Racconti di Maurizio Mazzotti


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La Marina a mezzanotte

Le comari
Marmocchi con i pantaloni corti lungo la strada che
portava alla chiesa. "Il freddo rende le gambe forti"
diceva la nonna. L'acqua gelata della fontana specchiava
i visi distorti dei bambini. Don, Dan ... la campana
suonava nel mese dei morti, chiamando a raccolta i
fedeli; Paolo con il carro veniva giù per la discesa, lentamente
attraversava la via degli orti. Seduto con la
gamba che ciondolava sopra la paglia fumante, gialla
come l'oro, con ampi gesti salutava mentre sfilavano le
case lungo la via. Nuvole di vapore sbuffavano dalle
narici di Lisa, una cavalla bianca con zampe forti che
al passaggio alzava zolle di terra e ciottoli; la mascotte
ai lati della processione scodinzolava in cerca di un
pezzo di pane.
Nella piazza Padre Vittorio era in cima alle scale della
chiesa e invitava ad affrettarsi, la funzione stava per
iniziare. Gino, il chierichetto con il viso bianco come la
tunica, buono per istituzione, sorrideva ai fedeli. Giovanni
e la nonna occupavano come sempre i posti più
avanti. Lei passava in rassegna l'assemblea controllando
che ci fossero tutti: la moglie del macellaio, seduta
due posti dietro di loro…
- Il marito non viene mai alla funzione, è comunista
- si lasciò sfuggire a bassa voce; il falegname con la
moglie e i figli, Diego e Marina. Lei piace a Giovanni,
quando sarà grande la vuole sposare; ora però doveva
fare attenzione: se solo la guardava Diego diventava
una furia ed era un rischio perché picchiava tutti.
Il cerimoniale prevedeva di salutare anche le persone che
si frequentavano poco, con un cenno della testa, della
mano, un sorriso, per i parenti un abbraccio, a volte
un bacio e quando c'era qualcuno nuovo, si sentiva un
brusio in sottofondo durante la messa:
- Signore Pietà
- Chi è?
- Il figlio dell'orologiaio, occuperà il posto del padre
in negozio.
Il padre, Pacifico, aveva la gioielleria proprio a fianco
della chiesa. I paesani gli erano molto affezionati;
da quando si era ammalato non veniva alla funzione
della Domenica. Mandava sua moglie a riscuotere i
debiti fuori dalla parrocchia e nelle case del quartiere,
e lei raccontava del povero marito, impossibilitato a
lavorare. Cosimo, tornato dalla Germania, era sul lato
destro, tra la madre Rosetta e Giselle, la figlia del tappezziere.
- Cristo Pietà.
- Ho sentito dire, che si devono sposare.
Lui era già tornato qualche mese prima, aveva conosciuto
Giselle a una festa di compleanno a casa di
amici; i due si erano innamorati ed erano spariti per
una settimana prima che lui ripartisse. La ragazza, da
quando era partito, non si era più vista in giro prima
di quella Domenica.
- O Signore dimmi soltanto una parola ed io sarò salvato.
La ragazza non nascondeva la gravidanza, tenendo
una mano sulla pancia, anzi: la esibiva accarezzandola
con piccoli movimenti rotatori, con l'altra stringeva
il braccio a Cosimo e sorrideva, salutando le comari.
Poi il prete alzava un poco la voce e tornavano tutti
concentrati sulla messa. Come sempre, al momento
di prendere l'Ostia, Giovanni si alzava seguendo la
nonna, lei gli dava un pizzicotto sotto il braccio, uno
schiaffo sulla nuca e con i denti stretti sibilava:
- Siediti, tu non sei ancora comunicato.
Mentre la platea si accalcava verso l'altare Giovanni
pensava: arriverà anche il mio momento. Il prete distribuiva,
"il corpo di Cristo" e, "Amen". Padre Vittorio
alzando le mani imponeva di abbassare la testa,
dando la benedizione, quella cadeva su tutti, anche su
quelli come Giovanni, non comunicati. Finalmente Padre
Vittorio dichiarava: "La messa è finita andate in
pace".
Quello era il momento migliore per le comari, che si
scambiavano tutte le informazioni possibili:
- Quella ragazza non si fa vedere da qualche tempo,
sarà incinta
- Quella invece si fa vedere spesso, evidentemente cerca
marito
- Le donne che si truccano, lo fanno per nascondere i
lividi causati dai maltrattamenti del marito ubriacone
- Quelle che non lo fanno, sono malate
- Vedi com'è pallida? Lui la deve sostenere, me l'ha
detto una persona di cui ci si può fidare. Sussurravano
le comari, con voce pietosa e lieve, mentre passava
una donna sulla trentina stretta al braccio del marito.
- Quante se ne sentono, comare mia, sono tempi magri.
- L'altro giorno dal pizzicagnolo quella donna che ha
tutti quei figli, quella che abita alla fine della strada,
ha capito chi è? Proprio quella là. Mezza pagnotta, un
pezzo di formaggio, una misura di olio… li ha fatti segnare
sul quaderno, figurati! Il marito se li beve tutti, i soldi che guadagna!

La nonna di Giovanni dal canto suo non si fermava
volentieri a spettegolare, anche perché lei stessa era
motivo di pettegolezzo, da parte delle comari. Si vociferava
del fatto che i genitori di Giovanni si erano divisi.
I due non andavano in chiesa da qualche tempo.
Il padre si era fatto un'altra famiglia al nord. L'ultima
volta che lo avevano visto era stato in occasione della
morte del nonno paterno di Giovanni. La madre tornava casa
non più due o tre volte l'anno, giusto per le feste, lasciando
l'onere di crescere Giovanni alla nonna.
Così, le comari passavano al dettaglio la vita delle persone
del paese. Incredibile quanti erano i fatti che si
venivano a sapere in così poco tempo, salutavano gli
indagati con un sorrisetto a mezza bocca, mentre passavano
alla spicciolata, sapendo che avevano qualcosa
da nascondere. I ragazzi giocavano davanti alla chiesa,
mentre il prete gongolava tra le assidue vecchiette
della parrocchia.
 

La fuga
Quella sera, dopo cena, Giovanni era sul letto e
guardava la finestra; aspettava il momento giusto per
la fuga, era andato a letto vestito e ascoltava con attenzione
i rumori che provenivano dalla cucina. Quando
questi non arrivarono più attese il leggero russare
della nonna, in sintonia con quello del nonno, che era
andato a letto presto. Quando fu sicuro che tutti dormissero,
si alzò e con circospezione, attento a non fare
rumore, aprì la finestra: il vento fresco e l'odore del
mare invasero la camera, qualcosa di nuovo attraversò
il suo corpo con un fremito. Niente ormai lo poteva
fermare, saltò giù (a dire il vero non era molto alto), si
calò fino a che le punte dei piedi toccarono in terra ed
era fuori! Si avviò con passo deciso verso la piazza;
la strada era poco illuminata se non da qualche luce
sopra le porte della lunga via. Il vento era molto forte,
si camminava a fatica ma Giovanni avanzava con
la determinazione di un treno. Arrivato in piazza, davanti
a lui si stagliava la sagoma severa della chiesa e per
un attimo si fermò. Per poterla vedere tutta doveva
rimanere all'inizio del grande slargo. Dietro il campanile la
luna illuminava le grosse campane, sempre pronte a
suonare: a festa e a morto, i quarti, le mezzore, le ore,
mentre le grandi lancette dell'orologio si spostavano
allo scandire dei rintocchi. Giovanni si avvicinò alla
chiesa facendosi il segno della croce, per poi proseguire
lungo il muro che circondava il giardino. Aveva
sentito dire che oltre il muro vi era un luogo segreto e
misterioso: durante la notte, si raccontava, era abitato
dalle anime dei defunti che pregavano per la loro salvezza.
Dopo essersi guardato intorno, iniziò ad arrampicarsi.
C'erano molte fessure nel vecchio muro e lui
con agilità, mettendo una mano qua e un piede là, in
poco tempo fu in piedi sul muro. Alla luce della luna
piena allargò le braccia come se fossero ali, lasciandole
ondeggiare al vento forte di Libeccio. Pensò: ?Per
la miseria! Questa è una notte da lupi mannari, quelle
che si leggono solo sui libri e io ci sono dentro con tutte
le scarpe!. Gli venne in mente la nonna quando gli
raccomandava: non guardare fisso la luna piena, puoi
diventare un lupo anche tu! Lui era sicuro che fosse
solo una leggenda, però pensò: ?A volte mi potrebbe
essere utile essere un lupo, specialmente quando i ragazzi
più grandi a scuola fanno i prepotenti … però la
notte la passerei alla fontana a bere, perché il mannaro
come dice la nonna, ha sempre sete.
Comunque, a scanso di equivoci, rimase con gli occhi
bassi, attento a non guardare la luna; era pronto a saltare
nel giardino,
quella notte avrebbe saputo cosa
c'era di segreto nel giardino di padre Vittorio. Il cane
del prete era lì che lo guardava fisso, abbassava e alzava
le orecchie al ritmo del proprio respiro.
- Vai via - gli disse Giovanni a bassa voce, ma il cane non
si toglieva.
Allora si spostò lungo il muro, ma il cane lentamente
lo seguì, lo guardava e si metteva seduto,
spazzolando l'erba con la coda, poi si spostava nuovamente,
brontolava, guaiva con la lingua penzoloni.
- Togliti da lì! - gli gridò nuovamente. - Dai, non è un gioco!
L'animale, come fosse sordo, rimase dov'era, quindi il
ragazzo fece finta di spostarsi e nuovamente l'animale
lo seguì. Per Giovanni il cane del prete era una bella
prova di coraggio. ?Sembra un lupo, pensò e subito
dopo saltò, atterrando sul prato, per niente morbido,
avvertendo un forte dolore alle gambe, quasi come le
botte che prendeva da sua nonna, quando marinava la
scuola. A fatica riuscì ad alzarsi, mormorando, mentre
zoppicando andava avanti, indietro: ?forse dovevo
aspettare ancora un anno, per scappare da casa,
alla prima media sarei stato pronto. Il cane si avvicinò,
dopo aver fatto un salto all'indietro, lanciando
un guaito, neanche fosse caduto sopra di lui. Decise
di chiamarlo Buck, cercando di stabilire un rapporto
di amicizia. Aveva letto qualcosa di un cane di nome
Buck, su qualche libro. L'animale scodinzolava e gli
leccava il viso, dentro di sé il ragazzo pensò: ?Non è
un lupo. Il dolore alle gambe oramai si era attenuato.
Buck era un pastore belga, color rosso, con qualche
sfumatura più scura intorno agli occhi e alle estremità
delle zampe, il pelo piuttosto folto e lungo gli copriva
il corpo, leggermente sproporzionato rispetto alle
gambe corte e tozze. Giovanni aveva spesso desiderato
di possedere un cane come Buck. Era socievole e gli
girava intorno, cercando una carezza, così decise che
quel cane poteva diventare il suo; iniziò a guardarsi
intorno, la domanda che si poneva era: ?Cosa c'è di
segreto nel giardino? E che ci faceva un cane nel giardino
della chiesa? Tutto era ben curato, alti alberi che
si muovevano al vento, l'erba tagliata bassa sembrava
un tappeto, tra l'erba alcune macchie bianche, che
guardando bene si rivelarono per lastre di marmo. ?
Tombe! Il suo primo pensiero fu di uscire da
quel luogo: si trovava nel cimitero della chiesa.
In fondo al giardino s'intravedeva una lucina sopra
a una porta e camminando lentamente, per non distogliere
le anime dalle loro orazioni, si recò verso
di essa. Passava tra loro cercando di non disturbare
e giunto alla porta che per sua fortuna era aperta,
entrò. Percorrendo uno stretto corridoio arrivò in una
stanza, dove c'erano gli abiti di padre Vittorio e quelli
di Gino.
?Eccola la tunica bianca che lo fa sembrare così buono:
Si trovava in sacrestia. L'occasione era imperdibile:
iniziò con il vestire la tunica. Era bella e gli stava
anche bene, poi i paramenti del prete, ma sembrava
che in lui non fosse cambiato nulla, non si sentiva né
migliore, né peggiore di prima. Fu grande la sua soddisfazione,
non voleva sapere altro. "Non era la tunica a fare
buono Gino." Pensò Giovanni, si tolse la tunica e la buttò
sopra la sedia, parlando ad alta voce:
- Se la metta Gino, a lui fa effetto, ma di più alla madre;
ogni volta che la indossa, piange. Allora lui non
è così buono se fa piangere sua madre.
Borbottando ancora qualcosa attraversò il corridoio
entrando nella chiesa deserta, dietro l'altare vide Gesù,
era lì immobile, lo fissava, quindi con un filo di voce:
- Certo che hai una bella costanza a stare lì sulla croce
a guardare tutta questa gente che prega ad alta voce
e impreca in silenzio - disse guardandosi in giro, sentendo
la sua voce rimbalzare sui muri della chiesa
vuota.
- Come il solito sei triste vero?
Nella chiesa si diffuse una voce:
- No, forse è così che mi ha visto il falegname.
- Allora parli?
- Non sempre, solo quando serve e non a tutti.
Giovanni pensò: ? che dovesse essere fortunato,
Gli aveva rivolto la parola. Una cosa non gli tornava:
"Il falegname era il padre di Marina, lui l'aveva visto
quando era impegnato a fare la croce, era sempre allegro
e il legno usato non si lamentava sotto la pialla".
- Io sono al fianco del Padre mio, caro Giovanni. Nel
tempo con te avrò molto da fare.
Giovanni pur guardando bene, non vide nessuno accanto
a Gesù, neppure andando dietro l'altare.
- Adesso vai c'è chi ti aspetta.
Pensando che qualcuno l'avesse scoperto, si fece il segno
della croce e si congedò da quella conversazione.
Fece una serpentina tra le panche, con Buck che lo seguiva,
arrivò alla porta, aprì il chiavistello e prima di
uscire guardò bene che non ci fosse nessuno che lo
aspettasse sulle scale del sacrato.


Notte tra le dune
La luna era alta e faceva freddo, in strada non girava
nessuno; Buck andò avanti, poi tornò indietro, girò
intorno a Giovanni strusciandosi, sembrava felice di
andare via dalla chiesa. L'odore del mare era forte, intorno
ai lampioni una leggera foschia correva veloce
disperdendosi nella notte e sulla spiaggia la schiuma
formata dalle onde si alzava come panna montata e
leggera volava via con il vento. Seduto sul muretto
un ragazzo guardava il mare in tempesta. Giovanni
pensò: sarà lui quello che mi aspetta? Era impaziente
di parlare con qualcuno, si diresse verso quel ragazzo,
deciso a fare la sua conoscenza. Era seduto con le
gambe ciondoloni, stretto in un giubbino troppo leggero
per la stagione, in particolare per quella notte
così fredda, i lunghi capelli biondi, erano legati come
se fosse una ragazza. Quando lui si avvicinò non si
scompose minimamente, ignorandolo. Giovanni non
si fece intimidire dell'atteggiamento scostante del ragazzo
e mentre giocherellava con il cane, disse:
- Ciao che fai qui?
- Guardo il mare.
Buck si avvicinò al biondo e scodinzolò, attirandone
l'attenzione.
- Come ti chiami?
- Massimo e tu?
- Giovanni.
Due uomini ubriachi che passavano, barcollando,
dall'altra parte della strada, per un attimo li guardarono
incuriositi, poi sbandando e sostenendosi a vicenda,
girarono l'angolo e canticchiando sparirono nel
buio.
- Dove vai a quest'ora?
- Sono scappato da casa - poi, guardando l'animale: - È
tuo?.
Buck sembrò capire che l'argomento era lui, iniziò a
correre verso la parte opposta della strada, arrivato al
muro del palazzo, frenò slittando sull'asfalto, ritornò
indietro, li puntò, poi si arrestò a pochi metri da loro.
Quando Giovanni provò a prenderlo, scartò ripartendo
nuovamente. - Come si chiama?
- Buck... a dire il vero è mio da poco, mi segue da dentro
la chiesa - confessò timidamente.
- I cani in chiesa non ci possono entrare - Ribatté Massimo,
mentre scendeva dal muretto.
- Lo so, ma lui era nel giardino, sono saltato dal muro
e abbiamo fatto amicizia.
Mentre lo abbracciava, disse:
- Ho deciso che sarebbe stato mio per sempre, guarda
come mi ubbidisce.
Mentre si chinava per prendere un rametto che il vento
aveva strappato dagli alberi, ordinò al cane:
- Buck seduto! Ho detto seduto!.
Il biondo non riuscì a trattenere le risate e quasi scivolando
in spiaggia, da un'apertura del muro, disse:
- Prova con un'Ave Maria, è un cane di chiesa … non ti
fila proprio, questo Buck! Ah ah ah, però è divertente,
scodinzola, vuole giocare.
I due iniziarono a giocare con il cane, corsero avanti e
indietro, tirando qualche rametto per farselo riportare.
Buck ci stava volentieri, corse, saltò, poi si sedette e
attese che il gioco riprendesse di nuovo, ma il freddo
si fece più intenso e i ragazzi si misero al riparo, accucciati
sotto il muretto.
Il vento sibilava tra i rami spogli degli alberi, fogli di
giornale danzavano a mezza aria, finendo il loro volo
abbracciati ai lampioni, un barattolo di conserva, vuoto,
rotolava sul marciapiede, accelerando ogni volta
che le raffiche rinforzavano, facendo un rumore simile
ai campanacci del gregge che era vicino al fiume, grosse
nuvole nere arrivavano dal mare, nascondendo la
luna.
Massimo, che era vestito più leggero, chiese a Giovanni
- Vuoi venire con me?
- Dove?
Il ragazzo si mise in piedi sul muretto, poi indicò un
punto oltre le case più lontane, alla fine del paese.
- Andiamo tra le dune, al riparo del vento, dormiamo
e domani partiremo verso … Non lo so, poi domani ci
penseremo, comunque non torniamo a casa.
I tre percorsero un tratto sulla spiaggia, Buck non smise
di correre per tutto il tragitto e quando si affiancava
ai due, a causa del forte vento, la coda gli si alzava
sbandierando. Loro tenendo le braccia larghe, si facevano
spingere dalla tempesta. La sabbia si alzava e,
colpendoli, gli procurava un fastidioso pizzicore sulla
pelle scoperta. Superarono le ultime case del paese,
le collinette sabbiose apparvero come altissimi monti,
s'inoltrarono fino a che, stanchi, si fermarono in un
punto dove le dune creavano un avvallamento.
- Senti Giovanni, sei scappato da casa senza neanche
un panino?
Gli vennero in mente i nonni che russavano, prima di
saltare dalla finestra.
- Avevo paura di svegliare qualcuno, sono andato via
senza prendere niente.
- Bene, al mangiare ci penseremo domani.
Era buio tra le dune, come Giovanni non aveva mai visto
prima. Le luci della città lì non arrivavano, a parte
la luna che si rifletteva sulla sabbia non c'era luce sopra
di loro, le stelle erano tante, più di mille, milioni.
A Giovanni sembrò di vedere la carta che si usava per
il cielo del presepe. "Tra non molto sarà Natale, per
quel tempo tornerò a casa", pensava. Il Natale era una
cosa seria nella sua famiglia; s'iniziava nei primi giorni
di Dicembre a pensare come trascorrerlo. Dopo il
giorno dell'Immacolata era tutto un fervore di preparativi
in attesa dell'evento; la notte della vigilia tutta la
famiglia andava a messa, dopo aver consumato fritti
di ogni tipo di verdure e pesce. Ciò che meno piaceva
a Giovanni era la mattanza di animali che sarebbero
serviti per il pranzo del giorno dopo, a lui sembrava
che le povere bestie sapessero della fine che avrebbero
fatto da lì a poco. Almeno una settimana prima di
Natale iniziavano a rumoreggiare fino a schiamazzare
in modo assordante. Poi, quando la nonna dopo aver
scelto gli animali più adatti per il pranzo, si avvicinava
per eseguire la condanna, la confusione era al culmine:
penne che svolazzavano dappertutto, il tacchino
si metteva in posizione di sfida, ma non c'era nulla da
fare, oramai era stato scelto. Due colpi ben assestati ed
era pronto per essere spennato. Poi gli venne in mente
quella volta che nascose l'oca che doveva servire per
il brodo. La cercavano tutti, erano sicuri che l'avessero
rubata gli zingari che si erano accampati nello spiazzo
dietro la chiesa. La tenne nascosta per una settimana,
in una gabbia vicino al canale che passava poco
distante da casa sua, tutti i giorni spariva con i resti
d'insalata e pane fino a che qualcuno lo vide e fece la
spia alla nonna. Oramai il Natale era passato e almeno
fino a Pasqua l'oca se la sarebbe cavata. Mentre era lì
imbambolato a guardare le stelle e pensare al Natale,
sulle labbra si disegnò silenzioso un sorriso, ricordando
l'oca scampata alla mattanza. Mentre i due si erano
accovacciati in terra, il cane sembrò impazzire dietro
agli odori di animali selvatici che si sentivano frugolare
in mezzo ai rari cespugli. Quando si fece rivedere
aveva il muso e il pelo pieno di sabbia, si scrollò vicino
a loro, riempiendoli di bava, poi si sedette con la lingua
penzoloni, non la finiva d'ansimare. Faceva molto
freddo allora Massimo ebbe un'idea: - Facciamo
una buca nella sabbia e copriamoci.
Così iniziò a scavare, anche Giovanni fece la sua, quando ci
s'infilò dentro, gli sembrò strano che la sabbia fosse calda.
Giovanni chiese a Massimo:
- Quando muori e ti sotterrano, la sabbia sarà così calda?
- Non lo so.
Mentre si coprivano, i pensieri andavano veloci:
- Massimo, come sarà quando si muore?
- Non lo so, io non sono mai morto prima di questa
sera - Rispose, scocciato da quelle domande, poi prese
a raccontare di un vecchio che era spesso all'osteria
vicina casa sua:
- Sai cosa diceva?
Tirando fuori la testa dalla buca Giovanni cercava di
vedere l'altro, che invece ne rimase ben all'interno, allora
allungò la mano verso il cane, la affondò nel folto
pelo provandone piacere poi Giovanni disse:
raccontami del vecchio.
Massimo alzò la testa quel tanto che bastava per vedere
Giovanni accarezzare il cane. - Il vecchio diceva:
ho paura di morire, ho tanti anni, alla fine accadrà.
Ho visto la miseria e la guerra, ma questo non mi ha
tolto la voglia di vivere.
Mentre Massimo parlava, lui pensava al nonno e a
quanto fosse vecchio; aveva fatto la guerra, raccontava
sempre della Russia, fino a che non si addormentava
con la bottiglia del vino quasi vuota sul tavolo. Non gli
aveva mai detto che aveva paura di morire, gli diceva
che quando sarebbe accaduto, lui avrebbe dovuto portargli
un garofano rosso e un bicchiere di vino sulla tomba.
Quello che lo consolava era che tutti quelli che erano andati
di là non erano più tornati e pensava che ci si trovassero bene
se non lo facevano. Poi alzando il bicchiere mentre rideva,
diceva:- Sarà quel che sarà, magari ci troverò anche un bel
bicchiere di vino e un toscano da fumare, chi lo sa!
Poi Massimo smise di parlare e Giovanni si stese nella
buca coprendosi con la sabbia, osservando le nuvole
che passavano veloci. Buck si sistemò vicino ai due
ragazzi, i pensieri lentamente diventano sogni, dormirono
così fino il mattino. L'aria fresca dell'alba li svegliò,
mentre uscivano dalle buche tremanti di freddo,
sentirono delle grida:
- Se so' svegliati i morti, aiuto, so' risorti dalla sabbia.
Un ragazzino un poco più piccolo di loro, urlava, correva,
inciampava, gridando:
- Aiuto mamma, se so'svegliati i morti, viè a vede'.
Buck gli corse dietro saltellando, credendo che volesse
giocare, poi stanco tornò indietro ansimante. Massimo
e Giovanni si guardarono e, sorridendo, orinarono
dentro le buche.
- È stato come pisciare nel letto - commentarono i due
ridendo, poi si avviarono verso il mare.
Durante il tragitto, un brontolio nello stomaco rammentò
loro che non mangiavano da almeno un giorno.
- Massimo, tu hai fame? Se ci sbrighiamo, prima che
il bar apra prendiamo qualche cornetto e il latte che
lasciano i fattorini fuori dalla serranda. Se siamo fortunati,
c'è anche il latte al cacao.
I due si avviarono veloci verso il bar che era ancora
chiuso. Accatastati davanti alla serranda, c'erano dei
contenitori con dentro i cornetti e dentro delle cassette
di plastica c'era il latte contenuto nelle piccole piramidi
di cartone. Presero tutto quello che potevano; qualcosa
nelle tasche, quello che non vi entrava, lo misero
dentro la maglia, poi fuggirono prima che il proprietario,
(che Giovanni conosceva suo nipote frequentava
la sua stessa classe), se ne accorgesse. Ma la fame era
troppo grande: il rischio valeva la candela se volevano placarla.
Si diressero verso la spiaggia e al riparo di una cabina
mangiarono la colazione appena rubata.


Sognando Firenze
La tempesta si era placata, come la fame.
A Giovanni sembrò incredibile come cambiano in fretta
le cose: solo qualche ora prima il vento era cosi forte
che gli sembrava volesse portare la città nello spazio,
il mare così agitato che gli faceva venire il mal di pancia
solo a guardarlo, le luci delle petroliere al largo,
apparivano e poi sparivano. Ogni volta pensava che
fossero affondate fino a che riapparivano. Era come se
salissero sopra una montagna per poi sparirci dentro.
Adesso invece il mare era calmo, all'orizzonte sfilavano
le paranze, con dietro i gabbiani in un volo disordinato
fatto di volteggi e tuffi, per raccogliere il pesce
scartato dai marinai. Le petroliere erano immobili
alla fonda, in attesa di scaricare il prezioso carico nei
terminali, alte torri di ferro sempre visibili da terra.
Anche la fame si era calmata: i cornetti avevano funzionato,
però il latte gli aveva fatto un brutto effetto e
di corsa i due sparirono dietro la cabina e si liberarono
del superfluo. Quel giorno, sarebbero dovuti essere in
classe, con i libri sul banco, Giovanni chiese:
- Ma tu a scuola ci vai?
Massimo, sistemandosi i pantaloni, mentre usciva da
dietro alla cabina, fece attenzione a non pestare i resti
lasciati e rispose:
- Sì.
- Io non ti ho mai visto. In che classe sei?
- E tu?
- In quinta, ho dieci anni.
- Io sono stato bocciato, sono in terza. Poi un poco
seccato da tutte quelle domande. - E non vado alla tua scuola.
Lo studio mi ha rotto, non fa per me, voglio andare a lavorare.
- Siamo ancora piccoli per andarci.
- Allora Claudio? Ha undici anni e lavora da meccanico.
Sai quanti ne vedo tutti i giorni? Federico fa il
barista, Paolo porta il pane con la bicicletta.
Giovanni lasciò cadere il discorso, che aveva preso
una brutta piega, l'altro alzava troppo la voce, agitando
le mani davanti al suo viso. Sapeva che il padre di
Claudio aveva l'officina, lui dopo la scuola andava ad
aiutarlo sistemando le chiavi utilizzate per le riparazioni,
Federico era il figlio di Mario, il proprietario del
bar davanti alla chiesa. Il padre di Paolo era il fornaio
del paese e lui consegnava il pane solo il pomeriggio e
quando non c'era scuola. Sviando il discorso Giovanni
chiese all'altro:
- Tu sei capace ad andare con la bicicletta?
- Certo - rispose con un'aria esperta.
Seguì qualche minuto di silenzio, mentre lentamente
camminavano, prendendo a calci ogni piccola cosa
che era sul marciapiede, rametti caduti durante la notte,
barattoli vuoti. Poi presero a saltare sul muretto,
restandoci in equilibrio per qualche secondo e lasciandosi
poi cadere sulla spiaggia. Erano sdraiati sulla
sabbia, quando Massimo si alzò proponendo:
- Vieni andiamo alla stazione dei treni, lì ce ne sono di
biciclette, le lasciano per prendere il treno e se ne troviamo
una senza lucchetto la prendiamo ci facciamo
un giro, poi la riportiamo.
Per andare alla stazione passarono davanti alla chiesa:
un gruppetto di persone erano lì che discutevano a
voce alta, in mezzo a loro c'era il prete e due poliziotti.
Quando furono più vicini, Buck attraversò la strada
infilandosi nel gruppetto, il prete vedendo il cane lo
rimproverò, come se fosse una persona, Buck era felice,
si vedeva che era il cane del prete. Poi l'attenzione
si rivolse verso di loro:
- Giovanni, Giovanni, vieni qui - gridò il prete - Tua
nonna ti cerca da ieri sera, povera donna.
Massimo prese a correre e dopo un attimo d'incertezza
anche Giovanni lo seguì, i poliziotti salirono sull'auto
e li inseguirono. Dopo una lunga serpentina tra
le auto parcheggiate scavalcarono la ringhiera di un
giardino. Una signora intenta a fare le pulizie li cacciò
con la scopa urlando cose incomprensibili, in un misto
di frasi italiane e dialetto abruzzese. Si nascosero
dietro un cumulo di calcinacci, rimanendo così per un
bel po' di tempo. Quando tutto fu tranquillo, uscirono
allo scoperto, avendo in testa sempre la stessa idea,
"prendere la bici alla stazione e fare un bel giro". Nei
pressi della stazione un bel mucchio di biciclette, una
sopra all'altra, sembravano tutte uguali alla bici del
nonno di Giovanni e quella era alta. Aveva già provato
a portarla cadendo più volte, poi aveva imparato a pedalare
da sotto la canna. I due ne scelsero una accuratamente,
Giovanni si mise sopra alla canna e Massimo
cominciò a pedalare, percorsero qualche centinaio di
metri nelle strade intorno alla stazione.
- Con questa possiamo arrivare anche a Firenze! Disse
Massimo, eccitato del furto che avevano commesso.
- Per me Firenze può essere pure la luna, rispose Giovanni,
mentre con la bicicletta sfioravano gli alberi del
viale. - Quanto tempo ci vuole per arrivare a Firenze?
- Non lo so - disse Massimo, alzandosi sui pedali per
vedere sopra la spalla dell'altro - Credo almeno una
settimana.
"La bicicletta la dovevamo riportare dopo aver fatto
un giro, questo era il patto", pensò Giovanni.
Intanto Massimo, si voltava per guardare se qualcuno li seguiva,
mentre la bici sbandava notevolmente.
- La posiamo quando torniamo.
La bicicletta rimbalzò scendendo un marciapiede.
- Attento Massimo! - Gridò Giovanni.
Un'auto che giungeva dalla corsia opposta, se li trovò
davanti e nonostante l'estremo tentativo del conducente
di evitarli, dopo una lunga frenata li colpì.
La bicicletta fu lanciata in aria, il rumore
delle lamiere che strusciarono sull'asfalto si sentì
fino alla stazione. La gente che era in attesa del treno
corse per prestare aiuto e si radunò intorno all'auto.
Giovanni si trovava proprio sotto di essa, mentre Massimo
era rannicchiato sul marciapiede a qualche metro
dal punto d'impatto, aveva perso una scarpa e la gamba
destra aveva assunto una posizione innaturale, era
piegata come fosse di gomma, intorno a un alberello.
Nell'aria si sentiva un forte odore di gomma bruciata.
Dopo l'impatto a Giovanni sembrò di volare, provò
una sensazione di leggerezza, poi il tonfo e un liquido
caldo gli bagnò il viso, qualcosa spingeva forte sul
fianco. Sentì la voce dell'autista che ripeté più volte:
- O Dio mio, O Dio mio, sono venuti nella mia corsia
all'improvviso, non li ho potuti evitare.
- Quella bici è mia - disse qualcun altro, poi tante voci
si sovrapposero, il ragazzo pensò: "forse sto per morire,
non riesco a muovermi e non vedo Massimo". Poi
sentì una mano che lo accarezzava, mentre una voce
lo rassicurava ripetendo:
- Non ti muovere, ho già chiamato l'ambulanza, sarà
qui presto.
La sirena era come un lamento mentre si avvicinava,
sentiva quella cosa che premeva sul fianco destro, poi
il suono di qualche clacson, sportelli che si aprivano,
voci concitate che incitavano a fare in fretta. Sentì sollevare
l'auto e finalmente la pressione sul fianco si alleggerì;
aveva paura ad aprire gli occhi, poi non sentì
più niente. Si svegliò con la sensazione di essere tutto
bagnato e qualcuno che gli toglieva i vestiti; era dentro
una vasca.
- Fermo, fermo, non ti muovere faccio io.
Il suo primo pensiero fu: "Questo qui è matto, mi taglia i
pantaloni e poi devo essere proprio sporco, se mi hanno
messo dentro la vasca".
- Adesso andiamo a fare le lastre, disse l'uomo tutto
vestito di bianco. Parlava in modo tranquillo, lo asciugò,
poi con l'aiuto di altri due lo adagiò sulla barella
con le ruote, lo coprirono con un lenzuolo e si diressero
lungo il corridoio che portava in radiologia. Vide le
luci sfilare sopra di sé, avrebbe voluto dire qualcosa,
ma le parole gli si fermarono in gola, pensava a Massimo,
a Firenze alla bici rotta, al fatto che non avrebbe
potuto riportarla alla stazione, alla madre, alla nonna,
al padre, poi qualcuno gli parlò:
- Lo sapevo che con te avrei avuto molto da fare.
Giovanni Lo vide che camminava accanto a lui.
- Dove hai lasciato la croce?
- Quella è sempre lì in chiesa e, anch'io sono sempre
lì.
- Come fai a essere sia in chiesa sia qui?
- Dovresti saperlo, quest'anno farai la comunione che io
sono ovunque.
- Certo che è una fortuna essere ovunque senza dover
prendere la bici adesso sarei a Firenze, oppure a
casa, invece sono qui che devo fare le lastre, che dici
muoio?
- No, avevo previsto che avrei avuto molto da fare
con te.

