Romanzo horror AC ENTITY di Jacqueline Miu


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Leggere questo libro non costa nulla; se ti è piaciuto porta un tuo dono, un piccolo modesto ma ineguagliabile gesto d’amore “un peluche – un sorriso – narra a tua volta una fiaba – ricambia il bene” all’Istituto Tumori di Milano reparto pediatria www.istitutotumori.mi.it.

 

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JACQUELINE MIU

AC  entity

accelerate corpuscle  entity

 horror

Dedicato a tutti i deboli che devono combattere per sopravvivere e al loro coraggio di vedere oltre il filo spinato, un mondo migliore. Ringraziamo la provvidenza per averci guidato verso la parte luminosa della strada, innamorati come sempre dei nostri cari e dei nostri figli.

Quali demoni che si dimenticano del male fatto, l’uomo accoglie l’oblio dei propri misfatti e fin all’ultimo, pensar mai di farsi perdonare, forse L’inferno è proprio sulla Terra.

 

   …. 1954 sopra il cielo di Amandina

Il satellite ALL/ I.C. (intelligence t.k. coder microchip) - DEALUS tenta faticosamente il recupero dei dati software dal laboratorio sito nel sottosuolo a chissà quanti metri di profondità. La scheda madre del grande computer centrale sembra ancora attiva. L’impulso dei dati è trasferito a un’altra base segreta americana che si occupa di esperimenti estremi e top secret.

La mansione prioritaria di questa base è di controllare e supportare i laboratori satelliti sparsi per tutto il pianeta e monitorare le eventuali minacce di meteoriti o avvicinamenti alieni.

Progetto Recupero Cellulare  di Origini Non Identificate

Blocco di ricerca Alaska Mook 1

Area 3

Identificativo del soggetto in Mook Valley 63/25

Base di lavorazione e di contenzione Oxid, Alaska

 

Richiesta Governativa nr.888/17 avanzata dal Capo Area

Blind Town  … Groom Lake

il Gen. Dot. A.Blinth  jr

Per il progetto DEALUS - Top Secret

Nei labirintici corridoi del Genetics Advance Research Laboratory, G.A.R.L a oltre millecinquecento metri di profondità, in una delle grandi sale sterili con doppia capsula di contenimento radioattivo e una complicata attrezzatura per interventi chirurgici su masse organiche d’entità sconosciuta, qualcosa non filava liscio.

 

“Fermi! Tutti fermi! Qualcosa non va!”

La capsula subì un improvviso sbalzo di corrente e in meno di una frazione di secondo quello che era intrappolato dentro, si trovò all’esterno.

Il comando fu breve. La mano alzata tremante.

“Fermi. Non muovete nulla o siamo perdu …” la sua assistente bloccata dal terrore fece cadere il bisturi.

“Accidenti.” Sussurrò.

Il dottore ora sembrava un alieno. Il suo volto divenne una maschera, un'indecifrabile mappa di rughe ferma allo shock iniziale di quello che sarebbe divenuto un vero disastro. La voce tesa d’un uomo traumatizzato cominciava a proferire parole senza senso. Passarono attimi che sembravano un’eternità.

I respiri nelle mascherine si avvertivano in modo pesante, come se al cuore stessero mandando veleno e non ossigeno e Le mani dei sette presenti, si allontanarono da ogni oggetto fin allora, indispensabile al completamento dell’intervento.

L’uomo in tuta bianca, isolato dagli altri colleghi e con la lama laser, ancora accesa si allontanò dal tavolo operatorio e guardò nello schermo dietro la sua schiena.

Ebbe solo il tempo di sfilare le mani dai guanti. Il vetro di protezione presentava una crepa che senza rumore si allargava.

La cosa fuori, ora stava per arrivare da loro. 

Il suo viso, scolorito per lo spavento, era completamente preso dal grande display sul quale era schizzata della materia, presumibilmente organica. Sotto l’asta degli occhiali, all’altezza delle tempie, le vene rigonfie per lo stress del momento, pulsavano nervosamente. La sua grande muta per antiradiazioni invece, sembrava non aver subito danni.

Gli altri cinque medici, vicini a lui preparati per l’intervento, tutti in tute blu e col respiratore attaccato alla parete, si bloccarono. Avevano le pupille spalancate e l’iride fissa un uno strano tavolo operatorio quadrato.

I loro gelidi respiri filtrati dalla mascherina divennero intensi.

Dall’orologio dell’uomo brizzolato partì la musichetta allegra d’un carillon che a mezzanotte faceva sentire le note tenui del minuetto di Mozart.

Dei loro visi solo gli occhi parlavano e non comunicavano nulla di buono. Contaminati e davanti a un essere che nemmeno loro sapevano cosa fosse. Era un bambino o un mostro, un corpo degradato dalle radiazioni o forse nulla di tutto questo.

C’erano cinquecento anime a lavorare nei quasi cinquanta laboratori, sparsi un po’ per i sette piani del fabbricato confitto nella terra a mille e oltre metri di profondità, come una piramide alla rovescia.

In superficie la base vantava solo qualche ufficio, dove erano smistati viveri e generi di prima necessità. Nessuno da quel laboratorio sarebbe uscito se non nella fase finale del progetto e solo in caso di riuscita.

Dio mio, qualcosa qui non va.” Una luce chiara, diversa dall’occhio della telecamera che spiava la cella numero venticinque, oscillava liberamente nello spazio della stanza.

La scarica elettrica mandò nella stanza un’onda d’energia anomala. La forza d’urto lanciò i corpi contro le pareti di vetro come manichini di gomma.

Il tavolo operatorio d’acciaio col suo notevole perimetro presentava uno squarcio lungo una diagonale lunga più di dieci piedi come se fosse esploso nel punto più vicino agli operatori.

Una forte vibrazione simile a una scossa sismica di notevole potenza bombardò l’intera struttura del laboratorio nei profondi substrati del sottosuolo.

Una piccola e inavvertita implosione di materia fuori della camera sterile si proiettò davanti agli occhi ipnotizzati del personale presente.

Poi il silenzio. Un totale mortale silenzio cadde tra tutti loro, come se il tempo avesse fermato cose, persone, in una dimensione astratta e meno pericolosa di quella reale. 

Poteva essere solo un incubo quel momento fermo nel tempo, bloccato in un vero inferno fatto di corridoi ciechi e interminabili, per quelle menti scelte nel progetto perché sfolgoranti e analitiche.

Ma era reale. La paura aveva già manipolato i battiti dei loro cuori e i respiri corti descrivevano alla mente orrori creati dalle loro mani.

La deglutizione involontaria e senza saliva diveniva aspra. L’odore di materia bruciata penetrante s’insinuava infido nelle narici, allungando le sue spire acide fino alla trachea, per poi bloccarsi negli alveoli polmonari provocando forti accenti di tosse e una frustrante nausea.

In bocca, le lingue intuivano un gusto amaro come se qualcosa gli avesse contaminato già dentro o avesse procreato il nido dell’inferno tra le viscere calde nutrite di buon cibo o come se lo stomaco avesse rigurgitato fiele e le labbra ne conservassero la velenosa pestilenza.

La bocca aveva già sigillato la parola. Il suono non avrebbe in alcun modo modificato la tragedia in corso. L’odore acre e intenso di carne bruciata penetrò nelle narici.

Allarme!”, gridò l’uomo che sembrava essere il Capo, l’autorità cui si rivolgevano ora quelle decine di sguardi copiati da un film dell’orrore. 

Agitava la mano destra così come un vigile avrebbe diretto il traffico minato da un incidente.

  Sembrava voler gestire la situazione col sangue freddo, ma inconsciamente sapeva la portata di quel disastro. L’evento straordinario aveva perso la sua magia.

“Agli ascensori! Subito! Subito!” 

Il panico nella sua voce creò l’effetto contrario.

I loro colleghi stavano cercando di realizzare quale processo fosse andato storto, in fondo, erano stati loro a consentire lo sviluppo di quei elementi estranei che ora potevano rappresentare un mortale pericolo.

Manco durante le lunghe notti insonni passante in brande di stanze cieche, senza una finestra per ammirare le stelle, le calde sfumature del cielo avrebbero immaginato cosa sarebbe accaduto in circostanze pericolose.

Ecco il film dell’orrore materializzarsi nelle loro menti, angosciare il loro spirito ora intrappolato in un inutile corpo, incapace di compiere un salto di millecinquecento metri per arrivare in superficie a prendere una sana boccata d’aria e dirsi fortunati d’essere scampati a quell’inferno senza volto e da un’agonia che alcuno sa per quanto sarebbe durata.

Ora il mostro di Frankenstein, la Cosa di Carpenter aveva una sua sequenza logica negli avvenimenti accaduti e loro avevano filmato tutto tranne il pezzo fondamentale di quell'avventura nel futuro, la fine. Il giovane dottor Dean Corso laureato al MIT col massimo dei voti, giovane promessa della fisica aveva delle orribili allucinazioni.

Qualcosa che poteva assomigliare a un grosso animale dall’aspetto cadaverico e con il cranio deformato gli ringhiava contro. Il corridoio sotto la terza scala degli ascensori del livello D era troppo buio.

L’uomo si sfregò ripetutamente gli occhi cercando di svegliarsi. Sperava di rivedersi nella sua stanza da letto madido di sudore come dopo un brutto sogno allo spuntare dell’alba.

Eppure non vi erano finestre spalancate e nemmeno la tranquillità della piccola città di Moonsville dove i suoi vivevano da più di due generazioni, ma solo un assurdo enorme laboratorio in cui la sirena urlava impazzita.

 Le mani febbrili cercarono la sigaretta nel taschino destro del camice.

Qualcosa non andava, faticava non solo a comporre la parola in suoni ma persino a pensare.

Si sentiva impotente come quelle larve che suo padre appendeva all’amo nella speranza di prendere un grosso pesce.

Qualcuno o qualcosa voleva che lui fosse la presa e non c’era verso a uscire da quella trappola o recinto buio, almeno non da vivo.

L'immaginare d’essere chiusi e prigionieri in una struttura perfetta e automatizzata non è come sentirselo dire, imporre, dettare.

Abbandonati e senza alcun appoggio, perché si domandavano, perché nessuno aveva pensato di salvarli?

L’uomo in camice bianco corse alla porta alzando un telefono col quale si poteva comunicare da una camera sterile con l’esterno.

“Tutti fuori !!!!!”

Senza riagganciare e lasciando pendere il ricevitore che continuò a sbattere per un po’ contro la parete di metallo della porta, attivò un congegno di emergenza che iniziò la sua sequenza d’emergenza. Una fredda voce elettronica iniziò a parlare:

“Attenzione Laboratorio contaminato!”

Nella medesima frazione di tempo, dati preoccupanti, arrivarono sui display generali della Base Oxid in Alaska. Gli occhi di tutti i tecnici e dei loro capi sembravano voler non capire la situazione dei poveretti oramai condannati a morte dal sistema.

Un blitz del Grande Cervello stava sviluppando il contenimento dell’infezione. Una squadra Dedalus era già in volo con l’ordine di pulire la superficie.

“Invitiamo alla calma.” Nel frattempo, tutti gli operatori s’erano riversati nei corridoi vicino agli ascensori, alcuni terrorizzati e col fare dimesso come se sapessero a quale fine fossero stati destinati.

“Attenzione! Tutti i laboratori del piano D, E, F sono contaminati! Pericolo contaminazione nelle aree A,B,C, bara livello G sigillata! Attenzione bara del livello G - sigillata! Sgomberare il livello G, il livello G è contaminato! Dirigersi agli ascensori seguendo la propria graduatoria. Seguite le spie dei tracciati di emergenza, il labirinto alzerà le pareti divisorie tra meno di due minuti.”

Il personale di tutti i livelli e settori di ricerca, reso immobile dall’allarme ascoltava come drogato la voce del sistema che dettava la procedura da seguire.

Un flusso elettrico di paura percorreva le loro membra incatenate al pavimento come se la forza di gravità avesse raddoppiato la sua attrazione.

Una griglia di pensieri devastanti si proiettò davanti ai loro occhi.

Un altro addestramento si sperava.

Si voleva.

Solo un’altra maledetta esercitazione.

Doveva essere un’altra esercitazione di sicurezza, si domandavano, cercavano di intuire, come se fino allora tutto programmato con estrema precisione, rapporti, lavori, orari dettagliatamente redatti per non creare ritardi e preoccupazioni ai residenti del progetto.

Il calcolo dei corridoi d’emergenza giornalmente rifatto, quel labirinto di passaggi interni e porte, aveva un’infinità di vicoli ciechi e un unico ingresso, uscita. Cambiava solo il tragitto.

Per tenere alto, il livello di protezione, il percorso d’uscita era giornalmente cambiato e calcolato.

Tutti quanti percorrevano le medesime strade, avevano orari precisi per ogni attività della giornata come dei piccoli topolini da laboratorio.

L’ora giornaliera di svago non aveva la libertà di trascorrerla in superficie dov’era impossibile gestire la loro incolumità.

Una sorta di cubo magico di notevoli dimensioni. La struttura poggiava su immensi piedi idraulici che le davano una notevole resistenza alle scosse sismiche e ai continui giochi d’incastri voluti per rendere impossibile l’accesso a qualunque sconosciuto.

Quella prigione funzionava con un codice numerico che incastrava o sbloccava le sue pareti, alzandole o abbassandole a piacere, bloccando e sbloccando porte d’acciaio di quaranta centimetri di spessore.

Il gioco di pesi rendeva il laboratorio perfettamente adattabile e resistente. Un gioco di labirinti con interminabili corridoi estratti alla montagna.

La direzione verso la superficie non poteva che aver giocato loro un brutto scherzo.

Le pareti in fibra ottica, cambiavano luce secondo l’umore, in tutte le stanze dell’edificio divennero improvvisamente nere. Qualcuno urlava. Qualcuno cercava di chiudersi negli stanzini bui degli impianti pensando di essere al sicuro per un po’.

Molti correvano nella direzione opposta per provare le vie d’uscita d’altri locali per trovare il proprio compagno o la propria compagna, ignorando il flusso di personale che si schiacciava verso tutti gli ascensori.

Sapevano che solo tre di loro potevano funzionare e del livello stabilito, gli altri erano fermi, morti, spenti.

Il percorso in salita o in discesa secondo un punto di ritrovo andava affrontato al buio e a piedi, sulle scale d’emergenza, troppe per arrivare alla superficie in così poco tempo  riuscendo malgrado tutto a salvarsi.

“Attenzione! Tutti gli ascensori del punto X, saranno bloccati entro dieci secondi.. nove.. otto … sette … tre … due ...”

“Sanno che in dieci secondi alcuno di noi riuscirebbe a far le scale fino al livello B, tanto meno vagare per i corridoi prima di trovare la zona Alpha e risalire con gli ascensori.”

“Dannati! Lo sapevate che saremmo tutti morti qui! Nooooo! Meno di due minuti per arrivare al livello B a piedi, maledetti! “

Urlavano impazziti gli esseri intrappolati.

Una delle guardie di sicurezza si buttò sulle porte d’acciaio con tutto il peso del corpo. Cadde a terra subito dopo.

Tutti i codici numerici e di lettura ottica, erano stati bloccati. I tentativi si salire le lunghe rampe di scale divennero l’unico percorso consentito alla fuga.

Le scale avevano luci d’emergenza che non dipendevano dal generatore principale e tanto più che non erano controllate dalla memoria del computer del sito.

La folla si pigiava contro le pareti, era terribilmente disorientata. Il panico urgeva e violente spinte si sommavano alle grida isteriche. Voci chiamavano altre voci e all’appello sembravano mancare in molti.

Gli altri erano sotto chiusi nei loro laboratori o peggio nei corridoi verso il Terminal Morto.

Tutti quei gradini aumentavano invece di diminuire. Ogni trecento metri si arrivava a un livello anch’esso sigillato e si potevano sentire non le voci umane ma le forti spinte di mezzi pesanti, forse di sedie contro la porta blindata.

Gli unici ad avere delle speranze, pensavano tutti gli altri, potevano essere quelli del livello A, il livello più vicino in assoluto alla superficie. Invece alcuno sapeva che A fu il primo livello a essere chiuso molto prima del conto alla rovescia, iniziato dal programma elettronico del software Dedalus che si sentiva negli altri livelli.

Il programma remoto che gestiva l’intelligenza artificiale era stato creato per trattenere qualunque cosa e a qualunque costo in quel posto se vi fossero insorti dei problemi. “Maledetto! Superficie! Superficie, gridava in un walkie talkie, apri sti dannati ascensori!, l’uomo urlava come un disperato nell’altoparlante”.

Altri si sgolavano battendo coi pugni contro la griglia di controllo manuale degli ascensori. I cellulari satellitari trovarono il segnale chiuso.

“Attenzione!”

La voce metallica picchiava l’udito. La sirena assordante invitava pazientemente all’evacuazione.

 “E’ stato attivato il sistema di distruzione del sito. Il sito sarà automaticamente ripulito entro sessanta minuti dalla copia analogica della memoria centrale.”

“Cosa c’è che non va dott. Compas? Cosa c’è?”

 Gridava istericamente una donna, nel tentativo di squadrare la cella dal video interno della sorveglianza.

L’intero staff lamentava un notevole dolore alle tempie, uno spasimo che partiva dalla cavità orbitale fino a insinuarsi nella parte occipitale del cranio, le vampate lancinanti li portavano ad accovacciarsi lungo le pareti e infine sul pavimento, mentre si cingevano con le braccia le ginocchia piegati in posizione fetale, mormoravano impotenti “Brucio, brucio.”

Uno di loro, il più anziano di tutti, silenziosamente iniziò a stendere una lunga sequenza di linee rosse dal senso incompiuto.

Scriveva servendosi di un pennarello indelebile sulla gran vetrata del laboratorio blindato.

Instancabile e veloce la mano di Compas continuava un’operazione dolorosa, meccanica, ossessiva.

Alcuni si tenevano il capo tra le mani urlando a squarciagola.

Come capo progetto, vestiva il camice bianco, davanti a lui i colleghi sembravano marionette cui erano stati bruciati i fili.

     Compas seduto davanti ad un computer digitava velocemente una sequenza di comandi sulla tastiera, mentre rivoli di sangue gli uscivano dalla bocca.

Qualcosa gli si era piantato dentro la trachea perforando la giugulare.

Frettolosamente prese del nastro adesivo da un cassetto della scrivania, per tamponare la ferita.

La sua assistente senza cogliere altri pensieri di paura, cercava di aiutarlo a tagliare piccoli pezzi di scotch cercando di leggergli i pensieri dagli occhi.

Gli altri s’avventarono contro la porta, per forzare il circuito e tentare di aprirla.

Nel momento in cui la sirena iniziò il conto alla rovescia, metà di loro si buttò usando tutte le forze addosso al muro di metallo, le braccia spingevano inutilmente, i corpi si accanivano per tentare di buttarla giù altri in preda al panico provarono a lanciarsi contro persino con la testa.

Con i visi e con le mani insanguinate sembravano delle statue in preda al terrore.

Zombi scorticati da un'entità sconosciuta e chiusi vivi in un labirinto buio come l’Inferno.

Qualche malcapitato iniziò a correre nei tunnel dalle scale di servizio. Le luci si spensero.

Ogni rumore proveniente dalle ventole dei calcolatori e dai condizionatori d’aria, da ogni impianto del centro ricerche, si zittì. 

Il computer centrale tolse corrente all’intera rete.

Cinquecento display nei vari laboratori d’ogni livello, divennero ciechi.

Un forse sibilo giunse dai corridoi profondi della struttura.

Sembrava l’urlo di una creatura ferita o in agonia. Poteva essere il sottile pianto disperato di un essere appena portato alla vita.

“Signori? Signori!”

Gli occhi dell’uomo, lucidi e con una certa espressione di serio allarme, fissi sui volti sconvolti dei colleghi avevano perso la loro luce vitale, parlavano meglio delle parole. Un attimo lungo un’eternità e poi tutta una vita, passò nelle loro menti.

 In una breve frazione di secondo, la voce forte e morente del Capo Progetto cercò nella sofferenza di raccogliere un poco di voce per dare suono alla disperazione che aveva nel petto e nella mente: “ Amici, troppo tardi.”

 Il blackout accentuò le urla dei disperati. Poi quando tutto divenne silenzio, solo una leggera percezione di qualcosa in movimento tagliava l’aria, mentre l’oscurità la copriva, la mente poteva sentiva il rumore sordo dei crani sfondati.

La luce blu dei fari d’emergenza puntava il suo gelido occhio sull’oscurità cercando di penetrare quel suo velo ostinato d’inquietudine.

Il nulla era diventato la bocca dell’Inferno e la superficie sembrava lontana da quel nido di tenebre, un’eternità. Dall’orologio sul pavimento e col quadrante brutalmente scheggiato ripartì il motivetto allegro.

Sotto la cintura in un'estesa pozza di sangue, pezzi di cervello umano. Tin, tiri, tin, tin, tin, ... continuava al triste ritmo di un meccanismo rotto, la melodia.

 

I fenomeni inspiegabili diventano enigmi e gli enigmi alimentano la nostra fantasia e la nostra curiosità da millenni.

Noooooo. Non sono i morti, quelli che ci fanno paura. Non sono le ombre voraci dei nostri passi e portatrici d’inquietudine quando camminiamo da soli di notte a farci rabbrividire e gridare al vicinato addormentato: Aiuto!!!

Non è il buio più scuro e tetro che c’intimorisce; non è quel profondo, spettrale silenzio e il cuore che martella nel petto, quando sei solo nel tuo letto, a farti tremare.

Ma c’è’ un qualcosa là fuori e se quella cosa pensi o senti che stia aspettando proprio te, beh, allora c’è da aver paura.

 

prefazione

Nel 1946 dopo i fatti accaduti nell’area del Groom Lake, nacque qualcosa in più di un’agenzia di spionaggio, nacque un ente autonomo di partecipazione alle ricerche più all’avanguardia in tutti campi scientifici, una vera e propria organizzazione. Questa era atta a compenetrare e superare le barriere governative per capirne i segreti e svilupparli con sovvenzioni private e illustri menti scientifiche, le migliori di quei tempi.

L’organizzazione fu chiamata DEALUS e la base operativa proprio per consentirne la massima riservatezza fu costruita dentro il terzo monte più alto il McKinley e a circa  mille miglia abbandonato degli Inuiti che gli stessi chiamavano Oxid.

Di tutti gli esperimenti che potevano interessare tali ricerche, quello più interessante era sul materiale genetico d’origine non umana pervenuta da siti sconosciuti o da siti che il governo non menzionò in alcuni documenti trafugati dalla DEALUS assieme a materiale genetico.

Per anni la fantascienza ebbe a fondersi con la scienza in alcuni degli esperimenti più entusiasmanti della ricerca in stazioni operative talmente ben protette da essere chiamate satelliti fantasma.

I satelliti in tutto erano tre e ubicati in varie orbite stazionarie e  per precise zone del pianeta.

Spazi ritenuti selvaggi o poco popolati. Si scelsero zone quiete dove il vivere non combatteva la falce del tempo e dove l’uomo non s’incuriosiva facilmente. DEADLUS rimase per sette anni un’entità segreta nel cuore del governo degli Stati Uniti fino a, quando un evento negativo toccò le sue priorità e una delle basi di ricerca dovette essere distrutta con tutto il personale.

La cosa poteva difficilmente avere una totale copertura.

Alcuni degli ufficiali della base Oxid erano regolari soldati che prestavano servizio di protezione ad un laboratorio che si occupava di ricerche genetiche avanzate, anche se nei rapporti non si leggeva chiaramente di cosa quell’organizzazione privata si occupasse.

Per i primi tempi, gli stessi fondatori di DEALUS decisero di anticipare alla stessa CIA che loro sviluppavano nuove armi per conto della Marina Militare, cosa che servì loro per qualche periodo, da felice copertura.

 

Quando il profeta Daniele ricevette le indicazioni per i sacri sigilli da Dio, egli scrisse le sue visioni difficili da interpretare che furono un enigma per tuta l’umanità.

Da allora divenimmo solo i sopravvissuti della nostra razza e sempre in fuga.

DEALUS,

sala operativa 7, ingresso A,

Riunione generale per la stesura del rapporto mensile.

I quattro riuniti intorno al gran tavolo di cristallo avevano davanti a se, un duplicato di uno stampato pieno di numeri, coordinate e relazioni sullo stato dei lavori. La cartella mostrava il seguente resoconto:

Codice 112/27

“Anticipazione di tutte le operazioni DEALUS sul pianeta. Materiale informativo Top Secret. Base di ancoraggio di tutti i sistemi informativi Oxid Alaska. Percentuale di militari governativi 15%. Percentuale personale non governativo 80 %. Responsabili e capi progetto 5 %.

Rapporti mensili di scansione totale della sicurezza interna con risultati positivi nr. 3 basi  su un totale di nr.8.

Scansione negativa nr.2 basi.  Rimanenti stazioni in stato di preallarme.

Dopo mesi di silenzio il trak della sonda Dealus, riesce a leggere i sensori della base BLUE/117

Il display manda gli impulsi a terra e sui computer della base si poteva leggere:

… comunicazione con secondo livello, 223 - ultimo sensore funzionante … base devastata da incendio interno … non ci sono segni di vita … memoria computer centrale danneggiata. Scheda Madre 3 senza segnale."

I quattro guardavano sugli schermi piazzati a ferro di cavallo, il filmato girato in Antartide prima dell’arrivo della prima tempesta invernale.

Quello che si poteva vedere era un enorme fabbricato dall’aria abbandonata, circondata dai mezzi di trasporto coperti da metri di neve; segno che i mezzi non erano stati usati per trarre in salvo personale.

I due elicotteri letteralmente sepolti dal ghiaccio e abbandonati con la portiera aperta, sembravano spettri giganteschi imprigionati dalla neve, almeno questo era quello che si riusciva a vedere.

Le quattro grosse baracche erano sigillate alla meglio, con pezzi tolti, agli scafali di metallo, assi di legno dai letti, pezzi di fortuna inchiodati alla meglio come se dall’esterno, qualche incredibile mostro poteva arrivare.

Non era stato autorizzato l’accesso all’interno della base e gli operatori che filmarono lo stato della stessa, ritornarono dopo soltanto un’ora di riprese per evitare contaminazioni.

La città sembrava una base fantasma che non voleva  mostrare i suoi terrificanti segreti ad alcuno. Tirava un vento spaventevolmente gelido. La bufera di neve era imminente. Pochi minuti e il volo sarebbe stato impossibile.

Avventurarsi dentro avrebbe richiesto equipaggiamento e tempo che la squadra non aveva a disposizione inoltre l’autorizzazione, era stata data solo per un giro d’ispezione e non di una indagine approfondita.

Se fosse stato necessario, si sarebbe organizzata una missione di recupero dei nuovi font e non sicuramente del personale che per scontato era stato danneggiato dalla medesima  materia che stavano studiando.

Il filmato si concludeva con la voce dell’operatore che diceva:

Base ART - BLUE/117 

Terzo giorno piena stagione invernale. Antartide ultimo confine con la Patagonia, il nucleo più freddo ha raggiunto i meno novanta gradi. Il satellite ICE della marina militare degli Stati Uniti, legge gli ultimi messaggi della base. Nessun superstite. Il gelido silenzio dell’Antartide regna su tutto. Porte e vetri della struttura, aperti come se in una normalissima giornata di sole gli operatori avessero avuto voglia di rinfrescarsi.

 Nutriamo dubbi che vi sia qualcuno all’interno. Chi c’era sicuramente battezzato alla fortuna s’era rifugiato in profondità.

 

Accelerate Corpuscle

 

Dio al profeta Daniele: tieni

    sigillati i segreti fino al

       tempo della  fine…

1

Il club delle farfalle omicide

... forse Venerdì

“Gli ultimi efferati omicidi non lasciano supporre altro che: l’assassino o gli assassini, non solo sono dei professionisti ma che non hanno alcun scrupolo a uccidere anche innocenti come bambini di pochi anni, squartandoli come agnelli.

La famiglia Parish, come la famiglia Arkinton è stata torturata selvaggiamente prima di essere sterminata.

I colpi di un’arma tagliente, hanno infierito sui loro corpi agonizzanti, ultimando il tremendo supplizio.

Noti avvocati in uno studio associato di Manhattan, i Parish erano considerati tra le più belle e affermate coppie di New York.

La polizia sta ancora indagando.

La città ha paura che questi efferati delitti non siano la firma di uno spietato serial killer.

Il Diavolo travestito da uomo ha ucciso cinque persone, tra bambini e adulti. Tutti massacrati orrendamente.

Alcuno nella zona aveva sentito niente. La polizia sta ancora vagliando tutti gli indizi trovati sul posto. Le salme recuperate durante il pomeriggio sono irriconoscibili.

Solo grandi e piccoli pezzi di carne umana, aveva detto quasi sotto le lacrime, nella sua intervista ai giornalisti, il capo del Dipartimento di Polizia di NY, il capitano Mony Miranda. La banda ...”, la radio accesa urlava notizie drammatiche, all’interno della Mercedes di grossa cilindrata nera e con interni in pelle nera, nella quale Alice stava perfezionando con il dito mignolo, lo strato di rossetto rosso corallo che le accendeva il viso magro incorniciato da cappelli biondissimi.

La straordinaria acconciatura era merito di Ell Mancuso e dei 2000 $ che ogni volta lasciava nel suo salone.

La Mercedes, andava a velocità sostenuta sulla sedicesima, in mezzo ad un traffico che obbligava tutte le automobili ad avanzare a passo d’uomo ma Alice che pareva distrarsi ascoltando il notiziario della KJ-O delle 18 e canticchiando un allegro jingle bell rock sottovoce, teneva fermo il piede sull’acceleratore.

Le nuvole grigie nascoste dal tramonto dipingevano di nero i grattacieli di New York che fiancheggiavano l’autostrada, facendoli apparire dei mostri inerti a guardia della città.

Natale si avvicinava e la bella Alice aveva già in mente le cose che avrebbe regalato ai suoi amici, ma aspettava il momento giusto.

La radio mandò un pezzo di Sam Cooke e Alice aumentò il volume fino al massimo, iniziando a cantare. Will having a party, listen to the music, on the radiooo … the cokes are in the ... ice box … so listen mister dee jay …

Il traffico la faceva riflettere, non si arrabbiava e non cercava scorciatoie, quel mese c’era il trofeo e non doveva perderlo per niente al mondo.

Sorrise gustando quel suo sguardo angelico nello specchietto retrovisore, mise un cd di Aretha Franklin e immaginò la vita in un edificio fatto completamente d’oro dove avrebbe nuotato in mezzo alle sue adorate ricchezze come Paperon di Paperoni, immortale.

Mancava poco a diventare una delle più potenti donne della terra anzi la più potente in assoluto.

“Alice Flaminia Ashton sei davvero demoniaca!”, si disse accarezzando i lobi delle proprie orecchie con una voce unta di dolcezza. Tolse di nuovo il Cd, forse era meglio sentire la radio.

Cambiò volutamente la frequenza per sintonizzarsi sulla sua preferita, la 25OMagic 60’s, in fondo era una romantica e certe cose non cambiano col tempo. I wish you blue sky ... but first of all I wish you love ... cantava lei con il buon vecchio Samy, il suo brano preferito, tenendo un tono di voce sommerso e molto caldo. 

Due brillanti enormi incastonati in due stelle di oro bianco, aderivano perfettamente al lobo dell’orecchio. Le piaceva apparire di un'eleganza sobria, quelle che la ricchezza potevano solo esaltare ma non comprare.

Continuava a canticchiare di buon umore ammirandosi distrattamente nello specchietto retrovisore.

Il neo sopra il labbro superiore la faceva sembrare abbastanza frivola e a lei piaceva fingere d’essere quel personaggio fragile e femminile, una delicata farfalla capace di distruggere la corazza maschile col solo battito d’ali leggero e due gocce di profumo.

L’ultimo l’aveva ucciso mentre facevano l’amore, sull’immenso tappeto spruzzato con migliaia di petali di rose gialle, della sala circolare nell’appartamento di Helen, migliore amica anzi quasi sorella.

Un colpo dritto al cuore. L’orgasmo arrivò trenta secondi dopo, forte e intenso. Strinse le gambe sopra le cosce dell’uomo ascoltando i propri brividi. Un sospiro di piacere la fece tornare alla realtà. Quel il liquido appiccicoso che sentiva colarle sulle gambe le dava fastidio. 

Si passò la lingua sulle labbra. Ricordava che si era diretta in bagno per levarsi di dosso sudore e secrezioni corporali, come se nulla era accaduto. Si detestava per il fatto di non poter tenersi dentro un sentimento per sempre. Anche il piacere era breve e con la stessa velocità svaniva, lasciandole freddo il cuore come una stalagmite di ghiaccio millenaria.

Ora cari ascoltatori, un vecchio successo che rincuora i nostri animi e che non smette mai di farci sognare, a voi Ottis Reding e la sua Stand By Me. Il basso penetrò nell’abitacolo dell’auto, gli accordi caldi le inondarono lo spirito When the night has come … and the land is dark…just as long as you stand, stand by me …. so darling, darling stand by me … oh … sul braccio destro della donna, scie di brividi fecero la loro comparsa. I won’t cry … share a tear just as long as you stand, stand by me…”

Cantava come se fosse una ragazzina del liceo, innamorata della giornata, della vita e del futuro.

Con quella musica aveva la sensazione di volare, anche se percepiva che qualcosa dentro di se portava il grugno e una volontà malvagia su tutti i suoi sogni e quella sensazione non riusciva ad allontanarla perché era la parte di se più forte e convincente.

Aveva un sacco d’appuntamenti. Un nuovo uomo da conquistare e un piccolo affare da 8 milioni di dollari, erano i punti principali della giornata.

Prima avrebbe chiuso il contratto nello studio dei suoi legali, Livingstone & Carlton, in centro Manhattan.

Un’altra sbirciatina allo specchio le confermò l’ineluttabilità della sua bellezza.

A trentacinque anni sembrava una ragazzina di appena diciotto.

Grand’arma con la quale conquistarsi i cuori dei suoi ammiratori.

Lasciò l’auto davanti all’enorme ingresso della settima, presa d’assalto da centinaia d’auto e completamente in caos come in ogni periodo festivo dell’anno.

Prese la borsetta nera come il suo cappotto e concentrata a non spezzare il tacco da undici centimetri sul bordo del marciapiede, spiccò un piccolo salto sulla neve che stava prendendo la forma di una coperta sul cemento grigio.

La macchina in divieto di sosta pareva intralciare il traffico. La carrozzeria era talmente lucida che i fiocchi di neve davano la sensazione che volessero graffiare l'auto con la loro caduta.

Come tante delle cose che lei possedeva e di cui non le importava nulla, appena scesa dall’auto, la abbandonò come se dovesse mostrare al mondo che perderla non la urtava minimamente.

Era talmente piena di se quella donna che non si degnò nemmeno di chiudere l’auto.

Clacson impazziti cominciarono a suonare. Una fila bloccata dietro la Mercedes che occupava la prima corsia di marcia, si muoveva lentamente e qualcuno apriva il finestrino per imprecare al conducente.

L’acidità delle voci rovinava il clima festivo della città. Qualcuno aveva tirato fuori un pugno, ma la voce non si sentiva.

La donna con passo lento e sicuro e incurante delle grida, arrivò alla scalinata del palazzo, di tanto in tanto si toglieva dal cappotto col dorso del palmo vestito da guanto i fiocchi bianchi di neve.

L’ingranaggio delle regole di circolazione non rappresentava uno dei suoi pensieri, neanche lontanamente.

L’usciere la riconobbe, troppo bella, per fingere il contrario e dopo averla salutata, si diresse verso l’auto, dove l’avrebbe aspettata fin alla sua uscita.

Persino i poliziotti delle pattuglie che si ostinavano a multarla, avevano avuto il rigoroso divieto a non importunarla.

Per lei in quella città c’era il trattamento presidenziale.

Donava tre milioni di dollari alla fondazione dei poliziotti feriti o deceduti in servizio e per loro la riconoscenza verso questa giovane Giovanna d’Arco non era mai troppa. Alice però era ancora più scaltra.

Le sue innumerevoli donazioni agli ospedali, forze dell’ordine e varie organizzazioni per la protezione degli emarginati nella città le servivano per controllare e aumentare la propria protezione.

Era libera e sopratutta venerata come una piccola santa, in una delle più frenetiche e evolute capitali degli Stati Uniti.

A causa sua Ivana Trump aveva dovuto trasferirsi all’estero per un po’.

La prima donna dell’ex Trump Tower orami svenduta dal marito per finanziare progetti immobiliari meno ambiziosi, perse la sua corona di regina a causa di una collegiale d’ottima famiglia Alice appunto, il cui padre era un magnate dell’acciaio che durante una cena di beneficenza lanciò sul tavolo dieci milioni di dollari in contanti.

L’effetto fu strabiliante e gli spettatori la guardarono per ore come si osserva una ricca aliena col suo paparino ricco, scesa dal cielo.

Wall Strett influenzata dalle acquisizioni di suo padre o dalle vendite delle azioni Ashton, attendeva sempre un crollo imminente.

Gli Ashton oramai monopolizzavano persino il mercato del petrolio, del succo d’arancia, del caffè e della carne importata. Morans Cornelius Asthon terzo, vedovo da dieci anni si era sposato da poco con la ventenne giornalista Mary Ann Poter.

Mary Ann era una piccola starlette in una cittadina remota della Georgia.

Era diventata miss maglietta bagnata sulla nave da crociera Starsea, durante un viaggio premio per la laurea in lettere offerto dai suoi famigliari.

Qui incontrò di un vero gentiluomo, il giovanile empatico Morans.

S’innamorò subito di lui e dell’anello tempestato da diciassette carati di diamanti purissimi.

Divenne sua moglie dieci giorni dopo, in una cerimonia privata, dove fu invitata anche la piccola e più che mai felice, famiglia Poter.

La neo matrigna percepiva un assegno di centocinquantamila dollari mensili per le piccole spese personali.

Alice non pensava di poter arrivare a odiare tanto una persona, perché le odiava tutte, ma questa meritava un castigo peggiore della morte.

Il suo moto però “tutto a suo tempo”, le impediva di agire d’istinto, lei avrebbe avuto il suo finale vittorioso, persino sulla squaldrinetta che le aveva rubato l’amor paterno e tutte le attenzioni che prima erano solo per lei.

Avrebbe trovato tempo per risolvere i piccoli problemi famigliari, ma ora nella sua testa c’era la scalata al potere, un potere maggiore di quello ottenuto da suo padre.

Il suo pensiero era rivolto solo alla vittoria. Era finita l’epoca delle torture e dell’infelicità.

Finalmente sarebbe arrivata la rivincita.

Helen stava posando per Dimitri Koschkov, nel suo Studio sulla quarantaquattresima.

Aveva deciso di posare per Playboy solo perché era un’amica di Hefner e sopratutto per fare un dispetto ostile alle signorine del te, il Club per Over One Hundred Milion Lady.  Dio che orrore!  Avrebbero urlato sprezzanti e vergognose, sfogliando di nascosto le pose senza veli, fingendosi imbarazzate e oltraggiate, quelle signorine di buona famiglia.

Le sue vere amiche invece avrebbero davvero apprezzato questo suo nuovo tipo d’investimento pubblicitario.

La signorina più ricca di NY sarebbe stata nelle menti di tutti gli uomini e sulla bocca delle donne dello stato e la sua ricchezza sarebbe aumentata a dismisura, grazie a mamma natura o meglio a papà bisturi.

Era un colpo basso al sistema del perbenismo americano e lei adorava i colpi bassi.

Il fotografo le disse di spogliarsi e lei buttò giù la minima vestaglietta blu, lasciandola in completa nudità.

Sul set tutti rimasero a bocca aperta. Era perfetta.

Altissima, mora, con occhi di un blu scuro profondi, tali da invaderti l’anima e con due seni molto grandi che non sbilanciavano la figura, ma la completavano come la carrozzeria di lusso d’una Ferrari.

Un corpo da dieci milioni di dollari tanto le era costato il pregiato involucro.

In fondo a questo, servono i soldi; aveva sempre pensato.

Tra tutte le donne partecipanti ai concorsi di bellezza, di tutti i tempi, Helen, era la più bella. Bella da togliere il fiato.

La poltrona di velluto nella quale si raccolse in posa, parve mostrare un angelo.

Dimitri, non prima di aver trattenuto il fiato per un paio di secondi, iniziò a scattare la sequenza di fotografie, mentre Helen con gli occhi socchiusi ghignava tra se e se, all’effetto che sapeva e voleva avere sugli uomini anche tra i più impossibili.

Abituato alle più belle donne del pianeta, sapeva come immortalarle, ma quella donna davanti al lui poteva permettersi di stare sotto il più tremendo riflettore che non avrebbe catturato il minimo difetto.

Al ventiduesimo piano dell’edificio, il tramonto sembrava un individuo malato e caduto in coma irreversibile.

La musica assordante pompava lo scenario carico d’erotismo. Suoni che mutilavano l’udito esortavano i sensi ad accendersi.

Il flash della macchina fotografica, cancellava la perfetta visione della città, tramortita dal freddo e bombardata dalle luminarie pubblicitarie natalizie.

Helen si sdraiò sulla schiena, mostrandosi completamente, ai volti infiammati della troupe fotografica.

L’agonia maschile si poteva facilmente percepire nella stanza.

Con il livello del testosterone impazzito, il fotografo immortalava la più bella delle belle, qualcuno con i sensi già troppo ubriachi, pensava che alcuna creatura mai stata creata così perfetta fino allora.

Qualche fiocco di neve stava scivolando giù per i trentasette piani del grattacielo.

Nessuno di loro aveva modo di ascoltare la musica della natura.

Tutti troppo coinvolti dallo stato ipnotico dello scenario del set sembravano zombi in stato confusionario.

Nulla poteva competere in quel momento col desiderio del possedere la donna dei sogni, nemmeno un candido e puro fiocco di neve disperso tra i freddi spigoli di un grattacielo.

L’inverno avvolgeva in una natura timida una città delirante.

Al terzo rullino Helen aveva fatto innamorare di se il più famoso fotografo di star del mondo.

Completamente nuda davanti a venti persone, Helen dirigeva la situazione come se fosse in mezzo ad un supermercato col suo piccolo carrellino della spesa.

         S’era comprata le anime di quegli uomini semplicemente sfoderando il suo vestito migliore, il suo corpo nudo; un sorrisino demoniaco nella sua testa le mutò l’espressione sensuale del labbro.

Gli occhi per un attimo sembravano colpiti da un’ombra nera, come la morte, come se quell’angelo potesse nascondere in sé il peggior mostro sotto le sembianze di una donna.

Perle di sudore freddo animavano la stanza il cui silenzio era lacerato dai guizzi dei flash sparati con gli scatti fonografici. La musica sembrava assente come mancanti erano i respiri degli uomini confusi e presi dall’eccitazione.

Se qualcosa fosse mai diventato un incendio in quel momento, la carne di quei temerari infelici poteva divenire uno di quelli. Helen si muoveva con studiata lentezza.

La mente di tutti quanti era assediata dalle visioni eteree d’atti impuri consumati con una possibile dea.

       I battiti cardiaci schiumavano prigionieri nei loro petti. L’eccesso di testosterone vibrava e si contorceva in quei corpi, sublimando il fascino della donna.

Le ceneri dei loro orgogli si volatilizzavano come i fumi dei fogli di carta macchiati d’inchiostro. Helen sapeva come divorare le proprie prede solo facendosi desiderare.

Quella scena poteva essere immortala come una corrida, dove lei teneva in mano gli attributi di tutti i tori e toreri presenti. La guardavano e i loro occhi non esprimevano solo urgente soddisfazione ma fame. Uomini diventati cannibali per raggiungere e possedere il loro sogno.

Uomini che bruciavano dentro di un fuoco primitivo e animale.

Il male divorava quella fragilità venduta al piacere e nella stanza, si poteva percepire la presenza di una cosa innaturale.

 

Nella casa al 1873 di Garen Street, completamente recintata dal nastro off limits dell’FBI, un’ombra si muoveva furtivamente nel buio.

Non aveva nemmeno bisogno di nascondersi perché la casa era completamente isolata dalle altre e quella sera vuoi per il freddo, vuoi per la cospicua caduta di neve, poche anime ancora circolavano con l’automobile.

Tutto sembrava paralizzato e quell’atmosfera pietrificata lasciava completa l’libertà a chiunque volesse introdursi nel luogo dove furono massacrati i quattro bambini dei Parish e i loro genitori.

Qualche stronzetto in cerca di totem o souvenir e nessun altro avrebbe avuto il coraggio di passare il muro di nastri che avvolgevano per decine di metri, la signorile dimora oramai divenuta  nei pettegolezzi della gente la casa del male.

Con passi svelti e decisi l’ombra attraversò le stanze, era attenta a evitare ogni macchia di sangue che ricopriva pareti, pavimenti e persino tratti del soffitto, fino ad arrivare in bagno.

La porta pareva scardinata, sfondata da una forza brutale, cosa che facilitò l’ingresso alla figura ancora nascosta dalle tenebre.

Il rumore degli scarponi gettati a terra non impressionava che il silenzio.

Forse in un angolo si sentì il tonfo pesante e secco un poco di più che nel resto della casa.

Dentro si spandeva solo il rumorio degli oggetti più leggeri, appoggiati o spostati da una mano lunga e grossa, sulla mensola del lavandino dorato.

Sigillare i vetri del bagno con un grosso telo di spugna era un gioco da ragazzi.

La luce di una gran torcia rischiarò la stanza, e la figura della donna si specchiò nel riflesso del grande specchio ovale che occupava l’intera parete sopra i due lavabi azzurri.

La carnagione scura nascondeva le innumerevoli macchie di sangue che portava sulla pelle esposta, un po’ ovunque.

L’acqua fredda usciva dolcemente dal rubinetto. Con la mano destra, la donna aveva cominciato una meticolosa azione di pulizia.

Il viso ancora contratto in un’espressione severa, prese a rianimarsi.

Le mani col loro abile gioco sapevano rispondere ai pensieri contaminati da poche domande.

Ogni tanto il pollice sfiorava il filo di lama per gustarne il taglio.  Sul volto si aprì una sfumatura candida che gli occhi neri sapevano trasmettere solo se soddisfatti.

Poi a uno a uno delicatamente, cominciò a pulire ogni singolo attrezzo, accarezzandolo con la salvietta bagnata e insaponata col costoso bagnoschiuma della padrona di casa.

            Bolle fitte e soffici per armi che avevano mangiato fin allora solo sangue. Anch’io uso J’Adore, ma su di me non ha quest’effetto mortale, disse a bassa voce soddisfatta.

Le unghie lunghe, mostravano in profondità ancora uno strato di sangue ostinato a togliersi.

I tre grandi coltelli insanguinati ripresero a brillare, mentre piccoli brandelli di carne galleggiavano sopra la schiuma rossa, nel lavandino, gli altri due bisturi mandavano bagliori dalla sottile e feroce lama.

Le forbici lunghe e la siringa con un ago di ferro sproporzionato, erano sistemati in un piccolo astuccio di camoscio, nel quale era cucita una piccola tasca interna di plastica nera.

