Poesie di Dino Papetti


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Dino Papetti nato a Breno (BS) il 11-08-1945

Residente in Via Brine 48 24062 Costa Volpino (BG)

Tel.035-970208 cell.39 3338602624

e-mail papdino@tin.it

Laurea in Lettere Moderne Università Statale Milano anno 1970/71
Dal 1971 insegnante a tempo indeterminato lettere scuola media inferiore
Dal1974 al 1989 insegnante di ruolo scuola media inferiore
Dal 1989 al 2005 insegnante di ruolo scuola media superiore
Dal 1966 ho collaborato alla Rivista di cultura e arte ALLA BOTTEGA con poesie, brevi saggi, recensioni.
Dal 1973 al 1986 ho fatto parte della giuria del premio di poesia “Aspera”
Dal 1973ho fatto parte della redazione della rivista Alla Bottega
Nel 1978 ho pubblicato la raccolta di poesie Uomini e rabbia con l’editrice Syntesis press, che ha ricevuto numerose segnalazioni sulle riviste specializzate.
Ho pubblicato mie poesie anche sulle riviste: Offerta speciale, Dismisura, Il Cobold , tracce, Lettera, Il segnale, L’assioma infranto, Hercule de Paris.
Nel 1978 ho partecipato a letture pubbliche delle mie poesie a Milano al teatro Underground, e a Roma.
Sempre nel 1978 Radio Milano Libera e Radio Arzachena hanno dedicato una trasmissione alla mia poesia.
Ho poi pubblicato in anni recenti i romanzi: Vite truccate, il rumore leggero del tempo, Con denti trasparenti, La vita astrusa, Gente in equilibrio, La coscienza interiore. Pubblicati con il mio libro e con Amazon.it
Ho pubblicato anche le raccolte poetiche DIES IRAE e Quantus tremor est futurus, sempre con Amazon.it
rendere in questi tempi di triste agonia.
Io sottoscritto Dino Papetti., dichiaro di essere l'unico autore e proprietario dei diritti letterari dell'opera Ingemisco tamquam reus.
i miei libri sono per chiunque abbia voglia di leggere
per chi mi conosce potrebbe essere una lettura piacevole
per chi non mi conosce potrebbe essere una lettura interessante
per chi non ha voglia di leggere potrebbe essere un avvio divertente
per tutti la possibilità di esprimere un giudizio, positivo o negativo...
Da ragazzo ho cominciato a leggere tutto ciò che trovavo, ho frequentato a Lovere il liceo classico appena istituito, i miei insegnanti mi hanno costretto ad amare i classici e la storia, ho vissuto il 68' con gioia e con paura, ho cominciato a scrivere per riviste vicine ai movimenti letterari degli anni '70 e '80 con recensioni brevi saggi poesie. In particolare ho seguito le tesi di gyorgy lukacs, ho ascoltato i suggerimenti dell'amico Pino Lucano e di Ermanno krum.
Non dimenticavo: mi sono sposato, ho due figli, e tre nipotini; ho fatto l'insegnante per 40 anni e ho tutti i miei studenti nel cuore. Dagli anni novanta afasia totale ed ora la voglia di scrivere di nuovo...dimenticavo...la solitudine devastante e la silenziosa strisciante paura dei giorni.


La mia ricerca è il risultato di una vita di ricerca per lo più solitaria e rigorosa rimasta intenzionalmente lontana dai circoli editoriali negli ultimi decenni. In questo arco di tempo, ho maturato una visione del mondo lucida e implacabile che oggi trova la sua forma definitiva in “ingemisco tamquam reus”.L’opera non è quindi un esordio, ma un testamento intellettuale: un’indagine filosofica che trasformala rabbia e lo smarrimento accumulati nel tempo in una critica civile e universale.
 