Alzandosi leggermente dalla barella Giovanni disse:
- Potevi venire prima, ora non sarei qui. Poi ricadendo
pesantemente: -Massimo muore?
Il dottore entrò nella stanza dicendogli di stare fermo,
un'altra immagine e avrebbero terminato. Andava e
veniva il dottore, lo spostava gli diceva di stare fermo
dal gabbiotto con i vetri e si sentiva come un fruscio.
Rientrando gli chiese con chi parlasse poco prima il
ragazzo, accennò una risposta:
- Con... non te lo dico sono cose private … poi chiese:
- Il mio amico come sta? E la bici? Si è rotta?
- Non ci pensare adesso al tuo amico, piuttosto a parte
un bel taglio sulla testa e una caviglia rotta, che dobbiamo
ingessare, per resto sei a posto. Fuori ci sono i
tuoi genitori e due poliziotti … la bici non era vostra?
- No, ma l'avremmo riportata dopo essere andati a Firenze
- Sì, Firenze, con la bicicletta! - disse il dottore sorridendo
- Raccontane un'altra. Ti è andata di lusso, avresti
potuto morire, sei stato fortunato.
All'uscita dalla stanza, sua madre piangendo:
- Che hai combinato disgraziato? Pure ladro adesso?
- Poi rivolgendosi al medico: - Come sta? Ci ha fatto
prendere uno spavento!.
Il dottore spiegò quello che aveva detto al ragazzo di
non preoccuparsi, si sarebbe ristabilito in fretta. Giovanni,
mentre la madre parlava con il dottore, pensò:
"Sono venuti pure loro, allora sono proprio grave ".
Poi raccontò quello che ricordava la macchina, il rumore
e nient'altro.
- Perché sei scappato da casa? - Chiese la madre mentre
le lacrime le scendevano sul viso.
- Se fossi stato chierichetto, forse non sarei scappato,
ma io volevo diventare grande, ho capito dopo che forse
dovevo aspettare la prima media.
- Che c'entra?
Confusamente lui cercava di spiegare il motivo della
fuga:
- Gino questa cosa non l'avrebbe fatta, lui è buono,
però ogni volta che veste la tunica anche sua madre
piange e le lacrime sono lacrime".
Il padre era lì impietrito, non diceva una parola, pensando
che fosse impazzito, "quando sarà guarito, a
forza di schiaffi lo farò riammalare". Poi il pensiero
del ragazzo andò a Massimo, non gli dissero che fine
avesse fatto, dove si trovava e, cosa più importante, se
era vivo. I poliziotti parlavano e lui non li capiva.
- La prossima volta passerai dei guai più seri, vedi di
filare dritto, un'altra cosa come questa e andrai a finire
in riformatorio, hai capito?
- Sì, sì - rispose Giovanni, ma il riformatorio proprio
non aveva capito cosa fosse e provò a chiederlo: - Cos'è
il riformatorio?
I due se ne andarono senza spiegare altro. In quel momento
un altro letto con le ruote passava accanto al
suo, vide l'amico, si lamentava poi lo guardò, abbozzò
un sorriso, strizzò un occhio, dicendo:
- Giovanni, sarà per un'altra volta.
- Firenze altro che Firenze! - gli disse il dottore - Starai
per un bel po' con noi adesso.
E lui: - Sì Massimo, ci andremo a Firenze, poi tutto
prese a girare, "ci andremo a Firenze".
Si svegliò nel letto di una stanzetta, era svenuto e come
provò ad alzarsi la testa prese a girargli vorticosamente.
L'infermiera disse:
- Buono, hai perso molto sangue, vedrai che tra due o
tre giorni starai meglio e te ne andrai a casa.
Così passarono quattro giorni. Finalmente il mattino
del quarto giorno il dottore durante la visita giornaliera,
dopo avere controllato la cartella che era ai piedi
del letto di Giovanni, disse:
- Questo ragazzo sembra che si sia ristabilito completamente,
oggi lo dimettiamo. Giovanni, come ti senti?
- Voglio tornare a casa, mi sento bene … non sto male
con voi, ma qui c'è puzza di ospedale. Poi giuro: ritorno
per togliere il gesso e i punti.
Il dottore sorridendo firmò il foglio di uscita. Giovanni
non stava più nella pelle, prese le stampelle e corse
nel corridoio, l'infermiera subito dietro di lui.
- Fermo, fermo, il dottore non vuole chiasso, vieni!
Lui si calmò e attese sua madre seduto sul letto. Mentre
era lì che aspettava gli tornò in mente Massimo,
lo voleva salutare prima di uscire. Senza essere visto,
percorse il corridoio del reparto guardando in tutte
le stanze, poi uscendo dall'entrata principale si trovò
nell'atrio; c'era una porta che immetteva nel reparto di
fronte. Anche lì ispezionò tutte le stanze, ma di Massimo
neanche l'ombra, poi chiese a un infermiere:
- Sai dov'è il mio amico?
- Chi è ?
- Si chiama Massimo, ci hanno portato con l'ambulanza
dopo l'incidente quattro giorni fa … dai che lo sai,
eravamo con la bici e ci hanno investito con la macchina.
- Ho capito quel Massimo là. L'hanno trasferito nella
clinica ortopedica, per operarlo, ne avrà per un bel po'
di tempo.
- Dov'è la clinica ortopedica?
- Nell'altro padiglione, ma tu non ci puoi andare da
solo.
- Portami tu.
- No, non posso, ora ho da fare. Più tardi ti vengo a
prendere e ti accompagno, adesso vai al tuo reparto e
stai tranquillo.
L'ospedale era affollato di persone che andavano di
fretta, avevano intasato i corridoi e occupato tutte le
panche a disposizione. Nell'ora di visita era sempre
così, i più giovani, non potendo entrare, aspettavano
gli ammalati in grado di camminare fuori dai reparti.
Giovanni si trovò a fare lo slalom tra bambini che
correvano e persone che andavano in giro con il pigiama,
barelle con malati gravi che sostavano nel corridoio,
in attesa del ricovero. Da fuori le entrate dei reparti
erano tutte simili, si distinguevano solo per la scritta
sopra la porta d'entrata e lui non riconobbe il suo, non
si era reso conto che parlando con l'infermiere, aveva
percorso qualche metro inoltrandosi tra i corridoi
dell'ospedale. Dopo aver girato inutilmente nei corridoi
alla ricerca del reparto, sedette su uno scalino,
sperando che qualcuno riconoscendolo, lo accompagnasse
nella sua stanza. Finalmente l'infermiera del
reparto lo chiamò dicendogli che sua madre era arrivata.
Attese inutilmente l'arrivo dell'infermiere, mentre
la madre era lì che raccoglieva le cose da portare
via e sorridendo salutava tutti; lui le chiese che fretta
ci fosse, con la speranza che lo portassero da Massimo.
- Forza Giovanni saluta.
Si arrese all'idea che l'infermiere non sarebbe arrivato.
- Ciao a tutti.
Si avviarono tra le persone in visita, le buste piene di
cibo, vestiti di ricambio dei ricoverati, bambini che
correvano in ogni parte. Giovanni e sua madre,
ci misero un po' a guadagnare l'uscita.
Era una bella giornata, fuori c'era il sole, le
auto intasavano la strada, i clacson degli autisti
impazienti strombazzavano rumorosamente e la gente
che percorreva il marciapiede lo faceva frettolosamente,
sembrava come se tutti avessero un appuntamento a cui
erano in ritardo.
Aiutandosi con le stampelle, insieme alla madre, giunse
alla fermata dell'autobus, che arrivò quasi sbuffando
e quando si fermò dopo aver dondolato un paio
di volte, aprì le porte. La gente che era in attesa prese
d'assalto i seggiolini occupandoli quasi tutti. Come al
solito la madre misurò l'altezza di Giovanni, per vedere
se doveva pagare il biglietto. Superava di poco
l'asta:
- Abbassati un po', gli disse la madre.
Il bigliettaio guardando la scena, disse:
- Su signora, per non farlo pagare non doveva mica
ingessargli la gamba!
- Sono le stampelle che lo fanno sembrare più alto.
Il bigliettaio sorridendo continuò:
- Gliele dovevano tagliare tutte e due … si vede che è
alto più di un metro, biglietto prego.
Era cresciuto, pagava il biglietto.
Trascorsi sette mesi dall'incidente, la caviglia ogni tanto
si faceva sentire, ogni volta che diceva alla nonna:
- No', la caviglia mi fa male - la nonna in automatico
rispondeva: - Non ti preoccupare si vede che cambierà
il tempo. Lui pensava: "se ci fosse il sole, pioverà, se
piove, ci sarà il sole, ogni volta che cambia il tempo mi farà male?"


La comunione
Quei mesi erano trascorsi in fretta, la scuola gli faceva
avere i compiti a casa, tramite i suoi compagni. Marina
era quella che più di altri aveva questo compito.
In seguito lui seppe che era stata lei a prestarsi volontaria.
In quei giorni escogitò ogni trucco affinché
lei rimanesse il più possibile a spiegargli la lezione, a volte
dicendo che la caviglia gli faceva così male che
non poteva studiare, chiedendole di leggere per lui,
facendo smorfie di dolore, cui lei non poteva resistere.
Poi, in seguito, quando la caviglia guarì, passava il
tempo alla finestra che dava sulla stradina per vederla
arrivare. Quando appariva in fondo al viale, prendeva
a fasciarsi la caviglia e, gettandosi sulla poltrona
fingeva, come un attore consumato. Lei aveva capito
benissimo ma stava al gioco, poi prima di andare via
lo salutava con un colpetto sulla fasciatura dicendo:
- Vedrai che domani starai meglio.
Alle visite di Marina si aggiunsero quelle del prete
per il catechismo, del signor Pacifico, l'orologiaio, per
il regalo della comunione, che avrebbe dovuto fare a
maggio. Fu così che, nonostante le molte assenze, poté
studiare senza rimanere indietro e, nello stesso tempo
rispettare il programma del prete e fece indebitare la
madre con l'orologiaio (cosa che d'altronde avevano
fatto quasi tutti quelli che avevano figli pronti per la
comunione). Il giorno prima della comunione era una
bella giornata di maggio. I ragazzi si erano recati per
tre giorni, dalla mattina alle otto fino al pomeriggio
alle diciassette, nella chiesa a studiare bene il cerimoniale.
Per la prima volta Giovanni si confessò; si misero
in fila e, quando toccò a lui, s'inginocchiò confessando
che voleva sposare Marina. Il prete gli disse che quello
non era un peccato e se avesse altro da dire. Dopo una
piccola pausa gli raccontò della notte che aveva scavalcato
il muro entrando nel cimitero della chiesa, ma
anche quello al prete non sembrò grave. Poi gli disse
della sacrestia e dei vestiti provati in quella notte compreso
quello di Gino.
- Poi, che altro hai da confessare al Signore? - chiese il
prete, cambiando leggermente il tono della voce.
Giovanni gli disse del fatto che gli avrebbe voluto rubare
il cane. Il prete non parlò per qualche secondo, poi
lo tranquillizzò dicendogli che erano tutte ragazzate
e che lo avrebbe assolto, in cambio di cinquanta Ave
Maria e altrettanti Padre Nostro, da dire in ginocchio
davanti all'altare. La nonna quando venne per portarlo
a casa dovette attendere fino alle diciotto, prima di
vederlo arrivare con le ginocchia rosse come peperoni.
- Come mai così tardi?
- Pregavo
- E che pregavi? Chi hai ammazzato per pregare tutto
questo tempo? - e gli mollò un ceffone
- A no' stai sempre a menà! E fuggì a giocare con gli
altri che si erano attardati nella piazza. Lei si avviò
verso casa promettendogliene altre per la sera. Arrivò
anche la madre, ci sarebbe stata anche lei alla cerimonia;
il padre non venne, mandò a dire, tramite lei, che
era impegnato per lavoro.
Era arrivato il giorno della comunione. Giovanni, con
gli altri bambini, era nel corridoio adiacente alla sala
della chiesa, in attesa del momento in cui sarebbe entrato;
la guida cercava di tenerli calmi, dando le ultime
raccomandazioni. Lui, con il fiore che gli avevano consegnato,
era proprio impacciato, non sapeva proprio
come tenerlo e ripetutamente la guida lo riprendeva
chiedendogli di fare attenzione per non rovinarlo. In
mezzo a tutta quella confusione cercava Marina, lei
era in disparte con una delle comari, che le davano
le ultime istruzioni, (Marina sarebbe stata quella che
avrebbe recitato davanti all'Altare la donazione dei
fiori a Dio). Poi venne il momento, dalla sala si udì:
? Il Signore della vita è con noi.
Si misero in fila, e in processione fecero il loro ingresso
sfilando al centro, dirigendosi verso l'altare, mentre il
canto Popoli Tutti, si diffondeva nella sala; Marina era
in testa alla processione, mentre Giovanni la seguiva
qualche bambino dopo di lei. I genitori commossi li
osservavano fieri nel loro avanzare, la chiesa era gremita:
il falegname e la moglie erano in prima fila con
gli altri genitori dei comunicandi, la nonna di Giovanni
era come sempre al suo posto, vicino c'era la madre,
e le sorelle del padre, Antonietta e Sara. Il fatto strano
era che la moglie del macellaio era insieme al marito …
alla nonna non era sfuggita quest'anomalia, poi
in seguito disse che lui era in chiesa per controllare chi
gli doveva i soldi della carne presa per il pranzo della
comunione; a fianco al macellaio si erano accomodati
Pacifico con la moglie, Cosimo e Giselle gli erano
seduti accanto, Giselle aveva tra le braccia il bambino
nato da pochi giorni. Il tappezziere con la moglie,
erano una panca dietro di loro, lui non aveva visto di
buon occhio il fatto che avessero avuto il bambino e
ancora non si fossero sposati. Giunti davanti al sacerdote
Marina si staccò dalla processione e recitò:
- Ti doniamo o Signore, questi fiori bianchi e profumati,
rappresentano i nostri fragili esseri e sono un umile
omaggio in questa celebrazione che fraternamente ci
unisce a Te.
Poi sulle note di Popoli Tutti, i ragazzi passando davanti
al Sacerdote gli consegnarono il fiore che lui depose
in un cesto.
Il sacerdote ricordò a tutti della veste bianca che era
stata loro consegnata durante il battesimo e dell'amore
che dovrebbero aver sperimentato, ma anche di aver
incontrato il peccato. Giovanni non ricordava di aver
peccato e in quanto all'amore ancora non aveva capito
bene a cosa si riferisse il sacerdote, però era sicuro che
a Marina tenesse e non la perdeva mai d'occhio. Poi
il sacerdote chiese ai ragazzi di rinunciare a Satana e
loro in coro come era stato spiegato bene risposero:
- Rinuncio
- E alle sue opere?
- Rinuncio
- Alle sue seduzioni?
- Rinuncio
- Credete in Dio Padre Onnipotente Creatore del cielo
e della terra?
- Credo
Giovanni, che si era perso nelle sue fantasticherie, non
sentì la domanda e rimase in silenzio, nessuno se ne
accorse a parte quelli che più vicini a lui non videro
muovere le labbra. Marco gli diede un calcetto che lo
riportò alla realtà, lui lo guardò e facendo un sorriso
gli disse:
- Mi hai fatto male! Poi aggiunse, - a che punto siamo
arrivati?
Antonio, proprio dietro di lui, gli disse:
- Zitto e segui la cerimonia!.
Marco senza rispondergli si rivolse verso il sacerdote
che poneva l'ennesima domanda ai ragazzi:
- Credete in Gesù, suo Figlio, nostro Signore che nacque
da Maria Vergine, morì fu sepolto e resuscitato
siede alla destra del Padre?
Allora Giovanni senza rendersi conto iniziò a parlare
tra sé:
- Ci credo, io ci ho parlato, ma ho anche guardato dietro
l'altare e non c'era nessuno, a me sembra sempre
solo sulla croce che gli ha fatto il padre di Marina.
La cerimonia giunse al momento dell'aspersione
dell'Acqua Santa, che fu distribuita su tutti mentre si
alzava il canto dell'Alleluia. Poi pregarono e i genitori
s'impegnarono a occuparsi dell'educazione dei propri
figli e Giovanni si girò verso sua madre, pensando che
al posto del padre c'era la nonna e a lui andava bene
così.
I ragazzi offrirono il pane, il vino, l'acqua, i fiori, le
pergamene e i cesti, al canto del Santo, mentre il Sacerdote
si preparava a rendere i doni sotto forma del Corpo
e del Sangue di Cristo. Finalmente Giovanni prese
l'Ostia Sacra e si sentì leggermente diverso, più che altro
perché sapeva che la cerimonia stava per giungere
al termine e avrebbe potuto parlare con Marina.
Qualcuno dei genitori aveva preso anche il fotografo
e la chiesa s'illuminò sotto i lampi di decine di flash
mentre i ragazzi prendevano l'Ostia; altri possedevano
delle macchine fotografiche che sviluppavano la foto
all'istante altri fecero dei filmini per non dimenticare
quel giorno. Giovanni vide la madre che
scattava le foto e si asciugava le lacrime che colavano
sul viso, portandosi dietro anche il trucco e gli ritornarono
in mente quelle della madre di Gino quando
era chierichetto. Dopo aver ringraziato il Signore che si
era degnato di venire a loro e per tutti i doni ricevuti, il sacerdote
dopo la benedizione dichiarò che la Messa era finita e
di andare in pace. All'uscita della chiesa c'era più gente
che all'interno, molti parenti non erano entrati, la
nonna come il solito ne aveva per tutti, ma in particolare
per lo zio Ernesto, che andò incontro a Giovanni
per congratularsi con il ragazzo; lei lo fermò ponendosi
tra i due e gli disse:
- Non lo toccare, ora è pulito e tu sei uno spretato comunista!
Lo zio rimase per qualche secondo in silenzio guardando
serio la nonna, poi disse, mentre il viso gli si rilassava
con un bel sorriso:
- Non li mangiamo più da un bel po' i bambini, signora
Ines, meglio le fettuccine che prepara lei.
Così dicendo abbracciò Giovanni e sollevandolo da
terra gli disse:
- La nonna non cambia mai, ti vuole proteggere dal pericolo
Comunista, vai a giocare con i tuoi compagni!
Giovanni non se lo fece ripetere due volte e si diresse
verso la piazza, ritornando dopo poco deluso dal fatto
che Marina era già andata via. La cerimonia gli era
sembrata troppo lunga, il prete non era Padre Vittorio,
(lui si era scusato con i parrocchiani dicendo di non essere
in buona salute per officiare un evento così importante),
ma un sacerdote venuto da Roma. Già questo
lo aveva spiazzato, poi si era annoiato, a parte il fatto,
che Marina gli era sembrata perfetta vestita da sposa,
e per tutta la cerimonia aveva atteso il momento di
essere solo con lei per qualche minuto, lontano dagli
adulti, per dirle com'era bella e tutto il resto non contava,
ma lei non c'era per dirglielo.


Il pranzo
Il pranzo si organizzò nello spiazzo davanti casa della
nonna. Era una bella giornata soleggiata e furono mesi
degli ombrelloni presi in prestito
dall'ombrellaio della spiaggia libera, Umberto.
Un uomo sui trent'anni, di cui si sapeva poco; viveva lì
da aprile a ottobre, appariva nei primi giorni della bella
stagione per poi sparire alle prime piogge di ottobre.
Si organizzava in una baracca di pochi metri quadrati,
che costruiva sulla spiaggia all'inizio della stagione, dormiva
tra le sedie a sdraio e qualche topo che rosicchiava la stoffa
degli ombrelloni.
La nonna lo aveva conosciuto l'anno prima tramite Giovanni.
Il ragazzo terminata la scuola, qualche volta il sabato e la domenica
andava ad aiutarlo a piantare gli ombrelloni, racimolando qualche
soldo da spendere in gelati. Le volte che si attardavano nella
sistemazione di sedie a sdraio e ombrelloni, Umberto accompagnava
a casa il ragazzo e spesso la nonna lo convinceva a
rimanere per un caffè e qualche dolcetto preparato in
casa, ma appena il dialogo si portava sul personale, lui
si alzava, salutava la nonna e il ragazzo e se ne andava
dicendo che non poteva lasciare per troppo tempo
il materiale incustodito sulla spiaggia. Il suo migliore
amico era un cane di razza setter, con il pelo bianco e
qualche macchia nera, che lo seguiva ovunque; come
un'ombra gli restava attaccato alle gambe in ogni spostamento,
pur essendo un cane da caccia, le uniche
volte che si cimentava in quella pratica era durante
la notte, quando cacciava i roditori all'interno della
baracca. Umberto, per arrotondare le entrate, la sera
posava le reti da pesca, lunghi tramagli ingialliti dal
tempo, regolarmente rattoppati dopo ogni battuta di
pesca. La mattina, quando rientrava con le reti, la folla
di bagnanti si accalcava intorno alla minuscola imbarcazione
per accaparrarsi i pezzi migliori. Tra le maglie
delle reti ammassate sul fondo della barca spuntavano
le teste imbronciate delle gallinelle di mare, di sogliole
chiare e scure, triglie colorate, argentei pesci con
grandi occhi fissi nel vuoto e le vivaci cicale marine
che non la smettevano di muoversi, colpendo chiunque
provasse a toccarle. Durante la bella stagione la
spiaggia, nelle ore più calde, sembrava un puzzle di
ombrelloni colorati che, sistemati a distanze uguali,
coprivano ogni centimetro di sabbia. Non essendo ancora
iniziato il periodo estivo l'uomo prestò volentieri
alcuni di questi alla nonna, glie li portò di persona e da lei
ricevette l'invito a partecipare al pranzo della comunione.
Lui ringraziò e allo stesso tempo declinò, dicendo che
non poteva lasciare incustodita la sua baracca e con
un sorriso se ne andò con il setter che gli girava intorno.
Il nonno e la nonna presero dei cavalletti, ci posarono
sopra delle tavole del vicino, che stava svolgendo dei lavori di
ampliamento, a lui chiesero anche le sedie che mancavano.
Poi, appurato che il tavolo non era sufficiente per tutti,
smontarono la porta della camera e usarono
quella per prolungarlo. Gli invitati erano più di quelli
che avevano partecipato alla cerimonia e la tavolata fu
divisa con gli uomini da una parte e le donne dall'altra,
i bambini tutti insieme alla fine del tavolo.
L'invitato più chiassoso era Ernesto, lo zio da parte
della madre, dirigente del partito e sindacalista. Si
vedeva poco durante l'anno, se non quando c'era un
pranzo o qualcosa da festeggiare. Ogni tanto arrivavano
delle voci riguardo al suo coinvolgimento in scontri
con la polizia durante qualche sciopero o manifestazione.
Quelle notizie arrivavano in casa e non facevano
che confermare la sua fama e alla nonna la propria
tesi: lo zio era uno spretato comunista. Parlava sempre
di politica e quel giorno non fu da meno. Il suo pallino
era la Democrazia Cristiana e la chiesa che assopiva le
coscienze; mentre si infervorava e beveva un bicchiere
dopo l'altro, il nonno che era di idee contrarie, intavolava
discussioni sul fatto che in Russia mangiassero i bambini.
Giovanni ascoltava terrorizzato da quei discorsi e chiese:
- Ma davvero mangiano quelli come me?
I due lo rassicurarono:- No, si fa per dire, non ti preoccupare.
Poi alzavano il bicchiere colmo di vino e brindavano
a lui che aveva appena preso la comunione.
Gli invitati andavano avanti e indietro, tra la cucina e il
tavolo, si sedevano parlando ad alta voce con quelli
che vedevano di rado. Le zie, Antonietta e Sara, non
andavano molto d'accordo, erano le sorelle del padre
di Giovanni ma sembrava che ci fossero tra loro dei
vecchi rancori, mai sopiti, riguardo a storie di corna:
si diceva che Antonietta era stata per qualche anno la
donna del marito di Sara, lui l'aveva lasciata che era in
attesa di un figlio, per poi sposare Sara. Della cosa si
fece un gran parlare nel paese, specialmente del fatto
che il figlio di Antonietta era allo stesso tempo fratello
e cugino dei figli di Sara e che quest'ultima aveva rubato
il marito alla sorella. Negli ultimi tempi Sara era
convinta che tra i due la fiamma si fosse riaccesa. Quel
giorno il marito non era presente e le due parlottavano
nervose in disparte, mentre gli invitati giravano nello
spiazzo adibito al pranzo, poi la tensione tra le sorelle
sembrò calare e si abbracciarono. In seguito si venne a
sapere che Sara aveva cacciato il marito di casa. Antonietta
disse all'altra:
- Vediamoci qualche volta, ci riuniamo solo ai funerali
e in queste rare occasioni
- Finite le comunioni, la prossima volta sarà per un
matrimonio o per un ultimo addio.
Intanto i ragazzini giocavano e correvano per il prato
che circondava la casa; nell'orto della nonna sembrava
fosse passato un gregge impazzito, le cannucce che
sostenevano gli ortaggi erano state divelte, alcuni bambini
giocavano agli indiani lanciandosele, il nonno li
cacciò fuori prendendone qualcuno a calci nel sedere
e quelli corsero dalle madri a piangere, rimediando
ancora qualche schiaffo. L'unica che reggeva il passo
in mezzo a quella confusione era la nonna: ordinava e
cucinava senza perdere la calma e mise tutti d'accordo
quando si presentò con le sue famose fettuccine per
le quali ricevette un lungo applauso. Seguì una pausa,
tutti erano con il capo chino sul tavolo, si sentiva solo
il rumore delle forchette che strisciavano sulla ceramica
dei piatti mentre venivano arrotolate le fettuccine.
Ernesto e il nonno avevano smesso di punzecchiarsi,
il primo aveva la camicia macchiata di sugo e quando
Sara glielo fece notare, rispose:
- Non è niente, sono come le rose rosse: stanno bene su
tutto, poi scoppiò a ridere e coinvolse tutti i commensali
in un brindisi a favore di Giovanni. I vicini prima furono
un poco scandalizzati dal comportamento dello
zio, poi si adeguarono alla festa, bevendo e mangiando
di gusto, discutendo sulla necessità che almeno
una volta l'anno si facessero delle vacanze. Loro
da quando lavoravano entrambi, lui al comune come
impiegato e lei alla Standa come commessa, erano riusciti
ad affittare una casa al mare per un mese. Ci fu un
momento di silenzio nella tavolata, poi un ragazzino
urlò: - Perché qui che è montagna?
Era il figlio di Antonietta. Lei si alzò di scatto per dargli
uno schiaffo. Lui fuggì come una saetta travolgendo
il suo vicino di tavolo, mentre lei gli urlava:
- Quante volte ti ho detto di non intrometterti nei discorsi
dei grandi?
- Lascialo stare è solo un bambino. Gli disse la sorella.
- So io come educare i miei figli, fatti gli affari tuoi! Le
rispose facendo riaffiorare i vecchi rancori. La nonna
intanto arrivava con la seconda portata: i cappelli del
prete, ravioli enormi, dentro il piatto non ne entravano
più di tre. Il clima tra i commensali ritornò quello
festoso. - Buono il ripieno con che lo hai fatto?
Domandò Michele, il figlio di Ernesto, un giovane
studente sempre impegnato come il padre nella politica,
con cui a volte aveva violenti scontri verbali, perché
sosteneva che era giunto il momento di mettere in atto
la rivoluzione e che quelli come il padre si fossero adagiati
sugli allori.
Lo zio Ernesto lo liquidava prendendolo in giro dicendogli:
- Io mi chiamo Ernesto e tu fai el Che.
Considerato l'abbigliamento che esibiva il ragazzo,
compreso il baschetto con la stella al centro e la barba
lunga, il nomignolo gli calzava a pennello. Era venuto
al pranzo con Annalisa, la sua fidanzata, una bella
ragazza sui vent'anni, molto diversa da lui. La giovane
sembrava timida ed era rimasta sempre in silenzio non lasciando
mai il braccio di Michele. La nonna non rispose alla domanda
del giovane, però alzò gli occhi per una frazione di secondo
verso Giovanni, che era a capotavola dalla parte dei
bambini, continuando a fare le porzioni. Il vino iniziava
a fare effetto: gli invitati, pur essendo uno vicino
all'altro, parlavano a voce alta creando una tale confusione
che era difficile udire bene le parole, se non venivano
ripetute almeno un paio di volte. Per l'evento
avevano preso due damigiane da venti litri e una era
quasi terminata. Ernesto sembrava avere raggiunto
un limite non superabile, continuava a bere senza che
la sbornia peggiorasse, e parlava, parlava del pericolo
capitalista, che incombeva. I bambini stanchi di essere
bloccati al tavolo, iniziarono a correre intorno ad esso.
Dopo i primi tentativi, gli adulti lasciarono che giocassero
a patto di non disturbare il pranzo.
Michele e Annalisa si alzarono e si diressero dietro la
casa per parlare, dicendo agli altri che lì c'era troppa
confusione. Giovanni li seguì senza farsi vedere e notò
che non parlavano, si tenevano stretti l'uno all'altro e
si baciavano. La madre lo chiamò per il secondo che
stava per essere messo in tavola. Giunse l'oca al forno
con le patate. La nonna, appoggiato l'enorme piatto
con l'animale coperto di patate dorate, brandì un coltello
da cucina sopra il petto dell'oca, la stessa che Giovanni
aveva salvato a Natale e lo affondò nella carne, tagliandola
in due pezzi, che ricaddero pesantemente facendo
rotolare alcune patate sul tavolo, prontamente prese
dal vicino di casa e sua moglie.
Il ragazzo era rigido a capo tavola. Mentre la nonna
faceva le porzioni si alzò abbandonando il tavolo, si
diresse verso il recinto dove l'oca doveva essere, trovò
il cancello aperto e l'animale non c'era più.
- Allora sul tavolo c'è proprio lei! Ecco perché si era
salvata a Pasqua! Esclamò ad alta voce.
Gli ospiti si girarono verso lui e lo videro arrivare
come una furia presso la tavolata. Giovanni con decisione
prese la tovaglia e tirandola con forza, andò all'indietro,
sparecchiando, piatti e bicchieri portando con sé l'oca
con le patate. Ernesto con un tuffo prese una parte
dell'animale prima che cadesse in terra, schiantando
una sedia e qualche bicchiere sotto di sé.
Gli invitati dopo una pausa che sembrò eterna
applaudirono il salvataggio della mezza oca che era
tra le braccia dello zio. Ignorando il ragazzo rimisero
quello che si poteva salvare sul tavolo e ripresero a
mangiare. La madre che fino ad allora era rimasta in
disparte, cercò di scusarsi con i parenti e mentre raccoglieva
le cose da terra, gridava a Giovanni:
- Cosa ti ha preso? Sei impazzito?
La nonna cercava di prenderlo per fargli pagare quel
gesto sconsiderato, ma lui proteggendosi dietro gli altri bambini,
scartava a destra e a sinistra, girando intorno al tavolo per sfuggirle.
I vicini di casa si alzarono per aiutare la nonna nella cattura
del ragazzo, poi desistettero e affaticati abbandonarono il pranzo
brontolando a mezza bocca: - Mai vista una cosa del genere,
quel ragazzo è un selvaggio.
Mentre se ne andavano lo zio Ernesto non la smetteva
di ridere e il figlio Michele disse:
- Cercate di capirlo, lasciatelo stare, avrà avuto i suoi
buoni motivi per farlo, ci avrà visto come dei cannibali
che stavano per mangiare la sua amica.
Gli altri bambini si misero tra la nonna e il ragazzo,
così facendo crearono una barriera tra i due per difenderlo.
Giovanni le sfuggì saltando la siepe di tamarici
che circondava la casa e dirigendosi verso la
campagna. Il nonno, la nonna e la madre lo cercarono
per tutto il giorno chiedendo a ognuno che incontravano
se lo avessero visto, il ragazzo sembrava svanito
nel nulla. Dopo ore di ricerche finalmente la sera la
madre, lo vide seduto sulla riva del fiume che lanciava
sassi nell'acqua. Nessuno ebbe il coraggio di alzare
una mano per punirlo per quello che aveva fatto.
Quello doveva essere un giorno da ricordare e così fu
per molto tempo.


