Poesie di Gabriele Piretti


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Sono nato in un mattino di Settembre del 1981, a Roma. Nella mia vita ho cambiato molte volte: fino ai diciotto anni ho addirittura fatto il calciatore, di cui l'ultimo anno nei professionisti. Ma il mio Essere, che già da tempo si era accresciuto, nutrendosi di libri e spinto da una curiosità insaziabile, con grande difficoltà riusciva a conciliarsi con l'ambiente calcistico. Smisi di giocare e mi dedicai all'università, Storia delle religioni, anche se in maniera molto discontinua. Non sono ancora laureato. Nel frattempo ho incominciato ad avvicinarmi alla scrittura, prima prevalentemente la prosa, da qualche tempo anche la poesia. Amo la bellezza pura dei boschi e della montagna, l'opera di Tolkien e i libri in genere, la musica spesso accompagna le mie giornate davanti al foglio bianco.. Sono a tratti misantropo e per il resto cerco il Grande Spirito.
 

Leggi i racconti di Gabriele

Vita
Il mio cuore naviga
su frammenti di tempo
disposti dal caos nel ricordo
che si perde negli anni
e si sfalda coi denti
e la pelle ormai afflitta
giace come un sudario
velo bianco sul bianco

Morire è non avere più memoria

Notte
Ruberai
nelle notti di piena
la luna troppo accesa
a velare le stelle
Ne farai granelli
luminosi
come lucciole
li spargerai in aria
e guarderemo mille luci
brulicare sui laghi del nord

Nel grembo
porterai l'astro
senza darlo alla luce
L'alba aspetterà
i nostri sogni
rifugi oscuri
cedere alla veglia...
solo due palpebre
a sigillare la realtà

Volai
Volai
in cieli d'ambra
siderali oceani
in basso
caverne nel buio
e laghi di stelle
brulicavano insonni
alle radici di alberi fioriti

Poi vidi
le chiome eburnee
di mille uccelli in aria
presi d'istinto
dai sospiri del vento
dall'alto planarono
nell'abisso del tempo
per darsi un limite

Eravamo noi
esseri infiniti
prima della carne

Sogno
Abbracciai il nulla
avvolto nel nulla
involucro
abbandonato
e mi persi
tra forme mai viste
leggeri accenni di vita
la luce si spense

Sbocciò la brina
sui rami antichi
di mille pensieri
e fu l'alba...

Nessun volo
Ali rattrappite
focomeliche
stentano il volo
e il cielo non aiuta
soffitto di pietra
tronfio di nuvole grigie
che hanno il sapore della pioggia
a bagnare i fiori
appena svegli in primavera
s'abbracciano alla terra
stanca madre derelitta
Un po' di dignità
chiedo dal basso
proteso alle vette
dei monti innevati
tra lapidi di sogni
cervelli e illusioni

Pensiero#1
Tragiche
le vesti arcane
che celano i vuoti
le distese antiche
d'inferni sulfurei
apparse in materie ombrose
cangiano le epoche
modelli di quanti possibili
azzurri spazi mai paradisi

Vele leggere aprono ai venti
le braccia tese alle correnti
viaggiano al di là del mondo
che all'orizzonte cade in burroni
la terra è piatta se lo si vuole

Naufragato
È un pozzo di vanagloria
dove ci si specchia
la pelle invecchiata
dalla burrasca
e dal sole
mai in pugno le degne gesta
che il tempo non crepa

In ginocchio sui sassi
ho sete d'acqua
semplice limpida ovvietà
come il mio respiro
un giorno sarà mozzo
d'una nave naufraga

Milioni di anni dopo
Guardo lontano
oltre azzurri contorni
di lande gelide e deserti in fiamme
Noi non saremo più
nemmeno il ricordo di mura
cui s'aggrappa l'edera
il nostro pensiero
perduto nei soffi del vento
che sposta granelli infiniti
di sabbia in attesa del mare
E le fedi perdute
i gesùcristi scomparsi
estinti anche loro
coi delfini e le tigri

Matrice#1
Matrice materna
demiurga di ventre
Madre torrente
so tutto di te
e niente

Ascolto i sospiri
mentre mi attendi
nuoto
attorcigliato ai tubi
assaggio liquami
tutto quel che mi piace
sei tu
Madre
io non ti vedo
ma amo il tuo volto
increspato d'onda
risacca dolorosa
che t'apre i fianchi

Madre
ora ti vedo
tra lacrime e luci
ed è dura respirare
il freddo è coltello
voglio tornare
al tuo grembo
caldo tepore materno

Di marzo
Errabonda perpetua mente
disfatta tra grinfie di sonno
in attesa d'un cuore rosso
amore prima di tutto
primavera di vita immensa
ama traboccar la rugiada
da lingue di selve e rose

Anniento il moto razionale
lo rompo come morbido pane
m'affianco al respiro di tutto
inebriato da fiumi di nascite
che sbocciano ora come fiamme
e al mattino si scaldano al sole
colori di mille forme
si lasciano sposare alla luce
come il tuo vestito
che vola mentre balli
a quella festa che deve ancora venire

Damnatio memoriae
Come cenere soffiata
in uno sbuffo di tramontana
nel vento mi perdo
elemento tipico
consustanziale
e la presenza ammutolisce
sconfinata nel tutto
fra miliardi di molecole
dannata la memoria
al silenzio

Colonizzazione perpetua
Eccomi!
all'ombra d'un cero
a sentenziare sui misteri
nella tremula luce consunta
che proietta i desideri
come ombre cinesi d'animali
sui muri laceri del mondo

Tiepida legge ingrata
che affondi lame nell'uomo
sposato ai piagnistei
sedato da geni e illusioni
in catodiche orde
spengono il lume
chiocce di morte

Chiederemo asilo al cielo
quando non vi sarà terra
lo macchieremo di case e cemento
scacciando le nubi e le stelle
poi ancora
quando l'azzurro sarà gonfio
colonizzeremo infine il sonno
ma non vi sarà nessuno
a rimboccare coperte

Bassa lega
Oltraggio
all'umana quiete
sei disgrazia bassa
che vuoi nascondere coi tacchi
per ergerti al di sopra
dei tuoi vigliacchi
penosi lacchè

Hai capelli colorati
da chissà dove riciclati
su pelle mummificata
tutta imbrattata di fard
sei un clown deprimente
senza opinioni

Stralci fogli e fai il visir
da alchimista truffatore
promuovi la merda
spacci elisir di pocavita
e tette e chiappe a volontà
per addomesticare i fessi
alla tua libertà

Hai sciolto le leggi
come aspirina nell'acqua
ti sei curato i difetti
hai messo mani in ogni dove
sei sempre in primo piano
il mio bel pingue psico-nano
che ti porti in spalla la disgrazia
che affonderà 'sta povera Italia

Rivolta nel sangue
Ho messo le mani avanti
e mi hanno ammanettato
ho camminato per ore
contro l'oppressione
ma nulla è valso
il nostro sangue
ha tinto le strade

Dittatura fa male
ti spezza le gambe
non ti fa respirare
sei schiavo d'un simbolo
d'una voce che non ha nome
volto
è una maschera di cera
che il fuoco non scioglie

Ci consegneremo alla morte
all'eterno oblio
ma non daremo mai
i nostri corpi alle gabbie
nascosti al mondo
dissennati dalla tortura
fino a renderci spettri
monito a non sfidare
l'ordine cinese
decorato di Mao

Ancora un passo
suona tetro rumore d'armi
mi dono a un'altra vita

Alla povera gente del Tibet. Con tutto il cuore.

Demolizione
Urla fumose
circondano la casa
spettri di idiozia
cultori di negligenza
spacciano parole rimestate
adulano il difetto
aprono vie corrotte
farcite di menzogne

L'odio mi violenta
spinge lo sterno oltre la ragione
il cuore è un omicida
si fa strada nella nebbia
con furore tiranneggia
sconfessa l'idea di comprensione

I tramezzi sono fragili
la mia dimora si sgretola
cadono a pezzi gli arti
le murature malfatte
frotte di polveri allo sbando
si posano sul mondo
scenario di carne
in disumana disgrazia

Corpi vacanti
In giorni sospesi
tra ieri e domani
si vive col presentimento
di non essere di peso
inutili corpi vacanti
numeri ennesimi
sostituibili

I neonati all'approdo
devono sbocciare in pianto
così si scoprono umani
ironia della sorte
che a quell'atto daranno sfogo
per tutta la vita
milioni di volte

Noi
decrepiti pupazzi involuti
aggregati contraddittori
svolgiamo il compito ingrato
d'essere cosmocronica nullità
corrosi da oscure domande
cui diamo ingenue risposte
senza l'ombra d'una costante

Aspettiamo la fine
che sia almeno un sorriso
stavolta

Fosse facile
Fosse facile ridere
in questo tempo
che il medioevo sembra rinato
ad oscurare il sole
a gettare oscuri veli
di crepuscolo
sulla verità

Fosse facile
riderei
ma non ho vanto da portare
a favore del mio mondo
dove piangere è così ovvio
dolore senza anestesia
e i denti stringono legni
altrimenti in frantumi

Vorrei davvero alzare gli occhi
sulla bellezza d'un tempo
ora divelta da magnati
spettri d'élite
chiusi in gusci di noce
grembi d'insana maternità

Amore chiede amnistia
legato a un palo d'idiozia
sopra una pira di fiamme
ma la voce muore in scintille

Tetraggine
Un vuoto di grigio
opaco sentimento
mi spezza l'anima in due
è un tormento

Ho sete di nulla
che sa di sabbia
di deserto
è il premio alla mia gola
che si apre riarsa
bruciata da parole
di fragile vigore

Vorrei che il ferro mi abbattesse
lasciandomi a terra
solo il vento a smuovere il corpo
che non ha più giorni
né calore

Passato invano
Scampoli d'uomo
nella terra rialzata
bocca aperta
a chieder pasto
esce un alito di fame

I mercanti mitigano
le greggi in rivolta
le spengono nel chiasso
dei compravendi al mercato
dimentiche di cambiare
vanno dritte alle zanne
rabbiose lame di lupo

Sgocciolio del tempo
ancora le carne al fato
burrasca rumoreggia
verso sera
fiamme straziano il cielo
a poppa solo lava
arde braci di gente
d'un passato invano

Ora
le viti non danno gemme
né il vino si fa sangue
rimane viatico d'ebbrezza
che illude di paradiso

Il viaggio in borsa
Vuoto nei solchi
di mani ingenue
come oro colato
solennemente
scivola la notte sugli occhi
immagine epica d'una certezza

Scappano i miei piedi
mettono ali di mercurio
scacciano l'ombra che li copia
mentre mi spengo nel vento
o lascia a terra la corona
per sposare ancora l'aria
e se la mia vita smunta
ormai spettro
fantasmagoria
di luci proiettate
e ombre dipinte
statiche cornici al giorno
rinascesse...

Darei la mia strada
se potessi
per vestirmi di terra
e foglie
con solo il viaggio
nella borsa

Il rasoio di Occam
Armata nera di pappagalli
nemmeno di corvi
abbarbicata ai passepartout
dei mondani salotti
celesti barbecue
per pochi credenti
gli altri ai forconi
e alle fiamme mai spente

Abnorme inclemenza
attacca la ragione
vezzo di pochi
è per gli improbi
la strada addobbata
sfilano al sole
sempre attenti
le orecchie pronte
ad abbracciar la fede

Non cade il rasoio
a tagliare l'assurdo
l'eccesso fiorisce
prolifera e feconda
mette radici profonde
nel desolante umano terrore
che urge aldilà

Clonazioni promozionali
M'opprime
l'eco delle mie parole
rimbalzate come molle
tornate a casa
a un muro di stracci
alle mie orecchie
come non fossero uscite
dalla mia bocca

Io le ho ascoltate bene
troppe volte derise
perché vuote e atone
hanno poco di vita
come esalanti
ultimi respiri
smuovono solo la polvere
che ne invecchiava l'età

Ho sete di sconosciuto
il riverbero non m'attira
è una replica ennesima
truccata di novità
nessuno si promuove
a stuzzicare il non visto
si limitano a vomitare
quanto già ruminato
a ficcarci sogni in panza
in sospetti prendi tre
paghi due

Romanì
Due attimi di danza
sospesa sul mare
l'orizzonte suona
come fisarmonica
unico scopo di vita
spostarsi e ancora andar via

Ci guardano in cagnesco
tutti ebbri di società
le funi tirate ai picchetti
d'un circo statico
propensi alla forca
per chi si burla di quel principio
nemmeno intuiscono
che a noi piace giocare
e rubare è per scherzo
come amare

Abbiamo sguardi taglienti
facce assassine
da delinquenti
ma mai abbiamo sganciato
bombe dall'alto
su donne e bambini
innocenti malconci
carne al macello
per un barile di denaro

Casa nostra non è qui
ma ovunque sia viva
l'idea del vento che spira
e chiama le nostre vele al mare
come spume d'acqua
ci orniamo d'onda
nell'eterno bramare terra
e lasciarla sempre andare

Tutto si muove
continuo girovagare
smetteremo di migrare
quando il mondo sarà fermo

Il grande occidente
Ho attraversato memorie
sterili e vuote abitazioni
spente nel bianco dello stucco
quelle pareti di storia
che pur severa maestra
ha insegnato poco
uccidendo senza pietà
i suoi migliori allievi
utopisti e non violenti
ambientalisti
uomini coraggiosi
guerrieri senz'arme

Tutto si ripete
sempre pronte le malerbe
a devastare gli orti
stanche maree
porta la Luna a inondare sponde
in risacche inquiete
onde schiaffeggiano terra

S'alza ancora la posta
la vita diventa
merce di scambio
cannibalismo non consumato
stinchi e cosce d'uomo
sgranocchiate da corvi infami
in cravatta e smoking
pettinati a dovere
regalano beneficenza
mentre lo stuzzicadenti
setaccia in bocca
i resti materiali
di tanti innocenti

Datemi un colpo
svegliatemi
aprirò gli occhi
e scaccerò i miei mali
affinché l'iride non catturi
più le facce dei caduti
morti per niente
a favore del nostro
grande occidente

