Vendendo le rane
La ragazzina, avendo notato l'ombra vicino ai suoi piedi, alzò lo sguardo.
Il padre le accarezzò i capelli. Era vestito con il completo da cameriere,
lavorava alla trattoria della Sora Pina, ogni tanto la domenica per
arrotondare lo stipendio. Da quando l'avevano cacciato dal gas aveva
dovuto arrangiarsi e fortuna che Mario, il figlio del pizzicarolo, gli
aveva trovato un posto ai mercati generali che, per quanto precario, gli
permetteva di sfamare la moglie e i quattro figli. Quando i suoi bambini
gli chiedevano il motivo per cui era rimasto senza lavoro, lui gli
rispondeva sempre allo stesso modo, criptico: m'hanno licenziato perché
portavo er fazzoletto rosso...
Annina gli prese la mano. - Hai visto, pà, quante rane ho
catturato?- Il padre osservò soddisfatto il cesto pieno di rane.
Giacevano sul dorso, con la pancia pallida in aria ed erano state sgozzate
tutte con cura. Nel pomeriggio le avrebbero vendute e ne avrebbero
ricavato un bel gruzzoletto. - Sei 'na brava fija. Me raccomando,
spellale tutte pe' bene come t'ho fatto vede'. M'aspetti qua, che tra un
paro d'ore ho finito e se mettemo a vendele a Via Ostiense.-
La bambina si mise subito al lavoro e il padre tornò al ristorante.
Tagliava la testa, poi incideva dall'attaccatura fino al pube e sfilava il
corpo dell'animale. Gli toglieva con cura le budella, che buttava, poi
metteva la rana nel cesto vuoto. Le rane erano una prelibatezza e c'era
sempre qualcuno disposto a comprarne. Il cibo scarseggiava e bisognava
arrangiarsi. Il mese prima, era maggio, Annina e il padre avevano aiutato
un contadino a vendere le fave. La bambina era scaltra e aveva capito come
fare la cresta, facendo una leggera pressione sulla bilancia riusciva a
far pesare la merce qualche etto in più, così intascava la differenza
senza togliere nulla al contadino. Il padre l'aveva lodata e lei aveva
sorriso.
Si fecero le cinque e il padre non aveva ancora finito. Annina guardava la
trattoria in cerca della sua sagoma inconfondibile, era alto e secco e
aveva due mani grosse come palanche. A un certo punto lo vide apparire
dalla terrazza, le disse che ce ne aveva per un'altra mezzora e che doveva
incominciare a vendere le rane da sola, lui l'avrebbe raggiunta presto.
Annina s'incamminò verso il Tevere, attraversò il Ponte di ferro, e
si mise al solito posto, all'incrocio dove Via del porto fluviale
incontrava l'Ostiense.
Dopo poco tempo aveva venduto già metà della merce, la gente, abituata a
mangiare quella miseria che gli dava il partito, non riusciva a resistere
all'idea di arrostirsi qualche rana croccante. Annina contava i soldi,
soddisfatta.
Erano quasi le sei e del padre ancora nessuna traccia, Annina contò di
nuovo i soldi, tanto per passare il tempo. Guardò distrattamente verso il
ponte e i suoi occhi colsero alcune figure, si sforzò di mettere a fuoco e
il suo sguardo s'irrigidì. Non era il padre. Due camicie nere si
dirigevano nella sua direzione, a passo lento, osservavano la gente, si
soffermavano su alcuni, tralasciavano altri. Annina cominciò a tremare.
Non era perfettamente conscia del motivo, ma sapeva che quelli le
avrebbero fatto delle domande e lei non avrebbe di certo saputo
rispondere, anche perché non aveva ancora tredici anni. Gli incutevano
timore, quei signori in divisa, con la barba sempre curata, la camicia
nera e il cappellino. Si davano un sacco di arie e il padre gli aveva
detto che non doveva mai contraddirli.