La bicicletta
Il nonno di Giovanni un giorno arrivò a casa con una
vecchia bicicletta. Dopo averla smontata completamente
la scartavetrò riportando a nudo il ferro, poi
verniciò il telaio di rosso e le forcelle di bianco, fece
brillare i raggi delle ruote lucidandoli con dell'olio di
vasellina e quando finì sembrò nuova. Ci vollero molti
giorni, perché era proprio in brutte condizioni. Quando
fu sistemata per bene, chiamò Giovanni: - È una bella bici
Giovanni, stai attento alle auto e tienila con cura.
Da quel giorno i suoi amici diventarono tutti quelli che
avessero la bicicletta. Il giorno dopo la scuola si trovava
con gli altri, dove c'era un ponticello sul canale.
La campagna era a ridosso delle ultime case del paese,
le stradine si diramavano nei campi coltivati dividendoli,
collegavano le fattorie, costeggiando il fiume. Con loro
qualche volta ci andava anche Marina, che si era messa
con Gino. Suo fratello Diego, geloso com'era della sorella,
li teneva sempre d'occhio, non lasciandoli mai soli.
Gino, da qualche tempo, non era più il chierichetto di
padre Vittorio, non sembrava più buono e la madre
aveva preso a piangere più di prima, avendo perso
quel palcoscenico domenicale, anche perché lui non
frequentava molto spesso la chiesa. Il vero motivo
perché Gino non era più il chierichetto preferito del
prete venne fuori una domenica.§§§ Dopo la messa,
le comari fecero pelo e contro pelo al fatto accaduto. Un
pomeriggio, dopo la messa Gino fu sorpreso a scassinare
il bussolotto delle offerte. Il prete, entrando in chiesa
nonostante fosse più brillo del solito, lo vide intento a
prendere le monete e gli chiese: - Cosa fai Giuda?
- Le sto rimettendo a posto sono cadute.
Togliendogli le monete dalle mani, il prete lo cacciò a
pedate urlando: - Ladro! Esci da questo suolo sacro!§§§
Finalmente giunse l'estate. Giovanni aveva preso
la comunione e la scuola era finita. Lui fu promosso,
nonostante le tante assenze dovute all'incidente. L'anno
successivo andò alla scuola media. Gino fu bocciato,
ripeté la quinta e non prese la comunione. Diego
passò alle superiori, Marina andò in prima media.
Durante le vacanze estive la sera i ragazzi facevano
un po' più tardi. Da qualche tempo sedevano sui gradini
della chiesa, in attesa che passasse la spider di Carlo. La
sentivano arrivare da lontano, il rumore del motore
che urlava al massimo dei giri, poi sempre più vicino,
fino a sfrecciare con un rombo impressionante. Nella
spider rossa con la capote aperta, in mezzo al polverone,
si vedeva a malapena la testa bionda di Carlo.
Arrivava nella piazza, le ruote stridevano mentre curvava
invertendo la marcia, per poi fermarsi proprio lì,
davanti a loro per qualche secondo. Poi con una feroce
sgommata, lasciando puzza di gomma bruciata, ripartiva.
I ragazzi battevano le mani a quell'esibizione,
mentre guardavano le luci posteriori diventare sempre
più piccole, fino a quando non diventavano puntini
rossi, per poi sparire nella notte.
Carlo viveva alla fine della strada,
sempre sporco di grasso di macchina,
con lo spider rosso, sembrava un pirata
correva con il bolide, dalla sera alla mattina,
così come nella vita ai margine del fosso.
La notte come un furetto, roteava l'unico occhio
in cerca di refurtiva, di un colpo grosso,
non disdegnando anche le cose del prete.
Nella cantina, aveva oltre a pane e farina,
le radio rubate alla stazione e la benzina.
Come quasi ogni giorno, il gruppo si radunava nella
piazza, dopo avere esaurito i giochi che andavano per
la maggiore: una monta, la luna, lo schiaffo del soldato,
il batti muro, riga, la nizza, mentre le ragazze erano impegnate
per ore a saltare la corda e giocare a campana.
Era sufficiente che uno dei ragazzi inforcasse la bicicletta,
allora tutti partivano a grande velocità verso
l'argine, facendo a gara a chi arrivasse primo. Per gli
ultimi la penitenza era il tuffo nel fiume e tutti dovevano
ripetere la figura del primo tuffatore. Giovanni
non arrivò mai primo, in compenso aveva imparato
a tuffarsi. Il bagno nel fiume era una consuetudine,
andare al mare da soli era vietato, quasi tutti i genitori
erano terrorizzati dal mare, di conseguenza tutti ripiegavano
sul fiume, anche questo, senza farlo sapere
ai genitori. Le stradine di campagna, in quel periodo
dell'anno, erano polverose e i ragazzi al loro passaggio,
di polvere ne alzavano tanta. Ai lati i campi appena
mietuti erano un tappeto dorato, prima di arrivare
al fiume passavano dentro una fresca pineta che costeggiava
un pioppeto. Quello era un angolo magico,
per qualcuno sacro, molte lapidi erano disseminate tra
gli alberi, era un cimitero per animali da compagnia,
qualcuno ogni tanto veniva a sistemare le
tombe, togliendo le erbacce, in particolare ce n'era una
vicino al grande pino di un cane di razza boxer, vi erano
sempre fiori freschi e sulla lapide vi era scritto:
"Al mio caro e fedele compagno Mister".
Un pomeriggio, mentre gli altri correvano lungo lo stradino,
non risparmiandosi colpi proibiti per passare avanti,
Giovanni si attardò nel bosco per leggere le epigrafi
sulle lapidi. Poi riprese a pedalare per raggiungere i
compagni, scalando il ripido dosso, ma qualcosa attirò
la sua attenzione: udì dei rumori provenire dalle
folte canne che si trovavano lungo l'argine. Qualcuno
si faceva largo tra arbusti e rovi, sentì chiaramente un
respiro affannoso, interrotto da qualche colpo di tosse.
Qualsiasi cosa fosse, venne verso lui e Giovanni impaurito
gridò: - Ehi! Chi c'è?
L'uomo uscì dal folto boschetto, resosi conto della sua
presenza coprendosi il viso vi rientrò per poi uscire
qualche metro più in là, quasi ruzzolando discese l'argine
e s'infilò dentro un'auto scura partendo a tutta
velocità.


Imboscata tra i rovi
Dal rialzo dell'argine si potevano vedere i campi divisi
in rettangoli da stradine di terra battuta,
ognuno aveva una tonalità leggermente diversa, così
da formare un'enorme scacchiera. Vide l'auto allontanarsi
alzando dietro di sé una nuvola di polvere. In
breve tempo sparì tra la polvere delle stradine infilandosi
nelle case a ridosso dei campi. Giovanni fu sorpreso
dalla reazione dell'uomo, non fece in tempo a
elaborare che cosa fosse successo che udì le grida provenire
dalle cannucce. Da dove poco prima era uscito
quell'uomo qualcuno correva e gridava, guardò meglio
e vide una bambina coi vestiti a brandelli che si
impigliavano ai rovi. Scese dalla bicicletta, si avvicinò
per vedere meglio, raccolse i sandali, sistemati con cura
accanto a una pianta di more mature. Corse tra l'erba
che era schiacciata in più punti, trovandola immobile,
seduta in terra. Marina con le mani si copriva il viso.
La ragazzina che avrebbe voluto sposare era lì con il
viso sporco di terra seminascosta tra la vegetazione.
Grosse lacrime le colavano sulle guance. Giovanni la
chiamò e avvicinò la mano per tranquillizzarla ma lei,
arretrando si rannicchiò nel cespuglio.
- Sono Giovanni, stai tranquilla.
Il ragazzo ebbe una sensazione d'impotenza, di fronte a quegli
occhi spaventati, il suo corpo tremava, un brivido lungo,
interminabile, s'impadronì delle sue mani, urlò
così forte fino a stordirsi. Chiamò i suoi compagni,
che accorsero chiedendogli: - Cosa hai fatto? Perché urli così?
- È Marina, guardate è Marina!
Gli altri videro la ragazzina
- Cosa ti è successo? Chiese Antonio il Pera (era chiamato
il pera, per le spalle piccoline e il suo sedere abbondante).
- Bisogna chiamare la polizia! Disse Marco il nero,
("nero" per la sua carnagione sempre abbronzata, a
causa dei lavoretti che svolgeva con il padre che era
giardiniere).
Giovanni non aveva mai smesso di guardare quel corpo
tremante e gli sembrava di sentire la voce di Marina
che chiedeva aiuto. Lei però non parlava, guardava
con gli occhi sbarrati il gruppo.
- Adesso ci siamo noi, stai tranquilla! Dissero in coro i
ragazzi.- Ti portiamo a casa.
- Chi è stato? - chiese Giovanni, mentre lei lo guardava
smarrita, ma uscì una parola dalla sua bocca. Quel
giorno Diego e Gino non erano andati al ponticello del
canale, per la solita corsa in bici e qualcuno disse:
- Andiamoli a cercare per raccontare cosa è accaduto,
li troveremo certamente al bar della stazione, loro ci
vanno spesso per guardare le ragazze.
Lasciarono Giovanni e Marina al fiume e il gruppetto
inforcò le biciclette avviandosi. Quando ancora erano
lontani dal bar, riconobbero i due che parlavano seduti
sulla panchina dei giardinetti, e li chiamarono con
voce affannata:
- Diego, Gino, correte è successa una cosa brutta, disse
il Nero - Al fiume c'è Marina
Il Pera non riusciva a parlare e faceva segno di sì con
la testa. Allora Diego si alzò di scatto chiedendo cosa
fosse successo alla sorella - Qualcuno l'ha aggredita,
disse il Pera.
- È morta? Domandò Diego.
- No, no, dissero in coro il Pera e il Nero. -L'ha trovata
Giovanni in mezzo all'erba, adesso sono lì che ci
aspettano, bisogna chiamare la polizia!
Diego e gli altri si avviarono verso il fiume, dove Giovanni
e Marina, erano in attesa che arrivassero. I due
erano seduti, lui la rassicurava, gli amici sarebbero arrivati
in fretta, avrebbero chiamato la polizia e i suoi
genitori. La ragazza aveva gli occhi fissi su di lui, non
parlava e non faceva nessun gesto, sembrava una bambola,
quelle che sono spesso sui mobili appoggiate al
muro, con le gambe larghe per tenerle in equilibrio.
Arrivarono Diego e gli altri, il fratello la strinse tra le braccia
e le disse:
- Marina, tranquilla adesso ci sono io, andiamo a
casa.
Lei rimase in silenzio e gli si strinse forte, facendo un
cenno con la testa. I ragazzi li seguirono fino alla casa
del falegname, raccontarono i fatti ai genitori della ragazza.
La signora Maria e il signor Franco ascoltarono
attentamente la storia dei ragazzi, lui, visibilmente alterato,
sbattendo tutto quello che gli capitava a tiro:
- Porco, questo criminale, questo … bisogna trovarlo,
questo porco!.
La moglie, lo seguiva cercando di calmarlo e rimettendo
in ordine quello che lui gettava in terra, supplicandolo.
- Calmati, andiamo alla polizia, lo troveranno, vedrai
lo prenderanno.
Qualcuno aveva avvisato la polizia del fattaccio, poco
dopo aver portato Marina a casa. Davanti all'abitazione
giunsero due auto, ne scesero due uomini, uno
in borghese, l'altro in divisa. Un gruppetto di ragazzi parlavano
animatamente del fatto, ai primi se ne erano
aggiunti altri che normalmente non frequentavano.
Alla vista delle auto, vi si radunarono intorno aspettando
che gli agenti facessero domande. La casa del
falegname era una delle tante che erano state costruite
abusivamente al margine del paese, ed era gente
semplice ma dignitosa, ben integrata con il resto della
comunità, per lo più emigrati come loro. Il gruppo diventò
una folla quando i vicini seppero del fattaccio,
chi per curiosità, chi per sincera solidarietà. Si sentivano
i commenti più diversi. Tutti avevano una teoria,
chi disse:
- Così piccoli dovrebbero essere tenuti in casa.
- Ma con la bella stagione come si fa?
- on si può stare mai tranquilli.
- Di gentaccia ce n'è tanta, prendersela con una bambina
così piccola, povera Marina.
- La pena di morte ci vorrebbe …
Una lunga serie di luoghi comuni fiorivano nei discorsi
della folla. Il poliziotto vestito con abiti civili, ordinò
a due agenti:
- Fate sgombrare … troppi curiosi, non siamo mica al
teatro!.
I due allontanarono la folla, che si scostò di poco, per
poi riprendere presto posizione davanti alla casa.
Quando i poliziotti si avvicinavano si allontanavano,
quando rientravano in casa, si riaccostavano, così
per tutto il tempo. L'ispettore - che si chiamava Baldi
- dopo aver parlato con il padre di Marina, uscì e si
rivolse a Giovanni:
- Allora: da fuggiasco a eroe! Raccontami come sono
andati i fatti.
Giovanni non se lo fece ripetere e raccontò come aveva
salvato Marina. Disse dell'uomo che fuggiva e della
macchina scura, Baldi gli chiese: - Ne hai parlato con
i tuoi amici?
- Non ne ho avuto il tempo, è stato così improvviso il
primo pensiero era Marina, tutto il resto non contava.
- Bene, non divulgare il fatto e non raccontare che potresti
riconoscere l'auto con cui è fuggito, questo farà
sentire al sicuro quel porco.
L'ispettore Baldi si congratulò con il ragazzo per l'azione
coraggiosa, dandogli una pacca sulla spalla,
- Bravo ragazzo! Poi gli raccomandò la massima attenzione,
poteva essere pericoloso girare da soli nella
zona e di restare in gruppo con gli amici. Baldi era arrivato
per caso nel commissariato di zona, dall'accento si capiva
che era del nord. Si diceva in giro, che la sua aspirazione
fosse di fare musica. Per una serie di sfortunati episodi
aveva dovuto rinunciare alla carriera di musicista.
 

Il musicista
I giorni che seguirono furono incentrati sui fatti accaduti
al fiume. Il gruppo con le biciclette impegnava il
tempo a disposizione percorrendo le stradine che portavano
al fiume, con la speranza di trovare qualcosa di
utile per rintracciare l'aggressore di Marina. Durante
una corsa sullo stradino, nei pressi del luogo dell'aggressione,
i ragazzi sentirono della musica arrivare
da dietro un boschetto di salici. Lunghe fronde coprivano
il musicista, il gruppetto si avvicinò incuriosito:
seduto sulla riva del fiume videro l'ispettore che con
il violino suonava con passione musiche che loro non
avevano mai ascoltato. I ragazzi in silenzio attesero la
fine dell'esibizione. Baldi, resosi conto degli intrusi smise
di suonare; loro applaudirono: - Bravo, bis, bravo ispettore.
Il Baldi apprezzò visibilmente gli applausi dell'inaspettato
pubblico, poi chiese:
- Che cosa fate qui? Mi spiate?
- No, noi passiamo sempre da queste parti. È la nostra
zona.
- State forse indagando per conto vostro?
L'ispettore sistemò il seggiolino che era affondato con
una gamba nella terra morbida dell'argine, poi sfogliò
alcune pagine dello spartito bloccandole con una molletta
di metallo e accarezzando lo strumento, si accomodò,
inforcò gli occhiali dopo averli puliti con cura,
fissò Diego, che era il più grande del gruppo e disse:
- Allora, ti ascolto.
- Ispettore, noi passiamo qui e se vediamo qualcosa
che non ci quadra, veniamo in commissariato e cerchiamo
di lei.
Annuendo alle parole del ragazzo l'ispettore spiegò
come quelle cose fossero pericolose e che se ne dovevano
occupare la polizia, assicurandogli che alla fine l'avrebbero preso.
Poi li invitò ad andare via, dicendo che da solo si concentrava
meglio per suonare.
Giovanni non aveva raccontato a nessuno degli
amici dell'uomo che aveva visto fuggire, ma avrebbe
voluto togliersi quel peso, nonostante Baldi si fosse
raccomandato di non farne parola con nessuno. Poi
con la mente ritornò al giorno dell'aggressione, pensando:
"il fatto che i sandali erano sistemati con cura,
significava che Marina era tranquilla, come se fosse in
compagnia di una persona amica". Chi poteva essere?
Questo pensiero assillava Giovanni e la macchina
scura non era di quelle che si vedono tutti i giorni, poi
quei colpi di tosse gli erano rimasti nella testa,
"Per ché Marina e l'uomo erano all'argine? Se riprendesse a
parlare, si risolverebbe il caso". Il mese di luglio passò
in fretta, i giorni dell'aggressione erano lontani, i ragazzi
continuarono a vedersi nella piazza della chiesa.
Il Nero andò in vacanza con la famiglia, Antonio
partì per la Calabria, del gruppo rimasero in paese:
Diego, Gino, Giovanni e Marina, a volte a loro si aggiungeva
qualche ragazzo in vacanza, come Giuseppe e Mario.
Una sera, mentre erano raggruppati in piazza, Giovanni
vide una macchina scura transitare lentamente
sul lato opposto al loro, si alzò e con lo sguardo seguì
l'auto. Era sicuro che fosse la stessa vista fuggire quel
giorno. Uscì dal gruppo, scostò Diego, che gli copriva
la visuale e si mise a correre, verso quella che poteva
essere l'auto dell'aggressore di Marina. Giuseppe gridò:
- Giovanni, dove vai?
Il ragazzo non rispose, aveva bisogno di tutto il fiato
possibile, mentre era impegnato nella folle rincorsa
dell'auto. Gli altri lo seguirono e nella piazza, tra
la gente che prima sonnecchiava, iniziò una rincorsa
generale, senza capire bene perché lo si faceva. Diego
raggiunse Giovanni, con il respiro affannato gli chiese:
- È lui?
Il ragazzo in un primo momento, volendo mantenere
la promessa fatta all'ispettore, non rispose. Poi pressato
dal fratello di Marina, disse:- Forse, non sono sicuro.
L'auto lentamente sparì nella strada buia che era dietro
la chiesa. Il gruppo si arrese, con le mani appoggiate
sulle ginocchia respirando affannosamente, poi
fissando Giovanni gli chiesero perché avessero inseguito
quell'auto. Mentre ripresero fiato, rimanendo
piegati in avanti, raccontò dell'auto che aveva visto
andare via a tutta velocità il giorno dell'aggressione
di Marina. Quella che avevano appena inseguito gli
sembrava fosse molto somigliante all'auto dell'aggressore.
Accanto a loro c'era anche Marina, che ascoltò il
racconto attentamente e sembrò interessata dai particolari
che sembrava avesse rimosso. Giovanni, il giorno, dopo
andò al commissariato e cercò di Baldi. Al poliziotto
che all'entrata lo fermò, domandò:
- Dov'è l'ispettore?
- Bussa a quella porta dovrebbe essere in ufficio.
L'ispettore era seduto davanti al suo violino, con una
pezza bianca lo accarezzava come fosse una bella donna,
avendo cura che ogni granello di polvere fosse eliminato,
lo guardava in controluce per poi riprendere
l'operazione di pulizia con colpetti di rifinitura, mentre
eseguiva quest'operazione, senza mai togliere lo
sguardo dallo strumento, disse:
- Allora ragazzo cosa c'è?
Ho visto la macchina scura!
Giovanni raccontò il fatto accaduto la sera prima, come
tutti insieme avessero corso dietro di essa e che oramai
tutti conoscevano il fatto dell'uomo e di quell'auto.
- Siete riusciti a vedere l'uomo da vicino?
- No, era troppo buio.
- Secondo te si è accorto conto che lo inseguivate?
- Non lo so, però non ha mai accelerato, come se fosse
preso da altro.
Baldi ripose con cura il violino nella custodia, lo ripose
in un armadio, chiudendo a chiave lo sportello, poi,
rivolgendosi a Giovanni: - Caro ragazzo, ti avevo detto
di non parlare di quell'uomo.
- Ispettore, io non l'avevo detto a nessuno, ma Diego ha
capito e ha voluto sapere tutti i particolari.
- Va bene, oramai la frittata è fatta, non ti preoccupare:
adesso ci pensiamo noi. Vuoi che ti accompagni a casa?
- No, no, sono venuto con la bicicletta, grazie ispettore.


La festa patronale
I preparativi della festa patronale erano a buon punto,
i ragazzi erano eccitati da quell'evento. I giostrai avevano
occupato buona parte della piazza, le bancarelle
erano una fila interminabile che si snodava anche nelle
vie adiacenti. Vi si poteva trovare ogni ben di Dio, e
la chiesa era decorata con luci fin sopra al campanile,
così come ogni lampione e albero che si potesse decorare,
le luminarie attraversavano la strada con figure
damascate, in più quell'anno il prete aveva voluto fare
le cose in grande, all'estendo un palco dove si sarebbero
esibiti vari artisti, tra cui sembrava sicura l'esibizione
dell'ispettore Baldi.
Nonostante i ragazzi non avessero smesso di perlustrare
i vicoli di tutta la zona,( per loro quella oramai
era l'occupazione principale) dell'auto in questione
non c'era traccia. Ogni giorno partivano con le biciclette
perlustravano la zona, cercandola in lungo e in
largo, per poi riunirsi nella piazza e fare il resoconto
delle ricerche. Arrivò la sera della festa, la chiesa
era gremita in ogni posto, padre Vittorio officiava la
messa, Giovanni con la nonna era nei primi posti,accanto
aveva il falegname con la moglie e i figli, Marina e Diego, poi
tanta gente che il giorno dopo avrebbe finito le vacanze. Il
chierichetto era un ragazzino che veniva solo d'estate
e non frequentava il loro gruppo.