Confessioni di un ateista
Senza dio sto in pace
di fede e indulgenza
nemmeno una traccia
ho sete di me
di scoprirmi straniero
il cielo e la terra
mio unico credo

Ho il cuore insonne
è avido di sapere
nell'assoluta quiete
di essere rinato
mille volte trasformato
mai sazio di mutare
forma e sostanza
gli occhi tesi
dove il fiore è concepito
e l'albero ancora impensato

Potrei dubitare
dei miei soli sensi
quando addormentati dal dogma
ebbero fiducia nel trascendentale
biascicarono parole alla toga
chiusa in confessionale
ad accudire i peccati
e svenderli per due soldi
a un'entità irrisolta
così prodiga di silenzio
prestanome alla disgrazia

State attenti!
uomini
il vostro lume è spento
e la notte ancora lunga
non fidatevi dei paradisi
di chi vi vuole ammaestrati
gli ultimi non saranno i primi

Ascoltate la ragione
e se la morte vi spaventa
sappiate che è certa
nessuno vi scampa
e non vi sarà Cristo
a scortarvi
è l'ultima prova
siatene degni

L'inganno
Un inganno solenne
fatto di profumi
dai nomi francesi
di cere e creme
laccate d'oro
e argento impoverito

Tutto quel che hai
è un pugno di polvere
che scivola tra i palmi
nelle fessure delle mani
lasciandoti vuoto
senz'anima e cuore

Ci hanno mentito
ubriacato di artefatti
oggetti d'usura
pagati a caro prezzo
col sudore della vita
col peso sulle spalle
di lavoro senza sosta

Alla sera in casa
t'affacci sul niente
del tubo catodico
spii chi fa meglio di te
brami quel che non hai
sempre più schiavo
di ciò che non desideravi

Hai distolto lo sguardo
dai campi aperti
dagli alberi e i fiori
tuoi fratelli terreni
d'una madre stanca
che ti chiede dignità

Decadente
Un'ombra di fiore
copre il sole
all'alba deceduta
sotto pugnali di pioggia
sanguina seta ad oriente

Trascina i fiumi al mare
un sogno decadente
accecato da raggi velati
nel mattino ombroso
mi spinge la corrente
a vivere la costrizione
in attimi di poemi
fra un bacio e l'altro

Il vento muove l'ali
spaiate
di uccelli terrestri
bipedi volanti
danzano
a lume di prigionia
e guardano gli albatri
intensi volare
oltre i punti cardinali
scansando traiettorie
puntano all'unico luogo
che non sia timore

Solo un po' di tristezza
Due notti di stracci
e un mattino inquieto
hanno il sapore della vita
racchiusa nei respiri
i miei poco regolari
incosciente obbligazione
di mite inerzia

Lune spente
tracciano profili
di mille ombre su muri
mascherata potenza
a celare crepe
e calcinacci di bassa lega
che un unico e lieve
soffio di ragione
basterebbe a far crollare
in macerie

Non ho amore da perdere
e nemmeno un addio da comprare
rimane solo un po' di tristezza
sulla via
al tramonto
senza una terra da coltivare

Ragazze di frontiera
Le indie camminano in fila
tutte vestite a fabbrica
portano le loro mani
all'assemblaggio
in grandi capannoni
per pochi dollari

Hanno volti scolpiti
d'una bellezza antica
come idoli di pietra
scolpiti dai mexìca
secoli fa
prima che l'unico mondo
rovinasse in macerie
per dar vita al nuovo

Lavorano come formiche
nella miseria e anonime
come numeri sacrificali
vengono poi smembrate
nemmeno diciottenni
la loro purezza sfregiata
per divertimento
poi soffocate e seppellite
nel deserto
da uomini di potere
politici e industriali
nella muta accettazione
della polizia
sporca di corruzione

Solo le madri al mattino
con la vanga in mano
a togliere la terra da quei corpi
che il Diablo ha portato via
in qualche inferno di fuoco
e gli occhi un tempo luminosi
ora per sempre sbarrati
in un attimo di terrore
guardano il cielo stupite
ché Dio non si è fatto vivo
è rimasto comodo in paradiso
Gabriele Piretti
Dedicata alle ragazze indie di Ciudad Juarez

Quello che siamo
Noi siamo
fuochi ardenti
fusi nella rivoluzione
in spasmi iridescenti
ci leviamo su orbite inquiete
appesi a un filo gravitazionale

Abbracciati al nulla
mai arresi all'evidenza
che non v'è paradiso
oltre le palpitazioni
solo umane costrizioni
modellate ad hoc
in statue ed effigi
di divinità e miti
più umane dell'uomo
su cui mangiano i prelati
papi rabbini e mullah
gonfi di cibo e di morte
senza legge avulsi alla pietà

Lascerò il mio sangue
su questa terra bruciata
colerà fra le crepe e la carne
dei miei figli
nel tempo a venire
rimarrà un soffio
di sonno e polvere
a obliare il mio credo
che il vento spazzerà
nell'ultima notte del mondo

Dopo la pioggia
Lenta cadenza di pioggia
quieta accettazione di gravità
si posa dolcemente a terra
colmandone la sete
poi un riposo di nuvole
appagate
si lasciano adagiare dal vento
in altri luoghi del cielo
tutto tace
come uno strumento
quando ha smesso di suonare
e vibra l'aria
palpabile emozione
piena di musica
in attesa dell'ovazione

Dentro
Intorno a un vuoto
si crea la ricerca
di ciò che oltre gli occhi
smuove i recessi
i pozzi oscuri e abissali
dell'essere qui
ora

Non ho mani
per cogliere un senso
ciò che vorrei cristallizzato
si fa evanescenza
il fumo danza col caos
verso il cielo si dirige
questo è certo

Ho un nodo in gola
che mi strozza il fiato
quando il mio sapere
si sfalda nella grandezza
d'una musica sinfonica
nell'attimo in cui
tace il mondo
e l'io

Bastano due note
di sfere tangenti
riflesso di gravitazione
ad un accordo di viola

Poi il silenzio suona
come costante vibrazione
del tutto

Pochezze
Poche notti d'universo
da qui si ammira
lieve strato di caligine
a velare l'infinito
sopra la mia testa
sopraffatta dal peso
di molte rese e pianto

Poche verità
impraticabili e scivolose
mai certe se non nell'ambiguità
di lievi bagliori
che a poco a poco
svelano chiaroscuri
di meriggi inquieti
quando è impresa decretare
se è già sera
o giorno ancora

Poche certezze
mai appurate
nell'impotenza di essere
solo uomo
in carne ed ossa
limitato al mio centro
equidistante dal vuoto
che amplia un orizzonte
di nuvole grigie
e un campo bruciato
da cui svetta una spiga
piegata al vento

Nel cemento
Nel cemento affonda
l'idea materiale di vita
mai devota alla terra
spremuta e arsa
fino all'ultimo granello

Tutto si sfalda
anche le stelle
ma non il cemento
esso rimane
attaccato alle sponde
di chiari di luna smunta
quando tutto s'avvia
a morire nel ricordo
di verdi campi e acqua
ora liquame sporco

Grigio il cielo
riflesso sull'asfalto
quando apro gli occhi
e non siamo più

Utopia
Braci spente
in apparenza
nascoste sotto la cenere
bruciano ancora
nell'abisso del mondo
stanco gigante affranto
un poco di vita rimasta
chiusa in dispensa
in attesa d'un risveglio

Avvolte nel calore
di poche certezze
le blande greggi del signore
vagano cieche
in spaesati branchi
prossimi alla pancia
di lupi rabbiosi e cani
brucano quel poco d'erba
ch'è rimasta
e sera non torce capello
al sole sospinto
nel cielo d'altri emisferi

Una goccia d'acqua
cade in terra
svegliando l'idea
di mondi possibili
più miti e senza macchia
ma è una lacrima sul viso
d'effimera utopia

Gnosi irraggiungibile
C'è un tratto in cui il fiume
tra rocce levigate
perde il suo corso
come un sentiero rotto
evirato della direzione
s'insinua dove lo sguardo
non può arrivare

Non ho tempo per me
tutto scorre
senza tregua
e incerto
il mio cercare si arena
in quel punto del fiume
dove l'occhio stenta
e tra fessure di palpebre
un bagliore sottile
di nulla
orna il vasto orizzonte
a velare gli eventi
ultima guardia alla gnosi

Il mio cuore non regge
e il deliquio è un dono
quando cado nell'acqua
e increspo lo specchio
senza poter lasciare
di me una sola traccia
che la superficie già si riforma
e il letto del fiume
si fa culla al mio pensiero
nella gioia di poche intuizioni
perdute nei fondali
con l'effimero lume
che le vide nascere

Stanco
Sono stanco di trascinare
pezzi di corpo e arti
senza facoltà
se non di copiare
movenze e gesti
poco naturali

Non so che farmene
di neuroni e sinapsi
che altro non sono
se non ricettori
di scariche elettriche
interpreti soggettivi
di umori e materie
temporali dissensi
e sentimentali crepe

Io vorrei essere
vento e neve
pioggia o erba
albero vecchio
frassino o quercia
così belli a vedersi
armoniosi da sempre
senza macchia alcuna
o desiderio d'essere
null'altro che essere

Se non avessi la testa
sarei di certo meno arguto
ma non perderei tempo
a chiedermi di stelle
o del cielo eterno
vasto luogo di esplosioni
a me ignote reazioni
andrei dritto al cuore
sarei essenza
senza bisogni
e non dovrei distinguere
inutilmente
il bene e il male...

Altrove
Se la curiosità fosse vita
l'avremmo spremuta
fino all'ultima goccia
fratello lupo
compagno di boschi
abbiamo rincorso la notte
per mille anni
ma il sole ancora non spariva
impedendoci l'eternità

Sulla musica delle sfere
gioco di perle e vetro
abbiamo ballato troppo
nulla v'era sotto i piedi
se non quel sottile strato
d'asfalto
a reggere un poco
le nostre spoglie

Hai sorriso fratello
quando solitario sei venuto
tra fronde di nuvole
nuova luna ti ha portato
a un nuovo incontro
e gli occhi erano luminosi
perché altrove è qui
dove siamo i nostri cuori
senza legge
senza tesori
Da lupo a lupo

Napoli e dintorni
Camminando nel pattume
di vite ne vedi tante
nelle macerie dell'industria
e lo scempio delle caste
discariche sotto il cielo
pile di abbandoni
ferraglia e rame marcio
cui nemmeno i nomadi
lanciano uno sguardo

L'orizzonte è frattaglia
diseguale fraseggio
di buste e scarpe
l'odore di nausea
s'attacca alla pelle
ne diventa squama

Un giorno t'affaccerai
e non vedrai più il golfo
e il Vesuvio lontano
svetterà sulle cime colorate
in cumuli di melma e pattume
e il desiderio sarà grande
che il vulcano taciturno
possa infuriarsi nuovamente
e dare lava alla terra
che un tempo accolse
di Partenope le spoglie

Viaggio solo irreale
I miei viaggi non partono
rimangono a fissare la valigia
appena chiusa
rimane su pavimenti
di case famigliari
e vedo andar via
solo le stagioni
con le foglie e i fiori
insieme al tempo che le trascina

Oltre l'orizzonte
chissà
forse un mondo nuovo
in attesa di me
stanco ramingo dei sogni
con le ali spezzate
improvviso ancora
il corpo al cielo

E in quel volare controcorrente
ho scorto la vita
in lontananza
mentre il vento soffiando
suggeriva il mattino
io guardai l'imbrunire
e le stelle per sempre
cui gli altri volsero le spalle
per un po' di rugiada
e un attimo d'aurora

Fiori caduti
Ho visto fiori caduti
sepolti da piogge violente
nella mia terra smossa
a colpi di fulmine
dal cielo solo acqua
neve sciolta in pianto

Si manifesta allora
l'essenziale struttura
d'un latitante ormai certo
l'io che vi parla come un me
l'uomo che batte queste righe
il fante che agisce
ed evoca malamente
ciò che l'anima tesse
e d'alberi è fatta e luce
ma v'è chi ne abusa
sporcandone l'intenzione

I miei mondi sono spenti
vuote immagini copiate
idee di flutti emersi
alla gogna
tagliano il filo che mi regge
e sui sospiri del vento
galleggiare è un sogno
affogo un poco il respiro
in un ultimo schianto d'amore

Macchie d'inchiostro
Voi che uscite dalle pagine
come macchie d'inchiostro
in sintassi metafore e periodi
avete in mano la nostra vita
già precaria e stordita

È un mestiere difficile il giornalista
il vostro oggi è il mio domani
perché sapete prima di me
quel che succede al di sopra
nei palazzi e nei saloni
siete la misura il Pi greco
quel numero irrazionale
che mi permette da raggio
di tracciare della società
un perimetro chiaro

Sul Transatlantico
avete navigato
come spettri d'un relitto
che appaiono senza facoltà
di toccare il vero per spostarlo
mettendo così alla luce
quel che i miei occhi
stentavano a vedere

Voi dettate quel che io
senza legge apprendo
e se la legge che vi guida
non è limpida buona fede
le vostre parole
saranno la trebbia che miete
quel poco di democrazia
che svetta sui campi sterminati

Fatevi un esame di coscienza
e almeno adesso
fintanto che il sole vostro
non albeggia
cercate l'umiltà e la chiarezza
ribellatevi al signore
che vi tiene in mano
avete scelto di essere corruttori
tra il potere e i nostri cuori
dissacrando l'unica vostra dea
la verità
che vi chiede ora d'essere martiri
per la libertà
Ai giornalisti italiani

Vita nella melma
Scivolare d'inerzia
sul liquame radioattivo
che substrato alla città
feconda i fiori dell'esistenza
infetti di polline scaduto
all'ombra di pini malconci
e api stordite da polline malato

E quelle esalazioni
tossiche spume
all'orizzonte dei fiumi
ornano le banchine in disuso
dove vene bucate cercano l'estasi
mangiano vermi e soccombono
cadaveri animati fantocci
la notte per loro non porta mattina
è buio di pece e ombra

