Poesie di Giuseppe Gianpaolo Casarini


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L'amico delle stelle
Spesso sorridendo mi diceva amico
non ho mai sognato ma se le stelle
guardar sognar vuol dir sì son ad occhi
aperti un grande sognatore ch’a Sirio e sue
sorelle, alle lucenti stelle, di cader prima
nelle braccia di Morfeo affido i pensier
miei, quei miei voluti inappagati desideri:
così lassù vedo rasserenati i primi forma
prender poi i secondi per celeste incanto
infin mi prende il sonno dolce dolcemente.

sempre in ricordo del mio amico Barbone

Tera de Pipp
Mi diceva non ho mai sognato
ma se guardar le stelle sognar
vuol dir sì son grande ad occhi
aperti sognatore che la notte
poi dormo secco in un misero
giaciglio di cartone. Il nome
vero suo mi era sconosciuto
solo Tera de Pipp era chiamato,
gentile sorridente viveva sotto
i ponti, ricordo un dì mi diede
qual regalo di bocce un colorato paio,
curava tuttofar per un bicchier di vino
della bocciofila i campi del burber
canuto oste noto signor Peppino,
ma un giorno mi raccontò di un sogno
un sogno vero suo, l’aveva mi dicea
l’aveva mendicato che anche lui volea
sognar mentre dormiva:sì fischiava
sopra il ponte il treno nella notte,
come d’incanto di quel rombante
si trovò alla guida,binari immaginari
terre sconosciute non vi eran nel
viaggio le fermate,una folle corsa
tutti da terra ridendo lo guardavan,
d’oro la giubba avea diamanti li bottoni
non più, non più quel povero straccione
nel sonno nel sogno felice mormorava
ma il sogno sognato durò poco,
urtato si sentì il calzone mentre lui
guidava, di botto sfilato gli avean quel
suo poco tagliata la saccoccia del liso
pantalone, questa del sogno l’ amara….. conclusione.

Dai miei ricordi di bambino-
Milano anni '50- Via Marco Aurelio-
Una bocciofila-Un caro vecchio Amico
il "barbone" ma Signore Tera de Pipp.

Io e la quercia
Del querceto di quel tempo antico mio
solitaria or te ne stai tu maestosa pianta
dall'ostil ascia ch'abbatte risparmiata,

non più sorelle allor tante che or ti faccian
tenera amica compagnia come nei dì lontani
degli infantil poveri nostri giochi di fanciulli

a chi più ghiande le grandi tra noi a gara
da la grandinata lì caduta sparsa raccattar
sotto dalle verdi verdastre chiome vostre

tra quella infin ricercar poi le tumural galle
quelle poi lanciar ne l’aria in alto allegri
e de le prime cupole cavar barchette per il rio

per minipipe lunghe poi gli acheni fornelletti
trastulli nel tempo nostro poi perduti com’anco
gioventù andò tra noi perduta e dolor non solo

come te pur io solitario rimasto nel prato de la vita
persi i compagni miei tutti dalla falce che a caso
taglia senza guardar sia tenero virgultosia tronco spesso.

La vecchia quercia
Del querceto antico solitaria
or te ne stai maestosa amica
dall’ascia nemica risparmiata

non più sorelle che ti faccian
compagnia come nel tempo
di quei infantil poveri giochi

a chi più ghiande a raccattar tra
noi da la grandinata lì caduta
sotto dalle verdi chiome ampie

tra quella ricercar poi le galle
e quelle poi lanciar ne l’aria
dalle cupole barchette per il rio

pronti poi gli acheni per le pipe
trastulli poi perduti la gioventù
perduta io solitario pur ....persi gli amici.

Bianchi batuffoli
Bianchi batuffoli qui aleggiano
nell’aree, i pappi, piumoso dono
del pioppo al venir della primavera
e a lor vorrei lanciare i miei pensieri:
quale il timor? Perché la mente frena?
Che i cattivi poi il vento non disperda,
che gli allegri a terra poi in nivea coltre
piede non gentil li vada a calpestare.
Così nel dubbio me li tengo e quelli
lasciando come nati liberi e leggeri.

Solitudine
Estraneo son alla vociante folla
rumorosa, attorno a me sol vuoto
tutto è nulla, a me ghiacciati i sensi
a me sì spenti dall’abbandono tuo.

San Severo II ( Quel chiassoso rione milanese)
Quel chiassoso mio rione milanese
dove il parlar lombardo di paese
cedeva al vociar forte del pugliese
io studente liceale lei esile sartina
che guardavo passando ogni mattina
lei di rimando una mossa birichina
solo sorrisi sì solo affettuosi cari sguardi
tra di noi neanche una parola e tardi poi
il dir tentai la timidezza vinse, troppo tardi
che migrammo da quel sito amico, lontano
lei così disse la Maestra agitando la sua mano
al paese del nonno quale sposa sì a un paesano,

io sempre a Milano a Città Studi lì vicino
chimico industriale questo poi fu il mio destino
Africa Asia girar Americhe e qui mondo latino
impianti acque dei metalli studiar la corrosione loro
per l’Italia e il Sud di viaggi di missioni la collezione
contar non so ma un giorno laggiù ecco il magone

quel luogo non lontano un cartello recitava
un nome mai scordato di paese mi indicava:
di lei giunto chiesi e la voce mia rotta balbettava

nel dire nel sapere confusione e delusione tanta
tanti gli anni da allor passati all’incirca sì quaranta
nel chiedere nel cercar poi la mente crollò stanca
volle però il destin non so se crudel oppure amico
che lasciando quel paese ecco un volto caro antico
di fanciulla mi si presentò attraversando un vico
parea nella vision offerta la dolce sartina di quel rione
una nipote forse o figlia creata della mia immaginazione?
Mi sorrise perché ancor mi chiedo: quale commozione!

Così con le lacrime agli occhi mi rividi lo studente liceale del rione.

Una sera lontana a Motta Visconti
Riempiva l’aria della sera al calar
l’odorosa menta verde selvaggia

il calor dell’aia si spegneva profumo
di pannocchie lì di granturco al sole

il silenzio rompeva del grillo il canto
dal fosso della rana il gracidar s’unia

la Lilla e la Dora care di mia nonna
allegre cagnoline con l’abbaiar piano leggero

lo starnazzar dell’oche e dei tacchini
il goglò voci più davan al serotin concerto.

La frugal cena poi già pronta era sul desco
oggi così vorrei dopo che il tempo fuggito è tanto

risponder come allor a quel su corri è pronto:
vengo sì cara mia vecchia cara nonna vengo.

binasco 25-04-2012

Aprile oggi....
S’accompagnavan un tempo nell’età
oggi lontana della giovinezza mia
d’april dolci serate all’amor garanti

in questa tarda età april a lei s’adegua
oggi freddo e tempeste l’accompagnan
spento l’amore a me solo noia tanta regala.

Incanto mattutino
Un cielo in lontananza arabescato
rosse bluastre di colori pennellate
il volo di un aereo le scompone

trasporta poi un soffio più vicino
bianche nuvole pallide intarsiate
da raggi del sol nascente modellate

sotto di loro passa poi più in basso
in elegante volo un cinerino airone
che poi scompare lesto alla mia vista

mi perdo così tra voli nuvole e colori.

Tra donne sole .......vorrei…
Tra donne sole sole da tempo abbandonate
in un ospizio tetro triste figlio esser vorrei
per donar loro un bacio una carezza lieve
tra donne sole sole carcerate quale la colpa
giardin fiorito verde prato senza sbarre esser
vorrei almeno per sette otto non di più ore
tra donne sole sole in gramaglie nere figli
mariti persi in guerre senza senso atroci
esser di consolazione vorrei ma non so come
da Abele e Caino falsa parola e la parola pace
tra donne sole sole denutrite coi figli loro
che piangono la fame nutrimento manna
vorrei essere celeste che nel pianeta per sempre
tolga questo risolva questo atroce dramma
tra donne sole sole che nella vita mai amore
bussato ha ai cuori deserti freddi loro Amore
essere vorrei almeno per un secondo solo
dare felicità un bacio una carezza basta poco.

Questo mio vorrei : a tutte le Donne che nei secoli hanno sofferto :solitudine..prigionia...dolori..disgrazie.... fame...mancanza d'amore.

Il gatto
(Rufus)

In falso inverno cominciò una fiaba:
era l’inizio della primavera.
Venne dal pelo maculato eroso,
nuda la carne e una malferma zampa,
tra la neve mendicando un osso
il gatto e qui trovò ristoro.
I tuoi attenti atti e un amorevol tetto
a ritrovar le forze e la speranza
di vita migliore e senza stenti
lo portaron. Or ti guarda felice
e ti sorride alla carezza attento.

A Graziella
24/04/2005
accadde in quei giorni dopo una nevicata

Roteata lontan fu del tuo amor la sfera
Come quando l’occaso del sol giunge
e sia ombre vecchie spegne e nuove
la principiante sera accende e nell’ora
paure speranze attese ai cuori sorgon,
quali che sian non è dato poi di sapere
che ciascun nell’intimo le stesse poi nasconde,
per me allor che dal cerchio del mio mondo
lontan roteata fu del tuo amor la sfera
calda non della sera il principiar ma notte
fonda e buia l’animo mio tutto sì avvolse
che ognun scorge guardando il mio sembiante:
la speranza morta del ritorno tuo in me vive solo…. la paura.

Il davanzale della malinconia
Sì ombre immaginifiche e silenti
qui sul davanzale, vuoto spoglio
da sussulti al quieto vivere sereno,
della malinconia mia già da tempo
ingigantiscono paure immotivate:
parte di lor nel vuoto già lanciate
nel sottostante balcone delle idee
che di dolore trafiggono i pensieri,
altre, le più, nella mente inver ancor
da maligna diabolica colla trattenute
sempre presenti, fantasmi sconvolgenti
ravvivati da fantasmi tra quell’ombre
che il cuor e l’animo rattristano sì tanto.

Freddi simulacri
Tra di me leggo i miei versi d’amore
povere parole freddi simulacri d’odi
saffiche e dei melici monodici, perché
a tanto è giunto l’ardir mio mi domando?
Una una sola la risposta, poco mi parea
dir amata mia amata cara sai che t’amo.

Sogni distrutti
Ho strappato con forza
dalla bocca nera della notte
quei sogni
diversi
erano quelli
che il mattino con un roseo
sorriso mi aveva regalato.

Insidie della vita: circospezione
Rosso era il vestito luccicante suo, occhi i suoi
verde smeraldo,la bocca sua poi ben formata,
labbra fiammeggianti, con inganno quella lo portò,
almen così credea,quel dì con sè alla casa del piacere,
nell’ampia stanza giunto di marmo le colonne vide,
figure dionisiache di menadi d’alloro incoronate
e satiri caprini danzanti voluttuosi e lieti alle pareti,
a terra poi dovizia grande di tappeti dal vel pregiato
arabescato, divani poi di fine seta aurea purpurea
rifiniti finemente,invitanti infin coppe e tazze di metallo
fino, fuor qual manici ornamenti a mò di fallo, dentro
della vite colmi dell’inebriante dolce asprigno alla bocca
sì gustoso succo. Così lì nell’estasi dopo il primo sorso
di quello ben gustato, mentre già pronto, dal vigor
dal rosso licore che stolto si credea tratto, all’ardente
agognata dei voluttuosi sensi d’amore dolce pugna,
tardivamente si scoprì, giunto un torpor e una vista
corta sorta, misera preda poichè scoprì che falso
era di Venere l’agone.Triste delittuoso fu l’inganno che
di novella Circe capì della magion la soglia aver bensì varcato,
la cui magia tramutò poi di colpo quel primitivo suo vissuto
incantato incanto,che di tutto agli occhi suoi si mutò d’aspetto:
ferree di rovente fuoco le colonne, orrendi infernal mostri
lì in attorno, strame letame di contorno, infin qual sortilegio
per l’ingannevol pozion finì in vacca lui stesso trasformato
e su sudicio lurido di sterco pagliericcio di lei, rosso il mantello
occhi di bragia alla bocca nera, schiuma bavosa, in foggia
di furente bronzeo toro l’onta subì di un fatal e ben diverso
da quel sognato e sperato iniziale amorevol dolce amplesso.

Spesso dimentichiamo a casa quell'erba moly che Ermes ( Mercurio)
aveva dato ad Odisseo ( Ulisse) per sventare le malie e i sortilegi della maga Circe.

Metamorfosi dei sensi
S’interrogò quel dì pensoso in riva al fiume che
diverso strano e in tutto misterioso gli apparve
quell’accadimento che l’acqua in corsa gli mostrava
fatta d’opposti di dubbi e di incertezze alquanto varie:
sì ritto di certo era, in piedi, e nel riflesso si vedeva curvo,
bello nel fior degli anni ancora e compariva qual cadente
misero vecchio: di bell’aspetto sì era orrido alla vista invece
il suo povero sembiante. E poi ancora cos’è questo mistero
ancor s’interrogava pensosodubitabondo in riva al fiume:
quale dunque era la stagione che l'avvolgeva: gelido inverno
e freddo o invece una afosa e calda opprimente estate?
E poi, solo, libero e ramingo sopra un monte dalla vetta alta:
sentir grandi silenzi e infiniti spazi goder niente affanni , pace
o chiuso, in gabbia, in tumultuosa città tra una vociante folla:
calca opprimente ostile, vista chiusa impedita tanto ed un
urtato dolorante violentato petto? Cosa era poi quel giardino?
Misterioso, strano: rose dal profumo dei mughetti mughetti
rossi dal profumo intenso della rosa! La pioggia lo bagnava e
si sentiva completamente asciutto,una fame divorante lo assaliva
e nel contempo si sentiva sazio,voleva parlar d’amore ma in cuor
sentiva sentimenti d’odio. Smarrito non capiva poi se sua oppure di
qualch’altro, se tutta vera o invece tutta falsa, se occorsa poi in sogno
o nel tempo vissuta per davvero e poi, nel tempo, se ieri o in un passato
più lontano fosse stata questa storia. Era il riflesso rotto e distorto
dell’acqua nella corsa che portava a questi dubbi, a nuove e immotivate
sensazioni al porre a tutti i sensi domande insensate per la mente?
Dubbia lettore è per tutti la risposta: quello spintone in riva al fiume gli parve
allora come una carezza era già morto annegato ma ancora vivo per sognare ?

Il perdono di mia Madre
Notte senza Luna qui del Camposanto
serrato il cancello rugginoso aspetto,
il cammino aspetto di anime silenti
che per amico hanno corpi evanescenti,
dicon che parlan solo con il viso triste
o sorridente qual che sia il pensier loro
nel momento, ecco passano lievi lievi
cerco tra loro coi tremebondi sensi
il viso caro di mia Madre e tremo tremo
temo il giudizio severo per quel giorno,
muto pavido vigliacco la lasciai insultare
forte fardello grave la colpa ancor da espiare,
ma invece mi sorride come per dirmi
già allora ti avevo perdonato l’animo
tuo non sia da oggi più mai turbato
e un pianto forte dirompente il mio
accompagna quel suo sorriso fuggitivo.

Binasco (MI)
24-03-2012

Ricordando Metastasio--è la fede degli Amanti...
Così è, certa sicura allora così tu parlasti,
questo sbocciato oggi nostro amore non morrà
come rosa delicata sempre fiori donerà
nella serra del cuor mio degli affetti chiuderò
quale virgulto vivo assai protetto ben curato
come zolla tutto l’ardente esser mio il sole
dolce il mio sorriso la rugiada fresca i baci miei
gentil soffio le carezze mie nel sfiorarlo lievi
cosi è certa più sincera dopo un mese solo
che l’amore nostro è già finito così dici
cosa vuoi stavi tu lontano senza palpiti il cuore
rotta la serra poco il sole secca la zolla ferma
l’aria il fiore dell’amore non poteva che appassire:
ben disse e poetò un giorno il saggio Metastasio.

