Poesie di Giuseppe Stracuzzi


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Giuseppe Stracuzzi è nato a Giardini Naxos (Messina) attualmente vive in Austria.
Ha pubblicato i seguenti volumi: la raccolta di poesie “Tempo di caccia” (Spinea VE 1992);
Un volume didattico “Corso di lingua italiana” (Torino 1998); La favola in versi “Tattolina” (Chieti 1998); La raccolta di poesie “Angoli di Silenzio” (Torino 2000); la raccolta di poesie “Riflessioni” (Garessio Cuneo); Il poemetto O dolce mia Sicilia (Pellegrino Me 2004); La favola per bambini “Una lacrima sul quaderno”(Patti ME 2008)
Ha stampato in proprio le seguenti raccolte di poesie: “La barca dell’amore” (2005); “I colori del tempo” (2006); “Sui gradini del tempo” (2007); “I confini del tempo” (2008).
Figura tra i premiati in oltre 100 concorsi letterari, è presente in molte riviste ed antologie, gli sono stati conferiti titoli onorifici e premi di riconoscimento da enti ed associazioni culturali.

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Poesie tratte dalla silloge 2 novembrePoesie che hanno per tema la natura | Poesie che hanno per tema l’amore | Poesie che hanno per tema il mare | La strada dell'amore |

 


 

La norma
La norma tutela
le spire del colosso
armato fino ai denti
di avvocati
di buona qualità,
la norma
legale
arrogante
pertinente,
la norma che morde condanna…
la norma che cuce che scuce
rattoppa
che lava
le mutande sporche
della legge,
la norma che illumina sbagli,
la norma che vale
non vale,
la norma che premia
castiga condanna…
la norma che grida
la norma che striscia
che spiana
che sbaglia...
la norma che tange la legge.

Proiezioni
Il parto che inizia il cammino
passando attraverso
la cruna del tunnel
si accende di lune
riflessi
di lotte coi sassi
fino al mare
dove si svolge il filo,
rifluisce
prima di sboccare
in delta di memorie
le correnti ammansite dal ristagno
seguono i battiti dell’orologio
col cuore vulnerabile,
il delirio non ride
a spettatori che applaudivano
ed acque di fanghiglia
della micidiale indifferenza
emergono dal fondo.
Chi ha coltivato fiori
oltre recinto
campagne fiorite rincorre
la sponda nebbiosa vede il sole
non bolle di rancore senza onda
come il vento sull’acqua dello stagno.

Africa
L’onda dell’Atlantico lambisce
fino a perdita d’occhio la costiera,
il bianco della schiuma si intromette
tra palmeti che affollano la sabbia
gioca a sollevare qualche tronco
caduto, e ceppi morti
nuotano, scolpite due ragazze
coi seni nudi
coltivano nei passi l’eleganza
e bambini mostrano il sorriso
di denti bianchi
sullo sfondo nero
e gli occhi dolci
danno un canto al cuore.
Le lavandaie stanche di lavoro
su gusci di barche
fanno ritorno
a villaggio di case
coi tetti di paglia come nidi,
liete di stare insieme
si stringono,
in placido tripudio
si fondono
tramonto, verde, incanto.
Al centro dello spiazzo la magione
dell’anziano capo
sfoggia eleganza
in disegni scolpiti sulla soglia…
Ora si accende l’aria di colori,
suona tam tam di rulli e di tamburi
si ravviva il villaggio,
si illumina di danza
canto
giochi…
corpi sereni docili
al pennello degli occhi
danno l’acquarello dell’artista…
Africa
forza selvaggia,
fuoco di raggi accende
arsura, siccità…
pioggia che scroscia
inonda la savana
zebre giraffe antilopi elefanti,
saltano le gazzelle
sotto le grinfie acute di felini,
nelle radure corrono gli struzzi…
cascano l’acque
di imponenti rivi
estasi di fragore…
ma qualche automobile s’affaccia
sporca di fumo
la melodia selvaggia
e ludibrio si spande
a macchia d’olio
di ferro, di cemento
rompe l’incanto
il verso non selvaggio,
prepotente
della globalizzazione.

Un progetto malfermo
accovacciato
tra le braccia del tempo
coi sensi adombrati
dagli stenti
la marca di tratteggi
sulla fronte
lo vidi
rantolare
tra rifiuti
sassate
calci
e passato digiuno nelle mani.
mi avvicinai
per coprirgli il vuoto
con una carezza…
lo vidi allacciarsi
allo spiraglio
intensamente stretto…
povero cane!
e diventammo amici.

Gennaio
sotterra l’anno morto,
spegne le luci di Natale
solleva in fretta il sole
dal fondo del solstizio…
Cade la neve
a fiocchi di speranza
copre gli aridi spogli
e poi conduce
progetti,
speranze,
promesse
di un anno migliore…
Prendi lo spunto
di questo primo passo
per seguire
un indirizzo buono,
conta una strada irta di scalini
per abbracciare il quadro
dove pullula il coro
di lacrime e soprusi,
grida una parola
contro il male …
forse tutti insieme
potremo riuscire
a spaventarlo.

Natale
la voce dolce di candele
accende
sotto l’albero placido tremore
come un senso
che gocciola dal cielo,
scandisce fogli
intensi sparpagliati
di miseria e dolore,
e accende note di pietà,
ma incombe il gelo
a questi tempi,
e il sentimento dolce
di donare
non abbraccia le stelle
ma stringe il laccio
al collo dell’amore
lo imbuzza fino al collo
tanto forte da farlo soffocare.

Inverno
é caduta la neve
é tutto bianco
i fiori intirizziti
sono morti...
non lasciarti prendere
dal ghiaccio
di questo inverno
estremo
conserva i bulbi dolci
in fondo al cuore
apri una finestra
lascia passare un raggio
perché nel mondo
non c’é soltanto odio
c’è pure amore…

Avvento
l’attesa conta i giorni
luci di Natale
scintillanti
vetrine illuminate
segnano il passo
all’estasi
negli occhi di bambini
stillano i desideri…
presso l’ingresso di supermercati
tra le insegne, luci
i marciapedi
dove esplode il coro
ecatombe di abeti
aspettano il cliente…
fata regina
bianca
di candore
è dono di Natale
che fa Gesù bambino
allaga di poesia
questi tempi spinosi
e fa sentire buoni
dentro il cuore.

Dicembre incalza
coi primi versi freddi
sulla fronte.
Siamo entrati nell’aria
di Natale.
Il sentimento
seduto sulla soglia del mattino
che man mano con gli anni
si assopisce
sfogliando le pagine
incontra disegni dipinti
a quell’età di fiori
quando bastava un niente
a illuminare il cuore…
Oggi luce abbagliante
senza amore
la cometa conduce
in certi luoghi
dove scorre il fiume
dell’abbondanza,
e lascia la capanna
al suo destino.

Natale Natale
Natale è coro di luci
che danza nel freddo
si fonde col canto che nasce
nel cuore del mondo
e sale nel cielo
attratto dal coro di stelle
che cala in serafico ardore.
Il lume di stelle conduce
la fiamma di mille candele
che ardono, a dolce tepore
nel gelo che incombe…
Natale Natale

Natale è un volo che cerca
un volto fratello, da tempo
perduto, diviso
da un qualche rancore,
un figlio venduto all’orgoglio,
un padre ceduto alle brame…
Natale Natale

Natale è una luce che accende
il senso divino dell’uomo,
un fiore che sgorga dal cuore
si reca a cercare perdono
negli antri di pena e di fame…
Natale Natale

Natale è un pensiero toccante
illumina il buio dei morti
coi taciti lumi di ceri…
Natale Natale

Quante volte
Quante volte sono entrato
nel negozio dove
vendono i sogni
carico di soldi e di speranze
senza trovare niente
di mio gusto.
Ora che il sogno splende
nella vetrina non ho i soldi,
ti vedo addolcire dietro il vetro
coi versi e il pentagramma…
ma brandelli di cuore
non parlano
poiché non hanno
niente da dire,
non scrivono
poiché la tastiera del computer
non contiene segni compatibili,
nuotano alla deriva alluvionati
nel sogno che trabocca
dal suo letto di luce.

Come faccio a lasciarti
La mia anima vive
nel subbuglio
di un cielo stellato
dove stelle cadenti
che ho raccolto
stanno bruciando i fogli
del mio libro di sogni
col bagliore.
Come faccio a lasciarti
se ti incontro ogni notte
prima di addormentarmi,
se mi sfiora il tuo vento,
se pure la tua cenere spenta
mi entra negli occhi…
Come faccio a lasciarti
se conservo sorrisi imbalsamati
in un astuccio d’oro,
le tue mani dal sapore di cielo,
baci sfiorati …
dove ogni sera
prima di addormentarmi
porto un fiore.
La tua ombra é incollata
al mio respiro
ma gravano colpi di scalpello
sull’incedere muto.

La cera
L’artista ha scolpito i giganti
e parlano muti al silenzio
in questo museo delle cere,

la cera la cera la cera
il verso che incide la cera…

si foggia
si scioglie
acconsente
la cera
a misura di calde parole

la cera la cera la cera
il verso che incide la cera…

s'ostina
resiste
rapprende
la cera
per conto del freddo

la cera la cera la cera
il verso che incide la cera…

altre cere animate si agitano
nel grande teatro

la cera la cera la cera.

Sui gradini del tempo
Quando la somma degli anni
arriva al punto
e volge il segno
alla polvere patria
che si leva
cerco la chiave
per aprire il muro,
rovistando tra pezzi
latenti di vita
ricupero
un esame di coscienza
ed un passaporto di memorie
per non precipitare.

L’onda vorace
Il senso che accende le penne del
pavone, non morde l’osso duro
che resiste ai denti di Vulcano
perché sa di non potere fare sesso
senza spegnere la luce,
perciò i ginocchi rosi
dall’uso prolungato del pezzo
che non vuole essere un bullone
subisce l’analisi di effetti
del vento che può sradicare alberi
secondo la costituzione dei mattoni
che hanno vinto le elezioni
perché sono stati di crogiuolo.

Le insolvenze
Un pensiero affacciato
all’orizzonte tenero
accende suoni antichi,
prendo posto
nella platea diffusa
di carenze
dove rilevo
cose fuori posto…
ma non c’è verso
di fecondare la terra
coi raggi dello specchio
che riflette
la fantasia
che svolge la sua parte
piegata dal cuscino…
tirando le redini,
il cavallo
che aveva allungato il passo
inciampa contro grumi
di memorie
e si ferisce i piedi
galoppando

Guerra e pace
Tra maglie impigliate
di cerchi carnivori
che vanno
fino alle latitudini polari
e di meridiani trasversali
che strappano agli urli
carne viva,
la bilancia che pesa
le distanze
accomuna le specie
per l’affannoso errare
alla ricerca
della supremazia.
L'uomo che detiene
lo stile di ciascuno,
alleggerisce il peso
fabbricando
il sangue dell’agnello
per lavare,
la pace del piccione
per volare.

La moltiplicazione
Alla natura interessa
la moltiplicazione,
non conosce aliti inculcati
da sopraggiunte interferenze,
un vento sfoglia pagine del libro
crivellando l'indice di note
ed assegna i compiti
implicando
anime gemelle irregolari.
Il flusso che annebbia
i lineamenti dell'anima
attraversa una campagna
sazia di fiori vuota di profumo
che converge
al crocicchio solenne di promesse
coi soggetti ordinati per chiglia
prescindendo da solchi trasversali…
Sotto gli occhi del buio spalancati
l'alba si sveglia aperta su cuscino
pestato dalle corse di cavalli
e raccoglie le ceneri dei pezzi.

Orazione
Arreda il palcoscenico un segnale,
coordina equilibri
indice premi,
e pone ostacoli
per rendere più idonea la vittoria
dei concorrenti,
toglie persiane alle finestre
perché entri luce nella stanza
e tocca gli inquilini
nonostante il vestito
che genitori indossano al bambino
proponga la vista dietro un velo
che copre notizie riposte
nella valigia vecchia
deformata
dagli urti contro il tempo…
O Signore!
Nell'officina dove ci hai impiantato
aiutaci seguire la tua strada
adottando gli arnesi che ci hai dato,
annusando ogni pietra per capire
i tuoi intenti,
con la gioia
di porre un sassolino
accanto ai tuoi
per la ristrutturazione del tempio.

È mio figlio
Guardo
dalla porta socchiusa
nella stanza
dove dorme il sorriso
di un bambino,
forse sta sognando…
Il suo silenzio dolce
mi conduce
coi sentimenti adulti
nella culla,
e davanti lo spazio
di una vita.
Prendo il treno affollato
inseguo correndo
il suo percorso…
sento i versi del peso
sulle spalle
e mi ritrovo vecchio
sullo specchio
sorpreso dall’incanto
di un bambino.

Ti amo
La notte accarezza
le mani
azzarda sorrisi
promesse regala,
sapori di azzurro
il velo del sogno
che prende lo spazio
alla sabbia di luglio,
di agosto
addolcisce
le ciglia,
ascolta segreti
risponde silenzi,
ammansisce
la spada di regole
inventa
parole…
ti amo.

La notte
Il giorno frena
la stridente corsa
prima di scaturire,
la foce indossa
gli ultimi vagiti
dell’orizzonte,
nel mare del silenzio
apre il sipario
la leggiadra notte
e sa di immenso…
dissolve frastuono di raggi,
cancella
l’egemonia di urli
di soprusi,
prende cavalli alati
e galoppa nel tempo,
la libertà repressa
da vincoli sospesi
abbraccia, un campo dona
senza recinti, é dolce scorrazzare
per antichi sentieri,
ancora più lontano
incontra un cielo
di libertà di amare
e pianta ovunque alberi
di sogni.

Guardando le stelle
affacciato alle stelle
fruisco uno spettacolo
che allaga
il cuore,
nel buio cielo
accese candeline
a vento che le sfiora
trapuntano
diamanti
di messaggi cifrati
incastonati…
un codice diretto
tra Dio e cuore
che la mente
si affanna a decrittare.

Ottobre
Passano pennellate di parole
sulla tavolozza del presente
e chiodi fitti
graffiano la pelle…

qualche poesia scordata
suona ancora
col tormento di raggi
versa gocce di miele
sotto gli occhi severi della luna…

ottobre dorato di foglie e di sole
si staccano dai rami
i pensieri maturi
cadono nella solitudine…

ottobre
lenisce il sole il pianto
con le carezze d’oro.

Stelle cadenti
Stelle
escono dal cielo
tingono la notte
degli amanti
di illusioni…
tendono le mani
prestano favori
ad ogni passo
perché l'amore è amore
non laccio vecchio
imposto di legami…
nei reconditi spazi
delle segrete stanze
colano i desideri…
cuori appartati
sostano all'aperto
guardano il cielo
tesi
ad aspettare
una stella cadente.

La mia nave
ha percorso leghe di cammino
necessita di alaggio
per raschiare memorie
di crogiolo
incrostate alla carena
che affollano il silenzio,
cercano nelle trame
qualche parete
per piantare chiodi,
a questa età la ruggine
sfonda il martello…
l'anima conduce
ad incollare
un qualche segmento
all'altro capo,
ma i pensieri
che hanno visto il sogno
naufragare,
piangono
tre le braccia del tempo
che li stringe…
l'involucro scaduto varca il muro
e dalla porta chiusa
con aliti di piombo
non passano le grida
all'altra stanza…

Un tonno
innamorato
della luna
che lo guardava fisso
nei fondali
pensò che fosse amore,
mutò la rotta
verso l'orizzonte
dove nasceva…
vacuo peregrinare
acqua sorte
elesse il flusso
nimbo di lampara
nel mare buio…
l'arpione
rese
all'amore
il conto.

Ascolta il sole
Ascolta il sole
come contento gocciola
fili di primavera
a questo mare
impestato di alghe
e di soprusi
a questi campi squallidi
battuti
dalla recente grandine,
guarda i germogli
avvertono il segnale…
uccelli dai cespugli
indossano le ali,
e l'alchimia che insiste
con le mani fatate
indora il cuore,
redarguisce le piaghe
indolenzite
e lacrime
diventano diamanti.

Grazie Signore
Grazie
dell'alba punteggiata
di programmi
che mi aspetta alla sveglia.

Grazie
di avere colmato il vuoto
col tuo soffio.

Grazie
di avermi ammesso
a questo stadio
dove ciascuno
porta a compimento
il suo destino

Grazie
di avermi dato
la natura
come libro aperto,
e luce di germogli
che coprono il seccume

Grazie
di meraviglie
fino a settimo cielo
e scie fulgenti
tagliano gli spazi
e abbeverano sete
di misteri.

Grazie con la forza
della gola
grazie grazie grazie…

Una canzone araba
vibrava sulle corde
della cesura intrisa
di silenzio affollato
di calpestio di passi,
presi il filo sottile
nelle mani
e mi lasciai condurre
verso la scaturigine
seduta
sugli scalini
a fondo dell'U-Bahn
dove sostano gocce di vapore
e gli odori pressanti
del ritrovo
che non conosce il sole…
era come una sorta di profumo
che penetrava il cuore
quella voce,
scandiva sulla pelle
nello scontro
di ombre e luci
un sobbalzo di brividi,
luminose fonti
incastonate
da una folta chioma
a mala pena ardivano
il tesoro
che si celava
dietro un velo di stracci,
e frettolosi accenti
senza occhi
le passavano accanto
indisturbati.

Io l'ho visto
La fantasia del tempo
che conduce gli anni
all'acme evoluto
volta faccia,
sfoglia l'agrezza
e la conduce
giorno per giorno
all'attimo indeciso
fino a quando scompare…
io l'ho visto
superare
il cancello,
quando il dolore
che contrasse il viso
lasciò la preda,
accese una dolcezza,
gli occhi chiusi,
ed un sorriso volto
ad altri cieli.

Un'incombenza
slitta dalle mani
apre un varco di cielo
e abbraccia stelle,
scivola, perde il peso
del senso che lo incolla
in fila dietro gli altri
e li sorpassa
finché diventa primo…

l'ultimo rimasto
perde la rotta
vaga alla deriva
su ciglio della strada,
si distanzia
dall'uggiosa scansione
che rincorre
la rotta del pontile
dove aspettano il carico
i portuari
e vagola randagio…

nessuno lo soccorre
lo sbatte il vento
con la barba lunga
tra i rifiuti.

Politicanti
dove il verbo è la chiave
per aprire le porte
della stanza sconfitta
e sciorinare a vento
brandelli di dolore,
l'ombra affina i denti
degli artieri…
prominenti ed altri
si vendono al successo,
imbottigliando accenti
e fiaschi di parole
legittimano
abusi…
concerta il gusto
della porchetta
e maialini infanti
a lunghe file
che aspettano il macello…
Il podio spegne
le notizie fumanti
all'orizzonte.

Settembre
La stagione matura
acquieta l'ansia,
guarda le pendici
e gli strapiombi
che ha superato,
si ferma a contemplare
in pacifica quiete
emolumenti…
Settembre
Le fronde sazie di sole
che tra rami stilla
sostano senza vento,
sono pensose…
spande l'armonia
una carezza
che prepara il cuore
come il presentimento
di un saluto
di qualcosa che parte
a passi lenti
lascia nel cuore
un brivido di vuoto.

I vagoni
La locomotiva trascina tre vagoni:
l’abbacchio
macellato
sulla soglia
della macelleria
guarda il mondo
che gli passa davanti
col terrore infitto
negli occhi spalancati...
il mondo
che gli passa davanti
e non lo vede…
il mondo
che lo cerca
e guarda il prezzo.

Il re
In questa voluttuosa meraviglia
dove gorgheggia l’atomo pensante,
si muove un verso,
vaga a casaccio
oppure c’è qualcuno
che lo prende per mano
e lo conduce.
Cerca alloggio nei cuori,
entra dagli occhi
dall’udito
dal profumo di pori della pelle…
non guarda le tendenze
del cuore concupito,
non si accorge di brogli,
non ascolta
il senno che lo sgrida,
anzi diventa ardente,
caccia dalla dimora
legittimi inquilini
e con la prepotenza invade il regno.
Nei profondi abissali
dove l’anima cerca un appiglio,
il pensiero conduce alla sua porta,
s’inchina al suo cospetto
e lo proclama re.

Oasi di tepore
In questa regione
di confine,
sulla strada
che fila dritta
verso la frontiera,
c’è una detestata piattaforma
dove giungono a frotte
pellegrini
con inciampi
gli affanni
i malumori…
il testo più dolente
è il cuore secco
a queste altezze
per troppo freddo
e siccità di amore.
Il paesaggio é sbiadito
ma qualche foglia gialla
e un raggio d’oro
sussurrano,
l’oasi di tepore
inganna il tempo
e fa spuntare i fiori.

