Poesie di Andrea Zanuso


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Essere
In questa terra
profanata
vorrei vestire ali di rondini
per volare oltre l'infinito
dell'essere. 

Il volo
Sperduto
in un cielo di perla
corro come un passero piumato
che cerca semi splendenti.

E rincorro la sua ombra
che scivola sulla terra e su paesi
sconosciuti
e m'involo su frammenti e traiettorie
del tempo
abbacinato dal suo ingannevole respiro.

E m'accartoccio con lenzuola di nuvole
tra le pareti della mia casa
scrigno di amate voci erranti
che acquietano pensieri persi.
 

Se cerchi giustizia
Ascolta!

Ascolta le grida dei bambini
uccisi dalla guerra
se cerchi giustizia.

Ascolta!

Ascolta il pianto degli innocenti
se credi nella giustizia.

Ascolta!

Ascolta gli uomini Giusti
se vuoi giustizia.

Ascolta!

Ascolta il tuo cuore
se ami la giustizia.

Antiche pire

E attraverserò
i frammenti del tempo
che ancora dispiega paesaggi
di antiche pire
che bruciano all’orizzonte

Orizzonti impossibili
Oggi vivo con le persone che amo
le loro ombre e i loro sogni
vestiti di polvere dorata che cavalcano
mari azzurri e cieli tempestosi.

E divoro frammenti colmi di luce
che si scompongono nei rivoli accecanti
della trascorsa lucida inconsapevolezza.

Ora non ho confini da difendere
ma luce da accogliere
e giorno dopo giorno capovolgo
lo specchio che divora il tempo
e morde i ricordi che bussano
per entrare nella mia stanza
dagli orizzonti impossibili.

Respiro
Respiro
Ogni mio respiro vola
nell’animo sconfinato
che rimugina smarriti sogni.
Ogni mio sogno respira
l’immenso che mi rapisce
oltre il palpito del tempo.
E la mia inquietudine s’annega
nell’alito della notte
che m’illumina di stelle.

Buchi neri
Si spegne la sera tra folate d’ombre
che s’oscurano.

Il vento rimescola l’aria inzuppata del bosco
e corre a valle come un passero
impaurito.

I desideri si apprestano a danzare
dietro muri di pietra e angoli capovolti.

E m’inquieta il silenzio che origlia il passato
incompiuto della vita
e il vocio di questo giorno che affonda
nei buchi neri della notte
che s’avvicina.

A Neftalì Ricardo Reyes Basoalto

Diafana pianura

HOGUERAS pálidas revolviéndose al borde de las noches
corren humos difuntos polvaredas invisibles


Si inquieta il mio animo
tra artificiose introspezioni della memoria 
inghiottita da sogni di creta. E nella bava secreta 
dai giorni della vita
s'attorcigliano le prede che nutrono il mio cuore.
Smemorato il tempo che ingoia i suoni delle campane
sperduti nel cielo di vetrosi temporali 
che si frangono su tetti rossi e rosa. 
E l'aspro grido di una fuggitiva tortora 
zittisce il ciarlare dei passeri tra l'alito 
di smarriti tigli
nell'inconsistenza dell'essere che brucia fotogrammi 
oltre l'annullarsi dell'utopica libertà e dell'anelata giustizia
che turba e accheta la mia mente 
rapita da fuggenti voli.
Erranti uccelli ritmano il muggito del mare 
che invano cerca di addentare una piccola barca 
che naviga tra muri d'acqua selvosa. Un uomo in piedi
la guida con antichi gesti di seminatori di frumento e granturco
attraverso incantate onde di araucarica bellezza.
Ma chi mai si schiude al pianto nel guardar il sole che affonda 
l'orizzonte nelle viscere del mare? E come possono 
i poeti rubare i sogni alle stelle tra le grida
di questa terra violentata e soffocata?
Com'è diafana la mia pianura di pioggia e nebbia 
dove le radici dei platani anelano il silenzio smarrito
e il cuore degli uomini si ammala senza gridare.
Com'è bella la notte quando la chitarra canta sino all'alba 
e allontana lo sguardo della morte!
E nella bava secreta dai giorni della vita 
s'attorcigliano le prede degli spigolatori
di sogni nascosti nell'afosa brezza di questa diafana pianura 
dove muoiono in silenzio minacciosi temporali.

