I giorni del silenzio
Il passo cadenzato delle esequie riecheggiava nel piccolo cimitero di comunità, il cielo era terso, il mare faceva sentire i suoi frangenti sulla riva e tra le folli insenature tufacee. Una piccola folla raccolta, senza lacrime, intonava un canto delizioso appena sussurrato sulle labbra. La giovane Maya stringeva tra le mani delle margherite appena colte che vennero sepolte insieme al corpo, non racchiuso in una bara, ma adagiato nella terra grassa, coperto da un semplice panno di lino bianco. Petali di rosa dei presenti e le margherite di Maya, poi la sepoltura composta accompagnata dalle parole di conforto del prete, parole lontane un tempo, adesso presenti nei cuori più che mai. L'inverno era finito, finalmente, era come se dopo tanti sforzi, qualcuno avesse aperto il serraglio della tagliola per volpi e liberato la gamba accidentalmente caduta dentro. Il caldo leniva i dolori e i bruciori della carne e della coscienza, un inverno era passato e ancora altri sarebbero giunti. Smottamenti, alluvioni, tempeste, interi paesi ghiacciati da metri di neve. Quanti eventi sono passati nell'inverno appena trascorso? Disse tra se Maya. Non lo sapeva, nessuno lo sapeva, le notizie arrivavano sporadiche, lente come le carovane d'intrepidi viaggiatori, con le notizie dei temerari arrivavano anche le lettere, qualcuno ancora scriveva. Maya era abituata alle lettere commerciali, quelle scritte col sottile inchiostro dalle stampanti laser, scritte con regole inventate da etichette ormai dimenticate, la lettera che giunse tra le sue mani invece era chiusa non in una busta, ma in un altro foglio di carta, ripiegato affinché ne contenesse un'altro.
L'omelia terminò, i presenti ricoprirono il tumulo con fiori di campo, quelli acquistati dai campi incolti e non dai fiorai, nessuno aveva portato, crisantemi, garofani, orchidee e rose blu. Solo margherite e bocche di leone, avevano quelle e basta <<Andiamo mia cara.>> disse sua nonna cingendole il fianco, sorrideva la donna pur sapendo che suo marito era sepolto, sorrideva con una dolce malinconia, di chi sa che un giorno le toccherà la morte con suo fare silenzioso ed inevitabile. <<Il nonno ha trovato un po' di pace, mi dispiace però che non sia riuscito a vedere la primavera.>> disse Maya guardando lontano, mente risalivano la stradina in pendenza che riportava al piccolo borgo. <<Lui avrebbe voluto essere cremato, ma non so come si brucia una persona e quanto tempo ci vuole per bruciarla, nessuno ha voluto farlo, in qualche modo seppellirlo così è stato più umano, tuo nonno ha provato un po' del tepore di stagione>> Nonna Amelia si appoggiava con tutto il suo peso alla nipote, zoppicava e le sue gambe erano sempre più gonfie, spesso dovevano fermarsi mentre camminavano, l'asma cardiaco era un vero tormento e senza medicine non restava altro che affidarsi alla sorte o a quelle frammentarie notizie della farmacopea naturale. La donna aveva gli occhi asciutti, aveva pianto tre giorni e tre notti per la perdita di una parte della sua vita, Amelia decise di guardare avanti, alla fine l'avrebbe raggiunto, lo credeva con tutto il cuore, doveva essere così, altrimenti era vana tutta l'esistenza.
Mezzogiorno, l'ora più bella quando il sole splende alto, Maya e nonna Amelia si sedettero per riposare sulla via del ritorno, la vecchia prendeva fiato e chiudeva gli occhi verso il sole, la luce calda le illuminava il viso, fu allora che la ragazza uscì dalla sua borsetta la lettera <<Domani la carovana partirà di nuovo, ancora non ho scritto nulla....>> la guardava e la rigirava, l'aprì e rilesse alcune parole nella sua mente, come se la coscienza andasse a cercare automaticamente quelle parole che evocano le emozioni del primo momento. Di solito ricevere lettere rievoca la curiosità infantile, la voglia di sapere cosa c'è nella busta, le e-mail rientravano nella routine della sua vecchia scrivania, e le buste delle bollette erano spesso angoscianti, le cartoline dei paesaggi esotici le mettevano un po' di buonumore ma quella lettera la faceva piangere, era di suo padre.
<<Credo che dovresti rispondere Maya, tuo padre è vivo, dopo quest'inverno mortale è ancora vivo, te l'ho sempre detto che mio figlio era un uomo che sapeva cavarsela.>> La donna sorrise e diede due buffetti sulla guancia dell'adolescente, quante notti passate insonni, a lume di candela nella sua stanza umida. Maya guardava e riconosceva a memoria i poster dei personaggi che ormai appartenevano ad un passato lontano, finto come i fiori di stoffa <<Sarebbe bello scriverla insieme a mamma, è via già da due settimane.>> <<Tornerà tranquilla, tante donne sono partite per i monti, presto torneranno con la lana, tua madre sa badare a se stessa.>>
Maya si stese col viso sulle gambe della nonna, sentiva l'odore di sapone a mano e di foglie di lavanda <<Perchè dobbiamo soffrire così tanto nonna? Perché è successo d'inverno? Perchè....>>
<<Perché così doveva andare.>> la interruppe <<Perché prima o poi doveva finire, era veramente troppo, il silenzio s'è ripreso il sonno che abbiamo rubato alla terra.>> Maya ascoltava sempre sua nonna, dogmatica e forte in qualsiasi evenienza, se un corpo potesse esprimere la sua tempra, sarebbe quello di una statua possente, ma anche lei stava attraversando il suo tempo finale, doveva resistere, finche suo padre e sua madre non fossero tornati, allora lei poteva congedarsi dall'adempire la sua vita, come ha fatto suo marito Edoardo prima di lei. <<Credo che tu debba scriverla lo stesso la lettera, Lorenzo ha bisogno di sapere se siamo vivi, deve avere una speranza per tornare qui, ci vorranno mesi lo sai.>>
Le vie erano deserte e nell'arteria principale del paese le persone camminavano e chiacchieravano tra loro, ovunque si udiva battere martelli su chiodi, il fracasso delle pale graffiare l'asfalto nell'impastare il cemento, con l'arrivo della primavera tutti erano diventati come piccole api industriose. Le saracinesche dei negozi erano aperte e vendevano alimenti di giornata, qualcuno aveva avuto l'idea di scendere in strada, dagli appartamenti dei palazzi, strumenti musicali e grammofoni d'epoca ed anche il grosso pianoforte del maestro in pensione Michele Alfieri. Musica, la musica riprese a suonare tranquilla e melodica, i bambini ridevano e come nugoli d'aerei da caccia scemavano tra i passanti e cantavano, l'inverno era finito. Maya e nonna Amelia ritornarono in casa, la vecchia si precipitò alla cucina, versò dell'acqua dal grosso contenitore di plastica nella pentola, prese una delle tante zuppe precotte e accese i batuffoli di cotone impregnati d'alcool, li poggiò su una pirofila d'argento elegantemente cesellata, la pentola poggiava sul telaio dei fornelli da cucina <<Tra un'ora a tavola Maya.>> disse la nonna alla nipote nell'altra stanza. Maya era seduta alla sua scrivania, lo schermo ultrapiatto del computer era spento e nella sua camera c'era il silenzio, aveva spostato la scrivania sotto la finestra per sfruttare la luce del giorno fino al tramonto, fissava il foglio bianco e la penna giaceva immobile su di esso, in attesa d'essere posseduta dalla forza delle dita e del polso. La ragazza fissava quel soldatino immobile, la sua mente era distratta dal rumore della strada, dagli schiamazzi dei bambini, dal profumo di bollito delle massaie al lavoro in cucina. Aveva la mente svuotata da ogni pensiero, era concentrata altrove, nonostante la morte di nonno Edoardo lei pensava al sole della giornata triste e delicata, appena sussurrata e fragile come una porcellana antica. Pensò poi a suo padre Lorenzo, nel nord Europa, era un navigante su una porta macchine, scarrozzava a bordo di quelli che sembravano dei palazzi immensi tra le onde, alte decine di piani e colmi nel ventre d'automobili, ogni tipo di automobili. Poi la nave si fermò e non c'era più scopo stare lì, sul gigante di ferro di migliaia di tonnellate e per di più, con un carico privo di valore, l'automobile. Una volta suo padre la portò a bordo di uno di questi giganti, ed era bello vedere come affrontavano il mare aperto e la furia delle onde senza problemi. Dalla plancia di comando vedeva grandi spruzzi d'acqua contro la prua, mentre una nuvola di schiuma inondava il ponte deserto. Le navi ora giacevano silenziose nei porti dall'inizio dell'inverno, il più duro in assoluto, il mondo era stato preavvisato con largo anticipo dagli scienziati e nonostante le precauzioni, non c'è stato nulla da fare, l'impero dell'energia elettrica era crollato come un castello di carte su se stesso, un gigante dai piedi di balsa.
Maya aveva passato un inverno di speranze e sospiri insieme a sua madre Sabrina, oltre alla vita difficile, oltre a dover pensare quotidianamente a cose che ormai davano per scontato, c'era la morbosa speranza del ritorno di un marito ed un padre, chissà dov'era. L'ultima volta che lo sentirono telefonicamente fu verso la fine d'ottobre <<Siamo arrivati ad Arcangelo, in Siberia. Sentissi che freddo!>> e poi più nulla, improvvisamente il silenzio alla cornetta e via la luce nella stanza, spenta la televisione, computer, radio e forno a microonde. La luce dalla strada svanì come inghiottita da un manto di notte, Maya lo ricordava bene, il 25 ottobre alle 19.43 tutto si spense, come si spegne una giostra, tutto. Al solo pensiero di quei momenti, un brivido le fece venire la pelle d'oca, suo padre aveva scritto una lettera a tutta la famiglia "Sono vivo", due parole ed otto lettere, un modo inusuale per iniziare una lettera. Sabrina e sua figlia piansero abbracciandosi, quando ricevettero dalla carovana di speziali quella lettera, la gente aveva ancora il buon cuore di curare gli affetti del prossimo, nonostante tante avversità, quel foglio di carta era giunto a loro da Holwerd in Olanda "C'è voluto un po' per capire che non era un guasto alla nave e che non era un black-out momentaneo al porto della città, la nave è stata abbandonata in rada ad'Arcangelo e dopo pochi giorni è stata imprigionata dal ghiaccio, noi siamo giunti a terra in scialuppe a remi e da lì insieme, uniti abbiamo cercato riparo…" Le mani di Maya stringevano ancora quel foglio e rileggeva le frasi dure e quasi impossibili "il comandante è morto dopo pochi giorni, sono finite le sue medicine per il cuore" oppure "ci siamo rintanati in un magazzino, fa freddo, abbiamo bruciato quello che poteva ardere, ogni notte girano i lupi per la città, si sentono degli spari." Alla fine erano riusciti ad uscire dall'inferno di ghiaccio, attraversando la costa del baltico a piedi, come nomadi in marcia nella gran migrazione della loro vita, fino ai paesi bassi. Lorenzo era ancora lì, lavorava spalando carbone e spaccando legna per poter acquistare un cavallo, che valeva più di un'auto di lusso, sarebbe ritornato a casa, prima della fine dell'estate sarebbe ritornato dalla sua famiglia.
Maya sospirò e istintivamente la penna prese a muoversi sul foglio bianco.
