Poesie di Vittorio Vannucci


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Vittorio Vannucci,  nato a Firenze nel 1982, maturità classica. Appassionato di musica, poesia, teatro e calcio. Aspirante (sigh!) giornalista.

Via Bologna
Sopra il muro della fabbrica
stride il fulmine col buio,
calce lesa senza scure
indietreggia sotto il tono
rantolante del telaio.
Chi lo suona fa fatica
trascinando i vizi crudi
per le ortiche delle mani,
fuori piovono gli scudi
croci involano gabbiani.
Dove inizia se finisce
questa vita malmenata,
quale libertà scandisce
dall’inopia circostante
alla mente più illibata?
Non inizia, né finisce
è sempre stata, sarà;
nell’amore tuo che pulsa
lastricata libertà,
come un’anfora già espulsa
al pelo dell’acqua
dalla custodia sottomarina,
tutto ancora si perpetra
l’incredulità si spacca.

Cala un sipario
Cala un sipario in penombra
sulla platea della pineta
e il mastice che allinea
chioma a chioma, meta
a meta, dolente si strugge
al fuoco dei nostri giorni.
Non c'è limite che possa assetare
le fonti del sentimento,
tutto sfuma appena allieta
l'anima questo mordere di vita.
Ha una grazia anche l'erba sul cemento
o il rifiuto dell'amore troppo grande
per le nostre spanne scivolose,
sale ai monti il sale che esaliamo
noi creature marine favolose.
E il sipario si riapre.

Lo zampillo
Quasi per gioco amo il muschio nero
e la faccia persa di una bandiera al vento,
mentre l'astio assume forme inaspettate
rotolando dalla guancia imbellettata
che ti fa aurora, quando spruzza umido
lo zampillo controverso d'un rimpianto.
Raffigurata in un epilogo di cartapesta
prendi i fulmini e li scagli addosso a me
come fitte profonde inavvertibili al contatto,
dolorose quanto più s'annebbia il molo tuo
e s'annacqua, trasportata alla deriva.
Lavoro, percorro ponti in salita,
penzolano dai calendari festività velate,
metto a nudo la crisi dei miei sensi
scaricando vanità ai margini del greto.
Tu, distrutta, appostata come una civetta,
lasci che i tuoi occhi non si chiudano
al passaggio della bufera marina,
irritata rigetti i granelli di sabbia.

Quando partiranno
Quando partiranno con i loro stenti
gli invalidi sventolati dalla gente
e le chiuse del buongiorno, sterili,
perderanno ogni moto d’ignoranza
in coloro che si chiamano sovrani,
se la storia non affossa il suo ricordo
come ventre che pugnala l’ingordigia
masticando, diluendo l’ira di chi mira
dalla porta delle proprie mani,
uscirà sul fare guardingo, militare,
un volteggiante richiamo epistolare,
tra le braccia affrancherà il suo portato
questa porpora sfusa, accecante primizia,
spinta ad uno solo più che delizia,
vaneggiamento estremo in cui inascoltati
s’intestardiscono imbelli, bravi, perseguitati,
non per esimersi, né per ricevere perdono,
ma per ambire alla forma esile del buono.

Il fermaglio
Vaso velenoso di moventi
attaccare, difendere la cerchia
di desideri densi; spilla un fascio
fedifrago ed erboso gli sbadigli
realizzati per caso, incontinenti.
Tra gli zaini ti ho trovato perso
né qualcuno che rammentasse
quelle braccia con cui chiudi
le scommesse, a un tuo spiraglio
si culla la fantasia immotivata.
Perché raccogli le sue emanazioni
espressioni di flora ragionevole,
esistenze che all'atto del pensiero
sono divenute, come onde leggere
su cui si sofferma una placida nave.

Mentre muore
La città mentre muore
m'aspetta, fascio di viti
svitate che combino al cuore.
Una di quelle viti sei tu.
Con la tua delicatezza scompare
la luce più bassa, dal valico
brulica l'aria del tempo migliore
in una folata notturna.
E' stanco anche il manto dei volti,
si corica ogni impeto spinto
il domani presente tra gli alberi
arretra tentenna s'abbassa.
Morente ma viva mi sfiora
la città come forma alle mani,
parto di creta completa
s'intrecciano i tulipani.

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