostre possibilità familiari.

 Cara Maria, ti devo dire che ti sei fatta un brutto concetto di tua madre, forse perché ancora, dopo tanti anni non sei riuscita a conoscere veramente a fondo il suo carattere. Giorno dopo giorno non fa altro che parlare di te, della tua salute, del tuo lavoro, del tuo vivere quotidiano. Tutti abbiamo i nostri difetti nella vita, ma il suo difetto è soltanto quello di essere sempre in apprensione per la sua Maria. Ovunque si trova, a casa o un altro luogo, con il suo telefonino non fa altro che cercare di rintracciarti per sapere come stai, come stai trascorrendo la tua giornata, ma da quando hai deciso di chiudere ogni comunicazione, lei è rimasta molto male. La vedo che è sempre triste per non essere stata compresa, ma deve sapere che ti ama moltissimo.

 Tutti cerchiamo di sopravvivere giorno dopo giorno, nella speranza di un domani migliore, per vederti sistemata in una vita stabile che non hai mai avuto. E per questo che viviamo in apprensione. Luigi, Romano o Giovanni, non ha nessuna importanza, l’importante è che tu possa trovare il tuo compagno giusto, il resto non conta. Noi siamo avanti negli anni, e prima dell’ultimo sospiro vorremmo vederti sistemata una volta per sempre, il resto non conta. Cerca di essere più obiettiva e di trovare la giusta serenità per continuare la tua strada. Noi siamo qui, la tua famiglia siamo noi. La porta di casa è sempre aperta. Ogni volta che varchi la soglia di questa casa, per noi è una festa, non sappiamo più che cosa farti. Lo dico sempre, quando arrivi: “Oggi si fa festa, perché è ritornato il figliolo prodigo”.

 Il grande attore Peppino de Filippo, diceva sempre che i figli “sono nu pezzo e core”

Ciao a presto, Mamma è papà”.

 Lasciamo la tristezza di quel padre, che non può fare nulla per lenire, alleviare o mitigare, la mancata realizzazione dei sogni della sua “ principessa”, ma la vita è fatta anche di questi problemi, tristi e meno tristi, che bisogna saperli affrontare da soli e senza intermediari.

 “ In conclusione: “ I genitori italiano e di tutto il mondo, oggi raramente riconoscono il valore dell’infanzia. Il bambino vale non per quello che è in questo momento, ma per quello che sarà domani, se ha la fortuna di realizzare il suo sogno. Mamma e papà lo coccolano, lo proteggono, lo educano con un solo fine: prepararlo a essere in futuro come noi. Invece i bambini hanno diritti e aspirazioni che vanno soddisfatte oggi, senza secondi fini. Se avranno un’infanzia felice, diventeranno persone serene e creative”. Soprattutto saranno adulti.

  Si vede proprio che i tempi, in questi ultimi trenta anni, sono proprio cambiati. Ai nostri tempi, fare il padre e la madre, insomma i genitori, non era completamente facile, ma neppure tanto difficile, perché in seno alla famiglia esisteva l’affetto, l’armonia e l’unità famigliare, ma soprattutto la gioia di vivere, di crescere e di diventare uomini in grado di affrontare la vita, ma anche una maggiore severità educativa. Fare il papà e la mamma è sempre stato un mestiere difficile. Ma sembra che in questi ultimi anni lo sia diventato molto di più. C’è chi ha parlato addirittura, come leggiamo in un articolo di Notorio Mantoni, apparso su “Presenza Cristiana” di “ catastrofe educativa” causata da genitori ex sessantottini troppo antiautoritari o dal fatto che molte più madri oggi lavorano. Altri accusano il decadimento dei valori e l’invadenza della televisione, di internet e dei videogiochi. Anche sui possibili rimedi c’è confusione: a chi invoca un ritorno a una maggiore severità educativa si contrappone chi mette in guardia contro la carenza di affetto in famiglia.