Caro papà,
in quest'inverno buio appena passato, la tua lettera è il primo raggio di sole di questi giorni, qui abbiamo passato questi mesi duri tutti insieme, tutti uniti a casa nostra. Nonno Edoardo ci ha lasciato quattro giorni fa, era molto malato, aveva preso la polmonite dopo un forte acquazzone, era rimasto nei campi per finire l'aratura, il nonno s'è spento tra noi, l'abbiamo seguito fino ala fine, con amore .Nonna Amelia e mamma stanno bene, degli zii, cugini, amici, non abbiamo più notizie, nessuno viaggia senza uno scopo, le giornate sono abbastanza fredde per viaggiare giorni e giorni attraverso l'Appennino. Papà mio, ho le lacrime agl'occhi scrivendo, devo fermarmi spesso per sospirare e nascondere il viso tra le mani, non accetto ancora questa realtà assurda. Una tempesta solare, non sapevamo neanche com'era fatta una tempesta solare, e poi un pomeriggio di fine ottobre vedemmo i colori più belli del cielo, pareva che una grande tenda da salotto colorata sventolasse sopra di noi e poi il buio. Nessuno nel mondo immaginava che il fenomeno avesse spento totalmente tutta l'elettricità del mondo, dopo pochi minuti dall'apparizione dell'aurora, nella centrale elettrica in fondo alla valle, s'accesero delle scintille e lampi di luce blu .Udimmo così esplosioni e boati e l'aria si riempì di un odore acre di plastica bruciata. Chiunque avesse un trasformatore attaccato alla rete elettrica, andò in frantumi e venne così improvvisamente buio. Ero in strada quando è successo, insieme a Gianna e Miriam nel parco, guardavamo il cielo a bocca aperta e le persone si fermavano guardando il cielo anch'essi stupefatti, e rimasero ancora più stupefatti quando si guardarono attorno vedendo le auto ferme, immobili e l'improvviso silenzio, si udiva il vento tra le fronde dei platani accompagnato da un brusio crescente e da qualche urlo. Papà ti giuro, è stato come un istinto improvviso, l'ultimo raggio di sole stava per tramontare e il viale Marconi, sempre trafficato, si riempì di persone, tutti scesero dalle auto e parlavano tra di loro, nel brusio s'udiva la parola "sole", "eruzione solare", "tempesta magnetica". Come dei burattini ci siamo diretti tutti verso le nostre case, in preda al panico, come se l'aurora del cielo potesse avvilupparci nei suoi colori, tutti avevano un improvvisa paura di morire, io Miriam e Gianna ci tenemmo per mano silenziose e ci avviammo a casa insieme alla folla, cresceva come un fiume, dalle traverse uscivano persone sbigottite e turbate, il viale divenne un fiume di gente. Ho accompagnato le mie amiche a casa e poi ho fatto una corsa da mamma, mi aspettava sull'uscio della porta preoccupata e mi abbracciò forte quando entrai dentro. I primi giorni sono stati i più difficili, poi rileggo la tua lettera e capisco che a confronto dei nostri problemi i tuoi sono stati di gran lunga peggiori. Il nonno ha tirato giù dalla soffitta quei vecchi pacchi di candele e da una cassa di legno prese anche dei grossi ceri che gli aveva dato il sagrestano, se non erano per le candele, potevamo stare perennemente al buio. In casa non funzionava praticamente nulla, mamma buttò i piccoli trasformatori bruciati, e l'acqua usciva dal rubinetto sempre più poca, allora ci siamo affrettati a riempire tutto quello che la poteva contenere, dopo un ora l'acqua non uscì più, per tutto l'inverno. Sembrava che ci fosse il coprifuoco, la mattina la gente scemava senza meta per le strade, alla ricerca di cibo, vestiti, legna e acqua. Sono morte tante persone i primi giorni, nessuno costruiva più le bare, le segherie erano ferme e immobili, abbiamo avuto tanto dolore qui in paese, anche l'ospedale rimase deserto una settimana. I dottori trovavano difficoltà nel curare le persone senza le apparecchiature elettriche, laboratori d'analisi fermi, TAC, risonanza magnetica, radiografie, elettrocardiografi, defibrillatori, tutto fermo le scorte di farmaci finirono in fretta. Ci volle un po di tempo, l'unica intelligenza non è quella artificiale, ma la nostra, e grazie all'ingegno la medicina ritorno ad arrancare verso un'accettabile stato di salite. Mal di denti, coliche, il cuore affaticato della nonna, le malattie venivano curate con una buona riserva di fortuna. Le persone sapevano, anche io sapevo come funzionavano le cose, le avevo studiate, tutti le avevamo studiate, ma nessuno sapeva ricrearle. Così ci fu l'assalto ai negozi, andammo anche io e mamma ad arraffare quello che si poteva mangiare, tante persone si avventarono sui cibi freschi, all'inizio in pochi presero cibi in scatola e liofilizzati. Io e la mamma abbiamo portato via di tutto, ho avuto vergogna in quanto ci siamo trasformati in bestie fameliche in poche ore, guardavo le persone e molte le conoscevo, tutti affannati e decisi a rubare più dell'altro, senza guardarsi in volto. Papà qui c'è stato un periodo di vero terrore, chi possedeva un'arma dettava legge su poche rumasuglie di viveri. All'inizio di novembre è arrivata la neve, tantissima neve, le notizie che giungevano fuori città dicevano che tutto il continente era sepolto sotto pioggia e neve. Il torrente qui è straripato tre volte, le case nella zona degl'argini sono state abbandonate per sempre, le persone giravano e ancora girano per strada fino al tramonto, poi c'è il silenzio assoluto, a volte sento dei lamenti, qualcuno che sta male di notte, oppure dei pianti e delle urla lontane. Queste cose sono andate avanti per tutto l'inverno, i primi a morire dal freddo sono stati gli anziani, stipati in appartamenti dal riscaldamento elettrico. Chi aveva delle bombole di gas era un signore, riusciva a cucinare e riscaldarsi, anche se qualcuno rimaneva ucciso dalle esalazioni. Nonno e nonna sono stati una vera benedizione per me e mamma, in breve riuscirono a riparare la vecchia stufa di ghisa, quella stipata in garage dietro la lavatrice, abbiamo impiegato un'intera giornata a portarla su. Ha fatto bene mamma a non fartela buttare, ora qui non buttiamo nulla, non si spreca proprio niente, mangiamo tutto quello che si può mangiare anche se ha un saporaccio.Il nonno era ritornato in campagna, s'alzava prima dell'alba e insieme con altri uomini e donne si dirigevano alle campagne nelle fattorie. Ti ricordi quel ragazzo che venne a casa nostra?Il mio amico di classe Matteo?Tutti lo prendevano in giro a scuola, perché la sua famiglia era ignorante e campagnola, un giorno mentre nevicava, io e il nonno eravamo andati alla sua fattoria per elemosinare qualcosa in cambio di manovalanza. Vivevano come se non fosse accaduto nulla, a parte il buio in casa però, c'era il tepore del camino con grossi ciocchi di legno e qualcosa bolliva sul fuoco. La famiglia di Matteo dopo un mese prese fiducia nel nonno e poi a scuola ero stata l'unica a non prenderlo in giro, siamo vivi grazie a loro papà, nonostante il vento gelido e la neve alta, loro continuavano a crescere gli animali da cortile, e a lavorare nelle loro serre al tepore. Tutti gli altri li faceva lavorare e in ogni caso li ricompensava bene, sempre in natura. Qui scambiamo tutto, tutto quello che possa servire, le automobili sono state sventrate da lamiere e sedili caldi, i centri commerciali sono diventati rifugi per animali, grossi spettri troneggianti nelle campagne, circondate da autostrade che ormai, restano spesso deserte. Sembra strano dirlo, ma tutti vanno in chiesa, è un piacere sentire le campane che sono state mute per giorni interi, suonavano tutte con un motore elettrico, don Luigi accoglieva ogni giorno affamati e disperati, faceva quel che poteva per tenerli buoni. Il vescovo non si vide più qui da noi e non venne nessun altro prete o monaco. Buona parte delle chiese sono state chiuse i loro curanti sono spariti, molte sono state depredate dalle statue per poterle bruciare nei camini. Solo ora capisco l'importanza della terra coltivata, dei boschi, dei fiumi, delle giornate di sole e pioggia, non possiamo vivere senza il nostro suolo, la nostra aria. Da quando s'è spento il computer ho ripreso a leggere tutti i vecchi libri in soffitta, ho scoperto che leggere è una delle cose più belle che possa fare una persona per sognare ad occhi aperti. Ci siamo abituati al silenzio, dolce, sacro e piacevole, la signora Marisa che soffriva d'insonnia e attacchi di panico ora dorme beatamente, senza più il traffico sotto casa. A dicembre c'è stato un grande fermento, il sindaco e le persone più importanti del paese sono scesi nelle piazze per indire una grande assemblea cittadina. Non siamo mai state bestie e la barbarie doveva cessare, ci voleva un ordine e lavorare insieme. Tutti lavoravano per la comunità, ogni comune aveva la sua comunità, chi se la sentiva di arare i campi o spaccare la legna nel bosco faceva quel lavoro, buona parte delle donne presero a filare, cucire e tessere. I negozi derubati furono risistemati e riadattati come delle vecchie mercerie dell'ottocento. La saggezza giungeva dagli anziani e dai libri nelle biblioteche, i soldi ci sono serviti per il fuoco, i banchieri e i politici ora si rendono utili alla comunità. Non so che fine hanno fatto le star della televisione e tanti personaggi che vivevano da nababbi, non m'interessa. So solo che il sole brilla e quando lo fa per un bel po' di giorni è una gran festa, infatti le sagre di paese, un tempo denigrate o trasformate in discoteche di piazza, sono vere toccasana per il cuore delle persone. In paese abbiamo scavato molti pozzi pubblici e anche tanti servizi igienici da usare sempre in comune, questa è l'unica cosa che non sopporto. Non so lì cosa è successo alla struttura nazionale, se esiste più una nazione, ma qui non sentiamo più parlare di politica da un po' di tempo, l'inverno è stato duro papà mio, davvero intenso, spesso ho pensato di morire di stenti insieme con tutti, anche le fattorie si sono trovate in difficoltà, verso la metà di gennaio c'è stato quasi il tracollo della nostra comunità. Nessuno era preparato ad un simile evento, abbiamo dato tutto per scontato, come se l'acqua uscisse dal rubinetto magicamente, e che un interruttore accendesse obbligatoriamente una lampadina, un forno, una televisione, un asciugacapelli. Il frigorifero l'abbiamo usato come credenza, i cellulari se ne stanno zitti in un cassetto, insieme a macchine fotografiche, lettori musicali, orologi digitali, torce elettriche e lampade a led, tutto inutile. Abbiamo provato a costruire dei semplici circuiti elettrici, non funziona nulla, è come se la fisica dell'elettricità non fosse mai riuscita, non funzionano neanche i vecchi accumulatori dei musei di fisica, nulla, non c'è fenomeno elettrico che avvenga, tranne che per i fulmini. Ho scoperto una cosa papà, che sono felice, anche la mamma che ora è in viaggio con la carovana della lana, anche il nonno prima di morire era felice, aveva visto tante famiglie sparse per migliaia di chilometri ed ora sono riunite. Ogni figlio è tornato a casa, in ognuna di essa ci sono tante persone, siamo ritornati a parlare, a guardarci in faccia, ad usare carta e penna, andiamo in bicicletta e a cavallo, sì, i cavalli sono tornati a moltiplicarsi per nostro volere. Dicono che in chiesa le persone pregano dio col cuore, le liturgie si sono abbreviate in parole di conforto, tutto ciò che facevo quotidianamente appartiene ad un sogno, lentamente abbiamo scoperto come ci venivano naturali cose impensabili in passato e come appaiono ridicole alcune fissazioni quotidiane. La mamma si lamentava dei soldi, "che fine avranno fatto i nostri risparmi in banca?" Tutti scomparsi, come i bit di molti computer, infatti quando assaltarono la banca del paese, nella sua cassaforte c'erano appena che poche migliaia di euro, il resto del patrimonio di tutti noi era svanito. Qui è ricco chi produce e lavora per la comunità, tutti partecipano in qualche modo, ho creduto fin dall'inizio che ci saremmo ammazzati in breve, invece siamo scesi nelle strade e ci siamo abbracciati aiutandoci a vicenda, all'inizio è stato tutto difficile, fino alla fine di gennaio le persone si ammalavano e morivano facilmente, almeno l'abbondanza di neve ci ha permesso di avere acqua e le carni degli animali potevano essere conservate nel freddo, il natale è stato magico. La nonna e la mamma mi hanno regalato due libri usati e una sciarpa calda, fatta da mastro Nanni, ti ricordi di lui? Aveva chiuso la bottega per fallimento e lasciato lì il vecchio telaio, a nessuno più interessava un vecchio tessitore avvizzito dietro una macchina arcaica, ora ha tre allievi che imparano il mestiere. Credevo che la scuola fosse finita finalmente, invece dopo un po' di caos le lezioni sono riprese, per insegnare non importa tanta tecnologia, gessetto e lavagna, i libri passano di classe in classe. Non so cosa accadrà a chi voglia pubblicare e scrivere cose nuove, o la stampa come funzionerà, per ora legna e carbone, ma qualcuno sta usando i pannelli solari per sfruttare il vapore dell'acqua.
Manchi molto a mamma, veramente tanto, manchi a tutti noi, mancano i pomeriggi insieme, posso solo rivederti nelle fotografie fatte in posti ormai irraggiungibili, più passano i mesi e più ti sento lontano, ma adesso nel cuore ho la certezza della tua presenza, sempre accanto annoi, anche in questi giorni silenziosi. Ogni giorno faccio le cose con serenità e dedizione, quelle poche cose che possiamo fare le facciamo bene, con calma e silenzio. Non c'è più bisogno di controllare e-mail, delle previsioni del tempo, del telegiornale, dei film, dell'estratto conto, della benzina all'automobile e delle tasse, l'unica tassa che le comunità chiedono e la collaborazione per il bene e la sopravvivenza di tutti. Anche se sei lì lontano e aspetti che la prossima carovana parta per raggiungerci, anche se sono morti in tanti ed anche il nonno se n'è andato, anche se la nonna è malata, io sono felice. Sono felice che tutto stia ricominciando daccapo, coloro che erano cattivi hanno dovuto fare i conti con l'approviggionamento e questo avviene solo con la collaborazione. So che tra i valichi di montagna, nei boschi e nei luoghi isolati si annidano bande di ladri, ma stanno scomparendo lentamente, perché la merce di scambio non è la ricchezza delle pietre preziose o dell'oro, ma del lavoro stesso. L'ordine è mantenuto da cittadini volontari e la legge è semplice, appunto perché semplici sono diventate le persone. Di quello che una volta era il mondo articolato e complesso, difficile e disumanizzato, ci resta solo la complessità d'idee di tutti noi. Siamo ritornati al settecento, ma abbiamo la crescita della coscienza diversa da quell'epoca, spero che tu venga presto qui papà mio, abbiamo tutti voglia di ricominciare, ti aspettiamo a braccia aperte. Ogni viaggiatore porta la sua esperienza di silenzio dei viaggi, io non vedo l'ora di ascoltare i tuoi nel silenzio della mia camera. Non ha più senso, veramente tutto quello che facevamo è diventato inutile, l'unica cosa utile e bella è quella di essere uniti, insieme come una vera famiglia e correre d'estate sulle spiagge silenziose. Ti amo papà, tanti padri stanno tornando dopo viaggi estenuanti, aspetterò il tuo ritorno qui sull'uscio di casa, in questo mondo silenzioso accarezzato dal vento e dal sole.
Un bacio e un abbraccio da tutti noi,
Maya
Lorenzo asciugava le lacrime copiose e sorrideva alle parole di sua figlia, le giornate si stavano allungando e la bruma tardava a coprire i sentieri della foresta nera. Alla fine del mese di aprile molti uomini, chi a piedi, in bicicletta o a cavallo, presero la lunga strada verso il sud Europa. Anche Lorenzo era diretto a sud insieme alla fiumara di gente, aveva patito freddo e fame, guerriglie urbane e poi un improvvisa rinascita, come se i cuori di tutti gli uomini all'unisono avessero preso a battere in coro, tutti insieme, la natura è più furba di quanto l'uomo crede. Qualcuno lo chiama destino, o Dio, Lorenzo non è mai stato un grande frequentatore di chiese, eppure scorgeva in quell'evento planetario una trama silenziosa e invisibile, appunto il destino o Dio. In quell'inverno ormai passato, il pianeta venne investito da una grande ondata di radiazioni magnetiche, esse penetrarono la magnetosfera e distrussero tutti gli apparecchi elettrici e derivati da essi, il mondo in pochi istanti tornò ad alcuni secoli addietro. Nessun proclama od emergenza nazionale, tutto fermo in un solo istante, nessuno sapeva quando sarebbe durata l'interferenza, ma tutti sapevano che quando l'elettricità sarebbe tornata, avrebbe trovato un umanità cambiata, forse con una coscienza più attenta a se stessa. La lettera di Maya era una delle tantissime lettere che circolavano nel mondo e attraversavano i mari, mai le emozioni furono così intense e vere, tutti i pensieri archiviati in terminali elettronici scomparvero, un foglio di carta proveniente da lontano, che odorava di casa, era il miglior ricordo che un uomo potesse avere nella sua esistenza.
Figlia della luna
<<Una sola condizione figlia mia, in cambio voglio che il tuo primo figlio
venga a stare con me.>> Sereide in ginocchio sollevò il viso che guardava
il freddo pavimento marmoreo <<Ma…mia signora io….>> L'anziana
sacerdotessa dall'identità ignota la guardò con maestosa dignità e ferma
risolutezza <<Puoi sempre tornare nella cupa disgrazia della tua vita
insozzata di calunnie e bassezze.>> Allora Sereide guardandola con gli
occhi pieni di lacrime, annuì in silenzio, ripensando al turbine degli
eventi infausti accaduti nella sua vita. Il tempio della luna sorgeva
sulla collina di Naghar tra le impervie montagne della Macedonia del terzo
secolo avanti cristo, splendido e ammirevole il bellissimo calcare,
porfido, piperno e marmo venato adornavano l'ampia terrazza di cinquecento
colonne e al centro del quadrilatero c'era un cerchio d'oro enorme dove la
sacerdotessa della luna, in eremo silenzio, riceveva i suoi fedeli
singolarmente per elargire aiuti dalle avversità terrene. Proprio in quel
plenilunio di una notte di giugno, Sereide, la casta figlia del principe
Atuasio, reggente delle frontiere greco-macedoni, era accorsa per chiedere
del suo destino e del più grande incantesimo elargito al contatto divino.