Anche il diavolo va a Messa
Accanto aveva il falegname con la moglie e i figli Marina e
Diego, poi tanta gente che il giorno dopo avrebbe finito le
vacanze. Giovanni non aveva occhi che per Marina, lui della
messa seguì ben poco. La ragazza a parte il fatto che
non parlava dal giorno del fattaccio, sembrava in forma
e non stava ferma un attimo. I genitori ogni tanto
la prendevano con delicatezza per la mano per farla
mettere seduta. Il prete chiese all'assemblea di pregare
insieme, come il Signore aveva insegnato. Tutti in
piedi con le mani rivolte a Dio declamarono il Padre
Nostro, il momento più atteso da Giovanni era quasi
arrivato.
- La pace sia con voi, disse padre Vittorio e l'assemblea
in una sola voce rispose.
- E con il tuo spirito.
- Scambiatevi un segno di pace.
Giovanni si rivolse a Marina poi si avvicinò, la abbracciò
forte e le disse sottovoce:
- Tornerai a parlare, ti voglio bene.
Le lacrime rigarono il viso di Marina, mentre annuiva.
Arrivato il momento dell'Eucarestia, la nonna di
Giovanni si alzò dirigendosi verso l'altare dove il prete
offriva il Corpo di Cristo ai fedeli, che a loro volta
rispondevano: ?Amen.
Giovanni con gli occhi fissi sulla ragazza rimase seduto,
la nonna tornò indietro gli diede un pizzicotto
sotto il braccio e una pacca sul collo e sibilando a denti
stretti:- Devi fare la comunione, vieni.
Lui si alzò e la seguì, anche la ragazza si mise in fila,
i due si erano comunicati a Maggio. La fila era lunga,
Baldi era qualche persona dopo di loro. Le parole del
prete rimbombavano nella chiesa, nonostante le proferisse
con voce normale, quello che si sentiva più forte
era la risposta dei fedeli, ?Amen. Nel leggero brusio
della folla a tratti si sentì qualche leggero colpo di tosse,
uno in particolare attirò l'attenzione del ragazzo,
proveniva da qualche panca più dietro, era una tosse
più secca delle altre, girandosi per vedere chi potesse
essere, trovò un muro di persone più alte di lui che gli
coprivano la visuale. Quella tosse sembrò entrargli nella
testa, lo riportò indietro nel tempo, rivide la scena tra
le cannucce, l'uomo che fuggiva con la macchina in
mezzo al polverone, Marina con il vestito strappato
seduta come una bambola maltrattata. Avrebbe voluto
andare a vedere, chi fosse quello che tossiva in
quel modo, ma la fila era terminata. Si trovò davanti
a padre Vittorio, gli offriva il corpo di Cristo, allora …
?Amen.
Ritornando al proprio posto con le mani giunte, simulando
la concentrazione dovuta alla preghiera, guardava
la fila e le persone che si alternavano davanti a
padre Vittorio: Baldi, la signora Maria, il signor Franco,
la moglie del macellaio, Giselle la tappezziera e Cosimo,
tornato dalla Germania, avrebbe dovuto sposarla,
lei stava per partorire. Il padre, Pacifico l'orologiaio,
finito di riscuotere i debiti contratti dai paesani per le
comunioni, miracolosamente rimessosi in salute, non
aveva nessuna intenzione di lasciare il negozio al figlio,
che si mise a lavorare come aiuto tappezziere nel
negozio della moglie. Nessuno tossiva più, le persone
sfilavano senza che il ragazzo riconoscesse nessuno.
Poi Marina ebbe un sussulto al passare di un uomo
alto, ben vestito, con le mani giunte a testa bassa che
si avviava verso il proprio posto. La ragazza si strinse
al padre iniziando a piangere, lui non capì cosa l'avesse
agitata in quel modo, sussurrandole di calmarsi
la prese per le spalle e, avvicinandola a sé, la strinse
con un abbraccio protettivo, rassicurandola. Giovanni
aveva notato l'agitazione di Marina e si diresse verso
di lei chiedendole: - Lo hai riconosciuto? Chi è?
Lei girandosi su se stessa indicò un punto della chiesa,
ma dove prima c'era l'uomo ora era seduta una signora
anziana. Il ragazzo andò da Baldi, che era intento
a seguire la messa, ma l'ispettore gli fece cenno di
aspettare, Giovanni lo tirò per la giacca, infine l'uomo
spazientito da tanta fretta chiese:
- Cosa c'è?
- L'uomo dell'aggressione era qui in chiesa! Esclamò
Giovanni.
- Dove lo hai visto?
- Era lì, dove adesso c'è quella signora.
Poi gli disse come Marina si era agitata dopo aver visto
l'uomo che l'aveva aggredita, e a quel punto Baldi
si diresse verso i genitori della ragazza, chiedendo
loro di uscire. L'uomo, la moglie e i due ragazzi seguirono
l'ispettore fino alle scale della chiesa, da quel
punto di osservazione si dominava tutta la piazza: era
piena di bancarelle, la folla l'aveva gremita nonostante
fosse ancora presto, era impossibile trovare chicchessia
a meno di un colpo di fortuna. Baldi chiamò una
volante, fece salire i genitori e i due ragazzi sull'auto,
ordinò all'autista di fare un giro intorno alla chiesa, e
chiese a Marina:
- Guarda se lo riconosci mentre andiamo.
Lei annuì e s'incollò con il viso al vetro del finestrino.
Girarono per circa due ore senza vedere nessuno
che assomigliasse al ricercato. L'ispettore a quel punto
accompagnò il falegname, la moglie e Marina a casa,
lasciando Giovanni davanti alla chiesa. La nonna, in
pensiero per il ragazzo, era lì spazientita che lo aspettava.
Alla vista di Giovanni iniziò a lamentarsi, gli andò incontro
mulinando la mano libera, alzando l'altra in cui aveva la borsa.
Arrivata abbastanza vicino, quasi urlando gli mollò uno schiaffo,
ma il ragazzo lo evitò con agilità, abbassandosi, saltando
contemporaneamente all'indietro:
- Sono andato con l'ispettore ! Ripeteva Giovanni, facendosi
scudo con le mani.
- L'ispettore, l'ispettore, ne hai sempre una tu, va a
casa!
 

Concerto per Marina
Le note viaggiavano, si alzavano leggere, scesa la calura
del giorno, ero lì ad ascoltare la musica della festa del quartiere.
Giochi, balli, la giostra che girava a tempo di valzer.
Il banco dei dolci, lo zucchero filato, i biglietti della
lotteria.
Come ogni anno, in quel mese, la piazza di persone si
animava.
Molti giovani e nuove spose, mancavano quelle che si
erano arrese.
Una fiumana di bambini felici, correva, tirava per le
gonne e rallegrava.
Visi vecchi e capelli grigi, con grandi sorrisi delle nonne.
La sera, nella piazza, la festa era al culmine; cantanti e
poeti si alternavano sul palco e il pubblico apprezzava
applaudendo con calore ogni esibizione, anche la
più scarsa. Arrivò il momento dell'esibizione di Baldi.
Dopo una troppo lunga presentazione del prete,
fischiata dal pubblico, l'ispettore dal palco indicò Marina
che era seduta nei primi posti con il fratello e iniziò a suonare,
alle prime il silenzio calò sulla piazza: il suono del violino
si diffuse nell'aria, magnifico, drammatico, poi melodioso,
arpeggiato, Baldi fu bravissimo e alcuni,
più sensibili di altri, nel silenzio religioso della piazza
di fronte a tale bravura, piansero. Quando l'esibizione
terminò e Baldi si chinò per ringraziare la piazza, dopo
un attimo di silenzio, il pubblico applaudì con vigore
gridando: ?Bravo, bis, suona ancora! Baldi non si
fece pregare e riprese a suonare e quella che si udì,
fu quasi rabbia; pizzicando le corde e facendo volare
l'archetto si percepì la passione per quell'arte che aveva
abbandonato troppo in fretta, un breve, ma intenso
pezzo di bravura con cui si congedò, salutò la folla,
inchinandosi tra gli applausi. Il gruppo dei ragazzi
era riunito vicino alla giostra. Diego e Gino, giravano
sopra ai seggiolini, il primo dietro l'altro, facendolo
dondolare per poi lanciarlo verso il trofeo appeso in
alto, guadagnando un giro gratis. Diego era forte e a
ogni lancio Gino riusciva a prendere la coda di coniglio;
oramai era più di mezz'ora che giravano gratis e
il giostraio parlò con loro e li convinse a scendere poiché
gli altri iniziavano a lamentarsi. Dopo la trattativa
i due si accordarono, con la promessa di qualche giro
gratis il giorno dopo. La folla era in attesa del culmine
della festa, i botti, che erano, come in tutte le feste
degne di questo nome, un saggio di bravura e originalità
da mostrare ogni volta: la cascata, la fontana, le
stelle cadenti, il botto più forte. I ragazzi si aggiravano
tra le bancarelle, lanciandosi palline di stoffa riempite
di segatura e assicurate a un elastico, alcuni di loro
per renderle più pesanti le avevano inumidite, così
si fronteggiavano con altri provenienti da altre zone
del paese, mettendo in atto una vera e propria guerriglia
in difesa del territorio. La bionda del tiro a segno
invitava a provare la propria abilità, i dolci erano
abbondanti e di tutti i tipi: zucchero filato, caramelle,
canditi, lecca-lecca colorati e in tutte le forme, rotondi,
a cuore, bastoncini a strisce colorate, a palla. Le bande
di frombolieri, dopo aver corso per tutti i vicoli alla
ricerca del nemico, si fermavano al banco dei panini,
il loro preferito. Un parapiglia proveniente da dietro
il banco attirò l'attenzione di Giovanni che stava per
scegliere il suo panino. Qualcuno se le dava di santa
ragione, uno dei due gridò: ?Maiale, cosa volevi da
mio figlio? Porco, adesso ti do io quello che meriti!
L'uomo cercò la fuga e inciampando sui cavi elettrici,
tolse la corrente alla macchina dello zucchero filato,
lasciando il proprietario con il bastoncino in mano. Si
spensero le luci di tutta la fila di ambulanti, lasciando
al buio mezza piazza. Il cerchio dei curiosi richiamati
dalla rissa si strinse intorno a lui, impedendogli la
fuga. In breve si accesero piccole risse in ogni parte
della piazza, era come se approfittando della confusione,
si regolassero vecchi conti lasciati sopire, in attesa
dell'occasione propizia per risvegliarli. Giovanni
a fatica riuscì a superare il muro di persone, Marina
gli s'infilò dietro, giunti in prima fila c'erano i due che
se le davano di santa ragione. La ragazza si irrigidì,
poi stese il braccio indicando uno dei due uomini e
infine parlò, per la prima volta dal giorno dell'aggressione:
È lui! Diego, che era accanto a loro, prima guardò Marina
poi Giovanni, gli fece un cenno d'intesa indicando
quello più alto come l'aggressore del fiume. Il fratello
della ragazza scattò in avanti, bloccandolo con una
stretta al collo, l'uomo cercò di liberarsi dalla presa
mentre il padre del bambino molestato, ogni tanto tirava
un calcio. Richiamato dal trambusto Baldi, con
due poliziotti in divisa, si fece largo tra la folla.
- Che succede qui? - domandò l'ispettore.
- Quell'uomo ha molestato il figlio di Mario! L'orologio
della chiesa suonò la mezzanotte ammutolendo
i presenti: era l'ora dei fuochi.
- Fermi, fermatevi, ho detto! Ordinò l'ispettore, mentre
liberava l'uomo dalla presa del fratello di Marina.
Gli agenti presero l'uomo in custodia, lo ammanettarono,
lo fecero salire sulla volante, sottraendolo al
linciaggio della folla inferocita, che mentre l'auto passava
tirava calci e pugni ammaccando la carrozzeria.
Marina era rimasta al margine del cerchio di gente che
si stringeva attorno all'auto della polizia, quando Diego,
madido di sudore, si avvicinò e accarezzandola
sul viso le mormorò:- Finalmente è finita, vieni andiamo
a casa.
I due fratelli lentamente si avviarono tra la folla, che
si apriva al loro passaggio in silenzio. Poco lontano,
nella piazza, l'adrenalina era a mille, il vino e la birra
correvano a fiumi, la gente ballava e cantava, la giostra
girava a tempo di valzer, la festa era al suo culmine quando
un boato fece ammutolire la folla di festanti, poi
una serie di sibili e botti: gli artificieri avevano appiccato
fuoco alle polveri. Partì un applauso. La piazza
fu illuminata da cascate di luce e stelle cadenti. Con
i fuochi artificiali furono messi i sigilli, alla festa della
Madonna delle Grazie.
Il giorno dopo non si parlava d'altro che del maniaco
e di Marina che aveva ripreso a parlare. Baldi andò a
trovare Marina per farle vedere le fotografie dell'aggressore
e per sentire la voce della ragazzina.
- Lo riconosci? - chiese l'ispettore. La bambina guardò
con attenzione le immagini e fece cenno di sì con la
testa.
- Eh no Marina! Me lo devi dire parlando! Esclamò
l'uomo, abbozzando un sorriso.
Dopo una breve pausa: - Si è lui - disse Marina, con una
bella voce cristallina. - Brava, hai una bella voce.
Poi Baldi salutò i genitori e mentre andava via, giunto
nei pressi della porta, si fermò e girandosi si rivolse a Marina;
- Dimmi una cosa, come mai eri al fiume? Perché i sandali
erano così ben sistemati?
Si chinò per mettersi alla stessa altezza della ragazza,
in attesa della risposta. La ragazza spiegò che era
andata al fiume per attendere il resto della comitiva,
sapeva che sarebbero passati di lì, si era tolta i sandali
per pulire i piedi dalla polvere. Arrivata quella macchina
era sceso quell'uomo che l'aveva salutata sorridendo,
poi mentre saliva il dosso dell'argine le aveva
chiesto cosa facesse lì da sola, poi aveva iniziato a toccarla
per toglierle il vestito, ma poiché lei era riuscita a
divincolarsi l'aveva inseguita, fino a che si sentì la voce
di Giovanni e l'uomo scappò. Uscendo dalla casa del falegname
l'ispettore incontrò i ragazzi che lo attendevano e
lo fermarono chiedendo notizie dell'arrestato. Baldi
confermò che il colpevole dell'aggressione era proprio
quell'uomo, inoltre era ricercato e sospettato di altre
aggressioni, avvenute in località di villeggiatura, in
particolare per una avvenuta due anni prima, durante
la quale purtroppo, un bambino dell'età di Marina era
deceduto. Baldi disse ai ragazzi di fare sempre attenzione,
di non fidarsi troppo degli sconosciuti, tenendo
sempre d'occhio soprattutto i più piccoli. Nel salutarli,
ringraziando per l'aiuto dato nell'indagine, disse:
- Con questo caso ho chiuso la mia carriera in polizia.
Torno al nord, voglio riprendere la mia passione per la
musica dove l'ho lasciata … magari ci vediamo a qualche
concerto.
I ragazzi salutarono l'ispettore uno per volta con un
abbraccio, quando fu il momento di Giovanni, il ragazzo
abbracciandolo gli sussurrò:? Grazie. Dal gruppetto
si sentì:
- Ispettore qual è il tuo nome? -Bruno. Poi aggiunse
che avrebbe chiesto spesso notizie di loro, mentre
con passo svelto, senza mai girarsi si allontanava
accompagnato dagli applausi della folla che si era
radunata davanti alla casa del falegname.


Cinque anni dopo
Erano i primi giorni d'Agosto e le giornate passavano
lente. Nel pomeriggio, quando il sole picchiava forte,
per la strada si vedeva poca gente, i pochi coraggiosi che
si avventuravano cercavano l'ombra fresca dei grandi
platani che erano lungo il viale che porta alla scuola.
Giovanni oramai in quel periodo usciva solo con Marina,
Diego si era fidanzato con una ragazza di città,
Gino aveva preso a frequentare un'altra comitiva, il
Pera tornato dalle vacanze, non usciva più da casa, girava
voce fosse innamorato di una ragazza straniera
che forse non avrebbe più rivisto perché viveva troppo
lontano (forse in Svizzera)
. Il Nero era sempre a
lavorare con il padre nei giardini delle ville, che si trovavano
dall'altra parte del paese, Giuseppe e Mario
vivevano in città. Erano passati quasi cinque anni da
quell'estate famosa; un giorno mentre Giovanni e Marina
erano seduti sugli scalini della Chiesa, nell'unico
punto d'ombra di tutta la piazza, sul lato opposto al
loro passò un ragazzo in bicicletta. Pedalava in modo
strano, tenendo una gamba tesa e con l'altra spingeva
sull'unico pedale e si dirigeva verso la chiesa. Giovanni
vide i capelli lunghi, biondi, legati come fanno le
donne. Era passato tanto tempo dall'ultima volta che
l'aveva visto, ma riconobbe il suo antico compagno
d'avventura. Il ragazzo si fermò davanti a loro, scese
dalla bici e appoggiandosi al manubrio si avvicinò zoppicando.
Con un sorriso salutò i due, poi disse:
- Giovanni, non dovevamo andare a Firenze noi due?
Sorpreso e felice di rivedere Massimo, Giovanni si
alzò, gli andò incontro, lo abbracciò e gli chiese:
- Come ti va? Ti ho cercato in ospedale il giorno che
sono uscito, ma un infermiere mi ha detto che eri in un
altro padiglione.
- Mi hanno operato, ho passato quasi tre mesi in ospedale,
ma come puoi vedere, non è andato tutto a posto!.
La gamba di Massimo era tesa come un ramo secco, e
per mettersi seduto accanto ai due Giovanni lo aiutò.
- E questa? È la tua ragazza?
- No, ma siamo molto amici.
- Io sono Marina - disse lei - frequentiamo la stessa
scuola.
- E bravo Giovanni, sei andato alle superiori! Io invece
ho lasciato l'officina e ho iniziato a lavorare in un
laboratorio, riparo radio e televisori, dicono che l'elettronica
sia il futuro.
Nel breve tempo passato insieme prima dell'incidente
non si erano dette molte cose di loro.
- Come mai sei da queste parti? Sei in vacanza? Dove
vivi?
- Sono da mio cugino Carlo, rimarrò una settimana.
Mentre erano lì che si scambiavano domande, il prete
canticchiando passò con il cane, superò i tre senza salutarli,
costeggiò il muro ed entrò dalla parte posteriore
della chiesa. I ragazzi sorrisero, portando il pollice
alla bocca, come per dire: questo qui, trinca e, ripresero
i loro discorsi.
- Carlo chi? Quello con la macchina rossa?
- Proprio lui, lo conosci?
- Adesso è un po' che non si vede … ho saputo che ha
qualche problema con la polizia per delle cose che gli
hanno trovato in casa.
- Cose rubate, dovrebbe uscire la settimana prossima
- disse Massimo.
Tutti i ragazzi conoscevano Carlo, per le sgommate
che faceva con l'auto nella piazza, ma in effetti era un
bel po' di tempo che non lo vedevano da quelle parti.
Lo ritenevano, (nonostante la cattiva reputazione) un
uomo simpatico, e con loro si era comportato sempre
bene. Poi Giovanni gli raccontò i fatti che erano successi
nei tre anni trascorsi e, avuto il consenso dalla ragazza,
raccontò anche di quello che era accaduto quel
giorno all'argine e la cattura di quell'uomo il giorno
della festa patronale. Massimo ascoltava con attenta
curiosità le cose dette dai due ragazzi.
- Avete avuto un bel movimento, negli ultimi tempi,
non vi siete annoiati!.
Come in tutti i posti di mare il tempo cambiava in fretta,
grosse nuvole nere passarono veloci sopra di loro,
scurendo in un attimo la piazza. Cadde qualche gocciolone
cadde, il selciato di cerchietti scuri dove si era
accumulata la polvere estiva, e con un impercettibile
tonfo creava dei piccoli crateri. La rapida evaporazione
dell'acqua che colpiva l'asfalto caldo, diffuse un
odore acre di terra e catrame. Poiché il tempo peggiorava
Massimo, salutando i due in tutta fretta, inforcò
la bicicletta e disse:
- Adesso devo andare a casa, a domani!
Giovanni aiutò Massimo sostenendo la bicicletta.
- Mi fa piacere che mi aiuti, però ti devo dire che non
ne ho bisogno, comunque, grazie.
Quell'estate non fu molto diversa dalle altre. La comitiva
si era ridotta a pochi elementi: al Pera era passata
la cotta per la ragazza svizzera ed era diventato molto
diverso, si era dimagrito e allungato, non sembrava
più una pera; il Nero era sempre più abbronzato,
anche se aveva smesso di lavorare con il padre
nei giardini, la sua era un'abbronzatura da spiaggia,
luogo dove piantava ombrelloni da giugno a settembre;
Diego e Gino oramai erano troppo grandi perché
li frequentassero, e andavano raramente in piazza, se
non la domenica durante la messa.
Massimo, come aveva promesso, il giorno dopo tornò,
e con Giovanni e Marina trovò anche gli altri ragazzi:
Antonio (il Pera) e Marco (il Nero). Fatte le presentazioni,
chiese:
- Buck è sempre nel giardino?
- Padre Vittorio non lo fa uscire, se non qualche volta
quando ha bevuto un po' di più… non lo hai visto
ieri? Ci è passato davanti, lo tiene alla catena, ha paura
che gli scappi.
Poi Massimo disse:
- Vogliamo passare tutta l'estate in questa piazza? Oppure
approfittare per andare tutti a Firenze?
Il Nero sorridendo disse:
- Come ci arriviamo a Firenze? Con le biciclette?
- Visto com'è andata la volta scorsa, forse non mi sembra
il caso.
Allora il Pera:
- Si potrebbe andare con il treno, partiamo la mattina
presto per tornare la sera del giorno stesso, così i nostri
genitori non si accorgono di nulla.
I cinque erano d'accordo: sarebbero andati con il treno.
Giovanni era curioso riguardo alla voglia di andare
a Firenze da parte di Massimo:
- Perché Firenze? Anche cinque anni fa volevi andarci …
perché?
- Ne parlavano sempre in casa. Quando ero piccolo
mia zia la sera mi trascinava al bar, nell'ora che davano
il telegiornale per vedere gli angeli del fango.
Il quattro Novembre del 1966 l'Arno era straripato
invadendo la città, causando trentacinque vittime e
ingenti danni. Le immagini in bianco e nero, trasmesse
dalla televisione, avevano colpito l'immaginario
collettivo: ragazzi di tutte le età e diverse nazionalità,
che in mezzo al fango cercavano di mettere in salvo le
opere di valore artistico e storico del patrimonio nazionale
e universale. Alcune di esse andarono perse
per sempre e per quelle salvate bisogna essere riconoscenti
a questa mobilitazione giovanile spontanea
a cui assegnarono il nome di "angeli del fango".
Massimo
continuò a raccontare, mentre gli altri lo ascoltavano
con curiosità:
- In quel periodo tutto quel parlare di Firenze, degli
angeli del fango, aveva stimolato la mia fantasia di ragazzino,
volevo a tutti i costi arrivare in quella città,
dove gli angeli si sporcavano di fango.
Marina aggiunse:
- Ne parliamo ogni tanto a scuola di quell'alluvione,
quando piove molto e il fiume ingrossa, siamo tutti
preoccupati che possa accadere una cosa del genere e
viene in mente quella tragedia.
A quel punto Giovanni disse:
- Quindi tutti a Firenze!
Il gruppo era deciso e iniziò la preparazione al viaggio.
- Ci vuole qualche lira per andare - disse il Nero - Dobbiamo
vedere quanti soldi riusciamo a raggranellare.
Marina disse che aveva messo da parte qualcosa dei
soldi ricevuti durante le feste e per la promozione. Il
Pera:
- Io non spendo la paghetta da quando sono tornato dalle
vacanze di tre anni fa, la mettevo da parte per
un viaggio in Svizzera, lei però non mi ha mai scritto,
penso che mi abbia dimenticato, quindi: Firenze arrivo!.
- Io non ho molto, giusto qualcosa del regalo della
promozione. Saranno sufficienti per qualche gelato,
mi dovete finanziare voi, poi ve li rendo, disse Giovanni.
Massimo rispose:
- A te ci penso io, ti ho detto che lavoro, mi pagano
ogni settimana e non li spendo mica tutti. E tu Nero,
cosa puoi mettere?
- Io lavoro, ho qualche lira da parte, vediamo quello
che ci costa e dividiamo le spese, anche quelle di chi
non può. Poi però facciamo un patto: non mi chiamate
più Nero, il mio nome è Marco, siamo d'accordo?
Mentre erano lì che facevano i calcoli dei soldi necessari
una macchina irruppe nella piazza, era la spider
di Carlo. Come al solito faceva il giro completo, stridendo
con le gomme, per poi frenare davanti alle scale,
dove era il gruppo impegnato a pianificare il viaggio.
Lì guardò con il suo unico occhio abbozzando un
sorriso, poi disse:
- Che state facendo, la raccolta per i poveri? Uno eccolo
qui!.
Massimo, sorpreso dall'improvvisa apparizione del
cugino, esclamò:
- Non dovevi uscire la settimana prossima? Che fai
qui?
- Al giudice ho fatto pena e ha firmato il foglio di scarcerazione,
con quattro giorni di anticipo.
- Noi ci stiamo organizzando per andare a Firenze con
il treno.
- Con il treno? Potremmo andare con la macchina, ma tutti
non c'entriamo, poi tu con quella gamba dritta
occuperesti due posti!.
- Devo ridere? - chiese alterato Massimo al cugino.
- Dai, cugino, lo sai che scherzo.
- Scherza con i tuoi problemi, che ne hai da vendere! -
ribatté Massimo.
Carlo scese dall'auto chiedendogli scusa poi gli disse:
- Però un'idea ce l'avrei.
Raccontò che un suo amico aveva un pulmino attrezzato
per viverci, forse se gli avesse proposto uno scambio
con la sua auto, avrebbe accettato e così sarebbero
stati comodi per il viaggio. Poi disse:
- Sono anch'io della partita, vi va?
I ragazzi si consultarono per qualche minuto, poi insieme
decisero che così sembrava più facile:
- D'accordo noi mettiamo i soldi del carburante. Quando
partiamo?
- Calma, dobbiamo vedere prima se è d'accordo il mio
amico Fernando, andiamo a chiederglielo.
Fernando dopo una serrata trattativa con il gruppo accettò,
a patto di dormire a casa di Carlo fino al loro ritorno,
e l'affare andò in porto. All'interno del pulmino
si trovavano due divanetti, un tavolino, un piccolo lavabo
e all'interno del sedile di legno, il water. I ragazzi
ridevano eccitati per la fortuna capitatagli. Il Nero e
Giovanni non la smettevano di provare i divani, il Pera
e Marina sistemavano quella che sarebbe stata la casa
dei ragazzi per almeno una giornata. Carlo, aperto il
cofano del motore, controllò che tutto fosse in ordine,
si mise al posto di guida aggiustandosi il sedile alla
sua altezza, girò la chiave e il motore iniziò a girare e
commentò:
- Non è un'Alfa Romeo, però è pur sempre una tedesca,
tutto a posto domani si partirà. L'appuntamento era per
la mattina seguente: ore sei davanti alla chiesa.
Marina quella sera disse alla madre
che il giorno dopo sarebbe andata con Giovanni
e gli altri a fare un picnic, di non preoccuparsi se fosse
tornata un po' più tardi. Iniziò a preparare qualche
panino, aiutata dalla madre, qualche frutto e una
bottiglia di acqua, misero tutto per bene all'interno di
uno zainetto. La madre, per niente sicura, la seguiva
mentre lei era intenta nei preparativi per la gita:
- Dove andate di preciso? - chiese la signora Maria.
- Dai, mamma non ti preoccupare ora sono cresciuta,
posso badare a me stessa, poi sono con Giovanni, Antonio,
Marco e Massimo.
La ragazza aveva tralasciato volutamente di fare il
nome dell'altro elemento della comitiva, perché sicuramente
la madre non avrebbe approvato la presenza
di Carlo.
- Adesso chi sarebbe questo Massimo? Un nuovo amico?
- Un vecchio amico di Giovanni. Adesso vado a dormire,
mi devo alzare presto - tagliò corto Marina, baciando
la madre. Ognuno nella propria famiglia ebbe un
po' da fare a convincere i propri genitori, dopo molte
rassicurazioni che sarebbero stati attenti, ebbero l'autorizzazione
al "picnic".
 

