Poesie di Dino Papetti


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Dino Papetti nato a Breno (BS) il 11-08-1945

Residente in Via Brine 48 24062 Costa Volpino (BG)

Tel.035-970208 cell.39 3338602624

e-mail papdino@tin.it

Laurea in Lettere Moderne Università Statale Milano anno 1970/71
Dal 1971 insegnante a tempo indeterminato lettere scuola media inferiore
Dal1974 al 1989 insegnante di ruolo scuola media inferiore
Dal 1989 al 2005 insegnante di ruolo scuola media superiore
Dal 1966 ho collaborato alla Rivista di cultura e arte ALLA BOTTEGA con poesie, brevi saggi, recensioni.
Dal 1973 al 1986 ho fatto parte della giuria del premio di poesia “Aspera”
Dal 1973ho fatto parte della redazione della rivista Alla Bottega
Nel 1978 ho pubblicato la raccolta di poesie Uomini e rabbia con l’editrice Syntesis press, che ha ricevuto numerose segnalazioni sulle riviste specializzate.
Ho pubblicato mie poesie anche sulle riviste: Offerta speciale, Dismisura, Il Cobold , tracce, Lettera, Il segnale, L’assioma infranto, Hercule de Paris.
Nel 1978 ho partecipato a letture pubbliche delle mie poesie a Milano al teatro Underground, e a Roma.
Sempre nel 1978 Radio Milano Libera e Radio Arzachena hanno dedicato una trasmissione alla mia poesia.
Ho poi pubblicato in anni recenti i romanzi: Vite truccate, il rumore leggero del tempo, Con denti trasparenti, La vita astrusa, Gente in equilibrio, La coscienza interiore. Pubblicati con il mio libro e con Amazon.it
Ho pubblicato anche le raccolte poetiche DIES IRAE e Quantus tremor est futurus, sempre con Amazon.it
rendere in questi tempi di triste agonia.
Io sottoscritto Dino Papetti., dichiaro di essere l'unico autore e proprietario dei diritti letterari dell'opera Ingemisco tamquam reus.
i miei libri sono per chiunque abbia voglia di leggere
per chi mi conosce potrebbe essere una lettura piacevole
per chi non mi conosce potrebbe essere una lettura interessante
per chi non ha voglia di leggere potrebbe essere un avvio divertente
per tutti la possibilità di esprimere un giudizio, positivo o negativo...
Da ragazzo ho cominciato a leggere tutto ciò che trovavo, ho frequentato a Lovere il liceo classico appena istituito, i miei insegnanti mi hanno costretto ad amare i classici e la storia, ho vissuto il 68' con gioia e con paura, ho cominciato a scrivere per riviste vicine ai movimenti letterari degli anni '70 e '80 con recensioni brevi saggi poesie. In particolare ho seguito le tesi di gyorgy lukacs, ho ascoltato i suggerimenti dell'amico Pino Lucano e di Ermanno krum.
Non dimenticavo: mi sono sposato, ho due figli, e tre nipotini; ho fatto l'insegnante per 40 anni e ho tutti i miei studenti nel cuore. Dagli anni novanta afasia totale ed ora la voglia di scrivere di nuovo...dimenticavo...la solitudine devastante e la silenziosa strisciante paura dei giorni.


La mia ricerca è il risultato di una vita di ricerca per lo più solitaria e rigorosa rimasta intenzionalmente lontana dai circoli editoriali negli ultimi decenni. In questo arco di tempo, ho maturato una visione del mondo lucida e implacabile che oggi trova la sua forma definitiva in “ingemisco tamquam reus”.L’opera non è quindi un esordio, ma un testamento intellettuale: un’indagine filosofica che trasformala rabbia e lo smarrimento accumulati nel tempo in una critica civile e universale.
 

