Opere teatrali di Jacqueline Miu


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Poesie di Jacqueline

Leggere queste opere non costa nulla; se ti sono piaciute porta un tuo dono, un piccolo modesto ma ineguagliabile gesto d’amore “un peluche – un sorriso – narra a tua volta una fiaba – ricambia il bene” all’Istituto Tumori di Milano reparto pediatria www.istitutotumori.mi.it.
 

1) Il Vampiro - Commedia

2) L'Imperatore di ghiaccio - Dramma


 

Scarica la commedia Il Vampiro

Scarica il dramma L'Imperatore di ghiaccio

 

Libretto teatrale

A vampire masquerade

Il Vampiro

Miu Jacqueline

Commedia teatrale in X Atti.

Atto I – Il buio e la luce… smarrita la via regna la paura

Atto II – la casa dei piaceri

Atto III- la bellezza (sublime) del Diavolo

Atto IV – Lui (la canzone: non posso conoscere il fremito senza un cuore caldo- ma posso immaginare l’amore)

Lei ( la canzone: cos’è L’amore Loran)

Atto V –l’amore non ha sesso, non ha età, non vede ostacoli- (la casa è una creatura viva che tiene cari i suoi segreti: la Casa prende vita e parla come una vecchia governante, ammonisce l’ospite ma alloro stesso tempo la cura- non v’è tomba più difesa – on v’è porta più ostruita che quella che Lo custodisce)

Atto VI- vita e morte paradiso e inferno

Atto 7 –un valzer col vampiro – the dark masquerade

Atto 8 –l’alba – l’addio

Atto 9- c’è un oltre per tutti i buoni diavoli – the music box

Atto 10 - diamo ai sogni la libertà dei passi

I protagonisti:

Victor(a) de Vandespien Couer – il Vampiro

Loran - il viaggiatore

La Casa - Lucifero

Voce - una creatura oscura

Il Bosco - i dannati

Le Ombre - la platea del male

Le forze dell’Oscurità - serve di Lucifero

La statua di pietra - la buona coscienza

Lo specchio - servo di Lucifero

Gli ospiti - mostri e fantasmi d’ogni genere invitati al Ballo

L’Autore - il colpevole di tutto
 

Atto I

Buio e Luce

Sipario Nero.

(Impervia una tempesta di neve)

Tutti dormiamo in un fuoco. Loran nel suo fuoco cerca l’oblio. Smarriti, vediamo solo ciò che vogliamo vedere ma ci sono strade perdute in mezzo ai boschi che portano davanti all’Inferno. Ci sono anime che smarriscono la retta via e cercano la scorciatoia per il ritorno a casa. Strade invisibili all’occhio, invitanti come nereidi che conducono il passo sull’orlo dell’abisso, dove la mente capisce che non ha via di scampo e ordina alle ginocchia di piegarsi in una ultima forzata supplica agli angeli.

La battaglia tra il bene e il male, tra l’ombra e la luce, tra la Morte e la Vita, lontano dalle luci di città rassicuranti e dai rumori instancabili d’auto e fabbriche.

(eco – il battito di un cuore)

(L’autore ammonisce la platea con il coro delle ombre)

Camille Saint-Saëns - Danse Macabre- rivisitazione

c’è una maschera nella tua mente

c’è un invito perenne al sognare

non vorrai sapere dove ti trovi

dove l’anima tua fugge

nemmeno le ombre nere conoscono l’umana stoffa

nemmeno i diavoli sanno come dare battaglia

alla fame del mostro che si chiude nel cervello

nelle stanze più buie e segrete

che la tua anima condivide con i nembi

Tutto ha inizio nel mese di Dicembre, poco prima delle feste di Natale.

Fugge dalla città, presa in stoiche acrobazie per sopravvivere ai rumori e alle invasioni di malumori, la piccola utilitaria diretta verso la periferia.

La cosa potrebbe non interessare il lettore, non fosse che questo moderno mezzo di trasporto è usato dal protagonista della nostra storia.

Dopo due ore di rallentamenti dovuti a una pioggerellina ghiacciata, l’uomo trova l’indicazione per una scorciatoia che l’avrebbe portato, a casa della sorella, cui non fa visita da anni; o forse non c’è mai andato per seguire i mille impegni della sua fidanzata, una manager in carriera di una multinazionale farmaceutica.

Fa una breve pausa per bere un sorso d’acqua, anche fuori diluviava e lui ha sete, la cosa gli sembra divertente, gira il bottone del riscaldamento sul massimo e si stringe il giaccone come se abbia paura che qualcuno gli possa rubare non solo il cuore ma anche l’anima.

Loran accende i fari dell’auto, sessanta chilometri l’ora è un buon passo, pensa rilassato, mentre si strofina le mani bagnate dell’acqua caduta da una piccola bottiglia chiusa male, poi sottovoce impreca.

Il tergicristalli cerca di liberare il vetro dalle sberle di pioggia, ma lei ha forze inverosimilmente perpetue, che aziona per scoraggiare gli illusi, contenti se fosse sparita in quel mese che sogna solo neve.

(l’Autore)

Cos’è che libera la pioggia dal morso dell’inverno, quale forza spinge il frammento d’acqua alla caduta e dopo rovinoso precipitare cercare il bacio della morte, seduta sui corpi di foglie ingiallite e secche?

Non lontano da ogni vissuto, dalle vie costipate di traffico, non lontano dalle nostre certezze, c’è un antro che accoglie tutte le paure umane e l’oscurità.

Un vano propenso al tacere dei secoli, perché lui è li a monito degli spavaldi, che s’apprestano a sfidare l’inquietudine del Regno dei Diavoli.

La lotta non è la fuori ma dentro il torace, nel capo, nei sogni, nei pensieri, in tutto l’intervallo che misura la vita di un essere umano.

La notte dell’inverno è una creatura quasi quieta, ti senti i passi al sicuro e lontani dalle belve luminose di città. Ma ora in mezzo ai boschi, strade portano ad altre strade, la loro metà è il Nulla, l’occhio teme i licantropi di legno che spuntano dalle ombre, infiniti.

Dove stai andando Straniero non c’è mistero ma timore.

Loran pensa alle feste di Natale, vicine, così vicine da fargli ricordare di essere solo, non per scelta ma per colpa di una bugiarda, una fottuta puttana, che si è presa la libertà di usarlo come un oggetto, come una moda del XXI sec. dove un amore si può abbandonare tramite uno spiccio sms che non le è costato più di un centesimo; questi ed altri pensieri sfidano il quieto mondo dell’uomo...

Viaggiare di notte non è mai stato per lui un problema ma i pensieri così’ scuri lo portarono fuori strada, lontano dal passaggio regolare del traffico.

Non è spaventato, non doveva esserlo, la cosa peggiore è non aver azzeccato la porta della felicità. Ha aveva smesso di piangersi addosso, come gli amici lo avevano consigliato dicendogli, ragazzo così va la vita, la fottuta vita, dove si era barricato come un criceto di casa, per fare contenta quella animala dalla diaspora facile.

Le ombre tra i rami, il nulla, dopo aver sconfinato, l’oltretomba sussurra esausta a Loran inviti :

(le Ombre – sussurri?)

Loran

ascolti

battiti uniformi

chiamate del cuore

piovi indisturbato tra gli estuari del mistero

pensando ad una donna

storpi quei passi

dagli argini di limo verso il bianco

che copre il sangue nella rada

reinventi la passione tormentosa

di questa landa

come se i sogni

ti fossero dovuti più dell’aria

e nel cancan di fantasmi

tu passi inosservato

profumo dolce di fresie

per fare girare il capo

attendi dalla notte

la giusta causa

La pioggia dopo il rovescio sembra calmarsi e in lontananza, Loran vide la collina illuminata, ma per poco. Questo basta per sollevargli il morale, e per azionare il volante verso la civiltà.

D’un tratto l’auto cessa di rispondere ai comandi. La benzina forse o qualcos’altro, si domanda lui cercando nel selciato la risposta.

Intorno solo pali, giganti di legno coprono il cielo, statue in fuga verso astri - appendino per candidi ghiaccioli; le mute forze del ragazzo si spingono per irritargli il cuore, aspro non per l’inquietudine del buio ma per la distanza dal punto fisso. Senza alcun sprono dalla fortuna riparte, la scatola di ferro col suo passeggero, la pioggia smette il suo corso, lasciandosi sostituire solo dal vento.

(suono di zampogne)

L’auto procede in un imbuto sempre più nero e impenetrabile, ma la mente dell’uomo segue ad ascoltare il suono magico di una canzone virtuale, come se nel posto dove è diretta si festeggi il Natale a vecchio modo, con luci colorate, bambini presi a fare pupazzi di neve fino a tardi e zampognari dietro le porte a invitare gli animi della gente ad aprirsi.

La via ostruita da un tronco, poco lascia a chi deve, il passaggio, e l’uomo senza cinguettar dispetto al Fato, scende a cercare soccorso.

(Voce dal nulla)

dove spunta la Luna

c’è un angolo di cielo senza stelle

davanti alla rada

di ombre

sempre più nere

non temo più nulla

il peggio m’ha preso da tempo

sono sempre libero

dalle trame dei compromessi

troverò un posto davvero

dove guarire tutti i mali

dove immaginare sepolti i nemici

dove mutare il fragile cuore da uomo

in un immortale

(Loran mira al bosco per cercare l’indizio di una casa o di una nuova via- sussulta)

(il Bosco)

Ma tu non hai paura?

Non temi forse di liberare dalle peggiori angosce, i fantasmi? Guarda il mondo dell’oscurità che ti circonda, guarda come sono tenui i suoi contorni, qui potresti svanire per sempre e nessuno venire mai a cercarti. Sei solo un debole castello di carne, un invito per la peggiore specie di mostri, tu hai nella vena calda il sangue che a molti del posto potrebbe esaltare il senso.

(Loran si guarda in giro pensando a uno scherzo)

Paura io? Di chi? Di cosa? I mostri peggiori mi hanno già spolpato di speranze, io potrei essere la vostra nuova paura, perché in me dorme già tutti i diavoli.

(il Bosco)

Che ne sai tu dei diavoli? Tu che hai vissuto bendando gli occhi solo di luce, tu che hai atteso le albe per aggredirci d’angeli, tu che hai bruciato candele in chiesa per la nostra fine, che ne sai tu delle vere paure?

(Loran)

Seppur io non veda chi mi sfida, io so per certo che dietro ogni voce c’è un Ego e come tale tragga la sua forza dalla certezza. Allora io domando a te immagine del Nulla, cosa v’è certo in natura, cosa ha un fine che non porti soltanto al dente perpetuo del verme?

(il Bosco)

Ovunque nel mondo troverai, amici, nemici, incoerenza, ma c’è un posto nel retroscena della vita, dove il tempo non dirige e da lì noi vediamo cose che danno la risposta ai nostri dubbi.

(Loran ride)

Orsù pensate che rubando il posto a Dio, voi possiate evitare la muffa?

(il Bosco)

Temere dovrai te stesso e sempre e di Dio se credi che esista ne sarai il giullare perché per sua ammissione di colpa, vige, tra i tremendi umani il libero arbitrio. Ci sono mostri tra voi che pregano in chiesa per il male altrui e qual tesoro vederli bussare al Paradiso mascherati da ambizioni senza premi?

(Loran)

Non credo sia di Dio le colpe dei nostri gesti, nemmeno del morire associato ai peccati; io credo ci sia un tollerante mondo oltre, che passato il gradino basso del fiele*, ci tiene in riserva da beati.

* Il Purgatorio

Vola uno stormo di uccelli notturni, tremenda la voce del male, la notte emette un grido disumano e il bosco torna a tacere non da sconfitto ma regista che trama con gli oscuri fili del tempo, la gabbia.

Dall’oscurità una voce soave invita Loran all’attenzione.

(Voce)

Ti sia condanna la superbia che di ogni uomo ne fa giostra. Tu verrai sul sentiero duro, a piegare gli occhi davanti al grande altare. Mettiti in salvo se hai coscienza, altrimenti duro sarà il tuo castigo!

(Loran)

Non temo i passeri perché sono neri, ho sempre avuto costanza. davanti a porte chiuse, ci sono metodi che in natura sembrano diversi e diverse sono le strade della mente per togliere l’inghippo. L’invito mi sembra ansioso per chi non teme l’umile mortale smarrito sulla via, chi vivrà vedrà e il mio inchino non cerca affatto un Dio.

Avanti aprite le vostre fauci di morte e fattemi vedere dell’oscurità la forza perché altrimenti riservo il miglior ghigno, a chi parole e fretta fanno circostanza (banalità)!

L’oscurità prende vita, e gli alberi si spostano per il volere di una gigantesca mano invisibile. S’apre una via stretta tra i cespugli, che sembra portare verso il nulla.

L’odore della notte è incerto, il fremito del vento ghiaccia la natura mentre il cuore pulsante porta alla desolazione, un po’ di vecchi sogni. Nel frattempo il bosco si fa crescere lunghi e di legno, gli artigli.

Libera sui quattro lati, quasi infetta persino per l’Inferno, s’intravede una casa ricca di guglie e di bronzi. Tale fortezza sembra difesa in natura da altri mali e incondizionata è la sua presenza con il male storpio dell’edera che tutto avvolge, vetri e lucernai rassicuranti sono soltanto per l’occhio dello sconosciuto in cerca di speranza.

Forse c’è vita, pensa Loran camminando, forse si può uscire da quest’incubo con una telefonata, alza il cellulare che non riceve alcun segnale. I suoi passi fanno il rumore di mille legioni di soldati che attraversano il deserto della Morte.

Il bosco si agita nonostante il silenzio del vento. Loran affretta i passi verso l’imbuto. Costanza, pensa, serve costanza davanti al nulla e tira avanti, spinto dal motore curioso dentro il capo.

(Loran)

mi dicono che il nulla è torchio

che devo temere della vita

che devo avere paura se l’occhio

non vede del passo la sua meta

ma io non temo no

il male

non voglio credere che ci sia qualcosa oltre il buio

che i diavoli si misurano per ridere dell’uomo

ed il difetto di nascita di certi esseri

portino all’odio

io voglio credere che dietro ogni condanna ci sia un dono

un atrio di speranza dove prendere il fio

io andrò per ogni strada avanti

mai cercando di temere il fuori

perché in me ci sono tutti i modi

per vedere del vero diavolo il sigillo

non sia l’impuro tremito a farmi sospettare

quanto crudele può essere d’inverno la natura

voi che mi state davanti a muro

non avete mai avuto a che fare con la Donna

orsù andiamo

è canto il privilegio di venire fuori dalla rabbia

fosse la notte la meretrice di turno

io ho dato alla sorte il bene

per altre più o meno scaltre illusioni

io non mi consumo

Seppure all’inizio la via sembri meno lunga, ora la salita impegna l’uomo che delle mani non sente più risposta e delle gambe ascolta il lamento.

Morirò qui, sepolto nelle trame di radici, pensa l’attore avanzando a fatica, la fredda Luna pomicia con gli occhi di un lupo che ipnotizzato che la lecca dallo specchio ghiacciato di un torrente.

Si stringe sul petto il cappotto, butta il cellulare come una pietra, e si lega le mani sotto il petto, cercando nella sopravvivenza di combattere la notte. Ogni passo lui pensa ad un frutto, ogni frutto diventava un drink e ubriaco delle sue alcoliche visioni trascina la gamba con l’inconscio, l’unico al caldo.

(Loran s’illude)

dimmi Joe il bar è aperto

ho qualche spiccio nella tasca destra

voglio dimenticare ogni acrobazia

che la mia vita fa davanti agli altri

versa Joe

un bel bicchiere di rosso

il più adatto tra veri amici

o meglio lascia stappata la bottiglia

perché ho in serbo per lei miglior sorte

pochi pazienti oggi in bottega

eh

sono tutti prigionieri di qualche megera

di qualche astratta convinzione

che facendo i bravi in casa

possano tenersele strette

no

le donne amico mio

stanno solo per loro convinzione

hanno gabbie d’oro per lo sfortunato

dove lasci senza indubbia certezza la memoria

sono abili a maneggiare i corpi

queste pentole

dove noi cuociamo carne

e con lenta ambizione ci divorano da dentro

come se sapessero del maschio la paura

noi siamo fetidi fino al midollo

viviamo in comunione di un sesso

che pensa per contro proprio alla vita

lasciandoci ancorati alle sue brame scogli

ed in balia di tutte le tempeste lasciamo il senso

che nutra ciò che sarà dei vermi

il piacere

(si sente la lieta musica d’un carillon)

Autore

Il male non censura altre vite seppure in questa sua arena ne voglia lo scettro e rea di chissà quale pena si erge di meraviglia la fortezza, come un drago muto che tiene la stretta fiamma pronta all’uso.

Alte sono le braccia di bronzi e guglie, a monito rapaci per il nemico occhio, e tremendissime le belve in stasi per la gloria, come una predatore accucciato segue l’ignara preda. Difeso ogni torrione da Dei oscuri, più forti dell’armata fida al Bosco che teme piantare radice nel suo intorno, così che la veduta di facciata è solo meraviglia.

Immenso quel portale sfondare può il silenzio, il varco suo protetto non guarda quel interno, dove osteggia fiero l’albero oramai nudo.

Il sasso ha un diritto di giacenza per fare la guardia al passo del molesto, e sembra aver vita, sebbene nell’inquietudine ogni piccola cosa è schiava a quel calvario.

Tutto è Morte e di Morte ha il velo, tutto si nasconde per non dare sfogo a gioia, come una magica scatola che cela di ogni male qual vaso di Pandora.

Poi tornò il vento a soffiare forte, sulla carne dell’ultimo umano, che sfidare volle la rea gloria, e come un soldato a spada tratta, Eolo prese di mira il corpo, che immediatamente ne assaggiò la lama.

(Loran)

Perduto sono in quest’avida cella, spinto a difendere qualcosa della vita mia corrotta, ma temo il freddo non cerchi di pena, per salvarmi il battito dal fio oscuro.

(la Casa)

Chi sei? Cosa vuoi? Da dove sei venuto? Non temi tu le porte dell’Inferno? Dovrebbe Cerbero sputare dalle sue teste acidi veleni, su quelle pretese che ti portarono fino a qui il passo, o il mitico Caronte berti la linfa da un traghettare quieto le opposte sponde dell’acido Ade? Tu non lo sai ma ci sono tante formule di morte, che renderebbe astratto ogni tuo bisogno, pratiche nere di servigi oscuri, presi ai primi discepoli di Morfeo. Nella non Morte il peggio regna astuto, che prende di parola la casta forza e la usa qual arma per degno guerriero. Se tu avessi lo spirito cattivo, allora potrei chiamarti meritevole eroe, ma scorgo il tremito dell’uomo che dalle viscere al cuore porta bene, e qui né adesso o mai, dovrà entrarvi il buono, perché la profezia potrebbe avverarsi.

(loran si accascia davanti alla porta dicendo le ultime parole prima di svenire)

Se questo fosse mai l’Inferno, è mio di diritto avervi accesso, ma non per prove che mi qualificano al male ma per tutto il dolore masticato da quando madre mi portò all’umano.

Voi mi dovete dare ospizio perché niuno sopra o sotto il mondo è libero da legge che neghi in sfortuna asilo. Dite a Lucifero che un altro servo è pronto. Date ai commensali la parola d’un altro forte schiavo scaltro all’ombra, e dite pure ai demoni che un maggiordomo è pronto, e se questa fosse l’ultima scintilla, a voi è data ora, con o senza merito di circostanza.

(loran sviene)

(l’Autore)

bene

bene

forse è strada

accettare

tutto quello che a destino aggrada

sono innocui certe forze

di speranza

ma è meglio che il male

venda ad onta sopra l’Ego

e si spenga pure l’occhio

che fin troppo è sazio del normale

spinto in un gomito se soffre

ha un solo piccolo ricordo della vita

quel che bello fu della sua sorte

non misera è parsa la bugia

la certezza mente i forti

e dei deboli mastica il colpo

ma nell’umile cementa il seme

che scalfire potrebbe il buio

(le forze dell’Oscurità sussurrano anatemi)

Che possa lui urlare a Luna, vestito di ruvido pellame e grigio, che non ricordi del braccio forma o l’uso, ma della zampa a cui affiderà difesa, non possa costui che trama buono salvarsi dal peccato, che oltre questo recinto si consuma con piccoli ed ossessivi pianti di piacere. Andate pure a dire a Satana in persona, che qui c’è una forza per scardinare la profezia, correte voi ali senza teste, portate il vento a servirvi, e sotto le grandi grotte mescolate ai fuochi le penitenze di quelli che dannati ancora friggono. Cercate il giusto filo che parte dalla radice dell’Angelo Caduto al Gran Portale del Dio, che rifiutò bellezza e certezze ai cari morti; solleticate in mezzo e con forza, vediamo di qual destino ha quest’uomo la portata.