L'amore, eccolo il sentimento che discerne dal comune raziocino e da ogni
meticoloso intento di bloccare od arginare almeno, l'impulso quasi
animalesco di versarsi nel cuore del proprio amato. La sacerdotessa della
luna lo sapeva bene, quanti uomini in pena aveva visto in ginocchio
davanti a lei, in lacrime, feriti a morte e ansimanti "Vi prego, fate che
lei o lui mi ami per sempre", ecco la richiesta gravosa di responsabilità,
non per la sacerdotessa, ma per il singolo mortale, perché la Candida
chiedeva sempre qualcosa in cambio, il tributo in oro massiccio, forgiato
in una piastra circolare in cui era inciso il volto della donna, dell'uomo
o dell'azione da compiere. I capi di stato e gli uomini di guerra andavano
da Apollo e inneggiavano nelle strade il possente Eracle per il propizio
esito della battaglia e lei, la Luna se ne stava lì solitaria, fragile e
quasi evanescente tra i drappi bianchi accarezzati dal vento della prima
sera, proveniente dalle coste dell'Esperia.
Sereide scese dalla collina prendendo il sentiero buio, era possibile
ammirare la grande luna piena e il circondario stellato sulla valle
silenziosa. I campi di grano maturi splendevano tenuamente sotto la luce
sottile di luna e lei, accarezzava il suo grembo, immaginando che il primo
figlio doveva diventare un servitore della luna. <<Quando sei colpito da
una freccia>> le diceva il padre Mendocle <<non sai se fa più male il
dolore lancinante che dura un batter d'occhio, oppure la carne calda che
deve subire il freddo del metallo che entra violento. Potrebbe essere una
sola sensazione invece no, perché c'è sempre un dolore nascosto, uno
sottile e silenzioso che fa male per molto tempo e tu devi scegliere
immediatamente quale dei due mali devi eliminare.>> Sereide capiva sempre
quando suo padre affettuosamente le parlava, seduta su una sua gamba da
bambina le spiegava il mondo, il perché delle guerre e del'ira degli dei.
Marce nei deserti e imponenti eserciti si sono scontrati sulle terre
greche e anche i macedoni hanno fatto la loro parte nella difesa del mondo
libero, della nascente e fragile legge democratica. Ora lei, adulta e
bellissima aveva mancato fedeltà al giuramento fatto a suo padre e alla
sua gente, il giuramento di difendere con cuore anima e sangue i confini
contro un solo invasore l'invasore persiano.
Erano barbari per gli illirici, sgraziati conquistatori assetati di acqua,
sangue, terre e ricchezze, credevano nell'esistenza e nel potere assoluto
di un unico dio incarnato nella figura del re. Persiani, orrendi e
puzzolenti, vestivano con pelli di serpente e mantelli di vacca, prima del
fendente della spada si veniva colpiti dal puzzo pestilenziale, dai
pidocchi e dalle malattie che essi trasportavano. No, non era così, lei
aveva visto, era stata lontana, lungo le coste dell'Anatolia e aveva visto
il fiore candido della civiltà persiana, silenziosa, immensa e serena,
proprio come gli occhi del principe Argor, figlio di Mircador, generale
dell'elite militare degli immortali.
L'amore, lo stesso che trafigge e insanguina il pavimento del tempio della
luna, che versa lacrime amare di disperazione e capelli strappati dalle
teste delle vedove che piangono in convulsi movimenti del corpo, lo stesso
amore crudele dilaniante, ha cucito in silenzio una trama fitta e
complessa del segreto sogno di matrimonio tra Sereide e Argor. Non sarebbe
bastato scudo e lancia per difenderli dall'ira invincibile dei rispettivi
popoli, se avessero scoperto una cosa del genere, ovviamente in nessun
posto del mondo sarebbero stati al sicuro dai segugi persiani e dalle
infallibili spie dei greci, che bisbigliavano ovunque, in silenzio
nell'ombra di luoghi anonimi, li avrebbero scoperti. Ma il loro, sì che
era amore, forse il più stupido di tutti, il più irrazionale dei
comportamenti di innamorati, ma, il loro era una comunione umana, oltre il
confine della sconosciuta barbarie di altri popoli, solo un silenzioso
amore.
La vecchia sacerdotessa della luna, sorrise guardando la ragazza scendere
dal colle del tempio recandosi speranzosa in riva al lago, di quest'amore
non vi è traccia in canti e leggende, forzato dalle potenze celesti una
vicenda umana non può far altro che soccombere ed anche questa vicenda
umana sarebbe crollata inesorabilmente. Il principe Argor aveva notato
Sereide cavalcare un pomeriggio tardo su dei bassi crinali erbosi, sulle
isola di Crima, una delle piccole calcaree bianche che cingono l'Anatolia.
Indossava vesti bianche e turchesi, la sua pelle ambrata metteva in
risalto sulle forme bianche la parte delicata del corpo scoperto, Sereide
cavalcava quando s'accorse di essere osservata da un giovane uomo bardato
con pelli e corazza pettorale, appoggiato ad una lunga lancia con una
piuma rossa al vento. Il muto sguardo, non c'è raziocinio che possa
reggere allo sguardo fulmineo di un uomo e una donna, il tempo e lo spazio
deflettono le loro leggi a quello degli occhi, a un miglio di distanza, o
in un quadro dipinto da secoli, gli occhi si cercano incontrandosi nella
comunione dei ricordi. Argor e Sereide scrutavano ognuno nei corpi
dell'altro alla ricerca dell'anima. Fermato il cavallo, solo il ronzio di
insetti nell'erba alta bisbigliava incomprensibili messaggi e il sole
dietro Argor ne raccoglieva la sua figura nel rosso acceso di un tramonto
senza pari. Volle il caso che qualcosa disturbò il cavallo marezzato di
Sereide, lanciandolo inaspettatamente ad una galoppata sferzante per la
giovane ragazza, la furia sembrava non placarsi e Argor scattò
immediatamente intuendo il pericolo, lanciandosi a galoppo col suo cavallo
dietro Sereide. La raggiunse per un soffio, afferrando le redini del
marezzato e bloccandolo a poca distanza da una ripida scarpata che
terminava con denti aguzzi di roccia vulcanica. Sereide inebriò il suo
respiro con l'odore forte delle pelli e della corazza di Argor e fu
proprio in quel momento che ne accolse in se i lineamenti netti e delicati
del viso color fumo, tra una capigliatura nero corvino e liscia, non aveva
nulla a che fare con i riccioluti e barbuti persiani. Argor era un figlio
del vento, che si distingueva in battaglia per la personale e singolare
espressione di se stesso. E tantomeno il persiano non poté fare a meno di
notare la carezza leggera del mantello turchese sul suo braccio nudo, oli
profumi e strane fragranze piacevoli avvolgevano Sereide <<Dovresti fare
attenzione al tuo cavallo, a quanto pare è stanco di cavalcare.>> Argor
sorrise strizzando un occhio accecato dal tramonto abbagliate, trattenendo
con mano ferma il cavallo di Sereide <<Sulle mie terre i cavalli sono
liberi di andare dove vogliono e di portare chi vogliono, non ho mai avuto
timore del temperamento di Itios.>> accarezzava il cavallo senza guardare
Argor negli occhi, ma in cuor suo sentiva la sensazione della quiete e
della serenità interrotta a tratti dall'ebrezza veloce del più recondito
istinto passionale.
<<Beh se queste allora sono le tue terre, io sono un invasore, a
considerare dalle tue vesti ioniche, sei greca, anzi credo te tu sia
macedone da come parli.>>
<<Le mie terre, hai detto la cosa giusta ed è vero anche che sono
macedone, tu invece sei il mio salvatore e d'altronde nemico persiano.>>
<<Argor, per te sono solo Argor, sì principe persiano, ma non voglio
esserti nemico.>>
<<Voglio fidarmi della tua parola principe Argor e del resto hai il dovere
di accompagnare la principessa Sereide al porto dell'isola, visto che
appresta ad imbrunire.>>
Risero insieme e si avviarono costeggiando la scogliera di ponente,
lontano all'orizzonte c'erano le coste greche, il sole le illuminava da
dietro con i suoi ultimi raggi, il villaggio dei pescatori costellato di
piccole e bianche casette, iniziava ad accendere i fuochi serali e le
lucerne, tre navi greche erano ancorate in porto e la brezza morente del
maestrale disegnava chiazze crespe sulla superficie liscia del mare.
Sereie e Argor parlarono ben poco, non c'era il confine, la diversità, la
lingua, la cultura, gli antenati a dividerli, solo un ultimo sole che li
illuminava, esponendoli ad occhi indiscreti.
Accadde che le questioni politiche non sempre sposano la ragione dei
sentimenti, la bella isola di Crima venne attaccata dall'esercito persiano
e la piccola cittadina colonica rasa al suolo, rappresaglia giustificata
dal fatto che i greci attaccarono un villaggio in riva all'estuario del
fiume Arcadios, roccaforte dello sconfinato impero persiano. Dopo cruente
battaglie, toccate e fuga tra manipoli di uomini ed eroi solitari, Argor
scomparve dalle linee dei soldati. Omicidi, stupri, rapine e torture, la
sua giornata iniziava col sangue e finiva col sangue, ma la notte al
calare delle palpebre, Sereide, bellissima, seduta in un campo di grano
tra veli cremisi accarezzati dal vento. Non ci volle molto per convincere
Argor a partire nel cuore della notte, trafelato, senza armatura vestito
alla meglio come un pastore, con se portò la sua formidabile spada, un
pugnale e delle provviste. Non volle sapere nulla di suo padre ubriaco e
folle, della sua gente, del suo impero, voleva invece conoscere a fondo
l'amore. Lo stesso che lo ha folgorato quel giorno sul crinale erboso di
Crima, e gli occhi di lei profondi e limpidi, no, non sanno le malefatte
di una guerra lontana in nome di un bene supremo intangibile, che qualcuno
chiama volontà di Dio. Conservava un pezzo di stoffa lilla avvolto intorno
ad una ciocca di capelli castani, legati da un nastrino bianco
intrecciato, unico ricordo di Sereide.
<<Mi dispiace Sereide, ma…non posso disonorare gli dei, il popolo e mio
padre. Da persiano odio quello che voi greci avete fatto, ma…come tuo
servitore del cuore mi rammarica doverti lasciare e lasciare questo posto
magnifico tra le alture di casa tua.>>
<<Tieni, ricordati Argor che io sarò qui ad aspettarti, e questa ciocca di
capelli ti farà capire che io ci sono sempre, sono vera e viva e ti
aspetto, capisci Argor? Io ti aspetterò.>> Cinque anni, cinque lunghi anni
lontano da queste ultime parole di Sereide, lui la immaginava seduta sul
muretto tra le due colonne rovinate da malva selvatica, sulla sommità di
una piccola collina a un centinaio di passi da casa sua, la immagina
guardare lontano oltre la leggera bruma del mattino all'orizzonte, tra le
pianure che terminavano sotto le alture del monte Olimpo. Una sola
settimana di viaggio e sarebbe ritornato per sempre da lei, da disertore,
da vigliacco ma innamorato, devoto e affrancato della pienezza delle
parole di Sereide.
Il voto alla luna
<<Oh luna, fa che il mio Argor ritorni indenne da me, tu che guardi con
occhio lucente nella notte e squarci le tenebre del cuore degli uomini. Tu
luna, portami lontano con i tuoi occhi, mostrami Argor, è l'amore che ci
lega.>> Così dicendo la sacerdotessa della luna, avvolta perennemente nel
suo delicato velo di lino bianco e dal volto coperto, agitò le acque della
vasca circolare al centro del tempio, proprio l'acqua in cui Sereide aveva
parlato invocando l'aiuto della luna. Quando le acque si calmarono apparve
l'immagine di Fiamme e persone in preda al terrore, soldati, cavalli e
spade. Il suo Argor guidava uomini all'attacco, trucidando file di soldati
greci. Sereide si coprì il volto piangendo, la sacerdotessa immobile
sentenziò <<L'amore è la causa della sofferenza di tanti esseri umani e tu
ragazza mia sei già caduta in disgrazia dalla morte di tuo padre in
battaglia, trucidato dallo stesso uomo che ami e la tua gente implora la
pietà degli dei, mentre un mostruoso ed oscuro imperatore avanza a grandi
balzi verso di noi.>> Infatti la sventura era piombata nella vita di
Sereide, scoperta la clandestina relazione con un principe persiano suo
padre la allontanò dalla vita di corte, confinandola al tempio della luna,
in affidamento alle vergini. Raramente vedeva la sacerdotessa, ma quando
ne parlava con le altre ragazze, queste la descrivevano diversamente da
lei <<Ma no Sereide, come fa ad essere una donna giovane, è gobba e le sue
vesti sono quasi consunte dal tempo, credo che non abbia poi tanti abiti a
disposizione.>> Lei non capiva, chi era allora che la notte la istruiva
sul cielo e le mostrava il suo uomo? Non aveva comunque importanza, lei
voleva solo Argor e scappare via da una terra ormai avversa, lontano dalla
guerra e dall'orrore degli uomini.
Come l'ultima immagine apparse nell'acqua, così apparve Argor un giorno
nel villaggio di Gamiante, aveva raccolto le informazioni e la storia
sulla sventura della principessa Sereide e la morte di suo padre, lui lo
aveva ucciso nel furore della battaglia, senza prestare attenzione agli
occhi di quell'uomo in pensiero per sua figlia e speranzoso di un ritorno
a casa. Doveva dire tutto a Sereide e dopo la passione commossa del
ritorno e del ricongiungimento, Argor raccontò della guerra e della morte
di suo padre <<Lo so Argor, so tutto, ho visto con gli occhi della luna,
non è stata colpa tua, amo mio padre come amo la mia terra, ma quello che
fa di me un essere umano non è il pensiero che occupa la testa di altre
persone. Io credo in noi, nel nostro futuro e nella nostra vita.>>
Commosso dalle parole sagge e amorevoli di Sereide, Argor l'abbraccio
piangendo e sotto le stelle consacrarono il loro amore avvolti nelle
lenzuola della notte.