“Ingemisco tamquam reus” è un’opera fiume di 485 pagine che si distende in un unico flusso libero, privo di sezioni o interruzioni formali. Il titolo, di ascendenza liturgica, definisce il tono dell’intera raccolta: un gemito di colpa e di accusa che si leva in un monologo lirico e civile senza sosta. L’opera nasce da un profondo sentimento di rabbia e smarrimento di fronte alla deriva della modernità. Attraverso una critica feroce della società e una serrata riflessione filosofica, il testo interroga il senso dell’esistenza in un mondo frammentato, dove l’individuo si sente “reo” di una colpa collettiva o vittima di un sistema alienante. La scelta di non dividere il manoscritto in sezioni risponde alla volontà di restituire un’esperienza di immersione totale: un grido ininterrotto che rifiuta la brevità del frammento contemporaneo per abbracciare una dimensione monumentale, necessaria a contenere l’ampiezza del dissenso interiore. Ho centrato nella variazione delle idee la misura del sentimento usando un linguaggio che sa di camuno. Ho cercato di cogliere nelle domande che mi son posto risposte adeguate alla mia vicenda esistenziale. Ho scavato dentro i problemi che l’attuale società in cambiamento propone, ho parlato di me della mia famiglia del mondo, della mia religiosità annullata, dell’attesa della morte e del nulla eterno come destino. Ho cercato di filtrare sentimento e ragione di parlare d’amore e di rabbia impotente. Il ritmo del verso Segue accenti variabili e una trama che sa di racconto. In particolare ho tentato di variare la cadenza di un metro lungo ficcato a modello di riflessioni sulla natura dell’uomo. Della società del mondo contemporaneo Ho voluto tracciare le contraddizioni che lo motivano disegnando l’esasperazione di una lotta violenta lungo il paragrafo della classe e del profitto. Dentro questa strada ho inserito riferimenti personali riferibili alla mia vicenda esistenziale, e più propriamente alla vita quotidiana che la famiglia riserva nell’arco degli anni. Mia moglie i miei figli mio padre mia madre. Infine in rilevanza il mio laicismo che mi porta a negare l’esistenza di un dio e di un paradiso oltre la morte. Il nulla oltre la morte. E quindi la falsità di una chiesa e malata di falsi dogmi e da riti paganeggianti. Poi l’inutilità di ogni domanda che pretenda risposta certa. La mia è una poetica che di dubbi e poche risposte relative e determinanti una vita fatta di gesti inquietanti dal sapore di inutile dramma, contratta e melliflua accettazione del prossimo. Popolo che s’inventa nemici e guerre ad ogni angolo del mondo per malvage questioni economiche di puro interesse e politici corrotti a dar peso a fallaci parole per un potere violento. Una società fiaccata e schiava di fatto nella corsa al denaro Dimentica di valori condivisi. Credo di aver dato figura ad una poetica semplice ma calata dentro il reale dentro la dialettica del fare e del prendere in questi tempi di triste agonia.

 

Ingemisco tamquam reus

 

1
Al calare del sole s’ammassano parole e ricordi
e non resta che il sorriso, sfiorato dal calore
dell’amore vissuto in minuti, che scuotono
i nervi dentro il respiro adagiato nel tempo
stupito di dorati misteri, quando il profumo
di donna insabbiava muscoli e sangue.
Dentro la casa si muove, dopo il tramonto,
il ragazzo che sente il fuoco nel cuore
e vorrebbe consumare la carne diafana
della bambina, cresciuta nella vampa
del giorno appena consunto nell’ora serale.
Il ragazzo si leva ed esce alla luna nel ricordo
di un sentore di sesso remoto e perde
una lacrima che brucia per un umido
grembo. Ora il ragazzo è un uomo maturo
e perde la bava del vecchio e nudo lo sguardo
è una macchia tremenda, solo nell’angoscia
velata di un pensiero dal sapore di fieno.
Ricorda l’uomo il seno ed il ventre
svaniti remoti in brividi dolci. La fanciulla
era allora vergine amore dagli occhi
in attesa di un orgasmo che macera l’anima.
Non sento buio del giorno il sangue pulsare.


