Poesie di Simone Zanette


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A Diana
Sei un soffio
sceso dall'alto,
di potenzialità perfetta.

Perché hai scelto me?

Io, ho solo da offrire
il mio vagabondare notturno
e le mie poche forze
dedicate da oggi
a preservare il tuo dono.

Ecco! la mia lanterna
ma bada: non conosco
la strada, nemmeno quella
del ritorno.

La fronda verde
tra vecchia calce grigia -
pure sfiorisce

Il telo da mare
Il telo da mare rosso
si asciuga sul terrazzo,
durante il crepuscolo.

Vista dalla strada,
la sua immagine perfeziona
la giornata di festa trascorsa
e racchiude, ancora inespressi,
tutti i domani più belli.

Mentre lo guardo, in questo tempo così lento
da parer sospeso anch’esso a quel balcone,
il cuore si sublima;
pago, nel proprio racconto della bellezza passata,
sereno, nell'attesa della prossima epifania.

Così,
soddisfatto di sè,
nella presenza di quel vero e solo attimo divino
sta
come un’anima salita all'Uno,
in attesa di reincarnarsi.

 


Cesenatico
In questa mattina di Aprile,
nella piazzetta che da sul Canale,
i sampietrini sono ancora lucidi.
Qualcuno passa su di una bicicletta,
l'ombrello attaccato al manubrio,
mentre il cielo,
sotto la guida dei gabbiani,
pare rischiarare.
I pullman dei tedeschi possono attendere.
Oggi, il sole, basta si mostri quel poco,
sul mezzodì,
quando si va a fare due passi sul molo,
a vedere le barche dei pescatori
che tornano a casa.

Focolare
Fuori
il cielo mandava grate di pioggia -

tu ed io
con nulla di particolare da fare,

ci siam bastati
indifferenti a quel poco.

Felicità
Questa mattina, dopo colazione,
hai improvvisato una danza sfrenata.
I tuoi occhi, fissi sui miei,
supplicavano:
qual'è il segreto?

[Assenza]
Gliela porgeva aurora,
in uno scampanellio
giù al portone.
________

Ora invece,
oltre vetri mattinieri
( )
s'imporpora identico cielo.

Ripetizioni di latino
Nella stanzetta a Marina
le coniugazioni si srotolano
tra teorie di fogli sudati.

Poi, uno accanto all'altro,
non una parola,
guardiamo la finestra,
qualche goccia di pioggia.

(sulla battigia
più in là
il sole estivo
imperla la fronte)

Dopo la pausa
il tuo alito
profuma sempre di caffè.

Casolare
File di sedie
vuote
nel giardino
davanti
un palco
non si muove fronda
la campagna
aspetta
silente
i custodi in piedi
nelle garitte
tutto a punto
lo spettacolo
rimandato
in eterno

Senza titolo
E’ notte miracolosa
quella in cui ti gusto sola,
tu! senza distrazioni,
tu! porto dei miei pensieri,
vulva immota
che accoglie le mie fughe.

Mi lascio scivolare addosso
il tuo silenzio salmastro;
anche i volani fluorescenti
sembrano intonarsi
a questo cielo ambulante,
al colonnato della piazza.

Tolgo le scarpe
per sentirti meglio
e ti cammino nudo
su ogni mattonella.

Elettrico contatto
coi tuoi mondi sovrapposti,
fluiscono gli intrighi
da dietro gli angoli
e le strettoie,
la meraviglia stringe
in un respiro
trattenuto.

Mi rapisco,
i piedi ormai neri
e gonfi delle tue leggende,
la mia suggestione si condensa
in grosse gocce appannate.

Appoggio la mano su muri rosa,
a trovar ristoro;
la sento affondare,
nel succo,
e linfa cola sul mio braccio
e dentro di esso,
cola fino a domani
quando sarò fuori dalla tua bolla
in un presente che non mi
di ritaglio addosso.

E così sopravvivo?
Fino al prossimo incontro?

Ora, una triste marcetta si leva
dai tavoli deserti del Floriàn,
poi silenzio,
sotto il campanile.
Ultima, la folata del vento
che rimbocca il mio sonno.

Così mi addormento
sui gradini
di San Marco.

Burrasca
Oltre le tende
i marosi s’appisolano
alle prime luci.
Folate di respiri
acquietandosi,
dopo il nostro amore.

Cena a casa
Gusto un piatto
appena inventato
con quel poco che c’è.
La fretta di chi
non deve più
correre.
Il jazz si scioglie
nel rosso del bicchiere.
Sprofondo
e ritrovo
pensieri persi
nel frastuono;
candele accese.
Sui vetri smerigliati, la sera
si stempera
in tinte opache.

Il poeta
Ricettacolo
dell’armonia delle cose
diffonde mosaici d’oro
in tessere di sé.
Né fama né onori
aspetta in cambio
se non in bocca
il bouquet del dono fatto.

