Poesie di Carlo Tella


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Togli il silenzio che si avvolge
Pesa il silenzio che si nasconde
Sei il silenzio stordito dai vortici
Sei la strada che porta alberi
Dove ogni cosa si confonde

Fai oasi di suoni acuti
Nei tramonti tesi agli orizzonti
Il caldo raggio si spacca

Chiuderò gli occhi ai sogni
Per vedere i colori che s'accendono
Ancora per poco e si vedranno

Sotto il sole l'arcobaleno si unisce
Ogni peso più lieve e dolce ora
Non posso arrendermi proprio ora
Ignota ombra che fonde ogni segreto
Graffio con violenza questi giorni

Tutti i giorni ancorati
Ritrovano le ore
Rido teso nel silenzio
Sento lento il tempo
Frutti aspri del mio giardino

Gli alberi s'abbassano
Foglie vissute al caldo
Adesso si lasciano dai rami
Tramutano l'autunno vecchio

Il freddo è dolce
E si commuove nei profumi
Nello sguardo che affonda
Nella solitudine penetrante

Le mani nella notte
Si chiudono per urlare
E nella notte libera
L'anima urla lamentosa
Negli orizzonti che sanno di ombre

Un'ombra
Segue i passi miei
Nascondendo ogni tramonto

Scompare nella notte fitta
Si spegne
Ogni desiderio

La notte ha solo luci
Posso solo dormire
Negli incesti giorni

Attendo
Aspetto che evapora il silenzio
Tempo iniquo alle lacrime

Un'ombra
Chiude gli occhi al giorno
Offuscando buio e oscurità
Unendo gioia e dolore

Un autunno freddo e stanco
Rami che vogliono fuggire
Lasciare l'inverno e l'amore

La sera cala sulla città
Raggiunge il mio cuore vagabondo
Demolendo questa mia anima

Luce stanca
Che danza negli specchi

Questi giorni lunghi e tediosi
Queste albe sempre le stesse

Una marea di ricordi
Mi strappo la mente
Si liberano nell'anima

Contemplo il segreto del silenzio
E il segreto mi piace

È immenso
                      Lo amo
Amo me stesso
                     Il cuore lo sa
Trabocca di tenerezza
Di desiderio
                    Di possedere la mia vita

Afferro
E lancio nei giorni
Il silenzio più assoluto

Davanti

Una visione confusa di immagini

Il giorno è freddo
E i ricordi sono sempre con me

Cuneo 16 dicembre 2001, ore 12,13

Vecchio villaggio
Sulla strada lunga

                            La mia età

Di sorrisi aperti al sole
Grasso calo di raggi forti

                           Occhi che si illumina

Piccolo paese del Sud
Che nutre la mia anima

                           Il mio villaggio caldo

S'accende l'anima
Di bambini che giocano e ridono

                           E il mio cuore

Cuneo 10 dicembre 2001, ore 19,05

Serbo ali gracili
Cieco pensiero
Che rinasce

Concedimi l'età

Nuove albe rosse

Qui il freddo penetra nel sangue

Dammi la tua mano
E portami lontano


Anima
Tu voli dove vuoi
Vai oltre l'universo
Ti posi
Sulle dolci ali dell'amore
Ti nascondi
Nel cielo di stelle
Intorno a te
Sollevi respiri di poesia
Voli
Nell'immenso creato
Ritorni a me

Anima
Tu sei la mia vita

Si alza il vento
Nelle sue raffiche

Sento sbattere la porta
E tintinnio di vetri

Gli alberi urlano
Un lamento di dolore

Improvvisa folata
Rasentano la strada

Tuoni all'orizzonte
Spaccano le cime

Lampi folgoranti
Illuminano la valle

E in te
Si rivela la mia anima

Si disperde la luce
Nelle ombre legate ai passi
I passeri si confondono con l'aria
Lo sguardo dissipa l'immagine
Cerco il tempo per vivere l'età

La luce stanca grava sulla notte
Confusa con le strade bagnate
Il ricordo degli occhi miei
I tuoi capelli neri al vento
Sono per me attimi di vita