2
Tagliano l'erba, siamo alla fine di agosto,
il sole brucia ancora la schiena ed io lavoro
con parole fresche di effimero mistero.
Infinite immagino le stelle e buono il mondo
giovane sorridente plasmato dalle mie labbra:
La mia scarna voce intonata nel brusio
impaziente, che sale dalla folla in attesa
di un pallido guizzo. Io penso al rapido
tratto di un volto sicuro non ancora spossato.
Impazzisco seduto per strappare un fiato
di gioia, mentre l’abisso mi filtra quotidiana
la stanchezza del corpo che striscia nel cuore.
Provo a guardare il livido flusso del moto
esangue, che tragico violenta la città di cemento,
buttata nel gorgo delle vie tumefatte e ubriache
di folgori dagli occhi senza colori, freddi di febbre
e acredine contratta. Io rimango stupito alla finestra
che dà sulla strada, omuncolo perso dietro sogni
affaticati in cerca di una pace diffusa, a cogliere
il turbine di una vita svelata: i frutti tra le frange
succhiate del mio tempo si lasciano andare
e gli umani respirano bianche cattedrali,
che hanno radici piantate nel dio dal costato
trafitto. La sua ombra nulla può dirmi.


3
Oggi mi canta la vita, strano silenzio nel cuore.
Vorrei giocare come un bambino felice e trovare
una donna per fuggire inghiottito dall’ombra
del sole, cerchiato da mille spiragli e carezze.
Ho sul volto il vero sussulto marchiato dal sogno,
rabbrividisco di dolci tremori, è primavera
e allontano il dolore che m’accompagna da sempre.
il mattino oggi risveglia un fiato di tenere
cose affollate e disperse da tempo nella povera
stanza. Oggi alita una speranza di trepidanti
sorrisi. La gente contenta mi pare questa
mattina. Forse il mio corpo risponde
alla forza ancora di un giovane e scorre
Oggi mi canta la vita, strano silenzio nel cuore.
Vorrei giocare come un bambino felice e trovare
una donna per fuggire inghiottito dall’ombra
del sole, cerchiato da mille spiragli e carezze.
Ho sul volto il vero sussulto marchiato dal sogno,
rabbrividisco di dolci tremori, è primavera
e allontano il dolore che m’accompagna da sempre.
il mattino oggi risveglia un fiato di tenere
cose affollate e disperse da tempo nella povera
stanza. Oggi alita una speranza di trepidanti
sorrisi. La gente contenta mi pare questa
mattina. Forse il mio corpo risponde
alla forza ancora di un giovane e scorre
 

4
E l’uomo creò dio. Ragazzo servivo la messa
e pregavo con ardore il figlio e lo spirito santo
e salivo i gradini della chiesa con la croce
della passione e frequentavo l’orario col curato
don Mario e a pasqua aprivo l’uovo
con la sorpresa. A Natale c’era il cenone
e sembrava tutto in ordine, tutto normale,
tagliare il panettone e brindare alla pace.
Mi bastava l’odore d’incenso e indossare
la cotta per sentirmi parte di un dio morto
e resuscitato dopo tre giorni.
Ma negli anni ho visto passare l’ombra
che illumina e non ho più amato
il costato ferito dell’uomo chiamato figlio
di dio. Ho pianto allora i dolori
del mondo senza speranza, senza risurrezione
fino a tessere mille ragioni per una vita.
Senza …Ed ora rimpiango l’età della speranza
e della preghiera. Entro in chiesa e guardo la dolce
figura di Cristo crocifissa sull’altare del perbenismo
che maschera l’ipocrisia di santi e profeti.
E penso ai morti bruciati in nome di un dio
prepotente e lontano dal mondo che spinge alla guerra.
Secoli barbari mi dico, ma non basta a ridarmi
un poco di fede, m’ha tradito l’amore.
Cerco ancora un poco d’amore per i fratelli
vicini e lontani. Cristo tradito…
 