Poi un giorno il freddo se li piglia
e risalgono il corso d'acqua
come vuote barche derelitte
irriconoscibili a prua e poppa
navigano la superficie
senza seguire una rotta
naufraghe ormai da troppo tempo
per aver l'istinto di cercare
una terra un porto e attraccare

Tempo è venuto
E' ora di ferire
aprire il mondo e sondare
scavare la terra fino al suo centro
bere alla fonte di lava
che fa girare questa sfera
Amare l'ordine antico
dobbiamo
noi spettri consustanziali
di spirito e carne
simbiosi d'ogni ombra e luce
animali demiurghi
di mondi e artefatti
Apriremo la mente
quando il fuoco sarà pronto
ciechi saremo per guardare meglio
spezzeremo la maglia che opprime il cuore
è giunta l'ora
di attraversare il mare
che da sempre abbiamo temuto
per non morire prima del tempo

La legge al patibolo
Clementina Clementina
sai che la legge non ti difende
in questa notte tenebrosa
in cui sei stata messa
alla sbarra e inquisita
hai l'indice puntato contro
come una spada fiammeggiante
e non lo puoi scansare

Ti hanno impedito di respirare
tolto il diritto di esercitare
la tua identità condannata
da voci metalliche
di chi si è messo
al di sopra di te
abiurando il principio
che non ci sono colori
davanti alla legge

Hanno ucciso la legalità
i boia del parlamento
nascosti dietro il loro credo
che altro non è se non potere
al di là d'ogni limite
per ricucire ferite aperte
che ogni giorno
sanguinano a fiotti
come lacrime d'una dea all'oblio
che un tempo chiamavamo giustizia
A Clementina Forleo

Morire per due soldi
Quanto è lontano
dalla civiltà
il morire senza legge
in fabbriche grigie
abiurando quanto scritto
sul libro inesistente
dell'umana decenza?
Troppo male
vomiteranno gli amati
di quegli eroi senza decori
stipati in fila nelle pance
di mogli sposate alla morte
stanche di seppellire
i propri figli e i consorti
Donne di vita
piene di travaglio
con gli occhi gonfi
di pietoso sdegno
e una lacrima alle ciglia
che dà sul cielo
del prossimo temporale
Ai morti della Thyssenkrupp, o meglio ai loro cari...

Albero
Albero antico
dolce e silenzioso amico
che ripari le bestie
concedi ad ogni vivente
il tuo corpo robusto
in cui trova ombra
anche la mia testa
d'estate
quando il caldo cuoce
lo spirito e le membra
Io ti vedo
su per i colli
tranquillo per i viali
dipingere i contorni
dei boschi montani
tutto mi sembra
pacifico respiro
del tempo che ti fece
e nobile eternità
m'ispiri
quando la pioggia
fitta fitta
ti bagna le fronde
scivola per il fusto
nutrendoti alle radici
Albero mio
sei splendido d'essere
pieno di pienezza
in silenzio per scelta
mai recasti danno
a qualsivoglia creatura
né violasti la tranquillità
di chi ti ha dato la vita
secoli fa

Anime non salve
Miraggi
ombre lontane
descrivono i folli
nei profili umani
mai verdi
aridi corpi sinuosi
truci assassini
di alberi e animali

Deserti cementati
palazzi come falli
penetrati nella terra
sanguinano le pellicce
appese ai colli
di signore decrepite
che non accettano il tempo
così magnificamente certo
sui loro volti di cera
labbra rosse di trucco
a nascondere dentiere
e la vita screpolata

Un piccone
senza volontà
cede sul cranio d'una foca
gli strappa l'anima
mentre rantola
ancora viva la creatura
agonizza per la moda
che sa di merda e di camorra

Gotico
Amaro abbandonarsi
nel caso in cui si sia bevuto
il liquido rosso
linfa
d'una rosa liquefatta
depredata del colore
da lontano un grido
si strozza piano
spine cadono dal cielo

Una musica sussurrata
d'organo e viola
è mare di sonno
ove galleggiano i miei avi
da tempi antichi
nello Stige
mai guadato

E morti e dannati
tolgono agli angoli
di grotte scure
un velo di ragnatela
a decorare il tempo
inciso in ogni luogo
e in nessun dove

All'orizzonte
vedo salici in lacrime
oltre
un corvo in attesa
appollaiato sull'inevitabile
mi mostra la strada
verso la sera

Liquido amniotico
Io sono come Europa
il mio cuore è governato
da leggi fisiche ingrate
e lì sotto
nel mare d'abissi
che modella i suoi ghiacci
nelle profondità d'un incavo
di roccia e buio
un piccolo fuoco
vulcano decrepito
arde ancora lievemente
tracciando sui muri
le ombre di ciò che sono

Vivide immagini
e sfocate movenze
a poco a poco
rompono l'amalgama
del liquido amniotico

Ed esco al mondo
con più d'una frattura
pestato a sangue
l'occhio livido cieco
il sole è un coltello
apre la carne
il mio credo si scioglie
e così il cervello
ma se non altro
sono scampato a me stesso

Gregario
Un lento divenire
in tracce di fuoco
mi marchia il corpo
a ogni passo una tacca

Non ho volontà
o intenzione
mi limito a defluire
come acqua lungo il canale
e per poco non mi accorgo
di quest'inerzia
appena smorzata dall'attrito

Lascerò le mie azioni
a quel nulla che le attende
perché mai furono grandi gesta
degne di essere scritte
se non l'agire d'un gregario
che in mezzo al gruppo
come tanti
è convinto di dominare
la sua e altrui mente
mentre l'ultimo del branco
in silenzio
muove i fili del disegno

Polvere residua in una nefasta città
Nel vuoto sono stato
a volte
e ho visto barbagli di fuochi
e lacrime ambulanti
mascherate da sorrisi
e gente mai vista
inquieta vagare
tra gli spazi vuoti
di un'esistenza fusa
nei muri e nei viali
di quella nefasta città
Mal di male
in immobili foglie
cadute verdi
su terreni bruciati
ancora sento le grida
degli animali
nere cicogne
e rondini albine
affamate di lupi stanchi
Un miracolo vorrebbe
cancellarne le tracce
che residue epoche
vedranno nascere
in nuove combinazioni
di geni scombinati
in fila verso un nuovo
disordine naturale...
Una nuova fauna si sta generando dalle polveri di Chernobyl...

Riflesso
Cercai di capire
quando tutto tramontava
nel rossore inquieto
che adagia il giorno
tra luci e forme
di sera accennata
Appena volsi lo sguardo
ai tumoli del mio cuore
vidi lapidi acuminate
ferire il cielo ormai nero
In quel camposanto
in me consacrato
come da un pozzo
si osserva la luna
riflessa
guardai la mia vita
residua neve distillata
e l'ora funesta
quando nacqui
con la morte nel grembo
Un teschio
d'orbite vuote
mi sorrise sboccato
e la mano mi tese
ossuta e liscia
repressi un grido
di dolore e fumo
perché ardevano i fuochi
del mio divenire
in braci deboli
e l'alba videro
attardarsi
sul cammino del tempo

Il vecchio John
Fu un guizzo
di fulmine e luce
che destò in te la fiaba
da sempre nel tuo cuore
crebbe come vischio
su un albero antico
Così giocasti
coi tuoi stessi maestri
inventando un mondo
che agli antichi poemi
rendeva omaggio
senza emularne un verso
E volasti nell'epica
ridestando ciò che era morto
da tempo ormai remoto
nei fiumi inquinati
lasciato ai fondali
del fumoso inverno
novecentesco
Guardando una lampadina
ti sovvenne l'effimero
la caducità dell'artificio
umana mimesi
passeggera similitudine
di ciò che da sempre
taglia il cielo
nelle notti di tempesta
Come il malefico bramare
dell'uomo
votato alla morte
forgiasti nell'archetipo
d'un anello d'oro
Dedicata a J.R.R. Tolkien

Heisenberg è morto
Nel profondo spazio
di me
incorro in rare eminenze
create ad hoc dalla mente
spregiudicata fotocopia
d'un libro o due
che per caso
ha fatto suoi
imitati e amati
senza più la facoltà
di discernere
tra demiurghi e fruitori

Niente di somatizzato
il credo riciclato
in più d'una creatura
scissione atomica
emulata
in clonati brevetti
da scienziati inventati
capri espiatori
d'un ingranaggio quantico
soggetto a principio
di determinazione...

E quelle idee confuse
improprie illazioni
echeggiano e rimbalzano
su piani dimensionali
contorsionisti e funamboli
inventati di sana pianta
su obliqui rovesci
di panegirici rivolti
a adunanze s/composte
di me solo
oratore e uditorio
voce ed orecchio
in un solo e bugiardo
organo scordato

Peccati depenalizzati
Nell'affanno continuo
di questo mondo
sento il respiro mozzo
dei fiori e delle stelle
che sospirano in cielo
e in terra
alla follia immotivata
della creatura umana
Mentre furtivo
il passo incede
torvo suona un rintocco
di meridiana sfalsata
tempo è poco
e l'aria si fa vecchia
di nebbia e ceneri
soffiate in alto
Ma basta un dogma
un credo e un sacerdote
per lavarsi de propri sbagli
e sentirsi meglio
fintanto che il sole scalda
gli empi e i giusti
È molto allettante
sarebbe l'ideale
scaricare a qualcun altro
muto cieco e sordo
ciò che mi pesa
e mi schiaccia
assaggio del purgatorio
che da qualche parte
di sicuro
mi aspetta
Così anche io
entro nel buio del confessionale
e quando guardo in faccia
il prete grasso e tronfio
non mi pento né mi dolgo
dei miei peccati
li preferisco incisi nella carne
testamento del mio divenire
come pastelli
che a poco a poco
tracciano le forme
del mio essere infinito

Traguardo
Accesi per sbaglio
da fiamme di supernova
rechiamo
in coda
l'idea parziale di morte
Il nostro cuore
batte ritmi ancestrali
stana sangue dai covi
lo pompa ai fiumi e ai laghi
di questo mondo parallelo
che non conosce sosta
rumoroso silenzio
nel mio interno
Brodaglia omogeneizzata
la credula ovvietà
che arriva primo
chi è ultimo
misero aforisma
di un dettato mentale
prigione di anime
sull'ultimo orizzonte
poco prima di morire
E guardo anche io
a quell'unico traguardo
che ha visto tanti arrivi
ma non uno che sia tornato
a raccontare
cosa si nasconde
al di là di quell'ultimo
ed eterno respiro

A Syd
In oscuri sentieri
hai colto il senso del non senso
saettando per buchi neri
come i tuoi occhi spenti
hai lasciato nei siderali vuoti
parte del tuo essere
riversato su una fender dissonante
A dismisura sei cresciuto
con la testa calva e le rughe
sembravi un bambino troppo grande
infilato a calci nel corpo di un uomo
E in quello spazio enorme
in cui navigavi senza sosta
hai battuto la testa e la quiete
a quelle pareti di acido lisergico
ove balugina ancora il tuo cuore
con le vene strappate al corpo
ora in viaggio col pifferaio
alle porte del mattino...
Dedidcata a Syd Barrett, chitarra e voce dei primi Pink Floyd. Morto il 7 luglio 2006.

Malinconia bellica
Malinconia bellica
come acqua s'insinua lenta
nelle vene e nei solchi
tracciati da lacrime
e scoppi
di mine su bimbi
e aiuti plastificati
a quietare la coscienza
da un cielo nero
marchiato democrazia
cadono in terra
su gente in disgrazia
ustionata da folgori
di semidei in cravatta
Uno squarcio di sole
non rende giustizia
scostando le tende
di quel buio di ceneri
s'affaccia piano
senza scaldare
quel poco che resta
d'una madre
abbracciata al figlio
corpo di sangue
mai cresciuto
Amaro è il giorno
ma ancor più la notte
quando l'oscurità
s'addensa all'orizzonte
e Babilonia straziata
la torre ormai in pezzi
chiede ancora pietà
in un gelido lamento
di morte immotivata

Il capezzale
Non ho più anni
ne resoconti
da raccontare
se non il nulla
o l'ovvietà
di attimi di boria
caduta da un pozzo
salita dal cielo
incongruenza chiara
morbida irriverenza
Un bisticciare di fuochi
la mia anima inquieta
resa mite dal non sapere
se fiori saranno
o se fulmini dall'alto
bruceranno la pietà
che intacca la mia cenere
soffiata nel vento
in mano a un monito
a non cadere
nella bile e nella fede
Mi guardo bene
dai miei stessi coinquilini
che di tanto in tanto
mi suggeriscono parole
saggezza a puntate
scremata dal diaframma
che separa gli emisferi
del mondo emerso
e del mio cervello
pastorizzato dal timoniere
che ha le mappe
dell'ultimo capezzale
ma non sa leggerne le trame...