Il vecchio castagno
Dopo anni torno a riveder questo luogo amato
dove dall’alto dalla costa tra i verdi boschi
felice tu scorgevi l’ansa del Ticino, del leccio
i profumi del castagno delle felci dei mughetti
nel vento respiravi forte e da giù sentivi venir
della lodola il canto lieto il gorgheggio dei merli
dei fringuelli prolungato dei tordi dei ravarini
il cinguettio ch’a quei faceva poi eco in lontananza
quello ripetuto e ritmato cucù cucù cucù del cuculo:
struggente il ricordo la nostalgia pur tanto forte.
Tutto cambiato qui intorno e in parte cancellato
non più lì il vecchio castagno dal maestoso fusto
che sul ciglio della strada qual sentinella guardia
faceva alle campagne quel tempo andato di mio nonno
quelle campagne dai filari lunghi e nell’autunno
di macchie ricchi di grappoli dai colori intensi accesi
ai quali i ciliegi lì presso davan loro amica compagnia
e a metà giugno poi avanzandoli con vellutati dolci
rubin frutti in quella nelle stagion correnti tavolozza
cangiante di colori, non più la stradina polverosa
che quelle divideva percorsa spesso di corsa
con la bicicletta ch’allora accompagnava
quella mia perduta come l’amato luogo giovinezza.

2012: da Motta Visconti (MI)
Paese delle mie radici
dei miei amati Genitori.

Passa la Milano-Sanremo
Non più oggi nel giorno caro del mio caro Santo
come un tempo del mio tempo andato e antico
giorno grande di festa e di già annunciata primavera
ma in un sabato normale anonimo pure feriale
è sfrecciata ier l’altro da Binasco sotto i miei occhi
la Sanremo:cicli lucenti metalli speciali leghe
ultramoderne pochi chili rispetto ai grevi da spinger
fardelli del passato, maglie multicolori scritte tante
variopinti tessuti seta lucente aerodinamica pure
non più quelle scritte sole Bianchi Legnano
Bottecchia Willier Triestina Atala su di una lana
umile grezza tessuto vile impregnato di sudore.
Nel veloce avanzante gruppo nuovi giovani campioni
del pedale alcuni sconosciuti o quasi invano ho così
cercato lì come per magia Bartali Coppi Girardengo
Binda Merckx Van Looy Fignon Minardi con Petrucci
Kelly Bobet Privat Poblet e il vecchio Poulidor, invana
di questi antichi noti visi la ricerca che so sapevo
di tra lor molti come già in fuga solitaria partiti
un giorno in vol fuggiti da un Turchino immaginario
personale per raggiunger quel traguardo comune
luminoso il Cielo sì lontano nella corsa della vita
dal traguardo un tempo familiare di via Roma oggi
cambiato ch’al vincitor e al gruppo non più sorride
della Primavera la mormorea effige qual primavera
spenta degli anni miei così come con voi fuggita
nella corsa delle mie stagioni quella mia per sempre
imprendibile ratta e veloce cara perduta giovinezza.

Ricordando Guido Gozzano
Che ne è di voi un tempo antico e in giorni ormai
passati graziose dolci fanciulle avvolte allora
dal profumo di quella giovinezza oggi lontana?
Mezzo secolo circa o forse molto più fuggito, credo,
fuggito sì il tempo ma ancor presente la memoria.
Quel giorno ricordo sotto l’ombrellone azzurro-chiaro
di una calda afosa spiaggia romagnola mi diceste
con allegro fare vorremmo con te domani il sorgere
del sole nel primo mattino noi noi soli contemplare.
Venne il mattino e il sole là in fondo in mezzo al mare
dava già il segno della sua salita con raggi sfumati luminosi:
fresca l’aria era e la brezza salmastra da un profumo dolce
amaro già alitava e ci avvolgeva. Ecco qual novella Atalanta
rapida una, una corsa veloce all’improvviso spiccò qual volo
ed ancor vedo così quelle dorate chiome sollevate al vento,
triste invece dell'altra mi parve lo spento tenero sorriso.
Quale il perché di tale corsa allora non capito, per la sorella
e me soli forse poi lasciare penso? Ma nulla accade tra noi rimasti soli,
silenzio vi fu solo silenzio, sguardi lontani eppur noi così vicini,
sguardi che il sole nascente disturbava, un silenzio nel silenzio
muto del mattino. Vinse di certo una forte timidezza allora!
Quali dunque mi domando oggi in quel momento i nostri pensieri
gli inespressi sentimenti o i desideri rimasti nostri e tra noi ignoti?
Rosa non colsi, non capii l’amore? Finì così ricordo ancora: tre ombre
sole e lontane dal principiante sol dettate e sole sulla spiaggia
ferma ciascuna con i suoi pensieri fermi che di un gabbian il verso
invano ...invano... invano... invano... molesto disturbava.

Cisti: ad Arno
Del buon vino
poche son le botti
così non a peso
si giudica un poeta

Amore mercenario
L’incontro fu un dì per caso amore
mercenario la donna al giovane propose
disse suadente quella lì la casa il segnale
poi un lume acceso la porta semichiusa
ardito quello fremente ardimentoso tutto
per quella d’amor pugna venal offerta
voluttuosa all’indicata casa all'ora mosse
ma spento lì il lume trovò anco pur serrato
da un chiavistel vistoso tanto e l’androne
alquanto spento l’ardor suo finì finito l’ardimento
ingannato si ritrovò qual povero minchione.

Allo spirito maligno
Son io che parla a te, spirito maligno
che mente e cuore la notte mi devasti
a me nel buio creando immagini mortali
non so se false oppure come credo vere!
Sì, seppur lei tace e nel ludo lascia fare, altrove
so pensa: in ciò tu mi tormenti e forte forte ridi
ma nel tormento che distrugge e annienta sappi
che almen la sua pietà pietosa dona un poco pace.
01-02-2000

Tormento
Amata cara un dolor m’assale oggi
mi tormenta, il pensier corre a quel dì
che lieta data ti fossi a forestiera mano:
se certezza o dubbio non me lo svelare!

Come mutato oggi quel sembiante!
Vecchia dal tempo ingiallita
ritrovo una fotografia un volto,
come mutato oggi quel sembiante
un tempo quell'amato caro viso,
ancora vivo o spento quel sorriso?
Al pensiero al dubbio all’incertezza
di gocce amare si riga il viso mio.

Rimpianto di fine d'anno e d'altra fine
Bella così io non ti ricordavo
scusami se ancor oggi amore
ti chiamo, tanti i rimpianti
forti i desideri che in passato
suscitato hai in me e spento
tu che sbagliando forse pentita
forse male scegliendo il dubbio
ch’a chi t’offristi male poi ti colse.
31-12-2011

Non so Amata cara
Non so se quando sarò freddo e muto
farai come Didone che un dì ruppe fede
al cener spento di Sicheo, non so amata cara.
Questo pensier che per anni mi turbò la mente
risposta trova e giusta, lo dice del Sacramento
il rito che muore con la morte di un dei due Ministri,
quindi libero io della vita dagli affanni libera tu,
da me non più amata, di amar poi felice chi tu credi.

A un tempo lontano penso
Amica al tempo in cui eri lontana penso
allor che un ampio vuoto un cuore triste
d’amor privo circondava quale inaridita
secca senza speranza di fiorire zolla, ecco
un dì manifestata ti sei tu all’improvviso
fresca rugiada col seme di Cupido accanto
seco te portando il soffio dolce dell’Amore tuo
presso quel cuor sbocciò così il più bel fiore.

Motta Visconti 22-05-1967

Le sue chiome sollevate al vento
Alla mente tornano una spiaggia
quel primo sorgere del sole
già l’astro là in fondo in mezzo
al mare il segno dava della sua salita
con raggi sfumati luminosi chiari
fresca l’aria alitava la salmastra
brezza dal dolce sapore amaro
d’intorno era silenzio nessun
gabbiano in volo quand’ecco
inaspettata la visione una figura
indistinta prima il nascente sole
la vista disturbava poi nell’attimo
più presente veloce era la corsa
parve incontro a me venire dorate
le sue chiome sollevate al vento
non si fermò continuò la corsa
svanendo poi nella lontananza
chi fosse non l’ho mai saputo
allora non compresi oggi credo
più saggio di saperlo con lei
fuggiva svaniva un frammento
un istante non assaporato della giovinezza

Oggi ricordo frammenti di orrore… ..di terrore
Nel giorno della Memoria oggi forti forti
tornano a me memorie al cuore e alla mente,
piange il primo affranto freme sì forte la seconda
allor che il Male assoluto nel cieco Mondo
con di questo l’assoluto strano a capir silenzio
terrore orrore morte seminava e sappiam quanto!
Risuonano ancor oggi i miei forti violenti passi
per scacciar l’angoscia e la paura del momento
come allora sul selciato largo e vuoto che alla vision
inizia e da di una città spettrale di morte e di camini
lungo le rive di un Danubio che pigro nella nebbia
scorreva in una triste lontana giornata di Novembre
dove spenta quei dì per non scorrer più la vita fu
in modo atroce e vile di umane vite ah quante quante
con il mio debol essere tramortito non atto fermo
il moto mio a varcarne la soglia tremendo quel suono
secco ancor lo sento delle scarpe mie quei gradini
pochi ma tremedi di salita ma che nel pianto certo
ben sicuro sentivo che povere Anime morte lì vicino
leggendo il mio distrutto pensier errante benevoli
a quel mio come irriverente vergognoso impedimento
facevan come ai miei passi Amiche dolce compagnia.
Corre il pensiero ancora e forte ai milioni ahi quanti
di bimbi e bimbe nel fior degli anni mai cresciuti mai
diventati grandi dove nella dolce oscurità che nella memoria
ne protegge il sonno scandire sento da voce amica
carezzevol nomi cognomi nazioni anni che per tanti
la decina è alquanto un vanto speranze deluse spente:
oggi bambini miei fanciulle mie non son a Binasco
ma lontano e ripercorro come quel giorno lì nel silenzio
affranto e nel dolore quel tratto buio ma dolce a Voi amico
caro son qui presente ecco nello Yad Vashem che
voi sempre ricorda e a ciascuno di Voi faccio oggi compagnia.

Bella così….così pensavo…
Quel bocciolo sfugge oggi al mio pensiero
la rosa come piena vedo quel petal tolto
manca che primo un dì il suo profum porse
a me, sol l’album dei ricordi oggi soccorre
il tuo viso bello con mestizia vedi io guardo
nel giorno sorto un dì per la mestizia cancellare:
oh non dovrebbe il cuor oggi esser felice ancora?
Certo mi inganno ma penso e sento il tuo tremore
non più nel tempo andato come tremore verginale!
Perché dunque mi illudo mi dolgo ed ancor spero:
oh povera memoria stolta al presente stolto guarda
sussurrar vorrei gridando ma la voce è muta e trema:
queste le parole rimaste sepolte dentro il cuore:
bella così amica non ti ricordavo scusami poi
seppur ormai da me lontana ti chiamo ancora amore.

Un tempo così desideravo...
Impaziente e tanto d’Amor del ritorno
tuo attendo la sospirata ora che tarda,
passerà rapidamente il tempo? Chiedo:
nell’attesa lenta solo tedio mi avvolgerà
che vuoto pare il cuore mentre la mente
ricrea invano tra mille disegni il tuo sorriso?
Volge poi il pensier a la desiata ora e sogno:
s’acquetano la tempesta ed il tormento
si stringeran vedo le mani e poi ancor le labbra
lentamente, dolci, si poseranno sulle labbra.

A G… 05-08-1967

Oggi ripenso
Ripenso al tempo in cui eri lontana
allor che un vasto vuoto il cuore
mi opprimeva zolla senza speranza
inaridita che un fior amico sì aspettava,
così dolce poi tu amata cara dolcemente
all’improvviso ti sei un dì manifestata
nacque dentro di me allora il più bel fiore.

A G.... 22-05-1967

Come un limone...non fiori...non frutti...
Tu che le stagioni tutte dell’amore
hai vissuto tanto assaporando
della primavera le primizie
quei fiori azzurri variopinti
che a te s’aprivano vogliosi
d’offrirti la delicata essenza loro
ch’hai assaporato le delizie gioie
qual i gustosi frutti dell’estate
labbra rosse ardenti ciliege
da baciare pere succose per te
quei seni da succhiare nettare vitale
e laggiù le pesche tante vari colori
vellutate che aprendosi al desio
a te deliziato hanno i sensi il cuor tutto
la mente tu che l’uva asprigna tarda
dell’autunno alla bocca spremuta
inebriante mosto hai pur bevuto
che dalla secca castagna godevol
nutrimento hai poi lieto gustato
che dell’inverno degli agrumi aspri
ti sei di tanto in tanto deliziato
più il profumo più odorando il frutto
sol guardato toccato sfiorato con gentil
tatto anco accarezzato capir non puoi
chi fiore mai sì colse non gustò
ciliegia della castagna dal riccio
poi fu punto pure e vecchio si trova
come un limone senza arancia in mano.

Giorno per giorno
Amata cara sì giorno per giorno
rifiorir ti ho vista come una
bella rosa sul suo ramo fissa
che pur mutata ad appassire tarda
e sempre fresca e aulente al cuor
che come un tempo l’ama appare.

A mia moglie G...
02-12-1999

Il tempo passa
Amata amica cara il tempo passa:
il bel bocciol com’era? Chiedo:
sei tu cambiata o come allora
sempre a me tu pari poi domando.
Ecco guardo la rosa che ancor oggi
splende sì più bella, dolce rugiada
l'allieta e nel crepuscol dolcemente bagna.

A mia moglie G...-Binasco 02-12-1999

.....così scrivevo un tempo
Amata mia amata ti chiamo nel mezzo della notte
da dolci e profondi pungoli d’Amore risvegliato:
zagaglia più acuta e penetrante mai trafisse cuore!

Come un foglia
(funere mersit acerbo)

Verde il colore ancora
la primavera in fiore
un battito un istante
si stacca cade la foglia
saluta il ramo amico
il vento ecco si alza
lontano via la porta

un attimo un sospiro
così come la foglia
sorella mia giovinetta
dal materno collo quel dì
la man tua cadde nel vuoto
un ultimo sorriso spento
la parca venne e ti portò via.

A ricordo di mia sorella S.
più di cinquanta gli anni del distacco..
vivo ancora forte il ricordo mio....
struggente il dolor ancor in questo antico e nuovo che vien Natale.

Somnium
Idonea nox nobis est neminem videmus in umbra
nos osculantes tanget nemus umbriferum circum

..................................................

Il sogno
Favorevole è per noi la notte
nessuno vediamo nell'oscurità
il bosco ombroso proteggerà
noi ed i nostri baci!
...............................................

Milano- 1956
Liceo-Ginnasio-Carducci

Ad una compagna della giovinezza
del sogno ignara!
giuseppe gianpaolo casarini
(iosephus rusticus mediolanensis)

Vada il saluto
Al degno di Mecenate delle festanti Muse
cortese amico sì gentil Curator dell’azzurro Sito,
a chi la lira tentando sotto l’ombroso faggio
in altro luogo oppur silente o dal pulsar della vita
rumoroso all’occhio alla mente di lettor curiosi
i sentimenti suoi le speranze le illusioni care
sue va dettando a chi poi il tutto a queste chiara luce
da con il giudizio benevol sempre nel commento
vada il saluto di un oscuro vate dalla musa contadina:
che il Natal Santo per tutti gioia vera letizia sia.

