Poesie di Gerardo Sorrentino


Home page  Lettura   Poeti del sito   Racconti   Narratori del sito   Antologia   Autori   Biografie  Guida   Metrica   Figure retoriche



Terra e Cielo
Fragile cristallo dalle mani palmate
cigno delle mie aurore desiderate
strascico fra terra e cielo
d’ogni mio desiderio sei nuovo velo
ama, ama, con tutto ciò che hai
ama, ama, e dopo non lasciar mai
la Terra con una mano ben tesa
il Cielo con desideri senza resa.



Dimmi che lo vedi anche tu
Dimmi che lo vedi anche tu
quest’orizzonte
dove le lacrime dei sogni
e dei desideri
possono confluire
in glorioso unire,
lo senti, è il mio cuore,
che ad ogni alito di speranza vibra
e sa amare anche una voce sconosciuta
e ora il silenzio che allontana
che compie il misfatto del dubbio
parlare tacere,
ma stasera le stelle fanno da falò
per le nostre divinità
sono dipinte sull’anima
che hai intagliato come una tela
per la mia fantasia,
per il tuo silenzio,
e ho cercato demoni e beffe della vita
per darmi una ragione,
una ragione per cui sempre sul più bello
è un miraggio,
e ora dimmi che la stella del desiderio
che è calata nei cristalli dei miei occhi
ha incrociato anche i tuoi.

Mi fate ridere
Ciò che più si teme potrà mai esser salvezza?
Chi potrà mai esser il Salvatore?
Chi c’incatena potrà mai salvarci?
Mi fate ridere!
E il mio riso v’inghiotte
E vi vomita come foste merda,
siete la mia continua scoperta
di quanto sia buio il fondo,
di quanto sia ridicolo il senso profondo
della vostra giustizia,
e le vostre sicurezze
sono l’appendice delle vostre paure.
Ho un solo desiderio:
vedervi accanto al vostro "miglior peccato"
e poi giudicarvi secondo il vostro buon senso.

Visioni
Vedo libellule dalle ali di cristallo
Zavorrate da pensieri lucidi di vernice
Sagome da luna-park
Bersagli cadenti... i miei sogni
Le unghie... delle tue speranze
Le dita... delle mie illusioni
Le mani... dell’indifferenza
Le braccia... della forza incompiuta
Ergersi verso l’alto e chiamar Dio
Per una nuova sceneggiatura
Le grida... le ultime bestemmie
Quelle di un cuore a chiazze rosse
Spiaccicato sulle mura della stanza.

Brandelli d’anima i superstiti,
gli ultimi ospiti sgraditi
di terre profane,
i pensieri come dita che graffiano
la lavagna della vita,
si percuote la vela del desiderio
in un ritmo funebre
d’alta scuola militare,
sanguina la memoria
nel dipingere ricordi
andati così come treni,
l’agonia sferza l’aria
trapassa con urla
il delirio dell’ultimo cammino,
così come preghiera cantata
per l’assassinio dell’ultimo Dio
scelto dalla umana vanità.

Le trombe s’alzano ad arco
annunciano l’ospite indiscreto
"Lodata la bianca maschera"
"Lodata la falce per la sera"
gli angeli in volo sputano fuoco
strazi di viscere colmano le strade
mansueta la carità chiude gli occhi
sul vecchio mondo e la terra
inaridita ruba spazio
ai semi del veleno quotidiano
in un miracolo di fede nella vita
un petalo governato da un vento gelido
è un sorriso per gli occhi dei sopravvissuti,
al macero le vecchie carcasse
pronte per concimare le vecchie terre
per i nuovi inquilini del mondo.

Il mio nome
"I poeti che brutte creature
ogni volta che parlano è una truffa"
(F. De Gregori – Le storie di ieri)

A volere tutto
troppo spesso si annaspa
tra un desiderio e un’illusione
forse solo il sudario di un’emozione,
ma se le stelle fossero amnesie di un Dio
orfano della propria creazione
allora saprei che il progetto ultimo
di queste mie parole
è dare colore ad un orizzonte
l’orizzonte di mille pensieri
troppo stanchi per girare
il mappamondo annacquato
di un viaggio verso l’agguato
di un ultimo ideale di vita
del poeta e i suoi versi che a memoria cita,
ma è la pazzia degli uomini savi
che governano il mondo.