“Ingemisco tamquam reus” è un’opera fiume di 485 pagine che si distende in un unico flusso libero, privo di sezioni o interruzioni formali. Il titolo, di ascendenza liturgica, definisce il tono dell’intera raccolta: un gemito di colpa e di accusa che si leva in un monologo lirico e civile senza sosta. L’opera nasce da un profondo sentimento di rabbia e smarrimento di fronte alla deriva della modernità. Attraverso una critica feroce della società e una serrata riflessione filosofica, il testo interroga il senso dell’esistenza in un mondo frammentato, dove l’individuo si sente “reo” di una colpa collettiva o vittima di un sistema alienante. La scelta di non dividere il manoscritto in sezioni risponde alla volontà di restituire un’esperienza di immersione totale: un grido ininterrotto che rifiuta la brevità del frammento contemporaneo per abbracciare una dimensione monumentale, necessaria a contenere l’ampiezza del dissenso interiore. Ho centrato nella variazione delle idee la misura del sentimento usando un linguaggio che sa di camuno. Ho cercato di cogliere nelle domande che mi son posto risposte adeguate alla mia vicenda esistenziale. Ho scavato dentro i problemi che l’attuale società in cambiamento propone, ho parlato di me della mia famiglia del mondo, della mia religiosità annullata, dell’attesa della morte e del nulla eterno come destino. Ho cercato di filtrare sentimento e ragione di parlare d’amore e di rabbia impotente. Il ritmo del verso Segue accenti variabili e una trama che sa di racconto. In particolare ho tentato di variare la cadenza di un metro lungo ficcato a modello di riflessioni sulla natura dell’uomo. Della società del mondo contemporaneo Ho voluto tracciare le contraddizioni che lo motivano disegnando l’esasperazione di una lotta violenta lungo il paragrafo della classe e del profitto. Dentro questa strada ho inserito riferimenti personali riferibili alla mia vicenda esistenziale, e più propriamente alla vita quotidiana che la famiglia riserva nell’arco degli anni. Mia moglie i miei figli mio padre mia madre. Infine in rilevanza il mio laicismo che mi porta a negare l’esistenza di un dio e di un paradiso oltre la morte. Il nulla oltre la morte. E quindi la falsità di una chiesa e malata di falsi dogmi e da riti paganeggianti. Poi l’inutilità di ogni domanda che pretenda risposta certa. La mia è una poetica che di dubbi e poche risposte relative e determinanti una vita fatta di gesti inquietanti dal sapore di inutile dramma, contratta e melliflua accettazione del prossimo. Popolo che s’inventa nemici e guerre ad ogni angolo del mondo per malvage questioni economiche di puro interesse e politici corrotti a dar peso a fallaci parole per un potere violento. Una società fiaccata e schiava di fatto nella corsa al denaro Dimentica di valori condivisi. Credo di aver dato figura ad una poetica semplice ma calata dentro il reale dentro la dialettica del fare e del prendere in questi tempi di triste agonia.

 

Ingemisco tamquam reus

 

1
Al calare del sole s’ammassano parole e ricordi
e non resta che il sorriso, sfiorato dal calore
dell’amore vissuto in minuti, che scuotono
i nervi dentro il respiro adagiato nel tempo
stupito di dorati misteri, quando il profumo
di donna insabbiava muscoli e sangue.
Dentro la casa si muove, dopo il tramonto,
il ragazzo che sente il fuoco nel cuore
e vorrebbe consumare la carne diafana
della bambina, cresciuta nella vampa
del giorno appena consunto nell’ora serale.
Il ragazzo si leva ed esce alla luna nel ricordo
di un sentore di sesso remoto e perde
una lacrima che brucia per un umido
grembo. Ora il ragazzo è un uomo maturo
e perde la bava del vecchio e nudo lo sguardo
è una macchia tremenda, solo nell’angoscia
velata di un pensiero dal sapore di fieno.
Ricorda l’uomo il seno ed il ventre
svaniti remoti in brividi dolci. La fanciulla
era allora vergine amore dagli occhi
in attesa di un orgasmo che macera l’anima.
Non sento buio del giorno il sangue pulsare.


2
Tagliano l'erba, siamo alla fine di agosto,
il sole brucia ancora la schiena ed io lavoro
con parole fresche di effimero mistero.
Infinite immagino le stelle e buono il mondo
giovane sorridente plasmato dalle mie labbra:
La mia scarna voce intonata nel brusio
impaziente, che sale dalla folla in attesa
di un pallido guizzo. Io penso al rapido
tratto di un volto sicuro non ancora spossato.
Impazzisco seduto per strappare un fiato
di gioia, mentre l’abisso mi filtra quotidiana
la stanchezza del corpo che striscia nel cuore.
Provo a guardare il livido flusso del moto
esangue, che tragico violenta la città di cemento,
buttata nel gorgo delle vie tumefatte e ubriache
di folgori dagli occhi senza colori, freddi di febbre
e acredine contratta. Io rimango stupito alla finestra
che dà sulla strada, omuncolo perso dietro sogni
affaticati in cerca di una pace diffusa, a cogliere
il turbine di una vita svelata: i frutti tra le frange
succhiate del mio tempo si lasciano andare
e gli umani respirano bianche cattedrali,
che hanno radici piantate nel dio dal costato
trafitto. La sua ombra nulla può dirmi.


3
Oggi mi canta la vita, strano silenzio nel cuore.
Vorrei giocare come un bambino felice e trovare
una donna per fuggire inghiottito dall’ombra
del sole, cerchiato da mille spiragli e carezze.
Ho sul volto il vero sussulto marchiato dal sogno,
rabbrividisco di dolci tremori, è primavera
e allontano il dolore che m’accompagna da sempre.
il mattino oggi risveglia un fiato di tenere
cose affollate e disperse da tempo nella povera
stanza. Oggi alita una speranza di trepidanti
sorrisi. La gente contenta mi pare questa
mattina. Forse il mio corpo risponde
alla forza ancora di un giovane e scorre
Oggi mi canta la vita, strano silenzio nel cuore.
Vorrei giocare come un bambino felice e trovare
una donna per fuggire inghiottito dall’ombra
del sole, cerchiato da mille spiragli e carezze.
Ho sul volto il vero sussulto marchiato dal sogno,
rabbrividisco di dolci tremori, è primavera
e allontano il dolore che m’accompagna da sempre.
il mattino oggi risveglia un fiato di tenere
cose affollate e disperse da tempo nella povera
stanza. Oggi alita una speranza di trepidanti
sorrisi. La gente contenta mi pare questa
mattina. Forse il mio corpo risponde
alla forza ancora di un giovane e scorre
 

