Racconti di Antonio Moccia
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| Sogno. Alcune notti fa, ho avuto un sogno che mi ha profondamente segnato, e tuttora ne sono altrettanto angosciato. Rientravo a casa col mio mezzo di locomozione, che ancora mi ostino a definire auto, a velocità alquanto sostenuta, notevolmente superiore al limite consentito. Ero, insomma, in piena infrazione. Costeggiando uno degli ormai canonici cumuli di spazzatura, in cui, con sommo turbamento, ho visto la mia immagine riflessa, il mio sguardo ha incrociato quello di un cane. Mi è parso che fosse uno spinone. Non era un randagio in quanto ho notato che portava un collare color argento. Sul suo viso simpaticissimo facevano spicco due occhioni di una tenerezza indescrivibile, in cui ho scorto, o mi è parso di scorgere, un sorriso. Ero stato talmente attratto da quello sguardo che non ho rallentato, e stavo per investire l’animale. Avvedutomene, ho impresso una brusca sterzata alla vettura per evitarlo, invadendo l’altra corsia. Su questa, però, stavo per scontrarmi con un altro veicolo, che veniva nel suo senso, quello giusto, anch’esso a velocità sostenuta, ma inferiore alla mia, e per evitare lo scontro sono stato costretto a sterzare nuovamente a destra. Non ho potuto, quindi, evitare di investire il cane, travolgendolo letteralmente. I guaiti dell’animale, mi hanno fatto temere il peggio, ma superatolo, l’ho visto attraverso lo specchietto retrovisore zoppicante, che si allontanava nel verso opposto al mio, ma con la testa girata verso di me, e con gli occhi che gli si erano profondamente intristiti. Si è poi immesso in una traversa e l’ho perso di vista. Ho arrestato bruscamente la marcia e sono sceso, lasciando l’auto in mezzo alla strada. Mi sono recato nella traversa e ho visto il cane che, accucciato sul marciapiedi, si leccava una ferita. Quando mi ha visto, non ha ringhiato, ma ha emesso un tenue e dolce lamento, guardandomi. Poi ha posato la testa sulle zampe anteriori e si è acquietato. Dietro alla mia auto, si era formata una coda di automobilisti impazienti, o troppo pazienti, che aveva dato inizio al classico concerto dodecafonico dei clacson. Ho dato un’ultima occhiata al cane, che continuava a starsene lì, quieto, nella sua dignitosa sofferenza, e che non mi guardava più. «Non è un randagio.» Ho pensato. «C’è chi si prenderà cura di lui.» Mi sono rimesso, quindi, alla guida del mio trabiccolo e sono rientrato. A casa, sono andato a pormi dietro i vetri di una delle finestre che danno sulla strada, e ho visto che grossi cumulonembi stavano affollando il cielo e offuscando la luce del sole, con una rapidità mai vista prima. Nel contempo ho sentito un pianoforte che, da molto lontano, intonava la sonata numero 2, op. 35, di Chopin, e che, in un crescendo, le note si facevano sempre più prossime, finché mi si è materializzata davanti la figura eterea di me stesso, sospesa sulla strada, assisa allo strumento e con le mani protese sui tasti. Ho iniziato a sudare e a tremare, e sentivo il mio stomaco stretto con forza sovrumana da una mano penetrata nel mio plesso solare. Ero in procinto di svenire. Quel deliquio mi stava squassando, ma mi riusciva delizioso. quando il tema della melodia, ormai a volume assai elevato, dalla tonalità Si-bemolle-minore, con movimento lento-grave-doppio, si è trasformata in semiandante-sereno-sognato, con tonalità Re-bemolle-maggiore, mi sono semiriavuto realizzando il trauma con un altro trauma. Il mio transfert è diventato sempre più evanescente sino a svanire, insieme alla sonata, che già decresceva, e insieme al mio stato, in cui avrei voluto dissolvermi. Il pianoforte è precipitato sulla strada e si è frantumato, disintegrandosi in un ultimo disperato accordo stonatissimo. La scena dell’episodio del cane, i suoi occhi, la sua sofferenza, si erano piantati nella mia mente e rifiutavano di uscirne, nonostante avessi tentato più volte di scacciarli, col pensiero che c’era chi si sarebbe preso cura di lui. Ma il dubbio che così non fosse stato, diventava sempre più greve, imponendomi il dovere di sincerarmene. Sono, quindi, uscito di nuovo. A piedi, stavolta. Nonostante la pioggia, che, diventata intensa, mi ha piacevolissimamente inzuppato dalla cima dei capelli alla punta dei piedi. Avevo un’ansia terribile. Speravo di ritrovare il cane. Volevo abbracciarlo, baciarlo, curarlo, portarlo a casa mia e tenerlo con me. Per sempre. Giunto sul posto dell’incidente, proprio mentre mi avvicinavo all’angolo della traversa dove il cane si era rifugiato, mi sono svegliato, il che mi ha precluso la vista dello scenario che mi si sarebbe aperto al di là di esso. Ero intriso di sudore freddo e attanagliato da un dolore alla gola così forte, che mi toglieva il respiro. Rantolavo dalla fatica ad inalare, perché l'aria mi mancava. Nonostante l'ora prestissima, sono entrato nella cabina doccia dove ho stazionato circa mezzora sotto un getto di acqua tiepida, così mi sono leggermente ripreso. Da allora, quando la sera vado a letto, predispongo tutto me stesso affinché il mio subconscio riprenda quel sogno e me ne riveli il seguito. Sinora, però, non c’è stato alcun segno, nemmeno lontanamente premonitore, e il fatto mi angoscia ogni giorno di più. Ma ho giurato a me stesso che ne scoprirò l’epilogo, a costo di sventrarmi e leggerlo nelle mie viscere. |