  Quello che è certo è che essere genitori vuol dire prendere ogni giorno innumerevoli decisioni, alcuni importanti, altri solo apparentemente banali. E questo pone di fronte a continui, difficili, dilemmi. Che cosa fare quando tua figlia di 3 anni non vuole mangiare o vestirsi e fa di tutto per farti saltare i nervi? Come reagire di fronte al figlio quattordicenne che va male a scuola e rifiuta qualsiasi aiuto, qualsiasi sollecitazione, e magari diventa aggressivo? Oggi è come ieri, come oggi, come domani. C’è sempre stata la pecora nera in mezzo ad un gregge. “ Molti genitori si disperano perché non riescono a farsi obbedire. In casa devono alzare la voce per ottenere qualsiasi cosa. Altri passano poco tempo con i figli e si sentono in colpa. Poi oscillano tra due estremi: negare ostinatamente o concedere tutto. Altri ancora hanno abdicato, autogiustificandosi con la scusa che, come sostengono alcune teorie l’impegno dei genitori conta poco: a essere determinante sarebbe solo la genetica. Per tutti, comunque, vale una domanda: è proprio inevitabilmente che educare i figli sia un succedersi infinito di urla, imprecazioni, sfinimenti, frustrazioni?

 Dice bene Notario Mantoni, che la risposta è No. “ Nuovi studi per capire se e come i genitori influenzano i figli hanno provato che:

 a) Diversamente da quanto sostenuto negli ultimi tempi in nome della genetica, i genitori hanno un’enorme influenza sullo sviluppo dei figli. Uno studio francese ha per esempio provato che i bambini con un’infanzia difficile inseriti in una famiglia armonica hanno aumentato il loro quoziente di intelligenza di ben 19 punti.

 b) Si può stabilire in che cosa consiste un’educazione efficace e verificare “sperimentalmente” che cosa è giusto e che cosa è sbagliato.

  c) I genitori possono imparare e diventare educatori più bravi ed efficaci.

 Ai miei tempi, ahimè molto lontani, quando eravamo ancora bambini, prima di tutto la mamma faceva la mamma a tempo pieno ed era considerata la regina del focolare, ma anche e soprattutto la prima educatrice per eccellenza dei propri figli. Certo, educare i figli non è mai stato facile e non lo sarà mai, anche se oggi esistono sistemi educativi che funzionano, tecniche che consentono di affrontare con successo i momenti più difficili della vita quotidiana con i figli, esperti pronti a dare i consigli giusti e nuovi corsi per genitori che, testati scientificamente per la prima volta, hanno dato ottimi risultati. In conclusione: papà e mamme non devono sentirsi abbandonati. E non devono vergognarsi di chiedere aiuto. Sarò retrogrado, e sicuramente lo sono, ma il metodo empirico, come lo vogliamo chiamare, adottato dalle nostre madri, non aveva bisogno di fare dei corsi o di chiedere aiuto agli psicologi, ma si trovava inserito nel loro Dna e funzionava molto bene. Ricordo che quando mia madre ci dava un ordine era eseguito senza “mugugnare”, senza esitare o ritardare. In poche parole, era come l’ordine dato dal Maresciallo, ai loro dipendenti. Le mamme di oggi hanno poco polso e direi anche poco carattere. Per ogni piccola cosa si rivolgono ai consigli del psicologo e questo secondo me, che non sono psicologo, è veramente sbagliato. Gli insegnamenti nascono dal cuore e soprattutto dall’anima di ogni madre.

Oggi quei bambini di ieri, sono diventati adulti e molto più intelligenti, ciò é dovuto all’evoluzione, alla trasformazione, allo svolgimento graduale verso un livello superiore più complesso ma quest’evoluzione non ha influito positivamente sui nostri figli, la maggior parte di loro, sono rimasti ancorati al nucleo famigliare, in poche parole sono diventati dei “mammoni”, ciò ha dovuto perché hanno paura di affrontare la vita. Quando decidono di tagliare definitivamente il cordone ombelicale che li tiene legati al nucleo familiare e vanno a cercare spesso l’aspetto esteriore di un giovane, senza tener conto del suo grado d’istruzione o della sua posizione sociale, che in fin dei conti, sono quelli che contano nella vita. Gli occhi verdi o il colore dei capelli non danno alcuna garanzia di continuazione. In questi casi che cosa devono fare i genitori? Devono cercare di dare, come sempre, dei buoni consigli. Spesso succede, che questi consigli non sono recepiti nel modo giusto e allora sono tacciati, accusati o incolpati di essere gelosi dei loro successi amorosi. Non ci sono genitori gelosi negli affari di cuore, ma si cerca sembra di suggerire, quando è possibile, la via giusta da seguire. L‘attrazione fisica, spesso non ha mai dato ottimi risulti, quindi, bisogna ponderare e scavare a fondo nella personalità di cui si è invaghiti. Lo so, che non è facile tutto questo, ma non bisogna demordere e continuare ad approfondire le conoscenze sulla personalità del pseudo innamorato.

