Racconti di Marco Viglietta
Home page Lettura Poeti del sito Racconti Narratori del sito Antologia Autori Biografie Guida Metrica Figure retoriche |
| Un non vedente Spesso capita di avvicinare persone che non hanno la facolta' di vedere. Per loro, Solo noi possiamo essere gli occhi! E' chiaro, facilmente siamo in grado di trovare dimensioni, colori, la reazione alle cose, ma sicuramente anche se apriamo il nostro cuore non saremo mai in grado di spiegare quello che un non vedente non puo' assaporare, godere, provare. Aprire gli occhi, goderti, aver modo di poter scegliere, commuoverti o impazzire di rabbia, lasciar che gli eventi intorno a noi catturino chi siamo veramente, facendo venire fuori quello che avremmo voluto essere. Per sempre. Forse, potrebbe essere un breve inizio di quello che vorrei scrivere. Il vuoto di un foglio bianco e' sicuramente imbarazzante e pieno di insidie, vorrei che l'attenzione sia mia consigliera e che l'errore diventi il mio specchio. Un non vedente, un pover' uomo che e' nato, diventato ed e' un non vendete. Ma cose'? Quali forme ci sono? Quante forme non siamo assolutamente in grado di capire? La sola volta che potremmo essere in grado di comprendere sara' la volta che... allora si!. Riusciremo ad andare oltre a vedere. Finalmene una reazione, e certamente niente di medico o di scentifico potra' mai spiegarla. Siamo solo noi a decidere. Pensare che solo poco tempo fa' non avrei immagnato, proprio cosi'. Ora posso rapportarmi in questa maniera, di certo il modo piu' giusto per iniziare. Quello che lascia decisamente in modo inconfutabile la porta sempre aperta. Quante volte avrei voluto averla aperta e quante volte l'ho dovuta aprire, anche se non volevo. Un non vendete per mille strane ragioni indubbiamente non avrebbe mai avuto l'audacia ne il modo di poterlo fare. Un non vedente, poveretto, un non vendete, solo un povero non vendete, insicuro e chiuso dentro un mondo di ricordi, dove nell' ipotesi migliore, c'e' ne' uno creato a sua immagine e somiglianza. Li', che lo attende sempre e comunque. - ' Che bello! ' . Mi ricorda un verso della bibbia o sicurmente una lezione di catechismo. Quelle lezioni che non lasciano scelta e che chiudono lo spirito in un percorso che ti conforta ma pieno di insidie e probabili delusioni, di quelle che tuo malgrado non riuscirai mai a spiegarti. Li' si! che non esiste la porta aperta. Li' si! che non si ha il modo di aprire nessun varco. - ' Mah! '. Tutto sommato a volte non e' poi cosi' male. La porta ed il varco non ci sono ma crogiolarsi nel tepore di un piccolo rifugio, cullato da mille risposte e tante belle soluzioni, pronte a darti la verita che cerchi,... non e' male!. O per meglio dire la paragonerei ad un leggero oblio che ti conforta quanto e come vuoi ma soprattutto tutte le volte che vuoi. - ' Che invidia '. Vorrei aver avuto la forza anch' io ma mi e' stato sempre detto che, in fondo, e' colpa della maestra delle elementari. - ' Sencondo l'autorevole parere lontano, privo di prensenza ma pieno di consigli '. Voleva fare troppo la mamma dimenticandosi di essere anche un po' maestra, e si!, per colpa sua, non ho imparato a leggere. Eccomi qua', un non leggente o un non vedente?. Forse a questo punto le cose diventano simili? - ' Difficile dirlo '. La maestra, i miei compagni, gli amici che ora mi ricordano e che magari mi invidiano. Chi puo' dirlo, .... magari io invidio loro. - ' Chi puo' dirlo '. No, non e' invidia di quella che non va bene e' un'invidia sana. Le parole mi rimbombano in testa, mi hanno sempre detto di menzionare l'invidia cosi', in questa maniera. Sembrerebbe che puoi essere invidioso senza far peccato. - ' Sai perche'? '. L'invidia e' peccato. Ebbene si!, Sono uno che non legge, faccio molta fatica a farlo e di questo me ne rammarico. Che cosa mi perdo!. Apparentemente nulla ma non posso fare a meno di ascoltare la vocina che mi ricorda in ogni momento, che non e' cosi'. Il confronto sicuramente e' arduo tra uno che non legge ed un non vedente, la sottile differenza potrebbe essere li' in agguato ad attendere il minimo erore per venire a galla, emergere in tutta la sua gloria facendo crollare le sicurezze, risparmiate con accurata parsimonia. E pensare che tutto potrebbe essere inziato quando ero alla lavagna