Poesie di Simone Marchese


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Albero d’edera
rifugio ed amico,
hai accolto sogni e lacrime tra i tuoi rami
e portato consiglio nei tuoi silenzi.
Io ti ringrazio per quel che hai potuto
e piango per quel ch’io non potrò
perché radici al suolo non mi legano,
e di radici forse avrei bisogno

Che mi tengano a terra
dandomi la sicurezza di non cadere,
di non morire,
di non soffrire.


I tuoi rami
spogli.

Come spoglia è la mia vita

La tua corteccia,
nascosta.

Come celato è il mio vero viso.

Noi soli,
tu nel bosco
tra gli alberi,
io nella vita.
Entrambi vivi nel favore dei nostri sguardi
e morti agli occhi del mondo

O forse mai nati
e in disparte,
tra le rovine dei nostri pensieri,
incatenati a noi stessi.


Volgiamo lo sguardo nella speranza di ricevere,
perciò diamo tutto,
indistintamente.
Poi la ragione s’appresta a sovvenire
e la delusione c’inonda,
sentendoci così
ancora più soli.
A volte nasce l’alba d’un sorriso

Sebbene il giorno poi tarda ad arrivare
e spesso nemmeno arriva.


Allora di rinuncia ci pingiamo
sperando con ciò di trovare
acqua che si chini al tremolìo d’un rabdomante,
che mai potrà,
se mai vivrà,
giungere a sorgente.
O albero avvilito
Re dei deboli,
schiavo della solitudine
aiutami a sorreggermi

Aiutati a proteggermi.

Ah!

Lo scettro d’argento.
L’alba quest’oggi porta in dono oscurità
poiché di rimpianto la notte fu madre
e come un figlio colui che è maestà
consiglio ora gradirebbe d’un padre.
Tre furon le volte che Pietro ha rinnegato
e lacerato dal senso di colpa ha poi vissuto
io che fui Re ho accolto e rifiutato
chi per la vita la vita ha taciuto.
Ed ora tristemente ucciderei il passato
ed il vento che ha mosso le mie corde,
il mio giullare ho tinto di peccato
come cane rabbioso che arto suo si morde.
Pingue vergogna sul trono de Reali,
schiavo di menzogna giurato ho sugli altari
d’esser sempre pia figura e per virtù apprezzato,
d’amare ogni piccolo e da piccolo essere amato.
Ora lontano si fa per me il riflesso
di colui che d’amor bandiera ha appeso,
inebriato dal potere e dal possesso
all’impudenza e al disonor mi sono arreso.

Mia Regina, compagna generosa
come per navi prezioso larice
forse d’error la mia vita hai preso in sposa?
Poiché di pentimento vittima e carnefice,
questo il sentimento mio che più non si riposa.
Non abbandonate quest’uomo ormai morente
nascondere gli specchi questo voi potete solamente
e non voltatevi anche se innanzi a voi c’è il niente.

Quanta rinuncia ho chiesto di dare
che per un uomo che più per gli uomini
ho potuto nutrire e cacciare,
rompendo remi e timone che le animi
le barche sole ho lasciato in mezzo al mare
ma non trovo consiglio in questo mio indugiare,
è di perciò giunto il momento per me di deporre
lo scettro d’argento ed il sangue mio che corre.

Senza titolo
Piccolo.
Guardando nel buio cerchi il tuo nome
ed altro non trovi che pane e sangue,
lo chiami
di nuovo
e poi ancora ti chiami,
ma risposta non odi
e di risposte sei ghiotto.
Tra le pagine di un libro cerchi consiglio
libro vuoto
colmo di grida.
Giochi all'adulto
fuggendo il dolore,
ma esso ritorna
non molla,
rimane.
Ancora confuso ti guardi allo specchio
un viso umido
uno sguardo mai ascoltato.
Ti convinci d'esser forte
e rinneghi quelle piccole parti di te
che scorrono sulle tue guance
finendo sulle labbra,
salate.
Allora pulisci ciò che è peccato
per l'idea che nel tempo
ti è stata data,
e continui il tuo stanco e triste ballo
nelle notti e nei giorni
che solo ti vedranno.

A corte
Giullare di corte
tu che porti il sorriso
e al contempo scompiglio
di tua parte non senti costrizione?
Tu che sei la burla ed il giocondo
la pazzia e la risata del mondo
non sei stanco d'esser visto
come schiavo della compiacenza?
Del dover tristemente apparire?
Del tuo continuare a fuggire?