4
E l’uomo creò dio. Ragazzo servivo la messa
e pregavo con ardore il figlio e lo spirito santo
e salivo i gradini della chiesa con la croce
della passione e frequentavo l’orario col curato
don Mario e a pasqua aprivo l’uovo
con la sorpresa. A Natale c’era il cenone
e sembrava tutto in ordine, tutto normale,
tagliare il panettone e brindare alla pace.
Mi bastava l’odore d’incenso e indossare
la cotta per sentirmi parte di un dio morto
e resuscitato dopo tre giorni.
Ma negli anni ho visto passare l’ombra
che illumina e non ho più amato
il costato ferito dell’uomo chiamato figlio
di dio. Ho pianto allora i dolori
del mondo senza speranza, senza risurrezione
fino a tessere mille ragioni per una vita.
Senza …Ed ora rimpiango l’età della speranza
e della preghiera. Entro in chiesa e guardo la dolce
figura di Cristo crocifissa sull’altare del perbenismo
che maschera l’ipocrisia di santi e profeti.
E penso ai morti bruciati in nome di un dio
prepotente e lontano dal mondo che spinge alla guerra.
Secoli barbari mi dico, ma non basta a ridarmi
un poco di fede, m’ha tradito l’amore.
Cerco ancora un poco d’amore per i fratelli
vicini e lontani. Cristo tradito…
 

5
Dalla terra mi sale l’odore di pioggia,
l’aratro stamane ha voltato le zolle
e l’umida fatica del contadino mi spalanca
sudore e veleno nei muscoli. Il lavoro mi squaglia
le braccia nel mattino d’un giorno privo
di sole, le nuvole paiono girare grevi nel cielo.
Anche oggi non mancano pensieri improvvisi
caduti sui solchi e ricordi divelti dalla memoria
incastrata nel sogghigno che disturba la prigione
dei sensi. La fatica mi scorre nel sangue degli avi,
che lenti ed impacciati rompevano il campo
nel secolo scorso e soltanto a sera
bevevano vino ormai ubbriachi dal ritmo
continuo delle bestemmie tra solco e solco.
non esce la notte, ascolta il latrato dei cani
alla catena, che hanno fiutato l’odore di cagna.
Mio padre all’alba si alzava e curava le bestie
e andava sul fianco del monte a tagliar legna
quando poteva e il campo era netto di erba.
Nulla rimane di questo e mio padre
e mia madre ormai sotto due metri di terra
e due fiori. Io vivo di parole stentate e fiuto
il profumo di giovani sedute al lavoro con me.
Loro non sanno del ricordo del bosco o del chiarore
che illuminava i miei giorni raccolti nella rugiada,
all’alba con pane secco e salame fatto in casa.
Il maiale a dicembre ci dava carne e salami
e sangue per una torta dolciastra e saporita.
Il ragazzo che ero mi lascia una pena
nel cuore. Si smuovono incerte le ore
lì dentro. Il bosco non c’è e neppure la freschezza
e l’odore della notte stagnante.
 

6
Mi piace la campagna d’un verde torbido
e rinuncio alla città madida di nebbia e di odori
che bruciano la gola e avvolgono l’effimera
bellezza dei grattacieli pieni di vetro e vuoti
di sguardi mutati in sorrisi di sogno.
Auto corrono e urlano i loro motori
nel segno di fredda ululante pena, città
senza colore né cuore, ma nubi d’asfalto
per profitti e miracoli falsi di gente protesa
al massimo guadagno. La città si veste
anche di giorno di strida di uomini persi
in un lavoro di morte e fame d’incerti
vapori. Non mi piace la fatica piantata
nell’eterno scorrere di soldi puzzolenti,
preferisco il pianto che accompagna la gioia
nel verde dei prati senza prigione
senza clamore e macchie sazie di morte
e membra coltivate sull’orlo di una solitudine
intrecciata a strade che corrono, filtrate
da un pezzo di gloria radente mattoni rubati,
muri intrecciati di ferro e di malta densa,
a sostenere pilastri d’ipocrita messe.
Non si respira anneriti di fumo grigio e dal sentore
di pietra, la bocca impregnata di polvere
nera che scende quotidiana sopra le vie.
 

7
Di giorno e di notte, noi spossati giocolieri, vecchi giovani,
uomini e donne dall’abito bello, isolati e confusi,
riempiono case assiepate e senza respiro.
a quest’ora la luna risplende sopra la casa
assieme alle stelle ed è meraviglia stare guardarle,
in città piena di luci si stenta a vedere l’azzurro.
Le donne in campagna odorano di fieno
e tracciano intrighi, si schiudono in scatti
di mille falene e forse non sanno di parole
melliflue, ma accendono certo la selvaggia
passione che cittadine non colgono. Nemmeno
magari son belle le donne in campagna
aa sanno i sussulti del ventre quando nude
scoprono il calore stretto in fondo alle gambe.
La campagna mi piace ridente e aperta nel sole.

 



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