Ma state attenti a non incidere con propria opera la sua speranza; le regole per tale gioco sono bizzarre, tanto che a colui che reca offesa a Parca, parte del peggior oblio soffrirà nell’Ade.

Avanti snobilitate lo straniero, cercate a buona causa la usa pecca, convertito sarà un muratore dietro il Bosco ai lieti viaggianti esca.

La casa ha un sussulto tale che i corvi presero dagli umidi torrioni il volo, il corpo all’ingresso si è intirizzito che fosse morto? Le percezioni delle ombre sono attente e dal portale le lingue demoniache escono per tastare il defunto.

(la Casa)

Figlie del male andate all’assaggio, dite se questo è ancor vivo, se l’aria avesse smesso di fargli buon passaggio, allora aprite la Grande Cripta e datelo ai ratti. Si sazino le altre creature di questa carne calda, così che mite proseguirà il riposo sotto la sanguinaria Pietra, l’Innominato.

(l’Autore)

Ma Loran è ancora vivo e il suo flebo battito basta a ustionare le lingue maledette, tanto che si ritirano con l’urlo degli esseri sconfitti dalla luce.

Il Bosco non si da pace e freme, ma c’era un limite al braccio della radice infernale, e della Casa il dominio aveva su tutto che il confine vedeva limitato dalla pietra.

Le fondamenta tremarono con forza, quanto bastò per frantumare i vetri e i neri cocci finirono dentro il Bosco che tace al volere maledetto.

Di rado da lontano arrivano le note, di quelli che sentono il Natale, canzoni ed arie allegre, stordiscano la schiera delle ombre.

(la Casa)

Da tanto che mancavo al sentire di festa, ora capisco delle buone prede la cura, gioite gente per saziare il nobile palato di chi ahimè sarà tra noi, comando!

Per la fame di Lucifero, forse è tardi e questa invadenza umana farà voce; nel sotterraneo decreta ancora il freddo sonno della creatura che per smaltire l’Era, divide ogni memoria con il buio.

(voce a Loran ancora accasciato a terra)

stai

pazienta

rami secchi raccontano storie

di quel che ebbe il Regno

ed ora è uno dei non morti

maschere siamo

tu cerca sempre dentro

cerca nel profondo

gratta il gesso della smorfia

e metti colore sulle nostre facce smunte

ossa e rami non trovano riposo

sempre dell’alto cercano i soffitti

c’è del vivo

in ogni cosa morta

che vuole in terra un po’ di pace

chi amò

chi visse da egoista

chi si prese nel mercato dei peccati

nel girone dell’oblio prigionieri

come carne ai vermi

legati alle carcasse
 

Atto II

Infernale ambizione - umana Gloria

Scena vuota.

La magia stende il suo regno fino ai piedi del bosco. La casa sussurra oscuri incantesimi e la scenografia inghiotte Loran che viene trasportato dentro.

La Voce della casa lamenta i suoi incantesimi.

Nell’ampio salone vuoto le vetrate sono le pagine di vita di quello che la casa non può raccontare.

L’immensità di quello spazio parla come labbra che si contendono aria e silenzi senza temere gli anni di polvere che hanno divorato forse tutto. Non vi sono mobili, segno che non è mai stata abitata o i suoi occupanti erano scapati in fretta? A noi è dato sapere che il pavimento di pietra come le alte vetrate hanno intarsi e figure ed ogni centimetro è la rappresentazione di qualcosa di terribile perché le figure consunte dal tempo o dai passi sembravano ombre con lingue di fuoco e bestie terribili; tutti si ergono intorno alla casa come un mantello di forze demoniache.

La luce rara arriva solo a carezzare i contorni delle cose superstiti. La scala è un’entità estranea e sembra traghettare il visitatore in un mondo superiore incapace di dare maggiore sollievo.

(Loran si desta dentro la casa)

temo ci sia il male nel buio

raccolgo solo il suono dei miei passi

chissà che mondo ci sia oltre

se questo possa cambiarmi la vita

qui hai la sensazione

di non sentirti mai solo

perché

perché immagini intorno a te un’altra presenza

dove sono gli angeli che prego

dove brillano stanotte quelle luci rassicuranti

che hanno smarrito il mio cielo

(le Ombre)

vieni avanti e non temere

pozioni

incantesimi

streghe

i sogni restano della realtà più belli

possa la fiducia aprirti la porta

(l’Autore)

Siamo ospiti di questo, semi eterno pianeta e sempre in cerca di quel mistero che ci sfami. Siamo divorati dall’erba voglio e dall’immutata insoddisfazione di ciò che si possiede.

Alcun uomo può rifiutare l’invito, d’indagare laddove altri han fallito, perché è insita nello spirito la superbia, di poter superare nella volontà il proprio Dio.

(Loran cerca una porta d’uscita ma curioso s’inoltra nei corridoi della casa fino alla scala che salendo gli mostra la storia del casato che l’ha costruita)

(l’Autore)

il ruggito dell’ombra

è come il ruggito di un popolo

nulla sovrasta di quest’onda la forza

se non dei martiri in luce i bagliori

il potere di questo sogno è un fuoco lento

che ha nella forza del desio

nutrimento

La Casa all’improvviso si trasforma in abile alleata del suo ospite. Lo conduce per le decine di stanze senza padrone, gli fa sognare chi o cosa ha vissuto la bellezza di quella che all’epoca deve essere stata una regia.

(Loran)

non v’è nulla qui

tutto è andato perduto

sono fuggiti dal tempio

inseguiti da un male oscuro

ma vedo una tale ricchezza di forze

nonostante il poco rimasto in piedi

ho la sensazione d’aver ritrovato

ciò che in vite passate fu già mio

(la Casa all’Oltretomba)

Svegliarsi il mio Signore deve ora. Ci sono cose urgenti in sospeso col suo destino; c’è sangue caldo che striscia sui suoi pavimenti, come se gli fosse stato riconosciuto tale onore.

Dalle fondamenta della casa partì un lamento di dolore.

(Loran arriva alla stanza dei quadri qui resta impressionato dalle maestose e gigantesche cornici vuote e tele sfregiate ma dentro un piccolo corridoio su una parete di pietra trova un minuscolo quadro raffigurante una nobile figura)

(Loran)

Credo tu abbia sofferto.

(Victor)

Che tu sia diverso?

(Loran)

Qual è il tuo nome?

(Victor)

Vorrei non ricordare.

(Loran)

Sei tu il Signore di questo posto?

(Victor)

Io sono ciò che ti tieni dentro.

(Loran contempla la bellezza inverosimile di quella creatura e non si riesce a capire se è uomo o donna)

Non ho mai visto nulla di simile.

(Victor)

Solo ciò che la Morte cancella vive per sempre.

(Loran)

Sei prigioniero di questo quadro? C’è un sortilegio sul tuo nome?

(Victor parla poi la sua influenza svanisce)

Io regno da quando il tempo s’è fatto per l’uomo nemico; non passo al giorno la fede, ma colgo le gemme dell’ombra, col loro palpito caldo; altrimenti dormo.

(Loran è ipnotizzato dalla figura e s’accascia contro il muro di pietra restando in silenzio – si domanda la vera storia di quel posto)

La casa ebbe un fremito tremendo, fuori si sentirono i fulmini d’una forte tempesta, e una pioggia violenta scote del vetro la faccia. L’atmosfera diventò surreale e conquistò l’orbita umana oramai abituata al buio.

L’uomo ripresosi dalla crisi ipotermica, non pensò nemmeno a scappare da quel posto infestato, e continuò a sognare mirando il quadro e la Casa; la Casa che nutrita dalla sua curiosità capiva che un’anima così forte poteva esserle indispensabile, per nutrire proprietario e fondamenta, per altri secoli.

(solo la voce amara di Victor)

chiudi gli occhi

creatura

ascolta questo è il silenzio

la dimora non parla di male

aspetta solo l’accendersi d’una stella

la miglior aria qui è il tuo sorriso

ci sono amanti che s’amano solo coi brividi

lasciando che il tremar della carne

li nutra per sempre

(le Ombre a Loran)

dacci la tua anima

servire potrai all’Inferno

sfilare vedresti i ricordi migliori

senza temere le muffe

congiungiti a colui che temono tutti

rivalsa la notte non avrebbe

sul coraggio dell’eterno

per la beata casta

(l’Autore)

Loran capisce che c’è qualcuno la dentro, che lo spia, che lo segue. Non teme rivalsa dei diavoli, ma comprende che c’è una forza maggiore a muovere gli ingranaggi del tempo in quel posto; una forza che dovrebbe temere ma che non gli fa affatto paura.

(Loran che scende verso Grande Salone)

quale destino mi ha voluto qui

ha tenuto aperte porte estreme

non voglio spezzare la catena

di cui non tengo ancor il segreto

forse c’è una gioia maggiore in questo tempio

o una dannazione eterna per la mia vita

ma al peggiore dei mostri ho saltato le trappole

questa condanna mi sembra meno vile

mi sento intrappolato nella magia

l’oscuro invito mi ha drogato il senso

tale piacere si nutre dal mio sangue

che limitare non vuole le sue voglie

(nella Grande Sala c’erano sono solo uno specchio ed una statua di marmo con le sembianze del padrone di casa)

(le Ombre)

Presagi sinistri trovarono radice in questo ceppo, vi fu una condanna che le lacrime finirono di coprire, lo spazio della storia graffiata a morte, da Dei davanti a tenebra onnipotenti. Colui che versato ebbe il sangue, restò in vita per custodire dell’amore la fortuna, impressa la pietra ebbe del fu il buon costume, che lo scultore con grande pregio rese immortale. La bellezza dello sconfitto rimase fissa, come la stella che non muta forza davanti alla tempesta, ed ora che il termine arriva alla porta, tremare deve il tutto per la profezia.

Ammira lieto il viso, di quell’oscurità che cela sotto il bello il male, sete urla del suo freddo pulpito la pietra, vogliamo, dobbiamo vedere versare per sopravvivere…il sangue.

(Loran davanti allo specchio)

sembra assai ricco di qualità

quest’essere impresso nella roccia

bellezza nutre con foga il piacere

di chi lo mira in silenzio

e assoluta la vista

all’avidità dell’occhio

che piglia dal cuore i furiosi battiti

non temo quello che il cielo riversa fuori

ne il terrore in questa bocca dell’inferno

sta figura

m’ha scritto col fuoco

il cuore

ed ora cerco il malo equilibrio

è giunta l’ora di provare la sentenza

io mi negai per moda

a queste strane cose nella vita

ma meraviglia è vedere perfezione

abusare della ragione senza intoppo

amare un altro non è un trauma

ne scelta

sedotto ha pure la vergogna il suo verso

il duplice aspetto del benvoluto

più che recar danno

mi nutre violento

(la Statua)

non cercar conforto dalle Larve

Stinge bolle sotto questo tetto

anime hanno pianto la mancata strada

solo fame urla gli inviti prediletti

scappa dal presagio

cerca al piede scampo

brucia questa gola

con la sua stessa

fiamma

non dire si

alla tentazione

quello che oggi sembra innocuo

domani poi ti duole

(Loran)

nutrimento appaga

di ogni beato - i sogni

come potrei negarmi a sì gran piacere

bello è sì forte in voce come in canto

ed il suo invito

mi rende dei sensi adepto

(battibecco tra lo Specchio e la Statua)

Specchio

Non potrà valere sull’ombra, il granito.

Statua

Nella mente l’uomo ha già una difesa.

Specchio

Tu vedrai distrutto così, l’astratto velo.

Statua

Ma io del mio Signore conservo la beltà passata.

Specchio

Non essere all’oracolo di pregio

è un male.

Statua

Chi ha paura della polvere,

potrebbe assaggiarla.

Specchio

L’ardire contro chi ha fame

non teme il vento.

Statua

Ma i denti infernali forse

aspettano la luce.

Specchio

Nessun bagliore mai,

offenderà sto posto.

Statua

Ma ecco,

il buon pastore far fremere i mattoni.

Specchio

Ne vetri,

ne argille,

ne bronzi,

son caduti.

Statua parla di Loran

Appena s’aprirà per Suo volere la Porta.

Specchio

dell’amore veste non da a chi l’indossa altra forza di un sogno

Statua

A volte i sogni, arrivano a scardinare i regni,

non sia che voi non contemplate l’idea di tale forza,

nemmeno un giullare s’arrenderebbe a fiducia,

ma forse voi la fine l’attendete,

a giusta paga di troppa si sa superbia.

Specchio

Che fine?

Che borbotti?

Fandonie a spreco!

I chili d’onta che vai vomitando ti rende rea,

che vengano le ombra a coprirti il tempo,

in cui ti sei salvato per dire di lussuria.

Statua

Potranno mai le ombre allontanare

ciò ch’io leggo nel cuore sconosciuto?

Il peso d’un anima è mille legioni,

che vengono dalla luce a farvi abdicare,

datemi tomba di sale e nero pece,

datemi il suono dei martelli in carne,

ma io vedo nella costui vena,

la piccola scintilla dove voi morrete.

Specchio

Noi siamo immortali Sacerdoti,

sotto il Grande Altare a custodia,

di quello senza nome e senza volto,

che più negli anni ha visto sopra l’Ade.

Dicesti pagheremo?

Io credo l’umanità ci sia debitrice.

La legge del tagliando non è per solo Dio,

ma anche per queste belve d’oltretomba,

a noi sono dovuti i sogni e la lussuria,

in noi che si compiace la passione,

del fuoco che alimentiamo brucia la mente,

appena presa nella rete di Amore.

(la Statua si rivolge a Loran)

Sei hai caro tesoro nel cuore,

porta via dall’Inferno la tua alma,

rompi gli specchi con bocche defunte,

e apri il castello dei dannati.

Non ballare l’amore con l’Invero,

non lasciarti guidare dai vizi,

poiché lussuria ammalia con abile tela,

da cui l’occhio non vuole staccarsi.

(l’Autore)

Nemmeno il monito di un angelo potrebbe scalfire l’idea di chi è preso dal Miele di un tal bello oggetto, che senza suono e voce, incanta fino nel profondo i sensi. Loran vuol cedere al compromesso, in fondo pensa, che male c’è a non avere a tutti i costi le risposte, in certe circostanze basta amare, sfrenatamente e senza quelle regole che mal giustificano l’abbandono clandestino.

(le Ombre)

Arriva, arriva il nostro Signore, che tutto rispecchi in giusto, la sua eterna bellezza.

Nuovamente l’oscurità avvolse tutto e Loran restò in solitudine nella Grande Sala dove apparve una creatura vestita come in altri tempi. I capelli lunghi la facevano sembrare donna, ma la sua magrezza poteva essere un abuso di fortuna per l’occhio che s’inganna, volendo che il piacer suo non fosse maschio.

(Loran resta allibito davanti a Victor)

il tuo pallore reca nuova luce

in questa stanza senza ornamenti

leggeri i tuoi passi nella storia

rendono onore al sedotto

chiamami Loran

la tua voce

nutre un desiderio antico

che non conoscevo

che non approvavo

che ora ascolto

come un’urgenza

e se tu dovessi essermi nero destino

merita sta morte chi non vede nella notte

che il buio

Luna è una fiammella a confronto

dei tuoi occhi stelle

scure come il carbone

e in quei tizzoni ardenti io bramo

gettare il corpo senza arbitrare

bene o male

per la tua causa

tutto è possibile in questo castello

uccidi l’agonia della parola

metti questa preda davanti al tuo appetito

(Victor/ia si avvicina e gli prende le mani, il protagonista ha una trasformazione e diventa donna)

tu vorresti essermi ricordo

sento le tue mani calde nelle mie

ecco come

rendere giustizia all’attesa

sai sono di una stirpe maledetta

che condanna chi mi ama

a stare appeso

un assaggio solo della tua vita

renderebbe questo posto un lusso

ancora per millenni

ma prima senti questo petto

dove non pesa coscienza

Loran capisce che il freddo di Victoria era innaturale, anche se esalta l’altezza e la nobiltà dei suoi lineamenti.

E si smarrì appena s’accorse che non avea battito dentro il costato; persino il petto suo sembrò forte, eppure quello o quella davanti a lui non aveva a conta di aspetto più di diciassette anni. La guardava cercandole dei difetti, mentre l’acida casa lo spiava , mostrando i contorni del viso infernale sotto una luce calda, come un mercante fa pregio alla sua pietra.

(Loran sedotto)

quale danno ha fatto il tempo

quando il Fato ha pensato di mettersi contro i tuoi piani

perché il tuo verbo non ha avuto amico alcuno

e sei rimasti qui da sola ad aspettare

che il fiato di un vagabondo finisse nei tuoi occhi

chi t’ha cresciuta

chi t’è stato amante

come hai imparato a vivere con la morte

dove sono gli altri di questo regno

dove tenete i vostri appetiti sazi

Victoria gli traccia con le unghie lunghe il collo di Loran e lo invita a girare per la casa dove gli racconta la storia del suo casato.

io sono qui

da quando i re usavano le spade

il dardo dei barbari insediava La Britannia

le vergini venivano sgozzate su altari

per propiziarsi il futuro

il mio sposo fu

del mio fragile essere

il danno

perché d’un sesso nasci

ma due dopo

nell’eternità acquisti

così mi sono divertito

e divertita

a non tenere il conto delle prede

che il mio Ego cacciatore a partita

chiedeva di pagare con il sangue

ma loro avevano paura dell’ignoto

così come la carne ha del fuoco

ed io ho reso loro il favore

di non lasciare vita sull’orlo marcio

sarei stata regina

di questo mi fu il segno

quando l’ingrato a Dio

si prese la partita

poteva essere bello ma non

di facile pretesa

e nella maledizione confinò sta voce

nel lungo sonno

lo piansi quando davanti a luce

perduta cenere divenne

e rimasi a tramandare servizio

a tutto il buono che errava

per questa ed altre terre

da allora non mangio

non piango

non conto l’alba

non rubo alle stelle il desio

mi limito di notte a prosperare impuro

in questo tetro regno

di lustro a cara ombra

bevendo nobile sorso

dal battito tesoro

(la Casa)

Ballate figli miei, lustrate questa aria di spavento con altri toni, musica sia finché è conquistato, il cuore del più debole ora tra i nostri fiati.

Lui non se ne andrà più da qui, lo percepisco, il mio Signore gli piace e questo è certo, ci saranno nuove forze presto, a dare battaglia ai fidi della luce.

Nuovamente il buio rivestì tutte le stanze, Victoria svanì lasciando a Loran una promessa, che non si perderanno mai le loro strade, qualunque sia il destino in arrivo.

(le Ombre a Loran)

ci sarà un ballo

ci sarà un ballo

con vecchi amici

ospiti di riguardo

ci sarà un ballo

ci sarà un ballo

da centinaia d’anni

che l’aspettiamo

nobili

e sfarzi

cotillon e nastri

ricami e gioielli

nella Grande sala

tende rosse e ceri

entreranno allegri

per farci inchino

tutto questo tempo

li ad aspettare

ci sarà un ballo

per il nostro Signore

(Loran)

ho perso la cognizione del tempo

ho dimenticato la sete e la fame

forse è un sogno in un sogno

tutto però è reale

se sì perché non temo

dell’ombra la radice

se sì perché voglio

la donna del misteroooooooo

(la Casa)

ci sarà un ballo

devo spolverare

togliere le tele

radunare i ragni

cercare in cantina

ogni argento e oro

mettere candelabri

in ogni corridoio

ci sarà un ballo

e tutte le forze oscure

cercheranno a voce

di dare grande elogio

di quanto è bello il regno

di colui che aspetta

oltre i secoli

l’amore

per schiacciare l’alba

ci sarà un ballo

e io mi farò bella

diamanti in vasi

perle a catena

rubini sul soffitto

porte con ricami

tavole imbandite

d’illusoria frutta

ed intensi incensi

bruceranno lenti

oli profumati

spezie d’oriente

manichini e arredo

con maschera d’eccellenza

ci sarà un ballo

per l’Ego vagabondo
 

ATTO III

ogni tragedia è sentimento

La tempestata fuori s’è placata. Forse l’alba ha dato a tutto il credo neve e quella boccata santa d’aria fresca, che a Loran come la libertà manca. Non fosse stato il segreto a catturargli il fiato, avrebbe cercato dietro il sipario, l’uscita, ma come un comandate che non fa indietreggiare il suo plotone resta in piedi attento, mai pronto per la resa, col l’Ego a fucile carico e in tiro, davanti al Diavolo e non si sarebbe arreso.

