Poesie di Emanuela


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Perdona la miseria del mio viso
se gli occhi
appena abbassati
ingrati
non conoscono la purezza
delle lenti
dietro
cui si nascondono.
Perdona il trucco,
è solo colore
senza lineamenti,
una pozzanghera sui
miei pensieri...
Perdona la mia
bellezza storpia,
si aiuta con stampelle di belletti
per parlare
con i
manichini.
Perdona il vuoto
delle mie mani,
cola tra le mie dita
devastando il
tuo coraggio.
Se vuoi combattimi
dotati di una corazza
di silenzio
per ricordarmi della
povertà
da cui provengo,
della scarna
luce
da cui emergo...

Lo chiedo a te,
quella sera, in cui
una cellula
di pura inesistenza
disintegrava l’esistibile,
dove sia nascosta
ora
ora che una bolla d’aria
mi avvolge
e in lontananza
il mondo mi appare
così com’è:
il limitare curvo
di un recinto,
la gobba
di un punto interrogativo.
Rispondimi.
Prima che il cielo
si rizzi
sulla mia testa
candido, ceruleo o
plumbeo
a soffocare il mio
grido
d’infinito,
prima che
i giorni avvenire
mi cucino addosso
la vita che
fuggo
su una cellula
di pura inesistenza.

E’ già notte
Osservo spicchi di buio tra
rami di pini
ma so che non riuscirò
a ricomporre
il quadro della memoria.
Tra gli spicchi un pezzo di vetro
d’azzurro tagliente:
il tuo viso tra tanti.
Il mio punto d’osservazione
ora
è nel cadere ondulato di un capello,
nell’interstizio della mattonella,
sopra la terra negra
che torna
a dorarsi d’estate,
ma il ventre
s’indurisce
ancora...
Non ricordo più
il tappeto esteso di cielo
su cui amavo sdraiarmi.
Non ricordo
il folto erbame
su cui improntavo la mano
per convincermi d’essere peso
gravità
soma
non solo la fioca folata
con cui rimango invischiata
su una tela di domande.
Non ricordo.
Eppure so
di non aver dimenticato.

Ho inchiodato al muro un vizio.
Dentro al petto un'esplosione,
avrei voluto così illuminare
il mondo,
magari volando in alto.
Ben presto avrei capito...
La libertà non è in un battito d'ali,
per me comune mortale
è nel respiro fioco
che modulo tra la folla.
E' nel passo cadenzato.
Sono i miei occhi bassi davanti a ieri.
Si espande sulle strade
come sale sul mio corpo
il tempo che ho sbagliato
a vivere,
come gocce di pioggia
le domande a cui non ho risposto.
Ci sarà un tempo nuovo...
E la Libertà resta a guardare
lo slancio delle mie gambe.

Non sono ciò che vedete.
Mi scosto i capelli dagli occhi
nervosamente
fisso l'incudine della pupilla
e aspetto
le martellate tonfanti
di sguardi incapaci.
Resisto.
Non sono ciò che vedete
lo grido
eppure mi arresto
tra le forme goffe del mio albergo
allungo le braccia ma
non ne esco.


 


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