Autostrada del sole
Di buon'ora i ragazzi si riunirono nel punto prestabilito,
attesero qualche minuto fino a che il pulmino
fece il suo ingresso nella piazza. Carlo come suo solito
andava troppo veloce, suo cugino Massimo non era
accanto a lui. Si fermò facendo loro cenno di salire, i
quattro aprirono lo sportello scorrevole, mentre salivano,
chiesero in coro: - Massimo dov'è?
- Guardate bene, è sui divani.
Il ragazzo era steso sul divanetto che dormiva alla
grande. Giovanni e Marina si accomodarono nell'altro
divano, il Nero e il Pera, davanti con Carlo, esordirono
con:
- Tutti in carrozza, pronti si parte per Firenze!
Massimo svegliato dall'allegro trambusto, disse:
- Devo andare al bagno.
Nell'abitacolo scese il silenzio, mentre tutti guardavano
il ragazzo e poi il sedile di legno, dove era il water.
- Non vorrai andare lì? - dissero il Nero e Giovanni.
- Certo, non la posso fare in strada, altrimenti perché
ci sarebbe una tazza lì sotto? Giratevi se a voi da fastidio.
Marina si girò e così tutti gli altri, ridacchiando dissero:
- Va piano Carlo, se no questo piscia dappertutto.
Dopo aver fatto i suoi bisogni, il ragazzo raccontò il
fatto di aver dormito nel pulmino per paura che qualcuno
lo rubasse e che non aveva avuto modo di lavarsi.
Qualcuno ridendo esclamò:
- Si sente!
- Spiritoso - rispose lui.
La giovane banda spensierata si diresse verso l'Autostrada
del Sole, con la quale in poco meno di quattro
ore sarebbero arrivati a Firenze. Una striscia nera
d'asfalto che si snodava attraversando l'Italia da nord
a sud, costeggiando campi coltivati, attraversando
fiumi, valicando gli Appennini. In alcuni tratti la ferrovia
correva al suo fianco, come una sfida all'ultimo
chilometro, e su di essa sfrecciava il più famoso treno
nazionale: il Settebello, vanto delle Ferrovie dello Stato,
su cui tutti avrebbero voluto viaggiare. Il paesaggio
lungo l'autostrada era rilassante, e nonostante
l'eccitazione del viaggio i ragazzi si addormentarono
uno dopo l'altro, gli unici a rimanere svegli furono
Carlo che guidava e Marina. Le località si susseguirono
una dopo l'altra lungo il tragitto: Orte, Orvieto,
Chiusi. Anche la ragazza crollò vinta
dalla stanchezza, quindi Carlo pensò di sostare per
qualche minuto in autogrill e fare il pieno di benzina.
Durante la sosta i ragazzi si svegliarono. La costruzione
attraversava l'autostrada come un ponte, al
piano rialzato si trovavano il ristorante e il bar, e dalle
vetrate si vedevano le auto sfrecciare nei due sensi, chi
andava a nord, chi a sud, passando sotto l'autogrill. Il
Pera e il Nero erano alla ricerca dei bagni, Marina con
Giovanni, rimasero affascinati dalla quantità dei prodotti
esposti sugli scaffali, cioccolate, biscotti, salumi,
dolci di ogni tipo. I due cugini erano alla pompa del
carburante a fare il pieno al pulmino. Fatto il pieno e
consumato un panino, Carlo chiamò i ragazzi per riprendere
il viaggio, loro arrivarono di corsa e, salendo
in fretta sul pulmino dissero a Carlo:
- Metti in moto e vai veloce!
Carlo chiese cosa fosse successo, il perché di tutta
quella fretta e loro:
- Poi ti spieghiamo adesso, vai via da qui!
Il Pera e il Nero avevano la maglia gonfia e Marina che
ripeteva:
- Non dovevate farlo, questo è un furto.
Carlo chiese:
- Che cosa avete combinato?
Massimo rispose per loro: - Questi cretini hanno rubato
dei salami sui banchi dell'autogrill.
- Qualcuno li ha visti? - chiese Carlo.
- Anche se non li hanno visti, non dovevano farlo! Disse
Marina arrabbiata.
Tra Giovanni, Marina e gli altri s'innescò un'accesa discussione
e quasi arrivarono alle mani. L'intervento di
Massimo fu decisivo, urlò di farla finita, che oramai
le cose stavano in quel modo e non si poteva tornare
indietro a riporre i salami al loro posto, quindi di
non pensarci più. Giovanni e Marina si misero da una
parte in silenzio e nel pulmino calò il gelo. I ragazzi
occuparono ognuno un angolo del pulmino, il Pera e
il Nero non riuscivano a fare a meno di bisbigliare tra
loro del furto. Proprio quando tutto sembrava tornato
alla normalità, un lampeggiante si accese dietro di
loro e una macchina della polizia stradale li affiancò
facendo cenno di accostare. Carlo accostò il pulmino,
due agenti scesero dall'auto mentre uno rimase al volante.
Uno si diresse verso Carlo, l'altro iniziò a girare
intorno al pulmino, lentamente, ispezionandolo con
cura in ogni parte della carrozzeria, poi tornò verso
quello rimasto nell'auto e gli bisbigliò qualcosa, girandosi
ogni tanto per verificare se quello che riferiva
fosse giusto, poi si soffermò con lo sguardo verso la
targa, ripetendo i numeri con voce più alta e chiara,
mentre l'altro li ripeteva alla radio. Intanto Carlo provò
a scendere dal pulmino mentre con un sorriso accattivante
chiese:
- Cosa succede comandante? Siamo in viaggio per Firenze,
ed è un po' tardi.
- Non sono comandante e rimanga al posto di guida,
non scenda, piuttosto favorisca patente e libretto.
Carlo si fece più serio e prese il libretto dal cassetto
del cruscotto e la patente, consegnandola al poliziotto. Gli
altri due, a quel punto aprirono lo sportello scorrevole
del pulmino e chiesero ai ragazzi di scendere uno per
volta con i documenti in mano e di mettersi lungo la
fiancata. Mentre uno dei due entrava nel furgone, l'altro
si rivolse a loro
- L'avete combinata grossa, ragazzi?
- Noi non abbiamo fatto niente di male, siamo in gita
verso Firenze - dissero in coro.
L'agente che era entrato nel pulmino ne scese con i salami,
esclamando:
- Questo è niente per voi?
- Porca miseria! - Esclamarono Antonio e Marco, gli
altri ammutolirono, di fronte all'evidenza dei trofei
sventolati sotto il loro naso dall'agente.
- Non è tutto - disse l'agente, mostrando una pistola
che teneva con un fazzoletto tra le dita. Anche Carlo
fu fatto scendere. L'agente gli aveva messo le manette
tenendolo con il viso rivolto al pulmino:
- Tu sei in regime di sorveglianza con l'obbligo di non
lasciare il luogo di residenza, che fai in viaggio con
cinque ragazzini, una pistola e dei salami rubati?
- Quelli non li ho presi io e la pistola non so da dove sia
sbucata fuori!. Forse è del proprietario del furgone.
- Dove si trova questo proprietario adesso?
- A casa mia.
Carlo spiegò com'erano andate le cose e dello scambio
dei mezzi con Fernando. Arrivarono altre due macchine
della polizia, i sei furono fatti salire due per auto,
un poliziotto si mise alla guida del pulmino e si avviarono
verso il posto di polizia. Furono sistemati nelle
celle dividendoli: il Nero, il Pera e Massimo in una
Marina e Giovanni in un'altra. Mentre Carlo era alle
prese con un poliziotto in borghese, che lo pressava con
domande riguardo alla pistola.
- Ispettore giuro della pistola non ne so proprio niente.
Per quanto riguarda i salami, è vero: hanno fatto una
stupidaggine, ma sono tutti dei bravi ragazzi, glielo
posso assicurare, ma anche di quelli non sapevo
niente, sennonché me li sono trovati nel furgone. Sarei
uscito al prossimo casello per riportarli dove li hanno
presi quando voi siete arrivati.
L'ispettore chiamò un agente e fece portare anche lui
in cella, poi disse: Chiamate Roma e fate andare una
volante a casa di Carlo, recuperate questo Fernando,
ci deve spiegare come sono andati i fatti e cosa più
importante la storia della pistola nel furgone, intanto
io chiamo il giudice per vedere cosa fare di questi disperati.
Nella tarda mattinata le volanti della polizia
circondarono la casa di Carlo. Fernando era nel letto
che dormiva, i poliziotti fecero irruzione prelevandolo
senza tante cerimonie. Lui ancora intontito dal sonno
chiese:
- Cosa succede? Che cosa ho fatto?
Quello che sembrava essere il più alto in grado parlò
dicendo:
- Signorino ci deve spiegare alcune cose riguardo a
una pistola.
- Ispettore se è della pistola Berretta 7,65 che parlate,
quella è la mia, è qualche giorno che la cerco senza
riuscire a trovarla. Avevo pensato di averla persa, ho
cercato in ogni borsa e non trovandola, l'ultima speranza
era che fosse in qualche posto nel furgone che
ho prestato a Carlo, il padrone di casa. Sa abbiamo
fatto un cambio, lui doveva andare a Firenze con degli
amici, mi ha dato la sua macchina e il posto per dormire
fino che non fosse tornato.
- Va bene, però devi venire al commissariato per una
deposizione e farci vedere i documenti dell'arma, poi
hai dato il mezzo a Carlo che è in regime di sorveglianza.
- Io non lo sapevo che lo fosse.
- Comunque questo ti rende complice di Carlo, deciderà
il giudice cosa fare, adesso vestiti e vieni con noi!.
Al commissariato i fatti si chiarirono e per Fernando
le cose si misero bene, a parte il furgone trattenuto
sotto sequestro per il furto all'autogrill e la pistola sequestrata
anch'essa. Lui lasciò il commissariato libero,
maledicendo il giorno che si era fatto convincere
da quella banda di imbecilli. Intanto i ragazzi e Carlo
erano in cella che aspettavano le decisioni del giudice,
Marina e Giovanni erano lì che non si davano pace per
quello che era capitato. Doveva essere una giornata
fantastica e spensierata, ma per colpa di quei due stupidi
erano dentro una cella, accusati di furto. Il Pera
e il Nero, vista la situazione decisero di confessare il
furto scagionando gli altri da ogni responsabilità. Carlo,
dopo qualche ora fu trasferito al carcere, accusato
d'evasione agli obblighi della sorveglianza speciale.
Massimo fu trattenuto perché anche lui sembrò che
avesse qualche guaio con la giustizia e, poiché era un
minore, il giudice lo consegnò all'assistenza sociale. Ai
quattro rimasti, mentre attendevano che i genitori li
venissero a prendere, i poliziotti portarono dell'acqua
e un panino a testa e si fermarono a scherzare con loro,
alleggerendo così il pesante clima che si era creato, poi
una voce conosciuta si sentì provenire dall'altra parte
della stanza. Giovanni riconobbe la voce dell'ispettore
Bruno Baldi.
- Dove sono i ragazzi?
- Sono nell'altra stanza - rispose il poliziotto, poi aggiunse
- Sono io che ti ho chiamato, mi è sembrato opportuno,
la ragazza si chiama Marina C., credo che
sia la ragazza del fattaccio dell'argine, quello di cui ti
sei occupato quando eri in polizia.
- Sono passati cinque anni da allora. C'è anche il suo
amico Giovanni?
- Sì, con loro ci sono anche gli altri, Antonio e Marco,
che ti aiutarono a prendere l'aggressore.
- Dai, fammeli vedere questi benedetti ragazzi.
Alla vista dell'ispettore, i quattro rimasero in silenzio
per qualche secondo, poi Giovanni si avvicinò al Baldi
e allungò la mano per salutarlo, lui rimase per un
poco fermo sulla porta, poi fece un passo allargando
le braccia e disse:
- Giovanni, Giovanni, che mi combini, ci dovevamo
vedere al concerto, invece ci ritroviamo nel commissariato!
Così dicendo lo abbracciò, poi si rivolse a Marina:
- Tu non riesci proprio a stare fuori dai guai!
Lei piangendo abbracciò l'ispettore
- Sono proprio felice di vederti Baldi, sei venuto a portarci
a casa?
- Adesso vedo se posso accompagnarvi io, devo chiamare
i vostri genitori e il giudice per sentire se posso
farlo.
Si rivolse poi al Nero e al Pera:
- E voi due? Spero che sia sufficiente qualche ora in
cella, per pensare alla stupidaggine che avete fatto!
I ragazzi fecero segno di sì a testa bassa, non avevano
il coraggio di Baldi negli occhi. Lui si avvicinò ai due
dicendo:
- Per questa volta è andata bene, il giudice ha capito
che si è trattata di una ragazzata, ma la prossima volta
per voi potrebbe non andare così.
Chiamati i genitori, sentito il giudice, l'ispettore fece salire
i ragazzi in macchina e si avviò verso il loro paese.
In auto i quattro non avevano molta voglia di parlare.
Una notte e un giorno al commissariato avevano
svuotato i ragazzi di ogni energia.
- Allora raccontatemi com'è andata - chiese l'ex ispettore.
Nessuno rispose, si girò per guardare ma i quattro
dormivano e così fecero per tutto il viaggio. Erano le
cinque di mattina quando arrivarono a destinazione.
Baldi fece la prima sosta a casa del Nero, lo scosse,
dicendogli che era arrivato, anche il Pera scese, poiché
abitavano nello stesso edificio. Mentre scendevano
Baldi disse loro:
- Cercate di rigare dritto. Rimanete lontano dai guai!
- Ispettore grazie di tutto, speriamo di vederci in un'altra
occasione, migliore di questa.
Arrivati a casa di Marina, c'erano il padre e la madre
ad attenderli. La signora Maria si mise a ringraziare
l'ispettore, poi rivolgendosi alla ragazza:
- Un picnic, mi avevi detto! Adesso fila in casa che
dopo ne parliamo per bene di questa gita.
Baldi spiegò alla signora com'erano andati i fatti, chiarendo
l'innocenza di Marina e di Giovanni, mentre il
padre non smetteva di dondolare il capo bisbigliando
parole incomprensibili in dialetto. Arrivato il momento
di salutare, Giovanni disse a Marina
- Ciao, a domani.
La signora Maria, lo guardò come se lo volesse fulminare
con gli occhi e prendendo la ragazza per un braccio
la portò in casa. Durante il tragitto Giovanni aveva
solo un pensiero, Massimo che fine avrebbe fatto?
- Ispettore, dove l'hanno portato?
- Non sono più ispettore, ora sono un musicista a tempo
pieno. - D'accordo non sei più ispettore, ma hai ancora tante
amicizie nella polizia, le cose le sai.
- Il tuo amico non è proprio un bravo ragazzo, ha avuto
molti guai.
- Adesso dov'è, me lo puoi dire? L'hanno incarcerato?
- No perché l'assistenza sociale si occupa di lui e se
non fosse abbastanza devo dirti che fa uso d'eroina.
- Si droga! - esclamò sorpreso Giovanni.
Il ragazzo era restato senza parole: Massimo, il suo
amico dai lunghi capelli biondi, il compagno della sua
prima avventura fuori di casa era un drogato …
Arrivati davanti a casa il sole era alto, il caldo estivo
si faceva sentire e la nonna invitò Baldi a prendere un
caffè. Lui accettò volentieri, parlarono dei fatti accaduti,
tranquillizzandola sulla buona fede del ragazzo.
Nel salutare Giovanni, si fece promettere che sarebbe
venuto al suo primo concerto insieme a Marina.
L'ispettore andò via che erano oramai le dieci e trenta,
l'auto diventava sempre più piccola, percorrendo la
stretta via che portava alla piazza della chiesa. Fu l'ultima
volta che Giovanni vide l'ispettore Bruno Baldi.
Ne sentì parlare in seguito perché divenne un musicista
famoso, suonando in molti teatri in giro per il
mondo.

Nel pomeriggio dello stesso giorno Giovanni si recò a
casa di Marina; la madre si era calmata e lo fece entrare,
lei era in giardino sul dondolo. Da qualche tempo non
la vedeva più solo come un'amica … ogni volta che la
vedeva capiva che c'era qualcosa di più dell'amicizia,
che pure era importante per i due. Marina con voce
squillante lo distolse dai suoi pensieri.
- Ehi! Giovanni … ti sei fissato, che pensi? - Pensavo a
tutto quello che è successo in questi due
giorni - poi gli raccontò dei problemi di Massimo della
malattia. Dopo qualche attimo di silenzio Giovanni
disse:
- Dai adesso non ci pensare, andiamo al mare.
I due rimasero sulla spiaggia fino a tardi, non avevano
nessuna voglia di tornare a casa. Quando scese la notte
le stelle guarnivano il cielo estivo, mentre lentamente
le onde si frangevano regolando il respiro del mare.
La loro anima voleva essere rapita, per ballare danze
antiche, in atmosfere magiche ed essenze arboree. La
musica teneva il ritmo dell'universo, mentre la luna
lo illuminava e le stelle catturavano le note. Le parole
si trasformarono in fiori di glicine, in cerca delle note
fuggite. Ogni cosa aveva un luogo dedicato, nell'ordine
sparso dell'esistenza. Un suono brontolava invidioso
dell'armonia diffusa, una barriera di anime e stelle
lo respingeva a distanza. Sbocciando le rose diffondevano
l'amore, due giovani fiori si tenevano stretti
in riva al mare. La loro anima danzava una musica
antica, un'atmosfera magica che faceva battere forte il
cuore.
Appoggiati spalla a spalla girarono il viso fino a incontrarsi
con lo sguardo, per qualche secondo, poi le
bocche si avvicinarono così tanto che le labbra non
poterono fare a meno di sfiorarsi. Il cuore sembrava
volesse uscire dal petto e fuggire via, il respiro si fece
più veloce, il corpo tremava, finalmente si baciarono
e il mondo intorno a loro si dissolse con una sensazione
di leggerezza mai conosciuta. Restarono storditi
da quello che stava accadendo, si abbracciarono e
baciarono, fecero per la prima volta l'amore, ridendo,
piangendo, giurarono di non perdersi mai qualsiasi cosa
fosse successa. Quella notte Giovanni non dormì,
pensando di averla sempre amata.


L'isola delle fragole
Erano passati due giorni dai fatti della gita e al bar,
in orario insolitamente mattiniero, c'erano il Pera e il
Nero.
- Che cosa fate qui così presto?
- Siamo venuti a salutarvi, partiamo
- Per dove? Andate in vacanza?
- Vacanza lavoro! - esclamò il Pera - I nostri genitori
ci mandano in un'isola della Danimarca a raccogliere
fragole.
Il Nero disse: - Con la scusa che andiamo a imparare
la lingua, ci vogliono castigare per le cazzate che abbiamo
combinato.
Mentre erano lì che parlavano delle fragole danesi,
dall'altra parte della piazza videro arrivare Marina. A
Giovanni, di colpo, le parole dei due non interessavano
più, le sentiva lontane, come un brusio, nella testa
aveva solo quello che era successo la sera prima con
lei. Marina arrivò nel mezzo delle lamentele dei due
futuri raccoglitori, ascoltò le cose che dicevano e non
poté fare a meno di commentare:
- Certo che ve lo siete cercato, ma farete una bella esperienza!.
- Io un lavoro l'ho anche qui, perché devo andare in
Danimarca? - disse il Nero.
E l'altro oramai rassegnato rispose:
- Chi se ne frega, tanto sarà solo per tre settimane, alla
fine di Agosto saremo di nuovo a casa.
Giovanni non diceva una parola, aveva occhi e orecchie
solo per la ragazza, tanto che i due ragazzi a certo
punto smisero la discussione, incuriositi7 dall'improvviso
silenzio, e guardarono prima Giovanni poi Marina, domandando:
- Vi siete messi insieme voi due?
I due ragazzi non risposero, quel silenzio era più eloquente
di un sì.
- Andiamo bene, qui si parla della nostra deportazione
e questi due vivono in altra dimensione!.
Dal canto suo il Nero, proseguì:
- Andiamocene, tanto loro non hanno molto interesse
per i nostri problemi.
Marina li fermò, chiedendo loro di rimanere, ma i due
la salutarono:
- Ci vediamo alla fine del mese.
Marina insistette fino a che i due rimasero seduti.
- Andiamo al mare - propose.
Si avviarono verso la spiaggia tutti e quattro senza
dire una parola, la giornata passò senza parlare delle
fragole danesi. Arrivato il momento dei saluti Giovanni
chiese ai due:
- Io ho sentito parlare della raccolta delle fragole
all'estero, però sapevo pure che bisogna essere maggiorenni
per andare, voi due non lo siete, come fate ad
andare?
- I nostri genitori, hanno fatto una dichiarazione scritta,
motivandola che si tratta di una vacanza studio e lavoro,
per migliorare la conoscenza della lingua, il
tutto si svolgerà sotto la loro completa responsabilità
e così la fregatura è servita.
Fu così che i due andarono a raccogliere fragole in Danimarca.
Marina e Giovanni si vedevano ormai tutti i giorni vivendo
il periodo più intenso della loro esistenza. Nelle
lunghe passeggiate al fiume di quella calda estate sfogliavano
il libro dei sogni, pianificando viaggi in tutto
il mondo, un poco invidiando il Nero e il Pera e le
fragole della Danimarca. Quando erano vicini al luogo
dell'aggressione, smettevano di parlare superandolo
in fretta, sembrava come se non fossero passati tre
anni da quel giorno terribile. Giovanni, esorcizzando
quel momento per spazzare dalla mente i brutti ricordi,
parlando veloce disse:
- Finita la scuola, andremo a Londra e poi a Parigi.
- Io vorrei visitare l'India.
- Ci sposeremo? - chiese Giovanni.
- No, è meglio andare a vivere insieme, a che serve
sposarsi se due si amano, non è che con il matrimonio
si amano di più.
- Avremo dei figli bisognerà dargli un cognome - ribatté
Giovanni.
Poi all'improvviso un rumore accompagnato da un
verso stridulo spaventò i due, un fagiano passò tra le
loro gambe fuggendo sullo stradino di terra battuta
dell'argine. Senza pensarci molto iniziò l'inseguimento.
Marina gridava: "Prendiamolo!" ma il pennuto
correva velocissimo, facendo la serpentina, scartando
all'improvviso a destra, poi a sinistra, facendo piccoli
voli di qualche metro ei due ragazzi, dopo aver corso
per qualche minuto senza raggiungerlo, desisterono,
buttandosi a terra, ridendo, e sdraiati a guardare il cielo,
si presero le mani facendo placare il respiro:
- Verrò in India con te, in Australia, ovunque vorrai
andare, io verrò con te, ti amerò, anche se non mi sposerai
- E io verrò a Londra e a Parigi.
Poi si abbracciarono, si baciarono, rimasero lì fino a
sera, mentre il silenzio era rotto dal ritmo dei motori
delle barche che passavano sul fiume, dal rumore delle
frese nei campi che iniziavano il lavoro che avrebbero
svolto durante la notte, evitando la calura del giorno.
Qualche colonna di fumo si alzava dalle sterpaglie
incendiate dai contadini, all'orizzonte il sole calava
lentamente nel mare, dietro le case della foce. Seduti,
guardavano rapiti dall'armonia della natura. Quel
momento non lo dimenticarono mai.
Il Pera e il Nero ritornarono dalla Danimarca, oramai
era la fine di Settembre, le vacanze erano quasi al termine,
i due non si vedevano spesso dalle parti della
piazza e non frequentavano più la chiesa. La libreria
del quartiere era il luogo dove si ritrovavano gli studenti
dopo le vacanze estive, per cercare i nuovi libri
di testo o fare cambio con quelli dell'anno precedente.
Un mercatino in piena regola, i libri a volte contenevano
più del testo originale, ma erano un anno di appunti
di amori nati e infranti sui banchi di scuola. Confusi
nella folla di studenti c'erano il Pera e il Nero. Marina
li chiamò ma i due sembravano non sentire, allora lei
si avvicinò a fatica facendosi largo a forza.
- Ehi! Siete diventati sordi? Quando siete tornati?
- Ciao, siamo tornati da una settimana.
La sua voce era diversa da quando era partito, era più
bassa e lui era serio, distaccato come se si conoscessero
a malapena, poi lui si girò e andò via con l'altro
salutando con la mano disse:
- Ciao ci si vede.
- A questi le fragole hanno fatto male, sono diversi -
disse Marina rivolgendosi a Giovanni.
- Dai vieni, magari erano impegnati, avevano da fare …
cerchiamo i libri, non ci pensare.
Usciti dalla libreria videro i due che parlavano con un
uomo sulla trentina, appoggiato al cofano di un'auto
di lusso e annuiva con il capo alle parole dei due ragazzi,
poi li fissò con il viso serio di chi non ammette
replica, disse qualcosa, fece il giro dell'auto, salì e partì
quasi investendo il Pera che tentava di fermarlo. I due
rimasero per un poco in mezzo alla strada, poi se ne
andarono scuotendo la testa, preoccupati. Giovanni li
chiamò rincorrendoli
- Che vi succede? Siete nei guai? Chi era quell'uomo?
Il Nero rispose brusco:
- Fatevi gli affari vostri che è meglio!
Andò via senza dare nessuna spiegazione, chiamando
il Pera e dicendogli di sbrigarsi. Marina e Giovanni
si guardarono, pensando che doveva esserci qualcosa
di serio sotto; ne parlarono mentre andavano verso
casa, ma non riuscirono a farsi un'idea di cosa potesse
essere successo ai due. D'altronde erano stati in Danimarca
a lavorare, cosa potevano aver combinato lassù.
Il mattino seguente suonarono al campanello di Antonio
e, dopo molti tentativi, si sentì la voce del ragazzo
piuttosto alterata rispondere:
- Chi è?.
Marina perplessa dal tono, fece una pausa prima di
parlare
- Marina, sono con Giovanni e ti vogliamo parlare.
Il citofono rimase muto, lei provò di nuovo più volte,
senza ottenere nessuna risposta. Giovanni e Marina rimasero
seduti sugli scalini del portone e attesero per
ore. Oramai era mezzogiorno quando finalmente Antonio
e Marco uscirono dal portone.
- Siete ancora qui?
- Sì e non ce ne andremo fino a che non ci spiegate
cosa succede - Ribatté Marina.
- Cosa c'è da spiegare?
Il dialogo s'interruppe, alcuni passanti incuriositi dal
battibecco li guardavano. Passati i curiosi, Giovanni
chiese:
- Chi era quell'uomo davanti alla libreria?
Fermando Marco che voleva andare via, proseguì alterato:
- Perché i nostri due migliori amici ci evitano?
I due volendo troncare il discorso, fecero per andare
via scendendo i quattro scalini che li dividevano dalla
strada.
- Lasciate stare, non sono cose per voi, non v'immischiate!
- Siete partiti che eravate nostri amici ora quasi non ci
conoscete, almeno dateci una spiegazione.
Allora i due, come se volessero liberarsi da un peso,
si sedettero, poi sospirarono e, dopo una pausa che
sembrò durare un'eternità, raccontarono cosa era successo
in Danimarca. Dissero che all'arrivo sull'isola
tutto sembrava, andare piuttosto bene, il lavoro era
semplice, tante fragole raccoglievano, tanto li pagavano,
i ragazzi impegnati nella raccolta avevano tutti più
o meno la loro età, e la sera si riunivamo al campeggio,
dove li avevano sistemati insieme con altri provenienti
da tutta Europa. Le ragazze erano piuttosto socievoli
e tutte le sere uscivano a far baldoria insieme.
Ogni tanto Antonio si interrompeva, controllando che
non arrivasse qualcuno, poi si accendeva una sigaretta
aspirandone alcune boccate, riprendendo quando era
sicuro che nessun altro potesse ascoltare. Raccontarono
quanta birra girasse e che molti ragazzi fumavano
spinelli e a parte qualche piccola discussione tra ragazzi,
di come tutto filasse liscio. Poi Marco ci tenne a
precisare:
- La sera si faceva festa, ma il giorno si lavorava.
La loro integrazione andò a meraviglia con gli altri,
comprese birra e canne, così per molti giorni erano andati
avanti tra sbornie, sballi e raccolta delle fragole.
Marina e Giovanni, ascoltando il racconto, iniziarono
a comprendere il cambiamento avvenuto nei loro amici
in così poco tempo. E non era finito lì il racconto, poi
dissero di come fu che cambiarono le cose. Un giorno,
avevano appena terminato di lavorare e mentre erano
intenti a fare la doccia, vennero da loro due ragazzi,
Hans e Borg, quelli che li rifornivano d'erba. Gli dissero
che avevano finito il contratto della raccolta e dovevano
rientrare a casa per gli esami di riparazione … I due
proposero loro di sostituirli nello spaccio d'erba,
dissero di come il guadagno fosse il triplo della raccolta
delle fragole e se fossero stati d'accordo, li avrebbero
presentati alla persona giusta e loro senza pensarci
neanche troppo, accettarono la proposta. Il giorno seguente
non andarono nei campi, per poter incontrare
il fornitore d'erba. Giovanni ascoltò incredulo la storia
dei due, ogni tanto si alzava esclamando:
- Non ci posso credere alle stronzate che avete combinato
in quell'isola del cavolo!
 

Spacciatori
- Non è finita … mettiti seduto e stai zitto! - disse Marco
e riprese il racconto di come i due spacciatori li avessero
accompagnati al porto di Ballen, dove arrivava
il traghetto proveniente da Kalundborg. Dopo aver
preso una birra, attesero che arrivasse il tipo. Quando
arrivò il traghetto, tra le persone che scendevano, un
uomo vestito elegantemente con una borsa capiente si
guardò intorno, poi, incrociando il loro sguardo si avvicinò
sorridendo. Hans e Borg gli andarono incontro,
parlottarono per qualche secondo, girando ogni tanto
la testa verso loro, il tipo annuiva, poi i tre si avvicinarono.
Il nuovo arrivato chiese, in italiano, se erano
pronti a sostituire Hans e Borg. Li informò delle regole
da seguire, che erano poche e chiare, lui avrebbe
portato loro la merce ogni Martedì alle undici di mattina,
e loro gli avrebbero consegnato l'incasso, meno il
dieci per cento del ricavato che era il loro guadagno.
Mentre erano lì che parlavano passò Padre Vittorio,
chiese che cosa stessero facendo, aggiungendo alla
domanda un termine piuttosto colorito: stravaccati
sugli scalini?. I quattro gli dissero ridendo:
- Padre, si è bevuto tutto il vino delle funzioni?
Lui s'irrigidì e alzò la mano ammonendoli:
- Venite in parrocchia che c'è molto lavoro, invece di
non fare niente tutto il giorno!.
Antonio e Marco ripresero il racconto, dissero che
l'uomo li aveva portati in un appartamento al primo
piano di un edificio vicino al porto e, aperta la borsa,
aveva frugato tra camicie e calzini, tirando fuori un
pacchetto grande come una scatola di biscotti. S'intravedeva
la merce compatta e pressata. La prima impressione
fu che pesasse più di quello che sembrava.
L'uomo continuò a frugare dentro la borsa, prese una
bilancina, la sistemò sul tavolo, prese un coltellino e
un altro pacchetto più piccolo, ne tolse un poco d'erba
mettendola su un piatto della bilancia, e sull'altro mise
un piccolo peso, poi si rivolse a loro dicendo:
- Quando i piatti sono in linea, il peso del pezzo è un
grammo.
Tirò fuori altri pesi da due grammi e poi da tre, fino a
dieci. Marina, alzandosi in piedi, sbottò:
- Ma allora siete più stupidi di quanto pensassi! Non ci
posso credere che avete combinato tutto questo!
Giovanni le prese la mano facendola sedere. I due amici
continuarono il racconto, dopo che la ragazza si era
calmata. L'uomo andò via e loro quattro iniziarono a
dividere le dosi sul tavolo, in pezzi da un grammo e da tre,
ne fecero almeno un centinaio poi, avvolta la
droga dentro una busta, la chiusero con nastro adesivo
per renderla stagna, la misero dentro lo zaino e
tornarono al campeggio.
Hans e Borg lasciate le consegne, partirono il giorno
dopo. I due ragazzi dissero di come avevano messo la
merce sotto la roulotte legandola con dello spago; fu
da quel giorno che andarono poco a lavorare, giusto
il tempo per coprire alcune ore e non dare nell'occhio,
prendendo le ordinazioni della merce. La sera i due la
consegnavano, sia in giro per il campeggio, che direttamente
alla roulotte. Antonio si alzò e chiese:
- Andiamo al bar? Ci prendiamo un caffè?
Arrivati al bar si sedettero all'esterno, nel tavolo più
appartato. Da quella posizione si poteva vedere sia
la strada proveniente dal mare, che tutta la piazza, e
facendo attenzione alle persone che passavano Antonio
continuò a raccontare. Il commercio andava bene,
il martedì successivo all'appuntamento con l'uomo,
avevano consegnato i primi incassi. Pur non avendo
finito tutta la merce, lui consegnò loro un altro pacchetto,
dicendo:
- Questa settimana andrà meglio. Ci vediamo martedì.
Poi fatta la stessa operazione della settimana precedente
i due amici tornarono al campeggio. Nascosta
la droga e bevuta una birra, si erano fumati uno spinello
e ben presto si erano addormentati. Dovevano
aver dormito molto, perché furono svegliati dal trambusto
e dalle grida, aperta la porta della roulotte videro
gente che correva verso ogni parte. Nonostante
fosse già notte, il campeggio era illuminato a giorno.
Era scoppiato un incendio e il fuoco aveva raggiunto
anche la loro roulotte. Il primo pensiero fu per la droga
nascosta, usciti all'aperto s'infilarono sotto la roulotte per
prendere la merce, allungando le mani al buio ma,
con loro grande sorpresa, non c'era più. Nonostante
l'intervento dei pompieri, il campeggio andò quasi
tutto distrutto. Molti ragazzi avevano perso tutti i soldi
guadagnati con la raccolta delle fragole, loro due
avevano perso anche la merce che non era loro!. Nelle
indagini che seguirono la polizia stabilì che l'incendio
era di origini dolose, che fosse iniziato vicino alla roulotte
dei due amici, ma della droga nessuna parola.
Furono interrogati per ore e infine furono ritenuti responsabili
dell'incendio e furono espulsi, nonostante
non vi fossero prove certe del loro coinvolgimento nel
disastro.
- Beh, il resto lo sapete, lo avete visto quello davanti
alla libreria? Quello è l'uomo che ci forniva la droga
in Danimarca … vuole i soldi della merce andata persa
nell'incendio. Ha detto che la dovevamo lasciare
nell'appartamento al sicuro, avendola spostata la
responsabilità della perdita è nostra.
Antonio fece una lunga pausa, poi evitando gli sguardi
degli altri due si accese una sigaretta accasciato sulla
sedia con la testa all'indietro e mormorò a mezza
voce:
- Ci ha minacciato, vuole che spacciamo fino all'estinzione
del debito, in alternativa ai soldi che gli dobbiamo.
Giovanni si alzò agitato: - E voi che intenzioni avete?
- Non lo sappiamo, la cosa più semplice è quella di
spacciare per lui.
- Così non ve ne libererete mai! - Disse Marina.
- Che cosa proponi tu?
- Andate alla polizia, raccontate come si sono svolti i fatti,
ci penseranno loro.
- Questo vuol dire essere accusati di spaccio internazionale,
visto quello che abbiamo fatto in Danimarca!
- Disse Antonio.
Il bar ora si era riempito e i tavoli erano occupati dalla
gente che faceva la pausa per il pranzo, per lo più muratori,
carpentieri e ragazzini completamente ricoperti
di schizzi di calce, che mangiavano panini appena
scartati da fogli di vecchi giornali. La situazione era
complicata, troppa gente estranea, i ragazzi rimasero
in silenzio per paura che qualcuno ascoltasse il loro
discorso, fino a che Giovanni disse:
- Adesso andiamo a casa questa sera ci ritroviamo qui
e ne parliamo con calma, cerchiamo una soluzione che
possa andare bene a tutti.
- Va bene ci troviamo qui alle nove, - disse Marina.
I quattro si lasciano in silenzio, andando ognuno verso
la propria casa.