Nell’oscurità di quel tetro maniero, s’erano fortificate grandi convinzioni, estro, non morte e lussuria, condividevano nell’ombra il desiderio.

(Loran)

come se non avessi amato finora

chi sono

cosa mi prende

davanti a quest’uomo

o a questa donna

oggetto del mio desiderio è il mistero

il male col suo corso ancora segreto

ma la mia fame trema per un nome

e non è il mio corpo aver ragione per primo

ma è la mia mente dentro un labirinto

dove corro

e corro

dietro alla chimera

non ho pronte scuse

per il totale ascolto

che do alla voce

senza un vero volto

vivo

e non soffro

per quello che ho lasciato

per i pensieri infelici

per il conto in banca

qui tutto si ferma

sotto un’ala calda

m’invitano a restare

e dovrei lo so

avere paura

ho veduto cose

che mai avrei pensato

ci fossero in terra

se non nei film a casa

oggi son protetto

dai diavoli in persona

come un invitato

al ballo dei regnanti

mi guardo in questo specchio

e sembro senza anni

è vero che la vita

conduce per tante vie

ma questa è la più strana

in cui mi son smarrito

La casa ha un risveglio improvviso e Loran dopo essersi addormentato per un tempo indefinito si risveglia in una stanza dove il fuoco nel camino arde felice, e la mensa è un trionfo di portate.

Persino le tende aperte mostrano la quieta notte oltre la finestra ed il mondo non è più l’oggetto di disputa tra il bene e il male.

A fare decoro di ogni parete in tutte le stanze, quadri di magnifici combattenti, re, cardinali, c’è solo un giovane, uno solo che trionfa sopra un cavallo, è Victoria che a chioma sciolta regge un fulmine a spada.

Loran s’accerta di quella calda accoglienza, girando con stupore per le stanze, imbrividito della soluti dine che gridava quel luogo, in attesa di chissà quali ospiti. Avrebbe voluto, vedere onorevoli facce, traghettarlo dal passato al presente, essere accompagnato fino al solco della buona via, dove di fortuna avrebbe ripreso il suo viaggio.

Quando arrivò davanti la Porta si rese conto che tutta quella luce di cera era male, e trovò le storpie bocche senza fiato, a rendere orrendo quello che brillava.

(L’autore)

La curiosità era fissa nel sangue tanto che cercava di resuscitargli il ricordo, voleva capire chi era o cosa comandava la dimora, dove tutti e tutto sembrava irreale.

Forse nei sotterranei, pensava lo sfortunato, forse in cantina ci sono i veri mostri legati con catene, per non farmi sbranare. Gli ci vorranno passi leggeri e apnea, per non fare da brivido a quella maledetta casa.

Lui vide un cancello aperto sul varco verso il basso, e senza altro indugio ne forzò il mistero. La scalinata era stretta, un regno umido senza fantasmi, il male odore toglieva quasi il fiato mentre scendere sembra al passo di conquistare l’Inferno.

Poi arrivò alla Grotta dove la V in ferro ostentava un nome, e proprio di quel nome la tomba sfoggiava velo.

Ci sono cimiteri sotto che il piede non capisce di calcare, così la veglia regge al sonno, sotto il plotone di impronte che ignare dirigono la vita verso un dove.

(Loran)

ecco un altro passaggio

la V di quale vittoria è credo

nobili statue non diavoli

dormono intorno al segreto

e c’è un angelo tra loro

di cui mi sento innamorato

è un coperchio di pietra

sopra le candide ossa

oh sveglia creatura

il sonno di morte abiura

e torna ai miei occhi in carne

schiaffeggiando dei vermi la gloria

(le Ombre)

viene viene

il canto al dunque

non temere

sei ora sul grado più alto

tra noi hai dunque potere

si sveglino dunque dal tempo

le nostre abili forze

per aprire a Victor la storia

(Loran)

spogliati di sabbia

dal freddo sepolcro rinvieni

non sei più figlia del sonno

senti il calore di sta mano

vieni nel mio mondo

torna a me

(la Casa suggestiona Loran)

dalle il tuo sangue

senza il tuo sangue la morte è ben difesa

dalle il tuo sangue

basta appena un sorso

a quella bellezza

di cui vanti il sogno

dalle il tuo sangue

dalle il tuo sangue

dalle il tuo sangue

dalle il tuo sangue

dalle il tuo sangue

dalle il tuo sangue

(si uniscono le ombre in coro)

dalle il tuo sangue

dalle il tuo sangue

dalle il tuo sangue

dalle il tuo sangue

meglio del tuo sangue non v’è pozione

che possa svegliarla dalla sua non morte

dalle il tuo sangue

dalle il tuo sangue

Loran usa un bottone per scavare nel dito una fessura. La goccia di sangue arriva sulla pietra che la beve.

Un lamento giunge dalle fauci delle tenebre. La Casa ha un sussulto tale che le torce si accendono ad una, ad una, come se servisse in fondo della luce per quella creatura pronta al risveglio. Loran premeva la ferita chiedendo al proprio corpo aiuto.

(Loran alle ombre)

io e voi

non serviamo la stessa ragione

(le Ombre)

tu sei la ragione e non il posto

(Loran)

voi non celate dubbi

siete accorte al caos

ma del cuore non ascoltate il fio

potreste avere nel solo discepolo

nemico

(le Ombre)

noi temiamo solo la luce

nessun umano si potrebbe fare vanto

di tale forza

siamo ciò che mai siamo state

inafferrabili

dietro e dinanzi a Dio

(Loran che forza altre gocce di sangue a cadere)

che questo gesto

giustifichi il calco

in cui l’occhio ha scritto giuramento

e se un mostro

non meraviglia facesse la comparsa

orbene

vuol dire che è il mio momento

legatemi al tronco del cipresso

per quella carovana verso Ade

perché per amare voglio essere libero

e nessuno potrà di questo farmi condanna

chiamate altre pesanti catene

non sono fatto per cedere al ginocchio

La cripta si spaccò e le statue decapitate da lame invisibili, caddero rotolando rumorose. Una forza oscura prese vita lanciando verso l’alto come un fuscello, il coperchio.

Sussurri d’ogni genere, cori di fantasmi, anime che supplicavano la stessa libertà, pareva udire nel ventre della grotta, dove ancora ardevano, sfamate da forze sconosciute, le torce.

Loran si riparò il viso con le mani, dalla polvere che s’era elevata intorno. Non si vedeva nulla e finalmente tutto era nuovamente in completo silenzio. Voleva vedere la creatura, ma chiuse gli occhi e s’addormentò all’istante...

La casa era un mostro compatto, che teneva al buon passo della sorte, e troncò la visone dell’amato solo per convenire in migliore luogo alla fine.

Il tempo si sa è un buon testimone, che abbia il passo lento o veloce, non teme colui che la lancetta gioca, sfidando cosi le regole universali; perché ad ogni cosa c’è un precetto, ed il buon Dio vigila su tutto, benché la malefica essenza sembri forte, arriverà la mano d’un angelo con l’alito divino.

(l’Autore)

Ogni dannato vive in un limbo illusorio, nulla facendo se non le cose a proprio conforto, ma ci sono momenti di flash sensoriale, in cui il dejavu, richiama il cristallino.

(le Ombre)

ben svegliato

dal torpore dell’oblio

siamo sempre per servirvi

ben svegliato

mio Signore

(Victoria si sveglia e parla alle Ombre)

In questa dimensione alterata,

vissuto ho con scettro di certezze,

con schiave dolci all’alito mancato,

e moire lusinghiere in ogni pietra.

Eccomi,

dopo il sonno al mondo,

come un infante affamato

cerco di servire alla morte,

la sorte che a me è mancata.

Oggi sono dolce,

ma ieri io ero un eroe,

coi barbari in lotta per un pezzo di regno,

e l’altro ancora sposata,

ad un pugno di ceneri masticate dal vento.

Chi sono?

Cosa sono?

Chi ricorda?

Come m’era il vestito nel battito giovane allora?

Se pensavo al futuro ridendo, se mangiavo semplicemente la frutta?

Chi sono, cosa sono,

chi ricorda?

Oggi la carne mi traveste senza un fiato,

dentro le matasse hanno cancrene,

e l’osso se vedesse luce sarebbe nulla,

ma c’è una scintilla in me che grida un ricordo,

di cui sta casa mi cancella l’iter,

cocci d’immagini di una bambina

che guardava da strette vetrate la neve.

Sono morto per tante vite

nutrito da un bimbo

da un uomo,

da una donna,

col desio d’avere discendenza

in questo solitario castello.

Accanto al marmo,

non tengo un sentimento,

nel marmo sei morto due volte,

e pare che io sia il mezzo del Più Nero

per tenere deste

le sue creature.

(la Casa)

E’ tempo!

E’ giunto ora il tempo!

Che sia la profezia del futuro?

Apriamo la porta

alle anime perdute

che sia il Carnevale della Morte!

(le Ombre)

E’ l’ora.

E’ l’ora è giunto il momento,

per fare una festa di dannati;

è l’ora,

è giunto il momento,

per mettersi la maschera a posto.

(Victoria)

è tempo

è ora

di fare e disfare

di togliere ai chiavistelli il servo

ricevere gli ospiti amati

col miglior vino in coppa

datemi

lucidate

i ricami

buttate al cane l’osso

sebbene non soffra più di fame

che sia solo la musica

nel grande giorno

a regnare

e la magia del canto

la vostra messa

invertebrate signore dell’oscuro

ci sia solo incanto per tutta notte

e piaccia al bosco il mio volere

non caccino la strega già in volo

ne i calessi dei spiriti d’altrove

lascino vie aperte ai morti

e pronte

le maschere all’entrata

briciole e carne non morta ai corvi

per fare l’amico bene

al rivale

è giunto il momento

per rinutrire Casa

e dare continuazione alla Storia.
 

ATTO IV

Masquerade

Notte e la paura slittarono al grande passo, precipitando gli eventi sfaldarono il buio e nella pece dell’occhio spiritato, restò la fede di un cambiamento. Natura non si oppose ma restò in ascolto, in fondo lo spettatore guardava al sipario con appetito, e il male aveva quel suo equilibrio che reggeva come l’inverno fino a Marzo. Di Marte noi si teme il fuoco, e di Nettuno il tritone, ma nessuno ne capisce la grandezza fino allo scontro.

(l’Autore)

Mi sia testimone il verdetto che buttò il serafino dentro questa conca, e della materia rimase una lotta, tra nubi e fango sul cuore dell’umano. E’ nella natura del male cercare convinzione, dal solo elogio che le fa eco l’ombra; ed è nella natura della memoria cercare d’accendere davanti ad un amore la stella più lontana. Il vampiro punta a conservare della sua dinastia la marcia, cercando di capire cosa o chi gli porge senz’astio vita.

Loran colpito dentro il cuore dal dardo d’Eros,si domanda se quello a cui pensa continuamente è uomo, donna o entrambi, e perché si sente libero d’agire in mezzo a tanto male. Ecco la via percorsa a sentimento, da chi partito a forza era per dimenticare. Nel teatro il sipario s’alza per fare scena, ora mirate signori, dell’ombra il talento al Grande Ballo. Metti la maschera spettatore, della sua conquista il mondo aspetta, mutate in sorriso in ogni forza, perché nascondere è della maschera la cera.

(la Casa)

svelte Ombre

sistemate

arrangiate

accendete

incerate

non è strano

dire al muro

di specchiare

un po’ di fuoco

nel suo cero

appeso ai bronzi

liberate i tappeti

quadri

letti

tende e stoffe

nei camini

la fiammella

deve bella

conquistare

ogni occhi

d’immortale

o mortale

svelte

svelte

è la festa

della notte

e delle cose

che non sono

ciò che sembrano

(Loran si risveglia e trova abiti da festa)

travestirò

questo me prigioniero di ombre

per compiacere chissà quale falsa promessa

per ingannare la morte con altra morte

ricca di vantaggio in questo posto

dimenticato dal respiro blu dei cieli

(Loran e lo Specchio davanti a cui si sistema la maschera)

mi dona essere un altro

(Specchio)

guarda come ti carezza

questa nuova identità da festa

(Loran)

guardo come mi carezza

questo velo di mistero

come gioca bene il viso

di chi non è come gli altri eterno

(Specchio)

ti puoi mescolare bene all’ombra

(Loran)

pretendente io dell’ombra

posso mescolarmi ai Lari

alle Larve

o Gorgoni

e altre bestie

di natura non eccelsa

io posso essere diverso

per un tempo infinito

e cercare di capire

l’ordine in questa storia

(Specchio)

lustri e ori vantano bene

il tuo corpo ben fornito

mira questa nuova impronta

che nella notte ti da vita

(Loran)

io sembro un altro

un altro uomo

quel me riflesso

quel me dentro

che ha sempre taciuto

davanti agli eventi

ma ecco adesso

la fortuna

mi corona d’occasioni

e posso finalmente sapere

dove mi trovo

quel’è la sorte

fino all’impresa

o sarò della morte

la preda

perché nell’oblio confinato

e già matta la carne sull’osso staffetta

tra queste pedine della mente

(Specchio)

tu hai nuova strada

scegliere potresti

compiacere tutti

della buona vena

e darci nuovi fili

più lunghi di quelli d’ora

vincendo sulle Parche

col solo desiderio

La calma che prima aveva combattuto ombre e tempesta ora s’era disciolta, perché cori e musiche s’erano alzate dal nulla. I bosco finalmente prese vita, come suo fosso lo spirito del celebrare, tutto quello che è caro alla tenebra e sfidare non potrebbe mai la luce.

S’aprì allora, quella porta dei dolori, pesante il corteo avanzava, liete erano nei primi passi queste maschere, nella ghirlanda del vecchio sfarzo avvolte.

(la Voce)

Entrate invitati, non abbiate timore, siate dei nostri al buon evento, ballate, godete del lustro in casa, perché la storia oggi si ripete.

(gli Ospiti in coro)

Che letizia calcare questo regno, sentire altre voci dal profondo, e noi vestiti da gran festa apparire, come se fossimo della stessa causa. Eccoci qui Signore della Notte, è magico l’evento da voi creato, ma quale musica e danza musa ispira, ne siete l’autore assoluto, vediamo il regalo per cui chiamate. Che bello! Straordinario! Impressionante! Questo ricevimento è l’apice del male, veniamo a godere, di quanta meraviglia il buio sa creare!

Nella Grande Sala iniziarono i balli. Tra varie maschere Victoria era la più bella, e senza cura di tempo perché lei stessa ne era la lancetta, organizzava con gli orchestranti in generoso numero, le danze.

(Loran scese la scala che lo portò al salone)

il suo seno rosso non palpita

ma il mio Ego brucia adolescente

nel suo occhi diamanti perdermi

vorrei per sempre dentro questo fuoco

(la Statua all’ingresso)

scappa

la porta è aperta

togli al vampiro il potere

scongiura questa profezia

non dare il tuo sangue

al Diavolo in veste d’angelo

(Loran ignorando i consigli del la Statua)

e sembra un rosa che avvolge

lo spirito intero e i respiri

non ha confine tale bellezza

che mai potrebbero concepire i mortali

scappare dove

in un mondo fuori e freddo

scappare verso un’amante che non c’è

io qui

ho ritrovato me

l’altro me che vede

qualcosa che altrimenti

per la Ragione non c’è

quella veste sono nuvole e fiamme

quel suo abito ma’accende di piaceri

e nel pallore che guida con disarmo

vince tacendo sulla musica la dolcezza

io la voglio così

io la voglio per sempre

questo essere che

fa tremare le statue

io la voglio e non c’è

altro ostacolo al mondo

che questo fiato ancora caldo

in cui lei crede d’apparire

per altri secoli ancora

e mi vince

quella scia

d’incertezza

dove inciampo

e mi ferisce

il dubbio forte

d’esserle solo preda

per darle vita

ed in me

solo in me

abita il tremito

ed in me solo in me

la voce la chiama

in me solo in me

brilla di luce

come se lei fosse

non fosse mai morta

(Victoria lo invita a ballare)

guarda il mondo qui

gira

gira

incanto

maghi

streghe

Dei

stolti

o sacerdoti

belli per un giorno

scritto dalla storia

prima del nostro incontro

sento la tue mani che

bruciano le mie

ghiaccio nel fuoco che

lento si lamenta

io non so cos’ho

ne perché aspetto

prendere quello che

offri per natura

e se

l’amore avesse un altro nome

io lo chiamerei semplicemente desiderio

e l’amore mi chiedesse un volto

io potrei mostrargli il tuo

e oggi che non sento no

il battito di cui avere cura

mi basta contare i respiri tuoi

che parlano al posto dei silenzi

se sei davanti a me

nemmeno un brivido di paura

t’ergi come un comandante che

senza parole mette in riga l’ombra

e la mia sete tengo stretta

stretta

sperando non siano gli altri

a capire

di questo mio progetto alternativo

capisco quelli a cui basta appena un sorso

d’una vita altrimenti eterna e solitaria

perché riescono a farsi passione

con chi incontrano per caso

io non capisco cosa o chi

decide per la storia dei dannati

dove l’amore arriva e perché

nelle schiere di noi esseri senz’ombra

(la Casa)

basta Signore

è tempo

è il momento

del nostro trionfo

sul mondo di luce

lui s’erge a coraggio

per la sua schiera

ma non sa chi ha di fronte

non sa con chi lui si misura

beviamo Signore

la sua parola

il suo respiro

dal cuore

beviamo

brindiamo

così

deve continuare la storia

perché del Diavolo è

l’onnipotenza

nei secoli dei secoli

A parte l’attenzione della Casa, il popolo di ombre ballava madrigali, certe che l’Ospite avrebbe offerto loro, come clou della serata e per il brindisi, il sangue.

(Victoria)

tu qui sarai per sempre destinato

e sai che ho il potere di negarti l’alba

ma temo di spezzare questa lama

che in me confitta provoca piacere

e se per caso volessi aiutarti

cosa che non potrei negare alla mia specie

avresti qui nemici e dannati tanti

da farti a pezzi nel peggiore modo

or dimmi

come può un clandestino

rapire l’ultima scintilla ad una bestia

come può il tuo respiro

vincere la porta della mia apnea

e lasciarti dentro questo petto vuoto

come un peso d’un bagaglio abbandonato

che mai nessuno toglierà di mezzo

tanto da ferirmi la mente

e rendere irrequieto il mio sonno

(Loran)

nonostante queste mi siano prigioni

le tue bianche mani

mi mostrano una libertà costante

qualunque cosa tu pensi vorrai farmi

io non potrei di certo rifiutarlo

non amo la tortura o il male

ne vado pazzo per qualsiasi supplizio

io penso invece che valga la pena

destinarti quello che adesso mi tiene in vita

tutta la tua bellezza

non potrebbe illuminare meglio

il cuore di un uomo

il cuore belva d’innamorato

e se tra queste nebbie assassine

tu pensi

io debba esser timoroso

vuol dire che non capisci nulla

di quanto l’amore renda l’alma forte

mi tolgano la pelle con l’inganno

mi facciano a pezzo coi loro morsi

ma se tornassi ad una non vegetativa morte

io sarei per loro il peggior partito

ad una

ad una

finirebbe male

colui

colei

che ti ha recato offesa

perché nell’ordine tu sei la Signora

di ogni pezzo senza vita in casa

la maledizione di un uomo

nemmeno il Diavolo può ostacolare

(Victoria e Loran si baciano)

Musica di carillon

(Victoria)

Questo è l’unico ricordo della mia vita passata. La mano di mia madre, ne sento ancora il profumo, la bestia ha cancellato le altre cose, ma questa nella cripta è già protetta. Dentro ci sono le parole, che lasciò al figlio andato in guerra, e contro il male e contro il malocchio, e dice: la musica è dentro il nostro petto col respiro, qui al sicuro sarai da ogni male.

