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Cotechino e lenticchie
Mi perdo per questi sentieri di fluoro,
virtuali,
ormai quasi spenti.
Scandaglio i tuoi versi,
estraggo pensieri,
deduco emozioni,
sensazioni,
per capire se ancora parli di me
o di un morto vivente!
Povero uomo al confine,
che consumi un pasto frugale,
un avanzo di ieri,
io avanzo da sempre.
Cotechino e lenticchie,
un pezzo di grana,
un bicchiere di rosso,
un'arancia che incido e poi sbuccio,
mentre scrivo dei versi
e tra uno spicchio ed un altro ti penso.
Scopro la polpa, in parte stopposa,
gusto solo quella succosa
la rapporto al mio amore,
esteriormente insecchito,
ma dentro ancora vivido e vero.
E mi chiedo del senso
di questo mio correre invano,
inseguendo un sogno, pazzo, lontano,
un sogno che sa di stella ormai morta
che ha pure la voce del tempo ormai corta.
Al termine
Ecco nel buio ora arranco
ti tendo la mano
mi spiano, gia' sbando,
a te rivolgo lo sguardo mio stanco!
E che serve parlare,
con chi pensi di andare,
se sei sorda e non senti
o sei cieca e non vedi?
Prima imprechi e straparli,
poi ripensi,
ti penti!
A chi serve il tuo pianto
non intendo i lamenti
sono larva, gia' striscio
cerco l'alba ed il sole
mentre affogo nel fango
son sommerso dal piscio
ed invano io piango
non c'e' orecchio che intenda
non ce voce che finga
non c'e' mano che stringa
la mia mano ormai morta.
Non c'e' voce che intoni
un bel canto d'amore
c'e' soltanto il terrore
questa strana paura
della notte che avanza
del mattino che tarda
di quel buio che affligge
che ogni cosa sommerge,
di quell'onda ignorata,
tante volte temuta,
che m'affoghi nel limo
che distrugga ogni cosa
che poi tolga alla rosa
ogni tenuo colore
che disciolga l'odore
e mi lasci le spine
dentro il cuore a irritare,
mi lasci il dolore
che non puo' piu' lenire,
che non puo' piu' cessare.
Tendente a....
La morte e' qui,
a fianco a me s'aggira,
sento il respiro suo sulla mia schiena,
avvolge queste membra vecchie e stanche
mi vezzeggia e spaventa,
m'accarezza.
L'ombra sua scivola su queste mura bianche,
si siede calma al mio camino spento
lo sguardo gira
con l'occhio pigro e lento.
........
La vedo, mi circuisce,
stancamente sorride e non mi guarda,
la prego di accarezzare la mia pelle
di togliere pian piano il suo calore
di darmi lieve tutto il suo torpore
ch'io m'addormenti pigro con nel cuore
l'immagine sbiadita d'un amore
che nel mio petto vive anche se stinto
che la mia mente allieta
anche se estinto.
Epilogo
Quando il mio viso
non passerà più davanti alla tua porta,
quando il tuo cellulare
non riceverà più un mio saluto,
quando la mia anima
viaggerà libera nei sentieri,
nei prati,
negli spazi sul mare,
nelle stanze che ci videro insieme,
tu,
ricorderai questo vegliardo
che ti ha donato la sua vita.
Quando qualcuno
leggerà una poesia a te dedicata,
Quando un commento,
un'emozione,
una lacrima,
bagnerà cuore e viso altrui
tu ricorderai le mie carezze,
ricorderai il mio amore.
Se vuoi davvero bene
Se vuoi davvero bene,
non far soffrir chi ami,
gli occhi suoi
non far mai lacrimare,
detergi la passione dal suo cuore,
ansie non darle,
neppure alcun dolore.
Vile è colui che la sua donna
empie inutilmente di tormenti,
di inutili e puerili patimenti.
Quegli occhi,
che sorrisi sanno dare
mai fai a lei lacrimare.
Soffri in silenzio te,
ma a lei dai solo il sole
durante tutto il giorno,
e bianchi raggi lunari
nelle tue notti insonni.
A lei dai solo amore
tieni per te il dolore
tieni per te il tormento
disperdilo col vento
ed un sorriso dalle
se tu puoi
e non scordare mai
i baci suoi.
Ti avevo avvisato
Io ti avevo avvisato,
ma tu non l'hai capito,
o l'hai inteso
volutamente disatteso,
sei debole d'udito.
Ora al sole te ne stai disteso
più non hai la mia paterna protezione,
da solo vuoi imparare la lezione,
non serve quella altrui,
pare non serva più,
così va il mondo,
io nel mio dramma affondo.
Adesso te ne stai a testa in giù,
l'inguine le accarezzi
affoghi nelle sue mammelle
credi alle sue parole
cogli le sue carezze.
Io t'osserverò da lungi
e indifferente
lascio scorrere qualche lacrima
per un amor ch'è morto,
al letto tuo risorto.
Ma io lo so come poi andrà a finire
anche per te, amico mio,
arriverà il dì del fiato corto,
arriverà il giorno del soffrire!
Primavera 2010
La campana suona ancora:
suono assordante,
lo scampanio s'espande
oltre i colli e le valli, al mare giunge.
Frammisto alla risacca si confonde
palpiti d'onda ancor diffonde e affonda,
dentro il mio cuore
ansia e rimorso affoga.
E già di nuove primule le cunette ricama
ed anche i poggi,
lieve il verde dipinge rami e tronchi,
i caprioli nasconde,
primo battito d'ali e canto lieve
vola e ovunque risuona dolcemente
dell'usignuolo il canto, allegramente.
Il pennello su nel ciel s'allarga
i colori rimesta, gira, confonde:
i doni d'una natura rinnovata ancor regala
e nel mio petto si risveglia quel calore
ch'era soltanto un languido tepore.
9 Aprile 2010
Dalla finestra chiusa
un sibilo mi sveglia!
Ecco sul cielo terso
nuovi rondoni saettano incostanti,
ali fluttuanti,
picchiate travolgenti,
al di sopra dei tetti,
per l'erta salita svolazzanti.
Primavera è arrivata!
Puntuali mi invitano
a spalancare tutte le finestre
a fare entrare un tocco d'aria pura
a dare sfogo a questo cuore assente
per un amore che rincorro invano,
per un pensiero andato
ormai lontano.
Nota:
I primi rondoni svolazzano sul borgo. Nei prossimi giorni arriveranno gli altri.
Questi sono i più forti, primi arrivati. La salita è la mia: Via Costa Ripida a
Boccheggiano!
Sonetto disperato
Quando incrocio il tuo nome nella rete
m'assale sempre un forte batticuore
va bene, forse sale un po' il rancore,
ma donato m'hai tu giornate liete.
Non so s'abbiam sbagliato tutte e due
perchè noi regalando il nostro amore
forse abbiam generato del dolore
e ognuno si terrà le colpe sue.
Ma questa vita mia dimmi che vale
senza l'amore tuo ormai svuotato?
L'ansia nel petto ogni giornata sale
e in casa me ne sto da carcerato;
ad altre l'affetto mio non so donare
senza l'amore tuo son disperato.
Vecchio insegnante
Oggi che fai mio professor d'allora?
Dov'è la tua bacchetta così dura?
A volte l'assaggiai e sembra or ora
anche se ogni dì l'età matura.
Dove tu sei maestro autoritario
che solo con lo sguardo ci atterrivi?
Ma poi aprivi calmo il sillabario
e le nostre paure ci addolcivi.
Ancor'oggi ti cerco mio insegnante:
ti vedo come un tempo a controllarmi
piccolo come noi, massa cianciante,
ricordo quando stavi a riguardarmi
dalla finestra che dava sul campo
nei giorni che la scuola marinavo
e mi sentivo preso senza scampo
quando tu mi chiamavi e t'ignoravo.
Sei ancora vivo e carico d'acciacchi,
oggi tu m'hai parlato dei tuoi guai
e certo anch'io ne sono pieno a sacchi
anche se a te io non li ho detti mai.
Vecchio maestro più non mi ricordi,
ma in quella foto sembri come allora
ti chiamo, non voglio che ti scordi
che io mi sento scolaretto ancora.
E indietro vorrei tornar negli anni
vederti serio ancora alla finestra
tornare forse, si, tra tanti affanni
senza neppure un piatto di minestra.
Ma ora immensamente sto penando,
affogo tra le pene ed i tormenti
nessuno sa quanto mi stian mancando
gli affetti ricevuti in quei momenti.
Ed anche le carezze tutte ho perso,
la gioia per quel poco sopra il desco,
le lacrime che più nessuno ha terso
sfiorite sotto un albero di pesco.
(Dedicata al mio primo insegnante di scuola elementare Mileto Vincenzo di
Polistena-RC 86enne
ed ancora vivente, che il 27.3.010 ho salutato)
La maschera
Sempre un sorriso, pronto alla battuta,
sembra l'uomo più felice della terra,
quello che in cuore invece lui rinserra
è la tristezza che nel cuor sta muta.
Chi l'incontra per strada pensa già
che la sua vita è senza alcun problema
invece quando è solo sempre trema
perchè gli manca la felicità.
E d'affanni e di tristezza è pieno
allo specchio si guarda e si dispera,
e il cuore ha colmo solo di veleno
che affoga l'amor che prima c'era,
e la felicità sta tutta cancellando
dall'anima ch'ormai è buia e nera.
I sentieri del sole
Ti porterò via dal baratro,
dalla strada piena di sassi e spine
dove ti sei impigliata ed uscir non puoi.
Ti porterò sui sentieri del sole
dove la sofferenza e l'ansia
sono ai confini dell'universo.
Tu non soffrirai più per me!
Ti lascio alle carezze
di un amore vagabondo
che spero non ti ingannerà
e ti regalerà quei sorrisi
che io ti ho rubato!
Perduto
Anche stamattina
non ho resistito dal cercarti.
Ho scrutato tra le rime,
tra le parole seminate nel web
ho cercato una carezza,
un brandello di sogno svanito.
Ho visto solo la tua ombra
confusa alle scie luminose sul mare
ed il sole mi ha accecato i pensieri,
mi ha turbato l'anima,
mi ha rubato una lacrima
che la luna morente
ha poi asciugato!
Tanka N. 3 ( Raggi)
Sotto quei raggi
sole splendente scalda
luce riflessa
ogni collina indora
verde riluce ognora
Brandelli di cuore
Senza più te,
che più me ne faccio
di questo brandello di cuore
che sa ancora vibrare
e qualche sussulto d'affetto
sa ancora donare?
Che me ne faccio
di questo mio sentimento
se dolci parole lontane,
ormai più non sento?
Ancora cerco sul web
qualche sbiadito sorriso
una parola gioiosa
un lieve rossore di viso.
Cerco una voce lontana,
veloce percorrere i monti
viaggiare sull'ali del vento,
arrivare poi stanca, diafana,
con un filo di voce soffiata
che culli nel petto passioni
che susciti ancora emozioni.
Aspetto nel buio di queste nottate
d'udir quelle voci
che ormai si sono acquietate,
che ormai sono spente
tacite, inutili, stinte,
come queste inutili ore
che passano lente,
e poi s'arrendono, vinte.
Una puttana
Fai il mestier che dall'antichità
nessuno è riuscito a debellare,
fallo, ragazza mia, senza tremare
se limpida lo fai con onestà.
Disonestà è rubare a piene mani
ma se quel che fai lo stendi al sole
senza girare intorno alle parole
non devi vergognarti del domani.
M'hai gabbato, non lo so perchè,
potevi dirlo ch'eri una puttana
n'ero certo un poco alla lontana,
potevi dirlo almeno solo a me
che t'ho amato come cosa rara
che t'ho dato solo vero affetto
il cuore m'hai spaccato in petto
ed or mi lasci con la bocca amara.
Amor t'ho dato con passione insana
l'ho ripetuto quasi all'ossessione
che amor t'avrei donato e la passione
anche se fossi stata una puttana.
Non so perchè tu m'hai ingannato
dell'amor mio ti resta l'allegria,
stupidamente l'hai buttato via
del tuo passaggio cosa m'hai lasciato?
Tanka N. 1
Giorno che sorge
sole splendente scalda
il mare rugge .
L'onda s'alza sprezzante
la scogliera infrange.
Tanka N. 2
(La Luna)
Pallida splende
cuore nuovo avvince
lieve tepore.
Il sentimento sale
nuovo sole dipinge.
La razza
La razza è lì,
abbandonata sui barconi,
in balia dell'onda immane,
soli col mare
con la sua desolazione.
Il nostro seme
s'é sparso in ogni dove,
seme di civiltà che colonizza,
che porta civiltà col gas iprite,
col suono tenebroso dei cannoni.
Il nostro gineceo sparso pel mondo,
gambe allargate,
virtù sempre violate,
quei geni in ogni dove seminati.
Ma come rondini tarde, a primavera,
son lì su quei barconi
nella promiscuità ammucchiati,
alla ricerca di radici antiche,
l'istinto li comanda e li sospinge,
figli di una progenie squallida e crudele
che gli occhi chiude e non li riconosce,
che oggi ancora in mare li respinge!
Traversata
Vedo te, donna mia,
nel silenzio di questa notte
in mezzo alla bufera,
al vento che rabbioso rugge,
che tutto con furore porta via.
Ti vedo coi capelli sciolti,
i seni illuminati dalla luna
che colora la stanza
che ricama farfalle sul tuo corpo
che i segni dell'età t'ha tolti.
E noi voliamo
come due uccelli implumi
fuori dal nido senza più pensare
in cerca di emozioni ed in silenzio
col vento rovistando ce ne andiamo.
Non conosco l'arrivo
zitti attraversiamo le contrade,
gli anni stanno fuggendo
l'amore con lo sgelo s'é squagliato,
più non t'importa se son morto o vivo.
Sogno un amore ancora
Io sogno,
si, è proprio vero,
sogno un amore ancora.
Questo pensiero
il cuore mi divora,
di lievi note
la vita ricolora,
la mente affranca
e di felicità ristora
l'anima ch'era stanca
che ormai più non sperava
che una colomba bianca
all'orizzonte
l'ali frullasse al vento
e sul verone
luce donasse
al cuore ch'era spento
lievemente planasse,
in un momento
e il suo richiamo
ancora ripetesse un verso antico,
mi dicesse di nuovo:
"Si, non disperar
perché anch'io ti amo"!
Ama te stesso
Devi aver sempre rispetto di te stesso
dei sentimenti che in animo rinserri
non devi mai scordarli anche se spesso
nello sconforto e nel dolor t'atterri.
Semina nei campi immensi della rete
le tue parole che parlano d'amore
donale per smorzar tutta la sete
e cancellar dall'animo il dolore.
Di te prova ad avere sempre stima
dei sentimenti mai non ti spogliare
semina le parole, in versi o in rima,
e lasciale nella rete a germogliare.
Giorno verrà che chi le andrà a cercare
con qualche nuovo motore rinnovato
vedrà tra le parole galleggiare
le tracce che di noi abbiam lasciato.
Solo allora di certo capiranno
l'amore che abbiamo seminato
molti di loro allor rimpiangeranno
lo zio o il nonno ch'hanno beffeggiato.
Una lacrima forse spunterà negli occhi
nel cuore salirà forte il rimpianto
e capiranno d'esser stati sciocchi
a non averci saputo amare tanto.
Ad una Musa romana
Tu non sai, invece, a te già penso
il nome tuo di notte già lo chiamo
forse ancora non è amore intenso
forse è presto per dirti che io t'amo.
Ma il tuo alito molto m'é vicino
e già m'ispira qualche nuovo verso
sono rimasto un tenero bambino,
senza amore mi sento un uomo perso.
Ho bisogno d'una voce d'ascoltare,
scivolar con la mano sopra un viso
dagli occhi qualche lacrima levare
per disegnarci un tenero sorriso.
Una frase di affetto poter dire,
anche se questa età mi pesa assai
"anima mia" ancor vorrei sentire
perchè l'amore mio non muore mai.
Ed il mio cuore è come una fontana,
pieno é di fiele ma ha tanto sentimento
anche se ancor da me sembri lontana
che sei vicina già tanto ti sento.
Non so cosa voglio
Non so cosa sto cercando o voglio,
so che di tristezza il cuor m'affonda
come un gabbiano perso su uno scoglio
solo subisco l'offesa gelida dell'onda.
Ormai subisco, non ho più la forza
di ribellarmi a questo mio destino
son forte fuori ma sotto questa scorza
sono sempre io: un tenero bambino.
Rimango anche un vecchio sognatore
sconfitto da un mondo da cambiare,
un disilluso che donai il mio amore
a chi non l'ha saputo ricambiare,
a chi di affetto finto mi ha inondato
trasmettendomi dolcissime passioni
ma la vita, infine, m'ha prostrato
quando ho capito ch'erano emozioni.
Emozioni che non durano nel tempo,
destinate ad estinguersi e morire
se davvero manca il sentimento
che le alimenta e non le fa finire.
Lavagna amara
Scrivo su questa lavagna
parole
trasparenti,
parole
che nessuno leggerà
mai!
L'amore
è lacrima
che lava
il dolore dall'anima
e la mano
è carezza
che la deterge!
Veretum
Dall'ermo colle
ove solingo
giornate passo a rimirare il mare,
la tua casa riguardo
e tracce cerco della tua presenza.
E mentre penso,
sotto i miei piedi
orme lontane inseguo,
tratturi dell'antica via traiana
che la storia sovrastano,
al tempo perdurano
e la memoria antica,
tracce di porti e navi,
nei fondali del mare
archiviano incostanti.
L'urlo dei cavalieri ancor resiste:
nella vallata l'orda musulmana
cozza contro il Vereto
e la respinge.
E se la croce è un simbolo che dura
se quella mezza luna ancor resiste,
se nei geni della razza vinta ancor persiste
la traccia dell'antica violenza allor subita,
anche il bianco vessillo dei crociati
al sole splende tra le mura antiche
d'una rocca che protezione diede,
e riparo e conforto,
a quella gente che l'onta subì impotente
delle incursioni
degli infedeli predoni saraceni.
E questa terra,
figlia della stirpe dei cretesi, dei messapi,
dell'orgoglioso e forte popolo japigio,
le tracce ancor conserva
d'una cultura che non è finita.
Dormente giace
sotto le zolle, tra le pietre di questo suolo ingrato,
e nel tempo teschi ed ossa ridona
all'ignaro bracciante
che al sole le zolle rivolta
e sassi ammucchia ai bordi dei poderi.
Le vestigia antiche ancora custodisce
d'una storia tutta da stilare
che sempre a un popolo appartiene,
d'una storia che il tempo non cancella
e che attende, paziente,
che al sole riemerga e che sia letta.
Riflessione
Senza parlare
muto,
in silenzio,
gli occhi buttati nell'angolo buio
d'un focolare già spento.
Non dico,
non penso.
Solo l'assillo che vola,
l'animo che s'agita,
zitto,
senza fare rumore.
Non scrivo parole,
ma senza fiatare
dico milioni di cose,
senza la carta vergare
scrivo quasi un romanzo,
una storia davvero accaduta,
finita,
perduta.
E trovo finanche un momento
per rinnovare un rimpianto,
una pena che dentro mi rode,
e una lacrima stanca
asciugare.
Amore vagabondo
L'amor mio
è come un vagabondo,
vola sui prati come una farfalla,
sfiora le nubi,
in cielo lo vedi volteggiare
tra le rondini stanche
che volgono la sera verso il mare.
Ai tramonti resiste,
le tempeste sconfigge,
in mezzo alla bufera non dispera,
i tuoni ignora,
le folgori trascura,
dell'acqua sferzante non si cura.
Anche se imprigionato
dalla tua aridità,
dal tuo silenzio,
lui non soffre perchè l'han segregato
lui si dispera solo
perchè dall'amor tuo,
dal tuo ricordo,
nell'oblio, nel silenzio,
è stato crudelmente abbandonato!
Ballata d'amore
Ballata, che vibri nel petto,
la donna mia che ogni dì mi sente,
tutto di se m'ha dato ardentemente.
Lei m'ha dimostrato solo amore,
nulla in cambio donai,
e come un uomo privo d'intelletto
dietro un sogno fallace me n'andai.
Colsi pene e dolore,
lei invece mi donava solo affetto,
mentr'io stramaledetto
rincorrevo un sogno inesistente,
d'un amore che non valeva niente.
Madrigale amoroso
Tace la voce sua in fondo al mare
quasi un lamento giunge dalle grotte
che spezza il cuor nel buio della notte.
Dura l'attesa, più non so aspettare
la vita ormai da me s'é allontanata
e non saprò se mai sarà tornata.
Mi cercherà per non dover patire
ma la mia voce non potrà sentire.
Trasmigrazione
Ho trovato per caso
un corpo:
dentro sono entrato.
Non avverto nulla di nuovo,
nessuna sensazione di fastidio,
nessun turbamento.
Volo,
nella mia normalità mi confondo,
banchetto con insetti
e dritto vado all'approdo:
un ramo sbattuto dal vento,
che dondola nella notte
mentre aspetto l'alba.
Presenza
Ci sono anch'io in quella stanza!
Colgo ancor le parole vaganti nel silenzio,
i sospiri,
che volteggiano nel vuoto,
le carezze,
aggrappate alle pareti,
i piaceri,
che impregnano quel letto
tutto disfatto e privo di calore.
Assorbo avidamente,
le sensazioni di gioia,
di dolcezza,
li degusto gradualmente,
amabilmente.
Oziano ancora libere,
non riescono a trovar pace,
allagano sentimento e vita
di chi varcherà per errore quella porta
alla ricerca del perduto amore.
Una briciola di cuore scoveranno,
solitaria, per terra abbandonata,
che ancor riesce a battere e vibrare
anche se dal corpo ormai s'é distaccata.
Non ti sporcare
Ti prego,
se puoi,
se vuoi,
se sai
ti prego ascolta!
Non ti sporcare,
non sporcare il tuo cuor
la tua coscienza,
non sporcare il tuo corpo,
lascia seccare il tuo rancore,
corri sul tuo terrazzo,
guarda laggiù il tuo mare.
Non affogar nell'ira
non usar la vendetta
su te stessa,
non fare a te del male,
non sporcar neppur
la tua coscienza.
Troverai, si, lo so,
troverai un amor
che un falso amore ti darà,
affogherà nel piacere
il tuo fallace senso di rivalsa
e colpirai te stessa.
Lui godrà,
pago poi appoggerà la testa
sui tuoi seni,
ascolterai schifata il suo respiro
ed odierai te stessa,
odierai la tua vita.
Non lordare il tuo corpo,
lo so
so che per te neppure un soldo vale.
Anche se l'anima tua resta pulita,
anche se del tuo corpo non t'importa,
stammi a sentir se puoi
non ti sporcare.
Ti prego,
se puoi,
se vuoi,
se sai
ti prego ascolta!
Lacrime e sorrisi
Se il mio amore non t'ho saputo dare,
perdonami, ti prego,
lo so che sai aspettare.
Paziente m'hai chiamato a tarda sera,
ti sei accorta ch'ero giù di corda,
ho pianto senza averne una ragione:
tu mi parlavi col tuo grande cuore
cercavi di addolcire il mio dolore.
Quel calice di più
di ebbrezza empito m'aveva la ragione;
a me non da euforia
il vino novello di stagione,
m'intristisce, m'empie di nostalgia,
se sono in casa e solo, soprattutto,
sprofondo nell'affanno, son distrutto.
Tu m'hai parlato d'altro, della scuola,
dei bambini che t'hanno dato noia,
del cinese bravo, e di quel marocchino
che fermo non sta mai,
esasperante e tanto birichino.
Ma dopo tu hai sorriso,
hai cercato di tirarmi su,
di farmi sparire le lacrime dal viso.
E forse hai anche capito che il mio cuore
rincorre ancora un sogno svigorito
d'un amore mai nato, o mal fiorito,
che m'ha donato affetto e tenerezza
ma anche tanta angoscia ed amarezza.
Nuovi amori
Ecco, adesso ho visto il suo bel viso,
stretto le mani sue,
le gote con un bacio delicato
lieve ho sfiorato,
ho guardato una lacrima negli occhi,
lenta spuntare,
come raggio di luna
nella sera sembrava luccicare.
Ed hai parlato come fiume in piena,
t'ascoltavo ammaliato
confuso,
quasi frastornato.
Il mio pensiero l'appennino traguardava,
correva veloce verso il mare,
e insieme al sole lento sprofondava
in un mare lontano che capiva,
capiva,
ma aiuto alcuno non mi dava.
Pesante la notte mi ha abbracciato,
i vecchi tetti e gli embricini rossi,
il rumor della gente,
il chiacchierio confuso dei passanti,
un suono d'un campanile antico
il cuore mi schiacciava.
Il calor d'una casa ritrovato,
la Tv che irretiva,
il cigolio dell'ascensore,
d'una porta vicina che sbatteva,
vita nuova sembrava.
E nella notte,
rotta da una sirena che suonava,
dal riverbero d'un lampeggiatore che fluttuava,
hai schiuso lieve la porta,
forse volevi dirmi: "buonanotte",
forse abbracciarmi forte.
Ma io ho taciuto:
in cuore avevo il freddo della morte.
Basile uomo
Ultime gocce d'un ricordo ormai sfumato,
che dan freschezza al viso mio rasato
e riportano un amor che s'è smarrito
tra i monti ancora verdi del Pollino
che solo tristezza in cuore m'ha lasciato,
tristezza e qualche amplesso che d'amore
nulla conserva se non l'onde chiare
d'una felicità che non è nata
d'una vita d'unione cancellata.
Eppure questa bottiglietta vuota
io la conservo, la metto bene in vista,
è un regalo che un giorno m'ha donato
col suo gran cuore, che non ho scordato.
Allodola stanca
Ora ascolto sereno quel canto
dalle rocce a picco sul mare
ed il sole sorride quel tanto
sufficiente a farmi sognare.
E ripenso alle tante parole
procurate da vuote emozioni
eran calde, ma inutili e sole,
generate da foga ed ormoni.
Emozioni che reggono poco
che hanno una breve durata,
emozioni che pigliano fuoco
come l'erba al sole asciugata,
che sviluppa solo una fiamma
che si spegne così com'é nata.
Ad Alda Merini
Oltre le brume del Naviglio
il fumo d'una sigaretta
fende l'aria e la intorba.
La mano scorre su un foglio
bianco:
disegna pensieri osceni
come piccoli cerchi
che sfumano dalla bocca
dopo aver aspirato
il cancerogeno miasma
d'una bionda.
La rimatrice assorbe
gli odori dell'acqua stagnante,
le impasta al tabacco,
cementifica i polmoni
e crea melodie
che impregnano
fogli e libri che alla rinfusa
ammiccano dagli scaffali
impolverati.
E dalla genialità
nasce il pensiero
che scopre la carne
che se ne sta negletta
a mostrare i capezzoli sfioriti.
Il latte dell'immensità succhio,
quasi a provare a me stesso
il gusto delle messi andate
ed il sapore del meglio che riposa,
che il sangue rimescola e riscalda
e i sensi avvince.
Ruffiani
Il mondo ormai sprofonda nel liquame
non c'é salvezza proprio per nessuno
a gustar merda più non è sol uno
golosi tutti la spalmano sul pane.
Oggi è l'era buona per leccare,
chi sa ben farlo in paradiso sale,
non importa più quel che si vale
conta chi sa la lingua manovrare.
Anche i portali esondano ruffiani
di tutti i tipi e d'ogni qualità
basta saper leccar oggi e domani
e si accaparra l'odor di santità.
Ma alla fine solo e sempre stronzi
restano nel liquame a galleggià.
La ballata di San Gregorio
Quel mare mi scosse le emozioni,
ed avviò nel cuore
quello che poi per me divenne amore.
La sua voce destò quel sentimento
che allontanò la morte.
La mente martoriata dal tormento
al brio aprì le porte.
L'ore notturne divennero più corte,
l'ombra calò, s'estinse,
la notte scura lei di luce tinse.
