Poesie di Nicolle


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A D’Annunzio
O Vate della Parola
O Immaginifico!
siamo piccoli, troppo piccoli!
Quali grandezze i tuoi occhi poterono ammirare?
Quali auguste parole le tue venerande orecchie udirono?

Poiché delle alte stelle e delle cicliche stagioni
tu, o potente bardo, cantasti gli splendori,
a noi cosa più è rimasto? Quali misteri
terrestri e celesti piangono senza lode?

Con l’ ubertà del tuo parlar aulente
di salsedine e pineti, ci seduci ancora
in questa stagione che tu, aedo italico,
cantasti sì meravigliosamente.

Ancora Alcyone brilla in cielo
astro degli astri
sole della notte
conducendo le Pleiadi sempre più sù
fino alla lanterna della cupola celeste.

Ancora Alcyone guida quaggiù
sulle tue vetuste orme giovani cantori
che godono di imitare le tue poetiche forme
facendole fermentar come vino in botte
sperando un giorno esser in poesia mastri.

Sempre Il Piacere di tua lettura
ci ammalia come colpiti da fattura
mentre vive persone escono
dalle pagine magiche e all’unisono
cantano in coro la beltà di tua poesia
che vorrei potesse esser simile alla mia.

Pur Montale, in odio avendoti, approdò
ai lidi poetici scavalcando te,
che ti eri posto quale sfinge
tra ‘l futuro lattiginoso e ‘l passato che stinge.

E se qualcun di te sprezzante
riman nebuloso sulla tua lirica
per diniego di tua davvero bislacca politica
erra mostrandosi così esitante,
ché l’estro tuo poetico è tutto,
ché Il Verso E’ Tutto.

I miei campi
Non hanno i classici colori: verde giallo
Non sono nemmeno delimitati: muro rete

Ma

Sono un miscuglio
di tutto quello che c’è al mondo,
all’ennesima potenza.

I colori dell’arcobaleno
son solo tinte primarie
onde nasce l’infinito cromatico
della realtà campestre.

Le guerre che insanguinano il globo
sono solo l’eco distorta
della lotta mortale,
-eterna come la vita,
necessariamente normale,-
sudata da
zanzare contro lucertole
lucertole contro serpenti
serpenti contro gufi.

Il villaggio globale
è solo la copia imperfetta
dell’indivisibile unità della terra
elemento immancabile:
sabbia nel mare
polvere nel cielo
sostegno del fuoco.

I miei campi sono uno.
In loro la vita pulsa a fianco della morte.
Il grano imbiondisce, si fa bello
mentre la vite nutre i suoi frutti
e l’ulivo sgranchisce i secchi rami al sole;

ma il girasole volge le spalle al tramonto:
è conscio della fine imminente
eppur inevitabilmente necessaria?

E i campi interi, nel loro silenzio estivo, anche loro
forse sanno di dover lasciare le loro ricchezze
ai granai, frantoi, supermercati?

I miei campi si tengono stretti tra loro,
si fanno forza accarezzandosi
con le esili dita di spiga,
si rannicchiano inerti
sotto le frustate del sole,
mentre la brezza sorella di Mercurio
mi porta le loro silvestri parole
di coraggio, speranza, vita.

Canto di un’ incompresa
mi
stringo
sola

...si-
len-
zio...

sccc..
scccc...

non far rumore
non chiedere

voglio
stare
sola

nascondere
il mio cuore
a te
ma
anche a me

avvolgermi
nella coperta
fino alla testa

perché...
perché...

scc...
non dirlo
mi faresti MALE

e non voglio
farmi male
NO
voglio solo
stare in coma
per un pò

sicuro,
presto mi sveglierò
capita a tutti no?

Presto mi Risveglierò.

Per caso
Ti incontrai
soffuso di luce
…..
di lampione,
bella, elettrica,
da ospedale.

Ti ascoltai
ripetere il tuo nome
nel gomitolo freddo
di voci che
vestiva l’aria intorno.

