Racconti di Pavan Gianfranco
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| Un vero sorriso Non avevo mai visto una tale confusione. Persone sconosciute giravano per l'azienda, avanti e indietro; qualcuno usciva da un ufficio mentre altri vi entravano, quell'aprirsi e chiudersi continuo di porte mi dava un senso di nausea. Controllai l'orario: - bene, per me è ora di andare! - Attraversai quella massa di gente pensando che il venerdì sera non era proprio il momento più adatto per fare la selezione del nuovo personale. In ogni modo, in pochi minuti io sarei uscito, lontano da quel caos. Mi accostai all'orologio per timbrare l'orario d'uscita: non c'era un solo cartellino al proprio posto, erano tutti impilati uno sull'altro sopra alla mensola. Li presi in mano ma erano tanti e sfogliandoli non trovavo il mio né riconoscevo i nomi sopra, anzi non capivo nemmeno cosa fosse scritto tanto era strana e storpiata la calligrafia. Mi si avvicinò un collega e condividemmo la strana sensazione che niente fosse al suo posto. Non potevo perdere la serata a rovistare inutilmente tra quei cartellini grigiastri, perciò, scansando persone che mi venivano incontro frenetiche da tutte le parti, scivolai verso l'ufficio del personale. La porta era chiusa ed una fila irregolare di colleghi sostava lì davanti, in attesa. - C'è una riunione - disse qualcuno. Poi la porta si aprì, ma solo per un attimo: un tizio uscì ed un altro entrò. Tentai di sbirciare all'interno, scorsi la segretaria, ma la situazione era di gran confusione e tutti parlavano insieme. La porta si richiuse. Presi la decisione di andarmene anche senza timbrare l'ora, tanto che sarebbe stato per quell'insignificante trasgressione? E poi non era colpa mia! E che cosa poteva capitarmi? Cinque minuti dopo attraversavo le grandi vetrate e uscivo incontro al buio della sera. Respirai molte volte l'aria fredda e secca come deve essere alla fine di gennaio e camminando lento mi diressi verso la fermata dell'autobus. Non aspettai a lungo, le porte soffianti si aprirono, salii e trovai anche posto a sedere. Di solito c'era più gente a quell'ora, di venerdì sera poi ... subito una signora seduta sul sedile davanti al mio, si girò chiedendomi qualcosa. Era piuttosto anziana con un viso simpatico e tondo che sbocciava dal bavero del cappotto, i capelli raccolti sulla testa in uno chignon anch'esso perfettamente tondo. Continuavo a non capire cosa volesse da me e cercai di concentrarmi sul suono della sua voce. Provavo una strana sensazione, nonostante tutto ero a mio agio in quella situazione ma mi sentivo anche malinconico, come avessi perso dei ricordi. Compresi che mi stava parlando di lei e della sua famiglia che era composta solo dal marito, giacché i figli, ormai più che grandi, erano andati per la loro strada. M'invitò a casa sua e la cosa non mi parve strana, forse tutte le bizzarrie da poco passate in ufficio mi avevano abituato ad aspettarmi qualche altra novità prima che la serata finisse. Mi accorsi anche di essere un po' divertito al pensiero che una signora, almeno settantenne, mi adescasse per portarmi a casa sua, ecco una cosa di veramente insolita. Non so come né perché, ma accettai. Quando scese dall'autobus la seguii e continuai ad ascoltarla finché giungemmo davanti ad una serie di graziose casette, basse, tutte di mattoni rossi. Ci avvicinammo alla sua porta, da lì potevamo vedere dentro all'uscio aperto della casetta d'angolo, in cui si scorgevano un uomo e una donna che parlavano tra loro. Quando ci videro chiusero lentamente la porta e la loro luce sparì, ebbi però l'impressione che quel gesto avesse lo scopo di rispettare la privacy mia e della mia nuova conoscenza. Appena entrati ci accolse un ometto vestito in pantaloni neri e una camicia bianca, troppo abbondante per il suo fisico mingherlino; con modi affabili ci accolse entrambi come fosse la cosa più naturale del mondo che la moglie gli avesse portato in casa uno sconosciuto. Dietro i suoi grandi occhiali si vedevano chiaramente due occhioni scuri dall'aria intelligente, prese il mio cappotto e poi si dileguò dietro una porta. La signora mi disse anch'essa qualcosa per accogliermi cordialmente in casa e poi, dicendomi di accomodarmi nel salotto, sparì attraverso la stessa porta da cui era passato il marito. Ricominciai a ragionare e a pensare che quella situazione non poteva andare bene così, di nuovo le cose si susseguivano in un modo strano, non mi sentivo sereno. Comunque mi spostai dall'ingresso verso la sala più grande che vedevo attraverso una gran doppia porta aperta. Era davvero un posto ampio e spazioso quasi senza mobili e ciò che lo rendeva interessante era il fatto che alle pareti e sopra una credenza ci fossero ancora degli addobbi e delle luminarie - qui il Natale non è ancora passato – pensai. Mi guardai intorno ed abbassandolo, il mio sguardo incontrò quello di un bambino. - Ti piacciono le luci? Mi chiese – a me sì – rispose da sé. Diedi un'occhiata più attenta all'ambiente e vidi che non eravamo soli ma vi erano altre tre bambine accompagnate da altrettante mamme. Una di queste, bella donna dai capelli neri mi disse quanto fosse sollevata dal fatto che ero arrivato io e non qualcun altro, ma non compresi di chi stesse parlando. Per un po' cercai di dare il mio contributo ai vari dialoghi che s'intrecciavano svelti, ma non capivo neanche una parola, eppure nessuno di noi dava segno che ci potesse essere qualche incomprensione. Mi scusai con le mamme e con i bambini e decisi di rintracciare la vecchia signora per togliermi da quella buffa situazione. Uscii dalla sala ed aprii la porta oltre la quale erano spariti i due anziani, era una cucina, credo, tutto lo faceva supporre: nuvole di vapore, pentoloni sui fuochi e anche lì, in quella che doveva essere una cucina domestica c'era un via vai di persone affaccendate, vestite con grembiuli bianchi. Nonostante quello che a me sembrava la mole di lavoro degna di un gran ristorante, la signora mi venne incontro, io la ringraziai, pensando - per cosa poi, - e dopo un breve reciproco parlottare, la salutai. Fu allora che prese il mio viso tra le sue mani, erano morbide, calde, gentili. Ci guardammo per un attimo negli occhi e lei mi donò un vero sorriso, tutto il suo viso tondo mi sorrideva sincero. Il petto mi si colmò di emozione e pensai che mi sentivo veramente bene, pacificato. Da un vecchio divanetto all'ingresso recuperai il mio cappotto, aprii la porta e senza voltarmi feci una breve riflessione su ciò che avevo vissuto fino a quel momento. Mentre l'aria serale, fredda, s'insinuava nella casa e nei miei polmoni, provavo uno strano struggimento, un sottile bisogno di piangere. Rinunciai a sfogare in lacrime quel prezioso stato d'animo e decisi di trattenere il più a lungo possibile quella sensazione dentro di me. Poi uscii sulla strada e tornai sui miei passi. |