 Quel pomeriggio in cui l’aria sapeva di mare, sotto quel cielo infuocato, dopo quella lunga chiacchierata con l’amico Giovanni sotto il gazebo del parco, ci siamo avviati lungo la battigia che porta al villaggio di Faliraki, mentre una leggera brezza ristoratrice spirava da dietro la collina dove germogliano gli ulivi dell’amicizia e dove si ammirano meravigliosi tramonti, spiagge da sogno, paesi di case bianche, cieli e mari blu: mai visti così tanti luoghi comuni, così tante frasi fatte, slogan da catalogo, promesse effimere diventare così stupefacentemente vere. Ma le nostre vacanze sono appena cominciati e altri tramonti e villaggi ci aspettano per essere ammirati, come la città di Rodi, dove c’è quella luce che non trova ostacoli lungo il brullo e pianeggiante profilo dell'isola e si irradia diffusa, riflessa dal mare, dalle case, dalla limpidezza adamantina del cielo, una luce senz'ombra, neppure minimamente intaccata nella sua purezza dalle mille macchie di colore delle bougainville, dei gerani, delle bignonie, non scalfita dai blu, dai verdi, dai rossi delle finestre, delle porte e delle ringhiere delle case. La stessa cosa potremmo dire di Lindos, con le sue case bianche barbicate sulla montagna scoscesa dove l’acropoli troneggia da una scogliera sopra il centro abitato.

 Qui a sera, dopo il tramonto, senza malinconia e rimpianto, e bellissimo passeggiare, solo per scoprire che, anche senza la luce del sole, immersa nel chiarore di una notte di quasi plenilunio Faliraki è pur sempre straordinariamente bella.

 Il sole stava tramontando dietro le basse e verdi colline di Faleraki, quando con l’amico Giovanni stavamo entrando nel grande atrio dell’Hotel Pegasos, e gli ospiti si stavano avviando verso il ristorante per la cena e nel salutare l’amico gli ho detto: “ Oggi, mio caro amico, con i tempi che corrono, è veramente difficile fare il mestiere del genitore. Ciao, arrivederci a dopo”.

Di luglio
Quando su ci si butta lei,
si fa d'un triste colore di rosa
il bel fogliame.
 Strugge forre, beve fiumi,
macina scogli, splende,
è furia che s'ostina, è l'implacabile,
sparge spazio, acceca mete,
è l'estate e nei secoli
con i suoi occhi calcinanti
va della terra spogliando lo scheletro.
Giuseppe Ungaretti