Passò forse un minuto e se li trovò davanti. La squadrarono da cima a
fondo e osservarono il cesto con le rane. - Che stai a fa' qua regazzi'?-
disse il più grosso. Annina si guardò attorno spaesata, la gente
passava con la bicicletta e gli bastava dare un'occhiata alla scena per
tirare dritto e farsi gli affari propri. Annina iniziò a sudare e parlò
con voce flebile: - sto a vende' le rane, signo', le ho pescate in un
fiumiciattolo qui vicino.-
Il fascio si abbassò sulle ginocchia per mettersi alla stessa altezza
della bambina, gli stivali lucidi splendevano, appena toccati dalla luce
del sole morente. - Ce l'hai il permesso, figliuola? Annina sentì
che le lacrime, incontrollabili, le bagnarono le candide guance. Si portò
le mani sugli occhi, nel tentativo di fermare quell'emorragia di pianto,
ma quella diga istintiva non tenne e il sapore salino gli invase la bocca.
- No, signo', non credo. Me so' messa qua perché ce vengo sempre co' mi
padre.-
L'uomo si rialzò. Poi, con grande gioia, Annina vide spuntare il padre
dietro ai due. Aveva la faccia paonazza e il fiatone. Doveva aver visto la
scena da lontano e intuito che la figlia era nei guai. - Che è
successo? se mi fija ha fatto quarcosa de' sbagliato, è corpa mia. Ve
prego, lasciatela anna' a casa. Disse, con la voce rotta.
I due lo squadrarono, poi quello che fino a poco prima era stato zitto,
parlò: - Sua figlia sta vendendo delle rane per strada, ma ci vuole il
permesso e lei ha detto di non avercelo. Aveva una voce acuta e
tagliente, e pronunciava la S in maniera tanto accentuata che sembrava il
sibilo di una serpe. Il padre di Annina non riusciva a tradire la
preoccupazione, aveva un aspetto terribile, gli occhi erano lucidi,
sull'orlo di scoppiare in pianto. - Ve prego, signori, abbiate
pazienza. Stamo a fa' la fame, io faccio du' lavori e nun me basta quello
che me passa il partito. Volevamo fa du' soldi in più pe' magna'. Abbiate
pietà, ve prego. Annina guardò il genitore sgomenta, il suo papà era
un uomo grande e grosso e non l'aveva mai visto frignare in quel modo. Un
senso di nausea e terrore la avvolse.
- Innazitutto, ci faccia vedere i documenti.- Disse, gelido, il
fascio con la voce da serpe. Il padre tirò fuori la carta d'identità,
aveva la camicia mezza sbottonata e intrrisa di sudore. Il fascio prese il
documento e lo guardò attentamente. - Leopoldo Nofroni? mi ricorda
qualcosa. Non hai la tessera del partito, vero? L'uomo annuì, lo
sguardo terrorizzato.
- Bene.- disse il fascio. Poi, come se d'un tratto avesse ricordato
il suo nome: - ora ricordo, tu sei il Nofroni che hanno epurato dal gas
perché andava in giro col fazzoletto dgli sporchi comunisti sotto la
camicia. Lavoravi con mio cugino. Mi sembravi, infatti, un viso
famigliare.-
I due fascisti presero le rane rimaste e le buttarono per strada, poi
condussero Leopoldo Nofroni in un vicolo. Lo fecero mettere in ginocchio e
iniziarono a colpirlo con il manganello su tutto il corpo. Annina gridava
e si dimenava nel tentativo di divincolarsi dalla presa del fascista più
grosso che la teneva a debita distanza dal padre. Poi, come fosse un
miracolo, nel vicolo s'affacciò un uomo, aveva la tunica e Annina lo
riconobbe. Era Don Pietro, il parroco della chiesa di Piazza Santa Maria
Liberatrice, dove viveva la bambina. Lei lo conosceva e anche suo madre,
che andava sempre a messa. Ci salverà, pensò la piccolina.
Don Pietro, vista la scena, fece per tirare dritto, ma lo sguardo
implorante e rigato dal pianto della bambina, lo fece esitare un attimo.
Le Camicie nere si fermarono. - Cosa succede qui? , disse Don
Pietro ai due. - Questo qui è un comunista e oltretutto stava facendo
vendere le rane per strada alla figlia, senza avere il permesso scritto.
