Racconti di Franco Melzi


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Che cretino…
La mattina che incontrai e conobbi Margherita, ricordo che era quasi primavera ed anche se può sembrare strano a Milano splendeva il sole.
Non camminavo a piedi nudi per il parco, ma la mia testa ciondolava appiccicata al finestrino della filovia da almeno venti minuti e se tutto andava bene me ne aspettavano altrettanti, prima di arrivare alla fermata della fabbrica.
Tutti i giorni quel avanti-andrè costava due ore della mia giovane esistenza, ma le mie chiappe secche si erano rassegnate a quei sedili scomodi, lisi, puzzolenti ed i miei occhi sonnolenti e pigri vagavano tra la folla, posandosi su l'unica cosa che a quell'età mi pareva degna di essere guardata.
Le donne, sì, guardavo instancabilmente solo quelle. Le passavo in rassegna tutte, giovani e meno belle.
La mia timidezza, tuttavia, mi costringeva a partire con una sbirciatina alle caviglie.
Dalle scarpe e dai polpacci già mi facevo un'idea di cosa avrei trovato arrampicandomi con lo sguardo lungo il corpo. Lo facevo lentamente, senza premura, per non rovinarmi la sorpresa, ma Milano è una città dove tutti si muovono in fretta, pertanto mi ero fatto una cultura sulle calzature dell'altro sesso, mentre la mia mente era piena di un numero infinito di gambe e di culi che vagabondavano senza il conforto di una testa.
Le sue scarpe di pelle bianca, un mocassino senza tacco e fibbia in ottone lucido mi apparvero in tutto il loro candore all'uscita del tunnel della stazione centrale. Se ne stavano appaiate ed immobili sotto un sedile laterale quasi di fronte al mio; il tempo di notare la calda nuance dei collant ed un sobbalzo malandrino mi fece rimbalzare la testa sul collo e così mi ritrovai bruscamente con gli occhi stampati sulla sua frangetta.
Stavo guardando i suoi grandi occhi neri, e questo avrebbe dovuto indicarmi subito che anche lei mi aveva notato, ma l'abitudine a passare inosservato mi diede il tempo di scrutarla per bene senza arrossire immediatamente.
Non l'avevo vista salire, mi era sfuggita, forse guardavo da tutt'altra parte e non capivo come avesse fatto a trovare subito un posto a sedere, con tutta quella gente che affollava la vettura.
A prima vista mi parve bellissima. Una di quelle ragazze che di solito non si vedono su quella linea di periferici disperati, condannati a girare in senso orario e non, ma sempre ben lontano dal centro. A quei tempi ero convinto che queste donne fossero di un'altra razza, perché non assomigliavano alle mie cugine e a nessuna di quelle che frequentavo.
Loro non prendevano mezzi di linea, non camminavano sui marciapiedi, ma si materializzavano misteriosamente dietro le scrivanie di uffici lussuosi, dietro i banconi delle boutique, o le potevi vedere sculettare tra gli scaffali dei grandi magazzini del centro, e solo a tarda ora.
No, lei non apparteneva a quella specie molto rara; guardandola meglio mi accorsi che era soltanto molto carina e soprattutto, non avrei potuto giurarlo, mi pareva che avesse sorriso proprio a me.
Non so come, il ricordo a questo punto si fa confuso, ma nel giro di un paio di fermate avevo trovato il coraggio di avvicinarmi a lei, e non chiedetemi nemmeno chi dei due disse ciao per primo.
Non saprei che rispondere, so soltanto che dopo le prime battute mi volevo talmente bene, ero così felice, che decisi lì per lì, a gambe larghe e su due piedi traballanti, che quella mattina l'avrei seguita anche per tutta la città e non l'avrei lasciata se non dietro giuramento solenne che ci saremmo rivisti ancora.

