Poesie di Tofanim


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E sfoglio ancora il mio libro,
senza cercare più il giorno, né il mese, né l’anno.
Cerco soltanto l’aria di adesso,
il profumo d’umidità delle notti,
il posto e l’abitudine
di cercare le mie stelle.
Mentre alla porta della mia vita
esseri condannati si fermano,
io,
nel fondo pulito del mio vaso di sogni
ho scoperto qualcosa che non dico a nessuno.
Passante di me stesso fino adesso,
al di fuori del mio tempo
felicemente mi assolvo.

Se cerco il mio passato
io lo ritrovo a pezzi,
come frase sbagliata.
A pezzi frantumati
nell’egoismo altrui.
Ho annullato me stesso
nel crearmi uno scopo,
un motivo, una scusa…
e non ho mai toccato
con vere dita
la vita che mi ha avvolto.
- “per gli altri..-“ io dicevo…
graffiando a volte
l’egoismo vitale
e i bisogni
e le voglie,
ho sublimato tutto
e non mi son mai amato.
Ora mi guardo attorno
ed ho una gran paura…

Da solo,
col mio corpo,
non basta la voglia d’amore
per togliermi
quel brivido di freddo,
dopo…

Fragili cristalli d’illusione
e l’ansia di domani
e la paura,
anche,
di qualcosa d’incerto.
Parole logiche, cervello,
invenzioni per gli altri
non servono
a dirmi,
quando è buio,
che ancora io sono,
io esisto.

Di lapide nera quel marmo
non sempre mi rende
quel cuore che porto coi fiori.
Alla morte coi fiori
si mettono fronzoli,
si addobba il ricordo.
Sei viva, ti penso,
ti porto dei fiori.
E piove, c’è il sole,
fa il vento, la neve.
Ma il senso?
I fiori abbassano il capo.
Quel nero di marmo rimane.
La terra di sotto.
Ma sopra,
chi vive guardando,
chi è?

Mia tanto
or che il mio cuore è pieno
e ti rendo,
col cuore,
la carezza,
sappi ancora una cosa:
questa mia pelle chiara
che poco fu toccata
come arpa vibra
e i muscoli,
gli umori,
odori anche
e il tatto
rispondono alla vita
come mai mi è successo.
E scopro del mio corpo
cose nuove
e intrecciarsi di dita
e sfiorarsi
è armonia
che a volte,
con timide paure
risuona nel mio vuoto
e dice: “tu ci sei”

Bevo e la mano si allunga al bicchiere.
Odio la mano che tocca il bicchiere,
la mano che versa, pietosa, bicchieri di vino
al corpo già vinto…
Gli oggetti distanti, la mano che trema
Son cose ben tristi per uno che vive.
Domani, col sonno ed il vino smaltito
Rimane la mente che aspetta la sera
vivendo le cose come cose non sue.
Domani l’incontro nel mondo ti appare diverso
come cosa distante e un po’ nuova.
Sopporti le cose, sperando di vivere.
Le cose per gli altri si fanno,
il cuore non cambia.
Le gioie graffiate son l’ultimo mezzo di vita.
Vivendo una vita non chiesta,
cercando di dare, alla vita,
le forme più assurde e più vere,
si trema… di vita.
Poi, il bicchiere ritorna, malato.
Si sfaldano anche per vivere,
nel tempo che passa,
le cose più tue.
Le cose più tue che feriscono.
Il bicchiere è già vuoto….

                                         Una sera, altre, non tutte!
                                         Influenza di Pavese
                                         (1979)

Dammi una forza chiara
che chieda agli usignoli
se volare è ancor giusto.
Che mi dica col vento,
con le nuvole informi,
con il suono che spesso
si frange nei silenzi.
Che mi dica e mi dia
quale diamante unico,
mi renda ancora e sempre
la lacrima che spesso
non esce più dagli occhi…
Se di lacrime è fatto
questo strano sentire,
se a ricordi sbiaditi
si vogliono dar colpe,
che fra petali spenti
io ritrovi la vita
o senta,
almeno e ancora,
il fruscio delle fronde
il mutare del tempo,
la gioia di due occhi…

E’ un filo mamma,
è filo che ancor tiene
e non è nulla…
è ancora…
e tu non sei più qui.
Ti guardo e penso
e piango
e ricordo i tuoi gesti
e non posso far niente
ormai più niente
niente e mai più… per te
crisalide già spenta.
Proseguirà il ricordo,
vivrai nelle parole,
tutto sarà più pallido,
la tua vita e la nostra
insieme a te di ieri
e il ricordo di ore,
di fatti, di vissute esperienze
diventerà memoria.
Mi aspetti? – io ti aspetto:
la fine è ritrovarsi.
La placenta di figlio
si sta spezzando ora,
non con la vita che mi hai dato allora.
Ti accarezzo e non sei,
ma ci sarà di quiete
in questo tuo passaggio?
Per te questo vorrei, per me, per noi
e ormai… non so più niente.

Rificolone (1)
Antichi lumi di gioia
nel cuore, rinnuovano, ogni anno
la nostalgia di un passato.

La prima rificolona,
accesa con trepide mani,
faceva per me,
per te che mi guardavi,
più luce delle altre.
Ed era la più bella.

Ricordi, mamma,
il pianto mio di bambino
quando prese fuoco?
Ricordi il tuo affanno
Per trovare un altro lampioncino
A me che piangevo?

Ne son bruciati tanti da allora…

Oggi non piango più, mamma.
Oggi, cerco solo di tenerle
accese per te queste luci,
queste illusioni,
quelle antiche luci di gioia.

Che tu mi creda sempre
Il piccolo bimbo di allora!…

(1) – La rificolona è un lampioncino di carta che i bambini portano in giro l’8 di settembre, a Firenze, per l’Annunziata

C’è una calma e c’è pace,
è l’ora usata e antica
ma questa è l’ora.
Questa, non altre.
Ed è pensare ancora,
è prendere al ricordo
quanto può rimanere
da quel filtro spietato
che il tempo ci regala.
Sto bene e tu, stai bene?
E’ la vecchia domanda
che a non finire spera
nell’ultima risposta.
E’ saperti e volerti.
E’ tutto o nulla,
è ancora.
Tu non ci sei e mi manchi
ma tu non sei nessuno
e non sei tu né altre
né altre ancora e dico
che, forse,
a mancarmi è me stesso.
Io,
ed è strano
filtrare con la vita e coi ricordi
l’amor che antico resta
a toccare noi stessi.
E’ pure vita.


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