La stazza della donna era impressionante, così come i suoi muscoli, e nella tuta nera aveva la sembianza dell’arcangelo della morte.

Aveva le movenze di un felino e la sua prestanza atletica confermava quegli scatti.

Le lunghe dita aprirono l’automatico della tasca di plastica nell’astuccio. Come per incanto si presentarono con una sorprendente varietà d’attrezzi che lei prese a sfiorare affettuosamente ad uno ad uno.

Con glaciale malinconia estrasse quello che sembrava un doppio pezzo di carta.

Da una parte era ingiallito, d’altra invece, color bordo scuro solo un poco sporco sui margini.

Lo lavò con una cautela e meticolosità maggiori di quanto usato per i suoi adorati attrezzi.

            Il materiale pareva essersi ammorbidito al contatto con l’acqua e rimosse le piccole tracce di sangue, appariva come un cencio di tela finito in troppo ammorbidente.

La donna, lo prese tra indice e polpastrello, gli diede una scrollata per fargli perdere le gocce d’acqua in eccesso e lo controllò, osservando attentamente che non avesse la benché minima traccia di sporco.

Sorrise.

La dentatura perfetta e bianca sembrava il ghigno diabolico di una maschera di gesso. Gli occhi sfidavano in energia la forza con cui il pensiero giustificava gli atti compiuti su quegli innocenti.

L’assassina nutriva con orgoglio il proprio Ego. Non aveva paura. Non aveva rimorso. La sua coscienza se ne avesse avuta una, sarebbe stata zittita e chiusa in una delle stanze segrete, quelle che non si aprono mai e poi mai durante la vita, della mente.

         Non era uno sbaglio cacciare e nemmeno denigrare la preda, lo sbaglio sarebbe stato assecondare con pietà  la richiesta di salvezza di quelle voci.

Ne aveva sentite tante di suppliche, durante la sua esistenza.

Le mani tenevano all’altezza degli occhi quella cosa orami priva di materia ematica.

La contentezza si poteva leggere in ogni espressione della sua figura non più riflessa nello specchio. Piegò la testa sulle spalle fino a sentire il capo toccare la colonna vertebrale. Le mani fisse sui lembi sembravano volere tirare con forze i lembi opposti. Poi lo alzò all’altezza del viso e lo indossò.

La pelle bianchissima e livida si stese come un oggetto elastico emulando la fisionomia della donna.

La superficie doveva essere morbida ed estesa al suo massimo per infilarla nel contorno sezionato degli occhi della bocca e del naso.

Sembrava la brutta maschera di un bambino. Di un bambino davvero molto, molto piccolo.

Poi con un bisturi di cui prima ammirò la efficiente lama sotto la luce, con mano sicura, praticò un terzo foro tra le orbite tagliuzzate, come se gli occhi di quell’essere che voleva mostrare sulla sua faccia,  fossero stati non due ma tre.

Nella tasca del giaccone un secondo orrido trofeo attendeva una pulizia attenta e minuziosa.

Le unghie lunghe raschiavano insignificanti strati di grasso umano lungo i contorni.

L’attenzione esercitata in quel lavoro era massima.

Gli occhi neri quasi insensibili alle fredde rifrazioni della luce luccicavano d’entusiasmo, mentre dalla bocca usciva un suono come una cantilena mielata.

Il canto era molto antico e lo intonavano le streghe dopo i loro sacrifici umani.

La memoria la riportò indietro nel tempo. In un’era gloriosa dove le offerte al suo maestro, abbondavano come il peccato.

      La perfezione era simbolo d’eternità e aveva iniziato a far parte della loro vita devota a un unico scopo, liberare il male dal suo sacrario.

Senza rendersi nemmeno conto stava cantando in una lingua sconosciuta e molto antica.

Quelle parole che solo ora ricordava, riaffioravano nella mente e solo di alcune di loro, lei ne percepiva il significato.

Dalla tasca fece emergere una bustina blu con un’iniziale dorata al centro. L’appoggio sulla bocca e ne ingoio il contenuto rumorosamente.

Chiuse gli occhi per dieci secondi cercando di non pensare a nulla iniziando uno strano conto alla rovescia: dieci, nove, otto, sette, sei … uno. Si sentiva leggere di nuovo.

Aveva quasi smesso di respirare. Il suo stato era come un’apnea dolce e senza fibrillazioni di cortocircuiti mentali.

La calma aveva placato l’ira. Il suo spirito aveva ripreso il controllo.

Ricordava passo per passo e momento per momento, tutto quello che era accaduto in quella casa. Le forti vibrazioni delle suppliche delle tenere vocine sembravano aver alimento ancora di più la sua fame.

Viveva per saziarsi di quella violenza inaudita e ciò che per qualcuno sarebbe potuto sembrare osceno per lei era semplice curiosità, normale appetito.

Aveva tutto il tempo, persino quello di farsi un bagno, pensò.

Il cellulare vibrò nella tasca dei pantaloni.

“Si?“

“Torna a casa! “

 La voce d’una donna anziana le parlò calda e in sottotono.

“Va bene Mama.“

Il cellulare tornò nella tasca dei pantaloni, ripose il viso strappato e piegato nella tasca interna dell’astuccio di camoscio che non presentava alcuna traccia di sangue, e i coltelli grossi tornarono nella fodera del giaccone.

La donna s’infilò gli scarponi evidenziando che aveva le unghie dei piedi laccate, ma che non portava le calze.

Prima di uscire si diede una sistematina ai cappelli ricci e corti.

Poi ad alta voce, guardandosi allo specchio, ripeté per una decina di volte: Ip! Ip! Ip! Brucia!

Il nulla stava cambiando forma. Difficile da interpretare le sensazioni che quegli occhi freddi e profondi emanavano intorno a se. Di spettatori a quella rappresentazione non ne esistevano. Ma qualcosa seguiva l’armonia delle sue maniache cure. Qualcosa attendeva d’essere ricordato.

Un’aura scura sbucata all’improvviso dalla parete si specchiò accanto al suo viso modellandosi perfettamente ai  suoi lineamenti. 

Un lampo di luce esplose nella stanza e un urlo sommerso quasi di ferocia.

Le due figure si guardarono un momento soltanto, poi l’entità scomparve con le sue tre orbite luminose e fredde, così com’era apparsa.

Spense la torcia, uscì dalla porta rovinata e velocissima saltò i venti scalini che separavano il secondo dal primo piano, uscendo dalla porta principale sotto la pioggerellina ghiacciata nella notte solitaria.

Nastri gialli segnavano il perimetro dell’intera casa.

Nessuno mai ci sarebbe entrato con facilità come se niente fosse, tranne l’assassino.

Prima di entrare in macchina si voltò e fissò gelidamente una finestra della casa. La finestra della camera dei bambini, immobilizzata dall’oscurità.

Memorizzava quell’immagine scioccante, immortalata dalla morsa del ghiaccio e in cui il tempo aveva smesso di scorrere.

Il pensiero ricordava tutte le fasi dello spettacolo, dall’allegria festiva e luminosa al terrore nel buio della propria tana.

Si toccò le labbra, per strappare una pellicina secca poggiando lo sguardo sulla casa; il vicinato quieto dormiva, la strada era vuota nella stretta morsa dalla tenebra.

Poi l’assassino entrò nella notte a gran velocità.

Il vento iniziò a calare, mentre la notte inghiottiva la casa degli orrori con i suoi tragici ricordi.

      

Il Male si adagiò nel ventre caldo delle fondamenta e con un tremito che provocò un piccolo terremoto quella notte, scavò un altro corridoio sottoterra.

Sotto quella rete d’immensi cunicoli che arrivano fin nelle viscere della terra, avrebbe sepolto il mondo caotico di sopra.

Alla fine il silenzio avrebbe battezzato il nuovo mondo ricco di rabbia, di sangue e di cibo. La casa si assestò con un fremito. Per un attimo, l’abbaglio schermò l’oscurità densa di dolore.

Il freddo feriva persino gli oggetti inanimati. Qualcosa prese una forma nella stanza dei bambini.

Qualcosa si avvicinò alla finestra e da fuori si videro tre scintille che potevano sembrare tre occhi, ma solo a quelli dotati di una gran fantasia.

Quieto assorbiva il dolore della morte e sentiva così crescere le sue forze, nuovamente.

L’attesa non lo aveva ucciso come quegli scellerati che lo avevano buttato in una tomba sigillata da amuleti sacri e talismani, pensavano.

La rigenerazione era un processo lento, ma da gustarsi intensamente come la vendetta.

        Sarebbe stato libero e i tempi giusti erano vicini, i pianeti avevano lavorato per lui, quel mondo stava per finire e lui ne sarebbe stato l’autore, lui il signore dei mondi scomparsi, lui il maestro del buio e della fame.

Da sottoterra il tempo era una cosa senza un significato particolare. Quale parassita non sarebbe riuscito a sopravvivere se bene nutrito nella propria memoria e ricordo? Lui poteva sopravvivere quasi all’infinito, ma per esserne certo doveva togliere l’enorme peso di terra dalla cassa.

Il suo essere non captava un possibile pericolo dal piccolo pianeta che l’aveva imprigionato.

Loro così piccoli e mortali non ricordavano la potenza del signore  che insegnò all’animale usare i fuoco.

Quanti piccoli inutili ricordi nella memoria della terra che lo teneva imprigionato.

 

L’alba abbracciava New York come una buona madre abbraccia tutti i suoi figli. Al dipartimento di polizia facce esauste e taciturne deambulavano in condizioni di apparente coscienza. In un ufficio al secondo piano l’unico rumore era il passo trascinato di un uomo stanco.

Never Mackinnon, strinse il bicchiere di carta oramai vuoto e per evitare di danneggiare il cestino usandolo come bersaglio, lo strinse e lo ristrinse fino a quando moribondo e appallottolato, ridotto a meno di una pallina da tennis, lo mise nella tasca dei jeans.

Troppo stanco per rendersi conto della sciocchezza pensava al fatto che la sete continuava a molestarlo. Forse s’era bevuto un litro d’acqua da quando era sveglio o anche di più.

Sulla lunga scrivania dove stavano annegando pigne di fascicoli, buttate, ma con un certo criterio, c’erano più di un centinaio di foto. Erano le immagini scattate di quello che sembrava l’interno di un mattatoio.

Mentre gli occhi ricordavano ogni particolare di quel macabro album con la sola ricostruzione mentale e riordino dei pensieri di quel giorno, la mano massaggiava la barba di due giorni che non riusciva a nascondere.

Non era riuscito a dormire. Non era nemmeno riuscito a pensare ad altro. Vedere sette sacchi di resti umani non più grandi di un posacenere avrebbe fatto venire l’insonnia a chiunque.

Da quando era uscito dalla casa del massacro, aveva passato il tempo a vomitare e a cercare di dimenticare il risultato di quella violenza su una normale e tranquilla famiglia.

Paul e Laura Parish entrambi 42enni, lavoravano nello stesso studio legale, in pieno centro di Manhattan e per i migliori clienti dello stato. 

Erano solo degli avvocati divorzisti che qualche industriale non abbia voluto pagare gli alimenti alla cara mogliettina e abbia voluto ucciderli? E perché in questo modo tragico, perché i piccoli che non c’entravano nulla? Sembrava più l’atto di un folle la cui furia omicida prendeva di mira le famiglie più felici e realizzate dello stato.

I Parish avevano quattro figli: Sara di dicesette, Simon di quattordici, Paul jr. di quattro e Nina di tre anni.

I figli dovevano partire quella sera, accompagnati dai genitori per Boston, dove i nonni materni li aspettavano per festeggiare il Natale. Un Natale in pieno stile borghese.

Con i canti dei cori cittadini nei giardini dei vicini e lettera dei regali, consegnata al caro Santa Klaus, in persona.

Santa era ospitato come ogni anno, nella casetta addobbata con luci colorate proprio davanti al municipio di Boston.  Montagne di valige, pacchi regali, la casa al 1817 era in piena festa di partenza, una serata passata tra risate e preparativi.

Alcuno c’era mai arrivato e gli anziani Flagmont avevano chiamato la polizia, preoccupato dal totale silenzio della famiglia.

Il capitano Miranda venuto a conoscenza della ventiduesima telefonata dell’anziana donna, per calmare l’allarme e il suo panico decise di controllare la casa dei Parish mandando una pattuglia.

La pattuglia di controllo alle sette del mattino, bussò alla loro porta e insospettiti dalla macchia scura all’ingresso che sembrava ematica, insisté fino a entrare con la forza.

Il battesimo di sangue fu angosciante per tutti i presenti. Pezzi di corpo umano sparsi ovunque, alcune parti senza pelle e di dimensioni tali da far sembrare che fossero pezzi di spezzatino.

Molti dei poliziotti presenti si vomitarono addosso.

Il sergente Jenna Grennet trentacinquenne, da dieci in polizia e madre di tre bambini ancora piccoli, svenne sulle scale alla vista d’un occhio umano appeso al cordone della tenda di velluto.  Cadde come un sacco vuoto, ma non prima di aver capito che era l’occhio d’un bambino mentre il conato di vomito le riempiva la bocca fino a darle una sensazione di asfissia tale da farla andare in uno stato d’incoscienza che la fece crollare senz’equilibrio. Il ruzzolone le procurò la rottura della clavicola e una commozione cerebrale leggera che le avrebbe lasciato in ricordo un bel bernoccolo in fronte.

Le altre squadre chiamate in aiuto assieme alla squadra omicidi si spaventarono già prima di entrare.

James Washington, uno dei migliori poliziotti della omicidi con già un ventennio di esperienza sulle spalle, ebbe un attacco di cuore, quando entrato in cucina e scivolato sul pavimento bagnato di sangue si trovo sulla bocca il labbro umano, ancora con tracce di rossetto corallo.

Un’altra poliziotta dovette coprirsi gli occhi con entrambe le mani e cercare di spiare la scena da dietro i piccoli spazi creati nell’intreccio.

Metà di loro, erano padri o madri e il primo pensiero si spostò su “ e se fosse capitato a noi, ai nostri bambini?

Quel massacro mise in ginocchio la città e il terrore sparso dai giornalisti, furono un’onda travolgente come quella di uno tsunami.

La casa ordinata mostrava macchie di sangue ovunque, sulle pareti, sul pavimento e persino sui soffitti.

Al piano superiore una piccola mano stringeva la maniglia del bagno. Sebbene fosse recisa all’altezza del polso, sotto la porta si presentava un'enorme pozza di sangue che mostrava pezzi bianchi come delle perline. Erano dei piccoli denti nascosti orrendamente nella poltiglia. 

Il corpo doveva essere altrove forse tra i pezzi sparsi nel salotto. 

Le due stanze azzurre del primo piano avevano i letti fatti e sul comodino una fotografia mostrava un ragazzino col guanto da baseball e il berretto dei Black Bulls che abbracciava un bambinetto piccolo e sorridente.

Un avanzo di mandibola umana con i denti fracassati da colpi tremendi, era stata appoggiata per qualche motivo sulla sedia posta davanti ad una scrivania ordinatissima.

Le ridotte dimensioni del frammento non superavano quello di un pacchetto di sigarette.

In un’altra stanza rosa, con le principesse della Disney dipinte sul muro, un ciuffo di cappelli buttato sul tappetino rosa a cuori bianchi faceva un funebre contrasto. 

Il pezzo di pelle sotto i capelli a boccoli perdeva ancora sangue.

Il resto del corpo composto accuratamente nel frigorifero assieme ad altri pezzi di un secondo bambino aveva la parvenza di un giocattolo di gomma.

Tutto diabolicamente sezionato e composto come un macabro puzzle.

Un bulbo oculare con l’iride di color grigio chiaro stava appeso allo stipite sopra la finestra e penzolava orribilmente, fissando qualcosa nel giardino o forse oltre la strada appena la corrente d’aria proveniente da una finestra o una porta aperta, circolava nella casa.

L’iride presentava decine di piccole perforazioni fatte con un oggetto che poteva somigliare a un ago e l’effetto sanguinante nella rosa centrale era spaventoso.

Un altro paio d’aghi lo sosteneva come se dovesse guardare solo in una precisa direzione e non altrove.

Nascoste tra piccole bambole, pigiate in mezzo ai pupazzi di peluche a loro, volta ordinatamente posati sulla mensola alta, pietrificate come statuette di gesso sotto una polvere bianca alcune minuscole falangi mostravano in pieno orrore la loro presenza.

Le estremità amputate di un bambino davano l’impressione di un macabro tocco a quell’infanzia negata.

Ovunque materia grigia schizzata su pareti, pavimenti difficilmente riconducibile a uno dei membri della famiglia. Poteva essere di tutti come di uno solo di loro. Il medico legale ne avrebbe avuto di lavoro, per comporre i corpi.

Viscere a gomitoli messe nel rimorchio di un piccolo camioncino colorato a batterie, riposavano nel loro liquido scuro. Mandavano un odore d’escrementi come quelli che si trovavano in un’aia piena di pollame.

Nel bagno sul lato opposto alla stanza rosa, due gambe straziate da tagli lunghi e profondi che andavano dalla caviglia alla coscia, galleggiavano nella vasca assieme ad intestini umani e organi di vario genere.

La carne era cucita, ma i pezzi intorno all’osso erano talmente piccoli da farla sembrare la nuova idea di un gioco per bambini.

L’odore era tremendo e l’acidità dei resti organici espulsi era vomitevole quanto i pezzi di cervello disseminati con cura per la casa. L’odore di muffe bianche e carcasse in decomposizione, avrebbe nauseato chiunque.

Lì dentro anche il più provetto sarebbe diventato un debole di stomaco.

Un uomo normale avrebbe potuto considerare quello del cibo; i piccoli bocconi avrebbero dovuto richiamare il gatto di casa o il fedele animale da compagni.

La domanda si poneva per chi e perché la carne umana rappresentava meno dell’immondizia.

La peggior morte l’avevano avuta i bambini.

Quello che restava dei loro corpi presentava segni di violenze indicibili, qualcuno si mangiò un pezzo di ognuno di loro, prima di lasciarli sparsi un poco per tutta la casa.

Vi erano segni di morsi sui tronchi e sugli arti inferiori.

I poveretti avevano sofferto pene indicibili. I bambini potevano aver visto chi li stava mangiando, mentre si contorcevano dal dolore o supplicavano aiuto da mamma e papà, impotenti.

Con i genitori furono meno cruenti e questo spaventò la polizia; un serial killer forse pedofilo, forse cannibale.

Molti vicini dei Parish, erano già partiti per Aspen e i pochi rimasti avevano interpellato le ditte più all’avanguardia in sistemi d’allarme.

I Machallan al 1820, misero un sistema d’allarme a rilevamento vocale con doppio recinto d’ultrasuoni, sistema usato anche dalla NASA.

La neve stava coprendo l’intera regione e si annunciava abbondante per il resto della settimana.

Sarebbe stato un bianco felice Natale per molti ma non più per i Parish.

Da qualche parte le loro anime urlavano tormentate, peccato che le loro grida e la loro inquietudine non la potesse sentire alcuno.

Nella casa sepolta col suo orrore in un’aritmia d'ombre, tutto taceva come se la bocca dell’Inferno la baciasse compiaciuta col suo demone cui erano serviti dei poveri innocenti per tornare sulla Terra.

Nel pieno centro di New York City, il Dipartimento di Polizia era divenuto uno dei parchi di divertimento più grandi al mondo, una vera e propria Disneyland dei reporter e delle stazioni televisive.

Parecchie cineprese e macchine fotografiche con i teleobiettivi grandi come canoni puntavano la porta d’ingresso.

Miravano alle autorità che presidiavano quello che era diventato il caso nazionale del crimine.

Troupe di stazioni televisive con i loro ingombranti sistemi satellitari e i loro articolati giganteschi, avevano mantenuto la postazione per quarantotto ore consecutive pur di tenere la diretta con le indagini sull’ultimo crimine che aveva scosso profondamente la città.

Tanto profondamente che i cittadini continuavano a telefonare alla centrale chiedendo informazioni sull’omicidio e sugli assassini ancora in libertà.

Il piazzale ovale e senz’altri posteggi liberi, divenne un’area di attrazione per il pubblico che aveva tempo da perdere in una giornata fredda come quella. Infagottate nei loro giacconi e con le sciarpe intorno al viso le persone sezionavano anzi divoravano ogni personaggio che entrava o usciva dal Dipartimento della polizia di New York.

I giornalisti dormivano ancora nelle auto con i fotografi pronti a catturare le prime impressioni del capo della polizia, il capitano Mony Miranda, un ometto basso e sulla sessantina dall’aspetto un pochino appesantito e intrattabile durante i periodi in cui la moglie lo costringeva a seguire terribili diete.

Al settimo piano dell’edificio assediato, si apriva lo spazio con scrivanie sparse per l’intera area che costituiva il nucleo investigativo della Centrale di Polizia di NY, quello della sezione omicidi.

L’ultima tormentata notte l’aveva passata sul tappeto. Dormì nell’ingresso del suo ufficio, in uno sgabuzzino di quattro metri quadrati sotto due sedie pieghevoli e piuttosto scalcinate. Vicino a una porta di vetro segnata da numerose ditate e dove la targa argentata, ancora in buone condizioni indicava UFFICCIO ISPETTORE CAPO – SEZIONE OMICIDI – ten. Never Mackinnon.

La giacca non era stata un buon cuscino, ma aveva riposato in posti peggiori e sicuramente molto più improbabili di quello. La sua ansia era come un vino tirato all’aceto e la cosa in quei giorni non poteva che peggiorare. Aveva la fortuna che le condizioni di sua madre erano stabili e la depressione del lutto la stava superando gradatamente un po’ grazie alle sue vicine di casa e amiche con le quali girava l’isolato, lottando per una causa o un all’altra. 

La fede di quella donna era incrollabile e lui ne aveva ereditato la struttura se lo sentiva.

La mattinata si presentava grigia con auspici di nero se non fosse riuscito a capire qualcosa dell’omicidio Parish.

Per svegliarsi gli bastava rivedere le brutte facce dei ragazzi che avevano passato la notte in bianco con lui in quella sorta di campo concentramento per le forze dell’ordine chiamate a vigilare attentamente sulla città ventiquattro ore su ventiquattro.

Quella lunga nottata era servita a cercare di dare un volto all’assassino dei Parish.

Non aveva sognato perché non aveva dormito. E non aveva dormito perché era rimasto tutta la dannata notte ad immaginare come si potevano tagliuzzare così dei bambini e mangiarseli mentre erano ancora vivi.

Era stata una vera tortura, una ferita inferta alla bocca dello stomaco con un pugno di ferro rovente, restarsene impotenti, a guardare quella carne umana sparsa come popcorn in camere affette da claustrofobia.

Aveva ancora nel naso l’odore del sangue.

Ricorda di aver pianto, di nascosto, come un bambino.

Alzarsi fu un atto misericordioso verso i dolori reclamati dalla sua schiena.

La necessità di andare in bagno a pisciare urgeva, come incalzava uno spazzolino che gli cambiasse quel gusto amaro come di topo morto che si sentiva in bocca ogni volta che deglutiva. 

La bocca dello stomaco stava brontolando rumorosamente forse non ricordava nemmeno da quanto tempo non buttava giù un boccone. La fitta al ginocchio destro non lo mollava.

Si sentiva la gamba addormentata, forse l’umore del tempo sarebbe cambiato, ci mancava la neve per rendere la corsa all’assassino più difficoltosa.

“Bastardo! Fottuto figlio di una gran puttana, ti becco, com’è vero Iddio, ti troverò ovunque il tuo marcio e schifosissimo corpo si sarà nascosto.”, stava imprecando a voce alta a se stesso. 

          Non gli serviva uno specchio per immaginare le espressione del suo viso. Le arcate sopraccigliari diventavano una trincea di rughe e i muscoli sotto l’articolazione mandibolare pulsavano in un gioco di nervi che lui stesso non riusciva a controllare. Avrebbe voluto strangolare l’aria.

Quello stato d’impotenza gli era proprio indigesto. Si sentiva l’alito pesante come se avesse ingoiato un camion di letame.

Cercava di passarsi la lingua amara sulle labbra asciutte.

Ti becco bastardo, pensò nuovamente cercando di non interpellare i ricordi ancora angoscianti e piuttosto vivi nella memoria.

Gli ricordava la sensazione che aveva vissuto anni prima, durante una missione nel deserto, dove per quarantotto ore dovette stare nella stessa posizione, appostato dietro piccole rocce senza poter pisciare, con l’odore della merda addosso e la merda umana è qualcosa che porta con se un fetore che ti resta nelle narici per settimane.

Mentre apriva la porta con un calcio, i telefoni iniziarono a squillare di nuovo.

Quella sirena spaccava i timpani e proseguiva col suo rumore impertinente in tutto il dipartimento.

Iniziava bene la giornata lavorativa.

Le facce dei ragazzi rimasti con lui al distretto sembravano pestate da un gorilla in fuga.

Molti dormirono col capo sulla scrivania, altri sopra un paio di sedie rimediate dai colleghi assenti.

Il mostro squillava impazzito e tutte le linee della centrale sembravano intasate.

“Carter! Muddey! James!! Hank dove cavolo vi siete cacciati tutti quanti? Qualcuno vuol rispondere a sti maledetti telefoni? Ho mal di testa e è un dolore che ucciderebbe un elefante.”. Mackinnon si sfregava gli occhi cercando di non farsi coinvolgere ancora in quella corrida di domande.

Lui stesso ne aveva un migliaio nel capo e alcuna con una risposta valida. Masticò un paio di aspirine prese dal barattolo sulla scrivania di Peter senza nemmeno percepire il gusto amaro sulla lingua. Pensava. Si torturava nel pensare ai perché. Lui era l’uomo dei perché e come capo della sezione, Never Mackinnon doveva essere anche l’uomo delle risposte e sapeva che i giornalisti, il Capitano Miranda, il Sindaco Weller, gli stavano col fiato sul collo per capire il perché e soprattutto il come, con cosa avevano maciullato un’intera famiglia. 

Era certo però di una cosa, nella casa dei Parish non erano entrati dei ladri anche se il marchio era di professionisti efferati. Molte suppellettili d’argento di grosse dimensioni, vasi antichi, quadri, argenteria varia,  erano ancora al loro posto a sfoderare placidamente la propria aristocrazia.

I telefoni sembravano essersi messi d’accordo. 

Continuavano a squillare come se le bombe di una nave aliena si fossero abbattute su New York.

Due uomini sfiniti dalla lunga nottata in bianco obbedirono, sebbene sapessero che centinaia se non migliaia di cittadini impauriti dallo scioccante crimine avessero bisogno d’affermazioni più sicure come: tranquilli, l’omicida non ha scampo.

Le loro facce rigate dalle occhiaie e con ciuffi di capelli disperati quanto le camicie stropicciate, erano una bibbia di dubbi.

Il Capo, guardava loro e loro fissavano lo sguardo del Capo che non lasciava interpretazioni.

Le risposte se le dovettero inventare, sii abbiamo già una pista, oppure non c’è di che preoccuparsi, le classiche frasi del,  state buoni che non sappiamo manco da dove cominciare.

Mackinnon raccolse in un unico fascicolo, parte delle fotografie scattate da uno dei due fotografi della scientifica, troppo poche per studiare approfonditamente il caso.

Tutti gli investigatori avrebbero avuto il materiale necessario a dare un profilo.

Cercò di studiare gli omicidi degli ultimi due anni per trovare magari una sola corrispondenza con quel caso. Duecentocinquanta fascicoli. Una vera e propria montagna di carta per gli occhi. Era ancora in stallo con l’altro identico omicidio, quello degli Arkinton.

Tutte le cartelle erano state accatastate a terra, ma la pigna formata saliva in un equilibrio precario fin quasi al soffitto. 

Di fianco ad una delle finestre soffocate dall’aria calda e sparata da un termosifone elettrizzato i batuffoli di polvere nascosti nel filtro copulavano col velo di polvere dei cartoni provenienti dall’Archivio.

Nel primo pomeriggio gli avrebbe studiati.

Peter avrebbe consegnato le foto scattate prima dell’arrivo del medico legale sulla scena.

Pensava che alle vittime dei riti satanici non veniva riservata una morte così orrenda.

Centinaia di domande gli martellavano la testa. Le risposte erano nel buio da qualche parte e doveva trovarle o non avrebbe mai più dormito la notte.

Quei bambini tagliuzzati e assaggiati, premevano col loro acuto, duro urlo di dolore e lui non poteva nemmeno immaginare quale poteva essere stata la loro lunga, lunghissima sofferenza.

Erano ancora vivi, mentre l’assassino gli faceva a pezzi.

Avevano sangue negli occhi e nella bocca mentre supplicavano quella mano disumana di smettere.

Quella mezza giornata volava tra conversazioni inutili con Mony Miranda, il Direttore in Capo del Dipartimento della Polizia di New York e il sindaco Richard Firth Weller. Weller diventava nervoso soprattutto in prossimità di una nuova sua candidatura.

Quest’ omicidio doveva trovare un colpevole altrimenti addio nuova rielezione. 

Repubblicano convinto, s’era costruito la fama di confusionario analfabeta. Era un dannato arrampicatore. Il suo oscuro passato come venditore d’auto usate fingeva d’averlo dimenticato così come l’incitamento alla prostituzione.

Tutti lo detestavano, persino i giornalisti, ma lui era uno dei protetti d’alcune ricche famiglie della città che in cambio di lotti di terreno, gli assicuravano la nomina e la protezione.

Avrebbe fatto quattro chicchere con Miranda per cercare di trovare almeno una pista.

Molti poliziotti avevano informatori nei giri della prostituzione, della droga e persino in quello del traffico d’organi dai paesi sud americani.

Pensava a suo padre il cui sostegno avrebbe contato molto in quel momento. Pensava al fatto di non aver una vera e propria vita. Niente moglie, niente figli, una casa e un cane da portare a spasso.

L’unico conforto che ora aveva era nella sua forza di volontà.

La sua vita era incerta come l’umore delle stagioni, come la vita delle foglie sul ramo alla fine di Ottobre, pronte a cadere se il vento avesse insistito a torturarne il corpo. La pressione di quella prigionia in un piccolo ufficio lo faceva sentire come un topo in gabbia. La pressione della madre lo feriva.

 “Vorrei un nipotino. Nev per favore, questo sarebbe un desiderio che dovresti esaudire prima della mia morte e per Dio, smettila di fare il duro quando sai benissimo di non esserlo.”

Sua madre aveva ragione. Sempre. Cerco di pettinarsi infilandosi le dita tra i capelli oramai lunghi e ribelli.

La barba abbastanza lunga urgeva una lametta, pensava, mentre si massaggiava il mento prominente seguendo la lunga cicatrice che andava dal pomo d’Adamo al labbro inferiore. Si sarebbe tolto quei peli come facevano gli indiani, col coltello a uno a uno.

Quando non riusciva a trovare la soluzione a un problema ostico cercava una sorta di autopunizione dimenticandosi di se stesso.

Doveva farsi una doccia e ingoiare un boccone decente prima di prendere in considerazione quell’omicidio assurdo.

La disgrazia o meglio dire il crimine dei Parish lo aveva segnato, marchiato a fuoco. Conosceva bene le brutture della guerra, le vittime innocenti che mieteva, quando di mira erano presi i bambini. Ma non aveva mai visto una cosa del genere.

Squartare un uomo poteva anche sembrare normale per un criminale, smembrarlo altrettanto possibile se chi lo faceva aveva abbastanza sangue freddo ma tagliuzzare vivi dei bambini e cucirli all’arredamento come se fossero bottoni, questo sembrava al di là di ogni possibilità di un mortale.

Aveva bisogno di bersi un altro caffè e solo l’idea del suo buon odore, lo faceva stare meglio.

Con la stanchezza sul suo volto si leggeva uno strabismo di Venere ereditato dalla madre, cosa che mandava in delirio parecchie ammiratrici, ma che lui sapeva era solo un cenno di leggero malessere.

Cinque figure abbigliate in abito scuro, fecero il loro ingresso, mentre la totale confusione della polizia, ovunque nel dipartimento era all’apice.

Avanzarono mostrando il loro tesserino come se fossero arcangeli con la corsia privilegiata sulle strade dell’Inferno.

“Il capo?”

Un uomo di mezza età con occhiali da vista costosi, una montatura d’oro metteva in risalto la firma francese Cartier, dall’aria cortese avanzava a passo deciso con la mano alzata per un saluto.

Non ebbe modo di conferire al suo aspetto un tono migliore. La salivazione era amara, forse l’ultima birra era stata di troppo, ma non abbastanza da uccidere la tristezza che si sentiva addosso. Aveva vissuto ogni sorta d’incubo ma quello era tra i peggiori. Gli incubi peggiori, no, non si scordavano.

Aveva sperato che lasciando l’esercito, non si sarebbe più trovato di fronte a delle scene così strazianti, di piccoli corpi martoriati e stavolta non da missili o granate, ma dalla stessa mano dell’uomo.

Pensava in continuazione cercando una relazione tra tutti gli ultimi omicidi. Inseguiva dei testimoni o delle vipere d’informatori, pronte a versare il loro veleno addosso a qualche rivale per un piccolo gruzzoletto di dollari.

Era disposto a pagare di tasca sua, ma brancolava nel buio più pesto. 

Nessun camioncino, alcuna presenza strana, nessun’impronta. Tutto eseguito come da copione da professionisti.

Gente pagata per farlo, gente capace di farlo e sfortunatamente erano in molti sulla piazza a poterlo fare.

La sua domanda era perché e a chi i Parish dovevano dei soldi, cos’era successo e cosa aveva fatto arrabbiare a tal punto l’assassino da sterminarli tutti compresi i piccoli.

Domande, domande, domande. Centinaia migliaia di domande cui anche una sola risposta sarebbe bastata per indicargli una via da seguire.

Quel mattatoio doveva avere una firma. Molti si vendevano per un centinaio di dollari e anche molto meno, i suoi informatori ne sapevano quanto lui.

Aveva tentato di trovare una relazione tra l’omicidio degli Arkinton  e quello dei Parish.

Identica tattica, modo, identico massacro ma pochi indizi.

Pezzi corpi mutilati furono trovati dopo un mese.

Non ne restava molto. Animali randagi insetti avevano già parteggiato e leccato ogni macchia di sangue, a proprio piacere e comodo.

C’erano ancora i crani spolpati, qualche pezzo di carne con ossa bianche in bella vista e stanze buttate per aria, distrutte così come distrutte tutte le possibili impronte digitali.

Gli Arkinton erano i famosi produttori dei Cornky Ciok, cereali imbevuti di piccole gocce di cioccolato, idea che li aveva fatti diventare miliardari.

Famiglia unita la loro ma senza gradi vicini di parentela. Nessuno li cercò per quasi un mese, i domestici avevano avuto tre settimane di ferie regalate alle Hawaii e loro furono sterminati senza che qualcuno si accorgesse della loro partenza mai avvenuta.

Qualcuno da qualche parte di quella città stava abusando della fortuna. Qualcuno pensava di essere al sicuro, ma lui avrebbe spodestato quella tranquillità.

Forse aveva bisogno di una colazione ipercalorica per seguitare in quei ragionamenti che portavano in un dove sconosciuto e annebbiato.

Certe volte ricordava le parole di suo padre che avrebbe voluto cambiare il mondo coi suoi silenzi pacifici.

Ma contro certi esseri il silenzio non bastava, servivano le maniere forti quelle che tradizionalmente venivano soppresse dalla stampa per l’eccessiva violenza. E come gli prendiamo gli assassini secondo voi a parolacce, avrebbe voluto urlare davanti a quelle telecamere curiose di notizie terribili e sanguinolente pur di attirare l’attenzione dello spettatore inerme e cremato dalla televisione.

La sua carriera di poliziotto era appena iniziata e già si pentiva di aver lasciato l’esercito.

Lì c’è un solo modo di risolverle certe cose e molte non serve l’arma, una sana scazzottata è il miglior rimeio contro tutti i mali sociali e non.

Il flash finì nel momento in cui riuscì a razionalizzare quella presenza estranea davanti a lui.

Quel gruppo di personaggi in giacca e cravatta che stava avanzando indisturbato e ostico, sotto lo sguardo curioso di tutti gli agenti di polizia presenti, era una cosa sconcertante, considerato il grugno di alcuni di loro, interessati solo a seguire i passi decisi del capo e diretti verso la sua postazione.

Non poteva essere un caso.

 

“Lei è il tenente Mackinnon? Salve. Sono un agente speciale dell’FBI e il mio nome è River Hugh. Questi sono i miei colleghi gli agenti federali: Dream, Flatthaway, Jordan e O’Reilly.”

I quattro salutarono col cenno della testa e si disposero a parata intorno all’unico di loro che parlava.

Le mani dei due capi si strinsero calorosamente.

Never indicò il suo ufficio, dove la squadra investigativa dell’FBI lo seguì sotto lo sguardo curioso di tutti i poliziotti presenti. Jordan e O’Reilly occuparono l’ingresso all’ufficio per evitare che qualcuno disturbasse la delicata conversazione voluta dai capi dell’FBI stessa.

“Sig. Mackinnon, non le faccio perdere troppo tempo. Siamo qui per i Parish. Abbiamo bisogno di tutte le prove che la polizia ha raccolto prima dell’arrivo del FBI, questo caso passa di nostra competenza.“

La smorfia sul volto di Mackinnon sembrava un’ironica maschera di carnevale, il labbro era atteggiato in un piccolo sorrisino sarcastico.

Certo che la dolcezza non era il suo forte, ma la caustica quella sì, era il suo pane quotidiano. Anche il generale Lewis prima di decorarlo dovette subire quella smorfia screanzata, che stava a ricordargli il suo sederone grosso in poltrona e gli uomini persi sul campo di combattimento..

La sua barba lunga metteva in risalto gli occhi arrossati e del color blu ghiaccio, il nero violaceo sotto le occhiaie che mettevano a disagio chi riusciva a fissarli per qualche secondo.

Quando era davvero stanco la sua faccia, era una combinazione di tenebra e irrequietezza.

Il suo sguardo diventava diavolesco, e lugubre, una sottile linea di fuoco,

Così lo aveva descritto la sua penultima fidanzata. I suoi occhi erano due paletti ghiacciati soffocati da ciglia rare e poco disponibili a nasconderli.

Avevano il potere di piantarsi dentro fino a cercare di succhiarsi i pensieri dell’avversario.

Adesso gli restavano due opzioni: girare i tacchi per lasciare decidere a Miranda oppure stare ad ascoltare tutta la pappardella di quella mossa federale.

In meno di un minuto e solo perché troppo spossato per ragionamenti complicati, decise per la seconda.

Se i federali erano interessati a quel caso, dovevano avere qualche informazione che lui avrebbe dovuto rubare. Doveva giocare d’astuzia.

Forse le tattiche dell’esercito erano molto più operative e concludenti di quelle della Intelligence o dell’FBI.

“Vi sbagliate questo non è un delitto politico è un omicidio e della peggior specie, vuol dire che un sadico si aggira per le strade di New York mentre noi giochiamo a chi si prende cura del caso. Se aveste già avuto qualche possibilità a risolverlo, non sareste davanti a me a elemosinare delle prove che sicuramente vi direbbero le stesse cose di prima vale a dire che alcuno di noi sa che pesci pigliare.”

“Lei è stato nel corpo dei marines, vero?”, la voce voleva sembrare suadente, evidente tattica di persuasione dell’Accademia di Langley con qualche inclinazione personale a voler sembrare conciliante.

“Lo sa benissimo. Ora cosa centra chi sono? Pensate di addossarmi qualche colpa? I miei muscoli vi mettono meno paura di questi occhi, beh, allora i miei ragazzi potrebbero sembrare dei fifoni perché quando mi arrabbio, loro hanno davvero paura di me, come dovrà averla il o gli assassini?”, stava diventando nervoso.

Never ancora indeciso se andarsene o stare li ad ascoltare l’ostentazione di posizione dell’FBI prese a torturarsi il pollice destro con l’indice.

“Capisce, ehm? Lei è una persona rara. Lei è di valore e in più uomo che ha guadagnato una croce di merito per aver salvato la vita ai suoi compagni in Iraq. So che ha scelto la polizia per richiesta di una madre malata di cui si occupa con affetto, sono io sicuramente molto più in difetto di lei, ma noi pensiamo di conoscere chi sono i killer.”

Mackinnon non aveva per niente l’aria soddisfatta, tutte  quelle parole inutili dovevano pur avere uno scopo e si accorse che se la studiavano un po’ troppo prima di sbottonarsi.

River si seette sulla seia del capo. Lo schienale era rotto da troppe pressioni di un fisico sicuramente molto dotato. Senza chieere permesso prese la tastiera vicino a se.

Digitò velocemente dei codici e sullo schermo apparve un file denominato ”Safari” col codice rosso e il timbro Top Secret.

Never guardava negli occhi gli altri quattro manichini dell’FBI. 

I quattro lo fissavano senza però riuscire a sostenere l suo sguardo. L’uomo sorrise e si gratto la guancia, la barba appena spuntata lo faceva sembrare uno scimmione cattivo e questo gli piaceva.

“Piccole innocenti creature.”

River si tolse gli occhiali per pulirli con un fazzoletto  perfettamente piegato nella tasca interna dell’abito. Tre iniziali ricamate emersero dal lato interiore del velo di cotone.

Dopo averlo usato, le mani seguirono la riga della piega, senza guardare la stoffa venne piegata con una velocità sorprendente e il fazzoletto tornò nella tasca. “Piccoli innocenti creature.”, ripeté lui. Era evidente che quest’affermazione sembrava essere una delle poche che lo toccavano profondamente oppure stava cercando di mettere alla prova tutta la sua abilità nel recitare.

In fondo l’FBI,

“Venga, gli fece cenno con la mano ad avvicinarsi, venga, ad ammirare la perfezione del male.” Gli occhi dell’uomo fissavano qualcosa sul display.

Il suo sguardo era difficile da leggere ma sembrava ipnotizzato per non descriverlo affascinato dalla scena che gli si presentava davanti.

L’agente si tolse dalla scrivania raggiungendo gli altri colleghi.

Bastò un cenno della testa e uno di loro prese alcune fotografie dalla piccola valigetta che portava con se. “ ancora un attimo sig. Jordan, attendiamo che il Tenente osservi il capolavoro di un artista, se si può chiamare così un dannato degenerato.”.

 Never si appoggiò alla scrivania girando il monitor.

Poi vi rimase incollato per un minuto senza muovere un muscolo e senza nemmeno battere palpebra. Poteva sentirsi i battiti del cuore in accelerazione.

C’era qualcosa in quelle immagini che gli sfuggiva, ma non sapeva bene cosa, Le scene atroci potevano competere in orrore solo con la scena trovata nella dimora dei Parish.

Le cose appese al soffitto erano strane stoffe e dal lampadario dondolavano tre teste, o almeno sembravano delle teste umane, sebbene gli scalpi fossero stati estratti prima di esporle.

“Strane quelle lunghe pezze, quelle stoffe appese al soffitto.”

“Non sono stoffe tenente Never.”, diceva Dream, chiudendo gli occhi e cercando di ricordare qualcosa di assolutamente impossibile da descrivere.

River gli strinse il braccio come se cercasse conforto o qualcosa che assomigliasse ad un’intesa.

“Sono le pelli dei Parish. Pensiamo che li abbiano scuoiati vivi. Il piccolo aveva quattro o cinque anni e dal capo mancava metà della lingua, l’altro mezzo lembo reciso, pare, con un morso.

Sono morti per il dolore. Sicuramente il primo a meritarsi quella malvagità è stato il bambino e i genitori hanno dovuto guardare impotenti l’intera dolorosissima e cruenta scena. A noi servono le prime foto scattate nella stanza, tutto qua.”

“Lo giaguaro non cerca carne dal leone se la Savana è ancora intera, diceva mio padre.”

“Già, suo padre è stato un gran filosofo vero? Creo di aver letto qualcosa pubblicato sui personaggi criminali nell’arena politica a Langley, in accademia e è diventata materia di studio negli anni successivi..”, afferma River cercando il cellulare da uno dei colleghi. In pochi secondi compose un numero e sottovoce chiese dei codici a qualcuno di nome Foxy.

A quante pare era l’altro a comandare perché River non fece che annuire e dire che sarà fatto.

“La tesi del diploma sappia che l’ho preparata proprio su quel tipo di profilo criminale. Il dott. Frank Mackinnon è ancora una leggenda tra gli studiosi di comportamento criminale.”

Ribatté il Sig. Jordan, un ragazzone di quasi trenta anni che cercava di farsi crescere la barba per sembrare più maturo e ben immedesimato nella parte d’agente federale cazzutto.

“Ne ho una che è meglio di quella di prima, dove arrivano le locuste significa che il campo è grasso, voi avete bisogno di cosa esattamente?”

Non v’era alcuna umiltà nell’espressione di quegli uomini tirati a lucido come damerini.

Never si mise le mani nelle tasche dei jeans, cambiando l’espressione appena la telefonata dell’agente sembrò farsi interessante.

Meno teso e con un lieve sorrisino sulle labbra segnate da un taglio cicatrizzato male si diresse verso la porta.

“E cosa cercate veramente?”

“Nulla che le impedisca di svolgere liberamente il suo lavoro, ispettore.”

Il sig. Jordan lasciò cadere delle fotografie sulla tastiera, ma il foglio che le accompagnava lo teneva ancora per se. Su un lato e in evidenza spiccava il nome Foxy  A. Lehart. Il timbro asseriva che la firma di quel Fox era l’autografo della massima autorità competente.

Doveva provare a stamparselo in testa se voleva trovare qualche traccia.

“Non è l’unico omicidio feroce. Ce ne sono stati altri quattro in quattro stati diversi; stessi attrezzi, stesse regole, medesima  efferatezza.”

Passate domani per ritirare la documentazione.

“Sinceramente noi vogliamo la pellicola, adesso.”

Dream ringhiò come un cane. River lo calmò con una sola occhiata.

Mackinnon s’era accorto del giochetto, ma voleva veere fin a che punto volevano arrivare. Era davvero la giornata più sbagliata per fare quattro chicchere. Sbadigliava come un leone dopo una caccia faticosa, ma come tutti i leoni davanti ad altri predatori doveva tenere almeno un occhio aperto e era quello che stava facendo, stava tenendo il suo occhio da soldato, aperto.

“Ah, ho capito. Aspettate che chiamo uno dei ragazzi che s’è occupato dei primi sopraluoghi. Io ero indaffarato a catturare un vecchio conoscente della centrale. Spacciava davanti alle scuole elementari di China Town.”

Espose solo la testa dalla porta e facendo l’occhiolino a Carter, il più anziano del gruppo, gli chiese di stare al gioco. Gli occhi di Old Boy si strinsero come per dire, non ho capito niente e rimasero a fissarlo in attesa di ordini.

“Carter vieni qui, dobbiamo chiederti un paio di cose sulle prove raccolte dai Parish mentre io dall’altra parte della città arrestavo quel maleetto spacciatore.”

Soprannominato Old Boy per la sua preistorica presenza nella omicidi, Hank Carter, buttò il resto del enorme hot dog sulla scrivania e porto i suoi centodieci chili nella stanza del capo. Una goccia di sugo cadde sulla cravatta. Le briciole se le tolse dalla bocca col palmo.