Ma nel cuore poi smorzò le attese
la passione oscurò,
a un filo la mia vita appese
i sensi mi occultò,
e il disgusto l'amore soppiantò:
vita prima sembrava
sol'emozione arida restava.
Ti cerco
Ti cerco ma tu non lo sai,
nella notte silente mi appari
mi avvilisci e poi te ne vai,
sul sentiero schiarito dai fari.
Al tuo odio oppongo l'amore,
all'oblio i nostri giorni felici,
a che serve il sordo rancore,
la vendetta come i nemici?
I miei sogni son lì ripiegati,
a volte li spiego pian piano,
non dan luce quei cieli stellati
che in agosto ardevano invano
consolando il mio inutile pianto
che sognava un affetto lontano.
Disperato d'amore
Anche quando il mio odio ti soffocherà,
quando il rancore sembrerà offuscare
la tua immagine lontana,
ti porterò nel mio cuore.
Tu non lo saprai mai
quando ti penserò,
non potrai mai avvertire i singhiozzi
che faranno sussultare il mio cuore
chiuso in una cassa toracica,
che vorrebbe essere campana assordante
per urlarti il mio bene,
per ricordarti le mie parole
per farti risentire le mie carezze.
Tu non saprai mai nulla dei miei tormenti,
dei miei ricordi,
che ti inseguiranno sempre,
della disperazione,
che empirà il mio animo,
della malinconia,
che distruggerà la mia coscienza.
Non udrai la mia voce
sussurrarti parole affettuose,
chiamarti nel silenzio della notte
per ricordarti che esisto e ti penso.
Non sentirai il mio richiamo disperato,
fuso al libeccio che spira,
legato al grecale che soffia,
abbracciato alla tramontana che gela,
che ti giungerà da un poggio desolato
dove il mio animo sosta confuso,
dove il mio spirito cerca ristoro,
dove la mia voce ancor non si è spenta,
dove l'eco del mio ultimo urlo d'amore
rimbalza e vaga, sperduto e vinto,
tra i trulli in rovina
ed i muretti di pietra diroccati.
La pelle sua rimiro
La pelle sua rimiro in un filmato,
tutta nuda distesa sopra il letto
quel corpo tante volte carezzato
dolcezze riporta e tanto affetto.
Ma ora in petto sol cova rancore,
anche il sol tra le nubi s'è celato
con mille spine ho riempito il cuore
e il profondo dolore m'ha piegato.
Cerco a ragione di dimenticare,
ogni traccia cassar dalla mia vita,
sereno il mio futuro disegnare
così che la mia strada sia spedita,
vuota d'amori miseri, d'affanni,
far fronte certo all'ultima salita.
Distrazione
Lo sguardo distratto volgo,
tra i castagni lo sperdo,
tra le querce stanche
il corpo mio abbandono.
La brina gli occhi imbianca,
il volto mio scolora
le orecchie arrossa,
le guance mi congela.
Dopo la sbornia,
che l'animo ha turbato e la morale,
riscopro le cose semplici
di cui avevo perso il senso e la memoria.
Una pace m'avvolge:
un corvo volteggia muto in cielo
e il grillo di trillare ha smesso.
Fumano contorcendosi i camini,
un odor di silenzio
ovatta il borgo,
l'ombra s'allunga pigra
e già accarezza
i tetti ricchi di embricini rossi,
i vicoli,
le ripide coste dai gradini smossi.
Ogni voce maligna
ormai ristagna,
ogni pensiero amaro
ora nel cuore è spento.
Anche il telefono
dorme annoiato, giace,
poltrisce, bighellona,
pigro sonnecchia, tace.
Una notte di luna
Tre anni di lacrime amare
pensando,
guardando da un poggio roccioso
un angolo quieto di mare,
una baia antica,
un vecchio porto romano
sommerso dal mare,
abbracciati nel buio silente
con le dita incollate alla mano.
E tutte le volte il tormento,
ricordare i suoi baci,
al tenue chiarore lunare
carezzati da un piacevole vento grecale,
ascoltare le solite frasi
infarcite d'amore, condite d'addio,
ed immobili il mare guardare,
sperare
di trovar un pretesto all'obblio,
per fare sortire dal cuore le spine
che tanto dolore m'han dato,
che tanta passione han portato.
Ed ora son solo a pensare,
a ricordare una notte serena di luna,
da poco passata,
a leggere adesso solo odio e rancore
ascoltando parole stracolme di fango e veleno
che rendono insonni le notti,
quelle notti passate a chattare,
amori proibiti e sognare,
scrivendo parole indecenti,
che ora sono lontane, sono scordate,
sono assenti
da questo schermo abbuiato
che anche il mio nome
per sempre ha oramai cancellato.
Divorzio di stato
Quante storie, quante balle,
quante inutili parole
e che sterili discorsi:
se il divorzio è di stato
certamente è regolare,
la Città del Vaticano,
che protesta urla sovente,
non ha nulla da obbiettare,
non s'indigna, non dissente.
All'alba degli anni '50
partivano treni dal Sud
pieni di tanti braccianti
di manovali e giovani
con chitarra e mandolino,
con le valige inspaghettate,
piene di soppresate e pecorino.
Andavano a "Melano",
o in tanti altri centri industriali:
cercavano lavoro, del pane per i figli.
Partivano per la Germania occidentale,
salpavano per il pianeta americano,
o per il continente australiano,
qualcuno forse andava più lontano.
Nessun Papa da sotto il baldacchino
reagiva alla disgregazione familiare.
I parroci anzi erano contenti
ed anche i sagrestani, compiacenti
suonavano a lungo le campane.
Le rimesse erano oro brillante
riscattavano la classe degli oppressi,
ma gonfiavano anche le casse delle banche
(del Nord soprattutto e più di tutto),
sostentavano le curie e le congreghe.
"Terroni", "maccaroni", "mandolino";
ma l'emigrante ci rideva sopra,
fingeva a volte di non aver capito
e le famiglie intanto "divorziavano"
nei fatti, per legge si sfaldavano.
E spesso al Sud più non ritornavano
perché avevan messo su nuove famiglie
con nuove mogli e tanti figli e figlie
o erano rimasti in fondo a un miniera
o volati giù da un grattacielo
o stritolati dalle pressse industriali.
E nuovi pargoli allietavano le case!
Amore solo per corrispondenza?
Ma il seme allora non si congelava
e la sera, nei rioni popolari,
il clero, anticipando i tempi,
in abiti civili al fresco si sedeva
in mezzo ad una schiera di bambini
felici tra tanti zii e tanti cugini,
tra tante spose a forza divorziate.
.
"Figli del prete" si sussurava in giro,
"miscredenti" urlavan le vecchiette
e si segnavano turbate, sgranocchiando
un Pater, un'Ave, qualche Gloria,
invocando la grazia per quei peccatori.
Infine il divorzio si ratificò per legge:
la Chiesa, i preti con in testa il Papa,
i bigotti, la DC, il clero e le congreghe
urlarono alla scomposizione familiare.
Com'eran buffi a predicar dai pulpiti
ad urlare dietro ai santi in processione
col popolo che non stava più a sentirli,
che "NO" votò compatto al Referendum
indetto dai comitati dei bigotti,
dai servi sciocchi e reazionari del regime
che volevano abrogar la legge sul divorzio.
Quand'era lo stato a incoraggiar l'emigrazione
con la piaga cruda della disoccupazione,
con la legge agraria sempre rinviata,
con i baroni ed i latifondisti assenti
che lasciavano la campagna abbandonata,
che non spartivano le terre ai contadini,
che l'avrebbero curata e migliorata
per dare decoro e pane a mogli e figli;
quand'era lo stato con la sua incoerenza
a favorir la divisione tra moglie e marito
mai nessun comitato clerico-fascista,
nessuna congrega di preti e di bigotti,
nessun curia o soglio vaticano
avevano sollevato voce e mano,
non avevano mai stretto la briglia
per difendere l'unità della famiglia.
Epilogo
La mia vita è appesa a un filo,
un esile filo bianco lontano,
sperso tra il verde delle querce maremmane,
che disegnano poggi e piani
di questo mondo a me caro,
dove il silenzio accarezza i miei pensieri,
sublima il mio animo,
inonda di riflessioni il mio essere,
ormai fuori dal mondo,
ormai proteso ad una pace sempre odiata
ma che adesso amo.
La ragazza di Armando
La ragazza di Armando
è apparsa all'improvviso,
dietro i vetri appannati del mio cuore
con una mano ha fatto un cerchio chiaro,
m'ha guardato svogliata
con un sorriso triste, un poco amaro!
M'ha guardato vedendomi confuso,
ha provata a capir cosa mai avessi,
lei intender non poteva il mio dolore,
non conosceva il dramma ch'io vivevo
pensava fosse solo noia
non sapeva che ancora m'illudevo.
Mi illudevo di risentir la sua voce
chiamarmi per capir come vivevo
in questa casa vuota e senza amore
dove solo il silenzio m'accompagna
come lo sciabordio d'un'onda
che sulla rena scivola e ristagna
Ora dorme tranquilla, io sono fuori,
bandito dal suo cuor, dai suoi pensieri,
turbato resto per il gran dolore
perché da lei ormai distante, assente
dai suoi pensieri, e forse sta pensando
a un nuovo amor, che allieta la sua mente.
Aridi
Aridi
i pensieri che ascoltai,
allattai alle mammelle di uomini senza credo,
di religiosi senza fede,
di masse senza amore.
L'odio
sprizzava scintille sull'incudine
arrossata dal furore del cambiamento,
le martellanti dottrine delle ideologie
ubriacarono il cervello
ed il sangue scorreva nelle vene
come acqua di torrente impazzito.
Il pugno era proteso nell'aria,
le rosse bandiere sventolavano al vento,
l'urlo della piazza scuoteva il cervello,
l'adrenalina ci devastava,
ed il tremor della pelle
invadeva anche la ragione.
Di quell'ebbrezza
rimase il rimpianto della mia impotenza,
qualche foto ingiallita in un album polveroso,
il volto soddisfatto di alcuni reduci
seduti in parlamento,
sprofondati nelle poltrone
del Comitato Nazionale dell'Economia e del Lavoro.
Mi soffermo
Mi collego ogni giorno
ad una pagina vuota,
solitario.
Gli occhi cercano un nome:
per un poco la sento vicina,
torno indietro nel tempo,
poi il buio ritorna a farmi compagnia,
a tormentarmi.
Eroi
Mentre volavo giù da un grattacielo,
il mondo tutto intorno mi girava,
pensavo alla mia vita appesa a un pelo,
pensavo a chi lucrava e mi sfruttava.
Metà salario in chiaro, metà in nero,
costretto a risparmiar elmo e stivali
forse risparmieranno anche sul cero
che accenderanno il dì dei funerali.
"Suvvia qui hai un lavoro, cosa chiedi?
Al tuo paese neppure avevi questo,
qui vuoi robuste calzature ai piedi,
la sicurezza, la casa e tutto il resto".
E intanto per la strada sta sfilando
un corteo d'altri morti, in tricolore,
a questo eroe nessuno sta pensando:
mandato a morte da uno sfruttatore.
Nel letto mi rivolto
Nel letto mi rivolto
nascondo occhi e volto,
affosso i miei pensieri
che sono tanti e seri.
Sotto i cuscini bianchi
insabbio testa e viso
pensando al suo sorriso,
ai suoi amplessi stanchi.
Le sue parole vuote
angosciano il mio cuore,
la mente forte scuote
la rabbia ed il rancore,
ma l'odio non prevale
comanda ancor l'amore.
Sole calante a Gagliano
Ho letto la paura nei tuoi occhi,
ma anche il tuo disgusto nei tuoi baci.
La testa hai girato verso il mare
le tue labbra sfuggivano le mie.
Mi hai ferito a morte con il tuo distacco,
d'improvviso hai scoperto
la vuotezza del tuo animo,
l'instabilità dei tuoi sentimenti.
Hai bussato alla mia porta,
più volte in questi giorni.
Ti sei prostituita
concedendoti a me senza amarmi.
Ancora una volta hai ingannato te stessa,
hai ingannato la persona che spergiuravi d'amare,
ma non sei riuscita ad ingannare più me.
Ti ho pagata,
e non era la prima volta,
ma tu non hai capito i miei regali;
volevo che restasse nel mio cuore
tutto il mio disgusto per te,
e ci sono riuscito.
Ho ricambiato la grettezza del tuo animo,
ho mercificato i tuoi rapporti,
anche quelli ai quali avevo creduto.
Ho cancellato anche le frasi d'amore più belle,
quelle che avevo disseminato nelle tue contrade,
ho bestemmiato dio per avermi prima illuso
e poi mortificato.
Avevo scritto della sua grandezza,
l'avevo ringraziato per il suo regalo inatteso,
ero arrivato a credere nella sua esistenza.
Ma dopo è arrivata la notte
con le sue ombre e con il suo non essere.
Ed ho gioito dentro di me:
finalmente avevo capito che non esiste davvero,
che è solo illusione agli occhi degli uomini.
Ad una maladonna
Sei riuscita ad aprire la porta del mio cuore,
i miei anni hai saputo cancellare
con le tue parole farcite d'amore e d'inganno,
hai saziato le tue passioni
alla fonte delle mie illusioni
e ti sei riempita di foga,
imbottita di piaceri.
Un animale selvaggio tu eri:
sapevi bestemmiare nel mio animo
ornando i miei sentimenti di attimi fuggevoli.
E tu bevevi alla coppa di Saffo,
mai soddisfatta nelle tue emozioni,
raccontandomi dei tuoi incontri selvaggi,
delle tue voluttà nelle chat
con i tuoi involontari amanti
che mettevi alla berlina e schernivi.
Neppure il tuo amore hai risparmiato:
lo hai deriso con me,
ci hai deriso con tutti,
hai deriso tutti.
Il tuo è stato un amore coinvolgente:
mi hai trascinato in un vortice di voluttà,
di trasgressioni,
ma credevo alle tue promesse,
alle tue parole d'amore.
Mai perfidia fu sì profonda e convinta,
mai cattiveria così ben costruita,
così ben camuffata.
Eppure eri solo all'inizio dell'erta salita,
io ti guardavo dall'alto della mia immaturità,
ti credevo,
sei riuscita a plagiarmi nelle tue deviazioni,
volevi restare imbattuta, stupirmi.
Ma tu eri già matura,
troppo matura per la tua età,
quasi sicuramente marcia.
Maledetta tu sia
Maledetta tu sia,
maledetto quel giorno che il tuo viso
la mente mi colpì,
i sensi avvinse.
Maledetto il tuo sorriso,
maledette le tue parole,
maledetto il corpo tuo tremante
che dalla web s'affacciò sfacciato.
Maledette le tue frasi ardite,
le tue parole oscene,
maledetto quel tuo seno ondeggiante,
quel tuo pube che dalla web s'affacciò invitante.
Maledetto che io sia
per aver accettato il gioco,
per aver sollecitato l'immoralità dei sensi,
per aver confuso il sentimento
con la passione erotica esibita.
Ormai io ti conosco:
solo a questo tu pensavi e pensi.
Maledetta la terra
che forte richiamò la mia passione,
terra di sogni, d'altri tempi, d'emozione.
Maledette siano le tue promesse,
le tue oziose parole di rimorso,
maledette le tue bugie,
il tuo ingannare due cuori innamorati
inseguendo subito dopo nuovi amanti,
nuovi dolori poi stillare in petto.
Maledetti siano tutti i giorni,
che nuda tu entrasti nel mio letto,
maledetti quegli amplessi impudici e violenti,
quegli incontri volgari e innaturali,
maledetti i tuoi baci, maledette le tue carezze,
maledette le tue inutili parole.
E infine che sia anch'io in eterno maledetto
poichè m'ostino, e a darti l'amor mio non smetto !
Inseparabili
Ti inseguo,
ti cerco,
non riesco a vivere senza di te.
Ti sogno
in ogni attimo della notte,
del giorno,
ti rinfresco nei ricordi,
nelle piccole cose che ho di te.
Tu sei il mio amore,
la donna che mi fa vivere,
che mi affligge,
che mi distrugge.
Sei uguale a me,
perversamente uguale!
Ti voglio così,
non m'importa quel che fai,
con chi vai,
chi ami.
A me basta il tuo pensiero,
sapere che vivo in te,
sapere che non potrai cancellarmi.
E morirò con un desiderio insoddisfatto,
con una maledetta pena in cuore:
non poterti avere con me,
non poterti vedere nel mio letto
dormire,
riposare,
agitarti,
russare,
ridere nel sonno;
non poterti toccare quando ne ho voglia,
non poterti sentire parlare,
urlare,
imprecare,
oltraggiare.
Tu sei la mia dannazione,
il mio demone inseparabile
che mi porterà alla perdizione.
Egoismo
A te,
non interessa più nulla di me;
al tuo amore sorridi ed il pensier corre
all'onda che sfiora la tua pelle,
che si infila come una carezza
tra i capelli,
che il volto bagna
e lacrimar fa gli occhi,
al sole che t'abbaglia
e ti scolora sogni e ricordi
ormai disciolti e spenti.
Ma le mie ciglia ognor
sono bagnate
non dall'onda salata del tuo mare,
non dal vento
che un granello di sabbia nell'occhio m'ha deposto,
non dal sole che un giorno m'ha accecato,
ma dal ricordo,
amore mio dissolto,
dal ricordo del mio letto vuoto,
della tua casa che carezza il mare,
delle tue fughe nella notte scura,
tra tuoni e lampi
e in mezzo al temporale.
A te, non interessa più nulla di me,
al tuo amore sorridi e più non pensi
a quello che tu lasci e sai perché?
Tu ha dissetato solo e sempre i sensi
bene hai raccolto e solo seminato male,
la vita altrui, per te, dimmi che vale?
Queste pietre
Queste pietre
stipate nel mio cuore,
sui sentieri della mia adolescenza,
queste pietre mi opprimono,
i miei sentimenti schiacciano,
la mia coscienza stritolano,
la mia mente confondono.
Pietre della terra mia,
del lavoro duro dei miei padri,
pietre bianche di tufo,
polverose, erose, eterne.
Pietre leggere,
del colore delle foglie di tabacco,
stese ai cavalletti al sole
appese nei capannoni,
pieni di profumi antichi di terra
e di cielo insieme.
Pietre della terra mia,
che danno il senso d'una cultura antica,
d'una storia persa tra due mari,
confusa a civiltà diverse,
quella dei greci antichi, eterna,
dei nativi, e dei romani prepotenti.
Pietre degli amori miei:
verso la campagna,
nei confronti d'una giovane compagna,
pietre di disperazione,
pietre del mio morire!
Quando il tuo corpo
Quando il tuo corpo
perderà la leggiadria delle tue forme attuali,
quando i tuoi seni
non saranno più turgidi e compatti,
quando la pelle tua non sarà più liscia e vellutata,
quando il tuo sguardo sarà sfiorito e assente,
ricordalo amore mio,
ricordalo,
io ti amerò in modo equivalente,
io ti amerò per sempre,
eternamente.
Ti chiederai: "Perché?",
domande ti porrai su questo bene,
tardi arrivato ad allietar le mie piatte giornate,
di questo amore impossibile ed assurdo;
ma forse sulla terra io non sarò presente
a tormentare ancora la tua vita,
con questa gelosia inutile e opprimente,
col mio parlare a volte inconcludente,
con i miei messaggi insipidi e banali,
col mio rancore e affetto altalenante,
col mio assillarti a volte soffocante.
Ricorderai moltissimo i miei versi,
il mio ragionar sovente incoerente,
le mie mani sempre in movimento,
che come uno scanner lisciavan la tua pelle,
i miei baci a volte fastidiosi,
le mie affettuosità spesso scadenti.
Ma del mio amore non ti scorderai!
Ricorderai l'eterno mio sognare,
il pianto, il mio infecondo disperare,
tutta la mia dolcezza e la passione,
e la nostra smisurata trasgressione.
Il ruolo
Ora è arrivata l'alba,
anche per me,
l'alba al tramonto.
Quando il sole scompare dietro i monti
un raggio morente
ha disegnato alfine la mia mente.
Ora ho capito il mio ruolo,
grazie amore mio non corrisposto,
grazie a te ho compreso.
Non le dolci melodie del cuore
ma l'esercizio del mio potere,
l'incuria ai tuoi richiami,
il distacco.
Non le reali emozioni,
che si allargano ai sentimenti,
ai veri affetti,
ma le pulsioni indistinte,
emotive,
contingenti,
effimere.
Non le tenerezze durevoli,
che ci accompagnano fino alla morte,
ma le vaghe emozioni
che disegnano pulluzioni notturne
e poi il silenzio,
il silenzio d'una notte fuggevole
e che sotterra l'amore.
Nuovi amori
Per un nuovo sentiero m'incammino,
un sentiero di cocci tappezzato,
con nel pensiero un solo grande amore
che forse solo nel mio cuor c'è stato.
Ora un altro viso s'affaccia alla finestra
parole fresche con voce nuova suona,
parole che sono alfin sempre le stesse
con un tono che non riesco a definire,
che mi rifiuto ancor di percepire.
Ed io, confuso, con il vecchio nome,
che ancora dentro questo cuore ho inciso,
stupidamente più volte l'ho chiamata:
lei, indifferente, verso me ha guardato
ed ha annuito aprendosi a un sorriso.
Or che dovrei curare il nuovo affetto,
scordando l'orma del ben che se n'é andato,
dal cuore non riesco a cancellare
quel nome non ancora tramontato,
che continua a stordirmi mente e sensi
schiacciando l'ultimo battito che insiste
come un vecchio pendolo a cucù
che a tratti ancora l'orecchio mi colpisce.
E un sonno lungo e vero mi regala
che non cancella, però, quel falso amore
d'una briosa musa a cui la fantasia
regalava la gioia, la frenesia,
il vivere smodato alla giornata
ch'io non avevo mai considerato,
ma ho condiviso ed ho buttato via.
"Io dono l'amore, a volte mi diceva,
solo così io lo so donare,
solo così lo posso regalare".
Forse non ho capito mai quale che fosse;
solo che lei però certo sapeva
che d'un amore zoppo mi parlava,
d'un amore di certo inesistente,
camuffato sotto la cappa del piacere
fine a se stesso, poco resistente.
Di un amore apparente mormorava,
di un amore che non sapeva dare,
che andava preso così senza pagare,
che senza tanto pensare regalava.
Era solo ricerca di emozione?
era puro edonismo, solo sesso?
Era follia? Semplice passione?
o ricercava solo un compromesso?
Ora sto riprendendo il mio cammino,
tornato è il cielo cristallino e terso,
l'amore e il suo sorriso ho perso,
a lei non penso e gusto del buon vino.
L'attesa
Mi hai saputo circuire,
ingannare:
è vero mi ha trasmesso emozioni vere,
anche lussuria ed eros!
Mi hai fatto uscire dal piattume,
dalla noia profonda,
mi hai restituito l'euforia della giovinezza,
la trasgressione del bambino,
l'adrenalina dell'avventuriero.
Ma il tuo amore galleggiava sul liquame.
Ora ripeterai ad altri i tuoi giochi
riderai anche di me,
ma il tuo sarà un riso senza spettatori,
sarai applaudita dall'unico cliente
che osserva il tuo squallore,
e riderà per compiacerti.
Ma quando il tempo busserà alla tua porta,
quando il tuo corpo
sarà un fagotto informe di carne flaccida,
pingue, non più appetibile,
tu, viva, sarai morta,
io, morto, continuerò a vivere.
Assenza
Non ci sei più,
ombra mia giuliva,
estrosa mia compagna
dei miei giochi notturni.
La voce tua
più non ascolto
a battezzar la frase giusta per il mio gioire.
Nella notte
solo m'accompagna il fragore dei tuoni,
lo sfolgorio dei lampi,
l'abbaiar del tuo cane,
ed un sorriso spento
che m'opprime.
Esperienza
Volevo darti il mio amore
ma come acqua infangata
sulle rocce del tuo cuore indurito
tu l'hai sparpagliata.
Tardi ho capito,
tardi ho capito!
L'età, l'esperienza, la vita
poco ci insegna.
La lezione ha un costo,
il prezzo è salato,
i soldi non bastano mai per pagarla;
i soldi non bastano mai,
no, non bastano mai!
Tardi t'accorgi del bene che sfugge,
del bene che lasci,
delle gioie che semini al sole,
che asciughi,
che disperdi per cupa ingordigia,
che sprechi,
che al vento sparpagli.
E quando maturi la vita,
quando ripensi a quello che tu hai dissipato,
t'accorgi del bene perduto,
del bene perduto,
del bene perduto!
28 Maggio 2009
(Alla Palombara)
Un tempo d'inferno ci accompagna,
il cielo lampeggia di colori,
figure oscene disegna nella notte
e il tuono musica diventa,
ci rallegra.
Scorre il piacere nelle vene,
l'adrenalina sale,
la voluttà tutta ti pervade
pregusti già l'orgasmo:
le tue forti emozioni mi trasmetti
carezze e baci già da me t'aspetti.
Incontro ti vengo nel buio della notte,
come musa leggiadra dalle tenebre m'appari,
la tua figura si staglia sul sentiero,
tra il bagliore dei fulmini compari
e poi scompari come nel pensiero.
E correndomi incontro lieta tu sorridi,
sulla mia auto sali e ti abbandoni,
felice tu assapori, con passione,
il frutto intenso della trasgressione.
Ora resta l'assenzio
il vuoto dentro il cuore!
Abbaia il tuo cane legato alla catena,
ulula al tuono,
il cielo disegna presagi luminosi,
la pioggia intensa cade, tristemente,
e grava con sconforto nella mente.
Per sempre sei scomparsa nella bruma
solo la corsa tua ricordo sul sentiero,
quel voltarti giuliva a salutarmi
agitando con fervore la tua mano
e poi il buio della tua campagna.
Questo mi resta d'una notte amara
nel mio rifugio della Palombara.
Presenza
Anche a leggere il suo nome
provo tenerezza,
provo tristezza,
provo dolore,
provo rancore.
Il suo nome
nella pagina delle mie poesie,
due volte in un giorno
a leggere e forse rimpiangere
ed io che mi chiedo: "Perché"?
Perché, quando tutto ormai era finito,
quando gli insulti
avevano accarezzato i suoi sms
e ferito il mio cuore.
Le sue bugie,
oh le sue maliziose bugie,
la sua voglia di trasgredire
e poi cancellare ogni cosa,
dimenticare gli affetti dati,
i baci posati sulla mia pelle,
le carezze appassionate,
il suo cavalcare il mio corpo
per spargere una crema sulle spalle,
e le sue mani che modellano,
che scivolano,
che frizionano.
Quando il tempo non ci sarà piu',
per me,
forse il suo ricordo
mi riporterà in vita.
Amore senza parole
Solo,
sono io che parlo,
ora,
nel buio,
solo coi miei pensieri,
mesto coi miei ricordi.
La notte,
in silenzio,
mi sta ad ascoltare
e non sa piu' cosa dire,
quali sussurri inviarmi,
quale conforto donarmi.
Cadenzato l'orologio batte le ore,
il cellulare resta opaco,
lo schermo rabbuiato,
luce piu' non emana,
suoni di voce piu' non produce,
frasi d'amore piu' non bisbiglia.
Le sue parole volano ad altro amore,
ora,
ne sono certo!
Ad un amore che ascolta,
che non sa cosa l'aspetti,
a quali rimorsi sarà indotto,
in quali dolori sarà coinvolto.
Ascolta,
ora,
s'inebria,
si sublima,
si eccita,
si,
si eccita a pensare le sue mani
che scivolano nella notte
a ricercare piaceri solitari.
Pensieri Spezzati
Volteggi di rondini nel cielo
battito d'ali,
strilli tra i vicoli silenti,
voli radenti.
Pensieri che rincorrono marine
frinire di cicale
leggere litanie tra noci e pini
suoni vicini.