Alla parola comunista, il parroco aveva contratto la faccia in una
smorfia di disgusto. Aveva un'espressione tesa e non riusciva a tenere
ferme le mani. - Il Signore ci invita sempre al perdono. Ma le sue vie
sono infinite e purtroppo la sua giurisdizione è nel regno dei cieli,
sulla terra e sulle scelte degli uomini non ha potere. Pregherò affinché
quest'uomo abbandoni le sue idee comuniste e venga più spesso nella casa
di Dio. Sia lodato Gesù Cristo.- I due fasci annuirono: - sempre
sia lodato. Evviva il Duce.- Il sacerdote se ne andò in fretta e senza
salutare, distogliendo impietosamente lo sguardo dalla bambina incredula e
dal padre tumefatto dalle manganellate. I due ripresero a picchiare.
La bambina sosteneva, per quel poco che poteva, il corpo del padre, che
zoppicava vistosamente e aveva la testa gonfia e insanguinata. Camminarono
in silenzio. Poi la bambina disse: - perché il prete non li ha fermati,
papà? perché?- Il signor Nofroni la guardò dal profondo dei suoi occhi
gonfi e lividi, poi sputò un grumo di sangue con un pezzo di molare e
disse: - piccola mia, i fascisti hanno la camicia nera fino a qui-
indicò il bacino, - i preti ce l'hanno fino alle caviglie. Non fa molta
differenza.-
Il sole ormai era calato e presto avrebbero cenato. Era giorno di
pasta e cavoli.
Serata in un bosco
Il vento dipingeva aulici mulinelli di foglie, il tempo era la tela sulla
quale essi si muovevano. L'autunno si era destato deponendo violentemente
un' estate di caldi inconsueti e concerti psichedelici di cicale in
molestia recidive. Passeggiavo lontano dal mondo, dalla società civile che
bombardava corpi di magri esseri in vestaglia e turbante, dai lidi mondani
e oltre, saturi di gente in preda a deliri di moda transitoria e ceroni di
ultima generazione. Il bosco respirava e io respiravo lui, l'umido di
funghi taciturni e muschi dai vividi colori, la putrefazione che avrebbe
dato vita a nuove forme, modellandole per il solo gusto di farlo, in
maniera del tutto naturale. Il sentiero s'insinuava sicuro e scaltro fra
plotoni di faggi ancestrali i cui fusti sembravano fatti d'argento
regalato dalla luna e le foglie brillavano d'oro, attendendo stoicamente
il loro destino.
I miei occhi colsero fra le fronde, nella direzione in cui il sole si
trascinava, lo sbuffo annoiato di un camino. Decisi di dirigermi verso
quel luogo, anche perché l'aria iniziava ad essere gelida e mi dava da
rabbrividire. Dopo un po' alla mia sinistra scorsi un'altra stradina che
costeggiava il principio di un ampio colle e vidi orme fresche, ma
irriconoscibili per via della fanghiglia, di qualche bestia da soma e sul
bordo tre piccole casette di legno nelle quali erano stati riposti degli
incensi le cui essenze si mescolavano abilmente agli odori agresti. Le
minute costruzioni mi arrivavano alla vita ed erano di ottima fattura, a
base quadrata e tetto triangolare e varie incisioni a me sconosciute mi
osservavano con aria vetusta e sguardo di biasimo per non essere in grado
di denudare i loro segreti.
Aldilà delle fiabesche abitazioni intravidi una radura che accoglieva i
pallidi raggi del sole che come lance luminose fendevano l'aria e si
univano alla terra. Gli alberi intorno erano disposti in cerchio e
osservavano quieti ciò che rimaneva di un fuoco recente, le cui ceneri
erano ben protette da sassi di diverse e bizzarre forme.
- Buonasera.
Mi voltai verso la voce cavernosa e mi ritrovai a guardare un faggio
antico che aveva nel mezzo del tronco un volto quasi umano.
- Non guardare il faggio, egli dorme ormai da molto tempo.