“Capo?” Fissava il Capo cercando di capire cosa gli stava dicendo. La situazione non era delle migliori, con tutta quella gente intorno a lui. Tutti quegli estranei.

Osservando ifederali, forse si rese conto d’aver compreso di cosa aveva bisogno Mackinnon.

Si mise le mani in tasca per sembrare poco interessato alla visita di quelle personalità dell’anticrimine. 

Con una smorfia si avvicinò cercando di portare il suo interessamento alla fattura delle scarpe costose degli agenti federali, come per dire: Vi pagano meglio di noi e poi da noi venite a rubare la pagnotta. Questa sì che è vita, avere  soldi e indizi a portata di mano.

Pur preso dalla medesima  idea, cercò di non esagerare e gli ultimi metri; camminò a testa china come se i suoi pensieri fossero i più pesanti del mondo. Davanti a Mackinnon rialzò il capo. Never gli fece l’occhiolino.

La discussione con i federali era appena iniziata.

“Perché io ero a China Town quella dannata mattina.”.

Never lo fissava con occhi vitrei e privi di espressione così come uno squalo fissa una foca.

“Ah, già.” Old Boy aveva capito.

“Certamente, lei era lì con quel spacciatore.”. Old Boy Hank

si stava strofinando gli occhi per rendere più passabile la storia della stanchezza e delle prove che mai avrebbe voluto consegnare a quei dannati musi tirati a lucido.

“Le prove dei Parish. Tutte Hank! Miranda ha detto loro che noi avevamo tutte le prove. Io non essendoci stato….. Tu dovrai raccogliere ora, tutti i file e il cartaceo e passargli all’FBI.

I signori non possono aspettare. Diamo loro ciò per cui sono venuti.”

Carter capì in meno di una frazione di secondo.

Dovevano consegnare tutto e cercare in meno del tempo accordato per farlo, di salvare qualche copia o almeno dei frammenti importanti delle perizie legali e delle fotografie.

“Dovresti consegnare il rapporto dell’omicidio al 1873, inclusi gli scatti e d il primo referto del medico legale.” Carter guardò i cinque agenti federali come se fossero cani interessati al suo osso.

“Dice dei Parish, Capo? Già dei Parish, ho capito, disse lui grattandosi la testa cercando si sembrare scemo, ma a quale parte del rapporto quello ufficiale o ufficioso? Tutti eh?”

Prima di uscire rivolse l’ultima domanda guardando Never negli occhi.

“Ma Capo, disse continuando a grattandosi la testa, sicuramente non si avrà il tempo materiale per fare una copia per noi. Mi serviranno venti minuti per chiamare Peter e farmi consegnare le sue foto.”

“Coi rullini, Sig…adesso non mi ricordo il suo nome, tutti i rullini.”, disse battendo con l’indice sul quadrante dell’orologio.

Flatherty, era l’unico a non aver ancor parlato.

La magrezza di quell’individuo, andava a braccetto con la sua sgradevole sottile voce.

L’ostentazione della sua posizione era evidente. Mentre il loro Capo sembrava un personaggio la cui autorità acquisita era frutto di un duro lavoro sul campo, lui cercava di mangiarci su nella scia pur di prendere con se un poco della considerazione degli altri.

L’affermazione non lasciava spazio alla gentilezza. Era imperativa.

Never fece l’occhiolino al suo miglior agente e questo comprese.

“Loro signori dovranno aspettare qualche minuto e i miei ragazzi vi consegneranno il materiale. Io dovrei lasciarvi.

Ci sarebbe una città da proteggere e un criminale a spasso. In ogni caso potete aspettare nel mio ufficio. Qui alla Centrale di Polizia non abbiamo nulla da nascondere alla nostra amica e collega FBI.”.

River fissava l’uomo come se lo stesse studiando.

Mackinnon strine la mano frettolosamente a tutti quanti e uscì, non prima che l’agente Hugh potesse dirgli le ultime parole.

“Il sindaco Weller, è compiaciuto di sapere che lascerà gestire questo caso completamente dalla nostra squadra. Il suo nome tra le alte sfere ha già un certo peso. Sarebbe un vero peccato mancare il posto di capitano e poi per così poco, vero Sig. Mackinnon?”

 l’agente federale River parlava con un tono di voce basso per cercare di assumere la sua espressione più seria. Era un atteggiamento di superiorità che Never metabolizzò in fretta e con un’evidente espressione ironica.

“Se dobbiamo consegnarvi il nostro lavoro, vorrei fosse chiaro che non è stato il delizioso gioco di cortese semantica che mi ha fatto decidere, né ho mai valutato quanto m’interessi l’apprezzamento o il disprezzo di Weller. Qui da noi, sa, il sindaco non ha lasciato buoni ricordi.”

Intanto che si grattava la barba cercava di fissare l’agente federale, per nulla imbarazzato all’idea di critiche.

Il loro duello fatto di sguardi sembrava un film muto.

Never non aveva voglia di rispondere, le solite pressioni, pensava, ma se non fossero le solite pressioni e se fosse qualcosa di più grande, una minaccia che comprendeva oltre a quei cinque stati una nazione intera? Quest’idea poteva avere più senso data la performance di quelli agenti addestrati a soffiarli tutte le prove facendogli rischiare anche il posto.

Carter lo aspettava nell’archivio IISO, una stanza con i vecchi reperti di casi irrisolti.

“Capo, il rullino e Peter sono spariti, ma la buona notizia è che le prime fotografie le ha già sviluppate e me le ha mandate col suo rapporto un’ora fa. Solo che il rapporto, è sulla scrivania o da qualche parte nel nostro ufficio e quei tizi difficilmente mi farebbero passare, senza esaminarmi tutto.”.

“Stai tranquillo Hank. Hai ragione, questi scimmioni,  hanno la fama di cala braghe. Ci penso io, tu porta il rapporto nella sala di proiezione e mettilo sotto il faldone dei ricercati.”.

“Non li posso sopportare quei prepotenti. Anch’io sono grande e grosso ma non vado in giro a fregare il materiale della scena di un delitto. Facile mangiare a casa degli altri!”.

“Penso di sapere perché sono qui, adesso fai quello che ti ho detto, ci vediamo fra poco ai parcheggi, prendi l’auto di Rocco.

“Ma è tutta scassata?!” Hank nascose il viso tra le mani per evitare di esprimere fisicamente il ribrezzo verso il cartoccio del collega.

“Si, ma passa inosservata davanti a quelle dei federali … e Hank, guarda da un computer dell’archivio, tutte le prove in nostro possesso, sugli omicidi dei Daniels, Arkinton e Carson. Voglio sapere tutto sulle loro famiglie, sui vicini, gli amichetti dei bambini, amanti, tutto intesi? River aveva con sé delle fotografie che non ci sono mai pervenute, praticamente, questi omicidi erano rimasti nascosti e vorrei capire perché. Chiama anche quelli della omicidi di Chicago e chiedi tutto il decorso delle indagini, qualcuno deve averle fatte e anche se mancano i documenti, restano i testimoni. Hank cerca nel database della Langley chi è questo Foxy Lehart, non venire a mani vuote siamo intesi, usa le tue buone maniere e io pago due giri di birre gratis da Mel.”

“Capo e Peter?”

“ Fatti dare il suo cellulare da Dorothy e se non dovesse rispondere manda qualcuno a casa sua o dove si pensa che poteva andare. Voglio le prime foto, le altre se le possono pure tenere i federali, secondo me, c’è qualcosa in quei primi scatti che nelle altre non si vede e noi dobbiamo scoprire cos’è.”

“Tra dieci minuti ti fai trovare giù. Lascia detto a Larson dove siamo diretti, ma solo a lui, per tutti gli altri siamo andati da nostro solito informatore.

Mackinnon vide uscire i federali dallo stabile. Trenta minuti dopo aver caricato Carter sull’auto mezza ammaccata di Rocco Pisani, il segugio del dipartimento di polizia che era in viaggio di nozze a Las Vegas con la terza moglie una spogliarellista del BLUE Boom, un torbido locale gay del Bronx e dalla brutta fama, partirono per un ulteriore sopraluogo a casa dei Parish.

La neve cadeva sul parabrezza, con una fragile dolcezza.

Carter accese il tergicristallo, ma le spazzole si rifiutarono di muoversi.

Dopo aver infierito un paio di minuti sulla meccanica dell’automobile, passò un altro paio invece, a imprecare contro il suo collega Rocco De Maio.

Le spazzole avevano cominciato a lavorare. La velocità d’azione era unica.

I gommini giravano violentemente sul vetro dell’auto come impazzite.

Il terribile rumore stava diventando insopportabile e Hank sarebbe sceso molto volentieri per strapparle dal corpo dell’auto. Sarebbe stata una gran soddisfazione.

Un sorriso spontaneo gli illuminò il volto. Non si radeva da qualche giorno e la crescita lo faceva sembrare un orso ma Mary non si lamentava mai del suo aspetto.

“ Queste dannate cose mi faranno ammattire.”

“Calmati Carter, vedrai che il motore ti darà più soddisfazione delle altre parti.”

Never buttò il giaccone sui sedili posteriori e cominciò a esaminare i documenti dell’archivio di stato sul caso Daniels.

Anche qui c’era poco; reperti e fotografie mancavano e il fascicolo era stato classificato top secret.

Carter borbottava ancora sottovoce e le spazzole uccidevano i fiocchi di neve come se fossero dei draghi.

“Un cavallo! Un cavallo! Il mio regno per un cavallo!”

“Capo cosa significa? Non ho mica capito.”.

“Non hai letto Riccardo III di Shakespeare, beh per adesso metti in motto e vai al 1873, devo guardare ancora una cosa. Hai portato le foto di Peter?”

“Certo e ho la sensazione che i federali hanno preso Peter e i rullini. Ma cosa c’entra il cavallo?”

“Il re stava per essere sconfitto e come ultimo atto di sopravvivenza ai suoi scellerati disegni, iniziava a considerare che per scampare alla morte aveva bisogno della sua macchina,vale a dire, un cavallo; per questo motivo era disposto ad offrire il suo regno, tant’era vigliacco pur di salvarsi.”
“Ho sentito che hai già scaricato Joice. Bella puledra, gambe chilometriche, si può sapere cosa ti prende? Mary ed io siamo sposati da quindici anni abbiamo due splendidi bambini, quando ti decidi a mettere la testa a posto? E da quando in qua un tenente della omicidi, legge Shakespeare?”

“ Se ti riferisci alla mia testa quella è già a posto, sono altre regioni del corpo che dopo il terzo appuntamento si annoiano con la medesima  donna. Amico mio, nelle opere teatrali di W. Shakespeare trovi gli stessi crimini d’oggi.  Allora non c’erano i cellulari o le automobili, ma le donne e il denaro sono le rimaste cause immutabili dei crimini. ”.

“Cavolo Mac, è un avvocato, stipendio da sballo e tette da coniglietta di Playboy, o sei diventato scemo o ne hai un’altra nella manica che non vuoi far sapere a zio Hank.”.

“Tieni la bocca chiusa, carcerato dei miei stivali e smettila di parlarmi dell’amore per tua moglie, mi dai la nausea. Sei l’unico pelle scura con l’handicap della fedeltà. E’ vero che sembrate siamesi tu e Mary ma sono fortune che nella vita capitano a pochi. Quanto meno, vedi di non farmela pesare. Finirò col credere che le mogli hanno qualcosa in più oltre al sesso e detto tra noi, non sono sempre tre pasti al giorno. A volte non ho voglio né di verla né di sentirla. Non so come fatte voi due a stare insieme nonostante gli anni. Insomma la noia e il fatto che non hai più nulla da scoprire in lei, non so sono cosa che mi fanno pensare.”

“Con la donna che ami riesci a far sesso come un puledro di dieci anni e io non ho ancora visto una donna più bella di lei.”

“Secondo me, tua moglie ti droga o ti fa quelle cose, come si chiamano, quelle cose sotto ipnosi per tenerti legato a lei, anima e corpo.”.

“Joice aveva le carte giuste. Sei un idiota.”

“Scassava con le sue ripetitive impressioni sulle cause vinte e io sembravo il pezzente che piscia in piedi contro i muri dei bar, sai quegli zoticoni del west con la pistola fumante e mastice di tabacco pronto sa essere sputato sugli stivali, in bocca.”
“Beh, ma è vero che pisci contro i muri dei bar. Questo ti rende un vero maschio se poi fai vedere quanto ad una donna, fossi in lei, non mi staccherei da quel coso nemmeno per andare in bagno.”

“Bella considerazione ha di me sig. Carter, un cavallo che piscia e rutta come un maiale e fa sesso come un coniglio.”

“Che male ci sarebbe? Essere uomini implica un poco di tutto questo. Mary sa che non sono perfetto, ma mi ama per quello che sono. Rutto e non mi considera un cerebro leso perché lo faccio. Mi cucina e mi lava le mutande senza considerarsi una schiava. Non ho imparato a pisciare con la tavoletta abbassata, ma pulisco gli schizzi per dare altre motivazioni di litigio alla mia dolce metà. Fatti furbo e trovati una badante che  si senta onorata di stenderti la biancheria e  ti prepari un pasto caldo quando torni dal lavoro. Crea una squadra di piccoli Mackinnon che dia un senso alla tua vita. Dai amico, convertiti ai pasti caldi, alle partite in tv, alla birra ghiacciata servita sul vassoio e sesso regolare ogni dannata sera. Ecco la cura alla tua malattia soldato.”

Old Boy immaginava la vita del suo amico quando e se avesse trovato una moglie. Lo desiderava per lui, per il suo cuore per quella parte che doveva essere amata e non sapeva darsi. Una donna doveva rapinargli, violentarli e rubargli quell’anima di soldato scalfita solo dalle pallottole.

 L’ombra di montagne di pannolini per bambini gli scolpì un gran sorriso negli occhi. Never non sembrava toccato da questa vena di vecchia ironia un po’ inglese. Il sangue di Joyce era metà inglese, forse per questo non erano riusciti a comunicare liberamente, lei era ancora troppo dipendente dall’etichetta mondana, mentre lui sembrava un cavallo selvaggio nel recinto lussuoso di un avvocato di prestigio. No, non era mica fatto per quel genere di vita.

“Si, ma Joice cerca un uomo che si deve ingoiare il rutto e che se deve scoreggiare deve uscire sul pianerottolo di casa. Ha persino provato a farmi diventare un damerino, mi son vergognato, quando non sapevo le posate sul tavolo a cosa servissero. Parlava con i suoi amici di centinaia di miglia di dollari e io mi vergognavo persino ad ammettere che la paga in cui sguazzavo da due anni non superava ventimila dollari annui”

“A mangiare immagino tu sia rimasto agli hot dog.”

“Le prime due posate, tutto ok, ma le altre tre mi hanno messo in imbarazzo, Mi sono odiato e l’ho odiata quella sera; tant’è che mi ha domandato perché non le sono saltato addosso e io le ho risposto: cara se fai sentire il tuo uomo un deficiente non puoi aspettare che il suo coso funzioni con orgoglio.”

“Ci sarebbe un’amica di Mary.”, la pausa sembrava acuire il nervoso di Mac. La punta d’ironia serviva a fargli capire che la volontà di Mary era come quella di Mosè. Mackinnon cercava di fingere non aver sentito la banzanata che la secrezione mentale di Hank voleva spacciare per un appuntamento della disperazione.

Old Boy, fingeva di sembrare disinteressato, ma sua moglie  lo aveva obbligato ad insistere altrimenti avrebbe dormito abbracciato al cuscino del divano per qualche sera.

“Dì a Mary che non voglio conoscere, nessuna delle sue amiche. Ti ricordi di quando insisteva a presentarmi quella specie di attrice porno che aveva conosciuto sul suo blog delle amiche del ricamo?”

“Ma amico questa è speciale, due tette da sogno, non è mai stata sposata e fa l’infermiera, potrebbe curare quel cervello pacato che ti sei rovinato nei marines. Se non ci provo Mary, mi uccide. Non sono mica tutte matte come quella nuda contorsionista.”

Never fece una risata sonora e Hank si unì a lui.

“Comunque Joice non era male.”, affermò Carter cercando di accendersi una sigaretta.

“Non era male, ma ora si va avanti pensando ad altro.”

Never gli strappò la sigaretta.

“Un infarto fa, ho dovuto promettere a tua moglie che io non t’avrei lasciato fumare.”

“Una?!”

“Nemmeno. Perderei l’unica famiglia che m’è rimasta e la cena di Natale, il Ringraziamento e il 4 Luglio condito dalla miglior insalata di patate degli Stati Uniti.”

“Io non faccio la spia, una?”

“Scherzi. Tu oggi cedi alla tentazione e stasera tua moglie si mette quel perizoma tigrato e poi..”

Hank aveva iniziato ad immaginare sua moglie. Never lo guardava divertito.

“Quando ti tocca il coso, tu canti come un informatore.”

Hank strizzò colpevole gli occhi e gettò il pacchetto nuovo di sigarette dal finestrino. I tergicristalli sembravano voler consumare il parabrezza. Voleva tirargli un pugno.

“Mens sana in corpore sano.”

“Smettila.” Il commando dei tergicristalli era bloccato e le spatole impazzite gioivano sul vetro liscio. Hank continuava a provare con la forza.

Never buttò gli occhi sui fogli cercando di trovare un filo riconducibile a tutti gli omicidi. Mancavano le fotografie e allora era il caso di sentire i testimoni.

“Carter, lascia perdere.”

“Mai!”, disse l’amico sotto voce imprecando.

Hank si concentrava ancora sulle dannate spazzole. Era arrivato a detestale ad immaginare di strapparle dalla carrozzeria come se fossero stati dei funghi velenosi seminati dal demonio solo per farlo innervosire.. Avrebbe voluto fermarle e togliere a mano se necessario, tutta quella dannata  neve gelida e appiccicaticcia, dal parabrezza.

“Centrale, qui Mackinnon mi servono delle ricerche veloci. Cercate nel data base i nomi dei testimoni ai seguenti omicidi: Daniels, Kerry e Carson……, magari le foto e vorrei qualche dannata fotografia delle vittime, insomma tutto. Meglio tutto di niente”

“Io ho una famiglia e non me la sento di dirti di fare lo stallone per tutta la vita. Mary non è una gran donna fisicamente, ma è una gran donna solo perché mi sopporta. Non è vero meglio tutto di niente. Meglio il giusto.”

“Non la troverò mai una donna, figurati poi così devota. Sai, non riesco ad abituarmi a loro; quando girano per casa e tentano di mettere un ordine loro, nelle mie belle cose sparse. Un mese dopo averle conosciute già non m’intrigano più e come se non avessero un vero progetto nella vita oppure se avessero già tutto e vedessero me come un trofeo. Diamine sono un uomo normale e capisco che la passione passa in fretta, ma non sono ancora uscito con una donna che mi manchi da morire e che spenga i pensieri del lavoro. Forse morirò abbracciato al lavoro; come diceva mia madre a mio padre, nei giorni felici.”

“Mary crede che alla fine una ti metterà ko e sai cosa mi ha detto? Che non sarà una top model, ma una normale che non ti sogneresti nemmeno di invitare fuori. Io le dico che sono evanescenze femminili, tutte ciarle da telenovele. Lei mi porta una birra ghiacciata e un paio di hamburger, ripete due o tre volte che tanto troverai quella che ti mette la testa a posto, io le tasto il seere e la cosa passa all’archivio.”

“Chi lo sa? Dubito che una donna possa diventare tanto nella mia vita, così severa e così poco ricca di soddisfazioni economiche, sopratutto una donna per la quale non perda la testa fisicamente. Hai presente tette, gambe e tutto il resto del correo?”

“Ho quarantotto anni e sono il nero più felicemente sposato del mondo.”

“Sei il cioccolatino con meno capelli rispetto a quelli della tua razza e con una quindicina di chili di troppo. Ho sentito le lamentele tua moglie.”

“Senti ragazzino, sono un uomo di un metro e novanta e questo è il mio ideale e ripeto, ideale peso forma. Mony pesa quanto me, mezzo metro meno e nessuno gli rompe le scatole, pur essendo il nero più incazzato del mondo.”

“Già, mai visto un uomo che riesce ad essere perennemente incazzato. Quel piccoletto riesce a far paura a tutti, tant’è che nemmeno Weller ha avuto il coraggio di mandarlo in pensione. E’ il miglior poliziotto col quale si potrebbe lavorare, ma ha un diavolo di carattere. Perché tu non hai mai pranzato con Lilian.  T’ assicuro che gli fa mangiare due carote: una per cena e una per pranzo. Lo fregano le merendine che Peter gli spaccia sottobanco e che Lilian trova nelle giacche. Miranda è il cioccolatino a tipico, ma conserva il caratteraccio di tutti voi neri, be tranne per l’altezza.”

Entrambi scoppiarono in risate sonore.

“Devi sposarti.”

“Non sono più i tempi per i matrimoni duraturi, ora anche le donne vogliono..”

“La stessa cosa di sempre vale a dire un uomo che torni a casa per loro e che sia fiero di quello che fanno nella vita. Il loro piccolo eroe.”

“Io sono condannato a restare solo.”

Gli occhi di Hank fissavano nel vuoto pensando da quanti anni Nev veniva a casa loro, oramai era diventato un membro della famiglia e se Mary avesse saputo che gli fosse successo qualcosa era sicuro che non gli lo avrebbe perdonato.

Mackinnon sorrideva e canticchiava sottovoce jingle bell rock, quell’atmosfera natalizia macchiata di rosso non lo aveva distrutto completamente. Era sicuro che avrebbe trovato la via, le risposte. La voce calda come quella di Dean Martin illuminò l’abitacolo per poco come se fosse una serena settimana prenatalizia.

Il criminale più incallito che non aveva nulla da perdere non aveva conosciuto un soldato preparato a guardare la morte e a sua volta non aveva nulla da perdere.

Tre ore dopo, alle dieci e mezzo di sera sotto la tormenta di neve Carter e Mackinnon arrivarono davanti al 1873. La casa in stile vittoriano dei Parish.

Era una tomba d’urla ancora fresche.

Quella dimora ora intrappolava tra le mura gocciolanti di sangue, il male. Dal cancello e avvolta dal buio, quella macchia scura col muro di mattoni a vista e un enorme Santa Klaus  nel giardino, sembrava la scatola degli orrori.

Gli occhi ciechi delle finestre tanto gelidi da sembrare oblò di navi fantasma morte per segrete ragioni, imploravano il calore benefico della luce che faticava ad arrivare dai lampioni troppo lontani.

La tenebra non migliorava quel suo velo spettrale, nemmeno con qualche soffice e gelato fiocco di neve.

I marciapiei vuoti e ermeticamente chiusi in un silenzio congelato tra alberi legati in luci natalizie statiche, sembravano imbuti senza fondo.

Tutto l’isolato era festosamente addobbato, le luci natalizie del giardino faceva pensare ad una piccola Wonderland e le case avevano un’aura di felicità sincera che sembrava donare pace in ogni sua essenza.

La casa dei Parish, sontuosa  nel delirio  gioioso della festività, parlava col suo mostruoso silenzio alle crepe buie dell’anima, portando alla luce le paure dell’uomo nero e di tutti gli esseri deformi che abitano tacitamente, l’ombra.

Molti vicini erano già partiti per Aspen e i pochi rimasti avevano interpellato le ditte specializzate in sistemi d’allarme.

I Machallan al 9871, misero un sistema d’allarme a rilevamento vocale con doppio recinto d’ultrasuoni, sistema usato anche dalla NASA.

“Never, disse Hank guardando in direzione della casa qui ifederali hanno lasciato meno di quanto possiamo aspettarci di trovare.”.

Never uscì dall’auto e coi piei che affondavano nello strato di neve già alto, si diresse verso la porta.

“Io non mi aspetto di trovare niente Hank, devo solo veere quello che è rimasto. Me lo diceva sempre mio padre: Ragazzo se vuoi stare lontano dai guai, porta il tuo culo in posti dove le spine se le son già prese gli altri. Adesso capiva veramente il senso di quella frase. Poco importava delle foto, dei testimoni e dell’FBI, quel caso presentava certe stranezze, confermate dalla sparizione di uno dei suoi migliori poliziotti.

Un assassino coperto dall’FBI o cercato solo dall’ FBI doveva essere un esemplare non solo feroce e meticoloso, ma quasi imprendibile.”

Ma, Carter non lo sentiva più, gli occhi dell’uomo, erano ipnotizzati da una finestra del primo piano che rifletteva i bagliori della Luna. Piccole scintille troppe per sembrare degli occhi, luccicavano nell’oscurità. Probabilmente il riflesso di tre stelle.

Un pensiero orribile ad un tratto gli fece sgranare gli occhi.

Si spostò leggermente sul seile per guardare dal finestrino laterale il cielo e si accorse che la Luna quella notte, non c’era e nemmeno le stelle.

             Una notte grigia come tante altre notti ma questa sembrava volesse lasciargli qualcosa di fastidioso dentro. Era solo una sensazione, una dannata sensazione di smarrimento tutto qua. Chissà perché aveva voglia d’andarsene al più presto da quel maleetto posto.

Cercava qualcosa tra le ombre la fuori in strada ma solo una fitta nevicata bianca in contrasto con la fredda oscurità. Si sentiva gelare dentro.

Un senso di nausea gli ricordò gli avvenimenti accaduti pochi giorni prima tra quelle mura.

Non voleva ricordare i pezzi di carne sparsi ovunque, le piccole dita amputate e sparse come caramelle sulla preziosa moquette.

Non voleva ricordare il senso d’impotenza e la fragilità dell’uomo quando veniva martoriato assieme alla sua famiglia tra le mura sicure della propria casa in una notte che doveva preannunciare la gioia delle festività natalizie.

Tornò a guardare la finestra.

Un volto spaventoso appiccicato al vetro digrignava i denti, bianchissimi, lunghissimi; poi lo spettro scomparve lasciando posto al buio e al freddo.

Carter si buttò fuori della macchina e corse nella casa.

La porta aperta spalancata sull’Inferno lo aveva ingoiato e per un attimo l’oscurità aveva vinto.

“Mac ? Ci sei?”

Doveva tirarlo fuori di lì e non v’era modo se non entrando.

Provò chiamarlo un'altra volta.

Nessuna risposta.

      Il silenzio era più freddo dei crampi da congelamento e le fitte alle orecchie.

Raffiche di vento cucivano brividi lungo gli arti e la schiena. Hank non veeva nulla ma si sforzava.

L’occhio aveva davanti a se un muro nero e impenetrabile. Provò con l’accendino a cercare Mackinnon.

Qualcosa lo invitava a salire al piano superiore.

“Nev, ci sei, dannazione Mackinnon?”

Le cose nel buio sembravano avere vita. Un ondeggio innaturale delle forme giocavano  con sottili riflessi nell’iride. Lo spigolo di un comò urtato per sbaglio col ginocchio gli strappò un urlo. Never non gli rispose.

“Mac?” Questo posto puzza come l’Inferno; borbottava Carter cercando di catturare qualche suono.

Una voce mielata lo invitava di sopra. Nella sua testa, qualcosa gli diceva di non andare.

      Una cosa che si muoveva nervosamente nella tenebra che pazientava da tanto, troppo tempo; qualcosa che intuiva la sua paura ma che sapeva come infilarsi nella sua mente, nei suoi pensieri fino a vincerli.

Cazzo, io ci non salgo lassù; Hank spaventato come un bambinetto di quattro anni riusciva a mal appena a controllarsi.

 Continuava a guardarsi attorno come se una presenza arcigna, nascosta nell’ombra volesse afferrarlo.

 C’era un vago odore di cose putrescenti, di muffe umide che coprivano chissà quali orrori.

            Immaginava un mostro enorme, paziente e affamato, aspettarlo dietro qualche porta, come se lui fosse il topolino di un esperimento infernale, la cavia per il pasto di un essere nella catena alimentare molto più forte di lui.

Cazzo perché non veo, Dio vorrei che si accendessero le luci e sto freddo, sto odore nauseante. “Smettila di chiamarmi!”, gridò nel vuoto, ma Carter sentiva quella voce in testa insistere nel chiamarlo a se, verso un posto più caldo, verso un abbraccio sicuro, verso quella verità che stavano cercando.

Diammine era un adulto eppure tremava. L’aria sembrava densa e l’immagine dei bambini straziati presero vita nella sua testa. Hank, vieni con noi, dicevano quegli spettri, dal buio o dalle crepe dietro i mobili immobilizzati da una forza malefica e sconosciuta.

Le bambole antiche di porcellana lo fissavano ghignando.  Volti sorridenti e serafici come piccoli esseri imbalsamati nei loro vestiti antichi e colorati.

Un pagliaccio di porcellana con un ghigno diabolico e rosso scolpito tra le guance troneggiava in mezzo alle altre figure.

Il suo volto coi denti dipinti e gli occhi di ghiaccio, al buio colpiva dritto nel cuore delle paure che aveva sepolto già con l’adolescenza.

Una presenza malefica, un odore forte di carne cruda lasciata al sole a urlare in acidità la sua esistenza.

Un conato di vomito si fermò in gola.

Sentiva un impasto amaro in bocca e trattenne lo sputo di quel veleno a stento.

Le dita si contorcevano dal nervoso, torturando le pellicine intorno all’unghia del pollice. Un pezzettino di pelle cadde a terra.

La ferita scoperta sembrò indolore. Stava sanguinando ma poca cosa confronto al senso di vertigine col quale lottava.

La permanenza forzata in quel posto era una delle peggiori sofferenze che aveva mai inflitto alla sua mente. Stava seviziando le certezze e la sua fee, incrollabili.

I mostri non esistono, si disse scoraggiato. Ma i mostri ghignavano dalla finestra buia dell’inconscio e lui non poteva farci nulla. Gridare ma a chi, a se stesso? Era un morbo l’oscurità, un morbo infetto pronto a contaminare il buono del mondo e lui si sentiva impotente come un bruco in mezzo all’incendio.

Buio. Tenebra. Aria come ghiaccio. Sinfonie di silenzi masticate dal male. Lui solo coi battiti del cuore alterati da follia. Un passo. Un altro passo.

Aveva voglia di orinare. La tensione lo tratteneva con la forza e le gambe inspiegabilmente pesanti divennero come due tranci di ferro. Provò a farsi un poco di luce con l’accendino.

Chiuse gli occhi. Voleva scappare.

Non riusciva ad articolare alcuna parola e Mac sembrava scomparso nel nulla, stava per tornare verso l’ingresso, quando una mano gli si posò delicatamente sulla spalla.

“Mac, meno male sei tu, mi stava venendo un colpo.”

Hank aprì gli occhi per girarsi con un sorriso di soddisfazione e girando la testa, l’accendino toccò la mano fredda dell’amico. “Grazie al cie…..”

Ma non era Mac. La sua mano, la sua povera, fragile mano ebbe una torsione innaturale del polso, l’accendino scivolò sbattendo violentemente a terra e vide solo tre bagliori, tre globi oculari o forse solo tre orbite vuote prima di gridare per il dolore, terrificato, indifeso,  nella sua testa.

Il silenzio della casa tornò a regnare sulle cose e sui tentacoli dell’oscurità che s’erano insinuati un poco ovunque.

Le ombre masticavano ogni briciola di mobilio come se trovassero indigesti i piccoli bagliori di luce.

Anche la tenebra conservava le sue remore. Passò un’infinità di tempo, sebbene fossero solo pochi minuti da, quando Never era uscito ad ispezionare il garage e la cantina nel retro della casa. Sembrava tutto così tranquillo.

Nulla parlava della ferocia con cui il crimine aveva giocato in quelle belle stanze. E il freddo aveva quasi smorzato l’odore del sangue ancora fisso alle pareti come le stigmate di un santo. Poca cosa ricordare. La famiglia che l’abitava non c’era più.

Pezzi di ognuno di loro, piccoli resti come spiccia bigiotteria ora si mescolava al resto dell’arreo.

Unghie, ossa, organi, peli, persino interiora, tutto un impasto di carni umani servite per qualcosa che andava al di la del sacrificio umano e del rito ad un Dio cannibale.

Dopo aver esaminato il box nella parte posteriore del giardino, affiancato da una decina d’alberi secolari con gli arti di legno piegati sotto il peso della neve, Never scese nella cantina.

Dentro faceva più freddo di fuori. Un locale ordinato con attrezzi per il bricolage, un generatore d’emergenza e perfino un mobile per la rianimazione, al suo interno.

Aveva quasi esaurito i fiammiferi, accese l’ultimo per cercare qualcosa appeso sulla parete di lavoro straordinariamente ben attrezzata.

Parish aveva una vera passione per il fai da te. Prese le due torce e un rotolo di scotch alto.

La cantina non aveva vissuto i momenti di quell’orribile delitto, si poteva osservare dalla meticolosità con la quale l’avvocato divorzista Parish sistemava il suo banco lavoro.

La polvere non aveva fatto in tempo ad attaccare sugli utensili di vario genere e molto costosi a guardare le fila ordinate dei trenta cacciaviti.

Diee un’ultima veloce occhiata e prese a salire.

La casa era nera come un monumento alla morte stessa. Risultato perfetto di un’eccelsa combinazione tra ostentazione e vanità.

Come sorpresa per il ventesimo anniversario di matrimonio, Paul aveva voluto regalare alla moglie Laura, una nuova auto sportiva di marca teesca, un collier di brillanti e una sistemata alla facciata dell’abitazione.

Le aveva donato anche sei maestose e costose colonne di marmo con le iniziali della donna sui basamenti di ciascuna colonna e un rivestimento totale in granito italiano.

 Il colore celeste ben si addiceva all’architettura elisabettiana del lato anteriore.

Non era molto grande, ma l’eificio che si sviluppava in lunghezza e non in altezza sembrava una sorta di ferro di cavallo.  Nero e celeste, strano diverbio di personalità nei Parish.

La bellezza della facciata aveva conferito ai Parish un notevole valore sociale.

In fondo posseere la casa più elegante dell’intera Beausville dava quel prestigio del quale i due coniugi avevano bisogno per eccellere nella propria attività per affermarsi definitivamente come avvocati di successo.

 Never allungava il passo senza rendersi conto di avere i piei quasi congelati. Le scarpe bagnate avevano lasciato dietro di se orme che la neve cadendo stava cancellando.

Qualcuno avrebbe detto “tanta fatica per niente, inteso se quelle orme ti potevano servire per ritrovare la strada di casa, allora amico, sei sfottuto”.

La mano destra forzò la porta posteriore della cucina. Le dita strette intorno alla maniglia si bloccarono in un totale atto di forza verso quella cosa statica e sorda alla sua necessità.

Non si apriva, dannazione.  La continua pressione aveva semi congelato la mano.

“O io o tu!”

 Si sentiva ridicolo in quella situazione o meglio a combattere con una semplice maniglia.

Se la serratura congelata non accettava la chiave la forza poteva solo distruggere serratura e cardini della porta. Ma non sembrava una brillante idea.

“Questa volta è andata così ma la prossima non aspettarti di vincere.”, forse fare dei ragionamenti con le cose inanimate poteva instradarlo ad intuizioni geniali, peccato che in quel momento nonostante la sua forza si sentiva uno scimmione col grado di’intelligenza sotto il livello meio.

Doveva fare il giro di tutta la casa per rientrare dall’ingresso di cui posseeva una copia della chiave, trovata appesa sulla mensola dell’appendiabiti e portata come reperto della scena del crimine, in centrale.

Col gomito spaccò il vetro sopra la serratura.

Il rumore si sciolse nella notte, come si poteva scomporre l’urlo di un lupo alla Luna.

La neve continuava a cadere trasversalmente. Fioccava nel incanto gelido senza traumatizzare l’atmosfera sognante con la tenebra.

Gli venne in mente qualche scena travolgente di Shining, quella in cui Jack Nicholson munito di ascia inseguiva la sua cara famiglia nel labirinto innevato chiamandoli con affetto a realizzare il suo sogno di morte.

La luccicanza fu l’unica cosa a brillargli in una stanza buia del capo poi pensò alla magia del bambino nella sua testa, una magia che gli porterebbe un sacco di conforto se la posseesse.

Tutta la scena era dettata dal delirio della sceneggiatura e realizzata sotto una memorabile e dolce nevicata. 

Un vero scontro cinematografico tra il bene d’una natura candida e la malvagità d’una personalità umana parecchio deviata.

Alcuni fiocchi gli piombavano negli occhi e persino nella bocca. Inserì la mano dentro e aprì la porta a fatica, rompendo la maniglia congelata.

Accese una delle torce. Il raggio di luce colpiva una parete della cucina, la finestra e poi si spostò sulle mensole.

Ora illuminò il tavolo. Sopra conservava al centro una gran fruttiera zeppa d’ogni genere di frutto tropicale macchiato di sangue.

Due tazze da the giacevano rovesciate nel lavandino, colmo di un liquido scuro e denso.

Nello stesso in un lavandino galleggiavano frammenti d’oggetti vari, il quadrante di un orologio, un orecchino rotto e senza pietra e piccoli grovigli di capelli.

Per quanto la scientifica avesse raccolto tutti i pezzi umani per restituire loro un’identità, in casa restavano frammenti  memori di un atroce delitto come: parti di tessuto dei vestiti che le vittime indossavano e grovigli di capelli sparpagliati ovunque e assemblati, mescolati a capelli di altri appartenenti alla famiglia. Macchie ematiche abbondanti come se un artista avesse voluto spruzzare il sangue con il suo aerografo sperando di comporre una grande e mostruosa opera d’arte.

Le stesse macchie delle pareti e del soffitto, imbrattavano il pavimento. Queste invece sembravano bianche come spruzzi granulosi di farina. Ma c’era qualcosa in più qualcosa di diverso.

Poteva sembrare solo una sensazione, un alt istintivo che la ragione computava importante ma che i sensi faticavano a tradurre.

Chiudi gli occhi si disse, la vista ti sta ingannando.

Chiuse rapidamente gli occhi. L’odore di qualcosa di pungente si avvertiva e era una cosa che durante il sopraluogo non si notò minimamente, ma non era nemmeno quello il pericolo.

C’era qualcosa d’impalpabile, di quasi impercettibile ma incollato profondamente a quello spazio.

L’odore acre di carne putrefatta penetrava nelle narici come se avesse dei lunghi e assurdi tentacoli.

Cercò la seconda torcia nella tasca sinistra del giaccone.

Le dita sembravano paralizzate eppure non erano per nulla in fase di congelamento.

Si sfregò le mani. Erano calde eppure le falangi facevano fatica ad assecondare gli impulsi nervosi. Non era il momento migliore per sentirsi insufficiente.

Doveva far distrarre la sua mente.

Percepì  in un angolino del cuore la canzone dei Drifters e la canto in se stesso: ” Saturday night at the movies, who girls what pictures you’ll see……they don’t try to hide…but they never can compare to the girls in by my side……. dai ragazzo che sei un artista mancato, questo palcoscenico non è uno dei migliori e il pubblico un poco tenebroso.”, si disse, cercando di distrarre la mente dai mostri dell’infanzia, dagli incubi notturni che gli avevano segnato sul percorso della sua esistenza, la vita.

Conservava in memoria, tutte le immagini di quando marciavano col plotone in mezzo ad un deserto spietato  e di quando la cantavano, lo fece sorridere, bei tempi, pensò e continuò a cantarla.

Ora la forza che aveva sentito addosso sembrava averlo mollato. Le mani tornarono a muoversi con agilità. Non era un tipo superstizioso e nemmeno di tantissima fee, ma sapeva che c’erano oscure vie della coscienza che poteva rendere la gente pazza al punto di esaltarsi in forme d’espressione orribili come se fossero dei mancati dei o in atto di divenirlo.

Accese anche questa e la fissò alla ringhiera all’ingresso della scala principale, con un pezzo di nastro adesivo. Luce chiara, gelida che sparava senza pietà sulla tossicità stagnante del nero pesto.

Lo scoppio istantaneo di chiarore rilevò uno scenario degno del peggior incubo.

Tutta l’area strappata all’ombra era soggetta a spasmi creati dal sangue.

Non v’era margine o spazio sull’intonaco candido delle pareti senza la presenza di tristi orme umane. Persino il soffitto rimarcava spruzzi di sangue, copiosi e oramai diventati scuri.

I quadri di valore sembravano non aver destato interesse nei carnefici. 

Nulla che potesse  interessare la avidità arrivista d’un essere umano.

Così l’argenteria. Sul magnifico tavolo all’ingresso vi era un candelabro che poteva pesare più di una decina di chili.

Non v’erano segni d’infrazione o scasso e la cassaforte teneva in deposito, circa trentamila dollari in contanti,intatta.

Sangue e solo sangue, regnava ovunque come se fosse stato prelevato in un macabro pozzo e poi buttato in giro a secchiate. Qualcosa fatto per diletto.

Opera di un artista dell’orrore, di un maniaco che godeva nel completamento della propria opera, una creatura sanguinaria e cannibale.

Un massacro senza firma e apparentemente senza un movente.

Quello era il genere di carneficina che aveva il potere di ferire la coscienza persino del peggior criminale. Eppure tutti gli omicidi avevano un movente, sessuale, economico, vendicativo, psichico.

Il salotto si apriva verso un alto camino di marmo che raffigurava sui lati due dragoni alati.

Dall’unione delle loro teste e tra le fiamme si ergeva un teschio coronato, con tre orbite.

Sicuramente una tetra simbologia allegorica perché le incisioni sopra tale corona non erano in latino, ma un linguaggio con strani caratteri alfabetici.

Sopra il camino, il quadro della famiglia Parish al completo; La Signora al centro vestita in abito lungo bianco, seuta in una poltrona rossa aveva un bambino piccolo in braccio che sembrava avere non più di un anno.

Il capofamiglia stava in piei assieme agli altri figli con il volto sorridente; il volto di un uomo di successo e nel pieno della sua ascesa professionale.

Sullo sfondo dell’opera, vi era il camino acceso che spandeva raggi caldi benevoli intorno ai personaggi ritratti, tanto che persino gli occhi dei draghi sembravano posseere vita. Never più guardava in quel quadro e più aveva l’impressione di essere fissato dagli animali onirici o dalla famiglia sterminata.

Sono solo visioni e giochi di luce, si disse il poliziotto concentrato sulla cornice che sembrava graffiata in un punto troppo alto e troppo profondamente per pensare sia stato fatto da un’unghia.

Tre lunghi tagli sventravano il legno senza però attaccare la tela.

Questo non c’era nel rapporto dei ragazzi della scientifica e nemmeno negli scatti fotografici di Peter. Che strane forme, la sua mente stava creando uno scenario pauroso e lui si sentiva una di quelle pree che pochi giorni prima veniva tagliuzzata, da viva, forme di draghi e mostri entravano nella memoria visiva come se dovessero materializzarli in un momento qualsiasi.

Never si allontanò dal camino per avere una visuale completa della sala. Gli sembrava di essere sulla scena del delitto per la prima volta.

Quando aveva trovato tutti quei resti umani sparsi come corn flakes caduti dal sacchetto nel momento di aprirlo, per la casa, non aveva dato peso ai particolari.  Non avrebbe potuto.  

Eppure i particolari erano tutto in quel caso, lo sentiva.

L’atroccia delle carni mutilate era già una cosa troppo crudele da veere persino per un soldato abituato a veere la morte sul campo di battaglia, sebbene quel tipo di morte fosse molto più dignitosa della fine di quei poveretti. 

La torcia non riusciva a sradicare completamente l’oscurità, la stanza era troppo grande per il getto di luce glaciale che colpiva dritto sopra il camino.

Tutto era rimasto intatto, i corpi spezzettati e ogni singola parte di materia umana raccolti dalla polizia invece, No.

Restavano solo gli elementi liquidi impossibile da segnare perché erano presenti ovunque.

Quel posto, a quella ora della notte faceva immaginare ad un mattatoio. Un’immensa e fredda cella frigorifera dove il macellaio affilati i coltelli, iniziava a sezionare i corpi inanimati degli animali, mentre un fiume di sangue raccontava la breve vita o la storia d’un pezzo di carne che sarebbe andato in pasto magari in un hamburger o un hot dog sulla ventiseiesima strada.

Una porta si chiuse lentamente facendo un rumore sinistro.

Lo scricchiolio gli provocò dei brividi lungo la schiena e percepiti poi dalla mano destra, quella che tentava di illuminarli con la torcia la strada nella tenebra poco invitante.

Aveva la sensazione di sentirsi in trappola, come quando da bambini si cade nei fossi alti e senza bordi.

Gli era già capitato di scivolare in una scarpata, lo spavento lo aveva tenuto ancorato ad una esile radice che si rivelò anche la sua salvezza  .

Per non perdere tempo, tagliò dalla cucina per arrivare nell’ingresso e fece i quaranta gradini a tre a tre fino al piano superiore.

Tutte le porte sembravano chiuse.

Sfoderò la pistola e con la torcia puntata al centro del corridoio iniziò ad aprirle ad una ad una.

La moquette non posseeva alcun colore definito e Shining di Stephen King, sembrava aver preso vita tra quelle eleganti mura newyorkesi. Adesso un’onda di sangue liquido arriva dalla cima delle scale e cade giù coi suoi pezzi di carne ancora caldi con spasmi di arti appena amputati, l’immaginazione non poteva che gallonare con pessimi presagi in quell’atmosfera poco amichevole. Questa casa è solo un insieme di mattoni, i fantasmi non esistono, pensiero confortante che Never non riuscì a completare appena i rumori si fecero reali. Il cervello non riusciva a realizzare se fossero passi o altro.

“Chi c’è?”

La sua voce fu come ingoiata dal silenzio che manteneva la supremazia nello spazio e nella forma di quell’eificio. Un altro rumore stavolta sottile come un sibilo gli raggelò le gambe. Sembrava disumano.

Forse una bestia si aggirava per la casa, un cane con la rabbia, un animale di grossa taglia. Ma anche lui sapeva che nessun cane scompone in quel modo la propria prea.

Ne aveva visti di corpi straziati dalle bombe, arti amputati dai colpi di mitragliatrice nemica, aveva cercato di bendare ferite aperte nel torace che mostravano organi umani. Non aveva mai temuto la morte come ora temeva il cacciatore capace di atti di cui nemmeno gli animali si potevano macchiare.

Gli animali cacciano per mangiare, l’uomo caccia per il piacere di uccidere.

Continuò a camminare aprendo le porte fino a fermarsi davanti all’ultima la stanza, dei piccoli presumibilmente. La decorazione con fiori e angeli della porta sembrava indicata per neonati.

Aprì anche questa. Vuota.

La finestra senza tenda, guardava nevicare col suo occhio spento.  Le tende fatte a pezzi e intrise di sangue gran state portate via dalla polizia con altri reperti e capi d’abbigliamento.

Cercarono l’arma del delitto per ore. Erano in venti  e sparpagliati  ovunque ma inutilmente.

Nemmeno quel piccolo angolo di paradiso era stato risparmiato.

Chi aveva profanato quel luogo lo aveva fatto con odio, un avversione all’infanzia felice  e alla bellezza di quelle giovani creature.

Lo stesso scenario di prima con macchie e chiazze di sangue.

Tutte discretamente grandi, presenti su tutti i mobili, le pareti e persino il soffitto.