Ventate di calura dentro il tuo giardino
fonema di chitarra
la mente di gioia mi imbottisce
ma l'animo patisce.
Se tu
Se tu
non m'avessi regalato tanta delusione,
se tu
non m'avessi lacerato mente e cuore
se tu
non m'avessi affogato nel rancore,
se tu
non m'avessi tolto affetto e amore,
forse
non avrei compreso quello che ho perduto,
forse
non avresti capito quanto io t'ho amato.
Davanti casa tua
Davanti casa tua,
quel tuo rosaio,
quei fiori rossi fissati nella mente,
la mia camicia chiara che campeggia
sul rosa intenso della tua parete.
Era di maggio,
un fine maggio andato,
sempre nel cuore mio tu sei presente
forse a fare l'amore t'ho forzato:
ricordo la tua smorfia di rancore,
quel tuo attimo lieve di avversione,
dopo quel tuo momento di languore.
Perché non l'ho capito?
Perché non ho compreso che il tuo cuore
stava già rincorrendo un nuovo amore?
No, tu non sei tornata al focolare
del primo amor che un tempo t'ha travolto,
tu hai dentro di te, in mente, in volto,
una fiamma nuova che ti fa volare.
Le tue parole sono acqua passata,
che tu rinnovi come le stagioni,
muti colore, cambi sintonia,
cambi anche ascoltando un motivetto.
E ti emozioni,
lanci i tuoi messaggi piano, piano,
solo con una semplice canzone
incisa su un CD di Celentano.
Era di maggio:
ed io non l'ho capito,
che il tuo amore per me
ormai non c'era più,
ormai era finito.
Fragilità
E' bastato un lieve frullar d'ali,
è bastato un alito di vento,
è bastata una notte senza luna,
è bastato un piccolo peccato,
e come una foglia fragile di vetro
l'amore tuo d'un colpo s'è spezzato.
Per amore
Per amore
ho prostituito il mio animo,
sono stato al gioco,
ho oscurato i miei veri sentimenti.
Avevo creduto alle sue parole,
alle sue assillanti telefonate
alla sua necessità d'amarmi.
Notte e giorno
mi aveva inondato di affetto,
mi aveva circuito,
convinto che l'immoralità non esistesse,
che fosse una convenzione degli uomini.
Mi aveva spinto al proibito.
Io, settantenne confuso,
alla ricerca assillante di amore
avevo creduto,
mi ero aperto e accettato i suoi giochi,
perversi, animaleschi.
L'adrenalina scorreva nelle sue vene,
nelle mie è arrivata in ritardo,
non avevo mai provato la foga,
la passione smodata…
La trasgressione l'avevo sempre sognata,
con lei praticata, realizzata.
Ha lasciato il segno nelle mie vene:
il sangue ora non scorre più,
è pigro, lento, addormentato
ed anche la mia coscienza
fa fatica a ritrovare se stessa
ed io faccio fatica
a ritrovare il mio cammino di sempre.
Scorre limpida sulle grondaie
Scorre limpida sulle grondaie
la pioggia,
sul tetto batte,
implora,
sulle persiane leggermente bussa,
ritmica, ricorrente,
empie ragione e mente.
Un caminetto acceso
riscalda i nostri corpi,
i nostri animi ignudi
s'agitano nella notte,
si affannano, si accavallano
pensieri e frasi dolci
volano nella stanza,
baci frementi
scaldano come scintille,
scivolano sulla pelle,
il viso e il corpo empiono,
tornano ricorrenti.
Le mani si cercano,
s'uniscono, s'intrecciano,
carezze regalano incessanti,
felicità precarie annunciano
e l'affanno
cresce nei nostri petti.
Insicurezze ed ansie,
rimorsi ed incoscienze
allagano la mente.
Nuove felicità son giunte,
nuovi amplessi, carezze rinnovate
scordar fanno le cose dette,
le frasi d'amore,
promesse e giuramenti.
Patti di sangue, adesso inesistenti,
scambio d'anime, ormai dimenticate,
promesse d'aiuto, al lastrico lasciate.
Il nulla, il vuoto, il niente
resta a schiarir la mente.
Quella bambola
Lo sguardo
di quella bambola sul tuo letto,
mi ha scavato l'anima,
i suoi occhi fissi mi hanno penetrato;
come te mi ha desiderato,
per farsi coccolare,
accarezzare,
lisciare i suoi capelli crespi.
Quella bambola
ha catturato il mio sguardo ormai vinto,
rassegnato,
convinto che il tuo amore è finito,
esaurito,
fuso.
Come un cubetto di ghiaccio,
sfuggito di mano
ed avidamente assorbito
dalle rade erbe insecchite
del tuo cuore ormai privo d'amore,
sprofondo in un angolo remoto del tuo giardino
e attendo che il tuo amore rinasca.
Non parlarmi d'amore
Per favore, ti prego,
ora che ti sei affacciata alla finestra
e dentro al cuore mio tu stai guardando,
ti prego,
parole affettuose ora non dirmi,
come un amore appena andato,
e poi tradirmi.
Parlami di tutto quello che tu vuoi,
anche di sesso,
parlami di emozioni se tu puoi,
di trasgressioni se voglia ancor ne hai,
di fughe notturne se lo fai.
Ma,
ti prego,
non mi parlar d'affetto e di passioni,
non giocare con il sentimento,
non ingannare un cuore sconcertato,
per anni coinvolto in un amore
ch'era tutt'altro, ma che amor mai è stato.
Non giocar neppure con un altro,
scambiando affetto con semplice emozione.
Il tuo cuore diventa arido sai
quando l'amor decresce;
quand'è la frenesia che ti comanda
tu doni solo sesso,
lo doni per vendetta
per uno sgarbo misero patito,
ma il corpo tuo avvilisci,
per così poco ti prostituisci.
Poi alfin giunge il rimpianto:
ma non pensi all'animo di colui c'hai usato,
per fugace passione utilizzato?
Non pensi all'inferno che tu hai generato
dentro la mente
di colui che in verità t'ha amato?
Tu giochi,
segui solo un tuo impulso irrazionale
e poi d'un colpo prendi coscienza,
dal tuo torpor ti svegli.
Ma intanto tormenti veri hai seminato,
nell'animo solo male hai tu stipato
del tuo amor sfoggiato non rimane traccia
solo un cumulo di vecchia carta straccia.
Cerco la solitudine
Cerco la solitudine,
prati deserti, desolate marine:
cerco il silenzio,
la carezza del vento,
il ruggir del mare,
il rumore sordo dei marosi sulla scogliera.
Fuggo la gente,
voglio ritrovare me stesso,
ho bisogno di urlare
da solo,
di invocare invano il suo nome,
di far sgorgare tutte le lacrime dai miei occhi.
Voglio che nessuno veda il mio dolore,
assista al mio martirio,
al mio vano desiderio di risuscitare un amore
che era nato già morto.
Ho scavato la mia agonia con le mie mani,
ho incoraggiato un rapporto impossibile,
ho raccolto a piene mani
l'acqua fresca dei suoi vent'anni:
mi sono inebriato del suo amor nascente,
mi sono ubriacato come un bimbo
che assaggia il vino ed avido tracanna,
mi son dimenticato del mio tempo,
lei me l'aveva nei fatti cancellato,
annullato, fatto dimenticare.
Ma poi è arrivata la sera:
l'alba è ormai un evento lontano,
il risveglio un incubo.
Stella Spenta
Tu pensi d'essere già una stella spenta,
un astro che chiaror più non trasmette,
ma ancor ti vedo nel cielo luccicare,
t'ammiro, stregato, e ancora spero
che il tuo splendore non finisca mai.
Anche se non lo vedi e non lo sai
sempre pulsi per me nel buio della notte,
sola e sperduta su nel firmamento,
oltre le cime delle mie montagne,
simuli indifferenza,
balbetti solitaria,
parole
a cui non sono certo se ancor credi.
Come quei corpi morti,
che di brillare più non hanno idea,
ti vedo nella notte luccicare,
nello spazio infinto sempre tremolare.
E pur se spenta questa amata stella
la mente allaga di luce vivida e colora
l'animo mio e queste verdi vette,
ardore intenso al cuore mi trasmette,
speme di nuovo amor mi dona ancora.
Guardammo la luna insieme
E quella notte,
per la prima volta,
insieme ci trovò e ci baciò la luna.
Era un maggio odoroso,
un fine maggio da non più scordare,
dal buio abbracciati
con la smania d'amare.
Io e lei,
per la prima volta
uniti, accesi, emozionati,
dalla luna a farci coccolare.
Insieme,
in armonia,
complici,
d'accordo,
stretti nel buio silente della notte,
vicini, innamorati,
con il cuore in gola,
felici,
ma stranamente anche addolorati.
La guardammo più volte su nel cielo,
in passato, lontani,
abbracciati solo al cellulare.
Un dieci agosto la voce sua volò:
"stasera, amore, vicino al mare andrò
le stelle cadenti a riguardare,
un pensiero a te farò volare.
Guarda la luna,
regalami un pensiero,
io ti ricambierò con amor vero".
M'accarezzò la luna;
io la pregai incessante
di baciarla per me
pur se così distante.
Era di maggio,
un fine maggio andato
l'ultima volta ch'io le dissi: "t'amo"
l'ultima volta che da lei fui amato!
Proiezioni
Sul soffitto
si esibiscono osceni disegni.
Il sole vi proietta i pensieri occulti
che opprimono il mio animo
stanco di inseguire
sintesi di situazioni
indecorosamente fluttuanti,
eternamente ondeggianti
tra erotismo e affetto.
Pettirosso
Oh, solitario pettirosso,
che dalla siepe indifferente osservi e taci,
che complice sei stato d'un amore
ormai finito,
d'un amore che nelle vene mie
vive e perdura,
riportami il calore dell'affetto
che nei tuoi occhi un giorno hai registrato,
che ancora nell'iride perdura,
riportami la gioia di quei momenti intensi,
la folle rincorsa alle emozioni,
alle sue trasgressioni smisurate,
che senza pudore anch'io ho incoraggiate.
Un attimo,
un sol attimo d'amore,
di quell'amore infantil che un dì m'ha invaso,
di quella vivacità che follemente
anima e corpo tutto m'ha pervaso.
Non vedi, pettirosso, il mio soffrire?
Non senti l'animo mio come s'affligge?
Non avverti anche tu il mio morire
lento,
l'angoscia,
che non da tregua a questo vecchio stanco?
Stanco d'inseguire amori assurdi,
di non vedere le pieghe del suo corpo
che l'età spietatamente traccia,
di non vedere i suoi capelli bianchi
e gli occhi suoi,
ormai sfiniti e stanchi?
Un attimo,
ancora una frazione di secondo,
ancora una piccola gioia da gustare,
da condividere,
di nuovo assaporare
e poi … morire.
Il buio far discendere sulla mia coscienza
che pesare mi fa tutti gli errori
d'una vita dove il sentimento,
dove la passione effimera e smodata,
il posto ha preso del discernimento.
Confessione
Ardono i ceri in chiesa,
odor d'incensi, di polvere sospesa,
odore di coscienza male spesa.
Vibra la mente e l'animo dispera,
la coscienza afflitta nel domani spera
d'esser salvi con l'umile preghiera.
E sale con dolcezza dentro il cuore
una pace infinita ed il dolore
si scioglie e la tristezza muore.
Muore il conflitto, soffoca il rimorso,
di fede e di speranza ancora un sorso
assapora la vita; al nuovo corso
lo spirito s'affida e la speranza sale,
dal petto si cancella l'odio e il male,
perché solo l'amore al mondo vale.
Verrà alfine la morte
Verrà la morte alfine,
sfiorerà con la sua mano il mio volto,
raccoglierà l'ultimo calore
che lascia il posto al freddo,
al silenzio dei sentimenti
e del verseggiare.
Verrà, questa morte adorata,
si chinerà ad auscultare il mio petto,
a cercare di percepire l'ultimo atto del cuore,
ad archiviare gli ultimi istanti di gioia
che mi hai donato e non ho saputo cogliere.
La tua mano scorrerà sulle mie palpebre,
le abbasserà per oscurarmi il mondo,
ma io percepirò la tua presenza vicino al mio corpo,
avvertirò il tuo alito scaldare la mia pelle
ed i tuoi baci scivolare sulle mie labbra,
stamparsi sul mio volto ormai spoglio di sensazioni.
O dolce morte, tu parli il linguaggio del silenzio,
togli il fruscio ai torrenti,
la voce al vento,
lo scrosciare all'acqua,
il rombo ai tuoni.
Ed anche il calore al sole
diventa inutile complemento
ad una pelle che già pregusta
la fine delle sensazioni e del dolore.
Affanno
Le mie emozioni non servono più,
i miei sentimenti sono ormai stracci consunti,
brandelli di plastica ondeggianti al vento
che si logorano e consumano,
svolazzano e sfuggono
da un animo in pena
che non apprezza più il roseo dell'aurora,
ne il fuoco intenso dei tramonti.
Emozioni
Vivo di ricordi dolcissimi,
una foto,
un filmato insieme a lei
e la sua voce che vibra,
il suo corpo nudo che accarezzo,
un rametto di ulivo,
finanche un fazzolettino da lei buttato
mi riporta istanti di felicità sfioriti.
E ripenso con dolore ai miei errori,
del perché di una morbosità assurda
di una gelosia insensata,
non giustificata,
inutile,
quando avrei dovuto cogliere l'attimo
e godere i momenti di gioia che dio mi regalava
non pensando al domani
vivendo l'effimero con intensità,
con passione.
Oh, le emozioni!
Queste maledette sensazioni che i poeti vivono,
che ti danno energia e capacità di scrivere,
le emozioni sono il carburante della vita,
ma come ogni bene precario
sono destinate a spegnersi
negli animi aridi.
Vecchi ulivi
I miei pensieri
sono come questi alberi di ulivi
piegati e torti.
Sfiorano la terra,
si sorreggono spingendo le radici,
adagiandosi sul tronco
e forza fanno
come vecchie creature
che vogliono guardare verso il cielo
ed odiano l'odore della terra.

Al tempo resistono
e le afflizioni, i rimpianti, i ricordi
sembrano propormi
con dilaniante ansia
e con dolore.
Ma poi sopra i tuoi tronchi
ci sediamo felici ed ansimiamo,
e tu festeggi con noi.
Le carezze delle tue foglie riproponi
ed io un rametto stacco
e lo conservo come reliquia sacra
annusando il profumo
degli ulivi che ora sono in fiore,
che nell'autunno mi daranno forse
una carezza e rinnovato amore.
Le ginestre
Nel mio angolo ermo di campagna,
dove silente il sole m'accompagna
l'ombra lontana d'un cavalcavia
imponente troneggia, par mi spia
mentre l'eco giunge d'un motore
unito al ferragliare d'un trattore.
Eppure in questo posto desolato
il cuore non è tanto rattristato.
Le ginestre sorridono pungenti
abbracciate, confuse, ma splendenti
sul ripido costone se ne stanno
ai sassi lucentezza e tono danno.
Nel silenzio la mia mente scura
si sazia delle bontà della natura,
al corpo, la mente l'energia fornisce
per rinnovare un amore che finisce.
Ricordando "L'angolo delle Ginestre" di Morano Calabro
Nel giardino del cielo
Ruberei le tue lacrime al vento
e con quelle empirei il mio petto,
ruberei quelle ombre avvilite
che deturpano il dolce tuo viso,
ruberei un limone immaturo
per levarti l'amaro del fiele,
ruberei dal tuo petto le pene
nel mio petto stiparle e tenerle,
ruberei dal tuo cuore le spine
per infiggerle forti nel mio,
ruberei ogni ansia e tormento
dal tuo cuore angosciato e crucciato
per vederti una volta felice
sorridente e senza amarezza.
Ruberei un bel fior dal tuo campo
da infilarti tra i capelli arruffati,
ruberei i raggi del sole
per far splender di luce i tuoi occhi,
ruberei i colori del cielo
per dipinger di rosa il tuo volto,
la tua fronte d'azzurro empirei.
Ruberei il calore del sole
per scaldare la tua giovane vita
cancellare per sempre dal petto
quelle ombre di freddo rancore
che ti fanno penare, soffrire,
che ti oscurano vita ed amore.
Canna al vento
Come una canna al vento
con furore ondeggio.
Mi fletto, non mi piego.
Scrollo le ali a destra e a manca,
mormoro, bisbiglio, balbetto.
Balbetto.
Balbetto parole che lei più non ascolta,
non percepisce neppure più il mio pianto,
il mio dolore ormai non la commuove,
al mio soffrire ognor rimane sorda.
Il viso mi colpisco con le mani
quasi a svegliarmi da un sogno che m'opprime,
da un incubo che m'afferra per le spalle
e mi trascina nel nero d'un anfratto,
in un dirupo senza fondo e fine.
Urlo nella caligine sospeso,
zitta la voce strozza,
si smorza il fiato,
ristagna nella gola lo strillo che libera l'angoscia
e il corpo opprime
nel dormiveglia senza speranza d'un risveglio
che liberi dall'ansia,
che mi sottragga a quella morsa immane
della paura che m'assedia e invade.
E mentre attendo la luce d'un sorriso,
di chi m'allunghi con forza la sua mano,
mi affanno nell'orribile sgomento
del cuore mio che affonda in un pantano.
La differenza
Il tuo silenzio
m'opprime come un gran macigno
che sul petto mi pesa e mi confonde,
lo sai io me ne accorgo,
non pensare ch'io non lo capisca
ch'io non ti legga in cuore fino in fondo.
Ancor mi chiedo perché regali i tuoi sorrisi
a questo cielo che non vuol capire,
perché m'inganni,
perché alfin chiaro non dici
quello che nel tuo animo ribolle.
Da cuore a cuore
il gran segnale del ben forte viaggia,
non puoi celare al mio le sensazioni
della freddezza che nel tuo ristagna.
E basterebbe poco, tu lo sai,
un poco di coraggio, di franchezza,
aprire l'animo tuo e chiaro dire
la verità che cerchi di coprire.
Le tue attenzioni non sono più le stesse,
del primo bene ormai non vedo traccia,
solo dolce brillar vedo il sorriso
nelle tue foto che t'allieta il viso
ma se guardo i tuoi occhi il vuoto leggo
tu non trasmetti più quei sentimenti
che un tempo la mente mi inondava,
i tuoi lunghi silenzi sono un chiaro segno,
la sensazione di una indifferenza
che nel cuore ormai da tempo covi,
il vuoto d'emozioni che non provi,
e solo in questo sta la differenza.
Abbandono
Leggo le tue poesie,
impazzisco a cercare una frase che mi appartenga,
una parola che mi addolcisca la malinconia.
Questo pomeriggio solitario
mi fa perdere ogni speranza.
Ti rincorro nei portali,
ti cerco,
ti imploro.
La mia solitudine affoga
davanti a questo schermo muto
che non regala neppure una carezza.
L'amore è neve
che il sole scioglie
e la terra assorbe.
La mia vita
una vecchia nave all'ancora,
pronta al disarmo.
Epitalamio infernale
Già ti vedo col velo nuziale,
forse un abito da usare altre volte,
i capelli disciolti, sulle spalle tue nude,
arricciati, colorati di biondo e castagno.
Ti vedo, forse in grembo un abbozzo,
un tenero embrione germoglia,
e tu felice, lo sguardo distratto,
a tratti offuscato per un torto appena subito,
forse guardi lontano a un amore a cui pensi,
a un amore che tace, non sa, ma in silenzio riflette,
accarezza con la sua mano cadente
un fresca pelle vibrante, tremante, fremente.
una pelle di cui più non sa niente
che a tratti sogna baciata da un sole rovente
da un sole distante, che scalda un ermo giardino,
dove la voce ancora ristagna,
dove un suono di dolce chitarra ancor vola
e il tono s'espande, ancora s'invola,
si perde nel vicolo cieco d'un cuore
che soffre in silenzio
che nulla può fare, più niente donare,
neppure il conforto d'una breve parola,
nemmeno un messaggio, nemmeno un augurio
per un anno nuovo arrivato,
per una stagione che passa,
che accumula croce alle croci
che arreca tormento alle mani,
ai piedi, che grondano sangue vermiglio;
un cuor che s'illude,
spera in un vagheggiato silenzio
che arrivi d'un colpo
mentre gli occhi son ricchi di dolci ricordi,
mentre in petto fremono intense emozioni,
vibrano sempre gioie e passioni;
un silenzio che regali sereno alla mente,
quella quiete con forza cercata,
quella pace invano sognata.
Esondazione
Sono come l'assordante rumore d'un aereo da guerra
che sfiora i colli maremmani.
Il mio amore esonda i boschi di lecci e di castagni,
traccia squarci sanguinanti nel cielo
e si scioglie nell'indifferenza
degli sguardi ammaliati d'una giovinetta
che non ha più tempo d'amare.
Briciole
Raccoglierò le briciole del tuo amore
che tu lasci cader distrattamente.
Come un passero smarrito
saltellerò nel tuo giardino;
aspetterò su un ramo,
pazientemente,
che tu t'accorga di me
che nuove miche mi getti,
nuovi frammenti del tuo cuor
tu scopra,
e solo per me
nuove felicità diffonda.
Per sempre
Nel dormiveglia
come una nuvola m'è apparsa,
i miei pensieri ha avvolto,
mi ha confuso.
Il vento la disperde,
ma nel cuore resta
un'immagine cara che mi segue;
sulla pelle sento la sua mano,
il viso m'accarezza.
Dinanzi la ravviso:
parole dolci a tratti mi sussurra;
ma poi mi oltraggia,
senza pietà mi crocifigge.
La scaccio dalla mente,
rispondo con rancore al suo tormento,
ma, dopo lei ritorna nel mio cuore
m'abbraccia nella notte dolcemente
e come un bimbo pago m'addormento.
Email
Perché mi fai star male?
Perché tu mi tormenti?
Sono lontano, ma le tue parole
mi pugnalano al cuore,
feriscono la mente.
Piaghe profonde scavano,
provocano dolore
e, tu lo sai.
Sta per finire maggio,
il tempo confusamente corre,
sul filo d'un rasoio ormai viaggio.
Avversione
Acqua fresca di fonte
pensieri serpeggianti tra gli anfratti,
profonde lacerazioni nella roccia
sentimenti in conflitto,
opprimenti sensi di colpa.
Spruzzi ondeggianti tra gli scogli,
carezze vane sulle guance,
gocce di rugiada negli occhi,
che scivolano su un viso appassito
ormai senza più un sorriso.
Via Solazzo
Siamo io e te,
nel vano interrato
e guardiamo fuori.
I nostri corpi nudi
ricevono le carezze delle nostre mani
sudate
che scivolano sulla nostra pelle madida
ancora eccitata,
ancora ansante di pulsioni,
di emozioni.
Sono solo io,
adesso,
che guardo fuori.
Gli occhi si perdono nel vuoto,
ad inseguire
gli ultimi insulti
che hanno preso il posto
delle parole affettuose,
di un amore profondo,
frettolosamente donato,
maturando una vendetta,
coinvolgendomi in un amore che sembrava vero,
sincero, profondo,
affogando un affetto mai provato,
un ripiego, come dicevi,
annientando un corpo mai amato,
che mai amerai,
che sempre tradirai.
E guardo le tue spiagge,
il mare in lontananza dal tuo terrazzo,
la tua chitarra senza una corda,
il tuo giardino solitario e tranquillo
col cinguettio dei passeri,
coi richiami delle gazze ladre.
Sento sulle labbra gli ultimi baci
dopo che hai bloccato la mia fuga,
mi par d'avvertire le tue ultime carezze,
le ultime tue parole.
E poi i ricordi,
i ricordi zeppi di rimpianti,
che mi torturano l'anima,
che mi spezzano il cuore!
Lussuria
Ho raccontato ad altri uomini
la mia storia,
l'ho descritta nei particolari,
ho guardato i loro occhi
lucidi di piacere
sognando il tuo corpo lontano.
Altri ti cercheranno,
ora,
e tu sarai felice!
Avrei i veri uomini che cercavi,
quelli che penseranno solo a soddisfare i tuoi sensi,
a donarti quel piacere che non hai ancora assaporato.
Ed io piangerò
pensando al tuo corpo accarezzato da altre mani,
impudiche,
lascive.
Non le mie carezze delicate,
piene di dolcezza,
di calore,
celestialmente pudiche,
ma le mani ed il respiro ansante sul tuo corpo
d'un maschio che ama solo far sesso;
e tu griderai,
davvero questa volta,
non fingerai più.
Ma dopo ti vergognerai di te stessa
e penserai ad un amore vero
che non poteva darti quello che tu cercavi
ma che sapeva darti l'amore,
quello che nessuno potrà darti,
e piangerai in silenzio.
Letargo
E' penoso vivere
dipendendo da uno squillo di cellulare!
Si, è davvero difficile sopravvivere!
Quel maledetto aggeggio,
dove confluisce meccanica e tecnologia,
freddo e complesso,
che pulsa grazie ad un segnale
che dall'etere arriva,
se ne sta in silenzio
e più non scampanella,
più non trilla:
pigro dorme come una marmotta
che avverte il freddo in arrivo
e si rintana.
Ed anche il mio cuore
da un pezzo ormai
il letargo assapora
e le emozioni ha smarrite.
Se ne sta in silenzio,
con l'orecchio teso
e spera che di felicità
ricolmi almeno un animo che sonnecchia
su un cuscino,
un tempo abbracciato e vivo.
Contraddizioni
Acqua fresca di fonte
pensieri serpeggianti tra gli anfratti,
profonde lacerazioni nella roccia
sentimenti in conflitto
ed opprimenti sensi di colpa.
Spruzzi ondeggianti tra le rocce,
riflessioni sfuggite dalla mente,
sparse nel buio della notte
condivise e negate il giorno dopo.
Laghi e bacini,
verbosità gioiose,
piene incontenute e dirompenti,
quasi contraddizioni del mio essere
in conflitto con l'etica d'un cuore
che pace non trova
e ristoro mai assapora.
Passerà la tempesta
Una stella brilla nel cielo
stanotte!
Alle 16, grandine e tempesta
fulmini e tuoni,
il mondo ai miei piedi,
la disperazione nel cuore.
Ma poi ritorna il sereno:
come sempre
l'amore affogherà l'odio,
una carezza scivolerà sulla guancia
di chi sa seppellire il rancore.
Ed il tuo sguardo lontano
sorriderà in silenzio,
mi osserverà confuso sul palco,
pensando alla mia pena.
Sentirò la tua voce
sussurrarmi di non pensare a te
di non piangere per te,
per una ragazzina
che non sa più amare,
ma che spruzza gocce d'acqua pura
su un viso ormai avvizzito
che non riesce più a ricambiare
il tuo sorriso lontano.
Io e te
Io e te,
ancorati al nostro passato
legati al nostro presente
da questo sordo rancore
che cova nella mente.
Io e te!
Siamo come nuvole bianche
sospinte in cielo da un vento selvaggio:
ci sbandiamo,
ci confondiamo,
ma il sereno sempre ritorna
ed il loro candore,
infine,
accarezza il cielo,
addolcisce l'anima.
Io e te!
Nel silenzio di queste notti
che non passano mai,
nell'attesa d'una voce
che più non chiama,
che più non accusa,
che più non sussurra parole d'amore.
Io e te!
Legati per sempre,
anche se ci respingiamo,
anche se ora,
finanche,
ci odiamo!
Amo
Amo
ancora di più
questo silenzio,
questo tuo sordo rancor
che mi stordisce.
Amo
il tuo odio
che mi tiene legato
ancor più dell'amor,
che non sfiorisce.
10 Maggio 2009
103 anni,
103 feste mancate,
103 desideri infranti
103 gioie svanite
103 carezze finite
103 baci negati
103 lacrime sciupate
103 dolori ritornati.
103, 103 e 103
disperate invocazione
alla ricerca d'un amore
che solo tu potevi regalarmi,
che nessuno mai potrà donarmi.