Senza rancore sì senza rimpianti
Se dopo cinquant'anni sono tanti
per in serbo tener queste parole
ti rivedessi te ne direi tre sole
senza rancore sì senza rimpianti.

"Perché in quegli anni mi odiasti tanto?"
non ti chiedevo altro sai solo un sorriso
un segno d’amicizia da quel grazioso viso
tu di ignorarmi invece ti facevi vanto

giravi la faccia e poi di me certo ridevi
ai tuoi amici con scherno mi additavi
che questo non vedessi forse tu credevi
Tanto pesa in gioventù esser d’amore schiavi
da subir tacendo quanto beffarda mi facevi
così mai domandai cosa di me dentro di te pensavi.

Un palloncino alato colorato
In un palloncino rosso viola blu i miei sogni
ho lì soffiato sogni dimentico Morfeo mai
sognati all’amor tuo intesi e sempre volti
lor compagno al moto propulsore un gas
l’elio primo tra i gas nobili il più leggero
auriga un vento poi pigro capriccioso
forse burlone incerto sempre nel cammino
che ne sarà di lor ormai dispersi in cielo?
Una pioggia di frammenti del cuor mio
le visioni le sperate carezze tue mai avute
se mai di colpo da una esplosion colpito
o lentamente lontan portato per luoghi
dell’aer sconosciuti fino a lei Venere
stella dell’Amore o forse ancora quel
guscio l’involucro del sodal privato
in terra sgonfio sol con loro ritornato
qual sia dunque poi il destino sogni
saranno miei poveri sogni mai sognati.

Così è ...variazioni sul tema
“Così è” è di certo per l’uomo di sapere cosa nota
il qual pronto a seria filosofica materia ti rimanda
che a lui note son le categorie aristoteliche e kantiane
o più sottili pure teologiche bibliche considerazioni.
Ancor oggi però nei giorni a noi vicini sia lontani
sul pianeta risuonar si son sentiti diversi “ così è”
qual violenti imperativi categorici attivi come tali
o nelle loro violente e trasgressive pure negazioni
seppure ad un conclamato vero quelli per vero riferenti.
Se sorrider si può di alcuni lor curiosi che dubbiosi
mostruosi quelli son da indur terror e sgomento
alla mente umana: tra i primi “se non fusse
per lo ditto di Aristotile” del vero visto dubitare
sull’origin dei nervi su un tavolo anatomico
possiamo insieme ridendo ricordare, tra i secondi
quel “così è : la terra non si muove” della inquisizione
santa, tardivo oggi quel ravvedimento, contro
l’assunto di Galileo lo scienziato tosco sacrosanto
vita sua stravolta poi vissuta nel dolor raminga tra i secondi,
dei terzi dal ricordo vivo sconvolgente triste alquanto
vi è solo l’imbarazzo della scelta per nomi tanti
nazioni varie continenti molti questi i loro “ così è”qual assunti
obbedire tacer non criticare mai quei “ragione han sempre”
tanti così i pecoroni tanti così i servili tanti i plaudenti
poche poi dissenzienti le coscienze rette a quelle voci
perfide assassine che spesso lo sappian con la vita hanno pagato.

Il primo Poeta
Chi il primo poeta domandi della storia
domanda sciocca lapidaria secca la risposta
il Demiurgo il Signore nostro sommo del creato
di scalpello di pennello col soffio diede vita
ad opera finita l’ammirò e commosso disse…bella.

Furbi e minchioni
Da due ore siamo in fila e la coda non si muove
lo sportello della posta è già pronto alla chiusura
quale iella che sfortuna qui bisogna ritornare
poi si sente una vocina ho la mamma all’ospedale
grave prossima a morire su lasciatemi passare
commozione generale su lasciatela passare
sorridente eccola là la sua pratica sbrigata
giro l’occhio e per caso guardo là fuori
sull’opposto marciapiedi ride pure una vecchina
la mammetta sì morente della furba signorina,
in attesa seduto sono nel salone dell’ infermeria
già il sangue cavar mi devon per poi questo analizzare
alto centoventitre il progressivo bigliettino per entrare
non so quanto il tempo in ansia dovrò quindi qui aspettare
anche qui caso non strano una voce forte roca strafottente
senza in faccia alcun guardare lesto del laboratorio
apre la porta e poi grida come a se stesso: “con l’infermiera
devo sol parlare”, dopo cinque o sei minuti poi riappare
questo tale con al braccio un vistoso cerottino e ridendo
infin saluta quel centinaio me compreso di minchioni.
Ai parcheggi alle vie prese contromano non si contan le furbate
quanti invalidi tu trovi pure medici fasulli lì mai visti residenti
patacche false sui cruscotti momentanee di disabil carrozzine
non più oggi patria Italia di poeti navigatori santi
ma di furbi e di furbetti e per equo contrappeso di fresconi.

Quel beffardo sorriso che deride
Implorare cercar oggi da te carezze baci
invocarli quali da te pegni per me d’amore?
Mendico poi bussar alla porta tua del cuore
che di sé il più basso infin subir potesse amante
non amato grave indecoroso assai umiliamento ?
Gioia quindi donarti di un mio possibile tormento?
No, mai: saggio negli ingannevoli mendaci ludi
dell’amore nel tempo sai amica diventato sono:
così da come ormai da tempo tu mi guardi
come poi lo sguardo sempre da me tu levi
come beffarda tra te alfin sorridi pur io vedi
mi guardo non piango di me anch’io sorrido
sfidando ben fisso guardandoti negli occhi
quel sorriso che altro non è che maligna derisione.
Perché dunque pietire lo sappiamo entrambi
quel che di certo tu non mi potrai mai dare:
baci e carezze da te per me pegni d’amore.

Pensieri da ricomporre
Vorrei ricomporre i miei pensieri
che una mente distratta su rotaie
di binari differenti ha indirizzato
che treni senza orari e senza mete
che non amano filosofici pensieri
hanno più volte gli stessi stritolati
di loro frammenti lì impastati in parte
altri lontan volati in posti sconosciuti
ricordo solo che erano serie considerazioni
cosa fosse il bene e il male di riflesso
chi lupi feroci chi mansueti agnelli
dai tempi di Caino di Abele vi è stata
fino ad oggi irrisolta contrapposizione
distrutta rimasta lì l’intera riflessione
ricordar solo mi pare un amara conclusione
ieri oggi domani sempre e nel futuro
tutto è legato al metro personale di valutazione
per Caio lupo agnello per Sempronio.

Alla Beata Veronica da Binasco
Pellegrin orante pio che t’avanzi
di Binasco nella parrocchiale
a quell’altar minor subitamente
guarda, dorme Veronica nell’urna
argentata lì devotamente posta
che tra i Santi la giusta comunione
attende lei da secoli Beata venerata,
povera ignorante contadina in vita
che qual di Cristo sposa forte il velo
con ardimento ardeva, forte patì
l’attesa dell’ardente devozione sua
che dalle dotte badesse letterate irrisa
vilipesa le porte dei conventi augusti
trovò sì chiuse che rozza conoscenza
rozzo villan sangue non v’era lì ricetto
padre Agostino poi teologo santo peccatore
s’aprì commosso a questo santo ardore.

Falciava un dì Nina, perduta ogni speranza,
come negli anni suoi in verde età passati,
le bionde messi dono di Dio in un’ardente
estate e in quel dorato prato dal lì poco
lontan San Pietro in Ciel d’oro ticinense
che l’urna tiene delle Confessioni l’onorato
Santo a lei suadente una voce così giunse:
Santa Marta un convento di Milano i nomi
queste da Nina forti le parole poche intese,
presto un porton s’aprì da quella intercessione
qual umile conversa alla cerca comandata vestì
alla morte fino la bianco-nera veste agostiniana
mutando in Veronica quel primitivo suo Nina.

Per anni umile tra gli umili a quei donò conforto
o il ricevuto obolo di rimando lor tosto donando
o se vuote le mani con carezze e il sorriso suo,
mistica in estasi sovente rapita tra i celesti
nella carne da Satana offesa e tormentata
visse il mistero dei dolori e di Cristo la passione,
con dolcezza castigò del Moro e di Beatrice
le mollezze della malata corte milanese,
al vicario di Cristo ch’a Lucrezia al Valentin
vita donò con carnali amplessi voluttuosi
di Pietro macchiando il soglio venerando
su mandato preciso dall’amato suo Signore
con la rampogna pure portò a quei pentito
il perdono a lui donato da Cristo Salvatore.

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Giovannina ( Nina) Negri o Negroni nasce nel 1445 in quel di Cicognola di Binasco. Conversa agostiniana con il nome di Veronica nel convento di Santa Marta in Milano sarà lei ad ammonire a viva voce i costumi del Moro e della sua corte, lei umile e fragile donna di umili origini ma sorretta ed illuminata della fede a portare, a Roma, al Pontefice Alessandro VI , Papa Borgia che indegnamente regna, quelle a noi ignote ma salvifiche parole di Cristo e tali da far esclamare allo stesso, dopo questo colloquio segreto, alle personalità della corte pontificia:" Onoratela perché questa è una santa donna". Morirà in odore di santità nel 1497"

Quelle assenze nell'essenza del Nulla
Utopia mera è l’essenza del giardino
dove il Nulla regna non fiori né profumi
non colori nulla assente la materia
nessun atomo solo ombre vane leggere
sconosciute false figure da lontano
qui dalla mente insana proiettate
uccelli piante cose persone tutto
inerte nel tempo che non scorre
fisso nel vuoto senza vita senza morte
come non avanzano le stagioni
nell’assenza del buio e della luce
è negato quel che vive nel giardino
dove soffia il vento del Tutto della vita
i sentimenti vari le emozioni forti
nessuno ama come non odia alcuno
non vi è gioia come non v’è dolore
Mera utopia questo giardino strano
dove il Nulla accanto a ombre regna.

Stati d'animo e sentimenti incerti
Il mio presente attento guardo
al passato solo rapido uno sguardo

da violenta di sentimenti opposizione
assalito colpito stordito sono preso

questo dubbioso mi domando
i conti dovendo fare con me stesso
felice nell'infelicità infelice nella felicità
lo stesso tumulto o una diversità?

Lo specchio
Stava lassù in solaio quello specchio
vecchio da tempo abbandonato
senza cornice polveroso in parte screpolato,
lo sfiorai col dito una traccia apparve
netta lucente chiara, ancora rifletteva
lo accarezzai di nuovo col palmo
della mano riprese luce vita nella sua interezza:
io ch'ero curvo vecchio dal viso malandato
ritto mi vidi nel fior degli anni e d’ aspetto
bello, dietro poi lei bella ridente dal gioioso
viso, nessun mistero né magia arcana
lo specchio riflesso aveva un ricordo mio.

Un desiderio inespresso d’amore
Una afosa notte d’agosto
il cielo una trapunta di stelle
dalla volta celeste lacrime attese
già pronta una frase all’amata
la dirò alla mio astro cadente
la vista puntata alla coltre puntata
in quel luccichio d’un tratto vacilla
quel guizzo fiammante si perde
poi muore assieme a quel mio
inespresso desiderio d’amore

Quei fiori gialli alla mamma..quel dono di mio padre
Macchie gialle i fiori, gli occhi, del tuberoso
elianto oggi, fissi lo stelo poco mosso, il dio sole
ignorando che le noma e nutre di splendido
splendore fissano altrove: occhi lacrimosi
la meta dello sguardo intenso questo doppio
scambievole amoroso sguardo, gialli fiori
che un tempo già lontano non dimenticato,
questo il motivo di questo pianto il mio,
mio padre alla mamma da rive di quei fossi
tolti, generosa serra non avara e a man povera
gentile, in fasci umile dono d’amore le portava,
senza profumo più delle rose diceva profumati
senza valore per lei ricordo più care di una gemma,
amor semplice rurale onesto contadino, alle rose
penso da me nel tempo ai vari amor donate alle
spine in dono nel tempo spesso invece ricevute.

Fiori gialli stellati del topinambur ( helianthus tuberosus)

Povere ossa
Due nonni di mio padre un tempo
due foto oggi i nomi sotto due date
su marmi grezzi dal tempo patinati
due loculi vicini in un ossario là
nel camposanto lì giaccion di lor l’ossa
loro che generato m’hanno preso vita
nel tempo l’ossea catena della vita mia.
Vita la lor giorno per giorno spesa

fuor che nei freddi tormentati inverni
dall’alba fino a sera tarda tarda sera
curvi piegati sempre senza sosta, svelti
una crosta di pan e sorsi solo d’acqua,
lungo i cigli del Ticino un secondario
ramo tagliar di netto, il colpo il gesto ratti,
teneri giunchi farne da vender poi solide fascine
acqua o calda o fredda, che importa, alle ginocchia

fino in vita povere ossa allora qui povere ossa.

A ricordo dei nonni paterni di mio padre Carlo Giovanni
C.C.-C.V.

Nera figura tutta nera
Nera figura tutta nera nero scialle
nera lunga fino ai piedi palandrana
nere pantofole di grezza pezza ancor
di lei il ricordo in Milano via Celoria
negli anni miei oggi lontani mendicava
lì solo studenti di passaggio o quasi
a quelle ore assai preste del mattino
politecnico scienze come medicina
qual buona sorte e sperato auspicio
per un esame da dare e poi da superare
più di uno spicciolo risuonando forte
nel piattino di metallo nero lì cadeva
con cura posto lì a lei vicino vecchia
tremolante vecchia su un instabile sgabello
seduta lì quale destin ultimo triste giunta
sfatta sfinita quasi consunta cinquant’anni
di meretricio forse di più passati in bordelli
di piacere case e angoli di strade il marciapiede
forzati amplessi falsi sorrisi baci a lei rubati
di guadagno fonte dello stato per tenutarie prima
di un giovane pappone dopo che anziano
poi inabile lei a quel triste mestiere diventata
ancora misera alla questua allor portava
povera vecchia sola senza affetti donna
vigliaccamente che vigliacco ancor sfruttava.

L'arte del pennello
Splendeva qual rossa rosa la giovinezza
sua forti i battiti del cuor irregolare il polso
l’ebbra vision che i sensi turba alla vista
al piacer sempre nascosta turbinava
la mente vagante era il pensiero mio
così per sbaglio non per voglia la sorpresi
dal bagno usciva come una venere dall’onda
che ad un pittor si mostra e quello poi ritrae
non si voltò, sdegnata, chiusa lesta fu la porta
che ladra la nascose al mio pudico sguardo
cosa poi dissi non ricordo incerta la parola
questa nel cuor ancora conficcata freccia
mortale pronta secca tremenda la risposta
nell’arte del pennello, sai, tu non eccelli
non sei pittor valente povero imbianchino.

Amor fallace
Ti dono amor una ti dice col sorriso
poi il falso regalo presto si riprende
quello ti porto amor sincero amica
quatto lo nasconde e or tosto ad altra reca
ecco son qua fremente mi dice son l’amore
mi volto un istante solo ecco già fuggita
dettò Metastasio un dì qui conferma trova
è la fede degli amanti come l’araba fenice.