La pioggia
la pioggia che giunge inattesa
sparpaglia la folla,
la pioggia che piove a dirotto
conduce sotto un balcone
due sconosciuti soli
senza ombrello,
la pioggia che inventa parole
insiste
consiglia
sconsiglia
propone
la poggia la pioggia la pioggia…
conduce la coppia a un portone…
la pioggia che picchia sui vetri,
che scivola piano
un cuore disegna
due nomi…
la pioggia la pioggia di ieri
la pioggia scintilla
di raggi di sole.

Diamoci del tu
Sorpassiamo
disagi della lingua
invasata di classismo,
livelli arroga il germe
versi giovani aliena
l’uso
impone
arretra
riverenze
imbarazzi…
rimasugli di senso
che declina
degli avanzati oscuri
medievali
cancelliamo, l’uso degli accenti
esalta gli scalini
confonde i pianerottoli
allontana
il senso dolce
della confidenza.

Il sole canta
dietro nubi
rimosse a tutelare
le acrobazie di maggio,
la pioggia ride
centellinando gocce
di colori
come l’arcobaleno
dietro i raggi,
cresce a vista
l’erba loquace,
lo zappatore insiste
la insegue
con la falce
per dare spazio a grano,
ma essa è troppo
fitta
a questo clima
venduto al gioco
delle inversioni.

L’insetto illecito
Al mio paese la litoranea
prosegue afflitta di ristoranti,
che corrono impegnati a dare odori
di pesce fritto ed altro.
Dopo il deturpamento,
il profumo di mare ed il respiro
diventano sinceri,
la costiera di profusa schiuma
esala dolce sciabordio di onde,
propone scorrazzando
più fragranza di mare,
quando la sera un sentimento dolce
si affaccia,
quando il cielo
fuori dallo schiamazzo di lampioni
indossa dolce abito di stelle
ed il mare si veste come il cielo…
rintocca un desiderio
di seguire l’incanto,
ma la strada è interrotta
dall’ illiceità
che ferma i piedi al muro di una villa
in questa bella patria di venduti
di vergogna e di abusi,
perché l’insetto illecito
che succhia il sangue ovunque
partorisce i vermi
sulle mele più dolci…

Perché produci amore
Se all’amore
non hai niente da dare?
La fattezza di tuoi tratti è squisita,
la tua pelle
é docile pelliccia
di felini
che invita mie mani a carezzarti,
occhi sospesi
di sorriso inganno
colmano l’orizzonte
di nebbia
cielo
mare
ed infinito
come esca di buona qualità.

A questi tempi
negli spazi avanzati
in prima fila sono
egoismo
crudeltà
arroganza…
cade una bestia grassa,
è gioia di sciacalli…
da un qualche cielo
scoccano nubi avide di pioggia,
ma lo sporco ha impregnato le pareti
acqua scola
la macchia non si lava.

Armiamoci di missili di amore
per smontare le file dove il male
sta seminando odio,
addestra le sue vittime
a sacrifici estremi,
nutrendole di sangue
trapianta nell’animo l’orrore.
Perciò seguiamo il verso di nemici
votiamo il nostro cuore a sacrifici
per piantare negli animi
l’amore.

Per amore
fedele amico natural durante
si lasciava montare
per amore…
prestava servizi a norme incise
a misura di strame e di brusca
su tavole del testo
che impone sentimenti
galoppanti,
si presentò il fantino
con la frusta
coi tacchi e abusi ai fianchi,
il cavallo
cui era stata tolta la parola
divenne schiavo
e indossò il nitrito…
per amore.

Dove mi porta il cuore
Nei dormiveglia tornano momenti
dove il sonno si lascia carezzare
ed io lo cullo dolcemente, il cuore
si accosta alla piazzola
che mi conosce da lontani tempi
dove una Niki abbraccia con la vista
la scala delle note musicali,
paesini accesi sulla costa incontro,
si perde l’occhio nell’inseguimento…
dirimpetto sul mare la Calabria
appare, l’orizzonte, il faro
confuso fra stelle e le lampare…
Calliope porta gli occhi
alle poesie esposte
che si adagiano dolci su pendio
coricato su mare,
mentre leggo l’urlo che scorrazza
sullo scoglio
che gioca con la schiuma
qualche spruzzo
mi conduce sul viso
l’onda di ricordi
apro gli occhi
con la lacrima vera accanto ai sogni.

Un altro amico caro
ha oltrepassato
il muro
sottile
come alito di tempo…
la barca lascia l’isola di scogli,
l’anima libera dal peso
prende il largo
nel mare della notte
le persone care
incontra
che ha cercato nei sogni
e s'addolcisce.

La speranza
quando sorella morte
alleggerisce un’anima dal peso
nei costernati astanti
il profondo si popola di ombre
dalle ombre lupi di fantasmi
indossano le ali
rimane aperto
il bacio dell’amore...
la mano che solleva
l’anima dal fondo
è un lumicino acceso
tra ingarbugliate rotte
del pensiero.

Taormina
Arrampicata a pittorici anfratti
la bella soleggiata
sull'eponimo monte abbraccia il canto
della baia ridente,
lungo il crinale ornato di vetrine
fanno capo
di colori fantastiche viuzze,
la chiesa dove
ho votato lontananza
angolo di promesse
che ha deliberato il mio futuro
ora consumato
rifocilla lo spazio che allaga
distanze a misura di borghi
in lontananza, lumi
sospesi alle pendici
dell’Etna
e stelle dalla cupola immensa
piovono
una pioggia di lampare,
a precipizio gli occhi
colano a picco
lungo la spirale del burrone
che scende a capo chino
tra fichidindia e mandorle,
turista balbettante mentre ascolto
il fischio di un treno che mi sgrida
col verso sottile scompare
sotto il monte
e trova il buio
nel tunnel profondo…
del cuore.

Maggio
fa sentire luce di germogli…
ma la corteccia secca
avida di tepore
che si affanna
lungo le vie del mondo,
è come un giorno secco
spolverato di sogni
che cammina,
questo rinverdire
é una festa
che non le appartiene,
cerca un ripostiglio
dove a nessuno pesa
per conservare
tutte le pietruzze
che hai raccolto,
che un qualcuno
non le butti via.

Certo che esiste!
Un fiume fugge
altezze dove nasce
da un pianto di nevi
si versa nelle valli
a precipizio corre
finché non si congiunge
al mare.

La vita fugge
a precipizio
sale
gli scalini degli anni,
lo sciabordio fugace
della foce
rende l’ultimo tratto
che si congiunge
al mare.

Ma il fiume esiste ancora
in mezzo al mare?
Certo che esiste!
Il sole e il mare
Sono artefici pronti a tutelare
il gran disegno
o Padre!
Mentre beviamo ingrati
il tuo sapore.

Il colombaccio
Maggio
musica l’aria di soavi accenti
tinge di verde intenso la campagna
e scrive sulle righe onde di fiori,
ciascuno inventa
una canzone d’amore,
vagano versi belli
ed è poesia
nella pagina azzurra del cielo…
ciascuno intona e loda l’altrui coro…
un colombaccio
spavaldo rubacuori
si tuffa in mezzo all’armonia di trilli
ostenta un verso stridulo
per dichiarare amore…
ruotava intorno sotto il suo balcone
dove la colombella
senza teneri lumi di pensieri
accolse l’urlo dello spasimante
tra i preferiti ardori.

Nella folta sera
Racemo zeppo
di parole dolci.
Acini ad uno ad uno
pendevano
sul sorriso degli occhi,
gongolava il cuore…
su desco apparecchiato
dall’amore
versava il cielo
gli ultimi ritocchi
con fantasie di stelle
nell’attesa
che spuntasse la luna.

Com’era bello!
Spesso affondo i pensieri nell’infanzia
e incontro quei momenti
dove ho scavato i primi sentimenti,
ho appreso i primi versi,
quando la spuma l'orme sulla sabbia
giocando cancellava sotto i piedi...
com’era bello!
Com'era bello un dì quel paesello
cca sicca, i petri niuri, u scopp'ill’acqua
ccu la marina china di bastasi
e menzulitru banniava i pisci
frischi du nostru mari:
"mpiattu i masculini centu liri.
Da allora mezzo secolo è passato
Oggi Giardini-Naxos si staglia
tra massi rabberciati
mentr’io mi dolgo inerme in altri lidi
col peso dei ricordi dietro gli anni.

Pasqua di resurrezione
Buona Pasqua
cari amici
che cantate pace amore
a questi tempi quando pace amore
sono solo parole….

Buona Pasqua
penetra una luce
in questo spesso strato di alterigia
su sostrato impregnato di torpore
e le diffuse sonnolenze attive
del popolo sovrano che intravede
la nube che sovrasta,
e cammina sul fango della via…

Buona Pasqua
risorge l’orizzonte
dà segnali di luce e di colori,
l’alba si leva
subito gli uccelli
danno cori di festa,
dalla nuda terra
sono risorti i fiori
il verde copre i campi
s’infiorano le spoglie
risorgono le foglie…

Buona Pasqua
Gesù Cristo è risorto
suonano festose le campane,
ma in questo campo arido
di lutti
scandiscono rintocchi senza cuore.

Un bel giorno o di sole
Dalle pallide luci sfocate
si diffonde un colore innocente
di profumi di rosa e d’arancio
l’orizzonte e l’aurora abbracciati
partoriscono il sole bambino
già compare la sua testa bionda
d’improvviso, si popola il mare
di carole di gemme
il cielo si scioglie commosso
alla tenera vista
nei colori più dolci
prende in braccio il neonato
lo solleva dai placidi flutti
dove corrono tinte di cori,
l’alba incerta scompare
ed esplode
un bel giorno di sole.

Noi siamo
Un volto s’affaccia e scompare
rimane l’essenza
del muto prodigio
che sale dal fondo.
Noi siamo polpa foggiata
dal sermone di ataviche voci
dei nostri sepolti misteri…
passano gabbiani
di pensieri
sull’onde intense,
avidi di preda…
Noi siamo un insetto
impigliato
tra maglie di oscure appetenze,
noi siamo un binocolo acceso
che rincorre parole alla deriva
con la bocca piena di acqua,
siamo un bambino
con le mani cieche
che tasta nell’armadio
in cerca del barattolo di miele,
siamo un picchio perenne
che picchia
dietro i vetri appannati
che chiudono la vista
all’altra stanza.

Il sole
chiude gli occhi un momento
e il cielo piove,
la galaverna rompe i messiticci,
lo stelo nudo piange,
una farfalla
vestita da regina
trova il merlo vorace
e perde il sogno
del suo primo fiore,
sulla strada fiorita
chiude il verso
il gemito di un topo agonizzante
infitto sulla soglia della tana
dallo spiedo innocente di bambini
con gli occhi grandi
e il cuore già assassino.

Così si vive a questa età
Sembra bonaccia intorno
ma i cieli trascorsi
non hanno smesso di gocciolare,
i sospiri cascano a dirotto,
nel botro colmo
si radunano l'acque della pioggia
portano il peso delle foglie ingiallite.
Le screpolature del cuscino girano
sulle dentellature di ricordi,
scricchiola note stanche il mio mulino
con le pale rivolte contro il vento
che soffia da ponente
dentro questo presente imprigionato
come un silenzio
che non esplode.
Più non ardisce luccicar di rose
come il tesoro della primavera,
vezzi forbiti, sguardi, fiori, trilli
tentano ancora,
ma gli occhi del giorno
spingono verso il fondo
gli avanzi infradiciati dalla pioggia.
Il ritmo dell'orologio
scandisce come passi nella nebbia
le anafore del tempo,
la scolta disattenta si scioglie
nella liquescenza di oasi riflesse
lungo l’itinerario del passato
a raccogliere gemme di ricordi…
così si vive a questa età di affanni!

Con la catena ferma
Stretto dalla nebbia
come un raggio
chiuso nel cerchio
imbocco l'orizzonte
che conosco
e riconduco il cuore
dove fui tentato dalla vita
per una riga dolce
di memorie…
questo rammentare
penetra l’onda
di un qualche episodio,
procedo zoppicante
lungo l’itinerario
coi propositi
di mutare gli articoli
riesumando i morti
dalla pendice
dove posso volare
con lo sguardo
senza precipitare.

La raccolta differenziata
La tavola
é imbandita
piatti colmi
di fame
da una parte
d’ingordigia dall’altra
abbicati
all’intrigo globale
che sovrasta,
e la pietà
che insiste
amalgama i peccati
per la raccolta
differenziata
con mestolo
di buona qualità.

L’idra
Una festuca
mossa dal vento
ripeteva il verso della fratta
seminata di spine,
la foia annoverata
nelle vicende scurrili del campo
dove scorrazza il cerbero,
infusa dal lapillo
prende piede
rifiorisce la siepe
d’alberi vecchi, e fiori
della prorompente primavera…
nel voluttuoso ingorgo
un megafono scrolla
gli aridi silenzi,
condanna l’idra
al taglio
delle sue 9 teste,
ma essa non si arrende,
corrompe le azioni
geminando una testa
ad ogni intoppo…
perciò rimane immune
dalla legge
almeno fino a quando
Ercole non rinnovi
la fatica.

Primavera
Il sole giunge al punto
incrocia l’equatore
si ferma e osserva
il suo pianeta terra
da vicino,
scioglie le nevi,
forte di luce ride
ai monti, appretta
immortale candore
delle cime.
Un rivolo gorgheggia
tra le balze
sogna diventare
un grande fiume…
nella dacia solare
appesa all’urlo
del gheppio in equilibrio
che scandaglia
la valle in cerca...
un raggio
infiamma
il vetro
prende posto,
nella bacheca,
gioca
a gocce di stelle
con l’armilla.

La supremazia
l'alba si sveglia
mentre aspetto l'ora,
dalla finestra aperta
primavera
addensa di gorgheggi
l'isola del mio letto
zampillanti
da un'ugola all'altra,
spandono messaggi
moltiplicati fino in lontananza.
In mezzo all'arcipelago
le rive
si guardano negli occhi
coi dissensi
di correnti contrarie…
scaturiranno le supremazie.

Certi sapori dolci
Il buio della notte
partorisce ombre,
culla di silenzi l’orizzonte.
Dalle pagine vecchie
d’altri tempi
certi sapori dolci
celati tra frantumi
di uno specchio
affiorano
ridenti
arrampicati
alle vetuste zolle…
l’onda evade
dall’isocronismo dei tamburi
straripa nei campi
sulle corsie fiorite…
primavera
come nebbia si aggira
pellegrina
tra pagine sbiadite
cantando
con la valigia
dell’odore antico
aspetta il treno.

Una piovra
lascia lo scoglio
fiuta
un qualche punto cardinale,
le ventose alle dita
allungate
nelle mani versatili
dirige in concerto
di zimbello…
semina intrighi
liscia
i sogni
con l’arma
diplomatica
loquace
carezza
abbraccia
coi tentacoli pronti
fino al collo…
si muove
cerca un posto
sull’altare
dove zampilla il flusso
d’oro nero.

Affacciato
alla finestra
degli anni
conto i versi antichi
che guardano
dall’alto
il panorama
abbarbicati a spoglie
di avventure…
si stacca
un pizzo acclive
di sapore antico
che contiene
pezzi di cuore,
si perde
contro la realtà
nuda dei sassi,
rotola sulla china
e si frantuma.

Per amore
I raggi bambini
che accendono il cielo
hanno investito
per capriccio o per sbaglio
il sole vissuto
che accende
prima di scomparire
raggi d’oro,
l’onda che schiude gli occhi
e scopre il mondo
s’innamora
dell’inganno dorato,
torna indietro
cinge coi raggi di seta
i rami del tronco
ronchioso
che preso dall’estasi
ferma la corsa
intrigante,
trattiene
i colori vivaci
con un laccio
fabbricato
nell’officina dei sogni.

17 marzo
A questi tempi dove altrove
si ripetono i versi che hanno scritto
col sangue i nostri padri…
A questi tempi del batterio invisibile
come l’opportunismo
miope
contagioso
che scorrazza loquace
e non s’impiglia
nelle effigi cariche di nomi
che trasudano sangue,
non affoga nelle acque del Po,
si stende anche a quelle sacre sponde
dove mormora il Piave…
A questi tempi
si festeggia l’onda
come una fiducia
amalgamata dalle spoglie
della naturale consonanza
e dal talento amico che scorrazza
e fissa al nostro occhiello
mille fiori.

Mentre ascolto il discorso
del sole che cresce
sperequando raggi e l'ombre
stando dietro grovigli di parole
vedo dagli spiragli le locuste
sulla fetta di mondo devastata
che estraggono ancora dettagli
dai rami minuti.
Scavalca
dighe
insiste
l’onda
irrompe
nei corridoi stretti…
risalta la figura
un bambino patito
come gli altri
bambini accanto a lui,
le ossa coperte di velo,
e gli occhi
come un cielo di ombre
dove ogni segno è morto
di pianto e di sorriso
gridano…
l'urlo penetra i passeggeri,
ma non li sente il cocchiere
coi cavalli lanciati
nel delirio della corsa.

Preserviamo i bambini dall’ AIDS
Fioriture a corimbo,
profumo che l’occhio raccoglie
a patto che salpi il mattino
un’esca sulla bocca del futuro.
Scocca l’attimo a picco
ed è subito il sole a meridiano
che assorbe creanza di guglie
e monitor accesi maturando
frutti adolescenti nella serra.
Proprio sui palchi di scuola
l’anima affronta l’impatto,
coprono nubi di tralci
i raggi che corrono inquieti
seminando spiragli
in oasi fresche di cuna
(mi commuovono
occhi trasparenti di bambini)
L’ufficio che regala all’incertezza
il preservativo
non soccorre,
ma ruba a fiori belli la stagione.

Ecumene stravolto
dai versi del tsunami
conta torme di vittime…
la grande madre
che tiene il potere
di equilibrare
ha perso il controllo,
ancora un’altra volta
i suoi figli abbandona
nelle calamità…
I titani rabbiosi
chiusi nelle voragini
scuotono le pareti
di questo nostro guscio.
L’onda anomala rompe
sulla costa
muove come festuche
i casamenti.

Un camaleonte
voltagabbana
sauro
legittimo
prosapia
antica
divorava
anche la propria pelle
che mutava,
attagliando
colore di partito
a mutamenti…
esperto in lingua
metteva contro prole
politica di lanci
e ritirava
sapide poltiglie
inoltrando a scrocco
nella guizza
prede di troppo
senza differenza
di bandiere.

Alba in riva al mare
Lucere di puntini
cola a fiocchi
sulla placida duna,
dalla volta
di gemme
tacita respira
con il fiato di zefiro
Ecate l’oscura,
su ciglio
palpeggia il mar
la riva
con l’onda
voluttuosa,
poi
l’orizzonte
si tinge
assale
infiamma
l’immensità
serena
ancora avanti compare il sole.

Il sole
si versa a buglioli
di oro colato sull'erba
e musicanti
indossano uniformi,
primavera
rimanda a questa stanza
di mobili vecchi
cabalette mielate
d’altri tempi
col gheppio che salpava
dal torrione della conocchia
ad annusare il campo
e prillare di rane nello stagno…
imboccando il forziere
con la gruccia
mi spoglio della buccia
prendo il volo
su sentieri vecchi,
mentre corro
un bambino incontro
che mi guarda
con aria esterrefatta
come fossi un estraneo,
si spaventa
dell’io presente
e piange.

La ginestra
La ginestra che corre
sui tappeti aspri
delle sciare
parla
con voce ammaliante di sirena
agli sperduti calli
dove passa il respiro
di un qualche andante
che ha lasciato
nel reliquario
briciole di cuore…

un cielo di vertigini
si staglia
carezzando luci
di memorie selvatiche
che vanno a questo muro
di pietre
diroccato di sconfitte.

Il divorzio
Ho percorso tutte le strade
con la testa cinta di spine,
ho dissodato la terra brulla
impiantando semi speciali
per la festa della raccolta…

ma la pioggia
ha creato un fiume,
la scure che ha spaccato il ponte
è rimasta intrisa di sangue,
perciò il cavallo di razza
che avevi scelto
si è svegliato selvaggio
disarcionandoti sulla pista
non appena gli hai comunicato
il tuo ruolo di fantino,

così hai inoltrato il caso
alla corte d’appello
chiedendo al giudice di esaudire
lo straripamento del fiume
e minacciandolo di toccargli il costato
se non entra nella camera a gas.