Ho bevuto tanto vino
che se fossi un angelo
vedrei doppia la strada
che porta al dipinto
di un’anima,
affresco della notte
fatto di vita e morte
fatto di acqua santa e sangue
e volerei via lontano
lontano dove lo sguardo si perde
e si riconcilia con l’infinito,
lontano fra i frammenti di un sogno
e la spavalda arroganza
di chi osa guardare sempre oltre
anche quando il confine della propria ombra
cade perpendicolarmente
sotto un cielo oscuro.

La mia libertà l’ho venduta
per un piatto di utopie
condite bene
ma alla lunga
troppo pesanti da digerire
e allora ho aggiunto l’acqua al vino
e qualche ideale l’ho dipinto sull’anima
credere in un mondo di fratelli
dove i colori non fossero più fardelli
credere in un mondo di uguali
e un mondo senza i suoi mali
ma poi ho ucciso la speranza
con le mie ali intrappolate
in una gabbia dalle sbarre di cristallo
e allora ho comprato un pappagallo
per farmi ripetere in un assurdo monologo
il mio nome da stronzo.

Una speranza perdente
Il potere serpente
vomita locuste affamate
sulla strada dell’avvenire,
tutto è terribilmente ingiusto,
tutto si muove secondo logiche precostituite,
e in tutto questo mi sento solo
come solo è l’urlo delirante
in un bosco di betulle,
tutto marcisce al sospiro della verità
perché la verità è una dura incantatrice:
ti rapisce e ti lascia orfano
lungo le strade del destino.

Potrei fare dei miei dubbi
adeguata speranza su cui costruire:
è meglio una speranza perdente
intrisa di sogno
che un cinismo immacolato
che conosce solo la strada più semplice.

Alla fine mi ritroverò solo
come il rigurgito di un poppante
ad una festa popolare,
solitudine e silenzio sono fratelli
il silenzio è la magia donata dagli ultimi Dei
all’ultimo uomo.
 

Col tuo nome
Io che sono stupido come un secchio d’acqua,
bucato da tutte le parti,
raccolgo polvere di luna
e col tuo nome ne faccio coreografia
e tutti col naso in su a guardare il cielo,
perché ogni volta che è poesia,
ogni volta che succede,
è come rubare un pezzo di cielo a Dio.



Non osate
Non amo la vita
più di quanto non ami già la morte:
è una questione di equilibrio,
e se la Temide dalla mano destra armata
un giorno mi chiamerà lungo le oscure strade dell’infinito
potrò fare di un timido sospiro
la più violenta vendetta che un uomo possa immaginare,
ma non osate voi,
che dell’udito sperate solo,
di poter conservare in memoria
l’ultimo rantolo del ribelle,
sarebbe troppo pericoloso concedervi tale onore,
potreste comprendere un minimo di dignità
che dall’inferno vi sputerò contro,
oh no, restate dietro al vostro pastore,
che vi protegge per quel che siete,
non cambiate la vostra indole,
un giorno lo faranno i vostri figli,
e allora un’immensa e tragica risata
vi sommergerà da valli lontane
e da tempi da troppo andati.

- Dedicata al poeta Alekos Panagulis -

Uccideresti Dio?
Estasianti bufere di vento
liberano l’anima dai dubbi:
Uccideresti Dio?
Potresti mai essere libero
quanto l’egemonia dell’eternità?
Vuoi fare della tua vita una scommessa?
L’astio è tramontato per nuovi giorni.
Non è la vita la risoluzione dell’infinito
ma può l’infinito tramutarsi in vita?
Non donerei la mia più pallida certezza al mio migliore amico,
ma ho per tutti voi solo un dono :
la mia Pietà!
Chi ha inventato Dio?
L’uomo ha inventato il suo servo
Ma soprattutto ha inventato il suo padrone.
Siamo la massima essenza dell’ironia.

Tutto finisce
Ho intascato ricordi da buttare giù
come se fossero spiccioli persi
in tasche troppo grandi
per tenerne conto,
e sì, tutto finisce e si spegne,
come la fiamma argentea di una candela,
troppo stanca per resistere al vento gelido
del silenzio.



Io vento
Io, puledro sperduto in questa prateria
allagata dallo sputo di Bacco,
cosa potrò mai alleviare
a quest’umanità vagante,
come potrò mai concedermi tregua
se è la vita ad essere condanna.
Io vento, tempesta, uragano,
che apre le porte
per poi sbatterle all’uscita
come e cosa potrò fare
per scagionare e alleviare
il dolore che scaturisce ad ogni domanda
che aborto trova per risposta?
L’arguzia dell’ubriaco
potrà mai far spazio nella mente
come la breccia di un’idea sacrosanta?
Il concetto di valore
contrapposto all’interesse
oppure semplice immaturità
è la teodicea del mio agire?
Qual Dio se non il mio cuore
potrà mai condannarmi?