Incontro insolito
I miei sguardi
inattesi
s’infrangono
su di te (li senti?).
Oggi non sei in ghingheri
ed è come spiarti
da uno specchio
di casa.

Macchine in coda
In serragli
d’aria condizionata,
scivoliamo su vicine
lontananze.
Dove, i cassoni zuppi
di sacchi e d’uomini?
Dove, i sorrisi larghi
su pelle nera,
a far da legaccio?
Dove, i canti tribali
dalle marmitte?
Dove, i tracimanti colori?

Strada di campagna
Cammini, sul ciglio
della strada.
Il carretto della spesa che
ti segue. Fedele.
Rughe sul volto rimandano
ai meriggi di lontane tue
primavere,
ai giochi con la palla,
alle amiche,
agli amori trascorsi.
Lo sterrato accoglieva
i tuoi balzi,
le tue fughe al fienile,
i ritorni verso il sagrato della pieve.
Cammini, sul ciglio
della tua
strada.
Il carretto, l’ultimo cane.
Nel mezzo dell’asfalto
passa veloce
il metallo
della mia macchina.
Lo sguardo fiero
in quel momento
sostiene il taglio
di fari
intrusi.

Africa
C’è un effluvio che imbeve l’aria
di pungente personalità.
(dicono siano i tetti di paglia,
ma credetemi!!
non è così.)
Un’ essenza acre, di savana e sterco
di rami spezzati e d’erba bruciata.

Una fragranza d’acqua secca
che si spande,                                       …nel letto
senza                                                …ampio
nessuna                                              …del fiume
fretta.

Più che un profumo                                   …è un odore
più che impalpabile                                  …presente
che si stampa sui pori umidi.

Sembra quasi di mangiare terra,                       E mangi terra,
terra arsa,                                           terra rossa e polverosa,
terra calpestata dagli zoccoli di mille bufali        sbranata dal sole
e da un leopardo,                                     terra che giace silenziosa    
terra che nasconde la vittima                         e cela l’assassino.

Odore,
(dicono siano i tetti di paglia,
ma credetemi!
non è così.
di danza tribale,
odore di lancia nera,
Mandibole che si serrano
sotto urli…
…di guerra.

Odore di vita.                                        Odore di morte.

C’è un effluvio che imbeve l’aria
di pungente personalità.
Dicono siano i tetti di paglia.
Ma credetemi!
Non è così.

 

Impotenza
Ardo per:
non più di
piccoli, cantucci
di pace
(proibiti?)
Ma ho:
velato , un volto
                   - sguardo chino -
di Madonna
lacrimosa.

Milano – Stazione Centrale

(nel deplorevole)

Lascio
scemanti,
voci di bisca.

Una scala
e
templi di pace
bianca.
Io, solo,
verso l’alto.

Milano ore 0:09
Nuvole arancioni.
Cielo chiaro (blu scuro).
Mi chiedo se
ora (invece)
non debba far buio
(nero).
Per coprire il palazzo davanti
e il mio volto.

Notturno in città
Guardo, dall’unico balcone del mondo,
- credo -,
poche stelle fisse, sopra fumi rossi
viscerali;
colonne di rumori e luci
come ragnatele, nel cielo.
Un lenzuolo di vento investe
la mia statuaria, arroccata
solitudine
circondata ancora
da monotone
ed oscure
baccanti.

Pomeriggio esotico
Sogni di danze,
veli, di terre d’Oriente,
vedo un bacio
nel fondo del bicchiere.
Tu, nel sapore del ghiaccio delle 2:00
e di una palma
musicante.

Risveglio
(uscendo da casa)

Su una boccata di profumi,
galleggiano a mezz’aria
ricordi mattutini,
sbiaditi.

Davanti, una macchina accesa
e un raggio
riflesso.

Non pencola più nessuna corda
                    dall’alto,
(quaggiù)
intravista nell’umidità.
Solo due mani graffiate
dipingono
                   sangue
sulle mie labbra.
La mia schiena piegata,
piccola,
nella cella lontana
di un cupo
burrone.

Il giorno dopo
Annaspano sul tavolo
memorie d’andati fasti.
Nobiltà decaduta
i bicchieri semivuoti,
i piatti incrostati.
Relitti sbiaditi
di notturno banchetto,
esposti alla mercé
d’un sole
crescente.

Aforisma
Così come al vento ostinato
ci si ribella coprendosi ancor di più
e ci si dona spontaneamente nudi
ad un’incipiente primavera,
così ci si difende chiudendosi
alla luce invasiva del giorno
aspettando il crepuscolo
per far emerger le verità più nascoste

A Carlo
Trilli in bisillabi
annunciano il tuo giorno nuovo.
Entrano nel mio sonno
di lupo
le carovane d’universi
che esplori ad ogni passo;
ad ogni scoperta zampilla
la tua risata in cristalli.
Oggi sarò cacciatore
dei tuoi gorgoglii;
tu, al tramonto, ignaro
d’aver donato
più del ricevuto.