Ora intorno a me
L'abbraccio nero della città
Evince ogni illusione

Questi miei silenzi
Divengono solitari nei giorni
Sotto l'azzurro freddo del tempo
In fondo al viale
S'arrende la strada

In questa stanza fredda
Abbandonata dai vicoli
Canto errante tristezza e noia
Mi perdo negli occhi dei giorni
Per vincere la malinconia

Sogni tremanti
Pugni chiusi
Mani nascoste

Cado per non rialzarmi
Giorni lievi
Che s'infrangono

Albe dimenticate
E tramonti persi

Voli spezzati
Lacrime ghiacciate

Ricordi mai sopiti
Da respiri grevi
Sento vibrare la voce

Tu dai vita
Ai miei sensi stanchi
E ritrovo la pace dentro

Brividi scadano il corpo
Nel silenzio sento l'anima

Nel tuo pensiero
Affondo il mio sogno

Sogno ancora il golfo all'orizzonte
La piccola piazza
All'ombra dell'elce

Giocavo da bambino
Fino al calar della sera

Correva e rideva
Sentivo dentro di me la gioia

La voce di mia madre
Mi chiamava da casa

Sempre con lo stesso calore
Ogni giorno la sua voce si impastava dentro di me
La sua voce ora è dentro di me

Solo
Nella solitudine
                            Immensa
Del tuo silenzio

Nudi passi
Voci mormorano intorno
                             Rimango
I miei occhi nel cuore

Sopra ogni tramonto stupendo
Mi perdo nella riva

Nel rumoroso maestrale
Molti pensieri si ancorano

In un forte desiderio

Sud
Terra calda
Tu sei viva
Respiri

Terra segreta
Il tuo volto è su di me
Dentro di me

Mi scuote il cammino
Alberghi le tue ali su di me

Vedo la mia casa
Nella mia casa
Cadono
Mi libera dai giorni della città

T'ha aspetta voragine nell'anima
Nella luce che accende i miei giorni saranno

Aspetto alla finestra il tuo sguardo
Nel vento tra i capelli
Dietro la stanza assolata

Tu riempi la mia notte nei sogni
Ti offri ai miei sensi

Ancora un po' e le tue labbra
Saranno mie
Come caldo respiro che si mescola

Ti rivedo ancora nonna
Nella tua sedia di paglia
Quel viso chino per la stanchezza

I tuoi sogni mi aiutano
Quelle calde mani le sento ancora
Come se quel giorno fosse qui

Quel giorno di ottobre te ne sei andata
Non mi hai lasciato il tempo di piangere
Tutto è accaduto di fretta

In queste notti anguste
Buie e strazianti
Tu non mi abbandoni

Sei il mio angelo custode
Mi sorreggi con la tua voce
Il tuo spirito l'ho inglobato

Ricordo la tua casa vecchia
Ormai il tuo silenzio mi appartiene

Te ne sei andata supina sul letto

Ti ricordo ancora

Parole inutili
fasciarsi dentro un labirinto
e ancora ascolto
ciò che una voce non dice,
non rimane che rimpiangersi?

Un ramo solo
un frutto non ancora maturo
e tutto
tutto si lascia trascinare.

Ancora una volta
una farfalla muore nella più antica
bellezza.

Inutili parole
dentro un labirinto si fasciano.

In tradite immagini, nell'attesa.

Con il sudore
sulla nostra pelle
tracciate gocce tra le rughe.

Strade faticose,

stanchi passi
dalla nostra pietà.

L'allegria
della nostra cocente terra,

contatto,
prima ancora
di storia,

lacrime e polvere.

C'è nelle memorie un torrente dove canoe
navigano ingenue, tra le volte di frasche agitate
che rimuovono atterrare a bocciolo di
fiume le fronde raggrinzite.

C'è un colpire di voghe ritmato
nella quiete del chiarore pettinato flutti
leggeri che scendono di fianco
con un brusio di stoffa sciupata.

C'è un togliere del giorno al punto tempestivo,
nel momento che più vale in una durata,
una rinascita degli sguardi e del riconoscere,
un affanno di aridità delusa.