(l’Autore)

nella sala

il vizio prende forma

lussuria guasta il tono

lingue s’impastano ad ossa

corpi in altri corpi

come animali stesi sotto il canto

gli ospiti presi a fornicare

mangiarsi la carne l’una con l’altro

con fauci

con zampe

con gli artigli

si defloravano in disgusto

mentre la musica andava

(le Ombre)

è fatta

è fatta

è giunto il momento

fra poco brinderemo

fra poco il sangue caldo

prolungherà la storia

è fatta

è fatta fermate or le danze

un rullo di tamburi

per il grande evento

(la Statua)

fuggite amanti

in questa nera gloria

fuggite ad amarvi

nelle oscure mura

ci sono dei passaggio

lontani al male udito

lontani dagli spettri

avvidi di vite

fuggite

cercate la vostra ora

gli attimi bastano

anche per gli immortali

andate creatura

a sfamarvi

Mentre le musiche febbrili avanzavano di ritmo, Victoria trascinava Loran, verso i passa aggi che portavano alla cripta; quello era il luogo sacro dove il mattone servo di Lucifero non poteva avere occhi ne orecchie. Victoria capisce che sarebbe stato molto difficile salvare Loran, la sua stessa condizione aveva bisogno di nutrimento, morto o lui o lei, era la condanna, nella fortezza della Notte.

(l’Autore)

Nella anticamera della cripta, Loran e Victoria faranno l’amore, perché il loro avido desiderio non avrebbe concepito altra via. Nel possedersi il vampiro liberò la faccia, e col suo bizzarro ghigno spaventò l’amato.

(Loran)

perdonami

non nasconderti

non nascondermi

il tuo lato oscuro

ci sono belve in mezzo all’ uomo

migliori d’aspetto

ma peggiori di cuore

prenditi

un sorso

o tutto

il battito se ti serve

un pezzo di cuore

ma fammi tuo

fammi ancora tuo

perché non immagino

un peggiore inferno

che quello senza te

(Victoria)

ci sono anime

che nascono per solo lamentarsi

ma ci sono uomini

che non si negano mai al sacrificio

il mio averti è un dono grande

dopo un’eternità di follia

tu sei la mia migliore sorte

nel peggior posto concepito per un uomo

e non potrei dal Fato avanzare scuse

perché mi piace questa strana danza

tra noi non ci sono le parole

a vincolarci a schemi definiti

ne regole già scritte nel partito

del male sulla scia della morte

io posso darti il sonno eterno

o viverti per sempre in una cripta

eppure devi vivere straniero

per concepire ad entrambi

nuovi sogni

(Loran)

da qui scappare io vorrei con te

avremmo doppie persiane alla finestra

non calcherà più alcuna voce le tue orme

e Dea nel Regno dei più puri

continuerai la vita

non temo no

alcuno nel tuo Inferno

ma temo te che sei di me la parte

e se il tuo no volesse farmi grato

di una svelta morte

piuttosto che dell’Eterno

(Victoria)

l’amore non è un assassino

ne la bugia enorme della comune

non cerca d’arbitrare a proprio gusto la partita

non spinge al fango i passi

ne vuole che l’amato sia forte

io credo che all’amore basti

avere due a cui donarsi tutto

e prendere dal loro unirsi il fiato

come un nascituro il latte della madre

io voglio dai secoli oramai bui uscire

e battagliare la forza nera con un suo pari

chiedere a tutti i peccati scusa

pagando con cenere alla luce la battaglia

(Loran)

fuori siamo così soli

nella nostra bolla di chimere

sempre ad aspettare che qualcosa

ci faccia perdere il fiato

ed io l’ho perduto in questo posto

davanti ad una vera meraviglia

che veste ghiaccio sul cuore preso a nero

come una qualsiasi principessa stravagante

no

non mi fermeranno mai

dal dire

dal gridare il tuo nome

i fremiti lungo la schiena

quando ti sento gli occhi addosso

illuminarsi

e del Natale dove i bimbi

davanti alla fiammella sognano una fiaba

tu devi avere speranza

che questa emozione

ci nutra senza amaro

finché io avrò voce

ti amo creatura della notte

insensibile alla facile lacrima

indolore alla verità del prego

ti amo

perché sei pura

e la tua malizia

si veste per concorso

di quel siero infetto

cui fosti deposta

dall’essere corrotto

mentre la tua vita

scorreva

lenta ai vermi

non sai di quanti diavoli il supplizio

io vedo il cercare ogni giorno

l’amante

lo sfogo

o l’amico

quel animare dietro alle chimere

e noi che siamo veri in questo limbo

dove Iddio s’è dimenticato i cocci

io mento alla mia essenza

per condividere con te la notte

ma come ogni buon innamorato

vorrei poterti riportare a vita

e darti quello che t’ha rubato

quando da vergine fosti

portata prigioniera in dote

perché nel sesso di un uomo

non c’è gloria

c’è solo nella sua natura permissiva

e se tu mi doni l’altra gloria

io voglio

farti piccolo assaggio

del mondo nella luce

(Victor)

amore

sapessi

in me

vivono molti assassini

nessuno dei quali meriterebbe il perdono

ma la mia miseria non è il confessare

ma aver voluto la salvezza per quei pochi

e di colei che ami la virtù guardare

avessi cognizione del suo soffrire per la lebbra

davanti una madre nobile di scettro

ahimè abbandonata dal suo stesso Dio

di questa principessa oggi hai

quel poco che s’è portata con la memoria

in me per vivere la storia

piuttosto di una aspra agonia

noi siamo due

mille

milioni

in un sol corpo

in una sola mente

ma dimmi che nonostante la figura

tu senti le porte del tuo cuore aperte

(Loran)

l’Amore

Amore mio

non teme le distanze

ne cerca scuse al suo squilibrio

piace e basta

all’animo dell’altro

che non può far tacere il

del fuoco il bruciore

l’Amore inganna pure il tempo

che deve poi piegarsi agli amanti

e guardarli sorridere felici

sulle barricate della lunga vecchiaia

dove il bianco

un po’ come l’inverno

tenne segreti

i candidi germogli

l’amore non vuol essere pagato

ne cerca buoni venditori per la piazza

si vela come il fango l’oro

per avere sui battiti certezza

e quando scopre di averti vinto

si rende

al tuo spirito vivace

ti fa sentire al mondo infinito

come una stella nel mare blu del cielo

l’amore

è un gracile filo tra le nostre sorti

che vuol nutrirsi solo d’aria

che ci rubiamo con i baci dalle bocche

per gli occhi maturi frutti da spolpare

e non si nega davanti alla morte

se non cedendo della bandiera il fiato

ma poi con l’ultimo colpo di cuore

scrive il nome di chi ha amato
 

ATTO V

Il male non potrebbe mai trionfare sulla vita; perché nell’uomo c’è per eredità ignota nella linfa, una scintilla di candida speranza.

Il sentimento ha un valore ancora più eterno dei nostri nomi, la nostra opera è una grossa sfida, contro la mote.

Gli eroi son fatti di sconfitte, di tanta sofferenza, di dubbi, di ferite, ma non di fuga.

Victoria pensò di concepire un piano dove entrambi ritrovarsi.

(l’Autore)

Le belve allertate, cercavano la preda, i denti fuori bocca avevano per la sete, urlavano, ringhiavano, loro i mostri, sondavano ogni parete per mangiarlo.

(le Ombre)

corrono pazzi

infuriati

animali senza un freno alla rabbia

spettri invitati per il sacrificio

dopo una lunga assenza del male

chi teme la profezia è perduto

noi cerchiamo Victor

Signore che il buio adora

l’allievo prediletto di Lucifero

cerchiamo il cane umano

che offra sangue in coppa

al loro degenere fiato

che verme non teme

(la Casa)

accorrete

accorrete Moire

salvate la Dimora

dalla fame

dalla sete

dal ringhio vuoto a Luna

tutto la fuori aspetta

da tempo il nostro crollo

ma questo regno guarda

al palo dentro il fuoco

(Victor scompare e riporta Loran nella Grande Sala)

come la rosa che stringe i denti

sottoneve

aspettando la Primavera

per guarire dal marcio

così il nostro patto dovrà dividere le forze

perché c’è una Primavera

oltre

di cui nemmeno il Signore di ste ombre

ne conosce

le sembianze

Il Bosco fermentava ascoltando le urla e gli schiamazzi nella casa nera, sarebbe voluto avanzare sul territorio proibito, ma il limite era un valico di male troppo forte per quei cuori di legno, così usò i corvi in ascolto in torretta, che gracchiavano alla natura, sul esito della caccia.

(la Casa)

prendete l’ospite sgradito

veniamo ad una messa

calici

e bottiglie

per la sua vita

che scorrerà a fiotti

nelle nostre avide bocche

(la Voce)

temo

non vedo salvezza

per l’uomo

ma c’è il nero presagio

di cui ne parla profezia

quando ancora giovani erano

ste fondamenta

la Casa

è il culto del Angelo che fu caro a Dio

messo sulle labbra dell’Inferno

per dare sangue fresco al Dio

eppure il buon governo del vampiro

non è bastato alla malizia

sconfiggere

il tremito che l’aria porta

dal filo quasi rotto delle Parche

le regole

sono regole anche ai folli

a tutti sti condannati senza coscienza

ci sono anime che sembrano contorte

e più presenti al bene che al male

(le Ombre)

Signore dei Vampiri

veniamo a svegliarti

domandiamo del prigioniero le ossa

il tuo Regno è certo

della Terra

l’Eden di gusto

ne seguiamo l’odore dalla fede

perché egli brilla di una luce strana

ancora più caldo e buono

sarà il suo sangue

appena aperto il petto e la ferita

ti preghiamo

alzati col coro delle nostre pene

desio

piacere

e lussuria

consorti ti siano sempre dentro il corpo

ci sono ore che da lente

corrono veloci

in direzioni strane della Sorte

dove la nebbia prende come un dubbio

dicendo che s’avvera profezia

La scena divenne due poli di vita, dove lo svolgersi dei fatti nutriva la scena. La fuori il Natale, la neve, la gioia della gente che cantava davanti al fuoco e dentro una Casa Nera, lussuria, fame, gioco, e mostri in un Carnevale Maligno senza luci. Lo spettatore avrebbe potuto dire; avanti, o lui vive o lui muore; senz’altro il Vampiro era il più forte sulla legge del mortale. Gli eventi per quanto ingarbugliati, portavano il destino a compiere un rito, chiunque partecipe a tale verità, sarebbe diventato forte, attori e platea cercavano la fine. Per certe situazioni ci vorrebbe, come nei nostri tempi un clone, come l’impala ha nella natura il suo predatore, noi vogliamo che sui protagonisti prevalga la natura e non le gesta.

Se il Vampiro non fosse paziente, la gola di Loran sarebbe già un fiume, ed i cadetti matti ne godrebbero la linfa; ma il Vampiro è scaltro nel suo ruolo di donna e si sa che a lei non tiene testa nemmeno il Diavolo.

(la Statua a Loran impietrito al centro della stanza)

c’è in te la forza

di tutti quelli usati come prede

se tu ne liberassi la potenza

potresti a quelli come me

donare la pace

ma tu non sai

da quale male verrai conteso

e quanto vorranno caricarti

per dare al sangue il fondo della rabbia

perché è questo tuo coraggio

per loro un piacere

come un vino di cui s’aspetta

la giusta annata

rifiuta il cuore davanti all’ombra

rifiuta ogni cosa ti combini al male

ed inginocchiati

come uno dei tanti schiavi

perché servile

non sei applaudito da nessuno

La Casa era del lamento unica voce, e mostri si sedevano intorno a Loran come davanti ad un altare, aspettavano il momento, coi denti aguzzi, pronti d’artiglio al taglio.

(Loran)

mi affettate

per bene

carne cruda

dicevano i vecchi

bambino fa buon sangue

ma voi siete già cresciuti

e un po’ molesti

ma non vi sembra male

continuare la strada

dei delitti

(le Ombre)

mangiamolo e basta

(Loran)

tirato il pallone nella rete

c’è solo una occasione di speranza

se voi osate l’assaggio del mio collo

mi sembra vendetta contro il Padron di casa

(la Casa)

ma forse

lo sposo della notte ci ha traditi

forse il vedere cerca altro guado

e di questo regno rubare il potere

dando a te fiducia

(Loran butta la camicia e fa sentire il palpito)

ma io nego ogni fortuna

a quella casta che m’avrebbe preso

voi tutti sentite con piacere

il caldo ancora dentro

la vostra preda

ecco

m’inginocchio

a voi più forti amici

e del reale bando

non ci sia timore

in fondo cos’è un vampiro

davanti a mille altri

(la Casa)

la sua debolezza

fa perdere il gusto

al nostro appuntamento con la storia

come vedete lo schiavo

non è il prescelto

e macchia con disonore

la dimora

saziatevi

poi datelo ai lupi

le sue ossa

potranno solo disturbare

la Luna

(Loran canta una canzone di Natale)

l’eco di neve

risuona in valle

il canto felice dei bimbi

è Natale

è Natale

davanti al fuoco ogni dolce

invita ad un sorriso

e pare la luce si vesta

di tutti i colori del mondo

sugli alberi cadono

i fiocchi bianchi

come spose

davanti ad un presepe

(la Voce)

la sua natura debole

votata al disgusto i predatori

finché non fu una vecchia

ad assalirlo

(Victor)

ma voi come osate

alzarmi veto

contro

siano di cenere

le vostre pance storpie

appena

arriverò

a vendicarmi

La casa e le ombre divennero alleate contro il Vampiro. Ma lui di invisibile portata si fece forte, e cominciò a decapitare i dannati ad uno, ad uno, lasciando solo ossa e vesti rotte sulla scia. La sua voce divenne come un tuono, e di tal forza da fare rabbrividire l’ombra, gli artigli e la maschera del demone, lo trasformò da forma a forma.

(Victor)

volevate bere

avrete per sempre il fango

impastate bene i vostri denti al verme

godete del tempo a cui non cedono i capelli

che gran parrucca vi regalerà

l’Inferno

venite

non scappate

venite dal vostro padre e amico

da voi generaste altri ladri

di vite

perché siamo ladri

del respiro

perché ci nascondiamo

appena s’alza l’alba

i morti con i morti

dice la legge

ma io che sono un Dio

vi do al nulla in pasto

(la Casa)

Signore perdono

noi avevamo creduto

l’umano fosse il verdetto

per la fine della tua Casta

(Victor)

e tu osi

al mio posto

deciderne la Sorte

come se m’avessi creato

verrai a pretendere

le mille vite a cui appartengo

i mosti che ho seminato

e di questo potere infinito

potresti con gioia

nutrire una parte

ma sai come me

che menti

al tuo muro per sempre

vincolata

(la Casa)

verità per verità

mio Signore

io appartengo

alla carica più alta dell’Inferno

lui solo

Belzebù

Belial

Belfagor

Behemoth

Asmodeo

Abaddon

Pazuzu

Shedim

Satana

Adramelech

potrebbe

alzare o distruggermi

le mura

(Victor ride apre una voragine sull’Inferno e si rivolge al pozzo)

Io che ti servo da secoli,

Io che ti porto il sangue alla bocca,

dev’ora obbedire alle ossa,

sui cui ti costruisti appoggio?

A quale verità mi dovrei legare

per concepire di potenza il sogno?

Forse è il castello a cui rivolgo il prego,

e non all’Angelo,

che fu nemico a Dio!?

(la rabbia di Lucifero crebbe in misura tale da fare tremare del marmo la sua essenza)
 

ATTO VI

La Casa, l’Inferno

La grande partita era iniziata, e dall’Inferno si resse una fiamma, che portò la voce dell’Ego supremo. Di Victor la vendetta, temeva ormai la Casa che sola , con le ombre taceva. Loran dal canto suo come un mortale, doveva affidarsi al buon giudizio, di chi la preda la vince in natura, non per regalo, ma premio della sfida.

La sa a poco a poco viene demolita, perché non v’era altro bisogno di superbia, il Demone avrebbe regnato dalla cripta, col suo sapere contro l’illuminato regno.

(l’Autore)

Lucifero in persona mandò il messaggio, che ogni ombra provasse della tintura il calderone, ed alla Casa ruppe le gran colonne tanche che si sentiva nel mattone il lamento. Poi si rivolse a Victor tramite le Ombre, chiedendo a pedaggio, la sua preda.

(le Ombre con voce di Lucifero)

ecco

il tuo scettro

per mille anni ancora

vinta sarà la profezia

adesso fai scorrere sangue

per il mio e il tuo bene

placata la sete con l’oro

noi si riscriva la Storia

(Victor vicino a Loran svenuto)

ebbene è giunto il momento

per te morire da preda

davanti al testimone

di tutti i più grandi mali

ma se tu capisci

non della voce il verbo

vorrai volare fuori

all’aria aperta

(Victor affonda solo per un attimo i denti nel collo di Loran dando la parvenza del sacrificio a Satana)

(la Statua)

fuggi dal serpente ora

non mostrare lusinga all’assassino

(le Ombre per Lucifero)

sentiamo l’odore del sangue

quel buon odore di vita che cede

alla nostra natura

l’armata avanza dal buio

per dare lustro al nuovo Regno

buttate giù ogni pietra

che pianse per il vagabondo

non sia che di polvere

quella serva

che noi dell’oscurità

abbiamo mantenuto

per ere

(l’Autore)

La Statua viene buttata giù da una forza sovrumana e la polvere sollevata nasconde il corpo di Loran ferito, Victor lo butta con forza fuori, rompendo tutte le vetrate.- In questo collasso, le colpe trovano solo gli confitti, perché la preda in fondo non è che animale.

Sulle pietre sdraiato, Loran guarda alla distruzione della casa.

(il Bosco)

sembra ci sia del talento innaturale

a salvare questa anima dal Dio immondo

anche se nel pozzo ancora è vivo

il peggiore in terra di tutti i mali

ma come di cono i vecchi la natura

cerca in tutto sto trambusto un equilibrio

oggi se hai vita salva gioisci

perché sotto la tua ombra t’aspetta sempre morte

(la Voce)

scappa mortale

è quasi alba

hai fatto un buon servizio

della tua parola

in mezzo agli altri forti

ti sia dono ancora

sto tempo di respiro

perché domani a Parca

potrai sembrare odioso

(Loran piange e non teme di cercare tra le macerie il corpo di Victoria)

guarda amore

il giorno ti solleva

da ogni permanete colpa o arbitrio

qui fa freddo ma il mio petto nudo

ti ricorda

ad ogni fiocco di neve sulla pelle

guadami amore come piango

come lascio il sangue su ogni tua impronta

che vorrei svegliasse la sua anima eterna

per donarsi a me

ancora

e ancora

guarda amore il gufo sta dormendo

di ogni certezza il mondo fa miseria

solo tra i rami il vento canta senza sosta

come se avesse in se di te la memoria

guarda amore

non sono più nessuno

ho estirpato il mio nome dal torace

perché si mescoli alla terra

in un abbraccio

per giacere con te

altri millenni

guardami amore

sto soffrendo

un Inferno lontano dalla parola

e dentro mi mangia carne vivo

il verme della solitudine

di Satana peggiore

(la testa della Statua gli mostra il carillon)

prendilo

è l’ultimo buono rimasto

dei suoi ricordi

a cui fai catena

e riponilo nella tua vita in alto

perché tu eri

la sua profezia

Loran prende il cimelio e s’allontana tra i cespugli e per la via da quale era arrivato, come un ubriaco investito.

Trascinava i passi con la stessa rabbia con cui si divorava di critica l’Ego. Considerava che aveva perso anche stavolta l’amore, per colpa sua, solo per colpa sua, in fondo si sarebbe dovuto sacrificare, senza promettere miglior vita, ad una che per secoli era stata solo un vampiro.

Malediceva ad alta voce i sogni, gridando il nome di Victoria all’alto, mentre il giorno faceva capolino all’orizzonte e il fiocco aveva smesso la sua danza.

Felice il mondo sembrava e l’incanto, cullava gli occhi per tanto nutriti col buio, la fibra cercava al cielo risposte, sebbene l’azzurro non fosse che muto.

(Loran)

è dato che io mi svegli senza alcuno

che morirò come il mio sogno all’alba

mai sazio della fame

che lei m’ha messo in cuore

col miele che i diavoli ancora non hanno

e mi vengano a prendere all’Inferno

così da buon Orfeo richiamerò l’Euridice mia

perché non m’è più vita la brama tra i mortali

d’averla conquistata poi perduta

e cercarla tra cento facce

per mille anni

mi sia punizione e condanna

di Ade saprò aprire gli occhi

lasciandogli la dolce note del mio fio

che solo a quel amore perduto

aveva donato i sogni

(parte la musica del carillon)

(l’Autore)

Un mese dopo, Loran pressava la sorella con domande, sembrava una vera ossessione la sua, quanto amava suo marito e da quanto, se avesse mai dato la sua vita in cambio, cose strane per quella cara donna, abituata a casa, chiesa e famiglia; ma lei voleva un grande bene al fratello e capì che era ossessionato dall’abbandono. Gli raccontò d’averlo trovato febbricitante per la strada, di essere stato accudito per dei giorni,

dei l incubi che raccontava, nella sua veglia, in quella sua lunga veglia di amore.