Conservo tutto di te
Conservo tutto di te:
oltre al rancore
galleggiano ancor dolci pensieri
i ricordi s'ammasssano,
si sforzano ad offossare un astio
che non posso dalle vene eliminare.
Son qui tutti presenti:
le tue finzioni rinnovano dolenti,
le tue dolci parole riportano,
che tanto amare sono diventate,
le tue carezze appassionate
che tante ferite in corpo hanno prodotto.
Son qui tutti presenti!
E non riesco ancora a cancellarle,
non riesco a darmi spiegazioni,
come si possa da mattina sera
tutto dimenticare,
tutto in fondo al mare sprofondare.
Parole, solo parole che fanno tanto male,
meglio una pugnalata in mezzo al cuore
e fermare questo muscolo indolente
che razionalità rifugge,
continua a balbettare,
non vuole ancora darsi una ragione
di come si possa donare tanto amore
e poi improvvisamente
tutto dimenticare,
tutto dall'animo cassare,
dall'odio e dal rancore
all'improvviso farsi soffocare.
E non serve il fare o il dire.
Quello che ognuno prova in cuore
difficilmente chi ti sta d'intorno
mai lo potrà capire.
Tormento
Di lacrime tante ne ho versate
e giammai saranno ripagate.
In Chiesa potrai andarci mille sere
per il perdono non servono preghiere!
Se hai fatto bene quello sempre resta
e rimarrà eterno in cuore e in testa.
Ma se male nel mondo hai seminato
male con male ti sarà donato!
Implorazione
Dimmi dove tu sei
oh dio,
dove tu nascosto te ne stai
quand'io ti chiamo
e non m'ascolti mai?
Ceri io non t'accendo,
sommesse preghiere non declamo
in un sudario gelido di chiesa,
dove le ostentazioni,
le vane implorazioni,
salgono verso un cielo che non vedo,
dove nessun portiere sta a vegliare
dove nessun custode sta ad aprire.
Tu ascolti solo,
indifferente se il pianto dei tuoi figli
sia frutto d'odio o di bruciante amore,
rimani lì impassibile a guardare:
solo fede tu chiedi
e devozione cieca, stretta obbedienza,
e non ti curi di togliere il dolore,
di levare l'affanno,
a quanti per figli tuoi si danno.
Ma io ti prego,
se tu m'ascolti e puoi,
di me non ti curare,
l'occhio protendi a chi vaga nel buio,
dai luce a chi la cerca e non la trova,
togli dai lor pensieri ogni viltà
fai si che il vero illumini la mente
e riscoprano la via della bontà.
Rosa
Se il mio amore
deve restar legato a un nome
io preferisco quello di una rosa.
Profumato,
ironico,
pungente.
T'ho trovata, birbante,
e giochi a rimpiattino,
lo stesso nome, purtroppo mi proponi,
che già ragione e mente
empito mi han di spine.
Ma se i petali s'aprissero all'amore,
se la brina d'un sentimento antico
in seno ti colasse,
se l'età per un attimo ignorasse,
forse anch'io t'amerei,
e affogheresti quell'antica pena
che nella mente ancor noiosa dura,
che come brace dentro il cuore cova,
e non vuole ancor serrare l'ali
non vuole allontanarsi dal mio petto
fa resistenza e blocca ogn'altro affetto.
Ti porterò con me
Ti porterò con me,
nel mio cuore la tua anima ho serrato,
le tue carezze son qui sulla mia pelle
le tue parole segnate nella mente,
d'amore mi parlano
parole d'altri tempi,
di giorni lieti, differenti,
con un linguaggio strano, incoerente,
per chi non lo capisce,
a chi non lo comprende.
I tuoi capelli,
il taglio d'una ciocca
che in primavera anno mi donasti,
avvolta in una busta trasparente
li porto con me nel mio borsello
quasi a sentirti vicina, qui presente.
Da una foto sorridono silenti
a chi vorrebbe capire di chi sono
a chi si sforza di non vedere niente
perché la verità male fa sempre al cuore
quando cocente vi naviga l'amore.
Il tuo sangue ancora é misto al mio,
la tua ferita sulla mia si è intrisa
e il patto è sempre vivo, dura eterno.
Scorre la vita
e l'occhio stanco muore
ombre intravede.
immagini ormai stinte,
visi infantili urlano ed il vocio
per quel giardino,
che ho sempre in cuore verde,
s'espande insieme a quattro lievi note
d'una chitarra che per me non suona,
che le tue dite ormai più non carezza
che la gioia del tuo amor più non mi dona.
Deliquio
Uno straccio di cuore
che viaggia per conto suo
e non vuole vedere
lo squallore che l'accompagna
per le vie di questo mondo
non più avvezzo
ad ascoltare i richiami dell'anima
ma ormai proteso ad inseguire il nulla,
orme d'edonismo squallido
che s'impantanano
nella palude del nichilismo
che restituisce acri effluvi
d'acqua putrida
dove la ragione affoga.
Carpe Diem
A volte
non vorrei essere un uomo
ma solo una farfalla.
Avere pochi istanti da gustare:
un fiore su cui posarmi,
un liquore da sorbire,
la vita da trasmettere.
Carpe Diem, amici,
Carpe Diem!
Rimorso
Incomposto s'intreccia,
fruscia,
contorce mente e senno
tra difformi pensieri scorre,
liscia,
scava, piega, mortifica,
avvilisce.
Ed a colei che la mente sua gestisce,
dal buio che lo circonda,
alfine si ribella e la circuisce.
A suo dio in croce urla,
invano una sentenza aspetta,
un giudizio, che l'assolva
ed un nuovo paradiso mostri
dopo le pene d'una bolgia infame
che senza motivo alcuno
per lungo tempo nel tetro l'ha serrato.
La sua coscienza inetta giace,
non ombra di ravvedimento
accompagna il passo stanco
del corpo ormai senza speranza.
Ride l'ingorda,
ride della nuova vittima che soffoca
sui suoi errori e invano si contorce.
Una ragione la sua mente cerca,
attenuanti sul tavolo distende,
nel passato rilegge la condotta sbagliata,
i tanti errori,
che quella orrenda pena ha causato.
Ma dal profondo inferno
la vetta in alto tutta splendente s'erge;
a quella luce il cuore allora si protende,
nuova linfa, un nuovo amore forse si presenta,
alle rocce s'aggrappa, scala gli ultimi tratti,
e spera che dopo la tempesta
anche per lui, alla fine,
giunga sereno il giorno della festa.
Ma cosa sai
Ma cosa sai,
cosa tu sai di me,
tu vedi la corteccia
e non il tronco nudo
con la linfa che esonda
e tracce lascia di sangue sulla pelle.
Ma cosa sai,
cosa tu vedi mai
se non arterie vecchie e consumate,
se non ricami stanchi sulle mani,
se non macchie sul viso
ed occhi spenti.
Ma quello che avvampa in cuore
quello che invan ribolle nella mente,
la tristezza che l'animo travolge,
la disperata ricerca del tuo bene,
l'impotenza per queste membra stanche,
questo tu non lo vedi,
tu non avverti più il mio lamento,
non senti più il mio pianto,
il mio urlo affannato non intendi
la mia disperazione non comprendi
non vedi il corpo mio smosso dal vento?
Babele
L'occhio mio sfugge,
la scritta insegue inutilmente,
tutto s'offusca
mentre il pensiero scorre
e la pupilla si dilata invano,
già la palpebra scende
e il sonno accorre.
Sogno,
stretto tra lo schienale ed il volante,
scorre la penna sopra il bianco foglio,
i pensieri imprigiona
e li colora d'un azzurro velato
che scolora.
Scolora,
come questo cuore oppresso,
questo mio cuore che regala affetto
a chi non lo raccoglie,
non l'apprezza,
a chi,
come una spazzatura lo disprezza.
A chi invano urla frasi vuote,
a chi non ha più orecchie per sentire,
a chi ha solo bocca per parlare
ma che l'affetto mio non sa capire.
Amarezza
Mi sono sporcato d'inchiostro
le dita,
il pennino ho bagnato
nell'impasto d'acqua e di more.
Altri tempi, altre date,
passate,
altro frignar di lucignoli spenti,
altre parole lucenti,
frasi che dicevano tanto,
dicevano tutto, dicevano niente.
Frasi correnti:
la guerra,
la fame,
il padre lontano,
la vedova,
la mamma vestita di nero,
le case spoglie di malta,
coi fori pieni di uccelli,
le tegole rotte,
i vicoli al buio
una voglia di vivere in fretta,
vedere scorre gli anni.
E poi il silenzio,
solo ombre lontane,
immagini che sanno di flash,
di fatti vissuti, passati,
di eventi che vorresti seguissero a ruota,
voltarti,
leggere dentro per riuscire a capire
dove il passato è finito,
dove il presente è iniziato.
Questa gran voglia di povere cose,
di pentole nere di rame,
lo scoppiettio del carbone,
il brontolare dell'acqua
con misero cibo a lessare:
castagne, le dolci patate,
cicorie ed erbe di prato,
raccolte tra i sassi,
in mezzo a incolti terreni.
Eppure si era felici,
eppure si era contenti,
il sorriso spesso volava,
il viso allietava.
Ora si ha tutto
e tutti peniamo,
siamo sempre scontenti.
nessuno ha gli occhi ridenti.
Primavera
(Anno 2009)
Verde carezza
sul bigio tronco vola
ali d'uccello.
La grande onda
La grande onda che aspetto,
adesso arriva,
forse domani si farà presente.
La grande onda,
ogni tanto nei miei sogni appare,
si materializza nella coscienza mia
e mi tormenta.
Quel cataclisma che gli uomini sconvolge,
che veste panni diversi,
indumenti colorati e bigi a volte indossa,
si rimpiatta dietro la porta chiusa
al piano terra,
attende e non ha fretta.
Ed io scrivo e non indugio,
sulla carta disegno pochi versi
prima che la grand'onda mi sommerga.
La penso impassibile, tremenda,
che spacca il mondo in due.
La montagna sprofonda in fondo al mare
e un lago sorge d'un tratto in mezzo ai boschi.
Vedo lo spumeggiar dell'onde,
il terrore nel viso della gente,
odo gli strilli immensi
delle agonie sommerse.
E poi il silenzio!
Un nuovo mondo sorge,
impassibile dal nulla, ridisegna
le carte geografiche
e un conducente lascia in bilico
su una strada interrotta,
sparita nel vortice improvviso
d'una natura senza preavviso.
Ecco, ora il dolore, non c'è più,
è svanito,
la calma dentro il corpo è ritornata
ed una dimensione nuova
nella natura umana
improvvisa, inattesa, si è creata.
Primavera 2009
(4 Aprile)
Ecco,
il primo swit swit
alle sette mi ha risvegliato.
Anche quest'anno
la primavera in ritardo è arrivata.
E si,
avevo un gran sonno
ma dal letto svelto son sceso
e il cielo lindo ho guardato.
Il primo rondone è arrivato
e dietro ne seguono tanti.
Di nuovo, pian piano,
i vecchi nidi aggiustano,
pazienti per giorni,
"mattone" dietro "mattone"
lo stesso nido rifanno.
Le pozze d'acqua ricercano,
scarseggiano ogni anno,
il fango raccolgono in volo.
Quattordici giorni e il nido è rifatto!
Le uova deposte,
poi segue paziente la cova.
Ancora altri voli,
daccapo nuove covate,
sibili acuti riempiono il cielo,
volteggiano, saettano, planano,
sfiorano i tetti.
Pazienti dall'alba al tramonto
raccolgono insetti,
e noi grazie neppure diciamo,
anzi col nostro cemento,
col nostro asfalto invadente,
la vita più dura a loro rendiamo.
Sui portali
Sui portali della rete
viaggiano i pensieri,
voci lontane s'intrecciano
mani si toccano,
corpi si scoprono,
carezze virtuali volano nel web,
gioia e sorrisi,
piacere ed abbandono,
squallore ed amarezza,
rancori ed afflizioni,
il cuore empiono e la mente.
Del mondo antico
non rimane traccia,
il peccato è solo un'apparenza,
una finzione vuota, di facciata,
il cuore umano ormai s'è inaridito,
imbarbarito.
Resta solo il piacere,
da gustare ogni giorno senza freno,
del domani nessuno più si cura,
non interessa ch'esista una famiglia,
del figli da crescere,
da educare,
un'etica antica da imitare,
una vita lineare da seguire.
Solo gli eccessi,
la smoderatezza,
la trasgressione,
il piacere caduco e fluttuante,
l'edonismo becero, il mostrarsi,
solo l'apparire effimero e incostante.
Giovani e vecchi, insieme,
in una bolgia infernale,
senza decoro alcuno,
senza più valori,
vuota d'ogni morale.
Finalmente l'alba
Finalmente l'alba è già arrivata,
dalla finestra socchiusa
un pizzico di luce filtra e colora
i telefoni spenti sopra il letto.
Ora il silenzio è vero,
la fantasia in un angolo ripara,
al buio,
e il desiderio cala
come una lenta pioggia a primavera.
Diminuisce anche l'affetto,
l'amore nell'ombra si rintana.
Che senso ha donare tenerezza
a chi non la ricambia?
Solo una sceneggiata
m'accompagna,
con una scenografia priva di luci,
un vagar sopra un palco,
indifferente al brusio della gente,
al fischio di qualche insofferente spettatore
che non fiuta la farsa che finisce
recitata a soggetto dagli astanti
ognuno con un finale predisposto,
a proprio uso e consumo,
a proprio intendimento,
a proprio godimento.
Un grido dal buio
Un pensiero la mente mi divora:
che fa? Dov'è?
Perché più non mi cerca?
Un dubbio mi consuma:
chi sta sfiorando adesso la sua pelle?
Chi bacia le sue labbra?
Chi sopra i seni scorre le sue dita?
Chi le sussurra frasi appassionate?
Chi le promette amore e, invece, mente?
Chi le trasmette vibrazioni intense?
Per me più lei non freme,
più non si intenerisce,
la mia voce più non la emoziona,
al patir del mio cuore resta indifferente.
E pur lo sa, quanto le voglio bene,
lo sa che sono come un vagabondo,
solitario, che vo per la città,
disperato e perduto, sopra una panca sosto
sperando che lei arrivi
a dare nuova linfa alla mia vita
a riportarmi un soffio d'aria pura
col suo sorriso tenero d'infante.
Avverto un freddo intenso che m'assale,
sento tutto il fardello dei miei anni
pesarmi come un macigno sullo sterno,
vorrei sentir lo scricchiolio dell'ossa
e un intenso dolor colpirmi il petto
che m'arrestasse i palpiti del cuore,
resettasse tutta l'angoscia che m'opprime
e desse nuova linfa alla mia mente.
Maledetto cellulare
Quel maledetto cellulare
se sta in silenzio,
non parla più,
non manda alcun segnale,
un messaggio non svela,
una carezza non regala,
un bacio virtuale non mi dona.
Inerte poltrisce sul piumone,
nel buio balbetta
il verde mare del suo schermo, muto
più non mi diletta.
Un bicchiere di vino m'accompagna,
il pesante disagio non lenisce,
tristezza e tenerezza
si abbracciano nel buio
e il sonno si allontana.
Sul muro l'ora si scompone,
i minuti passano incostanti,
il tedio mi distrugge
e aspetto invano
che una voce si scopra,
che uno squillo mi faccia sussultare,
che un sussurro
l'udito m'accarezzi,
che una parola dolce mi soccorra,
mi faccia ancor sperare!
Inerzia
Non devi perder tempo,
dai corri, corri,
ma che fai?
Perché ondeggi?
Perché tu pensi?
Perché tu fermo stai?
Produci,
su scrivi qualcosa,
non fermarti a pensare,
vuota quello che nel cervello giace,
sveglia la tua ragione,
annota, abbozza, sgrossa,
avvia una discussione.
Il tempo è avaro,
gli anni ti scorrono alle spalle,
ogni ora che passa,
ogni minuto
non li puoi fermare.
Se il pensiero riposa,
se sui guanciali giace,
se sotto le lenzuola
se ne sta inattivo ed ozia,
la tua vita sparisce
nessuna traccia lasci,
nulla di te rimane.
Non devi perder tempo
dai corri, corri,
ma che fai?
Ciao Serena
Ciao Serena,
notte serena
sereno riposo.
Io parlo e non oso
il cuore è gia in pena
Mi manca una voce
la voce del cuore
che spezzi la notte
che porti l'amore.
Ho spento ogni cosa
nel buio vacillo
nel nero sprofondo,
non sento uno squillo.
Ne suono, ne grido
mi va d'ascoltare,
messaggi e parole
non voglio guardare.
Ho chiuso i cancelli,
mi basta il silenzio,
sprofondo nell'ozio;
un solo pensiero
mi domina e vince:
punire me stesso,
schiacciare il mio cuore,
scordare ogni cosa,
acuire le pene
affinare solo il dolore.
La chat
Veronica,
dimmi tu come stai?
Stanco io sono,
stanco ed un po avvilito!
Penso d'essere sveglio,
ma invece ognor sbadiglio
parlo e non batto ciglio
voce dal cuor non esce,
anche tu scrivi e taci.
Duro è parlare in chat
solo lo scritto vola
l'unica voce vera
è sempre la tastiera.
Zibaldone
Sto esaurendo la mia storia,
i miei passi stanchi
vacillano sotto il peso dei miei anni,
tra l'indifferenza di una folla che m'opprime!
Linguaggi ed espressioni vuoti,
dove l'intreccio di parole
crea voragini di apatia e noia,
di stanchezza fisica e mentale.
A cosa serve scrivere,
costruire armonie destinate a dissolversi,
inviare messaggi ad un popolo assente
che osserva la morte
scorrere nei fiumi
con la scritta "partigiano"
e dimenticarne il martirio.
A cosa serve un conflitto
che ha distrutto un ospedale,
demolito un ospizio,
squarciato una scuola,
creato il deserto là dov'era la vita?
A chi giova il ricordo
delle morti violente alle Fosse Ardeatine,
dei massacrati nei campi di sterminio,
dei profughi senza meta e speranza,
se la memoria cancella la traccia
d'ogni ragione?
Ed io testimone al tramonto,
con il mio animo in pena,
che annoto,
osservo,
sottolineo,
evidenzio,
mentre la lenta pioggia del cinismo
cancella ogni cosa?
L'urlo della piazza sembra un'eco lontana,
che non risveglia le coscienze addormentate,
che non da forza agli entusiasmi finiti,
che annulla le solidarietà sfiorite.
Rimane solo l'accattivante suono dello zufolo
di un incantatore di serpenti in doppiopetto
che ha completato il progetto,
che sta riscrivendo la storia
imponendo una libertà apparente
dove le regole servono solo al vincente!
Amore, amore
Amore, amore
che l'animo ecciti e poi avvilisci,
che il sangue pompi e dolcemente
le arterie d'entusiasmo inondi
e poi distruggi
cuore e ragione e colmi
di fresche e chiare acque
questo contenitore vecchio
che si usura!
Nel tempo solo una traccia stanca
lasci ed un tormento, lento a morire,
ma che nel cuore dura,
ti tortura.
O natura, natura umana,
alle sofferenze avvezza ed ai dolori,
a cosa serve un dolce sentimento
se l'animo deprime e poi tormenta?
A cosa serve mai tanta dolcezza
amara e sconfinata
se un solco d'affanno, di dolore
al suo passare semina e abbandona?
Si, solo una traccia d'afflizione
resta del tuo passaggio.
Rimane solo l'angoscia lenta a scomparire,
dura il rimpianto,
la delusione per l'età che avanza
per un amor che vagheggi,
che d'entusiasmo tutto t'ha riempito
mente e ragione,
perchè averlo da presso più non puoi,
per via d'una passion tardi avvampata,
nata già spenta,
per un dolore che provi e non si smorza,
che solo cenere lascia,
solo cenere, e qualche tizzo appena acceso
che a volte forse ti riscalda il cuore,
a volte e spesso, invece, lo tormenta.
Autunno
Nevicata di foglie
il cuore assilla
ed i pensieri pressa,
vacilla i passi tuoi
e li confonde
persi per un viale
che di pianto s'inonda
e di colori.
La bellezza
Spesso guardiamo il bello
che la natura ci regala,
un fiore meraviglioso,
profumato,
colorato.
Ma alla radice che l'ha generato,
che lavora al buio,
dove nessuno vede,
dove nessuno crede,
chi ci ha mai pensato?
Mai fidarsi
Mai fidarsi di un amore infingardo.
Il mondo è pieno di ciurma,
di gente vuota, priva di cuore.
Ma noi insisteremo a dare l'amore
perchè il nostro animo è terso,
limpido come un cielo d'aprile
in una giornata di sole
con le rondini che aleggiano sciolte,
con i merli che volano bassi,
con le foglie che inverdiscono i rami.
Di fronte a tanto equilibrio
gli animi aridi non fanno parvenza,
saranno sol ombra e pigra esistenza.
E quando il tempo
di bianco le loro coscienze empirà
allora le lacrime saranno inutile rito,
la quiete più non daranno
non leniranno la loro pietà,
non tergeranno la loro viltà.
Ti odio
Non ti odio perchè mi hai tradito,
perché hai scelto come compagno
un nuovo amante.
Non ti odio perché mi hai deluso
e non hai capito il mio affetto.
Non ti odio perche hai ignorato
i sentimenti
che fermentavano nel mio animo.
Non ti odio perché hai rinunciato
alla vita
ed hai preferito la morte.
Ti odio soltanto perché sei riuscita
a cancellare l'amore
dal mio cuore
ed hai seminato la morte.
Ad Anna
Anna mio primo amore
Anna delirio andato
Anna del batticuore
Anna quant'ho penato
Anna del bigliettino
Anna veglie e tremore
Anna mio fiorellino
Anna febbre e dolore
Anna sul lungomare
Anna tra la ginestra
Anna sempre sognare
Anna alla finestra
Anna acqua di mare
Anna spruzzi lucenti
Anna sole e nuotare
Anna occhi splendenti
Anna d'un dì passato
Anna dove mai sei?
Anna mio sogno andato
Anna degli anni miei
Anna della mia vita
Anna senza speranza
Anna tappa finita
Anna senza esultanza
Anna del mio bambino
Anna del mio finire
Anna del mio declino
Anna del mio morire
SMS
Nuove tecnologie,
nuove emozioni
d'aprir del cuor le vie.
Brevi messaggi,
frasi appena fatte,
inusuali,
tronche,
prive delle vocali
per recuperar gli spazi,
per dir con poco molto,
in un linguaggio spiccio,
appena percettibile,
di certo poco colto.
E poi sempre
le frasi più diffuse:
"Ti A. S.",
"Ti V.T.B.",
"Xké nn mi rspnd?"
"Snz di te nn vv"!
E invece assai si vive,
mentre chi tanto crede
appena sopravvive,
e non si muore mai,
sempre la stessa storia,
l'identica memoria.
E mi si spezza il cuore
a leggere e pensare
a quelle frasi fatte
a quel miscuglio amorfo,
quella zuppa infernale
di passi senza senso,
perché dietro la scia
c'è solo bava informe,
solo parole vuote
prive di senso alcuno,
vuote di sentimento,
che il cuore inaridiscono,
che svuotano la mente,
che valgono più niente!
L'onda
Oltre i flutti in tempesta,
il buio,
ed io solo con le mie paure,
ombre ancestrali
che s'agitano nell'inconscio della mia ragione
e mi proiettano
nell'infinito della mia fragilità,
nella devastante perplessità
di non sapere chi sono e dove vado.
Gli ultimi burattini
I burattini sgambettano ancora,
i fili s'agitano invano,
scomposti, sconnessi.
Rosaura ha visto Pinocchio,
anche lei urla sommessa,
lei sa che quel vecchio ciliegio,
stagionato da un pezzo,
brucerà scoppiettando,
e non sa se il capretto
alla fine sarà cotto a dovere.
Mangiafuoco
urla e dimena, alla fine starnuta,
ed una lacrima scende,
il racconto è salvato,
l'autore può scrivere il resto.
Si camuffano così sulla scena,
ognuno la parte a soggetto ripete,
qualcuno scopre l'istinto bestiale
dopo aver a lungo ingannato.
Il messale riposto
è di nuovo sfogliato,
il proprio operato salvato,
il rione gabbato,
di nuovo il rosario sgranato,
il perdono invocato,
il cristo pregato,
il cristo ingannato.
Ma appena il sole sorge al mattino
si guarda a oriente
si lanciano strani messaggi
al sole nascente.
L'ipocrita scena di nuovo calcata,
il credo, le finte preghiere.
le scelte appena negate
riaffiorano come una muffa infernale,
il vecchio difetto riappare,
la vecchia indole stronza risorge
e quello che dentro mai c'era stato
ritorna al suo posto, nel nulla,
si torna d'accapo la scena a calcare,
l'identica scena appena negata.
C'è un nuovo fantoccio
che sul palco saltella,
ma forse è la solita pupa,
una pupa di stoffa, senza cervello,
una pupa tirata dai fili,
senza testa e ne cuore,
una pupa che semina solo dolore.
I miei fichidindia
Urlami vento
e tienimi lontano
dalle folate delle spine antiche
dei fichidindia sorridenti
sulle pale pungenti dei miei anni.
Gioia al palato
e qualche prurito sulla pelle
accompagnava quel concerto antico
di urla del campagnolo che al mattino
sotto i balconi ci invitava al rito
con i piatti in mano e dieci lire
per quella colazione che da sempre
nella calura dell'agosto ardente
dissetava la gola e il ventre empiva.
Gioia e burla di bimbi spensierati,
le mani tese a scegliere i sanguigni
dal gusto dolce e tenero al palato,
il pane fresco a fette,
dalla crosta croccante e profumata,
e in mezzo
un fico d'india come marmellata.
Occhi lucenti dove siete andati,
quale angolo della mente illuminate?
Risa giulive, prive di pensieri,
con qualche lacrima a tratti per inezie,
perché, pur se tardive, non tornate
a rinfrescare questa mente stanca,
a riportar la pace, quella serenità lontana
ormai perduta,
ch'oggi vorrei trovare e che mi manca?
Tradimento
Ho sulla pelle
incise le piaghe di un affetto
che non merita che io l'ami ancora.
So dei suoi tradimenti,
dei suoi inganni,
delle sue debolezze.
Ma di altre è la colpa:
di quante, infingarde e immonde,
giocano con i sentimenti umani
ed ingannano se stesse e gli altri,
e tradiscono anche l'amore
con il quale giacciono e giurano fedeltà.
Ma io lo conosco, altre no!
So che tornerà da me:
solo io l'ho amato,
solo io ho conosciuto il suo cuore,
solo io so quanto vale
e ascolto la sua voce confusa al telefono.
Senza di me lui è perso
ed io l'amo sempre.
Io so aspettare.
Il mio corpo non regala più
una pelle morbida e vellutata,
non regala un affetto irrazionale,
non regala gli orgasmi intensi di una giovinetta
ne la sua passione,
destinata a spegnersi nel nulla
come brace non alimentata.
Io regalo l'amore:
e questo, nessuna amante occasionale
riuscirà mai a donarlo!
Riflessioni
Cosa importa
che stiano spuntando le viole
se io non potrò coglierle?
Me ne sto rintanato nel mio "io"
a riesumare le mie felicità esaurite
a ricordare un amore impossibile,
che ha sacrificato se stessa,
che finge di amare chi non ama,
che si prostituisce
in amplessi senza orgasmo,
simulati,
mentre intorno a me splende il sole
e la terra colora.
Ma io inseguo solo il buio
nella tana dei grilli,
che si rifiutano di cantare
per non disturbare il mio dolore.
Rantoli
Attaccati
alla nostra bottiglia di plastica
tracanniamo la storia della terra.
Nella nostra gola scivola
il liquido dei pozzi
che ormai tutti definiscono minerale.
Le ultime tracce di civiltà
si stanno esaurendo nelle savane,
nelle steppe,
nelle foreste tropicali,
dove l'ultima umanità
s'aggira ancora con l'arco e la freccia.