Un uomo anziano vestito di stracci entrò all'interno del cerchio, aveva
una barba lunga e ispida e due occhi grigi come il manto del lupo. Sorrise
lasciando intravedere una precaria dentatura coperta a malapena dai baffi
che scendevano sul labbro superiore, inspirò l'aria tersa e si fece avanti
lentamente verso di me.
- Cosa pensi di questo luogo?
Il mio cuore accelerò ma più per somatizzare la sorpresa che per un
sentimento di paura.
- E' bello.
Mi guardò con aria sorniona.
- Già. Cosa ti porta da queste parti? Non vedo spesso esseri umani.
- Non mi sembra, quel fuoco è opera di esseri umani, o sbaglio?
- Se quello è opera di esseri umani, allora io sono un folle che la notte
osserva creature eteree e meravigliose che danzano al chiaro di lune piene
e luminose, che preparano succulente zuppe in calderoni di bronzo e
bivaccano e cantano inni a spiriti e esseri d'altri cieli.
- Beh, mi sembra affascinante, ma un po' troppo fantasioso per essere
vero.
- Non hai risposto alla mia domanda.
- Non lo so, volevo fare una passeggiata nel bosco e il vento mi ha
portato qui. In realtà ricordo che stavo seguendo i mulinelli di foglie e
poi ho visto lo sbuffo di un camino e sono arrivato qui.
Il vecchio sembrò soppesare le mie parole per un tempo molto lungo, infine
mi sorrise e si voltò facendomi segno di seguirlo. Il crepuscolo era
vicino e lasciava intravedere le sue vesti fatte di colori impressionisti,
il cielo si colmò di rosse sfumature che sembravano esplosioni di lontane
supernove.
Passeggiammo fra ruderi di pietra adorni di piante ed erba umida mentre la
notte cadeva e le ombre pian piano presero il sopravvento. Il canto dei
grilli rendeva il mio cuore leggero e si univa ad altre misteriose
sinfonie che sgorgavano da ogni fessura del mondo. Alla fine gli alberi
smisero di costeggiare il sentiero e vidi finalmente quella che doveva
essere la casa del mio curioso compagno.
L'abitazione del vetusto uomo era onirica: antiche assi di legno
tagliavano il soffitto di pietra. Ad una prima occhiata mi era sembrata
pericolante e invece l'interno dimostrava che era molto resistente. Non vi
erano spazi chiusi o stanze. Un letto di paglia su cui era posata una
coperta e a lato di esso due candelabri e svariate pile di libri
ammonticchiati per terra. Vi era una piccola cucina in pietra, un fornetto
e diverse erbe e piante rinsecchite pendevano da una mensola sopra il
forno. Il vecchio iniziò ad armeggiare con stoviglie di ogni genere,
infine prese un pentolino e lo riempì d'acqua e lo pose sopra la stufa a
legna.
- Siedi pure vicino al camino.
Due poltrone erano davanti al camino, assaporai il tepore sublime del
fuoco, mi sentivo bene.
Poco dopo il vecchio torno con due tazze di tè bollente, il profumo mi
riempiva le narici di una freschezza di bosco e menta.
- Questo non lo vendono al supermercato…
Il vecchio rise di gusto, i suoi occhi grigi brillavano riflettendo il
candido danzare delle fiamme.
- No, questo è un tè speciale che faccio io, raccolgo personalmente le
erbe.
- Immaginavo. Che cosa ci faccio qui?
- Lo sai solo tu. Il vento ti ha portato, mi hai detto poco fa. Esso non
sbaglia mai.
Bevemmo un po' in silenzio, dalla finestra intravedevo le fronde degli
alberi che si lasciavano manovrare dal vento, la luna era piena e luminosa
adagiata sull'orizzonte come una maschera inquieta.
- Chi è lei?
- Sono Armando, vivo qua da tempo. Sono fuggito dalla mia città perché mi
cercava la polizia.
- E, se non sono indiscreto, perché la polizia le dava la caccia?
- Perché ho ucciso un uomo.
Il vecchio sorseggiò il tè e fissò un punto imprecisato tra le fiamme.
- Fu un atto di cui ora si pente?