C'è un'immagine di mare e di stanchezza
che tracima dalla profondità delle memorie,
che delle immagine raccontano
passati istanti.

Quando dentro è buio,
intasato di rancore
o quando non ci sono
più sogni
inutile cercare una preghiera,
le parole si son perse

Che ne sai
dei miei sogni
o di mio padre che è stanco.

Vorrei fermarmi qui,
quel vecchio ti ha abbracciato
mentre partivo
le lacrime hanno solcato
le sue rughe.

le sue storie dentro me,
mi fanno compagnia.

Il cielo per la lunghezza intera
lavò la notte a lei,
sul fatto per muoversi.

E bandisce la mia infanzia,
il seno bianco di giovani mammelle,
sulla spiaggia sull'argine spaccato.

Testardo vento
sbuccia la polvere e tutto copre
si radunò
e giorno e notte nasconde
il velato pianto confuso con la pioggia.

C'è solamente un'immagine,
le asciuga le piccole gambe magre,
e due manciate di nocciole
per non dimenticare.

Dispiegata alba
si librano le ali nell'aria.

Ritornare a te,
mare,
acqua salata dal sapore forte
mi porta sulla labbra il tuo odore,
la loro luce,
a questo destino
a quello che era rudemente.
Dimentica la solitudine
e anche la conoscenza,
queste sbarre della vita
che diventano un nulla.

Ritornare a te,
mare,
il mio corpo quieto,
il tuo potere di pace
e l'onda di spuma,
come protesta di Nettuno,
che domina la libertà.

Ritornare a te,
mare,
tu sai capire.

E di fronte alla fine del tuo orizzonte,
giro del mondo per abbracciare
l'azzurro nell'azzurro.

Navigo nel vetro dell'alba,
nel freddo del glaciale riverbero,
la voce svigorita,
come lama sfibrata,
schiava del buio e del pianto.

Pallide nubi,
dissipano le ombre.

Silenzio,
senso di memoria nella notte,
spente dal bisbiglio di voci ascoltate.

Il pomeriggio,
chioccia con la protesta pesante.

Pasta di ombra
e ferma i tempi concretamente,
frenato nei cattivi soggiorni.

Gli amori scuotono la buona calma
e si estasia, senza coltivare,
come donna,
ha affascinato il presagio spesso.

Accanto al cadavere animale
per fiutare in nessuno, mentre
sono improvvisi i voli a nord
poi spariscono
nell'aria che scuote la sensualità.

Dove sentiero perso
affonda nel viale di olmi autunnali
e di giorni appassiti.

Pastori dormienti,
sempre lo sguardo segue
la figura buia delle ombre.

Dolcemente un ragazzo
ora selvaggiamente confida il bosco.

Il rimpianto sarà quello che fonde
in questo momento
la notte senza il volo.

Io faccio un modello dalla terra,
di ginocchia ai vestigi
e col cadavere di me
mi piego nella polvere.

Dio senza credente mi rivolgo
ed io prego ,
reggere dove io vado via
e poi mi arrendo.

Nelle mani
che sono passate con la freddezza,
lei setaccia il tempo irrefutabile.

Accade per sempre,
sorridere di piccolo tempo
in che polvere di costoso e fumo,
restano i giorni inascoltati.

Nelle labbra sfiorite,
che bruciano nel dolore atroce,
smangiati sguardi per essere graffiati
nella notte ormai.

Guidami per la strada,
superiamo insieme il sentiero;
chiedo pochi passi nell'anima.

Intorno a me altro tempo voglio sentire.

Apro il mio velo alla volontà
per facili campi.

Elegante la mia poesia
troverò nuove ali per correre nell'aria.

Sogno,
e ho vegliato sulla scogliera ripida
di pietra che sa di sale.

Con il sole sul viso.

Invidio il tuo canto straniero,
somiglia al vento
che rema sulle onde increspate.

Partirò domani …
lungo la strada mi guiderai …

A te ritorno,
terra,
al sapore vigoroso del caldo
che mi porta sulle labbra il tuo respiro,
al tuo crepuscolo,
a questa nostalgia
che non mi fa dimenticare
che un seme è tutto.

