Poesie di Pil Martire


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Con in mano la zampa di un cane
sconciamente vivo,
resto dove sono, senza pietà
per le mie voglie di sempre,
oramai a poco mi serve
intravedere Dio nelle ferite aperte,
non conosco tregua o riposo
e diffido finanche
del dolore costante, prepotente,
d'essere pura carne impotente
che si consuma inutilmente,
ma non è ancora abbastanza
per rassegnarmi a crepare,
se sono da compiangere
lo deciderà domani
chi già decide
ciò ch'è folle
da ciò che non lo è,
continuando la strada da soli
s'impara a starsene buoni
senza chiedere il prezzo delle cose

E mi vesto
d'uno strano dispiacere
in questa sera di settembre
malinconica come un moribondo,
e non ricordi, nè lacrime,
solo lo strazio
di queste nuvole rosa
che imperlano il tramonto.

Se c'è una storia
dimentichiamola
e ricominciamo a scrivere date
su quel quaderno nuovo.

Dimentichiamo
l'amarezza di certi baci
e stringiamoci forte
perchè ora che è inverno
fa freddo
e un maglione non basta.

Ho rifatto il letto
e cambiato le lenzuola
dal balcone aspetto
che tu spunti sorridente
con i capezzoli al vento.

Ai margini del tempo l'ultimo
incontro, in un frammento
di storia antica ti chiederò
un bacio, su quel ponte dove
prima di me, è passata
l'angoscia e l'amarezza,

con la stessa virile tensione
rievocheremo lo sproposito
e mi dirai dei tuoi umori,
dei tuoi timori, delle mani
che armonizzano le tue sinfonie,

ascolterò con lo strazio
dell'agnello al macello,
ma la tua voce mi giungerà
lontana, e stanerai i miei
rancori in quel frammento
di storia nuova mentre
ti vestirai del mio silenzio
con la presunzione
di chi sa d'essere amata.

Ti prenderò di corsa
e strancando il supplizio
del tremolio di voce
spazierò nel vortice
della sera, al riparo da te
che sai ancora di mare.


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