5
Dalla terra mi sale l’odore di pioggia,
l’aratro stamane ha voltato le zolle
e l’umida fatica del contadino mi spalanca
sudore e veleno nei muscoli. Il lavoro mi squaglia
le braccia nel mattino d’un giorno privo
di sole, le nuvole paiono girare grevi nel cielo.
Anche oggi non mancano pensieri improvvisi
caduti sui solchi e ricordi divelti dalla memoria
incastrata nel sogghigno che disturba la prigione
dei sensi. La fatica mi scorre nel sangue degli avi,
che lenti ed impacciati rompevano il campo
nel secolo scorso e soltanto a sera
bevevano vino ormai ubbriachi dal ritmo
continuo delle bestemmie tra solco e solco.
non esce la notte, ascolta il latrato dei cani
alla catena, che hanno fiutato l’odore di cagna.
Mio padre all’alba si alzava e curava le bestie
e andava sul fianco del monte a tagliar legna
quando poteva e il campo era netto di erba.
Nulla rimane di questo e mio padre
e mia madre ormai sotto due metri di terra
e due fiori. Io vivo di parole stentate e fiuto
il profumo di giovani sedute al lavoro con me.
Loro non sanno del ricordo del bosco o del chiarore
che illuminava i miei giorni raccolti nella rugiada,
all’alba con pane secco e salame fatto in casa.
Il maiale a dicembre ci dava carne e salami
e sangue per una torta dolciastra e saporita.
Il ragazzo che ero mi lascia una pena
nel cuore. Si smuovono incerte le ore
lì dentro. Il bosco non c’è e neppure la freschezza
e l’odore della notte stagnante.
 

6
Mi piace la campagna d’un verde torbido
e rinuncio alla città madida di nebbia e di odori
che bruciano la gola e avvolgono l’effimera
bellezza dei grattacieli pieni di vetro e vuoti
di sguardi mutati in sorrisi di sogno.
Auto corrono e urlano i loro motori
nel segno di fredda ululante pena, città
senza colore né cuore, ma nubi d’asfalto
per profitti e miracoli falsi di gente protesa
al massimo guadagno. La città si veste
anche di giorno di strida di uomini persi
in un lavoro di morte e fame d’incerti
vapori. Non mi piace la fatica piantata
nell’eterno scorrere di soldi puzzolenti,
preferisco il pianto che accompagna la gioia
nel verde dei prati senza prigione
senza clamore e macchie sazie di morte
e membra coltivate sull’orlo di una solitudine
intrecciata a strade che corrono, filtrate
da un pezzo di gloria radente mattoni rubati,
muri intrecciati di ferro e di malta densa,
a sostenere pilastri d’ipocrita messe.
Non si respira anneriti di fumo grigio e dal sentore
di pietra, la bocca impregnata di polvere
nera che scende quotidiana sopra le vie.
 

7
Di giorno e di notte, noi spossati giocolieri, vecchi giovani,
uomini e donne dall’abito bello, isolati e confusi,
riempiono case assiepate e senza respiro.
a quest’ora la luna risplende sopra la casa
assieme alle stelle ed è meraviglia stare guardarle,
in città piena di luci si stenta a vedere l’azzurro.
Le donne in campagna odorano di fieno
e tracciano intrighi, si schiudono in scatti
di mille falene e forse non sanno di parole
melliflue, ma accendono certo la selvaggia
passione che cittadine non colgono. Nemmeno
magari son belle le donne in campagna
ma sanno i sussulti del ventre quando nude
scoprono il calore stretto in fondo alle gambe.
La campagna mi piace ridente e aperta nel sole.
 