Al morto sul lavoro sconosciuto
Giusto e doveroso il cordoglio tributar
al caduto amico della folla conosciuto
ma che dir dei molti dai volti poco noti
due righe sole nelle gazzette di paese
cade dall’impalcatura e subito poi muore
si rovescia il trattore e lo travolge in pieno
l’alta tensione tocca rimane fulminato
gas tossico in raffineria un tragico destino
un carbonizzato anomala fiammata all’altoforno
illustri sconosciuti caduti tutti sul lavoro
anche per voi si levi una voce di ricordo
un abbraccio a famiglie vostre in pianto.

Fuggenti pensieri
Viaggiano i miei pensieri
come treni nella notte
in un oscuro tunnel
tutt’attorno buio solo
vacilla la memoria
la mente trema
non li potrò fermare
binari sconosciuti
ignota la stazione.

Meditatio
( Filastrocca)

Cosa ho imparato mi chiedi dalla vita?
Che ad esser onesti ci si perde sempre
che se incensi il potente ci guadagni tanto
che se paghi le tasse sei un gran minchione
che se bari e truffi sei alquanto e tanto riverito.
Potrei continuare su questo tema all’infinito,
quando mi guardo dando allo specchio il viso
contento son anche se ho fin qui perduto
di non aver mai fatto negli anni il baciapile
di aver pagato onesto sempre il mio tributo
di non esser poi mai portato sugli altari
d’esser infin per tutto e per tutti chiamato povero minchione.

Neda
Se senti ora una voce nel notturno buio
mossa come dal vento e portata da lontano
ascolta Neda sono che fu, “ I am Neda”
recava allor la scritta sul fatal cartello
a me vicino morta vilmente assassinata,
non lasciare questo nome cadere nell’oblio
straniero amico sconosciuto al mondo
ancor di me porta ti chiedo conoscenza
se con cuor tenero e commosso tu mi ascolti.
Quale la colpa mia? Contro un iniquo crudel
tiranno alzai il mio grido quel giorno sì forte
deciso, voglia di libertà dove vien negata, ma
un vil cecchino così il mio bel sorriso spense
la giovinezza mia al giogo non servile, al grido
forte un forte anelito di patrio amor mi spinse.
Spento ormai tace non sanguina, no, no, non batte,
non batte più questo giovane cuore come farlo
ancor forte, forte pulsare mi chiedi tu che senti?
Con il ricordo con il pensiero gridando il mio nome
con un sussurro al vento. Ed io Neda dolce amica
ragazza iraniana di bellezza bella amico italiano
sconosciuto grido nel pianto forte il tuo bel nome Neda.

Il 20 giugno 2009 la studentessa di filosofia Neda Salehi Agha-Soltan (persiano: ندا آقاسلطان)  era in compagnia del suo insegnante di musica e  stava partecipando alla protesta contro l'esito sospetto delle elezioni:  un cecchino membro della milizia armata la uccise sparandole vilmente un colpo al cuore.

Haec hodie meminisse iuvat
Osanna osanna grida oggi nelle piazze
festanti certa folla plaudente caduto è
il tiranno puttaniere di sogni falsi
fiabe ingannevoli dispensator promesse
tutte vane giusto ricordar oggi a quelli
certe vere fole del passato osanna sì
che quanto allor sperato per fortuna
loro e nostra non sia allor capitato
altro che cioccolata ai bimbi buoni
ne san qualcosa i bambin magiari.
Così ricordo dal balcone prima, più tardi
poi, confuso tra la gente, ad un comizio
del tempo davo ascolto, nella foga tanta,
così senza microfono a voce alta forte
dal palco, tra l’altre cose dette tante,
forte gridò con piglio l’aspirante senatrice
“ai bimbi loro due volte al giorno o più
le mamme russe la cioccolata danno”
applausi battimani scroscianti ecco tanti.
Assonnato della mamma in braccio
un bimbo con lei a me vicino”cioccolata ?”
incerto balbettò, della mamma questa
la risposta”cosa buona figliol mio caro
per noi roba rara da comprare cara cara”
un sospiro “ ma vedrai quando verrà Baffone”.
A quella dolce fola, vidi non so se per quello
strano nome o per la mamma sua le certezze
certe di colpo il bimbo felice addormentarsi.
Se ieri per caso in piazza andato fosse ringrazi
quella non bevuta e di certo amara cioccolata!

Da un comizio elettorale degli anni cinquanta

A Gilad Shalit
Così per te allor Gilad dettai queste parole
qual d'amicizia e di speranza segno al vento
che a te poi le portasse in quell’amaro tempo
del proditorio vigliacco sì tanto odioso atto

“Dicono che i soldati mai non piangono
ma qualora fors’anche tu piangessi ora,
cosa cui non credo, vergogna non ti sfiori
riga spesso il pianto il volto dei bambini
quando del’orco cattivo sentono la fiaba,
per te non da fiaba ma vera è la presenza,
ascolta, credi, ritorna il bel sorriso presto
quando dicon le mamme se n’è or andato
così per te son certo ritornerà quello radioso
presto tu Gilad ritoccherai d’Israel il suolo”

Ora questo nel tempo si è per te così avverato
non più bambin soldato ma già giovane maturo
diventato dopo anni tanti troppi di prigionia crudele

Piange la mamma il suo bambino
Scorreva limpido un tempo un fiume azzurro
prati fioriti erbe profumate tante lungo il corso
poi di cemento alto duro ecco uno sbarramento
sparisce il verde un vasto immenso lago nasce
quello la corsa violentata qui mutata arresta
improvviso un giorno il temporale tuona pioggia
violenta torrenziale s’arrabbia il fiume si sbriciola
il cemento pochi secondi frana di colpo la montagna
sparisce dov’era la collina son strade vicoli contrade
dei paesi a valle l’alveo del fiume pietà non mostra
nella violenta corsa correndo verso il mare non s’arresta
acqua fango detriti portano solo morte e distruzione
piange una mamma il suo bambino travolto dalla piena
sotto la melma muore un fabbro nella sua officina
chissà dove portato via al bar seduto stava un vecchio pensionato

Amor non riamato non è amore
Amor non riamato non è ricorda amore
sol sofferenza grande per un sol cuore
che imporre mai di certo si può amore
a un cuore indifferente del tuo amore

non riversar pertanto odiosi acuti strali
parole amare addurre i tuoi voluti mali
a chi senza colpa colpevolmente assali
non è amor merce che richiesta si regali

A ricordo dei "granata" di Superga
Un novembre oggi triste piovoso
che induce ai ricordi alla malinconia
un vecchio ritaglio di giornale
con cura conservato un quaderno
delle elementari una fotografia
Bacigalupo Ballarin Maroso
Grezar Rigamonti Castigliano
il pianto ricordo mio bambino
vecchio ora vorrei uno per uno
granata miei prendervi per mano
Loik Mazzola Gabetto Ossola
Menti altri ancora dello squadrone
supervittorioso mio caduti lì a Superga
un giorno ormai tanto lontano oggi
per voi forte ritorna quel magone
di quel bambino diventato vecchio
voi sempre rimasti baldi giovanotti in Cielo

Tragicamente il 4 maggio del 1949 l'aereo che riportava a casa la squadra del Grande Torino
e del suo seguito dopo un'amichevole giocata a Lisbona si schiantò contro la collina di Superga

Empatia della natura
Piange pronta a migrar la rondine
perduto il rondinino si dispera
occhi imperlati da perle di dolore
il salice piangente le raccoglie

piange il salice piangente
lacrime bianche gocce stillanti
cadono nel rio sotto lì vicino
l'onda corrente le trasporta via

ride la fanciulla innamorata
lacrime calde tenere gocce
di gioia stille d'amato riamato
amore scendono su un fiore

ride il fiore rosa rossa rosa
al sole s'apre a quell'umore
il giorno muore scende la sera
gocce perlate sui petali del fiore

di natura strana la rugiada lì posata
pianto di un usignolo innamorato
pianto di un amore perduto ritrovato
pianto di un cane solo abbandonato

idrogeno ossigeno sali diversi vari
tracce organiche lì si fanno compagnia
gioia di vivere e vita fatta di dolore
bella divina della natura l'empatia

acqua amara mista del rio alle radici
per tener vivo fresco questo fiore
da porre su una tomba sconosciuta
dove riservare ad un ignoto Amore.

02-11-2011
Un fiore su una tomba senza fiori

Imago
Vecchia dal tempo ingiallita
ritrovo una fotografia
un volto un sorriso
come mutato oggi
un tempo
quell'amato viso
ancora vivo o spento
quel sorriso?
Al pensiero
di gocce amare
salate si riga
il viso mio."

Fallita pugna ardita
Quello il segnale un lume
acceso una porta semichiusa
ritta pronta all’ardente d’amor
battaglia fremente la zagaglia
ardito ardivo ardimentoso
a quella sperata ardita pugna
spento il lume chiuso l’androne
spento l’ardore finito l’ardimento
mi ritrovai povero minchione.

Io e l’airone cinerino
Fermo ritto immoto là nella risaia
verde un airone cinerino, fisso io qui
fermo curvo su un paracarro al ciglio
di una strada, quello le larghe ali stese
poi lentamente, pigro quasi, prende il volo
quali che siano i suoi pensieri con lui
volando stanno, mi alzo io barcollo
a terra cado gravato dagli affanni miei.

Il fuoco di Stromboli
Stromboli dalla nera spiaggia
nera sabbia vomito di rabbia

un tempo di una bocca ardente
ancor viva bella vision che alla mente

quel ritmato nella notte nera fuoco
sfavillante porta prima ad un ignoto

vagheggiare lontano di pensieri
poi al ripensar invece del tuo ieri

qual fornace quel riverbero forte
di metalli la nascita a me sì cari

quel girar per il mondo mio la lor cura
prevenirne poi se possibile la morte

impianti acri fumiganti e non e vari
sempre attenta vigile fu già la premura

tempo passato di certo mai dimenticato
ma quel lampo di fiammata ultima data

che lassù scompare alloggi al momento
dell’ora mi riporta fuoco morto spento

al fuoco spento morto di un amore terminato
dei sensi voluttuosi già l’ultima fiammata

Il profumo di quel risotto
Tra i tanti ricordi della fanciullezza nostra
assai lontana questo regalarti vorrei cara
cugina mia quel che alla mente oggi mi porta
quell’ora di mezzogiorno di un giorno del passato.
Laggiù sulla strada amica polverosa la via Ticino
di un tempo una donna vedo assieme a tre bambini:
tua mamma, la mia zia Nina, tu e Battista
con accanto di voi più grande l’Angelina: miei cugini.
Da tempo ormai riposa il papà tuo lo zio Carlo mio
laggiù nel Cimitero accanto al nostro zio Giuseppe: il nome mio.
Alla prima commozione ceda il sorriso tuo, tra il pianto sai
bello è il riandar a vision antiche care non nell’oblio cader
lasciarle ma riviverle nel tempo e poi mai sai dimenticarle.
Ecco, così un gesto allegro a piena alta mano a distanza
grande di saluto ancora vedo, il mio, tre salti di gioia
agli occhi lieti mi si paran da lontano poi poco e più vicino
oggi come allora dubbio nessuno erano come sempre i vostri.
L’abbraccio ed il saluto poi su quel gradino che alla casa
grande dei nonni allor portava, sulla tavola fumante, già pronto
–sarà sorpresa?- quel risotto dal sapore suo particolare tutto
quello della nostra nonna amata amata nonna Nina,
“ con i funghi?” di Battista la solita domanda,
sì, pronta come al solito della nonna la risposta.
Quale dolce inganno quel sì più volte ripetuto
in quegli anni del nostro passato tempo antico:
più melanzane, ricordi, ma i pochi funghi accanto
con sapiente della cuoca astuzia ben trattati al palato
quel particolare gustoso magico aromatico davano sapore.
Tra una tirata di cucchiaio ed un’altra poi le risate nostre
di tua mamma della nonna e del pà Paul così con deferenza
da noi chiamato il nostro caro nonno Paolo nonno caro.
Penso certo ne sono che anche tu vorresti sentir oggi
per una volta almeno ancora quel magico ingannator sapore!

A mia cugina Paola Santa S.V.
in ricordi di Motta Visconti

"Daghela no”
( Carme carnascialesco)

Lüisa daghela no chel fa el magütt
el te diss che l’è zirconi ma a
lè un semplic fer de tola
la tentà de šzincall prima
de rivestill pö d’argent d’or

de platin nella valle del Bir Bir,
ma che or ma che platin
orpimento e realgar sul pistùlin!
Cara tüsa dam a trà lasää stà
vegn da mi che bell o brutt
stanne certa cosa vera cosa sicüra
la sarà no sün sicur na fregadüra.

Milano 1963-Facoltà di “ Scienze-Chimica Industriale"

Ombre dalla cava di pomice abbandonata
( A ricordo dei cavatori di pomice )

Laggiù l’azzurro mar di Lipari quassù
agavi in fiore ligustri fichi d’india assenzi
da corona fanno alla cava abbandonata
nascondendola alla vista del viandante
ammassi di bianche laviche pietraie
quali immoti nel tempo spettatori
di un antico di polvere sottile anfiteatro
qui una sofferente umanità vi recitava
il doloroso dramma della vita propria.
Così tu perder lascia di cercar quale ricordo
tra i cumuli di pomice spugnosa la lucente
vitrea nobile scheggiata ossidiana nera
la mano tosto ferma alto fissa lo sguardo
ecco ancora si vedono, no non son fallaci
della mente ombre, membra disfatte a cavar
intente senza gemito o lamentela alcuna
sotto il cocente sole e poi riporre in ceste
la preziosa figlia bianca del vulcano
carico e fatica portati la sera alla marina
cui il sensal dalla bilancia falsa moneta iniqua
darà al fin di una giornata in agonia vissuta
l’atavico morso della fame rotto dei miseri
la dieta mezzo filon di pane e un cetriolo
spenta l’arsura delle sete sospension bianca
di piovana acqua e polvere sottile lì piovuta
per così di giorno in giorno l’agonia loro
prolungar di una dolorosa non vissuta vita.

E’ una mamma maliziosa?
Alla figlia giovin giovinetta inesperta
non pratica di un certo del mondo
strano tutto particolare immenso
bosco e della fauna che lì trova ricetto
che un dì decise in quello di Diana seguire
la passione la saggia mamma cacciatrice
esperta da più anni maestra del mestiere
così le disse: non t’affannare figlia mia
diletta lepri a stanar ad inseguir cinghiali
astute volpi rossicce cercar timidi cerbiatti
mirar pronta col fucile pronto da lontano,
non t’affaticar presta passione tra i venatori
sport a quello per me più bello tra i più belli
ovvero nel sottobosco di soppiatto prendere gli uccelli
non importa poi se merli passeri tordi oppur fringuelli.

Quelle tenere viole
Non da Urbino né da un convento di Cappuccini
ma da uno spoglio giardino abbandonato,
il giardino mio dell’amore, dovrei forse coglierne
ancora e sentirne sempre quel profumo
delicato quale quello di un tradito amore?
No, non più, semmai andrò in cerca di altri fiori:
odio forse le viole? No, una volta per lor piansi:
una mano forestiera quella zolla che
da tempo le nutriva tolse e strappò via
complice il tuo aiuto: e, ricordo, ridevate!
Nel suo giardino mi hai detto l’ho portata,
senza pudore mi chiedi perché non dà più fiori?
Non era terra che le dava vita, la zolla sì seccò,
le viole spense, spento l’amore che la animava.

Tetralogia: Dove mettere i miei sogni? I sogni e gli elementi aristotelici

Dove mettere i miei sogni?
Nel palloncino alato ?