Aveva cominciato ad odiare con rabbia, il malato capace di fare quelle cose a dei bambini. Una sorta di malessere che lo colpiva, quando si sentiva le mani legate e doveva soccombere ad un destino che non era voluto e costruito da lui.

Si morse il labbro fino a farlo sanguinare.

La mano sinistra stringeva l’impugnatura della pistola con tale forza che lui stesso non riusciva a controllare.

Ancora un forte odore e questa volta riusciva a percepirlo anche ad occhi aperti.

La pressione del sangue si stava alzando e la vena sulla tempia palpitava con evidente forza. Sentiva fitte di dolore dietro le orecchie.

Il suo udito cercava tracce e rumori apparentemente invisibili.

Si sentiva cieco e impotente. La torcia masticava indigesti bocconi d’ombra.

Adesso cominciava a sentire un formicolio alle dita dei piei bagnati e ogni movimento che faceva sembrava doloroso.

Non aveva mai avuto paura del buio nemmeno da bambino.

Sua madre lo prendeva spesso in braccio e al buio giravano insieme per la casa.

La sua voce dolce accompagnava la descrizione d’ogni cosa e dall’ombra i mobili, i quadri e le mensole prendevano le loro reali forme senza spaventarlo. “Sono semplicemente cose e sono gli oggetti che tu riconosci benissimo di giorno. Loro di notte dormono come noi quindi, quando le sfiori al buio ricordati che non sono lì per spaventarti, ma per servirti in qualunque momento, le parole della madre gli davano un nuovo conforto.  Ma non era il buio ad angosciarlo ma quello che non voleva uscire dal buio per farsi veere.

Una sorta di segugio che aveva paura di lui e per farlo arrabbiare lo inseguiva come una lunga ombra mai capace di colpirlo frontalmente ma pronta ad insinuarsi nei suoi più paurosi pensieri.

Jennifer Mackinnon hai fatto un buon lavoro, si disse, mentre girava le spalle alla finestra per tornare da basso.

Il rumore della porta poteva averla provocata anche un colpo di vento. Ricordava benissimo di aver lasciato la porta posteriore della casa aperta e forse Hank lo aveva seguito.

Il corridoio illuminato dalla torcia sembrava più lungo del solito.

Non aveva voglia di fare stazione in tutte le stanze della casa. Forse sarebbe stato più opportuno tornare di giorno. 

Magari con una macchina fotografica, ma senza rendersi conto di non aver toccato il primo gradino, mise il piee in fallo e nella veloce discesa sentì di aver urtato qualcosa o qualcuno.

Giaceva sul primo gradino della scalinata.

La torcia gli era scivolata dalla mano forse qualche attimo, prima della caduta, ma la pistola incollata tra le dita della mano sinistra e il palmo non l’aveva persa. Sudava.

Violenti stimoli nervosi influenzavano l’indice pronto a premere il grilletto.

La mente cercava nozioni precise, dettagli o contorni su cui appoggiare la mira.

Gli occhi erano completamente inutili, ciechi, fissi su un campo immenso e nero come solo la gola dell’Inferno poteva essere. 

Adesso percepiva meglio il travaglio della pelle delle gambe imprigionata nella stoffa dei jeans bagnati.  Era come se avesse indossato una corazza di spine ghiacciate.

L’idea di una doccia bollente lunga ora e ora gli bastava per tenere a bada quella fastidiosa sensazione d’uomo alla merce della natura.

Lui aveva imparato a farsela amica all’occorrenza di lottare contro per poter sopravvivere.

Chiunque in quel momento con un fucile avrebbe potuto ucciderlo se lo avesse voluto o se fosse ritornato sul luogo del delitto per riprendersi qualche trofeo, era così impreparato a quel dannato posto e così vulnerabile.

Adesso capiva il vero raccapriccio di quel posto. Qualunque fosse stata la maleizione che si trascinava quel delitto lui l’avrebbe scoperta.

Potevano essere i suoi figli, la sua famiglia. Quel omicidio divenne un caso personale.

La memoria fisica che restava impressa nelle cose e persino nell’aria quella faceva davvero paura e dava un volto terrificante alla realtà.

Sdraiato a faccia su con la piega del gradino nella schiena vide disegnato sul soffitto una specie di viso disegnato dagli schizzi di sangue.

Un’idea gli balenò in testa che forse Peter aveva trovato la risposta.

Un sorriso ironico disegnava le labbra compresse dal dolore stizzito alle vertebre toraciche.

Nella caduta non aveva mollato la pistola, una vera fortuna a non essersi rotto il polso. Si alzò cercando di non guardarsi intorno ma di reggersi sui piei senza cadere.

Appurato che non vi era nulla di rotto staccò la torcia dalla ringhiera e avanzando lentamente col bruciore delle dita dei piei che aumentava, verso l’uscita, verso la salvezza.

La potenza della torcia andava diminuendo, ma le batterie avrebbero retto fino alla porta, poiché dovevano esserci solo una quindicina di metri.

Sui ultimi due metri la luce si spense, ma lui era quasi fuori.

La mano aveva quasi trovato la maniglia, quando una forza lo buttava a terra, ficcandogli qualcosa come un martello nella spalla.

Provò a sfuggire al peso sotto il quale soffocava.

Ebbe l’impressione che l’ombra si spostava verso la scala.

Sicuramente era solo una visione dovuta alle troppe cadute e al dolore accumulato un poco in tutto il corpo, ma il peso sopra il suo torace sembrava essere maleettamente reale.

Appoggiando tutto il peso alla maniglia s’era tirato su.

Senza nemmeno usare la forza questa s’era aperta facendo entrare un vortice gelato di neve.

Qualche fiocco volato di traverso invase la tenebra poggiandosi dolcemente sul marmo chiaro del pavimento che diee l’impressione d’ingoiarlo.

Il vento dietro le spalle spingeva a varcare la porta dell’inferno, un inferno lussuoso e marchiato dalla presenza di morti le cui anime insoddisfatte chieevano da qualche parte nella casa, vendetta.

La luce dei lampioni da sopra l’auto non arrivava fin al portico.

Decise di non uscire. Fece un paio di passi indietro per identificare l’essere misterioso che l’aveva buttato a terra.

Rimise la pistola sotto la cintura e entrambe le mani lo aiutarono a sollevare quello che sembrava un uomo d’altezza meia evidentemente sovra peso.

A fatica riuscii a trascinarlo sulla neve.

“Cavolo Carter, sei tu amico? Che t’è successo?”, le domande rimbombavano, ma la risposta l’aveva addosso.

Un fiotto di sangue fresco gli macchiava le mani, i vestiti, ora anche la neve. 

Cercò nelle tasche del giaccone il cellulare.

Compose il numero della centrale e chiese aiuto piangendo, aveva lasciato che ferissero il suo miglior amico, aveva perduto la sincronia tra reazione e controllo.

Ora la divisa del soldato con la sua bella croce all’onore non serviva a nulla. Poteva bruciarla.

Essere in grado di salvare un intero plotone ma non un uomo solo, il suo amico, quello con cui passava intere serate davanti alla tele a parlare di baseball e contando le birre che erano capaci di scollarsi in meno di un minuto.

Chi l’avrebbe detto a Mary? Dove avrebbe trovato il coraggio di dirle che il suo uomo era ferito, o morto, o Dio sa cosa gli era successo là dentro mentre lui non c’era. Già dov’era lui, mentre Hank agonizzava? Perché non aveva sentito i suoi lamenti, le sue urla?  Perché non era capito a lui? Carter era più debole ecco perché. Il pensiero lo sconvolse.

Mary l’avrebbe presa molto male, molto, molto male. Lui anche se ferito, avrebbe reagito fin alla fine. Ma adesso era tardi. 

Non aveva alcuna giustifica, non si sarebbe nemmeno procurato una e non avrebbe nemmeno preparato alcuna scusa, sarebbe stato troppo facile farlo.

Voleva imbottire il bastardo che aveva osato tanto di tanto di quel piombo che forse un essere non aveva mai assaggiato.

Il pensiero di Mary faceva leva sulla ragione, nuovamente.

No, con Mary non avrebbe mai mentito. Avrebbe detto la verità si sarebbe fatto odiare anche se forse non avrebbe salvato il suo amico.

Mary lo avrebbe allontanato dalla sua famiglia e persino da Hank se avesse avuto modo di cavarsela.

Ma la mente seguiva un rituale tutto suo durante questi ragionamenti.

La mente faceva l’inventario di tutte le immagini dell’oscurità dalla quale era riuscita ad estrapolarne dei contorni.

Sopramobili, argenteria, tovaglie, quadri, divani, poltrone, le grandi statue dei due samurai appena prima della scalinata vicino all’entrata del salone.

L’oscurità, la sua grand’amica e nemica, la sua forza quand’era in Iraq ora la sua debolezza.

Voleva controllarla. Voleva posseere la forza di sottometterla al proprio comando, renderla schiava della sua dimensione umana e trasparente. Doveva mostrarsi a lui con più facilità.

Con le gambe pesanti corse all’auto per chieere un’ambulanza.

Carter era svenuto.  Il suo braccio sinistro, tranciato sopra il gomito, non esisteva più. Polverizzato, svanito.

Del sangue o schizzi di sangue nemmeno la traccia. Se fosse stata una sega elettrica ne avrebbe sentito il rumore.

Doveva essere un’ascia dalla lama, molto, molto affilata. Questo poteva essere.

Poi la mente gli suggerì altre armi, la spada del samurai, coltelli impressionanti coi quelli i macellai aprivano le gigantesche carcasse dei manzi.

Ma la domanda che rimaneva a filo della coscienza, era: dov’era il sangue?

Brandelli di carne penzolavano orrendamente mettendo in risalto un pezzo d’osso il cui midollo danneggiato feriva la vista.

L’osso visibile era piccolo, poteva essere solo la clavicola, l’omero era completamente scomparso

Così due dita della mano destra mancanti scoprivano l’osso della falange la cui carne sembrava succhiata. 

Strappate fino all’altezza del polso mostravano anch’esse piccoli lembi di grasso del palmo.

Hank sanguinava copiosamente.

La fasciatura stretta con i pezzi della camicia di Never, non aiutava molto.

Il volto esangue dell’uomo ne confermava l’agonia.

Privo di sensi e sdraiato sul fianco destro con gli occhi socchiusi, in una pozza di sangue schizzata sui vestiti laceri, Hank Carter sognava.

Un sogno con lunghe zanne.

Una visione d’interminabili e micidiali denti. Nell’allucinazione i canini aguzzi masticavano rumorosamente brandelli di carne cruda.

La sua carne.

L’ambulanza arrivò dopo quindici minuti.

La pattuglia in meno di dieci. Dopo averlo coperto con il proprio giaccone Never appoggio l’amico e collega Hank sul primo gradino del patio.

Prese la pistola e una torcia ancora funzionante e rientro con rabbia nella casa a caccia dell’assassino. “Dove sei, maleetta bestia? Esci! Vieni fuori! Vieni a prendermi. Mi senti? Sono qui con te, se vuoi butto la pistola così ce la vediamo da uomo a uomo?”. Il buio inghiottiva le sue parole restituendogli altro buio. Salì le scale di corsa.

Il corridoio sembrava lungo e interminabile, le stanze aperte dei buchi neri voraci e insonni.

Mackinnon dopo aver guardato in ognuna di loro tornò giù.

La porta di servizio sul lato posteriore della casa, quella da cui era entrato prima era ancora socchiusa.

Forse è uscito da qui, pensò Never gettando i fasci di luce sui mobili decorati che sembravano dei mostri decorati e schizzati di sangue.

Il maleetto silenzio aveva ingoiato anche i suoi pensieri.

Quel labirinto di camere e corridoi e cantine e sfarzosi mobili, tutti quei mostri nella parete offendevano la memoria delle vittime.

Sicuramente con la luce del giorno avrebbe rivoltato quella casa.

Qualcuno aveva avuto il coraggio di ritornare per pulire qualche traccia,

Forse non era del tutto anonimo quell’omicidio.

Forse loro avevano impeito al criminale di togliere le sue impronte. “Cavolo, la casa è piena d’impronte nascoste dal sangue oramai raggrumato ovunque, da qui sarà difficile uscire con qualche prova decente”, disse sottovoce, mentre la torcia mandava bagliori intermittenti, segnale che la sua batteria cominciava a scaricarsi.

In testa aveva ancora le urla di Old Boy, i suoi occhi terrorizzati e quel braccio con brandelli di carne da cui sgorgavano fiotti di sangue.

Tutto come in un film dell’orrore. Ricordava gli incubi da bambino quando nascosto sotto le coperte guardava i film coi vampiri dai quali rimaneva tanto affascinato da travestirsi con una giacca del padre del mantello e fingere di volare come un pipistrello trascinato dalle ombre nell’oscurità.

Avrebbe voluto essere lui il vampiro invece si sentiva come i ragazzi Glick in Salem’s Lot, una prea facile che poteva soccombere all’invito del buio.

Molte volte nelle sue visioni bloccava gli occhi sul vetro scuro della finestra contro cui la pioggia scriveva parole sconosciute e si domandava quale male su questa terra era in grado di decifrarle.

Ispezionava con cautela le altre stanze sul retro della cucina, mentre la casa mostrava una quiete fredda e statica come un cassettone di roba vecchia sopra il petto caldo di una moquette sgargiante e nuova.

Da quel buio sarebbero potuti sbucare una decina di delinquenti tutti armati che in meno di dieci secondi l’avrebbero obbligato a giocarsi la vita con meno d’otto proiettili.

L’idea di impugnare il fucile dall’auto non l’aveva nemmeno presa in considerazione. Per la prima volta si sentiva impreparato ad affrontare non un nemico invisibile. 

Un nemico abituato a cancellare bene le proprie tracce, molto più di lui che s’era nascosto nei boschi del Borneo per mesi, pur di catturare un centinaio di trafficanti di schiavi che portavano merce umana negli Stati Uniti in cambio d’armi destinate all’esercito e vendute sottobanco per il triplo del loro valore.

Dalla bocca dell’oscurità nemmeno un cenno ad un esercito nemico.

Vi era qualcosa di subdolo nel modo di attaccare di quei criminali. Gli ricordava l’impostazione di caccia anzi di furto delle iene. Un branco di iene poteva sottrarre pree intere ai leoni.

Lui si era sempre sentito un leone e ora la faccenda gli metteva di fronte l’astuzia e l’inganno di un branco di iene. Uscire da quella casa con niente in mano lo disorientò a tal punto di fermarsi prima da Mary per la cattiva notizia e poi da Alcoholic Matt, sulla quarantaquattresima, per ubriacarsi.

Alla quinta tequila le lacrime cadevano da sole dagli occhi. I suoi pensieri eificavano una muraglia intorno alle ragioni per cui aveva iniziato a tremare in quella dannata casa. Ricordava il giorno in cui vide il sig.Busters il loro vicino di casa uccise a sassate un piccolo gattino che miagolava sul ciglio della strada, la furia disumana con la quale gli spaccò il cranio prima con un pezzo di mattone e poi con la suola della scarpa. Vide come l’agonia del gatto gli dava piacere e come quel piacere si trasformava in allegria davanti alla morte.

Quando lo raccontò alla madre non fu creuto.

“Ma ti dico che l’ho visto ma, gli ha schiacciato la testa sotto la scarpa.”

La sig.ra Mackinnon guardava con severità il figlio dodicenne.

“Never Mackinnon, sono stanca delle tue bugie se questa è un’altra scusa per non fare i compiti sappi che dirò a tuo padre le cose che t’inventi pur di schivare la punizione se invece lo dici perché vuoi uscire, oggi sta rai in casa ad aiutarmi con le cipolle nel giardino.”

“Ma ti giuro che lo visto, ti prego creimi.”

Quando il giorno dopo uscì per andare a scuola in bicicletta vide che del corpo della povera bestia non c’era più traccia e il sig.Buster a detta dei suoi genitori s’era trasferito nel Nebraska dalla figlia appena sposata e la sua casa fu messa in vendita.

Ricordava il muso pieno di sangue di quella piccola creatura poi immaginò i bambini dei Parish, supplicanti mentre un criminale gli tagliuzzava da vivi godendo delle loro urla disperate e del loro dolore.

“Un’altra tequila!”

Il barista rovesciò nel bicchiere il liquido trasparente e appoggiò la bottiglia vicino al bancone, dalla faccia di Never capì che non era l’ultimo bicchiere.

Non ebbe nemmeno il coraggio di affrontare l’idea del suo amico morto.

L’indomani sarebbe andato all’ospeale. L’indomani avrebbe fatto i conti con tutti quei misteri. Tutto l’indomani. Fuori le decorazioni luminose natalizie urlavano con gioia ai passanti l’allegria della festività natalizia. Non c’era un sodalizio particolare tra lo spirito e la mente.

Entrambe indagavano, entrambe avevano acquisito il totale controllo su Mackinnon.

C’era qualcosa in lui che voleva una risposta e questa cosa gli impeiva di andare avanti come se l’incidente a Old Boy non avesse in se qualcosa di’inspiegabile.

Eventi straordinari gli stava no segnando il destino e lui si sentiva posseuto da un male peggiore della paura, la curiosità. Ricordava le parole del suo sergente istruttore Ticks ” Ragazzo sei solo un altro sta a te essere unico. Cervello e forza, soldato. Cervello e forza.”

Queste parole unite alla figura rigida di Ticks lo avevano liberato da parecchie paure. “Gli sbagli si pagano amico mio.” Si disse dentro come se l’alcol potesse in qualche modo risolvere quella assurda situazione e la sua colpevolezza.

Lui doveva essere al posto di Carter, lui e nessun’altro aveva la colpa. Non riusciva nemmeno ad immaginare il volto di Mary, non riusciva ad imbastire un discorso che portasse conforto alla donna che lo aveva trattato come una vera sorella.

Sentiva di averli delusi tutti quanti. Sentiva di aver deluso se stesso mettendo in gioco la vita del suo miglior amico. Dannazione nemmeno lo scotch riesce a curare il mio male, poi senza dire altro buttò sul bancone un paio di bigliettoni e uscì sotto una felice nevicata. L’impatto col freddo pungente  lo fece rinvenire. Ricordava la scena di un vecchio film dove il gelo si trasformava in una entità trasparente che perforava col suo fiato i corpi delle vittime e loro continuavano a muoversi come pupazzi disperati scelti per guardarsi tagliare pezzi del proprio corpo. Quel pensiero osceno non ebbe il tempo di svilupparsi in altri ricordi.

Ricordava ancora gli scalini di moquette che trascinavano quelle fresche macchie di sangue per decine e decine di metri.

In alcuni punti c’erano come una sorta di palline di stoffa ma non erano di stoffa ma di resti umani, impastati alla ringhiera d’ottone dorato che ostentava i suoi decori in quella sontuosa dimora di avvocati.

La notte lo abbracciò con le sue carezze inanimate mentre i suoi passi avrebbero voluto dirigersi verso l’Inferno, ma tu sei già all’Inferno amico mio, la vocina in testa gli rispose, dandogli abbastanza forza da guardare avanti senza piangere.

Le strade erano oramai vuote. Solo qualche taxi transitava a velocità ridotta e con le catene.

Non c’era  nemmeno un solitario passante e persino i vagabondi erano nelle loro scatole di cartone in fondo alle stradine buie dove il fuoco nei vecchi bidoni dell’immondizia era l’unica cosa a sembrare viva.

La vera gente era nel proprio letto al calduccio, al sicuro tra le coperte calde di lana in stanze profumate e accoglienti.

Il suo nido era vuoto e  semplice. Lui non si curava di certe cose , gli piaceva l’essenzialità, ma sulle mensole c’erano parecchi libri tra i quali la Bibbia che il padre lo obbligò a leggere a quattordici anni ragazzo mio, diceva lui, la Bibbia è l’unico libro capace di formare la tempra di un uomo poi ci sono altri scritti capace di darne valore.

La sua casa immaginaria era invece diversa. Era una dimora accogliente  e piena di bambini,  un cane magari e la padrona di casa, la donna più sorridente del mondo diversa dall’oscurità degli esseri che incontrava quotidianamente.

Voleva una combattiva ma non per la carriera, uno spirito indomito e buono come sua madre.

Il suo oggi invece era diverso e forse era giusto così.

 Lui sapeva come ci si doveva comportare all’Inferno perché sapeva bene come trattare coi diavoli, coi terroristi, con quel nemico invisibile che aggreiva gli innocenti usando la violenza.

Nulla di quella città sembrava poterlo attirare. Non le belle ragazza dei easy bar, non i locali addobbati come in un sogno con migliaia di piccole luci bianche che rendevano l’atmosfera calda e molto intima, non gli inciti dei finti Babbi Natale che regalavano i buoni omaggio per qualche giro in giostra nei centri commerciali.

Da ubriaco era infelice come da sobrio. Non aveva soluzioni imminenti e avrebbe voluto con tutte le forze essere un mago per tirare fuori dal suo cilindro magico la carta vincente di quel caso disperato.

Già, perché era dannatamente disperato l’omicidio, quelli che cercavano in vano delle prove che portassero a qualcuno.

Nemmeno da recluta si era sentito un perdente. Era abituato a creere che sudando e faticando sarebbe arrivato ai suoi obiettivi. In quel momento non sapeva quali potevano essere quegli obiettivi e se aveva ancora senso sognare.

Il gelo cercava di penetrargli nel cuore, nella mente, sotto i vestiti ma dentro lui bruciava come se l’Inferno avesse trovato nido nel suo petto.

 

In quello che sembrava un lungo e interminabile sogno Old Boy stava scappando da qualcosa che gli metteva un terrore assurdo e lo faceva sentire come quei bambini di sei anni traumatizzati dal buio. Non veeva bene cosa poteva nascondersi nell’ombra ma intuiva che non v’era nulla di buono.

        L’oscurità famelica sembrava ingoiare persino la luce dei lampioni e riusciva a trasformare le case in enormi mostri ancora addormentati. Ogni mobile, ogni angolo, dietro ogni tenda sembrava si potesse nascondere il male.

Poi ebbe una sensazione strana quando si fermò per riprendere fiato.

Guardandosi intorno vide la calma di una città vinta dal sonno, allegramente decorata con luci bianche, e lontano dove l’incrocio dei due isolati davano vita al viale alberato ora carico di neve, qualcosa immobilizzato dal gelo lo fissava. Sì. Lo fissava.

Brucia piccolo Hank. diceva il demone nella sua testa, Brucia……..

Allora si spaventava di nuovo. Aprendo gli occhi scrutava il buio che ogni tanto sembrava avanzare con la sua armata di tenebre altre volte invece si fermava come se volesse farlo riposare.

Avrebbe voluto gridare aiuto ma capiva che nessuno sarebbe uscito dalla sua confortevole e tiepida dimora, a quell’ora della notte perché le case e i loro ospiti dopo mezzanotte, facevano parte del sodalizio con l’ombra.

Qualcosa vicino alla sua faccia respirava.

Restava poco da immaginare, i denti spaventosamente aguzzi quelli si erano veri….il morso poi l’urlo. Nel sogno Hank bramava bruciare.

“Dottore il paziente brucia ha oltre quarant’ uno di febbre rischiamo di veergli bollire il cervello.”

L’infermiera gridava per il soccorso dalla stanza piena di fili e tubi legati al viso e all’addome di Carter ma lui bruciava come se gli fosse ordinato di farlo, come se la voce in testa non l’avesse mai abbandonato, come se la sua vita fosse stata offerta ad uno scopo preciso e quello scopo era bruciare.

Mentre lo avvolgevano nel ghiaccio i fremiti e le convulsione del suo corpo lottavano contro la meicina dell’uomo.

L’input del dolore portò l’io di Old Boy a ragionare riuscendo a superare il coma nel quale era caduto.

Le palpebre socchiuse gli fecero intravveere uno spiraglio di luce ma s’addormentò nuovamente appena il mostro nel suo capo aveva iniziato a gridargli: brucia maleetto, brucia!

 

"…uccello o creatura del male, ritorna alla tempesta,
Alle plutonie rive e non lasciare una sola piuma in segno ..E.A.Poe

2

 filantropia 

Mama era seuta davanti all’immensa vetrata centrale del novantesimo piano da cui si poteva ammirare l’intero corpo del Central Park, la parte più romantica della città.

Da dietro quel vetro s’intravveeva l’intera città con i suoi eifici ammassati e con le loro vertiginose aspirazioni ascensionali, un vero e proprio conglomerato d’anime che ogni giorno operavano nell’ enorme formicaio della metropoli.

La stanza immersa nel buio e solo una candela profumata all’arancio e cannella sopra il camino, mostrava il ritratto di una giovane ragazza dall’apparenza elegante e sublime.

Una donna molto taciturna osservava il brontolio nervoso della metropoli, capace a non emozionarsi davanti alla caduta dei fiocchi di neve che ora scendevano giù copiosi.

La compostezza degli occhi verdi fissi su un punto lontano, faceva paura.

Ogni tanto le sue mani sottili e ben curate cambiavano posizione nel grembo dell’abito di seta blu lungo oltre le caviglie.

Un grande anello con una strana effige, mostrava una pietra importante dello stesso colore degli occhi, verde.

Il teschio sul quale impressionava il quarzo scuro, aveva tre piccole orbite nere e zanne al posto dei denti.

Il macabro gioiello occupava molto spazio tra le falangi, abbastanza da impeire l’uso d’altri anelli su quella mano.

La pelle bianca metteva ben in risalto l’orrore di quell’icona che poco si addiceva ad una benevola e elegante signora dell’alta società.

Il cellulare sul tavolino squillava da pochi secondi.

Lei sapeva che non doveva rispondere, era soltanto una chiamata di conferma.

La concentrazione la manteneva immobile e intorno al suo corpo si sprigionava una nebbiolina nera, un’aura spaventosamente densa come una corona demoniaca fisicamente percettibile.

Alcun muscolo reagiva alla meraviglia naturale che forzava lo spirito delle festività nel mantenerlo sereno.

Poi, un lieve sorriso, appena accennato sulle labbra sottili fece fremere come un colpo di vento, il bozzolo oscuro in cui s’era avvolta.

L’intero eificio le apparteneva.

Cento due piani di  ricchezza ostentata, cosa che  a New York City faceva molta presa sullo status sociale dei meia.

Posseeva la linea aerea FLY-SKY, una delle più grandi compagnie aeree transoceaniche mondiali e due delle miniere di diamanti più grandi al mondo in Sud Africa.

Gran parte della città la conosceva come filantropa e la leggenda dei salotti molto In, di New York.

Il suo cognome era uno status symbol e nei mercati azionari i suoi investimenti impaurivano quanto la sua fredda personalità.

La madre vergine era stata sopranominata da un senatore invitato ad uno dei magnifici ricevimenti di beneficenza.

Era una donna anziana sebbene di bellissimo aspetto e il fatto di non essersi mai sposata, le aveva conferito quell’aura di martire contemporanea e protettrice filantropa dei poveri e degli indigenti.

La madre vergine apparteneva a quella città più di quanto questa potesse appartenere ad altri. Molti si rivolgevano a lei, e quelli che n’ottenevano l’interessamento o l’approvazione arrivavano lontano.

Lei si rendeva utile, disponibile, attenta. Sapeva come far vendere l’anima ai suoi discepoli e come questi avrebbero dovuto servirla per conservarla.

Sotto la magnifica cornice del ritratto, una targa d’oro illuminata dalla luce calda della candela mostrava un nome Ainnir Elisabeth Gray.

“Siamo arrivati quasi alla fine.” La voce grossa si udiva parlare alla donna ancor immobile nella sua comoda gigantesca poltrona di velluto nero.

“Già.” Mama continuava a guardare fuori insensibile al bianco candore della neve.

“Manca poco.”

“Sono pronta da una vita.”

“Sei stata una buona discepola.”

“Ho avuto u n buon mentore.”

“Mi è piaciuto, un gusto così delicato diverso dai preceenti.”

“Padre,….”

La gran porta alta più di tre metri si aprì con un leggero rumore. Un vecchio maggiordomo fece il suo silenzioso ingresso.

“Madame, la sua cena è pronta.”

“Sì,Rodrig?”
“Filetto.  Al sangue, Madame. Oggi è Venerdì.”

“Grazie, Rogrig. Arrivo.”

 La voce calda riuscì a disperdere un po’ dell’atmosfera tetra della stanza.

L’uomo chiuse di nuovo la porta. I legni delle porte tirate a lucido, presentavano intarsi d’ogni genere.

Vi erano animali onirici e spettri sotto fiamme che arrivavano ad un cielo pieno d’angeli.

Strani esseri con teste enormi che dormivano, crani con tre orbite che mostravano denti lunghi e affilati, tutti perfettamente messi in risalto da un artista sconosciuto, ma davvero bravo.

Un’allegoria spettacolare e di maestosa qualità. L’ebano non presentava alcun corpuscolo di polvere.

Le mani girarono l’anello verso il palmo che strinse fino a far uscire del sangue dal piccolo taglio in cui la pietra si spinse. Il sangue assorbito dalla struttura del gioiello come ingoiato dal brutto teschio, usciva copioso dalla ferita.

Il dolore non sembrava segnare il distinto viso della donna.

“Bene, andiamo a pranzare.”, la sua voce sembrava accarezzare una presenza invisibile nell’aria remota della stanza. 

Un’ultima occhiata allo scenario d’incontaminata bellezza fuori  dall’immenso vetro di cristallo e sollevato l’orlo del vestito, uscì assieme alla sua aura scura dalla stanza, con il pugno ancora chiuso e l’anello congiunto al suo interno.

Sul tappeto sotto i quattro piccoli piei di legno, una chiazza scura macchiava il disegno perfetto della testa di un angelo. Forse poteva essere sangue, sangue di decine d’anni gocciolato nello stesso punto.

Il cellulare restava sul braccio della poltrona; il suo display ogni tanto s’illuminava.

Due messaggi in arrivo.

Sicuramente portavano buone notizie.

Un fremito dell’oscurità occupava la seuta nella poltrona di velluto, uno spettro la cui forma si notava appena, continuava a guardare dalla vetrata di cristallo, la città coperta da un felice strato di neve.

A mezzanotte, in una smisurata sala dell’eificio di Ainiir Gray, sessantaseiesimo piano, quattro donne stavano seute intorno ad un tavolo rotondo.

l tavolo sorretto da sculture raffiguranti sei braccia umane, presentava strani intarsi con forme geometriche a sei stelle e sfere legate ad un cranio d’animale.

Dalle tre orbite di quest’ultimo uscivano fiamme che creavano una corona a sua volta con tre occhi.

La sala si presentava nuda e senza arreo, a parte dei lunghi specchi alti fino al soffitto che tappezzavano tutti i quattro lati della stanza. 

Non vi erano prese di corrente o cavi elettrici e il pavimento di legno apparteneva a vecchie querce secolari sulle quali si narrava nel Dorset, furono impiccate le quattro più malvagie streghe dell’Inghilterra del 1560. Intorno al tavolo sei seie e solo due di queste erano vuote. 

Alice Ashton sorseggiava vino rosso da un calice a gambo lungo facendo finta di non osservare le altre figure presenti. Helen Fraiser osservava la perfezione delle lunghe unghie rosse.

May Morgenstein esplorava gli occhi di Mama come se avessero una conversazione telepatica e in fondo era proprio così.

Mama, sembrava tenere gli occhi chiusi, anche se in verità stava osservando le altre amiche da un lato buio della stanza illuminata da un candeliere con treici candele nere.

“Signore siamo pronte?”

Mama non aveva ancora aperto gli occhi, ma parlava. Solo la voce di Helen disse “Si.”

Le altre avevano risposto mentalmente. Il tavolo azionato da un congegno meccanico cominciava a roteare in senso antiorario. Dapprima lentamente. Poi sempre più veloce.

Il bicchiere di cristallo scoppiò.

Quattro paia di mani sfioravano la strana superficie striata da lunghissimi tagli, coi polpastrelli, ma appena la sua velocità aumentò vi infilarono le unghie.

Il rumore che si alzava sembrava un canto gelido di una creatura in agonia. Altri graffi si aggiunsero ai preceenti.

Mama sembrava avvolta da una nebbia scura che continuava a crescere. Le altre donne chiusero gli occhi e la nebbia avvolse anche loro fino ad occupare l’intera stanza.

Tre sfere di luce uscirono dalla nebbia per girare nella stanza. Quattro voci dissero all’unisono “Si!”

La nebbia scomparve, le sfere svanirono nelle pareti e il tavolo rallentò la sua corsa nonostante le mani vi restarono posate sopra. Helen fu la prima a rompere il silenzio.

“Noooo!  Guardate le mie unghie sono orrende. Terminate. Il sangue ha sostituito lo smalto.”

“Smettila di fare la lagna per delle unghie.”

Rispose mentalmente Alice guardandola con gli occhi ancora chiusi.

La vista non le era necessaria quando tutte e quattro erano insieme.

La telepatia era il loro più forte dono, quando restavano vicine. Erano streghe e certi poteri non si cancellano con l’età, con le torture o con la rinascita.

Mamma non aveva ancora parlato e May sembrava una brutta bambola di statura immensa poco interessata alle chiacchiere inutili delle altre donne.

La sua mente era con Mama, in una dimensione oscura e potente che parlava loro, indicandole la strada per arrivare al risveglio.

Helen continuava a guardarsi le lunghe dite che terminavano in ferite intrise di sangue. Il bel viso divenne una maschera di mera cattiveria e gli occhi stretti radiavano odio dall’iride quasi giallastra.

Poteva sembrare un gatto sebbene con gli artigli smaltati.

Un’ombra prese furtivamente a girare intorno alle donne, per andarsi a posare sul viso d’Alice che cambiava il colore della carnagione come un camaleonte diventando intensamente corvina come un carbone.

Un sospiro di liberazione uscì dalla bocca della bionda orrendamente tramutata in una statua vivente.

Gli specchi finalmente divennero neri. L’anziana, era l’unica delle quattro ad aver tenuto premuti i palmi sul tavolo per tutto il tempo senza mai sollevarli.

Le altre nello stesso tempo vi avevano infilato le unghie. Qualcosa si muoveva in una dimensione diversa, creando un vortice nervoso sebbene d’oscurità. 

Mama girando la testa di quasi trecentosessanta gradi, sempre ad occhi chiusi e seuta al tavolo di legno cominciò a cantare una canzone antica.

A lei si unirono altre tre voci e la potenza di quelle note tirarono fuori del vortice il viso enorme.

Aveva tre occhi profondi come oceani sul cui fondale si leggeva il male universale nella sua essenza più pura, sembrava il volto di una creatura dimenticata dall’umanità.

Lo sforzo di questa per uscire dalla prigione di cristallo era doloroso e solo l’urlo rimase nella sua orma e lo sforzo di quell’immenso muso nel buttarlo fuori, quando scomparve nuovamente nel gorgo di tenebra.

Le donne premevano i palmi sul tavolo con tutta la loro forza.

I loro capi, girati completamente in una posizione innaturale verso le pareti pulsanti vive, cantavano in una lingua sconosciuta portando forza alla materia in movimento oltre gli specchi.

Le due seie prima vuote sembravano occupate da due presenze appena percettibili, livide e taciturne.

Il canto divenne più forte. Dal ritornello pareva più un’invocazione che premeva sull’aria satura d’elettricità.

La notte divenne lunga e la potenza del risveglio aumentava a dismisura. Le quattro figure scomparvero lasciando la stanza vuota.

Sopra le seie emersero quattro raccapriccianti maschere con le orbite sferiche vuote e il contorno labiale sbrindellato.

Avevano fattezze umane e sembravano fossero appartenute a dei bambini.

L’oscurità sembrava gradire quel dono tanto che perfezionando una metamorfosi maligna dall’ombra di queste, si materializzò nella stanza.

L’essere le raccolse tutte cercando di portarsele vicino al muso per odorarle.

Il piacere gli diee maggiore forza, ma non abbastanza per ritornare in vita.

Tenendosi stretti i suoi trofei si sciolse in un’aura nera che lo riportò  nella sua prigione di terra, sotto gli alberi, sotto la città in festa, sotto le sue pree.

Chiuse di nuovo gli occhi.

Sapeva che sarebbe arrivato il compimento dell’ora e la fine di quella lunga tortura di fame.

 

Alle otto del mattino seguente la Centrale di Polizia di New York era in prea al caos.

La neve non aveva smesso del tutto di cadere, il traffico viaggiava a rilento, numerosi incidenti bloccavano il passaggio delle auto di soccorso e delle pattuglie mandate a dirigere e riordinare il traffico.

La morsa di gelo sembrava tagliare con la sua lingua invadente. 

Troup di giornalisti che cercavano di dondolare sul posto per scaldarsi un pochino, attendevano il Capo della polizia il capitano John Miranda.

Un ometto piccolo coi capelli brizzolati che spiccavano sulla pelle nera del viso, fronte alta e stempiato, cercava di togliersi di dosso i microfoni che per poco non gli venivano infilati in bocca. “Maleetti avvoltoi!”, diceva sottovoce, cercando di tenere la testa abbastanza bassa da non dover essere costretto a rispondere a domande a cui nemmeno lui conosceva le risposte.

All’ingresso Never, lo stava attendendo da circa due ore, in piei.

Arrivato in cima alla scalinata fu costretto a dire qualcosa ugualmente.

Il sindaco gli era col fiato sul collo per l’ultimo omicidio e lui aveva poco tra le mani se non nulla.

“Va bene così, calmatevi signori, vi prego avanzate, ma con ordine, ho una dichiarazione da fare.”, parlava velocemente e guardandosi indietro per cercare una via breve di fuga, adesso papà oggi vi toglie dalle scatole, mormorò tra sé.

“Capitano Miranda vi sembra di avere qualche indizio?

“Avete timore che l’assassino colpisca ancora?

“Che cosa deve fare il cittadino per proteggersi e che cosa state facendo per proteggere noi e i nostri figli?  Il Sindaco Weller oggi rilascerà la sua dichiarazione, ne sa qualcosa, avete già un piano comune?, cercava di sentirsi rilassato, sebbene quel ciccione di Richard Weller poteva fare qualunque mestiere nella vita, ma non il sindaco. Due gatte da pelare, non una, con quell’imbecille tra i piei e l’FBI, addio tranquillità. Miranda aveva buone ragioni a divenire paranoico.

Non era il periodo migliore dell’anno e certe catastrofi arrivavano come valanghe solo quando le festività si avvicinavano così la mole di lavoro era esorbitante e i ragazzi stressati fino al midollo.

Quei giorni avrebbe pagato oro per essere lontano a pescare, oppure a godersi la pensione ai tropici in una baracca di cocco, oppure con una mano fratturata dal peso delle birre e steso sul divano a guardare i Giants e il loro ultimo touch down, decisivo per la partita, oppure una bel home run dei Mets, col seere in tribuna.

Miranda attese con calma la fine del baccano. I flash erano lame taglienti e tutti sembravano volergli sparare negli occhi. Guardando la squadra d’avvoltoi, si mise il cappello per ottenere più attenzione.

“Signore, Signori, non abbiamo ancora trovato il colpevole dell’efferato omicidio. Vi posso dire però che stiamo seguendo tutte le strade possibili e che gli indizi trovati ci porteranno presto a trovare il colpevole. Dite ai cittadini che la polizia vigila costantemente le strade, ho raddoppiato le pattuglie notturne e che di notte non devono lasciare porte o finestre aperte. Vi ringrazio e buongiorno.”

“Sì Capitano, ma la polizia può garantire che non accadrà un altro evento atroce come questo?”, chiese una giornalista minuta, arrivata vicino a lui dopo una decina di coraggiose gomitate ai colleghi. 

I corrispondenti di più di una decina d’importanti testate giornalistiche e televisive, cercavano di piazzarsi lungo i venti immensi gradini sulla scalinata del Dipartimento di Polizia. Si spingevano violentemente tra loro per riuscire a captare ogni parola del discorso del capitano dell’intero Dipartimento di Polizia di New York.

“Non è il caso di creare altro allarmismo.”, l’intervento di Never aveva salvato Miranda da altre domande e insinuazioni che non aiutavano a dare fiducia ai cittadini. In troppi parlavano contemporaneamente, chieendo giustificazioni, risoluzioni e indagini più accurate.

Altri reporter continuarono a chiamare l’attenzione dei meia sulla salute malata della città, sull’allarme delinquenza, ma il capitano Miranda già svanito nell’eificio, seguendo a testa bassa la punta degli scarponi neri e lucidissimi, borbottava frasi incomprensibili e Mackinnon taciturno, scuro in volto come un’anima dannata, lo seguiva come se fosse la sua ombra.

Davanti alla postazione di Peter vuota, Miranda raccolse un paio di fogli e un pacchetto di sigarette fumato per metà. Sotto il porta penne un cioccolatino di data incerta fini  col diventare il bersaglio di un potente preatore.

Nemmeno il tempo di respirare che la carta argentata era già un’indecente stropicciata pallina volata nel cesto dell’immondizia.

“Abbiamo un sacco di guai e stavolta non so com’evitarli. Forse sono troppo vecchio per questo mestiere che paga poco, non da grandi soddisfazioni.  Dopo 35 anni di carriera ti ricordi solo del tuo compagno e del numero di distintivo.”

Il Capo sembrava commosso o davvero impaurito, tant’è che continuava a giocare nervosamente con le chiavi nella tasca dei pantaloni. Senza dire altro, consegnò un paio fogli da leggere a Never. 

“Capitano? Lei è l’unico nero di colore che conosco sotto il metro e novanta.”, l’altezza di Nev sovrastava la piccola statura di Miranda.

“ Vecchia battuta, me la dici da troppo tempo, dovresti cambiare repertorio.”

Miranda sembrava trovare difficoltà a togliersi di dosso il cappotto. Era troppo nervoso e davvero arrabbiato. Arrabbiato con l’assassino, con la città, coi giornalisti con se stesso. Addio ad un Natale sereno. Lilian lo avrebbe linciato se non fosse andato a Phoenix a trovare il nipotino appena nato, il piccolo Miranda Jr. che il nonno avrebbe voluto nel suo intimo che divenisse u n poliziotto coi fiocchi, come lui.

“Si capo, ma funziona sempre. Lei s’incazza con me e la rabbia che ha addosso, sbollisce. Funziona sempre, vee e oggi la magia s’è compiuta ancora.”

 “ Io non so da dove iniziare Mackinnon. Lasciatelo dire ragazzo, hai fatto un lavoro di merda. Non so ancora come gestire le cose con Carter, non abbiamo un indizio dell’aggressione, nulla. Il Sindaco vuole la testa di uno dei miei come capo espiatorio e tu vai a giocare a casa dei Parish con Hank pensando di risolvere da solo il caso. Oggi Nev, per la prima volta da quando ti conosco mi pento di averti dato tanta troppa fiducia. ”

Gli occhi di Miranda si chiusero per raccogliere i pensieri, sembrava davvero addolorato. Era mortificato. Stava cercando nella tasca una caramella, ma le gli mani tremavano, finì col accendersi una sigaretta. Dopo aver esalato il fumo, fece un sospiro liberatorio.  

Mackinnon sapeva che stava per abbattersi l’uragano. Mony faceva sempre la sua sfuriata, doveva farla, era nel suo carattere. La sigaretta si stava lentamente consumato, ma il Capitano non parlava.

Teneva gli occhi incollati agli anelli di fumo che salivano nell’aria per poi dissolversi nell’evanescenza dell’essere. Quando era arrabbiato sembrava diventare ancora più piccolo di statura e più indifeso, nonostante questo era un grande poliziotto e un amico per tutti quelli del dipartimento.

Soffriva parecchio, quando a deluderlo erano proprio le persone a cui ci teneva. I fogli erano rimasti a penzolare tra l’indice e il meio della mano destra. Potevano contenere qualunque notizia persino un rapporto Top Secret ma in quel momento la mente di tutti era altrove.

“Avevo posto tutta la mia fiducia in te e orafederali vengono a pisciare nel mio ufficio, sulla mia poltrona, vengono a togliendoci tutte le prove del caso e tu, per poco fai uccidere Carter, consegni tutta la sezione della omicidi nelle mani di quei, quei quattro pseudo cavalieri dell’Apocalisse e che mi dici della sparizione di Peter? Mackinnon che cavolo ti succee? Se non ti conoscessi, sosterrei che sono riusciti a farsi becco di te.”, Miranda gridava talmente forte che tutti gli uomini di servizio decisero di attendere ancora qualche tempo, prima di farsi veere intorno alla postazione di Peter.

“Gli hanno strappato il braccio, di netto come se fosse un chicco d’uva. Carter non ha nemmeno urlato e in quella maleetta casa c’era qualcosa di strano, ma non che cosa.”
“Adesso Carter dov’è?”

“In rianimazione.”. disse Never evitando di guardare il Capo negli occhi.

“Eravamo arrivati disarmati senza pensare che in tutto quel buio qualcuno ci attendesse. Quando sono apparsi anche quelli della pattuglia, si è deciso di mettere in motto il generatore d’emergenza. Dopo abbiamo cercato per tutta quella casa rivoltandola come un guanto,, senza trovare  nemmeno l’orma d’anima umana, niente e nessuno sembrava esserci entrato a parte noi.”, Mackinnon s’avvicinò ai cassetti della scrivania di Peter, per tirar fuori tutto quello che c’era dentro.

“Qui ci sono due cose che non vanno Mony. Ifederali che sono venuti a prendere i nostri rapporti, avevano chiesto tutti i rullini delle foto scattate da Peter, ma loro secondo me, sapevano già che Peter non c’era più e nemmeno i suoi rullini. La seconda cosa è una strana forma che ho visto disegnata dal sangue nella casa dei Parish. Questa figura è stata fotografata dai nostri e poi qualcuno ha voluto che le foto sparissero. Peter aveva sussurrato qualcosa a Carter prima di correre a sviluppare il rullino ma Hank non ricorda le parole esatte. Poi Peter come per magia scompare”

“Secondo me la rabbia ha occupato il posto alla chiarezza. Non c’è nulla di strano, l’assassino è ritornato sul luogo del delitto e ha attaccato il povero Carter.”

Never sembrava costringere i muscoli del viso a rilassarsi senza però riuscire.

“Mony ho bisogno di scoprire chi è Foxy Lehart.”

Miranda chiuse gli occhi lasciandosi dietro un pensiero nero.

“Chi, Lehart?”

“Sì. A quanto pare ha in mano un dossier di alcuni omicidi con lo stesso modus operandi del nostro killer e sono tutti catalogati top secret. Questo Fox, ordinava all’agente federale River di prendere tutta la documentazione in nostro possesso, sto tizio deve sapere qualcosa e io voglio parlarci. Cercavano i file di Peter e Peter cosa ancor più strana scompare prima delle nostre indagini, per me sono stati loro. Capitano ho bisogno di trovare quel maleetto che ha fatto questo a Carter, Mary non me lo perdonerà mai e penso questo valga anche per lei. Hank è qui dentro da una vita. Possiee l’animo del vero poliziotto più di qualunque di noi. Ha sempre aiutato i colleghi , non ha mai spifferato le scappatelle e le mancanze dei suoi amici e soprattutto Capitano, è amato da tutto il dannato dipartimento Old Boy. Mi deve aiutare coifederali, voglio qualcosa che forse loro sanno già, si rende conto che questo potrebbe rovinare un’altra famiglia se non lo fermiamo?”