La vita breve della felicità fa capire agli esseri umani di quanto sia
ancor più breve e mortale la stessa esistenza. Sereide venne promessa in
sposa da un suo parente e rettore, ad un giovane principe di Sparta, un
temerario condottiero di battaglia, ricoperto di cicatrici sul corpo, ma
non certamente indegno dell'autorevole maestosità di portamento.
L'autoritario Artikos esigeva da Sereide la totale sottomissione di donna,
in quanto futura sposa. <<Mi ucciderà Argor, non capisci e ucciderà anche
te! Io lo so tenere a bada, ma non voglio che ti faccia del male, ti
raggiungerebbe in capo al mondo.>>
Argor strinse i pugni, non riusciva a capire, la rabbia e il tradimento lo
trafissero più del metallo pungente di mille lance <<Tu avevi promesso di
essermi a fianco, di passare tutta la vita insieme e invece, sei stata
promessa in sposa e tu, non hai detto nulla per impedire che ciò
accadesse. Scappiamo ora Sereide…ora via lontano, nel cuore del'Europa.>>
Ormai farneticava, mischiava repentinamente, il disprezzo alla voglia di
evadere per sempre con Sereide, follia pura. Sereide convenne a nozze due
giorni dopo, lei era morta, affranta dal dolore e dal dilaniato amore, dal
fendente inferto da Artikos al suo cuore e dalle percosse all'anima con le
parole di Argor. Fuggì di notte, mentre suo marito dormiva profondamente,
prese un cavallo di soppiatto e cavalcò veloce verso la collina del
tempio, seminava lacrime al vento durante il tragitto, avrebbe pregato la
dea Luna, perché tutto fosse stato messo a posto, voleva divenire
invisibile e apparire ad Argor nei suoi sogni e stringerlo forte a se, sì
avrebbe chiesto che il suo unico amore fosse tornato da lei.
<<Oh madre abbracciami ti prego! Stringi forte che ho tanto freddo madre
mia!>> Sereide abbraccio forte il bacino poggiando il viso sul ventre
della sacerdotessa della luna piangendo a dirotto <<Voglio morire, ho
tradito Argor con quell'uomo, ho ceduto alla tentazione di una vita sicura
e protetta, ho avuto paura di una vita da fuggiasca con l'uomo che amo, e
non posso avere figli madre mia.>> La donna le accarezzo il capo <<Cosa
chiedi piccola Sereide?>>
<<Voglio che Argor si leghi di nuovo a me, voglio avere dei figli da lui,
voglio solo lui.>>
Dall'amore, all'odio, dall'odio alla follia e poi la superbia, ecco la
superba richiesta umana "a tutti i costi fa che torni da me" quante volte
la luna aveva concesso la grazia con prevedibili conseguenze umane,
omicidio, violenza, gelosia erano tutte sfumature dello stesso colore
della passione. Infondo come dire di no ad un essere umano, nella pietà
del momento di massima devozione al cielo, divengono così devoti ed
austeri, proiettati totalmente nel centro del pensiero spirituale che li
congiunge con i loro creatori. <<Una sola condizione figlia mia, in cambio
voglio che il tuo primo figlio venga a stare con me.>> Sereide alzò
incredula lo sguardo e guadò il velo coprente il viso della sacerdotessa,
cercava di scorgere lo sguardo voleva vedere il volto di quella donna che
cinicamente stava chiedendo il tributo più alto, donare un figlio e
rinchiuderlo alla clausura di un tempio. Non avrebbe avuto neanche il
tempo di allattarlo e crescerlo quanto basta, perché questo sarebbe stato
prelevato dalle vergini del tempio. Sereide chinò lo sguardo e guardò a
terra, sospirò e mise il cuore in pace. Scesa dal tempio montò in sella al
suo cavallo e galoppò nella notte mentre la luna maestosa s'ergeva dalle
montagne lontane, travolgendo immediatamente le pianure sottostanti con la
sua luce argentea. Guardava lontano davanti a se e giunse ad un piccolo
specchio d'acqua, dove usava rifugiarsi da bambina quando scappava di
casa, si sedette sul prato e guardava le foglie leggermente adagiate
sull'acqua, pensava alle criptiche parole della sacerdotessa e alla
richiesta meschina. Oro terre, ricchezze qualsiasi cosa, lei avrebbe fatto
di tutto per ricoprirla di bene e invece le ha chiesto il bene più
prezioso. Sentì dei passi sull'erba e si voltò di scatto posando
rapidamente la mano sul pugnale in vita <<Chi…chi sei?>> disse alzandosi
all'impiedi ed estraendo il pugnale <<Guarda che non scherzo, mio padre mi
ha insegnato bene ad usare la lama.>> La figura avvolta dall'ombra
procedette veloce verso di lei e all'improvviso senti un tuffo al cuore,
credendo che sarebbe stata aggredita da uno sconosciuto. Non ci pensò due
volte, afferrò saldo il pugnale e iniziò a correre spedita contro il suo
aggressore, questo si fermò di scatto lasciando che Sereide vibrasse il
fendente, improvvisamente il braccio delicato della ragazza fu stretto
nella mano forte dell'uomo misterioso, lei si ritrovò ben presta
prigioniera di quella statua immobile <<Lasciami! Ti ho detto lasciami!>>
Poi, diradatosi le nuvole, un raggio di luna investi in pieno il viso del
misterioso uomo, era Argor che la guardava commosso <<Vuoi che io muoia?
Davvero desideri che io muoia amore mio?>> Sereide sgomenta lasciò cadere
il pugnale dalla mano destra e i suoi occhi si ricoprirono di lacrime, si
abbracciarono baciandosi in preda ad una convulsa passione, era finita,
l'amore alla fine aveva trionfato.
Sacrificio
Era di maggio, nella tiepida primavera macedone, le pianure si riempirono
di semi e pollini sparsi al vento, mentre gli aratri dei contadini
disegnavano le geometriche delle nuove arature dell'estate. Sereide
accarezzava la sua grande pancia protesa in avanti e sorrideva, vivevano
isolati dalle città, ma d'altronde era un vita serena e piacevole, Argor
pascolava bestiame, coltivava e batteva il ferro, Sereide curava un
bellissimo roseto e le aiuole intorno la loro casa, un antico bastione
ristrutturato nel tempo adattandolo alle loro esigenze. Artikos furioso
dell'abbandono del tetto coniugale, confiscò tutte le terre della moglie
fuggiasca, unica erede. Li cercò in lungo e in largo ma Argor si
pavoneggiava per la sua destrezza alla fuga, quando poi Sereide sapeva che
era la dea Luna a nasconderli al furioso spartano. Quella notte di maggio
iniziarono le doglie, il tanto atteso nascituro, quante volte coccolato
tra vezzeggiamenti e sorrisi alla luce di un focolare. Argor lasciò la sua
donna e cavalcò veloce dalla levatrice che viveva in un piccolo villaggio
a poco tempo di cavallo. La donna quando giunse da Sereide, l'aiutò
facilmente a partorire, ma restò sgomenta da quello che vide. Certo due
braccia e due gambe, una bella bambina, ogni cosa al suo posto, ma aveva
la pelle bianca come il latte e anche i capelli e la peluria del corpo era
bianca, e incastonati nel viso c'erano due occhi color cobalto, profondi e
bellissimi che scrutavano sua madre. <<Mia signora…devi nascondere questa
bambina, il tuo uomo…>>
<<No, il mio uomo capirà.>> Dopo che si riprese, Sereide la levatrice fu
congedata e nella tenda entrò Argor sorridente. Prese il fagotto dalle
mani di Sereide e uscì fuori alzandolo al cielo sereno, la bimba piangeva
a squarciagola, ma quando la scoprì per guardarla meglio, vide il colore
della sua pelle, allora si avvicinò ad una lucerna, sì, bianca come la
luna, una figlia pallida nata da un padre nero come il fumo. Lui un
persiano discendente delle popolazioni nomadi degli altipiani, che avevano
lineamenti si delicati ma la pelle era scura come la cenere, i capelli
nero corvino e i loro occhi erano come dipinti con un carboncino carico.
Argor guardò la bimba e poi Sereide che aspettava il suo consenso <<Beh…è
bellissima…questa è mia figlia…>> Consegno la bimba nelle mani della sua
donna e con un timido sorriso uscì fuori dalla tenda.
Il Persiano folle di dolore, fu colpito proprio al centro del suo onore,
tradito, quello non era frutto della sua carne. <<Lo spartano, Artikos, è
figlio suo.>> disse a voce alta, cercò di trattenersi, strinse i pugni e
respirò a fondo, nulla, sentiva la violenza bestiale ribollire nel suo
sangue. Lei lo aveva mentito, era ritornato da lui, invocando il perdono
con la storia della fuga dal marito, Sereide aveva trovato l'oasi
protettiva di Argor, solo perché non aveva mai alzato la voce contro di
lei e tantomeno le aveva mai chiesto qualcosa per lui. <<Dopo tutto questo
tempo…quella bambina…non è mia figlia.>>
Quella notte Argor dormì nella stalla su un giaciglio di paglia, la
piccola bimba Esperia dormiva serene tra le braccia di sua madre, mentre
Sereide aveva paura, di quello che ora sarebbe accaduto, quell'esserino
era un fiocco di neve, in tuta la Grecia non erano mai nati bambini così e
ovviamente temeva la reazione di Argor, che era sì il suo uomo, ma anche
padre e ovviamente, quello non era il tipo di bambino che si aspettava che
nascesse. Argor udì dei passi fuori la stalla, si alzò di scatto, ma
rimase paralizzato quando vide la figura candida velata alla luce della
luna, la sacerdotessa del monte era lì, come li aveva trovati non si sa
<<Tranquillo Argor, sono qui per omaggiare tua figlia bianca come il
latte.>>
<<Tu..che ne sai! Sei solo la serva di una statua!>> Argor raccolse tutta
la sua rabbia, era stanco di divinità, incantesimi e profezie ed ora la
sacerdotessa della luna era lì davanti a lui incurante delle sue azioni
<<A quanto pare gli dei non ti sono stati propizi, dopo tanta fedeltà,
dopo tanto amore e devozione nei confronti di Sereide, dopo che hai
commesso atti impronunciabili e percorsi migliaia di miglia per tornare da
lei, cogli il frutto di un tradimento…spartano.>> Argor odiava la gente di
sparta, poderoso esercito davvero, ma brutali assassini che non
conoscevano altro che guerra, anche nelle loro case erano bestie
schiaviste, non conoscevano onore se non quello per la lancia. <<Chi dice
che lui non è mio figlio?>>
<<Lo dicono i suoi occhi giovane persiano, anche suo padre è un albino,
comanda una delle falangi spartane, e poi il blu degli occhi appartengono
a Sereide.>> Udite le ultime parole dalla sacerdotessa Argor scappo via
correndo lungo il sentiero e fu allora che la donna velata entro nella
tenda dove Sereide e la piccola Esperia stavano lì accucciate nel tepore
familiare <<Mia signora….>> Sereide sapeva il perché della visita della
donna, ella s'inginocchiò e sfiorò delicatamente con un dito il viso
placido della dormiente <<E' una bella bimba figlia mia, bianca come il
viso della luna e incantata dalla serena saggezza della vergine.>> La
madre iniziò a piangere, doveva dire addio a sua figlia, sapeva che
l'amore di Argor le sarebbe costato caro e ora oltre a sua figlia stava
per perdere tutta l'esistenza. <<Tu hai partorito Esperia la vergine,
benedetta dalla dea Luna, maledetta da chi ti ama, inseguita da chi ti
odia. Sereide, il momento in cui mi hai chiesto un sacrificio d'amore, ho
capito subito che il tuo cuore era ormai colmo di passione, mentre il
semplice e sconfinato amore universale era già stato scacciato via dalla
tua vita, ora, come hai vissuto il turbinio della passionale vita, vivi
anche il resto che il destino ti ha preposto. Mi dispiace figlia mia, ma
la vita degli uomini è imperfetta, il giorno in cui capirete come
discernere l'amore dalla passione che vi consuma col suo ardere, gli dei
scenderanno sulla terra, donandovi il segreto dell'universo.>> Sereide
rimase a guardare immobile, mentre la donna velata si allontanava da lei
con in braccio la bambina, finche scomparve dietro la tenda.
Argor sentì in se crescere l'esplosiva rabbia, le lingue di fuoco del
passionale e insano gesto che si apprestava a compiere, lo avviluppavano
facendolo fremere in un orgasmico atto impulsivo. Tornato a casa, afferrò
la lama del pugnale in vita e guardò Sereide negli occhi, piangevano
entrambi, s'accorse che la figlia non c'era più, nella sua testa le parole
della sacerdotessa "..figlia di uno spartano.." incurante della follia
omicida impossessatosi di lui, afferrò Sereide per la vita e affondò la
lama fino all'elsa. Sentì il corpo accasciarsi senza un gemito sulla sua
spalla sinistra, lui la adagiò dolcemente a terra e ne baciò li occhi
inespressivi. Sereide era morta, il ventre suo ancora rigonfio dal parto
aveva ospitato per tanto tempo il frutto del loro amore, non avrebbe mai
immaginato che quel frutto non gli apparteneva. D'un tratto il velo ottuso
dell'odio svanì davanti i suoi occhi e lì, in quel momento si accorse di
quello che aveva fatto, aveva ucciso la sua donna amata, per sempre. Non
poté far altro che lacerarsi il cuore col dolore, la prese tra le braccia
e uscì fuori dalla tenda, alzò gli occhi al cielo e guardò la luna
<<Perché…perché maledetta luna! Cosa abbiamo mai fatto di male?>> Cadde in
ginocchio col corpo esangue di Sereide, la sua pelle stava diventando
pallida come quella della luna, i riccioli castani si disposero lungo la
linea del viso delicato, le labbra un tempo rosse divennero pallide e
fredde. Argor vide che dalla strada sterrata che si arrampica in collina,
avanzava una colonna di cavalieri armati di torcia, lui già sapeva il
destino che gli aspettava.
Artikos giunse matido di sudore, cinto di corazza e sporco di terra, la
rabbia e la meraviglia del viso erano illuminate dalla torcia, vide seduto
a terra, nel cortile dell'isolata casa, Argor che accarezzava dolcemente
Sereide. Gli spartani si raggrupparono famelici e silenziosi intorno a
loro e Artikos si fece spazio tra la folla giungendo davanti alla scena.
