Racconti di Lucia Visconti Cicchino


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Caro diario,
stamani sono andata dalla nonna, come ogni volta che mamma lavora ed io sono in vacanza.
Verso le 10: Drinnnnnnnn…Drinnnnnn. "Era la Margherita - penserai- cosa c'è di tanto strano? Non fa così da una vita? Voleva l'acqua e che le accendeste la televisione?"
Eh no, caro amico, per queste cosucce non perderei tempo a scrivere.
Ascolta.
La nonna è andata ad aprire con tutta calma e si è sentita farfugliare a mitraglia:
- Mi apri la porta? Mi apri la porta?-
- Ora, Rita.-
Ha preso la chiave della vicina che come sai è del tutto "fuori testa" per cui spesso resta fuori casa, ma quando si è avvicinata alla toppa, ho sentito la sua voce sgomenta:
- O Rita, che hai combinato?Ti si è spezzata la chiave nel buco? Non ti posso aiutare. Dov'è Lino?-
- Aprimi la porta, aprimi la porta- insisteva zampettando la disgraziata, senza ascoltare ragioni.
- Non posso, non posso!- ha risposto avvilita la nonna.
- Tieni la chiave che ho nella maglietta. Aprimi la porta!-
- La chiave non entra. Ascolta: nella toppa c'è un pezzetto dell'altra rotta…-
Poi ha continuato da sola:
"Oh Signore, come si fa? Lina tornerà alle 12. Che faccio con questa?…"
- Vieni qui, Ritina, tra poco viene il tu' marito e ci pensa lui!- Bevi un po' d'acqua, bellina, mangia un pezzetto di schiacciata.-
- No, no, aprimi la porta. La chiave ce l'ho dentro il borsello. -
- - Sì, la vedo, ma non entra: sei rimasta fuori. Stai qui con me. Non è successo niente di grave, capita a tutti!-
A quel punto, spinta dalla curiosità, ho lasciato il giornalino delle Witch e mi sono affacciata in cucina. Margherita stava trangugiando un bicchiere d'acqua, ma subito ha ripreso la tiritera; si è alzata la maglietta e :
- Eccola qui la chiave. Aprimi, aprimi! - supplicava agitatissima.
- Dammi il numero del cellulare di Lino: te lo ricordi?- ha chiesto la nonna.
- Aprimi la porta"
- Qual è il numero di telefono della tu' suocera?
- 219000…219000-
- Che seisicura? Proviamo…Oh Signora Lea, sono l'Amelia, la dirimpettaia di Margherita. L'è rimasta fori casa: s'è rotta la chiave nella toppa!-
- Icché?… Chi l'è?…-
- Son l'Amelia, la dirimpettaia di Margherita , la su' nora. " O che è sorda?" ha ammiccato verso di me.
- Ah sì, Signora Amelia, che è successo?-
- La Rita è fori casa. Che ce l'ha il cellulare del su' figliolo?-
- Il cellulare di' mi' figliolo.?… Ce l'avevo da qualche parte… o dov'è, o dov'è…
- Non lo trovo! Sa, c'ho il tennico della cardaia…quello che viene tutti gli anni. Non posso venire ora!-
- Non importa che venga, Signora Lea: mi basta il cellulare…-
- Non mi riesce a trovallo. L'abbia tanta pazienza…C'ho il tennico..-
- Sì, sì, ho capito. Buongiorno!-
- Aprimi la porta, aprimi la porta. La chiave è nel borsello.-
- No, no,..
- Piglia le tue e prova…Aprimi la porta.-
- Sta bona, per carità, Ritina…O come fo? Chi chiamo?Che ci sarà il caposala?-
Così dicendo la nonna ha salito, ansimando, una rampa di scale…ed eccola ritornare sconfitta:
- Non c'è nessuno..Aspetta, aspetta - borbottava tra sé ed ha composto un numero telefonico.
- - Giovanni, che ci sei almeno te?-
- Sì, perché che t'è successo Amelia? Ti si è rialzata la pressione?-
- NO, anzi non lo so. Son qui da un'ora con la povera Ritina che è rimasta fuori dell'uscio, perché ha rotto la chiave nella serratura. Che posso fa', dammi un consiglio te, che sei un artigiano!-
- Ascolta: piglia due spillini, e cerca di tir fori il pezzetto rimasto dentro. Oppure: ce l'hai l'aspirapolvere?-
- No, io spazzo con la scopa!-
- Allora, via, prova con gli spilli. Che Dio te la mandi bona!-
- Grazie, Giannino.-
Attaccato il ricevitore, ha ripreso il soliloquio: " Gli spilli…Ma che faranno qualcosa gli spilli?"
E via nel pianerottolo per il nuovo tentativo.
Ha inforcato gli occhiali e ha cominciato ad "armeggiare" ( come dice lei).
- Oh Dio, s'è spezzato anche lo spillo, ma viene via, su. Insomma io non riesco a cavare un ragno dal buco!-
- La chiave dal buco, nonna! - ho riso a crepapelle.
- Zitta, Silvina, non ti ci mettere anche te!-