e dovevo scrivere il mio nome e cognome. "Mi raccomando" diceva la maestra, in bel corsivo ed in stampatello. - ' La verita? -. Dovevo avere sempre un piccolo foglietto nella tasca del grembiule quasi a ricordarmi continuamente chi fossi. Che peso dover copiare la propria identita'. Lo sguardo veloce, ingenuo dentro alla tasca, lo scrigno della mia identita'. Ricordo un bellissimo grembiulone nero con uno sfavillante fiocco azzurro, ma ricordo anche che dovevo scrivere in quela maledetto "bel corsivo" il mio cognome scritto con caratteri cubitali. Che imbarazzo, ma cosa dico, a quei tempi non si conosceva questa parola. I M B A R A Z Z O, oppure, si chiamava timidezza, non essere ancora maturi, uscire dalla puberta', diventare ometti, tante maniere potevano definire uno stato d'animo che oggi sicuramente non si batterebbe ciglio a definirlo come tale. - ' Sara' mica iniziato tutto da allora? '. Come si puo definiere questa parola cosi' importante, una creatura messa a confronto con la realta' dove in fondo non aveva nemmeno tempo e modo di rendersene conto. Il mio cognome, un congnome importante, pesante da digerire che forse non avrei voluto ingurgiatare proprio perche' mi rendevo perfettamente conto di come sarebbe stato ingombrante nel mio piccolo stomaco. "Un giorno saprai", diceva con voce rassicurante e roca da Milde Sorte accese di nascosto, chiusa dentro il piccolo bagno. "Piano piano" digerirai tutto. Piano piano avrai modo di rendertene conto, riuscirai a vedere. 'Le ultime parole famose!'. E dire che questo dilemma che ora mi prende e mi rosica, e' nato tanto tempo fa', quando non potevo rendermi ancora conto di come potesse essere non avere un senso, non avere la chiarezza, non essere un vero non vedente. C'era un letto nella stanzetta, quelli di una volta, un letto molto alto, al centro, lungo il muro, una coperta di cotone bianco come copriletto, un armadio di legno marrone ed un pianoforte a muro nero come la pece. Questo si, e' vivo in me. Una stanzetta che rivivo nella nebbia, nella confusione di mille posti diversi e che forse, idealizzando un momento non mi meraviglierei se non fosse mai esistita. - ' La stanza e' sempre la'! '. Mille attenzioni, mille premure insieme ad un lavoro che deve essere fatto e che voleva fare per orgoglio ed affermazione. L'ansia che caratterizza la mia esistenza, l'inquietudine di false perplessita' che e' bene avere per non esporsi troppo e per cadere sempre in piedi, anche in tempi di magra. Ora sai?, bisogna camminare con le proprie gambe. Mattinate dove non capivo chi andava al lavoro e chi doveva rimanere, grida di rimprovero e piacevoli filastrocche cantate nel mezzo di sfrenate faccende casalinghe. Allora sarebbe stato difficile sentire e pesare quello che stava lentamente crescendo. La mia morale, coscienza, anima si stava permeando di vita. Un passo importante questo, un vero grande passo. Per certe ragioni mi fa' paura andare attraverso cio', percorrere sentieri che magari avevo solcato con indifferenza e cancellato dalle mie mappe, mi rende veramente inquieto, allo stesso tempo curioso, affascinato. - ' Un gran lavoro mi aspetta '. Una turne' di emozioni una valanga di sensazioni crollano ed invadono la mente ed il corpo, dai piedi alle mani sento un leggero sprizzo di adrenalina che mi spinge oltre, mi fa' sentire temerario, impavido, libero da paure. Il tutto e' dovuto ad uno voce innocente che non ha nemmeno la minima parvenza di essere, ma che lascia la sua piccola esistenza nelle mie mani. Insomma. Ancora un breve ruggito per andare nuovamente oltre, vedere che cosa in fondo e' successo. Non vorrebbe essere una visione scontata di una vita vissuta, mi piacerebbe potesse essere una matrice, una spinta, un motivo e perche' no, un' ispirazione. Arriva l'estate, la fine del semestre, la Pasqua, il Natale, tutte le volte la solita scena, una faccia, un corpo, una presenza che occupa lo specchio della porta, un sorriso accennato, una parvenza di indecisione o insicurezza o meglio, il rimorso!. In quei momenti era difficile sentirsi uguale agl' altri, c'erano conferenze e monologhi che accendevano il mio orgoglio ma c'era quella smorfia che accendeva una fiamma che non si sarebbe mai piu' spenta. Il ciclo delle ricorrenze, l'estate mi piaceva di