Un impero di soprusi
sta crollando,
sogni
voltano verso l’alba,
guardano
sotto zolle di sdegno
l’onda che si scioglie
dal patrio opportunismo
dei predoni.
Le gocce di grano
sono forti di cielo,
domani forse fiori
nasceranno
sull’orma di radici
profumo amalgamando
sulle sponde.
Ora nel silenzio della sera
mentre il sangue
scorre nelle strade,
stelle si radunano nel cielo
dove rapaci
lasciano il potere,
si sente più forte l’incontro
di sguardi abbracciati,
e l’urlo pacato dei morti
diventa un vento
forte
come un canto
che scuote l’indolenza.

Onorevole
Il suono della parola
che marcia ammanettata
su lessico bagnato
di congerie ed altro
sospinge
nomignolo largito
alla rinfusa
a candidati adepti
alle trame
eletti dal suffragio.
Medievali nobili incalliti
sono quasi spariti,
sostano incagliati
in mezzo ai denti
come pezzetti putridi
di carne,
ma il nomignolo attivo,
in questa patria
che nasconde il fango
dietro lo scudo
di sepolti allori
e si scioglie
sotto i baffi e il sorriso
non tracolla,
redige gli odori
che invadono il campo
con l’inchiostro indelebile
e la firma.

Una piccola porta
Un uomo
nasce
cresce
soffre
fabbrica pensieri,
amalgama peccati
e scioglie amore,
sosta in equilibrio
tra santo e assassino…

Un vento spinge
l’acqua imputridita
di questo mare
sulla grande riva,
il verso insegue
fino all’ultimo punto
e poi scompare...

Basta guardare il Senso
dietro il velo
che ha disegnato il tutto
mettendo nel profondo
del suo ribelle amore
una piccola porta che si apre
quando la stanza è buia
per fare entrare il sole.

Ho visto il male
Scorrazza il male in questa meraviglia
dove gira il senso dell’amore.
I denti forti azzannano la preda
stando seduti sulla sedia eletta
e manovali scialbi a recitare
la parte di leoni. Ho visto il male
all’orizzonte chiuso dalla nebbia,
versava amara esule speranza
e poi sedotta offesa seviziata
cancellata dai sogni di ragazza…
da uno spiraglio aperto clandestino
colpivano i gendarmi con la frusta
una donna piegata senza volto….
nell’ago che ha infilzato una farfalla…
negli occhi di bambini
tesi alla gioia a lapidare un gatto…
Nell’oasi arredata dai proventi
del discorso antico alla penombra
il lupo attacca i greggi e nei rifugi
s’accende il verso della ragnatela.

Perdono
Sulla strada dell’ultimo tratto
dove bazzica
la signora nera della falce
l’inglobamento
nella stessa trama
di una farfalla imbalsamata,
un occhio
sulle piaghe di un cane
moribondo,
ed altro
perquisiscono
la custodia di muri
dove dorme
il peso di cassetti,
rovistando,
un'onda sulla riva
ai piedi del presente
si trascina
senza potere chiedere perdono.

Il canto delle sirene
Un chicco
scartato dal vaglio
troppo vecchio
per seguire il coro
coi piedi già presi dal velo
alza un lembo
guarda dall’altura
il flusso delle auto
che avanza, corre, insegue
che sorpassa…

il faro elevato sul poggio
che vede più avanti
il posto di blocco
lampeggia
per frenare la corsa
degli automobilisti
ma loro non percepiscono
il segnale
perché sono attratti
dal canto delle sirene.

La strada dell’odio
Nel fondo del giorno più basso
culmina il polo opposto
dell’amore…
l’impatto delle torri gemelle
attesta la presenza
di un demone
che regge sulle spalle
vili specialisti di parole,
nei ritagli fra colpe e coltelli
fratelli sfogliando le mani
hanno aperto una strada asfaltata
dell'odio:
chilometri di orrori,
chilometri di pianto…
la zolla stringe i denti
dall’ombrofilo trebbio trapassata,
esplode il parto,
spazza gli argini urlando,
percorre la strada dell’odio
fino a perdita d'occhio.

Gli occhi del pensiero
Il volo si ferisce le ali
fissando le impronte
che non copre
la tempesta di sabbia di silenzi,
il sole decurtato
nicchia
immerso nei viluppi ciechi...
dallo strato pellucido traspare
l'eco incontenibile dell'ombre:
di Auschwitz eccetera,
delle crudeli croci dei romani,
delle inquisizioni
della chiesa cattolica macchiata...
inviluppata dalla vacua veste
introrsa efferatezza si rivolta
il nappo delle scorie
sorseggiando…
rintoccano i riflessi accarezzati
nella bestia umana
che non cambia.

Dove il tempo
non matura perdono
e la vergogna punge
con i rintocchi acuminati
non tace l'onda
delle radici abbarbicate all'ombre,
depista l'eco
gli occhi dalle righe,
si rimuove la ruota trascinando
la connivenza delle curvature,
cigola la catena nel pozzetto
dell'ancora rimasta appennellata
al freno che trimpella
più non strozza
dove la materia del sostrato
cova sotto il trapianto,
stando al posto assegnato
dall'eteronomia che prende l'uso.

Candele serene
Vedere il buio che sfoglia
a misura di cielo rintocchi
come la raccolta
alla penombra
non scalfisce il senso
della cima
e nottetempo stelle
nell'infinito mare
di vagiti e germogli.
Ora il tempo è scaduto,
le mandrie sospese
hanno mammelle secche
e la fascia di chiodi
che stringe
i fianchi del tempo
accende candele serene.

Ha fatto un’altra vittima
la belva invisibile
resistente al’attacco delle cure
che morde,
prende ogni giorno
un palpito di vita,
la propria persistenza
mostra all’essere caduco
spavaldo
che retrocede invalido
e commisera
le armi imbelli e teme
la sorella pietosa
vista come funesta predatrice…
ma benevola madre,
dimentica le offese
chiude gli occhi al dolore
rende un sorriso agli occhi
liberati
dal pesante fardello
che fa male.

Fruscio
Quando la testa e il cuore non sono
posizionati alla giusta distanza
il verso che spalma la pelle di
miele e incolla i gatti, dipende dal
barattolo e dal tono della luna.
Qualcuno che pensa di aver visto
il passaggio della cometa, scivola
su lame di coltelli per catturare il
diamante perché il mulo che ha
deciso di non camminare ha
mantenuto la promessa, il volo
che viaggia col passaporto falso
non apre il coperchio per guardare
la verità fumante, non sente nemmeno
il peso di sassi sugli occhi perché
ha perso lo specchio…
vuole avere il diamante ad ogni
costo ma non essendo ladro
diventa un cavallo magro
carico di pietre e di frustate.

I minuti
posati sulla sveglia
frustano il buio
col silenzio di passi pesanti,
il sole, entrando negli occhi
inizia a parlare ai presenti,
distrae il tempo
che si lascia sorpassare
dall'abitudine di ripetere
le stesse cose
con l'appuntamento solito
all'ora dei pasti.
I disertori con la barba lunga e
sputando parole contro i piatti
vanno a dormire sotto i portici
oppure sui sedili del parco,
guardano con gli occhi lavati
dal bagno di un giorno
le porte che si chiudono
una dietro l'altra.

La vendetta
Ulisse seguì la rotta
della terra promessa,
lungo il cammino
incrociò l'isola delle sirene
sentì il canto
e diede fondo
in mare aperto
dove non tocca l'ancora…
i chiodi del felino
uscirono dai buchi
e la strada
si spalmò di colla
fino a che il sorriso del fuoco
divenne mucchio di cenere…
si strappò dalla colla
fece ritorno in patria
dove divenne eroe,
ma trovò Penelope infedele
che lo aveva tradito
coi Proci
e seguì la notte
travestito di stracci
coi piedi feriti
perciò si tolse le scarpe
uccise i Proci
e vendicò l’onore.

Il pescespada
la baia si apparecchia
di lidi
ombrelloni
sedie a sdraio…
i villeggianti
coprono la sabbia,
è l’ora!
il pescespada
slanciato
forbito
casanova…
il fiuto lo conduce
e l’aria dolce
profuma
tra l’onde…
e nei ritrovi
prilla
strabiliando
le aguglie
e le sardelle.

Il caos
Nella città ferita
è scoppiato il caos,
l’orda sfibrata
ribalta
da lungo stiramento
si staglia a misura di sassi…
ombre giganti feriscono
con l’arma
che sgrida le promesse
demandando
alla parte serrata
l’altra chiave
si versano istinti rappresi
si sveglia la jungla
senza guinzaglio di leggi
e greggi feriti, ma belve
possono vivere senza codici…
quelle scappate dallo zoo
guardano ammutolite
dai cantoni
la torba degli umani
senza legge.

La spazzatura
L’alba si sveglia all’orizzonte,
vede il cielo terso,
apre le tendine
sulla città del sole
del mare
di musica ed amore
dove canzoni possono sognare
e scopre
tra i quattro reggenti una signora
che si prende il potere,
forte di puzza vince
e spande la sua prole
in ogni dove…
Passano grumi di parole
sulla tavolozza del presente,
il condottiero
con le forze armate
l’attacca e la respinge fuori
dall’anno nuovo
ma la signora ardita
lo oltrepassa,
ha l’arma del fetore
e la vittoria in pugno…
invade il centro
e regna nella piazza.

Umano disumano
Sui fogli di carta del tempo
lo specchio
che guarda gli occhi chiusi
conduce ad innestare
sui peduncoli fissi l'altro capo.
Il pensamento nasce
dal silenzio spaccato di un suino
pulito, appeso al crocco
che mi guarda conciato per la festa
del nuovo anno
da ghiribizzi acuti e nastri rossi.
Quest'annunzio scioglie la fantasia
versando il contenuto
sul desco apparecchiato…
umano
disumano
abbottonato al silenzio di un grido
mandibola assetata di corone
e fumo che gorgoglia nella griglia.

In questa scuola
l’ardesia seminata di schizzi
travisando il vento che pubblica
profumo ai fiori s’accosta
ai banchi col rollio presente
di bisbigli, navigando sull’onda
senza nave di questo mare nuovo
che spegne lumi
ed entra coi barbagli
dalle finestre aperte sugli albori.
Rette oblique di guardia
scarabocchiano fogli di carta
passando come torma
che seminando polvere calpesta
i campi aperti di germogli
e teneri zampilli gocciolano
con gli occhi fino ai capelli
tra gli intonachi chiusi,
abbracciano lancette più lente
e vivono nebbia che mangia
il box pieno di vita.

Giuseppe e Maria
necessitano un posto per la notte,
sono stanchi, avviliti, intirizziti
in questo freddo intenso di Natale.
Maria è incinta ha i segni del dolore,
Giuseppe la consola,
chiede a tutte le porte delle case
la carità di un posto per dormire…
la gente é indaffarata a preparare
i dolci di Natale non ha tempo,
chiude la porta in faccia ai mendicanti…
cala la notte, la città è deserta,
s’ode nell’aria il soffio di camini
e fumi della notte di Natale…
cade la neve a fiocchi di dolore
Maria ha forti doglie, si rifugia
in un sottopassaggio…
la mezza notte santa al freddo e al gelo
nacque il bambinello, non si accese
una stella cometa,
non vennero i re magi da lontano,
fu un passante per caso l’indomani
trovò Maria Giuseppe e un bambino
morti dal freddo…

Così Gesù bambino a questi tempi
morì assiderato dall’algore
che vige dentro il cuore della gente,
ancora prima d’esser crocifisso.

Natale nel cuore
Un candido velo sospeso
di falde leggere
che avvolgono lente
la pace del cuore
è Natale,
indossa il paese una veste
che copre il rancore
dei giorni passati.
La neve che cala
avvolge di mistico velo
i pensieri.
Si muove una gioia leggera,
i bimbi la neve imbacucca
col rosso del viso che dona
tra gli occhi e il sorriso
abbracciano il morbido gelo.
La gioia di alberi morti
che vivono canti di luci
e pace negli occhi
ciascuno colora
coi pacchi di doni.
Natale… che amore nell’aria!
È un bacio, un abbraccio un regalo.
Si affida la voce all’idillio
che allevia i chilometri e porta
al vecchio parente lontano
la voce e il pensiero,
l’amico sospeso nel tempo
invita a cercare…
Che bello Natale!
Che placido amore
Natale nel cuore.

Natale é
Natale è un pensiero.
Natale è una candela.
Non consumare
una gran fiamma accesa
sul singolo parente
o sull’amico.
Così non è Natale!
Pensa i bambini poveri
del mondo.
Dividi la tua fiamma
in candeline.

Vitellino di latte
Si addensano nuvole
su queste opache sponde
di Natale,
vagella
la dea dell'abbondanza,
strimpella
il mangiatore eletto
al suono della musica
che suona
l'inno dell'edonismo
che stramazza
sulla gioia vorace…
(vitellino di latte a prezzo pio)
ricusando diritti alla natura...
le fabbriche di carne
arrampicate all'acme
di scorticati lumi
scuciono la bocca
del silenzio.

Per Natale
Dolce di luna
placido candore
bisbiglio di luci
ghiaccio
algore
candidi alamari
tutti protesi
a elargire doni,
apologeta tenera
la neve
copre
accarezza
con le mani fredde
la coscienza del mondo
ed i cespugli
con le spine nel cuore
per Natale

Luce moderna
Pensieri carpiti da trappole
mimetizzate
si rannicchiano all'angolo appartato
dove il cuore conta i rintocchi
senza progredire.
Domando allo sportello dell'attesa,
la raccolta dai labirinti delle volte
colme nei campi coltivati cola:
il sentimento tenero aggredito
dalla voce sabbiosa del deserto
ricorre alla provetta,
partorisce la pelle della neve,
il metabolismo azzarda tracce,
l'eco di Tschernobyl rimbomba,
mucche, maiali, pecore…
allo sfascio.
Infissi chiodi all'alba sanguinante
bagnano di brividi la schiena,
dietro gli emolumenti
appare il giorno
dai filtri delle nubi
sullo sfondo di abbagli senza lumi.

Avvento
Rami nudi, vestiti
di scintillanti luci nella neve
fanno sentire un brivido di amore.
Finestre dietro i vetri
iniziano a adottare
stelle comete e luci intermittenti,
si respira odore di Natale.
La folla è pronta sulla dirittura
non aspetta il segnale è già partita
punta dritta al traguardo commerciale
che attira con la voce di sirena…
Nelle case si voltano i pensieri:
sempre più forti sono le pretese
degli incontentabili bambini,
sempre più forte chiamano i doveri
per non sfigurare tra i parenti,
il nervosismo incalza contro il tempo
che insegue la cometa e non da tregua…
Finalmente suona il grande giorno.
Canzoni di Natale
parlano di un bambino di una stalla
di povertà e d’amore…
c’è dell’altro
sempre più forti le delusioni
degli scontenti per gli scarsi doni
a contestare il fine
di queste sante luci di Natale.
Muoiono di vergogna le candele.

Il computer
Le ore zoppicanti
Posate sopra un tavolo randagio
Forano gli occhi alle pareti,
guardano il computer
che profonde luce moderna
saltando a balzi sul tempo,
non più come un miracolo,
come un’abitudine, ormai
la scienza ha preso il sopravvento
sulla fantasia,
gli incubi stanno invece dei sogni,
allatta l’internet
frotte fumanti nei vivai,
lo schermo imbarca
sensazioni alla rifusa
nelle stive vuote dei bambini.

Uomo
nano gigante mozzo di parole…
chiuggata zolla fresca
l’alberello
vivo impiantato la dimora fissa
vagabondo clamore che si spande
sballottato dall’onda
schiocca la frusta
macina dirozza sabbia di monti
cuore di deserto…
digrumare cucire ricucire
filo infilato nella cruna del tempo
punto dopo punto
sfidando il centro rotola l’istinto
verso traguardi scurrili
nel cerchio stretto
corre come un pazzo.

La supremazia
l'alba si sveglia
mentre aspetto l'ora
lambiccandomi
dietro i programmi.
Dalla finestra aperta
primavera
addensa di gorgheggi
l'isola del mio letto,
zampillanti
da un'ugola all'altra
come un patto senza dissensi,
spandono messaggi
moltiplicati fino in lontananza.
In mezzo all'arcipelago
le rive
si guardano negli occhi
coi dissensi
di correnti contrarie,
cercano spazio
per sopravvalere
scaturiranno le supremazie.

In questo clima
di comignoli arguti di guardia
il veicolo lento non ha scampo,
Il giorno che è distratto
e l'urlo intatto
coprono la marina,
l'arfasatto
congegna i pensieri impettiti
dove può prevalere:
nei desolati anfratti,
disarmate rovine,
foglie secche
cui la pioggia ha tolto anche le ali.
Tirano l'ingranaggio
i denti della ruota compassata,
intersecante geometria del centro
dove sfugge la luce
agli occhi intenti
a decifrare l’anima dell’ombre…
ed acqua marina soltanto
offende la sete
guardando con gli occhi sale.

Uno sguardo umile
inginocchiato
sulla sponda
guardava
l'altra sponda,
sembrava
strappasse
profondo
brandelli di cuore,
l'eco inquieto
dell'io pietoso assente
rannicchiato
dietro muraglie sordi
non tendeva la mano...
pensava che il dolore
fosse soltanto
solfa da cantare.

Il pescecane
Un pescecane
malato di bulimia
tange i punti del cerchio
esercitando
la bilancia al peso,
arremba repente inatteso
ghermisce,
s’oscura tra i pesci
dove vige
la legge dell’omertà
perché non hanno la parola,
il disegno composto di polpa
senza muscoli
lo invita a mangiare,
i pescatori
hanno paura di andare a pescare
perché non sono gladiatori.

L’aiuto umanitario
L’aurora
abbarbicata al cielo
scioglie un canto,
avvolge il dì nascosto
fino a nascente sole
il cui pensiero
mette in non cale valli
ed abbevera i monti,
non cassa gli stermini
e voci oblique
che hanno fecondato le radici
dell’angaria dei giorni,
ma continua
ad insultare le finestre spente…
piove pioggia di sassi
dai colli sazi,
segue l'aiuto
degli stessi colli.

Il tirannosauro
Altroché specie estinta!
fosse tornare a cavernosi siti…
Almeno tutti nudi!
Oggi tirannosauri vestiti
sono la specie antica
più distinta.

Riflessione
Sul cuscino invaso di congerie
mi affanno a cercare la chiave
del nulla senza porta
a concetto di tempo
che nega l’eternità
perché non é mai iniziata.
A richiamo di nomi senza volto
il nimbo di un fanale suggerisce
frequentare la scuola di tendenze
per superare gli esami.
In nome del Padre,
del Figlio,
dello Spirito Santo,
ovvero in nome di Dio dell’uomo e dell’amore
(suona più verosimile la rete).
Ma se l’amore non fosse amore?
contesta il senso un coro di candele,
ma baluginare di provette
nel grembo sgombro di colori,
ovvero nel cerchio di ghiaccio
dove non si posano gli uccelli
accentuano il corso
di certe deluse domande.

Tempo di caccia
Oggi la caccia è aperta
si spande l’allegria,
l’un cacciator cinguetta
con l’altro nella via.

Ciascuno novellando
racconta le sue gesta
tracannando il bicchiere,
sembra un giorno di festa.

Scodinzolano sparsi
nei campi sciolti i cani
ed annusano l’aria
di lepri e di fagiani…

Ecco si alza un volo,
gli spara il cacciatore
e non nasconde l’ansia
celata dentro il cuore.

Ecco è preso! Sobbalza
l’uccello, perde quota
e cade dibattendo
l’ali nell’aria vuota…

Tra bicchieri di vino
si chiude la partita,
si sfoggiano i trofei…
poi la festa è finita.

L'asfalto giovane
Dura ancora il verso
della carreggiata
dove un attimo
ha chiuso
l' incedere gioioso…
i segni delle ruote sull’asfalto
frantumi ancora vivi
di sangue incollato,
il grido degli occhi
che guardano atterriti
l'abisso del cielo
profondamente azzurro
trascorrono la pagina aperta,
gridano col silenzio
che non si scioglie
in acqua di parole
a spettatori attenti
sulle strade.

O tu!
O tu perché ti struggi
soffochi nel tuo io,
o tu perché non dai
a me quello ch’è mio?

Allineate erette
dal tuo computer stato
si seguono le righe
del programma tracciato.

Nell'orizzonte chiuso
sguazzi l’adattamento
del mondo che ti avvolge,
vivi senza momento.

Vaga di lodi e plausi
sei, aneli di riguardi,
mostrarti la più brava
son tutti, i tuoi traguardi.