- Aprimi la porta, aprimi la porta.-
- Vediamo se arriva Lino. Sta calma. Bevi un bicchiere d'acqua frizzantina. Non me la chiedi tutti i giorni?-
- Signor Gagliardi, meno male che è rientrato. - l'ho sentita urlare all'improvviso.
- Che c'è? Chi è?-
- Sono io, L'Amelia Bianchi. La venga, per favore: l'ho da parlare.
- Vengo, vengo, sistemo il motore.
Eccolo col fiato mozzo dai suoi quarant'anni per gamba.
- Che si può fare qualcosa per questa figliola? E' fuori casa….-
E dai, a raccontare la storiella dello stento.
- Provo a prendere due ferretti e torno.-
In quella, è squillato il telefono:
- Amelia, a che punto sei?-
- Giovanni sei te? E' arrivato il caposcala, ma sai com'è ridotto il Gagliardi…Intanto il marito non torna-
- Aspetta, via, provo a venire io.-
- Bravo, Giannino, grazie. Vieni, perché me la vedo nera!. -
Il Gagliardi intanto stava "sferruzzando"per togliere il corpo estraneo, ma quando sembrava che stesse per farcela…il pezzetto scivolava .
Dopo circa un quarto d'ora di manovre, accompagnate dal tifo della nonna, si è aperto, cigolando come sempre, l'ascensore: era Lino!
- Dio sia lodato, è arrivato. La Margherita ………-
(Bla…bla…bla…: altro racconto dei particolari)
- Icché ha fatto? Ma io non posso nemmeno andà a fare la spesa? Che hai combinato Rita! Tu stai peggiorando, bellina -
- Non, no, Lino, eccola qui la chiave!-
- Questa, hai preso? Ma l'è della cassetta della posta! L'hai girata eh, e ti sì è rotta dentro! Ma che combini, che combini!-
- La chiave ce l'ho… -
- Sta zitta, Margherita. Vado a cercare qualche attrezzo in cantina, sennò bisogna chiamare i pompieri come l'altra volta: dovettero rompere i vetri, un macello! Le finestre sono chiuse anche oggi; non si può entrare da nessuna parte. -
Dalla porta spalancata mi godevo la sceneggiata.
Dopo due minuti è tornato con dei fil di ferro fini e ritorti.
- Vediamo se l'acchiappo con questi.-
Macché!
- Aspetti, Lino - è intervenuto il Gagliardi. - Lei lo provi ad afferrare di sopra, io cerco d'acchiapparla di sotto!-
E via d'impegno. Tutti e due torcevano la bocca, accompagnando il verso dei rispettivi attrezzi.
Nel bel mezzo, ecco lo zio Giovanni: in una mano teneva la cassetta degli attrezzi e nell'altra un grosso aspirapolvere.
- Meno male che sei qui- ha sospirato con sollievo la nonna.- Vieni a da' una mano a questi poveracci.-
- Avete provato con gli spilli?-
- Sì; anche con le pinzette e i ferretti ritorti, ma non c'è nulla da fare…-
- E' venuto un po' avanti il pezzetto?-
- Appena, appena.-
- Allora, vediamo un po'. Amelia, attacca l'aspirapolvere.-
E immediatamente ha infilato la bocca dell'elettrodomestico sulla toppa.
Da quanta baldoria faceva, ho pensato che risucchiasse anche la porta, ma quando i presenti hanno guardato l'esito, non era cambiato niente.
- Sentite un po' - ha chiesto con calma lo zio- ma la chiave era stata girata nella toppa? -
- No, la Rita non fa mai le mandate.-
- Questa è una bella cosa.-
- Amelia, ce l'hai a portata di mano una radiografia del tu' ginocchio?-
- La radiografia? Ce n'ho quante ne vuoi di radiografie. -
- Prendine una e dammela. -
La nonna si è subito recata in camera sua. La sentivo scartabellare e borbottare come il suo solito: " E' possibile che non ne trovi nemmeno una? Questa è dei polmoni, quest'altra della "spina"…o allora dove ti sei cacciata? T'ho fatto l'altro giorno! Eccoti qua… ma che ci farà Giannino?!-
- Oh bene, credevo tu fossi andata a fartela fare all' USLE! -
Ha infilato il foglio tra le due ante della porta, l'ha fatto passare su e giù più volte, mentre spingeva, spingeva…
Tutti osservavamo allibiti e…TUM! l'uscio si è aperto davanti ai nostri occhi, molto più spalancati di lui!.
- Grazie, Giovanni! - ha gridato Lino fuori di sé dallo stupore. - Che posso fare per ricambiare la gentilezza?! -
- Come si dice: "Tutto è bene quel che finisce bene"- ha commentato ancora interdetto il Gagliardi.
- Lo sapevo, Giannino che dovevo chiamare te - ha asserito commossa la nonna.
- Niente, niente. Sono cose che succedono- ha risposto serafico lo zio. E se ne è andato tranquillamente.