Ho soffiato i miei sogni
assieme all'elio in un palloncino:
che ne sarà di loro
ormai dispersi in cielo?

Chi lo potrà afferrare?

Nella scatola dei sogni?

Nelle profondità
più profonde della terra
ho interrato
la scatola dei miei sogni.

Nessuno la potrà mai così scoprire?.

In una capsula di piombo?

Compressi e rinchiusi
in una capsula
di piombo
ho affidato i miei sogni
al mare.

Chi lì la potrà trovare?

Nella bocca di in vulcano?

Con cura i sogni a me più cari
ho avvolto in un ricciolo d'amianto
che ho poi coperto con ossido di cerio
per poi gettare il tutto nella bocca
infuocata di un vulcano.

Chi laggiù potrà mai andare?

Ombre dall’aspetto vano
Proietta la mente ombre dall’aspetto
vano sui muri del labirinto dei ricordi
che si rincorrono tra loro, vano poi
della mano l’incapace atto di fermarle:
chieder loro chi siano quale tra noi
la conoscenza un tempo forse amor
odio quale il legame i nostri sentimenti ?
Meglio tacer non domandare quale
che fosse non risvegliar dalle voci loro
le sembianze di chi la mente si vuole liberare.

Il mulo di Alicudi
Il basto vuoto lenta la fune al palo
che legato a quello ti trattiene assorto
ti riposi in quella d’indefinito tempo
attesa che altri non tu ne faran misura
per quel cammin riprender duro pesante
che lassù porta alle pendici alte lontane
del vulcan di Alicudi antico, mulo paziente.
Non si cura il tuo dolce languido sguardo,
tal un giorno lontan un tuo parente pigro
asino bigio per il treno, di quelle potenti
al molo lì presenti navi di tecnica simbol
di progresso che il pelago sì posson solcar sicure
ma non fendere poi come tu fai laviche
ossidianiche bianco pomice dure ostiche
pietraie non immergersi senza tema in un mar
di rosmarini cardi pungenti fichi d’india
agavi in fiore o più gentil gialle ginestre
assenzi bianchi capperi smeraldini fiori di ligustro
che il sentier tuo sfiorano su ingannevoli dirupi e tanti
rendendo forse più lieve coi colori coi profumi loro
il tuo cammino di passi fermi fatto e da attento occhio.
Non macchine non asfaltate strade e vie in Alicudi
per la gente del luogo che qui vive un unico motor
muove la vita tu sol mezzo di trasporto unico aiuto
così che la vita qui non muoia e ancor viva sia
uliveti verdi prosperose vigne distese di capperi
ben curate non confinata così isola eoliana a gechi
pipistrelli ghiri o regno solo di selvagge capre.

Ricordando Pirandello
Nella pirandellian commedia recita
l’attrice “I sono colei che mi si crede”:
così su noi vari giudizi senza tema
dati tanto forte è l’altrui convincimento
inconsapevoli attori diventiamo coperto
il viso da maschere diverse forestiere
chi ci crede santi chi peccator ci vede
chi persona riservata chi ridanciano rozzo
e così via verdetti lontani dalla vera essenza.
Come spiegare quindi questo assunto
per cui una immutata realtà granitica
smembrata venga diversamente vista
variamente interpretata: quale questo
assurdo curioso continuo giuoco della vita
in cui di ciascun di noi vi è coinvolgimento
alle volte attori altre curiosi spettatori?
Realtà sue finzioni immaginazioni poi
che riportan alla caverna di Platone
delle fuggenti ombre il mito e che sfuggon
alle categorie aristoteliche e kantiane?
Quale il motor di questo eterno ludo?
Psicologia spicciola o curiosità innata
presunzione in fisionomica materia
affermar con saccenteria “così è perché
così a me pare”? Ad altri darne la risposta,
ci illudiamo di voler scoprire il vero
ma pur vedenti ciechi siam come i saggi
lor ciechi veri dell’elefante indiano la novella
da un tocco breve di una parte sua ciascun
sul di lui essere diverso insindacabile
giudizio diede e per ognun fatale errore.
Circospezion quindi con mere fallaci
sue apparenze la realtà voler significare
tronfi di sé del giudizio sicuri risuonar fare
una volta più “così è per che così a me pare”
per evitar come i saggi indiani di essere poi delusi.

L’albatro di Vulcano
L’albatro o un di lui marin fratello
della faunistica del pelago voliera
fermo sulla ruvida spiaggia di Vulcano
di nera sabbia lavica granosa
tra sdraio mute e ombrelloni spenti
nel far del mattino solo se ne stava,
difficile dir o pensar cosa pensasse
a indovinar ci provai io per gioco.
Ritrovar quel vicino appuntito scoglio
amico antico o un più ampio di fine
e bianca sabbia lido nuovo trovar
su una sperduta isola lontana
sì da mutar non solo il color di sosta
luogo e se del caso pur i suoi pensieri
come pure i miei pensavo io che pensante
pensoso invece triste conoscevo.
Non mi guardava né io l’interrogavo
poi l’uccello con fatica s’alzò di colpo
in volo puntando su Lipari sul mare
così portò nel vento gli ignoti suoi pensieri
li rinfrescò forse o li mutò in altri più leggeri,
io mi girai per contro verso del vulcano il cono
scrollando il capo forte e là i miei lanciai
di forza verso quel sulfureo denso fumo
per me luogo più sicuro, erano pensieri
cupi di ricordi amari e il lì nascosto
fuoco, prima o poi, li avrebbe inceneriti.

L’orecchino ritrovato
Nella casa antica abbandonata
tra alti rovi spogli arsi senza more
roseti spenti su di loro nessun fiore
non inverno era ma tarda primavera
rudere cadente la porta spalancata
rifugio un tempo dalle ansie mie
fuggir e qui trovar al cuor ristoro
dimenticando dell’animo i miei mali
dove ricordo ancora un giorno lieto
spegnendo l’arsura degli affanni
mi donasti fanciulla la freschezza
del tuo primo e acerbo amore
ho ritrovato per terra un orecchino
tra calcinacci dal tetto giù caduti
luccicante oggetto per l’infiltrato sole
perso l’avevi tu proprio la notte dell’addio
tormentato triste dopo un atto triste
fugace d’amor lento non consumato
fu nell’attimo di un’ultima carezza
la mia che sdegnosa irata il capo tuo
scuotendo di scatto come belva rifiutasti
ad un appassito già finito amor per sempre
ultimo oltraggio quel grido non mi toccar
con quelle luride schifose viscide
tue mani che oggi di quello rispettose
neanche credi questo tuo ricordo osano toccare.

 

Nuvole di acciaio inossidabile aride come i miei aridi pensieri

Nuvole di acciaio inossidabile

che non portano gocce di pioggia

e che non muove lì fisse il vento

raggi solari col riflesso portano

lontano e là diffondono calore

dando a stelle di rame e a comete

blu cobalto con luce esogena vividi

colori sono nuvole false aride

come aridi sono i miei pensieri

veri ma fermi spenti  che una mente

 fredda più non muove e schegge

di ghiaccio dentro l’Io infligge

e a lui donando solo ambasce forti

si stingono dell’animo i colori

la sanguigna rossa carne del cuore così….  muore.


Al mercato dell'Infelicità
Perfida
i miei sentimenti hai inscatolato
come sardine e venduti
gratis
al mercato dell'Infelicità.

Una pioggia di indicibili pensieri

L’impalpabile nuvola lontani

via porta indicibili pensieri

strane sensazioni erano nate

tante angoscianti il cuor la mente

eri fuggita da me ormai lontana

pensavo fosse vero  ma solo

un sogno era un incubo sognato

quando sarà dissolta non pioggia

vedrà lassù il  cielo  frammenti

solo sciolti di indicibili pensieri

e nell’animo mio rinato allora

ritornerà ancor nuovo  sereno.


Vana parola

( Haec olim meminisse iuvabit)

 

Vana parola è la parola Amore se

di novità si nutre e alla fine poi si spegne vuota.

Se l’abitudine la stanca e la scuote la sopportazione

per poi cadere vinta in rassegnazione triste.

Se il t’amo, t’amerò di un tempo antico

cede al ti amavo e al ti ho amato credo,

al credevo d’amarti e non ti amo più.

Così facile è dirla la parola Amore un giorno

e più facile ancora dimenticarla un altro

dicendo poi senza rimorso

di fronte ad un tardo e nuovo incontro

ora è diverso, allora mi sbagliavo.

 

L'agave e il suo fiore
( L'agave di Salina)

Sul cono del vulcano da tempo spento
di Salina tra le pietraie figlie della lava
al cielo al mare a quelle sorelle lì vicine
l’agave verde mostra dal suo cuore nato
dopo un attesa lunga di vent’anni e più
orgogliosa e di cui fiera s’adorna il figlio
quel fiore ardito dall’alto fusto la bella
quale a salire elicoidale infiorescenza
strano destino il loro e dal fato misterioso
da qui a poco in un abbraccio d’amore
spegner quasi all’unisono la vita loro
si piega il figlio la corolla sul tronco
ormai spezzato sulle molli già spente
braccia sfatte non più carnose foglie
della mamma da questo atto d’amar
d’ amor sublime domani nasceranno nuove vite

Una spiaggia romagnola-II
Alla mente tornano una spiaggia
quel primo sorgere del sole
già l’astro là in fondo in mezzo
al mare il segno dava della sua salita
con raggi sfumati luminosi chiari
fresca l’aria alitava la salmastra
brezza dal dolce sapore amaro
d’intorno era silenzio nessun
gabbiano in volo quand’ecco
inaspettata la visione una figura
indistinta prima il nascente sole
la vista disturbava poi nell’attimo
più presente veloce era la corsa
parve incontro a me venire dorate
le sue chiome sollevate al vento
non si fermò continuò la corsa
svanendo poi nella lontananza
chi fosse non l’ho mai saputo
allora non compresi oggi credo
più saggio di saperlo con lei
fuggiva svaniva un frammento
un istante non assaporato della giovinezza.

 

L'ultimo sogno ( Un sogno rubato)
Mentre di felicità ebbro nel forziere
quella tua carezza ormai insperata
sul viso mio da tempo dalla lebbra roso
da quel lontano giorno dell'addio
qual ultimo dei miei sogni riponevo
il guerriero alato dell'Invidia velenosa
amico di chi oggi t'accompagna
nei sentieri lieti e caldi dell'Amore
mi ha sorpreso e dal forziere lesto
questo sogno furtivamente mi ha levato.
Perché rubar tra i tanti sogni questo
non tanto a te ma a lui domando
quando non un istante dalla fantasia
creato ma la stagione quella dell'Amore
vero e non del sogno gli appartiene?
 

Son tornato oggi al mio paese
Lì ancora sono le due vecchie chiese
Sant’Anna e San Rocchino come un tempo
che austere fan di guardia all’ingresso del paese
sentinelle ferme fisse poco mutate al vento

degli eventi che nel tempo tanto hanno cambiato
di questo mio amico borgo il caro volto
mutate quelle immagini andate di un passato
dissolto solo alla vista tolto ma ravvolto

ancora nei ricordi miei che odorare fanno
quei profumi intensi della prima giovinezza
e a riveder a risentir con forza nuova danno

i luoghi persi le persone amate le vite vive del bosco
quei canti degli uccelli presso quell’ansa del Ticino
quei cinguetti distinti quei gorgheggi che ben conosco

che oggi dalla persa costa frantumata scossa da lì
più non potresti più sentire ma che ora come d’incanto
i prati i luoghi le smarrite voci sono ancora qui
della lodola lo struggente pianto del ravarino il lieto canto

si liquefa il bituminoso asfalto spariscono i blocchi di cemento
tutto alla mente ritorna e si presenta tutto rinverdisce
ancor le campagne amate dai filari dritti al vento
il ciliegio con le rosse brocche il pesco nano rifiorisce

macchie su macchie di grappoli tanti dai colori accesi
una tavolozza nel tempo persa ridipinta come prima
ricordi andati oggi pensati alla vision di nuovo resi

scorre così l’acqua di un tempo tra le rive eccola
limpida pura fresca delle rogge e di quel fosso sito
d’incontro di giochi e di bucato ancora ricordo

quando le donne allora le fanciulle alle vesti al panno
cantando filastrocche allegre ridavano freschezza
cenere grigia con fior di saponaria la mistura il ranno
stesi poi ultimo atto da frasche verdi donata la carezza

loro complice il profumo malandrino di quei fiori
di sambuco e quelle gore dove i ragazzi tra grida e lazzi
in tuffi arditi davano sfidando talvolta i loro cuori
ardite prove di coraggio che in risa terminavano da pazzi

dove io solitario a queste amiche acque portati poi col vento
chissà dove affidavo giovinetto i miei pensieri oggi nuovi
ben diversi e qui annegati in grigi freddi blocchi di cemento.
 

Spezzato un idillio al sorgere del sole
In quel mattino il cielo d’un azzurro terso
fresca poi  alitava la salmastra brezza
sfiorava il viso dolce  sentivi la carezza
solo silenzio muto del gabbiano il verso

il sole non più nascosto alla vista con sfumati
chiari luminosi raggi dato aveva il segno
della salita dal dio Nettuno il profondo regno
con timidezza sfiorai quei seni vellutati

fuggì di corsa le dorate chiome al vento
sollevate il sol nascente disturbava la vista
svanita in lontananza cominciò il tormento

spezzato con un gesto il mio inopportuno
il nascer di un idillio al sorgere del sole
invano la chiamai non c’era più nessuno.


Dal giardino di un amore
Dal groviglio del rovo
un amore soffocato
il nostro

trafitto un cuore
dalla spina della falsa rosa
il mio

il salice piange lacrime amare
del tradimento
dell’inganno il tuo

così nella notte scura del giardino
la fioca luce di Selene
nel silenzio

tre gocce di sangue
su una foglia

tre gocce salate
che grondan
da una frasca

solo fa vedere
 

Circospezione: peccati e desideri Lassù saran tutt'uno?

Ero morto e  San Pietro in sogno

mi stava a giudicar con un omarino

accanto sconosciuto tutto tremante

in attesa del giudizio e della pena.

Un po’ vediamo  il Giudice parlò

 il libro dei peccati delle mancanze

ecco delle omissioni per la Bontà Divina

alcuni cancellati andati in prescrizione

quei soliti pensieri quelle tentazioni

niente di grave  di particolare tre

secoli di pene ora in Purgatorio ora.

Poi una postilla trovò nel libro del vicino

che caso strano del tutto insospettato

rimandava  al mio al punto scritto

dei pensieri miei dei venial peccati

delle insane mie mormorazioni

e di colpo mutò così il giudizio

sentenziando: assolto tu qui rimani

e a me tu condannato laggiù all’Inferno.

 Come subito implorai perché San Pietro

perché la distinzione questa preferenza?

E Quei  ricordi quel giorno in riva al mare

orribile  oscena al di fuori di ogni tentazione

definisti così una giovane fanciulla irridendo

chi l’avesse mai sposata soggiungendo poi

che se del caso lo sfortunato il tapin meschino

dopo morto meritato avrebbe di certo  il Paradiso

e che tu  bella bellezza esteta gran adoratore

piuttosto che  toccar una simile bruttezza

il  saio francescano di corsa rivestito avresti

o preferito finir bruciato tra di Satana i demoni  

così  vedi  di un  convento frate mai non fosti

ma della vita gaudente e allegro  libertino

per cui di quel tu dire sei stato accontentato.