Imbeccata dalle stelle
prosperò la tua icona.
Ti cercai, un tempo
fiducioso,
dietro ogni orizzonte.
Nessuno rispose.
Ora un capello spuma in bianco
e so che non esisti.
Mi siedo quieto
nel silenzio delle cattedrali
passando ore ad immaginarti.

A sen a què a e’ binêri
a t dëgh una mân par tirê’ so la vališa.
âdës a n scuren piò
a n saven quel che di.
U m ven un suriš int la faza,
un suriš da igurent
che e’ pê’ stampê.
“A végh a e’ Bar quend
che t’a t’avei”, a degh
par fêm curag.
L’è una smena
ch’a n vid chi tabëch,
chisà quel chi’m conta,
a sö curióš.
Mo dì, a pinsej ben
i sarà ló a fêm dal dmèndi,
sti purch, eh?
Una settimana a fare sesso sfrenato!
u m pê’ ža d’sintii.
No, ló i n capes miga, sét?”
T’a m guêrd. T’rid.
“Ah, e pu u j’è nench la partida in television!
La semifinêla. Bella! Partita importante.”
Silenzi.
T’a t’avšen e t’a m dé
un beš,
lòng,
ch’u n fnes piò.
“Sta tenta va là,
t’a n vré miga pérdar e’ tréno!”
Oscia parö, a ch savór.
“Se t’fé acsè, t’a m fé inamurê
int e’ séri, Martina.”
Pu döp, senza avišê’
la pôrta de vagon la s sëra
e’ tréno u s’aveja.
Drì dla curva adës u n s vid pio.
Mo me a sö incóra a lè,
in pë,
int e’ binêri
da par me
d’arnôv.
A n m’i n séva dê, parö al sét
ch’a sö pröpri strach?
A j’ò féd che,
no no a n’i vég miga int e’ bar
mo va là,
a j’ò féd ch’a m vég a ca.
Par la partida i m mandarà un mesag
chi tabëch.
S’i vô.
A n scuraren dmân
ch’a sö piò pušê.
Fórsi

11/03/2011
Le case di legno, i ricordi insieme
le macchine parcheggiate, le mie speranze
l’aeroporto, il desiderio
la forza di una tua parola, l’onda nera.

La custodia
Sono rimasta dietro le quinte
con le altre,
a non guastare la scenografia
del teatro.
In quella parte del palco che c’è
ma non si vede,
sentendo, fuori da una finestra
la pioggia che, intanto,
cade.
Forse, uno sguardo curioso,
lassù dal loggione,
ci ha scorte, prima dello spettacolo,
policromia sparpagliata.
La ribalta ora è vostra,
violini, fagotti, contrabbassi, corni, oboe e flauti;
è degli abiti impeccabili
dei vostri orchestrali,
del loro ordinato
e geometrico emiciclo.
Ma dopo le note,
dopo il clamore
dei tuoi meritati applausi,
so che tornerai da me,
dentro di me,
per ripararti dalle gocce
che bagnano la notte,
nel silenzio là fuori.

Profilo di Facebook
Da visitare
in notti al camino
all’onda
recesso resista.

La mia stanza
Tra pochi vestiti
sparpagliati,
tavolo,
sedia,
e poco altro,
per essere sinceri
(muri glabri).
Nemmeno una gruccia
per appendere
la vita.

Rossa
Stai
nuda
davanti alla finestra.
Lo sguardo
perso
tra le ultime onde
dell’Oceano,
che sommergono
- e scoprono
i tuoi seni
schiumosi.
Mentre la notte salata
sudata d’aria
ti (so)spinge
lentamente
la camicia
tra le gambe.

Proibito
Strapperei
pelle
dal tuo seno
(lontano ma così
evidente).
E poi coprirti
di fango
caldo
contro angoli gelidi
(di muri duri)
Rosso
lo stupro,
alcool
negli occhi
e nelle ginocchia.
E tu che giuri:
“Sono tua”.

Parole,
dolci
morenti;
la testa
sbatte
sul loro suono.
---------------
E silenzio:

strapiombano
le mie ginocchia:
(urlo vuoto).
Mi inchiodo
ad una stella.

Stasi
Stasi.
Melodioso silenzio.
E il mio animo
sensuale
ospite per un attimo
di sentimenti,
elettrici.