Sempre pensosa e affranta,
sempre dolente e stanca,
trascini la tua vita
verso la testa bianca...

nell’affannoso andare
dell’ora che ti aspetta
scorgi nelle mie mani
il tempo senza fretta

e scrolli il viso attento,
mi dici tu non vali,
non hai la fronte alta
e non porti gli occhiali.

Col tono stanco
chino all'orizzonte
nei labirinti delle notti
affondo,
lo sguardo
dalla mansarda
piove più lontano,
vaga apparecchiare
la tavola del cuore,
splendono i commensali
nel buio del presente...
mi ferisco gli occhi
accarezzando.

Sospeso nella bruma
che partorisce dagli asfalti freddi,
prendo a passi lenti il panorama,
l'alba sorprende
passeggeri spediti senza tempo
giornali accartocciati nelle mani,
qualche balcone sveglio,
l'abbaio che dilaga nei carruggi,
allineate lune
su frappe delle tane
di buon mattino a giro di lavoro,
sbadiglia il mercatino,
una traversa guarda l’altra strada
macchinando il trasloco a primo intoppo
come un discorso chiuso dietro grate…
S'alza su greto in rapidi risvolti
il sole e inventa ninfee nello stagno,
attraversa il deserto sullo sfondo
dell’ape producente
con facoltà di pungere,
malvisto fuco innocuo
senza diritto a vivere,
come indirizzo a spettatori attenti
sulle strade.

La strada dell'odio
Navigando per mari dove il sole
non visita le zolle
ed espugna le righe l'uragano
il letto dove la notte scorre
gorgoglia di riflussi...
nei ritagli fra colpe e coltelli
sui grattacieli squillano le trombe
del secondo millennio avanzato,
fratelli sfogliando le mani
hanno aperto una strada
asfaltata
dell'odio:
chilometri di orrori,
chilometri di pianto…
Sul tetto del giorno più basso
sventola una campana,
grida sospeso il battaglio...
l'eco sfonda i muri
percorre la strada dell'odio
fino a perdita d'occhio.

Un fiore bello
Stando seduto
a questo punto di presente
galleggia impigliato tra spine
un fiore bello,
di quei fiori che nascono inattesi
nei posti impensati
tra rovine
e germogli avvizziti dal gelo
della indifferenza
di questa grande madre
senza cuore
e l’ingordigia
dei suoi figli bramosi.
Il verso non insiste
nelle pieghe del calice
incantato giglio
che offre nettare ed ambrosia…
senza ricorsi a fantasie di note
tra le pareti della stanza inferma
sotto l’uscio del tempo
arrampicato alla scarpata impervia
tende alla vetta,
illumina
con la piccola face che dispone
e un grande cuore
i campi senza luce.

Innocenti sorrisi
I monti alti
allungano le ombre,
gli scuri dalle valli
guardano i grattacieli
con gli occhi
violentati dalla luce,
la bestia insorge
morde
flagella
innocenti sorrisi.
Nel canto delle note
dove si scioglie il giorno
lo sdegno incide l’onda
colano a picco i lumi
nemesi esulta
sgozza
innocenti sorrisi.
E l’amore…
Che può fare l’amore?
li raccoglie
e li conta
come un pianto.

Gli esclusi
Miti, saggi, immiti,
appariscenti,
salubri,
letali…
curano l’ingranaggio della scena
seguendo alla lettera
le istruzioni del regista.
Nella miscela eletta
il badilante
svolge la fatica
e si addormenta,
il pensatore naviga ad oltranza,
il torrente in piena allaga i campi
contro il masso inconcusso
aggrotta il ciglio,
ma lo lascia passare…
e ci sono gli esclusi:
l’esercito di fotografi
più o meno bravi
che scattano primi piani,
e impugnano il destino…
queste pieghe ribelli
soffrono loro e danno più lavoro.

Il marginato
città sommerse espugna,
è punto di partenza
che congiunge
questo andirivieni
contro il tempo,
é bue
contro carico di pietre…
eppure il marginato
alla stagione della fioritura
ha l’effetto assegnato
che si acquista
soltanto
facendo la spesa.
Il morso che morde
nella discoteca dei sapori
è legittimo spazio
che duole
come la mela matura
che non si deve mangiare.

Sui leoni
Nella jungla dove vegeta
la costituzione degli artigli
il capo branco
occupa la scena
e caccia gli altri maschi…
la luna scalda il ventre
della femmina.
Il re e la regina si vestono di tortore
ed entrano nel letto di rose
dove gli elettroni impazziti
compiono il disegno.
L’evento insorge
e carica la madre
di nuovi impegni…
l’altro lato
diventa salato
e taglia col sangue
le copie minute…
ricarica la stampa
il maschio dominante
che ha preso alla lettera
le istruzioni della natura,
vince il premio
e stampa altri dettagli…

La tua voce
Silenziosa e infinita o Signore,
vaga intorno, va dalla tua Croce,
trepidante va, piena d’ardore,
trema e supplica va la tua voce.

Silenziosa e infinita o Signore,
ti presenti pietoso ed afflitto
sanguinante di spine e dolore,
tu immenso al mio cuor derelitto.

Silenziosa e infinita o Signore,
la tua voce va con la coscienza,
con la pena va, dentro il cuore
va, coi gemiti e la sofferenza.

Silenziosa e infinita o Signore,
la tua voce va con l’aria pura,
coi germogli va, coi prati in fiore
va, coi palpiti della natura.

Silenziosa e infinita o Signore,
la tua voce va con le stelle,
va col sole, va con l’amore,
la tua voce ha le note più belle.

Silenziosa e infinita o Signore,
con i vagiti va del neonato
con la vita che nasce e che muore
la tua voce. Sii sempre lodato.

Il lupo e l’agnello
Il lupo a monte sull'acqua
avvista l’agnello che beve,
ma vuole trovare un agnello
che muore perché è morto,
perciò risuona l’eco
della sentenza…
colma la misura
dividendo in brandelli
il fazzoletto bianco
perché è bianco.

Casso sterrare
Sulla faccia tonda
cavalca
scavalca
l'allotropo complesso
di fiori
spine
serpi
di parole.
imprime al cielo
il senso del proprio essere.
Il sole
come colino intento a travasare
scogli badiali
a velo di frantumi
ostenta l’apparenza
mentre cala
nel buio della notte…
il tempo
come una ruspa
che lavora sempre
spinge le faci accese
contro l'ombre.

Papà
Gli occhi sono spenti,
giace senza nuvole il volto,
senza le noti gravi dell’affanno,
ringiovanito.
Dall’assopimento comatoso
le labbra mormoranti Ave Maria
sono risorte
come un sorriso libero dal peso…
Vuoto intenso,
gelido affiorare di ricordi
papà …papà…
sussurrare pacato con la morte
che è compagna della vita e parte
come sono il silenzio e il dolore.

Sull'orlo della faglia
ravvolgo i passi
tacitando cori
profusi d'ombre,
lo specchio del cuscino
accende un canto
che suona sottovoce
a cui mi appiglio
e un silenzio che grida
con il patema fitto alle narici
come tronco ronchioso
che trimpella
al giansenismo crudo della scure,
nella chiotta sera
strascica sulle rughe la corrente
il nido impolverato di un bambino
che non conosco
(un qualcuno ha preso il mio posto)
lo vedo allontanarsi navigando
a misura di vento che solleva
pacciame di memorie,
seguo il corso all'ovile
e mi ritrovo
con la campanella
legata dal pastore intorno al collo.

Questa è l’età
dove l’amore muto
parla forte
ma nessuno lo sente
si affaccia indeciso
guarda a cospetto della soglia
la moltitudine che avanza
e si condanna escluso,
gli basta
un alito di ardire
per sognare
fino a stelle cadenti
nelle notti di agosto
fino all’alba
quando le stelle muoiono
e pensieri
precipitano aguzzi sulla carne
di sogni agonizzanti…

Coi piedi scalzi
ritorno a balbettare
ingorghi
sulla carta del tempo:
riesumare cenere avvizzita
incolonnare spoglie di passato
su questo rettilineo
che ha lasciato
anche l’ultima curva
ed intravede
le luci della città sommersa
in fondo al mare
e fazzoletti bianchi
sulla riva.

La mela bacata
la mela la mela la mela
l'insetto che punge la mela

la mela la mela la verde
e l'anima dolce si perde

matura matura matura
il sole che dura
rigogli di vermi

la mela la mela la mela
e l'albero alleva
la mela bacata
del morso di Eva.

Pioggia
dirotta
incalza
mota sazia
sete
sodaglia
impetra
avara
schiva,
sole
deserti
aduste
zolle
calca.
Stelle
splendono solo nelle notti belle.

Un ardore
forse dettato dal travaglio
di cercare una luna al buio mare
mi conduce a forzare
le finestre serrate della stanza,
coi sogni avvolti in carta da regalo
isso le vele… il vento trovo muto
come passando tra muri di gente
e bocche aperte dell'indifferenza.
I singhiozzi dell'orologio
ad intervalli lenti intervengono
ogni colpo conta,
il ruggito di un treno in lontananza
illumina lo scorcio
non soccorre
l'anima sconfitta si rifugia
nella vita di un cane randagio
cercando oblique rotte col barbone
che offre al pasto vecchio
il giorno nuovo
e s'addormenta sopra un sasso duro.

Il canto antesignano
Dove a bacìo dell'angiporto
stagna l'acqua di rigagnoli
vedo dislocate increspature,
gocciola dai sostrati un filamento,
lacera il cuore...
vedo una bambina dissacrata
con gli occhi grandi
al velo della stura
che ricetta la favola stravolta
sulle rive dell'alba senza giorno
dove sfociano gli urli della sera.
Vedo una donna laida sformata
che stringe il gioco
alla profusa gruma
biascicando foglie masticate
e stralci guitti di disinvolture...
e vedo tra i mattoni scalcinati
la faccia dell'intonaco guarnita.

Pecorelle
Va così perché siam miserelle,
derelitte spremute, tosate,
va così perché siam pecorelle
dalla morbida lana spogliate.

Non cerchiamo ricchezze e corone,
negli ovili teniamo gli stalli,
non sappiamo aggredir siamo buone,
ed erriamo per monti e per valli.

Siamo preda d'assalti funesti,
non portiamo vendetta e rancore,
ci rapiscon la pelle e le vesti
e cantiam la tristezza del cuore.

Ora andiamo nudate e tremanti,
poverelle che van tuttavia,
vanno i miseri greggi vaganti,
van dei pascoli lungo la via.

Va non tace per noi la dicenza,
siamo pecore, il nostro lamento
va, la favola dell'innocenza
va nell'aria e si perde nel vento.

Autunno e speranza
Lascia la bella veste
l'albero è avvilito
tutte le sue foglie
l'autunno gli ha rapito,

agita i rami nudi
al vento che disperde
pensa alla primavera
sogna la chioma verde.

Nella campagna brulla
piange piegato il stelo
il fiorellino è morto
stamane al primo gelo,

il bulbo si addolora
sotto la terra spoglia
ma s'addormenta e aspetta
il dì che rigermoglia.

Filtra pallidi raggi
il sole un po' sgomento
dietro cumuli grigi
che volano col vento,

vanno come pensieri
tra le sfocate impronte
del cielo ombroso e cupo
vagano all'orizzonte

là dove non arriva
tutto il nostro cammino
ma lo sguardo si affaccia
e gli appare vicino,

là dove nasce e muore
il dì, la vita sfiora
dice l'autunno fervido
che rifiorisce ancora.

Si fa sera
L'ombra stanca sale
lungo vertigini di monti,
il viandante
sospeso tra guerra e pace
ritira le truppe di memorie
e torna a fortilizio con la fretta
di consegnare prima di partire
il compito assegnato
per non rischiare il fiuto di mastini
che potrebbe inseguire
all'altro lato..
Ora il tempo è scaduto,
aggiunge il nome,
marca un'altra sconfitta
sul diario…
nella biblioteca dell'archivio
dove giace la serie
contraddistinta di scaffalature
la risposta
a questo circolare di sembianze
è la parola amore
che si dipana nello stile aperto
senza orizzonte.

Tendenza
In questo campo fitto di candele
(e ciascuna s'affanna a prevalere)
un vento spira da scaturigini ignote:
correre, sorpassare, sopraffare…
sulle rive abbrunite del traguardo
quando si prelude mutamento
dello stato concreto a vento freddo,
la preda ammanettata si dibatte
sulla sabbia frusciante di memorie
che escono dalle intercapedini
del tempo, e allunga il verso
apparecchiando passi dove il tonfo
è l'unico alibi che conta.
Il libro può essere consultato,
ma soltanto l'orme sulla sabbia
rimaste nell'archivio del deserto.

L'onda che scorre
tra le braccia del mondo
ferma impassibilmente,
contata, riletta, sfogliata…
é lemma di lancette metodiche
a cui s'aggrappa in rapido mutare
la somma di cifre abbattute
che schiaccia il peso dell'età
nello spazio invisibile di un soffio
e rende presupposti
di navigazione
nella sfera celeste.
Ora che incombe il senso
della partenza
con la valigia vuota
cerco qualche indumento
da portare:
versi lasciati impressi sulla tela,
fantasie di proventi accumulati,
teneri fili a ricucire inganni…
all'altro lato
sono previste risme di rimpianti
a cui s'affida l'eco palpitante
ancora dentro il vuoto della stele.

L'album di fotografie
L'infanzia è morta,
la sepoltura giace
nell'album di fotografie.
Sosto sullo strascico-lapide sfogliando
la foto antica come un cero acceso
e fiori di giocattoli in cantina…
La giovinezza anch'essa è morta
trasferita all'estero, la sepoltura giace
nell'album di fotografie
trasandato ormai,
i fiori li abbevero
ogni anno in estate,
al mio paese trovo tutto intatto
impresso sulla riva di memorie…
Mi aggiro tra macerie di trascorso
ad ascoltare brividi di lutto
nei capelli grigi dei miei coetanei.
Ora l'autunno scivola,
le porte si chiudono,
un qualche insetto illuso
cerca asilo tra petali dei fiori…
precipito nel canto, cerco asilo
nell'album di fotografie.

Attesa
Avvolto dall'onda che si posa
sugli occhi sonnolenti,
mentre il treno diretto
conduce l'ore stanche alla fermata
dove il tempo offre alla gente
che arriva una poltrona,
passo le notti verniciando l'ombre
che l'alba diluisce su cuscino.
Lo specchio che cavalca le mie spalle
riflette la rivista degli assenti
come una moltitudine scortata
da fili di candele e dal silenzio
che oltrepassando gli agglomeramenti
ride al solletico
delle perseveranti lancette
mentre ascolto la pioggia
dietro il vetro dove le ore nude
passeggiando
coi passi sull'insonnia
colano
nel lavandino
dal rubinetto guasto
come gocce che il tempo ticchetta.

Candele affacciate
Candele affacciate alla porta
del tempo rischiarano quadri
che sono ritagli di vita.

Seduto davanti alla cascata
valuto le ingerenze del silenzio
che batte dietro il muro.
Qual è la sorte delle essenze infuse?
ci sono caramelle di memorie
che si squagliano in bocca…
inventeranno fantasie d'attesa?
morderanno versi di crogiolo
che non macina il tempo
come cocci taglienti tra le dita
che una vita non basta a stritolare?

Lumicini di scolta sulla stele
origliano per intravedere gli spiragli,
ma è troppo cerato il frontespizio
e sulla rimanenza
sembra dubbio
si possano azzardare congetture.

Nuotava
nel pozzo di ricordi
senza riva
dove la gioia
giocava assorta
nel quadretto stinto
con la lacrima aperta
e gli occhi
di fiori imbalsamati.

Vago in cerca
Vago in cerca di splendide rose
nei giardini dei sogni fioriti,
ma le spine e le foglie pensose
trovo, e petali stanchi e appassiti.

Forse il tempo dei fiori è fuggito,
non è maggio, non è primavera,
va l’autunno col cuore ingiallito,
va col sole che muore la sera.

Ruscelletto che passi giocondo
zampillante che segui la riva,
vai tra i limpidi sassi del fondo
tu, non fermi la voglia giuliva.

Tu di stelle e di cielo t’infondi,
sempre giubilo ansimi e corri,
ed i raggi lucenti diffondi
per le valli a portare trascorri.

Illusioni la vita raccoglie,
come il tempo sei tu, passi e vai,
mentre il sogno nel vero si scioglie,
i riflessi ti lasciano mai.

Penso a Dio
Terra
poltiglia
zolla
officina involta a riesumare
brividi di vita,
cogliere
elaborare
riciclare…
sgretoli, triti, avvolgi
scomponi
ricomponi
vermi, fimi…
da inserire al ciclo
di profitti,
e giganti coi tralci
succhiano gli alimenti
come bambini al seno della mamma.
Quando il tepore del divino sole
con gli spruzzi di luce
indora i campi
ed addolcisce il gelo
ascolto le mie mani impasticciate
di fango e di mistero
e penso a Dio.

La sabbia
Rimbalza l’eco germogliante luce,
guidato dall'indizio
per voltarmi
cerco ancora i flussi
dell'acqua dove scivola il cammino
di frotte fiorenti di bocche,
ma il vento mi porta notizia
di foglie ingiallite
e l'onda man mano
che assorbe la sabbia
transitando i confini si consuma
trafitta dagli anni
a tradimento…
non rinverdisce pioggia
o respiro di raggi
o canto del cigno d'autunno
che porta ferite di voli,
e soffio del tempo
che ha cantato sussurri
ora duole sul tempo,
appende lamenti
al vestito seduto che aspetta.

Il sole
sorteggiando impellenze
bilancia prospetti di avvenire
agitando cavalli che il tempo
stipulando contromisure
contro il progetto
doma in rapido mutare.
Con vestito discinto d’autunno
filtrando il buio
osservo in contumacia
la trama che porta i pezzi vecchi
nella stanza di brividi.
Qualche peccato antico
mi ferisce
a questa età di vela
che mi stringe
piantata sui pennoni della noia
verso il tetto del freddo
con la complicità delle insolvenze.

Il discorso
interroga la geometria celeste
dove il sole condannato dalla legge
lotta per la riforma dell’ellisse,
vuole allontanarsi
dall’orbita inquinata del pianeta.
Il progetto che pubblica risorse
ha perso il controllo
sulla piattaforma
dove si fondono scienza e l’incoscienza
seminando la plaga di rovine.
Il tragitto che apre uno spiraglio
da cui trapela luce di domani
è monito severo
a questa civiltà
tarata dagli abusi
che predica la pace e insozza l’uso,
gridano le ragioni nucleari
con la voce venefica potente
che aspettano un errore per sognare…
ed il velo rognoso sotto il cielo
ha preso piede.
L’abbozzo di fede di speranza e carità
sono sterili voci
soffocate dall’orgoglio e da brame
arrampicati all’albero di mele
per la mela più grossa della cima.

Bohemien
Bohemien pensoso sulla riva
passava il tempo a disegnare il mare
che gli parlava
con la voce dolce di fruscio,
lo prendeva ogni giorno coi colori
mentre si trastullava senza onda
con le pietruzze
come la pazienza di un bambino,
mentre sguazzava
tra gli ombrelloni pieni di ragazzi
e gli sfiorava i baci ed i sorrisi,
mentre ricamava più loquace
di pizzi bianchi i bordi della riva,
lo disegnava altezzoso e gonfio
scagliarsi sulla sponda
come a volere dire sono io…
lo rivide sporco di vergogna
portando in braccio i figli
sulla schiuma inquinata
ed adagiarli in fila sulla riva
e lo dipinse nero di colore
con gli acquerelli morti
e tanto inchiostro
come un pensiero che si spande e invade
tutta la tavolozza del pittore.

Dilemma
Ossi, materie,
sangue che scorre
muscoli, vene…
corpo che sente fame,
corpo che sente freddo,
corpo che sente e vede
gioia e dolore.
Corpo che sente amore,
corpo che vuole,
corpo che anela,
corpo che prende e strappa
con le sue mani,
corpo che spera,
corpo che dorme.
Corpo che fabbrica pensieri
nella notte pensosa sul cuscino…

L’ora è fuggente
la vita è un momento
un corpo è acceso
un corpo è spento.
Il tempo che insegue
tutto il cammino
è un palpito vuoto
senza destino,
è come il corpo
misero e ardito,
assai più vero è l’infinito.
La vita è troppo piccola,
troppo si parte il vero
da quattro ossi,
un scheletro
i resti di un pensiero…
forse lo spirito si veste di corpo
e prende per un attimo il respiro?