Scendemmo insieme ad una fermata molto affollata. La gente si mescolava a fatica con quelli che tentavano invece di risalire, allora la presi per mano per non perderla, e ancora non mi ero accorto di nulla, ma dopo pochi passi, quando la gente sulla pensilina cominciò a diradarsi mi fu chiaro che Margherita camminava in modo strano.
Anche la mia mano nella sua saliva e scendeva in modo inconsueto e con la coda dell'occhio, per non essere indiscreto, notai che la sua spalla ad ogni passo si avvicinava sino a sfiorarmi e subito dopo si allontanava dalla mia in maniera inequivocabile.
Margherita zoppicava. Lei mi parlava, era allegra, dolce e gentile come prima, ma io non la sentivo più, avevo il cuore in gola, le orecchie mi ronzavano ed era come se qualcuno mi ripetesse in continuazione, è zoppa, è zoppa, è zoppa…
Anche il tempo cominciò a scorrere in modo diverso e solo quando la vidi scomparire all'interno di un portone, capii che non l'avrei più rivista.
Di lei ricordo il suo nome; era carina, dolce e gentile e quando ci ripenso, ancora oggi mi pare di sentire la stessa voce di un tempo che mi sussurra all'orecchio: cretino, cretino, cretino…

Lei mi conosce
E' mia moglie e. ahimè, mi conosce.
Mi guarda dentro gli occhi e dice: " L'hai fatto."
E' scaltra, abile, ostenta indifferenza, ma nel tono della voce c'è
l'amarezza di una certezza ed il desiderio malcelato di essere smentita.
Non so se rispondere, non so se dirle la verità. Nel dubbio taccio e avanzo
incerto verso di lei nella speranza, forse vana, che non sappia.
Lei mi ferma con un gesto deciso: " Non mi toccare " sibila indietreggiando.

Mi guarda con disprezzo le mani e aggiunge: " Riconosco l'odore."
Quello sguardo di disgusto mi ferisce, ma ha ragione, anch'io mi sento
sporco. E' sempre così, dopo, e potrei rimanere sotto l'acqua bollente sino
a farmi scorticare la pelle, ma non cambierebbe nulla. Non è soltanto
dell'odore che mi vorrei sbarazzare, c'è anche quel senso di colpa inasprito
da placare subito, da sopire, per continuare a vivere. Anche se. c'è ben
altro nella vita e alle volte cambiare diventa, soprattutto ad una certa
età, anche un dovere. Ma si sa. il piacere della carne, certe volte, è
irresistibile.
" Chi è, questa volta?" mi domanda appena rientro in cucina.
Le guardo le spalle mentre sta sui fornelli e mi domando perché torturarsi
così. Non è la prima volta, d'accordo, ma proprio per questo dovrebbe sapere
che per me è indifferente. Una vale l'altra e di solito è sempre la prima
che capita. La più disgraziata o la più fortunata, non so rispondere e,
dopotutto, che importa. Lascio che sia il caso a decidere per me e poi mi
preoccupo solo che l'atto si consumi in fretta.
" La conosco?" Maledizione, mi dico, certo che no. E come potrebbe se non
esce mai da queste maledette quattro mura. E poi, perché tutto questo
risentimento nei miei confronti? Lei sa perché lo faccio. Oserei dire che
qualche volta. sia una necessità.
Tutto questo le vorrei gridarle in faccia ed invece sorrido e domando:
" E' importante?" Suona strana anche a lei la mia voce perché subito si
gira di scatto e piantandomi gli occhi addosso mi domanda:
" Giovane? Oppure. come l'ultima volta?"
" Dio mio" mi dico, " sempre la solita storia. Cosa vorrà sentirsi dire
questa volta?"
Qualunque cosa io possa dire, a quel punto sono sicuro che non cambierebbe
di una virgola la situazione, ma mi guarda con i pugni sui fianchi rotondi.
In controluce sembra un'anfora greca e in fondo io l'adoro quando fa così,
mi piace ancora come una volta. Quando ci rotolavamo nel fienile sulle balle
di paglia, oppure quando le guardavo di nascosto il movimento ritmico delle
natiche, mentre lavava i panni alla fontana.
" Vecchia, vecchia. Mi pareva proprio una di quelle vecchie" le dico
esasperato e con un filo di voce, mentre spero la smetta con queste domande
idiote e si decida a mettere in tavola il pranzo.
" Bene" fa lei, finalmente, brandendo il mestolo " la facciamo in brodo
domenica. E spero che tu l'abbia spennata meglio dell'ultima volta."


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