A te ritorno,
terra,
respiro silenzioso,
alla tua forza di armonia
e di aridità,
al vocio di rami intrecciati nell'aria,
di voce femminile cinta,
che domina libertà.

A te ritorno,
terra,
e prima che la mia durata si compia,
con tutto il mare che abbraccia la terra
tutto in te fa ritorno.

A te ritorno.

Ho camminato lungo le strade,
mi sono perso nei sentieri.

I vigneti m'hanno difeso con i loro tralci,
ho gustato il vino e il silenzio.
tra le mie dita

Ho impastato farina e acqua e sale.

Ho parlato con i vecchi,
conosciuto un sorriso stanco,
pallidi nei volti scuriti dall'età.

Ho visto i pescatori tirare le reti,
conosco la voce
degli uomini soli,
nelle dure solitudini,
ho gettato le reti nei vicoli.

Ho guardato sui clivi,
ho cosparso polvere di calce
nella terra del sud,
grattato l'intimo di un'anima povera.

Mia nonna, ferrigna
portava
fiori di pietra, strami portati via
dai cigli contorno dei pendii.

Sapienza e canto
ho imparato i silenzi calmati nel tempo.

Dovunque andrò porterò nei miei giorni,
musica e aromi di rosmarino,
sguardi e fierezza,
sorrisi e solitudini.

Di cielo e fragranza soltanto,
ho preso le profonde storie
di racconti di miseria
dei borghi disfatti.

Conosco il mio cuore,
le lacrime e la fame dei bimbi come me,
ma ho imparato a vivere.

Tu sai,
cosa c'è d'immenso negli occhi
che sanno piangere.

Tu sai
tenere le mani di un bambino
che nascerà senza
stringere il mare
e spingi lo sguardo contro l'età
e la luna accenderà
ancora la notte,
tra che onde… dei miei sogni.

Tu sai guidare,
portami dove le rughe
sanno di pace.

Tu sai guardare
un fiore che cresce, un cielo
che sa d'azzurro.

Portarmi tra le cose ingenue
e le notti del fuoco.

Coltiva, il carnoso che lo divide in questi
grappoli d'uva densi in terre aride;
ciottoli fra polvere e pioggia,
e gonfia la separano in questo gioco
di salto che permette di cadere
sotto il sole chiaro.
Siamo foglie abbandonate nella vita, sotto
il grammo con noci

secche.

poi sparisce, si rompe…

Densamente sotto i fogli, che qualcosa si ingiallisce già…
Ed egli / questo appare,
Egli / lo continua,
Questo egli / la loro autostrada

Poi / poi viene / questo a campo
totalmente solito, solito
questo che ciò egli / ella davanti a Fenisa ha
presso a casa con noce,
porti via il riso vissuto a quelli per un albero.

E là si ingrandisce all'acqua,
Egli / questo solito e Lei, a cui il ciclo va,
Rane, sotto sotto, pietre,questo lungo animale,
tutti si ingialliscono, sotto
l'acqua la vita, che egli / questo Suchzuflucht.

Posa gli uccelli
corposamente tra le autorizzazioni e fette,
Fiore senza manico,
Approfondito ed esplicito,
Egli / questo, che galleggia sull'acqua
come Lei, che si sono biforcati.

Questo così buon posto
per restare.
Le persone non accadono qui,
se non ci sono tutte le scale di mano.
Sotto il più grande, diventa con approvazioni / questo tende,
Dipende dall'acqua
Con posizioni,
Egli / questo, che il suo odore adora er/sie,
verdeggia ed umido.

Egli / le mangiare tali grammi interni,
Nel suono come sessuali tali relazioni,
Per la successione al suono / loro madre il suo all'il / ulna non pensa
Così così tutti toglie,
Sotto le strade segrete, lo mette a sedere / egli / il loro lavoro gli / questo via,
Ed egli / loro sorella parzialmente di su
Per riso degli alberi,
Ha strisciato coscia.
Chi egli / questa lancia, che l'ha cambiato colore con sangue,
poi appare egli / questo e lui / questo, che il confine diffida

Mondo
Per lui questo tuo mondo

Egli su cui gli aumenti procedono fumando..
Greppi conditi e Lei si stabiliscono
basso pressione ed i neri
Egli sotto l'assoluzione -
C'è il buio.

