Poesie di Mario Menin


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Ciao Alda
Hai percorso i navigli
Tormentati dell’anima
Donna di fatiche
Terribili
Madre dai seni turgidi
Di parole da vivere
Seduto su di un ramo
Di ciliegio in fiore
Ti donerò un papavero
Per la vita
Che ci hai donato

Guardo la strada
Il percorso della vita
Che le nostre mani
Intreccia
Il dono quotidiano
Oggi è fiore
Rosa o giglio
San Valentino
Del nostro amore

Già
A sfiorare
Quest’altura
Pago
Il prezzo
Della presunzione
Per un ignavo
La sconfitta
Eterna
Dell’infinito
Sfianca
Le aride vene
E con l’accidia
Da questo purgatorio
Mi incammino.

Le torri di S. Gimignano
Ecco
Salire
In alto
Su torri
Di grezze pietre
L’infinito
Audaci
Prismi
Di sogni
Che dai tetti
Della terra
Bassi
Portano
L’anima
In cielo

Giunge fino a sera
il giorno
e tu aspetti
dell’eternità
l’alba
bicchiere vuoto
sulla tovaglia
di tela cerata
diacono
di una religione
sconosciuta
reciti il rito
delle parole
scritte
come numeri
addendi
fattori
o tondi zeri
di un silenzio infinito.

I dioscuri
Sono
i Dioscuri
seduti
contro
la ringhiera
del giardino
pensionati
e
nonni
guardiani
del vivere
austero
acchiappano
l’aria
con parole
semplici
e
salutando
restano.

Infilzato
dai numeri
senza scampo
infiniti
attori
oltre modo
scaltri
e pur qualche volta
incauti
il volto
vero
tra
le molte maschere
che lasciano
proiettato
sullo schermo
dei pensieri
vaghi cirri
nel ciel
sereno
generosi
e
ugualmente
parchi
ed
impuri
sempre
casti
prodigiosamente
candidi.

Per parlare di te
di cose di casa
dell’anima mia
sfiorita pagina
scolorito filo
e forse perduto
la casa natale
dove bambino
imparasti verbo
imparasti voli
sommasti numeri
colonne incerte
come il vivere
mutati gli anni
rimane incerto
similmente l’oggi.

Germoglieranno
ugualmente
un giorno
i ferri arrugginiti di Nervi
anche se
dei platani di Pomodoro
aliteranno altrove.

Rammento
i giorni della penuria
futuro antracite.
Piove
sulle foglie
che aggrappate
infieriscono
sui marciapiedi
fradici.
Dicembre
è in fondo
a questo cielo
grigio
e come i larici
spengo
la speranza
nei giorni
dell’inverno.

Posato il piede
su aride pietre
al rintocco d’ora
sale la preghiera.
Ara il dolore
profondi solchi.
La disperazione
che ci disumana.
Passi che portano
e altrove resti.

Traduco
l’ora tarda
in supplizio
e
con i pensieri
vago
Sorvegliando
i confini
del nulla.

Lacero stelle

Nell’urna della notte.
Poco importa
se entri o esci
dall’elisse
un fuoco
segue l’altro.
Per aggiungere
a ciò che manca
basta afferrare
lo sciame giusto
ed è
già mattina.

Quando
sul mio corpo
si quietò
la tua ansia
ho scoperto
quanto accogliente fosse
l’infinito.
Come un poderoso
faggio
che sostiene
limpidi cieli
ho benedetto
le mie radici.
Su questa terra
vivere
è un raggio
d’immortalità.

Ad Olivia
E fiorendo
Vagisci terra.
Lacrime di rugiada
suggi
dal seno
che ancora sfugge.
E’ conoscenza
la tua brama d’ambrosia.
Le tue mani di petalo
dilatano i confini
dello spazio:
ponte d’amore
verso
la nostra età.

Rimani parola
d’amore
nel racconto degli anni.
Ogni volta
che s’appiglia
al ramo
una carezza
od un bacio
misuri l’ampiezza
del volo.
Ti sorregga ala
del nostro cielo
amore.

Mi sporgo e vacillo
Nell’attesa che il silenzio
Disilluso taccia.
Dalle cime su in alto
al mare in fondo basso
non scorre fiume
né grondaio o rio.
Vesto dolenti arti
sperando in nuova carne.
Di chi mai sono figlio?
Gli alberi spogliano l’attesa.
La memoria ha un sussulto
d’allegria.
Muore indifesa la speranza.
Non tacere più se ancora
esiste amore.
In fondo al sentiero
brilla una fiamma.

Preghiera
apri fessure
in quel muro
che non ha lacrime.
Fuori o dentro
era ancora
casa d’uomini.
Nel qua e nel di là
ogni voce tace.
Impreca la pazzia

Veglierò
su di te
rosa di specchio
fino a quando
col sole del mattino
le tue perle di rugiada
profumeranno
i miei piedi
di pellegrino.

Incontro strade.
Spenti i semafori
raggiungo i ricordi
che rallentati
intralciano.
Al suono
di un clacson
spariscono
riappaiono
più in la
alla rotonda
come cani
che si mordono
la coda
Offesi
dall’inutile
assurdo
girare.

Edicola
sulla collina
estiva.
La fragranza
lucida
di un fiore.
Sulla derivata
dello sguardo
rotola
infinito
il pendio.

Fermo
sull’orlo
del tempo
appendo
le pagine
che non racconti
ma che enumerando
vai
finché
non ti perdi
nell’iperbole
dell’anima
e
un
alito
di brezza
anche
l’ultimo
petalo stacca.