(Loran riparte convinto di avere un vita vuota davanti)

Victoria

mi sei rimasta a marchio dentro

anche se ora sembra uno dei miei sogni

svelato s’è il nero pece

ed ogni segreto di Mefisto

ora sono di nuovo da solo e tu

sembri un bel frutto d’un anima bugiarda

(riparte la musica del carillon)

vai a casa

corri

togli alle finestre il fiato

metti zanche d’acciaio alle porte

e prendi dalla soffitta il talento

guidami nel tuo mondo

oggi hai quest’ io insonne

che ha troppo aspettato i minuti

guidando della profezia i passi

al mio e al tuo cuore

io vengo incontro al giorno assassino

è vero

per vendetta di altri dell’Olimpo Nero

potresti anche uccidere speranza

facendo del mio nome un fuoco

per ceneri in pasto al tuo Dio

ma se quello che senti è amore

allora conduci al meglio la condanna

di queste nostre sorti

in cui era già scritto saranno insieme

riportami

come hai promesso

a casa

insegna mia digiunare col perdono

poi sazia il mio appetito col piacere

che si danno ogni giorno

gli sposi

(l’Autore)

Sembrava un vissuto assai normale, quello d’uno strano uomo in carriera, Loran che viveva da sposato, e in una casa scelta nella più solitaria periferia; nessuno prese a cuore il suo bizzarro mondo, in fondo siamo tutti un po’ diversi nella vita, ma c’era una cosa che egli mostrava se adirato; due occhi rossi quasi da vampiro. Questa è la fine di quella che potrebbe sembra una finta storia, forse ero io quell’uomo che al presente canta di fortuna sopra i fogli, se vi dicessi che Lady Tenebra ha figli, mi credereste o mi pensereste folle?

The End



L'Imperatore di ghiaccio

 

L’Imperatore di Ghiaccio

 

 

Dramma teatrale

MIU JACQUELINE

Conosco spade che si affilano solo con la mente.

Dedicato a tutti quelli che sanno fare dell’amore e non della violenza il proprio scudo, a chi ha sempre sostenuto i nostri sogni.

Indice:

Atto I – le armate del nemico entrano del Regno di Ghiaccio.

Atto II- Koon salva Cara che s’innamora dell’uomo.

Atto III – Hiace sente che l’animo di Leo è più nero del suo.

Atto IV – la battaglia tra i Neri e l’Imperatore di Ghiaccio non dà vincitori.

Atto V- l’odio ha una forza nascosta che spinge quelli che si amano a cose tremende.

Atto VI – Nemmeno la morte risparmia l’amore.

Protagonisti:

Koon - l’imperatore di ghiaccio, un uomo immortale e folle, un Re che s’è rinchiuso nella sua fortezza di ghiaccio quando la sposa muore suicida.

Cara – figlia di Hiace

L’Oscurità - la Voce dell’Inferno che vuole l’anima di Koon.

Il Fato - il Destino che gioca le sue carte a piacimento.

Il Falco - l’unico fedele amico di Koon e suo ciambellano

Dor - l’anima della Regina

Hiace - il Principe dei Neri

Abo - il Saggio

Ebo - la Forza

Lo Spirito della Neve – protettore delle anime infelici

Le invisibili Comari – le figlie di Bufera che spronano le armate dei Neri a dare battaglia all’Imperatoredighiaccio.

Saturno – il corvo di Hiace

Il Narratore – il colpevole di tutto

(Scena scura. Una luce alta compare come una labile speranza sul mondo)

Nel regno scuro non palpita più fiamma.

E’ questo il regno dell’IMPERATORE DÌ GHIACCIO.

ATTO I

Le armate nemiche entrano del Regno del Ghiaccio.

Terre desolate, terre che non conoscono l’equilibrio candido delle stagioni, terre dove sopravvivere è una battaglia persa e dove gli uomini sono prede per gli Dei del Ghiaccio che cercano ossa umane come colonne per il loro Olimpo. I monti nascosti da nuvole, s’alternano alle fitte foreste, e le vie di passaggio sono incerte, persino gli alberi per tenere testa ai venti acuti hanno perso dei germogli la speranza; resistono solo nelle linfe come bravi trasformisti che ingannano con giochi di prestigio, il sonno eterno. Dell’alba e del tramonto fatichiamo a seguire il corso, perenne l’arsura gelida di nebbia confonde l’occhio, l’ombra è Musa e Dea ovunque si cerchi dal mostro senza palpito (*), riparo.

(come uno sciame di locuste, agghindate in corazze nere, le armate del nemico entrano del Regno dell’Imperatore di ghiaccio)

Un corvo si posò sopra un ramo secco e con l’unico occhio sano seguì i vortici di neve che si spandevano per la collina, senza direzioni precise. Ogni tanto degnava il vuoto di un grido, che completava quel glaciale quadro con una colonna sonora funebre. La sua resistenza sembrava quasi anormale, alcuna creatura sarebbe sopravvissuta facilmente alle impietose condizioni del tempo, ma lui gracchiava spensierato, stirandosi le penne corvine come pece sul puro di neve. Il suo Signore avanzava, spargendo il sangue di quei sfortunati che non magnificavano il suo nome.

Sembrava il Regno di Nessuno, la giungla di ghiacciai aguzzi, nessuno che ci fosse ai confini per gridare all’erta, di grande speranza al nemico sembravano le vie, che per quanto interminabili portavano al cuore di un mondo.

 

(il corvo ritorna dall’esercito in marcia... si sente il volo d’ali)

(il canto delle invisibili Comari)

ovunque vada l’anima il corpo la segue

alcun timore hanno i cuori nella battaglia

armate col solo cenno di carne sugli ossi

vincono la disperazione del scenario

L’urlo del vento si espande fino a diventare l’unica voce della natura.

(le Comari)

in principio fu solo un uomo

un giovane mortale che vinse col dardo il boia

venuto a strappargli il suo bene

che per amore custodiva la sua alma

lui fu mortale per poco

per assurdo

per destino

ma un Dio ancora più glorioso del Tempo

decise che il giusto doveva restare

a veglia sulle mortali vesti

di una Dea che fu per lui perfetta

nessuno e mai vide la lacrima rigargli il volto

nessuno mai lo vide tremare per il male

ma quel silenzio spaventoso era una spada

che gli taglio la voce e tutti gli altri sensi

il suo dormire fu un letargo

perché dai diavoli il mondo non temeva più nulla

sotto la statua della sposa molti anni

lo sguardo non fu corona che al dolore

* - il Ghiaccio.

(Dietro al sipario l’urlo di una tromba. Cani selvaggi sulle pianure di ghiaccio inseguendo una preda certamente umana.)

(il sipario si apre … si sentono le ali di un volatile che attraversa la scena, è un falco)

….

silenzio poi

(rullo di tamburi)

All’alba di un Nuovo Mondo, chi sapeva contare le stelle, sapeva che era il giorno che segnava il solstizio d’inverno. Una fitta nebbia copriva la vallata fino a congiungersi con il cielo minaccioso di precipitazioni, giù all’orizzonte. senza temere la stagione, il freddo e impenitenza del tempo, sagome di uomini sbucati dal nulla, avanzavano con passo deciso in mezzo alla neve alta fino alla cinta.

Legioni di soldati con corazze di rame, avanzavano minacciosi verso il confine dei due mondi. A margine della foresta, il re con pochi fidi guardavano l’avanzare nemico.

 

il Narratore

Fecondo è il tempo per dare svolta al fio, di Colui che restò nel gesso per troppi lunghi anni. Come da Parca, così lancetta girò la sua profezia, per quelli che col crimine volevano avanzare. Le orde dei blasfemi s’unirono nel fiato davanti alle mura del bene. Il giusto sarebbe stato conquistare con sangue e spada la buona terra, ma il Principe dei Neri decise di dare battaglia, solo dopo aver annunciato all’Imperatore di Ghiaccio di prepararsi alla guerra.

 

il Fato

Io vi dirò che questo Mondo nemmeno dopo la temuta avversità non è cambiato, ogni caduta di regno ne segna la nascita d’un altro; Colui che Genera la Guerra aveva deciso di non mostrare pietà nemmeno per un uomo, che fu di pace a tutti i suoi confini. Le Rune non erano disposte al cambiamento e della loro sfida alcuno può sottrarsi; così ci piaccia o no aspetteremo, d’ogni lettura il passo, e di quel passo la Sorte del Nuovo Mondo.

Nel Regno dell’Imperatore di ghiaccio la sabbia aveva smesso il suo scorrere, oramai la vita non era che l’aggrapparsi a quel fazzoletto di terra con soli boschi fitti e montagne aguzze.

La natura seguiva il carattere dell’ultimo degli eroi rimasti a proteggere quel mondo dalla contaminazione dell’Oscurità.

 

L’Oscurità

Io conosco da sempre il genere umano, ciò che lotta e poi ciò che insegue, a volte basta una spinta del passo sulla via, e lui che penserebbe? E forse questo il mio destino.

il Narratore

Lui aveva perso tutto, ragione, dignità, fiducia, ed era già al tramonto da mezzo secolo; in vita solo per scongiurare dei Neri le armate, eserciti dell’Oscurità che Lui avrebbe voluta amica, in fondo tutti i suoi pensieri negli ultimi decenni erano solo bare, depositate sul fondo di un Inferno senza spiriti. Oscurità avrebbe dovuto proteggerlo dalla pena e conservare l’Ira contro Sorte ma spesso anche l’Inferno è nemico al diavolo che si concede al grande amore.

Dall’Oriente arrivava una piccola carovana con feriti, due uomini in età e una donna; stremati dai giorni di fatica in mezzo ai deserti di ghiaccio, che si fermarono nei boschi per cercare riparo alle frecce degli ostili. Nel petto e nella spalla dei due uomini arrivarono le punte delle frecce, mirate ad arte dall’occhio di un nemico.

 

Il fiatone dei tre fuggiaschi non copre l’ululato dei lupi selvatici che segue la scia di sangue lasciata dalle loro ancora fresche ferite.

Cara

Siamo braccati come i conigli dal lupo, diretti verso un sogno che ora è più che mai lontano, il nostro Dio ha cancellato il campo della fortuna per il nostro destino, quello che avanza - è solo spavento. Di me nemmeno l’aria si cura, e questi due appoggi oggi sono un peso che le parole da un così fragile soccorso non possono fare degna stampella. Il Nuovo Mondo da sempre tiene fiamma dentro i nostri cuori, e qui troviamo solo da mesi, il ghiaccio, siamo relitti davanti ai giganti monti, che con inferenza e pio ci buttano giù lo sguardo. Lasciato il peso dell’eredità dannato, sfidai il genio per trovare la via, dove il cuore concepire il seme, della fiamma ancora più pura della mia.

Apo

Non è del bene al ramo sfidare la radice ma fatta la volontà della ribelle, ora è la Parca stessa a essere messa in discussione e temo che questa nostra condanna possa avere dopo … un caro prezzo.

(Epo cerca di legarsi le ferite e di tenere lontani i timori di Apo da Cara)

Lascia che si liberi della catena, di tutto il veleno concepito quando il Demone piacque a Gorgone, Dio ha potuto versare la timida fonte nell’innocenza, che ostruì la via nera alla sua alma. Cara non è come il padre, un’assassina, vuole solo avere un futuro non legato dal reale dettame, e amare se è possibile per questa fanciulla, che nulla di normale veste nella vita.

L’aria ghiacciata s’impregnava di altro respiro, che giunge alle nari congelate del Dio, le ombre si staccarono dalle pareti della dimora per inginocchiarsi fide al Re dei Silenzi.

L’Oscurità

Nuovo fiato Sire nel vostro Regno. Pare che il nobile passo abbia sventrato la porta, che teneva congiunti i due mondi, senza mostrarsi ai Neri. Oggi si eccita ogni infimo rango, col viso perfetto di chi ancora bacia la vita, e sulla via sentiti sono i battiti, e noi ci lecchiamo le labbra simili ai vampiri.

Vi piaccia Sire, vedere in sto risveglio un atto di bontà a chi l’orrore schiva, andiamo se voi vorrete al salvataggio, perché nei becchi dei corvi finiranno la loro fuga. A noi basteranno le ossa pregiate, che ancora vi servono nei ghiacci, perché ci è dovuto il pegno d’un animo si grande al peccato.

Sull’immenso trono scolpito nel ghiaccio, siede piegato dalla pesante corona, l’Imperatore. Da quando fermò il tempo per non dire addio all’amata, lui rimase a guardia per sincerare la Morte di essere per lei il miglior partito; ma la Morte ignorava le sue suppliche, e venne a stare con lui nel bel castello, come un’amica che reca non danno ma conforto, ai pensieri di chi è vittima e non carnefice. Dalle palpebre, Leo scollò i fiocchi di neve, il manto che crespo si mosse dopo anni, e per cercare il minimo umore di vita si lecco le labbra, sperando di veleno fosse il gusto dell’aria.

(Koon all’Oscurità)

 

La mia reggia è un regno travolto dal mistero che morte teme di sfiorare per l’ira di un buon Dio, il tempo servito ha solo memoria dove io e la mia sposa siamo ancor felici.

Sono seduto sul corpo dell’amore, come un paziente di Dio che attende la sua entrata nell’Eden, e spero, e scongiuro la Morte, che mi falci dal petto cuore e male. Di me, che sciocco scambio ancora il respiro con questa stanza, la Ragione regge corona, un’esibizione di potenti ore di gloria, che solo a Lei furono dedicate in passato. Oggi ho il cuore di un giovane vampiro, che succhia ai vespri preghi maledetti, e nel peccato commesso spero a lungo di meritare dal Diavolo l’Inferno. Io fui causa di quella sua condanna, che ci privò d’eredi e lunga vita, perché al danno s’unì la lontananza che come una cara amica spinse la fame della lama nella pancia.

Dor! Io ho solo il tuo nome da stringere adesso, e quelle ossa che reggono il tempio, i teneri ricordi di quando ancora caldo il corpo vinceva la mia forza e l’impeto del bruto.

(lamento)

Dor, non devi riposare in pace, perché mi hai, da quando te ne andasti, sulla coscienza; sia questo impero una bara, in cui dobbiamo reggerci i crimini a vicenda. Io ti uccisi e tu mi uccidesti in quel giorno, dove la pioggia ancora strofinava foglia, perché della fiducia non ascoltasti il canto; sono già secoli che questo una volta uomo, a battito lento ascolta i silenzi.

Oscurità

La tua Regina aveva colpa di superbia, pensava infatti di liberarti dall’aliena vena, che in lei proliferava infetta tanto da renderla immune al sorriso. Il giorno in cui capì d’essere un peso, si chiuse col suo pianto nella Torre, e li fece cantare la lama del pugnale che ora porti in cinta come scettro. Dio si gira al tramonto ed abbandona il suicida, che non gode d’assoluzione, così che nel peccato e nell’oblio Ella vive, mai riuscendo a salire o discendere le scale di Paradiso e Inferno.

Non ci sarà mai pace per il cuore tuo in questa o altra vita, nessuno può lavare la condanna del delitto, di cui si macchia chi non concede a Morte, di togliere pena.

 

Koon

Io alzo capo e vedo nel Nuovo Mondo che male si consuma la favella, ovunque non regna in pace il credito d’amore; gli uomini si guardano in battaglie dimenticando d’essere mai stati amici, vorrei che il mio passo non dovesse difendere sto Regno perché di pietà avrei finito il vaso.

Il Fato

Sarebbe stato più facile non dare risveglio al credo, che aiutò quest’uomo a costruirsi impero ma nulla, dura in eterno se non l’amore, che spinge la forza a maturare consiglio. L’Imperatore di ghiaccio non potrebbe mai sottrarsi a un destino che fu deciso per lui da Grande Parca, nemmeno al dolore egli potrebbe dire basta, perché è la benzina per quello straordinario fuoco, che scudo fa al Male in ogni forma. Dovrà di nuovo guadagnarsi il pegno di quell’immortalità che fa gioco all’alma, devota in ogni affetto alla sua sposa. Di guerre la vita ne vede tante, e tutte in nome degli ori o dell’amore, se Koon volesse dell’Ade un assaggio, a Giuda dovrebbe lasciare libero i passi.

(Koon ordina il risveglio alle sentinelle)

Venite al fio in vita e mostrate con vostro acuto piego la vostra credenza, perché mi servono le vostre braccia, contro gli abili invasori della fede. Tutti uniti per causa e certezza, se libero non debba essere il mondo dall’Oscuro, di senso non ce n’è nell’esistenza e questo è un modo per pagare ancora la mia permanenza.

Loro mangiano solo chi li sfida, divorano il coraggio del nemico e avanzano, cacciatori appena retti dalle ossa, armati fino ai denti, mai stanchi dal pretendere nuovi Mondi e nuova Forza.

Già ai confini schierati erano i reggimenti, nascosto dai bagliori di corazze il re Nero, che sulla testa portava corona insanguinata, di uso bagnata di volta in volta nel sangue del nemico. Alto il cavallo con spume per il morso, di pece manto e mantello, univa cavaliere al suo fido. Non arrancavano i suoi occhi per paura, di quel deserto dove cercavano conquista, sicuro della svolta e vittoria, il Male come zucchero nutriva di Hiace il sogno. Nel Nuovo Mondo, il suo nome andava appena sussurrato, perché in pochi ebbero il modo di lasciare leggenda, ai figli ancora in fasce.

I due anziani legarono le ferite con altra stoffa, la giovine servire avevano il peso, distanti dal volere attraversare l’Ade, indirizzarono la paura verso il freddo Regno.

 

Apo

 

Colui che venera il morto da sopra un trono, ha qui allenato il tempo ad ubbidire, e forse se alzato possiamo trovare difesa, a questi corpi fragili per spade senza pietà, e di ferro.

 

 

Epo

 

Andiamo sarebbe da vigliacchi cercare nuova via, per non stare il fronte a ciò che genera la notte, forse avrà pietà di noi quel cupo Dio che forse ci insegue perché dentro sta collina il fiele potrebbe bruciarci prima d’arrivare.

 

Cara

 

Noi non dobbiamo temere l’ignoto, potremmo così forti se uniti davanti alla paura, guardate ai lupi che non sferzano l’attacco, come se capissero di chi io sono figlia. Devoti magistrati che il mio fianco ascolta, notturne cantilene avvertono gli occhi, che v’è nel Paradiso degli uomini il brillare di una sola stella, che condurrà i nostri incauti passi verso salvezza.

 

L’Oscurità

 

A me non servono le troppe dimostranze di questa forza, con l’arco in braccio a lamentare morte, mi basta trascinare dentro l’imbuto, chi mai piegarsi volle al saluto, Morfeo lo ricorda amico, l’Inferno tutto trema nel saperlo in Terra, c’è già una strada scorrevole a fiume, che ancor l’aspetta.

(Hiace verso le sue immense armate che si fondono con l’orizzonte tanto il loro numero è smisurato.)

Io voglio servire bene solo il Demonio, restare immortale negli strati della terra ancora senza ossa, e bere nella coppa delle mani solo sangue dolce, bruciando i corpi a candela per l’Inferno. In nome del Demonio e della notte andiamo avanti! Conquisteremo del ghiaccio i confini e quel Pupatolo di cui rincorriamo i servi, ci nutrirà le life fino alla prossima conquista.

Mentre il Diavolo rincorreva con i messi del Fato, l’Imperatore di ghiaccio, sperando che egli diventasse il prossimo illustre all’Inferno, Hiace combatteva nel suo nome, volendo propiziarsi gli Dei del Buio in eterno Le legioni eccitate proliferavano odio, perché era lo strumento di tale smisurato ardore, che conferiva a Follia il potere di avanzare in terre desolate. E qui per sopravvivere furono costretti, d’allearsi con il ringhio spasmodico dei lupi, che come branchi di mostri cacciavano per fame, nel solitario esilio del Re Ombra.

 

(Il Falco attento alle mosse nemiche, conta il tempo rimasto alla difesa e vola dall’Imperatore di ghiaccio per riferire la gravità dell’evento)

 

 

Atto II

Koon accoglie i fuggitivi e salva Cara che s’innamora dell’uomo.

Il Re aprì la tomba della moglie Dor, e restò incantato dalla sua bellezza ancora intatta. La sua anima era sempre combattuta tra il lasciarsi morire e rigenerarsi con la guerra, salvando il vecchio regno in cui l’apnea dei sogni aveva vincolato natura e creature.