 Never leggeva l’impotenza che metteva a disagio persino Miranda. Mony prese dalla tasca una rotella di liquirizia e se la mise tra i denti. Era segno che stava pensando. Gli mancava poco alla pensione e non ci voleva un serial killer che mettesse paura ad un’intera nazione. Continuava a masticare grattandosi il palmo della mano destra. “Lilian dice che quando ti gratti il palmo della mano destra devi dare, accidenti che stupida superstizione.”, ma il prurito non cessava a lui dovette continuare ancora per un po’ a sfregare l’interno del palmo.

Da quando aveva dovuto abbandonare il fumo il suo carattere nervoso lo aveva fatto aumentare di una ventina di chili con una facile preisposizione al diabete.

“Nev, è un meico della sezione scientifica, mi pare sia un agente federale che svolge le analisi comportamentali dei killer, il problema è che…”

“Allora lo chiamiamo, ci sarà qualche informazione che possiamo barattare con loro pur di fare quattro chicchere su questi maleetti casi.”

“Nev, calmati è il direttore di tutti i profiler di Langley…e..”

“E allora? Io posso arrivare fin a…”

“La smetti di interrompermi e ascolta. Lehart è un meico.”

Miranda mostrava più pazienza di quanto in realtà ne aveva.
“Ti ripeti.”

“E’ un meico molto, molto giovane. Insomma il nuovo Direttore Scientifico dell’Intelligence è una sorta di prodigio, si chiama creo,  Angel. Tutti i nostri casi sono stati ultimamente supervisionati e in parte risolti da lei.”

“Lei?”

“ Angel Lehart. E’ una donna Mackinnon! Una donna. Vuoi lo spelling?”

“No, grazie. Una donna è pur sempre il sesso debole, no? Va bene. Sarà più facile parlarle. Amico mio, il sottoscritto Never Mackinnon, ha un certo ascendente sulle donne. Su tutte le donne. Se una lei è giovane è anche meglio, ci facciamo ridare tutte le nostre prove e magari qualche indizio in più.”

Miranda lo osservava come si osservano le noci schiuse sugli alberi, prima o poi cadrai anche tu ragazzo mio, il pensiero che una donna potesse un giorno fermarlo dalla continua frenesia di spostarsi lo rallegrava ma non quanto lo rallegrava veere il suo migliore uomo misurarsi con uno dei capi degli agenti dell’FBI.
“Scommetti dieci bigliettoni che su questa non avrai nemmeno un appiglio anzi, ti butterà fuori senza nemmeno chieerti di quale dipartimento di polizia sei?”
“Ci sto.”

“Never, è un meico legale e un criminologo, sai che ti potrebbe persino arrestare, lo sai, vero?”

“Come diceva mio padre, riposi in pace: il leone si riconosce dagli artigli.”

“Ti dico solo che Foxy è il suo sopranome, e il perché è noto a tutti, ha preso un capo mafia fingendo di essere una povera ragazzina handic….”, a quel punto, Never era già sparito.

Miranda sorrise. Pochi secondi dopo, preoccupato per la sorte di Carter tornò dietro la scrivania del suo ufficio per parlare con Mary Carter e la cosa era davvero dolorosa.

Mary lo aveva più volte chiamato e questa ferita, quel tipo di donna l’avrebbe tenuta aperta per un bel po’. La rabbia di Mary era più che giustificata.

Carter ora, era solo in un ospeale e nessuno dei suoi colleghi era ancora andato a fargli visita.

Tutti erano presi dal caso dei Parish e dalla scomparsa di Peter. Mony per cercare di sistemare un poco le cose chiamò a sé il giovane Muddy, e gli disse di prendere un’auto per andare assieme a lui a fare visita a Carter.

Iniziarono le lunghe telefonate all’ospeale dopo di che chiamò Mary e il suo respiro si fece pesante come se avesse una montagna sul petto e sulla coscienza..

Questa volta sua moglie non l’avrebbe presa bene e se riusciva a sopravvivere forse avrebbe avuto una pensione da invalido e poca riconoscenza. Che brutta situazione.

Mackinnon aveva già strappato un appuntamento con la dott.ssa Lehart. Non sarebbe andato davanti al nemico a mani vuote. Era ben preparato e carico di adrenalina.

Aveva parecchi indizi da mostrarle e lei si mostrò davvero curiosa di studiarli.

La voce calda della donna aveva fatto breccia nel cuore dell’uomo.

Bella, magari alta e biondissima sarebbe stata una vera sfida conquistare un agente speciale in gonnella. Una sfida all’ultimo ormone.

Gli piacevano le sfide con le donne erano duelli che la maggior parte delle volte si trasformavano in vere e proprie corride del desiderio. Non gli interessava la caccia nel senso freddo della parola.

Quella donna, agente federale o no, gli avrebbe dato gli indizi mancanti. Inutile dubitare di questo voleva essere certo.

Nelle stanze della sua mente si stava già aprendo la porta di una piccola camera, uno spazio funereo dove penzolavano tutti i pezzi dei piccoli bambini massacrati nell’ultimo omicidio.

Sembrava un museo degli orrori dove la guida per nulla emozionata mostrava a lui, visitatore, quelle meraviglie. La stanza non aveva finestre, mentre i pavimenti erano rossi, forse sangue, forse altro.

Il soffitto invece era ancora più macabro perché sul soffitto abbozzato in scala sproporzionata, l’urlo di quello che poteva sembrare un essere…arrabbiato, dolorante….

Lui aveva intenzione di farci entrare quella maestà dell’FBI  per farle sentire il peso del disgusto e della tristezza umana che si provano quando si assiste ad una tortura del genere.

Donna o non donna era un direttore  che conosceva gli indizi e quali indizi migliori di quelli che si trovano sul campo poteva offrirle?

La reazione dei suoi pensieri era quasi meccanica. Ricordava il campo da guerra dove gli odori dei corpi mutilati s’infilavano coi loro tentacoli acri nelle narici

Non aveva un piano e peggio ancora si affidava totalmente al suo istinto che gli faceva creere che nel gioco dei sessi lui e sempre lui, era stato il più forte.

 

Quello  squallido omicidio aveva creato una nuvola nera sopra la sua nuvoletta dorata ora in svantaggio sull’opinione pubblica. Nelle statistiche avanzate dal suo ufficio stampa il suo avversario in questo momento aveva molta più creibilità di lui.

La città gli teneva gli occhi puntati addosso, se lo sentiva dentro.

Weller chiamò la segretaria nel suo ufficio. Col sudore della fronte sulla camicia di seta di lei, diee inizio ad un corteggiamento poco pudico.

Le mani di Richard, Firth per gli amici,  si trattenevano nelle coppe del reggipetto a pizzo trasparente mentre le gambe della donna lo incitavano a giocare col suo corpo.

La cosa ebbe poco tempo per perfezionarsi perché una voce insistente si presentò dietro la sua porta accompagnata dall’usciere.

“Sono Nick Sciamani e ho appuntamento col Sindaco, cavolo lasciami il braccio.”, il suo grido esplose nel momento in cui Weller, riabbottonava la camicetta della donna.

“Domani cherie, magari con quel tanga rosso che mi manda in estasi.”, lei si sistemò la gonna e poi uscì schioccando un bacio al ciccione, evidentemente offeso per quest’arrivo improvviso. Si odorò le ascelle e per nulla soddisfatto di quello che annusò, prese un deodorante maschile da uno dei cassetti della scrivania.

Cominciò con delle spruzzate generose sopra la camicia all’altezza delle ascelle. La macchia di sudore divenne giallastra ma lui contava che nessuno se ne sarebbe mai accorto.

Il flacone finì di nuovo nel cassetto. Adesso si sentiva meglio.

Aveva un milione di pensieri per la testa, ma il primo di tutti era mantenersi gli amici buoni per le elezioni oramai vicine.

Si diee una sistematina al cavallo dei pantaloni, era ancora eccitato e infastidito dalla costrizione che la cintura imponeva al basso ventre, ma il suo smisurato orgoglio maschile veeva di nutrirlo con le migliori giovani pollastrelle del mercato.

Sta ultima segretaria di cui non ricordava nemmeno il nome, sembrava appetitosa a tal punto, da aver superato le due settimane di prova.

Conosceva bene l’arte della scrivania e sapeva farsi sottomettere tanto da implorarlo perché la amasse ancora e ancora. Eppure non si considerava un malato di sesso. Era ancora un ragazzone in piena esplosione ormonale e con un sano appetito.

Non era nemmeno un depravato almeno fare l’amore con due o tre femmine lui non la considerava depravazione, forse farlo con altri tanti maschi allora sì che lo sarebbe stata.

Tentò di ritornare in se pensando agli affari. Si liscio i capelli con uno sputo e si pettino coi due indici le sopraciglia.

“Fatelo entrare. “ ordinò Firth alzando la cornetta del telefono.

Sciamani dimenticando le buone maniere si prese un bicchiere d’acqua.

Dopo averlo bevuto tutto d’un fiato si diresse verso la scrivania. Weller chiudeva la cintura cercando di stringerla il più possibile.

“Ho disturbato qualcosa?” il sorriso sciocco dell’uomo finì col riflettersi negli occhi del grassone.

“Nick, Nicky!  Caro te l’ha mai detto qualcuno che sei una spina nel fianco.”

“Sì, Sig. Sindaco. Tutti gli ex Primi Cittadini degli ultimi dieci anni. E due ex mogli vipere, arriviste, vegetariane e un po’ sciroccate. A pensarci bene qualche capitano dell’industria farmaceutica, ma questi sono personaggi che vanno e che vengono.”

“Nick sai perché t’ho chiamato qui?”
“Penso di poterlo indovinare Sindaco Weller, ha bisogno di nuova buona pubblicità per le imminenti elezioni di Marzo?”
“Ho bisogno che non calchi la mano con l’omicidio dei Parish, almeno fino a quando la polizia o l’FBI non ha trovato un indiziato.”

“Devo tacere? Tutti i giornali parlano delle sevizie su quei poveri bambini, dei pezzi di carne che devono ricomporre per capire  se mai un genio della meicina legale riuscisse a farlo, a chi appartengono.”
“Devi semplicemente seguire o aspettare i passi del capitano Miranda. Devi figliolo, Weller non aveva il coraggio di guardarlo negli occhi ma continuava a calcare con la sua voce viscida, altrimenti il tuo capo t’indirizzerà verso la cronaca nera della campagna. Hai presente le notiziole degli avvistamenti d’ufo, d’alieni che violentano vecchiette, insomma quel genere d’indagini e notizie che ricordano un poco la gavetta.”

Weller si stringeva le mani sudaticce guardando la sua città dalla finestra panoramica.

l taglio degli occhi scuri gli dava un aspetto tanto viscido da farlo sembrare un serpente.

Sciamani non rideva più.

La mano nel giaccone di jeans continuava a giocare con la punta della matita fino a sentirsela nella carne.

Gli occhi penetrarono l’iride di Weller cercando di captarne i tic del mento. Sembrava nervoso e sudaticcio. Sicuramente il sindaco aveva molti motivi per esserlo.

Le elezioni, gli omicidi, lo scandalo della droga trovata nell’auto della nipote, tutti motivi che bastano per veere la sua poltrona in pericolo.

Senza parlare si seette di fronte all’uomo che era completamente tornato in se, dopo il breve momento d’estasi fisica.

La giacca Armani appesa alla poltrona non aveva una piega. Weller non perse altro tempo. Ignorando l’uomo si rivestì con tranquillità per poi andare a versarsi un sorso di scotch liscio.

“Ascolta Sciamani, questo delitto non solo è terribile, ma ha a che fare con lo strato sociale che dà ricchezza a questa città. Io li conoscevo i Parish e i loro bambini, che morte orrenda. Forse ti sembrerò un personaggio senz’anima e forse lo sono anche, ma quei piccoli non si meritavano questa fine e tu lo sai.”

“Ti posso promettere che sarai il primo ad avere accesso ad un certo tipo d’informazioni, ma come uno dei migliori giornalisti di New York, hai il dovere di proteggere queste persone e non di spaventarle.”.

Nick stava osservando la stanza del sindaco senza dare modo all’altro di intuirlo.

C’erano parecchie opere d’arte antiche. Grandi e significativi pezzi di pietra sicuramente di datazione incerta, antica presumibilmente, forse opere trafugate da qualche sito archeologico, Weller non poteva avere tutti quei soldi da spendere in collezionismo d’altissimo livello.

In quel momento gli venne un grazie inconscio alla madre pittrice che lo iniziò all’arte in tenera età. Ma la cosa più strana era la piccola busta blu col sigillo dorato nascosta per metà sotto un cellulare tra il mare di documenti, che lui aveva già visto altrove.

“Informarle dello scempio significa spaventarle?”
“Non dare loro la testa dell’omicida questo è spaventare tutti i cittadini.”

“Non facciamo della demagogia ti prego, io a mia volta devo rispondere al governatore Drumont e sinceramente ho esaurito la scorta di fantasie appetibili.”

“Fai una cosa, incollati a Miranda, oggi stesso gli farò una telefonata e vei di tirar fuori degli articoli senza esagerare sull’impronta degenerata dell’assassino. Buon lavoro Sciamani e se hai bisogno di, qualcosa chiama, prima di buttarti qua.”
“Ok. Sono d’accordo non per farle un piacere, ma perché questo omicidio esula qualunque altro mai accaduto. Vado via. Lei, però si ricordi che sono il miglior giornalista di New York altrimenti non m’avrebbe nemmeno fatto entrare qui.”

Salutando col palmo Sciamani aveva lasciato Weller nel suo ufficio con un sacco di dubbi e di domande in testa.

Passando per la scrivania della segretaria si accorse che questa prima di rientrare nell’ufficio del Sindaco gli aveva fatto l’occhiolino.

La cosa che lo scolpì non furono le gambe di questa parecchio scoperte sotto una gonnellina audace di colore accecante, ma una piccola busta blu che aveva tra le mani che mostro appena alzò la mano per salutarlo.

Sul cellulare tre chiamate senza risposta. Dalla centrale di polizia il suo amico e cameraman, Robert Windman, lo aveva chiamato per un paio di volte.

Forse la matassa si sbrogliava e la polizia aveva intenzione di dare qualche indizio o indiziato alla stampa. Poche erano state le volte in cui la polizia comunicava durante le indagini, chi o come poteva essere il killer, a meno che non doveva esserci una caccia al uomo con tanto di identikit.

Forse era il caso di fare un salto anche dal suo vecchio amico Never o dal suo capo Miranda. In fondo il Capo gli doveva un favore.

Pensandoci forse Mackinnon non aveva detto a Miranda che era stato lui e non Nick a farglielo. Quella idea gli sembrava più ovvia ma avrebbe dovuto comunque disturbare uno dei due o perché no, entrambi.

Miranda sebbene avesse il carattere un pochino difficile era un buon poliziotto, un vero segugio col fiuto e i sensi ben sviluppati e lui aveva una pulce da mettergli nell’orecchio. Speriamo che il vecchio sia di buon umore, si disse, mentre si sistemava il colletto della camicia davanti all’ascensore che non impiegò molto ad arrivare.

Continuava a pensare alle strane cose accadute, alle opere d’arte, agli occhi di Weller, poi ad un tratto un luccichio anzi una vera illuminazione gli spazzò il buio dal capo. Sorrise e usci dalla ostentata scalinata del municipio.

Prima si salire in macchina inoltrò la chiamata al dipartimento. Non aveva voglia di passare per il numero diretto. Un salto da Mac poi tutti di corsa da Miranda.

Miranda apprezzava quelli che lo interpellavano senza fare pressioni e lui avrebbe agito rispettosamente, proprio come piaceva al papà della polizia. Mackinnon non c’era e senza perdere ulteriore tempo decise di andare per le vie dirette.

Chiese di parlare con Miranda spacciandosi per il fratello.

“Capitano Mony, ho notizie. Sono Nick Sciamani e creo di poterla aiutare, in cambio vorrei l’esclusiva. La cosa è più interessante di quanto ci facciano creere. Si centra Weller e presumibilmente una casta che lei già conosce.. Va bene Capo arrivo da lei ma stavolta le ciambelle le porto io.”, gli piaceva prendere in giro quell’ometto dall’aria sicura e vissuta, a dieta da una vita e da una vita con una ciambella al cioccolato in tasca.

Miranda era uno che per pensare doveva assimilare quantitativi impressionanti di zuccheri e da quando non fumava più, aveva fornito i cassetti del suo ufficio con scorte di dolcetti e caramelle, quando mancavano peso da disperazione si faceva portare le bustine di zucchero dalla macchinetta del caffè. Tutti erano informati della sua mania, ma nessuno aveva il coraggio di farlo smettere.

Solo la moglie quando passava a trovarlo, cosa assai rara, esortava i colleghi a proteggerlo dal fumo e dall’incombenza del diabete “se voi non lo proteggete un giorno vi troverete con un capitano peggiore e questo per essere stati accondiscendenti con le sue debolezze”, ma le sue parole lasciavano il tempo che trovavano.. Lilian Miranda era una donna profondamente religiosa ma d’una bontà disarmante e tutti nel dipartimento la stimavano.

Aveva aiutato molte delle famiglie dei poliziotti venuti a mancare, a tirarsi su economicamente, per molti altri rimasti invalidi durante le sparatoria aveva costituito un fondo permanente col quale supportare decorosamente una pensione umile e poco dignitoso per chi combatteva da una vita e giornalmente la criminalità.

Per loro Lilian era una santa e quando si trattava di fare la spia  per il bene del Capo, molti aderivano con telefonate quasi anonime, quasi perché Lilian riconosceva dalla voce ognuno dei ragazzi che lavoravano al dipartimento con suo marito.

Tutti creevano e avevano perfezionato negli anni questa creenza che lei amasse il corpo della polizia quanto se non più del marito.

Nick sapeva del proibizionismo delle ciambelle e pensò che un paio non potessero danneggiare la salute del suo capitano di polizia preferito.

Poteva sempre essere in una delle giornate no, ma quella volta, mirando forse sconfitto dal crimine più orrendo che la sua carriera dovette sopportare, forse semplicemente giù di morale perché si investigava nel buio.

Dall’altra parte trovò una risposta confortevole cosa che lo fece sorridere.

Prima di chiudere il telefono, Nick incrociò le dita dietro la schiena. Forse era la volta buona che tornava ad essere il miglior giornalista col miglior scoop sul mercato.

Senza darsi cura della gente che lo urtava prese dalla tasca della giacca una lettera ancora sigillata. Sulla busta c’era l’indirizzo del destinatario Richard Weller e sul lato opposto quello del mittente, la sig.ra Parish.

     Al liceo Nick aveva scoperto la magia del distrarre l’interlocutore per scipparli il portafogli, erano stati tempi davvero duri per lui, oppure per ingannare i prof e riuscire a taroccare i registri delle verifiche.

Col tempo divenne un astro in questo campo ma quando raggiunse per meriti di studio una borsa in letteratura e giornalismo a Stanford, allora decise di tenere la carriera di scippatore un pochino al gelo, forse non ne avrebbe avuto più bisogno.

Solo durante i primi periodi del tirocinio scoprì quanto potevano essergli utili queste capacità.

Aveva fame di popolarità e aveva fame di buone notizie. Quella che aveva in mano poteva essere la bomba, ma solo la polizia poteva capirci qualcosa e lui ora doveva affidarsi al migliore.

Era importante avere amici al dipartimento, senza la buona parola d’un infiltrato, ogni lavoro che svolgeva poteva diventare ostico. Mackinnon era tra i pochi amici ai quali avrebbe affidato la vita se fosse stato necessario.

Lo conobbe durante la cerimonia durante la quale le fu consegnata la meaglia d’onore e ricorda che invece di riceverla, dopo aver stretto la mano del generale Dowsan, Mac andò a consegnarla alla veova del suo amico e compagno d’armi che lasciò la sua pelle su una mina in Iraq.

Ora il suo viso sembrava illuminarsi. La lettera divenne un’icona e con cautela dopo averla ispezionata nuovamente, la mise nella tasca interna, più sicura, dietro al portafogli.

 

Il freddo aveva cancellato il cielo azzurro da un po’. Il buio s’era già mangiato la luce dell’intera città, troppo presa dai preparativi natalizi, troppo appesantita da spari di luci colorate in ogni negozio e su ogni cartellone pubblicitario.

La tua città vive con te!, era lo slogan sul cartellone dove il sindaco Weller con un ridicolo cappellino natalizio alzava un calice di spumante in segno di brindisi.

La sua faccia sembrava l’incrocio tra il muso di un rettile e i tagli dell’occhio di una volpe. Il suo sorriso ostentato non aveva nulla di buono in se, mostrava una perfetta dentatura bianca cangiante che doveva fare presa sulla comunità.

La serata preveeva un grande ballo nell’attico di Alice Ashton.

La serata culminava con raccolta annuale di fondi per i bambini della casa per l’infanzia Alicia Ashton di cui era la fondatrice e benefattrice.

La neve non smetteva di cadere da più di venti quattro ore.

Il salone al sessantaseiesimo piano, allestito con grandi candelieri e candele di cera nera, era pronto ad ospitare trecento tra le più influenti e ricche personalità di New York.

Gli invitati speciali erano parecchi e intervenivano tutti, dal governatore al sindaco, dal luminare della meicina , il professor Klaus Morgan, alla pianista di talento Keva Salkovschky, per avere un posto nella prima pagina della cronaca mondana della città. Il padre

Un’ orchestra a lato dell’ampia vetrata provava i pezzi del repertorio richiesto dalla stessa Alicia, musiche celtiche e qualche lento country per facilitare i benefattori a staccare un cospicuo assegno. 

I camerieri e le cameriere erano tutti rigorosamente biondi, vestiti di nero e alcuno di loro superava i 18 anni d’età.

Ben disposti al centro della sala erano i sessanta tavoli rotondi.

Tutti addobbati con foglie di pungitopo, pino e agrumi.

I piatti e i bicchieri neri, sopra tovaglie scure con ricami raffiguranti una caccia alle streghe, splendevano tra le ombre calde della città illuminata a festa.

Dal candeliere centrale a testa in giù pendeva uno strano albero con pochi addobbi di frutti agrumari e mele e foglie di cero illuminato da scatole cinesi rosse in segno di buon auspicio.

Da quell’altezza si poteva ammirare in tutta la sua bianca bellezza Central Park, illuminata dagli occhi gialli dei lampioni ottocenteschi.

Una grande pietra scolpita su cui era puntato un riflettore rosso, troneggiava su un pieistallo di cristallo.

Come il pezzo mancante di un puzzle, mostrava alcuni strani segni alla base che sembrava essere stata strappata con una forza disumana ad un monumento ancora più grande.

La sua presenza avrebbe alimentato l’interesse di tutti gli invitati.

Mama che la osservava dalla vetrata trasparente dei piani superiori, n’era convinta.

Mancava poco a trovare il pezzo mancante e sapeva che qualcosa o qualcuno l’avrebbe condotta al suo antico sito.

Erano streghe con centinaia d’anni di conoscenza sulle spalle.

Il loro Maestro aspettava di gustare finalmente la libertà negatagli per tanto tempo.

Rinchiuso in una bara scura e opprimente a centinaia di metri sottoterra, quella cosa attendeva vendetta e cibo per la sua fame.

Un sopravvissuto della sua razza non poteva attendere troppo a lungo, sebbene la nozione per lui del troppo a lungo poteva significare millenni o anche ere.

Presenti erano diplomatici, ambasciatori, banchieri, petrolieri arabi, i figli del casato regale degli emirati arabi, un’eminenza, star del cinema e politici.

Se qualcuno avesse avuto cattive intenzioni quella poteva essere la serata in cui prendere tanta fortuna al laccio da non potersela immaginare.

Ma la cosa non sarebbe risultata facile, su quattrocento invitati duecento erano le guardie personali assunte per l’occasione.

Mama avrebbe anche potuto rinunciarvi, in fondo i suoi poteri, la potevano proteggere da qualunque pericolo, ma molte di quelle facce più o meno note le servivano per arrivare a liberare il suo maestro.

“Madame, m’inchino alla sua bellezza che il tempo preserva sempre giovane.”

Un uomo col capo fasciato da un velo bianco, dall’aspetto giovanile sfiorò la mano della Signora composta e regale sulla seia al tavolo centrale.

Riconosceva ognuna delle figure che la salutavano e nutriva per loro lo stesso sentimento del primo giorno in cui gli conobbe, un desiderio di uccidere e sfamare la sua sete di vendetta.

Tutti loro rappresentavano la fetta peggiore della società.

Uomini e donne, calcolatori, arrivisti, criminali, impostori, truffatori, sporcaccioni, depravati, in quella sala aveva riunito i peggiori mostri dello strato e persino del mondo.

Ma la sua missione era di trovare il suo Maestro e di nutrire la sua fame con nuovi sacrifici.

La sua interpretazione del male non era tetra, anzi, aveva sempre pensato che il male puro fosse una forma poco accettabile della verità, mentre il falso monismo fosse una vera e propria piaga per l’umanità.

La festa sembrava riuscita.

Alice aveva trovato il prossimo ospite per la festa sanguinaria di May e anche quella notte si sarebbero sentite le urla di terrore d’esseri agonizzanti nel proprio sangue e imploranti di una morte veloce.

L’aura scura dietro a Mama sembrava averla fatta andare in trans.

Era quasi arrivato il tempo di trovare l’ingresso.

Alice aveva tracciato l’intero viaggio della Nostra Signora, un galeone pieno d’oro, perle e spezie, di ritorno dalle Americhe del sud.

Lord Henry Marion Lancaster IV aveva ricevuto dai suoi avi una preziosa ereità, un trattato sul unico galeone di sua maestà cattolica  Filippo II, scomparso nel nulla e mai menzionato in alcuna carta reale dell’epoca.

L’invitato speciale sarebbe stato proprio lui, un quarantenne miope e molto schivo, poteva sembrare timido, ma la sua era una recita molto sottile.

Mama conosceva questa sfumatura del suo carattere. Solo dopo una decina d’anni lei riuscì a conquistarsi la fiducia.

L’uomo partecipava alle grandi feste malvolentieri, ma l’invito di un personaggio come Ainiir era davvero un evento. Questa volta non l’avrebbe denigrato per nulla al mondo, la sua ospite aveva riservato per lui, una serata molto singolare con dei bambini speciali e questo era il suo passatempo preiletto.

Amava giocare coi bambini, peccato che loro non lo amassero affatto.

Alice e Helen non desideravano conversare con lui. Sembrava furbo e molto preparato.

Lo evitavano il più possibile, volentieri l’avrebbero dato in pasto ai coccodrilli, ma Mama era di tutt’altro parere.

Quella notte May avrebbe messo a posto l’ultimo pezzo del puzzle.

Alice si avvicinò al tavolo di henry e col cenno della testa salutò l’uomo che la fissò con i suoi occhietti piccoli e molto scuri.

Helen si avvicinò a Mama e entrambe senza parlare guardavano tutta la sala piena di gente, mentre Alice conduceva a braccetto sir Henry sul terrazzo per fargli assaggiare un calice colmo di Champagne. nel quale aveva preceentemente versato qualcosa da una piccola bustina blu

Quella notte un’altra famiglia aveva avuto il privilegio di essere massacrata.

May aveva lavorato con pazienza e deizione, il rito delle quattro donne legate da una strana profezia, avvenne sempre nella camera nera di Mama, ma stavolta un’altra oscura presenza fece la sua comparsa.

Forse non era merito solo della pozione magica, forse uno spirito più forte si stava impadronendo di loro e quella sensazione di onnipotenza le dava una immensa felicità.

Mama interpellandola ebbe modo di chiarire la posizione esatta di un corpo che dovevano reperire a tutti i costi.  Quel gioco stava per alimentare la loro forza.

“Abbiamo finalmente le indicazioni precise. Dobbiamo partire. Helen, Alicia, May, vi dividerete, qualcuno sta ficcando il naso nei nostri affari, meglio non dargli corda. Ho lasciato ordini precisi a chi di dovere d’ occuparsi di lui.”

Solo Helen con curiosità domandò dove si sarebbero incontrate. Mama chiuse gli occhi e parlò loro, con la stessa pazienza e deizione di una genitrice.

 

Eleganti buste azzurre con un pregiato sigillo giacevano sulla scrivania di Miranda. Il sindaco Weller stava cercando di arrivare al dipartimento con il suo ufficio stampa a seguito. Sicuramente il suo coinvolgimento in un traffico di droga doveva passare come la mossa politica avanzata da avversari senza scrupoli, ma tutti al distretto oramai pensavano che ci fosse invischiato fin al collo. Davanti a Miranda, Weller assunse il classico comportamento di colui che ignorava tutto.

“Signor Sindaco certamente lei capisce che il coinvolgimento di una sua diretta parente non influisce solo per il futuro della sua candidatura ma ha una certa rilevanza anche sul suo attuale operato.”

“Dai amico mio, stai scherzando …”, Weller si seette sulla poltrona del Capo cercando di allentare il nodo alla cravatta costosa. La fronte sudaticcia e il rossore in viso tradivano di sicuro il suo stato emotivo. Mony cercò di affrontare la cosa come se fosse innocua proprio per dare tempo ai ragazzi di svolgere in pace tutte le indagini necessarie.

“Mi scusi forse mi sono espresso male io, vee noi non abbiamo molte prove a riguardo e sua nipote non verrà arrestata almeno non per ora, lei certamente capisce che la mia posizione è imbarazzante.”

Weller con un sorriso disincantato e abbastanza falso da non renderlo creibile nemmeno ad un ragazzino si alzò di scatto per mettere un braccio intorno alle spalle del Capitano del Distretto di Polizia.

“ Oh, ma allora è solo un piccolo incidente e questo equivoco sono certo che passerà non dico inosservato ma senza gli allarmismi che di solito accompagnano questi casi. E’ una ragazzata e sono sicuro che mia sorella avrà già messo la ragazza in castigo anzi nel miglior college per ragazze dello stato. Io sono sempre dalla parte della giustizia, lo sa, ma vorrei poter avanzare la richiesta di un piccolo favore personale.”

“Beh, non sarà facile lo sa, io poi ho le mani legate se poi la stampa…”

Miranda si rese conto che lui sapeva di più di quello che gli stava raccontando. Iniziava ad immaginare un suo diretto collegamento con gli spacciatori della zona.

Forse era arrivato il momento di fare delle domande in giro ad amici comuni. Gli amici della strada sapevano cose impensabili su personaggi impensabili.

“Sindaco lei si è disturbato per una inezia. Non vogliamo incastrare la sua famiglia ne tanto meno la sua reputazione, il nostro dipartimento ha sequestrato un piccolo quantitativo di droga alla ragazza che era talmente ubriaca da non poter parlare.”

“Non volete mica interrogarla?”

“Ecco interrogarla è una parola grossa, sa bene che se lo facessimo tutta la stampa ne sarebbe a conoscenza.”

Gli occhi di Weller erano di ghiaccio sebbene le perle di sudore si stavano addensando sugli orli delle rughe profonde.

“Pensavamo di chieere con la discrezione dovuta chi le aveva fornito e dove. Se un locale  notturno è colpevole di tale crimine veremmo di incastrare il proprietario e la gang affiliato allo spaccio.”

“Bravo!,  Mony vide Weller battere le mani come se applaudisse all’idea, “Ecco mi piace questa nuova strada che vuole intraprendere, mi sembra molto più vicina alla verità. A proposito tenga lontano Sciamani da queste notizie.”

L’illuminazione non poteva colpire Mony in un momento migliore di quello. Forse a tutte le disgrazie c’era anche un piccolo rimeio e conoscere da che parte poteva arrivare l’onda anomala ad investirlo significava salvarsi non solo la pensione o la carriera lavorativa ma la città alla quale aveva dato più di trent’’anni di arduo lavoro. E bravo il nostro Sindaco, pensò cercando di avvicinarsi alla porta per accompagnare Sua Signoria a trovare migliori imprese e impresari per le imminenti elezioni, adesso capisco perché cose non vanno mai da male sole in questa città c’è sempre quello che le accompagna e io fiuto un pollo pronto per farsi arrostire.

Quel Natale stava diventando il più infelice di tutta la sua esistenza. Aveva sulla coscienza il delitto dei Parish e il terrore che l’assassino potesse colpire di nuovo in qualsiasi punto della città.

Da qualche parte nell’eificio, May Morgenstein stava giocando con le sue lame affilate. La piccola creatura aveva smesso di urlare da parecchio. Mama era lì con loro e guardava come la ferocia di un coltello poteva infierire su una prea così fragile. Dal nulla apparve l’oscurità e tutta quella carne martoriata sparì. Rimasero le chiazze di sangue e qualche ciocca di capelli. May stavolta non aveva mangiato nemmeno un boccone.

Quando l’entità scomparve, Mama mandò un segnale cerebrale ad Alice e Helene.

Alice stava abbracciata ad un giovane conte francese, sposato e naturalmente infelice. Lo bacio chiudendo gli occhi e l’uomo le rispose al bacio sorridendo solo che lei aveva già tirato dai capelli un lungo e affilato fermaglio d’argento.

I due colpi esplosero diritti al cuore. Non si alzò finché non sentì arrivare il suo orgasmo. Abbandonato il corpo floscio dell’uomo si diresse nel bagno dove il rumore dell’acqua tiepida seppe rinvigorirla.

 

Non era stato difficile scegliere il momento migliore per mandare giù una squadra.

Dopo tutti quegli anni di preparativi Veris aveva trovato il modo di arrivare al cuore del problema. Le conoscenze giuste e un sacco di quattrini aprono le porte dell’impossibile.

Gli avevano presentato uno dei capi progetto di Dealus che prima di scomparire nel nulla gli aveva passato qualche copia del progetto originarle del GARL.

Non volle mai approfondire il perché della scomparse di quel uomo che lo aiutò a capire cosa ci potevano nascondere nelle viscere della terra ad un passo dalla casa dov’era nato e cresciuto.

In quegli anni bui della sua vita preferì allontanarsi da tutto e da tutti, evitare d’avere amici fu di fondamentale importanza. Non era un uomo che poteva offrire legami.

Lui non conosceva l’arte dell’oratoria e della parola. Aveva un unico mezzo che era quello dei soldi e aveva imparato che con quello riusciva a comunicare coi le coscienze più irreucibili.

Il suo ritorno ad Amandina fu abbracciato come un vero evento. I suoi amici mortificati per la sua paralisi non riuscivano ancora a perdonarsi. Ma voi che colpa ne avevate, eravate dei bambini come me .

Veris era l’uomo che rassicurava non che accusava. Ma i veri colpevoli dei suoi mali non li aveva perdonati. Quel gioco quella notte gli era costato le gambe, la crescita e soprattutto l’adolescenza.

L’uomo che lo aveva picchiato era orto ma non erano morti i veri capi di quel maleetto progetto e lui voleva capire cosa o chi avevano lasciato sottoterra dopo aver raso al suolo mezzo bosco sotto le Dark Falls.

La sua fortuna economica non poteva servire che a darsi le risposte a quelle domande che da bimbo gli rimasero confitte nella mente.

Tutti i suoi incubi sebbene senza soluzione forse sarebbero diminuiti conoscendo l’intero impianto e struttura di quel monumento che vide da piccolo.

Quando sognava Veris aveva paura. Il suo cervello non lo considerava un adulto ma un bambino che doveva pagare per la sua curiosità.

Solo Stanley il leccapiei di Jenkins,  un ragazzone un po’ pacato di testa lo guardava coi suoi occhietti odiosi come se volesse masticarlo per l’invidia.

In città aveva la fama di uno a cui piaceva picchiare i ragazzi e d’essere così vigliacco da scappare quando i genitori o la preside cercavano di chiamarlo per farlo ragionare. I suoi genitori erano anche peggio.

Il padre, un boscaiolo alcolizzato era rimasto veovo quando Stanley aveva solo tre anni, da allora fu Tracy, la quasi matrigna ad allevarlo a forza di schiaffi e di sigarette buttate in faccia, lui poteva ricordare soltanto “Stanley sei solo un ragazzino rammollito prendi esempio da tuo padre e diventa un uomo “ gli diceva mostrandogli il fondo della bottiglia vuoto, lasciando comprendere alla sua giovane mente che era ora d’assaggiare la vita del adulto se voleva diventarlo. Sanley non impiegò molto a seguire le orme paterne, tant’è che fu buttato fuori dalla scuola per ben tre volte e tutte tre per aver spaccato la faccia a qualche suo compagno di classe.

Era uno che ragionava col coltello. Odiava tutti quei marmocchi che si facevano venire a prendere da mamma e papà e che lisciava loro le penne come se fossero degli angioletti.

Cresciuto strinse amicizia con la banda dei  Black Root, giovani orfani di casa e con l’aspirazione ai soldi facili.

Ogni tanto Jenkins si serviva di lui per avere qualche informazione sui furti in città e la mancia che gli passava gli bastava per qualche dose in compagnia di una delle ragazze che servivano da Daisy; era un modo per tenerlo sottocchio e vigilare pacificamente sui piccoli tepistelli della città..

      Veris, l’uomo buono della città, il cittadino modello era uno di quelli a cui Stanley avrebbe volentieri tagliato la gola.

Una volta ebbe a che fare col suo vecchio che in memoria dei vecchi tempi gli indicò la prigione come la dimora più consona a quelli come lui. Stan odiava tutta la famiglia di Maio, tant’è vero che in una delle notte di Halloween decise di farle uno scherzo.

La donna era molto affezionata alla sua gatta May, il girono prima questa era uscita per non fare più ritorno. Stan l’aveva presa e se l’era stuprata davanti agli amici che in coro di risate lo incitavano a spaccare le budella al povero animale. Dopo la violenza l’essere moribondo ma ancora vivo, abortì tre gattini. Il ragazzo rimase come affascinato da quella scenetta, non pensò nemmeno per un attimo a pulirsi dalle secrezioni ma rimise il pene orami floscio nei pantaloni, sganciando un calcio d’addio alla creatura che gli aveva procurato in pochi minuti un lauto orgasmo.

Attese che morissero prima di impachettarli e speirli a casa di quei bastardi dei Di Maio.

Sean provò a chiamare Jenkins ma sapeva come andavo le cose in città da quando c’era lui. I coniugi seppellirono i gatti nel giardino davanti casa e la sera dopo provarono a discuterne con padre Lumis nella speranza di trovare un miracoloso intervento per quei ragazzi troppo presi dalla violenza.

La considerazione di Stan della vita era limitata alle poche necessità del suo corpo, mangiare, fare sesso, dormire.

La sua idea di violenza era stato un insegnamento ben ripartito dal padre e tutte le cinghiate servirono a fargli odiare non la sua vita ma tutti gli essere che volevano farne parte e il suo odio lo esprimeva come meglio poteva, perfezionandolo nelle risse tra gruppi o nei scippi da due soldi.

Eppure con l’arrivo di Veris, Stan Cornway decise che il conto con la famiglia di Maio era ancora aperto.

Stava fantasticando sulla quantità di dolore da fare provare a quel ex poliziotto e ai bastardi della sua tribù quando s’accorse d’avere un’erezione.

L’idea  di spiccare il volo abbracciando il diavolo, uccidendo non solo i corpi ma anche le anime dei suoi nemici lo soddisfacevano pienamente.

    Alla piccola cerimonia assistete quasi tutta la cittadinanza e in segno di gratitudine Veris accompagnato dal vecchio padre destinò un grosso assegno al rifacimento dell’intera struttura della Scuola di Saint Patrick, un nuovo refettorio e delle nuove giostre per il piccolo asilo dietro la chiesa che oramai cadeva a pezzi.

Pioveva anche quel giorno. Tutta la banda dei Root Black si trovava al Koonza.

   Le moto occupavano quasi tutto il posteggio e i ragazzi più giovani vennero fatti smammare da Daisy perché il suo, era l’unico locale in città che poteva accettare anche i ragazzini che bigiavano da scuola.

Veris scrutava da dietro gli occhiali il volto dei suoi vecchi conoscenti e amici.

Era passata davvero una vita da quando non metteva il piee in città. 

In fondo gli era mancata quella piccolo paese che poco si affezionava alle mode e restava ben ancorata ai propri principi.

Suo padre invece, non sembrava per nulla cambiato. Aveva conservato quella sua aria severa da poliziotto mentre sua madre sembrava il fior fiore di tutte le anziane del mondo.

Ma c’era qualcosa in quella atmosfera che lo rattristava. Qualcosa che per impaurirlo si serviva di quella atmosfera Old England decadente, tutto condito da una natura caparbia e vincente sopra qualunque cosa l’uomo avesse voluto costruire senza il suo permesso.

Le parole del primo cittadino volavano fiorenti per infondere un poco di ottimismo alla platea.

Qualcuno si stringeva per il freddo, altri tenevano l’ombrello come un soldato che s’arma contro il nemico.

Da qualche parte della città doveva esserci la risposta. Veris captava una tempistica e uno svolgimento degli eventi quasi innaturale.

     Una cappa buia stava per abbracciare nella sua triste morsa la città.

L’istinto dell’uomo avvertiva un pericolo sebbene non sapesse da quale direzione. Le espressioni sui volti della gente, sembravano dare loro una lucidità assente. 

Le vibrazioni nell’aria proferivano scariche elettriche nei bassi strati dell’atmosfera.

Un temporale senza fine si preannunciava guardando lo strato di nubi nere e dense come il catrame.

Quasi uno scenario irreale in cui l’uomo doveva solo subire quel male iniettato per l’occhio.

Altri non si disturbavano più a captare il lato positivo o negativo della cosa.

L’abitudine aveva lasciato il suo anticorpo sottopelle e il grigiore della stagione divenne un velo di grigiore sull’anima, quasi sempre in una continua oscura apnea,

quasi sempre a contatto vivo con un Diavolo trasparente.

 

Apocalisse Cap. 6.. Si fece un gran terremoto, il sole divenne nero come un sacco di crine e la luna come il sangue; e le stelle del cielo caddero sulla terra. Il cielo si ritirò come una pergamena che si arrotola; e ogni montagna e ogni isola furono rimosse dal loro luogo. Tutti gli uomini dal più potente al più piccolo si nascosero nelle spelonche e nelle rocce per nascondersi dall'ira dell'Agnello.

3

ossa nude

L’immenso corridoio dell’ingresso come tutte le agenzie americane, sfoggiava sul pavimento la sua aggressiva aquila avvolta dalla bandiera a stelle e strisce.

Mackinnon aveva la stessa rabbia di quando aveva trascinato l’amico  Carter, fuori dalla casa maleetta.

Qualcuno doveva dargli delle risposte e quel qualcuno come tutti i serpenti a sonagli nominati agenti speciali dal feeral bureau, poteva essere quella donna, chiamata Lehart.

Di solito fantasticava parecchio sulle fattezze morbide delle femmine e sulle loro potenzialità d’attrazione, ma la rabbia incideva un altro messaggio nella corteccia cerebrale, motivo per il quale la sua camminata severa e la sua giacca, la dicevano lunga.

Sentiva quel posto come un immenso castello dove solo gli invitati potevano entrare. Certo che ne aveva fatti di progressi la scienza. Aveva l’impressione di essere al pentagono, un vero formicaio di agenti speciali.

Pensava ai vecchi uffici del Dipartimento di Polizia e a quello spettacolo dell’ingegneria moderna, ce n’era di differenza e sicuramente gli stipendi non potevano competere con gli squallidi spiccioli per i quali i suoi ragazzi rischiavano la vita. Aveva la sensazione di trovarsi in un lindo, labirintico e asettico ospeale.

La sua mente gli dava una sensazione particolare come di trovarsi in uno shuttle a cento chilometri dalla terra e stesse provando l’assenza di gravità.

Avrebbe voluto sperimentare quei strani voli che Benson vendeva agli shuttle della Virgin, l’emozione di gravità 0 questa sì che sarebbe una esperienza interessante, poi il flash dell’urlo di terrore di Carter lo portò alla realtà, sei un deficiente Never, si disse sottovoce mentre i passi colpivano il pavimento che ogni trentina di metri mostrava il sigillo dell’aquila come se l’appartenenza al FBI, la gente se la dovesse imprimere nella mente.

Era una fortezza con infiniti corridoi e altre tanti uffici. Sicuramente la casta dei fortunati venivano pompati per bene di prodezze che avrebbero potuto compiere e nozioni di logica comportamentale.

Ricordava bene le parole del padre; Figliolo è solo conseguenza della logica il comportamento di ciascun individuo, ti devi atteggiare come lui si atteggia in modo da vincere le sue barriere e andare oltre nelle conoscenza. Ne aveva masticate di cose negli anni anteceenti il diploma.

“Salve, sto cercando l’agente federale Lehart, studiosa di criminologia seriale presumo, sono il tenente Never Mackinnon alla Sezione Omicidi del Dipartimento della Polizia di New York.”
L’uomo dietro il banco gli rivolse una veloce occhiata e senza perdere tempo compose un numero di telefono identificando l’ospite in attesa, nell’atrio.
“Sig.Mackinnon in fondo al corridoio davanti all’ultima porta a destra, il dottor Lehart deve ancora rientrare dalla pausa caffè. L’attenda lì. Sarà la dottoressa a riconoscerla.”

Salutò col cenno della testa, camminando verso il cuore di quel vespaio che rappresentava la forza investigativa di tutto il paese.

Lui non aveva mai sognato di farci carriera. Preferiva l’esercito, era un mestiere costruito sulla lealtà delle persone non sui segreti con quale le persone convivevano.

Faceva a botte per proteggere i compagni meno forti di lui e quelli del liceo che ne conosceva il carattere, avevano imparato che era un tipo dal quale bisognava stare alla larga.

Menare non era la sua passione, ma difendere da ogni sopruso quello si che rappresentava un serio ideale e modello di vita. Il padre non incoraggiava questo tipo di forza, diceva che la forza della mente poteva fare miracoli su gente brutta, molto più dei pugni e dei calci.

A seici anni scappava in accademia. Voleva essere un marines di carriera.

La vita non era così malvagia finché non perse il padre in uno strano incidente d’auto.

La stima nell’esercito si guadagna con la fatica e con le poche parole e tutta questa ereità l’aveva portata nella polizia per dar sostegno a sua madre, troppo debole di cuore per sopportare le partenze per le missioni di soccorso da cui si rischiava di tornare sdraiato per sempre.

   Percorsi i primi cinquanta metri si accorse di essere un pesce fuor d’acqua, una sorta di pagliaccio da bombardare coi sguardi come si bombardano i pupazzi al lunapark con le torte.

Pochi erano quelli che gli passavano accanto e a cui non piacevano né i suoi jeans né la sua testa rasata. In fondo l’America era una nazione democratica o no, pensava rispondendo con sguardi d’ovvia avversità.

Le grandi finestre mostravano un invidiabile spettacolo, neve candida su pini che ne soffrivano il peso.

In prossimità della fine del corridoio vide una figura tra tante, l’unica ferma davanti ad una porta.

Stava chiacchierando e gli dava le spalle.

Molto alta, molto bionda, con i capelli lunghi mossi e gambe chilometriche. Se ha gli occhi verdi la porto a cena oppure la sposo, pensò stringendo il pugno nel giaccone scuro. Lehart, sei una bomba, il suo pensiero stava galoppando assieme al cuore.