Dal sogno uscito e in grande confusione 

preso dal turbamento e del tutto frastornato

riandando a quel giorno lontano del passato

ricordandomi come vera e detta quella mia

stupida scherzosa o non osservazione non conscio

se San Pietro nel sogno oggi  vi scherzasse o meno

nel dubbio che nel giorno del giudizio confermasse

 questo senza sentire di un prete confessore

 il  parer suo per evitare le fiamme dell’Inferno

 mi convenga prontamente  farmi frate.


Ritorno a Motta Visconti
Tutto è cambiato torno oggi a rivivere
con la mente le cose del passato
a risentire alcune voci amiche
quelle di un tempo che un tempo vi era
che oggi invece non c’è più a respirare
come di Lodi la vergine ribelle
il dolce profumo della giovinezza
tutt’attorno ville blocchi di cemento
struggente il ricordo la nostalgia forte
cancellati sono i verdi prati quelle
campagne dai filari dritti d’autunno
macchie di grappoli dai colori accesi
ai quali i ciliegi vicine sentinelle
facevano loro compagnia a metà giugno
avanzandoli nei colori nella tavolozza
quei vellutati mai dimenticati frutti
dal sapore dolce succoso non più la stradina
scossa polverosa che li divideva
percorsa spesso di corsa con la bicicletta
poi dalla costa tra i boschi felice tu
scorgevi l’ansa del Ticino del leccio i profumi
del castagno delle felci dei mughetti
nel vento respiravi forte e da giù sentivi
della lodola il canto lieto il gorgheggio dei merli
dei fringuelli prolungato dei tordi dei ravarini
il cinguettio faceva eco in lontananza
quello ripetuto del cuculo non più quei fossi
le amiche Rungia Cara e Rungia Dora
dove in quegli anni del tempo del passato
cantando le donne le fanciulle innamorate
filastrocche allegre dei panni nelle gore
facevano bucato cenere grigia di saponaria
fior violetto con cura poi sull’erbe delle rive
steso a frasche verdi accanto di sambuco
dove i ragazzi tra risa e lazzi con destrezza
in tuffi ampi arditi davano prova di coraggio
dove io in disparte da loro solitario all’acque
affidavo i miei pensieri portati poi lontano
chissà dove pensieri nuovi oggi diversi
annegati in grigi e freddi blocchi di cemento. La spiaggia romagnola
Come non ricordar quella voce da poco
conosciuta che un giorno sotto l’ombrellone
di una calda afosa spiaggia romagnola
all’orecchio con malizia sorridente
tra di quei bimbi i chiassosi giochi
mi sussurrò grande alla fine la sorpresa
sarei felice se con lei domani il sorgere
del sole al primo mattino potessi noi soli
intende nel silenzio qui contemplare.
Venne il mattino il sole là in fondo
in mezzo al mare già dava il segno della
sua salita con raggi sfumati luminosi
fresca l’aria e la salmastra brezza
dal profumo dolce amaro dall’onda
mossa alitava ecco la vidi da lontano
con rapida corsa veloce le sue dorate
chiome sollevate al vento incontro a me
venire non si fermò e continuò la corsa
sparì ormai figura svanita il sol nascente
la vista disturbava nel silenzio sulla spiaggia
un’ombra ferma la mia solo rimasto
dall’inganno deluso con i miei pensieri.

L'idolo infranto...tempesta..metamorfosi dei sensi
L’aquila della gelosia dalle nere penne
di ematite e dai lucenti artigli
di realgar e di pirite inseguendo
con macabra danza nel giardino
fatato d’ametista gli alberi e di fiori
da corolle tutto diamanti e di rubini
il fringuello dell’amore dal rosso petto
di lepidocrocite spezzò nell’urto
la statua di ortoclasio con venature lievi
delle speranze mie verde smeraldo
dei sogni miei zaffiro blù manto di Madonna,
dei colorati desideri quali corindoni
di modesta latta le mie aspirazioni.
Volaron così di silicio atomi in alto
di alluminio e particelle elementari
ioni elettroni fotoni e poi mesoni
e tramortito questa fu la mia terribile visione:
si fanno guerra i miei quattro Cavalieri
dell’Apocalisse, per spade comete fiammeggianti
brandelli di Via Lattea a forza strappati
qual scudi punteggiati da nascenti nane.
Si scuote il firmamento per l’agone,
galoppano i destrieri partiti
dai quattro angoli del Mondo
sfiorando galassie e cieli sconosciuti
al comando dei quattro cavalieri
intenti alla tenzone, così atterrite,
turbate dai frastuoni di colpi parati
di fendenti fiammeggianti andati a vuoto,
si scambiano le stelle le Costellazioni,
ne nascon nuove di forme spaventose
nomi strani, si perdono nel cosmo
meno la Terra, i pianeti conosciuti
ribollono gli Oceani, fiumi infernali
fin qui ignoti portano ai mari fetide sostanze
melmose lanciate da bocche arroventate
di vulcani, non più montagne
spianate e distrutte le vette solitarie………
questi gli accadimenti, questo il caos
l’apocalittica vision, nulla al confronto
rottosi in frantumi l’opaco simulacro
perdute le speranze e spenti i sogni
dell’agitarsi tumultuoso e ribollente
del mio io e dei miei persi pensieri.

Ritorno alla poesia
Ritorno oggi sui banchi del liceo
dei lirici greci un libro apro
leggo piano lentamente a caso:
l’elegiaco Mimnermo il giambico Ipponatte
la divina Saffo tra i melici monodici
Alcmane e Ibico tra i melici corali.
Da ciascuno di loro uno o più versi tolti
così senza affanno troppo o cura
di seguito riporto Filippo Maria
Pontani l’esimio traduttore :
E’, gioventù preziosa, come un sogno
Curva su me vicina al lume Arete
L’acqua fredda risuona tra le rame
Del melo e la radura un’ombra

Dormono i vertici dei monti e i baratri,
le balze e le forre e le creature
della terra bruna
e i pampini,
graniti entro il segreto ombroso
dei tralci, danno fiore." Che cosa dire?
Versi cristallini puri che s’intrecciano
tra loro quasi a comporre un’ode
dolce sublime dal lirico sapore genuino
non di quelle d’oggi con parole astruse
dove il soggetto quando presente
rincorre il predicato dove il verbo
è mancante o sottointeso per non parlare
di concetti che cozzano contro la ragione!
Ripongo in modo piano quasi religioso
questo libro ma ben in evidenza nel cassetto.

Nota: da "I lirici greci" tradotti da F.M. Pontani-Einaudi Editore -Torino 1969

Quei Sabato Santo del passato
In quei Sabato Santo, non so quanti.
sono passati più di sessant’anni,
mentre suonavano con rintocchi forti
a festa e in lontananza le campane,
la nona Nina ci chiamava tutti
e poi gridava storpiando il latino
di quel Christus Dominus Resurrexit
Il Signore Gesù è risorto come
sempre storpiava la domenica
a Messa ma lei non solo quel
Regina Sanctorum omnium
in un dolce e caro nei ricordi
Regina Santaromanium:
tutti chiamava me ed i miei cugini.
Pronta già l’acqua raccolta
dal secchio in fondo al pozzo
per bagnar gli occhi ad evitar
secondo la credenza contadina
malocchi o peggio malasorte,
già pronti campane e campanacci dalle stalle
tolti dal collo delle mucche e dei cavalli
già prese dal camino quelle di ferro lunghe
catene per fare compagnia con squilli
suoni e un festoso chiasso alle campane.
Quattro eravamo a far festa, io
Peppo, Angelo e il mio Battista:
oggi il Concilio ha cambiati i riti
non più il Sabato Santo è giorno di campane,
giace ancora Cristo muto nel Sepolcro,
penso al passato mi mancano non solo
le campane, i campanacci e le catene:
sono rimasto solo, corre triste il pensiero
ai miei cugini che da tempo alla nonna
fanno compagnia là in Motta Visconti, al cimitero.

Amor timido..mai espresso
Dal tram scendevi fanciulla dal nome
sconosciuto sul portone del liceo
ti guardavo timido per te incerto
quel sentimento che viene chiamato amore
quale l’aprirsi del pesco il roseo fiore
al tepore primo della primavera.
Tremula e incerta pure la voce
mia nel desiderio urlante di chiamarti
qual cinguettio come strozzato e piano
del passero novello spaurito nel nido
suo protetto e non pronto al gioioso
canto sul ramo non lontano
del pruno di bianco rivestito
come spavaldo intona invece il suo
il fringuello proprio lassù quale innamorato
alla fine di una tarda e lenta primavera.
Cambiata fu un giorno la fermata
io non ti vidi più e cercai invano
più volte la scuola marinando
al posto nuovo il volto tuo di nuovo
quale dolce e mia tenera visione.
Mutato il luogo mutata la stagione:
sconvolta fu al suo termine e d’improvviso
quella mia vissuta come sogno primavera
la grandine venne a tormentar del pesco
i fiori e lontano fuggì poi dal nido suo
il passero ormai già pronto al volo
per la tempesta muta pur la voce sua
del richiamo anche lui fuggito spentosi
lassù il canto del fringuello innamorato
si spensero così dal cuore e dalle labbra
cara fanciulla dal nome sconosciuto
gli acerbi e non espressi per te miei sentimenti.

Quella dolce ingenua fola....del passato
Una sera di giugno dal balcone
di quella cara vecchia casa mia
di ringhiera di corsa incuriosito
sceso ero tra la gente anch'io
là in mezzo al prato tra i presenti
in piedi stava un " nemico amico" mio.
Scontrati un giorno per caso c'eravamo
incontrati dopo e poi meglio conosciuti
una due tante domeniche da mesi
entrambi d'insulti e tanti ricoperti
spesso con grida se non aspre parole,
mattino fortunato, da gente stanca
a fine di una dura odstile settimana
o peggio ancor nel sonno addormentata
dopo che a gara per scale e ballatoi,
diventato per noi così nel tempo gioco,
a chi facesse primo nella veloce corsa
nel bussar alle porte ansanti senza fiato
di quelle umili case solo di povertà
ricche ma quasi tutte se non tutte
di persone persin cordiali e oneste
fossero le stesse di ringhiera o no
con latrine semiaperte ai piani
pazientemente a turno in pigiama
in povere sottane rattoppate
mutande lise anche seminude da loro
visitate e talvolta per non dire spesso
senza bagni salvo quello comune lì in cortile.
Quinta elementare bambino allora io
per i preti vendevo l'Italia e il Vittorioso
lui, sui trent'anni circa, l'Unità per il Partito suo.
Quella sera alle bandiere rosse lui
vicino seminascosto da quelle e dal palco
prudente stavo invece più lontano io.
Del dopo guerra erano quelli i tempi
oggi assai lontani che la nostalgia
del passato rivive oggi ancor per me
per voi fores se con pazienza mi leggete:
via Padova là stava quel caro vecchio
Trotter tra Turro vecchia e Crescenzago,
un largo spiazzo punteggiato da
quelle di legno giallo verde misere
povere baracche di una Milano
già pronta da poco a vita nuova
con le speranze le sue illusioni tante
dopo bombe morti fame paure ruberie
e forse peggio vendette personali vili delazioni
ra falsi amici o fortuite e strane conoscenze.
"Ai bimbi loro due volte al giorno
le mamme russe la cioccolata danno"
così senza microfono a voce alta
forte e viva dal palco tra l'altre cose
dette e tante nella foga del comizio
" casa lavoro giustizia libertà
del proletariato di noi del partito
presto vedrete compagni vicina la vittoria"
gridava agli astanti attenti
ed applausi tanti una compagna sua.
Assonnato della mamma in braccio
un bimbo ricordo balbettava: cioccolata che?
È cosa buona e tanto figlio mio per noi oggi
rara roba sconosciuta ma vedrai quando
verrà Baffone. A quella dolce fola del passato
vidi non so se per quello strano nome
o per la mamma sua le certezze certe
d'un tratto quel bimbo felice addormentarsi.

Perché tentar la lira?
Quando con la biro in mano o battendo i tasti
dimentico del Croce e credendomi poeta
o se assennato qual mero di versi scribacchino
su vuoti spazi di carte virtuali o vere
i miei pensieri inchiodo i ricordi le speranze
del passato tempo dell’oggi o del futuro
mi domando spesso: “Perché tormenti
i bianchi o gli elettronici fogli? Perché
li righi, li graffi, a qual pro lo fai, quale perché?
Chi vuoi che legga le tue fantasie, gli attimi,
i sogni i frammenti di una vita solo tua?
E se mai lette chi ti potrà capire o compatire?
Sarà il tuo dolore deriso e forse poi schernito?
Saranno le tue gioie lì impresse come fole viste?
A chi importa sai se tu un tempo amavi Caia
e quella non t’amava, se per la morte di Rufus
il gatto tu piangevi e se nel veder quel giorno
il tal monte di pace e di silenzi ti nutrivi?
Se ieri lei t’amava e or non ti ama più?
Sarebbe allora buttar via la biro più saggio
come pur per sempre non sfiorare i tasti?
Se di poetar smettessi o meglio di versi scribaccare
di certo non piangerebbe quella musa ad Ermes cara
sia essa Calliope Euterpe oppur la giovane Talia!
Perché in questo artifizio arduo insisto? Lo spiego,
primo: guai se per vanità scrivessi sì sarebbe triste!
Anche ad un badilante qual io sono e non orafo
di versi accade qualche volta quel momento:
“ Est deus in nobis agitante calescimus illo!”
Se poi nessun leggesse le mie nugae poco male:
quei miei pensieri quelle illusioni quei rimpianti
rimarrebbero non smossi e fissi come nati
lì su quei fogli a man vergati o da lento ticchettio
quindi negletti e solo a me legati, sì, solo miei!
Così sarebbe anche se taluno lì li lasciasse soli
dopo uno rapido sguardo e alquanto indifferente
ma se agitando quei fogli con un dito o con la mano
qualcuno li strappasse da questi e vi ridesse
o peggio sopra vi sputasse nessun rancore
per lui sentire vari solo e contrastanti
lieto per averlo mosso al riso e allo sberleffo
più lieto per una vita, la sua , di certo, bella
vissuta lieve e senza affanni ma triste sarei
pure per lui per quel suo spazio vuoto
di rimpianti, di sussulti e di emozioni.
Ai pochi che un poco in me visti si sono
e conoscono o hanno conosciuto se non
con Caia con Calpurnia o con Sempronia
quei sentimenti strani e opposti dell’amore,
a chi ha capito il pianto per l’amico gatto
ed è gioioso della gioia data dagli spazi
ampi e dai silenzi che nascono dai monti,
un grazie quale sprone a ritentar la lira
quale che sia dei critici il giudizio per cui
un caldo arrivederci una volta riscoccata la scintilla!