O mio signore non credo sia il motivo questo
che mi lega al vostro gioire
ma in mia vita ho da farmi mesto
perché signori e signore ho da servire
ed il sorriso è moneta d'oro ai miei occhi
quando poi si tramuta in udire
più gioioso d'un bimbo con i suoi balocchi
con sentimento tale mi presto a riverire.

Ma allora senza Re voi forse cadreste
privato di mia parte vagabondo andreste
ove le note d'un bastione vi coglieran l'odito
voi ingordo vi buttereste
e se verso la porta io gettar dovessi il dito
allora la fine decreterei della vostra veste.

O mio signor quale il motivo di vostra premura
della possibilità di mia morte prematura?
Poiché accader potrebbe che sì spoglio
d'un fiume in piena gettarmi io e l'orgoglio!
Non pronunciate si oscure parole
non procuratemi altro dolore
ora impervio per la persona mia
sarà il farvi felice e portare l'allegria.
Quanta amarezza fuggita dalle vostre labbra
come chicchi di grano levati alla trebbia.
Ora in silenzio al mio giaciglio mi propongo d'andare
come la marea che dalla riva si presta a ritornare.

Ciao
Una preghiera
soffocata e ed accolta
e poi un silenzio fatto di respiri.
Il tuo sguardo è già arrivato
ed ora aspetta il cuore.
Le boccate come a cercar di dire,
si fanno lievi e sempre più lontane.
Ti guardo il petto
seguendo il movimento,
sperando di vedere e non vedere
più alcun cenno.

Poi nell’attesa te ne vai.

Lentamente la vita scivola dai piedi
abbracciando i figli,
che come madri ti accarezzano e proteggono.
Hai resistito fino a quando hai deciso,
per poi restituire
ciò che per amore ti è stato donato.
Il mondo perde una figlia
ed una rarità
perché di forza hai lottato
fino a che hai voluto.
Ciao.

E la notte al giaciglio...
Lasciatemi morire amiche mie fedeli
lontane dal salvarmi vi chiedo di lottare
la luce mia si spenge accolta da altri cieli
mentre la stoffa d’un sipario si presta ad avanzare.

Di notte la notte mi ha visto
ed ebbra d’odio m’ha schernito,
come alla croce al tempo Suo fu Cristo
fui d’altra carica accusato ed insignito.

Signor che lacrima fenice foste per la mia persona
quale il motivo di vostra inutile sete?
Ragion che si compagna alla vostra corona
non sono forse io ciò che vedete?
Ferito dal suono sordo del vostro dire
nulla lasciaste tra le mani del mio triste dovere
se non di forza combattere per la vostra gioia d’apparire
e per far ciò trovarmi a fingere e dolere.

O lacrime fedeli,
narratrici di mia disgrazia,
celate dì con dì dai veli
della complice e succube amicizia
destatomi dal sonno della riverenza
fecondato avete il mio dolore,
ora mi scuso per la scomoda presenza
e dal mondo fuggo signori e signore.

Creazione meravigliosa
sei degli dei l’invidia
degli uomini la speranza.
Racchiudi in te
l’amore e la pazienza
la ragione e il desiderio
e la tua immagine muore
tra la vita ed il sogno.
Sei amata più che amore
poiché esso tu sei.
La nostra gioia
e il nostro dolore.
Sei della terra il dono
che solo un dio buono
poteva creare.
Sei degli uomini il perdono
e l’ambizione.
Tu che dall’alto vedi
e nel cuore riscaldi
Tu che sei la musica
e la melodia
il piacere ed il ritmo.
Sei il pennello e l’idea che sospinge l’artista
il colore e l’acqua
la tela e la soddisfazione.
Sei il seme ed il frutto
le mani che lo colgono
le labbra ed il gusto.
Sei la penna e l’inchiostro
l’immagine e la musa
la poesia.
Di uno sguardo tu sei l’emozione
di ogni sogno l’ossessione.
Sei la vita e la morte.
Sei la carezza di una madre
sei madre
figlia
vita.
In ogni gesto tu sei
per ogni uomo saprai
e già l’aria che muovi
giustificherebbe la mia vita.
Anche se perso e magari stanco
deluso e infuriato
ferito e torturato
sarei vivo solo per una tua parola
anche se triste
o priva di sentimento
perché questo tu sei ai miei occhi
e questo sarai per l’eternità
perché sei l’eternità.


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