E noi pensiamo di essere potenti
perché abbiamo conquistato la luna,
perché abbiamo scoperto la struttura del nostro DNA
e stiamo manipolando noi stessi
mentre il mondo si spegne,
si spegne come questa bottiglia
che sembra
non possa servire
più
a nulla.
Della nostra agonia
rimane solo il crepitio
della plastica arrotolata
nel sacco della raccolta differenziata.
Ferru vecchiu
Quando
potrà guarire questo cuore infermo?
Quando
i miei desideri soddisfatti?
Quando
i sogni miei tutti avverati?
Quando
ritroverò la pace persa,
quella pace ambita e che non trovo?
Spezzoni di una vita
smarriti oziando per prati ormai dissolti,
per strade bianche sommerse dal catrame,
per vicoli sassosi vestiti di cemento,
ricercando mille voci spente,
voci lontane
scosse ancor oggi dalla tramontana,
assopite dallo scirocco soffocante,
cullati dalla frescura del grecale.
Quelle voci risento nel silenzio,
dei miei meriggi torridi e sofferti,
nella penombra d'una vecchia casa
che lo stretto mirava dai veroni
e si cullava quasi in mezzo al mare.
Sembrano voci antiche, ancora note,
voci sfuggite da un sordido mantello
che avvolge la signora tristemente,
voci confuse con quell'urlo antico,
quel richiamo che solo io conosco,
solo per me possiede forma e senso,
solo io ascolto, solo io comprendo:
"Ferru vecchiu,
rami vecchiu,
alluminio vecchiu,
m'accaaaattu"! (*)
(*) (Era l'urlo degli acquirenti di materiali ferrosi del dopoguerra: "Ferro
vecchio, rame vecchio, alluminio vecchio, compro").
Babilonia
Vi immortalo nei miei versi,
vi stronco le gambe,
descrivo tutte le vostre repressioni,
le vostre inibizioni. Illustro,
come in una copertina disegnata da Molina,
i vostri tradimenti.
Vi tratteggio con l'amante che spara
con una beretta calibro 9
e con la vostra figura che traballa
e rimane a mezz'aria.
Scopro la volgarità dei vostri amplessi,
pubblicizzo la falsità del vostro rapporto,
trascrivo finanche i sussulti della vostra pelle
e le esclamazioni di piacere
che sgorgavano senza inibizioni,
che sfuggivano dalla vostra bocca socchiusa
che vi ubriacava nel culmine dell'eccitazione.
Per evitarvi l'inferno
non basteranno tutte le preghiere dei vostri preti,
le assoluzioni dei vostri frati francescani,
i vostri mea culpa recitando centinaia di atti di dolore
inginocchiate sulla nuda pietra delle vostre cattedrali,
le migliaia di ostie consacrate negli ostensori,
che vi impasteranno la bocca
e vi occluderanno l'anima.
Lo proverete, voi, infingarde e perverse,
il fuoco della geenna,
avvertirete il calore che vi avvamperà
e vi brucerà anzitempo cuore e sentimenti.
Urlerete di dolore
mentre io ascolterò il canto degli usignuoli,
ricorderò le mie dita bagnate dei vostri umori
e le mie labbra grondanti del vostro piacere,
vi vedrò abbandonate sui letti
appagate nella vostra estasi
esclamare e dirmi:"Adesso basta, ci vediamo domani".
E domani, io vivrò l'apoteosi della mia felicità
per aver stroncato la vostra ipocrisia,
per avervi fatto ritrovare voi stesse, per un'ora,
per un attimo della vostra vita
strappata alla vostra mediocrità,
ai vostri inganni.
Come una farfalla
(A Daniela)
Come una farfalla a primavera
leggiadra volteggi e cerchi un fiore,
una primula nascosta tra la neve,
una corolla piena di candore,
una mammola gentil dal vento smossa,
una viola che solitaria occhieggia
e brilla con malizia in mezzo ai rovi.
Plani sui primi rami in fiore
dei biancospini ch'ornano le siepi,
il nettare ne estrai ed assapori
il gustoso elisir che ti ristora.
Batti lieve le ali e poi gioisci,
il sole ti riscalda, t'addolcisce,
e un uomo dolce sol per te vagheggi.
Ma solo un amante riconosci,
e non sai quale ben potrebbe darti,
stai cercando qualcosa di sublime,
non un affetto effimero ed incerto
non un calor che il vento indebolisce.
A te non basta un tentennante ardore,
tu cerchi devozione, il grande amore!
Giochi artificiali
Nella notte
lo schermo della mia TV
si riempie di stelle.
Tutti pensiamo a una festa
in onore d'un santo patrono,
che immobile rimane
e che non vede.
"Giochi d'artificio", esclamiamo!
Ma in Palestina
nessuno mostra allegria,
gli adulti non esultano,
i bambini non gioiscono,
i vecchi non festeggiano.
Tutti avvertono le esplosioni dei razzi,
vivono il dramma delle bombe,
quelle vere,
che devastano la loro terra,
che distruggono le loro case,
che annientano le loro famiglie.
I loro occhi non luccicano di gioia
ma di disperazione e terrore.
Sonetto N. 1 (La sfida 1)
Devo provare
ad avventurarmi sul lago ghiacciato
scivolando con incoscienza
fino al limite del cartello
"Non oltrepassare".
Avvertire il cric-crac
ed osservare con audacia
l'incrinatura che avanza.
Giocare a rimpiattino
con la nera signora,
correrle incontro senza paura,
leggiadro come una farfalla,
con la mente sgombra
e lo spirito pieno di me stesso
felice nell'ultima sfida,
convinto che il gioco ne è valsa la candela,
che, comunque, ho vissuto
e non conservare il rimpianto
di non aver provato.
Sonetto N. 2 (La sfida 2)
Quando la morte avrà deciso
di non più indugiare
e la tastiera se ne starà in silenzio,
qualcuno riunirà i miei fogli sparpagliati
leggerà i miei appunti, e poi dirà:
" che cazzate scriveva"!
E butterà tutto in un sacco nero
che chiuderà con uno spago.
Ed io me ne sto qui a vegliare,
alle quattro e qualcosa del mattino,
con il quaderno su un'anca,
a scrivere pensieri che nessuno mai più leggerà,
a parlare di morte con la morte.
E lei che mi trascura, indugia,
ed io scrivo ancora una frase
con lei che osserva indifferente,
divertita per averla sfidata.
Sonetto N. 3 (Ansia)
Cosa mi toccherà, non so!
Me ne sto qui pensando al mio futuro,
ho terrore per quello che intravedo.
Sono solo,
impotente,
chiuso su me stesso,
la cosa ancora è astratta, non ho idea
di quanto dura potrebbe essermi la vita,
vedo confusamente la sorte che m'attende.
Dipendere dagli altri,
restarmene per ore tra la merda,
sperando che qualcuno non imprechi
perché ancora una volta non mi sono trattenuto.
Avvertire il bagnato freddo del mio piscio
sulla pancia, nell'inguine, sulle chiappe nude
ed attendere che la solita infermiera
scherzando mi motteggi
o mi deprima con parole dure.
E la ruota gira pigramente,
e impaziente tu speri che si arresti,
ma lei continua a girare indifferente
con inesorabile ed inflessibile lentezza.
Sonetto N. 4 (Autoconvinzione)
Ho avuto la forza
di provare a me stesso che era possibile.
Non vi è nulla che la riflessione
non riesca a a razionalizzare,
non riesca a spiegare.
Ma chi misura la mia forza interiore?
Qual'è il metro che distingue
il bene dal male
il fare dal non fare
il dire dal tacere?
Non una formula che tutto comprenda,
ne una regola calata dall'alto,
assorbita passivamente come buona
perché il politico di turno o il prete del paese
l'ha coniata come tale
ed il gregge scomposto l'ha accettata,
fatta propria con passiva condiscendenza,
ma la consapevole convinzione che fermenta nel mio io,
la capacità di distinguere da solo
il bene dal male
il fare dal non fare
il dire dal tacere.
Sonetto N. 5 (Il sogno)
Ora basta!
Svegliati stronzo e smettila,
piantala di irretirti e di irretirmi.
Ma non t'accorgi
di quanto buffa sia la vita?
Dai il massimo per produrre il minimo.
Dai tutto te stesso
e cosa poi raccogli?
L'infedele
continua a giocar la sua partita
su due campi di calcio contrapposti.
Il vecchio e il giovane
si contendono la preda,
e la preda li irride,
motteggia ambedue
e nuovi brividi rincorre,
mai sazia e sempre nuove emozioni vuol provare.
Un nuovo trofeo alla sua lista aggiunge,
nuove lacrime scorrono,
nuova ansia cagiona, nuovo agonismo sale.
Per cosa poi?
Il bottino sembra poco adeguato
al sacrificio di energie investite.
Intanto il tempo passa,
la mia carne, e la sua, sfiorisce lentamente,
l'eccitazione vien meno, piano piano decresce,
alla fine t'accorgi d'aver corso per nulla
d'aver sofferto solo per un sogno
che basa ogni sua essenza sul ricordo.
Sonetto n. 6 (Riflusso)
Forse avevo bleffato,
in fondo il tuo corpo non mi diceva nulla,
anzi dopo un amplesso
provavo un senso di nausea,
di sconforto.
Trovavo mille scuse per allontanarti da me,
spulciavo nella tua coscienza per farti star male.
Involontariamente forse t'ho umiliata.
Mi dava fastidio quel tuo godere
e non ricambiare l'affetto.
Anche la giovane che aveva preso il tuo posto
forse valeva meno di te.
Tu fingevi da una parte
e lei simulava dall'altra.
Non ho capito il perché.
Ambedue avete cercato un affetto
utilizzando un pupazzo
con le fibre di pelouche esaurite.
Sonetto N. 7 (Repressione)
Avevo rivoltato la tua pelle,
avevo letto il tuo animo
e giocavo come il gatto col topo.
Sapevo che ero lontano dai tuoi pensieri
e cercavo di capire cosa ti spingesse
a giacere nuda, con le gambe allargate
e la vulva aperta,
a farti toccare da chi non amavi.
Sentivo i tuoi umori sgorgare abbondanti;
come un'adolescente ti lamentavi
e riempivi di lividi le mie braccia.
I tuoi baci diventarono irriverenti,
le tue carezze più audaci,
la tua bocca aveva imparato
ad accarezzare le parti giuste
dapprima con un finto disgusto
poi con foga ed eccitazione.
"Ora mi sento più donna, dicesti,
forse questa lezione potrebbe servirmi,
ora mi sento diversa".
Ma non lo eri. Eri prima repressa,
lo rimani tutt'ora.
Le angosce non si cancellano in una notte.
E donna non lo sarai mai!
Sonetto N. 8 ( Il viaggio)
Ho provato a scalare la vetta,
i miei scarponi erano inadeguati,
il bastone che mi sosteneva fragile.
Ho puntato tutto sulle mie gambe,
pensando che avrebbero sostenuto
il peso del corpo e dello zaino.
La strada non era delle più facili,
il sentiero impervio,
le difficoltà infinite.
Mi fermavo ogni tanto
misurando il percorso compiuto,
contando i passi mancanti al traguardo.
Lo sconforto ha prevalso:
l'ultimo arrivato era già in cima,
qualcun altro mi aveva già sorpassato
e s'apprestava alla vetta.
Dovevo capirlo all'inizio,
valutare le mie forze e forse rinunciare.
Ma ognuno vuole provare, provare, provare.
Alla fine la delusione ti uccide
o l'entusiasmo ti fa esultare e vivere.
Sonetto N. 9 (Il gioco)
Mai come in questi momenti
corteggio la morte.
La guardo fisso negli occhi,
ci squadriamo quasi a sfidarci:
io che l'aspetto e lei che indugia.
E non vi è in me tremore.
Penso che dovrei sistemare alcune cose,
ma poi mi chiedo a chi serve.
Ci penseranno gli altri.
Come formiche porteranno via le mie carte,
un viaggio dietro l'altro,
con pacchi e faldoni tra le mani
a deporre in auto nei sedili reclinati.
Tutti i miei libri impacchettati,
legati, stipati,
prenderanno la via d'un contenitore:
"SOLO CARTA PER FAVORE".
Sonetto N. 10 (L'amore 1)
Quando la morte
si sarà stancata di giocare a rimpiattino con me
e staccherà finalmente la spina
qualcuno cercherà di mettere ordine
tra le mie carte ammucchiate alla rinfusa
e leggerà i miei quaderni
con dei versi appuntati.
Forse sorriderà,
forse mi compiangerà
per aver sprecato il mio tempo
inseguendo amori sbagliati.
L'insegnante con la brama d'amore,
che non aveva mai provato davvero
e mai avrebbe potuto dare,
la giovinetta insoddisfatta
che rincorreva trasgressioni
e sogni proibiti
inseguendo un amore maturo,
la commessa permalosa
che l'aveva stancato già al primo incontro
e che non l'avrebbe mai capito
tanto era diversa e lontana.
Forse dai suoi versi salterà fuori l'amore vero:
quello ultimo avuto, che al telefono
gli ripeteva ancora "ti voglio bene",
o quello antico,
che riempiva ancora i suoi sogni
e che l'illudeva di vederlo bambino.
Sonetto N. 11 (Usata)
A tua insaputa ti ho usata.
Sentivo la tua voce
filtrare dalla cornetta
e accarezzarmi il corpo.
La mano, nuda, correva sulla pelle,
lieve accompagnava l'erezione.
Che estasi provavo
mentre gli occhi chiudevo
ed inseguivo il tuo parlare lontano.
Neppure immaginavi!
Il mio ricordo indugiava sulla tua pelle
e ti chiedevo in quale stanza fossi,
come stessi seduta e cosa tu facessi,
il vestito che indossavi,
il colore delle calze e delle tue mutande.
Ti stavo spogliando a tua insaputa.
Sonetto N. 12 (Qando si è soli)
Quando si è soli
si parla con noi stessi,
ci si legge nell'animo.
Ci si svuota come una bottiglia
piena di vino buono,
che lenta finisce in un bicchiere,
alle labbra poi sale
e deglutisce in un corpo riottoso
che di fermenti nuovi si nutrisce
e poi risorge,
lieve rifiorisce
e la morte dall'animo allontana.
Quando si è soli
lo specchio ci regala
le antitesi,
i conflitti nostri più profondi,
il nostro orgoglio scopre,
la nostra natura arida e crudele
poi dipinge.
Dall'analisi vinto ne esci
oppure vincitore.
Ma appena l'icona sfugge dallo specchio
la vecchia impronta apatica riemerge
piena di orgoglio
con la stessa natura arida e crudele.
Sonetto N. 13 (Autoanalisi)
Io non sono più nulla,
come un vecchio tronco
contorto
cavo nel suo interno
ondeggio su un terreno spoglio
e il vento mi sferza,
cerca di piegarmi,
spezzarmi.
Cigola la mia vita,
un calvario lontano
con un peso ormai insopportabile
trascinato senza più volontà.
Lei mi osserva dal Golgota
e aspetta.
Od ogni folata di vento
lo scricchiolio aumenta,
per le forre di questi colli maremmani
si perde.
Come un lamento d'un condannato
s'agita l'anima mia,
ma alla spinta resiste.
Affondo le mie radici
e guardo al passato che ritorna.
Nel mucchio dei miei ricordi,
foglie svolazzanti per la campagna,
cerco la ragione della mia esistenza,
la indago,
la seziono,
la tormento.
I miei errori! Ah, i miei errori
si sono ripetuti stancamente.
Impassibile ho esclamato mille volte:
"fiat voluntas tua".
Ma a nulla è servito.
Ed adesso mi autoanalizzo,
mi irrido e mi irretisco,
ma quella maledetta signora
continua a passeggiare:
ed aspetta che la croce crolli da sola.
Sonetto N. 14 (Solidarietà)
La croce,
e si, sempre la solita croce,
si prova sempre ad inventare una scusa,
qualcuno a cui addossare le colpe.
Si cerca infantilmente un'attenuante per dire:
"No, non volevo fare questo,
non volevo dire quest'altro".
Stancamente inseguo il mio pensiero
che analizza tutte le mie incoerenze.
Ognuno suggerisce un percorso nuovo,
indica una strada,
fornisce un consiglio,
suggerisce un espediente.
Nessuno ha finora capito
che i consigli mi soffocano,
che ho voglia di mandare affanculo
chi insiste a dirmi quale sia la soluzione migliore
solo perchè vuole levarsi l'ingombro dai piedi
perché gli intralcia la strada.
Spremuto il limone
si resta con la buccia in mano
indecisi se bruciarla nella stufa
o buttarla nel sacco dell'immondizia.
Adoro la solitudine ed il silenzio,
e questo borgo me ne regala tanto.
Ma non sono solo:
i miei pensieri mi proiettano
in una piazza animata dove i protagonisti
recitano confusamente mille parti a soggetto.
Ognuno ha ragione, ognuno dice qualcosa,
parla, ride, piange, balbetta, impreca.
Ed io taccio, penso, indugio
e vorrei che Caronte
mi desse un passaggio ad attraversare lo Stige
dove galleggiano i cadaveri delle mie contraddizioni
e che impediscono alla barca di avanzare.
Sonetto N. 15 (Il passaggio)
Già,
lo Stige o forse meglio il Cocito,
è questo gelido fiume a turbarmi i pensieri
e farmi capire che ancora son vivo
ma che la barca già tende all'attracco,
già sfiora la sponda.
Queste anime in pena, vaganti,
che mi tormentano coi loro lamenti
non hanno ancora capito
che io ho pagato il pedaggio.
Era l'ultimo soldo,
con cura tenuto da parte
per assolvere quest'ultimo impegno,
perché qui non vi sono apparecchi
che accettano carte bancarie.
"Solo contanti, signori"
è scritto lungo il pontile,
ed io non voglio
attraversare un fiume ghiacciato
a piedi e da solo.
Almeno una volta
un viaggio apprestato da un'agenzia che funziona.
E una volta goduto il servizio
nessuna lagnanza può essere fatta.
Solo Persefone controlla e ammonisce,
e a lei nulla potrò raccontare,
nessun esposto avanzare.
Ma il fiume è ghiacciato
e la traversata lunga e stancante,
la sponda sembra vicina,
ma pur sempre lontano l'approdo.
E già il freddo accarezza i ginocchi,
la cicuta comincia ad agire,
ma il cervello confuso, depresso,
è libero ancora di fare e di dire.
E mi manca un allievo fedele
che trascriva le mie ultime idee,
le mie riformate astrazioni.
Sonetto N. 16 (Le idee)
E si, le mie idee!
Quali idee?
La troppa esperienza a volte ti ubriaca
e le delusioni ti mortificano.
Gli ideali cambiano e ti razionalizzano.
E poi come spiegare certe cose?
Una vita non si compendia in una discussione
dove gli attori
osservano il mondo da due ottiche diverse.
Se poi c'è una disparità d'età
il confronto diventa difficile.
L'entusiasmo è un collante
che alimenta il fuoco ideale dei giovani.
Battere l'entusiasmo non è cosa agevole.
Se ci si infila la filosofia o la religione,
ed uno dei due conversanti è agnostico,
il confronto si esaurisce per noia.
Quando l'esaltazione decresce
l'esperienza prende il timone.
Allora guardi il tutto da un'angolazione diversa,
cerchi di ottimizzare la delusione,
ti fai una ragione se le cose non hanno funzionato.
All'interlocutore inebriato
gli fornisci un carburante annacquato,
cerchi di spiegare i "se" ed i "ma",
lo incoraggi a battersi per una bandiera
alla quale tu più non credi;
e rischi d'apparire opportunista.
E poi che te ne freghi del cambiamento!
A settant'anni?
Ormai non ci speri mai più.
Ma ti proietti nell'altro:
lo incoraggi e scoraggi, lo confondi!
E non credi nemmeno ai progetti
troppo lontani nel tempo.
Sai che la morte ti sta aspettando dietro l'angolo
e ci fai un lieve sorriso di sofferta indifferenza.
Stille morenti
(A Lorenzo)
Dove andrò
amico mio,
con chi parlerò
quando solo davverò resterò?
Non mi lasciare!
Le mie stille di rugiada
chi le raccoglierebbe?
Chi avrebbe la pazienza di curarle?
Chi di conservarle
aspergendole per mantenerle in vita?
Se solo resterò davvero
anche il mio poetare
si consumerà come i barboni
negli androni delle stazioni
avvolti nei soliti cartoni.
Teide
Tu sei una donna immonda,
sappi
che il mio rancore e il mio disprezzo
ti faranno a lungo compagnia
negli impervi sentieri della vita.
Tu vuoi far pensar di non sapere,
Ma tu fingi sempre
orgasmo e amore simuli e non dai.
Sei falsa per natura
e lordi ogni cosa,
tutto quello che tocchi e che avvicini.
Come una blatta schifosa,
da schiacciare,
offuschi le cose splendenti della vita,
affetti e amore vuoi sperimentare
solo per il piacer di trasgredire,
solo con il pensier di far soffrire.
Quello che sei, lo sai!
Tu credi d'esser pura,
d'essere innocente,
ma immonda resti e sei.
Te stessa inganni!
Ma ormai ti conosciamo,
una Teide sei, ma d'occasione,
col chiodo fisso della trasgressione,
amore non conosci
e non lo dai,
affetto tu non provi
e non avrai.
Lettera 22
Tic tac,
tic tac.
Pensieri
parole
opere.
(a capo

Tic tac,
tic, tac.
Ricordi
storia
cultura.
(a capo)
Tic tac,
tic tac.
Il viaggio
Ognuno di noi porta qualcosa,
siamo unici
e complementari.
Come formiche
con un seme in bocca andiamo
al nostro formicaio.
Idee, progetti, esperienze
nel buio depositiamo.
Pensiamo d'esser soli,
viviamo nell'angustia delle nostre stanze,
il ticchettio dei nostri tasti ci accompagna
i pensieri forgiamo,
ma soli non siamo;
il web è il nostro regno
e da sovrani tutti rispondiamo,
siamo unici
ma non siamo soli.
Ignorato
Nessuno mi ha cercato
stanotte,
nessuno ha bussato
alla porta del mio cuore.
Solo un battito d'ali
di colombi solitari
m'ha svegliato,
all'alba.
Infedele
Dite di me quel che vi pare,
ma non ch'io sia infedele.
E' peccato l'amore?
Si condanna chi lo dona?
Dov'è la colpa?
Dove la trasgressione?
Offrir con sofferenza gioia,
invitare al nostro godimento
dei commensali ingordi
è cupidigia?
E' solo frenesia di copula?
Di piacere immondo?
Il pittore
che colore darà alla sua tela
non dipingerà l'apoteosi di un martirio
ma l'ascensione al sublime,
riprodurrà la mia capacità
di regalar l'amore.
Un bicchiere di cicuta
Penso spesso alla morte,
un evento sempre che esorcizzo,
ma presente
come una tassa da dover pagare,
la cui scadenza se ne sta in attesa,
e che senso non ha per far slittare.
Ma le cose da fare sono tante;
trovare la giusta priorità
è questo il dilemma che m'opprime,
mi tormenta.
Mi affanno allora a rassettare,
non lasciare il casino in mano agli altri,
sistemare le cose al posto giusto,
distruggere ogni traccia degli affetti
ed anche delle cose più scabrose
che ho accumulato nel mio lungo andare:
una foto insieme ad una donna sorridente,
un filmato in cui gioisco allegramente,
le tracce d'un amore imbarazzante,
che anche nella tomba
la tu immagine di merda
potrebbe ledere e in parte deformare.
Si cerca di rendere alquanto decoroso
questo trapasso,
sempre con questa maledetta voglia d'apparire,
(si questo è il termine appropriato)
d'apparire diverso da quello che tu sei.
E ti camuffi,
fingi d'essere un altro,
ricco di quelle doti e del rispetto
che hai sempre triturato
e che, sinceramente, non so se s'abbia posseduto mai.
Ma per una volta sola,
in tutta la mia vita,
vorrei raccogliere tutto quel coraggio
che simulo d'avere e non conosco:
scegliere il posto giusto,
la data, il giorno, l'ora ed il minuto,
per burlare la morte ed irretirla,
per certi versi abbindolarla, fregarla
anticiparla,
dimostrando a me stesso e a tutto il mondo
quel coraggio di cui son ricchi i grandi eroi,
gli uomini eccelsi del passato,
che un dì si son seduti sopra un prato
con la loro coppa colma di cicuta,
gustando, sereni, l'ultima bevuta.
Finibus terris
Chi amor lascia,
e per affetto nuovo
piange ed esulta,
pena non provi
né rimpianto alcuno.
Non fu Elena ambigua nel suo amor?
Non lasciò il talamo nuziale,
e figli e affetti
per seguire il suo Paride ad Ilio
e tanti lutti portò
alla sua gente, e violenze
ed oltraggi ai corpi in guerra?
Ecco, ora il mio sguardo
ai lidi rocciosi, sui quali il piede stanco
Enea posò,
sfuggente e con tremor s'invola,
ed un battito di ciglia
terge il pianto dagli occhi
e sulle gote scorre qualche lacrima amara
che ristora.
Mentre il gusto del sale
lieve la lingua assorbe
si spegne quell'ansia pesante che m'opprime,
ed il torpore che le membra avvolge
mi ridona un amore che rifiorisce,
i tormenti tutti mi cancella
e d'affetto il cuore m'imbottisce.
Agrume
Dolce succoso
zagare odorose,
sete scompare
Veliero
Cigola, rolla,
scia lascia sul mare,
lanterna splende.
Fotografia
Bianco e nero
batte l'ali al vento,
roccia m'appare.
Caro amico poeta
Poeta,
mio caro amico prezioso,
che riesci a scavarmi nel cuore
e semi tu affondi
e attendi paziente il germoglio.
La mente,
già luccica all'alba,
non serve concime,
non serve annaffiare.
Parole,
parole disperse
su un foglio di carta sgualcito,
tratturi anneriti,
sentieri sbiaditi;
emozioni,
emozioni che sfumano
come nebbia dai prati
quando il primo sole al mattino
un apatico lieve tepore
sull'erba diffonde.
E dall'animo sale
quel tenue diffuso piacere
che il cuore pervade,
la mente confonde,
lo spirito tutto rallegra.
E nulla tu vedi,
misuri tutto con quello che provi
e pensi che il mondo sia uguale,
a quello che sogni,
a quello che aspiri,
a quello che nessuno può darti.
E mentre alla noia
ancora una volta t'abbracci,
anche i tuoi versi
di sordo rancore imbottisci,
più nulla di insolito doni,
più nulla di nuovo costruisci!
Suicidio
Solo
con i miei pensieri
attraverso i campi
e sopra un ponte sosto.
L'acqua che scorre
lugubre intona un pianto.
L'accompagna la sinfonia del vento,
il canto lieve d'un usignuolo stanco,
il gracidar dell'anatre lontane,
il cinguettio dei passeri loquaci.
E nulla può più il cielo,
la mano stanca
la ringhiera afferra
e la vita mia sfugge,
s'inabissa tra i flutti
d'un fiume indifferente,
incurante del grido mio,
del mio morire.
Rimpianti d'amore
Che triste serata,
la mia.
Un nome che scorre,
che in silenzio leggendo accarezzo:
m'inzuppo
nelle sue care parole.
E lei nulla sa,
lei nulla pensa,
non vede, non sente,
più non avverte il dolore,
più non consola
il mio sordo lamento,
l'urlo affannato
ormai più non ascolta.
Invano,
mi scorrono innanzi
le immagini a me sempre care,
le foto, immobili e mute,
i filmati
con baci e carezze,
con le sue dolci parole
che empivano i giorni,
turbavano le mie notti lontane.
Ormai sono solo silenzi
che opprimono il cuore.
Ormai il passato è solo dolore
il presente è oscurare la mente
il futuro è scordare l'amore.