Ti guardai
dritto negli occhi,
luci naturali
-le uniche-
in un contenitore
di plastica
come è il mondo.

Il silenzio prese il mio cuore
un silenzio non silenzioso
ma festoso, contemplante.
Fatale. Tu fosti Fatale.

L’inverno si va in letargo,
solitamente,
mentre io e te
siamo usciti fuori
a prendere aria
a rinfrescarci
a berci
golosamente
come acqua di fonte.

Non abbiamo più sentito freddo,
perché il nostro calore si è fuso
perché il nostro fiato si è unito
perché di due che eravamo
uno ora siamo e saremo poi.

Fino alla fine della più grande primavera.
                                (Per Alessandro)

Vita di mare
Barche rotte all’orizzonte:
Lampade inferme su un tappeto nero.

Nella notte il faro si stanca
Col suo girare a vuoto:
Innamorato che dispera
Urlando “oh luce!” nella notte solitaria.

Silenzioso il cielo, e la distesa marina.
Tutto tace, ma gesticolano le stelle tra loro:
io son la più luminosa, io di più sfavillo!

Osservo quei muti rimbrotti,
quelle gare superbe e belle
di mille fate lontane
che, sfidandosi, bramano mostrarsi
a noi piccoli, quaggiù,
immersi nel buio senza splendore del mondo.

Ma che sarebbero, esse, senza noi?
Senza le faville piantate nei nostri volti?
Senza le nostre bocche contemplanti?
Senza i nostri cuori palpitanti
Come loro, più di loro?

Sarebbero solo mute
                  gelide
imperfezioni della notte.

Il leccio secolare
Sulla cima di un pezzo di cielo stai
Stirando le mille braccia nell’aria
Affondi i saldi piedi nella terra
Fredda e nera, e intoni canti lievi

Di cotone è l’aria attorno, di lino
I lenzuoli bianchi del bianco cielo
Coperte da cui scende rugiada
A dissetare le tue bocche cave

Sorvola leggero un passero in danza
Mentre una tua mano regge il vecchio
A cui caduto è il caro bastone

E intanto il sole si inginocchia a te
Velando pian piano il mondo di sotto
Ma coronando te re del tramonto

Il cuore innamorato
Risa di uomini non sanno
Quel
Che ‘il cor mio
Agiti in petto

Mare ondoso
Pulsante
Sugli scogli
Schiumante
Tra i meandri sabbiosi
D’amore

Fuoco crepitante
Nel bosco di ricordi
Nella selva di baci
Impressi nel legno
Marmoreo
D’amore

Vento di burrasca
Sferzante
Sui tetti rossi
Di passione
Che coprono
Il mio cuore

Il mio cuore
E’un piccolo cosmo
Che venera il tuo nome

Sospensione
Sedendo quietamente vedo come
Un falco in volo che superandoci
Stupisce e posa sul monte nevoso
Col becco torto e l’occhio di veggente

Mentre la mano del vento lo spinge
Nel vuoto nero incalzandolo, preme
Il petto contro gonfiando le penne
Conducendo nuova Titanomachia

Così su questa sedia combatterò
La mia guerra di attesa e incertezza
Osservando l’oscuro del domani

Ma tremando alla vista del burrone
Vinta ormai dal fluire della vita
Fondo e senza fine sarà il mio volo

Il treno
In lontananza, laggiù,
indefinito punto
un fischio acuto
scuote l’aria sopita,
desta le orecchie di lepri
nascoste nella verde radura,
squarcia il velo di silenzio
tra te e me.
Striscia un corpo ferreo
tra me e te,
una distanza insormontabile
ci divide
ineliminabile
come il sale dal mare.

Estate
Ventoso soleggiare d'intorno
Spande sogni di polvere d'oro
Su tetti di gente che più non sa

Petali di giglio corrono nel blu
Del cielo, nastro infinito
Custode dell'immenso

Acronico infinito, eterno silenzio
Ove anime affannose d'inquieto
Tedio tristamente vanno

Placide e fulminee volano
L'ore, del Tempo tirannico
Figlie uguali a sè stesse


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