La morte che viene é senza domani.
La vita è breve
la vita si perde
come un sogno alla fine del sonno…
Forse la vita è un sogno
e la morte è il risveglio?
Forse ciascuno è solo
e mentre dorme sogna dess’er io
pieno di mille simili d’accanto,
sogna vita ed affanni
e sogna il tempo e gli anni.
Oppure
Alto Fattore
arrovelli di stelle e di mistero
troppe piccole menti
e spandi il vero:
“Fede serena”
e basta una preghiera,
apre il mattino e la domanda
con le mani giunte
come appare
negli occhi di un bambino.

Caro amico
Abbiamo sognato insieme
l’ultimo tratto…
hai concluso il cerchio
che ha stretto il tempo
col suo raggio chiuso
fra due cifre
dentro lo spazio fermo
della stele.
Il mio sguardo
che ti ha seguito
lungo il rettilineo
per qualche passo indietro
ti ha perduto
dietro l’angolo
alzato sulle punte
esplora il buio…
Anch’io sono diretto
a quella curva
dove il sonno che dorme
trasparisce
l’eco dell’orme
a cui gli parlo muto.

La mirabilia tende al controsenso
Sui gradini degli anni
dove il cielo
si staglia più vicino,
rattrappito decubito
si versa introrso
commutando i passi
nelle forate della nebbia,
guarda l'alba quand'era una bambina
con le biadette sfumature,
anemofili palpiti stendevano
profumo matronimico sull'onda...
ora la guarda dai livelli muti,
vede un'ombra marchiana
travisata
dal menomo lapillo che si desta...
la cellula s'impiglia agli steccati
degli avanzati lumi…
le provette.
La mirabilia tende
al controsenso.

L'ultimo escremento
Il tempo degli spruzzi
è transitato
sente odore di foce
il fiume
e rifluisce in stasi
di memorie
decalcando orme
incustodite
nel recinto inedito
dov'è rimasto il peso
delle candele escluse,
guardando l'avvenire
che lo vedevo incerto,
sorpreso dalla nebbia
che sale dai tepori
lo trovo sorpassato
dal presente inodore…
il pendolo conduce
a questo mare
che più non lascia
traboccare versi…
resterà a galla
l'ultimo escremento,
quello che si cede
a malincuore.

Il compleanno
Troppi vivaci miscugli
discute la tela adolescente
vestita di apriche cornici,
un vento a proravia gioca
tirando pietre alle dolcezze
ed accende man mano
le candele.
Nello spazio del sole
la cesta grande come la
speranza e l'incerto raspollo
vanno per mano raccogliendo
versi come alberi che
attendono dalle cime
i suggerimenti del vento.
Nello spazio dell'ombre
l'arco di tempo digrignando
i passi schiocca minuti e
frecce a tradimento…
e sui fili stirati del tempo
si posano gli uccelli
a festeggiare
il compleanno.

Poesia
Io vengo da un pensiero caduto
sul lastrico duro della realtà
come un bambino che corre
coi piedi scalzi
sulla sabbia infuocata
gremita di ombrelloni non suoi,
soltanto qualcuno mi lascia sostare …
Dietro i vetri della bacheca
o nei cassetti
non ho problemi di terra,
morte non vede scheletri di morti,
ma la folla che passa
con la macchina
dell'indifferenza mi schiaccia,
qualcuno soltanto si china
a soccorrermi.
Nell'ottica di versi come l'acqua
dove si specchia gioia di riflessi
il mio granaio è colmo
ma il sole di giorno mi sorpassa
e la luna nittalope non vede.

Tempi moderni
Un flusso prevalente
coi vertici appuntiti
penetra il futuro,
sopraffatte dall'urto
certe armonie di fiori
guardano il sole
che più non entra nella stanza.

Incorre oltre sereno
in rapida di fiume
acqua che corre
senza distinguere messaggi
di sogni alla deriva.

Nell'atrio l'internet
navigando
gratifica l'asfalto
agli occhi chiusi,
non informa la mano
parimenti
ma s'accomuna a raggi
di deserti
dove nei campi ha straripato l'uso
del fiume cellulare
che riduce
il globo in una palla di parole
mezza dipinta
mezza scorticata.

Pertanto sollazzo soltanto.
La crudeltà è un quaderno
che l'anima spesso non legge
al vento che assiste
e ascolta il lamento
boschivo di fronde.
Perché hanno scorticato
il gigante alto levato
che dritto si ergeva
tra i fratelli?
Al centro della piazza
la festa di maggio non consola
la vista a quieta luna
che proiettori accecano la sera…
Passeggeri giocosi ignari accesi
come l'innocenza di bambini
carezzano
fresca di linfa insaponata liscia
la carne dell'albero
a traguardo di vertice giocando
maggese ovazione di cuccagna…
pertanto sollazzo soltanto.

Libertà
Nella campagna
sguazzano pupille,
sembra che vogliono afferrare
il profumo di fiori con le mani...
l'anelito del cuore
di bussare
contro le porte chiuse
coi battenti,
la lotta che divampa
per sfondare
le grate di confini
si attorcigliano
quando un morso di fame
soltanto
compromette
la discesa libera dei monti...
è duro lo schiantarsi nelle valli.
Forse il pensiero
che vola come Icaro
fa germogliare aliti e colori
dietro la pioggia
come l'arcobaleno, libertà
una statua gigante costruita
con le gocce di sogni
si frantuma...
il sole scioglie l'ali del pensiero.

La realtà
dalle grate divelte
assale il mondo,
una forbice
taglia i ponti di carta
e lascia i volantini svolazzare,
un coro pellegrino
impetra l'onde,
cova l'appassimento
di grappoli maturi,
acini dolci che nessuno coglie
pendono dai tralci...
martellata dal tempo
la bietta
spacca le notti lunghe
per comprare risvolti
investendo le veglie
e cogliendo profumo dai bisbigli
del pensiero che vola e s'allontana
da ritmo incessante di tamburi…
il sole duole sulle rive assenti
confonde i raggi e l'ombre.

Una croce sull'asfalto
L'auto si è schiantata contro
un albero dove il filo giovane
si è rotto…
il tronco è rimasto ferito
dal segno, la corteccia sostiene
una croce pesante.
Nei contatti la piota
vede fiori recisi, una foto
e nudo di candela
e silenzio gigante scalfito
da calpestio veloce di sonagli
dove hai giocato gli anni belli
e persi
con le calamitose sonnolenze
sulla curva correndo che corre
come sottile agguato
e libido velato di sorpassi,
parola di strada che corre
pietosi giacigli di morte…
colaticcio di moniti la cera
su candeliere spento.

Terra
nella tua anima friabile
dove radici vedono la luce
e trovano lo spazio per spuntare
accogli in metamorfosi di carne
silenzi che spellano l'ombre
come il processo
di verminazione….
L'essenza della vita
si commuove
nei misteri segreti
del tuo grembo
che rifocilla il sole,
prende armonia di pieghe
esprime l'io
come guardando il viso
d'una rosa
sotto mattino fresco di fucina.

Un qualche sasso
forse scampato
a un diroccato muro
inciampò il passo
sulla pace dell'erba…
e ritentò la vita lusingato
da speranze di raggi dietro nubi…
Il forestiero
nel ritiro del bagno di parole
venne punto
dagli angoli chiusi
e seguitò affacciato
ai giorni vecchi
seguendo l'orizzonte
a passi uguali
a cercare un sorriso
che non c'era
negli occhi
di qualche parola.

Un granello di luce
stava sospeso
tra pareti strette
e l'orizzonte apodittico,
vedeva:
un interminabile deserto
solcato da navi pirata
e naufraghi nidi d'innocenti,
i giganti nebbiosi
in cima al monte e nelle valli
vicoli tortuosi
brulicanti di briciole scugnizzi
come domani vuoto…
c'erano uccelli neri
con le cavie nel becco,
strappavano i brandelli
alla natura…
c'erano spettatori,
campi intensi
come fiori di spiga
oltrepensiero
sommersi dalle glume,
e c’era il sole
dietro nuvole grigie…
Rifletteva!

Un barbone
barattando armistizi
apre la porta
al cuore della gente
guarda il paesaggio
che s’allunga,
vede qualcuno
che gli tira un avanzo
come una pietra
senza osare entrare
nel lebbrosario
per non contagiarsi…

Il barbone
con la pietra sul cuore
esce dal tunnel,
trascinandosi il carico di stracci
lungo rive salate di vita
che lasciano
quadri senza nome.

Globalizzazione
Il cielo dorme
avvolto da strati di nebbia,
nella stanza
c’é un po’ di disordine
a causa di una passata invasione,
qualcuno navigando
su svolte appuntite di progetti
in acque dove
razionali intraprendenze
hanno preso il possesso
rimuove il fondo,
come cane d’assalto
entra abbaiando
e affonda i denti
nella polpa di mobili antichi…
gli occhi del futuro
traspariscono risvolti
dietro illegali avanzi,
di gradino in gradino
livelli oltrepassando,
con lo stratagemma
del becchime
scrive righe nuove
misurando consensi
in punta di piedi
su groppa che peso sopporta.

Larve salpando
La terra partorisce grano
carezzata da cielo
che semina amore,
suscita rancore
nei meandri
di versi gibbosi
che battono l’ombra.
Le passate scorrerie
su libro vecchio
dove il tempo
rosicchiando orrori
ha lasciato ossi duri,
godono di ripetizione.
Larve salpando
travestite
di lineamenti di soldati ed altro
incartano
a spettatori attenti
dietro convogli di vetro
brividi
che levano ai deserti
il corpo di sabbia.

La colpa è del dislivello
Dislivelli
nella conformazione
della crosta terrestre,
dislivelli tra lampada e l'ombra,
dislivelli sterrati dal vento
ostentano orrori…
ma se i figli non fossero
più belli dei padri,
se nutrissero il buio
di sogni di pietra
invadendo il tempo di cocuzzoli
come un medioevo sostanziato
di spazio navigabile
su internet ed altro…
all'incombenza di colmare i lumi
trasparisce la costa
in lontananza
che a portata di voce non arriva
sillabando lo scheletro dei pezzi.

Caro amico
Il canto della piazzola
sfoglia ricordi
sui gradini della matrice,
quando il sole cuciva melodie
raccoglievamo sogni
ed appartati
nelle solitudini affollate
cercavamo orizzonti,
a cospetto della stanza buia
scavalcavamo l'ombre
verso il filo di luce
che entrava dalla soglia.
Oggi egli azzarda un raggio
che non scalda
a vagolare di macigni...
ninna la vita larve di profitti
nell'assordante incedere
del grifo che sorpassa
e sfocia nei deserti di parole.
Nella gravina immerso
ascolto il tempo
che trascorre invano,
non mi raggiungi amico
veicolante sui binari stretti…
non cresce verde
sulle dure zolle.

Amicizia
Un lumicino
al buio si conosce
quando solleva il peso
col sorriso.

Angeli della vita
L'ergastolo sarebbe un deserto
se annusando il cielo
sentisse un albero soltanto
che ogni foglia
ha dovere di cadere,
varcar la soglia
siccità più dura
i pensieri incrinati dalle scosse
cambiando stanza
ritrovare ovunque…
Angeli della vita
eleggono la cantina di ferro
dove non entra
ad ogni compleanno
il peso
della parola mai…
frenano macigni rotolanti
dalla cima del tempo
sulla china,
inventano proiezioni,
levigano
gli steccati rugosi
del recinto.

Una finestra affacciata
sulla città
guarda
la moltitudine di gente,
ride il binomio
diversamente insieme
nei vicoli stretti
quando un qualche ponte
misurando
intervalli tra partiti
spigola
la lunghezza di una mano
in punta di piedi
nel campo
dove
la voce degli occhi
che parla
lingue straniere
trabocca colorando
gli angoli vuoti
coi pennelli nuovi.

Ruscelletto
Sfogliando pagine ingiallite
di questo vecchio libro
gorgoglia un ruscelletto
di silenzi abissali di ghiacciai
di note scintillanti di poesia.
Ruscelletto
torno a questi anfratti
ad immergere gli occhi nei tuoi flutti
e rivedere i sogni
quando correvo agile tra greppi.
I miei occhi
rosi da intemperie
che stridono urtando le pietre
del mondo cercano ristoro
tra rapide vivaci
dove erompe il corso cristallino,
anche se più non calzano
i miei piedi l’orme della balza
il ricorso del vecchio io resiste
contro la corrente…
allora l’acqua mite si commuove,
dopo il bagno ritorno bambino
a giocare rubandoti i sassi
e scorrazzare tra pendici e spruzzi.

Caro monte
nei cari luoghi
dove giocavamo tra pendici
a bisbigli di bosco col silenzio
ti trovo con la schiena scorticata…
e sangue di terriccio
cola a valle.
La neve si adagiava
fino alla verticale barricata
dell’imponente picco,
ora si ferma
sulla piaga mozza.
A basso,
tra le macerie della tua sconfitta
si ergono gli ammassi
di tritato…
e il sole piange
come un poeta malato
che più non trova
fantasia di versi.
Il tramonto sanguigno tra le nubi
pare che covi fumo di vendetta…
amaro paesino nella valle!

Davanti al caminetto
Quando il freddo
che piove tutto il giorno
si scioglie nelle ore della sera
racconta il fuoco gioia di memorie
al tepore raccolto, il caminetto
scoppietta,
accende versi dolci
sereni
d’altri tempi
a questo spazio disgregato
dove la televisione
che detiene lo spirito
e ruba il calore alla fiamma
favella
invece della nonna
che partiva dagli anni
a contare parole raccolte
dai rami del cuore,
colmava la stanza di luce.

Libertà
Ho ravvisato la tua immagine
arroccata da un muro di vetro,
ho martellato coi pugni di rabbia
le bitte, il timone, gli ormeggi,
per poterti afferrare,
ho strappato la pelle alla terra
inzuppata di cocci di vetro,
ho inalveato il mio fiume
verso il tuo letto
per confondere le nostre acque,
ho bruschinato le ingiurie del peso
come crespe sulla mia fronte
con la spazzola delle illusioni
per condurti alla quintessenza,
ho cecato gli occhi del giorno
per nascondere il buio del cuore,
ho coltivato nel libro dei sogni
cristalli di stelle
per regalarli ai tuoi occhi,
ho investito le suole dei piedi
per deserti, per nuvole e mari,
ho contato gli occhi, buttati
come sassi sulla mia pelle,
ho consumato tutti i pensieri...
ma sono arrivato troppo presto
quando non eri ancora nata
perciò non ho potuto abbracciarti.

Pensieri notturni
navigano in un mare
dove sostano nuvole
assalite dal vento,
voci alla rinfusa
piovono sulle soglie
dell'assonnato insonne,
invadono le orecchie incessantemente,
come branchi di cani inferociti
affondano i denti nelle piaghe morbide
per trovare più facile la strada
e gustare il cammino...
buio per vedere
orme di piedi cancellate
dalla sabbia del tempo,
buio per volare...
mille gabbiani stecchiti...
accarezzo le piume morbide delle illusioni,
buio per toccare i desideri
sepolti in fondo al mare...
le ore della notte incolonnate
dietro le lancette dei secondi
contano intestardite a cerziorare
i minuti analitici,
guardano dietro le tende della finestra
aspettano che si propala l'alba ...
all'alba
il cacciatore carica il fucile,
volteggia il falco,
esulta il pettirosso sull'insetto,
schiocca ridente il merlo sul lombrico...
e il sol scintilla
sulle lacrime fresche di rugiada.

Insostenibile
"sempre"
gremito
grande
avvolge l'infinito
contropeso...
scalfisce
"mai"
con l'alito di piombo.

Pasqua 1999
A questo mare
anchilosato
atavico
senza orizzonte
ancora sempre scie
di ricusati allogeni...
lasciano i luoghi
lente
stremate
lunghe
frotte
abbacchi
kosovari
sangue
espunti...
come una via crucis
continua
senza resurrezione
questo giorno di Pasqua...
Alleluia!

Batte l'onda
parte da lontano
senza la prima pagina
si perde
nel presente aperto.

Isola proibita
Ulisse
ascoltò il canto
delle sirene,
non si fece
legare...
vide
una finestra,
uno sprazzo di luce
libertà…
e spiccò il volo,
ma picchiò
la testa
contro il vetro
trasparente...
il bambino si chinò
raccolse
l'uccellino morto
e pianse.

Adespoti
decalcano lo schermo
tesi all'estreme luci
della vita apparente
a dispetto
del consumo reale.
Alba grugnosa sosta
tra i sedili aggrinziti...
ermi, diffusi, inermi
respirano l'afrore degli sguardi,
e vagolare di randagi gatti
tra i rifiuti del parco,
pungono il ciel le antenne
come gli occhi,
e l'erba grave
come una barba
sull'irsuto viso.

Il sole affonda
nelle discrepanze,
i giorni come casse da riempire
lungo il tragitto
solcato da voli inafferrabili
svolgono interminabili crocicchi
camminando ad alta a voce
fino a quando
toccano con le mani
sfere inodori...
artatamente endici
professano
il ruolo di mercanti,
spalancano la porta
come se dentro ci fosse una festa...
e gli occhi della notte
masticano l'ombre sul cuscino.

L'usignolo
Abbracciava
la gretola
col canto,
beccava
il ferro amaro l'usignolo …
guardava il cielo
dall'impasse
ingiunto
e manducava
briciole
e rimpianti.

Danza
Spande giocose trecce
una bambina
sospesa dalle dande
i primi passi
tentenna l'alba aspetta
la festa dell'amore
primavera
i messiticci rompono le zolle...

corre la vita
inciampa contro i sassi
sonde
mirini
attese
allunga i passi
per arrivare prima al suo solstizio…

cala la sera
l'ultima stagione
mutolo spleen di spogli
piange foglie l'autunno
il pianto copre
la terra intirizzita
e l'anno muore…

dietro il cancello sugli avelli bassi
suonano i sepolcri decorati
le pietre morte
lisce
riflettono
nel campo di silenzi
l'eco insciente
dell'ego trapassato.

Lucciole
contesti
canti
voci
suonano già
dalle campane ataviche
tra le grinzose pagine
del tempo,
dissidente brusio
nel frastuono
di campi intensi
di martelli e chiodi...
Oggi
concitate incertezze,
scalpi di silenzio,
rabbie latenti,
nuotano
davanti
alle macabre scene:
genesi scoguagliate
sull’altare
d’impalcature elette...
Va sempre più
tra arroventate siepi
questo profumo di selvaggi fiori.

Da questo sol che dona e che distoglie
vaglia puledro eclettico lo spaglio...
rugliare in alto mare senza scogli
o zampettare tra cespugli e scaglie.

Acqua
scivola
falde
pietrose
lubriche
equorea
rode
tintinnante
ruzzoli
lascivi
alture
tumide
vacue
sponde
forbite
lambiccate cime.

Un lupo
incognito e rapace
prendea l’albe digiune
in sul mattino
e seminava scempio,
andava tra le greggi
e nei covili,
non temeva nessuno
perchè faceva legge
e nelle mani
tenea pastori e cani...
e si copriva il bruto
gli occhi e il viso astuto
con gli occhiali…
non parea fosse male.

Erano tempi cupi
Urlavano i lupi
dappertutto,
perfino il sole tiepido
abbaiava…
coi piedi scalzi
l’animo maldestro
arrampicato al buio
sul cuscino
si prendeva la mano…
pareva sogno
ma era pensiero.

Vecchio ciliegio
siamo cresciuti insieme,
primavera
dipingeva di fiori le tue brocche,
ornava il davanzale di foglie verdi
e di vermigli avventi
la bicromia stagliata sul tuo viso,
ed io coi trilli
arrampicato ai rami
coglievo i tuoi colori
e li gustavo
col sapore degli anni zampillanti,
e mi ricordo
quando muto e spoglio
aspettavamo insieme i tuoi germogli.
Ora il tempo è passato,
quest'autunno
eziandio mie foglie ha rattrappito...
ma tu vecchio ciliegio
aspetti ancora
il canto che ti scioglie
dalla briga del verno,
mentr’io svolazzo
dentro una bottiglia
in questa stanza muta
dove la primavera non dissonna.

Un cormorano
seduto sul vento
con l’animo vorace
occhiava i guizzi...
cullava l’edonismo
e s’imbuzzava,
crapulava
con la connivenza
dell’acqua chiara...
trascorreva la vita
a defecare.

Un batterio invisibile
schioda l’ombre furtive
nella stanza,
risponde al sorriso
delle brocche fiorite
con le forbici in pugno,
il becchettio aspetta
col fucile spianato,
strappa all’albero spoglio
anche l’ultima foglia,
corona lo specchio disadorno
coi riflessi del sole...
modula i suoi rintocchi
come fastigi accesi,
arremba i lumi stenti,
corroborato
barbica nei campi
affollati di pietre e di parole.