- No, anche perché l'uomo che ho ucciso mi ha perdonato e so che non
biasima la mia azione, anche perché fu lui a chiedermelo.
- Era un suo amico?
- Beh, in verità ce l'hai davanti.
Pensai che il vecchio scherzasse ma la sua espressione non sembrava ludica
e seppi che non stava mentendo. Si alzò e con un pezzo di ferro ravvivò il
fuoco con movimenti sicuri.
- Come?
- Non aver paura, non sono un fantasma. Vedi io ho capito. Semplicemente
questo. Facevo l'impiegato in una banca, per anni svolsi il mio lavoro con
meticolosità, avevo una famiglia, dei figli. Ogni giorno alle sette ero in
piedi, facevo colazione e andavo a sedermi al mio posto. Un giorno non so
come vi fu una frattura nel mio cervello, fu come se mi fossi sdoppiato,
spersonalizzato. Vidi la mia testa dall'alto, stempiata, i capelli
appiccicati sulla nuca in un orrendo riporto, i gesti da automa sicuri
nella loro sonnolenta routine. Vedevo uno scimpanzè che andava avanti per
inerzia. Il grigio predominava intorno a me, un grigio triste e sciatto,
mi resi conto che non sentivo odori, il respiro era una cosa scontata, nei
miei polmoni stagnavano vili sostanze, vapori mefitici di banca e cemento.
Uno spettacolo desolante. Quando ritornai in me successero delle cose che
furono considerate degne di un folle. Mi denudai completamente, la donna
anziana che era di fronte allo sportello per cambiare un assegno svenne.
Alcuni risero mentre correvo nudo sui tavoli dei miei colleghi saltando
come un daino e ululando. La guardia giurata entrò con la pistola in mano
ma rimase spaesato dalla situazione e non fece nulla. Il direttore della
banca mi venne incontro correndo e mi afferrò il braccio e strattonandomi
violentemente mi fece cadere da un tavolo, io nel capitombolo mi portai
dietro un computer e diversi fogli di carta da stampa svolazzarono
nell'aria per poi adagiarsi a terra.
Ascoltavo il vecchio trascinando di tanto in tanto la tazza alle labbra.
Rimase in silenzio qualche secondo per accumulare sensazioni.
- Infine venni scortato fuori, nudo. Mi diedero in mano i vestiti e mi
dissero di non farmi più vedere. Della donne sulla strada mi guardarono
con espressioni allibiti e scuotendo la testa si allontanarono da me.
Rimasi a guardare quanto accadeva nella banca. La maggior parte della
gente aveva ripreso a occuparsi dei propri affari, presto la mia azione
sarebbe diventata una barzelletta e ancora più in là si sarebbe dissolta
come fumo in un cielo invernale. Mi avvicinai ad un barbone che passava le
giornate steso a fianco di un secchione dell'immondizia e gli lasciai i
vestiti. Tenni solo le mutande e una maglietta di lana. Mi guardai sul
riflesso di una vetrina di un negozio di scarpe. Ero proprio bello.
Sorrisi e m'incamminai a piedi verso il nulla. In serata ero in mezzo alla
campagna, camminai ancora fino a notte fonda poi stramazzai ai piedi di un
albero. Al mattino mi svegliai coperto da un manto di foglie secche. Non
avevo freddo e rimasi a contemplare il sole che si alzava proprio davanti
a me. Ripresi il cammino quando l'astro fu quasi al culmine. Vidi molti
animali e alcuni mi indicarono la strada, in particolare un capriolo mi
fece imboccare la stessa strada che hai percorso poco fa e così approdai
in questa casa in cui ormai vivo da anni.
Riflettei sulle parole del vecchio. Il vecchio mi sorrise e io feci lo
stesso.
- Beh, è una storia curiosa. E adesso è felice?
- Non posso dire di essere felice, posso solo dire che sono io. Custodisco
il bosco, lo proteggo e aiuto talvolta gli spiriti della radura.
- Quelle creature di cui mi parlava poco fa?
- Si, sono belle.
- E che genere di aiuto gli dà?
- Beh niente di che, il calderone che usano è mio ad esempio. Gli presto
degli oggetti materiali e loro in cambio garantiscono che in questa
foresta entrino solo persone degne.