Ancora pochi passi e l’avrebbe salutata.

La bionda si girò improvvisamente guardandolo negli occhi.

Bellissima e serissima. Il viso si articolò in una strana smorfia, per quella donna poteva essere anche piacente ma l’uomo dinanzi non era certo il suo tipo.

Senza degnarlo di successiva attenzione gli girò di nuovo la schiena incurante della presenza di quest’ultimo. La bionda non sembrava averlo considerato a dovere.

Never ne rimase ipnotizzato quasi fin a perdere il controllo di se stesso. Gli piacevano le sfide con l’altro sesso. Fisicamente erano molto più interessanti, ma la materia grigia per lui era fondamentale quanto un paio di gambe chilometriche alle quali incatenarsi.

Lui con la mano pronta per il saluto e contenendo il sorriso fra i denti si fece avanti come una celia all’incanto.

“Salve dott.ssa Lehart, sono il tenente Never Mackinnon, Nev per gli amici e naturalmente per lei.”

Fu costretta a girasi sui tacchi e girandosi la chioma lunga mandò una ventata di profumo dolcissimo.

Poteva essere alta quasi quanto lui e più che un agente sembrava una indossatrice programmata dall’FBI per colpire al cuore dei malfattori con la sua bellezza.

La mano della donna non s’era mossa dai fogli che teneva stretti sul petto come se dovesse difendersi da un mal intenzionato.

Gli occhi verdi chiari sembravano angelici e duri. Stavolta non era più sorpresa, ma scocciata, l’insistenza con la quale l’uomo la fissava era più che imbarazzante, era davvero sconcertante. Parlava sottovoce ma copriva completamente perché alta la persona che le stava di fronte.

La bionda girò nuovamente la testa e si trovò il sorriso curioso dell’uomo che dall’aspetto sembrava un rozzo venditore d’auto, uno di quelli che in televisioni ti propinano il loro usato garantito mentre sfregano il capello da cowboy sulle cosce cercando di darsi un tono. Gli occhi della donna erano taglienti, anzi erano acidi al punto tale da voler nascondere interamente l’iride chiara nella fessura delle palpebre che troppo  imbellettate avrebbero  potuto esprimersi facilmente al posto delle parole.

“Scusi?”, rispose con un tono di voce mieloso come se volesse prenderlo in giro, ma alcun uomo l’avrebbe mai sospettato, troppo bella.

Lui la sorbiva con gli occhi come un bicchiere di birra ghiacciata in una giornata di calura estiva. Per Mac, così abituato alle cose difficili, una faccenda facile non l’avrebbe neanche smosso per considerarla.

La trovava irresistibile anche in quella veste di finta serpe. In fondo un agente dell’FBI era addestrato a sembrarlo.

“Sono Mackinnon capo della sezione omicidi della polizia di New York.”

Articolate quelle parole con voce calma e in modo da dargli una performance vincente sulla selvaggia, Never,  provò a spingersi oltre, sorridendo con tutti i denti in modo da facilitargli la presentazione.

La bella fa finta d’essere dura, ma io sarò più convincente così la bambina la smette di recitare la parte dell’agente super investigativo con me,.Mackinnon la guardò come uno sciacallo guarda la prea ad un leone capace di sfilargliela sotto il naso.

“Lascia fare Nancy, ci sentiamo prima della riunione, ricordati di portarmi il teschio ben pulito e tutte le cartelle dei risultati delle analisi meico legali.”, la vocina di una ragazza e la sua mano alzata a saluto,  allontanarono la bellezza con quelle gambe infinite e dei tacchi da fare paura. Grazie mamma per avermi fatto alto, fu il pensiero liberatorio di Nev, mentre seguiva con gli occhi quel miraggio di donna. Improvvisamente fu svegliato dalla realtà.

Una mano sottile e magra, abbandonava una stampella sul muro del corridoio per salutarlo. Era una stampella d’acciaio con l’impugnatura nera che sul margine vicino al gommino che s’appoggiava a terra aveva dipinto un piccolo fulmine rosso.

Mackinnon rimase interdetto. Il suo mutismo era persino cerebrale. La bionda era andata via lasciandolo lì, ma non da solo.

La piccoletta davanti ai suoi occhi forse con qualche arrangiamento di una calzatura complicata forse gli sarebbe potuta arrivare alle spalle.

Un improvviso blocco al sogno sessuale di prima venne avvertito dall’intera struttura muscolare. Il tic della mascella aveva prepotentemente chiuso le comunicazioni verbali con il gentil sesso.

La donna di fronte a lui lo guardava con aria interrogativa. Non era possibile.

Non poteva che essere, ma no si disse lui, ma si gli rispose la ragione…..la piccoletta,  era il capo di una delle più importanti sezioni investigativa criminale del paese e poco più di diecimila agenti dipendevano da lei.

Stava deglutendo a vuoto. La bonazza era scomparsa e quella che si trovava da spolpare metaforicamente parlando era un nano e forse appena uscito dal college.

La cosa lo divertì abbastanza da farlo uscire dallo stato di shock.

La ragazza sui ventitre anni forse meno, a considerare il naso punto da lentiggini, aveva una gamba strana per non considerarla deforme che lui continuava a guardare addormentato.

Non avrebbe voluto ma stava criticando la scelta del personale di Langley. Forse erano così disperati da assumere ragazzi con handicap per sostenere le spese del governo o l’offerta di cervelli in condizioni fisiche perfette era finita?

La piccoletta poteva essere chissà chi, ma davanti lui, la presa del fascino faceva acqua da tutte le parti. Ragazza bando alle ciance, come vei non siamo fatti l’uno per l’altra perciò veniamo al sodo e consegnami il resto del materiale lo dico col dovuto rispetto alla tua carica qualunque essa fosse, ma le parole si fermarono sulla bocca e non ebbe nemmeno il coraggio di misurarsi fisicamente con lei, figuriamoci a parole.

Si sarebbe sentito in difetto umiliare una persona in notevoli condizioni d’inferiorità. La donna lo fissava. Non traspariva nulla da quello sguardo.

Lo stava criticando, ammirando, mandando al diavolo, studiando? Never non riusciva a decifrarlo.

Va bene ragazza, hai vinto tu, si disse, non ho armi di seuzione per i bambini. Il silenzio non giocava a suo favore, già in difetto per la scena di prima con la bionda.

L’arto bizzarro della donna si mosse. Forse stava per andarsene e lui sarebbe rimasto lì, monumento ai caduti in missione, come un imbecille e in mezzo al corridoio.

La piccoletta continuava però a fissarlo.

     Un sorrisino ironico mosse il labbro con solo un accenno di rossetto rosa.

Gli occhi castani e vivaci della piccoletta gli si puntarono sul volto come se fossero dei pesanti chiodi di ferro. La loro energia sembrava sconvolgente.

“Impressionato vero? Ma è perdonato. Sono nata con la poliomielite. No. Non ho quindici anni. E sì. Ho avuto questo incarico perché sono il miglior scienziato di anatomia forense e codice del comportamentale criminale del paese e forse del mondo. Molti s’innamorano di me prima di rendersene conto e sebbene lei, non rientra tra quelli che a me potrebbero piacere. Sarò lieta di mandarla via con la risposta alle sue domande, in cambio dei documenti che a noi mancano dai fascicoli, ovviamente. Voi della polizia non siete stati in grado di risolvere questo tipo d’omicidi e oramai sono quasi arrivata al presunto colpevole perciò torni tranquillamente al suo ufficio. Entro un paio di giorni comunicherò al suo capo il nome del ricercato.”

La bocca aveva smesso di parlare. Sembrava una mitraglietta che sparava sensazioni mettendo a disagio l’essere sano che si confrontava con lei.

Era una pallottola che mirava alla mente della gente per renderla in poltiglia e farla sembrare insignificante.

Il luccichio negli occhi non aveva smesso di brillare. Mackinnon non riusciva a togliere lo sguardo dalla gamba storpia.

“Scusi?”

La gamba sembrava ruotare completamente sull’asse del bacino e Never si domandava come quella ragazza facesse a camminare senza sentire dolore.

“Scusi?”

Una voce continuava a bussare nella sua testa e allora si accorse dello sguardo inferocito della ragazzina.

“Ah, ho qui i suoi documenti, si ricorda sono il tenente della Polizia di New York, l’ho chiamata per fare quattro chicchere e siccome so che l’FBI le quattro chicchere non le fa con nessuno a meno che questo nessuno abbia delle testimonianze ineite ecco io le ho portate, come può veere ma..”
“Senta non perdo altro tempo con la polizia, ho capito che lei ha poco materiale da offrirci e sinceramente, la veo più interessato  alla mia menomazione e alla mia collega che ai casi che dovrebbe risolvere.”

La voce calda della donna si spense in un altro sorriso di vittoriosa ironia.

Si raccolse i cappelli indocili dagli occhi neri e riprese la stampella.

Un colpo e la porta si aprì. La sua minuta figura sparì nell’altro ufficio. In meno di due minuti quella lo aveva bloccato, buttato a terra e gli aveva messo il cervello in un bollitore per il te delle cinque.

La sua dignità era diventata una frusta contro se stesso. Ora sembrava lui il paraplegico.

Qualcosa continuava a bloccargli gli ingranaggi del cervello. Era la figura di una ragazza che sapeva colpire dritto in mezzo agli occhi. Ora sembrava un deficiente col porto d’armi e in servizio da troppo tempo restare incolume ad una valanga umana come quella che lo aveva appena travolto.

Gli occhi gli divennero una fessura di rimprovero ma verso se stesso. Una statua di pietra al suo posto sarebbe sembrata più umana.

Mackinnon non aveva ancora mosso un muscolo. Scommetto dieci bigliettoni che su questa non avrai nemmeno un appiglio, anzi, ti butterà fuori senza nemmeno chieerti da quale dipartimento di polizia provieni, la vocina divertita di Miranda gli trapanava il cervello.

La piccoletta aveva vinto. Non era riuscito a parlare. Si sentiva uno scimpanzé abbandonato dal suo addestratore sul palcoscenico di un teatrino pieno di gente esigente.

Dannazione era un tenente dei marines, aveva combattuto nemici veri con armi vere, affrontando una morte vera, ma quella ragazzina l’aveva messo ko in meno di trenta secondi, senza neppure gridare e persino con una menomazione nel corpo.

Si sentiva un deficiente. Un poliziotto scontato con poca dote e talento. Si sentiva un uomo affamato di curve femminili, come una protesi di un arto monco.

L’aver pensato che fosse pure carina per qualche brevissima frazione di millesimo di secondo era stato uno sbaglio, errore che aveva messo a rischio il motivo per il quale si trovava come un imbecille in mezzo ad un corridoio del quartier generale dell’FBI a Langley.

L’esigenza di ricercare quel maleetto assassino che aveva colpito i bambini e il suo amico Carter, era svanita davanti ad una bionda.

L’assassino era libero e ora la questione s’era fatta personale, doveva pensare al lavoro.

Si avvicinò alla porta e sistemandosi il nodo della cravatta già stretta, provò tre colpi sulla superficie di legno con la targa Dott.ssa Angel Lehart.

Nessuno gli rispose. Nella sua testa mille parole che gli davano la definizione d’imbecille con altrettanto fantasiosi sinonimi, si facevano strada al posto della vergogna.

Forse quella ragazzina era molto più adulta di lui. Doveva darle e darsi una chance altrimenti ne sarebbe uscito sconfitto, anche se fiutava che lei qualcosa in mano su quei delitti potesse anche avere.

Riprovò a bussare facendo attenzione a non dare nell’occhio a tutti quegli che passavano.

Prese a girare la maniglia e introdusse la testa. Il grandissimo ufficio era vuoto.

Ufficio vecchio stile come quelli dei senili retori che si abbandonavano in consumate poltrone di pelle all’estasi di qualche libro antico come le falangi delle loro mani. D’antico però era solo la gran libreria.

Un’enorme libreria zeppa di manuali meici occupava un’intera parete e partiva dal pavimento e fin al soffitto.

Un piccolo albero di una varietà sconosciuta e in fiore, mostrava il suo orgoglioso aspetto, davanti alla lunga finestra.

La scrivania sembrava invece un campo di battaglia con feriti e morti di carta.

Una quantità impressionante di matite erano sparse ovunque descrivendo uno scenario da scienziato pazzo.

Never si avvicinò alla scrivania.  Dal lato opposto della stanza un’altra porta semi aperta lasciava intendere che il dottor Lehart fosse davvero importante.

Il doppio studio con laboratorio annesso era una cosa rara persino per i dirigenti di Langley.

La quantità impressionante di fogli lasciva intendere che il disordine di Lehart fosse una cosa personale, il materiale da laboratorio sulle mensole e sulla seconda scrivania, invece erano perfettamente ordinati.

Una doppia personalità mia cara, lei nasconde una doppia personalità, disse Never sottovoce, mentre osservava da vicino il fondo rosicchiato di una delle matite superstiti alle torture quotidiane della dottoressa.

Quella piccola contraddizione gli piacque abbastanza da restare per farle cambiare idea.

Non era un teppista e nemmeno un donnaiolo, quella falsa impressione doveva distruggerla al più presto.

Il suono della voce di una donna penetrò nella stanza. Stava parlando con qualcuno o stava conversando da sola cosa abbastanza comune nelle personalità affette da qualche infermità.

Lehart rientrò dal suo laboratorio con la stampella sotto braccio e qualcosa in mano. Un topo.

La donna parlava con un topo bianco.

Mackinnon per la seconda volta restò interdetto.

“Adesso Galeno, vai a riposare piccolo, domani riproviamo i test di memoria.”

Foxy accarezzò con delicatezza la testa  bianca dalla peluria soffice del roditore tra le due orecchie e poi rimise il topolino in una gabbietta sotto la scrivania.

Zoppicando tornò a riprendersi la stampella e senza curarsi dell’intruso si seette alla scrivania appoggiando tra le centinaia di fogli buttati in confusione, altri documenti.

Mackinnon aspettava, convertito ad un silenzio scomodo, ma in quel caso efficace. La studiava, lentiggini, mani magre e dita piccole con unghie molto corte, maglietta bianca e poco seno, ma fori ai lobi delle orecchie, quindi un vezzo da donna ce l’aveva sebbene non ne facesse quel giorno uso. Pulita come una ragazzina e era uno spettacolo immaginare come si sarebbe fatto dare le informazioni.

“Io mi devo scusare con lei dottoressa Lehart, forse tra noi è iniziata un pochino male ma io ho bisogno di chieerle qualche informazione.”

La piccola mano della ragazza stava cercando di afferrare stampella e una pigna di fogli, insieme. Non aveva tanta voglia di parlare, si intuiva facilmente. Oramai fare finte che lui non ci fosse nell’ufficio non poteva più bastare. Fu costretta in qualche modo a considerarlo.

“Lei non è riuscito a debellare la totale superbia che la caratterizza, ma il suo gesto di scusa è accettato. Io non la posso aiutare tenente. Non sono il direttore di tutti gli agenti speciali dell’FBI.”

“Ma è il migliore, mi dicono.”

“No, non è vero tenente, io sono il capo di tutte le indagini che partono dal cuore dell’FBI, quel genere d’indagini molto difficili e molte volte inspiegabili, forse perché ho saputo risolvere l’80% di tutti i casi negli ultimi quattro anni, da quando ero un semplice studente col fiuto per le indagini. Mi dispiace mancare di modestia ammettendo d’essere la migliore, ma amo il mio lavoro e voglio essere la migliore. Il mio handicap non mi aiuta a vincere i cento metri, eppure personaggi illustri pensano che sia capace a farlo se ne avessi la necessità perché la forza del mio carattere potrebbe vincere sul dolore di una corsa estenuante. Potrei essere il migliore se imparassi a venire a patti con vecchie gerarchie, ancora deite ad obsolete tattiche d’indagini. Ma devo ringraziarla perché chi può averle riferito questo ha stima del mio lavoro.”

La donna sorrise. Era una vincente. Nulla sembrava poter danneggiare la sua certezza e almeno nel lavoro sembrava sicura, più di lui o più di quanto lui poteva permettersi di essere.

“La prego, mi scuso un’altra volta, sa mi son fatto ingannare dall’età e...”.

Mackinnon provò a rallentare il nodo della cravatta.

Creere a quelle parole sarebbe stato come considerare quell’essere uno dei più geniali investigatori del pianeta, la cosa lo lasciava perplesso.

OK, poteva esser intelligente.

Avere avuto qualche fortunata intuizione, ma da quella ad arrivare a fare carriera in meno di quindici anni in un ambiente così fossilizzato sui canoni d’eccellenza nell’avanzamento dei ruoli poteva essere considerata solo un’idea fantascientifica.

La piccoletta sembrava disorientarlo.

Insomma non poteva avere una doppia personalità. Sembrava una donna così sicura di sé, così meticolosa persino nell’arrangiare il disordine sulla scrivania.

Era una persona tanto debole fisicamente, ma mentalmente l’effetto che provocava era il contrario.

Se fosse stata bella fisicamente, Mackinnon avrebbe perso del tempo a pensarla, decisamente più di quanto avesse mai pensato ad altre.

Grazie al cielo quel pericolo sembrava scongiurato.

Il pensiero lo spingeva a togliere ogni forma di dubbio, quella non era una donna che poteva sembrare un pericolo, almeno per un tipo d’uomo come lui.

La stava osservando dietro una scrivania di legno scuro enorme che la faceva sembrare una bambina.

Non era nemmeno come le altre ragazze che per sembrare più grandi si truccavano un bel po’, osando scarpe coi tacchi e gonne mozza fiato.

Il suo viso fragile da bambola di porcellana coi capelli selvaggi, tanto corti da mettere in risalto gli occhi scuri, quasi neri che sembrava avessero il potere di penetrare nell’animo di chi li guardava.

Poi aveva un mare di lentiggini, sparse sulla punta del naso e le labbra grosse a forma di cuore. Sembrava una piccola bambola, in un posto per maschi tosti e duri.

Il padre gli avrebbe detto, figliolo, il miglior lupo sa già travestirsi da agnello per cacciare in mezzo al branco, l’agnello e il lupo e lui cos’era forse il bambino travestito da soldato, la domanda gli rimase in testa senza risposta.

Le mani della ragazza si mossero velocemente sulla tastiera del computer. “Riconoscimento avvenuto dottoressa Angel, attendo direttive.”

“Tenente Never sa perché mi chiamano Foxy?”

“No, signora. Non saprei.” Mackinnon si appoggiò alla porta come volesse bloccare l’accesso a qualunque intruso, ma non era così. Voleva solo riprendere fiato e cercare di sembrare preparato ad affrontare una persona di due decenni più giovane di lui ma d’altri due più preparata culturalmente.

Foxy sorrideva. A lei quello, sembrava in orso in cerca di un albero su cui grattarsi.

“Ho fatto catturare un boss della mafia, colpevole di aver trucidato i due figli minori di un senatore, fingendo di essere una cameriera handicappata, in pena per lui e per la sua famiglia. Dopo il verdetto ha giurato di mandarmi un suo fidato sicario a scuoiarmi viva.”

Mackinnon la stava ascoltando contemplando l’idea che quella ragazza potesse essere davvero in gamba.

“Ogni sera vado a casa da sola. Non accetto la scorta perché come lui ho fatto la stessa cosa ad altri trecento delinquenti. Potrebbero anche mettersi d’accordo in carcere per farmi la festa, ancora non ci sono riusciti, ma le posso dire che sono preparata, non stupida. Quando loro arriveranno Foxy sarà lì ad aspettarli. Adesso non parla più?”

“Mi dispiace. Non so cosa dire. Mi aspettavo una ragazzina che pur di fare l’agente speciale si serviva del suo difetto, invece lei è feroce, in gamba e soprattutto preparata. Io sono qui perché forse conosco dei dettagli sull’assassinio dei Parish e penso che lei abbia informazioni che io non posso avere se non col suo diretto permesso. Eccomi, tutto qua. Volevo anche dirle che non vi abbiamo consegnato tutto il materiale perché noi cerchiamo di tenere gli occhi aperti per non cadere nella trama di questo serial killer.”

“Lei è sicuro che sia un killer seriale?”

“L’agente speciale River mi ha mostrato cosa ha fatto ad altre quattro sfortunate famiglie. Vorrei aggiungere che il mio amico e collega è stato aggreito da qualcuno o qualcosa nel buio nella casa dei Parish.”

“Tenente Mackinnon, sapevo anche di quest’incidente.”

“Mony, accidenti.”

“No, non è stato lui. Lei deve capire che qui siamo una squadra organizzata.”

Never guardò le carte sulla scrivania e poi fortuitamente lo sguardo si spostò sulle mensole da laboratorio. Foxy intercettò i suoi pensieri e il labbro superiore si sollevò in un acuto indizio d’ironia. Non volle sorridere n’aveva visti di visti stravolti dal suo lavoro, lavoro che le era costato quasi tutti  ventitreenni della sua vita.

“Ha fatto forse nuove affrettate considerazioni. Questo disordine che a lei sembra la guerra del cartaceo, è il campo dei test di Galeno. Quello che a lei sembra un piccolo roditore è il nostro più geniale agente. Lei non ha idea delle capacità intellettive e intuitive di Galeno.”

“ Eh, sono un combattente che litiga spesso con le carte e ho pensato che lei come me avesse lo stesso problema.”

Senza nemmeno rendersi conto, l’occhio s’era posato su una ventina di volumi dietro la sua interlocutrice.

Erano tutti quanti d’impressionanti dimensioni, ma soprattutto firmati dalla ragazza con le lentiggini i cui occhi lo analizzavano divertita da dietro l’enorme scrivania.

Una scrittrice, così giovane….. che si deica anima e corpo al suo lavoro, i suoi occhi si impressionarono dalla forza intellettuale di quel visino che avrebbe facilmente chiuso tra i palmi delle sue mani.

Accidenti stava provando un senso di protezione paterna, un sentimento sconosciuto fino allora. Questo poteva essere anche per assurdo il miglior agente di polizia che lui avrebbe avuto la fortuna o la sfortuna di conoscere.

Dietro un angolo zeppo d’altri libri due bottiglie d’acqua.

Gli occhi avevano catturato qualcosa appoggiato alla gamba di legno della scrivania, un’altra bottiglia d’acqua.

Ovunque sparse per la stanza, c’erano bottiglie d’acqua, quella ragazza doveva avere una bella sete. Si rese conto che la donna era entrata nella stanza senza le stampelle e lui non l’aveva vista zoppicare.  Forse faceva finta ma la gamba restava strana lo stesso.

La guardò negli occhi fissandola come se fosse un alieno.

“Tenente, io ho imparato a convincere gli altri che la così per dirla malattia, non rappresenta un problema e ci sono riuscita tanto bene che molti non se n’accorgono quando zoppico e non perché sono veloce, ma perché stimolo in loro un bisogno di conoscenza che va al di là del mio handicap fisico.”

Allora era anche una strega capace di leggere nel pensiero, Mackinnon, non sapeva dove altro dirigere l’espressione.

Fox catturò lo sguardo investigativo dell’uomo.

“L’acqua mi aiuta coi dolori.”

Never la guardò come si guardano quei bellissimi cuccioli di cane con coi loro occhioni tersi che ti vien voglia di portare a casa, ma sentiva che c’era qualcosa che lo superava, persino una forza maggiore di carattere che lui non sapeva o non creeva di posseere non almeno fino a quel punto.

“Dott.sa Lehart, “

“Mi chiami Angel e la prego tenente, non mi maltratti  perché sono una studiosa, ho dovuto rinunciare a tutto per arrivare dove sono, persino ad un’adolescenza che per molte delle mie coetanee era fatta di feste, shopping e piscina.“No, no, no, la prego, ti prego, io sono semplicemente Nev e mi crea sono sempre imbarazzato per il mio comportamento, mi trovo in una situazione antipatica, ho ancora questa corazza sintetica del buon soldato, ma questo fa di me una persona leale, anche se meno adatta a maneggiare rapporti e parole.”

Lehart stavolta aveva piantato gli occhi diritto nell’anima di quel povero uomo e aveva letto la sua confusione e tutta la sua interdizione davanti ad una donna improponibile a quel mestiere almeno fisicamente.

Un’altra rivincita sui maschioni pieni di muscoli e so io tutto.

Nev sentiva il nodo della cravatta in gola e poi dalla nebbia gli apparse Old Boy, con la bocca piena di sangue che gli chieeva aiuto, come un bambino nella mani del suo aguzzino “Nev trovalo, fermalo per Dio non dargli tregua questo ucciderà ancora.”

“No! Non succeerà, amico.”  Aveva la nausea. In quel momento la rabbia lo faccia bollire e sul punto di esplodere s’accorse che il matto a cui doveva staccare la testa, era scomparso da dove era venuto, il nulla.

“Tenente, tutto bene?”

Mackinnon aveva risposto ad una visione e si risvegliò improvvisamente dal suo incubo.

“Posso togliermi la giacca, per piacere.” Never, aveva già la giacca in mano, avrebbe voluto trovarsi di fronte una persona anziana per potersi sentire a suo agio.

La ragazza annuì ma semplicemente col invito della mano destra. Non portava orologi e anelli. Non aveva le unghie dipinte e nemmeno lunghe. Piccole mani. Quelle sue piccole mani catturò l’attenzione dell’uomo.

Il suo abbigliamento era sobrio e essenziale, niente collanine di perle o profumo costoso, si lasciava dietro un aroma di fiori freschi come se il sapone con il quale si lavava facesse miracoli. 

Quella strana creatura era un Capo persino più potente di Miranda, forse aveva un angelo custode dentro l’Intelligence oppure i suoi genitori avevano qualche potente senatore alle spalle.

“ Non faccia considerazioni affrettate.”

“Scusi?”, domando Mackinnon come se fosse stato beccato con la mano nel vaso di marmellata dalla Lehart.

“Mi guardi, mi osservi se la deformazione professionale gli lo suggerisce, ma le consiglio di simularlo meglio per non mettere in imbarazzo il suo interlocutore. La invito di leggere le regole comportamentali base di un agente dell’FBI e capirà il perché impariamo a mascherare i nostri sentimenti.”

Non volle dare l’impressione dell’investigatore ficcanaso, ma lui non riusciva a spiegarsi quel presente in quell’ufficio con quella strana e giovane donna.

La giacca volò sull’angolo della poltrona a fianco alla sua. Lui iniziò a raccontare fin nei minimi particolari quello che vide nella casa dei Parish.

La sparizione di Peter, i documenti e nel momento in cui raccontò di Hank, la donna si alzò di scatto come se avesse visto un mostro davanti a se.

Il racconto durò qualche ora. Lehart si prese tutto il tempo per fare domande e tutte sulla natura della luce e delle ombre.

Due ore dopo Mackinnon guidava verso l’ospeale. Il pensiero di Carter non gli dava pace. Aveva una brutta sensazione.

L’omicidio, la droga i personaggi coinvolti, tutto stava diventando un maleetto grattacapo.  .Il suo filo logico stava diventando una matassa piena di nodi.

Gi venne in mente le parole del padre, figliolo  tutto quello che ci sembra ingarbugliato ha solo bisogno del tempo necessario per sbrogliare i fili, non ci sono magie ma solo lavoro di mente e mani. Se non erano stati ifederali a fare sparire Peter, pensava grattandosi la macella, allora qualcuno ha voluto cancellare delle prove.

Il giro di parole che aveva fatto Angel Lehart per fargli aprire gli occhi sullo strano comportamento di Weller e alcuni poliziotti corrotti, sulle buste di droga con i sigilli strani  erano diventate un vero vortice nella sua testa.

Gli aveva promesso delle imminenti notizie che avrebbe aiutato sia la polizia a trovare l’omicida si aifederali a risolvere il caso dell’inquietante partita di droga che girava per la città tra i più illustri esponenti della politica.

Si sentiva l’animo più leggero.

Miranda lo attendeva e non voleva farsi aspettare, i suoi più cari amici avevano già rischiato abbastanza a causa di quel caso.

Doveva fare qualcosa. Il cellulare squillò. La chiamata di Foxy non lo impressionò più di tanto.

“Si?”

“Conosci un’organizzazione che si chiama Dealus?”

“No, perché?”

“Sono loro che filtrano questa nuova droga pare che gli omicidi siano collegati a questa organizzazione, tutti i componenti delle famiglie uccise sono stati consulenti in questa organizzazione e spacciatori.”

“Non capisco.”  Never dovette fermare l’auto sul ciglio della statale. Il motore acceso giusto per far andare le spazzole. La pioggia con molta forza, picchiava sul velo liscio del vetro, sembrava volesse spaccarlo.

“Un amico mi ha fatto una soffiata, Weller è coinvolto e un’altra grande Ainiir Gray.”

L’unico suono che usciva dalla bocca di Never, era un Oh d’evidente sorpresa.

“Che centra lei con gli omicidi?”

“Lei centra con la maggior parte dell’industria della città. A quante pare è socia di un’importante organizzazione e questo l’ho saputo da valide voci di corridoio. Se vuoi puoi venire con me.”

“Dove?”

“Amandina, una piccola città la chiamano “Il fantasma“ perché è ben nascosta dai boschi. E’ poco più grande di un villaggio da quel che ne so e se qualcuno volesse nascondere qualcosa niente di meglio di un posto del genere, lì verremo a conoscenza dei perché di tante cose.”

“Va bene e come facciamo?”

“ Ti passo a prendere al dipartimento, alle cinque. Hai qualche ora per prepararti. Col capitano parlo io. Ciao.”

La conversazione aveva lasciato Mackinnon a secco di  stupore. La ragazza sapeva quello che diceva non solo, avrebbe chiesto a Miranda di lascialo partecipare ad indaginifederali, si, quella donna aveva quasi dell’increibile. Fortunatamente stava inseguendo una pista. La cosa non sembrava ancora molto chiara. Forse erano coinvolti troppi personaggi.

Quella sapeva il fatto suo. Delle idee ora poteva anche farsele. Si stava sicuramente seguendo una traccia. Ecco le informazioni di cui aveva bisogno, ma se Weller c’era fin dentro il collo, il posto di Mirando o di chiunque altro avesse scoperto qualcosa era in gioco come la vita.

Tutto sembrava avere un senso, ma non le morti di tutti quei bambini. Quella vendetta andava oltre l’umana follia.

Miranda finalmente avrebbe riacquistato un pco di fiducia in lui. Mise il piee sull’acceleratore e partì spingendo il motore con forza.

Aveva voglia di ingoiare i chilometri e di dimenticare l’intera faccenda. Voleva veere Old Boy in piei e voleva con tutte le sue forze svegliarsi da quel dannato incubo.

L’auto della polizia parcheggiò in doppia fila con le sirene accese.

Miranda non perse ulteriore tempo e Muddy lo raggiunse dentro senza nemmeno pensare di chiudere le portiere.

Col distintivo in mano arrivò dietro la porta della stanza in cui Carter stava ancora lottando per la vita.

Mary non c’era e il dottore non li lasciò entrare, il paziente sotto seativi non avrebbe sentito la loro presenza.

Miranda doveva sapere qual’era la portata dell’incidente. La radiografia del braccio illustrava una ferita dentellata dell’omero.

“Come se qualcosa lo avesse morso, il braccio era a brandelli e il pezzo che manca mi è stato detto che non l’avete trovato altrimenti avrei provato a riattaccarglielo. I dolori di una simile ferita sono lancinanti.

Noi abbiamo cucito e cauterizzato vene e arterie sensibili, ma adesso spetta lui guarire del tutto.

E’ un uomo forte sebbene i recenti attacchi di cuore potrebbero dire il contrario.

Ce la farà?”, domandò preoccupato Miranda mentre armeggiava coi suoi occhiali da vista.

“Si, ce la farà e tra un paio di giorni pensiamo di svegliarlo per dare inizio alla riabilitazione psicologica.”

“Esiste anche questo, non lo sapevo.”

Muddy con la faccia attaccata al vetro osservava Carter dormire. Era strano veerlo intubato, livido e  senza un braccio intero per giunta.

Old Boy e non Carter era ancora bloccato nel suo incubo peggiore, un posto freddo e buio dove lunghe zanne cercavano di masticargli la carne. Voleva svegliarsi cercava di strizzare gli occhi, urlava di dimenava, persino le gambe nel momento in cui sarebbe voluto fuggire si rifiutavano di rispondere ai comandi del cervello.

Miranda stava per mettere in allarme l’intero dipartimento.

“Pretendo e dico pretendo che troviate Peter e qualche maleetto indizio dell’assassino dei Parish. Lo stesso che stava per massacrare Hank, uno come noi, un vostro collega, non abbandonate Old Boy e soprattutto non abbandonate la vostra fee, siete i migliori e nessuno vi deve fermare. Inventate, mentite, trovate testimoni, ma non mollate.”.

“Capo e come facciamo se ifederali c’intralciano?”. Un agente di polizia ancora nuovo nel  club dei soldati a difesa del cittadino, alzò una mano per avere una conferma dal suo diretto superiore.

Mony col suo metro e sessanta era diventato capitano di uno dei Distretti di polizia più grandi al mondo dopo soli dieci anni di servizio e senza spinte politiche perché era bravo. Bravo a fare il suo lavoro.

Pure i criminali lo rispettavano. Non era uno che si faceva odiare, sapeva che la strada spingeva i ragazzi a scegliere tra al fame e il crimine e non ci teneva a punirli ma a raccoglierli dalle strade.

Amava dire, preferisco mandarvi in prigione e darvi un pasto caldo o la possibilità di finire la scuola che lasciarvi morire per strada, non sempre riusciva ma si guadagnava la stima dei colleghi e dei pochi convertiti.

“Mentire agente. “ Miranda si mise gli occhiali sul naso, cosa che gli dava l’aspetto di un piccolo papero in uniforme. Nella sala si sentirono risa.

“Raccontate balle, fingete, travestitevi, recitate ma dannazione usciamo da questo asseio forzato. Non mi piace stare sulla difensiva. Voi dovete diventare molesti  come i roditori e ogni presenti come gli angeli custodi.”

Quando Miranda era di buon umore accettava di buon grado il sopranome che i ragazzi gli avevano dato “Ducky Dad.

L’aria tirava a tempesta e gli occhietti di Mony divennero due valanghe di ghiaccio. Teneva le mani dietro la testa e questo era un cattivo segnale.

Tutti, proprio tutti smisero le proprie faccende per concentrarsi sul Capo. Stava per arrivare il tuono e non si sapeva in quale direzione sarebbe caduto.

Non sarebbe bastata una scatola di ciambelle per calmarlo. Finnigan uscì subito.

In quei momenti qualcuno doveva portare l’offerta di dolci a Papà, naturalmente in segno di pace. Questo poteva salvare la vita ad un povero uomo in giorni neri come quelli. La pressione di tutti quelli del dipartimento era alle stelle, l’atmosfera non era letargica e di gioia natalizia ma febbrile e asfissiante come se si vivesse in un girone dell’inferno, il più vicino alla bocca del Diavolo.

Miranda stava fingendo un controllo che non era suo. Prima di parlare iniziò ad osservare tutti quanti i presenti, la minuziosa ispezione preveeva sguardo, vestiario e persino taglio di capelli.

“Ora guardatemi tutti quanti nelle palle degli occhi! Noi tutti, insieme, dobbiamo liberare la città da questo dannato incubo. il colpo di tosse che seguì gli servi a concentrare su di se l’attenzione dei ragazzi, ho detto, insieme, avete afferrato l’idea? Penso che si, siete tutti quanti ragazzi intelligenti e pazzi, solo un pazzo lavora con uno come me.”

I ragazzi sorrisero.

“Quando uscite di pattuglia, occhi aperti e mi raccomando non date per scontata alcuna informazione. Portatela qui, cerchiamo di trovare il profilo di questo maleetto bastardo primo che faccia del male a qualcun altro. Ricordate che le informazioni non hanno colore, razza o formazione culturale. Sono carte bianche che ci possono aiutare a vincere su quei criminali che uccidono i nostri cari e la nostra gente. Siamo poliziotti e la nostra missione è servire e proteggere il cittadino. Ora andate là fuori a fare il lavoro per il quale siete pagati. Fuori dalle palle. Dannazione, qualcuno mi chiami Mackinnon!”

 

La serata sembrava un successo. Ainiir dominava come una regina dal suo tavolo. Aveva ottenuto l’attenzione dell’intera città.

Le bevande erano ottime e migliaia di buste blu erano state distribuite agli illustri ospiti, entusiasti.

Il sindaco Weller tentava di sembrare affascinante e estroso.  Il suo smoking bianco non riusciva a costruire una personalità mancante.

Gli occhi dell’uomo salivavano dietro alle conigliette nere che distribuivano rari Havana, nella sala.

Nella tasca destra la mano stringeva appassionatamente un piccolo tesoro. Madame aveva avuto la benevolenza di donargli un innocente dono.

Lo charme di quella donna aveva fatto di lui un discepolo ubbidiente.

Ogni tanto avanzava una carezza benevola sulla spalla di Ainiir che l’avrebbe divorato volentieri pur di sbarazzarsene, ma lei aveva progetti più grandi per quella magnifica serata.

La gente mangiava, parlava si divertiva e lei ammirava quel pezzo di pietra scolpito a mano che aveva conosciuto e catturato il corpo del suo Maestro.

Il compito di catturare l’attenzione di Richard Weller spettava ad Helen.

In meno di una frazione di secondo, l’uomo s’era innamorato perdutamente del corpo di quella giovane e splendida donna.

La moglie in compagnia di un giovane avvenente fotografo, sembrava non accorgersi delle avance pesanti che la donna usava per provocare il sindaco.

Alice aveva adocchiato uno splendido rampollo fresco di divorzio e mentalmente succube della bellezza femminile.

I due figli piccoli gli erano stati dati in custodia e ora dormivano tranquillamente al Waldorf Astoria assieme alle due tate incaricate di seguirli.

May Morgenstein aveva avuto di nuovo l’incarico di stupire il Maestro e di nutrirlo affinché le sue forze potessero aumentare.

Mama amicava elegantemente ad un certo ometto di colore, di bassa statura e in alta uniforme.

Mony cercava di nascondersi allo sguardo invadente di quella vecchia riccona che a suo avviso aveva l’aspetto di un ratto in evidente decadenza fisica.

Entrambi sorseggiavano uno scotch vecchio quattrocentocinquanta anni.

Mackinnon era in ritardo e Miranda attendeva tutte le informazioni che avrebbe potuto portare da Langley.

Non aveva voluto parlargli per telefono gli disse soltanto: Mony, la dottoressa Fox è un genio e il nostro killer è in trappola.

Un’affermazione poco più che strabiliante per il genere d’uomo al quale Never apparteneva.

Una categoria di maschi poco complimentosi e diretti che asserivano pane al pane e vino al vino.

L’agente speciale Lehart, doveva essere rimasta colpita dal tenente, chissà sotto quale aspetto, pensava divertito Miranda. Gli voleva bene come ad un figlio e avrebbe voluto veerlo sistemato.

Tutti loro nel dipartimento sapevano che sotto, sotto, Mackinnon aveva un cuore d’oro, ma che non l’avrebbe mai mostrato ad alcuno fosse caduto il mondo.

Il passo più difficile sarebbe stato affrontare la moglie di Carter.

Prese con se un ragazzo e partì senza lampeggianti verso il Saint Gorge Hospital.

Con tutta la probabilità, il suo amico era ancora in camera di rianimazione, ma aveva bisogno di guardare con quanta ferocia lo avevano colpito e scoprire se ricordava qualcosa, qualcuno.

Le ombre non segano le mani della gente e di questa cosa era certo.

Voleva che Mary non odiasse tutta la polizia, i vecchi amici per colpa di quel incidente.

Le serate di gala non facevano per lui. Pensava di volatilizzarsi senza salutare i suoi ospiti.

La musica trasportava tutte quelle belle figure al centro della pista a ballare. Weller era come un cane in calore.

Davanti a qualunque donna scimmiottava, si atteggiava, pur di poterla in qualche modo affascinare.

 

Era un soldato e era stato in missione nel deserto, ma non si aspettava di veere quella ragazza affrontare con tanta facilità il viaggio. La maggior parte del tempo la passò in silenzio. Sembrava difficile un possibile dialogo. Parlava il più del tempo al telefono. Riusciva a risolvere casi semplicemente usando un cellulare satellitare.

Il computer che s’era portata dietro era rimasto chiuso. Gli schemi della logica con la quale costruiva i corridoi per la risoluzione dei casi sembravano perfetti. Lui aveva smesso di considerarla un’handicappata con il quoziente intellettivo superiore alla somma dei newyorkesi.

Guardandola dormire, aveva l’aspetto esteriore di una giovane ragazza. Nessuno mai avrebbe sospettato che lei aveva in meno di due bruciato i tempi, scovando più criminali di un poliziotto durante tutto l’arco della sua carriera.

Avrebbero dovuto parlare di quello che si aspettavano di trovare in quella sperduta città, Never era ipnotizzato dal metodo di lavoro deuttiva.

Gli sbalzi di temperatura dal caldo torrido al gelo notturno sembravano una situazione che comunemente la gente affronta giorno dopo giorno.

Foxy non era quella tipologia di donna che se non aveva a disposizione il bagno del RITZ piagnucolava. Sembrava avesse ricevuto l’addestramento  militare.

I primi seicento chilometri non furono un problema. La lunga strada di polvere rossa era vuota. Pochi  avevano voglia di attraversare il deserto. Cespugli secchi portati dal vento sfioravano per un po’ il suolo poi s’adagiavano contro massi bruciati dal sole. Nella nebbia di calura s’intravveeva una baracca con l’insegna consumata dal vento e dalla sabbia che indicava d’essere un distributore. Entrambi guardarono il livello della benzina.

Sotto il portico di legno rotto un vecchio frigorifero rumoroso faceva pensare  a bibite ghiacciate.

Never spense il motore. Foxy ispezionava con gli occhi quel posto.

“Sembra abbandonato.”

“ Mi ricorda quei covi di banditi dei film.”, rispose Never che finse di non veere la difficoltà con la quale lei si preparò la gamba per scendere.

Un vecchio con la barba molto lunga uscì da una porta sul retro. Non salutò. Vicino alla macchina sembrava avere il viso pieno di rughe e due occhi nascosti sotto la piega della palpebra, tanto bene da non riuscire a captarne il colore.

Sul avambraccio aveva uno strano tatuaggio, una testa deforme e mostruosa con tre orbite vuote.

“Non ho bisogno d’aiuto.”, gli disse senza nemmeno guardarlo.

A Mackinnon vennero i brividi, è telepatica, pensò, concentrandosi sulle mani del vecchio che finito di riempire il serbatoio di benzina appoggiò la pompa nella forca.

“Si paga dentro.”

Prima di girarsi e andarsene si sentirono due parole dette con un odio smisurato.

“ Tornate indietro o morirete.”

Nel momento in cui Foxy stava per rispondergli l’uomo era già scomparso dalla porta vicino al frigorifero. Un attimo dopo il frigorifero smise di funzionare. La baracca sembrava abbandonata da anni. A guardare bene le ragnatele avevano tessuto la casa persino tra la maniglia e il corpo di legno. Dal vetro rotto della porta non si poteva veere nulla dentro.

Non perveniva il minimo rumore. Nel frigo che prima sembrava funzionare per la beatitudine degli esseri bruciati dal deserti, c’era una pozza nera e putrescente. Il cattivo odore era acido. Mackinnon prese il fucile. Foxy era già dentro.

Lo sparo lo fece entrare di corsa. La donna era a terra. Ovunque piazzati sulle pareti, distribuiti senza un criterio o logica comune, c’erano i pezzi d’animali impagliati che ringhiavano silenziosamente, ostentando la propria morte.

Scatole rotte, scatole vuote, montagne di polvere, quello ombrava il regno assoluto della desolazione.

Alcuna traccia del vecchio ne tanto meno di un altro essere umano. Sembrava non ci fosse anima viva da anni. Le mensole erano vuote e così il bancone. Il vecchio era sparito.

“Usciamo. Perché hai sparato, domandò lui, afferrandola per le ascelle e tirandola su.”

Foxy zoppicava. Nev l’aiutò a trascinarsi fino all’auto.

“Sbrigati,” gridò lei.

Nel momento in cui accese il motore, la baracca saltò in aria.

“Ne vuoi parlare?”

“Io non creo ai fantasmi, qualcuno ci ha teso una trappola.”.

La suoneria del cellulare di Mackinnon squillava. Never attese di superare la collina prima di rispondere. Con il dito indice indico a Foxy, il livello del carburante che prima di partire segnava il pieno e ora era a meno della metà.

“Si Capitano?!”

Dall’altra parte le notizie non dovevano essere proprio rassicuranti. Chiuse dopo aver chiesto dello stato di salute di Carter.

“ Cinque palazzi a New York e due a Phoenix, sono crollati. Qui c’è un blackout totale. Non ci sono state delle esplosioni.”

Miranda raccontava di lunghi tunnel o caverne, alcuni poliziotti sembrava che avessero trovato vecchie arterie della fognatura, ancora più vecchie di quelle odierne.

“E’ possibile che sotto la città ci siano delle camere vuote. A quanto pare i morti degli incidenti sono tutti spariti. Gli artificieri parlano di buchi come pozzi molto profondi, capaci di far sprofondare le fondamenta delle case. Weller è sparito e nessuno riesce a rintracciarlo.”

La conversazione non sembrava tra le più felici.

Dopo aver spento il cellulare racconto l’accaduto alla donna. Lei non sembrava scomporsi eppure quel disastro significava che non dovevano ne potevano perdere tempo a cercare a centinaia di chilometri il fantasma di un assassino.

Lehart stava digitando dei codici d’ingresso sul suo PC. Le mani correvano sulla tastiera. In meno di un minuti entrambi aveva accesso ai dati riservati del FBI. I rapporti considerati top secret erano incisivi. Sembrava una scena apocalittica.

Qualcosa stava facendo sprofondare gli Stati Uniti e non erano attentati terroristici.

“Dici che sarebbe meglio tornare indietro?”

“Io devo scoprire perché Carter è senza un braccio al ospeale e perché ci hanno detto d’ andare così lontano. Beh, se la caveranno senza di noi per un paio di giorni. Abbiamo visto entrambi il vecchio che riempiva il serbatoio. Poi mi dici che hai sentito un’ombra dietro le spalle e tu spari in un locale dove sembra non esserci mai stato alcuno da minimo una ventina d’anni. Non creo ai fantasmi, ma ho bisogno di pensare.”

I mostri di cui conosceva l’esistenza erano tutti umani,  alcuni peggiori di qualunque specie animale che Dio avesse mai potuto portare sulla terra.

Certi mali non esistevano in natura se non esaltati dalla mente e dalla ferocia umana. Never aveva un creo suo e il pragmatismo vinceva tutti i miraggi.

 Never sembrava disorientato. Cominciava a ricordarsi dei suoi incubi più ricorrenti.

Un vulcano che eruttava. Lui tentava la fuga in mare provando a salvare la gente su una scialuppa. Nel suo sogno, centinaia di mostri apparsi dal nulla iniziano dare la caccia a tutti loro, in quel momento si rende conto che non gli bastano le armi e soprattutto che sta lottando da solo.