E la pioggia cade / anche,
questo letto,
piedi in cemento
finché ginocchi,
questo si rompe per greppi sotto,
questo ritorna dietro,
Con là questo, che è l'autostrada

La volante Margarita diventa giallo,
Così più grande,
Gioca grande non con lui mano,
Perfora la nebbia,
È esatto, non appena

Là, viene / loro madre,
Grappolo d'uva l'abbigliamento esplicito
di lui che non lo cambierà colore a ciò e lui,
Sotto la ruota di pratolina, lo porge di qua
Esplicito

questo cambiamento tra le persone,
mangia grappolo d'uva di pane.

Piega ampia la lamina
da rami contorti
nelle fessure della roccia
vivono vuote le camere.

Buie e prese,
appassita donna dai capelli disfatti
appesantita età di ricordi,
s'attorcigliano le impronte
tra le frasche spesse

bianco volto che offende
adagiato sui vinchi.

S' issano fronde
sulle rocce che si spaccano.

Ti vedo mentre cogli i fichi,
la tua cesta ne è colma
e dolcemente la depone sulla tavola.

Ricordo che eri arrivata prima
al villaggio vuoto.

La polvere sui nostri visi,
dipinge la traccia
di un sorriso ormai spento,

di quella tua voce stanca

e di quelle lacrime
che sfondano la pioggia
come a confondersi.

In tutta la vita,
anche per dirti
la mia idea e la mia amicizia,
sono ancora agitato.

Certe volte ti chiedo,
parlo e distendo,
le parole dentro un'emozione.

Gli sguardi
si fanno quieti terra.

Vorrei che il mio respiro ti fosse
trasparente
come i silenzi ultimi
che accendono di echi la estremità delle querce,
con l'oscurità della notte
che ne fascia le progenie.

Vorrei portarti con la mia voce
lungo un viale quieto, tracciato
da intense ombre,
fino a una valle silenziosa,
in un specchio d'acqua,
dove il canto della cicala calma i rumori
e il canneto risuona un'esile aria
e le libellule si sollazzano
sul pelo dell'acqua.

Vorrei che il mio respiro ti fosse
trasparente,
e il mio canto un ponte
esile e forte,
innocente
sulle tetre profondità
della terra.

E quest'istante fugace
che si nasconde tra i silenzi
perduti tra gli echi
come una capinera intrappolata
che sogna
e nello sguardo
l'ultimo orizzonte della sera.

Da sempre, amore mio,
abbiamo percezione
della nostra vita sterile,
nella piccolezza
divisi dai grandi fervori
dai nostri sguardi.

È la dolce discesa
ad attrarci, amore mio,
e ci porta
a fermarci all'armonia addormentata
dei nostri atteggiamenti soliti!

È solamente la dolce discesa
e corriamo via
senza misura, amore mio,
e le nostre mani
in una luce fioca comoda
e di convivere.

Dai nostri sbagli e dalle nostre bugie,
dai nostri soli chiusi.

Ancora una volta
i prestigi del buio
si sono ravvicinati a noi
facendo vibrare le deboli emozioni
dei nostri giorni.

In faccia alla nostra attesa,
l'arcobaleno scaglia i suoi colori
e l'angoscia che pervade
le nostre copiate sconfitte.

Ho paura,
steli cupi
si infilano nei nostri silenzi
e nel nostro amore.

In noi i fascini dell'oscurità
instillano la certezza
dei nostri sogni,
dentro emozioni sterili.

Come canna
sotto un bufera
tutta la nostra vita vacilla
e si china
fino al confine del tormento.

Non so fare altro che resistere,
e mi aggrappo
ancora legato con fiducia,
tra le tue braccia.

Quieto torpore di piogge:
la neve s'arrende sereno cielo.

compaiono ricordi
di tutti umani giorni,

A te mi tendo battuto,
spoglio di grano; e rattrista dentro
carità di secche spighe.