O vita
come un album di fotografie
disordinato
dove presenti e passati
dormono insieme
e si assomigliano.

Piegato ai rami spogli
delle betulle
si lambiccava alquanto
l’ego ceppo,
scorrevano sul tempo
passi uguali,
l’alba grigia sul parco,
gli asfalti deserti,
il cielo solcato
da voli invisibili
profondi,
e nuvole torve gremite
dall’urlo
di barboni silenti
accartocciati.

Gerontocomio
Benemerite zolle
di feraci raccolte
grembi stasi
dove ancora gli uccelli
trovano qualche chicco.
Vecchi
mutole cornici sfocate,
astratti
al tepore
delle piccole luci,
rigettati
da stipiti contesti
all’ombra ingrata.
Vecchi,
lo stanco costernato
proseguire
a passi uguali
sui binari lenti
dell’egro campo
come foglie secche
aspettano il vento
per volare.

Come una giostra
Il sol ridente
scrive sulle zolle
la prima fogliolina,
dice mamma
gioia degli anni...
figli
vanno riflessi
scorrazzanti padri
rinnovellati,
rincorrenti sempre
come una giostra
contro il tempo arido
che strappa,
per nuovi cieli
strade di speranze.


 

Le contraddizioni dell'amore

Buon compleanno
un pretesto
per ricominciare
ma l'onde scalze ai piedi
spruzzano gocce di passato
sulle pieghe del viso.
Abbiamo maturato i nostri monti
lasciandoci le valli
e dalle cime
volevamo riproporci
sporgendoci nel vuoto,
ma non possiamo tenderci la mano
perché siamo piramidi
con la base di cemento
più forte
del vento che
non ondeggia i vertici
coi pensieri incollati dal peso.

Okay
Tra le maglie
impigliata nella rete
ragazzina asiatica stuprata
costretta
a rispondere
okay
ad ogni comando…

basta cliccare
per scoperchiare l'anima
di un servizio
nei reconditi spazi
dove penetra l'urlo
di un orgasmo strappato
da vibratori,
confuso
negli occhi
che gridano
un silenzio
per diletto affocato
di un pene
coi vestiti eleganti
e la faccia formale.

Pulcino solitario
forse uscito dall'uovo anzitempo
non lasci competenze
alla stagione che si versa nel brolo,
sprofondi in fenditure nel rifugio
di tresche di prismi e gibigiane,
cerchi con fiamma di occhi
qualcosa come fame d'evasione
dirottando questa età d'attesa
in progetti risibili. Lo specchio
riflette ingenua malizia
con passo malfermo alla deriva
senza grattacapo di volante.
Marezzi di viluppi come impronte
scoprono pagine
del tuo libro segreto
nella bacheca di buccine vuote
raccolte su rive di giorni
formulando sensi da nonsensi.
Soffri di chiodi fitti alla facciata
per mostra permanente
di quadri
che non sono nemmeno di valore.

Indifferenza
Respiro l'odore dell'erba
che si piega alla prepotenza
del mio peso,
stendo la stuoia sulla riva
del lago affollato
dove il sole soltanto
non dimentica il mio corpo,
un vento leggero assorbe
l'armonia dell'indifferenza.
Il discorso dell'amore non parla,
si accosta a vociare contento
di bimbi che si tuffano
con lancio di spruzzi,
malizia trascorre
di nude ragazze allo sguardo
che inventa canzoni sul corpo…
ora il giorno è passato,
nell'acqua
si specchiano i sogni,
il tramonto
comincia a rubare qualcosa…
un volo di anatra sguazza
con palpito d'ali.

Sembra che la bilancia si diverta
a sovvertire cori di rintocchi…
l'incendio che nuotava
nel mondo di un bacio
vive nel grattacapo di estintori,
si sente da rughe di sole
che cala obliquo
e scioglie nella stanza
la micidiale indifferenza.
raggi di luna che passando
partorivano colori
suonano come coltelli
attraverso fenditure
di un mobile antico,
la lingua per tradurre il fenomeno
s'avvale
di suggerimenti di canini
e logorrea che insiste
tracima di episodi fino al porto
dove le veglie punte
da isocronismo di lancette
battono la riva
come schiuma che l'onda rigetta.

Era tempo di bussi
Ti sentivo piangere dietro la porta
della stanza, bussai ma non apristi,
forse non trovasti il chiavistello,
così rimasi fuori
sotto l'imperversare della vita.

Ora che grandine tace sui campi
e accenna tramonto schiarite,
ali di fantasie trascorrendo la città
diroccata sollevano polvere di castelli,
ti svegli all'improvviso e accendi un lampo
che affoca l'orizzonte tra rovine
dove sventolava la bandiera.

Dal grappolo si stacca un sortilegio
iridato di spunti di magia,
soccorre la porta serrata
liberando giganti di fumo
rinchiusi in boccette di vetro.

Risalgo le pendici dalla polla
a questo masticare di memorie
dove restando fermo sulla soglia
guardo l'altro lato dello specchio
che mostra la dolcezza capovolta.

Quella sera estiva
trascinando i passi
nella solitudine affollata
il mio sguardo è caduto
sui tratti rimossi dal tempo.
Eri con un altro…

I tuoi versi sommersi
di occhi
hanno chiesto asilo al pavimento
e labbra masticando pietre
hanno parlato:
discorso di folto di verde riarso
di ombre
che aspettano fili di luce
per crescere
ed hanno paura del buio,
antiche truculente di crogiolo…
Non era in programma l'incontro,
forse è stato il tema del destino
che ha stipato gli anni
nel cassetto di un attimo soltanto.

La lettera
Ara su fondo
l'ancora
non ha fatto presa
vedo fogli strappati
nel cestino
come travi che reggono
il soffitto
mentre la deriva
conduce la mia nave
tra gli scogli…
Ora lo strofinare della gomma
ha trapassato il foglio
senza cancellarti
perciò rimango fermo
sui dettami
di vetro dell'ampolla
a custodirti.

Un uccellino smarrito
volava tra sterpaglie,
l'uomo attratto dai colori
vedendolo facile preda
lo catturò
forzando la porta serrata
con la tastiera arrogante
che scrive le azioni del mondo
su carta di qualità…
strideva a sonagli l'ardesia
incisa dell'io dominante
su pube di morbide piume.
L'uomo negò ai brividi
audizione
finché labbra gridarono mute
e gli occhi riflessero il vuoto.
Su gradino dell'ultimo tratto
l'uomo pentito aprì la finestra
ma l'uccellino non spiccò il volo,
non poté perdonarlo
poiché era morto.
Rimasero i resti chiodati
su muro del tempo.

Una goccia d'amore
Una goccia d'amore bambino
piovuta dal cielo,
forse un cielo di gocce
perché ha inzuppato il pulcino…
cielo rimasto mattino
dove affondo
carezzando la tua cadenza,
cadenza che mi sfugge
cui concedo
una mano confitta nel tempo
pronta a largirti i quadri
che ho dipinto.
Lo specchio frantumato
piange schegge di versi,
non riflette
l'altro lato
s'é sciolto e pende vuoto
a misura di anni non s'acquieta.

La nave dell'amore
Corriva di colori
buca strati di nuvole
la luna,
spiega vele promesse
di orizzonti
col vento in poppa …

come bioccolo muto
di candela
la favola delusa
alla deriva
affida la salvezza
a caicco minuto
in alto mare.

Onda di mare
Se ravvisi nel seno di una rosa
defunta tracce di profumo non
pensare sia viva…
i miei sogni di ieri e progetti,
torce balbettanti a ricerca di un verbo
che fugga la realtà, smorzate
risorte dopo il fumo,
memorie di crogiolo che hanno forato
il tempo, inventano rintocchi
per uscire dal silenzio, si addensano
nella piazzola sgridando il sole stanco.
Ali ferite dal frastuono crollano
ora che la guerra è perduta.
Non sapevo che il vento tirando
i versi mi portasse contro gli scogli
e fiori di notti giganti
ingannassero la primavera,
io onda di mare che volevo
avvolgere una riva a braccia aperte
stramazzo
agli amplessi di scogli
sotto gli occhi di granchi coriacei.

Ho trascorso
una strada di divieti
posti negli spazi intercalanti
tra un rifugio e l'altro
con gli occhi sorpresi
come una luce sui misteri,
ho sofferto
il morso dello sguardo
che attacca i giorni
giocando
coi sentimenti teneri,
ho tastato con le mani
la siccità che incombe,
ho venduto
all'apatia del tempo
la sete di silenzio
nel deserto affollato di parole…
sul giaciglio dell'onda
la sera disteso
scolpisco d'un tratto
lo spazio che si frange
sull'urlo
del dente cariato
tra due lingue
che giocano all'amplesso.
 

Strano amore
forse anche grande
senza ricorsi a finte
netto
come intersezione di normali,
sarabande di versi
prillano sullo specchio…
il tasto
è soltanto un appiglio
non conferisce
alla bilancia un peso,
l'invisibile è luce di tuoi lumi
gracida torno vuoto di confini,
non t'arrendi
se un'ombra si nasconde
inventi versi
quando tutto è muto.

Amore Amore
Non c'è sospeso a queste ombre un filo
dove tende alla luce l'altro capo...
cala la sera sonnolenta
senza pioggia di stelle,
le correnti contrarie e la deriva
schiacciano le ore fuggitive
come l'autunno gli occhi delle foglie,
racimolate lungo falde di un sospiro
affiorano canti sepolti
e fiocchi di capelli ammutoliti,
accorrono pensieri dentellati
come schiere di immagini allo specchio,
oscillano i velieri fra le onde
di questo mar che si dibatte offeso…

Oh questo decantato amore amore,
questo profumo che si spande e vola!
Inaridisce il verno le sue piume,
e la scolpita venere di neve
più non si scioglie
non versa le sue acque a questo fiume.

La risposta volgare
Sentiva amore
usciva col mattino
ma gli scappava il cuore.
Si chinava sui fiori
accarezzava i petali e gli steli
ma li seccava il sole.
Vedeva trasparir
l'acqua sorgente,
domandava
allo specchio
per favore,
ma l'acqua chiara
si turbava al vento.

Lui le parlò col cuore,
lei silenzio,
e nel silenzio un rombo…
ed un odore.

Nel calle brullo
dissestato
la speranza non ride
aspetta
dorme…
risi sfioriti
muti nei visi
pallidi,
gli oggi
i domani
fusi nelle mani
nervose,
aneli stinti
foschi dipinti
fiori senza tetto
batte nel petto
la vita
scolpita
su cocci di parole
frante
senza sole…
giochi?
Non ho carte
ho un corpo!

Fruscio irreperibile
Diceva bello è
ma era brutto,
varcò la valle
con il capo chino
per quattro peli
cose da pazzi fece,
il deserto angoscioso
ed il cammino
superò,
la tempesta
l'oceano
il maroso
attraversò.
Diceva dolce è
ma era amaro,
diceva luce è
non era luce…
fruscio irreperibile.

La bolla
L'amore splende,
trova sempre un coperchio
contro l'ombre,
mentr'egli suona,
abbarbicato al vento
ascolto il canto:
sfoglia le margherite nell'attesa,
fabbrica miele
sulle zolle asperse
e partorisce, musica la pelle
delibando il baratto
della libertà con la voliera,
sulla groppa degli anni
dove pesa
cova sotto il cuscino
coi rintocchi,
discettato dal guado
s'insinua nei viluppi zoppicando,
cerca una cengia
alla spiovente roccia…
Frastornata dal nocchio
una vermena
non uzzolisce al canto,
deferisce segreti emolumenti
alle cangianti tavole del tempo
e spiega l'ali negli spazi invalsi...
provette annoverando
come il lambiccamento che mi rode,
e stralcia i fondamenti
della bolla.


Poesie che hanno per tema le contraddizioni della realtà

Attesa senza attesa
come un filo lento
tra le dita
sul cuscino
imbevuto di sonnolenza,
vedo i lumi teneri
cecati dal barbaglio,
il sol coi raggi
scorrazzar scintille
sulle stille di pianto,
l'onda che insiste
sulla battigia tormentata…
d'un tratto l'alba
col chiaror dei raggi
scioglie
le fantasie del buio,
mi richiama
a galla nello stagno
tra la moltitudine scolpita
e lo sguardo pietroso
della mummia.

La baraonda
La vita è stuolo
di scolpite voci
parlano tutte insieme
come una baraonda,
nuotano alla deriva
tra remoli aberranti
nel deserto di sabbia di parole.
Una finestra aperta c'è
che accoglie
l'amore, la famiglia, le amicizie…
con gli occhi volti al cielo
vede Dio
ma non ha vetri
per fermare il vento.
Dalle vessanti ataviche cornici
artigli manovrati
da una litica mano
suonano sempre sui livelli bassi
dove il silenzio grida ma non nuoce…
e il sol si presta al gioco
come innocente placido fanciullo
dimentica le nubi
e ritorna sereno sui balocchi.

Passano gli anni
dilavati
del libro che ricetta
le immagini vive
trafugate ai dettami
nell'angolo che strappa
i nodi e annoda
dove la luce spenta
splende più forte
e smorza
i colori del tempo
come un attimo insegue
che sorpassa
ogni passaggio d'attimi che passa
nella cesellatura
dove un taglio
affonda e lascia il segno
sui trapianti.

Scavando nella nebbia rinvenire
frusciando nei capitoli notturni
mordeva solitudini affamate
come ombre di gatti tra i rifiuti...
gli piangevano gli occhi e i vestiti.

Gli occhi
non trapassavano
la nuvola grigia
che copriva il sole
come una corolla di squame...
accorpato alla croda
mirava il pizzo acclive
e sotto flutti e spuma
della cascata...
le corde della vita
rigide
come aghi di ghiaccio
non le piegava
con i dettagli rosa,
e disilluso
dalle parole accanto
tirava a strappi lenti,
il ramo appiglio
a cui la mano implora
poteva sollevarlo
ma non c'era.

Anni decalcati
sugli sgualciti fogli,
sugli album
raccolte
fotografie slavate
bianco e nero,
dall'altro corde sciolte
correnti contro il sole,
guadi pressanti
scogli,
a questo centro vuoto
di passato e futuro
convergenti.

Don Chisciotte
Discaro vagolare di fuggiaschi
rifiutati dall'onda e dalla riva…
sostano sul bagnasciuga
una mamma un bambino piangenti
come i sogni gremiti di pane
accarezzano ancora le notti...
guarda
dal suo cantuccio logoro dal tempo
affacciato allo specchio
don Chisciotte...
glissando strappato alle corde
fende l'aria
della piazza gremita di folla,
grida ai giganti
che girano
come le pale del mulino a vento.

Tra greppi sciatti
e fumo sgretolato
del terzo mondo
le telecamere
allibrano la miseria...
bimbi sfioriti
a cui soltanto gli occhi
splendono
per gemicare aliti
con la notizia icastica
che tocca i pulsanti...
e gli umori illativi
degli alti colli
e catene rocciose
bianchi
come la faccia della neve.

Una laguna stantia
questa sala d'attesa
di seconda classe
col pavimento sporco
di cicche,
con l'orologio fermo
alla parete
dove corrono gli anni
impazziti..
vecchi assopiti,
zaini a tracolla
desideri, speranze…
avanti e indietro,
e moccicanti frugoli
riposti agli angolini
costernati di funga...
russano le valigie
gonfie vuote
degli gnomi azzardati
a punte brille.

Guardano i monti
le città sommerse
dove non parla più
nemmeno al vento
come le foglie secche
calpestate
inzuppate di pioggia
la miseria...
le lampade
consumano petrolio
per gibigianne
e plauso belato
delle greggi lanose,
negano le gocce
a vacillanti lumi...
mille più mille
fiocamente
ancora...
e bisbiglianti lucciole
nel cielo.

Cigolano
le ruote del carro,
più non galoppi,
tiri
recalcitrante,
tentennano i pensieri...
fosse il naufragare
un assomare col pesce in bocca
come il pellicano,
fosse oppure seguire
la cometa
come serrati adepti
nel bosso...
quest'imbrunire già
le membra frante
tenzona con lo schiocco,
senza stelle
cala
si spande
ed incupisce il mare.

Sull'ali della sera
partono l'ombre
come sospesi aliti
accappiati
dallo specchio icastico,
rotolano a valle
nell'egro mare...
quest'involucro opaco
dove con l'ego sommo
l'io dimora,
gamete impercettibile
abbrancato
alle ceneri dell'archetipo,
vuoto imperfetto
tra covile e cuna,
è un fiume pullulante
di pirana,
polpa avvizzita
masticata da vacuo sermone,
canti e contesti
tra celeste e pane.

Vedi cimeli stanchi
carezzati da sterili lusinghe...
Giochi senza riflessi
schiacciano all'orizzonte stretto
le penombre insistenti
con la luce
d'uno squallido sole rubato
al cielo grigio
lungo meridiani sonnolenti,
cantafere di notti incapaci
a versare frantumi di sogni
sotto il peso del tempo
che si sveglia
sullo specchio di passi zoppicanti,
manducando epiteti senza corpo
e incolonnando versi
su righe oblique
lumeggiando meriti artefatti
per illudere le ore vuote.

La trasmissione
Parte il carro porta a domicilio
le anafore serali,
rende l'atto a misura di trilli
l'attore…
Oggi speciale è alto
più alto della cima
Il gladiatore lotta posseduto
contro cifre rivali,
ascolta qualche numero che scoppia…
con esso è concesso
scambiare le armi,
s'accende la somma,
sorseggia, consiglia, sconsiglia,
insiste, resiste
tentenna
il concupito,
rifiuta per l'osso più grosso...
pende sospesa al pollice del caso
la sentenza...
Così fa capo a questo colosseo
il mondo opaco
dove si sbrana la miseria.

Siam pronti alla morte
Nella corsia veloce di sorpassi
che spesso
è l'unica strada disponibile
succedono molti incidenti
tra cui pugnalate di memorie
da parte di parole senza occhi
e dona a miscuglio di voci
il tono di umani esplosivi…
"Siam pronti alla morte"
che si adatta
a tocco stipulato
di campane nostrane
che barattano allori
dove sottoterra la radice
come la nostra analisi dei conti
ora intesa a scollare giunture
legate dal sangue dei moti.

Rami nodosi
e poli autorevoli
come muri di pietre
accapezzate
ballottano
i pensieri
la famiglia
la scuola...
e manichini erotici
affacciati
sulla cresta dell'onda...
bambinella
che sorgi
allo specchio di muto candore
azzimato
dalle false promesse di marzo
come fiore nascente sei,
coi sogni nei sepali,
allo scoccare della galaverna
di questa pazza prima primavera.

Sulla giustizia
Dove l'uomo é chiamato
ad allungare
i colli delle alture
dove scorrazza il senso
e non trapela
nella ciotola opaca l'acqua chiara,
dove l'eco non pesa
sul cuscino
della giuria votata a recitare…
dove nemesi schiocca
manovalando leggi pellegrine,
la giustizia
con la fronte lavata
dalle piccole mani
si prende la briga di accorciare
la lunghezza del tempo,
e l'innocenza
che non si scioglie in acqua di parole
abbraccia il mondo con le mani nude.

Scavai la terra
per piantare un fiore...
le unghie infossate
incontrarono
cocci di vetro.

Vestito dell'onda dell'io
correva il fiume
per pianure e valli,
non dava trasparenze
né riflessi,
non lo pungevano
le stelle
non l'attraeva il mare,
si rompeva di remoli
e di schiuma,
e straripò nei campi...
una palude fangosa
fu la sua vita.

Premure e soprusi
Rinvenire una rosa bocciolo
sugli spalti dorati di maggio:
la pelle, gli olezzi, le labbra…
premure del sole
che gioca a sbocciare.
Le grida, i silenzi,
la fretta dei giorni, le rughe…
soprusi del sole
che gioca a sfiorire…
Le ali del giorno atterrando
su tramonto annoiato
svolgono il panorama
dalla scarpata
rotolando a valle
sulle dentellature degli accenti.

Rulli
pressano
sugli anfratti bagnati
di sudore,
di lacrime,
obelischi infilzano
il sole
e zavorra piatente
nelle stive,
bocche grandi
enormi...
a macca nell'involucro
parole
come lanterne accese
senza luce,
fiumi di schiuma
in questa plaga stantia
che si regge e ruota
sull'asse
soprusatore-vittima
due poli.



 

Poesie di Natale

È Natale
Onda di cielo e di gelo
indaga sulle vie della città,
schiudi le ali abbracciami fratello,
allineate briciole di mente
per sassi che si rompono in frantumi
sotto le carezze dell'amore
danno estasi,
vestiti di musica e di stelle
indossano le stanze
e le finestre allungano i colori
sulla strada,
sembra vaghezza di varcare assiti
abbracciare il mondo con le ali
e dare un indirizzo nuovo
al babbo natale
con la renna carica di cuori.

