Racconti di Leopold Persidi
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La Primavera La primavera si affaccia tremula ammantata di verde sulle colline, con le sue viole e i biancospini che imbrunano l’aria dolce e tersa. E’ un tardo carnevale, con canti, balli, mascherate chiassose che riempiono le piazze, le strade è la voglia di divertirsi. Io soletto senza compagnia, mi rinchiudevo in un dolce deserto per allietare l’anima e sentire gli accordi dell’arpa di David che vibravano nelle altezze del cielo. Visioni impresse nella contemplazione dell’oscurità… a volte mi sentivo solo, disadorno, spoglio, smarrito; tale era lo scoramento da sentire piangere l’anima, affranta dalle afflizioni che ci riservano i dì. Poi con stupore, tutto ritorna a brillare, con l’anima più pura, più leggera, che canta con gioia; poiché vede risorgere i morti e guarire gli ammalati dalle loro infermità. La mia anima ha fame d’amore e di carità… Mentre s’addensano le nubi, sul mio corpo, non di rado, più frequenti le emorragie. Desidero ancora vivere per la pietà che offro, vivo per la forte volontà non sono pieno di salute. Accanto a me avverto una presenza di un’esile creatura dagli occhi vivi chiusa in un mantello sempre presente a farmi compagnia pallida e immobile, che in un frammento di sorriso, mi dice di non cedere all’affanno.Come d’incanto sono avvolto da un bagliore dolcissimo, fragrante e luminoso da naufragarci dentro. Riposo dello spirito, ma sino a quando durerà la tregua delle pene che mi affliggono, sino a quando dovrò portare la croce della Passione? Forse sino al giorno dell’Ascensione, o per sempre? Intanto nell’aria un sole chiaro ricamato illumina i grani appena in fiore e le campane delle chiese echeggiano da monte a valle, tutto si mostra in una reale visione d’incomparabile bellezza.Un calice ravvolto raccoglie le mie sofferenze indicibili e mi libera da tutte le mie pene, mentre le litanie del “rogazion” si rinnovano per tre giorni consecutivi in processione, per auspicio ad un buon raccolto. Volevo essere puro e lieve come l’alba e non ritrovarmi immerso a un cumulo d’immondizia. Nell’ebbrezza sentivo piovere addosso un torrente purificatore di sangue frammisto a fuoco si che il mio corpo ne usciva più lucente, più “angelicato” dal dubbio e dalle tentazioni. Si fece un gran buio intorno a me, ne uscii con le sembianze di un fanciullo, sin da riconoscere le persone di biasimo elegianti di vergognosa menzogna. Non desidero che il cielo dell’anima mia rimanga senza sole,luce che rivela le case e le rende vivide illuminanti, ne svela l’intimità e nell’umiltà le fa gioiose. Luce diletta dell’anima che imprime candore e amore per l’ascesa verso elevati siti. Al dolce senso dell’attesa l’ansia mette le ali il candore e l’armonia si diffonde in me… Getto via tutte le frivolezze, affinché il pensiero di esse non occupi il mio cuore e il male non offuschi il mio intelletto. Molte volte il mio corpo grave diventa leggero da elevarsi dalla terra… Sublimazione. Questa è l’isola dei miei riposi, dei miei rapimenti, le ore più belle paradisiache. Ardevo delle piene dell’amore universale e mi trovavo seduto in un trono raggiante d’oro circondato da una moltitudine che cantano armonie celestiali rivestiti da una diafana forma umana soavissima. Nessuno ambisce a tenermi compagnia, perché anche se il mio corpo è in terra l’anima mia risiede in cielo. Se camminassi sui carboni ardenti i miei piedi brucerebbero, ”ma la mia intima compagna no”. Discernitrice delle cose occulte che macchiano il cuore e fa arrossire di vergogna coloro che si macchiano l’anima. Ambire e sorprendersi in segreti estasi quando intorno si sente un soavissimo profumo di santità come se avessi sfiorato con un dito il polline di un fiore e aver diffuso intorno la sua fragranza. |