Intorno a lui tutti erano svaniti e era il momento di creere di essere stato sconfitto dall’inevitabile, dalla stessa sorte.

Never odiava quel sogno con tutto se stesso. Era la parte d’impotenza umana che voleva svestire dal suo carattere. Sarebbe morto piuttosto che non affrontare il pericolo, Sarebbe morto piuttosto che non provare a salvare una sola anima.

“Come stai?”

“Sono viva.”

 Le mani della ragazza erano sporche di polvere. Lei cercò di strofinarsele per lasciarne cadere un po’ ma quella cosa sembrava appiccicarsi alla pelle.

“Guarda le mie mani, disse lei, sembrano essersi macchiate di qualcosa, una sorta di muffa.”, lei continuava a guardarsi i palmi dove s’era depositata la sostanza che sembrava essersi incollata tra i peli superficiali del derma.

Avvicinò gli occhi per studiarla più da vicino. La sua attenzione era totalmente rapita da quel strano pulviscolo.

Prima sembrava più leggera, ma una volta sulla pelle era come se si fosse radicata nelle cellule epiteliali. Nemmeno un granello cadeva giù. La sua consistenza la rendeva simile al talco. Un velo impalpabile e soffice.

“Ha un cattivo odore, non senti, le disse Mackinnon cercando di capire cosa poteva essere semplicemente annusando da vicino le dita, sembra acido e penetrante, tipo aceto, ma molto più forte.”. Never provò a toccarla. La sensazione non fu proprio piacevole. Foxy sembrava affascinata.

Continuava a girarsi e rigirarsi le mani davanti agli occhi.

“Ma la cosa più strana è che sembra muschio. Così soffice al tatto e umida. Ora però è diverso. Guarda. Accidenti, brucia.” 

Foxy agitata le mani.

“Diverso in cosa?”.

“Fa male! Fa molto male, aiutami, brucia come un acido.”

Dopo l’urlo di dolore la donna buttò la testa sul lato contro il finestrino.

Le mani tremavano in prea ad un vero e proprio raptus. Never fermò l’auto. Prese una bottiglia d’acqua e ne rovesciò un bel po’ sulle mani della ragazza.

“Come va?”

Lei continuava ad agitarle. Senza perdere tempo tolse il tappo ad altre due bottiglie e le rovescio sulle braccia. Si tolse la maglietta e la bagnò, usandola come bendaggio.

Corse dietro lo sportello e aprì altre due bottiglie. La portiera dell’auto sembrava bloccata allora non perse tempo e butto il contenuto delle bottiglie direttamente sulla fasciatura.

L’acqua inondò le gambe della donna e l’abitacolo. Sul suo viso le lacrime di dolore avevano smesso di scendere.

“Basta, grazie Mac, può bastare.”

Never forzò la portiera e l’aprì.

“Voglio veere come sono, posso?”

Lei annuì. Lentamente tolse la maglia. Sulle mani erano apparse grosse bolle come se si fossero ustionate o peggio come se dell’acqua bollente fosse stata rovesciata sulla pelle..

“Ustioni di secondo grado.”

La voce sembrava poter controllare il dolore. Le vesciche si stavano estendendo. Ora lei come meico stava ammirando  quelle ferite.

“Forse era calce, ma no,  non era calce.”

Never presa la cassetta del pronto soccorso si perse di nuovo nei suoi pensieri e l’istinto lo portò verso la paura che gli portava il suo incubo.

“Un anti dolorifico va bene. Ma contro le ustioni non abbiano nulla.”

“Si, invece, prendi dal mio zaino, le due tavolette di miele.”

“Il miele?”

“Antico rimeio degli egizi e persino dei romani  vecchio quasi quanto l’umanità, sssst cerca di riposare, poi in città troviamo una pomata più grassa. Non fasciarmi le dita, vorrei poter impugnare una pistola se fosse necessario. C’è anche Galeno nel borsone nero, sai non mi sono mai separato da lui soffre di solitudine e rischia d’ammalarsi seriamente se lo lascio da solo per più giorni.”

“Ah, pensare che non avevo fatto caso a lui.”

“Vei così potrebbero sfuggirti nel caso delle sfumature importanti, tu crei solo a quello che tocchi o a quello che vei ma ci sono cose che si possono solamente intuire e anche se queste cose posso sembrare improbabili sono certa che qualcosa o qualcuno le ha generate.”

“Io mi auguro di no, generare dei mostri impasticcando il loro corpi sinceramente mi sembra sempre un gioco del drogato, pazzi che generano altri pazzi tutto qui, ma è dannatamente vero che questo sta diventando un viaggio misterioso e pieno d’insidie come il labirinto degli specchi. Non voglio che ti venga qualche infezione. Ci fermiamo solo a Donvoe e oramai mancano solo sei ore di viaggio fin a lì. Cerca di riposarti.”

“Era il mio turno di guida.”

“Si ma io sono un perfetto cavaliere e questo damerino ti lascia riposare. Appena ti riparo verò di prendermi una meritata pausa, lasciandoti alla guida di sta carovana dell’avventura.

“Non aveva mai visto una cosa del genere. Ho avuto la sensazione come se un milione di piccoli esseri mi stessero mangiando la carne.”

“Forse non era un’illusione.”

“Cosa vorresti dire?”

“ Vei, mia madre diceva sempre, è molto più reale di quanto tu possa creere solo che ti ostini a pensarla a modo tuo, me lo diceva sempre quando cercavo scuse per non studiare, quello che è irreale è nella nostra testa ma le cose che abbiamo davanti non sono sogni, la paura è reale e ti indica la strada di uscita in momenti disperati, creo che tu abbia avuto il tuo momento di paura e quel che abbiamo visto è stata una cosa architettata molto bene.”

“Sembra che a qualcuno interessi molto il nostro viaggio.”

Lehart continuava a lavorare sul computer anche con l’impeimento delle mani.

“Spero proprio che qualcuno ci segua, sarà più facile arrivare alla verità. Ti fanno male?”

La ragazza sembrava non aver sentito, s’era completamente immersa nella montagna di dati che aveva di fronte a se.

Una curiosa telefonata di Miranda aumentò il puzzle nella mente di Never.

Sciamani aveva una scoperto il legame di Weller con la droga e un fornitore fantasma che poteva in qualche modo aver a che fare con tutti gli omicidi.

Lehart sembrava non gioire per quel piccolo raggio di luce in quel delitto così complicato.

“C’è qualcosa che va oltre la droga.”

“Potrebbe essere un criminale, cannibale e psicopatico, in combattimento, sai ho visto gente difendersi mangiandosi il labbro dl nemico, cosa ti sembra di strano?”

“Weller è solo una piccola peina, e la combinazione di stranezze fa pensare ad una cosa del tipo, stiamo ammirando la scheggia ma non vediamo il tronco sospeso sopra il nostro capo. Ad Amandina ci attende la polizia locale, speriamo di avere delle risposte. Il satellite ci informa che piove da diverso tempo e c’è persino il pericolo di una inondazione.”

“Sarebbe stato troppo trovare una giornata serena, tutte le risposte al caso e magari l’assassino, penso che dobbiamo guadagnarci la paga e indagare.”

“Caro tenente è il mio gioco preferito.”

“Indagare?”

“Spiare l’assassino.”

“Spiare?”

“Si, mi piace diventarlo e usare virtualmente le sue armi, la sua rabbia per cercare di capirlo, per afferrare le sue nozioni, i suoi sogni e le sue paure.”

“ E fin adesso cosa hai capito?”

“Che sembra un animale selvatico e disperato. Solo chi è disperato compie stragi di questo genere. Quando non t’importa più della tua stessa vita ti importa ancora meno di quanti moriranno con te.”

“Allora cosa cerca, la pubblicità?”

“Aiuto oppure sta cercando di migliorare. Potrebbe essere solo l’inizio.  Non solo gode quando uccide ma si nutre di esseri vivi, non prova coscienza, disprezzo, gioia. Ma noi sappiamo una cosa in più. Il tuo fotografo.. “

“Dici Peter, dove l’avete portato?”

“Noi non l’abbiamo mai conosciuto, ma lui aveva trovato inconsapevolmente una traccia.”

 Le mani correvano sulla tastiera.

“Forse posso immaginare.”

Foxy strinse i denti. Le mani dolevano. Mackinnon fece finta di non veere. Gli dispiaceva veere una donna in difficoltà fisica.

“Hai osservato bene il vecchio al distributore? Il display del computer mostrava una specie di disegno fatto a carboncino, hai visto il suo tatuaggio?”

Never pensava ad altro. Ricordava quell’orribile sensazione nella casa dei Parish. Il fiato gelato, la presenza invisibile intorno a lui. Una cosa non umana. Gli spiriti, gli spettri, i fantasmi per lui erano favole per la buonanotte dei bambini.

Quello che si scorgeva vicino a lui andava di là dell’immaginazione. Ricordava l’odio e la sensazione di smarrimento. Aveva abbandonato la casa e si trovava in una dimensione avvolta completamente nella tenebra.

Cercava di percepire con tutti i  sensi il dove poteva trovarsi e gli occhi non lo aiutavano. Quell’attimo d’impotenza, il perduto controlla della situazione, lo marchiarono a tal punto di non poter scordare l’elemento fondamentale disegnato con le esplosioni di sangue sulle pareti della casa.

Le macchie, gli spruzzi cospicui componevano come in una magica danza, un enorme, un orribile teschio con tre orbite e lunghi artigli aperti come se volessero anzi come se stessero afferrando qualcosa.

Improvvisamente le fotografie di Peter quelle segrete, divennero la rivelazione. In quel istante capì perché l’FBI venne a ripulire i loro uffici.

Loro aveva già visto quel disegno macabro anzi avevano già in mano la firma dell’assassino, non che questo dicesse molto ma poteva essere un inizio.

Carter aveva visto o sentito qualcosa, doveva chieergli cosa, cosa vide prima che lo colpissero. Nonostante questo profetico indizio non se la sentiva di andare in ospeale. 

Come sempre negli ultimi giorni il suo pensiero andava a Mary a cui non aveva nemmeno detto mi dispiace.

Il telefono squillò per più di un minuto alla fine del quale rispose la voce grossa di un uomo.

“Ciao Capo.”

“Allora come va, hai novità?”

“Capo non ci creerai ma ho trovato il nesso tra ifederali e le fotografie di Peter, l’assassino ha dipinto con gli schizzi di sangue una specie di mostro. Forse il Dio di qualche setta satanica, appena arrivo in una città ti mando il fax col disegno che s’intravvee.”

“ Io invece penso che Weller sia coinvolto in un traffico di droga, le buste blu che abbiamo trovato portano uno strano sigillo con un teschio ..”

“ Un teschio con tre orbite vuote.”

“Come fai a saperlo?”

“ E’ il mostro di cui ti parlavo. Capo torna a casa dei Parish e prova a guardare attentamente il soffitto e  le pareti della sala troverai un enorme teschio con tre orbite.”

“ Dannazione la cosa si sta ingigantendo. Sono stanco ragazzo ma ho paura che mezza città sia invischiata in questa cosa se Richard Weller è compromesso fino a questo punto.”

“Capo, ti ricordi di quel giornalista Nick Sciamani, sono certo che se gli spifferi qualcosa lui trova tra i suoi informatori chi oltre a Weller riceve o compra queste bustine e da chi.”

“Vero, ma è un gioco pericoloso se Richard viene a sapere che indaghiamo su di lui farà leva sui miei superiori e allora potrebbero anche toglierci il caso se non farci lasciare la polizia.”

“Capo creo che valga la pena rischiare. Senti non t’ho chiesto come sta Hank?”

“Chiama Mary è dispiaciuta che tu sia sparito, non ti condanna e cree che tu abbia fato il meglio persino l’aver salvato Frank.”

“Non riesco. E’ colpa mia averlo portato lì invece di andare con una squadra. Dovevo esserci io al suo posto invece per colpa mia ho rischiato di rovinare una famiglia. Non riesco a perdonarmelo, dillo a Mary, per favore Mony, non me la sento ancora.”

“Appena arrivo in un posto civilizzato veo di mandarti quel fax. Le ricordo Nick Sciamani, lui mi conosce bene e creo che le darà volentieri una mano lui odia Weller con tutta l’anima perché  ha sfrattato sua nonna per costruirsi un contro commerciale e poi l’ha risarcita con due soldi, la povera donna è morta durante la causa legale che è andata avanti per anni. Parli con Nick, dobbiamo trovare una soluzione o questo maniaco tornerà a colpirci quando e come avrà più piacere. Oggi siamo troppo indifesi. Faccia il gioco di Weller per adesso. “

“Con Sciamani ho già fatto quattro chiacchiere, ti ha cercato a proposito è lui che mi ha detto che Weller è sporco. Prima di lasciarti, ascolta, ho parlato con lo sceriffo di Amandina. Se non avete una copertura ve la fornirà lui. Il tempo lì è disastroso. Fate attenzione. Com’è il tuo compagno di viaggio?”

L’espressione sul volto di Never cambiò.

Divenne improvvisamente dolce. La donna vicino a lui dormiva e il su viso disteso sembrava quello di una bambina tranquilla.

“Interessante.”

 Dopo aver risposto continuò a guidare ascoltando la voce di Miranda che gli ordinava di comportarsi da gentiluomo.

La paternale poteva servire ad un ragazzino e lui non lo era più da parecchio.

Ammirava di nascosto Foxy  che s’era rannicchiata contro il finestrino.

La gamba sembrava uno stecco di legno ma col carattere che si trovava quella ragazza, la gamba non era il suo handicap.

Cercava di pensare quale vero difetto potesse avere un genio, cosa poteva essere il suo male al di là d’essere considerata dai propri compagni di corso e di lavoro, una storpia.

La grandezza di quell’essere lo impressionava.

Forse stava diventando vecchio. Una donna lo impressionava per qualcosa che non era una bellezza stratosferica, sebbene in cuor suo sapeva che era superiore a qualunque bellezza mai incontrata fino ad allora.

Una bellezza acqua e sapone, quelle da sposare e a cui legarsi per tutta una vita. Si sentiva come un adolescente che stava giocando all’investigatore e quella nuova tempra l’aveva acquisita sfiorando il mondo di un essere completamente diverso da lui, una donna che mai avrebbe pensato di voler emulare.

Tolse gli occhi dalla persona che continua a distrargli la mente in una maniera ossessionante.

La strada diventava a tratti con spruzzi di cespugli verdi. Finalmente stavano lasciando il deserto alle loro spalle.

Aveva bisogno di vegetazione. Odiava la sabbia e quel vuoto privo di vita.

L’unica cosa straordinaria in quel viaggio divenne il cielo. Immenso e blu come se fosse un mare verso cui dirigersi.

Di notte le stelle sembravano puntini fitti come piccoli sassolini luminosi. L’incanto non apparteneva alla città ma a quella natura priva di ogni sofisticazione umana.

Aperto il finestrino cercò una boccata d’aria. Persino l’odore era diverso. Non bruciava più. Bruciare, bruciare, bruciare, quella parola riusciva ad ipnotizzarlo.

Nuovamente un lampo si proiettò nella mente, le prime immagini che avevano impressionato la pellicola di Peter, quella faccia fatta di schizzi di sangue proiettata nella stanza dei Parish, era sicuro che se avesse cercato nel materiale del FBI le foto scattate nella casa della famiglia Arkinton, avrebbe trovato il meesimo disegno del teschio con tre orbite.

     La brutta sensazione che ebbe nello scontro a fuoco col vecchio non era del tutto svanita. Cose senza senso e soprattutto difficili da testimoniare, cose a cui un uomo con un poco di fee  avrebbe creuto facilmente perché un uomo che glorifica un Dio buono conosce la cattiveria e la caparbietà del Diavolo e dei suoi adepti.

Forse nelle vicinanze poteva esserci qualche fiume o lago, quella sensazione gli piaceva molto.

Poi di nuovo i pensieri neri trovarono spazio nella sua mente.

Mostri come negli incubi che faceva da bambino.

      Gente che massacrava altri esseri umani riducendogli in poltiglia solo per il piacere di cucirgli a tende. Spacciatori di droga che collaboravano coi mostri chissà per quale motivo.

Adesso il nesso tra Weller e l’omicidio dei Parish stava dando una nuova svolta alle indagini.

Istintivamente sentiva che quel posto lontano dalle metropoli aveva le risposte che cercava.

Qualcuno lì ad Amandina si stava nascondendo, tutto era scoprire perché.

La città fantasma poteva essere il nascondiglio ideale per qualunque diavolo  e per le sue operazioni.

Entrambi speravano di trovare una base dalla quale partivano carichi, camion di droga o peggio ancora di schiavi da vendere al mercato degli organi o della prostituzione e in mezzo a questa porcheria conoscere il degenerato capace a compiere atti criminali di una crudeltà inaudita.

  

Nick Sciamani ebbe quella che lui definiva  una soffiata d’oro. Il Capo che preso dal suo lato migliore cioè dopo aver mandato giù un paio di muffin alla nocciola, si fece scappare della passeggiata di Mackinnon nel Nevada con uno dei dirigenti dell’FBI. Quella pista poteva avere risvolti inaspettati e lui poteva portare a casa la notizia, quella con la N maiuscola, quella che nessuno poteva averla in anteprima se non da lui direttamente o dalla polizia.

Gli ci vollero pochi minuti per afferrare giaccone e mettersi qualche soldo in tasca.

Non aveva particolari antipatie per Weller a parte il fatto che era un repubblicano e un ignorante il resto di quel uomo lo lasciava indifferente, nella sua vita aveva incontrato un numero di animali peggiori di una asino.

Odiava la faciloneria con la quale il sindaco dirigeva le indagini della famiglia Parish.

Il suo intuito non aveva mai sbagliato e ora l’intuito gli indicava una sua complicità nelle ultime vicissitudini anomale della città, spaccio di droga incluso.

Non disse nulla a nessuno. Inviò il suo pezzo al giornale giusto per avere un paio di giorni di tempo per cercare la verità in quella storia ingarbugliata.

Provò a chiamare Never ma spense prima che questo rispondesse. Forse non era il momento più  adatto, arrivato sul posto avrebbe ragionato con lui in modo migliore da come avrebbe fatto da quella distanza. Era il palio dell’oca e lui voleva parteciparci in prima persona. Poteva solo cercare d’immaginare il viso dell’ennesimo bastardo capace d’ammazzare in modo barbaro dei bambini.

Qualcosa dentro gli diceva di seguire l’istinto e andare nel posto dove Mackinnon aveva deciso di mandarci le chiappe odorava ad una vera e propria “caccia al ricercato”.

Certe cose  vissute nel proprio lavoro come nella vita, non avevano prezzo.

Più faticava per reigere un buon articolo più si sentiva in sintonia con se stesso con la prerogativa che per fare del buon giornalismo bisognava sapere cogliere dal lato negativo della notizia una morale comune vincente sulla meschinità del meccanismo sociale che portava ad insabbiare ogni cosa orrendamente scioccante per non demoralizzare l’uomo comune.

L’uomo comune invece doveva essere responsabilizzato, lui aveva l’obbligo di rendere all’informazione una giustizia storica lasciando la critica a quelli che erano davvero capaci di farla, a quelli che per condotta potevano essere ancora considerati dei puri.

Il piee schiacciò il peale dell’acceleratore e l’auto partì inserendosi nella corsia con maggior traffico, è Natale e a Natale gli uomini si sentono il cuore più leggere, pensava mentre guardava fuori dal finestrino la magia luminosa dei coloratissimi cartelloni pubblicitari.

Nemmeno il navigatore riusciva ad impostare Amandina e l’unico paese riconosciuto era Donvoe.

Sicuramente per arrivarci avrebbe attraversato mezzo deserto del Nevada. Conosceva poco quei posti. Aveva passato un paio di notti a Las Vegas trascinato dalla seconda moglie e gli che gli venne l’ispirazione della separazione.

Il caldo non conservava alcun matrimonio, almeno quello era il suo modesto parere, anzi per azzardarlo dovette sperimentare ben tre mogli con annessi atti di divorzio.

Troppa polvere e troppa poca acqua. Forse solo gli anasazi erano stati capaci di vivere su montagne secche Nemmeno il fascino dell’Area 51 lo aveva attirato. Detestava quelle pietre arse dal sole e tutto quello che rendeva impossibile la crescita di un fiore o di una pianta.

Non gli dispiaceva ardere un pochino dopo il gelo degli ultimi giorni.

La mente tornò a ragionare sul caldo e gli venne voglia di bruciare sebbene nemmeno lui capisse perché.

 

 

Avevo attraversato quella città morta e il cuore aveva smesso di battere. Veevo i fantasmi di quelli che non c’erano più. A seguirmi dagli occhi rotti delle finestre, solo le ombre. Volevo fuggire, ma qualcosa mi diceva di non voltarmi indietro se no………sarei rimasto lì, con loro, per sempre. Q.Combs

4

Dentro la città morta

Dall’alto si veeva ben poco delle rovine di cemento che 23 anni prima significarono molto per la rivoluzione genetica mondiale.

Le verdi e fitte chiome degli arbusti ora nascondevano l’andatura morbida del suolo e le erbacce tanto alte da raggiungere la statura di un uomo, avevano coperto col tempo anche il poco che era rimasto della base militare Dealus.

Una base militare anomala perché la sua esistenza non era conosciuta da molti. Nascosta in un punto impensabile in mezzo ai boschi, la base doveva essere tra le più segrete e efficienti nel suo genere.

Una vera città sopra e sotto terra, con centinaia di laboratori e decine di stradine labirintiche che portavano ad un eificio di quattro piani scavato nella roccia sotto la pancia delle Dark Falls.

I sentieri nei boschi erano tortuosi e molte volte incutevano paura. Molti alberi conservavano antichi intagli con maschere o figure grottesche e agghiaccianti.

La pretesa dell’ingegneria moderna fu tale che l’opera venne riprodotta nelle meesime dimensioni anche sottoterra.

La comunità scientifica poco sapeva sia del progetto in sviluppo al GARL ( Genetic Advance Reserch Laboratory), sia della vera missione per la quale era stata concepita tale immensa struttura. DEASLUS era un’organizzazione poco esposta alla cultura scientifica o alla stessa politica. Lavorava nella più perfetta segretezza oramai da decenni.

Così nascosta al mondo, come la città che la ospitava, Dealus fu completamente e irrimeiabilmente sventrata da un’esplosione interna, simile ad un terremoto che fece crollare persino molte delle mura degli eifici esterni che occupavano l’area circostante.

La notte del 23 Ottobre 19.., un muro d’acqua costrinse la piccola città d’Amandina ad arrendersi alle forze della natura.

Il fiume Horn penetrò nel profondo della città seppellendo sotto un paio di metri di fango e detriti, uomini, case, animali.

L’acqua arrivò in bocca alla gente soffocandola nel sonno oppure uccidendola lentamente intrappolando corpi sotto i tronchi di legno che entravano come arieti dalle finestre pulite e decorate con tendaggi luminosi e dai motivi decorativi appariscenti.

Morirono tanti anche di sola paura, quella notte mostri che non avevano mai conosciuto, avevano fatto loro visita.

Solo la zona residenziale dell’Orange sopra le cascate si salvò dalla zuppa d’acque frede e arrabbiate.

Quella notte centinaia d’uomini, donne e bambini, bagnati e disperati, furono ospitati nelle lussuose case dei benestanti.

Furono accolti calorosamente dai vicini.

Tutti loro,  sfregiati nel profondo del loro essere, dall’inondazione più tremenda che si era mai vista negli ultimi cinquanta anni.

La collina rappresentò la loro salvezza e l’ospitalità dei fratelli segnò positivamente le loro anime.

Mentre decine di reparti militari arrivati via terra tra le macerie della città portavano i primi aiuti, altre squadre di governativi, atterravano con grossi elicotteri nel GARL, svuotando ciò che rimaneva in superficie del laboratorio. Tra superstiti e scienziati, svuotarono completamente la città laboratorio ma solo in superficie.

L’indomani in Amandina si veevano galleggiare le memorie di una vita, le tante suppellettili di chi l’aveva costruita. La carta bruciata aveva seminato ceneri ovunque per il bosco. Rottami di scafali e muratura fusi mescolati ai cespugli sembravano spettri angoscianti che urlavano i loro ricordi alla natura impassibile e rigogliosa. Tronchi d’alberi caduti nell’esplosione e sparpagliati in una grande area coi loro corpi lacerati divennero l’attrazione grottesca di muffe e funghi che col tempo avrebbero cancellato la loro robusta dignità.

GARL e Amandina giacevano entrambe come città fantasma, schiavizzate da una furiosa pioggia che le portava il velo funereo sugli occhi come un drappo nazionale da ricordare e rispettare.

La paura entrò negli animi della gente, senza mai più lasciarla.

Da allora gli anni che passarono, videro una città più preparata alle intemperie e alle smorfie stagionali dell’Horn.

Oggi la zona rocciosa che si alza improvvisamente ad est sopra il bacino del lago nero, è stretta nella morsa del fiume e del bosco, dall’alto sembra cinta da un ferro di cavallo naturale, elemento che i ricostruttori della città sfruttarono a loro favore. La natura aveva a modo suo creato un fortino selvaggio al punto da poter tenere lontani eventuali nemici e curiosi.

L’aguzza punta dell’impiccato, sopra le Dark Falls sembra snella, anticipa la figura di un paletto che si conficca nel granito sottostante come la punta nel petto di un vampiro, è abbastanza alta da impressionare l’occhio e per scalarla ci vorrebbero tre ore buone perche la parete ha una pendenza di circa ottanta gradi.

Il vortice scuro sotto la cascata si apre verso un lago piatto e insonne dal colore spento e poco limpido e quasi spettrale, ricco solo di mangrovie, fogliame e vegetazione in via di putrefazione.

Sul fianco destro delle cascate, dove l’acqua arriva turbolenta per poi calmarsi nella pancia del lago, riposa misteriosa e trasandata la vecchia casa dei Moses. 

Era l’unica dimora della zona, costruita sulla riva della palude e tacita complice di quella boscaglia infida e degli abissi impenetrabili di quello specchio d’acque nere come la pece.

Prima della città, del bosco e della palude, sulle colline selvagge abitavano solo gli orsi e i falchi dalle teste nere.

Gli indiani Ahui, tribù di cacciatori nomadi del deserto, furono i primi ad inseiarsi vicino alle paludi delle Dark Falls migliaia d’anni prima, ma poi scomparvero improvvisamente, senza lasciare tracce.

Le poche famiglie di coloni quando arrivarono, trovarono degli strani cimiteri eretti a palafitte nella palude dove centinaia d’ossa giacevano trafitte da paletti di granito fisse alle lastre di legno che pavimentavano la palafitta, come un mostruoso tappeto mortuario.

La cosa raccapricciante era la visione di molti scheletri spezzettati, tritati, sminuzzati.

Non sembrava un cimitero ma il luogo di un massacro e per giunta abbandonato. 

Un sito sacrilego, un are creato con alte zattere di legno in segno d’obbeienza ad una creatura onnipotente e malvagia.

Strane palafitte masticate dal tempo e dall’erosione di vento e pioggia, dove avevano pernottato rapaci in cerca di carne da spolpare.

Più in là del bosco gli attendeva solo la bocca affamata del deserto e nonostante la stranezza di quel luogo, decisero di restare, fondando una piccola comunità d’agricoltori.

I cimiteri a causa delle frequenti alluvioni scomparvero a poco a poco, nel fango della palude, trascinate dalle correnti per qualche chilometro sotto le Dark Falls.

Nessuno conservava più il ricordo degli antichi. Era rimasto ancora qualcosa nelle leggende che i vecchi tramandavano durante i lunghi inverni davanti al fuoco rassicurante del camino.

Qualche giovane ne rimaneva impressionato, altri sbadigliavano, ma tutti le conoscevano perché faceva parte delle loro famiglie e della loro lontana storia.

Tutto si limitò ai racconti finché qualcosa turbò la tranquillità dell’interno paese.

Uomini e animali scomparsi nel nulla. Terrificanti urla notturne.

Poi ci furono quelle prime strane sparizioni intorno alla Gran Roccia e la paura che una qualche malvagia presenza vivesse già da prima del loro arrivo, obbligò i discendenti di quei coloni a costruirsi le case nella vallata, lontane dal lago, dalla roccia dell’impiccato e dalle cascate nere.

Amandina nel dialetto indiano Ahui, vuol dire “fiato cattivo” e si riferisce all’odore acre e amaro che la palude emana nelle roventi stagioni estive.

Forse furono proprio gli Ahui a trovare quel nome e forse scapparono in cerca di regioni più nobili e più ricche.

Gli antichi non lasciarono altro con la loro scomparsa che domande, qualche incisione sui tronchi, dei semplici geroglifici nella caverna sotto la cascata, il resto sicuramente scomparso con le intemperie che nella regione abbondano come i parassiti.

Amandina restò nascosta al mondo per più di millesettecento anni conservando un’austerità e una semplicità di vita che i forestieri interpretavano come una sorta di comunità ritardata e reclusa.

La piccola città era cresciuta, solo nel periodo dei cercatori d’oro.

Centinaia di disgraziati si riversarono lungo le rive del fiume Horn fin sotto le cascate in cerca di ricchezza.

Ma lì, non trovarono che qualche sasso giallo e quintali di fango.

Le piccole famiglie nate sul posto furono costrette a sfamarsi con le poche risorse sul posto., prima di bonificare i pochi campi strappati alla boscaglia per coltivare il mais.

Il lago povero di pesci e i boschi troppo fitti perché pensassero che avessero potuto sfamare la popolazione, arrestarono la corsa degli stranieri in cerca di fortuna.

La città si sviluppò lentamente divisa dal mondo da quei confini naturali che erano: bosco, fiume e deserto.

Un centinaio d’anni fa sul gazzettino di Peace Bick si poteva leggere d’alcune stranezze accadute ad Amandina proprio intorno alla Roccia dell’Impiccato. 

Un giornalista di passaggio verso est, ebbe modo di conoscere attraverso il racconto d’alcuni testimoni oculari. Tutte le prove del’accaduto erano state le parole. Alcuna persona aveva avanzato la denuncia della scomparsa dei propri cari e a quei tempi solo le diligenze divoravano il deserto così il fatto rimase solo una notizia sconcertante ma priva di fondamenta.

L’articolo sul giornale era molto vago.

  

“Peace Bick Gazette”

 Pace Bick  17,  Ottobre 18….

Una decina di coloni è stata vista impiccata in cima ad una roccia sotto le cascate delle Dark Falls ad Amandina.

Tre uomini, quattro donne e tre bambini sono morti e è rimasta sconosciuta la loro identità.

La cosa raccapricciante è che ai bambini sono stati strappati gli arti superiori e inferiori mentre gli adulti penzolavano con l’addome vuoto e squarciato.

Ai corpi di tutte vittime mancava la pelle. Testimoni del fatto sono stati due cacciatori della zona che hanno avvertito le autorità locali, dei corpi sparsi per la collina.

Lo sceriffo federale di Donvoe, arrivato nella piccola città per investigare non ha trovato alcuna traccia dei probabili morti, ne resti di cadaveri.

Secondo Jan Mortimer, il più anziano della città, durante la notte in cui avvenne la scomparsa dei corpi, il Diavolo cantò.

 

Amandina fece non poca fortuna durante il proibizionismo.

Grazie al proprio sconfinamento nel cuore del deserto del Nevada, offriva ai loschi trafficanti d’alcool un buon riparo dalle autoritàfederali.

Fu proprio in questo periodo di boom economico che la città sviluppò e migliorò servizi e strutture sociali.

Nacque un piccolo ospeale e il giornale della città. Qualche benefattore eificò la biblioteca comunale e le basi della parrocchia .

Piccole distillerie furono eificate alla meglio nel bosco circostante, vicino alle sponde dell’Horn oppure nascoste tra le mangrovie della palude.

Quelli che fecero veramente soldi scapparono nelle grandi città come New York o Chicago, gli altri ostacolati dalla cattiva sorte furono arrestati e gettati nelle prigioni di Donvoe ad est del deserto del  Nevada.

La città dimenticò anche quelle sventure e persino la fortuna economica che portarono, adagiandosi in una sorta di torpore o d’attesa di migliori tempi.

Poi dopo l’alluvione nel 42, nell’estate dello stesso anno, un fatto tragico sconvolse la città.

Quindici ragazzini che facevano una gita lungo le sponde della palude, scomparvero senza lasciare traccia. Svaniti. Ingoiati dal  bosco fitto  di cespugli spinosi e dalle felci alte quanto una casa.

Nulla.

Erano i piccoli della scuola elementare di Saint.James, tutti della classe prima d e tutti sparirono nel nulla.

Tutti tranne la signorina Martha, la loro insegnante allora ventiduenne.

Il suo corpo fu recuperato nei pressi della casa dei Moses, visibilmente mutilato, ma la donna sebbene ferita mortalmente, era ancora viva.

Peccato non abbia mai raccontato nulla sull’incidente, i meici che la visitarono le dichiararono un’amnesia permanente non solo, ma i frequenti disturbi psicologici che arrivarono come attacchi d’epilessia dovuta al forte trauma subito durante l’aggressione.

     Martha Colby morì in ospeale due giorni dopo l’avvenimento.

Uno dei genitori dei piccoli scomparsi si fece giustizia da solo e dopo lo strangolamento si costituì di spontanea volontà alla polizia invocando il benessere dei morti che potevano finalmente riposare in pace.

La vicenda nonostante il suo carattere delicato, non fu ingigantita e le missioni di ricerca da Peace Bick che diee solo risultati negativi, dopo quattro mesi s’interruppero.

La città si raccolse intorno ai suoi piccoli figli mettendo il coprifuoco dopo le 19  ai ragazzi sotto i 22 anni d’età ma nonostante questo,  la città si sentiva marchiata dal male.

Da allora la gente aveva iniziato a tenere grossi crocefissi dietro la porta come se temesse i vampiri. Le loro case venivano verniciate di bianco per tenere a bada gli spiriti maligni e grossi totem di legno raffiguranti dei benevoli furono messi nei boschi per illudere le creature maligne e per tenerle lontane dal confine con la città.

        Ragazzini continuavano a uscire quando la notte era più profonda per sfidare le superstizioni dei vecchi. Giochi con le ombre gli chiamavano, giochi con la tenebra e quando qualcuno di loro non rientrava al mattino allora si cercava in vano colpevole, l’indizio, il motivo per il quale il misero s’era allontanato.

I vecchi cantavano masticando tabacco, leggende di giovani guerrieri indiani che combattevano contro gli spiriti del male facendosi legare a grossi pali di legno con ferite aperte e sanguinanti.

Nessuno sa come e se riuscivano a sconfiggere i mostri venuti dalle tenebre ma di certo molti dei loro scheletri rimasero come segno di quelle lotte. Gli Ahui erano un popolo timido. Non sacrificavano donne e bambini agli dei crudeli ma cercavano di onorarli sacrificando i guerrieri migliori.

Forse era stato questo il loro sbaglio con la storia non aver combattuto con tutte le forze contro quelle oscure presenze che gli disturbavano.

Comunque le sparizioni erano gestite con a massima tolleranza. Alcuni creevano ancora al demonio che durante le funzioni religiose veniva esortato ad abbandonare quella città creata da pellegrini laboriosi, altri invece pensavano e questi rappresentavano la maggioranza che i piccoli fuggivano dall’intolleranza della gente verso il divertimento.

I criminali se c’erano, venivano puniti con la severità dovuta ma anche loro non rappresentavano la branca degli assassini, per lo più erano ubriachi e piccoli ladri che cercavano di recuperare i soldi persi col gioco d’azzardo.

         Il male della città era quella coperta di boschi e palude che la tenevano stretta in un abbraccio soffocante.

Non v’era maleficio peggiore del dover subire l’intolleranza delle stagioni e della natura.

Quella regione storpia di una vera difesa contro il caldo o contro le alluvioni vigilava come un fantasma sulle anime dei vivi condannati a tirare avanti cercando solo nei propri sogni la liberazione. Perché il pensiero di quei piccoli che sparivano in mezzo al lago nero, picchiava le fantasie di tutti i cittadini d’Amandina e loro continuavano ad immaginare in un perpetuo rigenerare di ipotesi dove finivano le ossa degli scomparsi se non in fondo al lago..

La cosa peggiorò quando dalla melma estrassero i corpi di quelli artisti di  Hollywood venuti in gita e spariti sui fondali sotto le Dark Falls. Quella regione era un pericolo per tutti gli essere umani e chi la sopportava era perché non aveva più nulla da perdere. Le case divennero vecchie e oramai fatiscenti. La vecchia parrocchia di Saint Patrick cadeva a pezzi e il campanile mostrava lunghe fessure che partivano dal basamento come profondi squarci. I giovani e i benestanti si trasferivano nell’Orange molto più moderno e sicuramente a prova di inondazione.

La lunga via alberata che partiva da Main Street portava fino a quattrocento metri in una felice vallata dalla quale si poteva ammirare in tutto il loro splendore le cascate e il lago.

La città oramai si divideva in due parti, quella delle fattorie e delle vecchie botteghe e quella moderna, nuova portata avanti con piccoli e malvisti cambiamenti dagli erei degli antichi pionieri..

 

Viaggiavano da parecchi giorni. Gli incubi erano peggiorati. Orami la sua mente stava elaborando i sogni come se fossero degli indizi. 

Non voleva arrendersi e soprattutto doveva capire i perché di quelle assurde morti.

C’erano cose negli omicidi che andavano al di là del sesso e dei soldi, cose impregnate di squallide profezie, cose concepite per divertimento e stimolo per uno spirito semplicemente seviziato dal male, la semplice paranoia.

Mackinnon si domandava se la sua compagna di viaggio avesse avuto un qualcuno con cui ballare la notte di Capodanno. Poi capì che per lei il ballo non doveva essere un’attività piacevole.

Doveva smetterla di mettersi nella sua testa. Ogni tanto sbirciando nella sua direzione fissava quella gamba e continuava a domandarsi come riusciva a difendersi se non poteva contare sugli spostamenti veloci. Sperava che almeno lei avesse un’ottima mira.

      Aveva bisogno di creere che il suo compagno d’indagini fosse in grado di difendersi da solo. Tante nuove domande cominciarono a infettare ogni piccolo neurone. Lehart sembrava tanto sicura di se ma forse era una follia fidarsi di una persona che non prendeva sul serio il proprio handicap. Poi tornò a guardarle il viso. La sua bellezza non era fredda e poteva essere una ragazza fidanzata con lo stesso bravo giovanotto da anni.

Pensieri che monopolizzavano il centro di molte attività nervose. Forse un piccolo, infimo briciolo di gelosia si stava divorando e con appetito una porzione della sua mente.           Probabilmente il pensiero della baracca esplosa non era riuscito del tutto a cancellarsi e sentiva il bisogno di fantasticare su cose migliori nella vita.

Qualcosa lo disturbava e disturbava le sue visioni su Angel. Il teschio sputava fiamme dalle sue orbite vuote. Il teschio con le sue orbite vuote.

I perché erano rimasti così com’erano rimaste altre centinaia di domande senza risposta.

      Never faceva così, quando si apprestava ad indagare su un caso, guidava per ore cercando un ragionamento tutto suo per riuscire a sbrogliare i nodi della matassa.

Stavolta si era prefisso di risolvere quel qualcosa che nemmeno ifederali erano capaci. Miranda gli mandava sporadici messaggini sullo stato di Old Boy.

Si sentiva colpevole per Hank e voleva in tutti i modi trovare risposte, il criminale che gli aveva asseiato nella buia casa dei Parish.

Nei brevi momenti di sosta quando gli occhi si chiudevano da soli per il peso del sonno, tornava al corridoio illuminato solo dalla torcia e a quella cosa che sembrava aver visto per una frazione di secondo.

Nemmeno l’immaginazione voleva dare retta a quella visione. La logica gli imponeva di creere che tutti i delinquenti indossano delle terribili maschere e quello che aveva visto era solo una di quelle. L’istinto però lo lasciava con tanti punti di domanda, tante sfumature del male che doveva considerare se voleva venirne a capo.

Never sapeva che in alcuni paesini sperduti la figura del poliziotto ficcanaso non era benvista. Aveva provato a spiegarlo alla sua preparatissima compagna di viaggio.

Lei era troppo giovane perché concepisse l’acidità di certa gente in posti poco frequentati e troppo lontani dalla civiltà più rassicurante. Poteva spacciarsi per uno scrittore. Si poteva sembrare una buona idea.

Sarebbe stato uno scrittore in viaggio con una collega fotografa e alla scoperta dell’America.

Se gli avessero domandato cosa scriveva avrebbe risposto, un diario di viaggio sui posti più sperduti e insoliti con qualche proverbio locale la qualità del cibo non che del loro caffè.

Tutti se la imbevevano questa sfumatura di scrittore romantico in cerca d’avventure e tradizioni, partecipando involontariamente ad indagini sempre noiose per abitanti chiusi, con mentalità chiuse, in posti sconosciuti persino a Dio.

In fondo aveva conosciuto parecchie città solitarie tra le montagne del nord, aveva anche ascoltato qualche notizia dai pochi superstiti di una sconosciuta tribù indiana che migrando attraverso il deserto era arrivata a stabilirsi nel Gran Canyon, questo avveniva  durante le indagini per la scomparsa di un vecchio capo indiano, trovato chiuso nel freezer del nipote, che viveva con moglie e sei figli della misera  pensione che il vecchio percepiva dopo trentacinque onesti anni di pesante lavoro nelle cave di granito  del Texas.

Di tutta la sua esperienza di paesini sperduti che avevano segreti e scheletri nascosti all’umanità, nulla reggeva il confronto con Amandina.

L’ aspetto apparentemente trascurato e il suo carattere schivo la faceva sembrare misteriosa e languida.

Osservata da lontano affascinava per la concentrazione di vita intorno ad un lago scuro e statico.

Forse questo si doveva al fatto che il lago che la circondava per più della metà era calmo e impenetrabile come i suoi abitanti.

Il fiume che la cingeva per il rimanente 50%, conteso solo con i boschi che sembravano un muro verde e assolutamente impenetrabile, aveva una vasca enorme i cui argini sconvolgenti e alti davano l’impressione che si fosse seccato lasciando in vita solo un sottile striscia d’acqua la quale serpeggiava tranquilla fino a trascinarsi in  cima ad una collinetta dalla quale cadeva in un’ interessante cascata collegata ad una distesa cupa chiama il Lago Nero.

Stavano entrando nella città e lo sguardo concentrato sulla strada sembrava essere spazzato da violente follate di vento. Avevano trovato un vero temporale.

Sul parabrezza della vecchia auto cadevano foglie oramai in decomposizione.

Foxy invece, sembrava affascinata da quell’oscurità intinta di grigio e rami morti pestati dai palmi d’acqua.

Si teneva ogni tanto la mano come se il dolore fosse sempre presente ma non si lamentava verbalmente e questo a Never sembrava un atto di forza che persino un soldato non avrebbe manifestato se ferito.

Il paesaggio malato e solitario, faceva venire certi brividi di freddo a Never, nonostante avesse bombardato l’abitacolo con i bocchettoni dell’aria calda la cui manopola era girata sul livello massimo.

Si sentiva friggere ma era una sensazione confortante e piacevole rispetto a quel lungo viale costeggiato da piccole case in balia della pioggia e del vento.

Volendola cercare e non avrebbe trovato un’anima viva, almeno così si veeva. Sembrava un dinosauro in via d’estinzione in cerca dei suoi simili.

Ma dove diavolo erano finiti tutti quanti? Erano solo le dieci del mattino, dov’era la gente? Eppure non v’era nemmeno un accenno alle festività natalizie e nemmeno una scarsa atmosfera giocosa o romantica. Un luogo privo di vitalità in cerca di uscita da quella insonnia apatica.

Il luogo in cui i lavoratori avrebbero dovuto spostarsi per andare al lavoro con i loro camion, era deserto, dove erano le auto piene di merci che dovrebbero entrare e uscire dalla città.

Qualcuno lavorava in questo posto?

Tutto sembrava in balia della tempesta. Acqua, legno fusi al burro appiccicoso del fitto grigiore autunnale.

Gli occhi lo dolevano per lo sforzo continuo di veere attraverso il vetro cieco per la troppa pioggia.

Le tempie ne risentivano a tal punto da comunicarmi delle fitte tremende.

L’aria nell’abitacolo gli conferiva la sensazione di essere un pezzo di carne destinato all’arrosto, confezionato con giacca in fresco di lana e jeans firmati.

Fortuna che la forte tempra gli consentiva di abusare delle mie capacità anche in situazioni come questa.

Per un marine sopportare dolore fisico è parte integrante della sua fibra.

Aveva visto di tutto nella sua vita, lunga per il mestiere di soldato, ma non avevo mai visto un così umano e agghiacciante ammasso legnoso d’abeti e querce, proprio in bocca al deserto del Nevada.

Aveva lasciato malapena a 150 chilometri di distanza, la sabbia e i rimasugli dei suoi polmoni intossicati dal bruciore dell’aria e del sole. Quattrocentonovanta chilometri di terra lunare. Niente benzinai o case abitate. Cactus, serpenti e scorpioni.

Tutti conditi con quarantacinque gradi di tortura solare.

L’incongruenza con cui la natura lavorava rendeva visibile il fatto che lei riparava alle perfezioni e imperfezioni create dall’uomo, a piacere, con determinazione e con una forza impareggiabili.

Aveva subito la sete e ora Dio gli stava dando, tanta di quell’acqua da far affogare il corpo fino alle corde vocale.

Pensava divertito al fatto che  Lui quando da, dà a mani piene ma quando toglie, toglie tutto.

Ogni tanto dava una sbirciatina alla passeggera di fianco a lui. Sembrava ancora un’adolescente. Se lei se ne fosse accorta di quell’insistenza gli lo avrebbe detto.

Lui sperò di no, non voleva che qualcosa lo privasse di quelle innocenti indagini sulla personalità di una donna così diversa da tutte quelle incontrate.. ..

Minuta, capelli ribelli come gli occhi neri grandissimi, lentiggini  ma con tanto pepe da mettere sull’attenti un intero plotone dei marines.

Poi la vista di quella gamba lo inteneriva a dismisura, tanto che non avrebbe mai voluto veerla in difficoltà forse per lasciare inalterata quell’impressione coraggiosa che s’era fatto di lei.

Lo sguardo della ragazza fissava il fosco paesaggio come se lo ammirasse.

Doveva piacerle anche la pioggia perché non s’era mai lamentata da, quando avevano incontrato la tempesta.

Guardandola così a suo agio in un ambiente estraneo da quello amichevole del suo laboratorio, ne restava interdetto.

Se quella donna fosse stata un soldato, sarebbe stato migliore di molti uomini di carriera che lui conosceva.

Nemmeno il deserto era riuscito a strapparle un lamento. Nulla.

Il fuoco della sabbia duro per qualunque essere umano a lei faceva l’effetto di un’oasi in cui passeggiare tranquillamente.

Conservava la sua compostezza come un duro pronto ad entrare in azione. Studiava tutto, dal paesaggio al colore delle foglie alle costellazioni presenti nel cielo.

Era materia grigia a cui Dio aveva dato braccia e gambe. Sicuramente il suo mondo era molto più complicato delle decine dei volumi di meicina che era in gradi di scrivere e di commentare.