Nonostante la mancanza, dipendeva ancora dall’amata, di cui seguiva il sonno. Nulla l’avrebbe riportata indietro ma sperava che qualcosa o qualcuno, gli desse una speranza altrimenti la morte.

Ma ecco volare il fido servo, che nei momenti di Luna reggeva il coraggioso fio, portava le notizie dei prodi, caduti sotto gli scheletri in marcia.

(lo Spirito della Neve entra come un vento silente per avvolgere il Re e la sua defunta sposa)

fu messo in salvo

costui che ora da guardiano mira al bene

dal mio braccio

che fu colonna alla pena

dove rimane chiuso

nel fremito di ghiaccio il cuore

benigno il tumore del ricordo

dove è scritto

della non dimenticata fiamma

(Si ode un battito d’ali …)

 

(il Ciambellano ai piedi del trono vuoto)

 

Sire, dietro ai confini e già in posizione, il tuo nemico Il Nero accerchia questa valle, siamo rimasti in pochi e tutti senza armi a porgere difesa al tuo Regno. Che il valore del fuoco infernale fosse grande, non v’era dubbio, ma forse voi avete la Speranza che in carica potrebbe mettere in nostri cuori.

 

(Koon ammira Dor nella sua cripta di vetro)

 

C’è un amuleto che ci lega oltre i confini dell’oblio, è una creatura che ingurgita sangue a tradimento e con molta più asprezza dei Neri; una lama perfida di cui ne tengo il pugno e che strappò dalle sue dolci labbra l’ultimo fio.

Non tengo molte certezze nell’esistenza se non di quel passato posseduto e svanito, un nome che invoco ogni notte, come se fossi un posseduto di chimera.

Chiunque potrebbe avanzare tra i boschi o superando i monti, chiunque entrare in questa sala e giudicare dal trono, ma alcuno avrebbe come me la forza di espiare tutti i peccati per chi ne ha commesso il peggiore. Io solo pagherò per Lei quel posto dentro l’Eden e se non vi arrivassi mai prometto con certezza, che qui si reggeranno le sorti di vivi e morti perché mi dicono degli angeli dopo ogni prego si apra una porta. Gli sposi sono tali fino alla morte e non oserà nemmeno questa, pensavo a separarci, ma eccomi a supplicare stanco che venga la mia anima al suo Purgatorio deportata.

l’Oscurità

Ma io ti ascolto figlio caro, come una madre che aspetta da qualche tempo d’abbracciarsi il figlio, a poco a poco tu mi vorrai ardita e quel tuo scettro compierà il Destino. Due peccati così obliqui per quel Dio alto, a me potrebbero bastare per dare lustro al buio, ciò che dai santi non viene perdonato da noi è ben accolto come fratello.

guardarla

dopo sti anni d’esilio nel sonno

mi fa sentire vivo

e mai un semplice sopravvissuto della sorte

in lei contemplo i sogni mai immaginati

come se fosse il libro

dove da tempo avevano scritto la mia storia

guarda amico

e contempla

d’ogni virtù umana il senso

sebbene in lei spenta per sempre sia la fiamma

c’è il mio fuoco dentro che arde

per entrambi

Il Castello di Ghiaccio splendeva come una stella in mezzo al bianco candore della neve, aveva e questo è un fatto, mura di diamante che mostrava l’arcobaleno quando il sole si alzava sull’orizzonte.

Quel mondo che alcuno temeva, preservava però delle difese che Hiace non poteva avere appreso. E proprio questi bagliori che i tre fuggitivi e le armate, seguivano con la speranza, gli uni di trovare scampo e assistenza, gli altri, territorio da invadere.

Poco valore dava al male smosso con reggimenti, l’Imperatoreghiaccio, aveva il suo daffare nell’assistere la veglia senza fiato della Perduta; e il trono su cui sedeva ne era parte, perché sigillava il coperchio della Dea. Mai la sua ferita protesa fu verso la guarigione, mai dal suo capo si levò nel Nulla la speranza, come un vampiro ad attenderla durante il passaggio delle ere, egli vegliava il sonno incontaminato; perché vi tra Lui e Morte un grande patto, che avrebbe salvato dal mastice dei vermi il bel corpo e lui servile notte dopo notte come un guardiano che preserva l’una e l’altra, dalla conquista ardente del vigoroso sole; in una perpetua cala congelata.

 

(il Narratore)

A volte l’amore per quanto straordinario possa sembrare, diventa col vizio del tempo che passa una catena, eppure colui che si lega con l’anima tutta non fugge, ma resta per nutrire l’immaginario di un migliore futuro. Il nostro è un antieroe all’ennesima valenza, le sue discepoli sono rimaste in fila solo ombre, ma questo suo ubbidire al cuore, lui non lo sa, lo rende davanti a forze meno grate, forte.

Seduto e assorto contempla solo il bene, perché da quel passato nutrito si reggerà per altri anni; finché al suo desiderio di morte le Parche avanzeranno risposta e grande lo stupore smuoverà la belva.

 

Koon

In me il fuoco tace, come il vino mescolato all’arsenico in una vecchia caraffa, pronta per un nemico ubbidiente solo alla propria natura; adesso che sento i passi estranei, pestare la roccia, misuro i battiti d’animo con quei guerrieri.

Non tempo più per questa vita assurda, ma se ci fosse un altro Re sicuro, per il placebo* che io conservo con attenzione, sarebbe pestato come foglie d’ossa bianche in un mortaio.

Dovessi io morire, ah, che riscatto, non mi spaventa più neanche un diavolo con fauci e zanne, solo le sabbie del tempo da tempo ferme, che mi centrifugano coi dubbi di questo universo amaro. Io voglio Lei, soltanto e lei, da morta se non da viva, chiuso e abbracciato oramai alla sua fredda natura, voglio potere chiudere gli occhi nell’anima, per liberare i sensi verso l’altra.

Il Fato

ci sono forze umane

capaci di sgretolare muri

ci sono angeli che

hanno amaro in bocca

e Dei su spalti senza spettatori

che guardano alla commedia umana

con candore

il lutto non crocefigge della recita ragione

semplicemente rende il recitante attivo

e il palcoscenico diventa vita vera

dove s’allenano a prestare soccorso solo i sensi

* l’Immortalità

Apo, Epo e Cara, si trainarono quasi allo stremo delle loro forze, fino ai cancelli di ghiaccio dell’impero.

 

(Cara usa i suoi poteri per accertarsi della distanza dal padre)

 

in questo mondo le forze non si sono unite

appena un poco di calore dalle nostre nari

e tutto sembra fermo in una pittura

che il buon artista ha lasciato in sacrificio

è tutto un mirare al verso libero del blu

alle sculture abili della natura

che ci conquistano man a mano gli occhi

già ubriachi del manto candido di neve

l’ego bambino vorrebbe senza pudore fermarsi

e giocare il tempo senza un tramonto

lasciando la condanna di ragione a mente

che troppo si lamenta di tutto nella testa

di tale meraviglia il cuore non sospetta

la trappola astuta per un male ignoto

perché in ogni fiaba si sa si celano mostri

vorrei sapere da dove salteranno le bestie

 

(l’Oscurità invita gli stranieri a procedere)

 

venite avanti

vestite lo stupore col sorriso

su queste terre ci sono meraviglie

che possono ben nutrirvi l’alma

la strega non sa bene dove guidare il passo

vieni ragazza a compiere la Sorte

che questo mondo attende da lunghi anni

come se il male non fosse la morte ma la vita

su dai

un passo dopo l’altro

lungo i sentieri chiari dell’immaginazione

fino al Regno dell’uomo senza sposa

che giurò sul mio Olimpo nero di vendicarsi

avete dei nemici sull’impronta

che volendo potete riconsiderare

la casta perdona e il padre al figlio

le mani stringersi sui petti

e nella casa del cuore pensare

di volgere l’occhio delle battaglie alla guerra

e senza prigionieri dare il coraggio

alla spada mai sazia di capi

avanzate

avanzate

 

Apo

Se ascolto questo vento, temo forte, che dietro ogni passo ci sia il nemico, e tra i rami altri ostili ed ombre, come se fossimo il cibo per i miti. Non ci sono che altari di neve, e il nostro sangue potrebbe dare pompa al bianco, come se preda fosse cibo all’assassino, che compiaciuto dopo si lecca labbro e baffo.

 

Epo

Ma va, vecchio testardo, hai torto, e sempre triste volgi alla paura un segno, noi dobbiamo toglierci l’impiccio dei gendarmi uniti, che cacciano senza temere con questo freddo. Hiace segue della sua creatura il fiato, sapendo bene cosa la porta e dove, così la sua conquista porta ai muri, di chi non ha più nulla da perdere se non se stesso.

 

Cara

Nessuno mai ha veduto gli occhi nella fessura, del più terribile soldato forgiato con l’angoscia, che nutre la crudeltà e l’orgoglio di chi è sulla lista dell’Olimpo. Un drago confitto si diceva avea nel petto, ma Egli riuscì a sedarlo sotto il ghiaccio, del Regno delle Nevi tutti schivavano il mostro; padrone e bestia eterni nello stesso corpo.

 

Il Fato

 

La fama dell’Imperatoredighiaccio aveva scritto capitoli nella storia antica, di cui nel Nuovo Mondo ancora si parlava, tra i saggi accorti di leggende.

 

Nei boschi la carne faticava ad avanzare, forse il freddo ostentava la sua presenza ovunque, tanto che i poveretti si strinsero l’uno agli altri, per procurarsi nella disperazione il calore. Sentivano i ranghi stretti delle trombe, che s’avventavano a caccia dell’umano, che schivare non avrebbe potuto la lunga scure, sempre bagnata di sangue, e sempre infida.

Il Ciambellano aveva aperto l’ala, per dire dei confini la sicurezza, il suo Re rassicurare e bene, sull’invasione. Furono le ore decisive per l’attacco e dalle crepe del Regno, dal dolore e dalla disperazione, migliaia di gelidi soldati, come usciti dal nulla, formarono un anello di difesa.

 

il Narratore

Eco orgoglio in entrambi i cuori dei Re si grandi da potersi compiacere di una pace senza mali; ma l’uomo è fatto di superbia così è l’impeto del Nero che convinto da una cara Strega, s’arma per facile conquista sulla terra perennemente in ghiaccio.

La fiamma oscura brillava nel petto giusto e quella chiara nel demone che avanzava certo di vittoria, ecco la verità si scomoda a ragione, il bene non sapeva trionfare sebbene mosso all’amore. La causa ingorda provocava spesso guerre, ma difensori non sono solo i giusti, ci sono peccatori che come Leo aspettavano il sacrificio, per dare ad ogni colpa un reo.

Le voci dei soldati di ghiaccio diventarono tempesta di neve che si lanciava verso i confini, travolgendo ogni cosa sul suo percorso. Le armate Nere, sembravano avere forze oscure tanto sono forti, e nemmeno le gelide sferzate e le temperature artiche, facevano inginocchiare quei magri corpi coperti da pesanti corazze.

Dal suo vuoto castello, Koon spingeva la mente a occupare ogni pensiero delle sue legioni, che ferme come muri d’acciaio, guardavano indifferenti al nemico.

Koon

Voi

aleati di Ares

protetti d’Urano

discepoli di Ulutiu

semidei del Valhalla

voi

più dei miei figli,

se ne avessi avuti,

recate orgoglio al mio ego sfatto,

da tutti i dolori che per amore,

l’uomo vede trasformarsi in pena.

pausa di riflessione …

Siate avversi all’Avverso ,

con mani lame e unghie lunghi artigli,

non risparmiate ciò che la natura abiura,

perché il carnefice ha fame dell’eccelso spirito.

Nella sala del trono ombre stavano a consiglio intorno al Re. L’Oscurità si offriva a custodire il ricordo dell’esemplare regno, come se ne invocasse la disfatta, in quel silenzio da sempre ben nutrito col dolore.

il Narratore

Dolore nutre altro dolore e rimpianto, quando il pavimento della tua casa è il soffitto dell’Ade, alcuna cupola per quanto fosse alta, salva il passo del più perfetto.

Così leggenda vuole, che il peccato si leghi bene al giusto e insieme comincino una strada senza fine, perché per quelli che morte cercano non c’è futuro, solo chimere, a loro volta tristi.

Sul dosso bianco dove la sagoma univa neve a nebbia, tutti i soldati come selvaggi predatori smaniavano eccitati per il sangue. La lotta, gridavano, volevano cibarsi del corpo di chi col suo coraggio gli avrebbe sfidati; Hiace lasciava al gigante quadrupede la briglia sciolta e passava a passo svelto per incitare i cuori assetati.

La notte già sfumava in lontananza e l’orgia tra quelle bestie fu certa; tanto che per possedersi l’uno all’altro tagliavano la testa, nel colmo del piacere.

Perché dei demoni volevano imitare l’uso, e senza freno spingevano la libido all’eccesso, di fronte a natura segnando l’abominio.

Hiace

mi sia testimone l’Inferno

Lucifero in persona

si goda la conquista

che qui si fa per uso della meta

è casa ciò che il generale vede nella fortuna

è donna la carne calda dove bruci i sensi

ma al di là della convinzione della parola

è un dono di anime ancora urlanti

al Sommo che mi regge manto e scettro

or figli della notte

giocatevi con gusto

i vostri voti di scaltri appetiti

e copulate col vento il seme nero

perché ne sia patina sul Mondo avvenire

il tempo ci apre ogni porta

dell’uomo fragile nemmeno legno al fuoco

conserviamo l’osso

ma tra i denti si mastica l’eroe

che mai si sarebbe

al male convertito

(l’Oscurità parla di Hiace e di Koon)

ci vogliono mille soldati

per fare la fama di un condottiero

decine di migliaia di bocche

col stampo del suo nome dentro il fio

eppure Lucifero non vuole questi condannati

ma uno che versa dal cuore sangue

a saldo dell’amore che ha peccato

il passo falso

si spera che il suo ghiaccio

faccia per riscuotere il credito

degli anni mancati

che la sua donna offrì all’altro mondo

dove lo spirito galleggia assente

(Koon davanti alla Statua di Dor nella galleria degli Dei di Ghiaccio)

guardami

Oscurità mi serve d’una maschera

in cui conservo il pianto

e il dolore

gli altri non possono vedere

nei battiti d’un cuore caldo

ma nell’anima dei vagabondi venti

che urla dentro queste ossa

sono il braccio in vita della morte

attento solo a difenderti memoria

del cui tempo non temo il segno

perché il fio m’è spinto da animi onnipotenti

m’è gesso ogni sprono alla carezza

pietra l’impianto appena percettibile dei sogni

solo la tenebra si sfama della carne

che campa grazie al freddo

guardami Dor

dimmi del nostro futuro

di quello che mi resta da fare

per difendere il tuo Regno dalla conquista

d’un altro figlio pretendente ad Ade

solo il vento m’ama

perché io sono inamore d’ogni creatura

e percepisco nel sole tanto danno

alle idee in cui ti custodisco diamante

della vittoria non concepisco più il talento

un volo di pipistrello è ragione in questa testa

le armi dalle polveri devo pulire

per tenere nei cardini di questo regno le porte

manda il tuo segno

sveglia questa gelida fonte

risana del drago la forza

e accendi nei miei pensieri i fuochi

le invisibili Comari

che il vecchio coniglio

possa scampare alla volpe

noi domandiamo ai nostri padri aiuto

per le nuove terribili armate

che sfideranno dell’Imperatoredighiaccio

la culla

ma guardatelo che lagna

la sua morta tradita dalla Sorte

come un bambino senza i dovuti precetti

che gli fanno aprire gli occhi al buio

avanti Imperatoredighiaccio

è giunta per la tua carcassa l’ora

di far splendere altre misure di stemmi

sulla Grande Torre sempre battuta da neve

(il ciambellano racconta dei viaggiatori al Re)

maestro

al passaggio tra i monti ci son feriti

uno di questi è una donna

che mal sorregge i vecchi sulla via

che porta al Deserto della Morte

potremmo salvarli

potremmo condurli qui per un tempo

non sembrano i soldati di Nero

non sembrano i nostri nemici

 

(Koon s’arma per combattere uscendo furente dal castello)

 

qual donna non reca danno

dietro quella maschera d’innocenza

quale vecchio

non potrebbe interpretare

il saggio della pace

se questi sono o non sono il nemico

è solo un supporre che con fiducia

mettiamo alla dispensa di ragione

conducili amico mio al castello

per vie sconosciute

non possano gli altri mai seguirli

non prima ch’io mi sia del tutto armato

chiunque sia nato per volere di Marte

col fulmine di Zeus nella mano

è facile portato alla pretesa

d’essere padrone a tutti i mondi

ma ci sono i miti

che della virtù seguaci

rinchiudono la belva della guerra

nel più profondo limbo del suo segno

ora

la mie mani hanno dimenticato il sangue

ma la memoria ricorda bene la battaglia

sullo spartito le armi giocano fiere

la runa a cui la sorte si affida

( il Falco Ciambellano fa entrare dalle grandi porte Cara e i due anziani)

ecco i superstiti maestà

segnati sono dal viaggio

e le ferite ancora dolenti

fanno tremare le loro carni

(Cara gira nella sala immensa e piena di colonne con statue di ghiaccio fino a trovare la più alta di tutte proprio al centro di una cupola, che sembrava raffigurare una splendida donna, inginocchiato sui gradini sottostanti un uomo con corazza decorata con forme di draghi)

Cara

chi sei che piangi

per questa pietra morta

eppure la tua stella

sembra forgiata in piombo

quel drago scolpito

non saprebbe dare alle lacrime

la sua fortuna

eppure l’uomo è tanto forte

da tenere di questo posto incollati

i cocci

(Koon si alza e furioso si mostra alla ragazza che subito se ne innamora)

se osa quella voce

a trafficare ostento

davanti alla più sacra meraviglia

allora non può essere degna di riparo

che il drago senza buttar fiamma

offre

(gli occhi dell’Imperatoredighiaccio diventano due torce)

nell’innocenza tua

che porti a vanto col palpito veloce

c’è il disdegno

per chi colpito è stato dalla Sorte

ma ti perdono

perché non è di legge tra noi

offendere

chi per delitto altrui si è smarrito

Cara

se di giullari non ne avessi conosciuti

direi che Voi ne avete mai accettato uno

non che sia difetto mostrare il lato senza luce

di quell’anima che noi conosciamo immensa

ma sorridete al quesito innocente

di chi per volontà di Parche ha scelto altra via

per poi nel suo errare senza fortuna

piantare del dolore spina col suo grido

noi siamo i scelti di tutto un regno

che vide moltiplicarsi l’avidità del Nero

del quale conserviamo bene il marchio

dentro ogni cellula ancora contraria al male

eccomi mi chiamo Cara

una donna non diversa da tante

ribelle come alcuna sul filo della Storia

che fugge piuttosto che mescolarsi ai Neri

conosco della lotta ogni forma

difendo e attacco per dare alla mia vita un senso

e se dovessi riempire

l’elenco sempre assurdo della Morte

allora m’inginocchio forse

perché sul corpo

nemmeno la mia mente avrebbe più il controllo

(Koon ignora la bellezza della donna)

chi cammina dietro le sue legioni

non ha la fede giusta per trovare dell’alto

posto in misura

l’Inferno ha posto sulla mia testa una taglia

e chiunque in abbondanza di soldati

potrebbe ogni alba o tramonto

cercare di decapitarmi il battito

ho fama d’essere immortale

ed è a questo scambio che mira il reo

la mia vita per la sua eterna

e finalmente dell’ombra

io diverrei il pasto

(il vento entra nella sala del trono con un tremendo rumore)

 

(il Narratore)

Cara non teme la forza e la rudezza di quel uomo, ma ne accetta tutte le condizioni pur d’ammirarlo, sperando che pure lui arrivi un giorno, a interessarsi d’una Musa di ostile casta. Lei si siede sotto la statua di Dor confessando al suo cuore un piacere, diverso da tutti gli altri mai incontrati, che strappa dallo stomaco la pena. L’amore cinge il petto con fuoco puro, ma mutilato è colui cui s’indirizza tale attenzione, ed ecco nel triangolo sofferto, il gioco di chi ama e chi senza un termine.

 

ATTO III

Hiace sente che l’animo di Koon è più nero del suo

Il Re esce col suo stallone a spada tratta, dando gli ordini necessari per giusta cura, ai feriti ancora il gusto di vedersi lontani dal nemico; mentre la neve copiosa cade su tutto, inquinando della natura ogni forma. Nel Castello, tutto è in sommossa, l’Oscurità si agita dietro le cripte dei defunti, le disinvolte Comari danno voce a quello che dovrebbe o vorrebbe il Fato, le Ombre unite ad altre ombre inneggiano per l’arrivo, d’un nuovo Dio capace a esaltare il buio.