Cannella e Vaniglia
Se avessi dato al destino
Un senso a cui poter donare
Una giustificazione al fallimento
Di una vita vissuta in bilico
Tra una lucida eresia
E una preghiera a Cristo uomo
Ora potrei darmi una ragione ontologica
Del mio dolore e delle sue paure
Paura di credere in un regista strambo
Che detta le scene dei nostri piccoli romanzi
Dall’alto di una nuvola a cinque stelle
Una di troppo me la stampo sullo zigomo.

Ma Dio avrà qualche hobby
Forse è troppo serio e triste
Per perder tempo ai dati
Le nostre vite – una pallina
Un giro di giostra
E niente va più,
gli strapperei un sorriso
con cui schiodare dalla croce suo figlio
eterno uomo condannato ad esser Dio
Divinità di miliardi di parole
Troppo spesso confuse
Nell’estremo tentativo di un addio.

E se anche l’odio fosse
una limpida forma d’amore
Un veleno lento che ti tiene in vita
Ora saprei dipingerti addosso
La tua cannella fatta di parole
Quella vaniglia che mal si addiceva
Al mio tabacco e agli itinerari
Dell’iperbole del mio fumo
Ma lasciamo una porta aperta
Al tuo miracoloso olfatto
E al mio desiderio d’incrociare
le stelle dei tuoi occhi.

Avamposto della mia ragione.
Mastico i resti di un’anima,
trasudo angoscia da ogni poro della mente
annaspo nell’inseguire chimere mascherate
cerco l’ultimo sigillo,
cerco uno scrigno dalle mille serrature
l’avamposto della mia ragione,
barcollo tra pseudo-certezze,
quelle dell’ultimo baraccone
quelle dell’ultimo palcoscenico,
recita regale per la regina del creato:
un manto nero
una maschera bianca
una falce fedele per amica.
Un campo di girasoli
dal capo riverso
mi sorride spavaldo,
mi vorrebbe raccontare di mille carcasse
che in quella curva hanno conosciuto
come un fiore può sgocciolare sangue.
Una nenia funerea mi stordisce
confonde le mille strade della verità
ma la verità è un’illusione
è una ricetta bella e pronta
per chi rinnega la forza del dubbio.
Ma la verità grida
grida fra corpi straziati dall’ignominia,
l’uomo ama ammazzarsi
ammazzarsi per una ragione,
ma il non senso di un assassinio
risiede nella precarietà del creato.
Tutta una vita è destinata al resoconto
di una decina di righe lette da un parroco annoiato,
la comunione, il sangue di Cristo, la benedizione,
e per favore ora andate in pace
senza scannarvi prima dell’uscita dalla chiesa.

Visioni
Vedo libellule dalle ali di cristallo
Zavorrate da pensieri lucidi di vernice
Sagome da luna-park
Bersagli cadenti… i miei sogni
Le unghie… delle tue speranze
Le dita… delle mie illusioni
Le mani… dell’indifferenza
Le braccia… della forza incompiuta
Ergersi verso l’alto e chiamar Dio
Per una nuova sceneggiatura
Le grida… le ultime bestemmie
Quelle di un cuore a chiazze rosse
Spiaccicato sulle mura della stanza.

Brandelli d’anima i superstiti,
gli ultimi ospiti sgraditi
di terre profane,
i pensieri come dita che graffiano
la lavagna della vita,
si percuote la vela del desiderio
in un ritmo funebre
d’alta scuola militare,
sanguina la memoria
nel dipingere ricordi
andati così come treni,
l’agonia sferza l’aria
trapassa con urla
il delirio dell’ultimo cammino,
così come preghiera cantata
per l’assassinio dell’ultimo Dio
scelto dalla umana vanità.

Le trombe s’alzano ad arco
annunciano l’ospite indiscreto
“Lodata la bianca maschera”
“Lodata la falce per la sera”
gli angeli in volo sputano fuoco
strazi di viscere colmano le strade
mansueta la carità chiude gli occhi
sul vecchio mondo e la terra
inaridita ruba spazio
ai semi del veleno quotidiano
in un miracolo di fede nella vita
un petalo governato da un vento gelido
è un sorriso per gli occhi dei sopravvissuti,
al macero le vecchie carcasse
pronte per concimare le vecchie terre
per i nuovi inquilini del mondo.


Home page  Lettura   Poeti del sito   Racconti   Narratori del sito   Antologia   Autori   Biografie  Guida   Metrica   Figure retoriche