Replicante
Un terremoto d'anima
spezzò ciò che ero
come di paglia uno stelo
piegato dal tempo
usuraio e banchiere
custode d'ogni istante
Varcai le porte
del fato indigesto
quasi vomitando
il pasto giornaliero
sulla strada di casa
incontrai un tale
ben vestito
mi somigliava
Mi diede del codardo
con la mia bocca
e i miei occhi
mi tacciò di viltà
spregiò il mio cuore
il mio nome
disse
non aveva valore
Andò via
con le mie scarpe
si voltò una volta
e non capii la prospettiva
di chi guardava
se fosse la mia ombra
o la strada
a dipingere l'altro
specchio irriflesso
d'un vuoto spirituale
Sparì com'era venuto
in un fruscio di maestrale
e continuai per la via
pensando a quell'uomo
che si sentì
come uno straniero
in casa propria

Thriller
In quest'epoca di pazzi
ci mancavano gli idioti
dell'orrore...
cantò qualcuno un giorno
e ancor oggi vale
tra Franzoni piagnistei
e biciclette garlasche
una macchia di sangue
sul lenzuolo verde
è prova certa
inequivocabile!
Così
per giorni interi
a cercare la chiave
di misteri irrisolti
sarà il negro
il barese
o l'americana?
Chissà! certo d'altro
non si parla
e mentre il thriller avanza
l'informazione tace
su sentenze definitive
e indagini di mafia
avocazioni ceppaloniche
e Prodi assenzi
Ci vengono a dire
che Andreotti prescritto
è innocente
quando invero
il reato ha commesso
con Bontade e compagnia
tra baci e favori in allegria
fino al 1980
Che dire poi di Previti
e Dell'Utri
il primo condannato
l'altro ancora indagato
che stanno tranquilli e beati
mentre a noi
per una rata del mutuo
ci tolgono la casa
dopo anni di fatica
coi piedi nella melma
e la testa ubriaca
di piscio e favella
Ma non sono mai stanco
ne voglio ancora
di assassinii e gialli
nuova Buona Novella
a ottenebrare le membra
e tacere ancora una volta
quel briciolo di verità
nascosta sotto i baffi
di nostra signora credulità

Agricoltura
Meritava l'eternità
il contadino piegato
sull'orto e la vite
una gobba di fatica
spessa come i colli
che intorno cingevano
boschi e frutteti
Una mano tozza
dolcemente amava
i fiori e l'uva appena nata
fragili gemme inconsapevoli
di portare nel succo
l'anima eterica del vino
rosso bianco rubino
Meritava l'eternità
quell'antica sapienza
di secoli e secoli
ora moribonda
ombra di sé stessa
nell'ingorda corsa
alla produzione
Moriranno i vecchi
tra i campi e i pascoli
sugli alpeggi orme sbiadite
di passi zoccoli
e transumanze
Una lapide enorme
su quei monti
il nome inciso grande:
Requiescant in pace
Agricoltura

Vita mortale
Mai più dolori
né voglie
di vacui bisogni
sono spettri vuoti
di opachi specchi
niente ha senso
a pensarci
Morte sì
che sei vera...
poiché solo spirando
saprai d'aver vissuto
davvero
Nient'altro conta
basta quel contrario
a render effettivo
quel che altrimenti
non avrebbe ragione
sarebbe follia
pura illusione
Di tanti respiri
uno basterà
quello e solo
testimone del tempo
battuto dal cuore
come l'attimo di silenzio
al termine della sinfonia...

Visioni
Adoro forme
sull'acqua fluttuanti
anime vive

In un...

Lago silente
spettinato luccichio
di forme alate

E diamanti non servono
a destare meraviglia
basta uno sguardo
a quel disgelo di movenze
ieratico miraggio antico
taumaturgica visione
che uccide
quell'amaro presentimento
di non essere vivo

Blues
Un campo riarso al sole
di polvere che danza sull'afa
nel cielo azzurro nuvole bianche
testimonianza di Dio
una lacrima scivola sulla guancia
casa è lontana
Il cotone ovunque
le mani nere tese
al mais che riempie la pianura
un infinito fiume verde
Casa è lontana
e ci hanno messi in catene
ma Dio è ancora con noi
e questa melodia
di chitarra rozza
è un colpo al cuore
tre accordi aperti
e un grido lontano
serpeggia tra le montagne
di libertà agognata..
ma casa è lontana

Il sudore bagna la pelle
è nera nera
brilla al sole
che cuoce la testa
-Mary non cadere
sera sarà presto-
E di notte ancora
solo musica alle orecchie
a sovrastare il rumore
dei colpi di fucile
del bianco signore
Tristemente dalle capanne
un Blues s'invola nell'aria
sono lacrime di pianto
che scivolano lentamente
verso il buio delle ombre
che all'alba saranno casa

Nel mondo
Nel mondo non ho trovato
che ombre e città
rumorose oche e laide iene
montarsi sopra l'un l'altra
sfregiando la tranquillità
derubando la freschezza
nell'ignobile ingordigia
d'arrivar primi al traguardo
senza pensare a chi è caduto
agonizzante effetto collaterale
E nel momentaneo incedere
d'una mente limacciosa
cerco la relazione tra quelle
e il perché di tanto dolore
che quasi mi esce dai pori
come sudore di sale grezzo
Vorrei defluisse in una fogna
gentilmente abbandonasse
il mio pensiero stanco
non voglio più soffrire
né chiedermi il motivo
che mi spinge a cercare
verità astruse oltre le sponde
di quest'ermetico mare

Rinascere
Vorrei lasciare questo mondo
lasciarmi dietro il puzzo
varcare le porte d'un bosco
e lasciarmici un poco
a meditare su quanto sudicio
è il mio paese
Sosterò tra foglie secche
saranno un letto morbido
starò seduto in pace
senza nuocere
Amerò me stesso di nuovo
calmerò le mie acque
e il Sole sarà tutto per me
Resterò immobile
nel crepuscolo del mio ego
a tessermi nuove spoglie

Un po' di tempo fa
Un po' di tempo fa
fummo liberati dal tiranno
quel tale basso tozzo e calvo
col mento squadrato
rasato con cura
ben temprato
Tutti in fila con la camicia
nera come la pece
in spalla il mitra
pronti a far la spia
e fucilar chi del Fascio
non provava allegria
E la fame che già c'era
fu ancor più grande
nella guerra
quando il tale
quel Mussolini
s'alleò al Furher
cavallo pazzo!
Molti son morti
sangue hanno versato
sui colli e i monti
ci han salvato
dall'amico ormai invasore
partigiani patrioti
di tutte le età
E io che son giovane
e non ho vissuto
quel tempo gramo
mi dispiaccio per quegli eroi
che hanno dato la vita
per un mondo più sano
ma nulla è valso
e v'è ancora povertà
solo più sottile e celata
ma certamente non rimpiango
quell'epoca buia e littoria
Il Gladio s'è rotto
il Fascio disfatto
e il Duce sì tronfio
è morto da infame
fingendosi pure
un soldato normale
senza l'onore che tanto cantava
quando mandava a morire
la sua gente
in quel giugno del '43
*Dedicata a Bruno Amore, con simpatia.

Due soldi
Ho due soldi in tasca
di un conio in disuso
due carte in mano
povere di seme
Arranco
ho gli occhi chiusi
impiastrati dal nero
e di fango è il mio terreno
m'inzuppa le scarpe
m'incolla a terra
senza tregua
ho la gola secca
nutrita di polvere
e marmellata di fiele

Se questo è un uomo...
neanche una coperta
a coprire il freddo
a scaldare il cuore
questi denti restii
a farsi guardare
Ho solo un sorriso
ogni tanto
e devo farmelo bastare

Incoerenze
Frammenti di pietà
baluginii spettrali
in un'epoca nera
Dono il pane che mangio
l'acqua che bevo
in segno di pace
non basta una stretta di mano
Cerco di essere tollerante
non sfociare nell'odio
ma spesso gli argini non tengono
e mi ritrovo a non biasimare
chi si rivolta all'istituzione
chi fa scorrere il sangue
d'un economista
o un senatore
e spezza il respiro
di quei prepotenti
che ogni giorno
ci rubano la vita
i sogni
i progetti
E mentre il pensiero si macchia
di quel liquido vermiglio
m'indigno per la pena capitale
e scopro in me l'incoerenza:
una colomba sulla spalla
tra le mani una mitraglia

Ferro battuto
Sono stato smembrato
fatto a pezzi
lavorato come ferro
battuto
modellato
E in tutto ciò
non ho ancora forma
né idea di chi io sia
ancora un'ombra di me
proiettata a terra
da una stanca Luna
E quanto mi sembrava
concluso
si ripropone ora
un'altra volta
mi mette alla prova
e non ho armi
per difendermi
taccio e subisco
quest'eterno ritorno...
Migro
pur sapendo
che non posso scappare
e di quel che ero tra i monti
rimane un'immagine
sbiadita dal tempo
che dovrà tornare

Non cado mai
Non apprendo che tristezza
eppure ho sete di sole
dei suoi cari raggi sul viso
Ma la mia linfa è una lacrima
la mia musa Illusione
Ogni istante è un supplizio
mi si spezza il cuore
come pane
e il mondo è un tempio violato
una carestia
una mortale e famelica peste

Ma non cado mai
in definitiva
resto in piedi
claudicando un passo
che è zoppicare d'anima..

Un viaggio
Un viavai di macchine
su lunghe autostrade
e con noi
un po' di musica
cartoni di birra
scolati come acqua
e il freddo pian piano
s'incuneava nelle ossa
all'ombra della nera foresta
Una sosta che mai scorderò
a fare i cretini
vicino a quei cessi crucchi
senza macchia
come bagni d'una reggia
poi di nuovo in strada
verso il nulla
ancora spensierati
o quasi
Il sole calava
e le luci impazzivano
schizzavano
illuminando le nostre facce
barbute appena
e gli occhi migravano
verso speranze inseguite
mai raggiunte
come orizzonti lontani
Un viaggio inciso
nel mio cuore
un sorriso per sempre

Malcelata inettitudine
Leggere leggere
onde sospese
sul mare caotico
della mia disonestà
Malcelata inettitudine
nascosta sotto veli
di lumi incerti
e parole a memoria
ricalcate da altri
più coraggiosi
meno codardi
È difficile credere
a sé stessi
quando le prime bugie
navigano sicure
nella mente
e il vento soffia
tira forte
quelle vele malconce
appena invecchiate
dal tempo che scorre
Così
ad un quarto
del mio cammino
non vedo ancora
terra all'orizzonte
e la burrasca infuria
sul legno e il metallo
di questa mia nave
già stanca del mare

Risveglio
Non siamo altro
che tristi lacrime
concentrate sul niente
proiettati verso un benessere
col benestare dei potenti
che come cani ci portano
di tanto in tanto
a correre al parco

Le nostre menti:
proiezioni d'infinito
a sesto acuto..
vengono ottuse
da martelli febbrili
accecati dalla brama
incisa sui loro manici

E siamo crollati
come palazzi barcollanti
sperduti nel tempo
il muto grido dei moribondi
si è spento nei ruderi
della morta civiltà

Così
da un silenzio di mila anni
si è risvegliato il mondo
senza più spettatori
impossibilitato a osservarsi

e un sorriso di capriolo
è un bacio innamorato...

Tenebra
Nello sguardo impaurito
d'un bambino
nel volto cinereo
d'un barbone picchiato
nei tremolanti occhi
velati di pianto
d'una madre spellata
d'un padre davanti alle macerie
di casa sua
un tempo calda
io ho visto la tenebra..

e vorrei credere al Diavolo
per darle un volto
e cullarmi nella speranza
che esista una ragione
al silenzio del creatore

Il vespro del pensiero
Siamo cloaca massima
pessimi allievi
d'una storia poco saggia
Siamo noi
putredine fatta carne
da un rigurgito di bile
eternamente ingrati
al dono della vita
paurosamente schiavi
di dogmi e dettati

Eppure oltre la porta
gli sterrati sentieri
conducono al vespro
dei bivacchi luminosi
panciute genti
grasse d'animo
fecondano il credo
del non credo
l'assenza totale
di dittatura mentale
senza i morsi tra i denti
mai più finimenti
e strette cavezze
di leggi antiche
e biblici comandamenti

Nessun escluso
senza distinzione
anarchia pura
priva d'intenzione

Mai più necessaria
la redenzione...

Nonostante me
Una musica lieve
di vento
tra rami di frassino
meraviglia e reverenza
tra i vasti sentieri
di questa mattanza
di luci e ombre
morte e risorte
spirano le stelle
in bagliori lontani
all'orizzonte

Vorrei non finisse
questo tempo di stallo
frattura necessaria
al dolce morire
dell'ombrosa notte
spodestata dal Sole

Così mi perdo
in quel passaggio
e lo sguardo non distoglie
la mente
da quel lento cangiare
di tenebra in luce
risveglio dei pennuti
canto di gallo
stridulo richiamo
che si perde nella valle

Ed è compassione
e pacifica quiete
quando l'intuizione
si fa sostanza
che nonostante me
quel tutto sarà ancora...

un eterno serpente
che si mangia la coda

Captatio malevolentiae
Impressioni sul nulla
ricoperto di vestiti
e facce truccate
bevono alle fonti
smascherandosi

Il trucco cola dagli occhi..

Nel disgustoso mal di stomaco
che mi spacca i tessuti
anch'io mi chiedo
se a quei costumi
sono conforme
e la mia opposizione
altro non sia
captatio malevolantiae
a inimicarmi la platea
affinché il mio personaggio
abbia pur sempre una parte
in questa farsa secolare...