Andiamo a Betlemme
È nato, è nato…
la stella ci guida a Betlemme.
Andiamo a Betlemme!
Dalla vetta che cresce
ogni anno un gradino,
la grotta rimasta confitta
nel vuoto del tempo
possiamo raggiungerla
senza tragitto.
Andiamo a Betlemme!
la grotta del povero bimbo
che nasce ogni giorno
a mille più mille
aspetta un dono….
Andiamo a Betlemme!
Uniamoci al coro
ciascuno portando una luce…
la voce di occhi di bimbi
traduce un silenzio
che parla alle attese
come un suggerimento…
Andiamo a Betlemme!

La stella cometa
La cometa indica un punto
agli occhi del mondo sospesi
al mistero che affolla di Betlemme
le case e cuori adorna
di luccicanti fantasie d'avvento.
L'attesa nel cuore del mondo
accende una fiaccola dove
avvampa serrata la lotta
sul bastione per illustrare l'io,
cerca un gesto d'amore
tra maglie di confini
in questo campo
di virus perenni di soprusi
che parte dall'inizio del cammino
ed attraversa il mondo.
Questo indirizzo che supera il tempo
festeggia una vittoria
dove silenti brevità d'artieri
tendono gli sguardi crivellati
da strali di parole in questa nebbia
dove una mano tesa non si vede.

Le ali dell'inverno
avvolgono l'avvento
sui rami trafitti
dal freddo
dove il cuore smagliato
dal senso terreno
sente l'eco nell'aria
del dono di Lui
che s'è fatto bambino.
Nelle stanze semplici
sgombre di baraonda
luccica l'attesa di un regalo:
una parola nuova che riempia
di luce…
non deludiamo gli occhi
dov'è rimasto uno spiraglio vuoto
perché sgorghi
il traguardo d'un sorriso.

L'albero di Natale
In questo natalizio andirivieni
vedi tremare un angolo di pino
che grida sotto il peso
di candeline accese…
e candida neve che apre
il cuore a pensieri giganti
è gelida coltre che copre
sentenze posate su scalpi
di abeti che spandono verdi
perplessità
nella tortura lenta rinfrescata
di gocce d'acqua
per durare a lungo
gridano i peccati
senza il coraggio
di rompere il silenzio
di suggestivi scintilli di luce
che giocano a Natale.

Sorpresa da un cielo di luci
questa marea pubblica pensieri
che involtano in carta da regalo
il cuore.

Piove
rimbalzano chicchi di grandine
su lastrico stradale
alluvionato
sulle auto parcheggiate,
sul passante
con l'ombrello sformato
dal vento
come questa festa di Natale,
piove
l'eco echeggia
contro le pareti dei peccati…
ma l'arcobaleno che fa capo
alla capanna povera
ogni giorno
dove nasce un bambino
e dove muore
di fame
di stenti
di guerra
insegna il santo senso
di Natale.

Ogni giorno
quanti Gesù bambino
nascono in una stalla
e noi re magi ricchi
d'occidente
che deteniamo i beni,
e seguiamo
la stella cometa
che palpita dai cieli moderni
nei monitor accesi
nei giornali
e indica i percorsi da seguire
armiamoci di doni
mettiamoci in cammino
di carità e d'amore
Gesù bambino povero,
ci aspetta.

Luci di Natale
Folla amalgamata
di pensieri
di dubbi
di speranze
di fede…
sempre alla ricerca,
trova un pozzo di luce
scavando una capanna
che fa capo in cielo
a una cometa,
e accende mille luci di Natale.

Sotto il freddo
foglie secche si affollano,
piove più forte
per Natale,
pacciame
si accatasta
nelle valli
appannate
dall'oblio dei monti
sotto i nostri piedi.

Nel campo
dove attecchisce il dolore
lacrime
sono stille scintillanti
fiaccole sulle asprezze
ed ali
che splendono più forte
sotto queste luci di Natale…
dove dolore
sterile non scalda
varca la vita
passi senza luce,
i battiti del cuore
detenuti
dietro le grate fredde
bramano
nella nebbia
gocce di tepore che non hanno.

Natale
Festoso andirivieni,
alberi addobbati,
la neve, presepi, candeline…
luccica la cometa sui vetri delle finestre,
Natale si spande
coi bigliettini accesi
di promesse d'auguri
e di parole…
Le vie del centro inseguono
disegni di luci
partono dal duomo
corrono
ciascun motivo uguale
lungo l'itinerario,
di tanto in tanto un mendico seduto
su lastrico gelato
tende la mano
fuori dagli stracci
ai passi indifferenti,
musica pacata di Natale
sfiora la pelle
rivive il tempo della mangiatoia
di Betlemme
il mercatino acceso,
le bancarelle sembrano presepi
colmi di doni
da scintillare gli occhi di bambini.

Pensieri
scintillanti
nelle vetrine accese
dietro il vetro
cercano il buio per filosofare,
si vestono di ali
nella sonnolenza del cuscino
in questo gelo
a visitare i campi avvelenati
dove il contadino
non lascia posare gli uccelli,
e sorvolano i fiumi
di lacrime di fame.


 

La strada dell'amore

Piove Amore
Ali di sogno
volano
dalle grate
di questo ergastolo,
profili luminosi
insinuati
nella penombra furtiva
guardano
attraverso
la finestra degli occhi,
vedono
il cuore dell'infinito
come un cielo
zampillante di stelle...
piove amore.

Forte Forte

Forte forte è l'amore,
in un piccolo spazio
imprigionato
suona da lontano
contro il tempo,
penetra l'assito
l'incommensurabile barriera
come la forza
che congiunge e spezza
due mondi
incastonati nel sistema,
custodisce
gridando
i suoi segreti,
si versa nello spiazzo
delle ciglia,
esplode muto
sullo specchio acceso.

Andava per i vicoli tortuosi

visitava gli infermi
e i detenuti,
coi piedi scalzi
tra coltelli e chiodi
cuciva i bordi
ed i frantumi franti,
parlava
con il cuore
sulla mano,
diceva ai ricchi fate carità...
lo misero in croce.

L'amore è una piccola mano
che sa scrivere gioia,
che sa disegnare un sorriso
su un viso triste,
che sa colorare
uno sguardo sbiadito.

Pietà e amore sono vicini
come il mare e la riva,
l'acqua ritorna
spumeggiante e viva,
si frange alla barriera
dell'egoismo,
batte
ribatte
si rivolta
porta
spruzzi di schiuma
dell'onda di dolcezza…

L'amore è una piccola mano,
guarda con gli occhi grandi
come una preghiera
che prega
perché ha gioia di pregare,
non si aggrappa al cuore
tocca piano piano
non conquista
sfiora
come la carezza
di una piccola mano.

Sottovoce
La fiamma di una candela
sottovoce parlando
rischiara
coi timidi gesti il silenzio,
con gli occhi sospesi
il soffitto accarezza,
coi passi leggeri
la stanza trascorre,
la mano del buio che copre
le ombre nascoste
addolcisce, commuove
lo sguardo che sente nel cuore
il respiro che sfiora
la fiamma…
un pianto di cera consuma
fino all'ultima cera
la fiamma.

Donna
Mamma, sorella, sposa
vita degli anni
donna,
timida face,
contro l'abbarbagliare
che si staglia
smodato in mezzo al cielo,
musica, preghiera
contro lo scorrazzare
che rimbalza,
fornice che sorreggi
le atticciate masse
di cemento,
angiolo della sera,
tepalo che proteggi,
alamaro della metà
senza di te sbiadita,
lucignolo che ardi
fino all'ultima cera,
alba fiorita
afflato
sogno
amore
sfaldo fra le mie mani
i tuoi capelli
e sento un grazie immenso
nel mio cuore.

Le piccole cose
O tu che vai
coi sogni alla deriva,
che hai cliccato amore,
non votare
l'immagine corrosa
navigando
lo specchio contraffatto
dai vigenti numi,
non appendere al cielo
nel corpo di un giorno
gli occhi vagabondi
di un pensiero sconfitto
come un treno
invitato in lontananza
che non afferra
immagini accostate,
non trascurare
le piccole cose
dove hai posato
un po' di cuore…
ti mancheranno sempre.

Un fiore
Stando seduto a questo punto
di presente, galleggia impigliato
tra spine
ed alghe che alleviano il corso
un fiore bello,
di quei fiori che nascono inattesi
nei posti impensati,
tra rovine
dove suona più forte il profumo.
Il verso non insiste
nelle pieghe del giglio che ti porge
il calice incantato
delle labbra,
nelle gemme degli occhi
luminosi…
ma si ferma nel viso
la gioia
senza ricorsi a fantasie di note
tra le pareti della stanza inferma
su fondo brulicante di vapori.

Pietre
lutti
fuoco
talibani
il terrorismo fabbrica colonne
sulle macerie,
nella stanza stretta
trovano asilo
guerre di brandelli,
nell'angolino all'ombra
qualche raggio,
il tuo dolore punge la mia pelle
ma è troppo poco per scaldare,
parole non accendono candele
e l'alito colpito
dal peso delle briciole
non scende
nella fossa comune
a mendicare.

Rimpianti
Pensieri senza vestiti
spaziando
dove giocavo a crescere
stringono il cielo
sulla crepa a picco
coi balconi di file di bucato,
passano gli anni fermi
bagnano versi gonfi dalle lenti
balbettando parole
che murano il tempo,
stretto dall'orologio che titilla
mi concedo luce dai spiragli,
solo qualche boccata
prima di concludere il cammino,
col sapone del tempo strofinando
che ha maturato spighe
rotolo i covoni
che l'onda ha trascinato sulla riva,
l'uscio si spande
sugli scogli delle avventure,
ma il cielo che si staglia fino al cielo,
rami bacchiando secchi,
scopre
lo scricchiolamento di brividi
dove si rompe
il vetro dello specchio.

Lo strofinaccio
Sfogliando il mondo
svolgo il panorama
che sbozza il filo attorto
da licenza di uccidere…
strofinaccio
col peso di lavare
aggrava lo scarto
estraendo
lamenti agli abissi
seppure la pietra
è un fratello,
insiste inzuppato
di sangue
avanti indietro
su lastrico bagnato
dove scivola il tempo
fino all'ultima stanza.

Le classi sociali
Dove dovizia naviga ad oltranza
e annota il suo pacchetto
lungo il rettilineo della soglia
del supermercato alimentare,
la cecità del caso volta faccia,
non entra nei parametri coinvolti
degli interni assetati di confini,
ed aggetti inclinati fra due sponde
si sollevano
per tentare distanze
nonostante l'intimità…

questo processo implica lo sporco
che non resiste al peso del lavaggio
per paura di perdere il colore.

Non chiedere
alla cultura del tempo
il rendiconto
delle vite lanciate sui birilli,
la colpa cola sempre dai livelli.
Voli interrotti cadono dai rami
misurando nei campi
ossa compiute
e figli di silenzio dietro barre
della porta di ghiaccio
che il sole non scioglie…
seguitai l'urlo
dopo l'urto con lo scoglio
rilevando frutti abbeverati
di sangue nei giardini
di principi eloquenti
e altre misure…
aprendo la porta
una pioggia
lava
senza interrompere il discorso
della luce contro le pareti.

Il ponte
A braccia levate su mare
di numi imprigionati
in bocce di magia
accende l'alba tenera
una strada.
Danno le vele al vento
le barche assetate di oceano
con tenace costanza
l'orizzonte
inseguono,
un vento insinua intrighi
nasce un fiume
di toni invalicabili
rancori,
il fiume degli ostacoli
interrompe la strada,
l'amore inventa un ponte
malfermo
sospeso
malandato…
necessita equilibrio
per non precipitare.

Forse potrebbe
una carezza
sladinare un cuore
dove la bruma ha rattrappito
anche l'ultimo anelito
se una bocca amica
parlasse con la voce nelle mani.

Forse potrebbe
uno sguardo
splendere come un sole
nel vicolo buio
dove l'ombra ha rapito
anche l'ultimo spiraglio
se una lampada attenta
rifrangesse
nella spelonca cupa
i suoi barlumi.

Forse potrebbe
una lacrima
suonare come l'acqua
dove l'arsura
della sabbia infocata
ha flagellato
anche l'ultimo sorso
se una nuvola pia sul deserto
schiudesse gli occhi al pianto.


 

Poesie che hanno per tema il mare


O mare

quando sei inteso
a cogliere
un volo di gabbiani
o ascoltare tenero
i sussurri del cielo
la mia barca
sul tuo grembo
è come una bambina
sulla mamma,
scivola leggera,
abbraccia il tuo profumo
e gioca coi bisbigli
della luna…
a vento cieco
quando increspi
il viso,
urla beccheggia rolla
non governa.

Salpa lo scalandrone
la valigia pesante legata
con lo spago,
o marinaio
lasci di poppa il cuore pieno…

i frantumi di ieri
si sciolgono nel sale
col ritmo sospeso
dei motori.

Le brande,
i carruggetti,
i passi lenti,
manca un quarto solenne…
passa un faro…

Bevi un sorso d’amore
al primo porto
ti scappa il cuore,
ma è solo una canzone
da cantare…

Come nel ciel la luna la sua strada
trova giocando a nuvola col vento
fende la prora il mare,
o marinaio
hai binocoli grandi per guardare
dietro i pensieri.

O marinaio
tocchi la tua sponda...
alla deriva
sugli asfalti secchi
ancora rolli anche senza mare.

La navicella
Guardo nel cielo
le stelle d’oro
sono diamanti
brillano in coro,

passa la luna
giuliva e bionda
guizzano i raggi
gioca con l’onda,

la prora scivola
a navigare
la navicella
in mezzo al mare.

Così è la vita
nel suo cammino
acqua lucente
sorge il mattino,

sul mare placido
la navicella
col sole tenero
naviga snella,

si sveglia un sogno
guarda lontano
la navicella
vola un gabbiano.

Così è la vita
la navicella
corre una nuvola
copre una stella,

frange la schiuma
il cuor scontento
s’increspa l’onda
e soffia il vento,

i flutti ingrossano
si sbianca il mare
la vita è fragile
può naufragare…

e sempre avanza
vuole arrivare
la navicella
in mezzo al mare.

Così è la vita
scivola piano
all’orizzonte
tende la mano,

naviga naviga
la navicella
in mezzo al mare
con la sua stella.

Naviga naviga
tocca la sponda
la navicella…
e tace l’onda.

Una nave
naviga ad oltranza nella nebbia,
il capitano dipanando il filo
dipinge la distanza fino al porto
con gli acquerelli che ha trovato
nella dimora delle immagini,
e ascoltando l’ampolla
che sprigiona profumo
crede di avere acceso una lampadina
e carica le stive di luce…
ma tocca con la mano
la porta del labirinto
che sembrava aperta
perché era trasparente
poiché i vestiti si logorano
e lasciano nudo il colore,
così rimane solo dietro l'uscio
perciò la nave
giunge al porto vuota.

Tinta di glauco mare
salpò la nave illecebra
a gonfie vele
alamarando i flutti con la scia.
Il tempo alieno
la sorprese.
La navicella sola tra gli scogli
patì l’agone e i granfi
del vento alacre,
scardinata dall’apice alla chiglia
sulla battigia la sconvolse l’onda.

Bianco gabbiano
accompagni la nave.
Non ti nuoce il cielo grigio.
Viene la solitudine sul mare,
viene la notte sola senza stelle.
Bianco gabbiano
a te non fugge il tempo.
Voli, ritorni, non ti posi, sei
come un pensiero vago di pensare.
Un marinaio stanco
viene l’ora e rassetta,
posa i pennelli nella cala,
si sofferma, aspetta.
Guarda il tuo volo.
Bianco gabbiano
Voli nell’aria e ti culla il vento.
Tu troppo poco hai
e troppo vago sei
di volare lontano,
coi sogni aperti vai
come ali
sulla spuma dell’onde,
da prora a poppa
come un gabbiano vago di volare.

I vacanzieri
Frammenti di fabbrica
affamati
dalla fetta di torta che gli spetta
assaltano il mare
che assorbe gli stress
con l’offerta
che sfoglia le voglie…
la baia raccoglie
la pesca,
il verme si torce nell’amo,
ascolta il richiamo
un pesce
che passa
che tocca
che abbocca…
trasmette l’orgasmo dal fondo
la forza minuta che tira
che soffre
che offre
minimo di derrate
al torno di occhi
sospesi
di spettatori a registrare i guizzi…

l’anima non intoppa,
prende un disegno
che non gli appartiene
questo diletto
che conquista il mondo.

Navi su filo dell’orizzonte
Nel fiume del tempo
naviga
controsenso al verso
che consegna le cose all'oblio
una qualche luce di fanale,
persegue la tessitura
fino all'ultima trama
giocando con la scia
di una nave
che l'onda non cancella.
Su promontorio il faro
guida i navigatori
attingendo carezze
in lontananza
legate al suono
di un qualche nome…
i timonieri colgono il segnale
rilevando puntini al passaggio
che accendono il cielo
a spettatori attenti sulle strade
che tendono la mano
a questa scia di luce
che ha penetrato
l’anima del mondo.
 

Il viaggio
Tanto tempo fa m’imbarcai,
presi la rotta verso la banchina
posta all’altro lato del mare
dove si svolge il concorso.
Il primo atto avvenne sottocosta
tra carezze di vento e gabbiani,
poi venne l’alto mare…
imbrogliato di grumi di memorie
l'ultimo tratto prima dell'attracco
nel torno brulicante di vapori
distraggo coi ricorsi all’ospedale
il loculo che aspetta…
il primo passo sullo scalandrone
a cui fa capo questo andirivieni
lascia pesare il senso
della piccozza dello scalatore.
 

Senza nocchiere
Una barca diretta
all'orizzonte
naviga senza nocchiere,
passa la traversata
tra secche
pregiudizi
tra marosi,
omologando il senso
che la natura aizza
per sviluppare
il proprio tornaconto
paralizza il quadro con bloccate
lungo pattugliamenti di censure…

trascorre il buio della notte
dove l'insonnia
si può spendere
per acquistare immagini
nelle profondità,

con la rotta dimessa alla deriva
si ravvede
quando le lune
che il marinaio libera
durante la traversata
si perdono
nella lampante egemonia del sole
che ostenta le rughe del viso.

Da Poesie che hanno per tema il mare

Navigando
su mare di memorie
si sente a volte l’urlo di mastini...
cani del passato
che inseguono le notti
come morsi vecchi
che non hanno smesso
di abbaiare.

Ora presso il varco
di frontiera
dove il buio non consente
lo spoglio di notizie
ogni peso staccato
al calendario si accanisce
cercando un appiglio
per sfuggire l’impatto dell’assito.

Inciamperanno i cani
contro presupposti d’incombenze?
Non sappiamo se c’è verso
di sfuggirli
facendogli perdere le tracce
oppure
se ci accompagneranno
permanentemente.

Una nave incagliata
nella secca
s’imbatte col sole che passa
e ripete che passa,
mentre aspetta l’alta marea per disincagliare
sfoglia miglia percorse,
prende volo su spruzzi di magia
dove il cuore rimasto incollato
nelle intercapedini di certi bagagli
fa fatica a battere lontano.
Le ore scarnificando i versi
lasciano putrelle a sostegno di memorie,
un'impalcatura che non crolla,
nel ripositorio di ciniglie,
ma il peso non concede
risultati attendibili e la gnosi
ricamata dall’uso
su rotoli di carta igienica
non fa sconti...

forse il nocchiere
ribadendo del bandolo la scena
consolerà il trasloco coi dettagli
senza scompigliare la coscienza
della luce contro le facciate.

S’addensa il flusso
che abbraccia l’orizzonte
dalla cima
di questa piena d'anni
cerca uno spazio
per violare il muro,
bruciando a freddo il fumo
sorge a fiocchi,
s'inabissa nell'aria,
ti sfugge se lo tocchi,
entra in punta di piedi
l'indifferenza dei minuti,
accoltella il giorno
passando sulla fronte della luce
coi passi vuoti
come una conchiglia
seminata
sulla sorte dell'onda
e della riva…
scontento d'esser dentro
e la paura di venire escluso.

La traversata
Un seme butta l’ancora nel mare
pioggia secondo
partorendo occhi
che intendono sorpassare la nebbia,
uscendo acquista indumenti
che lo statalizzano come una matricola,
annusando lo specchio
inciso di morsi
dell’uno e dell’altro partito
viene attratto dalla loro somiglianza
e affitta una casa nel corso,
ma l’estremità di trabocchetti
punge i sogni con profitto ambiguo
ed alterno frullare di rivolte…

è vero ogni erba
ha un profumo distinto
e forzare i pistoni non ha senso,
tutto il volo rimane un solo punto
ed alla traversata il porto è escluso.