Dall'aridità compare
verde germoglio
androgino.

Questa porta piccola
Che comparsa di aratri
Vedrò la curva del cielo
Effonde chiaro in sfavillio ambrato
Tra l'azzurro cupo e l'orizzonte
E la terra di tutto lo strato si nasconde intorno
a per coprire,
Perché il grande iceberg ha fregato le dune
Appalcato tra le onde
Nello strato ampio, che porta alle maree
Nel contenere il vento
È già
disegnato nei nembi, fino a quando sparisce
nelle profondità che la pioggia appare nel mare
O ferma visibilmente nel cielo disposto
che ha coperto verso l'alto
boschi e montagne e tetto in tutto rivelato
nella trasparenza di infinità sotto la pacatezza
per poi essere oscurato nello strato delle atmosfere
di cambiare in sostegni di regno, intorno all'antipatia
e, vincere così tanto malioso,
La decorazione con indifferenza la mostra.

Parole d'immagini e giochi,
sui giorni ormai stanchi
si piangono le notti.

Ascolto. Ceruli occhi
Dove più lento passo migra,
non so più nulla di me,
buio noioso del tempo.

Ancora sento il rumore delle foglie,
modula la voce nelle ombre
le notti si piangono

Orme questi segni
Di fango e acqua,
fiori dei gigli abbandonati
sui ripidi contrasti delle radici.

Fiori antichi questi segni
Di forme amorfe,
spente con l'infanzia
con la terra bruciata
e il vento sul volto,

s'addensano nubi bianche
ma poi ritornano
i riflessi
sull'erba bagnata.

Orfeo pizzica l'ultima corda
Nel prato disteso di sogni svaniti
Ormai suona nel vago orizzonte.

Sguardo perso nell'attesa
Mentre tutti s'addormentano.

Gli occhi asciutti trasformati
Nel buio d'una caverna
E Lei è ancora in attesa.

Nelle mani vuote
Restano i giorni

Chiusi

Alla deriva le attese
E un ultimo sguardo

Resto ad ascoltare

Nel lento groviglio dei rami,
i giorni si dilatano:
nello sguardo nuovo,
al ciliegio che si apre
immagini d'ombre si fissano
grumi d'ombre e mura imbrattate
e
rimpastate le affossate voci
dei vecchi, dei bambini,
delle memorie di stanchi ricordi.

Indimostrabile lacrima:
nel blu esplicito di cime bianche.

Io memoria,
Miniera terrena di carbone.

E per me senza semi;
seriamente interiore
la compassione dei nodi
dell'albero scorticato.

Il tempo ti scivola via
E ti accorgi che i rami contorti
Si sono gemmati
Lasciandoti il sapore della linfa.

Orfeo ancora suona
E le note si mescolano con la tristezza.

Attende silenziosa
Stretto nella sua lira
Sa ancora aspettare e sognare.

Parole e note ormai vuote
E sguardo perso nei giorni.


In questo lembo di terra arsa
Che nasconde l'età,
scura polvere calcata dai giorni,
passati,
tornano e ritornano i fiori
sotto il cielo avviluppato
al bianco delle nubi.

Sentivo il respiro del vento
E dietro me i passi lenti
Di mio padre e mia madre
E aprivo il glicine per succhiarne
Il nettare.

Odori di colori
Che mi trasalivano il sangue
Tra gli sguardi sparsi
Le immagini di cavalli e cavalieri
Inseguiti nella fantasia.

Fuggono i giorni tra i sogni,
la collina, silenziosa,
e tra l'orizzonte e il cielo,
s'annuvola il canto
stretto nella mano tesa d'una madre.

Non sento più i passi
E negli occhi intravedo la quiete
Mentre m'addormento,
affondando le lacrime
nella vela tesa d'un mare inquieto.

Scorre il tempo d'inverno,
scende balugina nello sguardo,
tutto sembra cancellato
nelle orme della polvere

ma cresceva acceso …

Chino, che conduce, e mi registra;
e tu ti guardi nel vestito,,
e le mammelle vengono fuori
negli involucri della vita,
libero sulle braccia stanca.