Dormiveglia
Abbiamo capito
di esser disabili
a fare del sogno
materia
con le nostre mani
Eppure dateci un segno
di vostra benevolenza
voi
divinità degli altri lidi
dove non ci sono poveri
a toccare i vostri piedi
a elemosinare una briciola
solo piccioni senza pretese
che tubano grassi e idioti
tra i resti dei vostri banchetti

Ed io che sto nel mezzo
non vengo toccato
dal povero
né dal potentato

In un placido dormiveglia
rattrappito e quasi morto
riposo le membra aspettando l'alba
che si svela un poco alla volta
senza mai fare della notte
la luce del giorno

Gesù di Nazareth
Era un uomo stanco
a tratti veggente
certo disse verità
nell'apparenza velata
d'una trascendenza poco evidente

Io vorrei lodarne le parole
e forse dovrei
ma qualcosa mi tiene
come se un peso mi opprimesse
e lo stomaco tremasse

So solo che morì per noi
dicono alcuni
soprattutto quelli
che del suo nome
hanno fatto un vessillo
per uccidere e trasgredire
ciò che lui stesso
aveva detto

Certo fu grande
un uomo come tanti
se non per un particolare
morì senza ritrattare
le sue idee
anche nel dolore
bagnato di sangue
odio e sudore

Ma cosa è rimasto?
nulla di buono
solo un nuovo motivo
per portare sangue
in un calice d'oro
che tutti beviamo
nella miseria e nell'affanno
ed è veleno amaro

Anche quell'uomo se n'era accorto
ma ormai le labbra si tingevano di morte
inutile come quel Dio
su cui ancora la gloria
tarda ad albeggiare

Decostruzione anatemica
Mi hanno detto.. distrutto
il mio creato
di demiurgo stanco
tacciato di speculazione
filologico spirituale
arreso all'evidenza
di non avere dote
né irriverenza
semmai pacifica beatitudine
di ciò che in superficie
si può toccare
da chicchessia
senza strafare
Mi hanno suggerito
di cambiare aria
e ricominciare
di trovare il coraggio
che sia paritario
ai saggi che un tempo
avevano lottato la vita
da veri incoscienti
Ma non sento quel peso
sulla schiena piegata
già oggi mi sembra chiaro
il mio destino
e scavo ancora in quel pozzo
con le mani insanguinate
e le unghie rivoltate
E l'acqua
prima o poi
zampillerà

Non sono io
Terremoto di bile
contorce le membra
in questo tiepido tepore
di caldo freddo umido
Ho voglia di attraversare
il mio corpo come freccia
a spezzare il ticchettio noioso
che batte nello sterno
la mia vita senza veglia
Lieve tappeto di pioggia
fa brillare i fili d'erba
senza luce che rifletta
le perle d'acqua
come diamanti posati
a quelle dita di prato
Ed estraniandomi
mi guardo dall'alto
prepararmi a subire
come un pupazzo
quel fastidioso gocciolio sulla testa
cercando un qualcosa
che mi dia motivo
di credere ancora una volta
che quel tale sono io

Pravda dipendenti
Siamo prede succulente
e il nostro odore
i predatori
fiutano sempre
in ogni istante
momento
siamo facili da scovare
sempre pronti a salmodiare
frasi
slogan
propagande

Abbiamo appreso inermi
i sermoni del Furher
i minestroni della Pravda
e i teatrini del Duce
Poi
per non perder l'abitudine
abbiamo visto il Grande Fratello
alla TV
come se Orwell l'avesse pensato
per dare a noi un lieto svago

Ancora ignari
d'esser cucinati
in brodi tiepidi
che a poco a poco
prendono calore
e quando ormai
l'acqua è pronta
le bolle guizzano
ed esplodono
e noi non ci accorgiamo
del danno subito
stracotto
insaporito

E com'è misera la vita
quando chiedi solo dignità
e lì
dai palazzi coltivati
di ogni ben di dio
piovono monete
calde come braci
su teste piedi e mani

Questo il poco che ci viene
tra le pietose linee dei palmi
infausti presagi ai veggenti
s'imprimono le facce
coniate nelle zecche
di quei signori prepotenti

Vita suicida
Si impose di vivere
anche quando
mangiava fango
strisciando tra i rifiuti
dormendo tra fogne
e discariche comunali
con un unico compagno
a portata di naso
il diluente per smalti
sniffato
a placare la fame
giammai la gola...

Si impose di vivere
anche quando
chiedendo a Dio
un motivo apparente
a quel delirio di vita suicida
tese l'orecchio..
ma risposta non sentì

Ora ch'è morto
un silenzio s'invola
sulla sua tomba in penombra
tra rifiuti che un tempo
erano la sua dimora

Guardando il cielo
Non c'è tempo
nel divenire persona
per capire ciò che si nasconde
oltre fiati e respiri
sinapsi e neuroni
Troppo stretto
sembra il corpo
per recepire ciò che il quasar
ad esempio
ha da dire
lanciando dai profondi
obnubilati spazi
oltre i siderali terreni
le sue onde radio
che attraversano in quanti
le sperdute galassie
come pura energia
È un viaggio nel tempo
se ci pensate
a milioni di anni luce
quei corpi cantano la musica
che la vibrazione ha fatto materia
da quel punto curvato
tendente a infinito
Ed io a volte
nelle ombrose notti
faccio finta di ascoltare
quei canti lontani
melodie di equazioni non lineari
e a tratti vedo i loro reami
brillare luminosi
e alle porte s'affaccia
il mio pensiero
come specchio d'un fiume
ch'è ovunque
alla sorgente e alla foce

Pensieri freddi
Sono giorni di lievi folate
di vento freddo gelato
l'erba rinasce pian piano
e i fiori cadono
nell'oblio d'autunno
in letargo morente
Del mais non v'è più traccia
se non un rimasuglio
di pianta rinsecchita
e i girasoli non cercheranno
tra nuvole grigie
il sole
nascosto fra quelle
che di tanto in tanto
si fa strada tra le nubi
tiepido e indolenzito
E guardando gli spazi
e le vette imbiancate
di neve appena munta
e i mari irrequieti
dove lieve schiuma
è come bava di folle
su labbra di sabbia
ti lasci ammaliare
da tanta bellezza
che quasi ti getteresti
tra quelle braccia
Nuovamente
l'estate ci ha salutati
e così le api
che di tanto lavoro
qualcosa hanno donato
anche a noi
che a quel ciclo
siamo ingrati
come fossimo alieni
sulla terra che ci ha seminati

Albeggiare
Fuori spunta la prima brina
dalle finestre oltre un velo di condensa
vedo distante un branco di cavalli
posati in un sonno senza giacigli
Le nuvole basse all'orizzonte
come piume grigiastre
sfasano la luce del sole
che sbricia alle porte
Alberi d'ulivo su una piana gelata
danno colore alla mia vista
ancora immersa in un placido coro
di sogni inutili
come vuoti alambicchi
E l'aria si sposa
nel dolce albeggiare
al primo volo dei passeri
che cantano l'alba ancora
come fosse la prima volta

Calici e misteri
Noi amiamo la finzione
sempre pronti siamo
a recepire quel che misterioso
della noia faccia un fuoco
Così ci facciamo trasportare
nei misteri di Atlantide
e delle città sotterranee
Guardiamo sotto la Sfinge
disturbando il suo enigmatico sonno
o le stelle sempre pronti
a vederle in terra disegnate
Dei templari abbiamo fatto
un grasso e calorico pasticcio
da uomini cavalieri del tempio
son diventati custodi
di segreti e calici miracolosi
pian piano nel tempo
di verità scomode condottieri
per la gioia e la panza
di chi
a quei comici racconti
di esoterici studi
ha messo la firma e il copyright
Sempre pronti a prendere il peggio
della fantascienza e dell'antistoria
di quei che sudando sui libri
cercano davvero la verità
non ne vogliamo sapere
per carità!
Poveri Bloch e Pirenne!
Se avessero letto quei libercoli
di codici e misteri
si sarebbero ribaltati nella tomba
Nemmeno l'Eco d'Umberto
che devo dire
ha provato a svegliarvi
è riuscito nell'intento
di aprirvi gli occhi
Adesso vado a dormire
vi lascio ai vostri sogni
salutatemi Parsifal e Artù
e al Re del Mondo dite pure
che non ho intenzione
di donargli il cuore..

Se domani
Se domani dovessi morire
lasciate che io muoia
in pace
senza gloria
Non voglio un funerale
sentir parlare di me
da un prete sull'altare
vedervi piangere
nella casa di un altro
Io non credo in dio
e di Cristo penso solo
che fosse come me
un uomo

Lasciate che io muoia
in pace
senza timore
di dover marcire
in un letto di tomba
nel buio d'una bara
vedermi trasformato
in putredine e humus
nell'orrido volto d'un teschio
senza bocca e occhi
coi denti di fuori

Lasciate che io ceda
la mia cenere alla terra
datemi fuoco
fatemi bruciare
che quel fumo saprà dove andare

E la polvere che in me
stellare risiede
sia pure seminata
per i boschi e i fiumi
lontana dai camposanti
luoghi sterminati di morti
senza libertà
cadaveri in attesa
di un giudizio
che mai giudicherà

Lasciate che io varchi
quella linea all'orizzonte
che oltre il tramonto
e la notte
s'apre al mattino
su un nuovo me

Peste
Senza tempo
branchi di bestie
a pascolare nei campi
verdi e vitali
Terre arate
rosse e calde
mentre un alito di vento
accompagna il dolce danzare
di polvere di secoli
E un passo di bruma
al mattino tra i colli
cela agli occhi
il viavai di contadini
e transumanti
Ma un oscuro segreto
sulla pelle dei deboli
già si svela
malefico e nuovo
strane macchie
sui corpi magri
di chi già guasto
non ha difese
Le preghiere s'intonano
corali al villaggio
nel fango di marzo
i bambini che sguazzano
tra sterco e marciume
colpiscono coi sassi
i cani malaticci
pelle e ossa ambulanti
di scabbia e zecche
In chiesa s'implora
la pietà di dio
ma non bastano i fumi
delle candele
e l'incenso
preghiere profumate
rivolte al cielo
per deliziare il naso
del padre eterno
Cosa abbiam fatto
padre nostro?
La peste miete cieca
le bestie e la gente
che in un grido roco
di agonia e dolore
invocano al signore
dalla morte l'assoluzione
Il sole cala rosso
all'orizzonte canta un corvo
messaggero di dio
porta con sé il verdetto
Uno spiffero tra le porte
di legno marcio
una candela si spegne
e così pure il fabbro
tra i denti e la bava
un tetro rantolo
Cadono come mosche
uomini e donne
i corpi gettati nei campi
uno sull'altro
senza epitaffio
Nel settimo giorno
quando dio riposò
il villaggio si spegne
di voci e di gente

Ai rami
Ai rami
imbevuti di pioggia
si posano stanchi
i pennuti
uggiosi d'umore
su alberi soporiferi
narcolettici
Attendono lo spezzarsi
di quei rami secchi
Poi
quando cade
il loro trespolo
svolazzano pigri
su un altro braccio
a riposare
Ciò si ripete all'infinito
come il fiume scorre
e le stagioni tramontano
Io mi meraviglio
di questa pazienza
illuminata coscienza
di essere parte d'un tutto
senza fare opposizione
resistenza
Questa è pace
pace quieta

Epitaffio d'un barbone
Ho la barba bagnata
di birra umida chiara
un odore di ebbrezza
s'inerpica all'infinito
su per il naso stordito
Con la testa appoggiata
a un muro unto e marcio
osservo la gente che passa
e uno sguardo
che talvolta mi nota
si perde subito
nella folla rumorosa
Lo so bene che per loro
sono un relitto
moribondo cadavere
disadattato alla vita
Ma non ho nulla da rimpiangere
io

Forse rimpianti sono loro
che mi guardano
e mi pensano
come monito a non cadere
nell'abisso della strada
nella melma della baracca
di cartoni e giornali
senza un tetto
senza letto
Sono sporco e non mi lavo
si
tiro su il gomito
e a stento mangio poco
Ma io una scelta ho fatto
sono libero e intatto
e vedo i bagliori del mondo
al di là di quello
che a te
passante
rende misero schiavo
La mia pazzia ti spaventa
perché io dico
sempre e solo
quel che mi passa
per la testa
mentre tu
passante
quante volte hai taciuto?
quante volte hai soppresso?

Ora un ultimo respiro
mi concede un pensiero
prima d'abbandonare
questo lurido letto
brindo affinché voi
possiate capire
la differenza tra la veglia
e il dormire

Nei miei sogni
Nei miei sogni
mi sono perso
diverse volte
senza capirne
il senso
il movimento
Scombussolati
viavai di facce
sconosciute
sui volti di amici
mai veduti
Tutto sembra liquido
e spesso un gesto
un sospiro
è un volo pindarico
in un altro luogo
lontano
inaspettato
Mi sveglio sempre
con un mattone sul capo
e un vuoto nel ventre
non v'è senso alcuno
e probabilmente
è solo illusione
un miscuglio
di fluidi cerebrali
di endorfina che inebria
una psiche già sfatta
Raramente ho gioito
d'un sogno
se non per quelli
ad occhi aperti
che in tal caso
non contano

?
Non tocca terra
agli ami s'appende
come esca lumaca
Si adatta al cielo
apre le porte
senza chiavi
come un vento
impetuoso
che alza le fronde
di alberi stanchi
terremoto generatore
di tsunami mangia terre
Ecco
volando vedo i miei cari
senza testa si muovono
lungo percorsi programmati
Io preferisco le strade sterrate
poco battute
non voglio sapere
dove portano i miei piedi
Agli inferi forse?
spazio tra erba e terra
al di fuori di schemi
io mi lodo da solo
piangendo beato
tra boschi ideali
e vacui mondi reali

non so dove sono
non so dov'è la mia mente..

Bellum
Pleniluni coperti
eclissati dai morti
nefasti segnali
di apocalissi
e inverni nucleari
In battaglie serrate
il sangue schizza
dipinge ghirigori
su arazzi zuppi
di motivi afghani
C'è chi muore
per un razzo amico
tra proiettili nemici
che frusciano col vento
danzano in aria
come elefanti colorati
all'orizzonte degli eventi
della prospettiva d'un ubriaco
Così scendono i quattro cavalieri
fame guerra pestilenza e morte
in groppa ai lor destrieri
ne spacciano sicuri
in equa dose
Spirano le genti
attonite e non beate
Crudeli buoni e stolti
s'avviano alla sera
verso tumuli improvvisati
a fecondare i fiori
della prossima estate
Il cielo non piange
perché in quei deserti
nemmeno la pioggia
scende a lavare
quel tappeto immondo
di sangue e budella
di quei che sfortunati
non saranno ricordati
come il Nazareno
nei secoli dei secoli
amen

Il grande spirito
Pochi sprazzi
di luna solitaria
a celare
in alterna cadenza
le stelle
del drappo notturno
che la terra indossa
a mo' di manto
Sull'orlo di quelle
spettrali icone
giace nell'ombra
assiso
Invisibile agli occhi
troppo grande
per essere concepito
ci ruba i respiri
con una mano
mentre soffia
in noi
quei pensieri
illuminanti bagliori
di fiamma imperitura

Il luminoso spirito
tiene le chiavi
di questo mondo
e la vita nostra
nel pugno

Cieco migrare
Mi attira al vento
il magro migrare
di pennuti storditi

Hanno perso la strada
in turbinii labirintici
di correnti sbagliate

Dov'è il sud?
rimangono in bilico
tra stagioni ubriache
senza più evidenze

Impossibile riconoscere
quelle fasi della Terra
che un tempo erano
nude prove
di un ciclo sapiente

Ormai perduto
il calendario naturale
di quando l'albeggiare
d'una stella
consigliava la semina
per un ricco raccolto

Un cieco migrare
cade sui miei occhi
di uccelli impazziti

Tempo fuggito
Nel tempo
mi sono perso
tradito
sconfitto
ho visto il mio viso
piangere e ridere
ebbro di vino

Tu che scorri sempre
come fiume ingordo
non manchi mai
di lavorare

Mi hai portato via la vita
di care persone
senza tregua rosicchi
non scappi mai
dal tuo dovere

Sei relativo
insieme allo spazio
a volte noioso
mai distratto
il tuo esistere consente
a noi tutti il movimento

Siamo tutti uguali
ai tuoi occhi
nessuno scampa
alla tua forca
sia la vittima una stella
un filo d'erba
o una cicala

Così mi trovo
insieme a voi
fratelli miei
amati e odiati
esseri umani
condannati
a un fato indigesto
pregustando un aldilà
di paradisi paventati

La razza
Sale nel brodo
di alcolico inetto
nel sangue barbaro
fecondo di etnie
miserevoli meticci
muli bastardi
di medievali chiavate

fanno ridere i puristi
di italico sangue
che credono ancora
al mito della razza

io sono moltitudine
di sperma globalizzato
in me scorre
l'arabo e il normanno
l'unno e il visigoto
il romano e l'etrusco
il greco e l'egizio

sono figlio di un po' per uno
bebele in carne e ossa
sincretismo procreato

Uluru Uluru
Nera la pelle
scura come l'Africa
pube coperto
da un panno

Guardi gli spiriti
inquieti
del chiasso di artifici
tecnologici arnesi
di quelli che un giorno
senza chiedere
acciaccarono la tua casa

Gli alberi abbattuti
non trovi ombra
a rinfrescare la pelle
scottata al sole
d'un arso cammino

La terra rossa
stesa su un deserto
di arbusti
svetta lontano Uluru
tra gemiti di vento

Non riesci a svegliarti
uomo nero
dall'incubo bianco
che la tua lancia
ha spezzato

Nell'aria lieve lamento
di un Didjeridoo stanco
suona come OM
il respiro dell'universo

Mente
Concentrazione tenue
immobilizza la calca
di neuroni incerti
vocio di fiati scordati.