Inno a Nisyros
Allegro, spensierato fu l’inizio e bello
di quel giorno a Nisyros splendida
tra quell’isole greche che con Kos,
Samos, Kalymnos, Samiapula
e lor sorelle punteggia lieve
il greco mar al cantor di Zacinto caro,
profumi non persi di un mondo antico,
richiami forti di una civiltà unica del passato,
Esiodo, Platone, Omero, Epicarmo,
Ippocrate, Solone, Alceo, Saffo e così via.
Subito giù verso il fondo del cratere
pronti senza fatica e lestamente
la fin di quel tondo vaso raggiungemmo,
di quella bocca muta e semispenta,
sacra vision un tempo, quando
di fiamme vive, di fuoco ardente,
di boati e gemiti si nutriva, per le ingenue genti
richiamo temuto a divine e mitologiche figure.
Del dio Vulcano qual fucina ardente,
lui e Ciclopi chini e operosi a lavorar metalli,
così cantavano e cantano ancor i versi
dei cantor antichi a noi noti e sì cari.
Nel silenzio ci accolse l’ampia distesa
fatta da cristallina e fine terra dal sapor
aspro e dal bianco e bianco-cinereo aspetto,
fumigante e bruciante sotto i piedi
per il nascente zolfo e gas sulfurei
ultimo e lento respirar a fatica
e quasi agonizzante di quello
un tempo fuoco vivo e tonante.
E lì, come estasiati, ilari, dimentichi
degli affanni del tempo quotidiano
come non ripensar ad altri tempi
a quando ribolliva il magma ardente
al crepitar delle fiamme, ai rumori funesti,
al timor della gente, alle loro ansie
al presagio forse di una cattiva sorte.
E questo poi un tempo avvenne!
Altro era di Nisyros l’aspetto….
Spenta sotto il fuoco e la grigia cenere
una antica vita: miti pastori,
argonauti, poeti e pensatori.
Ricordi così pensavamo allora
alla caducità del tempo e delle cose.
A distoglierci da questi filosofici pensieri
e dall’errar della mente in altri sogni
ci pensò poi la salita che ci tolse la vista,
fece scoppiare il cuore, ci asciugò
la bocca, ci svuotò i polmoni
ci annebbiò i pensieri fuorché uno:
cercare vivi o morti di risalir la china.
Stanchi per la faticosa risalita,
come non ricordar amica mia quel carrubo
che alla casa bianca abbandonata
faceva solitaria e struggente compagnia.
Casa e carrubo ci accolsero in silenzio, muti:
gli antistanti gradini di cemento
sbriciolato e salso ci offrì quella
qual gradito scanno seppur duro di riposo,
qual tremolante ed incerto per le rade
foglie mosse dal vento filtro al sole dell’Egeo
che con il vulcano le resistenze del cuor,
dell’animo aveva se non distrutte ben fiaccate
donò l’altro: frescura dolce agli accaldati corpi.
Contraria e nemica stava l’ombra che sul viottolo
la casa proiettava: occhi spenti le finestre
marcescenti come il marcescente legno
della porta, a penzoloni la serratura
non metallo lucido ma ruggine ferrigna.
Poco lontano sbatteva lentamente
contro il consunto palo di chiusura
un piccolo cancello dentato, a terra
i frammenti lignei dei suoi denti,
non più ritti ma storti i rimanenti,
disarmata sentinella ad un orto
un tempo e qui fitta sterpaglia,
disseccate erbe, qualche raro cardo.
La languente stanchezza, il silenzio,
il sussurro del mare da lontano,
nuovamente ci portarono poi a filosofare
sulla caducità della vita delle cose,
a meditare. A rafforzare i pensieri nostri
già in moto ci pensò un gatto grigio, furtivo
solitario che passò veloce tra le erbe arse
e quasi ci sfiorò, ci pensò pure il danzare tortuoso
sui tormentati muri della casa di una
lucertolina dal manto verde giallo che poi sparì
veloce infilandosi ratta tra le crepe.
Unici segni di vita in quel momento
e in quel luogo assieme a quel carrubo
ma fisso senza movimenti se non le foglie
impedito pure da tempo per le mancate cure
di toccar più alto il sovrastante cielo,
carrube ai piedi secche, spaccate, morti
i fuoriuscenti semi ma non morte e di vita segno
poche carrube vive e acerbe che con sofferenza
dai suoi rami si alimentavano togliendo
a questi ed al tronco una poca debole sostanza.
Quali i pensieri di quel vecchio gatto?
Dove era finita la lucertolina verde giallo?
Quali i legami e le memorie con chi un
tempo lì vi abitava e poi migrato lontano
forse a cercar fortuna? Si sarebbero un giorno
ritrovati, quali la sorte qual destino?
Erano ancora vivi o morti e la fortuna
li aveva poi baciati? E della casa, dell’orto
di quel carrubo che ne sarebbe stato?
Pensieri tra noi espressi e non, in libertà e fantasia.
Scendeva la sera, la barca alla spiaggia
ci attendeva: uno sguardo alla casa
ed al carrubo e quattro carrube colte per ricordo!

Alla mia Musa Contadina
Se anche tu mi abbandoni
che farò mia Musa Contadina?
Da sempre lo sai le tue sorelle
che danzano tra il Parnaso e l’Elicona
disdegnato hanno e giusto cito
il Giusti quei miei versacci
di certo poco colti da dozzina
che ancor oggi mi fanno compagnia
nell’ingannar il tempo e il fuggire suo
povere righe senza movimento
e discorsive alquanto narrazioni
insulse senza quel poetico licore
cito il Carducci se non erro
che il fin palato e lieto allieta
dei critici preposti al lor giudizio.
Ritornar ai metalli ed ai fluidi cattivi
corrosivi che cercan di aggredirli
in condotte tubazioni por rimedio?
Ai reattori pensar di desolforazione,
agli impianti urea, di cracking ai forni,
alle caldaie, ai condensatori d’acqua
dolce oppur di mare, alle condotte
interrerate, al pitting degli acciai,
e così via? Tempo passato ormai
all’album dei ricordi confinato
se pur più volte dall’oblio strappato
tramite severe accademiche,
miei ultimi cimenti, sui metalli
dissertazioni e non tanto dotte
poi ne sono quasi certo
la noia vista di quei giovani scienziati!
Perché ora mi dico alla noia
della scienza aggiungere la noia ,
così pare, dei miei poveri versi
perché una patetica questua
di benevola conferma e accettazione
seguite poi da commiserevoli letture?
Una man ti prego dammi e presto
mia Musa, non lasciarmi solo
poni la fine a questi patimenti
come di Virgilio sublime mantovan poeta
alle Silicides Musae questa la mia
disperata invocazione mia Musa Contadina
insieme a te “paulo maiora canamus”

I sogni …ed il quarto elemento aristotelico
Incorrotti seppure intrappolati
ma non spenti a vita nuova pare
sono i sogni affidati nel tempo
in un palloncino all’aria,
quelli racchiusi in una scatola
interrata, gli altri incapsulati
in piombo grigio e piombati
tra gli abissi in fondo al mare
e a me i più cari da ossidi
ceramici protetti gettati
in fornace ardente di un vulcano :
nell’aria danzano, sotto terra
trovano la quiete, nell’acqua
marina sono fermi e vincolati,
protetti dal metallo a Saturno caro,
nulla può per gli altri di Efeso
dal negro antro la fucina.
Ma se i loro involucri per triste sortilegio
dovessero svanire ed i sogni liberati
immersi nudi nei quattro elementi
cari a Lo Filosofo de la Prima Filosofia
che ne sarebbe dunque poi di loro?
Si perdon forse nell’aria i primi, muoiono
di diversa morte i secondi sotto terra
ed i terzi immersi in acqua quale sorte?
Difficile darne la risposta e tu che pensi?
Una sola comunque è la certezza
che quelli a me più cari una volta spezzata
l’ignifuga corazza: arsi, riarsi e bruciati
prontamente se ne andranno in fumo!

Quel sorgere del sole.......
Che ne è di voi oggi un tempo in giorni ormai
passati graziose fanciulle mantovane ore quelle
dal profumo dolce di una giovinezza qui lontana,
mezzo secolo circa o forse più fuggito? Fuggito
il tempo ma ancor presente la memoria

sorelle insegnavate greco e latino l’una
l’altra sono certo storia e filosofia.
Quel giorno mi ricordo sotto l’ombrellone

di una spiaggia romagnola mi diceste
vorremmo con te domani il sorgere
del sole nel primo mattino contemplare.
Venne il mattino e il sole là in fondo
in mezzo al mare dava il segno della
sua salita con raggi sfumati e luminosi: fresca
l’aria e la brezza salmastra da un profumo
dolce amaro già alitava e noi che di noi accadde?
Una di voi spiccò, tu, qual novella Atalanta

rapida corsa veloce all’improvviso

le tue dorate chiome sollevate al vento
triste era poi o pareva il tuo sorriso
il perché di tale corsa non ho mai capito,
fuggir volevi per lasciar me e tua sorella
soli? E tu, l’altra, rimanesti così con me
ma vi fu solo silenzio, sguardi lontani seppure
noi vicini che il sole nascente disturbava,
un silenzio che ancor oggi non ho ben inteso.
Vinse di certo la nostra timidezza allora!
Quali dunque mi domando nel momento
i nostri pensieri gli inespressi sentimenti
o i desideri rimasti nostri ma tra noi ignoti?
Tre ombre poi sole e lontane sulla spiaggia
ciascuna ferma con i suoi pensieri.
Difficile che oggi a Voi, ormai care Signore,
queste righe su quel giorno possano arrivarvi,
non so, ma le affido alla fata dei ricordi stessi
che spesso li ravviva anche nel tempo e da lontano.
Signorine di un tempo ormai care Signore
grazie per quell’ora in quel mattin silente
e che in quel silenzio non ho mai scordato.

Smarrita è l’isola dei sogni
(Il nocchiero ingannatore)

Amica cara la nave nostra
che volgeva così credevo
all’isola dei sogni ove essi
s’ammantano del vero e là
mutarsi nella concretezza
quei cari sogni nostri
di una amore durevole e eterno
non so perché o per quale sortilegio
non solo la rotta abbia abbandonato
ma in zattera malferma all’onde
si sia pure di colpo trasformata
perdendosi con i sogni trasportati
in acque ignote di un misterioso mare.
Di chi la colpa se tua o mia mi domando:
il dubbio sorge che dal porto già
partita sia con al timone un nocchiero
falso e sconosciuto all’amor nostro
mago d’inganni e di filtri ingannatori.

La Legnano di Bartali
Piazzale Loreto di Milano
da viale Abruzzi non lontano
fa di sé nella vetrina bella mostra
ancora di fango ricoperta
la Legnano color giallo
quell’anno dal grande Gino
cavalcata per domare qual
vittorioso prode di Francia
le ostili strade tra Alpi
Pirenei fino a Parigi,
vittoria assai pure propizia
che dalle piazze in Italia
anco tolse la tensione dopo a
Togliatti il capo comunista
da un esaltato l’attentato vile.
A guardare tale bicicletta
in quel momento oltre me
bambino di ott’anni allegro
estasiato pure due ragazzotti
col tram venuti dal contado
non so se da Vaprio d’Adda
o dal più vicino Crescenzago.
All’altro dice l’uno “cun chela
bici lì sicur vincevi anca mi”.
Un più anzian signore
che di lì passava udendo
del ragazzo le parole
in modo brusco serio
nello stesso dialetto
così disse e s’intromise ”
pisquano alter che bici,
per vincc che voerenn i garunn”
Di rimando l’altro ragazzo
al primo già di per sè mogio
nel vivo colpito ed avvilito
la dose poi per di più rincara
“te capì sufela che la gent
a la ta rida a dreè…
che voerenn i garunn”
Come bastonato cane
quello di corsa se ne andò,
non so se piangendo o meno,
allora ricordo io sorrisi ,
oggi non più bambino
ma vecchio dalla vita
ammaestrato non riderei:
“Perché i sogni dolci nostri
le illusioni ingenue care
della giovinezza irridere
infranger con durezza
alla realtà richiamare
con ironia e lo sberleffo?

Ortensie e serenelle
Dalla strada s’apriva un cancelletto
su quel nascosto lembo di terreno
non so se vicoletto oppure povero
giardino che tra le case della nonna
e della dirimpettaia se ne stava
solo ricco di ortensie e di serenelle
i lillà come chiamati altrove
e nell’anno tra i segnali colorati
delle stagioni che seguono l’inverno
unici fiori lì sboccianti tra primavera
tarda e principio dell’estate.
Da tempo da anni non più
le zolle di allora del passato
non più le ortensie rosa
rosse azzurre e delle serenelle
il tenue colore e quel profumo
caro, tutto sepolto sotto blocchi
di cemento ma di te nonna
mia nonna Nina quando passo
di te io non mi scordo e nel ricordo
ti rivedo ancora come quando
di quei fior con mano vecchia e
tremolante ne facevi con cura
e con fatica amorevol mazzi
per portarli poi ai tuoi figli
che oggi dormon con te
ma allora l’uno all’altro
accanto riposavano là nel cimitero.

Ricordi di Motta Visconti

L’amico pettirosso
Cerco invano dalla finestra semichiusa
che guarda sul giardino quasi brullo
dall’autunno in parte già spogliato
dagli ultimi colori e che all’inverno
vicino ormai si offre triste e nudo
la tua presenza amico pettirosso:
da giorni è già trascorso il tempo
l’ora sperata a me cara negli anni
familiare e attesa dell’arrivo tuo!
Guardo e ascolto degli altri uccelli il canto
passeri, merli, gazze e le colombe
che tutto l’anno sento dai vari suoni
il cinguettare ma quel tuo canto
melodioso e a Chopin caro non è più qui
malinconico mi sento nel non sentire quel richiamo.
Per anni ricordi ci siamo fatta compagnia
quattro mesi circa di giornate fredde
buie anche nevose, rarità lo splendere del sole
nell’ultima dell’anno la stagione
che porta al cuore e alla mente di chi
ha già percorso della vita anni su anni
molti ricordi e i tanti sogni sognati
poi svaniti e legati a quella passata
e assai lontana nel tempo giovinezza.
Giungevi all’improvviso e all’improvviso
poi partivi poi all’ultimo marzo
te ne sei andato e da quel giorno
lontano sei da qui la tua presenza persa
e oggi così mi sento ancor più solo.
Il cinguettio tuo che tra i tanti più degli altri
percepivo segno era che stavi lì vicino
nascosto dietro quel cespuglio spoglio
poi in silenzio io ti osservavo e tu con rapida
ma circospetta corsa sull’esili zampette
qual fili sottili sottilissimi di rosso colorati
come il piccolo petto che gentil ti dona il nome
quel caro canto ad un tratto interrompevi
e a beccar lesto correvi quelle solo per te
povere briciole dalla man lasciate in quel posto
ad altri ignoto e che tu solo conoscevi:
l’umile e parca mensa non molto di più offriva
tu lo sapevi ma non ti lamentavi: una beccata
e ti guardavi attorno al pericolo possibile guardingo
poi riprendevi e talvolta il bel capino sollevavi
e mi guardavi ed io ti rispondevo e questo era
per me conforto ai miei pensieri d’infelicità pieni
e così in quegli istanti e quella tua presenza
rottasi un poco l’infelicità mia felice sorridevo
ora quelle briciole un tempo a te regalo beccano
facendosi la guerra passeri merli gazze e le colombe
e l’infelicità mia rimane rotta solo da qualche mio singhiozzo.