Racconto di viaggio nella città di Rodi.
Davanti al nostro moderno, grandioso Hotel Pegasos, c'è la fermata degli autobus di linea, che ogni ora collegava Faliraki alla città di Rodi e alle altre cittadine rivierasche. Dopo una settimana di permanenza sulle stupende spiagge degli dei, dove forse, nei tempi antichi è passato anche il leggendario Ulisse, con una squadra di amici mantovani, abbiamo deciso di effettuare un'escursione a Rodi, celebre per il suo Colosso, ( una statua che era alta circa 32 metri e che fu distrutta da un terremoto nel 226 a, C, ) sia per il Museo Archeologico, che contiene la maggior parte dei reperti più significativi per le isole del Dodecanneso: il Museo d'Arte Bizantina, nell'imponente chiesa della Vergine del Castello (Panagia Tou Kastrou) offre un'interessante panoramica di questo periodo storico-artistico. Per renderci conto personalmente delle sue bellezze, dei monumenti e della sua storia, che tanto ci aveva parlato e illustrato l'hostess al nostro arrivo a Faliraki. In questa nostra escursione, seguendo la Strada Statale che porta alla città di Rodi, abbiamo ammirato la bellissima e frastagliata costa di Kalithea, con le sue rinomate fonti termali, con le numerose insenature, verdi pinete, qualche villa isolata dove in passato abitavano gli ufficiali italiani e dove oggi sorgono moderni e splendidi alberghi. Superata la punta Reni, s'intravedono le prime case della città di Rodos, con il suo stupendo porto e le antiche mura medioevali. Ancora pochi chilometri ed eccoti nella capitale dell'isola del sole. Nei pressi del porto di Mandraki, subito dopo Via Prateria Ippokratous, nella Piazza centrale davanti alla porta della Marina, dove oltre alla chiesa dello Evangelismos, costruita sulla distrutta chiesa cavalleresca di San Giovanni e davanti a questa chiesa, sorge una fontana medioevale, costruita dagli italiani, è una copia della fontana che sorge nel centro storico di Perugia. In quel luogo stava nella attesa del nostro arrivo la guida turistica locale, il " Khirios Dimitris Salahouris, che ci ha accompagnati nel Partendone di Giove e nei siti archeologici e storici dell'antica e bellissima città di Rodi. Il molo di Mandraki sta proprio in centro della città, tra le destinazioni turistiche greche più importanti. In via dei Carabinieri, che sorge subito dopo il porto di Mandrake: una delle vie centrali, sorgono una fila di bellissimi edifici in stile Impero, che contraddistingue la creazione di quell'epoca coloniale. Per primo vediamo l'elegante edificio della Prefettura, costruito nel dicembre 1920 come palazzo del governatore italiano, fanno seguito, uno dopo l'altro, il Comando dei Carabinieri, la Questura, il Palazzo di Giustizia e la Banca d'Italia. Oggi, hanno sede le stesse istituzioni politiche e militari greche. Proseguendo oltre, i due grossi pullman, hanno raggiunto la collina che domina la città, dove sorge il Partendone e i resti di quello che fu il più prestigioso monumento storico di Rodi.
Il simpatico e gioviale Dimitris Salahouris, ci ha raccontato che secondo un antico mito, quando gli dei si spartirono il mondo tra loro, il Sole, affascinato, vide emergere dalle profondità del mare un'isola talmente bella che chiese immediatamente a Zeus che toccasse a lui quella parte. Rodi era un'isola che come un delfino viaggiava, ed ancora oggi viaggia, tra le acque diafane dell'Egeo sud- orientale, là dove l'Occidente si incontra con l'Oriente e dove si fusero i destini dei popoli mediterranei. Ricca di spiagge dorate, prospera di verdissime colline e pianure, bagnata dalla luce del Sole, il suo antico dio protettore, decise che in quell'altura doveva costruire la sua suntuosa casa. Così fu, Zeus scelse la bellissima collina di Santo Stefano ( o Monte Smit), dove fece costruire l'Acropoli dell'antica Rodi, il tempio più bello dedicandolo al dio Sole, che si trova all'interno del parco archeologico, attrezzato e ricco di verde. Oggi, in quel luogo tanto amato dagli dei, di quello che fu il tempio di Apollo Pizio, protettore della città. Da questo punto si gode una veduta panoramica a 390 gradi sulla città e sul mare ed il tramonto è ricco di fascino.
Rimangono sulla collina degli dei, soltanto a sfidare il tempo e la storia antica le tre colonne altissime di arenaria, sormontate dai relativi capitelli dorici.
Rodi fu abitata fin dall'epoca preistorica, e ben presto si sviluppò, divenendo un importante bacino economico, culturale e commerciale del mondo greco. Le bellezze naturali dei luoghi, la ricchezza e la posizione strategica permisero ai Rodii di godere di grande prosperità ed allo stesso tempo attrassero i potenti di ogni epoca, desiderosi di impadronirsi dell'isola mediterranea. Sembra che per primi giungano i Romani, i Cavalieri dell'Ordine di San Giovanni, i Turchi Ottomani ed infine gli Italiani che hanno lasciato nel loro passaggio tracce evidenti della loro presenza, senza tuttavia riuscire ad alterare la grecità dell'isola, la quale fu unificata alla Grecia dopo la Seconda guerra mondiale.

Nel passaggio di alcuni questi popoli, oltre a portare un certo benessere, la spogliarono delle più belle opere d'arte, devastando il tempio di Zeus, tanto che oggi sono rimasti le tre semplici colonne che si alzano dritti e maestosi verso il cielo a testimonianza della sua meravigliosa bellezza artistica Negli anni in cui hanno dominato gli Italiani, hanno messo un po' d'ordine, specialmente nei siti archeologici, restaurando tutto quello che c'era da restaurare e portando un certo benessere economico, culturale e una ventata di modernità.

Proseguendo nel nostro itinerario escursionistico, accompagnati da Kirios Dimitris, sempre restando all'interno del parco archeologico, attrezzato e ricco di verde si conserva lo stadio ellenistico del III secolo a.C. nel quale si svolgevano le competizioni atletiche degli Alioi, la principale festa degli antichi Rodii in onore del dio Sole. Accanto allo stadio è un piccolo Teatro di marmo, restaurato dagli italiani, nel quale ancora oggi, così come durante l'antichità, si svolgono rappresentazioni musicali.