L'ultimo viaggio di Massimo
Quella sera i ragazzi si trovarono nel luogo dell'appuntamento.
Il bar era pieno di gente che discuteva
di calcio. Il giorno dopo si giocava la prima di campionato,
avrebbero potuto anche urlare, ma nessuno li
avrebbe sentiti in mezzo a quella confusione. Qualcuno
li salutò, altri li ignorarono presi dalla compilazione
della schedina. Anche padre Vittorio tentava la fortuna,
adducendo che i soldi avrebbero fatto comodo
alla parrocchia. Era con il padre di Marina, discuteva
sui pareggi e le vittorie dell'anno prima, delle squadre
che si erano rinforzate e quelle che erano retrocesse,
fino all'atto finale: la giocata. Da quel momento si sentivano
milionari fino alla sera della domenica, quando
le previsioni espresse erano azzerate dai risultati delle partite.
Il padre di Marina si avvicinò al tavolo dei ragazzi:
- Allora, vi state preparando per il nuovo anno scolastico?
E voi due? Dove andate, succede sempre qualche
guaio. Poi rivolgendosi alla figlia: - torna presto a
casa, tua madre si preoccupa, lo sai.
- Si papà, torno presto, sta tranquillo - rispose lei, col
tono di chi quella scena l'ha vissuta almeno un milione
di volte.
Videro arrivare la madre di Carlo. Si avvicinò a padre
Vittorio, iniziarono a parlare fitto, mentre il prete di
tanto in tanto dava dei colpetti sulle spalle della donna.
Lei s'interrompeva portandosi le mani al viso poi
lui, rivolgendosi al proprietario del bar, chiese se poteva
accompagnarlo con la signora in città. Giovanni
si avvicinò ai due e chiese:
- Che cosa succede signora? È successo qualcosa a
Carlo?
- No, Carlo sta bene, è Massimo che è grave, è ricoverato
in ospedale, mi hanno chiamato … sembra che
non passerà la notte!
Poi la donna portandosi le mani al viso:
- Maledetta droga, maledetti porci spacciatori!
I quattro ragazzi, sentendo queste parole, si guardarono
per un attimo, considerando quelle parole come
rivolte anche a loro. Mario, (il proprietario del bar) invitò
il prete e la donna a salire in auto; i ragazzi avrebbero
voluto andare con loro ma Mario disse che erano
in troppi:
- Ne posso portare solo altri due, non vorrei prendermi
una multa!
Dopo una rapida consultazione decisero che sarebbero
andati Giovanni e Antonio.
- Svelti! Salite si fa tardi - sollecitò Mario.
Il percorso dal bar all'ospedale sembrò interminabile,
il silenzio era interrotto dai sospiri della madre di Carlo,
seguiti dalle parole di conforto del prete. La struttura
dell'ospedale era inquietante, si intravedeva tra le
fioche luci dei lampioni. All'ingresso l'addetto indicò
il padiglione delle malattie infettive. Arrivarono al reparto
e fu detto loro che potevano entrare solo la zia
di Massimo e Padre Vittorio. I ragazzi e Mario restarono
in attesa nel corridoio, seduti sulle panche. Non
passò molto tempo che la porta si aprì, ne uscì il prete
scuro in volto comunicando la notizia della morte di
Massimo.
- Ora Massimo non soffre più, non ce l'ha fatta. Dopo
una lunga pausa sospirando disse: la zia è disperata e
sconvolta da questa perdita, il medico ha dovuto darle
un calmante.
Giovanni e Antonio rimasero seduti, increduli, soffocati
da una sensazione d'impotenza, troppo giovani
perché mettessero in conto anche la morte nelle questioni
della vita. Per la prima volta uno di loro non andava
via per la vacanza, ma perché era la morte a portarlo
altrove. Le lacrime iniziarono a scorrere scaricando
la tensione accumulata. Nel ritorno a casa l'unico che
parlava era Padre Vittorio, la zia di Massimo intontita
dai calmanti teneva la testa reclinata sul vetro dell'auto,
ogni tanto prendeva un gran respiro lo tratteneva,
poi lo rilasciava rumorosamente quasi sbuffasse. Antonio
e Giovanni seduti nei sedili posteriori rimasero
in silenzio, intercettavano a tratti le parole del prete,
quando soprattutto cambiava il tono della voce, molte
di quelle parole ai due sembrarono inutili e ridondanti.
Massimo era morto, ogni altra cosa non contava per
i due.
Il giorno del funerale non c'era molta gente, la chiesa
era quasi vuota, la zia era in prima fila, accanto a lei
c'era Carlo (il cugino di Massimo)tra due carabinieri,
aveva ottenuto un permesso dal giudice per il funerale.
Poi le altre panche erano occupate da donne anziane,
assidue frequentatrici della parrocchia.
I quattro ragazzi si erano sistemati sul lato opposto a
quello occupato dalla zia e da Carlo, il prete officiava
la funzione in modo semplice.
Al momento dell'omelia, mentre ricordava la breve
vita di Massimo, Giovanni disse agli altri:
- non lo conosceva, queste cose gliele avrà raccontate
la zia.
Poi iniziò a parlare dei rischi della droga, delle malattie
legate a essa, del fatto che la parrocchia si era svuotata,
dei giovani che preferivano il bar e il muretto come
luogo d'incontro. Poi attaccò sulle famiglie disgregate,
come quelle di Massimo e non la finiva più, fissando a
turno la zia, poi i ragazzi, in entrambi i casi indicando
prima l'una, poi gli altri, ammonendoli minaccioso.
L'odore dell'incenso si diffuse nella chiesa, piccole colonne
di fumo salivano verso la volta portando con
loro l'anima di Massimo, che si preparava all'incontro
con Dio, mentre il suo corpo sarebbe rimasto con loro,
sepolto nel cimitero del paese. Dopo il funerale Carlo
ritornò in carcere senza poter salutare nessuno dei
ragazzi, non gli era permesso avvicinare nessuno che
non fosse un parente, l'unico era la madre. I genitori di
Massimo non erano presenti, loro lo avevano lasciato
alla zia quando aveva quattro anni, non li aveva visti
più nessuno da quel giorno. Da allora lui aveva passato
la maggior parte della sua vita in istituti di correzione,
salvo qualche periodo di permesso nella sua casa,
poi la droga e la malattia. Ora era tutto finito, senza
aver potuto visitare Firenze. Giovanni venne a sapere
di tutte quelle storie che riguardavano il ragazzo solo allora.
Pensò alle bugie che gli aveva raccontato:
l'officina, il laboratorio di elettronica, i genitori che lo
portavano al bar per vedere Firenze alluvionata, forse
anche la storia del vecchio che gli aveva raccontato tra
le dune era una bugia.
Giovanni leale come deve essere un amico, pensò:
- erano sogni, speranze, non bugie.


Infiltrati
Ogni cosa era passata in secondo piano dalla morte di
Massimo, i quattro avevano rimosso la Danimarca, ma
lei non si era dimenticata di Antonio e Marco. Quattro
auto della polizia erano ferme sotto casa dei due, un
gruppetto di persone incuriosite da quello spiegamento
di forze sostava in circolo, per vedere cosa accadesse.
Dal portone d'ingresso uscirono prima due agenti
chiedendo di fare largo, poi i ragazzi accanto ai due
poliziotti, che con una mano li tenevano ben stretti e
ammanettati, con l'altra reggevano dei fogli. Li fecero
salire in auto diverse, partendo a tutta velocità con i
lampeggianti accesi. Si seppe in seguito che la polizia
danese aveva fermato Hans e Borg, mentre prendevano
il traghetto e durante la perquisizione nei loro zaini
era stata trovata la droga sparita dalla roulotte. Gli
agenti erano arrivati ai due, dopo aver interrogato i
ragazzi del campeggio, avendo notato che i loro nomi
ricorrevano spesso nei racconti della sera dell'incendio.
Messi sotto pressione avevano confessato di aver
appiccato l'incendio, il furto della droga, raccontato
la storia del passaggio di consegne ad Antonio e Marco
e del fornitore, (di cui non conoscevano il nome) e
indicato l'appartamento vicino al porto. Al commissariato
Antonio e Marco furono interrogati dal giudice,
confermando tutto quello che avevano detto Hans e
Borg. Inoltre dissero dell'uomo che li minacciava da
quando erano tornati e del fatto che aveva chiesto ai
due di spacciare per lui fino all'estinzione del debito.
Un agente della polizia danese era al commissariato
e propose al giudice e agli ispettori di usare i ragazzi
per prendere l'uomo e smantellare l'organizzazione di
spaccio internazionale che operava da anni in Europa.
Il magistrato, dopo aver parlato con i genitori dei ragazzi,
disse che se collaboravano questo avrebbe avuto
effetto positivo nel processo per spaccio che dovevano
affrontare, sarebbero stati condannati ma con
sospensione della pena e non avrebbero passato neanche
un giorno in carcere. L'accordo con i ragazzi era
fatto: il piano era semplice, loro avrebbero accettato
di spacciare, facendosi consegnare la merce dall'uomo,
poi avrebbero venduto regolarmente la droga e
consegnato i soldi. La droga la compravano giovani
agenti sotto copertura, come se fossero normali clienti
dei due e col tempo l'uomo si sarebbe convinto che li
aveva in pugno. Lo spostamento di tanta droga, con
gli appostamenti coordinati delle forze dell'ordine, sarebbe
giunto fino alla centrale operativa della banda,
(i Pesci Grossi, come diceva spesso il giudice). Antonio
e Marco ritornarono a casa liberi, come se niente
fosse accaduto e ripresero la loro vita normale. Alle
domande di Giovanni e Marina risposero che era stato
tutto un equivoco, che li avevano scambiati per altre
persone e chiariti i fatti, li avevano rilasciati. Da quel
giorno la vita dei quattro si divise: Antonio e Marco
dopo la scuola, sparivano impegnati come dicevano a
tutti nei compiti.
Dal giorno in cui si diede il via all'operazione, si vide
spesso quell'uomo passare lentamente davanti alla
scuola e fare salire i due ragazzi sulla sua auto, per
poi allontanarsi in fretta. Dopo un giro per il paese si
dirigeva verso la città inoltrandosi nei vicoli, e arrivati
davanti a un vecchio palazzo faceva scendere i ragazzi
per aprire la serranda del garage. Sistemata l'auto entravano
in un ascensore, salivano fino all'ultimo piano
dove c'era solo una porta che si apriva su un appartamento
lussuosamente arredato, con un salotto pieno
di divani.
- Sedetevi!
Antonio e Marco si sedettero e lui:
- Il commercio va a gonfie vele, vendete più di quanto
immaginassi
- Sempre più gente cerca droga, ne serve tanta, tu puoi
averne una quantità maggiore? - Chiese Marco.
- Piano, quanta ve ne serve?
- Almeno il doppio.
- Insieme all'erba, pensate di poter spacciare anche
l'eroina? - disse l'uomo alzandosi dalla poltrona e
prendendo una bottiglia da una vetrina, da cui versò
nel bicchiere del liquore scuro.
- Non lo sappiamo, ci possiamo provare, facci sondare
questa settimana, poi vediamo.
- Va bene. Adesso datemi i soldi, prendete la merce e
andiamo, vi accompagno a casa!
Marco chiese:
- Tu sai come ci chiamiamo, il tuo di nome però non ce
lo hai mai detto.
- Chiamatemi Giorgio, va bene?
- Va bene Giorgio, ti chiameremo così.
Il giorno dopo, videro il funzionario del commissariato.
- Ragazzi come va con il nostro uomo?
- Ci ha chiesto di spacciare eroina. - E voi cosa avete risposto?
- Che saremmo in grado, ma non prima di aver sondato
la piazza.
- Non lo so, rispose dubbioso il funzionario. Poi continuò:
? dobbiamo stringere, non vorrei che diventi troppo pericoloso per voi.
- No, lui è tranquillo, si fida.
- Sono io che non sono tranquillo. Facciamo così, acconsentite
allo spaccio d'eroina, cercate di andare anche
voi a prenderla. Vi forniremo dei ciclomotori. Il
nostro obiettivo è di non farvi salire sull'auto dello
spacciatore, non farvi correre rischi inutili, in caso di
un nostro intervento non previsto. Allo stesso tempo,
che vi usi per andare a prendere la droga al magazzino,
così da valutare quante persone sono coinvolte.
Gli direte che trasportare la droga in auto è troppo
pericoloso, la dividete un poco per scooter, in questo
modo, qualsiasi cosa accade, non va persa tutta.
- Che gli diciamo? Dove abbiamo preso i motorini? -
chiese Marco.
- Non ve lo chiederà, tutti i ragazzi oggi ce l'hanno. Se
ve lo chiede, gli direte che è un regalo dei vostri genitori
e vi serve per andare a scuola.
- Voi cosa avete intenzione di fare?
- Ormai ne sappiamo abbastanza: abbiamo fotografie
e filmati delle attività della banda, ci manca di capire
dove hanno il magazzino della droga.
- Che cosa dobbiamo fare quindi?
- Dovete cercare di convincerlo che tre trasportatori
sono più sicuri di uno solo in auto e che due ciclomotori
non temono il traffico, svicolano meglio in città.
Farò in modo che abbiate al più presto i mezzi. Un po'
d'attenzione e tutto finirà bene.
Da qualche giorno i due raggiungevano la scuola in
motorino, e Marina vedendoli li fermò: - Belli chi ve li ha dati?
- I nostri genitori, così non facciamo tardi alle lezioni.
I due oramai rispondevano con le stesse parole a tutte
le domande, erano in sintonia su tutto. Marina non era
molto convinta della risposta, aveva visto i due frequentare
lo spacciatore, qualche dubbio se lo poneva.
- Ci vediamo questa sera al bar?"
- Va bene ci vediamo questa sera - rispose Marco.
Al bar si ritrovarono tutti e quattro.
- Se ci vede il prete, inizia il sermone sul fatto che non
andiamo più in chiesa - disse Giovanni.
I quattro scoppiarono a ridere come non facevano da
tanto tempo. Mario uscì e chiese loro:
- Che cosa avete da ridere così? Dovete consumare se
volete rimanere seduti, lo sapete.
- Portaci due birre e una gassosa.
- Siete minorenni, non posso darvele le birre.
- Allora porta una birra e tre gassose! Disse Antonio
ridendo.
Il barista stanco di essere preso in giro sbuffando acconsentì:
- Va bene, poi però basta birra.
- Bravo Mario, basta birra! Annuì Giovanni.
Poi il discorso inevitabilmente finì verso lo spacciatore.
Marina chiese:
- Cosa avete deciso riguardo a quello spacciatore, lo
denunciate?
- Ci stiamo ancora pensando, per il momento gli abbiamo
detto che non siamo pronti, dopo quel che è
successo in Danimarca.
- Vi ho visto l'altro giorno che salivate in auto con lui
- ribatté Marina.
- Sì, viene spesso a cercare di convincerci, saliamo, facciamo
un giro, ci porta a un bar prendiamo qualcosa e
poi se ne va - ammise timidamente Antonio.
- Dovete prendere una decisione e quella giusta, non
potete frequentare quel criminale! - incalzò Giovanni.
Calò il silenzio tra i quattro, Marco avrebbe voluto
dire dell'operazione in cui erano coinvolti per la cattura
degli spacciatori, ma Antonio gli diede un calcetto
sotto il tavolo, riprendendo a ridere:
- State tranquilli non è furbo come sembra, pensa solo
ai soldi e ha capito che se ci fa del male, li perde.
Cosi passarono una serata allegra e spensierata come
quelle di prima delle fragole.
L'operazione andò avanti senza intoppi, il giorno previsto
per la consegna del ricavato l'uomo arrivò puntuale
davanti alla scuola. Passando lentamente davanti
ai ragazzi in sella a ciclomotori, fece loro cenno di
seguirlo e i due misero in moto e si accodarono all'auto.
Lui si fermo subito dopo la curva, abbassò il vetro
del finestrino e disse:
- Cos'è questa novità, vi siete motorizzati?
- Ti piacciono? Sono un regalo dei nostri genitori per
non tardare a scuola.
- Bene, potrebbero essere utili anche per il lavoretto
che fate per me.
Fatto lo scambio soldi-droga, Giorgio chiese ai due:
- Siete in grado di raggiungere casa mia con questi?
- Certo!
- Bene vediamoci verso le diciannove, che vi devo proporre
un lavoretto, c'è da guadagnare.
I due avvisarono il commissariato della richiesta di
Giorgio, il funzionario disse:
- Non preoccupatevi, vi teniamo sotto controllo ventiquattro ore
su ventiquattro. La strada, resa viscida dalla leggera pioggia, non era
l'ideale per i ciclomotori dei ragazzi, ma arrivarono
in fretta al vecchio palazzo del centro dove Giorgio li
stava aspettando.
- Non scendete! - disse con tono perentorio, mentre
dava loro due pacchetti
- Andate al bar della stazione, una ragazza aspetta che
le portiate questi due pacchi.
- Come la riconosciamo? - chiese Antonio.
- Vi conosce lei, non vi preoccupate, dopo vi pago il
disturbo.
I due si avviarono verso la stazione, percorsi alcuni vicoli,
attraversarono una piccola piazza e imboccarono
un vicolo così stretto, che dovettero passare uno per
volta. A metà dello stretto vicolo un uomo si mise in
mezzo chiedendo loro di fermarsi; i due ragazzi provarono
a tornare indietro ma l'uomo li fermò:
- Fermi, sono un agente! Cosa vi ha chiesto di fare?
Dove state andando?
I due, tranquillizzati dal distintivo mostrato dall'uomo:
- Dobbiamo consegnare questi a una donna alla stazione,
poi tornare a casa sua che ci paga.
- Va bene adesso avviso il giudice e il commissario. Voi
fate presto, non vorrei che un ritardo lo insospettisca.
Arrivati al bar, della donna non c'era traccia. Antonio
e Marco si sedettero sulle sedie fuori del bar, si guardarono
in giro per intercettare la donna di cui aveva
parlato Giorgio.
- Questa non si vede, che facciamo? - chiese Marco.
- E che ne so io, aspettiamo un poco, poi ce ne andiamo.
Mentre erano lì indecisi sul da farsi, si avvicinò una
donna alta, vestita elegantemente, si fermò davanti al loro tavolo:
- Antonio e Marco?
I due rimasero in silenzio fissando la donna con i capelli
rosso fuoco, stretta in un tubino nero, avvolta nella
pelliccia, appoggiata sulle spalle a mo' di mantella.
La pausa sembrò eterna. Lei ripeté la domanda ancora
una volta e dai due uscì un filo di voce:
- Sì. Tu sei l'amica di Giorgio?
- Sono io. Dovete darmi qualcosa?
I due sorridendo si alzarono e si diressero verso i ciclomotori,
dal portapacchi presero i due pacchetti e
li consegnarono alla donna, che li mise in una busta
capiente dei grandi magazzini, poi senza salutare, si
girò e andò via.
Giorgio era davanti all'ingresso del vecchio palazzo,
che attendeva i due, quando li vide arrivare.
- È andato tutto liscio?
I ragazzi confermarono la consegna e lui, soddisfatto
del lavoro svolto, prese una busta dalla tasca dei pantaloni
e la consegnò ai ragazzi dicendo:
- Questi sono per voi.
- Wow! Sono tanti soldi! - esclamò Antonio.
- Marco si limitò a dire:
- È stato facile.
Giorgio mise le braccia sopra le spalle dei due come se
fossero vecchi amici e disse:
- Per quanto riguarda l'eroina avete già iniziato, la
prima consegna l'avete appena fatta. La piazza l'avete
sondata?
- Si può fare, la richiesta è alta - rispose Antonio e
Marco continuò: - Il problema è che tutta questa merce
come la trasportiamo? Non vorremmo dare troppo
nell'occhio, girando con te che sei più grande di noi,
qualcuno potrebbe fare delle chiacchiere.
Lo informarono della loro idea: ognuno di noi potrebbe
trasportare un poco di merce fino a un posto sicuro,
poi quando occorre la si prende.
Giorgio ascoltò attento la proposta dei due, la loro iniziativa
gli piacque.
- Va bene, rimane il problema del rifornimento, quello
lo faccio io come sempre: voi venite a casa mia, vi
consegno la merce che serve, ne prendete un poco per
uno e ve ne andate
".
Così fecero per alcune settimane. Giorgio era soddisfatto
del commercio che aveva messo in atto con i due
e durante uno dei soliti scambi propose loro di andare
di persona a rifornirsi.
- Ormai mi fido di voi, potreste andare a rifornirvi da
soli direttamente alla casa madre.
Antonio e Marco dopo qualche secondo di silenzio:
- Certo si può fare, ci devi dire dove andare a prenderla,
ma siamo pronti - disse Marco.
- Andiamo vi faccio vedere come ci si arriva e vi presento
il mio amico.
Saliti in auto attraversarono la città, poi arrivarono in
periferia percorrendo strade poco illuminate, dove i
palazzi color marroncino erano riuniti in lotti, circondati
da giardini incolti. Giorgio fermò l'auto davanti
a un cancello. Gruppetti di persone li guardarono
con sospetto, come se avessero ognuno qualcosa da
nascondere. Un uomo si avvicinò a Giorgio, parlarono
a bassa voce, poi il tizio ricevette qualcosa da lui, indicando
i ragazzi. Giorgio disse ad alta voce:
- Tutto bene, questi sono quelli che mi sostituiranno.
L'uomo fece un sorriso e li salutò portando una mano
sul capo, con il gesto di chi si toglie il cappello, poi tornò
verso il gruppo da cui era venuto. Si diressero verso
un piccolo portoncino aperto, salirono cinque scalini
fermandosi sul piano, una porta si aprì e la donna della
stazione fece loro cenno di entrare. L'appartamento
era quasi vuoto, la stanza odorava di chiuso, come se
la finestra fosse rimasta chiusa da sempre. Era arredata
con un divano, un piccolo tavolino, due sedie, un
quadro e uno specchio, le pareti erano dipinte con un
colore roseo, in alcuni punti erano così scolorite, da
sembrare panna sporca, sul soffitto macchie ammuffite
lo decoravano quasi damascandolo. Dall'altra parte
della parete si sentiva qualche rumore e delle persone
parlavano a voce alta, poi la donna picchiò due volte
sul muro e le voci si attenuarono. La rossa, senza fare
le presentazioni e con tono perentorio:
- Voi due verrete una volta alla settimana a rifornirvi,
il ricavato della vendita continuate a consegnarlo
a Giorgio. Di volta in volta o io, o lui, vi diremo cosa
fare. Quando verrete ci sarà sempre qualcuno che mi
avviserà del vostro arrivo. L'uomo che avete conosciuto
prima si si chiama Luigi, gli darete ogni volta una
cosa che vi darà Giorgio. Capito?
I due annuirono. Giorgio e la donna andarono nell'altra
stanza, dopo un poco ritornarono e si salutarono,
lei fece un cenno d'intesa anche ai ragazzi, poi i tre
uscirono dalla casa.
Giorgio lentamente percorse l'itinerario fino al suo
appartamento, dicendo ai due:
- Imparate bene la strada, la dovrete fare spesso da
oggi in poi per venire a casa della mamma a rifornirvi
dei biscotti.
Giunti sotto casa di Giorgio i due presero i ciclomotori,
e percorsi qualche centinaio di metri si fermarono,
si guardarono e Antonio disse: - Se tutto andrà come
deve andare, da domani sarà tutto finito.
Ripresero la strada avviandosi verso il commissariato,
facendo attenzione a ogni curva per vedere se erano
seguiti da qualcuno. Arrivati nei pressi del posto di
polizia rallentarono dando un'altra occhiata per sicurezza,
poi suonarono al campanello, un agente andò
ad aprire chiedendo chi cercassero.
- Dobbiamo parlare con il commissario è una cosa urgente,
apri non possiamo stare qui!
- Calma ragazzi, il commissario non c'è, adesso lo chiamiamo,
entrate.
Il commissario arrivò in fretta e dopo che i ragazzi gli
ebbero spiegato la situazione, disse:
- State calmi, sappiamo tutto, vi abbiamo seguito. Domattina
scatta l'operazione, l'unica cosa che voi dovete
fare adesso è starvene in casa in attesa di nostre
notizie. Non andate a scuola, i vostri genitori sono già
informati li abbiamo avvisati. Ora andate a dormire, il
lavoro svolto è sufficiente a incastrare quei delinquenti,
il giudice terrà conto della vostra buona volontà.
Arrivati a casa l'adrenalina era ormai in circolo, i due
non avevano sonno, si sedettero sugli scalini e Antonio
accese una sigaretta. Marco in silenzio fissò il fumo che
saliva, poi si alzò, si appoggiò al muro dell'androne
- Che pensi, filerà tutto liscio?
- Siamo arrivati fino a questo punto, perché no? Arresteranno
tutta la banda e noi ci riprenderemo la nostra vita.