Soli nel web
Siamo soli,
noi e la nostra arte,
ad oziare nel web
fissando le nostre pagine mute
che si schiudono dal nulla
e poi nel nulla si dissolvono.
Ci illudiamo
di avere intorno a noi il mondo,
invece,
solo il ritmo cadenzato d'una tastiera
ed uno schermo colorato
ci accompagna
in questo nostro peregrinare scomposto,
in questa allucinante assenza
che ci fa apparire come esseri vivi
mentre, invece, siamo già morti.
La siringa nel braccio
Lo trovarono così,
inerte e freddo,
all'alba d'una gelida mattina,
lungo i Murazzi del Po, che scorre lento.
Le pupille sbarrate e dilatate,
lo sguardo un poco sbalordito
come se avesse visto prima il firmamento
e subito dopo il nero dell'inferno.
Occhi pesanti ingombrano la scena,
qualche parola vola di pietà,
quel ragazzino dallo sguardo assente,
dai capelli lunghi e spettinati,
dall'aspetto semplice e dimesso,
ci accusa per la nostra crudeltà,
ci mostra tutto il nostro fallimento.
Sconforto per un mondo ormai scaduto,
spoglio d'ogni valore,
senza traguardi da dover tagliare,
privo di regole
da imporsi e rispettare,
senza pietà per l'altro,
senza più ragione.
E sopra tutto l'edonismo puro,
fine a se stesso e tanto per provare,
l'arricchimento facile e immediato,
il disprezzo per la vita umana,
la rincorsa ai beni effimeri e precari,
la frenesia del tutto possedere
costi quello che costi,
perché le luci scintillanti intorno
sono tante e tutte seducenti
e al buio nessuno vuole più restare.
La gente guarda:
molti sono distratti
indifferenti al mondo che degrada,
ad una società senza valori
che affonda nel torpore,
che si squaglia in mezzo all'apatia
ed alla negligenza generale.
Assente anche lo spacciatore,
con una sigaretta accesa tra le labbra
come se il dramma non gli interessasse,
le mani nel giubotto
e cinque dosi in tasca da piazzare.
La poesia
La poesia è come una rosa
sboccia nel cuore di un poeta,
si nutre dei suoi sentimenti,
si inebria del sole che l'accarezza,
diffonde i suoi profumi
e poi sfiorisce.
Ma anche rinsecchita
orna la scrivania del suo autore
o sorride da un vaso di cristallo.
Frustrazione
Silenzio,
intorno a me.
Una quiete astrale
invade i miei pensieri,
e il tuo sorriso, ch'oggi è soltanto un ghigno,
di nebbie tenebrose li colora.
Le tue parole,
lame taglienti affondano nel cuore,
squarci profondi spaccano i tessuti
e il sangue a fiotti dalla ferita sgorga,
il cervello m'allaga
e una ragione cerca a tanto fiele.
La logica la trovo,
nella mia dabbenaggine senile,
nella mia indole a volte sprovveduta,
a misurare ogni esperienza nuova
non con la lucidità che il tempo m'ha donato
ma con l'irrazionale vibrar delle emozioni,
con la passione che nel cuore abbonda
e che cancella ogni possibile difesa.
Ed il risveglio è duro:
dai sogni ognor mi desto
con quell'amaro sapore tra le labbra
che il gusto dell'assenzio mi regala
e che in bocca mi lascia quel disgusto
e quella diffidenza
che all'amor vero alfin chiude la porta
e cancella ogni speranza e il sentimento.
Insane passioni
Mi diletto a sognar,
penso al tuo corpo nudo,
ricordo quei seni di vita traboccanti
coi capezzoli tumidi e vogliosi,
rivedo la mia mano che lieve li accarezza,
che dolcemente stimola e blandisce.
Ti muovi, su un fianco ti rivolti,
la testa poi abbandoni sul cuscino,
la tua gamba si stende sulle mie
mentre tenera la schiena mi irretisce.
Mi baci,
gli occhi socchiudi a tratti,
sogni le trasgressioni,
mi inviti a un gioco lubrico e vizioso,
speri che il tempo non trascorra mai.
La mia mano liscia la tua pelle,
il senso ti trasmette
dei desideri che sogni e che tu ambisci
mentre pian piano ricambi la carezza,
alla lusinga la mente tua risponde
e a me ti stringi.
I glutei dolcemente mi comprimi
sulla mia schiena nuda t'accavalli
e il corpo lieve sfiori col tuo sesso;
caldo ed umido lo sento,
le pulsioni m'accende e mi risveglia,
con insana passione, le voglie mai represse.
Sul monte di venere
con voluttà scivolano le dita,
giocano sensuali,
ti stuzzicano e indecenti
ridestano la tua morbosità assopita.
S'intrigano con la peluria del tuo pube,
sfiorano il sesso che di piacer trasuda
umido del liquor che inebria i sensi,
la mente libera da ogni dolore e dai tormenti.
Ancora t'accarezzo,
il dito muovo a tratti, l'inabisso,
mentre di voluttà vibra il tuo corpo,
ti sento mugolar, quasi m'implori,
m'inviti
e le mie labbra, ebbre ed ingorde,
nel dolce umore affondano la lingua,
scivolano tra le cosce
impudicamente sul letto spalancate,
ed urli, le braccia mi strizzi e mi tormenti,
di lividi la mia schiena inondi,
la sferzi, la succhi e poi t'acqueti.
Mentre il sonno già inonda la tua mente
la lingua scorri sulle labbra secche,
le umetti di saliva, ancor gioisci,
e t'addormenti stretta a me teneramente.
Calvario
Io grido al vento
le parole che ormai sono assordanti
imploro dio
che non ci sta a sentire
che tra le nubi tacito ci ascolta
e a carte gioca con gli angeli e coi santi
come se in terra mai ci fosse stato.
Imploro dio
che alfin faccia finire
i conflitti nel mondo, lo sterminio,
che il problema risolva della fame,
della miseria che attanaglia il mondo.
Sono tutti convinti
che la croce solo sulle spalle ha sopportato,
ma questa croce in terra l'ha lasciata
ed ogni giorno viene trasportata
e pesa enormemente sulle schiene
degli innocenti ovunque massacrati,
in India, in Medio Oriente, in Palestina,
di coloro che vengono d'un tratto dilaniati
dalle bombe cadute nelle scuole,
nelle chiese, nelle piazze e nei mercati,
pesano sul corpo e nella mente
dei bambini denutriti e violentati,
delle donne nelle savane abbandonate,
degli uomini che vogliono la pace,
che non capiscono quest'incubo perenne
della guerra,
della violenza senza una ragione.
E poi arriva il giorno che si muore,
tutti allora ci guardiamo indietro,
tutti dobbiamo poi pagare il conto
ad una entità che non ascolta
le suppliche, le grida e le preghiere,
che non gli importa del sangue
che inzuppa la terra e arrossa il mare.
Ma nessun riesce mai a capire
nel tempo giusto
il ruolo che la vita ci ha assegnato
di aiutare il fratello,
nero, giallo, bianco, non importa,
di non vedere sempre in tutti l'avversario
di pensare alla pace e no' al calvario.
Amore ed odio
Ho cercato di cancellare il nome tuo
dalla lavagna rossa del mio cuore,
ho lavato con la salsedine marina
tutti gli affetti che un dì m'avevi dato,
nella roccia ho inciso il mio dolore
con le unghie avvelenate dal rancore.
Ho disperso al vento le parole
dolci e gli affetti a me più cari,
tutte le tue carezze ho poi annegato
nei crepacci profondi dei ghiacciai
e dio ho insultato perché non pone cura
ai figli suoi e la coscienza oscura.
E annebbia le cose più belle del creato,
la luce del sole, i fiori, la natura,
di pennellate d'inferno l'animo riempie,
di disprezzo t'inonda mente e cuore,
ti fa dimenticare tutti i doni
che infiniti racchiude la sua essenza,
t'offusca ogni giudizio e la coscienza.
Trasforma tutta la tenerezza c'hai donata
in odio profondo, in ritorsione, sdegno;
le dolci parole in stupide insolenze,
scopre la parte peggiore di te stesso
e l'offesa regali senza più pensare
all'affetto ch'hai avuto, al sentimento
un giorno ricambiato ed oggi spento.
Scarpe spaiate
Ho calzato
due scarpe spaiate:
una era chiara
l'altra d'un bruno sbiadito.
Mi guardavo
seduto al caffè,
e mi osservano in tanti;
di certo molti pensavano
che m'avesse dato di volta la testa.
Ma io le scarpe spaiate
le ho davvero calzate.
Per circa due anni
le mie scarpette
un po' scompagnate
m'hanno animato la vita.
La prima era una scarpa recente,
di fattura briosa, comoda,
di certo assai rilassante.
La seconda seriosa,
un po' stretta,
coi lacci che si slegavano spesso,
che dovevo sovente annodare.
La prima mi ha regalato più di un sorriso,
mi ha fatto ad altro pensare,
mi ha riportato una gioia finita,
rinfrescata e di nuovo vissuta.
La seconda mi ha causato disagi:
col suo colore serioso, frustrato,
mai un sorriso,
mai una parola che allietasse il rapporto,
mai un trasporto.
Le mie scarpette spaiate
oggi si son consumate.
Ogni tanto le spolvero, invano,
ma l'amore si è perso, lontano.
Io sono un matto
Io sono un matto
che ancora riesce ad amare
in questo mondo pieno di sterco.
Riesco ad amare giovani e donne antiquate
ed il mio amore, io, lo regalo in gran quantità,
ancora ci credo,
nonostante l'età.
E' difficile dare l'amore,
oggi,
solo in pochi ne sono convinti
che esista davvero.
Le giovani lo prendono a volo,
ne apprezzano il dolce sapore,
lo gustano tutto;
ma sanno fin dall'inizio
che il volo avrà una breve durata.
Le donne attempate,
invece,
diffidano e pensano subito al sesso,
ad un aggancio voluto e pensato
solo in funzione d'un rapporto carnale,
emotivo, un po' passionale.
Indugiano, suppongono, indagano,
ed alla fine l'amore sfiorisce,
si strema, finisce.
Ma io continuo ad insistere,
mi ostino a sperare
che un raggio di luce possa ancora brillare
nei cuori
e un fiore di nuovo fare sbocciare.
E, forse, per questo,
di fatto,
nessuno mi crede,
mi scambiano tutti per matto.
Non voglio essere un uomo
Non ha importanza:
credi pure a quel che pensi,
butta al macero il cervello
e costruisci il castello di sabbia che vuoi.
Ma quale diritto hai
di umiliare il mio animo?
Come puoi inventarti le favole?
Il tuo corpo è lì, nudo,
e il mio al tuo si accompagna,
e tu mi parli di amore,
mi dici: "non dimenticarti questo giorno",
ed io credo al tuo affetto,
mi lascio trasportare in un gioco perverso,
mi lascio convincere che non sia solo voglia di sesso.
Sesso, sesso!
Questo maledetto istinto
che la natura ha creato per la riproduzione,
che le bestie praticano a cicli regolari,
solo per procreare,
dove il desiderio è legato ad ormoni,
a manifestazioni spontanee del nostro organismo
che l'uomo ha manipolato
creando le inibizioni, le repressioni,
che la religione ha stravolto
creando il peccato,
questo maledetto istinto
vive anche in me e mi tortura.
Ma in me vive anche l'amore,
la certezza che un rapporto uomo-donna
non possa essere solo bestiale,
ma che l'amore vero debba avere la priorità
per creare il rapporto.
Per questo piango sulle mie debolezze,
piango sulla mia impotenza a poter comunicare,
piango sulla mia impossibilità a modificare il tuo credo.
E non m'importa del tuo giudizio,
non m'importa d'apparire un debole,
non m'importa se tu mi ricordi di essere "uomo".
A me tutto questo non interessa:
io non voglio essere un uomo!
La vedova nera
Scrivi, scrivi
ancora sul quaderno i tuoi pensieri.
Verrà giorno che incontrerai
un nuovo amore
ed anche a lui spedirai i tuoi pensieri.
Lo coinvolgerai nelle tue insoddisfazioni,
nei tuoi finti dolori
e racconterai d'un amore che non ti comprende.
Fingerai d'amarlo
e ti concederai con passione
e foga.
Ma dopo l'avvolgerai nella tua tela,
inietterai il tuo veleno
e scioglierai il suo corpo,
assaporando l'ultimo umore
d'una passione divampata dal nulla
ed esaurita in un niente.
Canaglie
La carta si fa scrivere,
non si ribella.
Soffre
per il graffio della punta della penna
e vorrebbe dire qualcosa,
rifiutare l'incisione,
ma soffre,
tace,
subisce.
E così le critiche galleggiano.
Tu spieghi le tue verità,
pensi di non aver torto
e ti convinci d'aver ragione.
Ma chi vive le storie,
chi le ha dovute soffrire,
chi ne porta le tracce
con piaghe profonde
scavate dentro il cuore e la carne,
si deprime di fronte alla grettezza umana.
Alle cinque del mattino mi svegli e mi dici: "Amore",
ed alle 13 mi invii un freddo messaggio,
con dei giudizi immotivati e falsi,
dove scrivi: "ti odio".
E questo per lavarti la coscienza
dai tuoi peccati,
per simulare amore ad un ragazzo che non ami
e che hai tradito più volte,
e caricare le tue responsabilità
sulle spalle di un amante ignaro,
infantilmente usato per sfogare le tue passioni,
circuito e poi esiliato,
sproloquiando sulla prepotenza subita,
simulando d'essere stata usata,
raggirata,
violentata nella propria volontà
per giustificare, a chi ti sta vicino,
il tradimento lucidamente consumato,
scaricando la colpa dei tuoi vizi repressi
su chi è stato circuito,
ingannato,
ostentando un amore ch'era solo edonismo
e deprimendo corpo ed anima dell'unica persona
che ingenuamente aveva davvero amato.
Ma l'amore dovrebbe morire per questo?
Sento nel mio animo la gioia dei sentimenti!
Essi sopravviveranno all'aridità umana.
Non rincorrere fantasmi
(A Lucia)
Non rincorrere fantasmi,
ferma l'ansia del tuo cuore
e ritorna alla fonte.
Acqua fresca e dolci speranze!
Spazza via l'ansia del sogno cattivo,
scaccia i pensieri pesanti che ti opprimono!
Svegliati ed osserva la campagna d'autunno
con i crisantemi che la colorano,
con gli ultimi fiori che regalano raggi di luce
ed un po' di felicità al tuo cuore.
Ignora l'acqua stagnante nel padule
e bagnati le gote con quella dei ruscelli sotterranei
che sgorgano dalle rocce sul mare della tua linda Castro.
Ecco,
ora il sole carezza l'onda,
la sera scende tranquilla,
il trillo incessante dei grilli t'addormenta.
E tu chiudi gli occhi
e speri nel domani.Puttane
Puttane,
prezzolate,
spazzolate,
appena nate:
puttane.
Puttane
che giocano con i sentimenti
altrui,
che sguazzano felici
nel dolore altrui,
che si divertono a bleffare,
giocare
con la disperazione altrui.
Puttane
evanescenti,
trasparenti,
lineari,
stravaganti,
con la potta al vento,
vogliosa,
bagnata,
lubrificata,
pronta al rapporto facile
e al coito facile.
Puttane
senza cuore,
che fanno le veglie pasquali,
facili al confessionale,
con i ceci sotto le ginocchia,
che si battono il petto,
che dileggiano il prete,
offendono il loro dio
torturato,
inchiodato
e schiodato più volte.
E poi….
le puttane al naturale,
quelle sfruttate,
mortificate,
mercificate,
che pregano davvero dio,
che implorano,
che chiedono misericordia,
che scappano,
che vengono bastonate,
torturate nei bordelli,
uccise e buttate nei fossi
come oggetti inservibili.
Puttane
che sorridono,
in minigonna in mezzo alla neve,
che fingono piacere,
che danno piacere,
che ringraziano e sperano.
Puttane,
povere puttane da esportare,
con un cuore grande come il mare
che hanno pietà d'un disgraziato
e che darebbero l'anima
per salvare un'anima.
Ma le finte puttane
chi le ha viste?
Forse io le ho viste,
solo io.
E inutilmente grido
alle persone perbene:
occhio ragazzo,
sveglia ragazzo!
Ma quel ragazzo ama
e le puttane finte
continuano a giocare con i sentimenti
di chi crede all'amore e si danna,
e continuano a gioire
gioire e godere!
Edonismo becero
e senza domani!
Come Pinocchio
Cosa ho dentro il mio cuore?
Il vuoto?
Scandisce l'arteria
il flutto di sangue che spinge il torrente
della vita.
Io dono a piene mani un affetto
che nessuno ricambia.
Come un dio onnipossente
costruisco l'amore e lo regalo al vento.
Rotola per le vie del mondo
questo inutile corpo
e questa mente
che i desideri contiene
ed anche la ragione,
che scioglie il sogno
e la cruda realtà dipinge.
Osservati allo specchio,
guarda il tuo viso
e le prime macchie che l'accarezzano,
liscia le rughe con un movimento lento
delle dita e destati.
Svegliati dall'assurdo delirio che insegui!
Possibile che non t'accorgi dell'età che avanza?
Possibile non percepisci l'aridità che ti circonda?
Possibile che non capisci dell'inutilità del tuo dare?
Scuoti il tuo intelletto
ed abbandona ai piedi del letto il tuo pinocchio
che vuole restare sempre fanciullo.
Frammenti
Poter strappare
un frammento di vita da una foto
e restituire il sorriso che s'è perso
dopo lo scatto dell'otturatore,
che ha cancellato il sole
ed ha oscurato il cuore.
Enotria
Candido nastro biancheggiante
che accarezza la spiaggia
in una foto di tant'anni fa.
Spumosa carezza che dall'onda sfugge
e sulla spiaggia pietrosa
briosa si distende.
Gorgoglio dei marosi,
frizzante sfrigolio della risacca verso il mare,
vortice pauroso d'una massa immane
d'acqua salmastra che la pelle sferza
e la zattera di Ulisse impaurisce.
Suoni armoniosi,
che sfumate tra cielo e mare
e accompagnate il volo dei gabbiani
e ai garruli richiami v'accordate.
Cielo e sole d'altre festose età,
occhi incantati
che forse su altri orizzonti vi perdete.
Odori d'alghe e di aguglie fresche,
ancora agonizzanti nelle ceste
dei pescatori, che arrancano coi remi
su vecchie barche che approdano alla riva.
Ecco il mio mondo antico,
il mio mondo perduto
che ritorna sotto i miei passi
e s'inabissa tra la sabbia lucente
di questo mare che ancora m'accarezza
e che ostinato corre tra le sponde
di questo stretto che le braccia tende
agli Enotri, nostra progenie antica,
ai Calabri ed ai Bruzii, al continente,
e ai Siculi, cullati in mezzo al mare,
che la cultura antica hanno scordato
ma che di questa canta ancor nei versi
quel Dolce Stil Nuovo rinnovato,
defraudato alla cultura antica dei Normanni
ma che l'italica gente ha poi accorpato.
Triste tramonto
Spero che sia la volta buona,
che finalmente da sola t'incammini
e all'ombra del tuo amore ti ripari
e, insieme a lui, sotto un ombroso fico,
i dolci frutti cogli e li assapori.
Troppi guai in giro hai combinato
ed altri di sicuro ne prepari
se il tratturo antico tu abbandoni
e vie contorte segui e ti disperdi
sui sentieri sbagliati
d'un amore di certo inopportuno,
e inadeguato per la tua stagione.
Cosa mai cerchi?
Te lo sei mai chiesto?
Dove arrivare vuoi?
Quello che hai già raccolto
tra le dite ormai s'è rinsecchito,
quello che ancor rimane
di certo non l'afferri
perché ormai ti sfugge dalle mani.
La via dell'autunno brumoso non si addice
a chi la primavera appena ha colto.
Ascolta il mio consiglio
non sostare sulla roccia scoscesa dell'abisso.
Imbocca la strada bianca del tuo cuore,
segui il sole che sorge
e del tramonto più non ti curare.
Lascia ad altri il tacito osservare
del rosso sole
che piangendo muore
e s'inabissa triste in fondo al mare.
Ora siamo tutti contenti
Ora siamo tutti contenti,
abbiamo seminato i nostri inganni
nei giardini dell'amore,
abbiamo simulato affetto e raggirato un cuore.
Ora un'anima vaga nel limbo
in cerca della ragione perduta.
Illusa spera di ritrovare la via della saggezza
persa per aver distribuito i suoi doni
a chi li ha regalati ai porci.
E mentre veglia nella notte
e ricorda le ore piene di sussurri,
di voci,
di richiami,
di inutili parole
disperse tra i cuscini
ascoltando il pianto e il finto dolore,
l'infingarda dorme serena,
convinta di aver raccolto il meglio della vita
e non pensando di aver ingannato se stessa.
Dorme mentre un cuore lontano
insegue nel buio di una stanza
i fantasmi delle carezze date,
degli abbracci ricevuti,
degli orgasmi finti a cui ha partecipato.
Ecco:
l'edonismo ha guadagnato la sua giornata
e l'inganno ha ancora una volta
disseminato l'aia di granaglie improduttive.
Maledetta primavera
Odio l'inverno
con le sue giornate nere,
con le sue giornate bianche.
Odio la vita mia
che volge all'autunno
e mi ha regalato
i colori smaglianti della primavera.
Maledetta stagione
creata da dio
per punire un figlio trasgressivo,
un figlio che ha saputo amare davvero
e che ha immolato la sua vita
per la felicità di un anima.
Maledetta primavera,
che mi hai regalato i tuoi teneri fiori
che non ho potuto apprezzare fino in fondo
che hai sublimato i miei sentimenti
fino a farli sfiorire.
La tua voce
La tua voce
mi giunge nel buio della notte
con il cuore in tempesta.
La tua voce,
flebile,
ovattata,
lontana,
è per me come una stella su in cielo
che continua a luccicare
anche se è spenta da millenni.
E nel buio della sera,
in questo giardino incolto,
tra i fruscii della notte
ed i richiami della volpe e degli uccelli notturni,
la tua voce mi rinfranca,
mi sussurra con violenza
quel "coraggio" che mi manca
e che mi sta facendo corteggiare
la morte.
La notte opaca
Spenta la luce
l'ombra s'aggira lieve,
avvolge ogni angolo e l'occhio s'improvvisa
a vedere fantasmi e sogna invano.
Silente il cellulare:
i tuoi messaggi
più non riempiono di gioia il mio riposo,
la voce tua scomparsa,
più non rallegra le mie notti opache.
Cosa mai spinge
l'affetto d'una donna
a donare un amore inaspettato?
Quale l'impulso
che ad un tratto nell'addome ti preme
e domande ti pone:
forse è l'amore questo?
E poi l'oblio!
Il silenzio che s'aggira per la stanza
e notti insonni ti regala,
di lacrime amare inonda il tuo riposo
che non arriva,
che il petto ti tormenta.
E mentre tu dormi serena sui cuscini,
mentre il tuo cuore nell'oblio ristagna,
un cuore soffre
e pensa ad un amore tardi arrivato,
ad un affetto che ormai s'è logorato,
alle parole inutili e abusate
alle carezze che ormai sono sprecate.Eolico
Giran le pale
energia che vale
regala vento
Cosa resterà
Cosa resterà di questo nostro amore
impossibile?
Quale traccia nel cuore conserverai
di me?
Le tue parole lontane,
sommerse dagli anni che passano,
dalla differenza di età che ci separa!
Cosa resterà
di questo immenso dolore
che mi inonda il cervello,
mi strazia il petto,
mi devasta i pensieri?
Forse la follia,
forse l'odio verso un dio che mi ignora,
che distribuisce i suoi doni
solo per fare dispetto ai suoi figli,
che dice di amare,
per i quali si è immolato,
e che lascia soffrire in silenzio,
che lascia morire.
E tu quale ricordo avrai di me
quando gli anni imbiancheranno i tuoi capelli?
Cosa racconterai ai tuoi figli
dei tuoi amori segreti,
delle tue passioni represse?
La libertà,
questa maledetta vendetta dell'uomo
fatta sognare ai popoli
e poi negata nei sentimenti,
la nostra libertà negata
sarà il castigo alla nostra rinuncia
a non averla vissuta interamente
quando il tempo ce l'aveva regalata.
Volo nella tua stanza
Volo nella tua stanza,
come una zanzara ronzo
e mi poso sulla tua pelle del sapor di mare.
Un bacio vi depongo
e tu sorridi,
tu sorridi a un amore che non vedi,
a un amor che senti a te vicino
e t'accarezza la carne e non ti punge.
E ronzo,
bisbiglio come fosse una preghiera,
strepito l'ali
ed il brusio t'assale,
di me ti parla,
dolci parole ancora ti sussurra
mentre l'amor tuo nel vuoto s'inabissa,
e l'amor mio nel nulla si scolora.
Volteggia una falena,
intorno alla tua lampada
e ti parla,
e tu la guardi,
l'osservi mentre gioca con la morte
e lei l'ali si brucia,
l'ali attorciglia al fuoco
ed ai tuoi piedi giace,
l'ultimo rantolo e come un borbottio di mare
che sulla spiaggia muore
felice di guardarti
mentre incurante della mia agonia
tu indolente mi osservi e t'addormenti.
Nuovi amori
Un nuovo amor s'affaccia,
e il cuor m'invade,
di tenerezze fresche mi delizia
e offusca tutto il mal
che gli altri amori m'hanno regalato.
Io mercenario dell'amore vero,
che il cuore nutro coi dolci sentimenti,
e mi delizio,
che le mie pene nel cuor depongo a strati
e nuove gioie edifico incostante
sui dolori che appena ho seppellito
e poi ancora altri tormenti innalzo,
quando l'erta salita avrà una fine?
Quando questa struggente eccitazione,
questo affanno che lento mi consuma,
la pace in questo cuor mi porterà?
Quando la vita sazierà le brame,
(e queste intense emozioni che rinnovo)
di ogni voce ansiosa che m'accosta?
Quando quel dio, che ogni dì m'inonda
di languide pulsioni e mi tormenta,
quel dio, che m'empie il cuore
di sensazioni tenere e affezioni,
la quiete eterna alfine mi darà?
Questo io mi domando!
E non comprendo del perché di tutti questi doni
che a piene mani l'onnipotente mi regala,
non capisco quali siano i meriti acquisiti,
quali e quanti beni e a chi li ho elargiti,
non capisco del perché di tanti premi
fatti di amori teneri e gentili,
delle tante dolcissime passioni
di cui la vita ogni mattina m'empie.
Forse è un castigo alle mie trasgressioni?
La vendetta per me che l'ho oscurato?
E mentre l'assillo mi tormenta il cuore
affogo con i miei errori nel dolore.
Il melograno
L'acqua caduta anzitempo,
lo stelo e le foglie ha bagnato,
e qualche giovane frutto
ha prima del tempo spaccato.
S'affaccia, tra i rami fronzuti,
coi chicchi splendenti, arrossati,
sembra che rida contento
ma i frutti ormai son sciupati.
Ormai, non vedranno vassoi,
le gazze già sono in agguato
col rostro rapinano i chicchi
una buccia cadente han lasciato.
Una buccia spoglia di tutto,
che penzola mesta dal ramo
una buccia che non sa di nulla
che sta muta, senza richiamo.
Bolla di sapone
Da un vermicello
gli ha staccato un pezzo,
sotto un lavello
un verro ha colmo a mezzo
di detersivo
ed acqua di fontana.
Vuol farsi un diversivo
pel fine settimana.
Di gioia tronfia,
in trasparenza esulta,
la gota gonfia
la bolla erutta.
Ondeggia lieve,
in trasparenza guazza
l'iride s'accapiglia,
alfine strazia.
10 Agosto 2008
Stella cadente mia,
stella morente,
che di languore ed ansia empito hai il cuore,
come tutte le stelle prossime alla fine
un lieve tremore al petto ancora dai,
un languore che si sta spegnendo
man mano che il sol distende i rai.