Quel che resta di te

Gerusalemme
Gerusalemme
le tue chiese
hanno chiuso le porte
alla resurrezione.
La pietra
che trattiene
l’uomo nel sepolcro
è una sindone
di presunzione
tessuta d’orgoglio.
Avvolgimi pietà
in candido lino,
spalma creme
sulle mie ossa
perché profumino
la mia resurrezione
di rosa e giglio
Maria Maddalena.

Finchi (fringuelli)
Cinguettano
Echi
Di gioia
I ricordi
Innalzano
L’infanzia
All’equinozio
Di primavera

Sorrisi
Mi avvolge
L’arpeggio
Del tuo sorriso
Esule al tramonto
E il suo
Fresco lampo
Di rugiada
Sull’argine
Mi accompagna
In questo spazio
Che per poco
Ancora rimane.

Oltre il ponte
Oltre il ponte
trema la sera
e sale
col maestrale
al giro
di giostra.
Sul mare imbruna
Di silenzio
L’attesa.

San Valentino
Un bacio
il filo
disteso
tra te e me
parola
del dopo
prima di:
Di dire
ancora
anche se
domani
altro è
dire si.

Solo l’abbraccio tuo
di madre
può raccogliere
i brandelli
profanati
del suo corpo
martoriato.
La sofferenza
del padre assente
è un mistero
sotto la croce.
Esplode
un clangore
di tromba
nella navata
marinaio!
Quanto è sola
la piazza
gremita
nel silenzio,
preda
insidiata
dalla volpe
sfuggita
allo sparo
del tuo dolore:
cacciatore!
Porterai ormai
sulle spalle
tuo figlio
come arma scarica
sui passi
stanchi
del ritorno.

La crosare
Ho lasciato
le strade
del mio crocevia
per cercare
nel labirinto
dell’immigrante
l’uscita
per la quale
valesse la fatica
di vivere.
Sono tanti
gli anni
sottratti
alla memoria
con l’anima
impigliata
in un muro
di filo spinato.
Nessun tetto è più casa.

E va la sera
portata da fari
accesi.
Seguo una traiettoria
che lenta s’avvicina
e repentinamente
fugge.
Era giorno
dove io resto.
Respiro l’attesa
Fino all’estremo
ed è notte.

S’attarda
Il tramonto
di fine estate
e quasi
avanza sera
ed è già notte.

E
il suono d’amore
sonnambulo
sulla corda
della vita
arpeggia
ancora.

Sferraglia
il treno
del tempo
su passi incerti
trascinati
ingiustamente
al limitare
del sogno.
In cima alla verità
folgora
la delusione.

Sono verdi
oggi
le nuvole.
Digiuna
l’anima
questo
quadrato
senza lati
sterilizzato
dall’afa.
E’ orfano
di merli
agosto.
Sulle Serre
non vedo
Emeridi
ma un orizzonte
di vaporose nubi
Fumigano
i monti
nell’attesa
ed io
vorrei restare.

Adoro
Il fiocco di neve
che riporta a casa
l’anima.
Giorni perduti
alla memoria.
Spigoli
levigati
dalla vita
che accarezzano
le ombre
cresciute
come foglie
sul fiore
arrogante
della giovinezza
quasi risentito
stelo
sulle ferite
che gli anni
imposero.

Giocava la sera
col tramonto
infilzata
dalla strada
e
sembravano salire
le auto in corsa
mentre
i fari in discesa
trafiggevano
la mia anima
al silenzio
appesa.

Altercano
i passeri
sui susini
in fiore.
Suonano
a Pasqua
le campane
anche se
la resurrezione
sembra
avvenire
altrove.

Ho scolpito
e anche dipinto
parole egotiche
incrociando
lo stereo dell’anima
con la presunzione del mago.
Ho stregato con i numeri
montagne di carta
isola dei sogni
rana o rospo
nello stagno
che continuo ad abitare.

Per S. valentino
Tu che innaffi
Le rose dei miei giorni
Fa che non fugga
La mia anima
Trattenuta
Dal tenue filo
Della ragione
E
Dalle tue mani
Unica ancora.

Acida
Stride
La sera
Come
Un filamento
Di lampadina
Accesa
Poco
Mi rimane
Da vedere
Dalla finestra
C’è gente
Alla fermata
Del pullman
Chi sa dove
Vanno a dormire

Migrante
Ho lasciato
le strade
del mio crocevia
per cercare
nel labirinto
dell'immigrante
l'uscita
per la quale
valesse la fatica
di vivere.
Sono tanti
gli anni
sottratti
alla memoria
con l'anima
per sempre
impigliata
in un muro
di filo spinato

A Cervo
scende
il velo lunare
della sera
gli approdi
tardano a quietarsi
passi di solitudine
sul carruggio in salita
trema in alto
l'ombra di casa
dorme
un quarto di luna
appeso al cielo
mentre
Cervo
si spegne querulo
sul mare estivo

Roero
Roero
radioso
tassellato di vigneti
rigogliose
radici
d'arneis
e
succhi
d'asprigne
amarene di Sant'Anna
di qua
di quella siepe
di rose rosse
si dilata
la serenità
d'amicizie
collaudate

Ad Andrea Zanzotto
ferito
mi appare
l'orizzonte
porta
aperta
alla tua anima
che si incammina
oltre le cime
oltre i pensieri
effimeri tutti
resta
di te
sbigottito
il verso

Il raccoglitore di cicche
Mi sfugge
un latrato
di bestia
mentre
impietrito
guardo
dalla finestra
il ritorno
della miseria
relegato
all'incanto
dell'infanzia
il raccoglitore di cicche
questo viaggio
nel tempo
mi sbrega
l'anima
E' la coscienza
compagno!



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