- Uhm, quindi io sono entrato perché ne ero degno?
- Assolutamente. Lei sta cambiando, se ne accorgerà presto. Ora io vado a
dormire. La prego di restare, ormai è buio. Può dormire dove vuole.
- La ringrazio.
- Buonanotte.
- Buonanotte.
La luna ero scomparsa dalla finestra, si era alzata piena e luminosa per
far luce a quel piccolo pezzo di mondo incantato. Trassi un profondo
respiro e poco dopo il sonno mi colse e Morfeo accarezzo la mia fronte
sussurrandomi una dolce ninnananna.
L'insostenibile leggerezza dell'essere io
gradi di separazione, lungo il filo di un ponte pericolante, tracannando
polveri scure come fossero pinte di birra artigianale. lo sporco poggiato
in plotoni sulle strutture metropolitane che immettono nel cuore della
terra, attesa di forma di vita apparente che sale le scale, l'illusione
due volte, il viaggio verso l'etica della mia compravendita. curiosi
drappelli di soldati passeggiano giulivi come oche destinate a un laghetto
di qualche tenuta patronale. mi osservano mentre rollo uno strascico di
tabacco, lo accendo inalando il primo cazzotto ai polmoni in aria di
sciopero. si domandano i militi se esiste uno tanto stupido da fumarsi una
miccia davanti a loro, confabulano sul mio essere poco rassicurante. le
pistole rimangono nelle fondine di pelle umana. il sole se ne va a
passeggiare dietro nuvole intrise di lacrime. cieco al varco, mi affido
alla mia sensibilità di vagabondo stazionario, colgo qualche odore che mi
pare artisticamente ispiratore. il nulla divampa in fiamme di calce,
immetto il mio corpo nell'imbuto di scale mobili affollate.
ora di mangiare, stomaco brontolante necessita qualcosa di commestibile.
l'occhio cade sulla M gialla, lo stomaco s'incazza minacciandomi con un
rigurgito di succhi gastrici. a fianco una pizzeria fast-food very fast.
il supplì fritto con olio di trattore russo del '51 mi provoca spasmi di
dolore sopportabile, sempre meglio della carne putrefatta dei gringos. la
pizza sembra ostia sconsacrata farcita con verdure distinguibili solo dal
colore.
"uomo fermati!", " vai di fretta?" gli rispondo "forse". i calendari
canini dei salva bestie non m'interessano più, non hanno delle belle facce
e sembrano fatti di crack. una gran bella ragazza dell'est alta il doppio
di me mi chiede informazioni sullo sciopero, io balbetto una risposta
impastata di pizza e lei si allontana neanche fossi sandro bondi.
un ciccio delle FS mi dice che il treno non passa fino alle cinque. mi
rassegno all'idea di addormentarmi su una panchina ma non ho voglia di
svegliarmi con il culo addormentato. cammino avanti e indietro evitando
squadroni di anime inquiete e scontrose. illuminante bagliore d'idea
accende la fiamma periturissima del mio cervello. AUTOBUS.
l'idea risulta essere la morte. vedo l'autista sudare copiosamente,
l'autobus dondola come una nave in mare tempestoso. grida, insulti e
bestemmie tagliano in due la materia. riesco ad inserirmi fra uno smilzo
rasato e una vecchia incazzata come un bambino appena uscito dal ventre di
sua madre. un tale mi tira la coda dei capelli ma io lo atterro con un
calcio carpiato del drago di rocca cannuccia. il kung fu trasuda da tutti
i pori della mia pelle, si ode un : ohhhhhhhh. salgo agilmente sul mezzo,
l'autista preme l'acceleratore e parte rischiando di distruggere il gazebo
di forza italia, inclusi esseri umani all'interno. rimprovero l'autista
per aver mancato il bersaglio.
la disposizione umana all'interno della vettura ricorda un quadro cubista.
le ascelle sudate mie e altrui si sfidano a singolar tenzone, ma vince un
giuliano ferrara in formato ridotto con i capelli scuri. il fetore che si
dipana dalla sua zona ascellare ricorda quello di una balena putrefatta
arenatasi sulla spiaggia per farsi accarezzare dalle onde di suo padre.