Vite spezzate
Furono distolti dalle loro paure, voci allegre provenivano
dal viale, due persone camminavano sul tappeto
di foglie dei platani che oramai spogli facevano svettare
i rami nudi verso il cielo. I due si correvano dietro,
ora nascondendosi dietro il tronco di un albero, poi facendo
la giravolta attaccati ai lampioni. Quando
i due furono abbastanza vicini ad Antonio e Marco,
si bloccarono vedendo che li guardavano. Erano Giovanni
e Marina: - Oh! Che fate ci spiate? Poi ridendo Marina chiese:
- Pensieri? Non andate a letto? Domani c'è scuola.
- Voi invece mi sembra che problemi non ne avete?
Chiese Marco, serio.
- Dai scherzava non te la prendere, disse Giovanni.
I quattro rimasero in silenzio per qualche minuto, poi
Giovanni ruppe quel momento di tensione:
- Domani dopo la scuola ci vediamo a casa mia? Stiamo
un po' insieme, si potrebbe andare al fiume a pescare.
- Domani siamo impegnati, non veniamo a scuola e
neanche al fiume.
- Che cosa dovete fare? Domandò Marina.
- Niente che possiamo dirvi, ribatté Antonio. Marco
la guardò e disse: - Se fosse per me, mi chiuderei
dentro casa e ne uscirei da vecchio, altro che scuola!.
Seguì una lunga pausa di silenzio, rotta da Antonio,
che disse: - Ma chi se ne frega, domani sarà finito tutto!
Raccontiamogli come stanno le cose, non ce la faccio a
tenermi tutto dentro, con qualcuno dobbiamo confidarci e
loro sono le persone giuste!
Giovanni preoccupato dal tono di voce dei due chiese:
- Cosa vi succede? Altri guai?
- Non sono finiti mai! Rispose Antonio - Siamo coinvolti
in un'operazione di polizia, contro un'organizzazione
di narcotrafficanti, gli stessi che ci hanno incastrato in
Danimarca. La polizia e il magistrato ci hanno
chiesto di aiutarli a sgominare la banda facendo da
esca. In cambio terranno conto della nostra collaborazione
nel processo per spaccio che dobbiamo subire
per i fatti accaduti in quell'isola del cavolo.
I due raccontarono la verità, dello spaccio di droga,
della cattura di Hans e Borg, come erano arrivati a
loro nelle indagini, dell'uomo che non li aveva mai
mollati e del finto spaccio messo in atto con le forze
di polizia. Adesso le cose apparvero più chiare a Giovanni
e Marina, ma mentre stavano per dire qualcosa
il portone si aprì: era il padre di Marco che invitò tutti
ad andare a dormire, richiamando il figlio e Antonio
in casa. I quattro si salutarono, poi Giovanni e Marina
tornarono indietro, chiesero se il giorno dopo avrebbero
potuto passarlo con loro, in attesa delle notizie
dalla polizia riguardo l'operazione e i due acconsentirono.
Andando verso casa i due notarono che alcune
auto lungo la via erano occupate da persone mai viste
prima, immaginarono che fossero poliziotti, evidentemente
controllavano le case di Antonio e Marco. Ogni
persona che si incontrava, o era un poliziotto, o un
bandito, non vi erano mezze misure, la suggestione
del momento, la fantasia, la paura, fece il resto. Quella
notte nessuno dei quattro riuscì a prendere sonno.
All'alba erano già in piedi e si trovarono al bar di Mario,
la tensione per quello che doveva accadere era
tanta, presero un cappuccino, si misero fuori sul marciapiede,
seduti senza parlare. Marco si accese una sigaretta, accasciato
sulla sedia umida del bar. Padre Vittorio, che come tutte le
mattine si era recato presto al bar, vedendo i quattro domandò
come mai non erano a scuola, attaccando un sermone sui
giovani irresponsabili e perditempo, al che i quattro si alzarono,
lo lasciarono a parlare da solo, mentre andavano via
senza guardarlo. Oramai erano passate le undici del
mattino, le notizie non arrivavano, i ragazzi iniziavano
a preoccuparsi. Le domande senza risposta erano
molte, una su tutte: Li avranno catturati?
Verso le due del pomeriggio un'auto si fermò sotto
l'appartamento di Antonio. I ragazzi si affacciarono
alla finestra che dava sulla strada, il commissario e un
agente in borghese scesero dall'auto dirigendosi verso
il portone. Il suono del campanello li fece trasalire,
aprirono in fretta e i due salirono al piano, trovando i
ragazzi davanti alla porta insieme ai genitori:
- Loro chi sono? Chiese il commissario, indicando
Giovanni e Marina.
- Nostri amici, sono informati di tutto.
L'uomo iniziò a parlare:
- Dunque: la banda è stata smantellata al completo, questa
notte fino all'alba siamo stati impegnati nell'operazione,
l'uomo chiamato Giorgio lo abbiamo catturato
che tentava la fuga in auto al casello per l'autostrada.
Nell'appartamento della donna sono stati trovati ingenti
quantitativi d'eroina e di cannabis. Nello stesso
momento l'operazione si è diramata in molti paesi,
Spagna, Marocco, Danimarca, smantellando questa
potente organizzazione criminale. Rimane da capire
che fine ha fatto questo Luigi e i suoi compari, non
li hanno presi, ma probabilmente non erano elementi
dell'organizzazione, gente assoldata nella malavita
locale per fare da palo … li prenderemo, sappiamo che
sono della zona.
Il commissario si congratulò con i due ragazzi, ringraziò
i genitori e si congedò dicendo: - In seguito vi farò chiamare,
per tutte le deposizioni che servono al giudice.
Uscito il funzionario, i quattro si guardarono in silenzio,
in testa avevano un unico pensiero: Luigi.

Passarono i mesi ed arrivarono i giorni degli esami
di maturità. L'estate già inoltrata faceva sentire la sua
presenza con giornate calde, i ragazzi erano impegnati
nei ripassi per gli esami. Dal giorno della cattura dei
narcotrafficanti, in città sembrava che fosse in atto una
guerra tra bande. Non passava un giorno che la cronaca
non riportasse notizie di aggressioni e omicidi. La
tecnica era sempre la stessa: una motocicletta arrivava
sul posto, il pilota chiamava per nome l'uomo, poi lo
crivellava di proiettili, un killer scendeva dalla moto
finendolo con un colpo di grazia, per poi sparire ad
alta velocità.
Queste cose non passarono inosservate ai quattro e
parlavano spesso della ferocia con cui erano fatte le
esecuzioni e dell'escalation di violenza dilagante che
imperversava in città.
Era un periodo di cambiamenti: formazioni di studenti
di destra e di sinistra si fronteggiavano davanti
alle scuole e le università, i movimenti studenteschi
organizzavano grandi manifestazioni di protesta, le
lotte operaie erano all'apice della loro affermazione.
Le forze dell'ordine durante e dopo ogni scontro,
organizzavano retate e perquisizioni nei luoghi dove
presumibilmente si riunivano studenti o operai che
avevano partecipato al corteo. Durante una retata di
questo tipo all'interno di un circolo ricreativo, tra le
cose trovate durante la perquisizione (droga e armi),
fu trovata un'agenda con nomi e indirizzi che portarono
all'arresto di persone che con gli studenti avevano
poco a che vedere, gente della malavita e politici locali
di cui si parlava spesso come sospettati di manovrare
la protesta per coprire i loro affari.
Gli agenti trovarono citati alcuni nomi di persone giustiziate
nei mesi precedenti, altri di persone che occupavano
posti di primo piano nel commercio e nella
politica della città. Tra i nomi trovati vi erano quelli di
Antonio e Marco con accanto scritto: "Delatori".
La maturità era fatta, i quattro furono promossi, erano
pronti per l'università.
La mattina dopo gli esami erano come il solito al bar,
seduti a discutere su quale facoltà avrebbero preso
all'università, l'indirizzo da scegliere, la prospettiva
di lavoro che avrebbe dato, quale sogno si prospettasse
per loro. Marina la sua scelta l'aveva fatta: si sarebbe
iscritta a Giurisprudenza, voleva diventare avvocato,
nonostante la madre avrebbe preferito che lei
diventasse una professoressa. Antonio si era iscritto a
lingue, Marco seguì la scelta dell'amico. Giovanni al
contrario dei tre non ci pensava proprio agli studi. Nei
due anni che seguirono, mentre gli altri frequentavano
l'università, la sua passione per il mare lo portò a
fare un corso di subacquea e, preso il brevetto, iniziò
a lavorare per una ditta del paese che si occupava di
recuperi subacquei e manutenzione di opere sottomarine.
Lui e Marina oramai erano una coppia consolidata e
spesso lei si fermava a dormire a casa di Giovanni. Il
nonno era morto da circa un anno e lui una volta il
mese andava, come promesso, a posare un garofano
rosso e un bicchiere di vino sulla sua tomba. La nonna
dalla sua morte non era più la stessa, sembrava vivesse
un'altra dimensione, fatta di sorrisetti e cenni della
testa, era piegata come un ramo che non poteva sostenere
il suo stesso peso. Una sera dopo cena si addormentò con
la testa sul tavolo e non si svegliò più.
Al suo funerale Giovanni si mise dove era solito sedersi
con lei, facendo attenzione che nessuno ne occupasse il
posto. Il prete dopo le esequie si avvicinò per porgergli
le condoglianze e come al solito puzzava di vino.
Quando lo abbracciò per mostrargli tutta la vicinanza
al suo dolore, non poté fare a meno di dirgli:
- Padre, sono le dieci e già è in queste condizioni!
Lui si scostò dicendo:
- Il dolore per la perdita di una buona parrocchiana
come la tua nonna è grande mi è stato d'aiuto un goccetto.
Poi si girò e si avviò barcollando leggermente verso la
sacrestia senza salutare nessuno.
La sera, dopo il lavoro, Giovanni andava in piazza
per incontrare gli amici studenti, seduti al bar; discutevano
animatamente delle proprie prospettive. Lui
parlava spesso della ditta che voleva impiantare coinvolgendo
Marina come legale della società, Antonio
e Marco delle possibilità che avrebbero avuto con la
conoscenza delle lingue nel mondo del lavoro, la discussione
si animava spesso e Mario usciva a calmarli offrendogli una birra:
- Buoni, siete solo all'inizio e già vi scannate sulle ipotesi,
bevete questa e andate a casa che domani chi lavora,
chi studia vi dovete alzare presto!
Loro con una risata accettavano i consigli del barista.
Quella sera, mentre erano intenti nelle solite discussioni,
un'auto si fermò, ne scesero due persone che si
diressero verso di loro, una delle due, qualificandosi
come agente di polizia, mostrando il tesserino disse:
- Antonio, Marco, con noi.
- Che succede? - chiese Marina - Possiamo venire anche
noi? - Non vi riguarda, solo loro.
Così presero i due ragazzi per un braccio, invitandoli
a seguirli. Saliti in auto si diressero in direzione commissariato,
lasciando Marina, Giovanni e Mario sbigottiti,
davanti a quel prelievo inaspettato.
Al commissariato i ragazzi erano attesi dal giudice che
aveva guidato l'operazione Danimarca, e da un funzionario
che loro non conoscevano. Dopo un poco arrivarono
anche i genitori dei due, quando furono tutti
presenti, il magistrato iniziò a parlare:
- Vi abbiamo fatto venire per informarvi di questioni
che riguardano i ragazzi in primis, ma anche tutti
noi.
Il giudice parlò del ritrovamento dei nomi nell'agenda,
poi chiese se i due avevano avuto a che fare con il
circolo dove fu rinvenuta. Alle risposte negative dei
ragazzi il funzionario li informò di tutte le preoccupazioni
che lo opprimeva, riguardo a un possibile inserimento
in una lista di persone da giustiziare, che prevedeva
anche i ragazzi. Il pensiero dei presenti andò
all'operazione di due anni prima, Luigi non era stato
rintracciato, nonostante le forze messe in campo dalla
polizia nazionale e internazionale, e in quel momento
l'impotenza dei presenti fu evidente.
- Che cosa dobbiamo fare noi, porca puttana! Esclamò
il padre di Marco, - abbiamo messo nelle vostre
mani la vita dei nostri figli e adesso guardate come ci
ritroviamo!
I ragazzi ammutoliti dalla notizia, rimasero a testa
bassa, pensando: "non finirà mai, non finirà mai". Il
giudice ammise di aver sottovalutato la situazione,
convinto di aver smantellato la rete criminale il giorno
dell'irruzione nel circolo. Poi disse:
- al ritrovamento dell'agenda è stato disposto un controllo
discreto dei ragazzi. Non vi abbiamo informati
per non preoccupavi, poi, visto che le cose si erano
messe bene, avevamo allentato i controlli. Ora il fatto
nuovo è Luigi, sembra che sia stato visto in zona,
abbiamo tentato la cattura senza riuscirci. Metteremo
una macchina fissa sotto le vostre abitazioni, faremo
in modo che i ragazzi siano sempre sotto controllo degli
agenti, fino a che questa storia non sarà finita.
Tornarono a casa con la paura in tasca. I due amici,
non uscirono per diversi giorni, e quando Giovanni e
Marina venivano a trovarli non li facevano salire, inventando
ogni volta una nuova scusa. Sotto casa l'auto
della polizia in borghese era sempre presente, si davano
il cambio ogni sei ore, coprendo tutto il giorno e la
notte. Passò circa un mese. Un giorno Antonio e Marco
scesero al bar, si misero seduti e ordinarono due
birre, come al solito Mario era contrario che bevessero
alcolici, ma loro insistettero:
- Adesso siamo maggiorenni, ci puoi servire la birra
con la coscienza a posto.
Mentre erano lì che sorseggiavano le birre, una motocicletta
di grossa cilindrata con due persone a bordo,
con il volto nascosto dai caschi, si fermò davanti a
loro, uno dei motociclisti scese dalla moto e chiese ad
alta voce:
- Antonio? Marco?
I ragazzi si alzarono di scatto: avevano capito cosa stava
per accadere. I due poliziotti di scorta, che erano
in auto, scesero velocemente dirigendosi verso il bar,
ma fecero solo in tempo a udire i rapidi colpi di pistola,
vedere l'uomo con il casco mentre freddamente
esplodeva i colpi di grazia ai due stesi sul marciapiede
e poi vederlo salire rapidamente sulla moto che lo
attendeva con il motore al massimo dei giri.
La moto sfrecciò con un'impennata e passò accanto agli agenti
mentre l'uomo esplodeva colpi verso di loro.
In un attimo i due agenti la videro sparire nel traffico. Nel bar
i clienti, che prima erano fuggiti ora si accalcavano,
i due agenti avevano chiamato il commissariato, comunicando
la notizia degli omicidi. Arrivarono auto della polizia a sirene
spiegate e le ambulanze.
Per Antonio e Marco non c'era più niente da fare, erano in una
pozza di sangue, lì sul marciapiede, con il viso deturpato dai colpi
ricevuti da distanza ravvicinata.
La notizia si diffuse rapidamente, la piazza si riempì
in fretta di curiosi. Arrivarono Marina, Giovanni, Diego,
Gino e altri giovani dietro a Padre Vittorio, che si
fece largo con il segno della croce, pronunciando parole
sottovoce all'indirizzo dei due. Si fermò davanti
alla scena di morte e allargando le braccia verso il cielo,
chiese pace per quei corpi così giovani martoriati.
L'odore del sangue era forte, nauseante, il caldo lo fece
seccare in fretta, alcune persone si sentirono male e
caddero in terra. All'arrivo dei genitori la folla si aprì
per richiudersi subito dopo il loro passaggio. Le grida
di dolore furono interrotte a tratti da terribili maledizioni
verso chi aveva ucciso i loro figli: - Maledetti, bastardi,
assassini! Ripetuto all'infinito nel silenzio dei presenti.
Marina e gli altri erano in silenzio mentre osservavano
i loro amici immobili. Portati via i corpi rimasero in
terra le sagome dei due, fatte con il gesso dalla polizia.
La folla si era sfoltita, non rimanevano che Mario,
il prete e i quattro amici dei ragazzi uccisi, in silenzio
guardavano quei corpi disegnati sull'asfalto. Giovanni
si era seduto su una delle sedie del bar, poi all'improvviso
si alzò e con i pugni stretti prese a correre
verso la chiesa - Dove vai? - Urlò Marina.
Lo trovò inginocchiato davanti al crocefisso:
- L'ultima volta che ci siamo visti avevi detto che avresti
avuto molto da fare con me. Dove sei stato gli ultimi
dieci anni, mentre io pregavo che non morisse Massimo?
Massimo è morto, oggi hanno ucciso Antonio e
Marco e, cosa hai fatto per evitarlo? Io ti parlo, posso
pregare, offenderti e non fai un gesto, non cambi
espressione, sei finto? Esisti? Oppure no? Indifferente,
non puoi cambiare il destino delle persone, sei un bidone,
sei una fregatura, una scultura di legno fatta da
qualche falegname per due soldi!.
Poi si alzò, per accasciarsi su una delle panche con le
mani sul viso, piangendo. Il prete si avvicinò e abbracciandolo
forte gli disse:
- Ora sei deluso dalla vita, ma siamo noi gli artefici
della nostra vita, non possiamo incolpare altri delle
nostre azioni, tanto meno Dio. Avere fede non è male,
non averne è solo una condizione mentale diversa da
chi l'ha. A volte aiuta, magari parlare con Dio, pregare
non uccide nessuno, non farlo ugualmente non causa
la morte, a noi la scelta, uccidere o amare l'altro,
pregare, oppure no, siamo noi con le nostre contraddizioni,
le nostre scelte a decidere del nostro destino.
Adesso io prego, chi vuole, lo può fare con me.
Giovanni in lacrime si girò e si diresse verso l'uscita,
mentre gli altri s'inginocchiarono accanto al prete.


Discesa all'inferno
Il giorno dei funerali la chiesa era piena.
Nella piazza la gente arrivava fino alla sua estremità,
il prete aveva messo gli altoparlanti fuori, così tutti
quelli che non potevano entrare avrebbero ascoltato
la funzione. Giovanni, seduto fuori, ascoltava le parole
del prete rimbombare nella piazza e nella sua testa,
quando fece i nomi di Antonio e Marco andò via, dirigendosi
verso il fiume, nel luogo dove andava spesso con Marina.
Rimase per lungo tempo seduto a pensare a quello che
era successo in quegli anni, agli amici persi, poi lo raggiunse
Marina:
- Che fai qui da solo? Non sei venuto al funerale?
- Sì, ma sono rimasto fuori, ho ascoltato dalle trombe
allestite da Padre Vittorio. Poi sono venuto a pensare,
in questo luogo sto bene e mi rilassa. Sono accadute
troppe cose negli ultimi tempi, questo non è più il paese
in cui sono nato. Guardati intorno: l'eroina è padrona
delle giornate di molti giovani come noi, tutti i
giorni qualcuno è trovato all'angolo di una strada, nel
bagno di un bar, morto di overdose. Poi adesso, Antonio
e Marco uccisi, è troppo per me.
Lei lo strinse a sé, mentre lui singhiozzava con la testa
china tra le mani.
- Adesso cosa pensi di fare?
- Non lo so, non sono sicuro di niente, rimanere in
questo posto, mi fa troppo male.
- Che cosa vuoi dire? Che te ne vai?
- L'idea è quella.
- A me non pensi? Mi era sembrato che mi amassi …
- Ti amo ne sono certo, ma ho bisogno che io riprenda
fiducia nella vita, negli uomini.
Poi Giovanni indicò il punto, dove era il pioppeto e
disse:
- Il tempo cambia gli uomini troppo in fretta, come le
stagioni gli alberi.
- Io non voglio cambiare. -Ti amo Marina, vieni con me …
Prendendogli il viso, lei supplicò e gli sussurrò:
- Giovanni non te ne andare, io non posso lasciare la
mia famiglia, gli studi, l'università e a mia madre non le
posso fare questo, rimani.
Lui rimase in silenzio e guardando i pioppi senza foglie:
- Tornerò, se puoi, aspettami.

Il giorno dopo Giovanni partì come aveva detto.
Marina la sera,ogni tanto, scendeva al bar, rimanendo in
compagnia di Gino, che aveva ripreso a frequentare dopo
il funerale.
Lui era diventato un giovane attraente e spigliato,
niente a che vedere col chierichetto bianchiccio e
roseo in viso di tanti anni prima. Veniva spesso al bar,
chiedeva a Mario se lei fosse passata, poi si metteva
ad attenderla, anche per qualche ora. I due passavano
molte serate insieme in allegria, bevendo qualche
birra, ogni tanto Gino fumava qualche spinello. Questo
a Marina non andava bene e sull'argomento fecero
molte discussioni, anche accese. Poi una sera lei aveva
bevuto un po' di più, lui le propose di provare, dicendole:
- Dai non fare la puritana è solo erba non ti succede
niente.
Lei prese lo spinello, fece qualche tiro, poi iniziò a
tossire e ridere quasi soffocando, infine disse che non
l'avrebbe più fatto continuando a ridere e fumare. Da
quella sera fu normale che i due fumassero insieme
spinelli. La cosa, con il tempo, ebbe un'evoluzione imprevista.
Gino alle canne mischiava l'eroina, questo gli aveva causato
una forte dipendenza alla sostanza e coinvolse Marina in
questa pratica. Marina si trovò in breve tempo in una girone
infernale. Iniziò a frequentare sempre meno le lezioni
all'università, in compagnia di Gino anche lei aveva iniziato
a iniettarsi l'eroina, nell'auto del ragazzo non mancava mai
l'occorrente per il buco: limone,cucchiaio siringa, dosi da
consumare. Gino aveva iniziato a spacciare per pagarsi la
sua dipendenza e Marina dipendeva da lui in tutto, lo aiutava
nelle divisioni dei pezzi da vendere, togliendo a ogni dose
un poco di sostanza, che in seguito si sarebbero iniettati.
Con il passare del tempo fare la cresta sui pezzi da vendere
non fu sufficiente, lei iniziò a prostituirsi per pagare le dosi per
se e per Gino.
A volte era lui che l'accompagnava dai clienti, spesso
lei se li procurava alla stazione, poi acquistata la dose
se la iniettava nei bagni luridi, rimanendo seduta per
ore sul water, semiaddormentata. Sempre più spesso
la sera qualcuno si presentava a casa di lei per chiedere
dove fosse Gino, i genitori avevano capito che qualcosa
era cambiato da quando lo frequentava. Lunghe
dormite, assenze all'università, i vestiti sporchi di vomito,
il suo fisico che già era esile, diventò terribilmente
scavato.
Una sera rimase chiusa nel bagno di casa per ore e
la madre dovette chiamare il marito per sfondare la
porta. La trovarono svenuta, con la testa riversa all'indietro
sporca di vomito. Quando si riprese, non volle
che chiamassero il medico, fu messa sotto pressione e
lei confessò la dipendenza dall'eroina. Diego, saputo
del coinvolgimento di Gino, uscì inferocito mettendosi
alla sua ricerca, lo trovò seduto in un'auto davanti
al bar. Spalancò lo sportello tirandolo fuori, lo colpì
più volte, fino a che intervenne Mario il proprietario
del bar:
- Basta così lo ammazzi! Urlò tenendolo per le braccia,
e lui fuori di sé rivolgendosi a Gino;- non farti più vedere
da queste parti, tu sai il perché! L'altro risalendo in auto
mormorò: - mi dispiace, non volevo che finisse così.
Diego diede un calcio allo sportello dicendogli:
- Vaffanculo, verme, non tornare mai più in questa
zona!
Mario calmò il ragazzo, poi gli consigliò di andare a
casa.
- Qualcuno potrebbe chiamare la polizia, dai vai Diego.
- Grazie Mario, vado, mormorò a denti stretti Diego
dirigendosi verso casa.
Iniziarono una serie di azioni per far uscire Marina da
quel vortice infernale, come farla rimanere chiusa in
casa per smaltire la ruota, resistere alle sue suppliche,
alle promesse che le cose sarebbero cambiate da allora
in poi. Passarono giorni, poi le settimane, tra speranza,
ricadute e bugie, gli incontri con operatori del centro a cui
era affidata si susseguirono ottenendo piccoli successi e
cocenti sconfitte. Poi, mentre in casa erano tutti impegnati
al recupero di Marina, avvenne l'arresto di Gino per rapina.
I genitori della ragazza alla notizia non nascosero la loro
soddisfazione per quella notizia, ritenendolo il primo responsabile
dei guai della figlia.
Marina rimase chiusa in casa per molto tempo, ai più sembrò
che filasse tutto liscio e lei fece tutto per confermare quella
sensazione, nascondendo quel senso d'inadeguatezza, d'ansia
che la opprimeva.
Poi conobbe una giovane volontaria nel centro, dove le veniva fornito
il metadone. Le due donne iniziarono a frequentarsi assiduamente,
la giovane assistente sociale la seguì e l'accompagnò lungo la difficile
ripresa. Fu accanto a Marina quando ricadde nuovamente e per un
periodo si trasferì a casa della ragazza, fino al giorno che lei varcò
nuovamente il portone dell'università. Le due donne sapevano che quello
era solo l'inizio di una nuova vita e che il percorso era lungo, ma erano
certe di essere sulla buona strada.
Davanti all'università gli studenti si fermavano formando gruppi, dove
preparavano le lezioni del giorno o dei prossimi esami da dare, lei non
si sentiva completamente a suo agio in quell'ambiente era come se le
mancasse qualcosa e la tentazione di risolvere tutto con un dose d'eroina
spesso si affacciava nella sua mente, aveva finito di scalare il metadone e
le rimaneva solo la volontà e nei momenti più difficili la sua amica volontaria.
Passarono alcuni mesi e le cose per Marina, sembrarono andare meglio,
la vita aveva ripreso un corso normale, la frequenza alle lezioni era assidua,
fece amicizia con alcuni studenti del suo corso, dopo le lezioni
si fermava spesso con loro per organizzare qualche uscita.
Si seppe in seguito come erano andati i fatti che avevano
portato all'arresto di Gino.
Una sera lui e altri due erano nella via più frequentata
del paese, dalla parte opposta della strada in cui si
c'era il negozio di Pacifico, il gioielliere. Erano pronti
a entrare in azione, uno dei tre rimase in auto mentre
Gino e Tonino attraversarono la strada, attesero che un
cliente entrasse nel negozio, lo spinsero con violenza
addosso al banco, estrassero le pistole puntandole al
viso di Pacifico chiedendogli di consegnargli tutto l'incasso.
I due avevano il viso coperto da un copricapo
di lana con dei piccoli fori per gli occhi. Nella confusione
si dimenticarono del cliente, che sgattaiolò dalla
porta che era rimasta aperta e che diede l'allarme e in poco
tempo arrivò la polizia. I tre riuscirono a fuggire ma
dopo un breve inseguimento andarono fuori strada
colpendo in pieno un albero; nell'impatto quello alla
guida perse la vita, gli altri due, feriti gravemente, furono
portati in ospedale e curati per qualche settimana,
da lì furono trasferiti in carcere. Della rapina si parlò
molto in paese e quando dopo l'arresto dei rapinatori
Pacifico e gli altri seppero che tra loro c'era anche
Gino il chierichetto, ci fu un grande scalpore intorno
alla faccenda. Il prete ne parlò alla messa della Domenica,
indicando nella necessità di procurarsi la droga
la responsabilità di quel gesto, poi come al solito se la
prese coi genitori non attenti e quando parlò dei ragazzi
stravaccati nei bar, Mario si sentì tirato in ballo quindi si alzò
dalla panca e con un gesto eloquente lo mandò a quel paese,
uscì dalla chiesa inviperito e ad alta voce disse:
- questo si è bevuto anche il cervello! Che pensa che sono
tutti uguali i giovani!

La strada di Giovanni
Mentre accadeva tutto questo, Giovanni dopo essere partito
si era fermato in varie località, sostava giusto il tempo per racimolare
qualche soldo utile al viaggio, svolgeva piccoli lavori manuali,
dopo due mesi giunse in una città di mare.
Sfruttando la sua abilità in acqua aveva trovato lavoro
in porto come sommozzatore. La società che lo aveva
assunto lo alternava nei lavori di cantieristica navale,
a immersioni, in particolare per la pulizia dei fondali
e della sistemazione delle catenarie, la costruzione
di pontili galleggianti, disposizione di corpi morti sul
fondale per l'ormeggio delle imbarcazioni. Il proprietario
della società, un uomo sui sessant'anni, con la
pelle del viso scura, solcata da rughe profonde, non
parlava molto. Il figlio si occupava della parte operativa
dell'azienda, in mare tutti lo chiamavano il capo,
ma il suo nome era Saturno.
Saturno, un ragazzo allegro e socievole, quando gli
uomini non erano impegnati nel lavoro era sempre
pronto a scherzare con loro, almeno quando non era
presente il padre. Giovanni, in genere, non partecipava
preferendo stare da parte a leggere qualche libro.
Il Capo aveva notato questo ragazzo che pur essendo
sempre pronto al lavoro, non legava più del necessario
con gli altri della squadra. Un giorno mentre
navigavano per raggiungere una boa di segnalazione
bisognosa di manutenzione, il Capo si avvicinò a Giovanni
e gli chiese:
- Questo lavoro ti piace?
- È un buon lavoro, non mi posso lamentare.
- Leggi molto, non ti vedo spesso parlare con i colleghi,
qualcosa che non va con loro?
- Nessun problema con loro mi vedo fuori dal lavoro e stiamo
bene insieme,disse Giovanni chiudendo il libro. - Sai questo è un lavoro
a volte pericoloso, ognuno ha bisogno di sapere che si può fidare
di chi gli lavora accanto - continuò Saturno.
- Stai tranquillo Capo, sono uno di cui ci si può fidare
- disse serio.
Arrivati alla boa, ancorata a una profondità di quaranta
metri, i due s'immersero compiendo la manutenzione
necessaria. Finito il lavoro, segnalarono in
superficie l'operazione conclusa. Da bordo calarono la
campana per la decompressione, loro due ci si infilarono,
tolsero le mute bagnate e si vestirono con tute
asciutte. Mentre venivano issati a bordo e assicurati
alla nave, ripresero il discorso, dove lo avevano lasciato
prima di scendere in acqua.
- Ci si può fidare di te? Oggi quando eravamo impegnati
sott'acqua, ci ho pensato sai.
Giovanni ascoltava.
- Tu sei giovane, come me e mio padre ti tiene in grande
considerazione, forse perché parli poco come lui.
- Sono contento della stima che ha per me tuo padre.
- Ti stima e ha pensato che puoi essere utile come socio.
Mi ha chiesto di proporti di entrare a fare parte della società.
Giovanni lo guardò serio:
- Ma io non ho soldi da investire, vivo di quello che
mi pagate.
- Ha pensato a tutto mio padre e io sono d'accordo.
Prenderò il posto di mio padre alla guida della società,
tu rilevi il mio posto con l'aumento dello stipendio
e il dieci per cento delle entrate, con il rimanente, che
è circa il ventitrè per cento, paghi l'accesso come socio.
Mio padre vuole una risposta, possibilmente positiva,
entro la fine della settimana.
Giovanni aveva ascoltato quello che Saturno gli aveva proposto,
mentre stava per rispondergli sentì la nave
che attraccava e il portellone della campana che si
apriva.
- Va bene, per fine settimana avrà la risposta.
La sera, dopo essere stato impegnato in mare, anche
per dodici ore continue, si trovava con i compagni di
lavoro nel bar adiacente al porto, tra racconti e birra e
spesso era trasportato a braccia fuori dal locale, però la
mattina dopo era sempre presente sulla banchina. La
proposta di Saturno era sempre lì che gli girava nella
mente, e giunto il sabato doveva decidere se accettare.
Camminava per la strada sovrappensiero, schivando
le persone che si affollavano davanti alle vetrine. Era
periodo di saldi e di tanto in tanto si fermava per vedere
se c'era qualche affare, del resto era da un po' che
non rinnovava il guardaroba. Era partito da casa ormai
da dieci mesi, avendo portato con sé poche cose,
e poi utilizzava di solito la tuta e il giubbino, che gli
avevano fornito alla ditta. Senza quasi rendersi conto
si trovò davanti agli uffici e salendo le scale che portavano
al piano superiore incrociò il padre di Saturno, il Signor Franco.
Si fermò qualche gradino sopra di lui.
- Venivi in ufficio da me? Domandò abbozzando un
sorriso.
- Se lei deve uscire, torno un'altra volta.
- No vieni così parliamo.
Salirono i pochi gradini che portavano al piano dove
era l'ufficio, il Signor Franco aprì la porta e lo fece accomodare
sulla poltrona davanti alla scrivania di mogano rosso
lucido. Tutto lì dentro era in stile marinaresco,
la veduta d'insieme ricordava l'interno di una
nave: alcune grandi fotografie appese alla parete ritraevano
il signor Franco a bordo di una nave, era insieme
con altri con la tuta sporca di grasso che brindavano
chissà a quale impresa, altre ritraevano la prua di
una nave che affrontava un'onda gigantesca. Mentre
Giovanni guardava con attenzione le foto, l'uomo aprì
un cassetto della scrivania, ne tirò fuori una bottiglia
di vino rosso, prese due bicchieri e lentamente versò
fino a poco meno della metà di questi.
- Prendi è un buon vino, disse porgendo il bicchiere
a Giovanni, poi come per brindare a un'intesa, sorseggiarono
il vino guardandosi negli occhi.
- Hai preso una decisione? Domandò il signor Franco.
- Credo che lei mi stia dando un'opportunità che dovrò
dimostrare di meritare con i fatti.
- Allora accetti la nostra proposta?
- Sì, con una piccola ma sostanziale differenza.
- Quale? Chiese il signor Franco, mentre aggirava la
scrivania guardando fuori dalla finestra, dandogli le
spalle.
- Va tutto bene così come mi è stato riportato, solo che
preferisco mi sia trattenuto tutto il trentatré per cento,
fino all'esaurimento della quota dovuta per l'ingresso
nella società. Lei continuerà a versarmi lo stipendio,
questo sarà sufficiente come lo è stato fino a oggi.
Il capitano si girò verso di lui, con un sorriso soddisfatto,
dopo aver bevuto tutto il vino, ne prese ancora
dalla bottiglia e prima di bere ancora esclamò:
- sapevo di non sbagliare quando ho pensato che tu
eri la persona giusta per noi!
Dopo una stretta di mano, proseguì dicendo:
- Adesso vai a casa, lunedì definiamo i termini di
quest'accordo.