Una ragazza seppur intelligente restava sempre una ragazza e la domanda che picchiava come un martello nel capo di Mac era sempre la stessa di chi si poteva innamorare una donna così se s’innamorava, o forse usava lo studio e il lavoro per fuggire da se stessa. Le mani non mostravano anelli o altro e guardandola meglio, Never osservò che non portava nemmeno l’orologio.

Che donna essenziale, il ragionamento andava avanti e lui non poteva che percepirne gli effetti per nulla negativi, qualcosa dentro la sua anima accettava un essere completamente diverso e per nulla disponibile a farsi trascinare all’obbeienza, prima cosa che aveva dovuto imparare nell’esercito.

Lehart sempre composta sembrava ipnotizzata da un pensiero distante, molto distante.

Adesso capiva che quel incarico a capo del feeral bureau le si addiceva perfettamente. Chi aveva scoperto quel talento non aveva sbagliato. Quella donna ancora ragazza era il miglior soldato.

Non si lamentava mai, si adattava facilmente e soprattutto sapeva fare buon uso delle scorte senza creare attrito col compagno.

Dialogare era altrettanto piacevole. Facile parlare con una persona così colta.

I suoi occhi diventavano fiamme, quando parlava degli studi che portava avanti con Galeno o dei suoi sacrifici per migliorare la sua forma fisica.

Combattere la propria natura era più difficoltoso che inseguire i criminali per le strade.

Quel viaggio stava diventando una gita. 

Il peso del deserto, la menomazione di Carter, il ricordo dei bambini Parish tagliuzzati, era più leggero.

Aveva iniziato a raccontare di sé, del suo sogno di fare il soldato, della malattia della madre e della scelta di restare al dipartimento rinunciando alle missioni con cui avrebbe potuto salvare il mondo.

Foxy si limitava ad ascoltare.

Centinaia di chilometri in cui aveva dimenticato di guardare in cagnesco quel poliziotto innamorato del suo lavoro quanto di sua madre.

Lei che non aveva mai avuto una famiglia vera ne sapeva qualcosa dei sogni.

Mi riferisco al fatto che lo sbalzo climatico tra Amandina e il  Nevada è apocalittico.

Avevano lasciato i quarantasei gradi all’ombra per trovarsi alla soglia dei tre gradi, limite quasi per un inverno che sarebbe dovuto essere più mite.

Aveva un presentimento nero.

Tardi per tornare indietro e abbandonare tutto. Penetrò nell’imbuto della città che gli risucchiava.

Era curioso di analizzare il fatto di come loro due unici esseri viventi potevano combattere quella tempesta.

Nessuno e niente in quel paesaggio triste pareva fare contrasto.

Quel posto gli  metteva davvero paura.

 

Intrappolato nel fango. Un ammasso di legno masticato dal tempo, di scheletri e carne marcite dopo essere affogate nel proprio sangue; una tomba col sigillo di Filippo II Re di Spagna, ecco cosa celavano le grotte inesplorate sotto le Dark Falls, una nave dell’Invincibile Armada, volutamente sacrificata per salvare tutti i cristiani dall’avvento di Satana.

Era una bara di pietra spessa due piei, trasportata sull’Oceano Atlantico, dalle Americhe verso l’Europa, legata nella chiglia con quantità spropositate di funi spesse un palmo.

Codici indecifrabili, memorie di sacre liturgie non appartenenti al suo prego incise con punzoni di metallo, antico.

A bordo si trovava un tesoro maleetto. Era il bottino dei conquistadores che saccheggiarono ai locali. 

Gli spagnoli pensarono di trucidare in maniera orribile, tutti gli indigeni. Pensavano di aver trovato un monumento d’oro, la bara di qualche re zeppa di pietre preziosissime e rare, monete, corone.

Pensarono di non togliere il coperchio al sepolcro almeno fin a quando non avrebbero ripreso il mare, per essere sicuri che nessuno sarebbe scapato con qualche pregiato pezzo.

Sua maestà avrebbe avuto la sua parte e loro un grande compenso oppure una onorificenza, in cambio del coraggio che c’era voluto per affrontare quei primitivi così gelosi dei propri tesori..

Le tribù d’indios avevano avvertito gli stranieri di non toccare e non aprire la tomba del Dio Zcatuhack, il Mangiatore. Avevano implorato offrendo le più belle vergini ai visitatori.

Nessuno ascoltò l’avvertimento del sacerdote Himh Ay ( l’uomo che dona oblio alle anime dannate) , il capitano della nave El Conqueror, Don Felipe Maria Moreno y Rey  dopo due giorni di baldorie diee l’ordine alla ciurma di pulire i villaggi.

La cosa durò meno di un giorno. Il fuoco mangiò ogni corpo seviziato dalle spade e dalle lance. Donne, uomini, vecchi, bambini, tutti uccisi.

L’iscrizione sulla pergamena che accompagnava l’inventario di tutti gli oggetti di quella nave, si raccontava che fosse stata scritta con sangue umano, il sangue delle vergini offerte in cambio dell’inviolabilità della bara del Dio Zcatuhack.

Quantità d’oro inimmaginabili, maschere cerimoniali, pugnali sacrificali incastonati in pietre preziose, collane e orecchini, monete e altro, doveva arrivare a sua maestà per finanziare le sue guerre contro l’avanzata ottomana, assieme ad un tesoro sconosciuto più grande.

L’ammiraglia della flotta spagnola scomparve in una tremenda tempesta, con l’intero equipaggio e tutte le sue fortune.

Le quattro figlie del governatore spagnolo erano sulla nave col nefasto carico, di ritorno in patria.

Il padre per salvarsi la vita in un attimo di follia le tagliò a pezzi sotto un grande monumento di pietra prima di gettarsi nel mare.

Il messaggio che arrivò a sua maestà era terribile.

Una grossa nave fantasma, con pezzi d’equipaggio sparsi ovunque, con la pancia zeppa di fortune, era alla deriva.

Il Diavolo s’era impossessato dell’intero bastimento e nessuno mai sarebbe riuscito ad afferrarlo.

Il mare lo aveva nascosto nelle sue profondità.

Le correnti marine l’avevano spinto fino al delta del Horn e da lì in gallerie navigabili, ma più profonde dove s’era incagliato in attesa di un evento spettacolare che lo riportasse sotto la luce del sole.

La pietra scalfita da un vecchio sacerdote imprigionava Il Mangiatore, il Dio del cielo senza stella, Il re della Tenebra.

I riti magici per completare il sigillo alla funesta bara, sacrificarono tutti i neonati e i bambini del villaggio, il Mangiatore sazio si addormentò nella sua tomba, mentre seicento mani lo spostavano nell’anima della montagna trainandolo lungo la via della collina degli spiriti, luogo di sepoltura di tutti gli antichi re indio.

Zcatuhack dormì per un millennio solamente, poi cercò di rompere il sigillo intorno alla lastra di pietra, ma la sua forza era diminuita.

Dovette attendere un altro migliaio d’anni per ricevere il battesimo del mare, altre offerte e quattro devote discepole. Eppure quello che era stato non gli aveva permesso di liberarsi.

La sua memoria era la sua vera forza e le sue forze la poteva trasmettere agli altri, ai nuovi padroni di quel piccolo pianeta in cui giaceva sconfitto.

Qualcosa avrebbe restituito lo stato delle cose al loro esatto principio, quando lui s’era mostrato a quegli esseri in tutta la sua forza e loro lo avevano amorevolmente e umilmente servito affinché la sua incalcolabile ira non li colpisse ulteriormente.

 

 

 

Duecentoventi miglia alla bocca del Nevada.

La differenza climatica sebbene la distanza non sia notevole diventa importante.

Il fiume Horn serpeggia col suo corpo per una ventina di stati, fino al suo arrivo nell’Atlantico. Peace Bick,. Donvoe e Amandina, sono le cittadine più vicine al deserto che ne risentono della presenza sia durante i periodi caldi sia quelli fredi. 

La fitta vegetazione inganna solo per un piccolo tratto della statale 165.

La sabbia regna sui vivi e sui morti, insofferente del poco verde che cerca di combatterla. Asciutta e sottile, tanto fine da entrarti nelle narici e trovartela nei polmoni per poi tossire col bruciore che martella il petto per lunghi giorni.

   Amandina pareva una città sofferente. Quella strana paralisi sembrava tetra come i rami piegati dei grossi arbusti. Tutte le attività svolte con religiosa routine dai suoi abitanti, non si facevano prendere dall’influsso freddo della pioggia.

Poteva sembrare che quello stato atmosferico interferisse molto col umore sensibile dei locali, ma non era così.

La gente di cittadine così piccole non regalava sorrisi facilmente, in qualunque stagione dell’anno.                                                      

“Jack, sposta la macchina e fai posto al camion di Gardner!”.

Il grosso automezzo faticava ad avanzare nel fango. Il guidatore con la testa fuori del finestrino, lottava con le dimensioni del rimorchio troppo voluminoso e il passaggio verso la vasca era troppo stretto, perché la strada d’accesso non era stata asfaltata.

     A causa dell’anticipato deterioramento delle condizioni meteorologiche i lavori di miglioria s’interruppero. Gardner urlava purché qualcuno gli indicasse la direzione giusta; le sue peggiori imprecazioni trovarono modo di avere sfogo, mentre fiumi d’acqua gli colpivano la bocca come vere frustate. Maleetta acqua, maleetta merda, maleetta vasca, questa città è davvero maleetta, Gardner non riusciva più a sopportare quella tortura.

Lavorava in quelle condizioni da anni, ma questa volta questo diluvio sembrava il peggiore. .

La pioggia infieriva sui visi degli operai. Un martello pneumatico vicino al timpano avrebbe avuto lo stesso effetto.

     Gocce d’acqua grosse come monete cadevano giù fino a pugnalare gelide e indomite,  la pelle del viso.

Una marea si stava rovesciando sul mondo mentre l’oceano sovrastante, prima di divenire un secchio pronto a rovesciarsi era un terso velo celeste non meno acido di un stecco di zucchero filato. Gli operai cercavano di lavorare girando le spalle alle raffiche di vento.

Alcuni di loro dovevano mettersi le mani sugli occhi per evitare che le gocce pesanti come pietre li colpissero.

“Non là Jack! Jack, sposta ancora. Dannazione, qualcuno lo vada ad aiutare, vogliamo finire sto cavolo di lavoro, prima di berci la cacca del paese, o no?”, urlò il sig. Kolinshcky.

La parte peggiore del lavoro doveva ancora arrivare e la squadra non era nemmeno a metà dell’opera.

“Guarda bene, Jack, cavolo l’argine potrebbe cadere e ci troviamo tutti quanti sepolti nella merda. Spostati di un paio di passi indietro così facciamo passare anche il camion.”

La voce del capo colpiva quanto la pioggia.

“Se Volete passare tutte le feste qui buon per voi, io ho una famiglia da cui devo tornare prima di sera. Quindi grossi pigroni alzate le chiappe e spostate i sacchi verso il recinto, non abbiamo la guardia nazionale dietro le spalle.”

Qualcuno borbottava, altri con la sigaretta spenta in bocca e il viso investito dall’acqua tacevano le parole che avrebbero voluto dire su quel lavoro di cacca che li aspettava ogni stagione invernale.

Tre imponenti operai con tutte blu, visibilmente piene di macchie scure, armeggiavano dei tubi lunghissimi che affondavano nella cloaca, non si sa per quanti metri di preciso.

La vasca riusciva ad arrivare anche a cento e passa, metri di profondità, ma erano decenni che non era svuotata.

Nessuno ricordava se fu proprio durante la costruzione del laboratorio che i militari la ripulirono.

 Fu un atto generoso che la comunità apprezzò molto.

Forse da quando l’avevano costruita, in una conca naturale del Horn la vasca non era mai stata scaricata.

Ci vollero due settimane d’intenso lavoro e un via vai  incessante di una ventina di camion.

Il grosso autocarro, il terzo nella mattinata, avrebbe dovuto salvare la città dall’invasione delle acque sporche che si alzavano a dismisura, vicina quasi a raggiungere gli argini di terra che solo nella prossima estate si pensò di rinsaldare.

Jack Marinon Christmas, non ha molta dimestichezza con le regole, queste non fanno per lui, tutto qua.

Nato e cresciuto ad Amandina, cittadina che conta solo 3455 abitanti e lontana dal caos delle grandi metropoli, non ha mai sentito il bisogno di scappare, come fanno un po’ tutti i ragazzi della sua età.

C’è qualcosa in lui che va ben oltre il confermare la propria libertà, che lo spinge a curiosare, cercare nelle stranezze passate, senza dover scappare dal villaggio che l’ha visto crescere.

     Chi o cosa lo trascina in imprese curiose, di preciso non lo sa nemmeno lui, ma la forza che lo trascina ad indagare fin oltre i confini della sua città, è molto forte.

Sa in parte tutto di tutti. Marinon sua nonna aveva doti di veggenza, almeno così raccontava la madre, quando si riuniva tutta la famiglia per la cena del Ringraziamento.

Sua nonna materna morì in circostanze misteriose e la sua salma non fu mai trovata.

Dissero che la sua auto si sfracello in un burrone, ma il suo corpo era semplicemente sparito.

Dieero la colpa ai tantissimi preatori, ma nemmeno quello parve essere la ragione perché non vi era traccia di sangue e nemmeno delle suoi effetti personali.

Niente borsa, documenti, occhiali e altro. L’auto non era nemmeno esplosa, ma semplicemente uscita di strada.

Dalle lamiere nulla e nessuno, sarebbe potuto venire fuori.

La cintura del posto di guida pareva ancora allacciata.

Come poteva una donna anziana svanire da sotto una cintura stretta intorno al suo corpo?

Marinon aveva più volte anticipato che le sarebbe accaduto qualcosa d’oscuro, ma alcuno prese in considerazione le sue parole senili.

Solo la madre di Jack sapeva che le sue visioni non sbagliavano di molto, ma in quel viaggio verso Peace Bick, Marinon volle essere sola.

Conosce i segreti e gli scheletri nell’armadio del 98% della città. Il rimanente 2%, riguarda i suoi genitori di cui non sa proprio nulla, e il G.A.R.L, il laboratorio di ricerca genetica avanzata, andato distrutto ventitre anni prima; nessuno sapeva se per lo scoppio tremendo che si sentì durante una notte d’ottobre, per il terremoto che si senti fino a Las Vegas e di entità elevatissima, a causa dell’alluvione con cui il Horn si fece sentire o semplicemente chiuso dalle autorità in fretta e furia.

Questo ultimo mistero, diventato una passione sfrenata, lo aveva portato da Washington DC fino ad Aberville in Alaska dove qualche risposta alle sue mille domande l’avrebbe anche trovata.

C’erano un mucchio di pezzi ancora da ricomporre e una vita intera che gli avrebbe permesso di farlo.

Tanto lui era uno di quei tipi che aveva sempre sostenuto che la verità, se n’esisteva una, sarebbe sempre venuta a galla; per quanto la storia, le persone, gli eventi o la stessa natura, sarebbe riuscita ad occultarla.

 A quasi 25 anni, non che non aveva mai voluto trovarsi un lavoro serio, come diceva suo padre, ma suo padre considerava un lavoro serio solo se davanti una scrivania.

 Campare per 30 anni in una fabbrica a spennare  per poi macellarli, i polli, oppure dietro una scrivania a fare l’assicuratore per quei quattro gatti che un’assicurazione ad Amandina riescono a permettersela, no signore, non è il suo sogno.

 Di fare l’agricoltore non se ne parla, forse è l’unico essere vivente allergico al mais per non parlare all’odore del letame con cui, i suoi nonni compresi, i contadini da quelle parti concimano la terra.

E’ vero che la fortuna è cieca e la sfortuna ci vee bene, ma farsi prendere nella trappola della routine era proprio da testa scollata.

Non essere capiti, non era più considerata una colpa.

L’autocommiserazione quella si, faceva per lui.

Questo era uno splendido movimento di cui era diventato adepto e che nel nuovo millennio fa molto macho.

Almeno con le ragazze.

Con loro si acquistava il fascino di un ricercato o di un raffinato delinquente; se poi riuscivi a sfuggire alla trappola dei pianti e della feeltà, delle dichiarazioni d’amore unico e eterno, si diventava una sorta di Buddha dell’amore.

Era meglio lavorare come controllore per il CSF di giorno e il dio per le ragazze giù in città, la sera.

Non era un lavoro difficile o malvagio controllare che il fango non superasse il livello di guardia, o che la vasca della cloaca non rovesciasse qualcosa del suo tesoro nel torrente del fiume Horn.

Un corso acqua potabile per il bestiame della Valley. L’Horn offriva una minima irrigazione per i campi della gente delle fattorie sparse intorno alle Dark Falls. 

Fare l’operatore per i servizi di sicurezza sanitaria del CSF, poteva significare qualcosa in più o in meno nella vita di un uomo, dipendeva dai punti di vista.

Era meglio guardare che la cacca non superasse i parametri di sicurezza nella cloaca che fare l’impiegato insoddisfatto. Un impiegato che doveva stare chiuso in un ufficio, fin all’arrivo delle ferie, e magari per una quarantina d’anni.

Impensabile anche l’idea di leccare i seeri, a tutti i padroni delle varie e piccole, aziende individuali, in quel posto dimenticato da Dio.

Erano tutte quante imprese famigliari tramandate dalle passate  generazioni, che faticano per tirare fine mese e che se ti acchiappano come lavoratore ti fanno sputare sangue dagli occhi, per il troppo lavoro. Alcun lavoro è divertente ad Amandina.

Non è vero, sua zia Silvie è una contentissima impiegata dell’ufficio delle tasse, ma è anche vero che il suo capo, il sig. Huggins è uno zucchero d’uomo per il quale chiunque lavorerebbe volentieri.

La regione delle Dark Falls era sempre stata per lui affascinante e misteriosa.

I suoi misteri che con un po’ di tempo a disposizione potevano essere facilmente svelarli, pensava lui.

Chi viveva li conosceva bene la gente tranquilla e silenziosa, i lenti ritmi e il poco rumore, e il moto del posto “se ti fai come ognuno qui, i fatti tuoi, campi molto meglio e più a lungo, se lo vuoi”; e erano regole che da quelle parti, si facevano nel bene o nel male rispettare.

 Sicuramente ad Amandina era più facile morire che vivere e la crescita demografica era ai minimi storici.

 Amandina preservava il suo anonimato, non facendo nulla per richiamare l’attenzione su di se.

 Non esistevano tornei, incidenti spettacolari, scoperte increibili e persino gli omicidi erano rari, per lo più si trattava di sparizioni; gente scomparsa nel nulla che tutti creevano scappata da mariti o mogli, figli e lavoro, nelle grandi città.

  L’avamposto di civiltà più vicino era la città di Peace Bick che distava più di centocinquanta miglia, percorsi da un’unica impolverata statale, che a volte ti dava l’impressione portasse solo nel profondo culo del mondo.

 Tutti in questo sperduto paese, sapevano che raramente arrivavano forestieri e persino il transito delle automobili si limitava alla speizione delle merci.

 Nessun turista l’avrebbe scelta come meta della sua vacanza.

Non si visitavano le paludi o i boschi secchi che seguivano l’Horn fino al Nevada.

Ad Amandina la gente non veniva a ritirarsi per la vecchiaia, a nascondersi per qualche crimine commesso oppure per fare visita ai parenti o investimenti immobiliari, non veniva e basta.

 Solo uno stronzo di sceriffo una volta, portò le sue cittadine chiappe fino a lì, a setacciare la Grande Palude vicino alle Falls, per cercare un evaso dal carcere federale di Santa Fè.    

Ci lasciò le penne in una sparatoria oltre i confini della città, verso il recinto abbandonato del G.A.R.L, e il conto da Daisy’s da pagare.                      

Mangiava come un maiale e si lamentava sempre dell’atmosfera tetra, che secondo lui si notava persino sul volto della gente.

Nessuno anche dopo la sparatoria e i titoli in risalto sull’Amandina’s Chronicle, diee importanza alla sua scomparsa.

Nulla faceva notizia ad eccezione del bollettino meteo che metteva in guardia la popolazione da una probabile alluvione o inondazione, durante l’autunno o la siccità.

Si sapeva che la Grande Palude era nata da un favoloso, cristallino lago di montagna che nei millenni si era prosciugato, diventando una palude fitta d’arbusti e vasche melmose.

Qui se ci capitavi, restavi imbrigliato dalla vita in giù e non avevi più alcuno scampo.

La medesima  cosa era capitata al vecchio cesna di Joe Fugas in arrivo con una troupe televisiva da Las Vegas; sette tra operatori e registi che volevano filmare la diva del serial televisivo Love Valley, la formosa e splendida Moenia Moore, sotto le cascate del Horn..

Imprigionati nell’abitacolo ancora con le cinture di sicurezza ancora allacciate, pescarono solo cinque di loro, ma a quattro metri, sotto l’acqua torbida, gonfi di fango come pentole.

Della donna trovarono una gamba mozzata appesa al ramo più alto di una vecchia quercia le cui fronde scure coronavano la riva vicino al Cotton Pier.

Giorni dopo ripescarono sotto gli scogli delle cascate un pezzo di braccio spolpato con ancora attaccato un Rolex d’oro, alle ossa del polso, dal cui numero di serie si risalì al proprietario, il vecchio Joe.

Ifederali venuti da Las Vegas indagarono anche nelle mutande della città senza trovare altro che il silenzio.

Alla fine delle loro indagini sostennero che erano stati i gatti selvatici o un branco di lupi, poiché il resto dei corpi non erano stati più trovato.

Anche stavolta sull’Amandina’s Chronicle la notizia che suscitò più scalpore era l’imminente inondazione, se la pioggia non avrebbe smesso di cadere.

Il fiume Horn aveva visto tempi migliori e ora è poco più di un torrente che attraversa la Valley.

Solo nella stagione delle piogge, periodo in cui diventava un vero e proprio mostro d’acqua, il fiume raddoppia le sue dimensioni.

Come impronta preistorica del suo passato fasto, il fiume Horn aveva lasciato le Dark Falls, cascate che facevano un salto di oltre 50 metri da una roccia aguzza,  che la gente del posto ha chiamato Testa del Impiccato per via dei centinaia di pionieri impiccati, dicono le vecchie leggende del posto,  dai pellerossa.

L’acqua scura e densa come il catrame veniva giù dalla cascata, finisce in una vasca ancora più scura dove solo i bambini, quelli più piccoli beninteso, fanno ancora volentieri un bagno da fine maggio a settembre inoltrato.

I ragazzi poco più grandi vanno alla piscina comunale che è sempre meglio del bagno di fango che fanno i mocciosi.

Adesso l’acqua che alimenta le cascate è nera come la palude. 

Il fango vee alimentare altro fango, creando uno scenario poco allegro o appassionante persino nelle stagioni calde.

Le Dark Falls non sono visitate, fotografate né persino osservate da un punto di vista geologico.

Tutto intorno all’acqua nera alimentata da questo fiume morente, sembra proferire morte a sua volta.

Il bosco invade il 90% del territorio e pochi audaci esploratori conoscono la strada di ritorno, quando lo esplorano, tranne gli abitanti d’Amandina che la hanno stampata nel dna, la via del ritorno.

La casa delle streghe, nome meritato che i vecchi del posto hanno pesato prima di darle.

Molti si persero senza lasciare alcuna traccia che furgoni colmi di provviste lungo la strada e ce chi giura di aver sentito terribili strilli dal fitto di quei rami bassi e carichi di foglie,  mentre faceva rientro da Peace Bick. Molti pensavano che fossero i boschi delle streghe, il loro posto preferito per fare incantesimi e malefici. i superstiziosi e gli allarmisti raccontavano anche di peggio. Animali squartati ritrovati nel giardino oppure piogge di sangue sopra la Cima dell’Impiccato.

        Ma erano i boschi a incutere paura, con i loro rumori, le loro leggende, le strane apparizioni e sparizioni. I fantasmi che li popolavano animavano i ricordi e l’infanzia dei abitanti del posto.

Storie per bambini beninteso, ma storie che alimentate da sfortunate circostanze e sparizioni mettevano angoscia.

Il bosco non è un parco giochi e i bambini per un timore, forse innato, poche volte c’entrano durante la loro vita.

Metà di questo, esattamente il pezzo che prende entrambe le sponde dell’Horn fino alla roccia dell’impiccato da dove scendono le cascate, è di proprietà del governo.

Verso la fine degli anni cinquanta serviva ai marine per le esercitazioni di guerra; si veevano mezzi pesanti, camion pieni d’attrezzature, tir colmi di roba tanto pesanti, da scavare buche profonde un paio di metri, nel terreno.

Ci lasciò le gambe in una di quelle buche, il piccolo Veris Coller, durante una di quelle solite esplorazioni notturne che i ragazzi chiamavano “rattate”.

Era il 15 luglio.

Durante quel mese non cadde nemmeno un goccio d’acqua.

L’afa era talmente pesante, da obbligare la gente a muoversi il meno possibile. 

Quest’ozio estivo per i ragazzi era più indigesto di un castigo o di una malattia.

Per sconfiggere la noia, lui e altri quattro, Jimmy Christmas, Andy Dixon,  Sean Veris De Maio, e Martin Fernandez sarebbero andati a spiare, passando da sotto la rete tagliata maldestramente con forbiccioni per giardinaggio, i movimenti nell’accampamento militare, sotto le Dark Falls vicino alla casa dei Moses oramai in rovina.

Muniti di 4 torce, 10 buste di Kronchy Snacks, una lattina di birra Amigo’s, sottratta furtivamente dal frigo di casa di Jimmy, due sigarette per metà fumate che Veris trovò nel bagno della scuola e una fionda a manico corto accompagnata da venti biglie d’acciaio, una vera arma da guerra che Martin si fece regalare a Natale, i ragazzi avrebbero spiato i militari dentro la loro base.

Distrattamente Veris che era il più piccolo d’età, otto anni appena compiuti, correndo dietro ai suoi amici finì nel fosso di quasi due metri di profondità.

Dixon, il maggiore fra tutti dovette accollarsi la responsabilità dell’accaduto.

I militari li portarono in una tenda enorme.

Nell’intervallo in cui Veris era soccorso, gli altri subivano la punizione peggiore della loro vita: l’umiliazione.

Prima li separarono.

Dixon piangeva, Andy supplicava di veere il padre, Sean tratteneva a stento le lacrime e Jimmy fu prelevato tra urla disperate e portato lontano.

Denudati e perquisiti fino nei posti più impensati, rapati a zero, lasciati al buio a pisciarsi addosso dalla paura, furono accompagnati a casa in tarda mattinata, niente po’, po’ di meno che dal gran capo in persona.

Un ultra decoratissimo generale. L’uomo spaventò i loro genitori con discorsi che includevano parole come: traditori della patria o incidenti mortali che possono capitare ai disattenti o ai curiosi di questi giorni.

Si poteva morire senza conoscere la causa del proprio decesso, affermò tra i denti, puntando gli occhi scuri densi d’autorità in faccia ai genitori turbati e intimoriti.

Veris la notte stessa dell’incidente fu trasportato all’ospeale militare in una città così  lontana da costringere i genitori d’affiatare una nuova casa per il periodo di degenza e Jimmy subì un’operazione al volto devastato dalle strane ferite, profonde come arpionate,.

I militari giustificarono la frattura di mandibola e mascella, seno nasale deviato con una brutta caduta che il ragazzo si era procurato cercando di scappare.

I cinque inseparabili si separarono già dalla notte in cui li trovarono con Veris urlante tra le braccia.

Partirono per un gioco in cinque, tornarono a casa in tre, ma nessuno fu mai più lo stesso.

Non seppero l’uno dell’altro per parecchi mesi.

Li indirizzarono per ordini del governo in scuole diverse. Il padre speì Andy in una scuola di Peace Bick.

Verso aprile fu concesso loro di partecipare in via straordinaria all’apertura della nuova gelateria del padre d’Andy proprio in centro città. Gli amici si ritrovarono, ma ebbero poco da dirsi e a parte un saluto col cenno della testa e qualche “ci si vee in giro”, il resto furono delle timide occhiate che si scambiavano imbarazzati.

     La gente poteva anche aver dimenticato o fingeva talmente bene da non menzionare quella brutta storia, ma loro sapevano che il GARL non era un semplice centro di ricerche dell’esercito.

Tutti erano diversi, cresciuti, cambiati dentro.

Veris era ancora all’ospeale di Peace Bick e Jimmy non aveva ancora tolto le benda dal viso.

L’allora sceriffo Norton, faccia di spillo lo chiamavano i ragazzi per via della sua faccia stretta e lunga, li prese in consegna e li seguì passo dopo passo per parecchi anni.

La vergogna fu lavata col silenzio.

La gente per rispetto delle famiglie fece finta di niente e col tempo la cosa fu dimenticata.

       Anche i ragazzi dimenticarono la più profonda voragine forse mai scavata dall’uomo da, quando fu costruita la torre di Babele.

Dimenticarono anche il buco concentrico che si estendeva per diverse centinaia di metri, le scalinate circolari che portavano in un punto profondissimo. 

Quasi senza fine quella cavità, e poi c’erano quegli impressionanti ascensori che partivano carichi di materiali e militari e tornavano con gente dai camici bianchi e altri militari.

Quel posto era così militarizzato che la banda pensò che ci avessero nascosto un’astronave.

Neanche da grandi capirono cosa videro effettivamente quella notte, a parte il buon vecchio Veris, che si trovò ad affrontare una vita da handicappato già ad otto anni e per colpa di quella gigantesca cosa là fuori, che costruivano o seppellivano in gran segreto.

Ai margini del vecchio bosco a trenta miglia a sud superata Peace Bick, ai piei delle basse montagne inizia il deserto del Nevada.

Da lì, si mangia sabbia ad ogni miglio e solo i cani della prateria o le vipere di montagna tengono compagnia al cielo.

Amandina giace tra il braccio dell’Horn e la gran palude delle Dark Falls, subendo secondo il buono o il cattivo tempo, i capricci naturali dell’uno o dell’altro.

D’estate il fiume in secca manda su tutte le furie, gli agricoltori.

Persino l‘anziano padre Peter preparava le omelie in base alle stagioni.

         Con l’arrivo del secco, i contadini sono parecchio incazzati perché devono inventarsi l’irrigazione da una palude inutile.

Così bestemmiano dalla mattina alla sera e le domeniche estive durante la messa, padre Peter recita uno scenografico mea culpa. Questo fa molta presa sulle menti della gente semplice, seguito poi da una sorta d’indulto generale che le famiglie si guadagnano con la preghiera.

La gente riconciliata con dio torna pacifica alla loro casa.

Ma i luneì la loro speranza di pioggia svanisce e ricomincia il cammino verso l’inferno con parolacce, bestemmie e maleizioni.

Cosa offre la palude? Poco e niente. Tonnellate di zanzare pestifere.

Topi grossi come elefanti.

Puzza di muffe e cose in decomposizione, e offre bilioni di chili di fango.

Limo che aiuterebbe un possibile business dell’industria termale.

Ad Amandina nessuno ci ha pensato e il fango, più che per guadagnare dollari, serve a farli spendere.

Nessuna sa cosa farsene.

E’ già. 

D’estate la povera gente spende per la fognatura e per l’acquisto dell’acqua potabile il doppio che d’inverno.

L’acqua è fatta arrivare in grosse cisterne alla stazione ferroviaria di Peace Bick dove viene imbottigliata in grosse damigiane di vetro e recapitate al Tallons & Son che fanno grossi affari in quei periodi di dannata siccità.

Il CSF, Centro Smistamento Fognario soffre di guai peggiori con l’arrivo dell’estate.

Quando la palude alla bocca del Cotton Pier, comincia a seccare, l’odore pestilenziale invade più di un quarto della città.

Il fetore di fango e di merda secca costringe la gente a vivere i mesi estivi con porte e finestre chiuse.

L’afa e l’umidità non danno tregua.

Flotte di zanzare aspettano, accampate agli stipiti,che qualcuno apra anche il minimo spiffero, di porta o finestra non importa cosa, poi ti si buttano addosso senza molti complimenti e iniziano a divorarti.

Sono le più piccole psicodidi in giro, e le più affamate.

Come se non bastasse l’incanalamento che parte da Donvoe, passa sotto la pancia delle Dark Falls e il rischio che l’acqua subisca un qualche contagio da parte della fognatura cittadina è maggiore.

Con l’arrivo dell’autunno, la musica cambia.

Il Horn gonfio per le troppe piogge  già verso ottobre, straripa  intasando la rete fognaria.

Il CSF non riuscendo a coprire tutte le emergenze che avvengono in città, lasciando qualche povero sfortunato in balia della sorte.

La palude restituisce ai suoi abitanti l’immondezza con tanto d’interessi e qualche pezzo grosso si trova un bel mattino a  galleggiare nella propria merda.

Dai Gaerish, durante la passata inondazione, furono viste decine di carcasse di topi gonfi che galleggiavano dolcemente sulla ceramica italiana che l’avvocato Andrew Gaerish, messe dietro l’insistenza della signora moglie, Christina.

L’autunno è davvero spaventoso, forse più della poco tenera estate.

L’acqua che non ha paura di niente nemmeno delle protezioni create anticipando le emergenze che puntualmente si presentano, conduce la città ad un caos primordiale.

Uomini, macchine, animali subiscono l’onnipresenza dell’acqua e quello che è peggio l’invasione della palude con tutti i possibili rifiuti che custodisce.

Amandina offre poca protezione e i più benestanti e furbi hanno iniziato a costruire sul fianco opposto della palude e poco più in alto là dove s’intravee la discesa furiosa delle Falls.

Il passato anno, l’inondazione coprì il 90% della città.

L’acqua occupava l’intero piano di un eificio; ebbene durante quell’ingrata notte il fiume, coprì il pianto di 12 bambini che si pensò travolti dalla furia dell’onda con cui il Horn annuncia il suo arrivo in città.

Non furono mai più trovati né i loro corpi, né pezzi del loro vestiario.

Scomparsi chissà dove, in qualche vasca dentro la palude o peggio a essere smembrati dai ratti dentro la cloaca.

Gli unici ad aver apprezzato le cascate di Dark Falls furono i Moses.

Ma gente di quel tipo non n’esiste più.

Ai loro vicini sembravano parecchio ritirati e strani, ma chi ad Amandina non lo è?

I Moses sparirono intorno agli anni cinquanta, lasciandosi dietro parecchio mistero.

Fu il vecchio Colb ad andarsene per primo.

“Ha detto che scendeva giù in cantina e non è più tornato.” Dichiarò tranquilla, davanti ad uno degli agenti che perquisivano la casa, la Pazza Mary, donna tanto all’apparenza pacifica quanto pericolosa.

L’anziana sig.ra Moses, che nel passato ha dichiarato la scomparsa d’altri parenti conviventi tra cui una delle sue due piccole figlie, indubbiamente era colpevole d’alcune sparizioni, ma nessuno fu mai in grado di trovare anche una sola prova.

        Il giorno in cui Colb si presentò in paese davanti alla porta della polizia della contea, trasandato e sudicio, con la barba lunga, un metro sotto il mento e con l’ascia impugnata come una pistola, la gente del paese s’immobilizzò in mezzo alla strada per guardarlo come si guarda un’attrazione al circo.

Ma lui non fece caso a loro o ad altro, tirando avanti con quel suo trascinarsi inebetito e allucinato.

Percorse tutta la strada a piei nudi e le unghie di quei piei neri, lunghe una decina di centimetri spaventarono anche i più anziani, giù alla centrale, quando lo videro.

Arrivarono in forze alla proprietà.

Controllarono i cespugli, tra gli arbusti caduti nei dintorni della casa, nel bosco che la circondava seguendo il sentiero fino alla cascata che vista da così vicino e ascoltandone il rumore, sembrava impressionante come la sua fama.

         Il Picco dell’Impiccato, tagliava solitario il telo azzurro del cielo.

Solo pochi cespugli ne disegnavano il contorno e il gradino d’acqua sembrava su quella roccia nuda ancora più ripido.

Erano in nove a perlustrare la zona con la pazienza che avrebbero riservato ai loro figli se si fossero trovati in questa situazione.

Lo sceriffo Norton, non trovò altro che le orme dei piccoli piei della ricercata in un punto sul retro della casa, superato il fatiscente recinto; le orme finivano tra le alte astee, piante dalle foglie spinose e dall’odore nauseante, della Grande Palude.

I Moses erano forse gli unici ad amare quelle acque torbide e scure.

In città si raccontava che era gente che cacciava i ratti per mangiarseli, la donna era così matta che il marito per accudirla dovette rinunciare al suo lavoro di falegname,che perse la testa pure lui, poi con l’arrivo delle bambine e poco dopo il battesimo delle gemelle, i Moses si chiusero nella loro fattoria intrappolata tra il bosco e le Dark Falls senza più dare notizie di se.

La pazza Mary lasciò un’impronta indelebile sulla città.

Si sostiene che durante un furioso litigio si mangiò l’orecchio del povero Finner, suo cognato.

Poi cominciarono quelle strane sparizioni.

Qualcuno azzardò l’ipotesi che essi furono cannibali.

Crazy Mary fu vista con un femore umano tra le mani dall’agente di pattuglia De Maio, padre del piccolo Sean.

Questo prese nota dell’uomo scomparso, il fratellastro di Colb, dichiarando allo sceriffo Norton d’averla vista, quella strega, strappare dei lunghi pezzi di carne. Cruda.

Lo sceriffo, non volle indagare ulteriormente, cavoli , era un padre di famiglia anche lui e aveva paura di possibili gesti folli di questi relitti umani.

La madre, per la scomparsa della figlia, non sembrava in alcun modo, afflitta e il padre che non proferì parola a parte qualche “mah” o “beh ecco”, aveva l’aria parecchio stralunata.

Bertha Moses non era stata mai più ritrovata né nella palude, dove 15 uomini con reti e uncini scandagliarono il fondo, né nello scantinato di casa Moses; né mai partì dalla stazione dei bus. Non finì tra le macerie del G.A.R.L, né fu trovata altrove.

Svanì come se l’aria avesse aperto un varco dimensionale e qualcosa l’avesse risucchiata in un altrove oscuro.

I genitori dei compagni della sua classe, le maestre della St. Patrick Elementary School,  tutti preoccupati per la sorte che sarebbe potuta capitare ai loro figli, cercarono di partecipare alle ricerche.

I fratelli Lance, boscaioli da tre generazioni, aiutarono i segugi portati da Peace Bick a cercare nei boschi oltre la città, fino quasi sotto la scarpata delle Falls seguendo un percorso a semicerchio.

Giorni, settimane di ricerche e nulla.

S’ipotizzò la presenza di uno psicopatico che rapiva bambini per ucciderli o chissà quale altro atto osceno compiere con loro; per poi scappare nei boschi e padre Peter, nonostante

i genitori non fossero presenti né alla cerimonia né al funerale, ricordò tra le lacrime il dolcissimo viso della creatura che tenne sei anni prima a battesimo, rimproverando qualunque essere abbia potuto infierire su un angelo senza peccati.

Fu uno strano funerale quello, senza salma, senza genitori e congiunti che piansero la scomparsa della piccola.

Durante l’omelia, il parroco parlò di mostri.

“Voi non creete ai mostri………..! I mostri invece, miei cari fratelli, esistono! “

Il prete precisò che per tutti i peccati ci sarebbero stati la giusta punizione.

La gente si teneva stretta i figli, durante la preica, guardando ogni tanto la porta dalla quale si aspettavano fossero entrati Crazy Mary e il tonto di suo marito.

I mostri non vennero ad assistere al funerale della loro figlioletta.

       Il giorno in cui anche Crazy Mary sparì, la boscaglia delle Dark Falls invase per metà, la casa dei Moses.

Non si trovarono dei resti umani ma solo una tavola ancora imbandita con avanzi nei piatti e parecchio sudiciume in giro. Sulla tovaglia c’erano macchie di tutti i generi e si veeva che non era mai stata lavata.

A parte i buchi sul cotone con stampe a fiorellini azzurri ora diventati neri, la puzza che emanava quel posto parlava da sola. I veri mostri erano i ragni grossi come dita che tessevano nella sala piena di trofei di caccia impagliati già da anni.

Persino le finestre sembravano scure dal sudiciume che c’era sopra. Una vecchia stufa di ghisa s’era lasciata con tutto il  suo peso, tanto da sprofondare di mezzo palmo nel pavimento.

Un paio di pellicce d’orso maleodoranti e bruciacchiate sembravano essere infestate da insetti al posto sconosciuti.

Non mancavano i ratti che passavano per un buco nella porta dalla scala della cantina, alla cucina indisturbati. Immense macchie scure di petrolio imbrattavano i divani con enormi testiere di legno intagliate e decorate con una stoffa simile al velluto solo meno soffice.

Quel museo degli orrori teneva le sue pree ancora appese a grossi uncini di ferro nella dispensa oltre la cantina. Conigli squartati, un paio di volti e qualche grosso ratto.

ratti  che in quella casa circolavano da decenni, liberamente da una tana all’altra e mostravano  delle dimensioni da far spavento.

Tutto in quel posto conservava un odore acido, cattivo e il degrado della casa forse era la migliore parte di questa.

Le cantine, i poliziotti non le perquisirono; troppo allagate e troppo sporche, in fondo avessero anche contenuto i resti di qualcuno, nessuno avrebbe voluto sfidare i Moses nemmeno la giustizia.

Invece le ossa della piccola Bertha giacevano proprio là, nel più profondo angolo della cantina, sparse come cocci di un vaso d’argilla rotto in mezzo al pattume e alle tane dei ratti, con segni evidenti di morsi profondi.

Quando anche la pazza scomparve, quella casa abbandonata non la volle nessuno.

La gente la evitava come la peste e la proprietà troppo lontana per sembrare agevole fu lasciata andare in rovina.

Casualmente un giorno Jack la vide. Gli piacque. La comprò.

Ai suoi fu difficile spiegare questa sua scelta.

“Ma’ smettila di guardare dal lato negativo della cosa, smettila con le superstizioni, io non vado in capo al mondo!” Jack non si sentiva mortificato come la madre avrebbe voluto lo fosse.

“Quella casa è un rudere, cerca di capire, quel posto non ha nulla di buono, fa paura solo pronunciarne il nome ma viverci con il suo brutto passato e in quelle condizioni….Non so …non so proprio . “

La madre sapeva che nulla gli avrebbe più fatto cambiare idea.

“Porca miseria ma, è la casa che piace a me, ha una vista sulle cascate che è uno spettacolo, e la contea me la vende per la metà del suo effettivo valore. Non sono un bambino e non creo da tempo all’uomo nero.”

“Jecco, calmati, disse suo padre, noi non critichiamo la tua scelta, ma non capiamo perché hai scelto la proprietà di quei Moses?”

“Pa mi piacciono le sfide e questa mi esalta. Voglio sistemarla, pulirla, insomma ricostruirla da solo e se voi non mi giudicherete matto forse potremmo fare l’affare della nostra vita.”

“Non vengo lì neanche a morire.”

“Dai ma, non fare la bambina. Da quando in qua ti spaventano le chiacchiere di paese o le pulizie di casa?”

Emma Christmas non si oppose più di quanto non si sentisse di farlo e la casa fu acquistata con tutti i risparmi della famiglia.

Jecco si sentì così fiero di quei due rompiscatole brizzolati che sapeva lo avrebbero sempre sostenuto.

Il giorno in cui entrò nella sua nuova casa, il paese risvegliò antiche chiacchiere.

L’inverno iniziava già a mettere in allarme la città. Il fiume gonfiava la sua pancia, crescendo e alzandosi nell’ultima settimana di piogge fino a quasi il livello di guardia.

L’intera squadra del CSM stava preparando barriere di sabbia lungo l’intero braccio che attraversava la vallata proprio all’ingresso della città.

        Il capo Kolinshcky, un omone di quasi due metri di altezza barbuto e dagli occhi severi, dirigeva il lavoro faticoso dei ragazzi e delle ruspe arrivate da Donvoe per preparare una possibile difesa alla rabbia dell’acqua, semmai ce ne  fosse stato bisogno. Jack si pulì il viso bagnato col palmo notando le nuvole ancora piene e nere all’orizzonte.

“Capo! Capo!”. Gridò in direzione dell’uomo che impartiva ordini agli operai tra un’imprecazione e un’altra.

“Che c’è Jack?”

“Capo io vado a casa un attimo.”

“Che c’è ti scappa la pipi?”

Tutti gli uomini del cantiere risero sonoramente.

“Qui non fa differenza se la fai o dove la fai, con tutta quell’acqua che hai intorno e che ti viene addosso.”

Gli altri continuavano a ridacchiare alle battute del capo. Va bene.

Jack non rispose, prese le chiavi del furgone si buttò dentro senza molti complimenti e accelerò. Kolinshcky non tardò ad urlargli dietro.

“Jack, hai soli venti minuti, diavolo io voglio finire prima di mezzogiorno sto f…… lavoro.”

Il tergicristallo picchiava a manetta e la pioggia sembrava impossibile da allontanare dal parabrezza. Non si veeva niente.

    Jack attraversò Main Street a una velocità folle, ma Jenkins era ancora  preso a controllare i documenti di Danny all’angolo con la Norris.

Un fuoristrada scuro gli attraversò la strada in una folle inversione ad “u”, senza dargli il tempo di frenare.

“Idiota!”

 Imprecò Jack aprendo il finestrino e infilando la testa e la mano destra chiusa in un pugno, fuori sotto il torrente d’acqua che gli cadeva sulla testa.

L’auto nera frenò bruscamente, poi, come se avesse cambiato idea riparti a gran velocità verso l’incrocio con la Washington.

Kolinshcky, un omone sulla cinquantina, col viso rigato come “faccia di pelle Eastwood”, il vecchio attore del cinema, iniziò a contare i sacchi rimanenti di sabbia.

Gli argini potevano essere alzati per un paio di metri e non di più.

Se la valanga d’acqua fosse arrivata molto più imponente, tanto imponente da oltrepassare la loro barriera, beh, non ci sarebbe stato più nulla da fare che fare sgomberare l’intera città. Mancavano ancora pochi pezzi.

    Il prossimo camion sarebbe arrivato da Pace Bick, da lì in tre ore e quello da Donvoe dovevano aspettare più di mezza giornata prima di veerlo entrare in paese.

Sempre che tutto fosse andato per il verso giusto. Quello che metteva più paura era la caduta di tronchi durante il temporale.

I fratelli Lance avevano iniziato lo sgombero vicino alle Malore Street vicino al Cotton Pier, dove due vecchi aceri americani s’erano incastrati cadendo ai tralicci dell’energia elettrica.

La fatalità dell’evento volle che i pompieri fossero impegnati con tutte le squadre nel Orange, dove un fulmine aveva attizzato fiamme alte sei metri sulla casa dei Baxter, quelli delle assicurazioni Baxter.

Beninteso che la famiglia Baxter non posseesse quell’unica proprietà, ne aveva un altro paio appena fuori dallo Stati di ..

Una lunga carovana di vecchi automezzi, camion, furgoni, auto piene di bagagli si stava dirigendo verso l’imboccatura della statale per raggiungere Piece Bick. Un vero e proprio esodo a cui in fondo c’erano abituati.</