8
Oggi c’è gente al bar delle piante. Gli uomini
ridono allegri e discutono della partita che la squadra
del cuore ha vinto sotto la pioggia. Le donne bevono
coca e sorridono ai fidanzati sedute a gruppi.
Soltanto un vecchio gironzola fuori sotto la pioggia
ed un cane lo segue fradicio d’acqua e si ferma
dinanzi e spia dalla porta curioso. Annusa il clamore
che vien dal di dentro in cerca d’un tavolo
libero: sedersi e riposare all’asciutto nel pomeriggio
d’ottobre. Seduto ora pensa a questa gente
felice per poco, dimentica del male del mondo,
lontana la guerra e la fame ed i morti bambini.
Osserva le donne che s’agitano e ridono
di piacere, truccate e vestite, scollate, nel tepore
del bar: si vedono i seni quasi spuntare dal leggero
vestito fuori stagione, i capelli umidi ancora
di pioggia. Il vecchio chiede un caffè e sbriciola
biscotti portati da casa, è sua la merenda
gustata con calma e dona le briciole al cane
ai suoi piedi. Entrano altri, il bar ora è pieno
e le urla si tacciono: si guardano in viso i giovani
che hanno la squadra vincente e gridano insulti
ai nuovi arrivati. Il vecchio si alza e se ne va
turbato da simili gesta, non vuole udire violenza,
questi inutili uomini persi dietro fantasmi.
Ma fuori piove a dirotto. La casa non è lontana,
se spiove una corsa e si può fare. Può sopportare
paziente la bega per inutili giochi. Vorrebbe gridare
di valori impazziti, di parole umiliate e tracciate
nella violenza esaltata dietro roco insulso
clamore. Il vecchio non è che un bambino
che morde l’ombra della morale, ingenuo fantoccio
che predica al vento, e aspetta la vita
che indossa i rami contorti di vene bluastre
tra le pieghe inghiottite del tempo. Non capisce,
altra stagione e il cuore medita segni di altre
passioni. Ormai curvo ascolta e si morde la bocca.
 

9
Sul fianco del monte vivono uomini

nerboruti, che ancora crescono a pane
raffermo e formaggio di malga, capaci
di bere un bicchiere di grappa al mattino,
già pronti a rincorrere lepri e pernici
sulle coste bianche di neve. S’appostano
silenziosi dietro la nebbia che sale
dal basso. D’inverno lasciano casa, fucile
a tracolla, e il cane addestrato a scovare lassù
le tracce lasciate, grumi di feci gelate
macchiano la luce gelata della via che porta
alla tana, al nido nascosto. Il silenzio è rotto
dal flebile fruscio della preda spaventata
dal cane e il cacciatore che preme il grilletto
esulta per qualche minuto stringendo la lepre
tra le mani ancor calda di ultimo calore.
A casa con gli amici si mangia la lepre
cotta in salmì e si beve del vino e si canta.
La caccia si celebra al caldo con amici
raccontando storie bellissime d’appostamenti
tra le rupi imbiancate del monte e lunghe attese
che la povera coturnice si mostri. Le storie
vanno tutta notte e all’alba, quando
sono ubriachi, s’addormentano al tavolo
rovesciando l’ultimo bicchiere di vino. Russano
forte ma la luce del giorno li trova persi
nei sogni che hanno raccontato. Sono questi
i risvegli che ricordano i cacciatori già pronti
al lavoro dopo la notte fra amici di tavola,
dove quando il cacciatore diventa l’eroe
che ha colto con un sol colpo la lepre o la coturnice.
Eroe d’un mondo che trova le vie di un tempo
lontano. Le mogli di solito attendono
che la sbornia si plachi e l’uomo malmesso
ritorni al lavoro nella fabbrica che il cuore
lo spacca. Non si lamenta davanti al padrone
che lo scruta e lo vede penare. Della caccia
gli amici ricordano storie da tramandare.
 

10
La bambina che giocava
nel tempo è cresciuta e assomiglia
ad una signora dalle labbra
rigonfie, e mi guarda
con tenera passione, indossa
pantaloni di jeans e camicia
d’un bianco di latte, con denti
brillanti d’avorio. Il suo profumo
diffonde aroma soffuso di spezie.
A nascondino giocavo bambino
con lei nascosta nel buio
d’un angolo dietro casa
e la tana contava numeri bassi.
Quando poi toccavo le labbra
dischiuse in un bacio odoroso
di fieno, di paglia bruciata nell’angusto
fienile. Certo bambini innocenti
eravamo, o forse già pronti alla dolcezza
dello stupore, abbracciati, stupiti
del sesso. Bambini e poi adolescenti
con la malizia di un sesso
in rivolta. La bocca ormai matura
come una rosa sbocciata al mattino
di un giorno di maggio. Eravamo
adolescenti sempre bramosi d’amore,
non avevamo più freni alle nostre carezze.
E poi te ne sei andata
me ne sono andato
mille chilometri lontano, mille
altre avventure, altri nascondini
nel buio di città ammalianti nella nebbia,
nascoste. Ora la luna illumina
due volti segnati dagli anni e confusi
e vorremmo ancora tenerci per mano:
è tardi, la bocca s’increspa e sa di stantio
e la luna naviga stanca dietro una nube.
Gli occhi son quelli di quand’eri bambina
ma s’incontrano appena senza calore
nei miei occhi stanchi e bruciati dagli anni.
 