Di ogni maledizione c’è il doppio verso, a fortuna o condanna l’eternità s’incolla, sullo spirito di colui che vince, nella battaglia ultima sul Poggio senza Orma.

(Koon al Falco)

Tu resti in casa amico mio per dare servigio al Regno che altrimenti resterebbe sprovvisto di difesa.

(il Falco Ciambellano)

Le ali se rotte non fermeranno lo spirito di chi vi serve o Giusto, in questa temeraria vita.

(l’Oscurità sussurra a Cara di cercare fuori dalle stanze una preziosa statua)

di certe prede

ci piace bere il sangue ancora caldo

perché paura lo rende più invitante

e quel tremito fa della bestia un bottino

sicuramente ancora più appagante

che parta dunque il Re in esplorazione

che lasci a noi l’invito alla sua mensa

dove amante e moglie operano scarse

il piano perfetto dei nostri artigli

vai dolce creatura

a trovare risposta al tuo indovinello

Ardore lui

e tu Nebbia

non proprio eccelsi sposi

ma Sorte fa i più improbabili abbinamenti

perché negare a natura questa sua bizzarria

che a noi diverte

in quanto sempre a lussuria promessi

(Cara si avvicina alla statua imponente di quella che poteva sembrare dalla corona indossata una Regina)

chi sei tu

che tieni in gioco la sua vita tanto

che fai di lui la marionetta dolce

col colpo vincente sia da viva che da morta

dimmi pietra oscura

come lo tieni

 

(l’anima di Dor libera la sua voce nella sala)

 

io sono il primo e l’ultimo gioiello rimasto

di colui che l’onore ha messo dinanzi a tutto

a me legato in fibra e mente

come i siamesi nella stessa ceppo di sangue

la sua pena ha invertito le lancette

come se nutrito d’amore il tempo iberna

il passo deciso della Signora Morte

e così il mio sposo fu ferito dai vermi

di anni ne ha in carico fin troppi

e pace mai avuta è la sua condanna

nobile resta per scelta e giudizio

il mio imperatore affezionato al ghiaccio

 

Cara

Liberalo se l’ami, dalla magia!

Dor

E’ proprio questo il trucco, non c’è magia.

Cara

Come non c’è magia?

Dor

E’ solo volontà.

Il Grande animo di cui si compie sorte, ci tenne uniti in vita e ora anche nella Morte.

Cara

Ma lui ha bisogno di una donna che lo accolga, che gli metta la mano sul petto e tenere lontana dai suoi occhi la nuvola della solitudine.

Dor

Potrebbe mai il lupo zittire l’ululato davanti a Luna?

Cara

La tua catena spezzata darebbe a lui la gioia.

Dor

Devi capire che in lui la gioia è un felice ubriaco di dolore, un drogato d’insonnia che male si sposa al cuscino; cambialo e lo darai in pasto all’Inferno, perché il suo bene oggi ci nutre tutti.

Cara

Lui ha bisogno di nuovo amore.

Dor

Lui è fido ai suoi sogni. Togline uno e sarà come toglierli tutti.

Cara

Conosco le arti magiche dei Neri.

Dor

Il tuo odore è un selvatico discepolo di Ares; se tu tentassi di arrestare il Ghiaccio potresti per sbaglio incontrare il Drago.

Cara

Il Drago? Quale Drago si cela in questo posto? Mio padre non sa di draghi ma solo di un tesoro che mai potrebbe darlo in pasto a Morte, tanto l’ha spinto a fare guerra tutto.

Dor

Arriverà il tempo che t’è scritto, e la tua scelta sarà degna del tuo rango, non hai da misurarti col mio tempo, perché legati noi siamo nell’oblio, l’uno all’altra.

Cara

Ma libera Lui, dal tuo ricordo, io posso alimentare un nuovo fuoco.

(Dor si congeda)

L’Imperatoreghiaccio, l’essere suo intimo mai guadagnato dal prossimo, non è che forte fiamma, attenta a non scottarti creatura.

 

Cara

No, non andare, ritorna a confessarti, una via nuova per te io posso aprire con le mie arti.

Se della luce lamenti la mancanza, c’è una magia di facile recita, al cui suono la Porta dell’Eden si apre. Sposa infelice ritorna. L’uomo che è non può, non deve morire con i ricordi, ti giunga come supplica per il tuo caro il mio umile verbo, di grande e nera magia m’è il karma, di cui non voglio battezzare il mio futuro.

 

il Narratore

Qui Cara s’accorge del nome scritto ai piedi del monumento, e quando ripete Dor, quel sadico fantasma fa un lamento; Apo ed Epo seppure feriti, ritornano dalla fanciulla per consigliarla; nel Castello senza icone si fa venerare il trono che sembra d’una persona destinata a lasciare segno sul Nuovo Mondo.

le invisibili Comari

brrrr …

i nostri spiriti quasi incendiati

da una che vorrebbe fare da padrona

non fosse che è figlia del Destinato

a incrociare con Leo arco e lancia

ma per tutti i Dei Pagani della Storia

servire al cuore d’Imperatoreghiaccio

un’altra sposa

sarebbe come cercare guinzaglio

per il Dragone

che in lui si cela quieto

dopo sciagura

Cara

rivolgi gli occhi ad altro orizzonte

che triste sarà il dazio

per il tuo sogno

che senza discendenti

s’unirà in morte alla nebbia

 

l’Oscurità

attendiamo noi voci d’aldilà

dell’innocenza il martirio

perché l’anima del Re ci sia data

per virtù del patto fatto insieme

Lucifero in persona ha mensa pronta

per dare all’inquieto il benvenuto

c’è fame

c’è attesa

c’è fervore

persino agli Inferi

per questo prezioso eroe

che presto diverrà nostro concittadino

 

Leo stava giungendo alle terre di confine, quando dietro le spalle sentì il fremito di zoccoli di un gigante.

Alzò la spada per difesa ma ebbe il sentore che quel nemico lo stava studiando.

 

Koon

attacca Valoroso

non sia scortesia questo tacere

se avanza altra virtù nella battaglia

sarà di morte certo il talento

che spingerà la lama maledetta nel costato

eccomi nudo di legioni e di difese

qui c’è solo l’uomo da sfidare

se non cerchi e son certo il compromesso

orsù sprona la spada alla caccia

il Valhalla attende i figli coraggiosi

che non si nascondono davanti al Diavolo

che pare sia nascosto nel sonno profondo

di un Drago

attenzione però

mira perfetto

perché la cellula del male non teme l’agonia

e le ferite se non mortali spingono avanti

come un legno nutre il fuoco

uccidimi io sono il tuo Inferno

e finché respiro

non hai altri nemici

(Hiace alle spalle di Koon)

pensavo che nel mio sangue ci fosse il veleno

ma tu hai più dei Neri che il Re stesso

sembri sicuro di non temere la Morte

come se tu avessi di quel boia la sua scure

chi sei che vai a petto nudo contro Bora

senza ghiacciare il sangue e le carni

chi sei per cercare dell’Inferno la cura

quando all’uomo che vince il nemico

basta regnare

 

Koon

combatti valoroso e scopri il Fato

che ti ha spinto fino ai miei artigli

per essere al posto mio immortale

devi strappare al corpo del mostro la sua testa

 

Hiace

mostro

quale mostro

io vedo solo un vecchio

ancora scosso dal passo del nemico

temerti

perché temerti

hai solo spada a scudo del tuo corpo

non fossero le statue sulla corazza

per temerti

avrei bisogno che tu mi lanciassi contro

lingue di fuoco

ma versi come un ragazzino le parole

di cui non ne capisco il senso

se il senso forse non è gioco

 

Koon

allora combatti assassino

il Nuovo Mondo non ceda al tuo male

che questa dolce neve

della cui calma bisogna avere paura

l’Oscurità

e nell’impeto un ringhio atroce

uscì dal suo costato preso in spasmi

come se un animale vorticando dentro

cercasse col suo morso di liberarsi

 

Hiace

io vedo una lucertola brillare rosso nel tuo petto

chi sei che malvagia creatura

col sangue immortale

io pensavo di essere figlio dell’Inferno

ma c’è un’aliena creatura a farti forte

tanto da temerti in lotta

oh fratello

il Narratore

Le spade si scontrano potenti generando fiamme, i cavalli si accaniscono vicini, e due possenti mettono gli occhi l’uno dentro l’altro, per cercare quel punto debole a forza della vittoria.

Le ore scorrevano ma alcuno cedeva, finché a Leo balza il braccio a offesa del nemico tronco, e l’urlo disumano di Hiace strappa, al vento il suo lamento disumano.

Il drago ancora non sveglio fece sentire il suo urlo al Distruttore, che non sapeva se temere il ringhio o ridere della teatrale mostra.
 

ATTO IV

la battaglia tra i Neri e l’Imperatoreghiaccio non dà vincitori

Dopo lo scontro ne vinti ne vincitori alzarono bandiera, Hiace si ritirò lasciando che la sua armata osteggiasse il passaggio a Leo, perché la ferita al fianco doleva molto, tanto da impedirgli di tenere bene la sua fida spada. Koon combatté valorosamente quei guerrieri, cercando di perderli nella foresta, dove le trappole di ghiaccio e gli abissi, tenevano per il nemico la bocca spalancata.

Lo scontro del Nero contro il Bianco non fu cruento, ma solo l’assaggio del potere che possono avere solo i grandi; più tardi si sarebbe decisa la vittoria, per l’una o per l’altra parte.

 

l’Oscurità

adesso veglio

su questa vecchia salma

del cuore nutrirò i miei figli

perché il buon saggio non tiene alla sua alma

che scacciata per aver combattuto

è stata dal Paradiso

 

(Apo verso Cara)

ora devi imparare

a non cercare oltre il tuo spirito fortuna

perché l’amore che necessiti

non è la fuori

ma dentro ogni battito di cui hai fortuna

la genesi non fa del parto il futuro

e forse non è la tua strada i ghiacci

d’una fortezza già appartenuta all’altra

sconfiggi i tuoi demoni partendo a Ovest

come hanno già atto gli stormi a Settembre

e origina amore ad un devoto

di cui tu sia la prima l’unica donna

ti lascio saggia per non avere timore

di quel padre acuto la cui ombra temi

sperando ci siano battesimi e canti

nel nuovo nido a cui potrai tu dire casa

il Narratore

e muore Apo

amico fido e zio

della giovane strega cresciuta con i Neri

che imparò della rinuncia tutto

pur di non sfidare del padre

la parola

e Cara pianse

triste

di quel perduto bene

la partenza

cercando di non contare il peso

dell’eremo a cui diretta

poteva trovare scampo

al suo falso nome

 

Epo

siamo rimasti due

il saggio da solo è partito

ci resta solo il ribelle momento

per correre affrontando Speranza

vieni fanciulla al dunque

dobbiamo armare i corpi

di buon riposo e la sosta

finirla una volta per tutte

questo castello adora i morti

e nelle sue gelide stanze

non v’è buona memoria

chi difende il Regno

 

le invisibili Comari

noo

il vecchio stolto

è qui tra voi recluso

con l’anima dannata della Reginaghiaccio

a piangere per quello che perduto

gli dava in vita senso

saggezza

forse solo l’osso bianco

potrebbe raccontare ai redivivi

di come affrontare il male

che erode il corpo dal dentro della mente

(il Falco rivede Leo che fa ritorno al Castello e si appoggia sulla sua spalla)

nessuno corpo che attraversa questa via

sa quanto s’è combattuto per pulirla

dai vezzi dei meschini e dall’astuzia

di quelli che bramano la facile conquista

ma voi contate in cicatrici ogni presa

come se pagando col dolore

si liberasse un tesoro

dagli artigli infidi di tenebra

che più possiede

più vorrebbe avere

felice dunque di vedervi

e sia il momento lungo

fino al discorrere di come andare avanti

senza temere i Neri

Koon

torno

ma volevo morire

perché la causa di ogni mia lotta ora manca

e i morti non piangono l’agonia dei vivi

che supplicano

disperano

gridano invano

il loro nome

io temo

di non controllare più gli eventi

di non avere altra forza che quella della mente

io temo

d’essere cambiato in questo tempo

come se amando il Bene

gli avessi peccato contro

 

il Narratore

s’arma

ma solo di fede

l’uomo

che non vuole cedere

la sua opera

alle mani di un sanguinario

(Epo a Koon)

Maestà

i grandi valori di questa fortezza

sono ricordi che alcuno mai potrebbe trafugare

e voi se difendete giusta causa con amore

è certa la vittoria in ogni caso

io

non posso seppellire il giovane cuore

che arde di vita cagionando a lei stessa

una sofferenza senza limiti

perché di quei limiti il padre ne è certezza

se dovessi anch’io morire

e parla sta ferita

(Epo mostra la ferita grave a Koon)

Voi dovete scongiurare

dagli occhi della mia protetta ogni pericolo

perché la sua speranza

è nelle vostre mani

vi prego alleva tela come una figlia

sposatela se vi delizia il cuore

ma non fattene una preda e basta

quando saprete da chi fugge e per cosa

(Koon con il fiero Falco sulla spalla, trova Cara addormentata ai piedi della statua)

guardala

tenera come una bambina

con onde lunghi di capelli neri

che ricordano Primavera

è un germoglio appena

ma è bella

tanto da rubare a qualsiasi giovane

il sogno

da dargli fremito costante

e fuoco fino a fargli esplodere l’addome

(Koon s’avvicina a Cara e le sfiora il viso)

è bella da fare contorcere il desio

nella prigione angusta del torace

e questo corpo

s’anella allo sguardo

con i suoi dolci richiami al sesso

ma mi domando

ho fame

è lei la mia profezia

ci fosse Dor

davvero l’avrei guardata

o solo apprezzata

per quel carattere ribelle

(Koon la bacia stingendole i seni)

mi piace si

quale primizia non tenta l’avida bocca

di un avaro che non ha mai speso nulla

in desio

ma messo il piacere sul piatto dell’argento

come negarselo

agli occhi

Lei

potrebbe forse

traghettarmi l’anima in Paradiso

ma io languo per un Inferno

dove la mia sposa attende

da troppo lungo tempo

Oh Cara

Cara

il serpente desio lungo la schiena

s’arrampica

mi duole

ti vuole

mi brucia

(Cara apre gli occhi)

Tu?

(lei domanda)

Koon

mi mangi il fiato creatura

io

come un disabile ritorno al respiro

e sento che il volerti s’insinua nella mente

che come ariete mi spinge a divorarti

copriti

fuggi

nasconditi

non accelerare la fiamma

il mostro in me ha fame

insipida è la lingua del diavolo

osteggia quel che gemica l’affetto

perché con questi cocci

potrei solo ferirti

(Koon tocca Cara)

ancora tu

mio Satana

lusinghi

questi appetiti cosi tristi e umani

che smorzano del drago la corazza

se non ci fosse stato un tempo

in cui sciogliere il cuore

adesso mi getterei ai tuoi piedi

pregandoti come una Margot

di diventarti schiavo

ma ecco che la mia mano

resta ad un filo dal piacere

come se tu fossi capace a scottarla

(Dor ascolta quelle parole e manda un lamento)

il Narratore

Koon s’allontana per un diverbio che hanno il corpo e la sua mente, fugge seguito dalla vigliacca sorte, che lo tiene prigioniero al riflesso di una memoria. S’avvia alla sala del trono, cercano di giustificarsi per quel abbandono, e tiene gli occhi confitti nella radice di ghiaccio come se la statua dinanzi potesse capire cosa prova.

Koon

dovrei andare

oggi il mio regno è indifeso

destino mi sarà

sposare la causa della Morte

e dopo la vendetta

ci sia la mia pace

spero sia giunta l’ora

per uno destinato a guidare

un esercito freddo di ombre

(canzone )

io sono un fantasma

che il tempo ha guarito dal pianto

coi sogni

ancora devoto all’amore vero

a cui ho versato tutte le lacrime

quel bandito di confine è scomparso

col volto che gioca negli specchi

che legge la rovina del dolore

sulle rughe tese in faccia

forse è finita l’agonia

forse è terminata la maledizione

forse l’Inferno ha scritto il momento

per questi passi

dimenticherò dell’amore gli schiaffi

per non risvegliare

ogni capacità che ho di procurare dolore

ferro

o granito

o pietra

m’è oggi l’anima

attento

mi dico sempre

attento

a non bruciare

ogni fragile fiore di cui segui il profumo

il Falco

Sire

dobbiamo raggiungere la valle

i Neri sono alle porte

i campi sono nel sangue

di chi non s’è piegato a vergogna

Koon

un animale braccato

questa m’è la sorte

inseguito dai fantasmi

dai miei ricordi

dalle ombre o dall’ardore nemico

un animale braccato

dentro una prigione di speranza

questo è il Nuovo Mondo amico mio

questa battaglia

forse mi darà pace

il Falco

Sire

cosa mangiano i lupi

del Regno di Ghiaccio

Koon

cacciano le prede

animali miti

ossute calamite di fame

il Falco

cosa siamo noi Sire

Koon

Noi

siamo i Lupi

Noi

siamo la stirpe dei Draghi

Il Falco

e loro sono solo ossa

un esercito di ombre

senza un buon discepolo

che seguono le agonie mentali

del Principe Hiace

(dai corridoi arriva Cara correndo)

allora ve ne andate

non temete dunque l’ira del Nero

pensate di morire per quale causa

lasciate la spada

sbrinate il cuore

e fuggiamo

dove il disgelo ha portato le gemme

(s’inginocchia ai piedi del suo Imperatore)

c’è un male che si chiama lontananza

un tumore tra le anime che è il silenzio

se Voi partite

scegliete di morire per un ricordo

la morte stessa ne ha portati via quattro

per la stessa causa

voi fuggite da me

io fuggo da mio padre

e la vostra anima fugge dalla storia

io non conosco il patto che avete

ma rinnovate le promesse alla vita

per un anno soltanto esservi sposa

un anno e poi in libertà

tornate alla cupa clausura

Koon

non ricamare donna

non ricamare con affetto

lo scudo del guerriero

non è blasone e basta questo petto

il mio male è essere troppo forte

tanto che devo fare tacere nel lungo sonno

la bestia

fermarmi io

fermarmi ti ripeto

io mai

mi sono accollato il peso di quella parte dolce

che oggi riposa senza quiete

perché suicida

Dio non concede grazia a tali rei

nemmeno per tutto l’amore

che l’altro le ha giurato

oggi paghiamo tutti quella scelta

che feci per combattere

nel giorno in cui è morta

vorrei ci fossero state le voci nella testa a dirmi

torna

vorrei m’avessero trafitto le frecce ed i pugnali

dei fieri davanti a me arditi

vorrei che la mia testa in punta ai vermi

stesse a riposo

carni e terra

sotto le brade radici d’un gigante

invece che ricordarmi

giorno dopo giorno

d’averla abbandonata

(il Falco e Cara in coro)

ma Voi non l’avete abbandonata

la vostra distrazione è stata forse

non aver letto del suo dolore la trama

Koon

come osate levarmi i pesi di colpa dalle spalle

il male

lei lo concepiva dentro

avrei dovuto riconoscerne il valore

ma dall’Oscurità fu derisa

come una schiava dei cui servigi l’uomo scansa

mi chiese di starle accanto

mi chiese di aspettare

mi chiese di perdonarla

per tutto l’amore che sapeva dare

mi chiese di capire

come se quell’abbondanza di bene

fosse una colpa

ed io tacevo

si Cara è vero

il silenzio è dei vigliacchi
 

Atto V

l’odio ha una forza nascosta che spinge quelli che si amano a cose tremende

Nemmeno immaginava la bella Cara d’essere vicino all’affetto del Re, e tanto la tormentavano i suoi sogni, dove da libera sceglieva chi amare. Hiace invece deciso a sfondare, quella corazza di ghiaccio di cui voleva il Regno, strigliò le truppe per resuscitare le forze e dare degna prova alla nera ambizione.

Il Nero doveva riprendersi l’onore e la figlia, che della predica paterna fece lunga impronta nelle vie di neve oltre il confine.

Saturno sapeva dove e chi aveva alla figlia di Nero dato asilo, il corvo aveva il potere di convincere il suo capo, ancora dalla battaglia preso nella mente.

Sul terrazzo di quel deserto ghiacciato, che tutto intorno cingeva la nobile dimore, schierati lupi contro fantasmi, immobili statue nel morso del gelo.

I Comandanti calzate corazze e speroni, s’innalzarono sui giganti sellati, bianco e nero, uno contro l’altro, per decidere di chi sarà la vittoria.