Vide sua moglie col ventre macchiato di sangue caldo e quell'uomo
impassibile alla sua presenza, del tutto dedicato ad accarezzare i capelli
e il viso di Sereide <<Sei tu Argor figlio di Mircador principe
persiano?>>
<<Sì sono io e questa è Sereide la donna della mia anima, ora fa presto.>>
Gli uomini incitarono il guerriero a decapitarlo, ma lui rimase
impassibile e dopo molti minuti di silenzio sfilò il pugnale e lo porse ad
Argor. Diede segnale ai suoi uomini di montare a cavallo e ripartirono giù
a valle. Argor guardava il bronzo scintillante alla luna <<Questo è il
prezzo da pagare sulla terra, per vivere a pieno una vita ecco cosa
bisogna fare, nessuno ce lo dice alla nascita, almeno sussurrarcelo alle
orecchie, no. Vivere, amare e morire, di queste tre massime non so quale
sia meno crudele. Arrivo Sereide.>> Pose la punta dell'affilato pugnale
lavorato sullo sterno e con forza si trafisse sbarrando incredulo gli
occhi, guardò per l'ultima volta la donna greca, che un giorno sull'isola
di Crima lo fece innamorare, inebriandolo con profumi di fori selvatici e
oli delicati. Chiuse gli occhi anche lui, il silenzio ne era testimone.
Figlia della luna
I passi leggeri della donna velata salivano sul monte, la piccola Esperia
dormiva serena tra il morbido lino della sacerdotessa che scoprì il volto
e alzò gli occhi alla luna. Giunse al tempio e posò la piccola tra vesti
calde sull'altare cerimoniale, l'accarezzò un ultima volta sorridendo e
baciandola sulla fronte, poi, le sue mani che accarezzavano il piccolo
viso divennero trasparenti e scomparve a poco a poco raccolta da un raggio
di luna.
Ancora oggi narra la leggenda, di una donna che pregò la luna, e la luna
scese dal cielo per cullare sua figlia nato dal ventre umano, e generato
dal vento divino, per divenire poi figlia della luna.
Le ali di un angelo
Nella guerra dei cieli, un terzo delle legioni celesti furono precipitate
sulla terra. Coloro che si allontanarono perdutamente dalla grazia di Dio,
furono chiamati Caduti. Ed ora vagano sulla Terra, dannati dalla notte dei
tempi, alcuni sprofondarono nelle ferite del mondo, attraverso gli oceani,
fino al centro fuso. Coloro che furono presi dal rimorso del gesto
ripararono tra i monti ghiacciati, per nascondersi all'occhio di Dio. Ma
solo pochi di loro, decisero di vagare sulla Terra, ed essere perseguitati
dall'occhio vigile del cielo, per intere Ere hanno viaggiato da un
continente all'altro, tra i popoli, mischiandosi tra la gente. In questi
caduti la voglia di redimersi era sempre forte e viva, nascosero fin
dall'inizio le loro ali per non mostrarle agli uomini. Poi, per la
misericordia della luce, nei confronti dei suoi figli, venne stretto un
giuramento con gli Arcangeli, la redenzione in cambio della rettitudine
degli uomini. I caduti avrebbero fatto da sentinelle agli esseri umani, in
lotta perenne con i loro fratelli dannati e nascosti infondo al baratro.
Questa è la storia di un angelo caduto, di una sentinella che da tempo
immemore vaga sulla Terra buia, in cerca della luce, che redimerà la sua
anima.
La rinascita
<<Cosa cerchi?>> disse l'uomo all'angolo della strada, da come appariva
poteva passare per un povero diseredato, ma anche lui aveva la sua fetta
di potere nel quartiere. <<Dammi un pò di roba.>> Joey afferrò la piccola
bustina dalle mani sporche dello spacciatore, il rapido scambio dei soldi
e si avviò lungo la strada dagli angoli fumanti. La tristezza che
rifletteva sulle pareti appena illuminate, da fiochi lampioni di
periferia. Sentiva il gelo dell'inverno sul viso, le nocche delle mani
bruciate dal freddo pungente, in quel tempo infausto la sua figura,
nonostante la tristezza e la pesantezza della vita, andava lentamente a
casa.
"Che stanchezza", ripeteva tra se, una giornata passata da un palazzo
abbandonato all'altro alla ricerca di una dose, un pezzo di pane, un
disegno sul muro. La sua vita passava in continuazione da un evento
all'altro della storia umana, che poteva fare la sua serenità quanto il
suo dolore. Toccava stavolta al lento declino in un baratro profondo, che
le impedì di ricordare la sua vera essenza, infatti lei non era umana.
Aprì la porta sprangata di quella che si può chiamare casa, vuota, una
branda, qualche mobile e tanta solitudine. La cosa più bella della casa di
Joey era l'ampia finestra che le permetteva di vedere un cielo limpido, e
quando pioveva, sembrava quasi che i grattacieli potessero fendere il
cielo greve con le loro antenne.
Era una nomade, insieme a migliaia di nomadi sparsi per il mondo, per anni
interi avevano percorso le strade lunghe che si perdevano all'orizzonte.
Joey aveva deciso di sistemarsi in città, lontano dal silenzio delle
strade anonime, sentiva che era la fine del suo viaggio.
<<Buon compleanno Joey, nessuna torta per te oggi?>> Disse quell'uomo dal
viso pulito, dai dolci lineamenti, fluenti capelli castani, e dagl'occhi
del blu eterno. Passeggiava sul parapetto dell'alta palazzina mantenendo
l'equilibro a braccia aperte, Joey saliva lì a volte per guardare tutta la
città e le colline lontano.
<<Ringrazia che non ti butti di sotto, lasciami stare almeno oggi, vattene
via.>> disse lei raggomitolata sul muretto sfidando il vuoto.
<<Andarmene via? Lo farei volentieri, la forma umana è troppo pesante e
goffa, guardali, creati a sua immagine e somiglianza e sono così
impacciati, magri, grassi. Sporcano la loro pelle con marchi per animali,
indossano oggetti assurdi all'inverosimile. Che assurdità tutto questo,
infondo li voglio bene.>>
<<Bene, quando pronunci quella parola sei sempre così magnanimo, quasi
facessi una carezza al cane appena bastonato, certo che secoli tra di loro
mi hanno fatto capire la vera natura di quelli come te.>>
<<Ah, ah, attenta a come parli caduto, devo ricordarti ogni volta quel che
sei, perché fai così con me? Guardami negl'occhi quando parlo, ti prego.>>
Joey aveva un viso anch'esso dolce, ma solcato dalla vita terrena degli
umani, a differenza dell'uomo che aveva di fronte, lei poteva esprimere
sul viso le sensazioni, in quanto le provava. Questo contribuiva a
deturpare col tempo l'espressione pura dell'inizio dei tempi.
<<Di tutti gli arcangeli, proprio in grande Michele doveva capitarmi.>>
Disse guardando fissa in avanti cercando di non calcolare lo sguardo
penetrante dell'angelo <<Proprio te che ci hai preso uno ad uno, sei
venuto a prendere anche me, devo chinarmi e mostrarti il collo?>>
<<Hey ma quanta rabbia abbiamo oggi, comunque i tuoi fratelli hanno fatto
una scelta, non hanno tenuto fede al giuramento.>> Michele si avvicino a
Joey l'afferrò per le
braccia e la voltò verso di lui <<Guardati, guardati come ti
sei ridotta, le tenebre scorrono in te, di tutti i caduti te sei quella
che ha la possibilità di farcela, la prima tra tanti altri, ma capisci che
sei l'unica Joey?>> Joey la guardava con aria attonita, come se dalla sua
bocca uscissero solo suoni incomprensibili, mentre si perdeva negl'occhi
profondi e vasti di Michele.
<<Lasciami Michele, non ce la faccio io, non doveva essere così.>> Pianse,
gli occhi gonfi di lacrime e la vergogna nei suoi confronti, Joey non
riusciva a vincere il suo rimorso. Michele la guardò con uno sguardo
compassionevole, lasciò le sue braccia e s'allontanò da lei.
<<Non posso obbligarti a scegliere, ma sappi che sceglierò io per te.>>
L'arcangelo scomparve nell'ombra della sera e Joey scoppiò in lacrime. Non
sapeva cosa fare, tanti pensieri s'affollavano nella sua mente insieme ai
ricordi di migliaia di anni insieme agli uomini. Interi periodi dedicati a
singole persone, quante vite salvate, quanti omicidi scongiurati solo con
la parola e con la compassione. Ora era stanca, quanti altri compiti,
quante altre gesta, o quante persone ancora doveva salvare? La vita umana
era difficile, dopo tanto vagare ancora non riusciva a capirla, anche se
ne apprezzava le sue sfumature, quelle più belle. Un essere umano a
differenza di un angelo può scegliere, se salvare la sua scintilla o
dannarla per sempre. Così almeno hanno creduto per tutto questo tempo,
sempre alla ricerca del loro creatore ricercandolo nei templi, sempre alle
prese con l'interrogativo della creazione e della loro presenza al mondo,
gli uomini sono alla costante ricerca dell'equilibrio del corpo e
dell'anima. Joey invece lo sapeva benissimo,
aveva vissuto l'appagamento eterno, l'equilibrio dell'intero universo
espresso in nella singola scintilla e condivisa col l'oceano di anime.
L'umanità cercava Dio nei templi, costruendoli più alti possibili da
sfiorare il cielo, ma i suoi messaggeri già camminavano sulla terra.
Decise quella notte di non tornare a casa, ma di girare per le strade, le
parole di Michele risuonavano nella testa, era finita anche per lei, non
c'era scampo, come poteva una razza così imperfetta non poter essere
governata con la forza, i caduti avrebbero potuto usare la loro forza
attingendola dalla luce per rettificare gli uomini. Forse Dio non era così
saggio come molti uomini credevano, oppure era solo lei ad essere
annebbiata dall'orgoglio più basso, nato dal seme della paura e cresciuto
innaffiato dall'acqua dell'ignoranza, sapeva bene che fine avevano fatto i
suoi fratelli ribelli. Ecco, dopo lo slancio iniziale e dopo aver visto
insieme alle schiere dei caduti convertiti, il patto siglato dagli
Arcangeli, ora stava scivolando tutto nel dimenticatoio. Il giorno
dell'alleanza, non quella narrata tra Dio e l'uomo dopo il diluvio, ma
quella ancestrale, quando l'umanità era appena che neonata. Erano giorni
di speranza, mentre la Terra tornava a germogliare di nuovo dopo la guerra
dei cieli e la perversione dei più ostici ribelli sprofondava nelle
profondità bollenti della terra. Un giorno di luce dopo la guerra
infinita, doveva essere il primo di una nuova era, a caso era stato scelto
quel pianeta, come accade ad alcuni luoghi anonimi che all'improvviso
prendono valore a causa di una poderosa battaglia. Gli uomini non
avrebbero conosciuto il male se il loro pianeta non fosse divenuto teatro
di guerra. Era dovere quindi degli
Arcangeli rimediare alla devastazione, l'alleanza poneva una via d'uscita
per i caduti pentiti e per gli uomini sedotti dal male.
I ricordi quella sera si perdevano nelle pozzanghere ai margini della
strada, tra i rumori delle auto, tra la vita grigia e l'esplosione di
colori. Tra il miserabile, il conquistatore, il confessore, il ladro e
l'uomo mite c'è un filo conduttore, e lei doveva scoprirlo, altrimenti il
paradiso come lo ricordava, sarebbe divenuto così lontano che a confronto
l'angelo Lucifero lo avrebbe ricordato con un pensiero ben più vivido.
Prese l'autobus dalla periferia, adorava fare il lungo giro sulla linea
nove, per l'intero perimetro esterno cittadino, dal finestrino guardava la
sua vita terrena scorrere, leggeva le anime degli uomini seduti accanto a
lei era possibile scorgere la grigia malinconia quotidiana di un'esistenza
sofferta. Quando capitava che tipi loschi e poco rassicuranti si
presentavano a bordo nel giro notturno, lei non faceva altro che svanire,
guardo con invisibile sguardo il baratro profondo al posto del loro cuore.
Non ce la faceva più, non riusciva più a guarire nessuno, aveva fallito la
sua missione di caduto, l'umanità era cresciuta, moltiplicatasi su una
terra un tempo florida, e viveva continuamente sull'orlo della barbarie.
Joey tutto s'aspettava in quel momento, meno che sentire la forte
sensazione, perduta da molto tempo, l'impulso vibrante attraversargli il
cervello, bruciando con onda di luce ogni pensiero e imponendole
l'attenzione della sua essenza divina, su quello che stava accadendo. Era
una richiesta d'aiuto. Fu assalita dalla sorpresa, dalla paura, non sapeva
quasi come agire, fu talmente presa dalla vibrazione che gli occhi
divennero neri, senza iride, segno dello stato di trance e del
collegamento diretto con la fonte di luce. Tra lo stridore dei freni
dell'autobus alla fermata di percorso, Joey si riprese, fiondandosi
rapidamente giù dal mezzo poggiandosi al muro di fronte. <<Non è
possibile….da quanto tempo…>> Ripeteva a bassa voce fissando l'asfalto,
non se lo fece ripetere due volte, un altro acume d'energia le trafisse il
cuore, qualcuno era davvero in pericolo, qualcuno invocava l'aiuto di un
angelo. S'infilò tra alcuni vicoli bui di un complesso di edifici, era la
periferia e dopo qualche minuto la strada diede spazio a viali sterrati,
in lontananza l'autostrada veloce. Tra la vegetazione rada e incolta, in
mezzo ad un gruppo di alberi sistemati in cerchio, alcune ombre si
agitavano. Joey corse col fiato in gola, sentiva dopo anni l'aurea delle
sue ali dispiegarsi dietro le spalle e divenire immense esprimendo la loro
grandezza, sentiva pulsare in lei un'energia assopita, strano, avveniva
tutto così rapidamente all'improvviso. Sentì odio, paura e delirio
vorticare tra gli alberi, una scena delittuosa era pronta a per
consumarsi, arrivata ad una decina di metri dalla scena, vide le ombre
scure voltarsi di scatto verso di lei e sgattaiolare oltre gli arbusti,
svanendo misteriosamente nella notte. Si avvicinò con passo deciso e
svelto tra gli alberi scarsamente illuminati dalla luce fioca della
periferia, c'era una ragazza, accucciata a terra stringendosi le gambe e
la bocca sanguinante. Joey s'avvicinò lentamente a quel corpo indifeso e
rannicchiato, s'inginocchiò e racchiuse se stessa e la vittima trovata, in
un guscio protettivo delle sue invisibili ali.
<<Hey…sta tranquilla, andrà tutto bene.>> Joey le mise la mano sulla
fronte e con l'altra la sollevo da terra, leggera e fredda, ricoperta di
terriccio ed erba, sentiva mugolare sotto i capelli arruffati sul volto,
molti dei quali raccolti in grosse ciocche miste a sangue. Una giovane
ragazza di circa vent'anni, il suo maglioncino beige strappato ed un paio
di jeans slacciati appena, i suoi aggressori non avevano fatto in tempo a
consumare la scelleratezza. Joey teneva tra le sue braccia caritatevoli
l'essere umano, ricordando subito la sua vera natura, il suo corpo era
solo un guscio che a stento, tratteneva l'immensa energia divina. Mentre
cullava istintivamente la povera anima, si sentiva viva, anche se era un
caduto, un dannato del paradiso che per scelta aveva desiderato l'esilio e
la tortura della vergogna eterna al cospetto di Dio, lei si sentiva felice
e viva. Assorbiva il dolore terreno e donava amore, come in un
indissolubile connubio o quanto meglio, una perfetta osmosi.