In questa esperienza escursionistica, abbiamo compreso che la cittadina di Rodi, oltre che turistica è una città d'arte, dove sono conservate opere molto importanti e significative del passato, per esempio, del periodo dei Cavalieri ( secolo XIV - XVI e in particolare al tempo del gran maestro Pierre d'Aubusson, la città si arricchì di architetture di stile tardo gotico francese, catalano e aragonese. Sul Collachio, il nucleo della città murata raggruppato alla cittadella classica, sorsero gli edifici principali, tra cui l'ospedale dei Cavalieri ( fine del XV sec.), il palazzo del Gran Maestro (XIV sec) e i vari " alberghi delle Lingue" o residenze ufficiali delle rappresentanze delle varie nazioni. Sempre entro la città murata, non meno interessante è l'antico quartiere turco, con tipiche case e moschee, dall'area che si respira, immersi in quelle stradine molto affollate dai turisti, ti portano dritto nei paesi orientali, con i loro usi, costumi, musica e colori sgargianti. Mentre la maggior parte degli edifici antichi è stata restaurata dagli italiani.

Archeologia. L'antico centro di Rodi digrada con una serie di terrazzamenti artificiali dal monte Santo Stefano alle insenature naturali che, fortificate e attrezzate, costituiscono i tre porti della città. L'impianto urbanistico è rigorosamente ortogonale. Sono stati messi in luce tratti della cinta muraria che circondava l'area urbana e resti delle torri di guardia. I maggiori ritrovamenti sono comunque localizzati nell'acropoli, dove é stato riconosciuto, al centro di un complesso monumentale, il tempio di Atena e Zeus, periptero dorico, di età ellenistica. Sono stati identificati altri luoghi di culto, tra cui il dorico tempio di Apollo e una serie di cavità sotterranee dedicate alle ninfe; inoltre lo stadio, l'odeon e la palestra del ginnasio. Interessanti da visitare sono le necropoli, che noi per mancanza di tempo non abbiamo potuto visitare.

Storia. I Turchi tennero Rodi fino al maggio del 1912, quando gli Italiani, nel corso della guerra itala - turca, la occuparono insieme con altre isole dell'Egeo. Il complesso dei possedimenti italiani di cui Rodi era centro, che come abbiamo accennato praora, passò alla Grecia in seguito al trattato di pace di Parigi ( 1947). Quindi, ci siamo trovati in uno dei tanti possedimenti amministrati dal nostro Paese. Passeggiando in quelle Piazze, in quei vicoli caratteristici, con le case colorate di bianco e d'azzurro, ancora oggi ci sono i segni del nostro passato. Ovunque fossimo, nei Bar, nei Bazar, nelle botteghe artigiane, siamo stati accolti con molto riguardo e soprattutto con la nostra lingua. Specialmente fra gli anziani come noi, è ancora vivo il ricordo degli italiani che vi hanno lasciato segni del loro passaggio, della loro storia e della loro genialità. In un certo senso, ci ha dato l'impressione di essere in una città del Sud Italia.

La storia ci racconta che i vasi di Rodi furono sopraffatti dalla produzione Attica e scomparvero nella prima metà del VI secolo a, C. Mentre la pittura locale sembrò unicamente affidata al nome di Protogene, una scuola rodia di scultura che fiorì in età ellenistica, distruggendosi per peculiari caratteri di enfasi e di accentuato patetismo, resi nell'espressione dei volti, nella vivacità dei gesti, nel panneggio mosso o aderente, ricco di straordinari effetti luministici. Sorta per influenza di Lisippo, che operò nell'isola, e del suo discepolo Carete di Lindo, la scultura rodica conobbe il suo periodo più splendido nel II secolo a. C, con una ricchissima produzione di statue, spesso di proporzioni colossali. Le opere, prevalentemente in bronzo anche per la scarsità di marmo locale, e la cui esistenza ci è nota attraverso iscrizioni e fonti letterarie, sono in parte da attribuire a scuole di vari centri asiatici insulari, che ebbero Rodi come ideale luogo di convergenza artistica. Assai scarsi sono gli esemplari a noi giunti, ma alcuni risultano di grande suggestione, quali la famosa Nikedi Samotracia, e i gruppi di virtuosismo veristico come il Leocoonte e la rappresentazione del supplizio di Dirce, a noi pervenuta attraverso la copia romana detta Toro Fornese; notevoli infine le statue della casa di Cleopatra a Delo ( 139 a.C.