Marittimo in pensione
seduto sulla riva
come un volo fermo senza ali
sulla gronda affacciata
a volteggi di rondini e gabbiani
le nostalgie
ch’erano dolcezze
covate a bordo
dal desiderio di cucire i fili
ora sciolte nell’acqua
senza sale
sfiorano le cornici
come un sorriso senza gioia
estratto dal volto, la noia
che controvento assale
implica sogni alla deriva…
con la prora puntata
all'orizzonte
mastico il peso
lungo le notti vuote di fanali
che seguono la rotta
del cuscino
sull’onda piatta
che rimpiazza il mare.



Poesie che hanno per tema l'amore


La favola della notte
Musa che accendi
tremolanti fuochi,
fiume che scorri tra le rive
della sera e dell'alba,
le tue virtù pacate
i tuoi silenzi
suonano dolcemente,
si condensano l'ombre
come spalmate oasi di tempo,
escono i puntini sempre accesi
dai labirinti ignoti,
sfogliano desideri tra le dita:
un'isola incantata sempre verde
lambisce il mare l'onda di confini
la riva nuda come una conchiglia
dove la spuma palpitante volta
lungo le insenature color miele…
maturano le notti fior di stelle
sullo stelo di sogni tra le righe
della favola dolce dove un bacio
sveglia la principessa addormentata.

Il libro caro
Accorpato a barbagli
rigettati
dagli stralci di foresti lumi
snudava l'amanuense
il libro caro,
copiava righe del passato
deambulando nella sfera chiusa
come un pensiero apodo,
e senz'ali
con aspersa la fronte di bisbigli
della volta ottativa
ornava l'onde
disegnando la pagina del cuore
con la connivenza
dello specchio conserto
che cuciva
i bordi di limbelli adulterati,
e novellava al vento...
negli scaffali vuoti
sentiva ancora
il canto dei vestiti.

Mabel
Ho trascorso un pieno
di storie
ciascuna ha piantato
un arbusto
che punge tra rughe di muri.
Aprendo la porta
della casa sconfitta
il canto conduce
nel guscio protetto
dalla buccia ruvida del litschi
dove è rimasto il gusto
del tuo sapore esotico
Mabel
mi avvicino ai tuoi battiti
col cuore blindato,
parola di tempo che corre
a tenuta di cuore cercando
nel vuoto uno spazio
davanti allo specchio
in attesa
che accada una magia
per dipanare la matassa.

Amore
Se le parole dell'albero non
cascassero come sfrattate foglie
davanti agli occhi dell'autunno
sarebbe bello annegare nel tuo mare...
anche noi che ci sentivamo una
storia infinita siamo finiti
nella lampante egemonia dell'uso
che struscia le tue ali artefatte,
forse Giulietta e Romeo
se percorrendo giorni pattugliati
da ombre di cielo giganti
avessero dato al tempo lo spazio
di mangiare i tuoi colori
non sarebbero riusciti a salvarti.

Sulla scia dei sogni
Con la pelle increspata
dalle rughe del vento
inseguo un'onda
carezzando versi
che ritagliano il cielo
e indorano di bisbigli
le voragini aperte…
questi fogli
tra le dita digiune
la mano secca ardisce
spumeggianti rintocchi
come la scia di sogni
l'orizzonte…
i filamenti stillano
brividi di luci
e gli occhi delle sere
fiumi d'ombre.

L'incontro
Il sole matura la pelle
evasa dal vestito,
piedini scottati di bimbi
correndo a ripari
nei circoli d'ombra
diffusi dallo Zenit
le tue ciglia assopite
schiudono,
sorridono alla ghiaia
che sguazza coi flutti
su righe fiorite di sogni,
un cielo regalano
al mio sguardo che annega
nei tuoi flutti…
e l'onda già scrive
nel cielo
i riflessi del mare.

San Valentino
Petali boccioli
nati per forza,
per decorare
il giorno dell'amore.
Rose…
alcune tristi
guardano pensose
i fiocchi della neve
dietro i vetri,
altre
hanno chiuso gli occhi,
ancora vive
pendono già chine.

Primo amore
Scopriva il mondo
l'alba mattutina
con gli occhi grandi,
era una bambina
bionda
come i capelli della luna,
andava scalza
nella notte bruna,
si cullava con l'onda
e con il vento,
sussurrava una musica
d'argento.
Seguiva un sogno libero,
la mano
tendeva verso il volo
d'un gabbiano…
era giuliva
era il primo amore,
la vide il sole
la colpì nel cuore.

Fuggiamo
Notti imbrigliate
rendono
il russare delle ore
dalle fessure stente.
Fuggiamo
dall'ombre opache…
cammina
andiamo
corri
inseguiamo la luna!
Fuggiamo
dai riverberi saccenti
di questo deserto incarnato,
da questo bosco
vessante,
dai remoli aberranti
di questo fiume!
Dammi la mano,
fiorellino acaule
sommerso dall'erba…
sei inviato a piangere
a magico convito delle stelle.

Ellera abbarbicata
al cuore della notte
come una solitudine
allo specchio,
passano le immagini
all'apparenza terse,
latenti riflessi
di sogni incompiuti,
fogli finiti non usati…
spunta l'alba
col cuore leggero
come il vento,
pigia l'arca
sottiglia
non scioglie
la chiglia dall'acqua…
rimane
stagno tepore
di pesanti avvolte
coltri rifatte,
e sullo schermo l'eco di rintocchi.

Sprimacciando il guanciale
Può bastare una piega sottile
una rassomiglianza
un bacio
un nome
anche un nonnulla
per chiamare un vento
che trema
da una roccia di memorie
affacciata sul mare…
nel reliquario
colano rintocchi
dalle intercapedini del tempo
come un richiamo
a seguitare il fiume
sprimacciando il guanciale
di memorie.

Scalzo d'amore
forte di memorie
vago lungo sentieri
brancolando
nella nebbia
che sale dai tepori,
rilevando il nimbo
di un fanale
butto una mano
immerso alle tue sponde
nel ristagno di gocce nella gora,
s'increspa il senso
partorendo onde
sulle creste anomale
dell'ombre
che si sciolgono in bocca
mescolando
con la saliva amara
versi dolci.

Veleggiando
per mari di memorie
sento schiamazzi a perdifiato,
sulla nomenclatura del bisbiglio
amore,
pare un discorso di onde
che abbraccia la costiera,
insinua rigurgiti di schiuma
in frappe di sabbia.
Vagliai il palcoscenico seguendo
il copione tracciato…
l'imperfetto presente di spiragli
non aprì la porta,
abbicata agli abbienti
non scendesti dal palco a recitare
nella platea diffusa di scommesse…
La pioggia acquista un senso
scavalcando veglie di notti
sotto l'imperversare
del maltempo
a lento maturare di barlumi
dove fulmini accendono il totale.

Volevo descrivere fiori
come gli occhi d'aprile
sottovoce sciogliendo le zolle
scrivevano righe di festa.

Sono entrato al profumo del sole
nel giardino, ho dipinto una rosa
ma le spine mi hanno ferito
ed ho pianto.

Ora corro notturno contro il tempo,
ti sento bussare mentre ascolto
la tua voce d'allora che mi segue
e parla col silenzio dietro il vetro
dove il tuo sguardo intatto
é conservato.

Mi sgridano i contorni manomessi,
non aprono finestre all'orizzonte
al tocco serotino della sveglia
presa da sole placido dell'alba
col vento che lambiva i tuoi capelli
ed il sorriso fermo mentre piangi
guardando l'altro lato della piazza...

Così nuotando insieme in questo sale
non salgo a galla mentre non affondo
sulla battigia dove rompe il mare.

La telefonata
Il magico filo
che cuce
chilometri
fissi di guardia
e parla
giocando
coi guizzi
che scrive la luna
sull'onda
che strappa
per forza
i vestiti del tempo
ha scandito
una voce
sospesa
che piange
con gli occhi d'allora
e un silenzio gigante
che grida ancora
ti amo.

Trovai un fiore bello
stava crescendo
all'ombra di cespugli,
c'erano spine intorno,
m'insanguinai le mani,
per afferrarlo
si strappò lo stelo…
vidi appassire petali
soltanto
mi rimasero i resti
ed il rimpianto.

Sole di marzo
Con gli occhi diluiti
nell'acqua dell'attesa
sta scavando sogni di miniere
per catturare il suo lingotto d'oro,
a ricambio di cuore
confida
la zolla
ma sole di marzo
che pianta
apposta o per sbaglio
diamanti
nel coccio di bottiglia
inventa gelate
e tinge i suoi quadri
di scalpi d'umore,
sull'onda
la luna strimpella
fecondando sentenze musicali
a tutto volume
come naviga l'eco del malore.

Fanciulla,
questo nome
non segue il tuo cammino,
non si adatta,
antico suona troppo
al tuo pudore
ch'era una corazza,
vivi smarrita con lo scudo roso…
il sesso si proclama vincitore,
festeggia la vittoria
nel regime che imprime
il suo talento
coi mezzi all'avanguardia…
la rotta è speronata
dalle vigenti analisi di lumi
di questa società
nel senso che
l'onda che proteggeva
ha strabuzzato gli usi
allunga i passi
ed apre con la forza
gli occhi ancora chiusi.



Poesie che hanno per tema la natura


Notte celeste
Notte celeste placida
tacite luminelle,
notte celeste grande
notte di mille stellle.

Reggi lo sguardo timido
piccolo uomo, affonda
con l'infimo centimetro
nel spazio che t'inonda,

cogli all'immenso un attimo
di silenzio e d'amore,
china la mente audace,
sazia di quiete il core.

Una poesia dei monti
L'aria sospesa alle pendici
vive il sacro dominio della vetta
che si scontra col cielo
come un'esplosione di silenzio…
un silenzio selvaggio
in cui s'immerge lo scalatore
che vince il peso dell'arrampicata,
un silenzio non contaminato
a cui soltanto il vento può parlare,
un silenzio che scuote la valanga,
impervio di strapiombi,
rotto dalle voci di cordate, crudele
scalza lo sfidante ignoto, un silenzio
gigante che parla alle scarpate,
come ali di aquila si scioglie
dalle balze nevose sugli abissi…
guarda, ascolta, si fonde
con l'etere sereno
la conchiglia di sole del tramonto
nell'immortale estasi di un bacio…
chiudi gli occhi incapaci,
accogli il tutto
senza aspettare volontà di assetti…
questo sentimento di altitudine
disponi in versi, nasce
una poesia dei monti.

La maestra
Nel campo dove crescono
i miracoli
la maestra non passa soltanto
tra i banchi di scuola
e spiega una mela che cade,
é anche scolara, si evolve
frequentando la scuola di tendenze:
rende al picciolo la foglia,
rattoppa gli smagli,
sostiene a misura di zolla
margotta che parte da sola,
fornisce la spada ai gladiatori,
indossa gioielli la sera
e veste il bambino di sole,
é artista eloquente
intrattiene
con la tavolozza del pittore,
contro le parole senza scudo
perché il contadino è un uccello
che becca i fichi maturi,
perché il contadino è leopardo
che assale le scimmie sugli alberi,
é lupo con disegno di aggredire
che corteggia con occhi di premure.

La notte
Dopo una giornata contorta, campale
dirotta le norme, non dorme la notte
nel letto con l'onda che allunga i pensieri
nuotando sott'acqua come lo schiamazzo
dei ribelli che si rompe contro il muro
della tribuna prima di affogare,

forte d'artigli gioca come un gioco di riflessi,
scavalca il buio e graffia fino a perdita d'occhio
con la naturale connivenza in questo mondo
di carne e di carnivori, sotto il cielo sordomuto
dove i meridiani prominenti tagliano i paralleli depressi

Mentre svuoto la stanza col discorso in salita
che spezza il segmento, gli occhi sbarra
sulla marea di versi che rimonta lo spazio
di una nuvola gigante, lacrimosa l'alba
raggiunge lo sfondo e strozza il buio
con le mani di sole.

Sfogliando pagine di campagna
dove si leggono poesie
che la stagione pubblica ai poeti
mi fermo davanti agli occhi
di un ciliegio che scrive versi:
l'opera si presenta al vicinato
con l'orgoglio festoso di chi dona…
tutti vogliono leggere la storia…
ed io coniugato con letargo,
dall'eco attratto di reviviscenza,
andatura commista di giulebba
e peso amaro sui gradini stanchi,
m'affanno piazzando su tempi
di carta immagini per imitarlo,
e mi vanto pittore.

Caro tramonto
L'abito della sera
indossa ora l'albero coi trilli
a cui fa capo l'ugola del merlo
ed il cu-cù risponde da lontano,
tra le foglie sguazzano scintilli,
filtra l'ultimo sole,
scorazza rosolaccio nel declivio...
caro tramonto,
coi raggi pacati
e col respiro
della brezza leggera...
si spande il giorno vorticoso,
sfocerà nell'oceano della sera.

Nella campagna rorida
sbocciano i fiori,
antesignano
corre vento antico
asporta i geni all'antere,
trepidanti volteggi
intorno ai nidi
e garruli bisbigli...
nella saccente
millantata
specie
l'aria è pensosa,
rutila il trionfo
del seme sorto
nella provetta...
fuliggine rosata
nella culla
dove vagito
a falsa mamma spande
e nelle opache cantilene
affonda...
bella natura
disdorata
e franta.

Pioggia razzente
d'azzurro
cala sull'orizzonte,
gemica ruzzi il cuore...
germogliare
fiorire
rinverdire...
O dolce primavera!
non entri
non trapassi
questo vigore avido
del fumo.

La voce del tramonto
suona sotto i mannelli
nella campagna
come i problemi curvi
sulle spalle,
ma il sole all'orizzonte
sfogliando dall'antipode
il cammino
stempera i desideri
nei colori pacati
come l'alba,
accende un bacio
dolce di memorie
dove gli occhi
possono scrivere
sulle righe sbiadite
un rifugio.

Primavera
Il tempo
sfogliando il libro
ha raggiunto la pagina
dell'equinozio,
dietro i vetri
c'è gran baccano,
sono i segni
della stagione nuova
che si versa nei campi.
La processione parte
dai ciliegi di bianco vestiti
sfila tra cornici
di primule, e germogli
arrampicati a rami…
e tornano le rondini
riportano gli anni
a contare
i balconi sospesi…
ma qualche balcone
é crollato
e questa vampata di luce
non ha senso.

Imbrunire
La terra canta dolce di tramonto,
in estasi di cielo l'orizzonte
apre l'uscio a misura di pennelli
a parole pacate dietro i monti,
e di silenzio abbevera le valli,
sospeso alla magia della campagna
m'infittisco di alberi, tra fronde
si leva a curiosare qualche guizzo
di sole calmo ed é poesia di trilli.
In lontananza fermo di lavoro
raggomitola il giorno il contadino
sulla terra sdraiata mescolando
i passi stanchi all'imbrunire e l'oro…
e lascia qualche brivido che passa.

Tramonto autunnale
Dopo sereno calle,
quando il declino
su cataletto azzarda
vene di carbonchio e indossa trilli,
sembra lasso di acquarelli
la pace timorosa che inzuppa
di oro colato le rughe del tempo.
Il sole ancora consiglia, ma pioggia
che sale dagli anni pacciame
modella. Il dì canuto, dove un
qualche scienziato ha inventato la
macchina per vedere l'invisibile
e sentire l'impercettibile silenzio,
al grido di sorgenti d'acqua pura
che abbeverano pozzi secchi di
cavalli che hanno attraversato il
deserto, confuta i fantini con la
frusta quando muti sull'ancora di
ghiaccio si spartiscono l'ombre.
Nell'interstizio che soccorre il
tempo ascolto il vento leggero
che porta i cavalli nel recinto.

Cara luna
intensamente sveglia
tacita fissi
oppur giocosa ridi.
Come pupilla sei
vaga, severa, attenta...
leggi a ciascun negli occhi
i suoi segreti
e scrivi sugli sguardi
il tuo pensiero.

Natura
Quando si sveglia il giorno
è l'aria nuova
leggera e insonnolita,
stende
dall'orizzonte trepido la mano
l'alba,
s'affaccia incerta e silenziosa,
schiude le sue finestre piano piano,
sorride al mare coi riflessi rosa.
Bella Natura!

È primavera,
é verde intorno
voli nella campagna
ed è festoso canto,
quando giochi con chiazze di colori
e ritagli di forme,
coi pennelli
tingi farfalle, petali di fiori,
prati, declivi, limpidi ruscelli.
Vaga Natura!

Un pensatore attento
osserva e tace,
fruscio del tuo saper
coglie, è saggezza,
quando calcoli seria i tuoi diademi
poni nel cielo ed equilibri, reggi
gli spazi, i moti,
orbite e sistemi
ammansisci sotto le tue leggi.
Grande natura!

Palpiti, sogni, aneliti
prendono il cuore e il viso
quando c'è amore,
un giubilo profondo
nasce
un sentimento,
il cuor s'infiora.
Quando s'immerge nel magico fondo
l'indefinito si sente e si sfiora.
Dolce Natura!

Scorre la vita
l'onda dell'oblio
trasporta il tempo,
copre e dissolve lacrime.
Nella valle mortale agnelli e lupi
sono i tuoi figli, è mare di dolore.
Perché? …T'avvolgi di silenzi cupi,
miseria e strazio
non ti tocca il cuore.
Madre Natura!



Poesie tratte dalla Silloge 2 Novembre


Flutti

nel gorgogliante mare
dilatano la nebbia…
veglie
di colori recisi alla campagna
per adulare il cielo,
sussurri di candele
spazzano
polvere di tempo dalle righe
a questa età di occhiali
che si affaccia
sulla piazzola invasa
dalla marea di volti…
questo sereno incontro
che addolcisce
porge la mano tesa
sulla soglia
per consentirci
di accarezzarla.

Una goccia di infinito
Il canto della notte
si spande,
un alito di brividi
mi sfiora
mio padre.
Un abbraccio senza corpo,
un sorriso,
appagato dolcemente
dalla voce senza suono
mi sveglio....
sullo schermo
dei pensieri abituali
rimane
una goccia di infinito.

Mamma
Una stella
in questo cielo grigio,
una luce
in questo crepuscolo,
un arcobaleno
in questo tempestoso
urlar di lupi,
una carezza
nello stanco errare.
Oh questa vita!
Mamma...
un soffio di dolcezza
questo sfogliare l'album
del cuore.

Due novembre
Occhi spenti
profondono luce,
melico ardor di salme...
cuori ardenti
battono attese,
fiumi di parole...
amori
gioie
lacrime
adiscono
agli aliti
di questo giorno
affiorano
dai riflessi
di queste zolle,
salgono al ciel
come un ardor di ali.

Splende
come il colore di una
lacrima
sull'epitaffio
il piccolo lumino
in pasto al buio...
gli occhi
davanti
alla veste marmorea
trasparente
come lo specchio gelido,
invocano
pietà di speme...
silenti ceri
ardono
nel vuoto del pensiero.
Ave Maria!

Sepoltura
Tra le marmoree solitarie siepi
dove il colore del tempo si perde
tentenna il sol da cipressi ventosi
guizzi di vago novembrino ardire...
marcia il corteo ed i velati volti
sfogliano riti, calpestio di passi
grava, il silenzio si profonda, avanza
nero come il colore dell'addio.

Oh come corre questo treno fermo,
coi finestrini aperti alla campagna!
Tende la mano l'albero di sogni
dolci, pendenti, carico, maturi,
sfioran le dita quello di rimpianti,
foglie ingiallite, sterili pensieri.

La terra pia che ci raccoglie, cruda
inghiotte questo sacro appuntamento,
non la placano né fiori recisi
e nemmeno il dolore... sepoltura
come un blocco di marmo s'addolcisce
allo scalpello di chi accende un fiore.

I colori del tempo
Splende un silenzio inciso
di malore
della serpeggiante carreggiata
nelle cariatidi marmoree
e telamoni
di questo mausoleo ferito
delle ingiurie del tempo,
un silenzio che parla alle rovine
con la voce pesante
come una montagna
sospesa sui pensieri,
i giganti si sciolgono nell'onda
vivendo ciò che resta dopo il giorno
dove la notte vince sulla luce,
la morte non è morta,
si aggira sonnolenta
negli intervalli di deserti di frotte
l'aria impregnata
di sapore che antico si rompe
sgranocchiato dal passo dei motori.


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