<<Chi sei?>> disse la ragazza guardandola allibita e dall'espressione
pietosa allo stesso momento <<Grazie comunque, ho pensato di morire per
sempre…mio Dio ti ringrazio.>>
<<Non sono Dio, infatti lui manda i suoi angeli, non sopporteresti la sua
luce>> rispose Joey accarezzandola.
<<Cosa…>> cercò di ribattere la ragazza, ma fu subito interrotta dal suo
soccorritore <<Ti porto al sicuro, sento il buio scorrere in te.>> Joey
prese in braccio la ragazza, e senza sapere chi fosse, la portò via con
se, ovunque, ma tranne che in quel posto.
Aveva la vista debole, solo ombre opache davanti a lei, Joey non era piena
delle sue forze, aveva consumato buona parte della sua forza vitale per
sciogliere il veleno nel
sangue di quella povera ragazza. Dormiva su un materasso consunto vicino
al muro, in quella che un tempo era stata una grande cattedrale. La
guardava e sembrava quasi di vivere in un sogno, "perché non l'ho portata
in ospedale? Perche non ho chiamato un soccorso…qualcuno, la polizia?
Perché proprio in questo posto adesso?" Domande senza risposta la
tormentavano, infondo aveva agito solo d'istinto, anche se il suo corpo
materiale era rimasto giovane, sentiva dentro di se il peso dell'eterna
vita di punizione. Una volta Michele giocando a scacchi con lei e indecisa
sulla mossa da compiere, le disse che poteva aspettare senza fretta, fino
alla fine delle stelle. Joey la prese come una battuta, ma infondo era la
pura verità, le fece ricordare di quanto eterna fosse la vita degl'angeli,
di quanto eterna era la sua agonia, in un mondo difficile. Davvero, la
vita umana è una cosa assurda, fatta di atti orrendi e impronunciabili, ma
anche di un tale amore sconfinato e proprio loro, anime perfette, non
potevano far altro che invidiare agli uomini.
Sentì un gemito, ecco, era la ragazza che si stata svegliando, l'aveva
avvolta in alcune coperte calde. Joey si avvicinò accarezzandole il viso
come una mamma farebbe a suo figlio <<Tranquilla, qui sei al sicuro, io mi
chiamo Joey, non devi aver paura.>>
<<Io…io mi chiamo Aisha, dove mi hai portata? Che posto è questo?>> disse
Aisha guardandosi intorno.
<<E' una vecchia chiesa abbandonata, certo forse t'immaginavi un ospedale,
ma hai bisogno di un altro tipo di aiuto, non di cure mediche.>> Joey
s'appollaiò come un uccello su una panca, con il viso poggiato sulle
nocche delle mani, e fissava Aisha. Sentite queste parole Aisha tolse le
coperte da dosso e si mise seduta sul giaciglio fissando il vuoto <<Non
capisco cosa intendi dire...>>
<<Intendo dire che c'è buio in te, troppo buio, diverso da quello degli
uomini. Non sei quello che vorresti essere, vero Aisha?>> La ragazza
fissava ancora il vuoto, Joey poté osservare sulla sua tempia un rivolo di
sudore, anche se faceva abbastanza freddo. L'aria sembrò quasi congelarsi,
il silenzio strinse con le sue catene le due persone e le statue immobili
da anni, non facevano altro che rendere ancora più surreale quella scena.
Joey sentì dentro di se la paura crescere, in Aisha un'ombra nera si stava
muovendo era pronta ad esplodere verso di lei e tutto intorno.
Aisha dall'espressione seria e attonita passò immediatamente a quella
sadica con un ghigno tagliente, irreale per chiunque potesse osservarla.
Guardava ancora dinanzi a se, Joey aveva già un'idea di quello che stava
per succedere, infondo non avrebbe potuto negare aiuto ad un essere umano,
anche se al suo interno era presente il male assoluto. <<Brava Joey, vedo
che sei sveglia, infondo non potevi essere da meno.>>
Joey era in preda ad un terrore acuto <<Dimmi chi si nasconde in…>>
<<…in me? Credi che mi sia dimenticato dei miei legionari? Credi che tra
tutti quelli che vivono sulla Terra e sotto di essa io mi sia dimenticato
di uno di loro? Ciao tesoro, Lucifero è venuto per portarti all'inferno.>>
L'espressione di Aisha era orrenda, il suo corpo marionetta del caduto più
pericoloso dell'intero pianeta. Il suo Capitano era tornato per portarla
nell'ombra. Joey non poté far altro che mostrare lo sgomento e il profondo
orrore nel cuore e nell'anima, avrebbe voluto volare via lontano ma non
poteva. Accadeva raramente, un duello di anime e Joey non l'aveva mai
fatto, specialmente contro colui che un tempo era stato il primo serafino
di Dio, quello più vicino alla luce. <<Lo sapevo che prima o poi sarebbe
successo, é per colpa tua se siamo tutti qui a marcire sulla Terra e…>> Si
sentì bloccata, paralizzata da capo a piedi, Aisha era in piedi dinanzi a
lei, la sua espressione deformata dal male <<Cosa c'è non riesci più a
parlare piccolo angelo? Mi si spezza il cuore, anche se quello, l'ho
colmato di odio. Comunque se pensi di potermi battere eroicamente ti
sbagli.>> Finì l'ultima parola e Joey venne avvolta dal buio e cadde a
terra priva di sensi. Aisha, ovvero, quello che era rimasto di lei, si
avvicinò alla sventurata e le mise la mano sulla fronte sorridendo
malvagiamente.
Quando Joey rinvenne nei sensi, s'accorse di sentirsi molto strana, più
pesante del solito, ma non poté fare a meno di notare quel brivido del
tutto umano di terrore, correre lungo la sua schiena. Due occhi rossi la
fissavano nel buio della cattedrale, lei si guardò le mani e strinse i
pugni, due lacrime rigarono il suo viso <<Cosa…mi hai fatto…>> disse a
bassa voce <<Dimmi cosa mi hai fatto angelo deforme!>> ripeté con forza
divenendo rossa in viso e guardando ovunque intorno a se.
<<Deforme, non lo sono mai stato, sono sempre stato il perfetto, l'angelo
con dodici ali più vicino alla verità di quanto tu ti possa immaginare.
Cosa credi che sia uscito pazzo in quel tempo? Io ho visto i suoi pensieri
e noi non facevamo parte della sua grazia.>> Lucifero uscì lentamente
dall'ombra, Joey vide Aisha a terra con gli occhi chiusi priva di sensi.
Il caduto era un ombra dalle sembianze umane, delle sue dodici ali erano
rimaste solo dodici avvizziti scheletri per le piume, sembrava un orrenda
vedova nera. Joey capì in quel momento che il male era uscito nella sua
piena forma, da migliaia di anni aveva combattuto contro quelli che un
tempo erano stati fratelli, ne aveva visti tanti, ma Lucifero possedeva un
potere magnetico sulle sue vittime. Demoni, possedevano i corpi degli
uomini traviandoli dalla luce, mostrando loro una via diversa da quella
della rettitudine.
Infondo Lucifero anche se perse la battaglia dei cieli, non smise mai di
combattere per il dominio sulla terra, una delle tante cornucopie di vita
sparse nel cosmo, che il creatore proteggeva con infinito amore. Joey per
la prima volta vide cos'era il male, un'ombra che non rifletteva luce, un
buco nero che risucchiava intorno a se la luce, un baratro per ogni sorta
di sentimento, ai suoi antipodi solo l'odio, il terrore più infinito che
angelo ed uomo non avrebbero retto allo sguardo.
<<Hai paura di me? Non devi mezzo umano, prima ti ho stretta tra le mie
braccia perché ti voglio più bene di Gesù.>> Camminava lentamente tra le
rovine di quello che una volta era stato un altare al centro della navata
principale, poi si sedette sul tavolato di marmo. <<Penso che tu ora ti
stia chiedendo perché ti senti così pesante, perché ti strappato le ali.
Ti fai chiamare Joey, un banale nome come sono banali gli uomini, giusto
per sembrare più umano. Tu lo sai che non hai un nome, sei solo un verme
ragazza e te ne vai strisciando insieme a quei vermi traditori, che
personalmente di tanto in tanto, vado a stanarli bruciando loro le ali.>>
Era vero, la sensazione della presenza delle ali era svanita, per la prima
volta non sentiva più l'aura delle sue ali sulla schiena, Lucifero le
aveva strappate, ora, era diventata una semplice anima racchiusa in un
corpo umano. <<Mi hai uccisa…>> Portò le mani al viso singhiozzando,
disperata di quella assurda situazione. <<Mi hai strappato le ali, non
potrò…>>
<<Cosa!>> Tuonò la voce oscura nella sala, <<Cosa non puoi più fare!
Salvarti?! Sei solo un'anima in pena ora, come sei miliardi di anime in
pena che affollano questo sasso.>> Lucifero rise sonoramente, Joey strinse
i pugni e diede uno sguardo ad Aisha a terra, ma sentiva che non era
morta, solo che l'angelo del male la teneva invisibilmente stretta a se.
Anche se non aveva più le ali, sentiva in se la stessa forza divina, aveva
la forza per sfidare il male, come del resto hanno fatto tutti gli angeli
prima di lei. Lucifero d'un tratto parlò con voce drammaturgica <<Vorresti
sfidarmi vero? Ma non sono venuto qui per combattere, vedi, i caduti come
te sono pochi sulla terra, parlo di quelli che godono della protezione
degli arcangeli. A questo punto non posso pietrificarti il cuore, ma puoi
star ben certa che ti lascerò vivere per l'eternità senza ali.>>
<<Che sarebbe a dire?>> disse Joey aggrottando la fronte <<Significa che
sei meno di un angelo caduto, meno della luce, sei solo un'anima racchiusa
in un guscio di carne, oh sì…sentirai tutti i dolori degli uomini, la tua
scintilla è pari a quella di un cane o di un vegetale, ho le tue ali,
aspetterò la fine del mondo per riscuotere anche la tua anima.
Salutami il vecchio Michele, un giorno gli strapperò quegl'occhi blu.>> Un
mormorio ovunque e poi tante voci ridere all'unisono, l'ombra orrenda del
primo caduto divenne enorme, coprendo interamente la vetrata della chiesa,
Joey ebbe paura perché vide il diavolo diventare un enorme ragno nero e le
sue zampe s'agitavano ovunque, poi l'ombra s'assottigliò riempiendo gli
spazi bui dell'edificio. Era finita, se n'era andato, corse da Aisha e
vide che dormiva profondamente, Lucifero l'aveva lasciata. Era finita
davvero, sentì un tuffo al cuore, ormai era morta nell'anima. Sentì la sua
testa vorticare, in preda alle vertigini e lasciò Aisha che si stava
riprendendo da un profondo sonno, uscì dalla chiesa e corse finche il
cuore non sembrò scoppiare. Vedeva la realtà in modo offuscato, era
debole, la testa continuava a girarle, l'ultima cosa che udì prima di
fiondarsi in mezzo alla strada trafficata dalle auto, fu la voce di
Lucifero ripetersi chiara nella sua mente <<Ti lascerò vivere per
l'eternità senza ali>>. Sentì forte il clacson dell'auto che le veniva
veloce incontro , un tremendo dolore e poi il buio, molto di più, del buio
dell'anima del diavolo.
Lontano dalla memoria di quel giorno.
"Sembrava quasi irreale il sole di quella giornata, tiepido e bello come
non mai. Henry baciò sulla fronte Jasmine, era un devoto bacio d'amore."
Joey chiuse il libro e guardo alcuni bambini che ridevano e giocavano
sulla neve del parco, la giornata era tiepida come quella del romanzo che
stava leggendo. Sorrise e socchiuse gli occhi, era serena, in
pace con se stessa, poi il buio all'improvviso, delle mani le coprirono
gli occhi e lei rimase immobile. <<Sento l'odore del tuo odioso profumo da
un miglio.>> Sorrise divertita e tolse le mani dagl'occhi, era David che
nel frattempo già aveva poggiato le labbra sulla guancia liscia di Joey
<<Guarda un pò è proprio il profumo che mi hai regalato.>> rispose David.
Joey era felice, anche se aveva perso le ali in quel giorno lontano e per
poco non aveva perso anche la vita nell'incidente mortale subito dopo
l'incontro con Lucifero, venne soccorsa da un angelo e questa volta non
aveva le ali sulle spalle. Le ali di David erano cucite sulla sua divisa,
insieme ai serpenti intrecciati al centro dello stemma. Il soccorritore
dell'ambulanza l'aiuto a rimanere in vita, Joey voleva morire ma delle
forti scosse la riportavano indietro dal tunnel buio, non era ancora tempo
di morire. Per la prima volta un angelo caduto, dopo migliaia di anni,
sperimentava la salvezza dalla morte. Lei, che aveva salvato innumerevoli
vite ed è stata consigliera di uomini saggi e di molti potenti, aiutandoli
a guidare gli uomini in ere di luce e tranquillità. Lei quel giorno non
vide Michele correre in suo soccorso, ma un essere umano, l'essere conteso
tra cielo e terra, la pedina di un grande gioco, imparò infatti ad amarli
e provando per la prima volta l'amore per uno di essi.
Prima che il cielo bruciasse e che molti angeli venissero trafitti dai
dardi di luce, conosceva l'appagamento eterno, immenso e senza fine. Ma
l'amore umano, terreno, era particolare, nulla di che se paragonato
all'eternità, agli spazi siderei e gli orizzonti del tempo, ogni angolo
degli infiniti universi avevano le sembianze del suo creatore e lei,
un tempo entità asessuata, poteva respirare l'amore infinito e la
perfezione del creato. E poi il giorno della guerra dei cieli, le alabarde
issate alte, i vessilli di rivolta e il sangue dei puri versato sulla
terra incontaminata, in lei il rimorso dell'ingenuo errore di aver creduto
ad una falsa voce di libertà, troppo tardi s'accorse dell'inganno e
neanche le sue ali veloci poterono portarla lontano dai vortici di vento
causati dagli arcangeli, molti precipitarono come comete su un pianeta
silenzioso, che divenne improvvisamente teatro dei destini dell'universo.