E t'ho sognato,
stella lucente a sera,
nei miei pensieri a lungo t'ho tenuta
rivoltandomi ansioso tra i cuscini,
mentre un urlo al sordo cielo alzavo
che tra lacrime ed ansie soffocavo.
E tu splendevi, stella affettuosa mia,
t'affacciavi con voce soffocata
ed il dolore dal mio cuor scioglievi.
Ma questa notte, stella, ti sei spenta,
come le cose care che van via
nessuna scia nel cielo hai tu tracciato,
nessun bagliore la notte ha illuminato.
Ed or, rimango, davanti a questo schermo
ad inviarti le ultime emozioni
d'un amor che si spegne,
d'un amore a lungo coltivato
che nel mio cuor, però,
solo dolore,
dolore e depressione ha generato.
Affinità
(A Lucia)
Ho letto nei tuoi occhi
il bisogno d'amore
e tu il mio soffrire hai colto.
Un raggio di luna
ho rubato dall'onda
e t'ho fasciato il cuore
e tu la spuma hai colto
sulla cresta dell'onda
e la mia pena hai sciolto.
Come una candela
Come una candela
mi consumo.
Lo stoppino frigna
e la tenue fiammella
ondeggia come la mia vita.
Le ore passano
sento l'orologio battere i minuti.
Prima il frastuono
riempiva le mie ore,
ora il suono del silenzio
tristemente m'accompagna.
Arida e posticcia
Picchia un cuore a vuoto:
aritmici messaggi volano nel silenzio della notte
e attendono un segnale che ormai tarda.
Invano speri che un altro cuore intenda
il grande silenzio che ti inonda.
Arida e posticcia
e l'anima che t'accompagna
nel tuo peregrinare solitario
in questa notte lunga da morire.
Ma l'alba non s'accompagna al suono di campane
festose
ma lugubri rintocchi della morte
opprimono la mente
e liberatoria e lenta un'agonia si mostra.
Ma lei t'irride.
Lei meretrice che ogni cuore inganna
e m'illude d'una libertà mal guadagnata.
Ed un'altra anima origlia alla porta d'un portale.
Legge le mie parole
e mille domande si pone ed inquisisce.
Si chiede se la vita sua
davvero dalla mia alfine si separi,
se questo martirio che ormai da tanto tempo dura
gli restituirà fiducia e quell'amor che dona
e che in pari misura non riceve.
Ma un cuore ormai si è rassegnato
e l'altro è dilaniato
nella vana rincorsa d'un amor che non si vede,
d'un amore posticcio ed infingardo
che scambia l'edonismo per affetto,
che camuffa l'amore dietro il sesso
e che smorza la speranza dentro il petto.
Rose morenti
Il rosso cede
la morte l'accompagna
per la campagna.
Mareggiata
L'onda s'increspa
verso il cielo sale
odor di mare
Anatre
Per l'aria greve
starnazzando implora
patè deplora.
Tramonto sul deserto
Guizzi di luce
il rosso tutto tinge,
anche la sfinge.
Sofferenza
Il cuore batte
piange cuore e mente,
stella cadente.
Amor fallace
Amor fallace
spegne lenta la brace,
il cuore tace.
T'amo pio bove
Odor di sangue
nella stalla impera
vana preghiera.
Ad un padre negato
Vai amico mio,
ora che il tuo è un non sorriso,
e la nebbia lo offusca,
non guardare più il mandorlo coi suoi frutti
vicino al muretto a secco del tuo podere.
Non raccogliere più le mandorle
e non raccattare un sasso per romperne il guscio
e gustare il bianco frutto che lo contiene.
Lascia ondeggiare i rami dei noci,
non pensare al raccolto d'agosto.
Fai ancora un giro per i tuoi campi,
osserva i cocomeri ed i meloni
con i fiori ancora attaccati allo stelo.
Ammira compiaciuto le rosse pesche
e sorridendo assapora il frutto del tuo lavoro.
L'acqua zampilla dal pozzo,
il getto bagna le tenere piantine dei peperoni,
ristora le melanzane ed i pomodori
e rinfresca il prezzemolo ed il profumato basilico.
Il dolce odore investe l'aria e le tue narici
e tu tornerai al tratturo antico e l'erba secca
si frantumerà sotto le tue scarpe
e solleverà un dolce profumo di campagna.
Ed io ti seguirò, con lo sguardo stanco,
seguirò i tuoi movimenti
e ti osserverò mentre ti chini sui prati
a raccogliere
qualche ceppo di cicoria e di "paparine".
Guarderò la tua schiena curva
e maledirò il mio destino
che mi ha esiliato lontano
e che mi ha reso arido nei sentimenti
ed indifferente al tuo amore
che non hai mai saputo manifestarmi.
Le parole sepolte
Noi,
abbiamo le mani sporche di terra,
la polvere è calcificata tra le rughe
e gli occhi ormai opachi
come i parabrezza di auto
abbandonate nei prati.
Noi,
abbiamo la bocca secca,
l'acqua è rara da trovare al sud,
o troppo profonda da raggiungere.
Noi viviamo da sempre
nella siccità
e riusciamo appena a sorridere.
Noi,
subiamo da un'eternità.
Le nostre parole sono inutili
come l'acqua che cade sull'asfalto.
Lava appena la polvere
e lascia sepolta l'erba
che stenta a germogliare.
Noi,
ascoltiamo impotenti
la voce di chi ci governa,
subiamo quella dei prepotenti
che ci succhiano il sangue
rubando i nostri raccolti
e trasformandoli in tesori
sui banchi dei supermercati.
Noi,
non siamo capaci di imporci,
non riusciamo a difenderci,
stentiamo a farci ascoltare.
Ma se una sola nostra parola
trova solo un ascolto,
noi abbiamo sconfitto l'omertà,
abbiamo vinto la paura.
Solitudine
Solitudine,
amica mia carnale,
pazza amante che mi sollazzi
e ad amplessi inverecondi inviti,
stravagante signora
che vestita di nero
nel silenzio delle tue giornate
m'avvolgi e mi divori.
Solitudine,
discreta compagna
delle mie giornate agonizzanti,
quando il sudore la fronte imperla
e effluvi il corpo emana,
quando mi rigiro sotto le coperte
e di buio mi copro e la coscienza tumulo
nell'ipocrita analisi interiore dei miei errori
nell'autocritica indecente delle mie bestialità
elevate a ragione da una logica
che camuffa sentimento a passione
che per amore svende.
Solitudine,
fedele alleata delle mie trasgressioni
che nascondi complice
e che celi
nel silenzio opprimente della non ragione,
nell'indifferenza
d'un raggio di sole che alla porta bussa
e che tu neghi.
Alla ricerca dell'io
Vagabondo,
per le vie deserte della mia ragione,
e contro i muri d'un encefalo pigro
m'impatto!
Oltre quel muro c'è l'indifferenza
od il tormento
o la fede.
Io nulla vedo,
nulla io mi domando,
spiegazioni non cerco.
Come uno scampanio
che da lontano giunge,
affianco il batacchio
alla fusa campana di bronzo
che nell'aria vibra.
E null'altro mi pongo,
ad altro non aspiro.
Oltre quel muro
vedo solo me stesso
e l'impotenza della mia entità,
del mio io, inorgoglito
nell'immenso suo potere
di ponderare il bene ed il male
libero dai pregiudizi,
dai condizionamenti innaturali
di una etica
che basa sulla superstizione e sull'irrazionale
ogni giudizio sulla esistenza umana.
Pulsante elettronico
Sprofondo sullo scranno,
Cesare mi guarda crucciato
ed io annoiato gli rispondo
con lo sguardo un po' assente.
Scintilla il tabellone:
tracce luminose si inseguono
sopra i seggi della Presidenza.
Ed io, attaccato al filo,
col mio pulsante in mano,
mi sento come un degente in ospedale,
con la flebo infilata dentro un braccio,
e aspetto che l'ultima goccia sia filtrata
per mandare uno squillo
a un infermiere di turno,
là, in attesa.
Io, con i miei sogni,
a Roma ero arrivato,
lusingato e felice
di potere servire la mia gente,
di potere cambiar mondo e costume.
Invece, miseramente, mi sono io usurato,
e in cuore mi è rimasta una gran pena:
nonostante abbia operato con gran lena
nulla alla fin ho fatto e m'hanno solo usato.
Un grande amore
Cerchiamo il bene
altrove,
ove giammai è facile trovarlo,
nel sorriso d'una fresca adolescente,
nell'abbraccio d'una donna
che ti sussurra amore e ad altro pensa.
E l'amor vero,
quello che ti sta vicino e non lo senti,
quello che gira intorno a te ogni giorno
e non lo vedi,
a quell'amore giammai tu ci fai caso.
Solo quando il tempo se n'è andato,
quando la terra copre mesta il corpo,
quando le delusioni t'han colpito
e il cuore e la mente
t'hanno devastato,
allora ti ricordi di un calore unico al mondo
d'un grande risplendere di fiamma,
ti ricordi, ma e troppo tardi ormai,
perché quel vero amore
te lo donava mamma.
Rocce carsiche
Rocce carsiche
sono le vie del cuore,
col sangue che colora ogni remoto anfratto,
come l'acqua marina
che si immette,
e sbatte, ruzzola, s'affanna,
sotto le rocce di questo dolce mare
del mio Salento che ho fisso nel cuore.
Oh, patrie mie,
oh, flutti che correte dallo Jonio
al Tirreno, e ritornate,
tratturi antichi che vi somigliate,
pur se su contorte vie vi sviluppate.
Italica progenie,
che spinta fuori dalla terra tua
in punta allo stivale ti fermaste,
gente della tribù d'Omero
che sulla nuova terra vi insediaste,
io nel sangue avverto i geni antichi,
e la cultura vostra plasma il mio dna
con la sua poesia e mi stupisce.
E mi cullo nella fantasia
degli esuli di ambo le contrade,
nel loro spirito di forza di lottare
per nuove progenie attive sviluppare.
E rimpiango insieme a loro i lidi antichi,
dei Calabri, dei Brutii e dei Messapi,
e degli ostinati popoli Japigi.
E nell'impegno di lotta
contro le avversità di terre ingrate
anch'io mi perdo,
e nel cullarmi tra versi e melodie
la mente mia disperdo
come i primi cultori
che le tracce antiche ai posteri lasciarono
lungo le spiagge di un ingrato mare
che sempre sospinse ad altri lidi
i propri figli e li lasciò penare.
Leggo una poesia
Leggo una poesia
che non è mia.
E' lei che l'ha scritta a me,
a me, un padre avanti con l'età,
che vuole vivere i giorni passati
che si tuffa nel mare della sua giovinezza
e ritrova emozioni.
Si guarda allo specchio e soffre,
vuole fermare il tempo,
vuole fermare le rughe,
vuole fermare i capelli bianchi,
vuole fermare le macchie sul suo corpo.
E si aggrappa ad un amore appena fiorito,
lo vuole per se,
lo trattiene,
lo strattona.
Ha provato i suoi baci teneri,
dolci,
giovani.
La sua pelle è sul suo corpo,
la sente,
la vuole,
non ne può fare a meno.
La mortifica,
la vuole fare andar via,
nauseare,
disgustare.
Ma sbaglia tutto,
lei se ne accorge.
Ma è orgogliosa,
puntigliosa,
ha capito i suoi errori.
Ed ora lui soffre solo,
davanti al pc.
Scrive,
batte con forza i tasti,
li rompe,
si fa male alle dita.
Ma lei non sente,
lei non sa,
e lui soffre,
soffre in silenzio,
ed urla,
urla al vento il suo dolore.
Ma nessuno gli risponde
e lui pensa ad un ponte poco lontano.
Quel maledetto ponte lo martella,
lo assilla,
lo invita.
Ma lui si aggrappa alla vita,
si aggrappa ad un amore giovane
che ora dorme insensibile
e non vuole più svegliarsi.
Amore per sbaglio
Ho amato la persona sbagliata,
ora solo mi accorgo,
solo ora mi accorgo!
Ho versato lacrime amare,
amare lacrime,
perché ho creduto in un amore
che vero sembrava,
sembrava vero.
Era invece un plagio dell'amore,
uno schiaffo alla mia dolcezza,
un pugno alla mia tenerezza,
un insulto all'affetto che regalavo.
Ma chi potrà mai leggere
davvero
nell'animo umano?
Chi potrà mai comprendere
dove alligna il bene ed il male?
Il male!
Il male questo mostro che ci insidia,
che spinge la ragione fuori dal cuore
e lascia solo aridità e sconforto,
lascia squallore!
Amare, amare!
Banale espressione
intruglio di sesso e affetto!
Il bacio che delizia le labbra
ed illusioni trasmette lungo il corpo
e si ferma nei punti giusti per eccitarli,
per dilettarli.
E poi l'abitudine all'indifferenza,
alla noncuranza,
alla noia.
Il bacio che nasce come amore,
che si trasforma in affetto
che diventa tran tran,
inutile gesto
che non rassomiglia più
nemmeno ad un saluto.
Donna
Donna,
albero della vita,
demiurgo dell'infinito,
convulsione dell'anima
e dei sensi,
ubriacatura della mente,
delirio di una notte.
Impotenza
nel trasmettere sensazioni
ormai assopite.
Stella del mare
Stella del mare,
stella del cuore mio,
ma ormai stella cadente sei,
senza splendore,
stella senza calore.
Il mare non t'accoglie rilucente,
sull'onde non lasci alcuna traccia,
solo squallore ormai.
Invano, accendi la tua luce,
arida sei,
l'amore dentro te ormai si è spento,
un simulacro di morte
rappresenti
al cuore mio.
Al gran salto m'inviti.
L'animo tuo ormai
più non esiste:
un fallimento sei
come fallita ormai è la mia vita.
Folle rincorse,
la giovinezza che sulle tue marine
ora agonizza;
lentamente sprofonda nell'abisso
d'un mare che anch'esso m'appartiene.
Le mie radici sparse:
congiunzione di terre e di splendori.
Una terra che verso il mare aperto
si protende
e l'altra sui monti Peloritani
il volto stende.
E nella mente mia le due passioni,
passioni greche e italiche congiunte
con una sintesi di doppie trasgressioni:
quelle dei miti antichi
e quella sanguigna della tradizione.
E in fondo,
resta quest'animo che raccogliendo va in par misura
aridità e freddezza
d'una passione solo da un turbamento nata,
da un impulso insano
che camuffa con un amor confuso
un affetto a piene mani dato,
che ormai, però, si sta spegnendo
e di tristezza copre quello che era affetto,
quello che a me sembrava un vero amore.
Due anni dopo
Due anni sono passati,
24 mesi dall'ultima volta che ti ho vista,
e dentro di me l'indifferenza.
Possibile che l'amore si spenga così?
Possibile che la passione,
l'affetto, i lunghi anni passati insieme
si riducano come un fagotto di stracci
inservibili e da buttare?
Le promesse, le parole, le carezze,
acqua di mare che si perde sulla scogliera?
Quel legame indissolubile,
sancito, santificato,
spazzato?
E i sentimenti in quale contrada sono fuggiti,
dove si sono riparati?
Gocce di pioggia colpiscono l'auto in corsa,
ma il tergicristalli spazza,
spazza l'opaca brina che la vista occulta.
Anche nel petto brina pesante,
densa nebbia copre e occulta ogni affetto!
I richiami del cuore
non parlano più lo stesso linguaggio.
Come dei personaggi muti
gesticoliamo solo attraverso gli occhi:
qualche lacrima repressa
lo sconforto disegnato sul viso,
l'orgoglio nel cuore murato.
E i giorni scorro,
come una pellicola muta anni '30!
Passano le giornate di gioia,
di spensierata letizia,
e pesano quelle nere,
con le parole usate a sproposito,
lanciate come dardi
con l'intenzione di produrre danni e morte.
Si squarcia il cuore,
ma il viso muto rimane, inespresso.
E le mani restano ferme in tasca,
le carezze scordate ,
archiviate in uno spazio di tempo sconosciuto,
come se fossero morte,
come se non fossero mai state date,
come se non fossero mai nate!
Ad un figlio sfuggente
Lo sguardo corre
alla culla antica e si dispera.
Quella culla adorata,
desiderata,
dov'è mai s'è rifugiata?
Dove riposa
quel cuscino tenero avvizzito,
quel lenzuolo celeste spiegazzato,
quella coperta azzurra un po' invecchiata?
Lo guardo,
nel buio della mente,
quel corpicino tenero che freme,
quel volto dove un bacio
con colpevole ritardo un dì posai,
e qualche lacrima scorre
e non asciugo,
mentre un pianto a gola piena sfugge
e il cuore mi ferisce.
Quegli urli non uditi
nel tempo giusto,
non capiti.
E quel sorriso tenero
in quale lontano cielo
s'è disperso?
Ed io, negletto, invano lo ricerco,
affannosamente rovisto dentro il tempo
e cerco tutto l'affetto
che per strada ho perso.
E mi appendo a una croce:
chiodi alle mani,
ai piedi con tutto il furor configgo,
e il sangue schizza
ed il dolore ogni angolo pervade
di questo animo che non trova pace,
di questo cuor che inutilmente cerca
un pianto antico
che nel cielo d'una stanza senza luna
s'è diffuso lieve ed è finito,
finito insieme a un rosso sole
che sfugge chetamente dietro i colli
dove solo lo sfarfallio del tempo,
ed i rintocchi stanchi
d'un campanile che non segna l'ore,
mi riportano al tempo dolce
d'un rapporto che oggi è senza amore.
Ladri di mele
Ricordo ancora lo spavento,
che il cuor mi martellava
dentro il petto
come una palla che impazzita
colpisce più volte le sponde
d'un bigliardo.
E avverto ancora
le imprecazioni
e il respiro affannoso
del contadino che ci rincorreva
urlante e minaccioso.
E noi, piccoli furfanti,
con le camicie
legate con lo spago
colme di mele mezze acerbe,
che si correva ansimanti.
Poi quando il pericolo
s'era allontanato
sostavamo sornioni,
con la fronte imperlata di sudore
e rossi in viso,
sui muretti delle fiumare a secco,
a gustare golosi
i frutti proibiti dell'altrui raccolto.
Frutti lontani e dolci,
frutti desiderati,
frutti ancor saporiti,
frutti svaniti
insieme a tante voci sconosciute
di bimbi senza nome e senza volto
che impertinenti sorridono affannati
da un archivio di memoria stanca,
che ormai poco ricorda
che ogni dì sempre più sfianca.
Vino
Tralci fiorenti,
al sol su miti colli
tutti i raggi raccolgono
pazienti.
Grappoli d'or
regalano silenti
al torchio antico
che il fruttato dona
e il dorato liquor
la mente sprona.
Un bicchiere di vino
Rosso liquore,
di profumo intenso
dal gusto tenero e inebriante,
soporifero tonificante delle vie del cuore,
sferzante bevanda
che le inibizioni sciogli
e le macchie del represso cancelli.
Vermiglia chiazza
che ogni cosa occulti,
le sensazioni del dolor comprimi,
ed il sorriso dalla mente sciogli
e colori le labbra
e il viso infiammi.
Scendi ed avvampa il petto,
irrita le contorte vie del ventre
sicché lo sguardo
d'un represso languor tutto dipingi,
gli occhi socchiudi
e il mondo celi.
Ma dell'inferno che ti rode
in seno
ogni fuoco si spegne
e solo il buio profondo
ti fa compagnia e ti rinfranca.
Trasformismo
Al sole mi rivolto,
dalle viscere informi
tutto il rancor rigetto,
ed affogo ogni affetto;
di me resta il disgusto
per avere ingannato
per un dì soltanto
anche e solo me stesso;
e a ciò non basta il pianto!
Risveglio
Un raggio di sole,
improvviso,
il buio d'un colpo ha spazzato,
un tenero amore
lontano
ha mostrato
la nebbia dal cuor diradato
l'affetto profondo
è di nuovo tornato.
Primavera 2008
La prima lucertola
pigra il capo tende,
e l'occhio vigile sonnecchia ancora
al primo tepore che l'inonda.
E già qualche ragnetto
dal muro screpolato invischia
la saettante lingua
che già pregusta insetti
e l'abbondanza
della stagione verde
che lentamente avanza.
Odio
Polpettone informe
di carni putrefatte
che effondono
odori nauseanti
e affogano il profumo
delle rose donate,
cancellano dalla ragione
ogni traccia d'affetto,
l'ultimo vigore per un bene
prezioso che ancora cova in petto
di un amore che un dì ti fu donato
e, poi, all'improvviso cancellato
senza fornirti spiegazione alcuna,
lasciando in cuore il buio
d'una nottata oscura e senza luna.
Montereggio
Il mio pensiero ondeggia,
placido lo sguardo si distende
dopo l'ultimo calice gustato
ed assaporo l'agro dolce-amaro
dell'asprigno elisir
che nella gola ancor lieto ristagna
e dentro il petto voluttuoso sfuma.
Dolci declivi, colli maremmani
colorati dal verde dei vigneti,
la mente insegue
ed al grappolo turgido m'aggrappo.
Stringe la mano
e il dolce liquore dalla stretta sprizza
come sangue vivido che scorre,
sul palmo saettando scivola
e l'avambraccio di rosso intenso tinge.
Goloso lecco le solitarie gocce,
dolciastre, d'un profumo intenso,
che pigre adesso attendono l'autunno
per fermentare di nuovo nelle botti
e l'aspro odor per la campagna vola
di borgo in borgo, soave si diffonde
e le palpebre scendono spossate,
al sonno lieve abbandonano gli sguardi,
mentre la mente libera e serena
ogni pensier malvagio già abbandona
e dall'animo lentamente sfuma
tutta l'angoscia nera
che l'opprime.
Fior di latte
Al piacer della mensa
la gola s'abbandona
e ognora gusta
il fior del formaggio
che lento nella fascina spurga
e soda;
e come bianca carne
s'offre
immolando la sua giovane età
alla fame che giammai si sazia
nel giovane rustico
che le spalle rosse
al vento scopre
ed il sudore schiva
la mano
nera di terra
e di lavoro.
Eremitaggio
Com'è stanca la mia vita,
e com'è strana;
una voce tenera,
con forza ed irruenza
a volte mi richiama;
mi risucchia nell'utero,
alle origini del mondo
mi riporta,
quando un seme un ovulo assassina.
Alle origine dei suoni,
dei rumori,
nel silenzio tra ceppi di ginestre
abbarbicate lungo vie sterrate,
distese sopra i poggi e accarezzate
da un sole che i raggi semina
infuocati.
E svegliarsi col chiocciar delle galline,
con il gallo che canta a squarciagola,
con l'asino che raglia
e con l'agnello
che accorato il suo belato invola.
Ed ascoltare il canto degli uccelli,
il gracidare delle gazze ladre,
e l'abbair dei cani,
il fischio dei pastori
e il sole del sud
che scotta sulla pelle
e che risveglia
tepori mai sopiti
che dall'archivio della memoria sterra.
E restarsene con lo sguardo perso
ad inseguire tra i sassi la montagna
e fissare incantato un cane nero
che al tuo fianco giace addormentato
lungo disteso, vicino alla mia sdraio,
e forse sogna
un amore che tarda ad arrivare.
E non pensa ai dolori, ai tradimenti,
non si dispera per la delusione
d'un affetto elargito e poi negato,
di qualche abbraccio
prima dato e poi ritratto,
d'un bacio tenero
che alla fine gli è mancato.
Da un terrazzo salentino
Fili stesi
che arrivano dal nulla
e verso l'infinito se ne vanno.
Attorno un profumo delicato di campagna
colorata dal verde degli ulivi,
pennellata da rossi papaveri
ondeggianti.
Alcune mollette
oscillano col vento
ed appesi vi sono i miei pensieri,
pieni d'angoscia
e di tormenti veri.
Ambivalenza
Dell'ambivalenza
resta solo la lenza
utile a catturare
chi di sentimento è ricco,
e che si fa agganciare
da chi
di sentimento è a secco.
Ma alla fine, sola tu rimani
senza neppure un vero amore
che ti sei lasciata sfuggir
dalle tue mani!
Amor che a nulla amato…
Non ti dico d'amarmi,
ti prego solo di donarmi un po' di bene,
l'amore oggi è disperata sofferenza,
lasciala solo a me,
non ci pensare.
Per te sol tanta gioia
voglio che regni in cuor,
che tu serenità conquisti.
Lascia che sia il mio cuor
solo a spezzarsi,
che il fiele tutta l'anima
m'affoghi.
Lascia tutte le pene solo a me,
piccola mia,
a me che il bigio autunno
al varco già m'aspetta,
che l'inverno gelido mi sfiora
e le mie membra avvolge
tristemente.
Tu sei la primavera:
il cuor riempi di fiori
e di speranza
e il verde cogli
e godi la tua tenera stagione,
d'ogni felicità empi i corbelli,
d'ogni verzura colora la tua vita,
ed ammaliata ascolta
il canto spensierato degli uccelli.
L'attesa
L'attesa della donna
di cui brami l'arrivo
è come il morso della fame;
la sazi
dopo aver mangiato un bel panino
imbottito d'amore.
Papaveri e cemento
Tu avanzi,
io non arretro,
anzi la mia potenza ti sommerge
e più tu avanzi,
più il tuo grigiore s'erge,
ancor di più una dolce visione ti regalo.
Un vasto terreno colorato in rosso,
tanti schizzi di bianco,
margherite allegre che sorridono ai bordi
di un prato vivido di verde.
Una bella bandiera
e ci ricorda questa nazione che lenta deperisce,
che non regala più le sue armonie,
che lenta offusca tutti i suoi colori
ed appiattisce, dietro il fumoso tetro
di immensi monotoni edifici,
il quadro colorato d'una campagna
che tristemente sta agonizzano e muore
senza più i gorgheggi degli uccelli,
senza più i voli radenti dei rondoni,
senza più canti suadenti d'usignoli.
I nuovi amori
Quanta aridità,
quanta insensibilità!
Un mondo di merda abbiamo davanti,
un mondo che vive di istanti,
parentesi di inutilità,
goffe rappresentazione di emozioni
che si camuffano nell'anima
e sfumano come nebbie
appena il sole s'alza.
Un'epoca che poggia sul nulla,
che non sa più gestire i sentimenti
che fa diventare moda l'amore,
parola di cui si usa e si abusa senza più passione.
Ed i cornuti abbondano.
Le corna sono anch'essi una moda, si collezionano.
Guai a non essere cornuti!
"Amore se mi ami fammi le corna,
dimmi poi com'è bravo il tuo nuovo partner,
suggeriscimi le posizioni migliori
ch'io possa essere gradito alla futura sposa,
che possa dilettarsi a letto
e confondere amore con edonismo sfrenato".
E si piange, ci si dispera
di perdere una donna siffatta
che si rotola in giacigli improvvisati,
che passa da albergo in albergo,
da B&B in B&B,
che ti trasporta ad ammirare un suo podere sul mare
e poi si rotola nuda,
con la vulva al vento,
a farsi accarezzare da un amante improvvisato
e gli parla d'amore
come se contrattasse dei carciofi al mercato:
dieci carciofi 5 euro.
Ed in questo squallore s'agitano
le nuove generazioni, che sproloquiano sull'amore,
che si disperano per amore,
che si impiccano per amore
e che non sanno più cosa sia davvero
l'amore.
Quando l'ira
Quando l'ira
fustiga la mente
le parole
sono taglienti come lame
l'amor donato
sparisce tristemente
e l'affetto diviene solo strame.
Sordo rancore
ribolle nella mente
sfuma dal petto
tutto il ben donato,
dei baci ardenti
non rimane traccia
del grande amore
tanto decantato
rimane un senso di stanchezza
e tanta noia,
qualcosa che al più presto
va scordato.
L'ultima illusione
Raschiare
gli attimi di piacere
rappresi in fondo al piatto
e gustare la gioia
di un sentimento
come l'ultima cucchiaiata
di una buona minestra
consumata con gusto.