Burrasca di sinapsi
a contrattare,
il messaggio passa
di sbieco fra i nervi.

ora silenzio!
l'ossigeno bussa alla porta...

Infiniti mondi
Infiniti mondi
bizzarri girotondi
di galassie
e spazi interstellari
oltre ellittiche stanze
di fuochi solari
matrici luminose
di acidi
desossiribonucleici
vorticanti demiurghi
al di là dei quanti
di luci oltremondane
s'intersecano mulinelli
di violacei spettri
in incognite segnate
da mastodontiche X

si muovono in me
nel punto preciso
in cui inizia il cosmo..

Canto salentino
Velieri immensi
tranciano il mare
brulicante di bestie
di profondità scoscese
di bluastri orizzonti
sovrastati da corone
schiumose
onde eterne
come dune dinamiche
mai ferme

l'acqua picchia forte
la roccia salmastra
di scogliere erose
dal tempo e da dio
che osserva silente
la sua opera inquieta

oltre i confini
di quelle
volo sui campi
appena arati
terra rossa e ulivi
disegnano paesaggi
mistici
come Getsemani novelli

trovo l'ombra
al di là dei resti
informi
brulli
di messapiche memorie
pietrificate

e aspetto la notte
a baciare il mio cuore
insonne di meraviglie

Autunno
Autunno mio
morte dei fiori
silenzioso risveglio
di fresco e bruma
al mattino
il sole non nuoce
e i colori abbagliano
rendono bella la morte
lei regina spaventosa
ci dona la linfa
che feconda la vita

Soliloquio Mentale
solo il mio respiro
a condensare pensieri
sui vetri opachi
di una mente poco tersa

scale casuali
s'insinuano cieche
in anfratti scoscesi
in epocali disgrazie
rese miti dall'indifferenza
da una triste indecenza

sudo idee
morte in embrione
di viaggi sospesi
mai compiuti
i fiordi mai visti
stampati sugli occhi
trasognanti
di cera velati

al cuore in grazia
di volatili amoreggiamenti
viva pure l'insonnia
di sentimenti sommersi
tendenti alla risacca
che accompagna l'onda
a stamparsi sulla sabbia
cancellando l'orma..

Entropia Animae
È il caso di sentire
i rumori del mondo
i suoni
i fruscii
l'eco stagnante
del rombare di nuvole
cotonate
cullate dal vento
ubriache

distillo l'epica
la poesia
del cacofonico raglio
di asini molesti
che vagano per strada
contenti
di aver reso il loro aiuto
ai padroni bipedi

osservo
annuso
le creste d'onda
una dopo l'altra
sono pecore
che saltano la siepe
io le conto
e il sonno mi prende
su un cuscino di piume
d'oca spennata
nuda e impudica

ma l'eternità non m'attende..

Stagioni
non avrai tempo
di decantare la gioia
sentirne i profumi
la gloria
di amata primavera
regina dei fiori
essa ti sfugge
come acqua tra le mani
nel gesto istintivo
di chiuderla nei palmi

e vaghi come aria
tracciando aride estati
nel mezzo di notti d'ombra
di grilli ubriachi senza voce
cercando impaziente
la foglia cadente
che apre le danze
celebrative d'autunno
di funghi e di muschio

ora attendi solo calore
del fuoco d'un camino
fucina malinconica
di letture assidue
tra un bicchiere di rosso
e lo stufato sul fuoco

e l'inverno ti prende
come un sogno
svegliandoti un giorno
fra neve bianca
a coprire le nude forme
di tua madre
la terra

Lacrima di bimba
scivolò sull'erto pendio
una goccia d'acqua
una bimba distratta
insieme
come fusione arcana

ma è una lacrima
quella goccia
triste e salata
è la bimba che non sa
come spiegarsi la moria
dei suoi cari

ma basta un particolare
un insetto camminare
per distrarla da quel peso
così un gesto la scaccia
quella lacrima bislacca
e oltre la mano
sipario istintivo
nasce un sorriso
di vita chiara

Cala il sipario
Non erano fiumi
di vini pregiati
né linfe di divine morti
erano persone
uomini e donne
aperte
le membra fuori
la vita persa
bambini scotennati
vecchi senza testa
lì dove etnia e religione
politica e indifferenza
rovinano ancora la festa
c'è chi muore
per sorte avversa
senza motivo apparente
senza lacrime
solo dolore

in darfur cala il sipario
rosso di sangue
non di tramonto

totem
la sera ascende
sulla linea invalicabile
dell'orizzonte, in fiamme di tramonto.
eoni impiegano le foglie
a cadere sull'erba,
oscillano come danzatrici
indiane.
aspetta la neve, il cedro
delle lande libanesi,
assiso ai piedi del Tauro.
lungimiranti occhi
valicano gli Urali,
nelle steppe mongole
odori di latte e brodo
in fumi spirano nell'aria.
alchimia di tabacco e vodka
alita la Gher aperta
sulla terra dei lupi.
ormai lontani i loro occhi,
soffiati nel cielo,
echi distanti di ululati
pagani.

a valli unite
a valli unite
sono stato poco
ho visto il cielo
come mai prima

così
frivolezze e gioia
di stare in stalla
a fare i salici
per la vigna che aspetta
e un bicchiere di vino
è un lungo infinito
idillio
odori d'altri tempi
spengono il tanfo
dell'urbe

vai a valli unite
troverai un letto
del cibo
un tetto
amici sinceri
olandesi
romeni
ed inglesi

la porta è aperta
dicono loro
nessuno ti dirà
non puoi entrare
una tavola t'aspetta
e non verrai giudicato
da enrico o da ottavio
perché non v'è capo

non so se vivrò a lungo
ma lì
fra le colline
tornerò

capo gomorra
depressione caspica
maremoto di luna storta
ubriaca di maree
irregolari fraseggi
di teorie d'uccelli

il marinaio non teme
gli sbalzi d'umore
di nettuno
cade dritto nell'onda

e io schiaccio pensieri
in questa gomorra
questo mondo
ove il solo respirare
porta con sé
la morte
di chi per ingrata sorte
si è visto nascere
sulla terra sbagliata
gravida di niente

e io mangio

impenitente..

Notte marcia
notte bianca
notte marcia
fa paura l'ingorgo
di carne umana
impazzita
diretta dove
non si sa

io cammino
contro corrente
scanso carri armati
di rozza gente
con la bava alla bocca
l'occhio allucinato
cieco bramo
lo spazio irrisorio
tra gomiti e piedi

mille luci e tormenti..
e grida roche
sfregiano il silenzio

non trovo un motivo
che mi dia sorriso
le labbra serrate
come quelle candide
di vergine intatta

sudo sale grosso
schivando l'orco
che di sbieco mi guarda
io cedo il passo
ma non evito il contatto
come un manichino
non ho facoltà
di muovermi
di vivere
di mia volontà

ma che ci faccio qua?
vado a letto!

Il lago di Nemi
rifulge di luce
nelle foglie
riflesse sul lago
brulicante di morte-vita
l'ombra mia
rubata al mio ego suicida

oltre la cortina
di me
sipario chiuso
spettacolo surreale
un vecchio
a falcate di braccia
disturba l'acqua
attraversa la distesa
inquieta
fino alla riva opposta

al di sopra dell'eco
di sghignazzi idioti
sfarfallano strumenti scordati
di zingari ubriachi
chiassosi

io gli occhi miro
verso il bosco
che il cratere
costeggia
ove un tempo
il ramo d'oro
valeva di Diana
il sacerdozio

immobili fruscii di bestie
attendono il placarsi
del cacofonico ragliare
che sconvolge la quiete
dei sussurri arborei

il sole tarda a coricarsi
la corrente si fa cangiante
di luci e movenze
il cielo si tinge di viola
disegna sfumature
di blu e di rosa

sulla riva mi siedo
immoto
respiro la notte
finalmente solo

dove
dove poggiare la testa
se non c'è nemmeno una spalla
che ti tenga?

e pesa il tuo cuore più
dell'umido cielo compresso
di nuvole intrise di atmosfere
d'un agosto in fiamme

il caldo ti violenta
e i fuochi sbocciano come fiori
da piromani onanisti
malati segaioli
d'un paese in panne

e mafiosi in cravatta
ottenebrano la speranza
noi poveri unguenti
vaseline intubate
per culi prepotenti
volgiamo lo sguardo
ai tesori irrisori
che lo schermo ci spaccia

la sera arriva invisibile
bivaccano le zanzare
su caviglie e ginocchia
mai sazie di emoglobina

lungo l'orizzonte
il tetro girotondo
di foglie morte
senza autunno

sepolcri umani
senza testa
consacrano la cena
ad una soap indigesta

è ora di dormire
stacchiamo la spina..

Discarica Biancaneve
indubbiamente siamo alla fine
il mondo cade in pezzi
di vetro taglienti

le foreste vomitano gas
scarichi di fabbriche
di industrie su baracche
alimentate dal dollaro
sonante erotico
gingillo di pochi

nei fiumi distrutti
da lavatrici e pattume
ad incontrare il mare
mai più sarà amore sicuro
tutto si contamina
nel ciclo imperituro
di madre natura
ormai puttana
slavata in sottana
con la dentiera
marcia nelle membra

ora vediamo tutto questo
tranquilli e beati
sembra ancora lontano
il giorno dell'addio
ma come disse
un grande indiano
con le penne in testa:
non potrete mangiare il denaro

chi fu sano
chi la terra amò
da essa venne rigettato
poiché spesso si ama
il non corrisposto
questo è l'esempio
più evidente
di noi bianchi sterminatori
figliol prodighi del mondo
che stiamo uccidendo

Polvere
Tutto si riduce
alla polvere

diglielo john..
fante delle parole

si
questo è il creato
polvere
cenere
di stelle morte e risorte
alchimia spazio temporale
fenice divina

noi siamo
transustanziazione
del cosmo...

amico
odi amico mio
gli sbuffi
dei nostri cuori?

e quanti affari
stralunati
abbiam cercato
morti in embrione

e l'alcol
e il fumo
e i vizi
nostri compari
di sventura
di profonda tristezza

noi amico
siamo gli oltremondani
capoccioni
goliardici
pagliacci
del tempo
che non è

in macchina
su strade crucche
lattine di birra
sui tappetini
vuote
scolate
cadaveri d'ebbrezza
a risolvere il mistero
di dio silente
con la bava nella barba
schiumosa di luppolo
di malto scadente

ora è sera
siamo ancora reietti
senza meta
irrisolti
in mutande
ma felici di non essere
solo un marchio accettato
appeso alla giacca
come milioni di quintali
di idioti affermati

overture
planando nei boschi
s'avvita
turbina in giravolte
frantumando
l'equilibrio

appena un sussurro
di tatto alla terra
sfiorata
aggancia la preda
sbatte le ali
agilmente risale
il cielo
la sua tela
nessun segreto

vivo o no?
solennemente
quasi per caso
mi sono accorto
che sono vivo
che la bara
ancora non m'attende

respiro non trovi?
s'alza e s'abbassa
il petto importante
da toro
ma non rispondi
non apri la bocca
basterebbe un si
a rassicurarmi

ma si che son vivo
altrimenti
non potrei
dubitare..
non potrei

o forse
è solo illusione
e domani
sarò sotto terra

per i vermi
quattro salti in padella

non smetto di pensare
non smetto di pensare
a ciò che porta
il vento su onde
da mari lontani
odori di spezie
profumi di gente
d'altri popoli

non smetto di pensare
ai volatili che migrano
sicuri verso il sole
alle rondini
che da qui a poco
ci saluteranno
danzando
in aria
sincrone

non smetto di pensare
ai vuoti
tra una stella
ed un'altra
così ben
disposte
a formare
immagini
archetipiche
che l'occhio
traccia

non smetto di pensare
a chi spira ora
e a chi nasce
milioni in pochi istanti
a chi di questi
sarà malvagio
nuovo Hitler
o di virtù santo
nuovo Gandhi

non smetto di pensare
al brahamano
che alla foce del Gange
rallenta il battito
del cuore
fin quasi a morire
così padrone
del suo corpo
e poco
schiavo della mente

non smetto di pensare
alle cellule
del mio corpo
che in regime d'alchimia
trasmutano
continuamente
rinnovano
la loro veste

non smetto
di pensare
non smetto
mai
perso
in questo
oceano
di cose
incomprensibili