Un vento impetuoso, il soffio di Gabriele e Michele all'unisono, poi il
buio e poi…
<<Cosa c'è Joey? Ti vedo turbata?>> disse David tenendola dolcemente per
mano. David era per Joey il paradiso perduto <<Nulla amore mio, un leggero
capogiro.>> Sorrise carezzando le sue labbra, David aveva un viso dolce,
diverso da molti umani che aveva incontrato, o forse era perché aveva
perso l'inibizione dell'onnipotenza di messaggero divino, vedeva in lui
una bontà unica, il primo viso che vide una volta riaperti gli occhi in
ambulanza. Dolce e caritatevole, la sua voce eterea "Guardami, resta
sveglia, continua fissarmi" sentiva il suono intermittente delle
apparecchiature mediche e sapeva che la sua vita era appesa ad un filo.
Immortale, Lucifero aveva profetizzato la sua immortalità ma il suo
fragile corpo in quel momento, non aveva saputo accoglierla. <<Oggi mi
sono mancati particolarmente i tuoi occhi lo sai?>> disse Joey lanciandosi
addosso a lui e cingendo le braccia al collo, David perse l'equilibrio e
stava quasi per cascare dalla panchina <<Hey ma che hai! Sembra quasi che
non mi veda da un millennio! Dai andiamo devo
mostrarti una cosa.>> David prese per mano Joey, poi l'abbracciò e si
avviarono lungo il viale del parco al tramonto, camminando lei vide dei
bambini stesi a terra che agitavano le braccia nella neve ridendo,
disegnavano le ali di un angelo, Joey sorrise e distolse lo sguado.
La sera avanzava inesorabile e la giornata di sole dava spazio al
crepuscolo all'orizzonte, Joey e David entrarono nel palazzo dove vivevano
e lei scriveva racconti storici per un quotidiano, mentre lui continuava
la sua vita di medico. <<Allora adesso chiudi gli occhi e non aprirli per
nessuna ragione al mondo.>> disse David, lei rimase in silenzio e con gli
occhi chiusi in attesa, sentiva David trafficare vicino la porta e poi
l'accompagnò sull'uscio. <<Ora li puoi aprire.>> le candele soffuse
rischiaravano appena le pareti spoglie del loft, dalle ampie vetrate la
luce della luna alta nel cielo, disegnava arabeschi sul pavimento. Joey
aveva vissuto per molti secoli alla luce di candele, nei tempi in cui il
fuoco illuminava le piccole case con le lucerne e le grandi sale dei
palazzi reali con centinaia di lumi. Ma quella scena, così dolce e
trasognata, accompagnata da un profumo denso e dolce, riempiva il cuore di
Joey di commozione e profondo amore. <<Vieni joey, mettiti qui.>> David
era abbastanza imbarazzato e impacciato, sapeva diventare un uomo sicuro
di se quando si apprestava a salvare le vite, ma in quel momento era
totalmente imbevuto d'amore per Joey. Si misero uno di fronte all'altro al
centro del salone <<Come sei bella amore mio, dalla prima volta che hai
aperto gli occhi in ambulanza, non ho potuto fare a meno di perdermi nel
tuo sguardo, come del resto ho fatto ogni giorno fino ad ora.>>
David la prese per le mani e aspettava che lei dicesse qualcosa <<Amore
ma…tutto questo è bellissimo, ma dimmi perché questa sorpresa?>> Joey si
guardava intorno meravigliata, come quando entrò per la prima volta nell'
Eden preistorico, aveva perso le ali, ma i suoi sensi ancora riuscivano a
leggere i cuori degli uomini, e se spesso aveva visto un buco nero al
posto del cuore di molte persone, in David poteva vedere chiaramente il
sole brillare dentro di lui, se non fosse stato un essere umano, sarebbe
stato uno degl'angeli messaggeri. <<Perché questa sorpresa? Per te farei
questo ed altro Joey e quindi io…io..>> David si toccò le tasche della
giacca e poi il retro dei pantaloni, sembrava quasi avesse perso qualcosa
<<Allora tesoro, adesso aspettami qui torno tra un attimo, tu non muoverti
ok?>> David baciò sulla bocca Joey, che rimase lì impalata e meravigliata
e vide uscire dall'appartamento David di tutta furia, di sicuro era
qualcosa che aveva a che fare con la sorpresa che le doveva fare e forse
lei aveva anche una piccola idea in mente. Joey si guardò intorno, il loro
appartamento non sembrava lo stesso, era tutto così dolce ed ogni giorno
che passava tutto il mondo diventava più bello. Una volta perse le ali e
c'è mancato poco che perdesse anche la vita, Joey uscì da un tunnel lungo
anni e anni. Aveva visto tante persone morire ma non aveva mai amato
nessuno di essa, era un amore diverso quello di un angelo, tiepido e
infinito se paragonato a quello intenso degli uomini, ed è talmente grande
che può travolgere e distruggere, le forze del male fanno appello su
questa debolezza umana, per traviarli dall'appagamento eterno. Se vissuto
con equilibrio poteva essere una sensazione stupenda, che Joey stava
vivendo in quell'arco di tempo.
Sorrideva e passeggiava tra le candele sfiorandone la fiamma e sentendo il
calore tra i palmi delle mani, ma un improvviso soffio di vento freddo le
spense. Ad un tratto una voce distinta in un angolo buio della casa
<<Piccolo angelo.>> Appena un sussurro, ma bastò infatti a farle tremare
le gambe ed un brivido gelido le percosse la schiena come una frusta di
ghiaccio, Joey assunse un espressione di impotenza ed immensa paura
<<Lu..lucifero..>> ed era proprio lui dopo sette anni ritornò a percepire
il respiro del diavolo, ciò voleva dire che come un tempo s'era preso le
ali, questa volta si sarebbe preso ancora una parte di se stessa. Non
poteva chiamare nessuno, neanche gli arcangeli, essi l'abbandonarono dal
momento che perse le ali, non più un caduto ma molto meno. Appena un anima
con qualche consapevolezza in più, un immortale, ma pur sempre un'anima.
Questa volta Lucifero non si mostrò, rimase una voce intorno a lei
<<Quante belle candele e immagino che il tuo David le abbia accese tutte
per te, per Joey, il suo angelo.>>
<<Cosa vuoi da me! Sparisci nel tuo infermo! Hai le mie ali, mi hai
castigato all'eterna presenza, cos'altro vuoi?>> Urlò Joey intorno a se,
nel buio rischiarato dalla luna, visto che tutte le candele erano spente.
<<Vedi, forse un concetto non ti è tanto chiaro, con o senza ali,
appartieni alla razza dei caduti. Avresti potuto servire la causa, invece
ti sei piegata alla menzogna di Dio, gli Arcangeli vi controllano, ma
infondo nessuno di loro alzerà mai la spada contro uno di voi. Quindi per
tacito consenso, mi sono preso io la briga
di annientarvi. Tu mi appartieni Joey, le tue ali, la tua anima e la
sapienza divina è solo mia. Avrei potuto spazzarvi tutti dalla Terra molto
prima di quanto tu pensassi, ma dovete soffrire prima di perire
eternamente.>> Il monologo di Lucifero lasciò Joey senza parole e poi
riprese <<Pensi di poter amare, provare l'amore terreno, ma è così
sconsiderato che è la mia arma migliore contro gli stessi umani che lo
provano e sai che un giorno il tuo David dovrà morire, ma già so cosa hai
in mente. Vorresti portarlo sul monte Erebus in Antartide vero? Dove si
trovano gli esuli, e magari vorresti renderlo immortale donando le tue
lacrime fatte cristallo, un bel gesto d'amore, un amore eterno.>> Lucifero
prese forma umana ed usci dal buio rischiarato dalla luce, era nudo e
asessuato, un corpo statuario e perfetto e il suo viso liscio. Ne bocca,
occhi, naso, nulla, un volto vuoto. <<Cosa c'è non parli più? Orrendo
essere inferiore che non sei altro, oggi non sono venuto a prendere nulla
da te, ma per punirti della tua insolenza, quello che avrebbe dovuto fare
Michele lo farò io stesso, David ha acceso tutte queste candele per te, fa
una cosa, prendine una e portala sulla sua tomba.>> Gli occhi di Joey si
colmarono di lacrime e la sua bocca iniziò a tremare e le guance furono
solcate dal dolore <<No….non lui…>>
Strano che la portiera della sua auto non si aprisse, tentava e ritentava
ma la chiave non entrava del tutto <<Ma dannazione! Entra dai che sta
aspettando.>> David era troppo impaziente, e quel momento di certo non era
uno dei più calmi, aveva lasciato l'anello in macchina nel cruscotto.
Voleva sposarla, chiedere la sua mano e almeno una volta nella vita,
voleva che tutto si fosse svolto come in un fiaba.
Joey era la sua vita, il suo faro nella notte, la sua stella del mattino,
uno strano ed unico amore piombato all'improvviso nella sua vita. Quando
la guardò per la prima volta nell'ambulanza, certamente non poteva
immaginarsi che se ne sarebbe innamorato, infondo i suoi occhi non avevano
nulla di speciale, al primo impatto erano occhi sofferenti come quelli di
chiunque, ma quando si fermç a fissarli nell'intento di controllare le
pupille, si perse al suo interno e sembrò quasi poter ammirare la bellezza
dell'anima di Joey. Fece di tutto per mantenerla stabile, poi il coma, le
giornate passate accanto a lei, il miracolo della guarigione e Joey
aprendo gli occhi gli sorrise, innamorandosi per sempre. Quella sera era
l'apice di un amore, David voleva sposarla e sapeva che lei non avrebbe
desiderato altro, riuscì ad aprire la portiera e prese la scatoletta
chiusa nel cruscotto, stava per ritrarsi dal sediolino uscendo all'esterno
dell'auto, ma sentì una gelida fitta nel fianco destro e quella voce
meschina <<Mi dispiace amico, ma quell'anello lo prendo io.>> L'individuo
voltò David come una marionetta ed andò ad accasciarsi privo di forse
addosso a lui, un volto duro, scarno con occhi malvagi e poi un ghigno
poco rassicurante che David aveva visto più volte nei centri psichiatrici
<<Anzi sai che ti dico? L'anello tienitelo, quello che mi interessa è
vedere l'orrore nei tuoi occhi.>> Lo baciò sulla fronte, e un rivolo di
sangue scese dall'angolo della bocca di David, l'assassino se lo scrollo
di dosso e lo gettò a terra, David lo vide sorridere ancora con quel
ghigno assurdo e gli occhi malvagi fissi su di lui, poi venne il buio.
Joey s'accorse di essere sola, Lucifero l'abbandonò con le ultime parole
su David, sentì improvvisamente il dolore nel cuore ed era fin troppo
conosciuta quella sensazione, senza pensarci due volte uscì fuori
dall'appartamento e si diresse in strada, guidata dall'istinto attraversò
la strada scansando sconsideratamente le auto in corsa, si diresse nella
stradina dove di solito David parcheggiava la sua auto e vide la scena.
Sotto il lampione l'auto aperta e David a terra in una pozza di sangue
scuro <<Nooooo! David nooo!>> Le urla squarciarono la sera umida, quella
stessa sera che era iniziata con la magia di soffuse candele, la stessa
sera che David era impacciato e divertiva Joey, quella sera David stava
esalando i suoi ultimi respiri. Si precipitò accanto a lui, non sapeva
cosa fare, delicatamente lo raccolse da terra portandolo tra le sue
braccia e anche lei si ricoprì di sangue. David era ancora cosciente,
sentì infatti dolore nell'essere sollevato, era debole e perdeva molto
sangue, aprì appena gli occhi e vide Joey piangere in silenzio e i suoi
occhi erano tristi, sembravano quasi sciogliersi dal volto
<<David….amore…>> lui tossì e dalle labbra insanguinate fluì la debole
voce <<J..Joey….mi dispiace…>> aprì la mano e le mostro la scatoletta di
velluto rosso, fece scattare il sigillo ed uscì uno splendido anello
sormontato da un'ametista che brillava di violetto alla luce <<Avrei
voluto sposarti amore….ma temo che non accadrà…il…il mio fianco….il
fegato, ho un emorragia grave.>> Joey ritrasse la mano dal fianco caldo e
fradicio di sangue, era proprio vero ancora qualche minuto e sarebbe morto
<<Ascoltami David! Guardami! Io…io ti salverò tu non morirai capisci? Tu
non morirai!>> Lo baciò sulle labbra e lavò il sangue con le lacrime in un
sommerso pianto
disperato <<Stasera il mio angelo custode…non mi ha protetto.>> David
sorrise e strinse la medaglietta che aveva al collo regalata da Joey,
raffigurava l'effige di un angelo <<Ti sbagli amore mio, staserà il tuo
angelo custode ti salverà.>> Detto questo lo sguardo di David divenne
vitreo, sentì il cuore rallentare ed il sangue coagularsi nel cuore, il
respiro ormai bloccato, ecco, che un uomo muore. Joey rimase pietrificata,
sentì il suo cuore implodere e il corpo bruciare, la sua anima s'espanse
intorno, gli occhi divennero tutti neri come la pece, era l'aumentata
percezione delle cose che la trasformava. Aveva perso le ali, ma a
Lucifero aveva anche nascosto l'illimitata fonte d'energia concessa ai
caduti e solo pochi di essi avrebbero potuto usarla, in tanti secoli non
l'aveva mai fatto, perché ciò avrebbe consumato se stessa.
La terra intorno prese a tremare, Joey alzò gli occhi ciechi al cielo, in
un lampo di luce incredibile lei sparì insieme a David. A terra rimase
solo del sangue rappreso.