La foto
Cammino, sull’aria profumata del Corso,
verso il centro;
questa mattina sembra che la città
si sia appena fatta una doccia.
Respiro.
Più avanti le giraffe
si spingono in branco
verso la solita piazzetta
a brucare il glicine ed i gladioli
dal balconcino al terzo piano.
Lo strillone riecheggia tra i portici
e mi vende una copia.
La tua foto in prima pagina.
Sei nuda.
Entro subito in un bar a fare colazione
stringendomi d’istinto il giornale al petto,
come un ladro geloso.
Sto a lungo in un angolo
a gustare un cappuccino freddo,
facendo scivolare gli occhi
dalle tua gambe
al tuo viso,
alle tue cosce,
al tuo viso.
Indugio infine sulle guance,
sulle tue labbra sporte
sensuali, imbronciate,
sul ciuffo di capelli scuri
che cade morbido
vicino all’orecchio.
Poi, all’improvviso,
il luccichio dei tuoi occhi,
stanco di stare attaccato al foglio,
prende il volo
e si unisce ai raggi del sole
che adesso incomincia
a scaldare per davvero.
Esco dal locale, s’è fatto tardi.
Le donne senegalesi oggi
sono vestite a festa;
si pavoneggiano nei loro abiti vistosi
mentre aspettano il pulmino
che le porterà al mercato;
troveranno i barconi
che hanno appena scaricato
il loro pesce fresco.
Ma è ora che vada a lavorare, penso,
e raccolgo un frutto dall’albero verde
a forma di picca.
Prima di oltrepassare il portone
dell’ufficio,
sento che il tuo volto, sopra il mio,
è sudato di succo di pesca
e goccia sulle mie labbra.
Lo avvicini per baciarmi,
mi impasti di saliva,
io ti passo una mano
tra le ciocche arruffate.
Poi si accende la luce nel vestibolo
esplodendo ovunque il bianco
della nostra spuma marina

Senza titolo
Infuso di tiepido calore
sto,
a guardare il mondo
e una foglia che cade
sui miei piedi
fissi.

Addio
Come acqua nel vuoto
dalle mie mani
che lacrimano.
Le tue ultime carezza.
E la mia sete.

Folla
Echi estranei,
e sfoggio
di corpi cavi
che mi premono i fianchi.
Nell’aria una luce invadente
Sui miei occhi sconsolati,
che si socchiudono
soli.

Scherzo
Mi perdo preda d’inerzia
il nulla rintrona, rimbalza.
Pur non accetto il verso
(viale di fusti,
muri angusti,
cassa da morto)
e della vita il senso
unico e penso:
io, dipendente privato
di volta in volta
di svolte.

Notturno veneziano
Il canale restituisce cadenzato sciabordio
al passaggio dell’ultima acqua.
S’impigliano voci,
tra i miei vetri di Drogo.
Sporta la vista le perde,
di là dallo scorcio
(un ponticello antico).
Poi quiete,
di vene scosse in rosso vino.
E tu?
Affrettati, cara.

Diavolessa
Apri lenta la porta
e mi precedi
nella tua spelonca.
E’ fioca la luce
che imporpora i tuoi ricci
e che annuncia, dintorno,
il tepore di volumi
che intravedo
sconosciuti.
Popolali, dunque!
con i tuoi racconti,
conducimi nel viaggio
che ti ha fatta
donna,
così che i miei occhi
si possano abituare alle storie
della tua penombra.

[senza titolo]
Feto,
su spirali di burro,
sorde alla punte spinte
da sentinelle del disagio
(gioia caduca).
Mendicando profilassi in osmosi,
accorciando distanze a casaccio,
stavo, quasi tratteggiato.
No! non era un confronto a viso aperto,
leale,
senza una retta
a spiegarmi lo sguardo
(e le vele).
Ora brindo sul rogo di Cortès
l’Atlantico ammorba, finalmente
io, non più dimentico di me.

I peschi in fiore
Ai campi péi quali vista si spande
in filari immoti e in linee schierate
concordi nel sole uniti donate
note di rosa, òr dense òr blande.

Ma incanto dissolve un guardo più presso
chè sì rassegnati in chioma indistinta
dimentica avete vitale spinta;
fiele vi rode non rada, ma spesso.

Sol tu stai fiero in disparte dal tutto
vietando al fattor che mano sua pingue
estirpi con brama il dolce tuo frutto.

Miranda libertade ti distingue,
disordinata palpita tua fronda
ch’io ora sento suonar, gaia e gioconda.

Amor patagonico
Se un giorno tu venissi ad abbracciarmi qui,
saremmo circondati da venti freddi
e da lontane rocce di montagna.
Se un giorno tu venissi ad abbracciarmi qui,
potremmo fare un amore dolce
dove le mani si farebbero mura accoglienti
ed in nostri sessi, braci lente
a riscaldar la notte.
Se un giorno, dopo questo, tu decidessi di rimanere,
similmente a questa vasta pianura
che ora si ripete così uguale da diventar geometria,
il nostro amore diverrebbe immutabile
come un dio.


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