ROM
l'eco
ristagna
la voce
di pensieri
che rimbalzano
nel cranio
pitecantropo

il sole
non cura i miei
splendenti
deliri
riflessi
nel mirolago

ove l'ago
del pagliaio
si lascia scovare
facilmente
le mie
mani
raccolgono acqua
di Lourdes
finta guaritrice
di anime
incastrate
in dogma:

READ
ONLY
MEMORY... dice l'insegna

e io mi rendo
felice
sotto foglie
cadenti
e Cohen
dice :
non cercare di usarmi...
Lady Midnight
Luna guardinga
non cadrò
nelle trame
del tuo
ardire

infatti
quando
il cielo
schiarisce
tu non puoi
acciuffarmi
e io
in un bagno
di terme infernali
sulfuree diaboliche
ai vestali
m'aggrappo
pagano
è il mio pantheon
e io sono re

e tu regina
dove posi
lo sguardo?
non puoi usarmi
ci sei dentro
e sai
che siamo
piccoli
non abbiamo
il dono del tempo
solo l'amaro
risveglio
dei mortali

erutto
di lava cosmica..

e tu dormi

armonia psichica di caos
ora
non voglio
più respirare
o amare
o sperare
tutto
si adatta
preciso
al non adatto

non sono che
l'infisso
d'una finestra
malandata

tumefatto
nella mente
ricolma
di fiumi
i cui argini
han straripato
frantumando
stipiti
di porte antiche

un peso come
piuma obesa
mi preme
sul collo
piegato
gobbo

starnazzo
gorgoglii
di gallo
che ubriaco
di tenebra
non canta
all'alba
il giorno
divenire

stridio di lame
lamiere
fracassate
romba nei
timpani
in disuso

male è dir poco
del mio dissolto
incancrenito
codardo cuore

volo
come uccello
migratore
senza istinto
vagando
nei turbini
di planate
disarmoniche

l'ora di ricordare
non sapevi che fartene
della tua livrea
delle cravatte
delle giacche

hai pensato:
forse quest'abito
non mi si addice

forse non sono
il frac che m'indossa
la Mini che porto
sul lungomare
mentre poggio
il naso su una striscia
bianca
di neve epilettica
lo stivale firmato
dal CAVALLI
del caso

se togliessi
questa roba
il mio cuore
non smetterebbe
di stantuffare
di annaffiare
il sangue
alle materia cerebrale

osservi poi
molto distante
l'immensità
d'un campo
arato

t'avvicini
piano piano
passa il tempo
e il sole s'affaccia
vedi le piante
che mai
avevi immaginato

i pomodori così alti
i bei fiori gialli
da cui sbocciano i
cuor di bue

e le melanzane
violacee
adorne
di fiori
lilla

a fianco
le zucchine
che innalzano
le braccia al cielo
impettite

sei stupefatto
non credi ai tuoi occhi
tu
che pensavi
che dalla terra
uscissero
già impacchettate
che fossero
da qualche macchina
procreate!

giammai ti eri chiesto
che sì meraviglie
meritassero il tuo
sguardo
e quelle cose
sintetiche
che da sempre
adoravi
per loro
non valesse la pena
spendere
tanti denari

sai
solo ora
che il pomodoro
è frutto stagionale
non si mangia
a natale
ma si svela d'estate

vedi il tuo spirito
risalire indietro
ai primordi
del mondo
ai tuoi avi

rendi grazie
non a dio
e nemmeno
all'eurospin

solo al sole
e alle grande
madre
la sublime
dama terra
che ti han donato
queste cose

e getti le tue vesti
tra i solchi
degli asfalti
e corri
verso i mondi
che hai ricordato
nei tuoi sogni

Viaggio tra i campi
ascolti gli alberi
nel blu della
tua tristezza
e uccelli notturni
su nuvole sospese
in pose zoomorfe
picchiano
verso ignare prede

cammini
a passo di danza
chiedendoti
dove porta
il sentiero
impervio

brillare
di stelle emerse
su mari
schiumosi
veleggiano gli altri
sognatori
di mondi superni
trovando
nutrimento
nell'intermundia

osservi
le tue mani
l'argento
delle vesti
che ti han donato
mentre accendi
il fumo che brami
ad anestetizzare
pensieri
a fissarli nel cuore

lento
discende il passo
verso la burrasca
dei colli
fiamme bruciano
il cielo
vedi la fine

il vento
porta seco
il puzzo
dei grassi urbani
pagliacci struccati
dissenterici conati
prorompono
dai loro stomaci
gonfi di ulcere
laceranti

volgi lo sguardo
verso i tuoi boschi
la luna ti sorride
vedendoti addosso
i suoi colori

torni a casa
la vittoria
ottieni
tra le vigne
che abbracciano
dio

italiani brava gente
il diavolo in corpo
il falso inventato
il demonio
cicatrizzato

io ti esorcizzo
italiano
demente

come fai a vivere
così?
di calcio culi
e tivvì

sei strano sai?
eppure i tuoi occhi
sono aperti

sogni o sei desto?

perché davvero
non molto
ci vuole
a capire

che il mondo
va male
e i nossignori
fanno soffrire

la gente
senza un soldo
veleggia
in mari
tempestosi

su barche
ubriache
l'acqua
entra
da ogni parte

il mio travaglio
nel vedere Travaglio
che al vento
dice cose obbiettive
senza che tu
italiano
di ponga
il minimo scrupolo
di dire:
magari
bisogna reagire

ma no
a te non interessa
preferisci i pacchi
e la siesta
bonolis
e il suo compare
che ingurgitano
caffè
su nuvole
di sale
non più in zucca
la tua
alla frutta

e nemmeno
berlusconi
che indagato
dalla procura
siciliana
destrorsa
per niente rossa
per certe stragi
di via d'amelio
e di capaci
ti ha posto
il problema
di fargli o meno
perpetrare
il suo partito
demenziale

poi il nano
ha perduto
e in cattedra
è salito
il ciclista
incallito

la sua calma
piatta
e infingarda
ha infastidito
anche
il dalai - lama

ma sì!
dormi contento
il cellulare
ce l'hai..

che t'importa
se il tuo
paese
l'italia
affonda

sai nuotare vero?

il buio
lacerante risveglio
predica silenzi
di grotte
oscure

mi taccia
di timoroso
rimorso
codardia
a ritroso

venduto
per un penny
il bicchiere
denso di liquido
inebriante
mi sbatte la testa
su mura elastiche

ai miei
notturni richiami
di lupo
di lune amanti
ricercate
tra i faggi

cerco solo
la mia idea
non ragionata
vestita
di fiori
nebbia
eterea
tra i colli

ai rami
d'immondi resti
di ossa spettinate
l'acume mio
si dissolve
sotto le nuvole
inquiete
di giugno

volo tra le viti
di vite perdute
le cui gemme
faticano a sbocciare

e fabbri battono
il ferro
sull'asfalto
che bruca l'erba
come un insano
fagocitante
bue
corna che
lacerano
il cuore
di Arda

io fuggo
nella notte
tra stelle
d'ambra
traccio
i miei miti
morti già
prima di
nascere

La chiesa cattolica
La chiesa non si rinnova
sbarra le porte
travisa la sorte
degli uomini ignari
votati alla morte.

Sono stanco
di sentir parlare
di escatologia
e dogmi
e presepi
e natale.

Lasciateci stare
signorotti intonacati
d'anelli d'oro
e seta costosa,
i vostri aliti
hanno setacciato
le menti
distrutto
le genti.

Nel vostro nome
avete dilaniato
innocenti,
bonifacii
urbani
e clementi
voi vi fregiaste
di buone parole
eppure il sangue
d'indiani
e africani
avete versato,
di arabi e aramei
le città avete strozzato.

Quanto sangue il vostro
dio ha bevuto?
più di Tlaloc o Marduk
che con ferocia
avete dannato,
più dei pagani idoli
che un tempo regnavano,
il vostro passo
ha lacerato anime
mentre voi
vi rimpinzavate.

Io leggendo
quel poco che ho letto
mi chiedo
come potete ancora
respirare?

Il vostro dio se la prende
con le sodomie
e le gomoree
mentre i suoi patriarchi
copulano con figlie
e sorelle
procreano con esse,
sono bugiardi infimi
luciferini gagliardi,
eppure elohim li ama
e a zolfo e fiamme
sodoma dilania.

Forse prenderlo di dietro
è più peccaminoso
dell'incestuoso!

E ancor oggi
mettete bocca
puntate il dito,
dai vostri balconi
dittatoriali
lanciate bombe
sugli ignavi,
quelli che Dante
aspramente
condannò
sono i vostri
fedeli più cani!
( in effetti
quando il pastore
è tedesco...)

e così
silenziosi
e accondiscendenti
si lasciano abbindolare
nel mezzo d'una piazza
costruita
coi soldi dei poveri
per comprare
una vostro indulgenza
e passare in paradiso
senza la Sua protesta.

Ora vi lascio
alla vostra
coscienza,
fate un piacere
all'intera esistenza:
dimettetevi!

Italia
Italia mia,
io ti lascio
amante cretina
sorda
campana
poco saggia.

Le tue meraviglie,
i paesaggi
e i piatti
gonfi di bontà,
gli altari
e l'arte
sono miseri
gingilli.

Io ti detesto,
tu gonfia madre
di stolti,
d'ignoranti
incolti.

Sei un campo
sterminato
di cicoria
riarsa
al sole,
accartocciata
pestilenziale
bava
profumata,
firmata
da nasi
incipriati
di neve.

Io ti abbandono,
vado via
verso la polare,
e se,
stivale fetente,
cadrai
nel fiume,
non pregherò
che la sfortuna
si abbatta
sull'amo
d'un pescatore
a raccoglierti
dalla melma.

Addio
mia dolce
malata
prostituta.

Scaricatore di giornali
Gracchiano
uccelli muti
e pile di giornali
accartocciati
in furgoni
rumorosi
attendono
il disumano
fato
di lanciarsi
su putridi
marciapiedi.

Scapole robuste
sguardi assassini,
mani nodose
rubiconde
afferrano
il timone
grande,
diametro
immenso
per navigare
nel mondo,
caos psichico
di cervelli
programmati.

Io vedo
con occhi
ignoranti
privi
di disciplina
lo spreco
di sonno
di gente
che non dorme,
presa dalla vita
solo la tempesta,
incurante
suicidio
ché Morfeo
con fruste
oniriche
sconfigura
la veglia.

Achille
in groppa
al transit
destriero
grasso,
s'aggira
lesto
in cunicoli
suburbani
da alfieri
figli di Troia
presidiati.

S'apre
il sipario,
con la notte
l'amaro risveglio
che il tallone
è illeso
e la vita
un tormento,
meglio morire
che perpetrare
lo sgomento
di questo tempo
che ho perso.

Bagliore
di freccia
lampeggia
ma non trafigge,
non ho scelta
svolto a destra
la Togliatti
m'aspetta.

Tedio domenicale
La domenica
muore l'anima.

Stanco
assonnato
come un opossum
ubriaco
sto sul letto
adagiato.

Dormo in piedi
mangio tanto
che il parto
mi viene
alla sera
come
un terribile
travaglio.

Mi aggiro
solo nei boschi
scontati del mio
cuore malato
triste
nel giorno
in cui il signore
ci porta
il conto.

Chiede
di mangiare
il suo corpo
e il sangue
ma a me
fa male
e preferisco
il maiale.

Uccido mosche
che mi girano
intorno
neanche
fossi
uno stronzo.

E' autunno
e le foglie
ancora
non
cadono,
io avvizzisco
su questo letto
tra grida
di gioia
d'una partita,
di pazzi
decerebrati
impazziti
suonati
che
si lavano
i dolori
in uno stagno
d'idiozia.

Strazio
di menti
che in stampa
sono muti
tra miliardi
di euro
e magnifici
culi
di donne
galline
che ragliano
belati.

Per fortuna
c'è Haruki
che mi tiene
per mano
la sua prosa
prolissa
mi porta
lontano,
in cucina
il tofu
condisce
di là
in salone
è surreale
presenza
di donne
misteriose
che non
vendono
festa.

Mi piego
poi
col capo
assonnato
non ho potere
e sono inetto
ma
io
domenica
ti estirpo
dal calendario.

Fotografia mondana
C'era un tempo
in cui un punto
era spazio.

Stravolto il corso
del fiume infinito,
improbabile
incognita
bizzarra,
s'alza Sirio
sullo stipite
dell'eclittica
faro d'antiche
precessioni.

All'ombra
siamo approdati
da orizzonti
in fiamme,
colombe mai
giunte a terra
dall'oceano
diluvio,
divino
per convenzione.

Cuore
batti veloce
e corri,
affannato
stantuffo,
percussione
tribale
che genera
respiri
pensieri.

Vasi di pandora
in pezzi,
incollati
frammenti
di conoscenza
imbrattati
di colla chimica,
fragili testimoni
di un'altra mortale
inezia.

Salutiamo
insieme
il carro
che porta doni
di babbi natale
possenti,
dall'alto di quel
cielo grigio
cadono
come ordigni
sugli orti
gli aiuti
plastificati.

Renne incipriate
di cocaina,
metallo fuso
icona di lamenti
strozzati.

Che bel sole
oltre la nebbia!

C'era
oltre il sonno
un risveglio
d'occhi impiastrati
che l'acqua
non uccide.

Il mondo
fucina
di lacrime
regala
agli uomini
l'eterna
scelta,
arbitraria
o meno,
che non può
essere
senza
conoscenza.

Dimora
Un letto
di lenzuola
stropicciate
dimora di me
e di te
nella notte
quando
il giorno
si cova.

Mi guardi
russare
l'eco
dei miei
sogni.

Ti svegli
occhi
abbottonati
in vesti
firmate
REM.

Uno sguardo
scalda
i miei
notturni
geli
e le tue mani
baciano le mie.

In piedi!
caffé
ti desidera.

ospedale
In corsia
i morti parlano
stempiati
di vita
deficitari.

I capelli
unti
s'amalgamano
a pomate
e muri
opachi
asettici.