Altrove
La fiamma ardeva al centro dell'antro di ghiaccio, i cristalli
smerigliavano la luce intorno, rendendo l'atmosfera eterea e surreale, il
corpo esangue di David giaceva su un catafalco anch'esso di ghiaccio e lo
stesso s'era intriso di sangue. Joey era seria, illuminata da una nuova
aurea, dolce e bella come una dea, ma anche enormemente triste. L'uomo che
teneva le sue mani fisse sul petto di David aveva un'espressione
concentrata, i suoi occhi verde smeraldo sembravano quasi penetrare il
corpo senza vita <<Avrei potuto fulminarti appena giunta qui, questo lo
sai?>>
Joey rispose <<Ero pronta a correre il rischio, so perfettamente che mi
sono spinta oltre i confini dell'alleanza.>>
Il monte Erebus svettava sull'aspra pianura ghiacciata dell'Antartide. Il
luogo più inospitale della Terra, il rumore del vento era l'unica cosa che
correva indisturbato nelle piane desertiche e in alcune notti ululava tra
le gole del massiccio montuoso. Joey era arrivata alla velocità del
pensiero in un luogo sconosciuto a tutta l'umanità, ma solo i caduti
conoscevano bene, nessuno di loro ha mai osato giungerci, perché lì
dimoravano gli esuli. Quando venne pietrificato il cielo, con esso
precipitarono i caduti, i più saggi ripiegarono nel sottosuolo delle
montagne al riparo dalla furia delle armate celesti, i giorni della
battaglia erano indescrivibili e innominabili, Lucifero in persona guidò
ancora molti dei suoi fedeli all'assalto finale e loro nelle viscere della
terra poterono sentire i terremoti squarciare il pianeta, le grida
disperate, le imprecazioni, urla di vittoria e poi il silenzio. Quando
uscirono allo scoperto, il mondo era ricoperto di cenere e braci ardenti,
intere pianure erano coperte di corpi di angeli e solo allora Alamir capì
che era finita. Dio non avrebbe mai più concesso loro la salvezza e per
tanto neanche volevano seguire la folle dottrina di Lucifero, troppo
sapere c'era nelle loro menti e i demoni senza scrupoli avrebbero potuto
usarli per sconfiggere la luce sulla Terra. Alamir e molti suoi fratelli
decisero quindi di restare nelle montagne ghiacciate in attesa della fine
delle stelle. Ed ora, la loro silenziosa esistenza era stata interrotta da
un bagliore di luce sul monte, la luce di un angelo e non altri. Alamir
corse in cima alla montagna
immersa nella notte stellata frustrata da raffiche di vento e ghiaccio,
vide a terra esausta una ragazza che stringeva tra le sue braccia un uomo
"non avevo mai visto una cosa simile" penso tra se. Ordinò di portarli al
riparo nella grande sala, lei si riprese rapidamente, spiegando chi era e
cos'era successo, i suoi fratelli ascoltarono in silenzio, alcuni erano
contrariati sulla sua presenza in quel luogo sacro, ma altri
l'abbracciarono e accolsero un altro fratello, dalle ali recise, ma pur
sempre un triste angelo caduto dal cielo.
Almir sollevò le mani dal corpo esangue di David <<Ascolta, io non posso
portarlo in vita, non perché non mi è in potere, ma perché vi è il sigillo
alla vita.>> Joey lo guardò con meraviglia che ben presto divenne rabbia
<<Che vuol dire? Tu..tu sei un caduto esule, hai conservato l'energia
primitiva degli angeli, non sei contaminato dalla vita umana, solo tu
puoi…>>
<<No Joey, io non posso farlo, perché il suo cuore è pietrificato e ti
assicuro che questo è solo opera di qualcuno che ha più sapienza di noi,
che ha il dono di trasmutare la materia in vita, sai bene di chi sto
parlando.>>
<<Lucifero.>> Rispose tenendo gli occhi fissi su David, lei, che voleva
donare l'immortalità alla persona amata, se solo gli avesse detto la
verità, se solo lo avesse portato prima in quel luogo, ma non da morto,
ormai la sua anima era già lontana da lui. Il cuore pietrificato, il
sigillo messo sul centro della vita di un essere umano. Solo il Serafino
più vicino a Dio aveva il potere di trasmutare la materia in vita e
viceversa, parte del potere divino scorreva ancora in Lucifero, solo che
lo usava per affliggere la già difficile
vita umana, ed ora, anche quella di Joey. Ovunque fosse andata, qualsiasi
cosa avesse fatto, lei era perseguitata, Michele non si fece più vedere da
quella volta sul palazzo. Era scomparso ma sapeva bene che la osservava da
lontano. Nel silenzio della sala, Joey prese tra le braccia David ed uscì
fuori con gli occhi bassi, gli esuli restarono a guardare. Almir non disse
niente, infondo sapeva cosa succedeva nel mondo e seguiva da lontano le
vicende degli uomini e dei caduti. Ma quell'angelo senza ali l'avrebbe
stupito incredibilmente.
Il vento fece oscillare Joey una volta uscita dalle viscere della
montagna, non piangeva più, non aveva più quell'angoscia, del disperato
tentativo di salvezza, ma era determinata. Salì fino in cima, sul picco
del monte Erebus e dopo alcuni metri sotto di esso sulla piana ghiacciata,
il corpo di David era freddissimo. Lo posò dolcemente a terra, alzò lo
sguardo al cielo e i suoi occhi divennero neri ed emise un acutissimo
sibilo con la bocca, talmente acuto che risuonò per l'intera pianura sotto
il monte e il vento cessò di colpo. Dopo un interminabile silenzio sentì
la voce familiare <<Alla fine, tra tutte le soluzioni a tua disposizione,
ha scelto quella più difficile.>> L'immagine di Michele la sovrastava,
appollaiato su una roccia la guardava con i suoi occhi profondi, la luna
alta proiettò la luce sulla scena, rendendo congelato nel tempo
quell'evento. Michele si avvicino a Joey e poi diede uno sguardo a David a
terra <<Sapevo che saresti stata travolta dagli esseri umani alla fine.
Non ho potuto far a meno di udire il richiamo di un angelo, ricordi la
guerra dei cieli? Tutta la terra era piena di quel suono.>>
<<Sai perche ti ho chiamato, ti prego Michele io…sto impazzendo di dolore,
cerco di non pensare che David è steso dietro di me senza anima e col
cuore pietrificato.>> La faccia di Joey traviata dalla sofferenza, dalla
stanchezza, le labbra bruciate dal freddo, ad ogni parola la sua voce era
tremante incerta. Non aveva mai provato quelle emozioni così forti, aveva
ceduto alla solitudine al vizio della droga, all'invidia, all'orgoglio,
piccole cose se paragonate all'amore. Michele si fermò a pochi centimetri
da suo viso, poteva sentire il respiro ansimante di Joey, poi pigiò le
mani sulla fronte e sugl'occhi di Joey e s'avvicino lentamente al suo
orecchio <<So tutto di te, ma hai bisogno di vedere.>> Nella testa Joey
sentì come un esplosione e poi la sensazione di precipitare in un baratro.
Riaprì di scatto gli occhi e accanto a lei c'era Michele, si trovavano in
un immenso deserto di sale bianco <<Dove..>> <<Siamo?>> Terminò Michele la
frase <<Guarda il cielo, sta cadendo è tutto in fiamme e parte di esso è
pietrificato.>> Il deserto tranquillo si riempì di fuoco, meteore che
scavavano enormi crateri sollevando il terreno, il cielo turchino parve
staccarsi come intonaco dalla volta e gli angeli caddero al suolo, a
migliaia, milioni uno dopo l'altro. <<Ricordi questo giorno? Non credere
che sia stato fiero ad alzare la spada contro i miei fratelli, non
possiamo piangere, ma possiamo provare dolore e questo è stato un dolore
immenso.>> L'ambiente circostante cambiò all'improvviso si trovavano su un
enorme grattacielo e la città immensa distendersi sotto <<Da un certo
punto di vista vi ammiro, provate emozioni come gli uomini, guarda
cosa hanno fatto, sembrava ieri quando vivevano nell'Eden
e a desso rischiano di distruggere se stessi e tutto il pianeta.>> Joey lo
guardò con aria interrogativa <<Perché siamo qui? Cosa centra tutto
questo?>>
<<Centra ragazza mia, perché voglio farti rendere conto che questa razza è
imperfetta, Dio ha dato loro un immenso dono, loro avrebbero dovuto essere
il frutto perfetto. E non è stato certo Lucifero a traviare la loro
esistenza dalla retta via, ma è stato il libero arbitrio stesso a farli
arrivare a questo punto. Ricordi l'alleanza? Beh temo che abbia fallito e
voi caduti potete fare ben poco per tenerli a bada, scusami, non avete
fatto proprio nulla per guidarli, siete stati solo osservatori silenziosi
e molti di voi si sono resi ridicoli scendendo nelle bassezze delle
emozioni. Avete avuto la vostra possibilità di redenzione e siete divenuti
facile bersaglio del male, vi siete fatti corrompere.>> Michele parlava
guardando lontano all'orizzonte, Joey ascoltava in silenzio, ma aveva già
capito le intenzioni dell'Arcangelo <<Il tuo è stato un caso particolare,
perche sei il primo caduto che ha provato l'amore per un singolo essere
umano, non l'amore misericordioso, ma l'amore che provano solo tra di
essi, il timore più grande è che questa cosa possa espandersi come un
cancro, deviando gli altri caduti e persino i Custodi. Non ti è permesso
di amare Joey.>>
Si sentiva tradita, nel cuor suo aveva provato l'amore, la rabbia, il
dolore e adesso l'odio seguito dalla forma sopraffine del disprezzo <<Temo
che tu ti sbagli Michele, se sono arrivata a questo punto è perché
qualcuno mi ha ingannata, mi ha violentata nell'anima, ha strappato le mie
ali e le ha bruciate nell'infermo, tutto questo è solo la
conseguenza di azioni accadute. Ma non mi pento delle mie scelte, affatto,
anzi da un certo punto di visto sono grata a Lucifero per avermi permesso
di provare l'amore, che per quanto breve sia la vita degli uomini, lo
provano molto più intensamente di te, degli Arcangeli e di tutte le
schiere celesti insieme. Questa è la sola disperata conseguenza dell'atto
misericordioso dell'amore, io voglio sacrificarmi.>> Piombò il silenzio,
nonostante tutto Michele si sentiva sconfitto, infondo spettava a lui
giustiziare i caduti che avevano violato le leggi del giuramento, ma la
parola sacrificio lo colpì nel centro dell'anima e verosimilmente provò
una sensazione molto umana, la stessa sensazione che logorò Lucifero anzi
tempo. Uno scatto rapido e abbracciò Joey, si fiondarono insieme giù dal
grattacielo, istantaneamente si ritrovarono sul monte Erebus, nella fredda
notte antartica.
Joey corse dal suo David, ormai un guscio freddo e vuoto, pianse
disperatamente perché sapeva bene a cosa andava incontro <<Perdonami amore
mio, non potrei vivere senza di te, ma non riuscire lo stesso a vivere
pensandoti morto per sempre>> Michele rimase stupito di tanta devozione
per un essere umano, era espressa prerogativa degli uomini sacrificarsi
per un suo simile, ma mai un angelo, un figlio della luce, mai si sarebbe
aspettato da uno di essi il sacrificio mortale. Il pianto di Joey
s'espanse nell'aria come un dolce lamento e gli esuli uscirono dalle
viscere della montagna, silenziosamente si raccolsero intorno alla scena.
Michele gonfiò il suo cuore di misericordia e lacrime, anche se un angelo
non può piangere, dentro di se provava una commozione unica. S'inginocchio
posando il palmo della mano destra a terra e da essa uscì un'aguzza e
scintillante spada, la lama del giudizio, Joey sentì il suono del metallo
scindersi dal ghiaccio e capì che era giunto il momento, Michele si
avvicinò e posò la mano sulla guancia di Joey <<Oggi non vengo al mondo da
giustiziere, oggi, spoglio il mio corpo dall'armatura. Noi siamo angeli,
servi della luce, ma siamo anche spiriti solidali e non c'è più grande
solidarietà di quella provata tra due angeli. Oggi, non vengo da te come
tuo capitano, ma come fratello ad esaudire un tuo desiderio, perché
dell'umana sorte il tuo cuore s'è fatto carico, più di ogni altro angelo
caduto, non hai salvato il mondo o la razza questo è certo, ma hai salvato
uno dei suoi appartenenti. Una goccia nell'oceano fa la differenza, domani
il mondo si sveglierà cambiato.>>
Joey si mise in ginocchio dinanzi a Michele, scoprì il suo collo delicato
e bianco come il latte <<Dono la mia anima per un solo mortale, perché
solo madre Morte può accogliere il mio sangue e portarlo in dono al
creatore. La vita umana è molto difficile da viere, ma l'unica vera
speranza per questa razza non sono i caduti, gli esuli, gli arcangeli,
nessuno di loro. L'amore stesso laverà le loro anime da tutti i peccati.>>
Si voltò guardando tristemente David <<Muoio per te amore mio, muoio per
renderti libero dalla morte e dalla sorte del male che ti ha avvolto. Non
ti ho servito come ho fatto a molti, ma ti ho amato e ti amo ancora, avrai
dentro di te la mia vita, la dono a te David, l'intera anima è più
importante delle ali di un angelo.>> Detto questo Michele pose la punta
della spada sulla schiena di Joey, risparmiò il collo, perché la
decapitazione era il segno del castigo, la trafisse al cuore affondando la
lama fino all'elsa. Joey emise appena che un gemito, si accasciò al suolo.
Istantaneamente David prese a tremare come in preda alle convulsioni ed
urlo portando le mani al petto, era possibile udire crepitii provenire dal
suo interno, era il suo cuore che sbriciolava la pietra e tornava di nuovo
in vita. E poi ricadde a terra avvolto dal buio di un sogno.
Le labbra calde di Joey sfiorarono la fronte di David, steso sull'erba
sotto un chiaro cielo turchino <<Do…Dove siamo?>> disse frastornato e
meravigliato di vedere Joey avvolta in una veste bianca <<In un sogno
amore mio, e questa volta è la principessa a svegliare il principe. Vorrei
vivere tutta l'eternità insieme a te ma non è possibile, ho poco tempo,
devo andare…>> David non capiva, ma si sentiva strano, ricordava
precisamente quello che gli era successo, il buio ed ora la luce che
permeava ogni cosa e fu in quel momento che la simbiosi delle loro anime
li portò a comprendere tutto l'uno dell'altro, gli occhi di David erano
lucidi e colmi di lacrime <<Perché non l'hai mai detto? Io ti avrei
creduto amore mio, sarei stato pronto a vivere col mio angelo. Adesso te
ne vai, dovrò aspettare l'eternità per poterti riabbracciare.>>
<<L'eternità sarebbe appena che un secondo, paragonata alla mia esistenza
senza di te. Vivrò in te, mi troverai sempre accanto perché io ti amo e ti
amerò anche oltre la fine delle stelle. A presto amore mio.>> Il viso di
Joey fu avvolto dalla luce e tutto divenne bianco.
David si svegliò di soprassalto al centro del salone del suo appartamento,
le candele spente erano ancora tutte lì. Portò la mano al fianco e la
ferita era scomparsa, si mise una
mano sulla bocca per soffocare una smorfia di dolore e pianto. Joey non
c'era più, era morta per lui. Non sapeva quasi nulla di lei, della sua
vita misteriosa, a parte l'amore sconfinato. Si alzò dal pavimento e andò
alla vetrata, fuori cadeva la neve, posò la mano sul vetro e con sguardo
attonito fissò il balcone ricoperto dai fiocchi leggeri. Una tortora
solitaria lo riportò alla realtà, andava tubando avanti e indietro sul
parapetto, David sorrise ingenuamente, aprì la finestra e stese la mano
alla tortora, lei vi salì sul palmo accovacciandosi, dopo un po spiccò il
volo e David restò a guardare il suo amore volare alto nel cielo con le
ali spiegate, le ali di un angelo. |