Il Palazzo - Museo dei Gran Maestri
La nostra simpatica guida Dimitris, nel visitare le varie sale del grande Palazzo-Museo dei Gran Maestri, dove ogni statua, ogni vaso e ogni cimelio, parla della mitologia greca, dell'arte e della storia antica della Grecia, ma anche e soprattutto della storia e dell'arte di Omero. Quasi in tutte le opere, sia quelle esposte nelle teche quanto quelle esposte nelle sale o nei corridoi, ci raccontano le imprese dei greci nella famosa battaglia di Troia, che è durata circa 10 anni. Ognuna di queste opere rispecchia l'arte nel racconto di Omero. La storia ci dice che egli fu uno dei più grandi scrittori del passato per la sua grande abilità narrativa che introduce subito nel vivo dell'azione, per spiegarne poi gli antefatti e giungere alla conclusione con una dosata sequenza di vividi episodi. Strumenti mirabili ne sono la lingua ionica, ricca nel lessico e duttile di forme, e il vero esametro che con armoniosa fluidità si adegua ai vari stati d'animo e alla diversa materia trattata. La fantasia, che abbraccia la terra e il mare, il cielo e l'oltretomba, ci spiega la sua potenza creatrice in rappresentazioni chiare e concrete degli ambienti e del paesaggio e modella i protagonisti delle splendide avventure, gli dei allo stesso modo degli uomini, con caratteri precisi e vivi, che resteranno pressoché immutati nella tradizione posteriore. L'apparente obbiettività della narrazione permeata da una profonda e particolare sensibilità per il mondo della natura nelle sue manifestazioni animate e inanimate e per la sorte e le vicende della vita, colta negli aspetti più vari e segreti. Vivamente suggestiva è poi la naturalezza con cui il divino si mescola all'umano, il reale al fantastico, non meno che l'uso frequente delle ingegnose e realistiche similitudini, che animano i illuminano il racconto. Grande fu la fortuna di Omero, a cominciare dai tempi antichi, anche se non mancarono fin d'allora detrattori e critici. Già popolare nel mondo greco durante il VII secolo a.C. il poeta nel secolo seguente era letto pubblicamente ad Atene durante le feste panatenee.
Ritornando in dietro nel tempo, veniamo senza volerlo, catapultati nuovamente sui vecchi banchi di scuola, quando l'insegnante di storia ci spiegava i vari passaggi della storia omerica con grande maestria. Anche oggi, che ci aggiriamo quasi confusi e smarriti per i grandi saloni di questo antico Palazzo Museo, rivediamo le raffigurazioni sui vasi policromi dei famosi personaggi della storia di Omero.
Stavamo dando uno sguardo retrospettivo alla storia della Grecia. Si, è proprio così, Adriana ed io, stavamo osservando con molto interesse una mostra retrospettiva, che ci ha illustrato i momenti più importanti dell'attività di molti artisti o di un'epoca a noi molto lontana, ma nello stesso tempo vicina e familiare. Stavamo ammirando le opere dei più grandi artisti epici dell'antica Grecia. Ad un certo punto, Giovanni, un nostro amico mantovano, mi ha chiesto: "Ma chi era, in effetti, Omero?" In greco Hòmèros. Era il primo e il più grande dei poeti epici dell'antica Grecia. La storia di questo strano personaggio ci racconta che tutto è incerto su di lui: l'origine del nome, la patria, il tempo e l'autenticità delle opere.
Leggiamo che per alcuni il suo nome, di etimologia non greca, significherebbe "ostaggio", per altri " cieco" e per altri ancora "raccoglitore", ovviamente di canti. Quanto alla patria sette città nella tradizione ( ma in realtà molte di più) Chio, Colofonie, Itaca, Pilo, Argo e Atene. La scelta, difficile per gli antichi, rimane tale anche per i moderni che propendono per lo più per Smirne. Per l'età in cui visse le date oscillano tra il XII e il VI secolo a C, con la probabilità che la più attendibile sia quella che lo colloca nel IX secolo. Le vicende della sua vita, esposte in otto biografie di epoca tarda, sono invenzione di eruditi fantasiosi. Fu opinione comune nel mondo antico fino all'età ellenistica che Omero era realmente vissuto e aveva composto, se non altro, l'Iliade e l'Odissea, quei due poemi etici che il nostro insegnante moltissimi anni fa, ci spiegava all'ombra di una mastodontica e secolare pianta di ulivi, per via dei bombardamenti degli aerei degli alleati nella Seconda guerra mondiale. Noi non siamo naturalmente storici o grandi letterati ma