4 Novembre
(Davanti al Monumento ai Caduti di Binasco)

E’ un giorno lontano, del passato
ma oggi rivive il bronzeo Monumento.
No, non più freddo metallo ma carni
sofferenti e offese, lassù sul Carso
ove bagnaste, Soldati di Binasco,
di sangue i massi e s’arrossò la neve.
Dove il coraggio dai cuor balzò sì forte:
parola sconosciuta la paura!
Vedi: lassù, sul campo di battaglia
al fratel morente l’amore fa da scudo:
con una man Tu tendi la baionetta al vento,
con l’altra di Lui il reclinante capo tieni.
Tu a colpir pronto ed a protegger Lui
non dalla nera parca che già incombe
ma da un nuovo del suo corpo oltraggio.
E pur già preso Lui dal sonno eterno
con un breve moto in un sussulto estremo
a Te rivolge quell’ultimo sorriso:
parlano gli occhi dall’indiviso viso
e paion dirTi piano, piano, piano:
“Sì grazie a Te, come partii mi vedrà mia madre”
Binasco 4-11-2004

Che ne sarà di te Angelo Custode?
Che ne sarà di te mio Angelo Custode
quando verrà l’istante della dipartita,
la mia da questo mondo? Al teologo
ho posto la domanda e non so ancor
se mai avrò risposta. Ti affiderà la Pietà
Celeste ad altra nata nuova creatura
o terrà conto per noi del mio Giudizio:
Inferno, Paradiso o Purgatorio ?
Di questo tu non parli e ti capisco.
Così, se tu fossi destinato a me in eterno
scontato il fatto che prima in Purgatorio
e dopo di certo in Paradiso potresti
per sempre qual Custode farmi compagnia,
il problema, cosa assai seria ardua da capire,
si porrebbe se all’Inferno dovessi esser gettato:
lì vi è, credo, certezza che tu non possa entrare,
perché poi condivider dovresti le mie colpe?
Qui quindi il distacco dove tra dannati e giusti
non vi può esser passaggio e comunione
o proprio temo all’atto del primo dei Novissimi?
Tu non parli ed io ansioso non so che dire,
vienimi, ti prego, in soccorso o teologo e rispondi:
“ Che ne sarà del mio Angelo Custode?” Dimmi!"

Al mio Angelo Custode
Non Michele, non Gabriele né Raffaele
che le angeliche schiere fan marciare
voi angeli di truppa e senza nome
qual tu sei mio Angelo Custode!
Solo Angelo Custode sei quando ti prego
anonimo del cielo mio compagno
mio solo mio non da dividere con alcuno!

Mea gens : Il Ticino
Mughettose, festanti e ridenti le sponde del Ticino,
querce secolari e castagni d'odorosi boschi:
mazzolini fioriti e cesti di porcini dal profumo intenso
a Milano offriva un tempo Modestino
a Porta Ticinese e Lodovica e in Piazza Duomo:
una vita semplice, frugale e priva di pretese.
Un tempo l'azzurr'onda sfiorava con fruscio i bianchi
sassi e arsi, cotti dal sole Giovanni e i suoi fratelli
lunghi forconi agitavan svelti nell'acqua dai barcè
e i levigati ciottoli, frammenti di grezzi massi
nel fiume a monte rotolati e poi rotti e spezzati
da salti e lavorio dell'acque e trascinati
per tempi e per stagioni sconosciute,
l'affannosa e sobbalzante corsa qui finivan
fermati, imprigionati da rebbi rugginosi;
poi da fatica aggiunta e a forza aggiunti
a guisa di bianchi su un ampio slargo monticelli
portati infine in fornaci ardenti e vetrerie
davano pane a Giovanni e ai sassaioli
tramite forma e vita di familiari oggetti:
vita dura e faticosa con dignità vissuta.
Soli nel lavoro e nella vita al Goss e Margarota,
"salvadag" li chiamavano certuni:
era poi falso ma si sa la cattiveria
era ed è allora come oggi assai presente
che, per il dimesso aspetto e i poveri vestiti
miseri stracci più volte rattoppati,
si diceva e si credeva avessero malie
strane e odiassero sia i grandi che i piccini,
per questi allora non vi era peggior babau :
meglio evitarli non incontrarli in strada.
Così costretti da questa diceria odiosa
a percorrer solitari solitarie vie la vita tutta
giorno per giorno fuor che nell'Inverno
dall'alba fino a sera tarda e senza sosta
curvi e piegati lungo i cigli di rami
secondari del Ticino tagliavan di netto
con l'acqua sino alle ginocchia, ah povere ossa,
teneri giunchi e ne facevan solide fascine.
Io bambino "milanese" , ospite dei nonni a Motta
e non del tutto ignaro di tale cattiva maldicenza,
questa devo rigettare e dire forte: "Care figure addio,
agrodolce ricordo della fanciullezza!"
Volle il caso che per caso li incrociai,
cigolava la carriola colma di fascine,
forti gli attriti della sgangherata ruota,
solo, tremante, impaurito ed alla fuga pronto
fui fermato non da callose e ruvide mani
né da sdentate e paurose bocche
ma da due ciau e da larghi sorrisi
accompagnati da gesti in forma di saluto:
non membra d'orchi ma di persone umane!
Vita misera e piena di tristezze se non dolore:
per poche lire un certo Giovanö prendeva le fascine!
Mani esperte rapide le sue e veloci ed ecco cesti,
cestini, fiaschi impagliati e damigiane
di vesti intrecciate rivestite e belle,
centri, centrini, sporte e sottovasi:
parte all'industria, parte alle osterie,
il resto infine lo vendeva Ghita la moglie
col suo banchetto di sabato al mercato.
Di tutti forse la miglior ma pur sempre vita grama!
Giuseppe Gianpaolo Casarini

L’aar
( L’aia)

Milan, via Padua angül via Arquà
püsè da quarantann fa e forsi dapü:
l’äävv sir fäävv cold savi bon no ad durmì,
darvï la fnäster l’ääv poeu pegg
non tant par i vúss che gnãvä sü
dal bass ‘d lustarì, ma pr’i sansosoer
che sinfiravän denn a munton che
ta mordavän dapartutt brasc ciapp
coll e garonn parfinn sutt i culsett,
e innür me gnüvv in ment di oltär sir,
sir da tant ann fà cant savi un fioeu
a la Mott, sir cold d’agúst, la lüna piena,
e i sansosoer anca lì a fala da padron
cui lüsirö dalà dal foss di Pin di Russ,
e par la curt giränn la Lila, la Dora
i dü cän dla Nona Nina, dormen i gain
in dal pulee e là tac a la stall ta senta
al vers dl’occ e caal di pavarin,
luntän al par al brusegg di vacc
anca se in propi lì a dü pass.
Sultant su l’aar al scür dla sir
e l’ari tutt inturän in rutt da vùss
e da canson: cantään i donn su l’aar
intant ch’in a dreè a dasfrascää al margon
“Oh campagnola bella e peou la Banda
d’Affori ed i prüväärbi dal Giuaninn
rampega e delle Tre Melarance
cünt chall turlulü final “ lü chall
sa cradäävv un grand grand dasù
al se fai mätt un rusc in dal cù”
Pien i scorb ed pien i scurbinn
dal margon dasfracaavv peou
al segn dla Cruss ed un patär
e nal silensi dla nocc tucc a caa.
Anca li a lääv nocc sa sentääv pü parlà
silensi e peou silensi e me gnüvv
un po al magon par chest me
turnà turnà indree in dal temp.

La cä dal frä
( La casa del Frate)

L’olter ieer mentär s’aavi intrè ‘ndä sul stradon che porta a B’sà
Me pars da ved ammò cume una vöölt la cä dal frä, là dopu la curva sul rivon
Cunt i so cupp russ, mess rut e in mess di pasarin i ninn,
Pusè sutt tra i tëcc e i muur g’aav anca chai di rundanin:
muur pien da crepp cunt un quai bucon stacaav e cunt l’usc sbarätaav.
Pö là in fund in mees al prää ho vust la sia Dela, l’aav propi lè,
Cunt al so fularin veerd al coll e cunt in cò un caplin biäänc
che la vultaav al fen cul bastunin e areent Papu, Ingelino e al me Batista.
Pusè innaans a mità prää cunt al fer par taiä l’aarb, al sgäsc,
l’aav stravacaav Ciapin e Luigi che cunt la cud al faav al fil al sò.
Sträc pär al laurä e pär l’arbaton dal so puus ad una gabaav
Ätäc al foss la sia Nina e la sia Tugnina avan drè a parlä,
al siu Pedar cunt al fulcin a l’aav adrè a taiä un rubin
l’olter siu Pedar al bivaav dal fiaschet dal vin o forsi dl’äqua frösca
e un queidun pö, sò no chi, scunduuv al pisaav dadrè a un muron
Pasaav intant pusè luntän Ingiulin cunt al so bö e ‘l tumarlin
G’avän tucc mancavi dumà min ma pö un clacson dun utumobil
Da culp al al mà dasdaav saavi giamò ruvä a B’sà
E dumà li ho capiiv che intant ch’andavi saavi drè a sugnä

Da una Giornata in Val Vigezzo

Ritorno a Santa Maria Maggiore
( Casa B……)

Conserva ancora quel sapore antico la casa
qual dalla strada un tempo ci appariva
al fine di una corsa partita dalla valle:
dello stesso colore i muri ed i suoi disegni.
Chiuse invece le porte e le finestre
qual occhi spenti e labbra mute
ahi segno certo di un abbandono triste.
Serrati pure il cancello ed il cancelletto
cede alla ruggine la pittura verde.
Dal primo e dalle grate che spazio
danno alla vista un parco mutato
e offeso e mutilato rispetto
allo splendore antico verde e acceso
di faggi e di rigogliosi pini
unico segno di vita ancor presente
appare un gatto bello e pasciuto
che rapido alla vista si nasconde.
Si nasconde e riappare
riappare e si nasconde
forse per stimolar gli occhi e la mente
ai ricordi di un tempo ormai passato.
Ma le bianche sedie lì in fondo
vuote ed abbandonate
un tempo segno di vita ed allegria
per nomi noti e visi familiari
reclamano ora il silenzio
lasciando solo tristezza e malinconia.

Santa Maria Maggiore 02-10-2010

A ricordo di Geo Chavez dall’ ardito volo
Son cent’anni dall’audace gesto e lo ricorda., oggi, nella piazza il simulacro
che alla muta foto s’accompagna intrecciato di rami e fiori di un aereo
non difforme per foggia e leggerezza di quel di quella che fu magica impresa,
libellula alata che da Briga spiccò verso le Alpi poi domate in volo.
Una seminebbiosa Domodossola queste che tu per primo sorvolasti
fiero e deciso qual Auriga alato or mi oscura e mi nasconde.
D’un tratto ecco colorarsi le vedo un istante di sotto d’un timido sol
poi nuvole incerte sopra un picco di un volto s’arabescan lieto
gaio e sorridente: il tuo forte ardito dell’aria, coraggioso Geo:
quel dì non caduto al suolo ma rapito da un turbine e poi volato in Cielo.

Domodossola 02-10-2010

Grazie Musa: Gli scherzi della vita!
Grazie mia Musa Contadina
per l’ispirazione di questo
magnifico peana degno
di un epico cantore.
Dal vertice alto di un triangolo
rettangolo lungo un cateto
di botto son disceso,
troppi gli attriti e la frizione
lungo la via dell’ipotenusa,
e così sopra un cerchio strano
mi sono ritrovato di cui
non conoscendo il raggio
e resa quindi nulla l’area
dell’appoggio alla caduta
sopra un trapezio anch’esso strano
mi sono ritrovato.
Una, due, mille volte
non so quante sopra vi ho danzato
come inebriato ed inebriato
poi stanco ad una vicina
sfera mi sono avvicinato,
cercando incautamente di toccarla
ma con lei rotolando sono ruzzolato
fino al parcheggio dei solidi
suoi parenti. Qui per farmi bello
un cilindro mi sono messo in testa
e un grosso toro al collo
ho preso un parallelepipedo
e sopra di lui due cubi
per appoggio ed evitando
con fatica i prismi e le punte
dei coni lì vicini, con fatica
sono giunto sopra la punta
appuntita di una piramide
per ritrovarmi infine e sempre,
ancora sul vertice alto
di quello stesso triangolo rettangolo.
Dal vertice alto del triangolo…
……………………………….
Sei sicura Musa che della
tua saggezza abbiano inteso
o no questa tua bella ispirazione ?

Anniversario
Cinquanta, poi dieci e cinque ancora,
in quel giorno che li assommava tutti
gli anni tuoi mio caro e vecchio amico,
i miei, cuore mio, compagno di una vita,
per sbaglio, tu lo sai, non per voglia la sorpresi:
dal bagno usciva come una venere dall’onda
che ad un pittor si mostra e quello poi ritrae.
Non si voltò, lo sai, e chiusa, lesta, fu la porta
che la nascose lesta al mio pudico sguardo.
Le chiesi scusa per l’incolpevole atto
dietro la porta, e tu lo sai, non vi fu risposta,
come un intruso, tu lo sai, e nell’indifferenza
mi trattò quel giorno come le altre volte.
Quando splendeva la sua giovinezza, tu lo sai,
forti i tuoi battiti, ricordi, ed irregolare il polso,
l’ebbra vision che i sensi turba mai mi mostrò,
mai, tu ben lo sai, quella poi io né chiesi né pretesi,
sempre distolsi da lei, lo sai, sguardi furtivi
fino al cadere dei giorni della primavera sempre
e poi, tu sai, di quelli dell’autunno tardo ancora.
Speravo, mi chiedi, che in quel giorno caro
forse pentita mi facesse in quell’istante il dono
con un suo nel tempo ripensamento tardo?
Porvi rimedio prima che non vi fosse più rimedio,
quante ancora le nostre stagioni o primavere?
Mai, lo sai ed io lo so, sarebbe potuto capitare!
E poi già, io lo so, tu hai pronta e secca la risposta
che negli anni , lo so, soffrendo mi hai taciuto:
“ Nell’arte del pennello, amico, sai, tu non eccelli
non sei pittor valente ma povero imbianchino!”

Alla mia Aspasia
Son volato in cielo
dalla Luna argentei raggi
ma non per te ho poi rubato:
ne ho fatto una sottile rete
a quel vecchio pescatore l’ho gettata
per rendergli più lieve la fatica.
Dal giardino di un re, non so quale,
ho colto un fiore, la più bella rosa
ma non per te ; a quella vecchia stanca
l’ho donata: un dono per una vita
solitaria, mai sfiorata da un amore.
Son sceso sotto terra
in più punti ho poi scavato
zaffiri, rubini e pietre rare
gemme smeraldi a profusione
ma non per te: alla piccola Ornella
li ho portati che con la man tremante mendicava.
Cosa per me, cosa mi chiederai mi porti in dono?
Da pruni rovi e bianchi biancospini
rami su rami avevo tolto
e di spine una collana poi intrecciato,
era per te ma me la sono messa al collo.
Da erbe le più infestanti
e dei più velenosi fiori un mazzo
maleodorante avvolto da urticanti foglie
avevo con cura preparato
era per te ma me lo son tenuto
teneramente poi l’ho pur baciato.
Da sponde di fiumi, da vette di montagne
schegge di sassi, frammenti di appuntite rocce
un pesante fardello ne avevo tratto
con fatica poi da te portare:
davanti alla tua porta poi
mi son fermato, era per te.
Non ve erano bisogno
già li conoscevi eran gli stessi
coi quali un tempo non lontano
m’avevi tu trafitto il cuore.

Quella cartolina
In un vecchio libro di stechiometria alla pagina “Soluzioni tampone:
calcolo del pH-esercitazioni” ho ritrovato una vecchia cartolina
quella di un tempo lucida con rose rosse e viole che allora
si mandavano non in busta chiusa: “ Che importava del postino o d’altri”!
Sul retro già affrancato: “ Gentile Signorina, il tuo nome
il cognome, la via, il numero, il paese”. Nello spazio riservato:
“ Milano-19 marzo millenovecentosessantatré- Sotto
scritto in grande e in modo trasversale racchiuso
tra due righe parallele un “PERCHE’ TANTO ODIO?”
ed in piccolo piccolo quasi non si legge firmavo-giuseppe- il nome mio.”
Oggi a distanza di tempo non so perché quel PERCHE’ non ho mai spedito!


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