In corsia
i morti
col gesso
e la flebo
salutano
infermieri
nullafacenti.

Volano via
su lettini
verso
l'ultima
battaglia,
pronti a non
respirare più.

In corsia
le donne
hanno pance
come
cocomeri,
camminano
con la luce
in fronte,
sorriso
luminoso
al neon.

L'occhio
del vecchio
spento
moribondo
nudo
di pelle guasta,
s'apre
sorridendo
su
creature
inglobate
pronte a
vivere.

Il ballo degli avidi
Pestilenza,
giace mesta senza posa,
attende.

il fumo sale dalla pelle,
accendino consumato
anima di prometeo
dilaniato.

Effluvi,
schiuma d'argento
orna il Tevere
all'alba,
pioggia d'uccelli
disorientati.

Festa di feticci,
seguono il passo
di morti alle falci
sotto un'ombra
di scranno.

Loro sanno!
Loro sanno!

Comete
e frattaglie,
parla l'ignorante
dietro maschera
al Viminale.

Segue l'estasi
del potere,
nelle sue mani
giacciono
silenti doni.
La bocca chiusa,
i denti aguzzi,
pronti,
di bava adorni.

Gustate questo,
gustate gustate!

Capitale
ingurgita cervi
estinti,
sbrana tigri
imbavagliate.

I boschi rimangono
mera questione
estetica,
in uso
per deliziare
gli occhi di chi
non sa apprezzare.

Il vento chiama,
nessuno risponde.

Solo voci
che bramano
silenzio.

Danzano gli avidi
coi piedi profumati,
con le mani
custodiscono
tesori.

Vendono terra,
e frutta
e risate,
in palazzi
invisibili
suonano
litanie
funeree.

Ah vogliamo
sperare di vedervi,
sotto i colli
nell'erba
a riposare,
ossa che siete
senza più
facoltà.

Aspettate
ancora,
verranno
giorni atroci
e il soldo
non vi servirà.

Quiete
voliamo su nudi uccelli spiumati
fra i candidi battenti che segregano
il cielo.

Cielo di sogni e vaganti misteri,
di nuvole a scimmiottare
terrestri filibustieri
e malinconici pirati.

Sbatte l'onda e la sinapsi arranca,
il neurone non più impulsivo
si lascia stregare da alcolica bevanda.
Il rum si beve le mie labbra,
intrise di baci d'anima bella
mai stanche della sua fiamma.

Occhi neri di buchi celesti,
cadon le forme del sé
oltre i modelli stabiliti.

In quiete lungo la via,
a cercare quell'orizzonte
cui il passo non giunge.

Nella sera
d'aria tersa
agresti cori
di ninnananne
sussurrano i grilli
la loro festa.

In mano mia
finalmente,
non ti ho persa.

Tempo non proprio presente,
fugge da me come la materia oscura.
Via, andate via voi soldatini di latta,
che assaporate questa malinconia,
ve ne nutrite, l'avete fatta vostra
come si fa con la menzogna.

pizzica il sole sulla schiena e il vento
s'insinua fra peli invisibili, veste d'aria,
aria malsana che trasuda sporcizie chimiche
di latte alieno, di gomma bruciata,
di asfalti battuti di nera pece appiccicosa.

Possiedo non poco più di tanto,
il verde esiste ma è sporco di smog,
di smog petrolifero imbrattato di sangue
disperato e disperso, fra tumuli di sepolcri
poco vistosi, all'ombra di una bandiera
stellata e strisciante.

Mangio a stento, morirò a stento
come un impiegato che vacilla
in equilibrio sul filo della sua miserevole esistenza,
precario in quanto normale, normale in quanto prigioniero
di muri che son dipinti di squallidi colori.

Il verso che erutta dal mio corpo
non rientra in nessuna frequenza conosciuta,
si tuffa nell'oscurità silenziosa di corpi straziati,
privi di umori, sterili.

Sono solo sotto una luna perplessa,
mi guarda con gli occhi e la bocca spalancati,
mi sputa polveri stellari,
mi manda a calci verso andromeda.

Adesso volo verso la galassia,
che mi abbraccia con mille tentacoli
luminosi e mi porge il suo destino,
mi offre di girare con lei,
lentamente,
senza fretta.

Guardo quel moto perfetto, ne sono parte.
Devo vomitare.

mondi
iperattivi disumani preventivi,
vermigli sentori di morte.
stelle e strisce sventolanti,
ancora un attacco a Maometto
ai suoi figli bambini donne e vecchi.
dove corre il mirino di un ragazzino,
liquidato dalla vita, in baracca vissuto
nero di colore e col cuore puro.
ora sporco per impugnare l'arma,
incosciente nell'esser traviato.
parole vagano nell'etere, marce
e putrefatte di petrolio e dollari,
visti di guerra in omaggio le scarpe.
stivali calpestano babilonia,
la terra di Ciro tra poco, quando
esaurito il carburante ,l'idioma
sporco d'anglosassone ibrido
aliterà la sua nuova partita.
economia di cartapesta,
guerra di carne e sangue,
di teste trucidate sotto i turbanti,
di pezzi di polmone poco cresciuto,
nel vento l'odore delle falci,
nel naso l'inferno dei piccoli dannati,
degli infedeli sottosviluppati,
votati alle esplosioni paradisiache,
in autobus di qualunque terra,
senza biglietto, senza sapere.
pezzi di carne disegnano paesaggi,
fra le dune e i villaggi di fango
sciolti per volere dei figli di cristo,
lui seduto a guardare lo scempio
di chi raccoglie l'Eucarestia,
il suo corpo e il sangue
vomitandoli a zarathustra.
noi silenti, grassi o panciuti,
benestanti compiaciuti,
loro sporchi rachitici e puzzolenti.
il coro e l'araldo eco gridano
allo scempio, ridondanti e dementi,
svergognando la parola taciuta,
mangiando putrescenti big mac
annichiliti da cocacole abrasive.
voltatando la gabbana gobba
di fantocci di carta sudata
che ciarlano di collaterali effetti,
mentre arazzi di viscere e budella
colorano la terra dei poveretti.

cani randagi e spelacchiati vaneggiano,
chiedono un po' d'amore vendendo
qualche bacio, tra mille feste
e qualche coda sbarazzina.
c'è un mare di pochezza negli occhi spenti
di chi giace su un sedile sporco, assonnato,
schiavo di qualcosa che non ha forma.
le strade fanno l'amore, attorcigliate
come due amanti nel sonno, si prestano
al passaggio di carcasse ambulanti,
alcune silenti, altre che gracchiano
rumorosi allarmi che hanno poco
del canto della sirena.
gli ambulanti immortali gridano
cercando l'attenzione di assonnati
antropoidi bramanti letti soffici,
per dormire fino alla fine del tempo.
giornali gratuiti vengono infilati nelle tasche,
volantini che mai nessuno leggerà,
sigarette spente formano cerchi sui
marciapiede. decrepiti muri favoleggiano
futuri regimi, ancora volantini,
una pizzeria svende le sue pizze,
un negozio d'abbigliamento vende
magliette al chilo.
i giapponesi costeggiano,
armati dei loro gingilli, le antiche
vie dell'impero, sparano a qualsiasi
costruzione visivamente vetusta,
non distinguendo affatto la differenza
tra antico e retro.
poi giù lungo i viali che portano al rogo
di giordano, passando davanti alla tana
del nano, presidiata da due miserevoli
soldati che a stento evitano il guano
di piccioni stazionari.
il vento porta con se l'alito infernale
di ore di smog, tristemente la pioggia
cerca di toccar terra senza riuscirci,
mi porgono ombrelli usa e getta
ma ho voglia di lavarmi e li rifiuto.
un taxi bianco quasi investe
due vecchie nomadi dell'urbe,
coi loro carretti pieni di cianfrusaglie,
piegate dalle frustate della vita,
ubriache come me , sebbene in
maniera diversa.
insulti manuali viaggiano alla velocità
della luce mentre un omone senegalese
cerca di vendermi l'ennesimo libro di fiabe
di suo fratello, li ho tutti ormai e lo liquido
con una pacca sulle spalle.
entro in libreria e mi perdo
fra milioni di fogli rilegati.
sono morto e questa è la mia tomba

L'errante corsaro cade
l'orda, silente dopo l'infuriata, cresce
in forma di stormo d'acrobata coreografo.
il cielo dipinto d'occhi ciechi, verde sequenza,
strada che avanza in code di macchine in fila per pagare l'amore.

le principesse danzano ai bordi dei colli impalati
da marmorei obelischi elettrici.
la musica veleggia oltre l'aria
per poi sparire lungo la barriera valicabile del suono.

usuale fermoposta di carabine viventi,
pizzetto perfetto, molto fascista, dopobarba scaduto,
controllo documenti, esito positivo.

la cresta della curva, criniera d'asfalto ornata di metallo.
due carrette hanno fatto l'amore, da dietro come cani,
rottami e vetri tappezzano la strada.
sopra il monte del raccordo altri veicoli pericolanti
marciano verso il tramonto a passo d'uomo.

omino occhi colorati m'intima di terminare la corsa,
mi affianca un tubero pelato che mastica gomma
sul suo gingillo fregiato d'elica bianco azzurra.
mi squadra dietro occhiali aerodinamici che feriscono il mondo.

l'omino concede di ripartire.
scoreggia fumosa dal bolide del tubero bitorzoluto,
sfreccia lungo l'estasi di se stesso curvando lo spazio tempo.

dedalo di marchingegni alieni,
le sopraelevate cavalcano vie assonnate,
tunnel d'antimateria bucano la poca vegetazione rimasta.

ecco il nuovo colosseo, muto,
dove il gioco non è più morte,
solo quattrini, e il pollice verso
è ormai solo illusione, meglio fischiare.

gli insetti colorati sembrano agili
nel varcare le soglie d'incroci presidiati
da soldati scuri, armati di mani bisognose,
di corte lance a martello per migliorare la visuale
nella nebbia di polveri e frastornate sonorità.

Mi ritrovo nell'entropia che disperde
la verginità dei fili d'erba che adornano
isolette in un mare di cemento,
ove i capi del sant'uffizio urbano
gesticolano concessioni e divieti.

inizia lo spettacolo evanescente
di torbide antichità imbavagliate,
dai ponti il sole s'immerge nella notte
coperta da veli grigiastri
mentre i raminghi
randagi poco vegliardi
cominciano a ingurgitare la loro notturna dose di stupidità.

profumi alcolici di fiori morti,
essenze di catrame mascherate da nomi francesi
trafiggono l'olfatto già stordito.

il chierico balbetta il padre nostro,
tastando selvaggiamente il rosario corallino,
neanche fosse una formosa creatura femminina.

selvaggi impiastrati di lacca
non ballano più le danze propiziatorie,
si chiudono in fantascientifici palazzi
che rimbombano caos.
tutti in pista con la divisa,
si muovono tra cosce calzate a rete
e cubi rialzati ove i più spavaldi osano issarsi.

il credo nasce nell'esigenza di curare la paura,
nascondendosi nell'obbligato travestimento,
senza trucchi esagerati a deturpare facce
che racchiudono smorfie d'insofferenza.

volteggio nella notte, ridendo di me stesso
mentre guardo gli effluvi di melma rincorrere l'orizzonte irraggiungibile.
cado e non mi rialzo.

Incenerire,
le foglie al vento s'accordano al respiro
di segmenti di tempo, di tracce di vita.
Gli alberi cadono, in disumano grido
Fecondano il vile nascere di dollari.

Creste d'onda s'inseguono noiose,
le grida sorde danno sale al profitto
che nel mare non v'è più creatura,
solo insana voglia di annegare.

Non credo per non dormire, già,
il sonno sostiene obesi imperi.
io di sogni ne ho pochi, sconclusionati.
La cesta è vuota di frutti marci, neri.

Le risa attonite sorseggiano bevande,
i marchi attraggono l'occhio come carne,
di donna, di fica umida e vogliosa, rosa.
Il sangue fluisce in rozzi falli d'arme.

Sorridi tu che giaci supino non sapendo.
Tu bestiale omuncolo di psiche inetto,
tu che hai un sostrato di cenere in testa
osservi l'inutile artefatto che brami.

Lo vuoi per te, per il tuo amaro diletto.
Lo pretendi per il tuo vile distacco,
per non avere le orecchie che ti han donato.
Sordo e cieco su un sentiero dannato,
annaspi come un coro di singhiozzi.

Cielo nero di liquido denso di cenere,
la porta cade con un tonfo sul mare
lasciando maree dilaniate da polveri ustionanti.
piccolo che giaci senz'arti fra macerie aride,
come puoi mostrarmi il tuo volto ammaccato?
Come osi rendermi partecipe del tuo orrido volto ?
Così intriso di sangue e senz'occhi per guardare,
ti vedo mentre rantoli col sangue fra i denti
e ti chiedi dove sono i tuoi giochi, i tuoi girotondi.

Sei caduto in una pozza di melma, ora dormi.
Non penserai a chi ti ha trapassato la carne,
sarà il sole a scaldarti mentre io tergo poche lacrime.
eccomi, sono io che ti ho ucciso, io che sto fermo
e continuo imperterrito a respirare l'aria degli opulenti.

Non ci fu molto da dire.
Silenzio penoso sospeso tra un respiro e uno sbuffo di fumo.
Incredibile il modo in cui si affonda nella carne di una bistecca,
incredibile è lasciare che gli altri lo pensino,
che gli altri siano sempre tuoi robusti sostegni.
Il cielo lassù è un abbaglio, non esiste, è intangibile.
Finisco il pasto, olio e sangue mi colano sul mento,
sono immobile, assaporo quella disgustosa sensazione sulla pelle.
Mi pulisco a stento, cerco dell'acqua ma essa scarseggia da queste parti.
Ora vedo del verde lì fuori, incorniciato nell'arco gotico della finestra.
Lo raccolgo, lo guardo, lo scopo, una scopata vegetariana senza protezioni,
l'albero geme, si dibatte accompagnando il soffio del vento che non ha ombra.
Cado, cado, lungo lo spettro dell'asse cosmico, vendo il mio cuore ad un ramo.


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