piu', il caldo, il mare presto alla mattina, tutto assolutamente in ordine ed in perfetto orario, un piccolo controllo alla macchina, riscaldare il motore e via verso quello che era una vacanza infinita ma che in fondo sarebbe stato uno dei giorni piu' belli della mia vita. Mi sentivo al sicuro, mi rendeva felice, era il mio esempio. L'elenco dei pregi sarebbe talmente lungo e pieno di singole spiegazioni che non si potrebbe contenere in due parole. Farli venire fuori dai miei ricordi, dalla mia vita. - 'Cosi'! '. Son sicuro che la vita ha avuto modo di assaporarla, era uno che se la godeva o sapeva come farlo, con poco o niente. Prima il pettine sui suoi capelli argento con la mano sicura che lo segue come a fissare il suo stile, tre semplici passate, poi una sistemata al baffo da essere sempre in ordine spuntando quello in eccesso per poi donare la sua presenza con una spruzzata di acqua di colonia. - ' La sua preferita? '. Difficile ricordarlo, la vita sapeva come goderla. L' abbigliamento, sempre in ordine, i vistiti simili tra loro ma sempre del tutto originali. Il dettaglio fa' la differenza. I suoi vestiti comprati con paca vanita' dal sarto di fiducia anche un po' amico. La saggezza di mille movenze, mai affrettate mai uno scatto. Tutto apparentemente e semplicemente calcolato come se avessa sempre saputo ma in fondo era solo la sua naturalezza. Una vita a pensare come garantire vita a chi verra', insegnado e dando in continuazione. Penso a qelle mani nodose che purtroppo ora fanno male e che avrebbero potuto farmi sentire le melodie che oggi amo. Penso alla maestria dell'ingegno e della sua semplicita' a come avrebbe voluto far partecipe del suo mondo tutte le piccole creature unite dal solito sangue ma allontanate da destini che forse un giorno sarebbero tornati ad incrociarsi. Un'archetto, un violino, crine di cavallo e pezzi d'osso a sistemare quello che lo hanno accompagnato oltre alla guerra, a lavori di concetto alla musica. Quel dono di famiglia che sacramente non avrebbe mai ammesso di non poterlo piu' avere. La musica, la sua gioia che per uno strano motivo non l'ho sentita cosi' spesso aleggiare per casa. Ma se l'audacia nel giudizio non mi manca forse sarebbe stato troppo duro volare nuovamente tra quelle melodie, le dita fanno troppo male ed i ricordi a volte ancor di piu', meglio lasciare tutto per accompagniare i ricordi con un bicchiere di brandy sorseggiato davanti al carosello. Non credo sarebbe stato mai un non vedente, forse come si suol dire, la classe era quella di ferro, quella che non si sarebbe mai piegata a niente e per niete. C'era sicurezza nell'aria, si sentiva, quasi si toccava, peccato che tutto succede quanto si e' troppo piccoli, bisognerebbe avere il piacere di approfondire tanta bonta' e sapienza con il senno ed il giudizio ma forse ad oggi quel senno e giudizio potrebbero far parte di quello che sono. Ho assorbito il mio futuro. Sarebbe bellissimo, un modello, una chiara percezione delle dimensioni, tutto torna, finalmente riesco a tirare una linea e la prova del nove non potra' piu' fallire. Mi piacerebbe, sarebbe il regalo piu' grande che abbia mia ricevuto. Sarebbe il regalo piu' grande che possa mai dare. Forse essere un non vedente e' un percorso, un sentire predeterminato. Non rapporto il fatto di essere un non vedente ed avere dentro di me un dono del genere, sicuramente mi vede, ascolta, giudica, capisce, rimprovera ancora. Ne ho bisogno. O magari dovevo o volgio essere protetto ancora. Tutte le mattine c'era un caffelatte fumante che mi aspettava con buonissimi biscotti preparati sul tavolo solo per me. C'era la brioche, di quelle buone con la marmellata di albicocche, dentro un sacchettino bianco per la merenda, c'era il suo piatto preferito, una pasta fumante con un rosso sugo di pomodori freschi ad aspettarmi. C'era sicurezza c'era chiarezza, i conti tornano, tutto e' perfetto. Anche se i sacrifici vanno fatti tutto e' perfetto, l'equilibrio, la stabilita' di cui avevo bisogno era li', gionro dopo giorno. L'estate, quella che preferisco, le ricorrenze, le amo le odio non le capisco. Solo da lontano posso capire che e' arrivato il momento, si avvicina sempre con quella smorfia. Un momento strano, eccolo, ora tocca a me, devo mettermi tutta quella normalita' dietro