Via Bologna Sopra il muro della fabbrica stride il fulmine col buio, calce lesa senza scure indietreggia sotto il tono rantolante del telaio. Chi lo suona fa fatica trascinando i vizi crudi per le ortiche delle mani, fuori piovono gli scudi croci involano gabbiani. Dove inizia se finisce questa vita malmenata, quale libertà scandisce dall’inopia circostante alla mente più illibata? Non inizia, né finisce è sempre stata, sarà; nell’amore tuo che pulsa lastricata libertà, come un’anfora già espulsa al pelo dell’acqua dalla custodia sottomarina, tutto ancora si perpetra l’incredulità si spacca.Cala un sipario Cala un sipario in penombra sulla platea della pineta e il mastice che allinea chioma a chioma, meta a meta, dolente si strugge al fuoco dei nostri giorni. Non c'è limite che possa assetare le fonti del sentimento, tutto sfuma appena allieta l'anima questo mordere di vita. Ha una grazia anche l'erba sul cemento o il rifiuto dell'amore troppo grande per le nostre spanne scivolose, sale ai monti il sale che esaliamo noi creature marine favolose. E il sipario si riapre.Lo zampillo Quasi per gioco amo il muschio nero e la faccia persa di una bandiera al vento, mentre l'astio assume forme inaspettate rotolando dalla guancia imbellettata che ti fa aurora, quando spruzza umido lo zampillo controverso d'un rimpianto. Raffigurata in un epilogo di cartapesta prendi i fulmini e li scagli addosso a me come fitte profonde inavvertibili al contatto, dolorose quanto più s'annebbia il molo tuo e s'annacqua, trasportata alla deriva. Lavoro, percorro ponti in salita, penzolano dai calendari festività velate, metto a nudo la crisi dei miei sensi scaricando vanità ai margini del greto. Tu, distrutta, appostata come una civetta, lasci che i tuoi occhi non si chiudano al passaggio della bufera marina, irritata rigetti i granelli di sabbia. | Quando partiranno Quando partiranno con i loro stenti gli invalidi sventolati dalla gente e le chiuse del buongiorno, sterili, perderanno ogni moto d’ignoranza in coloro che si chiamano sovrani, se la storia non affossa il suo ricordo come ventre che pugnala l’ingordigia masticando, diluendo l’ira di chi mira dalla porta delle proprie mani, uscirà sul fare guardingo, militare, un volteggiante richiamo epistolare, tra le braccia affrancherà il suo portato questa porpora sfusa, accecante primizia, spinta ad uno solo più che delizia, vaneggiamento estremo in cui inascoltati s’intestardiscono imbelli, bravi, perseguitati, non per esimersi, né per ricevere perdono, ma per ambire alla forma esile del buono.Il fermaglio Vaso velenoso di moventi attaccare, difendere la cerchia di desideri densi; spilla un fascio fedifrago ed erboso gli sbadigli realizzati per caso, incontinenti. Tra gli zaini ti ho trovato perso né qualcuno che rammentasse quelle braccia con cui chiudi le scommesse, a un tuo spiraglio si culla la fantasia immotivata. Perché raccogli le sue emanazioni espressioni di flora ragionevole, esistenze che all'atto del pensiero sono divenute, come onde leggere su cui si sofferma una placida nave. Mentre muore La città mentre muore m'aspetta, fascio di viti svitate che combino al cuore. Una di quelle viti sei tu. Con la tua delicatezza scompare la luce più bassa, dal valico brulica l'aria del tempo migliore in una folata notturna. E' stanco anche il manto dei volti, si corica ogni impeto spinto il domani presente tra gli alberi arretra tentenna s'abbassa. Morente ma viva mi sfiora la città come forma alle mani, parto di creta completa s'intrecciano i tulipani. |