11
Ho sofferto mordendo gli schiaffi dei minuti
trasformati in frastuono, quando il dolore
della carne ha torto nervi e vene bluastre,
e la sveglia al mattino ha colpito l’avanzo
di vita, schegge ambigue di vecchi, antichi
respiri, soffi grigliati nel cuore. Amaro
era il pane sul tavolo, la bocca seccata
dal cibo serrato tra i denti cariati dall’uso
malato. Un grappolo d’uva, ricordo, era sapore
di albe pregnanti e fumose davanti al camino,
la fame mordeva la luce novella e fremeva
fatiche strappando le braccia in tensione,
le mani strette sulla vanga a fatica, solo
nel campo nel mattino d’estate, giovane
allora, le vene gonfie nel pianto cresciuto
come il vapore che sale alla zolla girata
rompendo la schiena. Ragazzo, prima ancora,
correva rapido verso la luna mangiata
da nubi, un tranquillo pesante destino
che sale da terra e un cielo scuro di pura
follia. Si vive e si muore senza pudore,
il ricordo che porta la vampa del fuoco
al mattino prima di un giorno screziato
da nuvole rosse, chiamavo il gatto dagli occhi
verdastri assopito nell’angolo buio della casa
che dorme, la notte il ragazzo vegliava col gatto,
in silenzio il torpore giocava nell’aria al puzzo
di buono lasciato dal cane accanto al camino.
Ma ora son vecchio, con soldi precisi, ho barba
e muscoli molli, non lavoro nei campi,
ho fatto da allora un gran salto, posso
andare per strada con vesti di moda,
e nutrirmi secondo ricette perfette e cene
abbondanti. Ora mi dedico solo a cavare pensieri
di libere strade e lascio la vita spalancata sull’orma
di giorni di sole, la testa che scopre un suolo
sul quale sedersi e cantare.
 

12
Molesta la notte il sogno dell’uomo
intinto di sonno e di ombre fasciate
dentro muri come prigioni. L’amico
mi cerca e mi trova scheletro fragile
che rovista la sudicia terra. Compagno,
mi apre la strada d’una gioventù persa
in briciole sparse fissata stravolta
al volto di donna, ridente e piena di vita.
I sogni son belli se trovano clamori
di membra distese nel rischio d’amore.
Ieri notte sentivo l’umore del suolo
e fremevo nel fiato stagnante del corpo,
disciolto a far briga alla riva del mondo.
L’amico disteso sul suolo bagnato sulla riva
del fiume dava consigli al giovane bruciato
dal sole, parlava sangue e brividi futuri,
di fatiche sbandate e bestemmie affamate
a cogliere cieli sereni. L’amico misurava
parole e sogghigni sulla riva di un fiume,
quasi scale sicure incollate al destino:
le strade imbiancate, diceva l’amico,
la polvere ti morde la gola e non dà odore
di buono, il futuro s’affaccia mellifluo
a stupirti come una madre scomposta
e sguaiata. Lavora e riposa il giusto riposo,
avrai sempre una spina nel fianco e la febbre
d’andare più oltre piegata sulla vetrina
vuota del tempo. Son passati gli anni
e l’amico è scomparso nel fiume, niente consigli:
piena d’angoscia la vita s’è persa in mille
rivoli, rivolte fallite, baci non dati, mattini
falliti, non rimane che l’ansia e tuoni remoti
ammassati ricordi di fuochi e di balli furiosi.
 