La sconfitta facile di me;
che questo oscilla sulla terra riarsa.

Lo vedo un'altra volta. Parole
avevi le dighe disfatte,
chi ha messo inconsolabilmente
nel peso della vita
che profumava di circo.

La strada davanti a me diminuisce,
In quel vento, per essere sotto,
le notti del maggio,
e tu ti sei svegliata straniera su di noi.

Campania
Nell'ora serale la luna pallida,
soltanto emerge, frigna
il mare agitato.

Ad alzato sbocco
più triste essenza
ansimò di ali le grida dei gabbiani.

Mi scopro di pari natali;
esame di isolato sguardo
in raggelato vigore
nel passaggio dei dirupi contorti.

Granulati flosci di respiri,
piogge che il torpore greve
completa la storia.

Non ho carità;
e qui rivengo nell'orma
che al misero confine
di fervidi ricordi;
nelle parole di un monte: Aoria,
nei lavori di terra grezza,
negli ammassi di ciottoli
in tronchi vuoti.

L'animo svaga
nelle alture di piante tenere;
e di sincera aura che consola affetto.

Cammino lungo il viale,
senza sapere dove andare
tra rumori e confusioni
che ovattano il suono delle foglie
come parole inutili
come onde che si spaccano
                                 su scogli taglienti.

Quando le frasi si immergono,
non so più scrivere ricordi.

Immagini che s'affollano
e tu che non ami più.

Ancora lontana la tua voce
e rami attorcigliati che si svernano
e germogli
                               che si aprono ancora.

Finalmente,
so dove andare.

Scendono
a fare domande ai tuoi pensieri
il tuo sguardo ombroso,
come un vagabondo
fa da silenzio nella sabbia bruciata.

So di te ciò che le lacrime sanno,
piccolo vicolo di paese.

Inseguo indeciso i tuoi occhi
che ripiega arricciando e si rifugia
fino a legarsi in un riflesso.

Ma c'è una scaglia,
ti frantuma il tuo sguardo,

bagnata, l'alba
immagini schierate
sguardo vagabondo fa da specchio al silenzio.

Quando è silenzio
e scivolano sguardi tra la folla
di gente che vuole andare
solo a casa
e i negozi chiudono
e la piazza si svuota.

Per le strade
al freddo sono rimasti solo i cani
e un trascinare veloce i passi.

Si aspetta
di giorni ancora lontani
e di donne che ti lasciano
e di sorrisi
morti in un bicchiere
di parole spente dentro una sigaretta.

Nelle notti
solo nel silenzio aspetti
con i ricordi in mano

Quando chiudi gli occhi …

Muta intreccia al margine della pineta
nera mostra.

Sul poggio si esaurisce
pigro il fiato del tramonto,

non fiata il gemito dell'ingenuo
e i piacevoli zufoli dell'autunno
zittiscono tra i rami nudi.

La nube cenerina
piegati ubriaco di vino
la roggia della notte,

sempre diffonde il suono della luna
percorre la notte stellare.

Lo sguardo pervade l'orizzonte lontano
lasciando via il brusio degli aghi.

Gli echi sterili
vuotano al tempo giorni avari
anche il silenzio si è arreso
trascinando la nenia dei bambini.

Giorni non sempre gli stessi,
respiri non sempre gli stessi
abnegano nelle rugiade
del primo chiarore,

e silenziosamente si scolorano.

Le voci sono lontane:
sgorgano mentre in volo
si gettano in sguardi
di leggeri
e pesanti echi.

Nel vuoto della terra
queste impronte
come sabbia
che cingono le rive.

Fragili sere
davanti a un focolare,

odore acre di fumo
leggerezza di voci ostinata
nell'aria immota.

Lentamente si sciolgono in viso
come lacrime,
silenzi e giorni d'attesa.

Nella piazza rumorosa
s'acquietava ogni tristezza,

e le case affondano nelle pioggia.

Vado a cercare una lapide
annerita dagli spenti lumini,

una gioia mi lacera

… e si finge eterna.


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