tendido sobre el pasto mi corazón está triste
la luna azul araña trepa inunda

Il mio canto di solitudine
E poi la mente mi si scarruffa
ad ogni refolo improvviso
e il mio animo nomade e inquieto
valica monti e guada fiumi
percorre valli e pianure
attraverso moltitudini di uomini
che gridano senza ascoltarsi.

E la mia psiche si raggruma
nel guscio arrugginito della memoria
e mi dispera quando m’abbandona
e m’intossica di solitudine
quando divento zingaro di me stesso.

Il mio canto di solitudine poetica
Rincorro tra le strade smarrite dell’infanzia
i suoi colori e i suoi odori
e m’interrogo laddove potrò rinascere
per annegare lo sguardo nei campi di grano
e respirare il profumo delle radici delle piante
che rotolano a valle portando l’alito del bosco
e le sue fresche ombre.

Vorrei parlare a donne e uomini smarriti
con la leggerezza dell’abbandono
con il canto del silenzio che vibra in ognuno di loro
con la voce di creta degli alberi adagiati
sui profili capovolti del cielo
che raccoglie lungo le nuove arterie del mondo
i diaframmi pulsanti del sangue degli innocenti:
angoscia di un’umanità incredula
annichilata dal cinismo virtuale
che affama la coscienza.

E nella mia solitudine intemporanea 
che scolora l'aria e la tempesta 
il mio cuore si tormenta e si ostina
tra disincanti e affanni che sciorinano orizzonti
sfarinanti su impossibili spazi
consumati dal baluginio di dèmoni nerolucenti.

E vivo spaesato e muto 
diseppellendo antichi e sperduti sogni
che inseguono l’indomani
che forse mi ha già abbandonato.

Il mio canto di solitudine politica
Amavo le rondini che saettavano nel cielo
e mordevano sogni di giustizia
tra i profumi erranti dei ciliegi.

Ma le ali si sono impigliate tra le forbici
della paura e il frastuono dei tamburi della battaglia
raggomitolando gli uomini dentro i fantasmi
del passato.

Che ne sarà delle mie città dove s'incrociano gli sguardi
dell'indifferenza e si consumano parole d'odio
verso uomini colpevoli d’essere disperati?

Dove sono finite le speranze di chi ha seminato
grano fiordalisi e i papaveri rossi 
solcando il cielo con le bandiere al vento
contro le ingiustizie e le guerre
e dire basta a chi avvelena la Terra?

E noi 
che abbiamo incendiato la nostra giovinezza
nell'ebbrezza della giustizia, della fratellanza
e della libertà sessuale 
quali figli e nipoti abbiamo partorito se anche loro
invocano catene per chi nasce nero giallo rosso
o povero?

E voi 
incapaci di assaporare l'inconsapevolezza della notte 
e l'incanto dell'alba e del tramonto
cosa aspettate ad alzare lo sguardo al cielo
per ascoltare il canto nostalgico del fratello clandestino
che ha lasciato la sua casa per fuggire dalla fame o dalla guerra
e viene braccato dalla vostra paura?

Il mio canto di solitudine etnica
Milioni di uomini corrono nei cieli
su draghi metallici che scolorano il firmamento 
in cerca di isole incontaminate 
e guardano dall'alto il mare e la terra 
come i figli di Dio. 

Altri uomini arrivano nella terra d’Ereb
in cerca di una primavera che spesso non trovano
con il sogno che i loro figli possano essere liberi
come le rondini e ritrovare i colori struggenti 
della loro amata terra.

In questo abisso delle coscienze 
dove germoglia l’inganno delle etnie
voglio sentirmi uomo dalla pelle nera gialla e rossa 
per difendere la mia profanata identità
di migrante veneto.


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