13
Dalla finestra guardo la luna.
In strada donne passeggiano
trascinando parole che mordono
uomini soli e affamati d’un corpo
qualsiasi purché nudo e tinto,
queste donne son sempre le stesse
ogni notte. Si vendono oggi a tariffa
fissa e son pronte a darsi all’uomo
a fingere amore. La luna risplende
e le vesti a volte coprono appena
un triangolo rosso, di pelo, schiuma
che sfiora l’oggetto del gioco che il corpo
saziato spegne di fretta nell’auto
dai sedili accoglienti poco lontano,
dove non ci sono lampioni. Osservo
la strada brulicante di donne e di macchine
e ascolto il vociare, il clamore fino a notte
fonda, quando finalmente le donne
se ne vanno: han guadagnato sudici soldi
da mettere in banca o mangiati dall’uomo
che non si rovina la schiena di giorno
al lavoro. Ho chiuso le ante della finestra,
non sono guardone che spia quelle donne
al lavoro più antico del mondo. Ho però visto
l’agonia greve di un mondo che sembra perbene
nel brivido greve d’un attimo rubato
alla bestia. Nel letto si chiudono gli occhi:
i cenci rimangono in strada, un pensiero
malizioso si placa nel sonno. Nessuno si stringe
alle donne convinto che altri facciano il mondo.
le donne fiaccano l’uomo, è destino…
Il mondo.
 

14
Le finestre di casa sono buie e oggi non riflettono
il sole stentato di fine settembre, forse stasera
il cielo sarà coperto di nuvole. La piazza è deserta,
non ci sono ragazzi che fumano sulle scale della chiesa:
nemmeno una donna nelle botteghe a far spesa.
Il bar delle piante ha solo un cliente sdraiato
a sorseggiare un caffè. L’oratorio, nel campo di calcio,
dei ragazzi corrono a vuoto dietro la palla, urlando
s spingendosi. Soltanto un elicottero s’avvita per aria
da più di mezzora portando materiale giù dal monte.
La segheria a bordo paese taglia tronchi in mille
assi perfette e squadrate. Forse la gente si prepara
alla sera per la gran festa del patrono, forse io solo
sonnecchio sul divano di pelle, pronto a cogliere
parole incastrate nel ritmo di accenti e di punti,
o virgole strane per improvvisi a capo a fine
verso. Mia moglie nel vapore della cucina prepara
la gran cena che chiuderà la sera con gli ospiti
importanti e i parenti da tener buoni: la torta
di fragole e mirtilli già cotta sul davanzale a rinfrescarsi.
Ci saranno i miei figli ed i figli dei figli a batter le mani
a tempo di musica. Di solito la processione mobilita
tutto il paese con addobbi e corone di fiori lungo
le strade, le contrade si misurano con la corsa
degli asini. Da un paio d’anni la tradizione è diventata
occasione di luci, di fuochi d’artificio, dell’invenzione
degli asini cavalcati da ragazzi in costume medievale,
che importa chi li cavalca è più asino degli asini.
Stasera anch’io potrò ubriacarmi di vino di casa
e lasciarmi sciogliere in un canto libero, a squarciagola.
Dimenticherò la vita cupa e noiosa dei giorni comuni.
 

15
Gli amici col passare degli anni si perdono.
Fausto giocava con me al biliardo tutti i giorni.
Non lo vedo da anni: io di qua lui di là.
Era un’amicizia profonda, frequentavo la sua casa,
facevo il filo alla sorella. D’improvviso tutto
è finito. Entrambi ora siamo in pensione:
quel tempo lontano eravamo giovani capaci
di lunghe avventure, la prima barba bionda,
il primo bacio col botto. Le strade erano
nostre ad ogni ora. Al bar due gocce d’amaro
bastavano a fingerci uomini grandi. I discorsi,
quasi un gioco, invece erano seri, si parlava
di illustri poeti, di scrittori e romanzi bevuti
con la passione d’una giovinezza sorridente.
poi nulla. Le parole accese solo il ricordo rimane.
La famiglia, il lavoro, gli amori: ci siamo persi
dietro fantasmi diversi piegati alle regole
d’una vita umiliata, arrocchita e senza calore.
La sorella di Fausto, sfiorata talvolta nel cinemino,
s’è data all’avvocato di turno in una fredda giornata
d’agosto. L’ha sposato per dovere d’onore, insieme
a fatto figli, coppia assopita in cupe contese
che guarda l’ambigua verità del processo.
Al villano, che sono io, rimane il ricordo
di una carezza, di un bacio furtivo, dato leggero
sulle labbra d’un rosso bruciato, quasi un morso,
nel buio nebbioso della piazza deserta una sera
consunta prima di cena. L’amicizia ha un volto
arrossato dal freddo di una sera fissata al ricordo.
ricordo e sono sommerso di brividi. Cammino
da solo: lei indossa una veste d’un rosso di fuoco.
 