alla spalle. Forse ho iniziato a diventare un non vedente proprio in quei momenti. Ma non e' colpa mia. Un piccolo cappotto verde con un piccoletto dentro, un piccolo che sta' male. La bocca e' secca e non si sente bene, da solo non ricordo o non posso ricordare quella voce. E' assente, non e' mai stata li', ma il piccoletto sta quasi per morire. Quella voce che mi istruisce con tanta foga senza entrare prima dentro di me. Vado avanti perche la normalita' mi segue mi mantiene in piedi , la sicurezza mi circonda nuovamente perche' non puo fare a meno di me, non posso fare a meno di lei. Ne ho bisogno, i primi mattoni sono i piu' importanti, la base. Ora quel cappotto verde non mi sta' piu'! II Non e' una corsa, non e' uno scatto, che possono cambiare le cose, tutto ha il suo tempo, il tempo inesorabile che prima ti forgia con delusioni indicibili e poi, forse, ti premia con la piu' totale indifferenza. Quell'indifferenza che, in fondo, ti salva. Purtroppo ci si chiede spesso se per affermarti come persona l' indifferenza ti servira', perche' se devo essere sincero, a me e' servita molto. Sai c'e' il momento in cui devi reagire e devi con ogni forza cercare di creare delle priorita'. Ma che bravo che sono un bell'Italiano cosi' non l'avrei mai immaginato. Priorita', che parolone, che importanza, ma chi mi credero' mai di essere, che cosa ne so' io di priorita'?. Voglio scappare, rendermi conto di che cosa e' successo veramente, vorrei vedere ma non mi e' permesso, le parole aleggiano ancora nella mia incoscenza, ma tutto sommato poi il sunto era sempre lo stesso ogni maledetta volta. Io ed il mio mondo di delusioni da rendere perfetto e felice. No, non capite male, a me non e' mai mancato niente, ho avuto amore, delusioni, arrabbiature e vizzi come tutti i bambini ed adolescenti, no non capite male. Io sto male. Che bella quella voce sicura e roca, quanto mi ha fatto stare sulla retta via, quanti nocchini con quell' anello indossato quasi a posta, ma era bello. Piccola, ma, anche lei non si puo' certamente dire che non fosse di quella classe, anzi era di roccia, ha tenuto sempre il fulcro su se stessa e l'intera famiglia, era il perno mentre la musica era la sua completezza ed insieme erano quella sinfonia che mi ha cresciuto e di cui oggi non viglio perdere nemmeno una nota. A me piace la pittura o meglio piace disegnare e solo con pochi colori potrei ritrarre il suo volto " piccolo viso pieno di sensazioni, occhi felici che mantengono segreti, mani che con fatica fanno tutto comunque. La sua presenza minuta che riempie l'aria e ti mantiene nella direzione, il rosso e' il colore piu' giusto, caldo, forte, sicuro, senza indecisioni, mai incerto, sempre chiaro e diretto, tanto schietto quanto penetrante, sempre e solo presente non un passo indietro. Ecco se dovessi disegnarla quale sarebbe il suo colore. Due per poi diventare il numero perfetto, eccoli arrivare la porta aperta un carello due valige una piccola anima stretta nelle braccia della mamma Oggi Oscar Wilde compie gli anni, mi sento vicino quanto piccolo nel mettere queste parole nero su bianco. Mi sento piccolo nel non essere capace nell'imprimere per sempre quello che veramente vorrei dire, forse eccomi, sono un perfeto non vedente, un perfetto che non ha piu' la direzione, eccomi eccomi vorrei sentirmi ma eccomi non ho la pelle che mi regge mi sento scappare e non ho la forza, gl'occhi non hanno piu' la sensazione, si sentono stanchi di vedere cose che non hanno un senso non hanno piu' profondo non hanno pu' la luce che urla che fa' sognare. Un buco si avvicina sempre di piu' una sensazione di perdita di sconfitta. Mi sento uno sconfitto?. Ho un dono nelle mie mani, un grande dono che devo accudire e reggere sino a quando non camminera' per conto suo e per questo mi sento di cantare ridere essere felice e per questo mi sento perso lontano senza contatto cupo "O mio tesoro, un solo sguardo mi rende forte senza un tuo tocco non sono nessuno senza la tua tenerezza non provo felicita', sei un dono del celo, un piccolo dono da far diventare forte e temerario, ricco di energie e di cose da dire. Mi piacerebbe potesse prendere il senso del Jazz, di questa musica senza linea, quasi priva di senno che non si ferma alla melodia, va oltre alle note. |