Erano le 12.30.
La Rita è entrata in casa come se nulla fosse successo, poi è tornata sul pianerottolo:
- Lino, io vo a comprammi i' gelato -
- A quest'ora?! Vieni a mangià la carne, vieni, sennò oggi finisce male!.-

E la porta si è chiusa, come uno scenario, su una storia di povera gente, in cui talvolta la tragedia può divenire commedia.

La "corna"
Mi faceva sussultare, da bambina, il sibilo duro della "corna".
Avevo imparato che non suonava soltanto per indicare l'entrata e l'uscita degli operai, ma, quando avvolgeva il paese fuori orario, era per un mortale incidente in miniera.
A cinque anni avevo assistito al funerale di un minatore, in un pomeriggio scuro, (doveva essere inverno), tetro, davanti alla porta di casa con la mamma ed altre famiglie: la bara portata a spalla, i familiari dilaniati dal dolore, una fila interminabile di minatori tra cui il babbo, con l'elmetto in testa e l'acitilene accesa in mano. In un silenzio da brivido.
La "corna" aveva sibilato nel pomeriggio di qualche giorno prima ed avevo visto i miei genitori impallidire: "C'è un morto in miniera! " avevano esclamato con terrore e da allora, quando il babbo era in galleria, mi capitava di temere quel suono improvviso.

E tornò quel sussulto, nell'aria calda di una mattina di giugno, mentre mi incamminavo verso il Liceo in compagnia di tantissimi ragazzi e genitori che conducevano i bambini alla Scuola Elementare. Bruscamente s'interruppero le battute, le raccomandazioni delle mamme, i timori per le ultime interrogazioni… Scattò un fuggi fuggi verso il cantiere.
Il babbo era 'dentro'. Spinta da un terrore viscerale, non tornai a casa da mia madre: mi immersi in una folla che da ogni vicolo del borgo diveniva sempre più numerosa e disordinata simile ad una piovra e tra spintoni, alla cieca, giunsi al cancello.
Uomini e donne, 'scarmigliati', in una calca irrespirabile, chiedevano urlando:
"Che è successo? Esca qualcuno e parli!"
Giunse il Direttore, per la prima volta a disagio:
- Il Vieri è rimasto sotto una frana!…-
Grida disumane si alzarono nel sepolcrale compianto: la moglie e i genitori della giovane vittima.
- Dov'è? Dov'è? Rendetemelo! - implorava la sposa in attesa del secondo figlio.
- Stanno cercando di trarlo fuori, Signora. Domani allestiremo la camera ardente.
Non possiamo portarlo a casa - terminò il Direttore con voce rotta.
- Lasciatemi entrare, lo voglio vedere per l'ultima volta!…Come cresceranno questi bambini senza il babbo? Che sarà di noi? …Lasciatemi entrare, per carità! - Poi cadde svenuta.
Tutto il paese, lì riversato, era un cuore solo: chiunque avrebbe potuto essere coinvolto nella stessa tragedia e tutti lo sapevamo. Nessuno riusciva ad allontanarsi, a tornare nella propria famiglia tranquilla. Per ore, senza mangiare, si attese che il Vieri in un lenzuolo gocciolante di sangue venisse risalito dal pozzo, poi lo si seguì all'ambulatorio di medicina legale.
I giorni successivi il sole splendeva. Per mesi l'avevo atteso dopo il rigido inverno montano, ma in quel momento un gelo profondo mi impediva di goderne il calore. Anzi, mi indisponeva la sua energia vitale contrapposta al corpo esanime del Vieri e fuori sintonia con la morte che aleggiava ovunque. I chiassi non risuonavano delle voci argentine dei bambini, né l'erba del campo sportivo malmenata dai ragazzi accalorati nella solita partita. Le donne parlavano piano tra sé con malcelato timore e i minatori dimenticarono le partite a briscola o a tressette. Le scuole e i negozi restarono chiusi, non tanto per l'indicazione del Sindaco, ma per un reale bisogno di vivere insieme il drammatico lutto.
Poi, la straziante cerimonia funebre: la moglie non seguiva la bara. Quando il corteo passò sotto le sue finestre, un urlo di folle ci perforò il cuore…
Così, il suono della "corna" divenne per me un assillo.
Me ne liberai lentamente quando, fuori dal paese per continuare gli studi, non potevo più sentirlo.Tuttavia finché il babbo continuò a lavorare, a volte si faceva strada il terrore di ricevere una telefonata improvvisa…proprio come la corna!
Finalmente giunse il pensionamento, poi la chiusura della miniera e per molto tempo quel sibilo non ha interferito con la mia vita.