Nostalgia
Giovanni quando giunse al bar, sembrava che tutti già sapessero
del nuovo ruolo assunto sulla nave. I compagni passando
gli davano pacche sulle spalle, qualcuno gli diceva:
- Devi pagare un giro!
Saturno in fondo al locale se la rideva, avendo appena
diffuso la notizia, lui si avvicinò al tavolo dicendo:
- Potevi attendere la firma.
- Una stretta di mano è sufficiente per gente come mio
padre. Ero nell'altra stanza così ho sentito tutto, sono
felice che sia andata bene, siediti, brindiamo al nuovo
Capo!.
Per qualche settimana, dopo la firma, Saturno continuò
a uscire in mare, spiegando a Giovanni tutto quello
che c'era da sapere per ultimare le consegne sul lavoro
da svolgere. Il capitano della nave fece confidenza con
Giovanni, considerando che avrebbe dovuto interagire
con lui da lì in poi. Saturno, certo che tutto sarebbe
andato bene, si dedicò al lavoro che fino allora aveva
svolto il padre. Il nuovo ruolo di Giovanni, se da un
lato limitava le discese in acqua, dall'altro gli dava una
grande responsabilità, la vita degli uomini che andavano
in acqua era nelle sue mani e ogni cosa doveva
essere controllata almeno due volte prima dell'utilizzo:
manichette dell'aria, compressori, filtri, erogatori,
campana, saldatrici, ossigeno, ogni operazione non
doveva lasciare nulla al caso. Ogni giorno che lasciava
il porto si sentiva un uomo soddisfatto, aveva trovato
quello per cui era partito: la fiducia negli uomini, la
voglia di vivere.
Come fosse vinaccia, dall'alambicco tolta la testa scelgo
il cuore.
Goccia dopo goccia, lo voglio annaffiare con le parole.
Come la pietra non mi arrendo, sfoglio immagini
care. Dalla poppa come un sentiero, la scia s'illumina al
sole.
Lasciata la zona portuale nella spuma, giocano agili
delfini.
Nel rimescolio la vita breve delle bolle d'aria nello
schiumare.
Il blu all'orizzonte cala il sipario sulla terra e suoi confini.
Ora solo l'elemento vitale, un punto, la nave nel mare.
La Pegaso, Saturno e i compagni imbarcati su quella nave
erano diventati il suo mondo.
Nelle lunghe serate invernali Saturno e Giovanni, al
bar del porto, s'intrattenevano in lunghe chiacchierate,
raccontandosi le rispettive esperienze di vita. Giovanni
confidò il motivo della sua fuga dal paese e della
ritrovata fiducia negli uomini, dopo aver conosciuto
lui e il padre. Quando poi l'alcool aprì la cassaforte
dei sentimenti, scardinando ogni barriera, gli raccontò
del giorno che aveva lasciato Marina, che piangeva sul
greto del fiume, supplicandolo di non partire. Saturno
lo invitava spesso a casa sua, era sposato con una ragazza
spagnola. Felicitas, sempre pronta a scherzare
e ridere e i due oltre che marito e moglie sembravano
fratelli. Erano una coppia perfetta agli occhi di Giovanni, lui
spesso restava in silenzio ad ascoltare i dialoghi in un misto
d'italiano e spagnolo dei due. Le serate passavano in fretta in
compagnia della coppia e al momento dei saluti spesso Felicitas gli
diceva: - è passato tanto tempo, da quando sei andato via da casa
vai a trovare la tua famiglia, fai quello che devi e dopo torna da noi.
Giovanni come sempre dopo una piccola pausa rispondeva:
-vedrò di organizzarmi, magari per le feste, buonanotte,grazie della bella serata.
Mentre andava via si girava più volte per salutare Saturno,
Felicitas, Stella e Gemma, le due figlie gemelle.
I quattro, fino a che non spariva dietro l'angolo, non rientravano in casa.
Quelle serate in casa di Saturno sempre più spesso
gli lasciarono una sensazione di malinconia, dopo l'allegria famigliare
e spensierata vissuta poco prima nella casa della coppia, nel tragitto verso
la pensione dove alloggiava,Giovanni pensava spesso a Marina e al giorno
che le aveva detto che sarebbe tornato.
Da quel giorno non aveva voluto più avere notizie del luogo che gli aveva causato tanto dolore, era sicuro che lei non sapesse dov'era, oppure non lo aveva cercato delusa dalla sua fuga. Le capitò di sognarla spesso nei pressi del fiume, al tramonto mentre una calda giornata estiva volgeva al termine e il sole tingeva
di rosso la foce, mentre dalle sterpaglie incendiate dai contadini salivano colonne di fumo verso il cielo e il silenzio era rotto dal ritmo dei motori delle barche che navigavano nel fiume e loro due chiusi in quell'angolo di mondo si amavano.
La notte finisce in fretta per chi si deve alzare alle
quattro; la giornata era fredda, la nebbia avvolgeva la
zona del porto, le luci nei magazzini erano già accese.
Alcune barche lasciavano il porto scivolando sull'acqua
lucida.
Accanto alla Pegaso vi erano gli uomini dell'equipaggio,
radunati sotto la pensilina dei carburanti. Lo videro
arrivare, il più anziano lo salutò poi disse:
- Allora Capo oggi che si fa?
Mentre gli altri parlavano ad alta voce Giovanni fece
una piccola pausa, mentre scrutava le condizioni del
mare fuori dal porto.
- Il tempo non promette niente di buono, oggi rimaniamo
a terra, prendiamo un caffè, poi si va in officina.
Dobbiamo preparare i pontili galleggianti per il nuovo
porto turistico, deve essere pronto per la prossima
settimana.
L'officina era un grande capannone gestito notte e
giorno da Gennaro, il tuttofare della società, che vedendoli
arrivare andò incontro al gruppo e chiese:
- Niente mare oggi?
Giovanni che camminava avanti a tutti gli rispose:
- No, siamo qui per farti compagnia.
All'interno del capannone, lungo le pareti, erano accatastate
verghe di acciaio di varie misure, grandi pile
di catena arrotolata, alcune boe e gavitelli, cordame
di ogni tipo, cavalletti di ferro, troncatrici, cannelli e
bombole per saldare. All'esterno, dentro dei fusti di
olio vuoti, c'erano scarti di grasso animale, che all'occorrenza
veniva fuso e usato per far scivolare sulle traversine
in legno la pilotina. L'agile imbarcazione era accanto
all'officina, sistemata sopra l'invasatura. In poco
tempo il capannone si animò, nella penombra i lampi
delle saldatrici illuminavano a tratti le pareti di lamiera
grigia, le figure degli uomini s'intravedevano a pezzi,
colorati come in un caleidoscopio, i colpi ritmici inferti
sull'incudine facevano vibrare l'aria. Gennaro accese i
bruciatori sotto i fusti del grasso, bisognava varare la
pilotina, per i sopralluoghi nelle acque dove sarebbe
stato allestito il porto turistico. Quando il grasso fu
completamente fuso iniziarono le operazioni di varo,
alcuni uomini imbrattavano le traverse con il grasso,
un trattore trainava l'imbarcazione lentamente verso
lo scivolo, quando giunsero nei pressi del punto prestabilito
dove sarebbe fatta scendere l'imbarcazione, il trattore si pose
a poppa, continuando a spingere la pilotina, utilizzando un lungo
palo appoggiato sull'invaso. Un uomo salì a bordo seguito
da Giovanni e lanciarono le sagole, mentre gli uomini
a terra fecero un giro alle grosse bitte del molo. Mentre
il trattore continuava a spingere la pilotina, che prese
a scivolare verso l'acqua, gli uomini lasciarono scorrere
le cime, mentre la barca avanzava sullo scivolo. Poi la prua
s'inclinò e quasi si tuffò lentamente alla ricerca
del suo elemento; l'imbarcazione si adagiò in acqua e
dopo una piccola sbandata si stabilizzò. Gli uomini la
accostarono al molo e la ormeggiarono, assicurandola
con cura alle bitte. L'invasatura che la sosteneva fu
recuperata dal trattore e lentamente trascinata verso il
capannone. Gli uomini rimasero per qualche secondo
in silenzio a fissare la pilotina galleggiare nell'acqua
della darsena, poi come in ogni varo che si rispetti,
anche questo fu festeggiato e applaudito.
La nebbia si diradò e, riempiti i serbatoi della pilotina,
Giovanni e Gennaro si diressero verso l'uscita del
porto per provare che nella barca tutto fosse in ordine.
Il vento proveniente da Ovest iniziava a formare delle
creste bianche, il mare sembrava fosse coperto da migliaia
di gabbiani. La barca mentre avanzava alzava
spruzzi d'acqua che si polverizzavano sulla cabina, i
potenti motori giravano a ritmo regolare, senza apparente
sforzo la spingevano contro le onde.
- Ci sarà una mareggiata da Ponente, disse Gennaro
- Non ci voleva, dovremo ritardare la messa in opera
dei pontili.
La pilotina si comportava bene, affrontava le lunghe
onde rimanendo stabile, Gennaro dava leggermente
gas mentre saliva sull'enorme massa d'acqua che gli
si parava davanti, contando ad alta voce il tempo che
occorreva a superarla:
- Uno, due, tre … forse è il caso di rientrare, il mare si
sta facendo un po' troppo agitato.
Giovanni chiese a Gennaro:
- Da quanti anni sei qui?
- Quindici.
- Hai la famiglia con te?
- Sì, sono sposato con Gianna, una ragazza che ho conosciuto
al porto.
- Hai dei figli?
- No, ne avremmo voluti, ma non arrivano. Tu come
sei capitato da queste parti?
Giovanni sospirò.
- È una lunga storia, magari una sera davanti a una
birra te la racconto.
Avendo verificato che tutto funzionava alla perfezione,
Gennaro mise la prua verso il porto. Ormeggiata
la pilotina i due si diressero al capannone. Il lavoro
procedeva speditamente. Giovanni chiamò Carlo, uno
degli uomini più esperti:
- Io ho un impegno, pensa tu a quello che serve per
andare avanti, questa sera mi farai il resoconto della
giornata.
Andò via salutando in fretta tutti gli uomini, si avviò
verso l'uscita del porto. Erano tre anni che non tornava
a casa, il lavoro lo impegnava ogni ora del giorno e
nelle rare pause, sempre più spesso lo assaliva la nostalgia.
Aveva avuto delle brevi storie con ragazze del posto, ma il
suo pensiero era Marina, non riusciva a dimenticarla.

Mentre Giovanni era lontano alle prese con una nuova vita,
a Marina mancavano pochi esami alla laurea. Da circa
un anno usciva con Luca, un ragazzo conosciuto
all'università. La droga non faceva più parte della sua
vita, anche se la sera, quando tutto sembrava tacere,
prima di addormentarsi spesso le ritornavano alla
mente i terribili momenti passati con Gino: le nottate
infinite semi addormentata nell'auto, la puzza di
vomito sui vestiti, le volte che si erano prostituiti per
procurarsi l'eroina e poi il periodo della disintossicazione,
i medici del Sert, i crampi, la nausea, la paura di non farcela,
gli sguardi di compassione dei vicini, i sorrisetti quando i suoi
occhi s'incrociavano con i loro, le piccole frasi sbrigative a bassa voce.
Sapeva che quel periodo lo avrebbe avuto per sempre con lei, nessuno
sarebbe stato in grado di cancellarlo. Lo intuiva ogni
volta che leggeva sui quotidiani delle decine di giovani
della sua età che non c'erano più, trovati morti nei bagni
delle stazioni, dei bar, sulle panchine del parco, in un
misto di orina e vomito, con il laccio emostatico ancora
stretto al braccio. La tristezza aumentava, quando
alcuni di questi nomi le erano noti, essendo di ragazzi
che aveva frequentato al liceo.


Notte magica
La storia tra Marina e Luca era una di quelle dove
il sesso non era troppo importante, ma un accessorio
secondario. I due parlavano a lungo del loro futuro;
le ore della notte passavano in fretta, seduti sulle sedie
del bar che Mario lasciava fuori anche quando era chiuso,
parlavano di politica e di come avrebbero cambiato il mondo.
Una sera Marina, dopo averlo baciato, gli confidò di amare
ancora Giovanni. Luca aveva accettato quella situazione,
pensando che con il tempo lei lo avrebbe dimenticato. Le lezioni
all'università si susseguirono con regolarità e così gli
esami, e la relazione con Luca proseguiva senza troppi
problemi, anche se senza passione.
Una sera, subito dopo cena:
- Volete sapere una notizia? - chiese Diego.
- Dicci questa novità - rispose Marina.
- Vi ricordate Giuseppe, quello che veniva in vacanza
da noi l'estate? Quello con il motorino che era presente
quando abbiamo fatto arrestare il maniaco.
- Si ora mi viene in mente, cosa gli è successo?
- Nulla, lui lavora come portuale a Civitavecchia.
- Allora qual è la notizia? - Incalzò Marina.
- Mi ha detto che ha incontrato Giovanni.
Marina, che fino ad allora aveva seguito distrattamente
il fratello, drizzò il capo e chiese:
- Dove?
- Negli uffici del porto, mentre depositava delle carte
inerenti a lavori d'ampliamento, previsti per l'anno
prossimo.
Marina non nascose l'emozione alle parole del fratello.
Diego fece una breve pausa poi riprese a parlare.
- Lui non l'aveva riconosciuto fino a quando gli ha ricordato
i fatti di quella famosa sera. Poi l'ha salutato
in fretta perché impegnato con i dirigenti del porto.
Marina, si chiuse nel silenzio, poi saluto i presenti e
andò in camera sua. Distesa sul letto pensava a Giovanni:
mi avrà dimenticato? Come sarà cambiato? Avrà
una donna che lo ama? Perché non è tornato? Aveva
detto che lo avrebbe fatto. Le domande non finivano
mai; restò nel dormiveglia per tutta la notte, agitandosi
nel letto, non riusciva a spengere il cervello. Un
film si ripeteva senza sosta nella sua mente, la riportò indietro
nel tempo, ai momenti passati al fiume con
lui, poi alla spiaggia, rivisse il giorno degli omicidi di
Antonio e Marco, la fuga verso il fiume, le parole dette
l'ultimo giorno rimbombavano nella stanza: Il tempo
cambia gli uomini, come le stagioni gli alberi.
Ogni giorno, dopo la notizia, Marina si recava al fiume
e stava lì per ore a guardare il pioppeto poi, giunta
la sera, s'incamminava verso casa, sapendo in cuor
suo che sarebbe tornata in quel posto, e così fece per
tutto il mese. Le lezioni erano sospese per le vacanze,
doveva comunque preparare un esame per Ottobre.
Luca veniva ogni giorno a trovarla e a studiare con lei,
poi una sera arrivò piuttosto agitato, chiese di lei alla
madre:
- Dov'è Marina?
- In camera sua.
- Le dovrei parlare.
- Vai, Luca, sta studiando.
Marina udendo i due parlare, aprì la porta:
- Che succede?
- Mi ha fermato un ragazzo della nostra età, mi ha
chiesto di te.
- Ti ha detto chi era?
- Si è presentato come Giovanni.
Lei si lasciò cadere pesantemente sulla sedia della cucina.
- Ha voluto sapere cosa ero io per te.
- Tu cosa gli hai detto?
Chiese tremante Marina.
- La verità.
- Quale?
- Che io ti amo, ma che per te sono solo un buon amico.
Marina non riusciva a fermare le mani mentre Luca parlava,
prese un libro dal mobile e lo posò sul tavolo, poi si sedette
picchiettando le dita sulla sedia e disse:- continua.
- Gli ho detto che tu non mi ami perché ami ancora
lui.
- E dopo?
- Che ho pregato fino all'ultimo che non tornasse, con
la speranza che tu un giorno tu avresti amato me.
Lei teneramente lo abbracciò e con un filo di voce gli
disse:
- Grazie.
Marina aprì la porta e guardò andare via Luca, lo seguì
con lo sguardo fino a quando ebbe girato l'angolo
della chiesa, poi scrutò nel buio per vedere se Giovanni
fosse magari seduto al bar di Mario. Rimase così
per alcuni minuti, poi non vedendo nessuno chiuse
la porta, pensando: domani andrò al fiume. Luca uscì
dalla sua vita in punta di piedi con delicatezza, così
come vi era entrato.
Il giorno dopo seduta sull'argine, con un libro in mano,
Marina guardava le coppie di germani, seguiti dai piccoli
appena nati, attraversare il fiume in fila, fino alle cannucce
della riva opposta. Ogni tanto una lucertola si affacciava
dall'erba per rubacchiare le briciole cadute dal
panino, una leggera brezza faceva cantare le foglie dei
pioppi, i pescatori di anguille ritiravano le nasse poste
la sera prima, scaricando il lucente bottino in grandi
barili. Stanca si addormentò al riparo di un olivastro;
al suo risveglio era quasi notte, raccolse il libro e si
avviò verso casa tagliando attraverso i campi di grano
mietuto: quello che restava della mietitura era una distesa
di gambi tagliati a circa dieci centimetri da terra.
Lei era abile a camminarci sopra lo faceva da quando
era bambina: alzava le punte degli zoccoli, poi strusciandoli,
le schiacciava creando un piccolo sentiero
per ogni piede. Arrivata nei pressi di casa, all'inizio
del vialetto, vide un uomo appoggiato al cancello che
guardava nel giardino. Rallentando il passo riconobbe
Giovanni. Nel petto il cuore prese a battere forte, lo
sentiva pulsare all'interno delle orecchie, come i tamburi
della banda del comune, respirava come se avesse
fatto tutto il percorso dal fiume di corsa. Si fermò a
qualche metro da lui, poi lentamente si avvicinò, mentre
lui si girava. Marina con un filo di voce gli chiese:
- Che fai da queste parti?
Poi si fermò, fece una breve pausa, come per prendere
fiato e, con una tonalità più alta incalzò:
- Cerchi guai?
Poi riprese a camminare dirigendosi verso di lui più
decisa.
- Le cose sono cambiate, non lo so tu, ma qui ora sono
diverse!.
Lui la ascoltava in silenzio; Marina, arrivata a circa un
metro di distanza, lo guardò fisso negli occhi e poi lo
colpì con un pugno nel petto, poi lo fece nuovamente,
più volte, lui non reagiva ai colpi ricevuti ma la abbracciò
delicatamente dicendole:
- Marina calmati.
Lei divincolandosi, lo guardò e scoppiò a piangere:
- Tu non sai quante cose sono accadute!
Lui la abbracciò ancora e le disse:
- Non abbastanza da farmi stare lontano da te per
sempre.
- Ho passato momenti terribili in questi anni.
- Tu non sei diversa da allora.
Poi, prendendole la mano le chiese di seguirlo. Passarono
davanti alla chiesa, attraversarono la piazza, superarono
il bar, dirigendosi verso la spiaggia. La luna
brillava, le stelle punteggiavano un cielo meraviglioso.
Arrivarono nel punto dove per la prima volta si
erano baciati. Lei gli volle raccontare tutto quello che
era accaduto in quegli anni, lui la ascoltò, tenendola
stretta tra le braccia quasi cullandola, poi le disse:
- Non dovevo andare via,se puoi, perdonami.
Poi le disse del suo lavoro e dei nuovi amici, le parlò
di Saturno di sua moglie Felicitas, delle due gemelle,
del signor Franco e quante volte, quando era solo in
acqua, l'avesse pensata.
- Ora però, sono qui con te, sono tornato come ti avevo
promesso, non sono cambiato.
Segui una lunga pausa e stringendola delicatamente,
le sussurrò:- Ti amo come allora.
Mentre lei esausta si accovacciava tra le sue braccia.
La campana della chiesa, don …
Il riflesso, al tramonto, adagiava
In acqua, la luce di mille stelle.
Ogni timore taceva sulla spiaggia
l'anima pigra fondeva con la pelle
e cuore e onda, sulla battigia,
danzavano sulle note più belle
azzurri come il mare,alla luna brillavano
i suoi occhi si crogiolavano in sogni d'amore
Nella notte, si udivano i rintocchi
la risacca li confondeva con il cuore
L'armonia non voleva più ritocchi
Le stelle continuavano a volare
navigando via i pensieri foschi,
velieri con le vele al maestrale.

Fine
Questa breve storia, la voglio
dedicare a tutti quelli che nonostante
tutto non si sono mai arresi. E' frutto
della fantasia dell'autore ed eventuali
somiglianze a fatti realmente accaduti
sono da ritenersi del tutto casuali.



Ho conosciuto un uomo nel parco, vive su una panchina con suoi cani.
Stringi i cani! Stringo le cose da togliere e quelle da tenere, ma io nella mia vita, non ho preso niente da togliere, era tutto da tenere, se le tolgo, dopo, non le ho più, di sicuro in seguito mi mancheranno e questo non è bene.

Qualcosa però mi toglie il respiro, "è questa cravatta che stringe", questo l'ho preso a Gallipoli, non lo tolgo gli cambio posto, per la miseria esce fumo dal forno, c'è puzza di bruciato l'avessi tolto prima l'arrosto, è tutto andato, è vero che non c'è fumo senza arrosto, ma così è troppo.

Urla il vicino:" ha segnato la Roma", urla, "ma quello perché lo fa giocare"? -Ma lo potrebbe togliere dal campo e invece se lo tiene- tanto un altro lo dovrebbe mettere, togliere mettere. cambia non cambia, tanto se tolgo qualcosa, poi ne metto un altra, non rimane mai per molto tempo uno spazio libero, sarebbe uno spreco, ti ho detto stringi i cani! Porco cane perché devo stringere i cani?

Tolgo un piede, metto l'altro, uno per volta senza perdere l'equilibrio, l'equilibrio mentale, nel parlare, anche nel mangiare, metto una cosa e tolgo un altra, nel parlare, se non le scrivi, le parole non prendono molto spazio, nella mente si sostituiscono in fretta "si sa, loro volano".

Stringi i cani! Ancora con questi cani, anche loro adesso devo togliere? Credo proprio che non si può fare, stringo i cani d'accordo.
Una volta stretti i cani, stringo la cinta, i denti, la fascetta, la curva, stringo, stringo, faccio spazio nella stanza, nell'auto, nella vita, prego si accomodi c'è ancora posto per qualche cosa, per una cuccia, non troppo stretta però, stringo io i cani, "porco cane è proprio una fissazione questi cani", poi sbavano e perdono il pelo, ti adorano incondizionatamente è un buon affare, lo stringo e non me lo faccio scappare.

Adesso questa cartella la elimino, faccio spazio nel disco, aspetta vediamo cosa c'è dentro, ma guarda è bellissimo! Lo tengo magari stringo un poco e la faccio entrare in un'altra cartella, stringo, stringo, voglio vedere come va a finire.

Stringi i cani ti ho detto!

Adesso ho altro da pensare, devo uscire e ho i jeans da stringere, sai fanno la coscia lunga che non guasta, stringi, stringi, qui non rimane niente, stringo le sedie, così magari, gomito, gomito, ci stiamo tutti, il Sabato, la Domenica e tutti i giorni … le vacanze?

Portiamo il materasso da campeggio" sai quello gonfiabile" ben piegato stretto, stretto, entra nel cofano, anche se è piccolo, "caspiterina" i cani! Dove metto i cani! Dai, ci stringiamo un poco.

Signore, si sente bene? "Porco cane era un sogno". Si grazie, anzi non molto, questo parco è un poco stretto e la panchina è scomoda, "senta piuttosto, ha visto dei cani"?

No non li ho visti.

Lo sapevo, aveva ragione quello, dovevo stringere i cani.

Stringi, stringi, si è fatto notte e sono ancora solo come un cane, mi è rimasto da tenere stretta la panchina, fino a domani mattina.
Ei! Ora mi hai svegliato, rimani un poco con me, magari mi dai una mano a cercare i cani, magari mi fai un poco di compagnia, ti posso raccontare una storia, ci stringiamo, ti faccio posto, mettiti seduto.

Prendi la busta sotto la panchina, dentro ci sono delle fotografie.

Io abitavo in questa bella zona, lavoravo proprio qui, vedi questo negozio?

Ecco questo per tanti anni è stato un punto di riferimento per quelli del quartiere, qui si parlava di cose semplici, problemi famigliari, successi personali, di figli, nipoti, dei vicini fortunati e di quelli che lo erano meno, certo l'edicola era come un confessionale laico, un portierato alla massima potenza, si sapeva un poco di tutti, la modernità è proprio una bella trovata, ogni epoca l'ha avuta, ma quella di oggi la trovo un poco meno a misura d'uomo, "la globalizzazione"che parolone.

Che dici i cani torneranno da soli?

E poi le banche che non ti aspettano vanno di fretta, le rate del mutuo, ingiunzioni di pagamento, stringi, stringi, sono qui su una panchina troppo stretta anche per i cani, che come sai sono scappati.

Ecco qui sono io bambino, vivevo ai margini di una cittadina balneare, come tra campagna e mare, don, don … i marmocchi con i pantaloni corti si avviavano lungo la strada che portava alla chiesa per la messa della mattina, lungo la strada c'era una fontana, a Dicembre sembrava una statua di ghiaccio, sospesa nel gelo, mentre stonata la campana chiamava a raccolta, lei brillava in attesa di essere liberata.

Vedi questo è Massimo, con il carro sul viottolo della fattoria, avanzava seduto annoiato con la gamba che ciondolava e la paglia fumante che sborda, gialla come l'oro, fumava il sigaro con ampie boccate, sorrideva e salutava in mezzo a una cortina di fumo, come quello dei camini delle case che sono lungo la via, qualche randagio ai lati dell'allegra processione, scodinzola in cerca di un pezzo di pane.

Questo è Il prete all'entrata della chiesa con ampi gesti invitava a fare in fretta, la funzione deve iniziare, io sono il chierichetto e devo aiutarlo a servire la messa.

"O Signore di soltanto una parola e io sarò salvato"

Vedi questo è Carlo, quelli erano bei tempi, aveva una grande passione, " il calcio balilla" io e l'amico Carlo, eravamo imbattibili, giriamo per tutti i bar a sfidare coppie fortissime e vinciamo, siamo quasi famosi per il litorale, poi un giorno Carlo parte per il militare, non l'ho visto più il Carlo allegro che conoscevo,"dicono che sia crollato" non mi riconosce e chiede sigarette a tutti avanti e indietro per lungomare, sempre il solito cappotto inverno, estate, mi sembra impossibile ma lui è da un'altra parte, non sembra ne felice ne triste, è passato un tempo infinito da allora.

Eccoli sono tornati i cani, guarda come sono felici di trovarmi ancora qui.

Sai mi sono accasato in questo parco perché la Caritas non li tiene i cani, come le chiese e poi alle otto e trenta ti sbatte fuori, non fa differenza se piove o nevica, poi troppo lingue che non conosco, in mezzo a tanta gente mi sento globalizzato nella solitudine.

Se vuoi, sono qui con i cani tutti i giorni, apriremo la busta e per ogni fotografia ti racconterò una storia, di questo progresso che per molti è un regresso.


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