milioni di fermate fra gemiti di bestie da soma, sembriamo maiali
destinati al macello.
arranco a terra nei pressi della tana, sudato sporco e dolente, mi reco
verso le porte della percezione, di cui ho perso le chiavi. filosofeggio
sul segreto nascosto dietro le isolette di aiuole nel mezzo di un inferno
di cemento armato fino ai denti. la sera non si avvicina, le giornate
tardano a morire come novantenni appesi a polmoni d'acciaio. il fiuto mi
porta a cercare i campi artificiosi della nostra bella campagna. ancora
due vecchie mi guardano male, accendo il fumo che bramo e m'incammino
silente al meriggio.
Non ricordo quando fu che mi guardò la prima volta
Non ricordo quando fu che mi guardò la prima volta, non posso ricordarlo
perché il pensiero del suo sguardo ancor oggi mi deturpa lo stomaco.
Ricordo che fra gli alberi correva felice coi capelli al vento, neri come
la notte senza luna, danzava, saltava e un sorriso quasi accennato le dava
un'aria da bimba senza peccato. Quante volte l'ho osservata non posso
dirlo, senza dirle una parola, senza respirare, finché non dovevo fuggire
perché il padre mi correva appresso con un randello di non so quale
materiale foggiato, ma so che era duro come pietra perché nell'agitarlo
sradicava rami tozzi come prosciutti. Poi al fiume quando andava a
raccogliere l'acqua e parlava con le amiche di storie femminine, che
sinceramente non ho mai capito.
Io ero allora un ragazzetto smilzo con lunghi capelli castani e talvolta
mi pigliavano per una femmina e alcuni mi prendevano in giro, ma io non
opponevo resistenza perché sapevo che avrebbe aggravato la mia condizione.
Passavo le giornate a tirare sassi nel fiume, a pescare quando rimediavo
una canna di rozza fattura e la notte guardavo il cielo stellato
immaginando mondi, esseri grotteschi e volanti che magari avevano il
sedere sulle spalle e cercavo di trovare un modo per fare la cacca quando
si ha il culo in quel posto. Spesso mi addormentavo e all'alba,
infreddolito e con le ossa scricchiolanti, andavo alla taverna dove la
comare mi offriva una tazza di tè e qualche dolcetto appena sfornato. E
ancora andavo a cercarla e facevo finta di essere un guerriero munito di
spada e arco intento a scovare creature mostruose con grandi mascelle e
nasi da maiale, e naturalmente il culo sulle spalle perché era una mia
fissazione. La trovavo sempre in quei boschi d'alti pini e querce perché
ormai conoscevo le sue abitudini, ma la facevo sempre sembrare
un'avventura piena d'ostacoli, satura di ibridi innominabili che il
rametto usato a mo' di spada perforava e poi metteva fine a rantoli e
grugniti impronunciabili. Infine col mio destriero luminoso la incontravo
e lei saliva in groppa e l'orizzonte, nostra unica meta, si tingeva di
colori fiabeschi fino a che il sole non moriva oltre i monti appena
imbiancati, e caverne secolari ci proteggevano dal freddo della notte. Lì
la luce di un fuoco crepitante tracciava i contorni del suo viso
nascondendo gli occhi scuri adorni di stelle.
Poi quando i sogni lasciavano spazio al risveglio ero solo e il fuoco
morto e il cavallo scomparso.
Non riuscivo a capire perché ciò accadeva e allora un'altra giornata di
follie surreali, ma per me più vere d'ogni altra cosa, si destava e come
un bardo cantavo le mie stesse storie, immaginarie, finte, romanzate ma a
un tempo vive come l'alveo del fiume, ed ero felice.
Quando scomparve una mattina di primo maggio il mio cuore si spense e il
suo battere ancora è solo un'inutile inerzia, un grido di dolore, un
flagellarmi senza fine.
E ancora la vedo che balla lungo i sentieri fra gli alberi che da allora
sono la mia casa. |