                                                                                        *****

Trascorsi molti lustri, al paese è stato allestito un museo minerario ed è stata rimessa in funzione la "corna".
- Cosa succede? - ho chiesto infastidita a mia madre.
- Suona di nuovo: è una grande emozione sentirla. Ha segnato i ritmi delle nostre famiglie. -
- Non ti sembra che sarebbe stato più delicato lasciarla in sola visione, pensando al dolore di chi la ricorda come foriera di morte? -

E' ancora ieri.
- Finalmente soli, amore!- sussurra Giulia, occhi d'ebano, gambe affusolate, snella e sinuosa, mentre apre la porta in castagno di una grande camera da letto.
- Oggi, tutto il giorno di guardia. Non sono riuscita a ritagliarmi momenti per te.-
- Ti vedo affranta, Primavera, vera Prima, prima vera donna della mia vita, sorriso di gran sollievo dopo le "nevate ' che ghiacciano anche l'anima! Vieni ! -
- Eccomi.- ride divertita la donna, e indossando una fresca camicia a fiori, poggia la testa sul cuscino accanto al suo, come sempre da anni.
- Volevo raccontarti un fatto serio, ma te riesci a farmi divertire anche quando credo di essere irrimediabilmente triste. Comunque, oggi è stata davvero dura: nel pomeriggio è morto un quarantenne d'infarto. E' arrivato in condizioni disperate. Dopo i primi soccorsi, pensavamo di trasportarlo a Siena in elicottero, ma è deceduto durante i preparativi. Le urla della moglie atterrivano. Non sono riuscita a dirle una parola. Mi sono chiusa nell'ambulatorio ed ho pianto, con lei, per lei, su me, che rivivevo tutto…
Il tempo non lenisce il dolore, anzi lo conferma brutalmente. Si spezza il filo conduttore della quotidianità, cade nel non senso. La vedova si trova a camminare come nel fango da sola; un passo dopo l'altro tra fatica e ribrezzo della vita. Vorrebbe assecondare la voglia di pazzia, di paralisi, di suicidio, ma sa che il suo uomo ne sarebbe addolorato. E quindi cerca di sopravvivere. Inoltre spesso ci sono i figli bisognosi di tutela e conforto, allora, distrutte buttiamo giù il groppo, assumendoci la croce che a volte sembra impossibile portare.
- Ma io ti sono vicino! -
- Sì, ora ti sento, ma per mesi…mente e corpo in voragine. Svanita la voglia di raccontare, ascoltare, progettare, correre in bici. E soprattutto dura la maschera per evitare di parlare di noi e scoppiare a piangere ovunque mi trovassi. Il mio ruolo di medico mi imponeva viso da pagliaccio. La notte. La notte ti chiamavo, ti chiamavo, fino all'alba. "Roby, vita mia, che è successo? E' proprio vero che la terra sta distruggendo il tuo corpo?"
Finché un giorno ho visto sulla tomba un'orchidea selvatica. Il vento dal monte doveva avertela regalata. E ho capito: con il tempo saresti diventato un giardino ridente assimilato a quel terriccio. Ti ho ritrovato vivo, una cosa sola con quella terra che abbiamo tanto amato, da rinunciare a proposte di lavoro in città lontane. -
- Perché emigrare? E' vero: abbiamo mangiato panini al prosciutto a pranzo e cena mentre io facevo supplenze e te la guardia medica, ma come sostituire questo campo sportivo dove sono cresciuto divenendo una cosa sola con i compagni di squadra? E soprattutto cosa avrei insegnato a bambini nati in luoghi a me sconosciuti? Qui basta una parola per intenderci; vivere insieme la fiera, la festa di San Marco è sentirci un solo corpo. Che bello parlare loro del nostro Monte, antico vulcano e poi cava di cinabro, pane per la vita di ogni giorno. Un ragazzino una volta si spaventò: "Maestro Roby, non erutterà mica qualche notte?- "No. E' tranquillo. Non vedi? Sembra di peluche!."
E gli occhi di tutti si dilatavano di stupore quando scoprivano di Carlo Magno nella nostra Abbazia, della Via Francigena, sui cui lastroni li facevo camminare, di famiglie nobili come i Visconti che avevano impresso lo stemma sulla pietra serena del portone nel loro palazzo…"Allora siamo importanti!" esclamavano con orgoglio. E in quel momento mi pareva di aver consegnato il testimone, il tesoro più grande che possedessi-