 

L’Oscurità

siamo ad attendere il verdetto

Hiace sulla via stende morti

per mano sua l’Imperatoredighiaccio cede

levando al cuore ogni difesa

il padre usa la figlia come un fiore

di cui s’offre la velenosa spina

ed una volta punto il nemico

costui mai potrebbe correre

e salvarsi

nell’Eden che perdona all’umano i peccati

Le invisibili Comari

Lui parte

Lei resta

commedianti servi a Fortuna

la vita è nella prigione del silenzio

chi della parola non sa farsi veste

solo rimane davanti al suo Dio

emozione

non è per il Re di Ghiaccio

l’affetto

un dolce amaro mai servito alla sua mensa

non date spirito divino a chi negletto

va sull’egoistica strada

del proprio dolore

attendiamo

di quale profeta voglia servirsi l’Inferno

perché vicino al cielo l’anima teme

della fragile ala la rottura

 

(Koon davanti allo specchio si veste per l’ultima vola prima di combattere)

nobile

oh tu silente oracolo

dove non attecchisse parassita

dimensione oscura di anime

capaci nel leggere la figura

fido servo di Osiride

padre alle Moire

dimmi tu oscuro volto

che giochi in luci e ombre

ogni ruga

che leggi in me i timori

se vedi di questa maschera la crepa

l’attore è un manichino della Sorte

e avverse le ombre mi sono

nonostante il devoto ossequio

come scacciare da me il quieto volo

in cui scaldare potevo la mano fredda

come dimenticare il peccato

l’ennesimo in cui la carne vorrebbe esser rea

(il Falco entra dalla finestra e parla al Re)

 

maestri e schiavi

ovunque l’umano modo incontra

ma il più buono

contiene l’essenza dell’onore con l’impresa

chi a difendersi spende la vita

non potrà mai essere inferiore a chi attacca

andiamo ad anticipare morte

a chiedere ai nostri fidi le battaglie

per concedere a Speranza il sorriso

quello di cui chi regge spada

dimentico è stato

se il Destino volesse

al vostro Ego dare riposo

io sono il solo a sapere

quel merito per quale disperate

vi auguro

la pace

mio Sire

qualunque essa sia

di volontà di Parche

Koon

strade senza nome

vago

attori senza stoffa

chiamati i Neri

ascolto

copioni imbottiti di belle bugie

per un Ego assolto dai peccati

a braccio dell’ombra

mi libereranno i sogni

dai trasformisti con maschere di cera

mescolati alle carte della Sorte

scellerata

come le pietre sputate da un vulcano

se no

incendiario mi aprirò varco

tirando addosso alla morte i dadi

vincendo le antipatie dell’insonnia

che mi imbottisce il capo solo di chimere

conosco spade

che s’affilano solo con la mente

presto però

la scaglia umana cadrà sotto il fuoco

e liberato il drago

povero il nemico

il Falco

Sire

il progetto del Fato

è buona profezia per questo Regno

perché volete a tutti i costi

dare a Morte voi stesso e il nemico

Koon

io sento Dor

tra queste fredde mura

sento i suoi passi

decisi e leggeri

anticiparmi come l’altra volta

in cui partire dovevo alla guerra

io temo per lei

per quella fine che non ho mai voluto

tanto che dorme difesa dal mio corpo

oh dimmi fido Ciambellano

lasciare dovrei qui

la figlia di un malvagio

come un esca all’astuto predatore

che per recuperare la sua linfa

stende le armate

come un fragile ventaglio di papiro

il mio morire è desiderio

ma non per dare corona al crudele

che renderebbe putrido il mio regno

e deserta la via verso il Nuovo Mondo

non m’è sufficiente andare a Larve

ne venire spolpato dalle Gorgoni

per dimenticare chi ero

con me tutti i diavoli di questa terra

perché siano salvi i germogli

la mia immortalità è un castigo

per non aver amato a dovere

chi per me pagò l’Inferno

centellinando davanti al urlo solitario

il dolore

mi strappino i corvi i nervi crudi

le carni

gli organi

gli occhi

perché mi odio fino in fondo

sebbene sul fondo del mio io dorma

il peggiore mostro

 

(cori di soldati che inneggiano la battaglia, cori di anime del ghiaccio che spinte dal vento fanno da scudo al male, corvi che gracchiano funebri desiderosi di carcasse)

 

Il Narratore

Ecco, il momento è arrivato. Le schiere avversarie mirano d’odio la forza e l’intento, storpie le legioni come mostri da una e dall’altra parte non v’è nulla di cuore umano. Un Re soltanto e di divisa nera, frena la forza disumana del suo corsiero che lancia come fuoco dalle nari, e stritola col zoccolo possente la leggera neve. Aspettano tutti con furie concordi, la discesa di quello di cui si vuole a tutti i costi il Regno, perché il prezzo di questa guerra ha solo un sangue, che in tutti i combattenti non è rosso ma è veleno.

 

Atto VI

Nemmeno la morte ci risparmia dall’amare

A volte i fantasmi non tornano per perseguitare, a volte sono proprio loro a guidarci, così indenne alla paura l’Imperatoredighiaccio corre verso la sue infaticabili truppe che ostentano divisa di file strette che il nemico non può attraversare. L’uomo che torna a combattere lo fa per passione della sua storia, che gli ha fatto da destino da quando è rimasto solo, e con la mano stretta intorno alla fida spada urla “ Che il Nero tremi davanti alla mia ira!”.

Hiace liberò il suo corvo e le legioni di diavoli iniziarono il tremendo passo. Fermi sulla posizione i lupi della neve, che con occhio gelido miravano alla nebbia, un vortice s’alzava dal peso funesto degli altrui passi in corsa senza freno.

Al galoppo spronato lo stallone del Re, in mezzo ai rami di ghiaccio, guerriero e ombra sul sentiero del Fato, dove i cavalieri di Apocalisse attendevano per alimentarlo.

L’Oscurità

il nostro caro figlio

ha preso forza

tanto da uscire a difendersi il Regno

che potrebbe anche lasciare al Nero

di giovane e più marcata pretesa

ma si sente un battito

sotto quella pelle di ghiaccio

uno spirito diverso dal fantoccio

in cui la vita a soffiato a lungo

Le invisibili Comari

finalmente

finalmente

il cuore ardito batte

per una causa diversa

dal pianto triste del mortale

chissà l’Inferno oggi per chi patteggia

chissà chi sarà il nuovo ospite di Belial

chissà

dai diteci

chi vincerà la guerra

tra due capostipiti

di rara crudeltà

Il Falco

eccomi a voi Sfingi

corvi barbuti

e puttane d’Inferi

d’artigli e non di becco

sarà la vostra fine

volate se potete fino in alto

perché dal nido di nuvole

voi non farete più ritorno

(il Falco infilza il corpo del Corvo coi suoi artigli d’argento ed aspra inizia la lotta tra i due)

Il Narratore

nel petto col piumato nero

penetrò l’artiglio d’argento

come una lama d’acciaio nella carne

sensibile al pugno che avanza

con l’odioso becco l’assassino

trafigge la gola dell’avversario

che tiene del dolore il freno

per liberare nella presa del nemico

forza e rabbia

(Hiace alle armate di neve che gli osteggiano il passaggio)

chi è il vostro Imperatore

vi domandate

il vostro Imperatoredighiaccio

è un codardo

che lascia voi

come immobili bestie

in schiera da scolari

lupi abbandonati per sfamare spade

di guerrieri allenati a fare da assassini

(Hiace urla ed il suo urlo sembra la voce di Lucifero in persona)

soldati

Signori della Morte

Leoni con denti a sciabola

avanti

e mai sazi

del sangue

d’un nemico

morire

non è un male

per chi

a guado

è da immortale

liberate al Vostro Signore la strada

che gli porterà

infinita vita e vittoria

il Narratore

Mentre i soldati neri, col loro ghigno bestiale avanzavano a passo lento ma deciso; sulla collina nemmeno il vento spostava le lance puntate degli avversari. I lupi di ghiaccio sarebbero rimasti li, immobili, come statue, come Sfingi perpetue devote ad un oracolo solo, soldati muti con le fessure degli occhi fisse al cielo, in attesa che la stella guida per forza del Re, comandasse loro di lottare.

Poi arrivò in un vortice di bagliori l’armato, a stento il cavallo lui domava, perché con furia mordeva briglie e capestro.

Senza dire parola ai suoi soldati si piazzò in testa, cercando dell’altra armata il Generale.

(l’Oscurità)

basta indugi Morte

vieni a prenderti il servo

che t’obbedirà nella tenebra

e sulle cui ossa potrai affilarti la scure

I due capi si avvicinarono arditi, nulla e tutto avevano da perdere nell’impresa

Hiace

Chi sei tu? Tu che non temi di morire davanti al più potente dei Capi?

Koon

Io uno che si brucia la vita per un’idea; e se tu pensi che io debba temerti per la tua forza, fuggi finché sei in tempo, il vero diavolo in me presto potrai conoscere.

La sonora risata di Hiace disturba Imperatoredighiaccio che furibondo sembra trasformarsi in un essere orripilante.

Hiace

Non hai ne arma né l’appetito di potere per fermarmi, oggi sei vecchio come l’armatura che indossi, questa maschera e gioco di prestigio, non mi farà indietreggiare nemmeno di un passo.

Allora Koon divenne un drago, immensa la sua testa sopra l’orizzonte e la scintilla del sole, illuminata la scaglia, cadeva sulla terra come una saetta.

Koon

il mio Dio mi preservò da altri bruti

tanto che scrissi pace sulla storia per molto tempo

ora tu vieni ad inquinare memoria

della divina profezia col tuo Ego

io ti domando perfido chi temi

chi è colui a cui inginocchiato

t’inala il coraggio

orsù pregalo e presto

perché la mia bocca finisce la parola

e accende micidiale fiamma

Il Drago spaventò entrambe le legioni, la sua ala puntava senza alcuna pietà sui Neri, e gonfiando il petto d’aria fredda soffiava, meteore impazzite sui diavoli armati. Cadevano ad uno ad uno, in cenere tessuto, ne sangue restava sull’orma dei malvagi, ma solo fuoco.

Hiace

io non ti temo animale

ferito mi hai grazie al caso

quella tua gola assaggerà la lama

del vero unico Dio

degno di questo Regno

guarda nella mia schiera

la tua vassalla

che oggi meriterà

davanti al padre suo tradito

l’Inferno

Koon

e … Cara

uccideresti

per farti storia

o vanto all’Ade storpio

la tua linfa

capace di guarirti

l’odio e il cuore

daresti a Caronte

per il Limbo

oh maledetto

questo tuo osare

ti prende in difetto

e la difesa manca

laddove per aggredire

l’attenzione tutta si concentra

sinistra sarà la tua Parca

perché

io sono figlio del dolore

e quando morirai dovrò mangiarti

il cuore con le mani

per dare alla cannibale Fortuna

una svolta

nessuno più vi entrerà tiranno

nel Nuovo Mondo

Dor la mia Regina è pegno e prezzo

a questa pace durata tanto

libera il ramo

dal tuo artiglio

o per gli Dei

nemmeno la Morte

ti salverà

dalla tortura

Hiace

la cagna

stringe tra i ginocchi

un fallo triste

abiuro

il suo ricordo

dalla nostra discendenza

che vada a seppellirsi

tra le ombre

piuttosto che infestare terra

col tuo nome

(Cara)

mandate un dardo sul debole petto

ho maledetto la sua specie con la fuga

i due che mi hanno cresciuta sono morti

senza l’amore tuo avanti con la Morte

io non vomito volere d’assoluto

e mia disgrazia averne dentro il sangue

la volontà è serpe che si tramanda

da padre in figlia

che mi uccida la mano amata

piuttosto di una belva vuota

che ha gettato la sposa come osso ai cani

quando s’è rifiutata di fargli altri figli

datemi pace

datemi affetto

quel poco che avreste per una donna

perché in voi l’amore s’é consumato

in una perpetua attesa di dolore

prendete al padre questo potere

per non rendermi ridicola alla Parca

e con onore lo spirito al Valhalla

arrivi presto e senza agonia

Koon piange, non vuole conoscere altre immense pene lui che vorrebbe si amarla, ma per fede a chi prima di lei gli prese il cuore, tace. Koon piange e alza davanti al viso la sacra spada. Hiace resta a cavallo, la mano nei capelli della figlia e pronto a tagliare la testa alla traditrice. Tutto attende un via, tutto ha un senso per chi la scacchiera dall’alto se la guarda, legioni pronte ad assalirsi e Re surriscaldati dalla rabbia.

Hiace

vieni a berti il suo sangue

così quando morirai io berrò il vostro

amanti vergini di colpe

che trepidate per salvare la storia

Koon

io al suo posto

Hiace

Si

tu al suo posto

Hiace lancia per aria la figlia che atterra ferita a metà strada tra i due. Koon, senza corazza e senza armi avanza verso il nemico, è pronto a morire; s’è preparato a questo da una vita. Pensa di raggiungere Dor, e d’abbracciarla, in un limbo dove i suicidi non pagano con l’oblio.

Koon

eccomi

e chiama Cerbero a liberare l’atrio

dopo di me

verranno i soldati a sciogliere il confine

dai rifiuti con fiato e corazze

che oggi chiami legioni

ma pago il debito

è mio onore

scambiarmi per la figlia che hai deriso

scarnifica il mio cadavere col corvo

ed io da spirito verrò a maledirti

Hiace

vai fida lancia

colpisci giusto

L’arma non rallenta la sua acredine e vola diretta fino al bersaglio che senza temerla guarda alla torre del castello, dove Dor illesa alla paura, lo aspetta.

A due passi dal corpo fiero, poteva l’incudine affilata penetrare la carne, ma senza tremito si mise a scudo, la bella strega nel suo ultimo recitare.

Cara

Imperatoreghiaccio

nome che ben s’addice a quel cuore

ti amo

ma l’amore scansa i bramosi

i fuggitivi apprezza meglio per il decoro

ti dono il tempo che sarebbe dovuto esser mio

le genti hanno bisogno dei tuoi scudi

e non della lagnanza d’una vergine

per giunta Nera

morire non è vano se parti col ricordo

di come bruciano le labbra se strette al bel fio

tu vivi

ecco il mio dono

se il palpito smettendo

dovesse cancellarmi la tua faccia

allora che l’amore vinca la scure

perché io non ho intenzione da morta

di dimenticarti

Cara muore lontana da Koon e lontana dal padre. Il corpo pieno di sangue s’adagia sulla neve, che sembra avere pietà di lei tanto la carezzano, i fiocchi nella loro discesa dai cieli.

Koon

No

Hiace

il suo destino è segnato

Koon

sei stato punito

dal tuo stesso nome

e morto ora giaci

nella coperta di Dio

perché tua figlia

s’è presa di te il meglio

e la bestia che ho dinanzi può davvero morire

Hiace

i deboli non possono sopravvivere

avrò altra e più congenita discendenza

nello stesso talamo

dove hai consumato lussuria

Hiace corre incontro a Koon e lo ferisce profondamente. L’uomo cade a terra rovinosamente, cercando delle forze per contrastarlo. Falco cerca di volare dal suo padrone dopo aver ucciso il Corvo del Principe Nero. Il falco si lancia su Hiace che lo uccide senza pietà.

Le invisibili Comari

ruba poca aria

chi morto

giace a nutrire

la terra di sangue

Hiace

ecco

forse

è la fine

Dor

la tua fine è stretta ad un patto

che vede gli uomini regnanti di se stessi

il mio coraggio è dunque al tuo fio legato

così che l’ombra in cui vivo prigioniera

ti carichi la molla senza ferire la carne

Koon

adesso conquista

l’Inferno

Hiace

ti vedo

ma il Demonio mi vuole

figlio

tu morirai non io

anche se vedo

la tua grazia

Koon

guardami la mano

Hiace

ha gli artigli

 

Koon

adesso guardami il viso

 

Hiace

becco e zanne

da dove spunti

oh arpia

Koon

adesso guardami gli occhi

 

Hiace

azzurri

ma

sono quelli di Cara

Koon

impugna la tua arma

prega il tuo Dio

e di le ultime parole

Hiace

taci

e

muori

(Cara per bocca di Koon)

vieni a me padre

ti perdono

Hiace

no

mai coi cani

io sarò Immortale

il Nuovo Mondo

attende che Io solo lo guidi

Koon s’affetta e salta addosso al gigante. Pochi attimi di colluttazione e la scena si ferma, come se uno dei due si fosse arreso.

Koon

no

il bruciore che senti

è la mia mano intorno al tuo cuore

battito

battito

allora non sei eterno

basta bestia

il Diavolo ti chiama

Koon strappa il cuore di Hiace dal petto e lo mostra al suo Esercito che ferma la battaglia. Hiace cade lasciando gli ultimi spasmi per gli occhi del proprio cavallo, che lo veglia fido aspettando si svegli.

Due corpi si distinguono sul campo; padre e figlia divisi in morte come nella vita, lontani e freddi come se nulla osasse ricordargli gridando. Koon raccoglie le spoglie mortali di Cara e le carica sul destriero.

Nel castello dell’Imperatoredighiaccio le ombre scendevano dalle colonne, nelle stanze tramontava l’ora, come succede in perpetua regola da sempre. Sul suo trono un uomo piegato dal peso della grande corona, mantello e mani ancora sporche di sangue, pensava respirando appena, ricordando ad uno ad uno gli eventi più tristi della vita. Davanti ai suoi occhi due alte statue di ghiaccio, tanto imponenti d’alzarsi fino alle cupole del castello, rasentato i soffitti i ghiaccio, il cui spirito preservava dalla Morte e Polvere, i corpi. Dor e Cara, insieme e al suo fianco, Dor e Cara, il prezzo d’un Re e di un Regno.

Chiuse gli occhi per un’altra apnea, con l’anima vigile sul Nuovo Mondo, Koon sotto il suo trono proteggeva, le spoglie mortali delle sue spose.

Koon a se stesso

dormi soldato

è la tua parte di ego

che riposa

nella bellezza di neve

se i tu

che col ricordo nutri

la fiamma

avanti

avanti Morte

ammira

quella che è la Sorte

di chi con il coraggio

scambia per la Pace

la sua vita

Koon si rivolge alle statue delle due amate

amori miei

non si cancella

col battito mancato

questo dolore

che m’accompagna

in permanente fiato

con una resistenza

più forte dell’Inferno

è vostro il mio tutto

sebbene ancora divisi

i nostri spiriti da carne

oggi vi guardo il sonno

domani

chissà

domani

l’abbraccio sia vero.

Dor

Cara

cari nomi

di ricche virtù

che guidate

al mio fianco sto regno

voi Muse

ispiratemi ancora

appena chiusi gli occhi

e lasciata la corona

il sogno sia il verbo

perché mi è certezza

la vostra alma pura

possa curare l’uomo

Koon a se stesso

ora chiudi gli occhi amico

i dubbi nascondo altri dubbi

lascia alla forza dell’essere la meta

di quello che il Fato decide

nessuno ti darà una mano

nessuno ti indicherà la via

ma lustra bene lo spirito e l’alma

perché dentro i tuoi sogni verità

risplende

Fuori i fiocchi cadevano come stelle, sulla collina i corpi di un cavallo e un guerriero giacevano legati, l’abbraccio del manto sembrava innocente, come se non ci fossero state battaglie e sangue, prima.

Il tempo smise di contare i grani di sabbia, e tutto rimase sospeso come in un incantesimo di prestigio, al mago che regge i fili della sorte piaceva forse, ammirare la nobiltà sopita del vincitore.

Così diventò leggenda, del Re che il suo cuore aveva sepolto in una statua, perché nella difesa di una fede, che lui ottenne l’eternità di vita per ritrovare almeno nella chimera, un po’ d’amore.

Il Narratore

Se qualcuno chiedesse di quest’evento la morale, alcun saggio potrebbe dare un senso diverso alla vita se non quello dell’amore.

La Morte non perpetua che oblio e l’uomo non trova traccia di se nel calice di ombre; chi ha sofferto nella vita, sa prendere a briciole la gioia, senza sprecare in pietosa riflessione la mente.

La mente dona al ferito una cura, qualcuno la chiama oblio, altri solo ricordo; nessuno che io conosca avanza in guarigione senza una cicatrice sul vissuto.

L’Oscurità e rimasta a confortare, chi prima considerava un nemico, persino le invisibili Comari reggono col silenzio al triste Re corona. Del Falco nella sala, un’altro monumento fisso nel muro, così che gli amici morti non possano sentirsi lontani e perduti.

Fine.


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