Meretrici
Tenebrosa,
con quel rossetto sgargiante sulle labbra,
e una sigaretta accesa all'estremità della bocca
che emana un esile fil di fumo,
come un sogno sfuggito dalla mente,
mentre dimena la borsetta
e ancheggia tra un'ombra e l'altra
del viale dei platani appassiti,
con le bacche esplose e la lanugine
che gioca a rimpiattino ai bordi delle aiuole.
Una macchina si ferma:
un sorriso dolcissimo illumina il suo viso
e la mano s'allarga a dichiarare il prezzo.
"Vaffanculo", urla arrabbiata
mentre il sorriso scompare; ed al suo posto
un'orrenda smorfia la sfigura
come un dolore improvviso
che pervade il corpo
mentre l'auto riparte lentamente.
Eppure la sua anima è incontaminata,
conserva lo stesso candore del politico corrotto,
del cliente depravato,
del macellaio che ancora puzza di sangue
e di carne putrida e disfatta.
Tra la folla che ondeggia,
sbanda e rumoreggia,
dov'è la differenza tra l'infedele
che tradisce il suo amore
e la meretrice che ubriaca il corpo vende?
Ed anch'io ubriaco fradicio
m'aggiro in questo infido viale
dove ogni affetto soffoca e agonizza
e compro amore,
compro l'amore mio che m'ha lasciato,
e l'animo sprofonda
in questa fogna lurida ch'è il mondo
che i sentimenti affoga e all'edonismo
il corpo laido abbandona e svende
e all'anima rinuncia,
quell'anima, che ad un amore impossibile
donato aveva come frammento sacro,
ormai non ha più alcun valore
e mestamente si disperde e stinge.
Desktop
Avevo messo
come sfondo del mio desktop
l'immagine d'una giovinetta
che mi aveva dichiarato il suo amore.
Ma l'amore
è come l'onda del mare:
viene e va
e lascia solo una traccia di bagnato
sulla sabbia
che il sole asciuga il giorno dopo.
Ho rimesso, allora, come sfondo
di nuovo la foto della mia cagnolina.
Lei mi avrebbe sempre amato,
se fosse ancora in vita,
ed il suo amore
sarebbe stato profondo e reale
e non lo potrà eguagliare
nessuno.
Ormoni selvaggi
Ormoni selvaggi,
pulsioni indistinte,
puledre bizzarre,
indomite e spinte.
Un ardore che avvampa
che brucia nel petto,
un amore che assale
violento, letale.
Un amore profondo
che scava e avvilisce,
che infiamma e produce
solo una voglia sensuale
che invade e realizza,
esalta ed avvince,
accende la mente
ma il cuore svilisce.
Soltanto semplici ormoni,
ormoni selvaggi,
ormoni istintivi,
ormoni cutanei,
ormoni oscillanti
ormoni distratti,
che ignorano ogni pudore,
morale o ragione;
che scordano tutto,
le promesse, i baci donati,
la pelle che scotta,
le parole lascive
usate e abusate
che t'hanno eccitato,
gli amplessi cercati,
l'orgasmo prodotto.
Parole a sproposito usate,
condite di frasi costruite,
che durano poco,
solo poche misere ore,
che lasciano in chi ama davvero
un senso di vuoto, d'angoscia,
parole che distruggono tutto,
maciullano tutto,
che accoppano i sensi,
frantumano tutta la mente,
massacrano ogni forma d'amore,
regalano schifo e spavento
e lasciano in cuore soltanto sgomento.
Un mondo a parte
Siamo in tutto cinque figli
oltre ai nostri genitori,
le risorse inesistenti
messe insieme non si giunge
manco al quindici del mese.
Ho deciso d'emigrare,
per cambiar la sorte mia,
di mio padre e di mia madre
e dei miei congiunti tutti.
Per tentare d'arrivare
alla fine d'ogni mese
la mia terra lascerò,
andrò via dai miei parenti.
Poi, lo so, m'integrerò,
diverrò settentrionale
parlerò una lingua nuova
il mio gergo scorderò.
Scorderò usi e costumi,
canterò in piemontese,
forse veneto o lombardo,
del dialetto calabrese
poco o nulla serberò.
Ma dal cuore la mia terra
non potrò mai cancellare,
col passar degli anni, so,
che i ricordi saliranno,
strozzeranno cuore e mente
e gli affetti torneranno,
i rimpianti per gli amici
per le cose del passato
sempre a galla saliranno.
E guardando questo mondo,
senza gioia, ne valori,
senza più quell'amicizia,
quegli affetti ormai finiti,
con i padri abbandonati
e le madri negli ospizi,
mi faranno ricordare
la miseria un dì lasciata,
la miseria ritrovata
dentro il cuore inaridito
senza più speranza alcuna
di tornare alle radici
ormai povere d'amore
di cui sol resta il rimpianto
d'aver perso tutto e quanto.
Il treno
Ieri,
alle 11,50
una vita cosa vale?
Ieri,
vento gelido m'assale
mi rimbalza nella mente
mentre il treno
passa e corre
si disperde follemente,
ed investe anche la gente
che mi guarda,
che mi sente,
che già annusa
quel sapor freddo di morte
che serpeggia
in un momento
dentro il cuore, nella mente.
E par dica:"
Cosa aspetti?
Solo un salto,
solo il salto d'un gradino".
Poi la morte
passa e corre
alle 11,50
non mi vede, ne s'accorge
che non è arrivata l'ora
un saluto ancor mi porge
…. devi tormentarti ancora.
S'è spento il sole
I miei sogni
non finiscono mai.
Io vivrò
finché la parola amore resisterà,
io non affogherò
finché l'affetto albergherà nel mio cuore
e fino a quando ricorderò le parole
che hanno allietato i miei giorni
e le mie nottate.
Nessuno le potrà cancellare a comando.
Non dimenticherò i sorrisi
che attraverso il web
hanno accarezzato le mie serate malinconiche
e che mi avevano ridato la vita
e restituito un amore
che si era arenato su una spiaggia
"sepolta da ricordi incredibili
di felicità mai più conosciuta".
Ora il sole s'è spento
e la nebbia ha ripreso il suo posto,
tutte le cose sono tornate come prima,
i sorrisi sono tornati a risplendere stancamente
ammiccando ad un amore soffocante
che è falsamente ricambiato,
le frasi affettuose sgorgano dalla bocca
ed illudono chi le riceve
ma sono malinconicamente false
e menzognere.
Solo io continuo ad amare
veramente,
sinceramente,
immensamente,
perdutamente.
E nessuno
mi può impedire di farlo.
Amore
Amore,
spazzatura,
ammucchiata,
raccolta,
dispersa.
Inutili frasi,
spazzate,
raccolte,
sprecate,
gettate
in un putrido cesto
che emana fetore,
disgusto,
che va allontanato,
nascosto,
bruciato,
che non lasci più segno,
non lasci ricordo
dell'affetto
più volte giurato,
che ora d'un tratto
diventa disgusto,
che va vomitato.
Rosa selvaggia
Selvaggia sei,
ed arida!
Arida come i poggi di Civita,
selvaggia come le pendici del Pollino,
ricche di rocce ed alberi.
Sai donare un sorriso
che illumina la notte,
ma il tuo cuore è misero di parole.
Somiglia alle fiumare calabresi:
in piena solo d'inverno
ma deserte e sterili d'estate,
con qualche raro fiore
che insecchisce tristemente al sole.
Sogno accortocciato nei pensieri
Sogno,
accartocciato nei pensieri,
il cuscino rigiro e sistemo,
la sveglia sposto di stanza,
il cellulare spengo.
E aspetto,
aspetto nel buio
e guardo le ore riflesse sul muro
ed i minuti che passano.
Aspetto.
L'inutile attesa
scalpella il cuore
e gli schizzi di sangue
imbrattano il viso e le mani.
Grondano
le tempie un sudore gelido di morte.
Grondano gli occhi
lacrime incessanti
che non sciolgono le pene
che si ammucchiano come foglie d'autunno
nelle cune e tra i rovi.
E il ponte m'invita,
quel maledetto ponte che mi circuisce ogni giorno,
sul quale mi fermo e medito.
E poi corro via,
da vigliacco corro via
quando potrebbe regalarmi la pace.
E una cara amica,
alla quale avevo donato una parte dei miei affetti,
mi chiede: che fai?
Mi parla, mi prega, mi scuote.
Ma io resto accartocciato nei pensieri
e le parole non mi bastano più!
A Eliana
Come i frutti del carrubo,
carnosi e sodi,
è il tuo affetto per me:
gradevole da accettare,
difficilissimo da gustare.
Ma le tue carezze
regalano il sapore dell'improponibile,
trasmettono la dolcezza
che pervade il tuo animo.
E sai essere tenera
pur nella violenta rappresentazione
del tuo amore impossibile.
Poeti
Personaggi squilibrati,
inutili cercatori di gloria e di consensi,
cacciatori di pensieri,
catalogatori di sensazioni,
di perdizioni,
di ansie,
di sgomenti.
Inseguitori instancabili
d'una pace vanamente cercata,
pugnalatori della violenza
e della guerra.
Falsi profeti di una umanità
imperfetta,
confusa e ammucchiata
in luride cantine
dove l'odor acre del fumo
si confonde con il lezzo dei locali
e con l'urlo sguaiato delle locandiere.
Frequentatori squallidi di bordelli,
collezionatori di blenarrogie e di lue,
seminatori di inutili parole,
affamati senza speranza,
illusi senza futuro.
Barboni arrotolati nei cartoni,
con i manoscritti per cuscini,
che nessun contemporaneo mai leggerà,
che nessun critico mai commenterà,
che nessun editore pubblicherà.
Morti assiderati nella notte,
nel disgusto collettivo,
nell'oblio più profondo.
E poi cent'anni dopo
l'inutile enfasi dei vostri scritti,
osannati,
interpretati,
riscoperti,
che producono ricchezza
agli eredi di chi vi ha ignorato,
ai critici che non vi hanno commentato,
agli editori che vi hanno snobbato,
ai librai che vi hanno deriso
e regalato solo miseria e disprezzo.
Utopie
Pensava
pensava mia madre,
ai viaggi mai fatti,
agli studi interrotti,
pensava.
Pensava ai suoi figli,
arricchiti,
e parlava, parlava
con le vicine
del benessere futuro
e di una vecchiaia serena
vicina ai figli,
assistita, servita.
Sognava mia madre,
sognava una vita diversa
e sperava, mia madre,
sperava
in un domani migliore.
Ma ognuno rimane con i propri sogni,
irrealizzati,
ognuno rimane con pochi spiccioli
in mano,
e un rosario, a sperare
in un benessere futuro
e ad una vecchiaia serena
vicina ai propri figli.
Valentina
Estenuante attesa in un sala d'ospedale,
un viso stanco, emaciato,
che conserva i tratti d'una bellezza scolorita
ma ancora vivida e presente.
Due occhi stanchi,
profondi, dolcissimi.
Quelle lacrime balbettanti che scintillano senza sgorgare:
perle preziose
pronte ad essere raccolte da un rivenditore di luce.
Cos'altro puoi regalare a chi ti osserva?
Il vuoto del tuo cuore?
Il pensiero della tua famiglia lontana?
La carenza d'un affetto?
Una carezza che ti manca?
Forse la tua voce,
toccante,
cadenzata dall'influsso straniero,
che sprofonda nel mio animo
e mi trasmette le prime emozioni,
e m'intenerisce.
E nulla puoi darmi,
se non un affetto transitorio
che s'aggrappa alle briglia
di un conducente di cavalli scalpitanti
che non riesce a domare
e che cerca di isolare in un recinto opaco
dove il sole a tratti brilla
e dove la notte a volte sprofonda.
Spazzatura
Spazzatura,
solo spazzatura è il tuo amore.
Cosa mi offri nel piatto?
L'occhio tuo proteso all'infinito,
alla ricerca d'un amore che non esiste,
che non vedi,
perché la tua corsa è corta,
il tuo saltellare zoppo.
Gioca con i sentimenti,
gioca pure con le sensazioni altrui
e plagiati inutilmente,
chiedi alla fobia
come dovresti essere,
come dovresti apparire
per piacere.
Invano coltiverai nel tuo giardino
rose rosse.
Non riuscirai mai a godere del loro profumo
ed il colore che osserverai
sarà solo quello di pallide rose.
Sepolcri
Mi porto sulle spalle
un lastrone di tufo
e schiaffeggio l'ipocrisia dei Farisei
che hanno incitato la folla
e piegato la viltà di Roma.
Quale Angelo
hai visto nel sepolcro?
Quale traccia di dolore
ha lasciato la mano sanguinante
che ha oltraggiato la morte?
La vita eterna,
in cambio d'un calvario,
la croce
come referto d'un delitto
che non poteva essere commesso
contro l'Onnipotente.
Una enorme montatura storica,
un inganno ripetuto per l'eternità
fin quando i templi di Gerusalemme
non saranno definitivamente spianati
ed i sacerdoti cremati
dall'ira oscillante d'un popolo sordo
che ondeggia osannando sempre il nuovo potere.
Mattatoi
Sordidi angoli
dove il sangue infiamma il cuore,
dove l'angoscia del terrore
incontra lo straziante sguardo d'un agnello
che osserva la madre sgozzata appesa a un gancio.
A nulla serve il suo belato disperato:
la Pasqua richiede le sue vittime sacrificali.
Angusti spazi, dove le file si assottigliano
e l'urlo delle agonie
serpeggia come un fiume
che si alimenta delle sue stesse vittime.
Treni infiniti
che trasportano il dolore,
prima,
e l'odor cupo delle carcasse
e dell'adrenalina disperse al vento,
poi.
E noi allegri, buongustai tenebrosi,
a tagliar bistecche nel piatto,
ad annaffiare con vino rosso o rosato
il prelibato sapore dei cadaveri in putrefazione
cosparsi di rosmarino ed erbe aromatizzanti.
Noi generatori di morte,
noi riproduttori di morte,
noi stessi, morte.
Monumento ai Caduti
Quelle liste di nomi,
tutti uguali,
allineati,
distesi,
protesi,
col dito pungente
che guardano in basso,
che urlan dolore,
paura,
che sommessi chiamano "mamma";
quelle liste anagrafiche,
morte,
sepolte nel cuor della gente
che insegue la morte da sempre,
a cui la lezione non serve;
quelle liste di figli, nipoti, parenti,
di semplici amici
che più non giocano a carte,
la sera,
nel bar di Morena,
nel bar della "Tana",
ci dicono forte:
- a terra buttate
questi inutili ceppi
che ancor'oggi inneggiano,
ricordano,
invano,
l'enorme stoltezza
del genere umano -.
Pasquetta
Lo so, tu oggi veleggi
per lidi lontani,
invano attendo un filo di voce,
un richiamo,
un saluto,
invano cerco la mano
che dolci carezze donava
al corpo mio afflitto, che pigro si spegne
ma che riesce ancora ad amare,
a regalare emozioni
che solo pochi san dare.
Tu ridi,
magari un trullo riguardi,
forse vaghi beata per un borgo lontano,
o stai mollemente seduta
sull'irta scogliera
e aspetti che il sole sparisca,
che arrivi la sera
e intanto stringi la mano
all'amore che fingi d'amare
perché lui è arido,
non sa ancor regalare l'affetto,
sincero,
spontaneo,
affettuoso,
che solo io so ancora donare.
Anch'io aspetto impaziente
che il crepuscolo lieve discenda,
che la notte di stelle il cielo ricami,
ed una risplenda più forte
scintilli nel cuore
ormai spento, che ormai più non spera
a sentire quel dolce richiamo,
sommesso,
che schiariva il mio povero cuore
nel buio delle notti trascorse,
ormai senza ricordi,
ormai morte.
Vita e morte
Quell'occhio
che lieve rigira
e guarda la mamma sua in volo;
quell'occhio che aspetta
ed apre pronto il beccuccio
ad ogni nuova imbeccata:
quell'occhio che sogna voli radenti,
sogna voli plananti
sull'Alta Maremma,
tra prati e castagni;
quell'occhio
all'ombra riposa,
opaco,
non più risplendente;
quelle pupille
rinsecchite dal sole
ormai sono spente.
La Passione, la Resurrezione
Angoli di buio nel cuore,
attesa del suono d'una campana
che l'animo sollevi
e il cuore liberi dall'angoscia
di un rito costruito sul sangue d'un innocente.
La Passione
per un ribelle verso una chiesa assassina,
verso un impero che si lava le mani
e libera un malfattore.
Fu vera storia?
Oppure l'oppresso si è vendicato?
La Resurrezione,
quella si,
nella coscienza dei giusti,
per cancellare riti e inganni
d'una congrega al potere
che spinse un popolo ignorante
ad urlare "crucifigi, crucifigi!
omo che se fa rege
seconda nostra legge
contradice al senato".
E' questa la vera Resurrezione:
quella delle coscienze
risvegliate dalle stesse campane
che ricordano un omicidio!
La noia
Un punto all'orizzonte
irrazionalmente
degradato
da un pensiero
che vaga
nell'inconscio di una giornata
che non conosce fine.
Momenti
Tutto è un momento,
la gioia intorno al tuo lettino,
rosa o celeste
che importanza ha?
E' un momento
la prima volta che felice
giochi con il tuo primo giocattolo
e poi lo abbandoni in un angolo.
E' un momento
una delle tante feste di compleanno.
E' un momento
il primo bacio,
il primo amore,
la prima delusione,
le prime lacrime.
E' un momento
il tuo diploma,
la tua laurea in mano,
i primi complimenti degli amici,
dei parenti.
E' un momento
il giorno che ti siedi dietro una scrivania
o varchi i cancelli d'una fabbrica
vestito da operaio.
E' un momento il matrimonio,
il primo figlio
(o il secondo o il terzo).
E' un momento la tua prima vacanza,
l'auto acquistata a rate,
la prima casa
con il mutuo che durerà una vita (forse).
E' un momento una malattia,
una gioia,
un dolore,
una speranza,
l'allegria.
Tutto è un momento e scappa via.
E' un momento una delusione,
che non si scorderà mai,
che resterà scolpita in cuore,
per sempre.
E' un momento
perdere un grande amore,
a lungo cercato, poco durato.
Anche la morte è un momento,
anzi
è un frammento di un momento,
ma che scelta difficile!
Il pettirosso
Uno sguardo insistente,
oltre la rete sbircia
poi, un istante,
davanti alla macchina saltella,
qualche insetto raccoglie sull'asfalto,
tra le rade foglie di questo lido
che ormai per sempre ho impresso nel mio cuore.
Ci guarda,
con gli occhietti svegli e buoni,
lucenti di pianto
per il nostro amore?
Vede i tuoi baci
e forse si commuove
ed una traccia ci lascia dentro il cuore.
Una traccia della sua presenza,
un ricordo
che il tempo non usura,
un'allegrezza dolce che ci assale,
una gioia in petto ch'è sincera.
Sullo schermo allora l'ho fissato,
quando al mattino accendo il mio PC
egli mi fissa dalla rete,
mi guarda tranquillo
e sembra qui.
Un poeta
A Dino Campana
Quel vagabondo,
che vedi pensoso,
vestito di stracci,
con paio di scarpe consunte,
che al sole se ne sta stravaccato
su un vecchia panchina,
che guarda incantato ogni cosa
e legge un libretto
con la copertina tutta sgualcita,
che scrive sornione
qualcosa,
su un vecchio quaderno sdrucito,
quel vagabondo
che insegue incantato una lieve farfalla
volare,
che osserva su in cielo
e scuote la testa
guardando una scia biancastra
lasciata da un reattore che passa,
quel vagabondo,
schifoso,
indolente,
pezzente,
quel matto
che è senza una fissa dimora,
che vaga senza meta,
quel vagabondo
può darsi che sia finanche un poeta!
Forse son pazzo
Si, forse io son pazzo,
son pazzo e tanti lo sanno.
Stan muti,
sorridono al bar,
ma quel sorriso sornione,
risuona dentro la mente
a tratti,
e martella.
Mi chiedo se mai quel che penso,
questi poveri scritti,
inutili e soli,
cartelle volanti,
di quadri viventi che schizzano
in mente,
non siano spettri di sogni fallaci,
di inganni,
di affanni che crucciano
e opprimono il cuore,
oppure non siano orme
di opere vere
che sfiorano ancora i pensieri
di tante persone coscienti,
che l'intelletto non hanno svenduto,
che ad ogni domanda
non danno puntuali
l'esatta risposta voluta da tutti,
accettata:
la media del gusto o buon gusto.
E spesso, mi chiedo:
ma questi nostri poveri versi,
a cui molti credono ma tengono in cella,
non sono forse accordi reali
impregnati tuttora di sani valori
che covano in cuor come brace,
che ancora non sono dal senno dispersi?
Dialogo d'amore
A:
Il nostro amore
è come questa rosa
che mi si sta appassendo tra le mani,
i petali abbandona ad uno ad uno
e al vento li disperde tristemente,
reclina il capo
ed ha un colore livido di morte.
S:
Ma il mio respiro
lieve la riscalda,
la linfa le fornisce,
solleva il capo
e lentamente, amore,
la forza acquista
e dopo rifiorisce.
A:
Si sta sfogliando ancora,
non lo vedi?
Abbandona i petali
e rinsecca,
come la vita mia
ormai nulla più vale.
S:
Ma con la morte,
mio piccolo amore,
la vita di certo non perisce,
rinsecca, è vero,
ma acquista di nuovo, poi, vigore
e nuovamente in maggio rifiorisce.
Il tempo dell'amore
Quando tempo sarà,
il fiore
che oggi è baciato da un'ape
il frutto suo darà.
Così, il mio amore,
oggi
baciato dal sentimento
domani sboccerà in passione
e poi in affetto
se quel fior si schiude.
Ogni cosa al suo tempo,
ogni dolcezza nell'istante giusto.
Ma oggi qualcosa ancora è assente:
l'ape non trova il polline
nella tua corolla.
Santa Caterina
L'onda s'infrange ancora alla scogliera
e spuma bianca inonda la memoria
d'aria un po' profumata, di marina,
di gabbiani in corsa
a rubar quasi il cielo al creatore,
a spazzar le nuvole che appannano
tutti i pensieri
che il tempo ha accumulato
e che inutilmente tu rincorri,
con moto inverso,
quasi a ritrovar le stesse tue radici
in quella prima gente un dì approdata
su questi scogli,
su queste rocce brulle e desolate
ferme nel tempo, ferme nei ricordi.
E mentre l'odore intenso
dei pini marini infiamma le narici,
mentre i tuoi baci il tempo dell'amore mi riporta
(il tempo ingrato ch'è ormai se n'è fuggito,
il tempo che giammai più non ritorna
e che a fermare inutilmente io tento)
questo tuo amor m'apre ogni dì
del cuor le porte,
rinascere mi fa e mi tormenta,
mi manifesta la mia inadeguatezza,
questa mia inutile rincorsa
a mutare il moto delle onde,
a riportare gli anni alla stagione della letizia,
delle mie gioie misere d'affetti,
al primo amore che nel nulla s'è disperso
per le strade d'un mondo,
ritrovato nella incosciente felicità d'un cuore,
uscito fuori da quello stesso mare
che Venere bagnò di salsa spuma.
Ed oggi si riallaga nei pensieri
e ingeneroso gioca
con la mia vita che si consuma lenta
insieme a questo cuor che spera ancora,
che si rimpizza d'emozioni ognora
e che d'amore ogni giorno si alimenta.
La mia cagnolina
Sonnecchia la mia cagnolina,
sonnecchia,
sotto la rete:
vicino v'è una pianta di fiori,
che fiori?
Una pianta appena infossata:
già il fico d'india ha messo due foglie
una verde, spinosa;
e sotto la rete
lei dorme, riposa,
la mia cagnolina adorata.
Ogni tanto risento
un urlo, un roco abbaiare alla porta,
è risorta?
E poi per le scale,
un fruscio,
una zampa che sale.
E s'accosta al mio letto,
mi fissa nel buio della notte
con gli occhi suoi neri,
gli occhietti lucenti
ormai senza pensieri.
Monte Ventoso
Dimmelo tu Francesco,
dillo a me che t'ascolto.
Anch'io nella bisaccia di buon camminatore
portavo sempre un tuo libro di versi,
che all'intelletto parlava
nelle soste del faticoso sentiero
su cui m'arrampicavo.
Arrivato alla vetta, anch'io,
mossi lo sguardo; ed altre cime ineguali
m'accarezzarono la mente:
io, inadeguato al mondo,
dal mio cantuccio appena conquistato,
vidi l'immensità,
la sproporzione tra l'esiguo della mia entità
e la grandezza d'un pianeta
che m'abbracciava e che mi possedeva.
Ed il tuo libro, appena aperto e chiuso,
la dimensione della mia ignoranza
tutta mi rese.
Il nulla della conoscenza racchiuso in quel volume,
e la montagna immensa
che rideva di me, del mio sapere,
della mia convinzione d'esser potente e bravo
per aver conquistata una sol vetta,
e invece mi scoprivo
fragile ed impotente,
mi scoprivo un'entità sproporzionata
a un mondo che mi sommergeva
a un mondo che col suo silenzio,
senza mai nulla dire, mi stordiva.
Arida la mia scrivania
Arida e avara è la mia scrivania,
i miei pensieri assorbe
e li disperde sui vecchi libri
negli angoli ammucchiati.
La polvere ci gioca a rimpiattino,
io con un dito ci disegno un'asta,
e mi ritrovo indietro, nel tempo,
da bambino,
su un banco a disegnare visi e monti,
case inclinate e soli che ridono a nessuno.
E li rileggo anche quei primi versi,
quelle parole dettate da un sorriso,
lieve d'una compagna
di cui più non ricordo ne il color degli occhi,
nemmeno quello sbiancato dei capelli.
Ma lo ricordo, ora, nel silenzio
quel viso dolce d'una compagna nuova
(nuova negli anni, nuova nella sua fantasia)
che mi sussurra quelle stesse frasi
che avevo buttato un giorno sopra un foglio
lasciato in mezzo a un libro rovinato,
solitario nel mucchio, tra vecchi testi e carte,
in una traballante e impolverata libreria
che il cuore mi rallegra
e m'empie anche di malinconia.
E mi fustiga il correttore delle bozze,
quel signore che nella mia coscienza corre
e che invano mi indica la via,
ch'io non riconosco, che io ignoro,
ch'io non percorro per trasgressione mia,
per questa folle passione che m'assale,
per questo tormento che mi rode il cuore,
per questo nuovo impulso che m'avvince
e che m'ha fatto scoprir la frase antica,
quell'espressione che anche ai nostri giorni
qualche giovane ancora chiama amore.
Aria fresca
Aria fresca
adesso, ora al mattino,
aria di tramontana, frizzantina,
aria pulita,
occhi lucenti a sera
che non disegnan più le mie serate,
aria di mare,
aria della mia terra,
aria d'alberi tersi,
d'ulivi antichi,
dai tronchi attorcigliati,
contorti,
aria di primavera,
coi mandorli fioriti,
con le corolle al vento svolazzanti;
aria del Tavoliere,
delle Murge,
che mi colpisce i sensi
e mi circuisce.
Aria d'acque sorgive,
polle nel sottosuolo,
fiumi che scorrono dritti alla marina.
Aria dei miei paesi,
dal dialetto antico,
del greco dei poeti d'altri tempi,
dei lirici appena addormentati,
di Soleto, Martano, Sternatia,
aria ch'è tutta mia,
che m'inebria, un poco m'addormenta,
e m'innamoro di tutta la mia gente,
degli amici più cari, dei parenti,
soffro per loro;
e poi li cerco
nel dolce sorriso d'una ragazzina,
che dona amore a chi non la comprende,
che il cuore ha aperto
a chi non può mai averla;
e si contenta di saperla lieta,
di sognarla felice
laggiù in fondo allo stivale,
all'estremo confine d'una patria
dove lo sguardo si disperde
tra la collina verde del Vereto
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