- Ma poi, quel malessere e la maledetta diagnosi: leucemia acuta. Impossibile tentare la chemio. 'Giulia, non dirlo a Roby. Parlagli di una brutta anemia. Capirà da solo, a suo tempo.' mi consigliò il Dottor Viviani. Ma io non ti avevo mai mentito.Allora mi convinsi di un possibile errore. Un po' di affaticamento mentre nuotavi… sintomo di morte? Doveva trattarsi di un errore. Bisognava andare altrove, approfondire, usare strumenti all'avanguardia. -
- E intanto io credevo di cavarmela con un po' di ferro! Ma non pensarci più. Siamo ancora insieme, come sempre! -
- Sì, Mio. Stasera, per tornare, sono passata dal Corso Maggiore, anziché dall'Ort'e Fossi. Lì avrei incontrato tanti amici ed invece volevo raggiungerti in fretta. Mentre camminavo - c'era una brezzolina! - mi ha raggiunto un divertente dialogo tra vecchiette. In dialetto naturalmente. Ascolta.
" Beppa, ma che c'era in conventu, oggi?"
"L'hai sentitu anche te, chellu scampaniu, ogni quartu d'ora, Cate?"
"Ma che voleva di': non sonava a martellu, non sonava a mortu, non sonava a feista…Sarà pe' chelle cose che disse l'aitru giornu i' priore…

"Ah, pe' chella della televisione che deve venì a parlà - ( Si riferivano a Claudia Koll)
" E c'era bisognu di sonà in chi modu? Mancu fosse l'Assunta."
" Ma da venerdì non c'è la Festa de' Censi?-
" E che c'entra co' oggi?-
(un'altra si è intromessa)
" Di che parlate, delle campane?-
"Engià, Gnese. Vedi che cacche cosa senti!
" No, me l'ha detto la mi' Checchina. Lei sta all'Arco e non ne poteva più. Cossì è venuta da me. "Ma', c'emo datu, oggi. C'è i' campanaru a controllà le campane. Mi dole i' capu. Io magno da te."-
" Ah ecco che era: i' campanaru! "
"Che bella serata, a parte le campane. A me tutte 'ste stelle mi fanno compagnia, da quanno è mortu i' mi' Peppe. La sera prima di dormì mi pare che lui mi guardi da lassù e non ho paura a sta da sola.-
- Certu, basta sentì i' dialettu e ci sentimo a casa nostra!
In dialetto i nonni ci raccontavano le storie, i genitori ci parlavano della miniera e della guerra, e noi intorno alle fiaccole cantavamo le pastorelle.. Ancora non avevamo compiuto gli studi e non ci curavamo molto della 'lingua colta
'-
- Quello era il tempo dei sogni, delle attese e del nostro grande amore cresciuto e consolidato tra i libri, nei castagni mentre cercavamo funghi tra baci e abbracci, al Prato della Contessa, dove non potendoci permettere le vacanze ci beavamo in estate catturando l'abbronzatura a 1700 metri; insieme a Carlo e Chiara, Anna e Andrea, i' Rosso, Cipollina, con i quali parlavamo del futuro del paese, soprattutto dopo la chiusura della miniera e come farlo diventare luogo di turismo culturale. Ci arriveremo, vedrai. Ci sono tante sollecitazioni. Io, intanto, continuo a curare gli anziani minatori ammalati di cancro polmonare, a cercare di di- sintossicare i tossici e reinserirli nel lavoro e potenziare recupero per i portatori di handicap, spesso adulti, affidati a madri vedove.
Con te, sono viva, lo senti. In fondo…è ancora ieri."


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