Poesie di Matteo Zavaglio


Home page  Lettura   Poeti del sito   Racconti   Narratori del sito   Antologia   Autori   Biografie  Guida   Metrica   Figure retoriche



I resti di un fiore
È noiosa e desolata la scura magione
dalle mura in opaco porfido,
dove ora risiede, divenuto perfido
il cuore mio, senza apparente ragione;

con le capienti mani al cielo protese
si affaccendava ad accarezzare i lineamenti
d'una dama dallo sguardo turchese,
stretta al petto da spire possenti.

Finché, labbra dall'acceso tono rosso
non tolsero la presa, come un morso
al respiro bramoso, sprofondandolo nell'abisso:

dovrei possedere di ippogrifo l'alato dorso
per venir fuori dal liquame in cui m'affosso,
sordido, come il poeta privo del suo verso.

Piangendo, questo cuore ancor si morde l'aspro
labbro, madido di dolce veleno. Un diaspro
scambiato per rubino, nelle membra ristagna,
è un liquore antico che ogni dolore bagna

con le sue più svariate e molli espressioni.
Il resto di un fiore è vassallo delle passioni,
un petalo maculato da voluttuose incisioni.

Gli occhi di una Venere
Quei crespi fondali di seta nera (nei suoi occhi)
Dove la polvere accaldata non osa adagiarsi,
Possiedono dei diamanti i profondi luccichii;
Son soliti, i lustri lembi di iride adornarsi

Coi colori incandescenti di calde, rocciose isole
E non vi è eterno lume che li possa inombrare.
O irraggiungibili terre,vi mostrate al sole
Come fosse, anelanti al morto eterno tacitare!

Il mio cadavere, indorato da balsami poderosi,
Levatosi dalla cripta, riversando olezzi, scruta i leziosi
Modi con cui la notte si vanta dei suoi sontuosi tesori,

E non trovando né cuscini, né spade o archi
Per zittir quei ciarli, attende che il cielo soffochi
Appestato e madido d'astri, tra miasmatici vapori.

Miasmi selvaggi
Come riescono, di un ricordo, i selvaggi miasmi,
unici fiori negli abissi
di funebri recessi
a far riemergere una stele di fulgori smessi
adorna di terrificanti e imperiosi fantasmi?

E ti abbraccio nuvola dispettosa
Fra i limpidi campi di una volta celestiale
E sfuggi rapida nell'incedere, regina voluttuosa.
La tua è immagine stravolta dalla brezza serale
Che dissipa piene forme in una scia vaporosa.

Piccola donna
O beltà, quanti vezzi puerili dissimulano
Quelle tue flessuose membra!pergole robuste
Sulle quali m'avvinghio e volteggio
Come fossi una vite carica di succulenti

E tondeggianti acini, a cercar conforto.
Dei tuoi sorrisi, che come il grano maturo
Ondeggiano e resistono al vento, delle labbra
Così vermiglie (l'umido feretro dei baci),

io vado pazzo!in quelle due estatiche anfore,
madide d'etere, abissali, trovo inoppugnabile
l'oblio delle pene. E sul tuo volto cupo, quando

col suo grembo effimero cala l'ora del riposo
noto rabbrividendo, riverso, un rigo d'argento
come luce che inonda il satellite dei romantici.

Il nemico
Le brezze che sovente auliscono
Per le steppe ingiallite, sudice
E fredde come carezze del nemico
Hanno il funebre profumo del marmo;

Preserva, un germoglio taciturno
Quest'aria malsana nella radice
E i colori di lutto che fioriscono
Non sono altro che l'abisso poetico!

Un sole stinto che non scava le nuvole
E il suo incedere notturno non ravviva
Né scalda il giorno pregno di tedio.

Questa fossa che è per me un'alcova
di continuo devastata dal temporale,
di che ira è l'esangue frutto, mio Dio?

Duetto
Distillando armonie in abbondanza
un angelo ed un demone duettano:
tanto presi nell'abbellir la danza
fiori di fuoco nell'alcova gettano.

Sfiorano all'unisono sottili corde
e la musica, leggiadra e greve assieme
come un'affamata bocca morde,
come sulla carcassa attacca il verme.

L'angelo, discretamente si avvicina,
la sua voce, morbida, un balsamo di seta,
scomparendo alla veglia della mattina
nutre l'orecchio goloso e s'acquieta;

il demone pigro, non ha fretta,
attende paziente il suo turno
e, con gesta venerifere infetta
l'occhio destato dal viaggio notturno

e così, ancor pieno di stanchezza
lascia che gli specchi comincino a lacrimare.
Un diadema ricco di perle si spezza
lasciando liberi gli spettri di appestare

con profumato unguento, ogni tratto
della carnosa forma:scivola sulla pelle
l'incurabile morbo che è stato contratto,
una volta celeste ebbra, di stelle.

Ad una spada domandava difesa
ma, scontratasi con un più abile fioretto
rassegnata l'anima s'è arresa
e piangeva, gonfiando oltremodo il petto;

tanto dolce fu, ma più amara
è l'effimera sua essenza,
tanto ricca fu, ma più avara
ora che non può più starne senza.

Una divina casualità l'aveva consegnata
adorna di drappi e rari smeraldi,
l'aria d'incantevoli olezzi era impregnata
e le campane, indorate, suonavan rintocchi sordi

eppur udibili fra terra e cielo.
Un drudo del dolore mascherato
con squisita eleganza da un opaco velo
che ne coprisse l'intenzione, ha soffiato

con estremo vigore sulla candela, spegnendola;
E portando con sé la giovane fiamma
su di un granitico altare, battezzandola
Amore, ha iniziato così questo dramma.

Madrigale nostalgica
Ti ho amata mio lume eccelso!
Suprema voluttà, folle, eterea ed infinita.
Nelle tue calde vernici, riposato e riverso
Il giovane cuore dalla maschera brunita
Splendeva con bramoso riflesso;

Era resa molle con sapienza, dalle piene labbra,
la dura posa in cui si atteggiava ancora grezzo.
Facendo vibrar l'iride di una fiamma ebbra
La tua bocca, sferzante un fragoloso olezzo,
Assaltava la ragione, ristagnando nelle membra:

Mai vi scorderò eterni baci!
È insopportabile l'ardore dei ferri degli arcieri,
Che legano il prigioniero con oscuri lacci
Agonizzante e avvinghiato da stracci deleteri.
Il dispotico tempo renderà tiepide le tue braci,

Fulgide più di perle dai paradisi di luce emerse:
In quell'oblioso abisso dai verdeggianti contorni
Si mostrano come stelle che l'aurora non deterse.
Ci son scrigni, nella memoria di neri marmi adorni
Traboccano delle ceneri dei soli che una venere arse.


Home page  Lettura   Poeti del sito   Racconti   Narratori del sito   Antologia   Autori   Biografie  Guida   Metrica   Figure retoriche