16
Io chiedo alla sorte d’ingannare la morte.
Sono il ragazzo che ha paura della fortuna
schiantato dai vizi che nel silenzio dei giorni
passano vaghi nel sottofondo meschino
di truffe al destino scomposto che tocca il futuro
e trova risposte piegate a sangue infuso
in un sogno più grande rinchiuso in colori malvagi.
Disperso nei fiori a file di scrosci selvaggi
mi nutro di scabri sorrisi persi nel vuoto,
m’adagio aspettando l’amico perduto,
isolato nel sogno monotono di verdi cespugli
dal sentore di terra bagnata di fresco.
Forse sono eremita che prega nel silenzio
di casa spietato racconto mangiato da sterco.
La valle a quest’ora di notte mi sembra brillare
di luci, le stelle scomparse non brillano in cielo,
solo la luna a volte gira piena nell’azzurro del cielo.
Sudato nel vino che apparecchia la tavola
fisso il bicchiere rimasto alla fine di una sera
affannata. Mi purgo piangendo e pregando
dei peccati commessi nel giorno. A letto
lo specchio rimanda l’immagine storta d’un uomo
a cui manca il sorriso di dio. Folle sembra il volto
dannato dell’uomo malato e gli occhi
rivolti alla donna di turno. La barba è cresciuta rossiccia
e l’uomo sembra ancora più vecchio. Contempla
le braccia magre di persona già morta
prima del tempo. Il gioco è vertigine spessa
nella carne di sera, quando la valle è piena di luci
e non si vedono stelle. Solo la luna a volte
risplende dietro le nuvole nere che portano pioggia.
 

17
Il mondo pare scaglia arrossata colorata di morte.
Guerre pensate e gestite da uomini pazzi, giocatori
di giochi nefasti saltando la vita di poveri e bimbi,
si spande l’odore del sangue e giovani sventrano
pance drogate di sogghigni sinuosi che godono
far terra bruciata. L’uomo è una bestia dalla bocca
che morde il giorno e la notte. Non vedo che morsi
e strazi diffusi e clamori che sfumano violenza
e albe di fuoco. La pace s’invischia in parole di vento,
ubriachi sembrano gli uomini pazzi a parole tradite.
Ogni uomo fissa la terra da depredare, brusii
che tagliano rauchi filari di morti trafitti, nella tomba
nudo il lutto si erge a baluardo di vecchi rancori.
La madre, che piange disperata l’orrore del figlio
che ancora guarda con occhio vitreo nel mucchio.
La gente non sente dolore appagata bevendo
falsi veleni come prodigi di armi perfette. La pace
striata di atroci sorrisi sembra parola di fumo
e di insulsa vergogna, mi pare. D’amore si parla
confusi e leggeri: un alito facile senza rimorsi,
pertanto non torna la vita al perfido inganno.
L’uomo più simile al cane rabbioso tradisce
la fede in cui si raccoglie, animale feroce
che coglie frenetico lo stridore dell’armi
nel chiarore del cielo, i magri bambini cercano
cibo nelle strade violate: hanno fame e muoiono
nella striscia bagnata di sangue. Lo sguardo scivola
in pianto, le donne velate urlano lacrime e sogni,
vestite di nero coprono il volto, figure straziate,
la piana sepolta da macerie, cemento colorato di rosso.

 



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